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Diritti umani: radici cristiane e sfida contemporanea

Ogni fondamentalismo - religioso o ideologico - è incompatibile con l'effettivo riconoscimento della dignità e dei diritti della persona, perché nasce dal rifiuto di affrontare la complessità della realtà e genera esclusione.

Gerardo Ferrara-17 aprile 2026-Tempo di lettura: 6 minuti
Diritti umani

"Ogni essere umano ha dei diritti" (Unsplash / Markus Spiske)

Voglio chiarire che questo argomento mi interessa particolarmente: quando ero all'università, ho seguito un intero semestre di una materia dedicata, in arabo, alle dichiarazioni islamiche dei diritti umani.

La recente scomparsa di Jürgen Habermas, che nel suo famoso libro dialogo con Joseph Ratzinger aveva riflettuto sui fondamenti «pre-politici» dello Stato liberale, egli riporta ancora una volta in primo piano una questione decisiva: su quali basi poggiano realmente la laicità e i diritti umani nelle nostre democrazie? In questo dibattito, il filosofo laico ha riconosciuto che le tradizioni religiose possono offrire risorse morali che lo Stato da solo non è in grado di produrre, a condizione che possano essere tradotte in un linguaggio accessibile a tutti nella sfera pubblica. 

In Occidente diamo per scontato che tutti, per il solo fatto di essere esseri umani, abbiano diritti inalienabili, indipendentemente dalla loro classe sociale o dalla loro origine. Tuttavia, è importante ricordare che questa visione non è nata dal nulla, ma affonda le sue radici nella tradizione cristiana.

Libertà e persona nell'eredità cristiana

Il grande filosofo tedesco Georg Hegel, nella sua opera “Introduzione alla storia della filosofia”, afferma: “Né i Greci, né i Romani, né gli Asiatici sapevano che l'uomo, in quanto uomo, nasce libero: non conoscevano questo concetto. Sapevano che un ateniese, un cittadino romano, un ‘ingenuus’, è libero: che la libertà è concessa e non è schiavitù. Tuttavia, non sapevano che l'uomo è libero in quanto uomo - cioè l'uomo universale, l'uomo come concepito dal pensiero e come percepito nel pensiero. È stato il cristianesimo a portare la dottrina che davanti a Dio tutti gli uomini sono liberi”.

Questo porta a un cambiamento di paradigma: la dignità della persona non dipende più dalla nascita, dallo status o dall'educazione, ma dal semplice fatto di essere stata creata a immagine di Dio. Per questo motivo, per autori come Marcello Pera, la cultura dei diritti umani in Occidente si basa su una scelta morale di origine cristiana: una legge morale anteriore alla legge positiva, che è alla base dell'uguaglianza e dell'inviolabilità dei diritti fondamentali.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda inoltre che la libertà ha il suo fondamento nella ragione e nella volontà e che ogni persona, in quanto immagine di Dio, ha il diritto naturale di essere riconosciuta come libera e responsabile. Il diritto di esercitare la libertà, specialmente nella sfera morale e religiosa, deve quindi essere riconosciuto e protetto anche nella sfera civile, nei limiti del bene comune.

Tradizione« nel cristianesimo

Come si è evoluta l'idea di libertà e di diritti umani nel pensiero cristiano e in quello islamico? In modo diverso, perché si tratta di due sistemi di pensiero diversi, a partire dall'idea di Dio, dai suoi attributi e dall'interpretazione dei testi sacri.

Le diverse concezioni della libertà possono essere attribuite sia alla teologia sia ai limiti imposti dall'interpretazione dei testi sacri, la Bibbia e il Corano.

Nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, la costituzione “Dei Verbum” afferma che se Dio è l'autore del corpus dei testi sacri, coloro che hanno scritto quei testi erano uomini ispirati da Dio, con i loro limiti storici e culturali.

Pertanto, la Scrittura non deve essere intesa come dettata direttamente da Dio, ma deve essere interpretata «criticamente», attraverso un'ermeneutica basata su molteplici discipline: il metodo storico-critico, l'analisi linguistica, testuale, comparativa, ecc.

Fede e ragione, religione e scienza, rivelazione e tradizione vanno di pari passo e permettono ai fedeli di assimilare gli insegnamenti divini attraverso il sigillo della tradizione apostolica e della dottrina della Chiesa. La famosa frase «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio», pronunciata da Gesù e riportata nei Vangeli, è, per così dire, la base della cosiddetta separazione dei poteri nel cristianesimo.

La visione islamica

Nell'Islam non esiste questa separazione: c'è un'unione indissolubile tra potere divino e autorità temporale. Infatti, il lavoro costruttivo di derivazione della «legge», del «diritto» (in arabo “shari'a”), sia religioso che laico, si basa su quattro fonti (il Corano, la sunna, il qiyās e l'iǧmā‛) ed è chiamato “iǧtihād” (da ǧ-h-d, la stessa radice del termine “ǧihād”). Questo sforzo, una vera e propria elaborazione del diritto positivo islamico, basata però su una parola «rivelata», durò fino al X secolo, quando si formarono le scuole giuridiche (“maḍhab”), dopo le quali «le porte dell'iǧtihād‘ sono considerate ufficialmente chiuse. Da allora prevale l'idea che non si debbano più introdurre innovazioni (’bid‛a»).

Correnti rigoriste, come il wahhabismo e il salafismo, insistono sul ritorno all«»età dell'oro“ dei pii antenati (”salaf"), in particolare al modello di Medina e dei primi califfi. È vero che il mondo islamico è molto variegato, con scuole e interpretazioni diverse, ma l'idea che la legge rivelata abbia il primato sulla legislazione statale rimane comune. 

La visione dell'essere umano: la base del discorso sui diritti umani

Come abbiamo visto, il concetto di «diritto umano» si basa sulla cosiddetta legge naturale, che in Occidente è stata riconosciuta attraverso la prospettiva morale del cristianesimo. 

Hegel sottolinea che, per il cristianesimo, l'individuo ha un valore infinito perché è oggetto dell'amore di Dio ed è destinato alla massima libertà nel suo rapporto con Dio.

Ciò significa che la libertà umana ha un'origine, una causa e un obiettivo: essere come Dio nella relazione con Lui, una relazione che si approfondisce nel corso della vita e che rende il senso dell'esistenza scopribile, non inventato.

Autori come Vladimir Soloviev sottolineano che nell'Islam classico non troviamo, al contrario, un ideale di «divinità», cioè di perfetta unione dell'uomo con Dio. L'accento è piuttosto posto sulla sottomissione a Dio e sull'osservanza dei comandamenti che definiscono la vita religiosa dall'esterno. 

Fondamentalismi cristiani

Mentre alcuni accusano di fondamentalismo religioso solo i musulmani, è bene ricordare che correnti e gruppi fondamentalisti esistono anche in ambito cristiano. In questi contesti, la Bibbia (soprattutto l'Antico Testamento) viene letta in modo rigido e letterale, senza il filtro della Tradizione viva della Chiesa, del magistero e del metodo critico esegetico adottato dalla Chiesa cattolica. 

Alcune forme di fondamentalismo cristiano tendono a rifiutare la distinzione tra Chiesa e Stato, a diffidare dei moderni diritti umani e a ridurre il Vangelo a un codice giuridico da imporre alla società attraverso il potere politico. Ciò oscura la visione della persona - libera, responsabile e capace di dialogo - che è uno dei frutti più preziosi della tradizione cristiana.

Il magistero recente, a partire dal Concilio Vaticano II, ha preso chiaramente le distanze da ogni uso ideologico del cristianesimo e da ogni forma di violenza perpetrata in nome di Dio, riaffermando il primato della coscienza, della libertà religiosa e il rifiuto di ogni coercizione in materia di fede.

Dichiarazioni di diritti: l'ONU e il mondo islamico

Queste differenze teologiche e antropologiche hanno avuto conseguenze concrete. Paradossalmente - ma non così paradossalmente - la visione cristiana ha contribuito a far nascere il moderno Stato liberale e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948), in cui il fondamento del diritto è l'uomo stesso e la legge naturale è interpretata da una prospettiva laica. 

Nel mondo islamico, invece, la Dichiarazione delle Nazioni Unite è stata spesso vista come espressione di una tradizione giudeo-cristiana secolarizzata e quindi non pienamente accettabile. Il diplomatico Sa'id Rajaie Khorasani (rappresentante della Repubblica Islamica dell'Iran presso le Nazioni Unite) l'ha definita, ad esempio, «un'interpretazione secolare della tradizione giudaico-cristiana». 

Sono nate così diverse «dichiarazioni islamiche» dei diritti: la Dichiarazione islamica dei diritti umani (1981), la Dichiarazione del Cairo (1990) e la Carta araba dei diritti umani (1984). In tutti questi testi, i diritti fanno esplicito riferimento alla legge divina islamica: è Dio, attraverso il Corano e la Sharia, l'unico legislatore supremo delle relazioni tra gli individui. 

Di conseguenza, la legge religiosa prevale su quella secolare e nessun musulmano dovrebbe essere costretto a violare la Sharia; anzi, potrebbe sentirsi autorizzato a ignorare le leggi statali che la contraddicono. In pratica, la portata dei diritti è diversa da quella intesa da una prospettiva occidentale. 

Alcuni punti critici

Le dichiarazioni islamiche presentano una serie di punti problematici rispetto al concetto occidentale di diritti umani universali. Tra questi vi sono:

  • Mancanza di piena uguaglianza tra uomini e donne: nei codici di famiglia di tutti i Paesi musulmani, gli uomini godono di vantaggi in materia di eredità, custodia dei figli, ripudio e testimonianza. 
  • Negazione del diritto all'apostasia: passare dall'Islam a un'altra religione rimane un reato molto grave, talvolta punibile con la morte.
  • Libertà religiosa limitata: i musulmani possono professare e manifestare pubblicamente la loro fede, mentre le restrizioni per le altre religioni possono essere molto severe. 
  • Libertà condizionata di pensiero e di espressione: sebbene esista un margine di libertà, lo Stato può limitarla o controllarla se è considerata pericolosa per la sicurezza della comunità, controllando i media e i social network (come avviene in Iran). 

Questi elementi mostrano come la rivendicazione dell'universalità dei diritti sia, di fatto, riformulata alla luce del diritto religioso.

Una sfida per il dialogo

In conclusione, ogni fondamentalismo - religioso o ideologico - è incompatibile con l'effettivo riconoscimento della dignità e dei diritti della persona, perché nasce dal rifiuto di affrontare la complessità della realtà e genera esclusione, se non violenza. 

E quel corso all'università, insieme alle mie esperienze di vita, mi ha insegnato che chiunque abbia a cuore i diritti umani deve combattere il fondamentalismo, innanzitutto all'interno della propria tradizione.

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