Si dice che i francesi siano italiani di cattivo umore. Io, che sono italiano e spesso sono di cattivo umore, potrei quindi definirmi francese! Scherzi a parte, ho sempre amato la cultura, la lingua, il modo di pensare e anche l’eredità spirituale di questo grande Paese che è la Francia, e dei suoi abitanti, che noi italiani chiamiamo “cugini dall’altra parte delle Alpi”. Ecco perché voglio dedicare un articolo a una grande donna francese: Madeleine Delbrêl.
Madeleine, proprio come Dorothy Day —con cui è stata spesso paragonata— e Flannery O'Connor, non era una suora, né una fondatrice né una teologa, bensì una donna laica, artista e attivista immersa in realtà difficili, che ha trovato la sua missione (e Dio) per strada, letteralmente: la strada, con le sue “periferie esistenziali”, era il suo “territorio del diavolo”, quel luogo in cui, come direbbe O’Connor, la grazia irrompe dove meno te lo aspetti.
Madeleine mi ha spesso accompagnato con le sue riflessioni, che trovano eco nel messaggio degli ultimi due papi. Per questo, in questo articolo vorrei condividere alcuni suoi brani, accompagnando la sua storia con i versi di “Dio è morto”, del grande Francesco Guccini.
Dio è morto…
Mi è stato detto che la mia generazione non crede più in ciò che spesso è stato mascherato da fede, nei miti eterni della patria o dell’eroe.
Perché è giunto il momento di rifiutare tutto ciò che è falso: le credenze fondate sulla tradizione e sulla paura, una politica che non è altro che un modo per fare carriera, l’ipocrisia di convenienza, la dignità vuota, l’ipocrisia di chi ha sempre ragione e non sbaglia mai…
E un dio che è morto. Nei campi di sterminio, Dio è morto. Con i miti della razza, Dio è morto. Con gli odi di parte, Dio è morto. (F. Guccini)
Madeleine Delbrêl nacque il 24 ottobre 1904 a Mussidan, in Francia, in una famiglia che oggi definiremmo “disfunzionale”. Suo padre, Jules, era capostazione, un intellettuale frustrato, anticlericale, orgoglioso e irascibile, che cambiava spesso lavoro, costringendo la famiglia a trasferirsi continuamente. Sua madre, Lucile, era l’esatto contrario: conformista, convenzionale e di famiglia borghese.
Le tensioni familiari ebbero un forte impatto sulla giovane Madeleine, la quale, influenzata dal padre e da un ambiente opprimente, trovò rifugio nel mondo intellettuale della capitale quando la famiglia si trasferì a Parigi. All’età di quindici anni si dichiarò “rigorosamente atea”, arrivando a scrivere, due anni dopo: “Dio è morto, viva la morte”.
Ma “il deserto popolato che chiamano Parigi” (come viene definito ne “La Traviata”), dove Madeleine studiò filosofia e arte alla Sorbona, conciliando gli studi con la poesia (nel 1926 vinse il Premio Sully Prudhomme dell’Accademia di Francia), il pianoforte e l’anticonformismo di uno spirito libero, le aveva riservato qualcosa di più: due “felici incontri”.
Il primo fu Jean Maydieu, di cui si innamorò. Profondamente cristiano, nel 1924 la lasciò per entrare nel noviziato dei gesuiti. La reazione di Madeleine fu di profonda disperazione. Tuttavia, un dubbio cominciò a farsi strada dentro di lei: provava un profondo rispetto per Jean, erano uniti da un percorso intellettuale e sapeva che lui non poteva essere impazzito. E così iniziò a leggere, a cercare, finché anche per lei giunse il secondo incontro, l’incontro con Dio, che non era più, come lei stessa dichiarò, un’ipotesi da confutare, ma una Presenza che la travolse.
Ai lati delle strade
Ho visto persone della mia età allontanarsi lungo sentieri che non portano mai da nessuna parte, alla ricerca del sogno che conduce alla follia, alla ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che già possiedono, nelle notti intrise di vino, lungo sentieri trasformati dalle pillole, tra le nuvole di fumo di un mondo fatto di città, rifiutandosi di inghiottire la nostra stanca civiltà. E un dio che è morto. Ai margini delle strade, Dio è morto. (Guccini).
Dopo la sua conversione, Madeleine avvertì un bisogno fondamentale che divenne il fulcro della sua vita, come lei stessa scrisse:
Ci è stato spiegato chiaramente che sulla terra dobbiamo amare Dio. E affinché non abbiamo dubbi, né pensiamo di non sapere da dove cominciare, Gesù ci ha detto che l’unico modo, l’unica ricetta, l’unica via è amarci gli uni gli altri. Forse ci basterà raggiungere un’umiltà straordinaria, o una povertà insuperabile, o un’obbedienza imperturbabile, una purezza incrollabile; ma se quell’umiltà, quella povertà, quella purezza e quell’obbedienza non ci hanno portato a scoprire la bontà, se chi vive nella nostra casa, per strada, nella nostra città, continua a soffrire la fame e il freddo, se inoltre continua a sentirsi solo, forse saremo degli eroi, ma non saremo tra coloro che amano Dio.
Nel 1933 si trasferì, insieme ad alcune compagne, a Ivry-sur-Seine, nella periferia operaia di Parigi, un quartiere industriale e di lotta di classe governato da un consiglio comunale comunista. Studiò per diventare assistente sociale e fu assunta proprio da quella stessa amministrazione anticlericale, che la stimava enormemente. La sua casa in rue Raspail divenne un luogo di accoglienza per i poveri, i senza tetto e, durante la Resistenza, per ebrei e rifugiati.
Visse così, alla periferia di Ivry, fino al 13 ottobre 1964, quando morì a causa di un’improvvisa emorragia cerebrale. Stava lavorando alla sua scrivania.
Nel 2018, il Papa Francesco gli ha conferito il titolo di Venerabile.
Dio è risorto
Ma credo che la mia generazione sia pronta per un mondo nuovo e una speranza appena nata, per un futuro che ha già nelle sue mani; per una ribellione senza armi, perché sappiamo già tutti che, se Dio muore, è solo per tre giorni e poi risorge. In ciò in cui crediamo, Dio è risorto. In ciò che desideriamo, Dio è risorto. Nel mondo che costruiremo, Dio è risorto (F. Guccini)
La spiritualità di Madeleine è permeata di misticismo e pragmatismo. I suoi scritti sono raccolti in diversi volumi, tra cui “La joie de croire” (“La gioia di credere”) e “Nous autres, gens des rues” (“Noi, la gente della strada”): la carità e l’intelligenza di una donna che sapeva che la vera devozione si vive ogni giorno nel lavoro, nelle relazioni e nel rispetto di sé stessi e degli altri.
Scrivi, ad esempio:
Un cristiano non può amare Dio senza amare l’umanità; e non si può amare l’umanità senza amare tutti gli uomini; inoltre, non si possono amare tutti gli uomini senza amare coloro che si conoscono, ma con un amore concreto, con un amore attivo. Questa è l’unica legge del bene e del male, la legge che permette all’umanità di scegliere tra il bene e il male.
Oppure:
Apriamo il nostro cuore alle piccole solitudini della giornata. Perché le nostre piccole solitudini sono grandi, emozionanti e sante, proprio come tutti i deserti del mondo; esse, che sono abitate da Dio stesso, il Dio che santifica la solitudine.
La solitudine dell’asfalto nero che separa la nostra casa dalla fermata del tram; la solitudine dei lunghi corridoi lungo i quali scorre il flusso continuo di tutte le vite che si dirigono verso un nuovo giorno; la solitudine della cucina davanti alla pentola di legumi; le piccole solitudini delle scale che si salgono e si scendono cento volte al giorno; la solitudine delle lunghe ore dedicate a lavare i panni, a rammendare e a stirare.
Solitudini che potremmo temere e che svuotano il nostro cuore: persone care che se ne vanno e che vorremmo avere al nostro fianco; amici che aspettiamo e che non arrivano; cose che vorremmo dire e che nessuno ascolta; la sensazione di estraneità che proviamo nel nostro cuore in mezzo agli uomini.
In ognuno di noi c'è qualcosa che nessuno potrà mai comprendere. Quel qualcosa è la causa stessa della nostra solitudine, della solitudine che ci è innata. È questa solitudine primitiva che dobbiamo accettare prima di tutto.
Ci sono diversi modi per non accettarla. Per alcuni sarà il chiudersi in se stessi, il silenzio (ma non quello positivo), il classico atteggiamento dell«»incompreso». Per altri sarà, al contrario, l’impegno a spiegarselo a se stessi o, più spesso, a far comprendere fino alla più minima sfumatura del proprio modo di pensare. In entrambi i casi, ciascuno si cristallizzerà, sia nel silenzio che nella parola, il che darà l’impressione di una discordanza; in realtà, è una nota di noi stessi che nessun orecchio umano potrà mai comprendere.
Il giorno in cui comprenderemo che il divario insormontabile tra noi e gli altri è — attraverso tutti gli amori, tutte le influenze, tutte le prove — il luogo di ciò che ci rende ciò che siamo; quando avremo compreso che è proprio in quel luogo che Dio ci parla chiamandoci per nome, avremo compiuto il grande cambiamento che trasforma la solitudine negativa in una solitudine benedetta.
E concludo con un altro suo testo che, per me, è monumentale:
A volte, nel corso della giornata, attendiamo con trepidazione le passioni, le grandi passioni…
Quelli saranno chiamati eroi, ed è per questo che vale la pena sacrificare la propria vita…
Arrivano invece le prove di pazienza.
La pazienza, quelle briciole di passione, il cui scopo è ucciderci lentamente per la tua gloria, o Dio, ucciderci senza la nostra gloria.
Fin dalle prime ore del mattino ci si presentano: sono i nostri nervi, troppo tesi o troppo lenti; è l’autobus che passa affollatissimo, il latte che si rovescia, gli spazzacamini che arrivano, i bambini che rovinano tutto.
Sono gli ospiti che nostro marito porta a casa e quell’amico che, proprio lui, non viene; è il telefono che non smette di squillare; sono coloro che amiamo e che ormai non ci amano più.
È il desiderio di tacere e il bisogno di parlare,
È la voglia di parlare e il bisogno di tacere;
è il desiderio di uscire quando siamo chiusi in casa,
è restare a casa quando bisognerebbe uscire;
è il marito su cui vorremmo poter contare
e che diventa il più fragile tra i bambini;
è il disgusto che ci suscita la nostra vita quotidiana,
è il desiderio febbrile di ciò che non ci appartiene.
Ecco come arrivano le nostre prove: in file serrate o in fila indiana, e si dimenticano sempre di dirci che sono il calvario che ci aspetta.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando —
per dedicare la nostra vita — un’occasione che ne valga davvero la pena.
Perché abbiamo dimenticato che, proprio come ci sono i rami
che vengono distrutte dal fuoco, ma ci sono anche tavole che
i gradini si consumano lentamente e finiscono per trasformarsi in segatura.
Perché abbiamo dimenticato che, sebbene ci siano fili di lana
tagliati alla radice dalle forbici, ci sono fili di maglia che, giorno
giorno dopo giorno, si consumano sulle spalle di chi li indossa.
Ogni redenzione è un martirio, ma non tutti i martiri sono sanguinosi:
ci sono alcuni che si sbriciolano da un capo all’altro della vita.





