Il discorso di Papa Leone XIV dinanzi alle Cortes spagnole ha riacceso la storica controversia tra la concezione naturalista e il collettivismo nelle aule scolastiche, mettendo in luce le asimmetrie del modello di accordo autonomistico.
Fin dagli albori della filosofia greca, il concetto di “oikos” —la casa o il nucleo familiare— è stato il pilastro fondamentale su cui si costruisce e si sostiene la struttura della “polis”.
Lungi dall’essere un semplice nucleo affettivo, la famiglia era originariamente intesa come la cellula fondamentale della società e dell’economia. Tuttavia, il modo di interpretare il suo ruolo ha storicamente diviso i pensatori in due correnti contrapposte che risuonano ancora con forza nel dibattito politico contemporaneo.
Lo scontro tra due visioni storiche
Da un lato, Aristotele sosteneva nella sua opera “Politica” una visione naturalistica, definendo la famiglia come la prima comunità creata per la sopravvivenza quotidiana, essendo l'unione di queste comunità l'origine organica della società. Una visione del mondo che si allinea saldamente ai principi di una società democratica.
D’altra parte, Platone incarnava ne “La Repubblica” una visione utilitaristica e collettiva, proponendo di abolire la famiglia tradizionale per i governanti e i guardiani con la motivazione che i legami privati generavano egoismo. La sua alternativa era un’educazione comunitaria gestita dallo Stato.
A giudizio di diversi analisti, questa prospettiva platonica prefigura la logica dei regimi totalitari e autoritari —come quelli di stampo marxista—, in cui l’individuo e la sua famiglia sono subordinati al controllo assoluto dell’apparato statale. Come contrappunto storico, è degna di nota l’atteggiamento di molti degli Stati che hanno subito l’occupazione sovietica, i quali oggi danno priorità al finanziamento di progetti educativi promossi da gruppi di famiglie per renderli realtà.
Il ruolo della scuola e la sussidiarietà
Il buon senso ci dice che una famiglia completamente isolata non può garantire il pieno sviluppo dei propri membri, limitando la loro dignità umana rinchiudendoli in un ambiente restrittivo. Esiste un consenso millenario sul fatto che la famiglia sia la cellula vitale della società, conferendo ai genitori il diritto fondamentale e la responsabilità ineludibile di crescere ed educare i propri figli all’interno del proprio nucleo affettivo.
Tuttavia, data la complessità del mondo contemporaneo, risulta praticamente impossibile che una singola famiglia, isolata, possa garantire da sola una formazione accademica, sociopolitica e religiosa di qualità. È da questa realtà che deriva l’obbligo scolastico fino ai 16 anni e la necessità di istituti scolastici con diversi orientamenti ideologici – nel rispetto della Costituzione –, concepiti come uno strumento di sostegno e non di sostituzione.
In questo delicato equilibrio trova applicazione il principio di sussidiarietà, secondo cui le questioni devono essere risolte dall’autorità più vicina e competente prima di essere delegate a istanze superiori. Questo principio opera su due livelli:
- Lato negativo: impedisce alle istanze superiori di intervenire negli affari di quelle inferiori se queste ultime sono autosufficienti, frenando così il centralismo soffocante.
- Aspetto positivo: obbliga lo Stato a intervenire e a fornire assistenza ai livelli inferiori quando questi si trovano sopraffatti dalla situazione.
Trasponendo questo principio nell’ambito educativo, la premessa è categorica: l’educazione dei figli «è di competenza» della famiglia. Sono i genitori ad avere il dovere e il diritto di scegliere l’istruzione dei propri figli, purché venga rispettata la dignità del minore. Lo Stato, pertanto, non deve indottrinare né sostituirsi alla famiglia, ma fornire l’aiuto necessario laddove le capacità della famiglia risultino insufficienti.
Come disse Papa Leone nel suo citato discorso:»La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità »in cui si impara la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e sentirsi parte di qualcosa».
Il divario tra le regioni e la sfida della libertà di scelta
Nel suo storico discorso, il Pontefice ha posto l’accento sulle istituzioni pubbliche e private come alleate strategiche delle famiglie, ricordando che il resto del programma didattico deve essere fornito da entrambe le entità, dotate di principi propri. Tale collaborazione richiede il rigoroso rispetto del “diritto primario e inalienabile” dei genitori di scegliere il tipo di istruzione coerente con le proprie convinzioni, un diritto tutelato a livello internazionale dall’articolo 18, paragrafo 4, del Patto internazionale sui diritti civili e politici (19 dicembre 1966, ratificato dalla Spagna nel 1977).
Nonostante questo quadro giuridico, la realtà sul territorio spagnolo presenta profonde asimmetrie. Attualmente, esistono Comunità Autonome in cui i genitori non possono esercitare efficacemente questa libertà a causa di ostacoli economici. Non disponendo nelle loro città di scuole convenzionate in linea con i propri principi, le famiglie sono costrette a ricorrere all’istruzione privata, trasformando un diritto fondamentale in un privilegio a pagamento; oppure ad accontentarsi di opzioni offerte con cui non si sentono a proprio agio.
L’ovazione di oltre sette minuti che i deputati hanno riservato al Pontefice nell’aula parlamentare lascia un sapore agrodolce. Sebbene sia probabile che gran parte degli applausi non sostenesse il contenuto di questa posizione sulla libertà educativa, il gesto politico lascia intravedere la speranza che le forze legislative colgano le parole del Pontefice come un invito al dialogo, mettendo da parte le critiche e riuscendo così a raggiungere accordi per il bene comune, come ad esempio la tutela effettiva della sovranità delle famiglie in ambito educativo.





