Richiamando lo storico e intramontabile «Non abbiate paura!» con cui San Giovanni Paolo II inaugurò il suo pontificato, Papa Leone XIV ha lasciato un segno profondo durante la sua recente visita a Madrid. Quelle parole, che invitavano ad aprire spalancate le porte a Cristo, sembravano aver acquisito una nuova e vibrante vita in Plaza de Lima, sintetizzando alla perfezione lo spirito di una Veglia di preghiera che ha sfidato le tendenze della società odierna.
Fin dal primo istante, il messaggio del Pontefice è stato diretto, privo di esitazioni o mezze misure. Rivolgendosi all’impressionante folla di oltre 500.000 giovani che inondava la Castellana, Leone XIV ha posto l’accento sull’urgenza dell’impegno personale. «Non abbiate mai paura di pensare a una vocazione», ha affermato con fermezza rispondendo alla domanda della giovane Marina. Un appello al coraggio che ha immediatamente integrato la risposta data a Fernando, ricordando a tutto il pubblico che il matrimonio e la costruzione di una famiglia costituiscono, di per sé, una vocazione di cui non bisogna aver paura.
Per guidare questo impegnativo processo di discernimento, il Papa ha condiviso i propri punti di riferimento, gettando un ponte tra la modernità e la Tradizione viva della Chiesa attraverso i santi che, nonostante il passare dei secoli, continuano a interpellare l’uomo di oggi. Ha così ricordato come la figura di sant’Agostino, nel V secolo, e la sua onestà esistenziale lo abbiano portato in gioventù a chiedersi: «Se loro ne sono stati capaci, perché io no?». Accanto al santo di Ippona, ha esaltato l’audacia di San Giovanni Crisostomo, gigante del IV secolo la cui eloquenza scaturiva dalla coerenza assoluta tra ciò che predicava e ciò che viveva; un pastore che non temette di alzare la voce davanti allo stesso Imperatore in difesa della giustizia.
Lo sguardo del Pontefice si è soffermato anche sulle radici ispaniche, caratterizzate da una carità e da un impegno sociale straordinari. Ha menzionato San Tommaso da Villanueva, l’agostiniano riformatore del XVI secolo noto come «il Vescovo dei poveri», che esortava con forza i suoi confratelli nel clero «alla perseveranza nella preghiera, nella vita di castità e nell’obbedienza». Sulla stessa linea ha collocato San Toribio de Mogrovejo, il missionario che, sempre nel XVI secolo, combatté con zelo gli abusi e la corruzione del suo tempo in terra peruviana. Figure, tutte quante, che dimostrano che la santità non è un concetto astratto da vetrina, ma un modello attraente e controcorrente. Sono esempi, come quelli di tante persone buone che vivono oggi, che ci invitano a guardare oltre le prime pagine dei giornali e a scoprire ciò che Papa Francesco chiama «i santi della porta accanto».
Tuttavia, la grande domanda che aleggiava sulla Castellana era: come sintonizzarsi sulla frequenza di Dio in un mondo saturo di stimoli e iperconnesso? La risposta di Leone XIV alla profonda inquietudine sollevata dal giovane Manu è stata chiara: il silenzio interiore. Il Santo Padre ha messo in guardia dal «frastuono di mille voci» e dagli inganni dei social network che trafficano in menzogne e ideologie effimere, contrapponendoli a una sincera ricerca della verità. Nelle sue stesse parole, è nell’esperienza del silenzio che decidiamo quali rumori ignorare e dove la verità rimane immutabile.
Quel silenzio teorico è diventato sorprendentemente tangibile e concreto quando l’immensa folla, nella sua stragrande maggioranza, si è inginocchiata per adorare Gesù nella Custodia. In una scena quasi impensabile per il ritmo abituale di una grande capitale, la Piazza di Lima si è trasformata in una nuova Betania. In mezzo alla folla si è creato uno spazio di assoluta intimità — come quello che Marta, Maria e Lazzaro condividevano con il Maestro — ideale per confidare preoccupazioni, sofferenze e progetti. Un’esperienza intima e profonda che, lungi dall’essere un’oasi isolata, si ripete mille volte in tantissime parrocchie in cui l’Adorazione Eucaristica costituisce una parte essenziale della loro pastorale.
È proprio in quell’oasi di pace che acquista senso la domanda più seria e coraggiosa che un giovane possa porre: «Signore, cosa vuoi da me?». Dio, proprio come le madri e i padri con i propri figli, ha in serbo una storia meravigliosa per ciascuno di noi. In definitiva, l’appello del Papa è un invito al coraggio esistenziale, lo stesso che un sacerdote ricordava mentre spiegava la cappella del Santissimo e il Cristo che ne costituisce la pala d’altare ad alcuni giovani incerti. Una lezione che, a mio avviso, è di grande importanza sia per tutti coloro che erano presenti sulla Castellana sia per chi l’ha seguita attraverso i mezzi di comunicazione, e la cui raccomandazione finale continua a risuonare con forza nella mia memoria:
«Fatti coraggio! Entra lì dentro, guardalo e digli che non lo ami».





