Cultura

“Sembra quasi che la modernità si sia soffocata con l’arte religiosa”

La pittrice e scultrice Matilde Olivera riflette su come ogni forma d’arte, anche quella profana, possa trasformarsi in preghiera.

Javier García Herrería-1° agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti
arte sacra

Matilde Olivera all’Osservatorio dell’Invisibile, a El Escorial. Foto: Lupe de la Vallina

Se secoli fa l’arte religiosa era una delle espressioni predominanti, oggi è diventata quasi una nicchia. Solleva interrogativi su come affrontare i temi sacri da una prospettiva moderna senza cadere in eccessi incomprensibili o, d’altra parte, fuori dal tempo. Matilde Olivera (Madrid, 1987) è una pittrice e scultrice che ha realizzato opere religiose, oltre a un numero considerevole di opere prive di questa connotazione. È un’artista che sa il fatto suo e che si preoccupa di conferire un significato profondo alla propria arte. 

Qualche giorno fa Matilde Olivera ha tenuto uno dei laboratori presso il Osservatorio dell'invisibile, di Javier Viver. Laureata in Belle Arti presso l’Università Complutense di Madrid e con studi di filosofia e teologia presso l’Università Ecclesiastica di San Dámaso, Matilde ha completato la sua formazione presso alcune accademie d’arte di Firenze.

Le sue opere sono esposte nel Santuario di Fatima, nel Palazzo Los Serrano di Ávila, presso la Fondazione Banco Santander di Madrid, nonché in diverse parrocchie (in particolare nella sua, San Juan Crisóstomo, a Madrid), scuole, musei e altre istituzioni. 

I progetti su commissione di arte sacra costituiscono una parte importante del suo lavoro. E nella sua opera di carattere più personale cerca non tanto di riprodurre esattamente ciò che vede, quanto piuttosto di “cogliere l’essenza che traspare dalle forme, trovare il vero carattere di ogni motivo”, per dirla con le parole di Rodin. A tal fine utilizza linguaggi provenienti sia dal mondo della figurazione che da quello dell’astrazione e si avvale sia della pittura che della scultura.

Secoli fa era la Chiesa a dettare lo stile artistico delle proprie costruzioni. Non si è forse persa in un certo senso quella modernità, a favore di formule classiche o talmente all’avanguardia da farne perdere il significato?

–Sì, credo che si sia verificato un po’ un eccesso in entrambi i sensi. È come se la Chiesa avesse perso il filo in questo ambito, e si trovasse spaesata e senza sapere cosa fare. Perché, da un lato, ha il complesso di voler essere al passo con i tempi, di voler abbracciare gli artisti contemporanei, di abbracciare ciò che si fa in questo momento.

Cosa succede? Che gran parte di quella che è stata la deriva dell’arte contemporanea si allontana, nei principi filosofici, dal messaggio evangelico. E, a mio avviso, i due sono in pieno contrasto. Una banana incollata al muro, ad esempio, non può mai essere un mezzo… Mai, per quanto mi è dato di capire. Ci sono certi linguaggi e certe forme artistiche che si scontrano, nel concetto e nell’essenza, con il Vangelo e con una concezione antropologica cristiana. E anche con ciò che è l’arte.

E allora…

–Sono in molti a ritenere che, in effetti, ciò non sia adatto alla realizzazione di arte sacra, e quindi optano per ciò che conoscono e realizzano remake, banali rivisitazioni di stili del passato. Non ha senso realizzare sculture del XVIII secolo o imitazioni del XVIII secolo nel bel mezzo del XXI secolo. È come se il moderno si fosse bloccato. L’unico che è riuscito a superare questo blocco, almeno in architettura, è stato Gaudí, che rappresenta un esempio davvero paradigmatico.

Ci sono anche casi davvero singolari che fanno eccezione nelle arti figurative in generale, nella pittura, nella scultura. Persone che hanno saputo portare avanti la tradizione e, tuttavia, essere figli del proprio tempo. Questa è la mia aspirazione.

Non so se ci riuscirò o meno, ma è proprio quella la direzione verso cui ho intuito che si debba andare. Che ci sia spazio per essere figli del proprio tempo, per fare cose che non siano una semplice imitazione di stili del passato, ma che allo stesso tempo mantengano una tradizione simbolica e iconografica secolare, che trasmetta un messaggio e sia riconoscibile da tutti. 

Non so se sia essenziale, o se sia addirittura necessario, che l’artista che si occupa di opere sacre sia credente. Cosa ne pensa? 

–Non ho un’opinione troppo rigida.

Abbiamo l’esempio di persone dotate di una fede incrollabile e di ottime intenzioni che compiono veri e propri orrori tali da farti perdere la fede. Di fronte a questo, e a un’opera di pregio artistico, ben realizzata, creata da un ateo irriducibile, preferisco la seconda. È evidente che essere credente aiuta, perché devi comprendere ciò che stai facendo e devi metterci un po’ dell’anima.

È assolutamente necessario essere credenti? Forse no, ma è necessario mettersi nei panni di una persona che è credente. È come per un attore: si può interpretare un serial killer senza esserlo. Ci si cala nel ruolo e si assume qualcosa che in principio è del tutto estraneo. Se l’artista è in grado di assumere una fede che non possiede o di arrivare a comprenderla, mi sembra che sia possibile e, anzi, che sia più auspicabile per un buon artista. 

Un artista privo di ego, capace, nel suo ateismo, di accogliere la possibilità di una fede che gli è estranea. Lo preferisco alla persona benintenzionata della parrocchia che realizza qualcosa su misura, di cattivo gusto, kitsch

Le risorse sono quasi sempre scarse, ma non si potrebbe forse pensare che a volte nella Chiesa contemporanea si sia un po’ lesinato sul versante artistico?

–Credo che si tratti di un cambiamento di mentalità molto tipico della nostra epoca. Non attribuiamo più lo stesso valore alle cose a lungo termine. Un tempo ci volevano secoli per costruire una cattedrale e chi la commissionava non la vedeva mai completata, ma a lui non importava. Questo ormai non esiste più. È proprio un cambiamento di mentalità. 

Anche per quanto riguarda i soldi. Probabilmente anche per un complesso e per paura del giudizio altrui. Il parroco di qualsiasi posto pensa che finirà su tutti i giornali perché, invece di dare soldi ai poveri o allestire una mensa, va a spendere non so quanti soldi per realizzare una pala d’altare. Anche per una reale carenza di fondi. Ci sono parrocchie in cui la priorità è prima di tutto riparare le infiltrazioni. Ci sono certe cose che hanno la precedenza. 

Lei si dedica all’arte sacra, ma non solo. Com’è il dialogo con l’arte profana?

–Dipende molto dall’apertura mentale delle persone. In realtà non faccio molta distinzione tra arte sacra e arte profana. Per me è più o meno la stessa cosa. Il modo di affrontare un’opera non differisce realmente nell’esecuzione, nel processo, in tutto. Anche il mio modo di trasformarla in preghiera è lo stesso. Che il mio lavoro sia ciò che offro o che sia per dare maggiore gloria a Dio.

Per me un rilievo raffigurante delle foglie è la stessa cosa di un rilievo raffigurante la Vergine. Poi c’è la differenza a seconda di chi lo contempla e di quale significato vi cerchi chi lo osserva. A livello personale, per me non c’è alcuna differenza.

Qualche collega, a un certo punto, mi ha detto che mi ero dato la zappa sui piedi mettendomi così in evidenza, perché realizzo arte sacra e allo stesso tempo cerco di esporre nelle gallerie. Mi suggeriva che questo sarebbe stato un ostacolo, dato che molte persone non avrebbero voluto avere nulla a che fare con me, perché, diciamo, la punta di diamante dell’avanguardia o del movimento artistico è piuttosto in contrasto con una fede così dichiarata. 

Ma io credo che sia il contrario.

In effetti, proprio il fatto di dire che realizzo statue di vergini e santi mi ha aperto molte porte a livello professionale. Ho fiducia in Dio e nelle commissioni che ricevo, perché è Lui a mandarmele. 

Ha appena detto che prega quando crea un’opera d’arte, e non necessariamente in senso religioso. Prega mentre lavora?

–Beh, in quel preciso istante forse non ne sono consapevole; non sto pensando al fatto che sto pregando, ma è un po’ come diceva Santa Teresa, che Dio si trova tra i pentole. Insomma, se stai preparando da mangiare o stai lavando il pavimento, non importa quale attività umana tu stia svolgendo: ciò che conta è l’amore e l’intenzione che ci metti.

Poi vai a Messa e offri a Dio tutto ciò che hai fatto durante la giornata. Questo fa parte della tua vita di preghiera, in un modo non proprio consapevole, come dire “sto meditando mentre dipingo”. No, mentre dipingo sto pensando a quale colore devo usare. Sto trasformando il lavoro in preghiera. Ecco perché per me non fa differenza se si tratta dell’una o dell’altra cosa.

Newsletter La Brújula Lasciateci la vostra e-mail e riceverete ogni settimana le ultime notizie curate con un punto di vista cattolico.