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"Io sono 

Analizziamo la frase "Io sono", partendo dal Vangelo di San Giovanni 15, 1-11, prendendo come riferimento la vite e i tralci.

Santiago Zapata Giraldo-16 giugno 2026-Tempo di lettura: 12 minuti
Vite

(Unsplash / David Köhler)

Proseguendo nella lettura del Vangelo di San Giovanni, ci imbattiamo spesso nell’espressione “Io sono” in molti passaggi del Vangelo, ma vorrei soffermarmi su “La vite e i tralci” (15, 1-11), un testo che sembra breve ma che racchiude un profondo significato riguardo all’identità di Gesù.

Trovo interessante approfondire questo testo perché presenta un'immagine molto semplice, ma dal significato profondo, sull'unione con la persona di Gesù. Inoltre, offre una visione della Chiesa come unione e corpo mistico di Cristo, in cui il corpo è perfettamente unito al suo capo.

Un'immagine semplice e comune racchiude in sé un significato di natura molto pratica. Lo vediamo nella vite, dove il tralcio che non si aggrappa ad essa muore. Ciò è particolarmente evidente nella cultura mediterranea, dove si possono osservare i tralci perfettamente uniti tra loro.

Il passo citato costituisce inoltre un messaggio e un discorso che precede la Passione di Gesù e la sua preghiera sacerdotale. Il suo scopo è quello di esortare a mantenere l'unione con Cristo anche nelle difficoltà future, per non seccarsi; perché, anche se la vite sembra morire, i tralci rimangono uniti ad essa.

Questo tipo di discorsi è frequente nel Vangelo di Giovanni. Qui si colloca nel contesto dell’Ultima Cena, facendo parte delle parole che Gesù rivolge apertamente ai suoi discepoli. Non narra storie né parabole, ma utilizza un linguaggio fatto di affermazioni sulla propria persona. Insegna con autorità, parla in prima persona e si rivolge agli altri con la chiara intenzione di far loro apprendere qualcosa di nuovo, incentrandosi sempre sulla sua figura e sulla permanenza dei discepoli in Lui. In definitiva, questo frammento fa parte dei discorsi di addio di Gesù.

Versi 1-2

“Io sono la vera vite e mio Padre è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia via; e ogni tralcio che porta frutto, lo pota affinché porti più frutto”

Cristo inizia con un'allegoria, presentandosi come la “vera vite” (αληθινή), dove “vero” può significare autentico, reale. Ciò si contrappone a qualcosa di degenerato, falso o volgare.  Pertanto, sta insegnando con un intento chiaro, un linguaggio semplice e parlando interamente di se stesso e del rapporto con il Padre. Il ruolo che attribuisce al Padre è quello del “vignaiolo” (γεωργός) e si capisce che Cristo interviene sui tralci, ma è il Padre che ha il governo sulla vigna, mostrando inoltre che c’è una relazione tra il Padre e il Figlio.

Versi 3-5

“Voi siete già puri grazie alla parola che vi ho rivolta; rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così nemmeno voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci; chi rimane in me e io in lui, porta frutto in abbondanza; perché senza di me non potete fare nulla”

La “purezza” che Cristo offre attraverso la sua parola purifica ciò che rende l’uomo impuro. La sua predicazione riesce a purificare e a rendere puri, proprio come dice a san Pietro: “Chi si è fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, perché è tutto puro. Anche voi siete puri” (Gv 13,10). La purezza che deriva dalla conoscenza di Cristo permette di unirsi alla sua persona con un cuore puro, e il rimanere nella vite garantisce un frutto abbondante: “La vera Vite è Cristo, che comunica la linfa e la fecondità ai tralci, cioè a noi, che attraverso la Chiesa siamo uniti a Lui, senza il quale non possiamo fare nulla” (“Lumen Gentium”, 6).

Versi 6-7

“Chi non rimane in me viene gettato via come un tralcio e si secca; poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco, e brucia. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete ciò che volete e vi sarà concesso. In questo è glorificato il Padre mio, nel fatto che portiate frutto abbondante; così sarete miei discepoli”.

Il verbo “rimanere” (μένω) ricorre spesso in questo Vangelo e si rivela fondamentale: rimanere in Cristo impedisce di seccarsi e di cadere nelle fiamme. Dopotutto, il tralcio da solo non può sopravvivere, ma ha necessariamente bisogno della vite. È Cristo che garantisce questa vita eterna. Per quanto riguarda il fuoco, lo troviamo anche in Luca (3, 9) e in 1 Cor 3, 13: “L'opera di ciascuno sarà manifestata, perché il giorno la rivelerà, poiché sarà manifestata dal fuoco. E il fuoco metterà alla prova la qualità dell'opera di ciascuno”.

Ora, intendiamo il fuoco in due modi: uno è la purificazione per poter vedere Dio, e l’altro è la condanna eterna. Dio tratta l’uomo con libertà; pertanto, quando l’uomo rifiuta completamente quell’amore divino, in quello stesso istante muore per non aver creduto in Lui. L'essere umano può chiudersi a quell'amore infinito, il che comporta il distacco dalla vite, l'appassimento e la fine nel fuoco. L'altro fuoco si riferisce a colui che, pur rimanendo nella vite, tende ancora al peccato e ne è posseduto; qui entra in gioco “la purificazione”, necessaria per entrare a vedere il Signore così com'è.

Mentre il tralcio ormai secco non sopravvive perché non riceve vita, il fuoco purificatore ha il potere di rivelare tutto ciò che il tralcio racchiude al suo interno, mostrando il frutto così com’è. In questo modo, tutto ciò che porta impurità brucerà e ciò che non serve alla vita eterna morirà. Così, comprendiamo il fuoco sia come giudizio che come purificazione: un fuoco nettamente divino.

Versi 8-11

“Con questo il Padre mio è glorificato: che portiate frutto in abbondanza; così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io vi ho amati; rimanete nel mio amore. Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Il portare frutto viene interpretato come la conseguenza naturale dell'unione con Cristo, ma anche come l'evangelizzazione di ciò che si è ricevuto gratuitamente. Il testo menziona nuovamente il Padre e la sua unione con il Figlio; una relazione in cui il Padre esercita il governo e consuma la separazione dei tralci cattivi dalla vite. Allo stesso modo, Egli si occupa di potare e purificare coloro che danno frutto, affinché possano dare il massimo rendimento possibile. Qui Gesù si presenta come la via verso il Padre, dove noi daremo gloria al Padre mostrando la nostra fedeltà al Figlio attraverso le opere, rimanendo nell'amore e osservando i comandamenti per poter così raggiungere la pienezza con Lui.

Questo Vangelo si colloca tra i discorsi di commiato, che precedono la Passione, precedono la legge dell’amore e seguono la promessa dello Spirito Santo. Viene dopo l'Ultima Cena, quindi è uno degli ultimi insegnamenti di Gesù. Offre un rapporto intimo con Gesù, un preludio alla dispersione causata dall'arresto di Gesù.

Il tema del portare frutto lo ritroviamo anche nel Vangelo di Matteo: ‘L’albero che non porta frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco’ (7, 19). Un collegamento importante si trova nei versetti che seguono questo passo, dove si menziona il comandamento dell’amore come il principale della legge. Rimanere in Cristo significa amarlo attraverso l’amore per i fratelli. Ora, per quanto riguarda il giudizio, scopriamo che saranno esaminate le azioni che scaturiscono dall’unione con Cristo e dall’amore per il prossimo. Lo vediamo chiaramente in Matteo 25, 31-46, quando si parla delle pecore e delle capre, e della separazione tra il bene e il male. In definitiva, l'azione dell'amore per il Padre e l'unione con il Figlio portano con sé, necessariamente, la carità.

"”Io sono»

Il «Io sono» è una delle espressioni più significative utilizzate da Gesù e ricorre in diversi punti dei Vangeli, mettendo in evidenza l’importanza che Egli attribuisce al confronto della propria persona con elementi della vita quotidiana. Questo «Io sono» può essere interpretato in due modi: quello accompagnato da un predicato e quello che si presenta in modo autonomo, come una frase che non necessita di complemento.

In otto occasioni l’espressione «Io sono» è usata in senso assoluto, come ad esempio: «Sono io, non temete» (6, 19-20); «se non credete che io sia» (8, 24); «saprete che io sono» (8, 28); «prima che Abramo nascesse, io sono» (8, 58); «crediate che io sono» (13, 19); o «Vi ho detto che io sono» (18, 8). Questa formula del «Io sono» (Εγώ είμι) la troviamo in Esodo 3, 14, quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente. Così, la rivelazione dell’essere di Gesù come «colui che è» costituisce di per sé un’allusione alla sua condizione divina; anche se non lo specifica letteralmente come un «Io sono Dio», poiché il riconoscimento di quest’ultimo nasce da un atto di fede.

D'altra parte, in tredici occasioni Gesù aggiunge un predicato al «Io sono»: «Il pane della vita» (6, 35); «La luce del mondo» (8, 12); «La porta» (10, 7); «Il buon pastore» (10, 11); «La risurrezione e la vita» (11, 25); «La via, la verità e la vita» (14, 6); e «La vite» (15, 1.5). Riguardo a quest'ultima, tradizionalmente si è parlato di Israele come della vigna, così come appare in Isaia 5, 7: «La vigna del Signore dell'universo è la casa d'Israele». Tuttavia, ora la vera vite è Cristo, che accoglie coloro che ascoltano la sua parola e li introduce in un legame d’amore con il Padre e lo Spirito Santo.

L'amore

Rimanere nell’amore di Dio e, in questo modo, rendere gloria al Padre: l’unione con Cristo garantisce la comunione e l’adorazione del Padre, fonte di ogni giustizia. Poiché la missione di Cristo è quella di rendere gloria al Padre, il permanere nell’amore divino conduce necessariamente ai frutti che da Lui nascono. Così, uniti a Lui e amati da Lui, i discepoli non hanno bisogno di altro che rimanere per dare ‘molto frutto’. In linea con questo, nel Vangelo di Matteo troviamo che entra nel Regno dei Cieli chi fa la volontà del Padre (7, 21).

L’amore (la carità) è l’essenza stessa con cui san Giovanni definisce Dio (cfr. 1 Gv 4, 8), il quale è rivelato da Gesù e comunicato dallo Spirito Santo. L’amore nel quale Cristo dice che bisogna dimorare è l’amore del Padre come provvidenza. Ciò porta con sé la gioia di sapersi amati da Dio e di rimanere in Lui. Cristo ama i suoi discepoli e desidera ardentemente che l’amore del Padre giunga a tutti loro; ama in modo soprannaturale e, in questo modo, l’Inviato si realizza e gioisce nel vedere che la sua missione di dare gloria al Padre si sta compiendo.

Rimanere

Sebbene “rimanere” sembri un verbo comune, Giovanni lo usa 40 volte e gli attribuisce una chiara connotazione di comunità cristiana. È importante notare che nel capitolo precedente Gesù tiene un discorso che viene interrotto dall’ordine di partire per il Getsemani, e l’azione non riprende fino al capitolo 17. Pertanto, i capitoli 15 e 16 sembrano avere una relazione strana con il resto del testo, poiché la sequenza non quadra in quanto non viene specificato dove si trovi Gesù in quel momento. Esistono diverse spiegazioni teologiche al riguardo: una di esse suggerisce che Gesù avrebbe continuato i discorsi durante il tragitto, ipotesi che non ha molta forza dato che 86 versetti risultano troppo estesi per un percorso a piedi.

Piuttosto, potrebbe trattarsi di un'aggiunta successiva da parte dell'autore o dei suoi discepoli, i quali potrebbero aver inserito queste parole sulla permanenza in Cristo in una situazione concreta della comunità. Ciò acquista senso soprattutto se si considera il contesto della Chiesa primitiva, poiché la permanenza in Cristo viene interpretata anche alla luce di un'ecclesiologia che spiegherò in seguito.

Rimanere in Cristo non implica solo un’unione verbale, ma comporta anche le opere. Il “Io sono”, che per fede si riconosce come “Io sono Dio”, fonda così una fede che conduce necessariamente alle opere (cfr. Gc 2,17). In conclusione, la permanenza porta all’azione, ma non si limita a una dimensione individuale, bensì si vive in comunità; ed è qui che entriamo in una nuova questione.

L'ecclesiologia nella vite

È vero che il termine ekklesia (chiesa) non compare in nessuna parte del Vangelo di San Giovanni; non si trova nemmeno in Marco né in Luca, mentre in Matteo sì. Nel quarto Vangelo, il discepolato viene presentato sotto la categoria della “permanenza” piuttosto che sotto quella della “sequela”. Sebbene sia vero che la permanenza di ogni fedele nella vite sia totalmente personale — in quanto ciascuno si unisce intimamente a Cristo —, questa realtà si vive all’interno di una comunità che accetta il comandamento “che vi amiate gli uni gli altri” (15, 12). Ciò evidenzia l’esistenza di una comunità unita in ciò che è comune, dove ogni membro, a partire dalla propria realtà, aderisce alla stessa vite.

Cristo rivela il Padre; la Chiesa, in quanto corpo mistico di Cristo, perpetua questa unione con Cristo per rendere gloria al Padre e salvare le anime. Il Concilio Vaticano II, nella “Lumen Gentium”, afferma: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio” (1)

Sebbene la comunità che Giovanni presenta nel suo Vangelo non corrisponda a ciò che oggi definiamo istituzionalmente come la comunità cattolica, essa possiede una profonda identità. Mentre Matteo (21, 42) parla nel suo Vangelo della pietra angolare presentando Cristo come fondamento, Giovanni utilizza la figura della vite per mostrare che Gesù non è semplicemente l’iniziatore di un movimento, ma Colui attraverso il quale si genera la vita stessa della comunità. Gesù e il Padre sono uno; pertanto, il mandato di Dio si realizza nella persona di Gesù come principio di unità. In questa prospettiva, l’accesso al Regno di Dio non consiste nell’entrare in uno spazio geografico, ma nell’adesione vitale a Gesù.

Giovanni non descrive una comunità caratterizzata da diversi carismi, anche se potremmo interpretare la vite e i tralci, con il fusto, i rami e le foglie, come qualcosa di simile a ciò che dice san Paolo con il paragone del corpo (cfr. 1 Cor 18). Ciò potrebbe significare che nella Chiesa vi fossero diversi carismi, come si evince da Giovanni, il quale, ad esempio, non menziona il termine “apostolo”. Egli menziona solo il “discepolo”, termine che può essere applicato a ogni seguace di Gesù senza la necessità di avere un incarico specifico.

Giovanni attribuisce quindi importanza al fatto dell’unione con Cristo attraverso il battesimo, non al suo compito concreto. Si tratta piuttosto del fatto della salvezza che di una carica o di una gerarchia. Sebbene questa unione possa essere interpretata in primo luogo come una relazione individuale con Cristo, essa conduce necessariamente a una dimensione comunitaria; pertanto, l’unica cosa essenziale deve essere l’amore per il Signore vissuto in comunione. Nella Chiesa, concepita come corpo di Cristo, il rapporto personale con Dio — pur sviluppandosi nel seno della comunità — deve manifestarsi visibilmente attraverso le opere.

La vite

Sebbene abbiamo già parlato della vite, essa possiede anche un profondo significato eucaristico. Così come Cristo anticipa l’Ultima Cena parlando del pane del cielo in cui offrirà il proprio corpo (cfr. Gv 6, 35), anche della vite si può parlare come del frutto da cui nasce il vino che Egli ci dona. Gesù porta con sé il suo amore portato all’estremo attraverso la donazione: beve il calice della passione, che è il vino riservato per la cena nuziale di Dio con gli uomini. Pertanto, il frutto che devono dare i tralci uniti alla vite è la donazione massima, sull’esempio di Cristo stesso, attraverso azioni che riflettano quanto espresso da san Paolo: “Completo nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa” (Col 1, 24).

Questi frutti sono difficili da ottenere e comportano sofferenza. Nella realtà della natura, i tralci non rimangono in uno stato statico di crescita, ma subiscono le intemperie, i parassiti e la pioggia; allo stesso modo, le sofferenze umane assumono un senso pieno in una visione cristiana alla luce di Colui che ha dato la vita per noi.

La vite si purifica costantemente, viene potata affinché dia frutto; la purificazione e il frutto sono intrinsecamente legati; solo attraverso la purificazione possiamo dare il frutto che il Signore desidera che tutto questo produca, a partire dal cuore della vita cristiana che è l’Eucaristia. Perseverare nella vite è difficile, non è un semplice fatto di un istante o di un'emozione. Ma il rimanere porta con sé la gioia: lo Spirito Santo.

L'unità su basi solide è importante sotto ogni aspetto, non solo nell'ecclesiologia, ma anche in ambito civile. L'unità è un fattore fondamentale: il fatto di avere uno scopo comune contrasta così ogni disunione che comporta il rischio di inaridimento. 

L'uomo di oggi si crede autosufficiente, cerca in se stesso un appagamento che non riesce a ottenere con le proprie forze, ma ciò di cui ha davvero bisogno è il riconoscimento degli altri: in realtà si sta prosciugando dentro, mentre all'esterno mostra di stare bene. La comunicazione è importante all'interno di un sistema: le radici nutrono i tralci, ma non si tratta di cercare di stare al centro, bensì di far sì che il centro si manifesti attraverso i suoi frutti.  In senso ecclesiale credo che abbia molta rilevanza: non si tratta di mostrare altro che Gesù, ma credo che a volte ciò venga stravolto, mostrando idee diverse dall'unione con Cristo.

Non siamo esseri isolati: è nella relazione che si conosce l’altro. Quell’unione in un unico ceppo ci rende uguali agli occhi del vignaiolo, poiché ciò riveste grande importanza in un mondo in cui la separazione tra i tralci sembra evidente, e ciò è frutto del male. È essenziale anche avere coerenza tra ciò in cui si crede e ciò che si vuole vivere, il che è un invito ad analizzare la nostra anima e vedere in quale radice sono immerso.

Nella Chiesa, il nostro tronco è Cristo, che agisce come capo del corpo che siamo noi. Per questo è fondamentale che l’amore fraterno non sia vissuto in modo diverso dall’adempimento del mandato del Signore. Ciò sottolinea l’importanza della comunità, dove ogni membro, con il proprio carisma, le proprie idee e i propri contributi, manifesta in modo visibile ciò che lo Spirito Santo può operare. Non si tratta di lottare per ideali particolari o di permettere che la fede si trasformi in un'ideologia, ma piuttosto di ricordare che, come corpo di Cristo, dobbiamo rimanere uniti a Lui. Questa unione non è qualcosa di esterno, ma richiede che ciascuno apra il proprio cuore secondo l'ispirazione dello Spirito.

La vite e i tralci, che poi ci trasmettono il comandamento dell’amore, ci ricordano che siamo tutti figli di Dio, di un Padre che ci rende fratelli e ci santifica mediante lo Spirito, indipendentemente dalle nostre origini. Per il Battesimo siamo tutti tralci che desiderano essere uniti alla vite, per rendere gloria al Padre che è nei cieli.

L'autoreSantiago Zapata Giraldo

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