Vaticano

Le finanze vaticane, i bilanci dello IOR e dell'Obbligo di San Pietro

Esiste un legame intrinseco tra i bilanci degli Oblati di San Pietro e l'Istituto per le opere di religione.

Andrea Gagliarducci-12 luglio 2024-Tempo di lettura: 4 minuti

Esiste una stretta relazione tra la dichiarazione annuale della Obolo di San Pietro e il bilancio dell'Istituto delle Opere di Religione, la cosiddetta "banca vaticana". Perché l'obolo è destinato alla carità del Papa, ma questa carità si esprime anche nel sostegno alla struttura della Curia romana, un immenso "bilancio missionario" che ha spese ma non tante entrate, e che deve continuare a pagare gli stipendi. E perché lo IOR, da qualche tempo, contribuisce volontariamente con i suoi utili proprio al Papa, e questi utili servono ad alleggerire il bilancio della Santa Sede. 

Da anni lo IOR non ha più gli stessi profitti del passato, per cui la quota destinata al Papa è diminuita nel corso degli anni. La stessa situazione vale per l'Obolo, le cui entrate sono diminuite nel corso degli anni e che ha dovuto affrontare anche questa diminuzione del sostegno dello IOR. Tanto che nel 2022 ha dovuto raddoppiare le sue entrate con una generale dismissione di beni.

Ecco perché i due bilanci, pubblicati il mese scorso, sono in qualche modo collegati. Dopo tutto, il Le finanze del Vaticano sono sempre stati collegati e tutto contribuisce ad aiutare la missione del Papa. 

Ma analizziamo i due bilanci più in dettaglio.

Il globo di San Pietro

Lo scorso 29 giugno gli Oblati di San Pietro hanno presentato il loro bilancio annuale. Le entrate sono state di 52 milioni, ma le spese sono state di 103,4 milioni, di cui 90 milioni per la missione apostolica del Santo Padre. Nella missione sono incluse le spese della Curia, che ammontano a 370,4 milioni. L'Obbligo contribuisce quindi con 24% al bilancio della Curia. 

Solo 13 milioni sono andati in beneficenza, a cui però vanno aggiunte le donazioni di Papa Francesco attraverso altri dicasteri della Santa Sede per un totale di 32 milioni, di cui 8 in beneficenza. finanziato direttamente dall'Obolo.

In sintesi, tra il Fondo Obolo e i fondi dei dicasteri parzialmente finanziati dall'Obolo, la carità del Papa ha finanziato 236 progetti, per un totale di 45 milioni. Tuttavia, il bilancio merita alcune osservazioni.

È questo il vero uso dell'Obbligo di San Pietro, che spesso viene associato alla carità del Papa? Sì, perché lo scopo stesso dell'Obbligo è quello di sostenere la missione della Chiesa, ed è stato definito in termini moderni nel 1870, dopo che la Santa Sede ha perso lo Stato Pontificio e non aveva più entrate per far funzionare la macchina.

Detto questo, è interessante che il bilancio degli Oblati possa essere dedotto anche dal bilancio della Curia. Dei 370,4 milioni di fondi preventivati, il 38,9% è destinato alle Chiese locali in difficoltà e in contesti specifici di evangelizzazione, per un totale di 144,2 milioni.

I fondi per il culto e l'evangelizzazione ammontano a 48,4 milioni, pari al 13,1%.

La diffusione del messaggio, cioè l'intero settore della comunicazione vaticana, rappresenta il 12,1% del bilancio, con un totale di 44,8 milioni.

37 milioni di euro (10,9% del bilancio) sono andati a sostegno delle nunziature apostoliche, mentre 31,9 milioni (8,6% del totale) sono stati destinati al servizio della carità - proprio i soldi donati da Papa Francesco attraverso i dicasteri -, 20,3 milioni all'organizzazione della vita ecclesiale, 17,4 milioni al patrimonio storico, 10,2 milioni alle istituzioni accademiche, 6,8 milioni allo sviluppo umano, 4,2 milioni a Educazione, Scienza e Cultura e 5,2 milioni a Vita e Famiglia.

Le entrate, come già detto, ammontano a 52 milioni di euro, di cui 48,4 milioni di euro sono donazioni. L'anno scorso le donazioni sono diminuite (43,5 milioni di euro), ma le entrate, grazie alla vendita di immobili, sono state pari a 107 milioni di euro. È interessante notare che ci sono 3,6 milioni di euro di entrate derivanti da rendite finanziarie.

In termini di donazioni, 31,2 milioni provengono dalla raccolta diretta delle diocesi, 21 milioni da donatori privati, 13,9 milioni da fondazioni e 1,2 milioni da ordini religiosi.

I principali Paesi donatori sono gli Stati Uniti (13,6 milioni), l'Italia (3,1 milioni), il Brasile (1,9 milioni), la Germania e la Corea del Sud (1,3 milioni), la Francia (1,6 milioni), il Messico e l'Irlanda (0,9 milioni), la Repubblica Ceca e la Spagna (0,8 milioni).

Il bilancio dello IOR

Il IOR 13 milioni di euro alla Santa Sede, a fronte di un utile netto di 30,6 milioni di euro.

I profitti rappresentano un miglioramento significativo rispetto ai 29,6 milioni di euro del 2022. Tuttavia, le cifre vanno confrontate: si va dagli 86,6 milioni di utili dichiarati nel 2012 - che quadruplicano quelli dell'anno precedente - ai 66,9 milioni del rapporto 2013, ai 69,3 milioni del rapporto 2014, ai 16,1 milioni del rapporto 2015, ai 33 milioni del rapporto 2016 e ai 31,9 milioni del rapporto 2017, fino ai 17,5 milioni del 2018.

Il rapporto 2019, invece, quantifica i profitti in 38 milioni, anch'essi attribuiti al mercato favorevole.

Nel 2020, anno della crisi del COVID, l'utile è stato leggermente inferiore, pari a 36,4 milioni.

Ma nel primo anno post-pandemia, un 2021 non ancora influenzato dalla guerra in Ucraina, il trend è tornato negativo, con un profitto di soli 18,1 milioni di euro, e solo nel 2022 si è tornati alla barriera dei 30 milioni.

Il rapporto IOR 2023 parla di 107 dipendenti e 12.361 clienti, ma anche di un aumento dei depositi della clientela: +4% a 5,4 miliardi di euro. Il numero di clienti continua a diminuire (12.759 nel 2022, addirittura 14.519 nel 2021), ma questa volta diminuisce anche il numero di dipendenti: 117 nel 2022, 107 nel 2023.

Continua quindi il trend negativo della clientela, che deve far riflettere, considerando che lo screening dei conti ritenuti non compatibili con la missione dello IOR è stato completato da tempo.

Ora, anche lo IOR è chiamato a partecipare alla riforma delle finanze vaticane voluta da Papa Francesco. 

Jean-Baptiste de Franssu, presidente del Consiglio di Sovrintendenza, sottolinea nella sua lettera di gestione i numerosi riconoscimenti che lo IOR ha ricevuto per il suo lavoro a favore della trasparenza nell'ultimo decennio, e annuncia: "L'Istituto, sotto la supervisione dell'Autorità di Vigilanza e Informazione Finanziaria (ASIF), è quindi pronto a fare la sua parte nel processo di centralizzazione di tutti i beni vaticani, in conformità con le istruzioni del Santo Padre e tenendo conto degli ultimi sviluppi normativi.

Il team dello IOR è desideroso di collaborare con tutti i dicasteri vaticani, con l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e di lavorare con il Comitato per gli Investimenti per sviluppare ulteriormente i principi etici del FCI (Faith Consistent Investment) in accordo con la dottrina sociale della Chiesa. È fondamentale che il Vaticano sia visto come un punto di riferimento".

L'autoreAndrea Gagliarducci

Vaticano

El Papa agradece las oraciones, y pide a los políticos apoyo a la familia

En una Audiencia recortada por su reciente intervención en el pulmón, pero con los saludos en papamóvil en la Plaza de San Pedro, el Papa León XIV ha recordado este miércoles a todos aquellos con responsabilidades políticas y culturales, que deben contribuir al progreso del matrimonio y de la familia.

Francisco Otamendi-21 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

En una mañana lluviosa en Roma, el Santo Padre León XIV ha retomado las audiencias generales en la Plaza de San Pedro. Antes, ha saludado desde el papamóvil a los treinta mil peregrinos y fieles, incluidos numerosos bebés y niños pequeños que le han acercado al vehículo.

Antes de comenzar la catequesis, el Papa se ha referido a su intervención quirúrgica y a estos días en el Vaticano, y ha dado “las gracias a todos por vuestro apoyo y por vuestras oraciones. Gracias a Dios por su generosidad. Renovemos todos nuestra confianza en la bondad y la misericordia de Dios”.

Por tercera o cuarta vez en unos días, el Pontífice ha subrayado la importancia del matrimonio y la familia, al continuar la catequesis sobre ‘Los documentos del Concilio Vaticano II’, y reflexionar sobre la Constitución Gaudium et spes. El compromiso con la familia en la sociedad actual, con un fragmento de la carta de San Pablo a los Efesios (Ef 5,31-33).

Vida conyugal: entrega recíproca del hombre y la mujer

En síntesis, León XIV ha subrayado en la Corte di giustizia que el Concilio Vaticano II pone de relieve la dignidad natural y el valor sagrado de la vida conyugal.

La entrega recíproca del hombre y la mujer, que los convierte en una sola carne, motiva la exigencia de la plena fidelidad y de la unidad indisoluble de los cónyuges, que encuentra su expresión viva en la procreación y la educación de los hijos, ha señalado en el texto general, y a los fieles franceses.

A los de lengua inglesa les ha señalado en particular que los Padres conciliares reconocieron que el bienestar de todos en la sociedad está estrechamente vinculado a la salud del matrimonio y de la familia, entrando de lleno en “la función social de la familia”.

No sólo atractivo erótico, sino el bien de todo hombre y mujer

Anteriormente, el Papa ha recordado que “el amor conyugal no se limita al atractivo erótico —que también forma parte de él—, sino que abarca toda la voluntad de los esposos, reavivando su afecto y expresándose mediante sentimientos y gestos de ternura (GS, 49). Este amor abarca el bien de toda la persona del hombre y de la mujer, iguales en dignidad; impregna toda la vida de los cónyuges y encuentra expresión en los actos exclusivamente propios del matrimonio”.

Los hijos, “el don más excelente del matrimonio”

Asimismo, ha manifestado que la especial intimidad de los esposos significa el amor integral de persona a persona, favorece el don recíproco y enriquece su mutua alegría, y que la fecundidad del amor conyugal, además, se expresa en la procreación de los hijos, “el don más excelente del matrimonio” (GS, 50). Los esposos se convierten así en ‘cooperadores del amor de Dios Creador y como sus intérpretes’”

Rechazo del aborto y del infanticidio

De ello se sigue, ha proseguido el Santo Padre, que “la vida desde su concepción ha de ser salvaguardada con el máximo cuidado”, rechazando “el aborto y el infanticidio”; y que “los mismos actos propios de la vida conyugal, ordenados según la genuina dignidad humana, deben ser respetados con gran reverencia”.

El Papa León XIV saluda a los peregrinos y fieles desde el papamóvil, el 21 de octubre de 2026 (@Vatican Media).

La familia, escuela del más rico humanismo y fundamento de la sociedad

La enseñanza de la Gaudium et spes sobre la comunidad conyugal y familiar llega así a subrayar la función social de la familia, ha reafirmado el Papa, que define como “escuela del más rico humanismo” y “fundamento de la sociedad” (GS, 52.

En este punto, ha recordado “a todos aquellos que tienen responsabilidades sociales, especialmente en el ámbito político y cultural, el deber de ‘contribuir eficazmente al progreso del matrimonio y de la familia'".

Según el Pontífice, “este compromiso es más urgente que nunca. La Iglesia lo sabe bien, como demuestra la solicitud pastoral de los Papas que se han sucedido después del último Concilio, hasta la doble Asamblea sinodal querida por el Papa Francisco, sobre la que han tratado, los pasados días, los Jefes de las Iglesias Orientales Católicas y los Presidentes de las Conferencias Episcopales”.

Finalmente, León XIV ha rezado para que “la Sagrada Familia de Nazaret nos ilumine en el camino y proteja a las familias de todo el mundo”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Mondo

Mons. Francisco Conesa: “Los jóvenes han roto el silencio impuesto por el laicismo agresivo”

El obispo de Solsona, Francisco Conesa, ha reflexionado sobre la sed de Dios en las XI Jornadas de Actualización Pastoral en la Facultad de Teología de la Universidad de Navarra. “Aunque algunos hablan de “giro católico”, se trata más bien de una “exploración”, que la Iglesia ha de “acoger y acompañar”, ha declarado a Omnes.  

Redazione Omnes-21 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

“La evangelización reclama de nosotros estar atentos para desvelar dónde aparece hoy la sed de Dios. Uno de los lugares donde aflora esta sed es en el deseo de una experiencia espiritual que sea capaz de integrar y dar sentido a la vida”, ha manifestado Monseñor Francisco Conesa, obispo de Solsona, a Omnes, tras su presencia en las XI Jornadas de Actualización Pastoral en la Facultad de Teología de la Universidad de Navarra.

La entrevista se realiza al hilo de algunas ideas que acaba de exponer el obispo Conesa, presidente de la Comisión episcopal para la Doctrina de la Fe de la Conferencia Episcopal Española, en el encuentro de Navarra, que tiene como título ‘Responder a una generación sedienta”. En su opinión, es precipitada la expresión «giro católico». “Pienso que más que ante una vuelta, estamos ante una ‘exploración’”, señala.

A su juicio, “se observa entre los jóvenes de la generación Zeta un renovado interés por la espiritualidad y, específicamente por el cristianismo, en el seno de una cultura secularizada”. Estos jóvenes “han roto el silencio impuesto por el laicismo agresivo”, y “resulta muy importante que la Iglesia demuestre una gran capacidad de acogida”.

Éstas son sus declaraciones.

En estas Jornadas pastorales, su intervención de apertura versa sobre la búsqueda de Dios en el siglo XXI. ¿Cómo es esa sed de Dios de la que ha hablado?

– El punto de partida de la reflexión ha sido la convicción de que nada podrá apagar la sed de Dios que anida en el corazón del ser humano. El Papa León, ante el Parlamento español, subrayó que en el ser humano persiste una profunda sed de Dios, una sed de eternidad que ninguna realidad temporal logra extinguir.

La pregunta por Dios permanece en nuestro tiempo, pero ha cambiado de forma y, por eso, la evangelización reclama de nosotros estar atentos para desvelar dónde aparece hoy la sed de Dios. Uno de los lugares donde aflora esta sed es en el deseo de una experiencia espiritual que sea capaz de integrar y dar sentido a la vida. Son muchas las personas que se consideran “espirituales”, aunque no tienen una relación personal con Dios. En las nuevas generaciones apreciamos también un acercamiento al cristianismo sin prejuicios movidos por el deseo de encontrar un fundamento sólido de la propia existencia. 

Aunque algunos hablan de “giro católico”, en mi opinión se trata más bien de una “exploración”. Perdidos en el bosque del nihilismo, los jóvenes buscan un terreno firme en el que asentar la vida. Aparece también en nuestro tiempo un deseo de salvación, de encontrar paz y felicidad, de alcanzar la plenitud personal, que revela también el deseo del absoluto. Incluso en las propuestas transhumanistas se advierte un deseo de salvación, de mejorar al ser humano y de alcanzar la inmortalidad, aunque se equivocan confiándolo todo a la tecnología. 

Otro signo de la sed de Dios en nuestros días es la búsqueda de una experiencia intensa de trascendencia. No interesan tanto los largos discursos cuanto el contacto con aquello que desborda el “yo” ordinario. Muchas personas buscan también la belleza auténtica y esta búsqueda es una puerta que abre al misterio, que invita a detenerse y contemplar. Finalmente, me he referido también a la religiosidad popular, que ha facilitado a muchas personas el tránsito de una era de cristiandad a una sociedad secular.

Ha mencionado usted, entre otras, una cita: Dios envuelve al hombre por todas partes…

– “Dios envuelve al hombre por todas partes. No hay solamente un camino, como hacia un oasis a través del desierto, o hacia una nueva idea matemática a través de la extensión de la ciencia del número; para el hombre hay tantas vías de aproximación a Dios como pasos sobre la tierra o caminos hacia su propio corazón”.

Es una reflexión preciosa de Maritain, que subraya que los caminos que conducen a Dios no sólo son múltiples, sino que tienen un carácter profundamente personal. En cada persona la sed de Dios se manifiesta de una manera distinta. Cada persona ha de recorrer su propio camino para alcanzar a adentrarse en el misterio de Dios. Por eso, en este tema no puede haber recetas, sino sólo orientaciones para realizar la búsqueda correctamente.

Se ha referido también, entre otros temas, a la fascinación por el misticismo oriental en algunos sectores de la sociedad, a la ‘new age’, y a lo que llama la “espiritualidad” del ateísmo. ¿Qué quiere decir con esto?

– Considero que todos estos fenómenos, cada uno a su manera, están en las raíces de la actual búsqueda de una espiritualidad sin Dios. Cada vez son más las personas que se consideran “espirituales, pero no religiosas”. 

Las religiones son concebidas como instrumentos de poder, asfixiantes e incluso corruptas, mientras que la espiritualidad parece no comprometer ni siquiera la idea de un Dios personal. En esta búsqueda de espiritualidad confluyen diversas corrientes de pensamiento. Pienso que al menos podemos identificar tres de ellas.

Desde hace dos siglos las religiones orientales han ido adquiriendo un prestigio creciente, sobre todo por su oferta de meditación. En el hinduismo y el budismo, de manera especial, se han desarrollado unas técnicas de concentración y relajación, que favorecen el bienestar personal. Occidente ha ido recogiendo este misticismo del oriente, si bien lo ha adaptado a la mentalidad del hombre postmoderno. 

La “nueva era”, y desde el ateísmo

La segunda corriente es la llamada “nueva era”, una tendencia sincrética, con contornos muy difusos, que busca la autorrealización del individuo mediante la síntesis y superación de los dualismos propios de la era de Piscis (sujeto-objeto, materia-espíritu, sagrado-profano, etc). Para ello, conjugan elementos de la psicología (sobre todo de Jung) con ejercicios terapéuticos de sanación (como el reiki o el taichí). 

Finalmente, se da el caso ciertamente sorprendente que también desde el ateísmo se reivindica la espiritualidad. El autor más representativo es André Compte-Sponville quien, en su obra “El alma del ateísmo”, invita a que los ateos desarrollen una vida del espíritu. Una última variante de esta tendencia se puede detectar en el atractivo que tiene para muchos el estoicismo.

Hablemos un momento del denominado ‘giro católico’. ¿Qué busca la gente, artistas, intelectuales, jóvenes, a su juicio?

– Se observa entre los jóvenes de la generación Zeta un renovado interés por la espiritualidad y, específicamente por el cristianismo. En el seno de una cultura secularizada, crece la presencia de lo religioso en el mundo juvenil, en las redes sociales y en algunas propuestas pastorales innovadoras. La religión reaparece en lugares donde no lo esperábamos. 

En mi opinión, en todo ello se revela, en primer lugar, que el ansia de trascendencia sigue habitando en el corazón de los hombres y mujeres de nuestro tiempo, que la sed de Dios no se ha apagado del todo. Son precisamente las generaciones más jóvenes, que han crecido en medio de un desierto espiritual, las que sienten con más fuerza la necesidad de saciar esa sed en que consiste el ser humano. El rumor de Dios continúa escuchándose en nuestros días. La muerte de Dios ha dejado un ser humano líquido, manipulable, entregado a las sensaciones, vacío y roto. 

Un momento de la intervención de Monseñor Francisco Conesa, obispo de Solsona, en las XI Jornadas de Actualización Pastoral en la Facultad de Teología de la Universidad de Navarra (@Foto Universidad de Navarra).

Es posible plantear la cuestión de Dios

Muchos jóvenes se sienten insatisfechos y vacíos. No es de extrañar que algunas voces reclamen sentido, lo que ha llevado a algunos jóvenes a ansiar la luz y hallar un fundamento sólido para su existencia, a desear a Alguien que les acoja incondicionalmente y sane sus heridas. 

De hecho, los jóvenes de la generación Z, nacidos en los albores del nuevo milenio, han perdido todo temor a hablar abiertamente de Dios, han roto el silencio impuesto por el laicismo agresivo. En la conversación entre ellos o en ámbitos como la universidad o los foros culturales, es posible hoy plantear sin pudor la cuestión de Dios, sin parecer un retrasado mental o un hombre de las cavernas. 

Una oportunidad y un desafío

Algunos medios de comunicación han calificado precipitadamente esta tendencia como “giro católico”. Tras años de considerar la fe como una reliquia del pasado, estaríamos ante un “revival” de lo católico. 

Sin embargo, pienso que más que ante una vuelta, estamos ante una exploración. No parece que sea un regreso a anteriores formas de religiosidad y, desde luego, no tiene rasgos de un “giro católico”. Para nosotros es una oportunidad y un desafío. Nos ofrece la posibilidad de conectar con sus búsquedas para mostrarles que en el encuentro con Cristo podrán encontrar lo que secretamente desea su corazón. Pero tenemos también el reto de atender y acompañar a cada uno, de acogerles incondicionalmente y ofrecerles un trato personal.

Por último, le pregunto sobre alguna propuesta pastoral para una generación sedienta de Dios. ¿Qué destacaría usted?

– Lo primero es acoger y acompañar a todos los que sienten alguna sed. Resulta muy importante que la Iglesia demuestre una gran capacidad de acogida de todas ellas. La acogida en sí misma ya es un signo para una sociedad que vive muchas veces a la intemperie. 

Para ello, es conveniente que nuestras parroquias dispongan de estructuras de acogida, que haya grupos de personas que, de manera amable y discreta, acojan a quienes se acercan a informarse, a pedir un servicio, a demandar una caridad o simplemente a desahogarse. A este propósito resultaría muy oportuno que existieran entre nosotros personas capaces de detectar a quienes están buscando un sentido a su vida, a los “temerosos de Dios”, de los que habla el libro de Hechos y a los que el Papa Benedicto se refería con frecuencia; son los gentiles que se acercan al atrio del templo atraídos por la fe judía. 

Escuchar a las nuevas generaciones

Christoph Theobald habla de un carisma particular, el de “los detectores de buscadores de sentido”, es decir, de personas que posean el arte de la conversación espiritual, del sentimiento de gratuidad y la discreción y sean capaces de establecer relaciones profundas con los demás.

En el Sínodo sobre la sinodalidad se habló de la posibilidad de instaurar un ministerio de la escucha y el acompañamiento, que se dirigiría especialmente a acoger a los que están al margen de la comunidad eclesial, a los que vuelven después de haberse alejado, a los que buscan la verdad y desean que se les ayude a encontrarse con el Señor. 

Resulta indispensable una escucha real, atenta y vulnerable de las nuevas generaciones, de sus inquietudes y proyectos; una escucha desinteresada, que no sea utilizada como instrumento para otra cosa, que ha de ser practicada sin motivos ocultos, sin buscar ninguna forma de contraprestación. 

Nuestras iglesias muestran una gran incapacidad para conversar con los jóvenes, lo que implica dejarse transformar por ellos, por la cultura que viven, por su diversidad real. Si no nos dejamos tocar por los jóvenes, también por sus aspiraciones a una espiritualidad, aunque sea ambigua, no podremos acercarles al mensaje de Jesús.

L'autoreRedazione Omnes

Educazione

La trappola del pragmatismo nelle scuole e università cattoliche

Las universidades católicas necesitan recuperar el protagonismo de las Humanidades para formar líderes capaces de influir en la cultura y renovar la sociedad desde los valores del Evangelio.

Santiago Leyra Curiá-21 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

En las últimas décadas, el panorama de la educación superior y escolar de identidad católica experimentó una mutación silenciosa pero profunda. Algunas instituciones fundadas bajo el impulso de grandes carismas, orientadas a la búsqueda de la verdad y a la formación integral del ser humano, parecieron haber sucumbido a la lógica implacable del mercado. Durante años, el éxito de un centro educativo católico pareció medirse en los gráficos de sus departamentos de admisión, en la rentabilidad de sus campus y en el porcentaje de egresados que lograban colocarse en consultoras multinacionales tras cursar Administración y Dirección de Empresas (ADE).

Sin duda, cuadrar las cuentas y garantizar la viabilidad económica es una condición indispensable para la supervivencia de cualquier institución. El problema no radicó en la eficiencia de la gestión, sino en la abdicación de su misión primordial: la formación integral de las personas y la transformación cristiana de la cultura. Cuando la máxima aspiración que se transmite en una institución de esta naturaleza -quizá no de palabra, pero sí muchas veces con los hechos- a los alumnos es la obtención de un título rentable que les asegure un buen nivel de vida y una cómoda inserción en el sistema, la incidencia cultural de los antiguos alumnos se vuelve irrelevante o, peor aún, asimilada por el pensamiento dominante.

El refugio de lo políticamente correcto

Pienso que el diagnóstico invita a una profunda autocrítica para afrontar con acierto el futuro. Si los líderes de estas instituciones se escogen entre gestores financieros obsesionados con el riesgo reputacional y pánico a que los medios de comunicación hablen mal de ellos, el resultado es la parálisis creativa. Se acaba educando a los estudiantes en una suerte de prudencia mal entendida, un caminar sobre ascuas conceptuales para no molestar a nadie, moviéndose siempre dentro de los límites de lo políticamente correcto de cada momento.

Bajo este esquema, el alumno excelente y con inquietudes no encuentra en su alma mater el fuego del espíritu vanguardista ni el anhelo de conquista cultural. Aprende, en cambio, a no meterse en problemas. No es extraño, por tanto, que la huella de estos egresados en los grandes debates contemporáneos —el arte, la literatura, los medios de comunicación o las corrientes de pensamiento— haya sido muchas veces prácticamente invisible. En el mejor de los casos, su excelencia se ha reducido al ámbito técnico, corporativo o incluso militar, con escasa capacidad para fermentar la sociedad con los valores del Evangelio. Y cuando algunos antiguos alumnos destacaban en el ámbito del arte y de las humanidades no rara vez lamentaban su paso por esos colegios y universidades, en los que quizá no se sintieron comprendidos cuando no directamente maltratados por su especial sensibilidad.

El verdadero motor del cambio: las Humanidades

La historia demuestra que la cultura no se transforma desde los balances contables, sino desde las ideas, la belleza y la comprensión del misterio humano. La verdadera vanguardia cultural nace de la Filosofía, la Historia, el Arte y las Humanidades. Son estas disciplinas las que dotan al estudiante de un pensamiento crítico, de una capacidad de lectura profunda del signo de los tiempos y de las herramientas conceptuales necesarias para proponer alternativas audaces a la crisis antropológica actual.

Como decía el inmortal profesor Keating de “El club de los poetas muertos” (Peter Weir, 1989), “no olviden que a pesar de todo lo que les digan, las palabras y las ideas pueden cambiar el mundo (…). Les contaré un secreto: no leemos y escribimos poesía porque es bonita. Leemos y escribimos poesía porque pertenecemos a la raza humana; y la raza humana está llena de pasión. La medicina, el derecho, el comercio, la ingeniería, son carreras nobles y necesarias para dignificar la vida humana. Pero la poesía, la belleza, el romanticismo, el amor son cosas que nos mantienen vivos».

Cuando las universidades que pretenden proporcionar una formación católica renuncian a ser faros de las humanidades para convertirse en meras escuelas de negocios de alta gama, están entregando el monopolio de la configuración social a otras cosmovisiones. Un graduado en ADE puede ser un excelente profesional y un católico ejemplar en su vida privada, pero con sólo esa preparación difícilmente tendrá el bagaje cultural necesario para disputar la hegemonía de las corrientes ideológicas que configuran el alma de nuestro tiempo. Y en el frenesí del día a día quizá no encuentre tiempo para leer, pensar y formarse.

Lecciones desde la Corona

Mientras muchos centros católicos corren el riesgo de homogeneizarse en la búsqueda del prestigio corporativo, las instituciones públicas o de tradiciones ideológicas diferentes comprenden perfectamente el valor de la influencia y el rigor académico. Un ejemplo reciente y significativo en España es el de la Princesa Leonor, quien ha iniciado sus estudios universitarios en la Universidad Carlos III de Madrid.

Se trata de una institución pública, tradicionalmente asociada a la izquierda laicista intelectual, que sin embargo ha sabido labrarse un prestigio académico indiscutible a base de rigor, exigencia y una fuerte presencia en el debate social. Este movimiento pone de manifiesto que el verdadero atractivo y la capacidad de convocatoria —incluso para las más altas instituciones del Estado— no dependen de la afinidad ideológica previa, sino del prestigio real y de la relevancia intelectual que se proyecta hacia la sociedad. Para la futura Reina de España no se ha elegido una universidad de inspiración católica sino una universidad que se piensa la puede preparar para lidiar con los debates culturales e intelectuales del momento. Esperemos que las cosas hayan cambiado cuando el que elija universidad sea su heredero o heredera.  

Hacia una vanguardia cultural católica

Para no continuar con esta tendencia, las instituciones de inspiración católica necesitan detectar este peligro. No basta con directivos expertos en marketing y optimización de recursos. Se necesitan líderes dotados de una sólida formación humanística, con visión estratégica y, sobre todo, con un espíritu de conquista cultural. No olvidemos que las universidades nacieron precisamente en el seno de la Iglesia católica y ejercieron durante siglos una impronta decisiva en la creación de una cultura y unas sociedades profundamente cristianas.

El reto no es menor: exige la valentía de arriesgar, la audacia de proponer la verdad cristiana sin complejos y la inversión decidida en aquellas disciplinas que el mercado actual ha considerado muchas veces «inútiles», pero que son las únicas capaces de salvar al hombre de la alienación. Los colegios y universidades que se dicen católicos serán motores de cambio cuando sus aulas dejen de ser meros trampolines hacia el confort socioeconómico y vuelvan a convertirse en los talleres donde se forjan los pensadores, artistas y líderes capaces de renovar el mundo desde sus cimientos. La oportunidad que se presenta con el cambio de época y el hartazgo del modelo nacido en 1968 es histórica, si se sabe aprovechar.

Per saperne di più
FirmeAntonio Ruiz Valverde

La comodità di non aiutare

Una reflexión sobre la indiferencia ante quienes piden ayuda y las excusas que damos para no detenernos a escuchar a quienes tenemos delante.

21 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

—¿Tiene usted para un cafelillo?

Estábamos en una cafetería de El Puerto de Santa María cuando se acercó a nuestra mesa un señor mayor. Tuvo que repetir la pregunta. Hablaba deprisa y su aspecto no coincidía con la imagen que yo asociaba a quien pide en la calle. Mi mujer le respondió con educación que no llevaba suelto. Yo apenas le presté atención.

El señor siguió de mesa en mesa hasta que un camarero joven lo acompañó a la puerta y le abrió para que saliera. No hubo voces ni malos modos. Me pareció que se quitaba un problema de encima y me quedé triste, sobre todo por mí. Podríamos haberlo invitado. Tan sencillo como pedir otro café. Me duele reconocer que presté más atención a la conducta del camarero que a la petición del hombre.

Quizá una de las razones por las que nos cuesta ofrecer ese café sea lo que puede venir con él: que la persona se quede junto a nuestra mesa, que empiece a hablar y tengamos que escucharla. La conversación puede prolongarse más de lo previsto y ocupar una parte de ese rato que considerábamos nuestro. Me pregunto cuánto pesó esa posibilidad en mi propia indiferencia.

Para quedarnos tranquilos tenemos unas cuantas frases a mano: «Para eso están Cáritas y los comedores sociales». «Quizá podría trabajar». «A saber en qué se gasta el dinero». Algunas dudas serán razonables. Ayudar bien exige prudencia. Lo que me inquieta es la rapidez con que las doy por resueltas cuando me permiten seguir a lo mío. De aquel hombre apenas sabía nada, pero podía reunir en unos segundos suficientes conjeturas para desentenderme. ¿Desde cuándo sé tanto sobre la vida de una persona a la que ni siquiera he escuchado?

Hasta mis argumentos a su favor me dejan incómodo: era mayor, tenía una cara agradable, parecía tranquilo. ¿Habría sentido la misma pena si su aspecto me hubiera resultado desagradable? Y si realmente hubiera tenido una adicción, ¿me habría autorizado eso a considerarlo una molestia?

Los domingos saludamos a Manolo, que pide a la puerta de la iglesia. Lo llamamos por su nombre y nos resulta natural dirigirle la palabra. El señor de la cafetería se marchó sin que yo supiera cómo se llamaba. Me pregunto por qué a Manolo lo veo con otros ojos: si la costumbre me ha acercado a él o si pedir junto a una iglesia encaja mejor en mis esquemas. Con esa familiaridad corro el riesgo de dar por hecho que siempre estará allí, como si pedir a la puerta formara parte de su vida de una manera tan natural como ir a misa forma parte de la mía.

No sé si ha acudido a la parroquia o a Cáritas, qué ayuda recibe o qué le falta. Sé dónde encontrarlo cada domingo, pero de su vida conozco muy poco.

A Camino, san Josemaría escribe: «Más que en “dar”, la caridad está en “comprender”» (n. 463). A continuación, invita a buscar una excusa para el prójimo cuando tengamos el deber de juzgar. Yo encuentro las mías con bastante más facilidad. Y esa invitación alcanza también al camarero. Ignoro qué instrucciones tenía, qué había ocurrido otros días o qué dificultades encontraba para hacer su trabajo.

Comprender lleva tiempo y obliga a admitir lo mucho que ignoramos. Si solo escucho lo justo para preparar una negativa, difícilmente sabré qué necesita. Y hasta estas palabras pueden servirme de refugio si me conformo con sentir pena, sin preguntarme qué ayuda concreta tengo a mi alcance.

Me alegra que existan personas e instituciones capaces de acompañar a quienes atraviesan situaciones que yo apenas alcanzo a entender. Puedo colaborar con ellas y confiar en su experiencia. Pero mencionarlas para dar por terminado un encuentro también puede ser una manera muy respetable de pasar de largo.

No tengo un criterio que resuelva todas las situaciones. A veces convendrá dar dinero; otras, ofrecer comida o buscar una ayuda más adecuada. También habrá límites. Lo que me corresponde es no convertir mi negativa en un juicio sobre toda una vida.

Lo que más me entristeció fue la distancia entre lo que creo y lo que hice. Aquel hombre pronunció una palabra pequeña, «cafelillo», y yo necesité verlo salir para empezar a prestarle atención.

Me habría gustado llegar a tiempo de preguntarle cómo lo quería.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

Spagna

Visita di Leone XIV: costo zero, impatto di 139,5 milioni e 3.080 posti di lavoro

La Conferencia Episcopal Española da cuenta de la gestión de la visita del Santo Padre y explica su impacto socioeconómico, además del pastoral

Virginia Gil-Nogués-20 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La visita del Papa Leone XIV in Spagna en junio generó un Valor Añadido Bruto de 139,48 millones de euros y supuso un coste de 29,3 millones para la organización, compensado por los ingresos por esa misma cantidad. Estos datos proceden del informe socioeconómico elaborado por EY España y presentado en la sede de la Conferenza episcopale spagnola (CEE). Cada euro generado por la visita en vbalor añadido bruto se traduce en 2,48 euros de impacto en la economía española.

El Informe de EY España cifra en 2,31 millones los asistentes a los actos papales en Madrid, Barcelona, Gran Canaria y Tenerife, y estima que el viaje creó 3.080 empleos equivalentes a jornada completa. Las diócesis y la Conferencia Episcopal Española asumieron parte del gasto (un 31% del total, por valor de 9 millones de euros), pero que se financió en su mayor parte por empresas y entidades civiles (un 44,7%, por valor de 13 millones), administraciones públicas (5,8 millones, un 20%) y colectas y donativos (1,2 millones, un 4% del total).

Los resultados se han dado a conocer en una rueda de prensa en la que han intervenido Fernando Giménez Barriocanal, coordinador general adjunto de la visita y vicesecretario para Asuntos Económicos de la Conferencia Episcopal; José María Albalad, delegado de Economía del Arzobispado de Madrid; y Chus Escobar, socia responsable de Financial Accounting Advisory Services EY España.

La visita del Santo Padre tuvo un impacto total valorado en casi 140 millones de euros, según el Informe de EY España, que distingue entre los distintos tipos de impacto: el impacto directo ascendió a 56,32 millones de euros; el indirecto a 50,32 millones; y el inducido, a 32,84. La visita se prolongó por seis días, con 21 actos y 2,31 millones de asistentes.

En esta contabilidad del impacto, Giménez Barriocanal subrayó que resulta imposible de cuantificar es el beneficio reputacional. “Desde la visita, por ejemplo, se ha multiplicado por tres el porcentaje de españoles que visitan la Sagrada Familia de Barcelona”, ha señalado.

En todo caso, Albalat ha enfatizado que el gran legado son los frutos espirituales: “Lo que estamos contando aquí son medios para ese legado, que perdurará siempre en tantos corazones, en tantas almas, en tantas conversiones que ha generado la visita”.

Gastos e ingresos

La organización cerró los trabajos con unas cuentas sin déficit, alcanzando un equilibrio entre los recursos obtenidos y los costes generados: 29.318.389 euros. Los principios de la Doctrina Social de la Iglesia han regido los criterios de gestión, apostando por la austeridad y el bien común, ha asegurado Barriocanal.

Albalad ha explicado que se establecieron varias categorías de gastos, menores de 3.000 euros por un lado; y los mayores de esta cifra, que fueron objeto de licitación pública. El gasto total, tal y como ha manifestado EY, se distribuye entre las distintas sedes y entidades organizadoras de forma que al arzobispado de Madrid le correspondió un 55,6%; al arzobispado de Barcelona un 15,7 %; al obispado de Canarias, 8,9%; al de Tenerife 9%; y a la Conferencia Episcopal un 10,8 %.

Estos gastos se emplearon para la contratación de bienes y servicios en varios sectores, como producción audiovisual, preparación y alquiler de los espacios, telecomunicaciones o gestión de recursos, entre otros.

Con respecto a los ingresos, aparte de las aportaciones económicas dinerarias, Giménez Barriocanal resaltó también las contribuciones en especie, como cesión de medios de transporte o espacios, y la manutención de voluntarios, que han permitido asimismo reducir el presupuesto de gastos. 

Contribución de las administraciones

El responsable económico de la CEE también valoró la aportación de todas las administraciones: “fue fundamental, sin su colaboración habría sido imposible. Todas se han volcado en el evento”. Por ejemplo, el gobierno de Canarias aportó un millón de euros a cada una de las dos diócesis; y el cabildo insular, medio millón a cada una. La Generalitat de Cataluña también colaboró económicamente.

Sin embargo, tanto el Ayuntamiento como la Comunidad de Madrid no destinaron dinero para la visita, aunque su colaboración fue con aportaciones no económicas.

El impacto para la economía madrileña, en concreto, ha sido de 101 millón de euros de valor añadido, ha señalado Albalad. También ha destacado una parte esencial de la visita: la acción de los voluntarios, que es posible cuantificar en más de 400.000 horas de dedicación. “Esa movilización del voluntario es intrínseca a la propia naturaleza de la Iglesia, porque habla de dones, de talentos, de entrega desinteresada de cientos de miles de personas que han dado lo mejor que tienen, que es su tiempo”, concluye el delegado de Economía.

L'autoreVirginia Gil-Nogués

Vaticano

Leone XIV spiega la tomba di San Pietro sotto il Vaticano con Chris Pratt

El Papa participa en las secuencias finales de ‘Pétros ení. Descubriendo los orígenes’, y explica el significado de la tumba de San Pedro bajo la Basílica. La película, conducida por el actor Chris Pratt, se ha estrenado en el Festival de Cine de Roma, con León XIV en el Gemelli.

Francisco Otamendi-20 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Con ocasión de los cuatrocientos años de la consagración de la Basílica de San Pedro, el 18 de noviembre de 1626, el documental ‘Pétros ení’ (Pedro está aquí), producido por AF Films en colaboración con Vatican Media y la Fábrica de San Pedro, ha sido dirigido por Paula Ortiz, escrito por Andrea Tornielli, y narrado por el actor estadounidense Chris Pratt.

Además, cuenta con la participación del propio Pontífice León XIV, que explica por qué la basílica vaticana se construyó sobre la tumba del apóstol Pedro. 

Construcción precisamente ahí: el martirio de Simón de Betsaida

“Cuando contemplamos el esplendor de San Pedro, la columnata que se abre en un abrazo al mundo, es hermoso recordar por qué se construyó esta Basílica precisamente aquí. La razón es que esta tierra está bañada por la sangre del Apóstol”. Son palabras de León XIV en el documental estrenado en el Festival de Cine de Roma, que recorre la historia de la tumba de san Pedro y las investigaciones arqueológicas realizadas bajo la basílica vaticana.

El Papa prosigue: “Porque fue aquí donde sufrió el martirio Simón de Betsaida, el pescador a quien Jesús llamó Pedro y a quien le dijo: ‘Sobre esta piedra edificaré mi Iglesia’”.

Una imagen de la película ‘Petros Ení’ (Pedro está aquí) (@Vatican News, Vatican Media).

León XIV, la debilidad de Pedro y sus sucesores

En otra de sus intervenciones, recogida por Notizie dal Vaticano, León XIV se refiere a la condición humana del apóstol y cita al escritor británico G. K. Chesterton: “Chesterton dijo que la Iglesia cristiana fue fundada sobre un hombre débil y que precisamente por eso es indestructible, porque ninguna cadena es más fuerte que su eslabón más débil”.

El Pontífice concluye la película relacionando la figura del pescador de Galilea con la sucesión apostólica y con su propio ministerio como obispo de Roma.

“Así, eslabón tras eslabón, esa frágil cadena de sucesores de Pedro ha llegado hasta nosotros. Y también yo, Obispo de Roma, consciente de mi propia debilidad, repito la profesión de fe del Apóstol a quien Jesús transformó en pescador de hombres: ‘Tú eres el Mesías, el Hijo del Dios vivo’”

Fabio Colagrande y Eugenio Murrali califican en la agencia vaticana estas secuencias finales como “las más emocionantes y sorprendentes” del documental. Destacan la reflexión del Papa sobre la fragilidad de Pedro y señalan que sus palabras adquieren “un significado especial en este momento”, en referencia a la pasada hospitalización de León XIV en el Policlínico Gemelli.

Chris Pratt con su esposa en San Pedro @prattprattpratt, cuenta de Chris Pratt en X.

Un Pedro imperfecto y débil

Chris Pratt, conocido por su participación en películas como Guardianes de la Galaxia y Jurassic World, ha explicado que el rodaje tuvo también una dimensión personal. En una entrevista realizada en el Vaticano, afirmó que había vuelto a la fe católica unos seis años atrás y que trabajar en el documental le estaba ayudando a definir su propia fe. 

“Frente a mí se alza el edificio que simboliza el corazón del cristianismo”, comienza la narración de Chris Pratt desde la Plaza de San Pedro. “Bajo mis pies, en las entrañas de la tierra, descansan….”.

El actor describió la basílica de San Pedro como un lugar especial y sagrado y explicó qué le gustaría que los espectadores descubrieran sobre el apóstol: “Era un hombre imperfecto. Era un hombre débil. Era un ser humano”. Pratt añadió que todos compartimos esa fragilidad y que la fortaleza de Pedro procedía de la gracia de Jesús y de su fe en Dios.

Un recorrido por la necrópolis vaticana

Según el video distribuido, que pueden ver al final, la película comienza con Pratt caminando de noche por la plaza de San Pedro y entrando en la basílica. A partir de ahí, el documental, de una duración en torno a una hora, conduce al espectador hasta la antigua necrópolis romana, situada bajo el templo, donde se desarrollaron las investigaciones para localizar la sepultura del apóstol.

El recorrido de Pratt combina historia, arqueología y espiritualidad. La película reconstruye el pasado de la basílica y los trabajos que permitieron identificar el lugar de sepultura de Pedro.

El relato recoge las excavaciones iniciadas durante el pontificado de Pío XII, en plena Segunda Guerra Mundial, y los posteriores estudios que llevaron a san Pablo VI a anunciar en 1968 la identificación de los restos atribuidos a san Pedro.

Especialistas, sin IA

Entre los especialistas que intervienen figura Pietro Zander, experto en la necrópolis vaticana. También aparecen imágenes históricas de la epigrafista Margherita Guarducci, cuyas investigaciones desempeñaron un papel importante en la identificación de la sepultura.

El documental incorpora documentos del Archivo de la Fábrica de San Pedro, testimonios históricos e imágenes de los trabajos arqueológicos. Según Vatican News, las imágenes de la película no han sido procesadas mediante inteligencia artificial.

La audiencia del Papa

La colaboración del actor con el Vaticano había sido anunciada meses antes. Como informó Omnes en enero de este año, Pratt fue recibido por León XIV el 10 de diciembre de 2025.

El intérprete compartió posteriormente fotografías de aquella audiencia en su cuenta de X, @prattprattpratt, con un mensaje de agradecimiento: “¡Qué honor tan extraordinario, Papa León XIV! Gracias por invitarme”.

Al presentar el proyecto, Pratt había declarado también que consideraba extraordinario colaborar con el Papa y el Vaticano, y subrayó que la historia de san Pedro es fundamental para la fe cristiana. Agradeció especialmente las facilidades recibidas para acceder a espacios vaticanos y dar a conocer al público la historia del apóstol.

Estreno romano

Durante el estreno romano, el público dedicó una ovación a León XIV, hospitalizado el día 16 en el Policlínico Gemelli. Paolo Ruffini, prefecto del Dicasterio para la Comunicación, expresó su deseo de que la recuperación del Pontífice tras la intervención continuara favorablemente, cosa que se ha ido produciendo. Este domingo, el Papa dirigió el rezo del Angelus in Piazza San Pietro.

L'autoreFrancisco Otamendi

Risorse

Desclericalizar la Iglesia sin clericalizar a los laicos

Francisco y León XIV promueven una mayor participación de los laicos en el gobierno de la Iglesia, sin confundir la autoridad administrativa con el ministerio sacramental.

Bryan Lawrence Gonsalves-20 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

En diciembre de 2013, nueve meses después del inicio de su pontificado, se le preguntó al Papa Francisco si se podía nombrar cardenal a una mujer. Ahora bien, el Colegio Cardenalicio es un órgano administrativo y no meramente sacramental. En cuanto a los precedentes históricos, ha habido cardenales laicos; Teodolfo Mertel fue el último en ser nombrado, en 1858, antes de que el Papa Benedicto XV suspendiera esta práctica en 1917.

El Papa Francisco se negó a responder directamente a esta cuestión canónica, pero sí afirmó que «las mujeres en la Iglesia deben ser valoradas, no “clericalizadas”».

Su respuesta decepcionó a quienes abogan por la ordenación femenina y la ampliación de los derechos de las mujeres. Mientras que los activistas equiparan el poder con el sacerdocio, el Papa Francisco consideró que basar la autoridad en los títulos clericales no hace más que reforzar el clericalismo. Por lo tanto, intentar «clericalizar» a las mujeres refuerza la idea de que el clero es el único detentador del poder.

Las dos visiones del poder

Tal y como se expone en Lumen Gentium, el poder eclesial no es un derecho personal, sino un encargo sagrado delegado por Cristo a través de las Órdenes Sagradas, que abarca los mandatos específicos de enseñar la doctrina, santificar a través de los sacramentos y pastorear a la Iglesia.

Existe también una dimensión temporal del gobierno y el poder, en la que los obispos y cardenales ejercen la autoridad administrativa, supervisan los asuntos financieros y gestionan los asuntos prácticos y civiles tanto de sus diócesis como del Vaticano.

Si echamos la vista atrás al Papa Francisco, parece que se centró en el liderazgo de servicio y se propuso reformar el gobierno de la Iglesia permitiendo que laicos cualificados asumieran funciones administrativas y financieras. En teoría, esto permitiría al clero centrarse más directamente en sus deberes pastorales y sacramentales.

Su enfoque suscitó críticas por parte de algunas facciones tradicionalistas dentro de la Iglesia, que concebían el poder principalmente a través de una jerarquía rígida en la que la autoridad espiritual y administrativa fluye estrictamente de arriba abajo a través del clero ordenado para preservar la pureza doctrinal. Los reformistas progresistas, por su parte, entendían el poder a través de la participación democrática y la igualdad institucional, argumentando que la verdadera autoridad laica requería una toma de decisiones compartida y el acceso a las órdenes sagradas.

En última instancia, aunque el Papa Francisco distinguió entre el control administrativo y el ministerio sacramental, tanto los tradicionalistas como los progresistas tendían a considerar que el verdadero poder eclesial era inseparable del sacerdocio ordenado.

Los nombramientos laicos y la distinción del santuario

Tanto el Papa Francisco como el Papa León XIV han considerado el empoderamiento de los laicos y la identidad sacerdotal como fuerzas complementarias, más que opuestas. Parece que su estrategia subyacente se basa en la suposición de que, cuanto más participen los laicos en la gestión de la Iglesia, más claro se hace el papel distintivo y estrictamente sacramental del sacerdocio.

Esto lo vemos en 2018, cuando el Papa Francisco nombró al periodista Paolo Ruffini prefecto del Dicasterio para la Comunicación, el primer laico en dirigir un dicasterio importante del Vaticano. Posteriormente, en 2021, nombró a la hermana Alessandra Smerilli secretaria del Dicasterio para la Promoción del Desarrollo Humano Integral. Amplió esta estrategia en 2022 al nombrar a la hermana Raffaella Petrini, a la hermana Yvonne Reungoat y a la laica Maria Lia Zervino para el Dicasterio para los Obispos, otorgando así a los miembros no ordenados una voz directa en la selección de los futuros obispos de la Iglesia. En 2025 nombró a la hermana Simona Brambilla prefecta del Dicasterio para los Institutos de Vida Consagrada, convirtiéndola en la primera mujer en dirigir un dicasterio que supervisa las órdenes religiosas a nivel mundial.

Un ejemplo más reciente de esta estrategia fue el nombramiento, en junio de 2026, por parte del Papa León XIV, de María Montserrat Alvarado, una mexicano-estadounidense y antigua presidenta y directora de operaciones de EWTN News, como prefecta del Dicasterio para la Comunicación de la Santa Sede. Más tarde, en agosto de 2026, el Papa León nombró a cuatro laicos para el Consejo de Economía, el órgano de supervisión financiera del Vaticano. Durante ese mismo mes, también nombró a Patrick Kelly, Caballero Supremo y director ejecutivo de los Caballeros de Colón, miembro del Dicasterio para los Laicos, la Familia y la Vida.

La reasignación de funciones administrativas rompe con la creencia arraigada de que la gobernanza institucional requiere órdenes sagradas, desmantelando el clericalismo de raíz, en lugar de limitarse a otorgar a los laicos funciones clericales para que se sientan empoderados.

El diaconado femenino

En agosto de 2016, el Papa Francisco puso en marcha un estudio para analizar si existía una base histórica para el diaconado femenino. Cuando el estudio se estancó a la hora de determinar si las prácticas históricas tempranas constituían una ordenación sacramental, el Papa instituyó un segundo estudio en abril de 2020 sobre la ordenación sacramental de las mujeres.

Posteriormente, en diciembre de 2025, el informe se presentó al recién elegido Papa León. Este concluyó que, si bien históricamente existieron diaconisas, las pruebas no respaldan la admisión de las mujeres al diaconado como grado del sacramento del Orden.

Parece que la frontera sacramental de la ordenación de mujeres sacerdotes sigue siendo la única línea que ninguno de los dos pontífices ha estado dispuesto a cruzar. Las funciones ejecutivas, de gestión y administrativas pueden confiarse a mujeres y hombres laicos sin problema alguno, pero no así el ministerio sacramental.

El Vaticano lo dejó explícitamente claro en junio de 2026 al rechazar una propuesta del «camino sinodal» de los obispos alemanes para permitir que los laicos predicaran durante la misa.

Al nombrar a laicos para supervisar los departamentos del Vaticano, la Iglesia parece estar transfiriendo la autoridad administrativa, al tiempo que mantiene el santuario estrictamente intacto. Por lo tanto, el sacerdocio y sus deberes sagrados siguen reservados exclusivamente al clero.

La carga burocrática y la respuesta sinodal

Los críticos han señalado a menudo que los obispos y cardenales ostentan una autoridad administrativa, financiera y civil tan amplia que, con frecuencia, actúan menos como pastores espirituales y más como directores generales de empresas sepultados bajo el papeleo.

Otros señalan que esta pesada carga administrativa les deja poco tiempo o energía para la evangelización directa y el trabajo pastoral de primera línea, lo que los hace en gran medida inaccesibles para las mismas personas a las que sirven. Además, para llegar a un obispo a menudo hay que sortear a los «guardianes» que controlan el acceso a su despacho, lo que convierte la accesibilidad en otra motivo de preocupación.

Quizá por eso tanto el Papa Francisco como el Papa León han recurrido en gran medida a un proceso conocido como sinodalidad. Históricamente, los sínodos eran reuniones legislativas breves de obispos convocadas para resolver cuestiones de derecho canónico o hacer cumplir la doctrina. Tal y como se ha replanteado en la última década, la sinodalidad ha pasado de ser un acto administrativo a convertirse en una filosofía global de gobierno de la Iglesia.

Cuando los participantes se reúnen en una asamblea sinodal, se sientan en mesas redondas en pie de igualdad estructural: cardenales, obispos, religiosas y laicos. Los documentos elaborados por estas asambleas no conllevan sanciones canónicas ni emiten decretos dogmáticos. En cambio, sirven como registros de consenso, diseñados para cultivar una cultura de diálogo en lugar de una jerarquía de mando vertical.

Sí, es un proceso lento, pero contrarresta dos percepciones profundamente arraigadas de la vida católica: el supuesto autoritarismo de los obispos, acostumbrados a una autoridad sin control, y la servilidad pasiva de los laicos, acostumbrados a recibir órdenes.

Reducir el poder administrativo para restaurar la visión pastoral

El objetivo último de desmantelar el clericalismo no es simplemente redistribuir la autoridad organizativa o apaciguar sensibilidades políticas. Parece que lo que el Papa León está tratando de hacer es reducir las cargas administrativas y el papeleo a los que está sometido el colegio cardenalicio. El resultado sería un alto clero menos burocrático y más pastoral.

Este tipo de redefinición desafía a ambos extremos de la Iglesia. Para los progresistas, insiste en que el empoderamiento de los laicos no se basa ni debe basarse en las órdenes sagradas. Para los tradicionalistas, exige una renuncia radical al control clerical sobre el dinero, la política y la administración ejecutiva.

Al insistir en que las mujeres y los laicos ejerzan una autoridad genuina sin necesidad de ser «clericalizados», el Papa Francisco y León han dado a entender directamente que el poder en la Iglesia nunca debió definirse por el tamaño de una cancillería o el título que figura en un escritorio. Al despojar poco a poco a los cardenales de su dominio administrativo, los Papas están intentando algo mucho más radical que una reestructuración administrativa. Están intentando devolver a los laicos al mundo y al sacerdocio a Dios.

Mondo

Leone XIV parla con Zelensky e chiede un cessate il fuoco umanitario a Oleshky

León XIV ha mantenido una conversación telefónica con Volodymyr Zelensky, presidente de Ucrania en la que ha vuelto a pedir un alto el fuego humanitario, especialmente en Oleshky.

Maria José Atienza-19 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Tres días después de su conversación con el presidente de la Federación Rusa, el Papa León XIV ha mantenido una conversación telefónica con Volodymyr Zelensky, presidente de Ucrania, como ha informado la Santa Sede durante la tarde de este lunes.

Durante la conversación, «el Santo Padre ha recordado la grave situación que se vive en la ciudad de
Oleshky, en la región de Jersón, y ha hecho referencia a la petición de un alto el fuego humanitario que
había presentado a Putin» en su última conversación, aún estando el Papa ingresado en el Policlínico Gemelli.

Se calcula que unas 2.000 personas siguen atrapadas en el propio núcleo urbano de Oleshky, y otras 6.000 en la periferia de una ciudad que se encuentra en un estado catastrófico, tras años de combate y la imposibilidad de hacer llegar suministros médicos y alimentarios. El estado de la población ha llegado a un nivel que Rusia y Ucrania mantienen, aún sin acuerdo, conversaciones para asegurar un alto el fuego humanitario que permita la salida segura de la población.

En este sentido, el Papa ha vuelto a reiterar «su esperanza de que la cooperación entre ambas partes permita el suministro de alimentos y ayuda médica, así como la evacuación voluntaria y segura de la población civil», tal y como ha manifestado en multitud de ocasiones pero, en estas últimas semanas, con especial insistencia debido a que el endurecimiento de los combates y la llegada del frío hacen insostenible la situación de miles de civiles, que continúan sitiados en estas zonas con escasez de suministros y sistemas de calefacción.

El Papa ha reafirmado, además, el compromiso de la Santa Sede «con la promoción del diálogo y la paz».

Per saperne di più
Iniziative

Il numero di senzatetto assistiti da Caritas è aumentato di quasi il 41%. 

El año pasado, la red española de Cáritas acompañó a 44.475 personas sin hogar, un 3,8% más que el año anterior. Según esta institución de la Iglesia, se refleja “una crisis social y residencial profunda y persistente que afecta cada vez a más personas y familias”.    

Redazione Omnes-19 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La realidad de las personas en situación de sin hogar en España refleja “una crisis social y residencial profunda y persistente” que afecta cada vez a más personas y familias, ha informado hoy Cáritas. 

El año pasado, Caritas acompañó en España a 44.475 personas en situación de sin hogar, un 3,8% más que el año anterior, en una tendencia claramente alcista, según las memorias de la confederación eclesial.

Entre los principales factores que empujan a estas situaciones destacan la pérdida de empleo, la imposibilidad de acceder o mantener una vivienda por su elevado coste, los desahucios o los procesos migratorios forzados, añade Cáritas.

Día de las Personas sin Hogar, el 25 de octubre

Con motivo del Día de las Personas sin Hogar, que se celebrará el próximo 25 de octubre, la campaña de Cáritas -que este año lleva por lema “Un hogar, un lugar al que pertenecer”, ha contado por cuarto año consecutivo con la participación de personas que han vivido o viven situaciones de sinhogarismo.

La confederación de la Iglesia desea recordar que el sinhogarismo va mucho más allá de la imagen de quien duerme en la calle. “El sinhogarismo supone la ruptura del vínculo más esencial para cualquier ser humano: el hogar. Es la pérdida de la familia que sostiene, de la red que protege y de la certeza de contar con un lugar en el mundo donde desarrollar la propia vida con dignidad y plenitud”, añade la nota hecha pública.

“Reiterada vulneración de derechos” 

Un año más, las personas en situación de sinhogarismo que acompañan Cáritas y la red de entidades promotoras, tomarán plazas y calles en ciudades españolas para hacerse visibles y manifestar en primera persona su denuncia ante “la reiterada vulneración de derechos de la que son objeto en el día a día, reclamando el derecho inalienable de dignidad humana que les pertenece”.

La mayor parte de estos actos se desarrollarán el jueves 22 de octubre con la consiguiente lectura del Manifiesto elaborado conjuntamente por personas sin hogar y personas que los acompañan en su día a día. 

Dureza de las historias

María Santos, responsable de la campaña y del programa de Personas sin Hogar de Cáritas Española, comprueba en cada una de las historias de estas personas, “día tras día, cómo la vulneración reiterada de los derechos fundamentales empuja a muchas personas hacia situaciones cada vez más extremas de exclusión social. 

Aunque seguimos acompañando sus procesos de recuperación, detectamos graves dificultades para acceder a derechos básicos como la vivienda, la salud, el empleo, la protección social o la participación ciudadana”, explica María Santos.

“El primer derecho, que nos traten como seres humanos”

Sus testimonios reflejan con claridad la dureza de esta realidad: “El primer derecho que necesitamos es que nos traten como seres humanos, y no como una lata que no sirve para nada. Mi sueño es poder tener una vivienda para poder tener conmigo a mis hijos”, asegura Libertad, una persona acompañada por Cáritas Córdoba. 

“Detrás de estas situaciones no hay cifras ni etiquetas. Hay personas. Personas con historias de dolor y lucha, de pérdida y resistencia, de caídas y esperanza. Personas que, demasiadas veces, han sido reducidas a estereotipos como ‘sin techo’, ‘indigente o ‘pobre’, invisibilizando todo lo que son y todo lo que pueden llegar a ser”, añade Santos.

Comunidad, vínculos y sentido de pertenencia 

Ante esta realidad, Cáritas invita a poner el foco en aquello que nos une y nos humaniza: la comunidad, los vínculos y el sentido de pertenencia. “Porque nadie puede vivir plenamente desde la intemperie social y emocional. Toda persona necesita un lugar donde sentirse acogida, reconocida y parte de algo común”, subraya la responsable de la campaña. 

Cáritas: el ‘sinhogarismo’ no se limita a quien vive en la calle

El ‘sinhogarismo’ es un problema social que no se limita a quien viven la calle. Su alcance varía en función del grado de exclusión residencial que se considere. Según la Tipología Europea sobre Sinhogarismo y Exclusión Residencial (ETHOS), existen cuatro grandes categorías: personas en situación de calle, sin vivienda, en vivienda insegura y en vivienda inadecuada. 

Las personas que duermen en la calle o que encadenan alojamientos temporales representan la cara más visible de este fenómeno. Sin embargo, “permanecen prácticamente invisibles quienes sobreviven en chabolas, caravanas, asentamientos o viviendas cedidas de forma precaria. Todas ellas comparten una misma realidad: la ausencia de un hogar seguro, estable y digno”.

L'autoreRedazione Omnes

Per saperne di più
Cultura

Terra Ignota: “Dobbiamo concentrarci maggiormente su ciò che ci ha reso grandi, comunicarlo in modi nuovi. Ed essere leali e onesti nel messaggio.”

Terra Ignota, el podcast nacido en el confinamiento que triunfa entre los jóvenes, repasa su historia, sus documentales y su apuesta por la cultura

Álvaro Gil Ruiz-19 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Terra Ignota es uno de los podcast más escuchado por los jóvenes españoles. El nombre, como explica la web, “«Terra Ignota» es un término antiguamente empleado en los mapas para referirse a aquellas regiones inexploradas que solían asociarse a peligros o desafíos desconocidos. Hoy, aun con todos los rincones cartografiados, siguen quedando Terras Ignotas por descubrir”. Es decir, que son muchas las tierras por conocer y por eso no pierden el tiempo, tocan todos los temas de actualidad. 

Ellos se definen como “una tertulia tabernaria entre un grupo de amigos a los que nos apasiona la buena compañía, las historias únicas y la cerveza fría. Hacemos charlas en las que se habla de todo (y de nada): música, literatura, política, arte, derecho y mucho más”.

Hemos tenido la oportunidad de charlar con ellos y aquí está el resultado de esa conversación.

¿Quiénes son los componentes, de dónde vienen y a dónde van? ¿Cómo se conocieron?

– Jorge y Javi son hermanos, Pepe fue con Jorge al colegio, Ike era amigo de siempre y luego entraron Pirata y Getro tras ver las primeras tertulias que publicamos y querer echar una mano y participar.

¿Por qué no nos contextualizan cuál fue el ambiente propicio previo que permitió que naciera Terra Ignota? ¿Cómo y por qué nació el Terra Ignota ?

– Habría que darle las gracias al COVID y a que nos encerraran. Las llamadas entre Jorge y Javi se repetían después entre ambos y Pepe hasta que a Jorge , que es el de las ideas geniales, se le ocurrió reunirse los tres en videollamada porque hablaban prácticamente de lo mismo. Hasta que un día les dio por grabar esas charlas y subirlas a YouTube. El resto es historia.


¿Cómo fue el paso de la virtualidad de los podcasts a la presencialidad de los eventos como la capea o las quedadas con los seguidores?

– Fue muy orgánico y muy poco premeditado. La primera vez fue en un bar pequeño, casi sin avisar, y prácticamente se cortó la calle por la cantidad de gente que apareció. No éramos conscientes en ese momento la que se estaba liando realmente. Luego, poco a poco fuimos lanzándonos a proyectos y eventos más ambiciosos. Posiblemente el acto que hicimos en el teatro Arapiles para presentar en vivo el documental 11M : El principio del fin fue el que nos enseñó realmente la comunidad tan maravillosa que se estaba construyendo.

¿Cómo nacieron otros productos, que han tenido buena acogida, como los documentales? ¿Cuál ha sido el que mejor funciona, por ahora? ¿Qué tienen en mente para el futuro?

– Tras el 11M, nos empezaron a llegar propuestas para hacer más documentales. Y como siempre decimos, si entran dentro de nuestro marco de valores, lo hacemos. 

Y como son temas que se tocan poco o que se consideran tabú, nos gustan aún más. 

¿Cuál es el que funciona mejor?

– No nos fijamos mucho en el número de visitas para calibrar el éxito. Estamos muy orgullosos de ‘el Genocidio silencioso’ y es el que menos gente lo ha visto. Todos son especiales y todos han cumplido los objetivos que nos marcamos cuando abordamos cada proyecto. Eso es lo que consideramos más importante.

¿Cómo fue el proceso de crecimiento y expansión?

– Fue también “sin querer”. Nunca tuvimos una idea al empezar en convertirnos en productora o hacer nada más allá de lo que nos fuera apeteciendo. Simplemente, según íbamos haciendo, la respuesta de la gente nos animaba a hacer un poquito más.

¿Cómo llevan ser reconocidos por las calles?

– Cada uno como puede. No tenemos el mismo grado de timidez los seis. Sí es verdad que es chocante al principio. Pero como la gente siempre se acerca con respeto y mucho cariño, se hace muchísimo más fácil.

¿Se consideran pioneros e innovadores?

– No. En realidad no hemos inventado nada. Ni hemos sido los primeros. Ni los mejores. Sí creemos que nos metemos en charcos que poca gente se mete y que son muy necesarios debatir. Por fortuna, cada día hay más creadores de contenido que se niegan a autocensurarse y eso sí nos gusta pensar que, un poquito, es debido a que gente como nosotros y los que llegaron antes hemos arado parte del camino.

¿Cómo llevan que los intenten encasillar? ¿Qué piensan de ustedes mismos? ¿Cómo se definen?

– La verdad es que…  nos da lo mismo. 

Sabemos cómo funciona esto y cómo rápidamente te tratan de colocar una etiqueta y, si no cuadras 100% con un determinado ideario, ya te tildan de lo que sea. Además, somos seis y los seis bastante diferentes aunque no lo parezca. El Pirata no tiene que ver mucho con Pepe ni Javi con Jorge aún siendo hermanos.

Nos gusta decir que los seis defendemos y buscamos el Bien, la Verdad y la Belleza. 

Con esa base, los matices de cada uno sólo enriquecen el conjunto.

¿Cómo se sostiene económicamente Terra Ignota? 

– Ah, pero, ¿se sostiene? [risas]

Vamos a pinchar el globo, porque nos han acusado de  cobrar en shekels israelíes, Bizum Moscú ¡y de la CIA! 

La realidad es que todos nosotros tenemos nuestros trabajos fuera de esto y el 99% de lo que necesita Terra Ignota es nuestro tiempo. Los proyectos concretos, como los documentales, suelen autofinanciarse. Y, por supuesto, tenemos un buen número de mecenas y patronos que, mes a mes, nos hacen pequeñas aportaciones, principalmente para asegurar que no nos quedamos sin cerveza en la nevera.

¿Qué otros “productos culturales” admiran y animan a seguir su estela?

– Esta es de las peligrosas, verás cómo nos dejemos a alguien… 

Si nos vamos a referentes históricos, nadie que haya visto Terra y tenga cierta edad podría obviar la influencia de “La Clave”. De hoy día, tenemos especial admiración por el trabajo de Iker Jiménez.

En el ámbito de los nuevos medios, todo lo que hacen nuestros amigos de ViOne es fenomenal. Sea la tertulia política, los pedazos de historia o la Taberna, todo está hecho con cariño y por los tipos adecuados.

Por último, durante estos 7 años hemos hablado con escritores, directores de cine, creadores de contenido, pintores, aventureros, documentalistas, toreros… Admiramos a todos y cada uno de ellos y recomendamos seguir su estela, si no en lo práctico, sí en lo realmente importante: la actitud.

¿Cuáles son sus planes de futuro?

– Poder seguir haciendo lo que nos gusta como hasta ahora. Divertirnos con las tertulias y con los documentales o reportajes que vayan saliendo. Y, sobre todo, seguir con la sensación de estar haciendo algo útil y juntos.

¿Cómo es el equipo que los rodea?

– Tenemos muchísima suerte de tener gente de tanto nivel que nos ayuda. Unos recurrentemente, otros de manera más puntual. Gente inquieta, preocupada por los temas que nos preocupan a nosotros y, sobre todo, muy comprometida. De otra manera no podría ser.

¿Qué piensan sobre la polarización? ¿La respuesta es el diálogo?

– No. La solución es aprender del que sabe. El diálogo sirve para nosotros, entre birras. Nos ha tocado vivir una época en la que la historia, la ciencia, la propia actualidad se sirve para fines ideológicos, económicos… hay que combatir eso. 

¿Creen en “liderazgo cívico”? ¿Tienen alguna propuesta mejor para sanear la corrupción moral, social y económica? 

– Por el sistema en el que estamos es complicado que haya un liderazgo cívico. Lo que sí puede hacer la sociedad civil es presionar. Aprender. No dejarse engañar. Y, sobre todo, exigir.

Sanear la corrupción es una tarea titánica y que implica mil facetas, nuestra propuesta -o mejor dicho nuestra aportación- en este ámbito pasa por desvelarla y mostrar que existe una alternativa, un mundo un pelín mejor, con solo vivir de acuerdo a unos principios que han inspirado a nuestra civilización desde tiempos inmemoriales.

¿Cómo fomentar la iniciativa cultural ?

– Hay que fijarse más en lo que nos hizo grandes. Traducirlo, eso sí, a las nuevas formas de comunicar. Y ser leales y honestos con el mensaje. Pero el único empujón realmente válido a la iniciativa cultural es el de cada uno: atarse los machos y arrancar; luego vendrá todo lo demás.

¿Qué les dirían a los jóvenes de hoy?

– Que luchen. Nadie lo hará por ellos. El futuro lo deben de construir ellos mismos.

FirmeEloy Asenjo Carpintero

Libertades a la carta, sociedades rotas

De cómo la ruptura del binomio derecho-deber destruye el orden de la justicia y deja a la persona a merced del poder.

19 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Vivimos instalados en un desconcertante espejismo cultural. Nunca antes la sociedad occidental había enarbolado con tanto ímpetu la bandera de los derechos individuales y de la democracia.

Y sin embargo, de forma simultánea, nunca antes el pensamiento académico había puesto tan en duda la existencia misma de la libertad humana.

Es la paradoja que en su día vislumbró con perspicacia el filósofo Carlos Llano. Mientras en la arena pública nos manifestamos apasionadamente por todo tipo de libertades adjetivadas, en los despachos de la filosofía de la mente y del materialismo duro se cocina una tesis demoledora: la libertad no sería más que una ilusión metafísica.

Para esta corriente, nuestras decisiones no brotan de un espíritu consciente o moralmente responsable, sino del condicionamiento inevitable de meros procesos neurológicos.

Pero si la libertad radical no existe, ¿qué sentido tiene defender un sistema democrático maximalista cuya columna vertebral es, precisamente, la autonomía de la persona?

La Estatua de la Responsabilidad

Esta primera contradicción nos arrastra directamente a una segunda tensión no menos peligrosa: la ruptura sistemática del binomio libertad-responsabilidad.

Hace décadas, el psiquiatra Viktor Frankl aconsejaba con agudeza que la Estatua de la Libertad en la costa este norteamericana debería complementarse con la Estatua de la Responsabilidad en la costa oeste.

Hoy observamos exactamente lo contrario. Multiplicamos de forma incansable las listas de derechos y reivindicaciones, pero eliminamos de un plumazo el catálogo de nuestras obligaciones correlativas.

La ecuación es matemática: al debilitar la concepción metafísica de la libertad, erosionamos de paso la responsabilidad personal. Si el individuo se siente menos libre —atrapado o condicionado por estructuras sociales o biológicas—, se percibe de inmediato como menos responsable de sus actos.

El peaje en la vida cotidiana y el blindaje ideológico

Esta quiebra teórica no se queda en las aulas universitarias; impacta de lleno en el barro de nuestro día a día.

Lo constatamos cuando la exaltación desmedida de subjetividades se convierte en la fórmula más habitual para justificar leyes y sentencias manifiestamente injustas.

Se reclaman como «derechos» pretensiones ideológicas que en realidad lesionan la libertad auténtica y la dignidad humana.

Lo sufrimos en la manipulación de la educación, en el trato utilitarista al inicio y al final de la vida vulnerable, o en el paulatino desmantelamiento de la familia en cuanto unidad básica de transmisión de la vida y de la educación…

La atmósfera del bien común

Al desvincular el derecho del deber, destruimos el concepto mismo de bien común. ¿Y qué ocurre cuando chocan dos libertades o dos derechos así concebidos?

Al no existir una referencia objetiva, quedamos trágicamente a merced de la ley del más fuerte.

Como ya explicaba Aristóteles, el bien común no es un mero reparto de bienes individuales, sino algo complejo y arquitectónico. Es la verdadera atmósfera social que permite el desarrollo pleno de la persona en consonancia con su dignidad.

Bajo esa atmósfera se cobijan la concordia colectiva, la justicia, el orden público, la prosperidad material, la protección de la libertad, la moral social, la ecología y el resguardo de la institución familiar…

La propiedad fundamental del bien común es su profunda comunicabilidad: no se agota al compartirse. Cuando un ciudadano posee y ejercita estos bienes, multiplica la capacidad del resto de la sociedad para nutrirse de ellos. El propio Aristóteles, en su Etica Nicomachea, aseguraba que el bien común posee una naturaleza más grande y más perfecta que el bien de un solo individuo, llegando a calificarlo de theióteron (más divino), lo que entraña una dimensión no solo poética, sino de un calado filosóficamente profundo. Como recordaba Santo Tomás de Aquino, cuanto más elevada es una causa, tanto más lejos extiende su eficacia y a más seres alcanza: «El bien, que tiene razón de causa final, resulta tanto más eficaz cuando se comunica a un mayor número».

El trampolín del populismo

Por eso, al asfixiar esa atmósfera, abonamos el terreno donde germinan los populismos contemporáneos.

Con el pretexto de corregir desigualdades o injusticias reales, los movimientos populistas renuncian a la búsqueda sincera de la verdad sobre el ser humano.

No parten de una introspección filosófica o ética rigurosa sobre el bien y el mal. En su lugar, utilizan la hipertrofia de los derechos como mero trampolín para dictar, de forma arbitraria, lo que debe ser permitido o prohibido.

El resultado es previsible: lejos de solucionar la injusticia, terminan generando mayores brechas, mayor opresión y una profunda fractura social.

In conclusione

Es hora de recuperar el sentido fuerte de la libertad metafísica. De entender que no somos esclavos de nuestras neuronas ni simples demandantes de un Estado proveedor.

La filosofía política clásica no niega la existencia de los derechos del individuo, pero los comprende como aquello que a cada uno corresponde justamente en el contexto del bien común.

El cardenal Joseph Ratzinger advirtió con precisión sobre el peligro de considerar los derechos como algo independiente o previo al bien común, señalando que la libertad no puede reducirse a una mera lista de pretensiones individuales. Los derechos no deben ser el punto de partida arbitrario de la realidad política, sino aquello que le corresponde a cada uno dentro del orden de la justicia. Ese orden es inherentemente distributivo y se asienta sobre unas creencias y valores compartidos.

En este sentido, no es posible un poder público moralmente neutral, ni resulta sostenible la supuesta primacía absoluta del individuo y sus derechos desvinculados de sus deberes.

Solo asumiendo de nuevo el peso y la grandeza de nuestras responsabilidades personales, y protegiendo esa atmósfera compartida del bien común, seremos capaces de edificar una sociedad verdaderamente libre, justa y humana.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

Risorse

El perdón del Crucificado

El perdón que Jesús pronuncia desde la cruz inaugura una forma de amar que no depende del arrepentimiento del otro y que el cristiano recibe como don para aprender a perdonar.

Rafael Domingo Oslé-19 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La cruz fue, antes que nada, un instrumento de suplicio. Los romanos la habían heredado de persas y cartagineses y la habían perfeccionado como pedagogía del terror: la víctima moría lentamente ante la mirada de todos. Tras la revuelta de Espartaco, el ejército romano crucificó a seis mil hombres a lo largo de la Vía Apia. Durante el asedio de Jerusalén del año 70, según Flavio Josefo, las tropas de Tito llegaron a levantar quinientas cruces al día, y a veces más. Tan ignominiosa era esa muerte que los primeros artistas cristianos evitaron representar a Jesús clavado en ella. En tiempos de Constantino, que abolió el suplicio, el instrumento de infamia empezaba a ser el signo más venerado de los cristianos.

El suplicio convertido en símbolo

Entre el patíbulo y el símbolo media un viernes de primavera del año 30 o 33. Poncio Pilato, prefecto de Judea bajo Tiberio, había condenado a un joven de Nazaret por proclamarse rey de los judíos. No tenía defensor. Uno de los suyos lo había vendido y otro lo había negado. En el Gólgota solo lo acompañaban su madre, el discípulo Juan, unas cuantas mujeres y los soldados que lo ejecutaban. Lucas recoge la primera de sus tres palabras en la cruz: «Padre, perdónalos, porque no saben lo que hacen» (Lc 23, 34).

Habló desde el centro de su propio dolor, sin subordinar el perdón al arrepentimiento de nadie ni a la reparación del daño. Perdonó en el instante mismo del crimen, mientras los soldados se repartían su ropa echándola a suertes.

El filólogo David Konstan ha sostenido que el perdón tal como hoy lo entendemos, remisión interior y gratuita del agravio sin reparación previa, no tiene un equivalente claro en la Antigüedad clásica, que conoció la clemencia y la magnanimidad. Se acepte o no su tesis, aquel viernes irrumpió una palabra inaudita en la conversación humana sobre el daño.

Perdonar antes de que el otro se arrepienta

Jesús había enseñado a perdonar setenta veces siete y había unido en el Padrenuestro el pedir perdón y el perdonar. Había perdonado a la pecadora en casa de Simón el fariseo, al paralítico de Cafarnaúm y a la adúltera cuando todos la condenaban. La víspera de su muerte entregó a los suyos el pan y la copa como memorial de un cuerpo y una sangre ofrecidos para el perdón de los pecados. Durante tres años el perdón había sido en él palabra y gesto. En el Calvario se convirtió en su modo de morir.

Para la lectura humanista, la cruz es la cumbre moral del perdón humano y no exige creer en la divinidad de Cristo. Hannah Arendt, judía y secular, sostuvo en La condición humana que Jesús de Nazaret descubrió el perdón en el ámbito de los asuntos humanos. La lectura espiritual percibe además algo trascendente, sin suscribir las doctrinas cristianas: Simone Weil, que nunca se bautizó, vio en la cruz un amor por encima de toda medida humana, y Thich Nhat Hanh quiso acoger a Jesús desde el budismo. Las dos lecturas reconocen la cumbre, pero dejan al ser humano solo ante una exigencia que rara vez alcanza por sí mismo.

Un perdón que desborda lo humano

La lectura cristiana va más lejos. Dios mismo entró en la historia del perdón asumiendo la condición de víctima, y desde ahí abrió una corriente de amor real en la que cualquier corazón puede recibir lo que por sí solo no podría dar. Por el velo de su carne, dice la carta a los Hebreos, tenemos «un camino reciente y vivo» (Hb 10, 20). La tradición ha pensado esa corriente en clave trinitaria, según la analogía de san Agustín: Amante, Amado, Amor. El Hijo pide al Padre el perdón por los pecados de la humanidad; el Padre lo otorga sin reservas; el Espíritu Santo lo derrama desde entonces como perdón que limpia y sana el corazón humano.

La primera criatura que entra en esa corriente es María, al pie de la cruz. Permanece donde casi todos han huido, y la tradición ha leído su silencio como continuación del perdón del Hijo. Con la entrega desde el madero, «Mujer, ahí tienes a tu hijo» (Jn 19, 26), la Madre del que perdona queda como madre de quienes han sido perdonados y están llamados a perdonar. En ella se ve que el perdón cristiano es respuesta, libertad que coopera con un don. Lo heroico está en pedir con perseverancia la gracia de perdonar y dejarse atravesar por ella.

La lágrima que Dios hace suya

La objeción más seria la formula Iván Karamázov. Acepta a Dios, pero le devuelve la entrada a una armonía final construida sobre el sufrimiento de los inocentes; le basta para ello la lágrima de un niño torturado. Ningún silogismo justifica esa lágrima. El cristianismo responde con un gesto. Dios la carga en la cruz, y también llora (Jn 11, 35).

Aquel perdón no quedó aislado. Pocos años después, a las afueras de la misma ciudad, el diácono Esteban murió apedreado mientras clamaba: «Señor, no les tengas en cuenta este pecado» (Hch 7, 60). Entre los testigos estaba un joven fariseo, Saulo, que guardaba los mantos de los verdugos. Ya convertido en Pablo, escribiría a Timoteo: «Alcancé misericordia porque actué por ignorancia, pues no tenía fe» (1 Tim 1, 13).

Quien se atreve hoy a perdonar al hijo que se fue o al verdugo que aún no ha pedido perdón prolonga, lo sepa o no, aquel «Padre, perdónalos» pronunciado desde la cruz. La fuerza para hacerlo le llega de la corriente que se abrió en el Calvario y que la Iglesia sigue ofreciendo en el sacramento de la reconciliación. Allí el cristiano recibe el perdón que después ha de dar.

El perdón. Una sabiduría silenciosa

AutoreRafael Domingo Oslé
Editoriale: La sfera dei libri
Pagine: 200
Data di pubblicazione: 2026
Vaticano

Il Papa nell'Angelus: "Questa esperienza mi ha fatto sentire in modo particolare la vicinanza a coloro che stanno affrontando la malattia".«

En su primera aparición pública, tras la operación del cáncer de pulmón, León XIV ha agradecido las oraciones y el cuidado médico en estos días, y ha señalado que retomará gradualmente su agenda.

Maria José Atienza-18 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Aunque el domingo ha amanecido desapacible en Roma, la expectación por ver al Papa León XIV pocas horas después de ser dado de alta en el Gemelli, se palpaba en los alrededores de San Pedro. Han sido muchas las personas que se han acercado al corazón del Vaticano para escuchar al Santo Padre a pesar del frio y de una llovizna intermitente.

Casi 10 minutos después de las 12, el Papa se ha asomado y saludado a los presentes cuyos saludos y cantos transmitían al pontífice su alegría por verle. Con voz firme y clara, León XIV ha comenzado su comentario previo al rezo mariano.

El Reino de Cristo «no elimina las responsabilidades humanas»

El Papa, fiel a la tradición, ha comentado el pasaje evangélico propio de este domingo 29 del Tiempo Ordinario en el que el evangelista Mateo sitúa a Cristo ante una «pregunta trampa» de los fariseos, que querían poner a Jesús en una situación controvertida ante el gobierno civil.

Pero «la respuesta del Maestro es astuta, porque lo mantiene fuera de la trampa y  desenmascara la hipocresía de quienes quieren hacerlo caer», ha destacado León XIV, que ha puesto el acento en cómo «contemplamos a un Dios que no teme a la historia, sino que, por el contrario, viene  a vivir en ella».

Este pasaje nos recuerda, ha continuado el Papa, que somos ciudadanos de un mundo en el que tenemos que vivir nuestros derechos y deberes: «Su Reino [el de Cristo] no elimina los cargos ni las responsabilidades humanas. Sin embargo, nos  pide que vivamos sin concesiones, libres de malas ambiciones e intereses injustos, anteponiendo ante todo el Reino de Dios y su justicia».

Cristo no se deja «engañar» por unos halagos que buscan utilizarle, en el fondo, sino que señala, claramente las características del «perfil de quien ‘devuelve al César lo que es del  César y a Dios lo que es de Dios’: ser sinceros, sin temor ni hipocresía, libres para hacer el bien».

«Retomaré gradualmente mis actividades»

La reciente estadía en el hospital también ha estado presente en estos saludos. El Papa ha reiterado su agradecimiento a los médicos y el personal del policlínico Gemelli su atención en las jornadas en las que ha permanecido ingresado tras la operación de un cáncer de pulmón.

También ha querido agradecer «a todos los que han rezado por mí estos días. He sentido de verdad vuestro apoyo» y ha destacado cómo «esta experiencia me ha hecho sentir de manera especial la cercanía a quienes atraviesan la enfermedad y una situación de dolencia».

León XIV ha querido compartir también una expectativa de futuro con los fieles señalando que «una vez superada esta delicada etapa, como sabéis, ahora retomaré gradualmente mis actividades, siempre con la ayuda de Dios y de vuestras oraciones».

El Papa ha recordado, además, el centenario de la Giornata missionaria mondiale, que se celebra hoy en todo el mundo, animando a los fieles a pensar «en toda la historia misionera de estos cien años! Oremos para que la Iglesia sea siempre fiel al mandato del Señor resucitado: «Id por todo el mundo y proclamad el Evangelio a toda criatura»».

Mondo

Il naufragio che rese Malta cattolica

Da San Paolo all’Ordine di San Giovanni, la storia di Malta racconta un’identità cattolica che oggi convive con forti contrasti

Gerardo Ferrara-18 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Nel precedente articolo su Malta abbiamo parlato di quanto, in questa piccola isola e nel suo arcipelago, si siano concentrate per millenni le vicende politiche e culturali del Mediterraneo.

In questo vedremo come alcuni personaggi particolari, a partire da un naufrago eccellente, abbiano forgiato una delle caratteristiche principali dei maltesi: la fede cristiana.

San Paolo a Malta

Un evento segna più di molti altri il momento in cui Malta e il cristianesimo divengono quasi un tutt’uno. 

Siamo nel 60 d.C. Una nave salpata da Creta, con a bordo quasi 280 persone, tra cui un certo Paolo di Tarso, prigioniero scortato dal centurione Giulio a Roma per subire un processo dinanzi all’imperatore, si trova da quattordici giorni in balia di una tempesta scatenata dal vento chiamato Euroaquilone. Sembra ormai che non vi sia scampo per l’imbarcazione e che i passeggeri siano spacciati, ma questo Paolo promette loro che si sarebbero salvati, perché un angelo gli era apparso per assicurargli che sarebbero riusciti a giungere a terra.

Così avviene. La nave s’incaglia di fronte all’isola chiamata Melita e il prigioniero incatenato, insieme agli altri scampati al naufragio, riesce ad arrivare a riva. Qui, gli abitanti, definiti barbari (in latino e in greco questo termine designa gli stranieri, coloro che non parlano né latino né greco, e infatti i maltesi all’epoca parlavano ancora il fenicio nella versione punica, cioè cartaginese), accolgono i naufraghi e accendono un fuoco. 

Mentre raccoglie legna, a Paolo si avvinghia una vipera attorno alla mano e per questo gli isolani credono che abbia una maledizione. Ma l’Apostolo la getta nel fuoco senza riceverne alcun danno e il suo status di fronte ai maltesi cambia completamente, soprattutto dopo che Paolo guarisce il padre di un notabile del posto, Publio, e dopo di lui, nei tre mesi trascorsi a Malta, altri malati.

Secondo la tradizione, il luogo del naufragio di Paolo sarebbe un’isoletta chiamata Gżejjer ta’ San Pawl nella baia detta oggi proprio “di San Paolo”, San Pawl il-Baħar. Qui sorge oggi una chiesa del XVII dedicata al santo, San Pawl Milqi, costruita sulle rovine di una villa agricola romana che alcuni ritengono essere proprio quella di Publio. Quest’ultimo sarebbe divenuto poi il primo vescovo di Malta e uno dei patroni dell’isola, ragione per cui la Chiesa maltese si considera fondata direttamente dall’Apostolo delle genti.

Il luogo della permanenza e della prigionia di Paolo, così come della sua predicazione nell’arcipelago maltese, si trova invece nell’isola di Gozo, a Rabat, ove vi è una grotta venerata ancora oggi.

I Cavalieri di Malta

I Cavalieri di Malta (ufficialmente: Sovrano Militare Ordine di Malta) non sono nati a Malta e la loro sede ufficiale non si trova più lì, bensì a Roma. Tuttavia, hanno con l’isola un legame storico indissolubile.

Si tratta di uno dei più antichi ordini religiosi cattolici al mondo, e questo mi ha stupito. Difatti, inizialmente pensavo fosse un’istituzione laicale, dato che ne conosco alcuni membri sposati.

In realtà, sono a tutti gli effetti un ordine religioso cattolico, pur con una struttura e una natura uniche nel consesso della Chiesa. 

A differenza dei frati o monaci di altri ordini, infatti, la stragrande maggioranza dei membri dell’Ordine di Malta non vive in convento o monastero. E, diversamente anche in questo senso da altri istituti di vita consacrata, sono pure un soggetto sovrano di diritto internazionale: uno Stato senza territorio.

Fondati a Gerusalemme nel 1048 come Ospedalieri di San Giovanni per assistere i pellegrini in Terra Santa e riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa nel 1113, assunsero poi una funzione militare a difesa dei Luoghi Santi, rimanendovi fino al 1291, anno della caduta di San Giovanni d’Acri ad opera dei Mamelucchi. Gli Ospitalieri sopravvissuti alla strenua e sanguinosa resistenza ad Acri si rifugiarono a Cipro e l’Ordine divenne una potenza navale, specialmente dopo il 1310, quando i Cavalieri si trasferirono a Rodi, di cui ottennero la sovranità territoriale, e successivamente a Malta, quando, nel 1530, Carlo V cedette l’isola all’Ordine di San Giovanni, che assunse dunque il nome di Cavalieri di Malta. 

Malta offriva loro un porto strategico e una posizione ideale, tra Sicilia, Africa settentrionale e Levante, al centro delle rotte che collegavano l’Europa cristiana al mondo ottomano. E divenne in effetti un loro capolavoro architettonico. I Cavalieri ne rafforzarono le difese, costruirono forti, arsenali, magazzini, chiese e ospedali, rendendola una roccaforte e un laboratorio civile e sanitario, con strutture considerate fra le più avanzate del Mediterraneo dell’epoca per la cura di malati, feriti, poveri e naviganti, un po’ come per San Paolo avevano fatto i maltesi molto tempo prima.

L’assedio e l’espulsione: da Malta al mondo

Tanto bene costruirono le loro fortificazioni che i Cavalieri di Malta furono in grado di resistere al Grande Assedio ottomano del 1565, quando la Sublime Porta, decisa a eliminare la base dell’Ordine, inviò contro l’isola un’ondata di navi e uomini, assediandola per mesi. I Cavalieri e la popolazione maltese, però, asserragliati nei forti di Sant’Elmo, San Michele e Sant’Angelo, e soccorsi dalla Sicilia, riuscirono a respingere l’assedio e la loro vittoria fu celebrata in tutta Europa. 

In seguito, il Gran Maestro Jean Parisot de Valette decise di edificare una nuova città sul promontorio che domina il-Port il-Kbir, il Porto Grande (Grand Harbour): La Valletta. Il progetto prevedeva una città-fortezza, dalla struttura razionale e capace di resistere a nuovi attacchi ma in grado, altresì, di rappresentare degnamente l’Ordine che governava l’arcipelago, con bastioni, chiese, palazzi. 

I Cavalieri furono “di Malta” addirittura fino al 1798, quando Napoleone li espulse dall’arcipelago dopo averlo occupato durante la spedizione d’Egitto.

L’Ordine perse così la sua isola ma ne mantenne la memoria nel nome, continuando a esistere, come Sovrano Militare Ordine di Malta, per dedicarsi soprattutto ad opere umanitarie.

I suoi circa 13.500 membri nel mondo si dividono in tre ceti: i Cavalieri Professi, religiosi a tutti gli effetti che emettono voti di povertà, castità e obbedienza, dal cui rango viene eletto il Gran Maestro; i Cavalieri e Dame in Obbedienza, legati all’Ordine da una promessa di vita cristiana; e infine i laici, che partecipano alle opere ospedaliere, assistenziali e umanitarie dell’Ordine nel mondo.

Cultura, fede e legislazione oggi: l’anima e le leggi di Malta

Il tessuto sociale e culturale di Malta è oggi indissolubilmente legato all’eredità cattolica. La Costituzione stessa della Repubblica sancisce che il cattolicesimo è religione di Stato (Art. 2). 

Ciò si riflette su una legislazione che, rispetto ad altri Paesi d’Europa e del mondo, si distingue per la forte impronta conservatrice in tema di diritto familiare ed etica.

L’aborto, ad esempio, rimane ancora severamente vietato ed è considerato un reato penale. Soltanto nel 2023 al Codice Penale, che lo considera un crimine, è stata introdotta una modifica a suo tempo alquanto dibattuta: si consente l’interruzione di gravidanza esclusivamente nel caso in cui la vita della donna e la sua salute siano in grave ed imminente pericolo. Per tutti gli altri casi, compresi stupro, incesto e malformazioni fetali, sono previsti fino a tre anni di carcere per le donne che si sottopongano a interruzione volontaria di gravidanza e per coloro che la procurino. Esistono, comunque, diversi casi di donne maltesi che si recano all’estero (specie in Italia o nel Regno Unito) per abortire o che ricorrono clandestinamente all’acquisto di pillole abortive.

Eppure, sul fronte dei diritti delle persone omosessuali, Malta ha preso una direzione opposta, discostandosi notevolmente dalla visione cattolica che contraddistingue altri ambiti della sua giurisprudenza. Già nel 2014 erano state introdotte le unioni civili (con diritto all’adozione), mentre nel 2017 il Parlamento ha legalizzato il matrimonio egualitario quasi all’unanimità (un solo voto contrario), sostituendo, nel diritto civile, i riferimenti a “marito” e “moglie” con termini neutri. 

Malta costituisce quindi un paradosso: Paese costituzionalmente e culturalmente cattolico, con una legislazione fortemente restrittiva in materia di aborto ma all’opposto per quanto riguarda il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

D’altro canto, rimane pure paradossale il divario tra “fede” e “devozione” religiosa e culturale.

Se circa il 96% dei maltesi continua a identificarsi come cattolico romano, confermando una radicata adesione “ufficiale” alla Chiesa, la pratica religiosa è passata dall’82% (1967) al 35-40% (15-20% tra i giovani) della popolazione di circa 550 mila abitanti oggi (valore comunque tra i più alti dell’Unione Europea). Un ulteriore 70-74% dei cittadini dichiara peraltro di partecipare alle funzioni religiose almeno una volta al mese o nelle grandi festività.

Rimane tuttavia altissima la partecipazione popolare a sacramenti come battesimi, matrimoni, prime comunioni, grandi eventi della comunità quali feste patronali e processioni, in particolare quelle dedicate a San Paolo (10 febbraio) e quelle estive, con luminarie (pavaljuni), sfilate di bande e spettacoli pirotecnici (giggifogu), o tradizioni come la benedizione dei luzzu (i colorati pescherecci con gli occhi protettivi dipinti sulla prua). 

In conclusione, con le sue singolarità, la storia millenaria, la cultura, le lingue, la cucina, la fede, Malta è davvero una isla bonita.

Evangelizzazione

Carlos Bobillo, primer misionero ad gentes de Hakuna: «No venimos de turistas, venimos a darnos»

Carlos Bobillo descubrió a Dios en Burundi y dejó su carrera de abogado para dedicarse a la misión. En enero se convertirá en el primer misionero ad gentes de Hakuna, convencido de que la felicidad nace de entregarse a los demás y de vivir con Cristo.

Teresa Aguado Peña-18 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Carlos Bobillo llegó a Burundi cuando era universitario, sin fe y con ganas de vivir una aventura. Criado en una familia atea, buscaba ayudar a los demás desde el voluntariado, pero encontró mucho más de lo que esperaba: el testimonio de unos misioneros que, en medio del sufrimiento, vivían con una alegría que no alcanzaba a comprender. «¿Cómo puede ser que estés en el último lugar del mundo entre sufrimiento, con esa alegría en los ojos? Eso no es de este mundo», recuerda que se preguntó entonces.

Aquella experiencia marcó el inicio de un camino de conversión que, con el tiempo, le llevaría a descubrir a Dios y a replantearse su propia vida. Tras varios años compaginando su trabajo como abogado con las experiencias de misión, decidió dejar un prestigioso bufete para dedicarse a la cooperación y la evangelización en Burundi a través de la ONG Komera, que impulsó junto a un grupo de amigos. Ahora, después de años de discernimiento y de vivir la fe en el carisma de Hakuna, ha decidido dar un paso más y entregar su vida a la misión. A partir de enero, se convertirá en el primer misionero ad gentes de Hakuna, con el deseo de ayudar a otros a encontrarse personalmente con Cristo en Burundi.

En esta entrevista, Bobillo cuenta cómo la misión transformó su manera de entender la felicidad, qué ha aprendido de la fe de los burundeses y por qué considera que la entrega a los demás no puede limitarse a unas semanas de voluntariado, sino que está llamada a transformar toda la vida.

En su viaje a Burundi descubrió la misión de una forma que cambió su vida. ¿Qué vivió allí para que su manera de entender la vida diera un giro tan profundo?

–Fui a Burundi sin saber que iba a una misión. Me apunté como voluntario para echar una mano desde un punto de vista filantrópico, sin ninguna referencia a Dios, porque no tenía a Dios en mi vida. Me atraían la posibilidad de conocer otro continente, vivir aventuras y ayudar materialmente a otras personas.

Llegué con una forma de pensar muy predeterminada, la que tenemos muchos aquí: vivimos en un mundo en el que creemos controlarlo todo y ser autosuficientes. Yo iba a Burundi convencido de que sabía lo que iba a hacer y de que podía prever los resultados.

Sin embargo, muchas cosas empezaron a cuestionar mi manera de pensar, mi educación y todo lo que había vivido hasta entonces. Me sorprendía que personas que prácticamente no tenían nada pudieran vivir con tanta plenitud. Esto no significa romantizar la pobreza, porque hay que rebelarse contra ella y ser conscientes del sufrimiento que provoca. Pero me impresionaba cómo eran capaces de transformar ese sufrimiento en una oportunidad para amar, y cómo tenían a Dios tan presente en sus vidas.

No sabían si al día siguiente podrían comer o si su hija enferma sobreviviría. Y, aun así, eran capaces de vivir con una confianza que a mí me costaba comprender.

También trabajábamos mucho con las Misioneras de la Caridad. Me llamaban la atención sus vidas, sus testimonios y su alegría. Recuerdo especialmente a una misionera que había llegado desde Nueva York. Me impresionaba cómo podía entregarse a los demás y ser tan feliz. No era solo que se lo pasara bien, sino que vivía una felicidad profunda, una paz que se reflejaba en ella y un corazón que parecía ensancharse al darse a los demás.

Cuando terminó aquella experiencia, tenía muchas ganas de volver. Después regresaba a Madrid, seguía con mi vida y, a veces, hacía cosas que no me llenaban. Entonces volvía a preguntarme qué me había pasado en Burundi y por qué había sido tan feliz allí, teniendo aquí tantas cosas.

Todo aquello empezó a cambiarme la vida y a despertar en mí el deseo de entregarme cada vez más. Fue un proceso largo, con nuevas experiencias en Burundi y en otros lugares, que me permitió ir creciendo y profundizando.

Llegó a Burundi sin creer en Dios. ¿Cómo fue ese camino de conversión?

–Vengo de una familia atea, recibí una formación atea y mis padres estaban divorciados. No tenía ninguna referencia de Dios.

Durante varios años viví esa dicotomía entre Burundi y mi mundo en Madrid. Allí experimentaba algo que me llenaba, pero después volvía a mi vida habitual, que, aunque pensaba que me hacía feliz, muchas veces me pesaba.

En ese proceso apareció Hakuna, hacia 2015, unos años después de mi primer viaje a Burundi. Me ayudó mucho a descubrir que también aquí había personas que vivían la fe con sencillez, libertad, alegría y normalidad. Veía en ellas algo que yo había experimentado en Burundi y que también quería para mi vida.

Poco a poco fueron creciendo esas inquietudes. Entonces ocurrió algo que me marcó profundamente. Estábamos de viaje familiar en Navidad y, el 6 de enero, por la mañana, cuando íbamos a abrir los regalos, encontramos a mi padre, que había muerto de repente.

Fue un momento de enorme tristeza, pero también experimenté una paz muy grande. Humanamente era muy duro, pero, al mismo tiempo, yo pensaba que la muerte no había vencido, que Dios tenía la última palabra. Mi padre no creía en nada, pero yo me decía que estaba en el cielo, que no pasaba nada, que la muerte no tenía la última palabra.

Aquello podría haberme llevado a alejarme de Dios, pero ocurrió lo contrario. Empecé a pensar que la vida está para entregarla, que es corta y hay que aprovecharla.

Fue un momento de desprendimiento importante. Dejé mi casa, mi coche y muchas cosas de mi vida, incluida mi novia, para irme a Burundi y preguntarme qué quería Dios de mí. Allí se asentaron las bases de mi conversión y de mi encuentro personal con Él.

El voluntariado a veces se cuestiona por el riesgo de buscar reconocimiento o caer en lo que se conoce como «pornografía de la pobreza». En Hakuna habláis de «compartiriado». ¿Qué valor tienen estas experiencias y qué aportan realmente a quienes las viven?

––Yo mismo tuve la suerte de encontrarme con Cristo en una experiencia de misión, sin saber siquiera que lo era. Por eso valoro tanto estas experiencias. Si se viven bien, pueden ayudar muchísimo; si se hacen mal, pueden causar mucho daño. Hay que prepararse, formarse, rezar y contar con un buen acompañamiento.

La misión empieza antes del viaje, conociendo la realidad en la que vamos a implicarnos y preparando el corazón. Y continúa durante la experiencia, con una actitud de entrega y desprendimiento. No vamos a hacer turismo, sino a darnos a los demás. También es importante vivir con sencillez. No tendría mucho sentido ir a una misión y, al mismo tiempo, mantener un estilo de vida completamente ajeno al de las personas con las que estamos. No se trata de jugar a ser pobres, sino de prescindir de algunas comodidades y apetencias para entrar de verdad en lo que estamos viviendo.

No se trata de visitar una realidad y observarla desde fuera, sino de implicarnos en ella. Por eso también es importante desconectar del móvil, estar presentes y cuidar la vida espiritual, porque es difícil entregarse de verdad si uno no se sabe amado por Dios. Y, por último, hay que vivir la misión en grupo. La comunidad ayuda a compartir lo bueno y lo malo, a crecer juntos y a cuidarnos. ¿Qué sentido tiene ir a ayudar a los niños de una escuela si después no me preocupo por mi compañero de habitación que está enfermo? La misión empieza en casa y, desde ahí, se extiende al mundo.

Pero también es fundamental preparar la vuelta. No podemos entregarnos durante un mes y después volver a vivir pensando únicamente en nosotros mismos. El compartiriado consiste en dar continuidad a lo vivido, agradeciendo lo recibido y manteniendo esa actitud de entrega en nuestra vida cotidiana.

No se trata de ayudar unas horas el fin de semana o un mes al año, sino de dejar que la experiencia nos cambie el corazón y transforme todas las facetas de nuestra vida. Es un proceso continuo de crecimiento y renovación que nos permite mantener el corazón abierto y dispuesto a entregarse a los demás, aquí y allí.

Después de tantos años vinculado a Burundi, ¿qué ha aprendido de las personas que ha conocido allí?

–He tenido una suerte inmensa al encontrarme con Burundi. Y todo lo que he recibido quiero entregarlo de nuevo, porque no es mío. Esa es la dinámica del amor: dar y recibir.

En Burundi se recibe muchísimo. Además del cariño de las personas, hay una riqueza espiritual enorme. Es un país que, en medio de la pobreza material, ha sido capaz de encontrar una forma de vivir que transforma el sufrimiento en algo más grande. En vez de, ante el sufrimiento, encerrarse en la queja, que nos lleva a vivirlo todavía peor, me han enseñado a entregarlo y convertirlo en una oportunidad para amar más. En Burundi he visto muchas veces esto último.

La pobreza material convive con una enorme riqueza espiritual, y eso se percibe en todo: en la manera de relacionarse con la creación, con los demás y con Dios. Existe un abandono total en Dios. Cuando no tienes prácticamente nada, puedes descubrir que todo lo que recibes es un don. Pero no se trata de agarrarse a Dios como a un clavo ardiendo, sino de reconocerlo como Señor: nada es mío, todo es tuyo.

La pobreza material no es el objetivo, pero puede enseñarnos cosas muy importantes. Lo esencial no es la pobreza como tal, sino lo que podemos aprender de ella. Dios ha querido que naciéramos en España, y no hace falta venderlo todo para vivir esta enseñanza. Se trata de ser conscientes de lo que tenemos y comprender que nada nos pertenece por completo.

Es una enseñanza que te cambia la vida. Burundi nos toca tanto a quienes vamos porque nos muestra que la felicidad no está en tener muchas cosas, sino en entregarse. Ese es el secreto de la vida, algo que todos sabemos, pero que olvidamos continuamente. Por eso necesito recordarlo y renovarlo, con mis propias pobrezas y dificultades. Tener Burundi más cerca me ayuda a ser más consciente de ello.

Incluso después de descubrir dónde está la verdadera felicidad, es fácil volver a casa y dejarse arrastrar por el ritmo del mundo. ¿Cómo podemos vivir los cristianos nuestra responsabilidad misionera y ayudar a otros a descubrir esa felicidad?

–Creo que es un arma de doble filo. Por un lado, podemos pensar que cada vez es más difícil, que el mundo va en una dirección contraria al Evangelio y que nunca lo vamos a conseguir. Pero, al mismo tiempo, eso puede ser una oportunidad enorme.

El ser humano está hecho para algo más grande. Cuando el mundo se aleja cada vez más de lo que vivimos y creemos, puede resultar más fácil reconocer que esa no es la vida que queremos. Cuesta, pero creo que es algo que estamos viendo hoy, también con el resurgir de los jóvenes en España y en otros lugares. Muchos jóvenes empiezan a darse cuenta de que la vida que se nos propone, centrada en lo material, lo inmediato, el placer y la autorrealización, no les hace felices. Basta con estar un poco despierto para preguntarse si de verdad queremos vivir así. Y, cuando surge esa pregunta, aparece otra: ¿qué quiero entonces? Lo más difícil es que una persona empiece a hacerse preguntas. Después, el Señor se encarga de lo demás.

¿Y qué podemos hacer nosotros? Creo que la clave está en algo que puede sonar muy repetido, pero que es fundamental: más que hacer, se trata de ser. Lo importante es cuidar nuestra relación con Cristo y dejar que Él transforme nuestra vida. Decirle: «Señor, mi vida es tuya». Y cuidar esa relación en la oración y ante el Santísimo.

No debemos centrarnos en ir cumpliendo objetivos, contando cuántos retiros hemos hecho o cuántas veces hemos ido a Burundi. Se trata de pedirle al Señor la gracia y los instrumentos para vivir aquello a lo que nos sentimos llamados. De ese encuentro personal con Cristo y de esa relación con Él nacerá todo lo demás. Cada uno lo vivirá según sus dones. Algunos tendrán talentos muy visibles, pero hay otros que son igualmente valiosos aunque nadie los vea.

Lo importante es cuidar esa relación y dejar que el Señor, con lo que somos y tenemos, haga de nosotros luz para el mundo. Pero no debemos centrarnos en la luz, sino en la fuente de la luz.

Háblenos de Komera…

–Komera nació hace veinte años, a raíz de un primer viaje a Burundi, en 2007. No fuimos con la idea de constituir una asociación ni de poner en marcha un proyecto. Éramos un grupo de amigos que decidió viajar a Burundi.

Al volver, estábamos muy marcados por lo que habíamos vivido y nos preguntábamos qué podíamos hacer con todo aquello que habíamos recibido. Sentíamos que éramos portadores de una gracia que no podía quedarse solo en nosotros. No queríamos que fuera una experiencia de un verano, para después pasar al Interrail, las prácticas o cualquier otro plan. La vida va poniendo las cosas en su sitio, pero todos teníamos la sensación de que aquello era demasiado grande para guardárnoslo. Solo podíamos compartirlo.

Así nació Komera, de una manera muy espontánea, como fruto de aquel primer viaje. Después volvimos a Burundi al año siguiente y seguimos repitiendo la experiencia, mientras poníamos en marcha pequeños proyectos.

En aquel momento estábamos estudiando y no teníamos demasiados conocimientos. Empezamos haciendo lo que podíamos. Por ejemplo, organizamos un campamento para niños debajo de un árbol, porque no había escuela. Jugábamos con ellos y les dábamos clase al aire libre. Entonces vimos que hacía falta una escuela y nos preguntamos cómo podíamos ayudar a construirla.

Cada uno aportaba lo que sabía hacer: yo podía organizar una obra de teatro, mi prima cantaba, mi tío era empresario… Así fuimos poniendo en común nuestras capacidades. Aquel primer año construimos una escuela y empezamos a desarrollar pequeños proyectos.

Durante estos veinte años, todo ha ido creciendo. Hemos podido realizar más viajes de voluntariado y de misión, y también impulsar proyectos cada vez más grandes. Al mismo tiempo, nosotros hemos ido creciendo vitalmente.

Per saperne di più
FirmeSantiago Zapata Giraldo

La participación cristiana en la sociedad

El cristiano no puede desentenderse de la sociedad: está llamado a transformarla desde la caridad, la prudencia y el compromiso con el bien común.

18 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Cada vez vemos que la sociedad se envuelve en un egoísmo que no deja en realidad avanzar, luchas por ideas diferentes o por opiniones que no agradan a un cierto grupo. Pero ¿es necesario que un cristiano este en estos aspectos? Si nos fijamos podríamos decir que no, o simplemente pasar y preocuparme de mi vida cristiana, pero ¿eso está bien?

La participación de todos los ciudadanos no puede envolverse en la excusa de que no le corresponde, porque en una sociedad cada individuo es importante. Pero ¿Qué es una sociedad para un cristiano? Si nos vamos al catecismo en el encontramos una explicación preciosa: “Algunas sociedades, como la familia y la ciudad, corresponden más inmediatamente a la naturaleza del hombre. Le son necesarias. Con el fin de favorecer la participación del mayor número de personas en la vida social, es preciso impulsar, alentar la creación de asociaciones e instituciones de libre iniciativa” (1882) la sociedad hace parte de la naturaleza del hombre, entonces ¿Por qué no participar activamente en ella? 

El cristiano está llamado a participar en el mundo, pero no de una manera de odio, sino más bien demostrar que la sociedad se abarca desde una perspectiva del bien, “abarca el conjunto de aquellas condiciones de vida social con las cuales los hombres, las familias y las asociaciones pueden lograr con mayor plenitud y facilidad su propia perfección” (GS 74) 

Si nos fijamos, el vivir en comunidad está previsto no como algo meramente externo, por facilidad o simplemente por gusto, sino que trae consigo la relación entre personas que logra encarnar que somos imagen de Dios, y esto, de modo no se olvida de la igualdad y la dignidad que tiene cada persona humana por el simple, pero al mismo tiempo grandioso hecho de ser pensado e hijo de Dios. En esto entra la prudencia, que si nos vamos a santo Tomas nos encontramos que es algo que no corresponde a un propio parecer, sino más bien al del bien común, “dado que es propio de la prudencia deliberar, juzgar y ordenar los medios para llegar al fin debido, es evidente que la prudencia abarca no sólo el bien particular de un solo hombre, sino el bien común de la multitud” (Summa Theologiae, II-II, q. 47, a, 10) el pensar en el bien común, es también atender a la caridad, sabiendo en cada momento lo que más conviene, analizando arduamente la necesidad de los demás, que atiende a un mandado divino. Esta virtud cardinal pone en práctica nuestro juicio, por lo tanto no está algo hecho para mí solo, sino también para el servicio a los demás. 

Si nos fijamos nuestra vida diaria, cotidiana, está llena de juicios donde la prudencia está presente, y es donde muchas veces pensar en el otro también es necesario para una sana participación, el empaparse del mundo, del sonido del mundo, del saber del mundo sin llegar a ser un mundano, es también una característica de nuestra vida ordinaria. 

La prudencia entra además en el derecho de participar activamente del futuro de una sociedad, de su organización y de su representación, y ver cuando algo de lo que hacen parte como la sociedad, no defiende lo más importante; la dignidad de cada  persona, eso cada uno es importante: “Su colaboración leal entraña el derecho, a veces el deber, de ejercer una justa crítica de lo que les parece perjudicial para la dignidad de las personas o el bien de la comunidad” (CCE, 2238) nuestro deber no solo es participar cuando todo fluye correctamente, sino también con la prudencia establecer aquello que ataca a la integridad de la sociedad, y sus bases que son las personas, con su dignidad, desde su concepción hasta su muerte, porque es sagrada.

En esto, un texto importante fue Caritas in veritate, de Benedicto XVI, cuando lograba encontrar esa conexión entre el bien común, la vocación y la participación. Todo cristiano, está llamado a la caridad, pero, como dije antes, esto no es simplemente ayudar económicamente a un desfavorecido, sino también ayudar en la sociedad a que cada vez sean menos lo que están desfavorecidos, cada uno desde la vocación de donde el Señor ha suscitado. “Desear el bien común y esforzarse por él es exigencia de justicia y caridad” (Caritas in veritate, 7) la exigencia de cada uno, de ser partícipes de una misma realidad, es contribuir al fin y al cabo de una esperanza que es que cada uno conozca el bien y que su dignidad no sea vulnerada por esa falta de justicia y equidad. 

Es importante pensar también en que vivimos tiempos donde la conciencia del bien común cada vez se ve más degradada por un constante egoísmo, de igual forma por un querer efímero de las cosas, rápidas y pasajeras que abandonan completamente el pensar en el otro sino más bien satisfacer las necesidades mías. Es un error pensar en que solo en la sociedad con que se sacie mi persona, en muchos casos el yo, se puede llegar a un progreso, es casi irracional pensarlo, “cuando se considera la naturaleza, y en primer lugar al ser humano, fruto del azar o del determinismo evolutivo, disminuye el sentido de la responsabilidad en las conciencias” (Caritas in veritate, 48) si pensamos en que la naturaleza tiene detrás una mente divina, empezaremos a ver que en realidad es un don que se da gratuitamente, en cambio si pensamos en el azar, no pensamos en lo divino, y se abaja tanto la dignidad de la persona que logramos pensar que podemos jugar con ella como si fuéramos dueños de la misma. Por tanto, la conciencia de una creación divina es importante para pensar en el progreso y el bien común. ´

Un papel importante y es algo que además podemos pensar es de la libertad, para decidir y para juzgar, para opinar y también para actuar. Aquí si nos fijamos la prudencia se incrusta de forma esencial en las decisiones que hagamos con libertad. En esto san Josemaría nos dice: “Un hombre sabedor de que el mundo —y no sólo el templo— es el lugar de su encuentro con Cristo, ama ese mundo, procura adquirir una buena preparación intelectual y profesional, va formando —con plena libertad— sus propios criterios sobre los problemas del medio en que se desenvuelve; y toma, en consecuencia, sus propias decisiones que, por ser decisiones de un cristiano, proceden además de una reflexión personal, que intenta humildemente captar la voluntad de Dios en esos detalles pequeños y grandes de la vida” (conversaciones, 116) es ver en cada momento, el formar el carácter que cada momento necesita ante todo para lograr hacer del trabajo y de la vida ordinaria un lugar para hacer mostrar la voluntad de Dios, y es ahí, donde la voluntad de Dios se impone como referente, es ahí donde se ve el bien común. Una sociedad que se olvida de estos factores, como el trabajo o el enriquecimiento intelectual para ayudar al bien común nunca lograra llegar a ese bien.

Por lo tanto; el ser cristiano y más como nosotros en medio del mundo no puede estar inscrito a una realidad que nos es ajena, es más bien esto un pensamiento egoísta de la relación caridad y prudencia. No pensamos en el otro y al mismo tiempo pensamos en una visión egocéntrica de mi bien.

Somos hermanos en Cristo, hijos de Dios y vivimos en una sociedad, que nos ayuda a crecer y reconocer en las dos primeras cosas. La sociedad o más bien la realidad humana no le quita nada al hombre, antes le da. Siempre que pensemos en que todos somos participes de algo en donde no solo estoy yo, sino que están otros.

Así podremos traer al hecho la afirmación de san Agustín “Decís vosotros que los tiempos son malos, sed vosotros mejores y los tiempos serán mejores: vosotros sois el tiempo” (sermón 80). Esto en realidad es lo que pasa hoy, no podemos quejarnos y condenar una sociedad cuando nosotros somos parte de la sociedad, nos estamos viendo a nosotros mismos, pero cada uno aporta desde lo que pueda dar de los talentos que le ha dado el Señor (Cf. Mt 25, 14-30). Los mejores talentos, aunque sea solo uno, es la mejor expresión de cómo actúa el Señor de nosotros como instrumentos,  y en esto que mejor ejemplo como lo son los santos lo supieron dar y en especial santa María, que supo ser instrumento fiel del Señor hasta el final.

L'autoreSantiago Zapata Giraldo

Vaticano

Il Papa viene dimesso dall'ospedale e saluta l'ospedale Gemelli.

León XIV regresará este sábado al Vaticano para continuar su recuperación y rezará el Ángelus desde la residencia pontificia este domingo.

Redazione Omnes-17 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Cuatro días después del ingreso de León XIV en el policlínico Gemelli para ser operado de un cáncer de pulmón, los médicos han informado que el Santo Padre puede recibir el alta hospitalaria tras evaluar su evolución postoperatoria.

El doctor Luigi Carbone y el profesor Stefano Margaritora han comunicado que, a la vista de los análisis de sangre y la radiografía de tórax realizados esta mañana, así como de la evaluación del cuadro clínico, se considera que el Papa está en condiciones de abandonar el hospital.

Esta tarde, León XIV ha abandonado el Policlínico Universitario Agostino Gemelli y ha regresado al Vaticano, donde continuará su recuperación.

Al despedirse, el Santo Padre ha dado las gracias al profesor Stefano Margaritora, que llevó a cabo la intervención, así como al equipo médico y de enfermería. También se ha despedido del personal sanitario, de la rectora de la Universidad Católica del Sagrado Corazón, la profesora Elena Beccalli, y de los responsables del Policlínico Universitario Agostino Gemelli.

Mañana, domingo 18 de octubre, el Pontífice recitará la oración del Ángelus desde el Palacio Apostólico.

Per saperne di più
Mondo

“Non esiste area del mondo che non abbia bisogno di evangelizzazione”.”

El P. Nowak, secretario de la Sociedad para la Propagación de la Fe, que organiza el DOMUND, explica los retos hoy de la misión

José María Navalpotro-17 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Hace ahora un siglo el Papa Pío XI instituyó el DOMUND el penúltimo domingo de octubre. Este año es el 18 de octubre. En ese día toda la Iglesia reza especialmente por la causa misionera y organiza una colecta para cooperar con ella. Con estos fondos se sostiene la Iglesia en los 1.133 territorios de misión en el planeta. El P. Tadeusz J. Nowak, secretario general de la Obra Pontificia de Propagación de la Fe, explica cuál es el significado de la misión hoy.

La organización del DOMUND está encargada a Obras Misionales Pontificias (OMP). En 2025, el fondo de la Obra de Propagación de la Fe, el DOMUND, recogió 69,8 millones de euros en todo el mundo, que se repartieron en proyectos. De esta cantidad, 10,7 millones de euros proceden de España, segundo país que más aporta. Los frutos de esta labor no son solo económicos, de ayuda a las misiones, sino también de concienciación entre los fieles, como subraya el P. Nowak.

Desde 2017, el P. Tadeusz Jan Nowak es Secretario General de la Sociedad para la Propagación de la Fe, que depende de Obras Misionales Pontificias. Nacido en Cracovia, Polonia, en 1956, es religioso de los Misioneros Oblatos de María Inmaculada. Ha ejercido como sacerdote en Canadá, y ha desempeñado cargos de gobierno en su congregación. Desde 2010 trabaja en la Congregación para la Evangelización de los Pueblos, en Roma.

Posee una visión universal de la misión. ¿Cuál es la prioridad de la misión hoy en día? ¿La evangelización de los pueblos indígenas, de las regiones desarrolladas sin presencia católica, de las zonas fuertemente islamizadas…?

-Al ascender al Padre, Cristo Resucitado encomendó a sus discípulos que “fuesen y hiciesen discípulos a todas las naciones”. Esta es la prioridad de la Iglesia, que es misionera por su propia naturaleza. En este sentido, el mundo entero es la prioridad, porque los bautizados están llamados a cumplir este mandato, estén donde estén.

Sin duda, hay zonas del mundo donde el Evangelio aún no se ha proclamado ampliamente. En otras, la gente ha escuchado el Evangelio y la Iglesia se ha implantado recientemente. Por último, hay zonas donde la Iglesia cuenta ya con cientos de años de antigüedad, pero hoy en día muchos de los bautizados se han desanimado y se ven muy afectados por la secularización. En todas estas zonas existe una gran necesidad de una primera evangelización y de una evangelización continua.

¿Hay territorios que dejen de ser de misión debido al crecimiento de la Iglesia?

-No hay ninguna zona del mundo que no necesite evangelización. Sin embargo, en algunas partes la Iglesia es bastante joven, como en Asia, África, las islas del Pacífico y pequeñas zonas de Sudamérica. Estas Iglesias siguen necesitando ayuda para fortalecer y consolidar sus infraestructuras eclesiales. Estas son las que reciben el apoyo material de Obras Misionales Pontificias.

También añadiría que los bautizados en Iglesias que ya no dependen del Dicasterio para la Evangelización siguen necesitando una evangelización continua. Y eso forma parte igualmente de la tarea de las OMP: reavivar y renovar el espíritu misionero en los fieles, también en Iglesias de antiguas raíces cristianas.

“Territorios de misión”

¿Qué criterios se aplican para designar un territorio de misión? ¿Se está revisando actualmente este concepto?

-Los territorios que dependen del Dicasterio para la Evangelización, de la sección de primera evangelización e iglesias nuevas o jóvenes, son lo que se podría llamar “territorios de misión”. Lo son porque las Iglesias de esas regiones siguen dependiendo de la ayuda de la Iglesia universal, tanto para la construcción de infraestructuras eclesiales como para llevar a cabo con eficacia sus planes pastorales. Como he mencionado anteriormente, entre ellas se incluyen las Iglesias de Asia, África, Oceanía (excluida Australia) y algunos vicariatos apostólicos de América Latina.

Cuando las Iglesias particulares que dependen del Dicasterio para la Evangelización alcanzan la autosuficiencia, solicitan pasar a depender del Dicasterio para los Obispos. Esto es lo que ocurrió históricamente con las Iglesias de Australia, Brasil, Canadá, Estados Unidos, etc.

Al repasar este siglo de existencia de las Obras misionales Pontificias (OMP), ¿cuáles son sus principales logros?

-Han contribuido a que los fieles sean más conscientes de su responsabilidad misionera. Han despertado en sus corazones el deseo de participar en la tarea misionera de la Iglesia universal mediante sus oraciones, sacrificios y ofrendas materiales. El compromiso de los fieles de todo el mundo es uno de los logros más importantes de Obras Misionales Pontificias.

Otro logro importante es su participación en la construcción de miles de iglesias, capillas, presbiterios, conventos, clínicas, escuelas y centros pastorales, así como en la adquisición de vehículos para misioneros. De este modo hemos contribuido a impulsar la misión de Cristo en todo el mundo.

Otro logro importante es la gestión de cuatro colegios romanos y un centro de animación misionera, donde se acoge a cientos de sacerdotes y religiosas procedentes de países de misión para que completen sus estudios superiores. Tras obtener títulos superiores en teología y pastoral, regresan a su Iglesia local en los territorios de misión.

El principal reto

¿Cuál es el principal reto de OMP en la actualidad?

-Hay muchos. El primero es dar a conocer mejor las OMP en toda la Iglesia universal y en cada Iglesia local. Dado que el dinero que los fieles ofrecen a Obras Misionales Pontificias no lo destinamos a publicidad, nuestro reto consiste en involucrar más a los directores y a su red de voluntarios para dar a conocer la labor de las Obras.

Este reto conduce a otro: el de fomentar una participación y un apoyo más enérgicos a las Obras Misionales Pontificias a través de las oraciones, los sacrificios y las ofrendas materiales de los fieles. Las OMP se dedican a prestar apoyo al Santo Padre en su preocupación por la misión de la primera evangelización y el cuidado de las Iglesias jóvenes. Hoy en día, sin embargo, hay miles de ONG y otras organizaciones que solicitan fondos para diversos fines caritativos. Esto hace que fomentar las ofrendas en apoyo de las Obras Misionales Pontificias suponga un reto importante.

En los territorios de misión, ¿hay vocaciones al sacerdocio y a la vida religiosa?

-La Iglesia en África y en muchas partes de Asia rebosa vida y ha sido bendecida con numerosas nuevas vocaciones al sacerdocio y a la vida consagrada. De hecho, muchos sacerdotes de estos países han sido enviados a naciones de Europa y América del Norte para ayudar a revitalizar iglesias con raíces más antiguas. Esta es la belleza de la Iglesia universal y del intercambio mutuo de recursos.

Hoy en día, con la globalización, muchos de los territorios de misión son más fácilmente accesibles, e incluso son destino profesional de laicos que acuden allí a trabajar y a formar una familia. ¿Es perceptible este cambio —esta “evangelización informal” — a través de la labor de los laicos?

-La participación de los laicos enviados desde zonas de antiguas raíces cristianas a países donde la Iglesia es joven es un verdadero don del amor de Dios. Muchos católicos jóvenes, de mediana edad e incluso mayores, procedentes de América del Norte y Europa, se encuentran en estos momentos en África y Asia, dedicados a la enseñanza, a la asistencia sanitaria, a la catequesis y al apoyo a centros misioneros y parroquias. Muchos institutos de vida consagrada y sociedades de vida apostólica cuentan con asociados laicos que viajan a países de primera evangelización para realizar labores misioneras.

También hay movimientos laicales en la Iglesia que han enviado a sus miembros para apoyar a las iglesias en los territorios de misión. La misión es una tarea de todos los bautizados: obispos, sacerdotes, hombres y mujeres consagrados y fieles laicos.

P. Tadeusz J. Nowak @ CNS photo/Paul Haring.
Per saperne di più
Cultura

Scienziata cattolica: Antonia María Medina Ortega

Antonia María Medina Ortega fue una científica española licenciada en Ciencias Químicas con el expediente más brillante de su promoción.

Alfonso Carrascosa-17 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Antonia María Medina Ortega (1929 – 1992) fue una científica española que se licenció en Ciencias Químicas en la Universidad de Granada con el expediente más brillante de su promoción. A continuación, se incorporó como becaria a la Sección de Granada del Instituto de Edafología, donde se inició en la investigación bajo la dirección del Gutiérrez Ríos, también científico católico. Después de obtenido el título de Doctor, se trasladó a Madrid, en 1950, al Instituto de Edafología, Ecología y Fisiología Vegetal (IEEFV), donde continuó el desarrollo de su formación en la investigación científica, esta vez bajo la dirección del padre Albareda. Al año siguiente ganó una oposición a Colaborador Científico del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC).

Antonia hizo varios viajes. Primero recorrió una serie de laboratorios en Bélgica y Holanda, en los que se perfeccionó en diversas técnicas analíticas. De vuelta al CSIC, se centró en el metabolismo vegetal. Pasó un año trabajando con Alberto Sols, experto enzimólogo, y después se dedicó durante dos años al estudio de los sistemas enzimáticos de la reducción de nitrato a amoníaco con el doctor D. J. D. Nicholas, en la Long Ashton Research Station de Bristol, Inglaterra.

En 1957 regresó a España y trabajó en la Sección de Bioquímica Vegetal del Departamento de Enzimología del Centro de Investigaciones Biológicas, donde publicó resultados en la mejor revista internacional de Bioquímica. Poco después participó en el Congreso Internacional de Bioquímica de Viena (1958), y en un Simposium sobre metabolismo del nitrato, en Inglaterra, al que Antonia fue invitada.

Entonces emprendió su tercer viaje, a Estados Unidos, donde más activamente se cultivaba la Bioquímica. Pero padeció aplasia medular, una grave enfermedad que afrontó con gran entereza: «esperanzas, las que el médico me da puede ser que reaccione o que no …, aquí estoy esperando lo que Dios quiera». Y cuando llegó la hora, murió, en palabras de un compañero que estuvo a su lado: «cómo si se durmiese. Y fue muy valiente: ni una lágrima, ni una queja».

Sus principales resultados científicos fueron reseñados y recogidos en importantes medios de comunicación científica, a la vez que miembros de los centros donde trabajó se deshicieron en elogios hacia la figura de esta gran investigadora con motivo de su muerte.

L'autoreAlfonso Carrascosa

Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC).

Per saperne di più
Famiglia

Casi la mitad de los españoles no llegaría a casarse, según un informe del CEU

El estudio analiza cincuenta años de caída del matrimonio y la natalidad, y propone medidas para recuperar la familia

Inmaculada Sancho Gómez-17 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

De mantenerse las pautas actuales, cerca de la mitad de la población española no llegaría a contraer matrimonio, y en torno al 40% de las mujeres que hoy están en edad fértil podría terminar su vida reproductiva sin hijos. Hace cuatro o cinco décadas, esa proporción no llegaba al 10%. Son dos de las conclusiones de “Hundimiento y recuperación de la familia”, el informe que el Centro de Estudios, Formación y Análisis Social de la Fundación Universitaria San Pablo CEU (CEU CEFAS) ha dado a conocer este miércoles.

El trabajo, elaborado principalmente por el responsable de Estudios y Análisis Sociales del centro, Alejandro Macarrón Larumbe, analiza la evolución de la familia en España durante los últimos cincuenta años. Se basa sobre todo en estadísticas del Instituto Nacional de Estadística (INE), completadas con datos de organismos internacionales, estudios académicos y estimaciones propias.

Menos bodas, más tarde

En 1976, más del 85% de los españoles estaba casado antes de cumplir los 30 años; hoy, menos del 15%. La edad media al primer matrimonio se sitúa ya en los 37,3 años en los hombres y en 35,1 en las mujeres, más de diez años por encima de la de entonces.

El informe dedica también un apartado al matrimonio religioso. A finales de los años noventa, unas tres cuartas partes de las bodas se celebraban por la Iglesia. En 2024, solo el 16,9% de los matrimonios entre personas de distinto sexo fueron religiosos, una cifra que incluye además a otras confesiones.

La caída de la natalidad corre en paralelo. Actualmente, las españolas de nacimiento tienen 1,07 hijos de media, frente a los 2,77 de 1976 y lejos de los 2,1 necesarios para el relevo generacional. Hoy nacen un 68% menos bebés de madres nacidas en España que a mediados de los ochenta, y en provincias como Asturias, Ourense o Vizcaya la caída supera el 80%.

Para Macarrón, estos datos no pueden leerse por separado: “La caída de la natalidad no puede analizarse de manera aislada. Se forma pareja y se contrae matrimonio más tarde, aumenta la probabilidad de ruptura y se tienen menos hijos. El resultado es una transformación profunda de las redes familiares que tiene consecuencias sobre el envejecimiento, la soledad, la vivienda y la capacidad de apoyo entre generaciones”.

Rupturas y hogares de una sola persona

Según las estimaciones del estudio, en torno a la mitad de los matrimonios celebrados en España termina disolviéndose. Algo más de uno de cada tres se rompe antes de cumplir veinte años. El informe calcula que entre 3,5 y 4 millones de niños y jóvenes se han visto afectados directamente por la separación de sus padres en las últimas cuatro décadas, contando tanto los matrimonios como las parejas de hecho. El estudio se detiene en las consecuencias de estas rupturas, sobre todo cuando hay hijos dependientes. Entre ellas, señala la pérdida de renta que supone mantener dos hogares, menos tiempo de convivencia diaria con uno de los padres y, en algunos casos, un mayor riesgo de dificultades emocionales y escolares.

Todo ello se refleja en la composición de los hogares. A finales de 1970 había en España unos 660.000 hogares unipersonales, el 7,5% del total; en abril de 2026 se acercaban a los 5,65 millones, el 28,5% de los hogares. El tamaño medio del hogar ha pasado de 3,9 a 2,5 personas, y el estudio estima que alrededor del 18% de los niños de las nuevas generaciones serán hijos únicos.

El cambio tiene también un coste económico. Según el informe, las actuales pautas de formación y ruptura familiar hacen necesarias más de tres millones de viviendas adicionales respecto a las que se necesitarían con los patrones de hace medio siglo. Si todas ellas se pagaran en alquiler, el desembolso equivaldría a entre 21.000 y 30.000 millones de euros al año, entre el 1,5% y el 2% del PIB.

Qué propone el informe

A partir de este diagnóstico, el informe sostiene que la caída de la nupcialidad, el aumento de las rupturas y el descenso de la fecundidad son procesos que se refuerzan entre sí, y plantea varias líneas de actuación. La primera es cultural: revalorizar el matrimonio estable y temprano, y difundir sus ventajas también en el ámbito educativo. A ella se suman un tratamiento fiscal más favorable a los matrimonios con hijos y ayudas de acceso a la primera vivienda para los jóvenes que se casen, con incentivos que serían máximos entre los 20 y los 30 años y desaparecerían a partir de los 35.

En el terreno legal, el estudio propone reformar la regulación del divorcio para introducir periodos de reflexión, mediación y medidas que favorezcan la reconciliación. Cuando haya hijos menores, los plazos serían más largos, salvo en casos de violencia o malos tratos. Plantea además establecer la custodia compartida como regla general y dar preferencia en la custodia y el uso de la vivienda al cónyuge que no haya pedido el divorcio si la ruptura es unilateral. Propone también simplificar los trámites para que dos personas divorciadas que se reconcilien puedan volver a casarse.

El papel de la religión

Según los datos que recoge el informe, las personas creyentes y los matrimonios celebrados por la Iglesia presentan más estabilidad y más hijos que la media. Por eso, el estudio pide a los responsables políticos y a quienes influyen en la opinión pública que eviten actitudes hostiles hacia la religión y que vean en las comunidades religiosas posibles aliados de la política familiar. También invita a la Iglesia a seguir reflexionando sobre las causas del descenso de la práctica religiosa y sobre los modos de transmitir el mensaje cristiano en la sociedad actual.

El documento advierte de que ninguna de estas medidas basta por sí sola para invertir tendencias consolidadas durante décadas, y que su eficacia depende de que se apliquen de forma conjunta. CEU CEFAS dedicará un próximo informe monográfico a la natalidad.

FirmeEloy Asenjo Carpintero

Los ojos bien abiertos

Vivir despiertos, vivir asombrados: la contemplación en la vida ordinaria no exige huir del mundo, sino cambiar la mirada.

17 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ya caminamos hacia el centenario del Opus Dei. La reciente indicación del Prelado nos invita a un horizonte claro: esta celebración, que «abarcará desde el 2 de octubre de 2028 hasta el 14 de febrero de 2030, cuando se cumplirán cien años del comienzo de la labor del Opus Dei con mujeres», es una llamada a vivir como «almas contemplativas en medio del mundo, capaces de descubrir la presencia de Dios tras los rostros y las ocupaciones de cada jornada».

Sin embargo, frente a esta llamada, con frecuencia podríamos caer en la tentación de confinar la contemplación al silencio de los claustros, a los retiros en la naturaleza o a momentos extraordinarios de oración donde el mundo exterior parece desvanecerse. Nos imaginamos al sabio retirado o al místico arrebatado, ajeno al bullicio de la calle, a las correcciones de exámenes, a las facturas o al atasco matutino. Reducir la contemplación a una fuga de la realidad es ignorar lo que recordaba Santa Teresa de Ávila a sus hermanas al afirmar que «también entre los pucheros anda el Señor».

Llevar a la práctica esta contemplación en el asfalto exige recuperar una actitud elemental que los clásicos ya identificaban como el origen de todo conocimiento y de toda sabiduría: el asombro (thaumazein). Pero ese asombro no ocurre solo cuando contemplamos un cielo estrellado en verano; brota también —y con más exigencia— cuando somos capaces de mirar de frente lo cotidiano sin dejarnos cegar por la prisa.

Hace tiempo lo entendí con claridad meridiana en el salón de casa. Estábamos reunidos siete adultos alrededor de mi sobrino mayor cuando este era un bebé de pocas semanas. Aquella escena tenía algo de magnético: siete personas adultas, con sus preocupaciones, sus trabajos y sus prisas, capaces de pasar horas enteras mirando fijamente a una criatura que apenas hacía unos breves gestos, unos leves gemidos o algún que otro lloro. No producía nada, no argumentaba, no rendía cuentas. Y, sin embargo, las cuatro horas que estuvimos allí contemplándolo pasaron en un suspiro, como si el reloj se hubiera detenido.

En aquella pequeña experiencia doméstica comprendí intuitivamente lo que es la verdadera contemplación: estar presente ante el misterio de la vida sin exigirle utilidad, suspendiendo la tiranía del reloj. Como recordaba san Josemaría Escrivá, «es en medio de las cosas más materiales de la tierra donde debemos santificarnos, sirviendo a Dios y a los hombres». La vida ordinaria no es el paréntesis incómodo entre un rato de oración y el siguiente; es precisamente el lugar donde Dios se nos hace el aparecido.

Contemplar lo cotidiano significa recuperar esa mirada limpia y pausada frente al funcionalismo en el que incansablemente nos instalamos. Vivimos midiendo el valor de cada hora por su rendimiento, de cada gesto por su utilidad y de cada persona por lo que nos aporta. Frente a esta dictadura de la eficacia, la contemplación introduce una pausa subversiva.

Ya lo señalaba el Concilio Vaticano II en la constitución Lumen gentium, al insistir en que «todos los fieles cristianos, en las condiciones, circunstancias o género de vida de su existencia, se van santificando más y más cada día».

Descubrir la hondura de lo pequeño implica entender que un café compartido con un compañero triste, la corrección paciente de un ejercicio escolar, el cuidado de un familiar anciano o el silencio cómplice en casa al final de la jornada no son meros trámites, sino materia sacramental.

Para el cristiano, el mundo no es un escenario plano ni una suma de recursos a explotar, sino una creación que gime y espera, un lenguaje cifrado donde el Creador nos habla en voz baja. San Agustín decía que «Dios está dentro de nosotros y nosotros estamos fuera».

Contemplar consiste precisamente en emprender el camino de vuelta a casa, habitando nuestra propia vida con atención y agradecimiento. No hace falta cambiar de escenario; lo que urge cambiar es la óptica.

Ahora bien, sostener esta mirada cuesta lo suyo entre las prisas de cada jornada. Afortunadamente, no caminamos solos: contamos con la ayuda inestimable de nuestro ángel custodio, cuya ocupación eterna es contemplar la faz de Dios. Tratarle como a un amigo —recordando aquello de «¡ten confianza con tu Ángel Custodio! Trátale como a un entrañable amigo —¡lo es!— y él sabrá hacerte mil servicios en los asuntos de la jornada»— nos adentra de lleno en la infancia espiritual. Al fin y al cabo, como recordaba el fundador de la Obra, «la piedad es la virtud de los hijos y para que el hijo pueda confiarse en los brazos de su padre, ha de ser y sentirse pequeño, necesitado».

De la mano de nuestro custodio y con esa sencillez de niños, recuperamos el asombro necesario para pisar el asfalto y mirar las cosas y a las personas como lo haría Jesús Niño, Adolescente o Adulto, deseando ardientemente vivir en continua contemplación en mitad de nuestras ocupaciones.

Quizá el gran reto de nuestro tiempo no sea encontrar momentos extraordinarios de paz, sino aprender a encender la luz de la atención en mitad de la penumbra del día a día. Porque el que sabe mirar el mundo con esa sencillez de niño —dejándose llevar de la mano de su custodio— descubre que, bajo el polvo de la rutina, late una presencia inquebrantable que sostiene cada latido de nuestro corazón.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

Mondo

L'invito alla contemplazione nel mondo, nella prima lettera prima del centenario dell'Opus Dei

Mons. Fernando Ocáriz publica una pastoral que subraya la necesidad de la contemplación en medio de las realidades terrenales.

José María Navalpotro-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La contemplación es el centro de la carta pastoral que el prelado del Opus Dei Mons. Fernando Ocáriz ha firmado el 16 de octubre de 2026. Se trata de una cuestión nuclear en el espíritu de la Obra, a la que dedica esta primera carta como preparación para el centenario, que se cumplirá en 2028.

El texto se estructura en trece apartados, que recorren la oración de Jesús y la experiencia de San Josemaría, la búsqueda de Dios en la vida ordinaria, los medios para crecer en la contemplación y sus frutos en la caridad y el apostolado.

Mons. Ocáriz subraya que la vocación al Opus Dei “nos lleva a desear vivir la contemplación en medio de nuestras circunstancias ordinarias”. Una contemplación que no se entiende como “un esfuerzo puramente intelectual ni una especulación abstracta. La contemplación es una mirada llena de afecto, un ver que nace del amor”.

Recuerda que San Josemaría se fijaba especialmente en Cristo durante los treinta años de su vida oculta. “Esa vida de Jesús, María y José es contemplativa y, a la vez, tan normal, sin nada extraordinario”, afirma. En este sentido, asegura que los miembros del Opus Dei, y quienes se acercan a sus apostolados, están llamados “a ser contemplativos itinerantes, a vivir en diálogo con Dios en medio de los caminos de nuestras ciudades y de la agitación de nuestra vida; a estar siempre con Dios allí donde estemos: en nuestras casas, en nuestros trabajos, en nuestros ambientes”.

La oración más elevada

El prelado hace referencia a las profundas experiencias de oración que vivió San Josemaría en medio de la agitación del mundo. Precisamente la carta pastoral está fechada un 16 de octubre, 95 aniversario de un momento significativo. Lo recogió el propio fundador del Opus Dei en un texto autobiográfico: “La oración más subida la tuve […] yendo en un tranvía y, a continuación, vagando por las calles de Madrid, contemplando esa maravillosa realidad: Dios es mi Padre”.

Mons. Ocáriz apunta como dificultad para vivir esta contemplación la actual tendencia al activismo, “a empeñar la vida únicamente en el trabajo”. A ello se suman los efectos de la constante presencia de tecnologías. Todo ello lleva a que se hable de “una auténtica crisis del recogimiento y de la atención, que es un bien tan necesario para la vida interior y para el amor a los demás”.

En estas circunstancias, gran parte del mundo de hoy está buscando dar un sentido a la vida que vaya más allá de la actividad febril. “Esto puede explicar, al menos en parte, el interés por lo ‘espiritual’ que se observa en algunos países desde hace ya algunas décadas”. Junto a ello, se ven muchos signos de un despertar del sentido religioso, un redescubrimiento de la importancia de Dios para la vida del hombre, una exigencia de espiritualidad, afirma el prelado con palabras de Benedicto XVI.

En definitiva, Mons. Ocáriz recoge la idea de San Josemaría, quien “invitaba a todos los cristianos a ‘ser almas de oración’, almas contemplativas en medio del mundo”. “En realidad, vivimos unas circunstancias muy favorables —el mundo nos lo está reclamando— para transmitir esa visión”, afirma. Porque, ante esa sed de espiritualidad, “se hace especialmente necesario el anuncio de la invitación de Dios a ser contemplativos en medio del mundo”.

No es algo exclusivo

El prelado advierte que “la contemplación no está reservada a unos pocos iniciados, ni es una meta solo para quienes se retiran del mundo”. El deseo de ver a Dios, afirma, “se encarna en el centro de las actividades cotidianas. Nos encontramos con el Señor en la mesa de trabajo, en el cuidado de la familia, en las relaciones sociales y en el descanso. El amor nos lleva a descubrir la mirada de Cristo que nos contempla y nos invita a responderle con la nuestra”.

La carta advierte sobre el riesgo de confundir la contemplación con una evasión sentimental de los deberes cotidianos, o con un refugio en ideales abstractos. “Dios no nos pide que miremos a las nubes en un ensueño ineficaz, sino que alcemos los ojos al cielo precisamente a través de lo que vivimos, lo que tenemos entre manos; también a través de los imprevistos y los reveses de cada día”.

Reproduce unas palabras de gran fuerza de San Josemaría: “No hay otro camino, hijos míos: o sabemos encontrar en nuestra vida ordinaria al Señor, o no lo encontraremos nunca”. “Por eso -continuaba- puedo deciros que necesita nuestra época devolver a la materia y a las situaciones que parecen más vulgares su noble y original sentido, ponerlas al servicio del Reino de Dios, espiritualizarlas, haciendo de ellas medio y ocasión de nuestro encuentro continuo con Jesucristo”.

“En definitiva, la contemplación no nos desentiende de nuestras responsabilidades terrenas; por el contrario, nos lleva a vivirlas con esfuerzo y con cariño, porque las vemos y las amamos con Dios, y desde Dios”.

Con el fin de alcanzar esa contemplación, el prelado sugiere, por un lado, “la fidelidad a la oración mental diaria. Necesitamos esos tiempos exclusivos de encuentro a solas con Dios”.

Y, en segundo lugar, cultivar la conciencia de la presencia de Dios a lo largo del día, con “la búsqueda activa de momentos de silencio, la fortaleza para permanecer en una misma actividad, la perseverancia en un trabajo constante, la humildad para escuchar, el contacto con la naturaleza, la apertura a la amistad sincera, entre tantos otros caminos”.

No se trata de centrarse en uno mismo: "La vida contemplativa no cierra al cristiano en un intimismo individualista”. “San Josemaría nos recuerda que no podemos separar el amor a Dios del amor a los demás”, añade.

En este sentido, la carta delinea la relación entre contemplación y la dedicación a los demás: “nuestra contemplación se prueba en la calidad de nuestra caridad fraterna. La delicadeza en las relaciones con los demás, el respeto de su libertad, el espíritu de servicio alegre y la capacidad de escucha son manifestaciones concretas de una vida de oración sincera: muestran que vemos cómo Dios nos espera en los demás”

Por último, destaca: “podríamos decir que no ejercemos la contemplación: somos contemplativos. La contemplación no es algo que hacemos a ratos, junto a las demás cosas: es un modo de ser y de ver la vida, en Dios y desde Dios, que informa todo lo que hacemos, lo que vivimos, lo que sentimos. Por eso, contemplación, trabajo, fraternidad y apostolado son dimensiones de una única vida cristiana. Al contemplar a Dios en la oración, lo descubrimos en el trabajo, lo amamos en nuestros hermanos y lo anunciamos con gozo a todo el mundo”.

Mondo

I vescovi latinoamericani danno priorità alla salute del Papa rispetto alla sua visita.

Arzobispos y obispos de la Iglesia católica en Uruguay (cardenal Sturla), Argentina (Mons. Musolino), y Perú (Mons. Edinson Farfán OSA, obispo de Chiclayo), han puesto en primer lugar la salud del Papa León XIV antes que su previsto viaje del 6 al 16 de noviembre, en un encuentro organizado por ACN Internacional.

Redazione Omnes-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Representantes de la Iglesia católica de los tres países latinoamericanos que el Papa León XIV tiene previsto visitar a primeros de noviembre (Uruguay, Argentina y Perú), han priorizado hoy la salud y la recuperación del Santo Padre por delante del viaggio apostolico aprobado por el Vaticano hace unas semanas, y que no se ha descartado, vista la mejoría del Papa.

Tanto el cardenal salesiano Daniel Sturla, arzobispo de Montevideo (Uruguay), como el obispo auxiliar de Cordoba (Argentina), Mons. Alejandro Musolino, en representación del cardenal Rossi, y el obispo de Chiclayo, Mons. Edinson Farfán, OSA, han coincidido en que están a la espera de lo que pueden indicar los médicos y la Santa Sede.

La decisión puede ser dar luz verde a la visita, o bien tomar la decisión de un aplazamiento, o incluso una tercera posibilidad: un viaje apostólico con un recorte del plan aprobado en cada uno de los países.

Unidad plena en la rueda de ACN

En una rueda de prensa online, organizada por ACN Internazionale (Ayuda a la Iglesia Necesitada) y moderada por María Lozano, la coincidencia y unidad de los ponentes ha sido plena. Al final, al ser preguntados por periodistas, se han producido algunos matices complementarios, que también han compartido, incluso una tercera vía.

La tercera vía: aligerar el viaje

El cardenal Sturla ha manifestado que si conviene modificar las fechas, el mes de enero para nosotros (Uruguay) no es un buen mes, hace mucho calor, gente que está de vacaciones, etc. Diciembre, febrero o marzo serían buenos meses para la visita, y también estamos abiertos, por supuesto, a que se revise la visita, y tener que aligerar algo la agenda del Santo Padre.

El auxiliar de Córdoba, Mons. Musolino, ha coincidido, añadiendo que la preocupación sería mantener el espíritu del Pueblo de Dios, que ha mostrado tanto entusiasmo, y cómo agradecer y continuar manteniendo la cantidad de personas que han trabajado y siguen trabajando. Y que seguramente van a tener que continuar trabajando. Mantener la movilización.

“Seguimos orando por la salud del Santo Padre, y estamos atentos a cualquier recomendación que nos proporcionen la Santa Sede y los médicos. Siempre queremos la salud del Santo Padre. Lo primordial es que el Santo Padre esté bien”, ha manifestado el obispo de Chiclayo.

“El día después” . Uruguay, “un impulso de esperanza”

Al final, el cardenal uruguayo y los dos obispos comentaron “el día después” de la visita del Papa, a preguntas de los periodistas. Es decir, qué va a pasar en sus países.

El cardenal Sturla señaló que “tenemos un lema para la visita del Papa: “les anuncio una gran alegría”. La visita del Papa puede ser en nuestro país “un impulso de esperanza para todos los creyentes, creyentes y no creyentes. y yo creo que se espera esa palabra de esperanza. El otro mensaje es la alegría”.

Experimentar el gozo de la fe también para «transmitir a tantos hermanos nuestros que están en búsqueda y que necesitan percibir que la fe es fuente de alegría y de salvación”.

Argentina: “que él también pueda disfrutar de la visita”

El obispo auxiliar de Córdoba ya lo había dicho varias veces, pero retomó el hilo de la esperanza: “sentimos una gran esperanza de su presencia, y quisiéramos que se recupere bien. y cuando sea que lo podamos tener entre nosotros, él también pueda disfrutar de la visita, y nosotros podamos gozar de su presencia, y que venga a celebrar nuestra fe, a confirmarnos en la fe”.

“Que pueda disfrutar y gozar de la alegría y de la esperanza que necesita el pueblo argentino”, añadió.

Ante una pregunta de los medios sobre el presidente argentino, Javier Milei, y su relación con la Iglesia, Mons. Musolino señaló que habían percibido “una buena disposición” para la visita del Papa León XIV a todos los niveles.

Perú: “testimoniar la comunión en una cultura del encuentro”

“Agradezco a ACN este este pequeño espacio que nos ha brindado”, dijo el obispo agustino de Chiclayo, Mons. Edinson Edgardo Farfán Córdova, de cuya diócesis fue titular el actual Papa ocho años”.

El obispo de Chiclayo, diócesis que el Papa tiene previsto visitar varios días, recordó al patrono de los obispos latinoamericanos y peruanos, santo Toribio de Mogrovejo, que León XIV mencionó también en su visita a España.

Y en su respuesta al “día después”, el obispo agustino se refirió al lema de la visita papal a Perú, “Abramos el corazón”, subrayó la esperanza, y destacó casi de modo especial: “aprendamos a vivir en comunión. Los seres humanos tenemos que testimoniar la comunión a través del diálogo, de la escucha, propiciando la cultura del encuentro”.

Fue una idea que reiteró el obispo Edinson Farfán en varias ocasiones. 

Luis Vildoso, responsable de proyectos para Latinoamérica de ACN, agradeció a los obispos su presencia en la red, y se sumó a la ilusión de tantas personas en todos estos lugares por la visita del Santo Padre. En su presentación, había señalado que 1 de cada 2 católicos, el 48 por ciento, vive en esta región latinoamericana.

L'autoreRedazione Omnes

Mondo

Leone XIV chiede a Putin un cessate il fuoco per aiutare la popolazione di Oleshky

León XIV pide un alto el fuego en Oleshky para facilitar la entrada de ayuda humanitaria y evacuar a los civiles

Redazione Omnes-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

El Papa ha expresado su preocupación por la grave situación humanitaria en esta ciudad de la región ucraniana de Jersón y ha reclamado que se facilite la entrada de alimentos y asistencia médica, así como la evacuación segura de los civiles.

El Papa León XIV ha mantenido este viernes una conversación telefónica con el presidente de la Federación Rusa, Vladímir Putin, en la que ha manifestado su «profunda preocupación» por la grave situación humanitaria en la ciudad de Oleshky, en la región ucraniana de Jersón.

Durante la llamada, el Santo Padre ha pedido un alto el fuego que permita el envío de alimentos y asistencia médica a la población afectada, así como la evacuación voluntaria y segura de los civiles.

Por último, León XIV ha reafirmado el compromiso de la Santa Sede con la promoción del diálogo y la paz.

La ciudad, situada en la orilla oriental del río Dniéper, permanece bajo ocupación rusa desde febrero de 2022 y se encuentra cerca de la línea del frente. La población que continúa allí afronta una grave crisis humanitaria, marcada por la escasez de alimentos y medicamentos, los daños en las infraestructuras y las dificultades para acceder a servicios básicos. Los ataques con drones y la presencia de minas terrestres también hacen especialmente peligrosos los desplazamientos y las evacuaciones. Según organismos internacionales, la situación se ha deteriorado durante 2026, con importantes obstáculos para la llegada de ayuda humanitaria y la salida segura de los civiles.

Per saperne di più
Mondo

“La maggior parte dei conflitti ha origine nella povertà”

Fidèle Podga Dikam, de Manos Unidas, analiza la relación entre la paz y la alimentación en el mundo

Virginia Gil-Nogués-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

¿Qué tiene que ver la paz con el hambre? ¿No son conceptos ajenos? Aunque parezcan realidades diferentes, la alimentación y la paz van de la mano. Lo acaba de analizar una mesa redonda organizada por Manos Unidas con expertos en desarrollo.

Fidèle Podga Dikam, coordinador del departamento de Estudios y Documentación de Manos Unidas, ha sido uno de los ponentes en la “Mesa del Hambre” organizada en la sede de la Fundación Botín en Madrid con motivo del Día Mundial de la Alimentación y el Día Internacional de Erradicación de la Pobreza. Los participantes, especialistas en acción humanitaria y derechos humanos, analizaron cómo la violencia y los conflictos destruyen los sistemas alimentarios, y dialogaron sobre qué posibles acciones pueden proteger el derecho a la alimentación. Pogba explica a Omnes su visión sobre los sistemas alimentarios.

¿Qué resulta prioritario solucionar, las hambrunas o la violencia y los conflictos armados?

—Ambos aspectos van vinculados, pero, por prioridad, las hambrunas. Hay que salvar la vida del ser humano, porque si no lo otro no tendría mucho sentido. Las hambrunas no nacen como generación espontánea, sabemos dónde las va a haber. En vez de solucionarlas una vez acaecidas, vayamos a prevenir, porque también eso se puede hacer.

¿Es cierto que gran parte de las hambrunas están relacionadas con la guerra, al menos en la época contemporánea?

—El hambre es multicausal. Dependiendo de qué foco o momento, de qué contexto, de qué país, de qué zona, puede haber una causa mayor. Pero, en cualquier caso, el hambre en el mundo depende de una sola causa mayúscula, y se llama “sistemas alimentarios mundiales”. A través de ellos no se produce alimento donde se necesita para que la gente viva o coma según sus tradiciones culturales, sino que se produce donde no hace falta con el fin de vender excedentes. Por ejemplo, el trigo, el arroz, el azúcar, todos los alimentos prioritarios para la vida del ser humano vienen de fuera.

Hace años, Haití, uno de los países más pobres del mundo, vivía con su producción de arroz de una manera más o menos suficiente. Pero entonces empezó a llegar arroz de Estados Unidos y, dado que el tejido productivo del país es inexistente, dejó de producir. Los sistemas alimentarios sirven para productos que se exportan al norte: palma aceitera, algodón, e incluso campos para minería. Con lo cual, dichos sistemas producen hambre.

Cuestión de reparto, no de producción

¿Mantiene que el problema es el reparto, no la falta de producción de alimentos en el mundo?

—Una perspectiva global de análisis de recursos me permite decir que el problema es un reparto no equitativo. Producimos alimentos para dar de comer casi al doble de la humanidad y aun así no llega, porque precisamente los sistemas alimentarios nos obligan a tirar un tercio de nuestro alimento a la basura, para mantener los precios.

Por ejemplo, he estado en Mallorca y he visto barcos tirando plátanos al mar. A un nivel de análisis macroeconómico, podemos afirmar que el problema es de reparto, pero a un nivel real de la población, el problema es la incapacidad de producir donde el alimento falta. Por ejemplo, el acaparamiento de tierras que quitan a las poblaciones para otros usos. Ese es el tema de fondo, la incapacidad de invertir en la producción agrícola local para que la gente pueda vivir según sus tradiciones culturales.

Perché?

—Porque detrás de los sistemas alimentarios está el conflicto y el cambio climático. El nexo común es un modelo de producción agrícola por el que uno produce barato donde la mano de obra no cuesta nada y vende donde saca grandes beneficios. Les da igual lo que coma la población. Y España, tarde o temprano, va a ser también víctima de hambre.

¿Cómo conseguir seguridad alimentaria a largo plazo?

—Es necesaria una educación para el desarrollo y transformación social, crear conciencia de que lo que uno hace aquí tiene repercusión allá. Hay que trasladar la idea de ‘come lo suficiente, come lo que necesitas; aunque tú lo puedas pagar, el mundo no puede’.

Por otro lado, atención inmediata al que muere de hambre: la dignidad humana está en juego, la vida está en crisis. Francia va a bajar los fondos para la cooperación a un 45 %, pero, ¿qué van a hacer los que dependían de esos fondos para una vida inmediata? ¿Dónde está la conciencia humana y el valor de la dignidad humana? Europa tiene que recuperar ese trasfondo ético que nos hable de lo que en realidad es el ser humano.

¿Es posible corregir esos errores dentro del sistema capitalista sin una revolución radical?

—Ni soy capitalista, ni soy comunista, ni soy socialista. La cuestión no es etiquetarnos, sino comprobar qué garantías tenemos para que la dignidad del ser humano esté en el centro. Los derechos humanos nos constituyen en nuestra dignidad independientemente de las opciones políticas. Si no, ¿qué sentido tiene la Declaración Universal de los Derechos Humanos? El sistema económico tiene claves culturales que repercuten sobre él.

¿Cómo evitar que el beneficio económico se anteponga a la consideración de la alimentación como un derecho humano?

—Se pueden establecer precios mínimos para alimentos esenciales para la vida, sobre todo en tiempos de crisis, y fomentar la agricultura local y la soberanía alimentaria. Los países llamados pobres no son pobres: son países mal gestionados o donde el beneficio queda en manos de élites. También habría que fomentar un consumo responsable desde los países de destino, comprando productos de proximidad, para beneficiar la economía local.

La jornada de Manos Unidas era sobre paz y alimentación. En realidad, ¿hasta qué punto los conflictos en el mundo tienen su raíz en el problema alimentario?

—La mayoría de los conflictos tienen su origen, si no en el hambre, sí al menos en la pobreza y en la discriminación. Cuando se excluye a un colectivo de la gestión de los asuntos públicos, se crea una especie de pobreza para esa gente excluida, pues es la base sobre la que se asienta la conflictividad. Existe una utilización torticera del malestar de la población por parte de los señores de la guerra, quienes reavivan el fuego para controlar las tierras, el ganado o la minería. El tema del hambre, la pobreza, la miseria y la exclusión siempre está ahí subyacente. Y el descontento de la población siempre es utilizado por unos o por otros.

L'autoreVirginia Gil-Nogués

Per saperne di più
Vaticano

”Il Papa parla di "costanti miglioramenti" dopo aver celebrato la Messa in ospedale.

León XIV continúa con una evolución postoperatoria positiva y hoy ha podido celebrar la Santa Misa en las dependencias habilitadas en el Gemelli.

Redazione Omnes-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Los facultativos indican una “mejora constante de su estado general”.

De hecho el Papa ha podido celebrar Misa en la sala habilitada en la décima planta del Hospital Gemelli.

Actualización médica

Como viene siendo habitual en los últimos días, los médicos Luigi Carbone y Stefano Margaritora han informado, a través de la Oficina de Prensa de la Santa Sede, de la evolución postoperatoria del Papa.

El Papa se ha sometido a un “análisis de sangre y a una radiografía de tórax”, que han confirmado esta mejoría y, además ha seguido con las sesiones de fisioterapia respiratoria.

La nota indica que la positiva recuperación postoperatoria está permitiendo al Papa “realizar sus actividades cotidianas con total autonomía”.

Foto del Papa celebrando la Misa en el Gemelli, facilitada por la Oficina de Prensa de la Santa Sede

Celebración de la Santa Misa

De hecho, casi a la par, la Sala de Prensa de la Santa Sede ha compartido una nota junto con dos fotografías, en la que han informado de que el Papa León XIV “ha celebrado la Santa Misa a las 12 de hoy.

En la celebración han participado “miembros del personal médico y de enfermería del hospital, que en ese momento se encontraban fuera de servicio, así como miembros del Cuerpo de Gendarmería del Estado de la Ciudad del Vaticano”.

El Papa ha agradecido a todo el personal “el trabajo que realizan cada día cuidando de los enfermos y de su fragilidad y, en particular, todo lo que han hecho y hacen por él”.

Mondo

Per la prima volta in cinque anni, il numero di sacerdoti nel mondo è in aumento.

El número de católicos aumentó en todos los continentes, aunque el porcentaje permanece en torno al 17% de la población mundial

Redazione Omnes-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

El número de católicos en todo el mundo es de 1.422.144.000, con un incremento de 16,6 millones respecto al año anterior, según publica la agencia Fides. Las cifras corresponden a la última estadística de la Santa Sede, correspondiente a 30 de junio de 2023. El aumento de católicos se produce en los cinco continentes, incluida Europa, donde se confirma el incremento ya registrado el año pasado.

La agencia recoge una tendencia de años anteriores: el aumento de católicos es mayor en África (asciende en 7,58 millones), aunque el crecimiento es menor que en la estadística anterior; y en América (6,99 millones). Le siguen Asia (968.000), Europa (911.000) y Oceanía (239.000).

No obstante este incremento, el porcentaje de católicos dentro de la población mundial permanece sin variación respecto al año precedente, y equivale al 17,8%. A 30 de junio del 2024 la población mundial era de 7.995 millones de personas, con un aumento de 80,99 millones respecto al año anterior.

Más sacerdotes

Además, las cifras recogidas por Fides subrayan que, por primera vez en cinco años, ha aumentado el número total de sacerdotes en el mundo. Han pasado de los 406.996 registrados en el informe anterior a 407.421 en el de este año, con un incremento de 425 sacerdotes.

En este apartado se registran diferencias por continentes. Europa vuelve a registrar un descenso (2.483), al igual que Oceanía (32). En cambio, como el año pasado, se observan aumentos significativos en África (1.676) y Asia (1.065). América invierte la tendencia del año anterior y vuelve a registrar un saldo positivo (199).

Por otro lado, el número de habitantes por sacerdote ha ascendido este año, en una tendencia que viene de atrás, con un total de 186 personas alcanzando la cuota de 16.104 (el año anterior era 15.918). La distribución por continentes ve incrementos en Oceanía (290), América (102) y Europa (77), mientras disminuye en Asia (182) y África (148). También ha aumentado el número de católicos por sacerdote: 3.491 (38 más con respecto al año anterior).

El número de los obispos en todo mundo también se ha incrementado en el último año, con 95 más con respecto al año anterior, hasta un total de 5.525. Hay más ascenso en obispos diocesanos (107) que en religiosos (12 menos).

Seminaristi

Frente al aumento de sacerdotes, ha descendido el número de seminaristas mayores, tanto diocesanos como religiosos. En todo el mundo son 103.604 (por 106.495 del año anterior). Se registra un fuerte aumento en África (786), pero hay menos en América (227), Asia (2.733), Europa (701) y Oceanía (16). Mientras los seminaristas mayores diocesanos disminuyen a 63.856 (207 menos), los religiosos lo hacen a 39.748 (2.684).

Religiosos (no sacerdotes) y religiosas

Por otro lado, los religiosos no sacerdotes han disminuido en 237 con respecto al año anterior, alcanzando un total de 48.511. Disminuyen en Europa, América y Oceanía, mientras suben en África y Asia (donde el año pasado habían bajado).

En las estadísticas más recientes se confirma la tendencia a la disminución global de las religiosas, fenómeno que ocurre desde hace tiempo: son 580.131 (9.292 menos). Suben en África (2.190), pero descienden en los demás continentes.

Circunscripciones eclesiásticas

Las cifras muestran que en el mundo hay 6 circunscripciones eclesiásticas más que el año anterior. Esto incluye las diócesis, archidiócesis, sedes metropolitanas, prelaturas territoriales, ordinariatos militares, vicariatos apostólicos y similares.. Hay en total 3.047.

Educación y salud

En el campo de la educación la Iglesia administra en el mundo 75.448 escuelas infantiles frecuentadas por 7.480.373 alumnos.  En cuanto a las escuelas primarias, hay 103.666 centros, con un total de 36,3 millones de alumnos (el año anterior eran 102.455 centros y 36,2 millones de alumnos).

Por su parte, las escuelas de secundaria ascienden a 51.810, con 20,3 millones de alumnos (en el informe anterior eran 52.085, y 20,7 millones de estudiantes).

La Iglesia mantiene además 101.110 institutos sanitarios de beneficencia y asistencia. Eso incluye, por ejemplo, 5.397 hospitales y 13.646 dispensarios, la mayor parte en África y América; 468 leproserías; 16.263 residencias para ancianos y enfermos; 8.138 orfanatos.

Estas cifras, dadas a conocer por Fides con motivo de la 99ª Jornada Mundial de las Misiones, que se celebra el domingo 18 de octubre, proceden del último “Anuario Estadístico de la Iglesia”, actualizado a fecha del 31 de diciembre de 2024.

Vaticano

Leone XIV alla FAO: "Il pane non è un bene finanziario né un'arma di guerra".“

“Es intolerable que el pan siga siendo un privilegio y el agua una mercancía disputada. (...) El pan no es un activo financiero ni un arma de guerra”, ha señalado León XIV en un Mensaje al director general de la FAO, Sr. Qu Dongyu, en el Día Mundial de la Alimentación 2026.    

Redazione Omnes-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

En la situación actual nos enfrentamos a una paradoja: el progreso global, que avanza cada vez más rápido, va acompañado de la persistencia del hambre y la pobreza. Este no es un problema técnico ni  económico, sino una profunda crisis antropológica y ética, señala el Papa León XIV en un Messaggio al director  general de la FAO, Sr. Qu Dongyu, con motivo del Día Mundial de la Alimentación.

El mensaje del Papa, en síntesis

Algunas de las ideas que ha trasladado el Papa a la FAO son las siguientes:

– El acceso regular a una alimentación inocua, adecuada, suficiente y acorde con la dignidad de cada persona es un derecho humano fundamental.  Garantizar este derecho es una obligación de justicia que compromete a los Estados y a la comunidad internacional. (…).

- "El hambre no puede considerarse una anomalía estadística, pues se debe en gran parte a una falta de voluntad política y de caridad colectiva. (…).

– Es intolerable que el pan siga siendo un privilegio y el agua una mercancía disputada. (…). 

– La escasez de alimentos no es tampoco algo geográficamente inevitable. (…).

Nuevo orden alimentario global 

– Es necesario establecer un nuevo orden alimentario global en el que la innovación tecnológica esté subordinada de manera incondicional al respeto de la dignidad humana otorgada por Dios y al bien común universal. (…).

El pan no es un activo financiero volátil

– Garantizar la nutrición del mañana exige liberar los alimentos de las lógicas puramente especulativas. El pan no es un instrumento de presión geopolítica ni un activo financiero volátil. (..)

– Nunca debe utilizarse (el pan) como arma de guerra. Impedir que llegue a todos o destruir los medios que lo producen es una terrible ofensa a la dignidad humana. El pan es precioso porque sostiene la vida que Dios nos ha dado. Por eso debemos superar la tentación de pensar a corto plazo. (…)

– El mito del crecimiento ilimitado a pesar de que los recursos son limitados ha llegado a un punto de ruptura. (…)

6 ideas sobre innovación

Al comienzo del Mensaje, el Papa ha trazado las líneas maestras sobre las que debería establecerse la innovación.

1. Hoy se habla de innovación con gran soltura. Por otro lado, con frecuencia, se reduce a los artefactos, los algoritmos o la optimización del rendimiento por la mera rentabilidad del capital.

2. Es preciso purificar el concepto. Innovar no consiste en reemplazar lo creado, sino en penetrar con reverencia en las complejas leyes que salvaguardan la obra salida de las manos del Creador. 

3. Cuando la tecnología moderna aplicada a la agricultura despoja al suelo de su fertilidad natural o expulsa al campesino de su tierra para sustituirlo por el frío cálculo financiero, no se trata de progreso, sino de una sofisticada forma de devastación. 

Promoción de la dignidad humana

4. El uso irresponsable de la tecnología, que no sirve al bien común, sino a intereses egoístas exclusivamente, viola el principio de solidaridad y también ignora el mandato del ser humano de preservar la creación.

5. La innovación que el mundo necesita no se mide únicamente por la cantidad de grano obtenida, sino por la promoción de la dignidad humana otorgada por Dios y por la integridad del ecosistema que el ser humano está llamado a preservar.

6. Si la innovación nace del respeto al orden natural y de la justicia hacia los hambrientos, el mañana traerá consigo una mesa colmada que sacie a la humanidad.

Audacia moral

Finalmente, el Pontífice invita a la FAO y a los Estados representados en ella a que no se conformen con diagnósticos abstractos ni con declaraciones de eficacia efímera. Es hora de la audacia moral. 

Los recursos invertidos en la industria de la guerra deberían desviarse, por un imperativo ético impostergable, hacia la investigación agrícola sostenible y la regeneración de los suelos degradados. 

Con estos sentimientos hacia quienes se dedican a cultivar la tierra y a alimentar a la humanidad, invoco la bendición del Dios todopoderoso y aseguro el apoyo incansable de la Santa Sede a todas las iniciativas que favorezcan a la FAO en sus nobles esfuerzos, concluye el Papa su Mensaje, fechado el 12 de octubre de 2026.

L'autoreRedazione Omnes

Per saperne di più
Iniziative

Verbo: Imparare le lingue attraverso il Vangelo del giorno

Entrevista a Luigi Bugalla, fundador de Verbum, una iniciativa que une el aprendizaje de idiomas con la lectura y meditación del Evangelio del día.

Teresa Aguado Peña-16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Aprender idiomas y meditar el Evangelio pueden parecer actividades muy distintas, pero Luigi Bugalla ha encontrado una forma de unirlas. Consultor lingüístico, políglota y católico, ha creado Verbum, una iniciativa que propone aprender lenguas a través del Evangelio del día.

Los textos se presentan en paralelo, frase por frase, en distintos idiomas, con los verbos destacados para facilitar el aprendizaje de la gramática, el vocabulario y la pronunciación. La propuesta parte de una convicción: cuando leemos algo que nos interesa, aprendemos mejor y con más constancia.

En esta entrevista, Bugalla explica cómo nació el proyecto y de qué manera el estudio de una lengua puede convertirse también en una oportunidad para detenerse en la Palabra de Dios.

¿Cómo surgió la idea de unir dos actividades que forman parte de su día a día, el aprendizaje de idiomas y la meditación del Evangelio?

–La unión surgió de una forma bastante natural. Me dedico a la enseñanza de idiomas y, desde hace años, coordino el equipo de traducción al italiano de evangeli.net. Al mismo tiempo, la lectura y la meditación del Evangelio del día forman parte de mi vida cristiana. Al trabajar diariamente con esas dos realidades, comprendí que podían ayudarse mutuamente. Un idioma se aprende mejor cuando el contenido despierta un interés verdadero; y leer el Evangelio en otra lengua obliga a detenerse en cada verbo, cada expresión y cada acción de Jesús.

De esa intuición nació Verbum. El nombre resume sus dos dimensiones: el verbo como motor de la frase y el Verbo de la expresión latina «Et verbum caro factum est», «Y el Verbo se hizo carne». Quise ofrecer un recurso sencillo para personas con poco tiempo: un fragmento del Evangelio del día, presentado en varias lenguas, con los verbos destacados y un audio para trabajar la pronunciación y la comprensión. Así, una actividad cotidiana como estudiar un idioma también puede convertirse en una ocasión para escuchar y meditar la Palabra con más atención.

¿Verbum está pensado principalmente para personas que quieren mejorar su nivel de idiomas o también para quienes desean profundizar en su vida espiritual?

–Verbum está pensado para ambos perfiles. Algunas personas llegan porque quieren mejorar un idioma y necesitan un contenido que les motive a mantener la constancia. Otras buscan reservar cada día unos minutos para el Evangelio y descubren que leerlo en otra lengua les ayuda a hacerlo más despacio y con mayor atención. En muchos casos, las dos motivaciones terminan uniéndose.

Se dirige especialmente a personas adultas con poco tiempo, incluidas aquellas que se han bloqueado con los idiomas o han pasado por métodos que no les han dado el resultado esperado. La propuesta es breve y cotidiana, de modo que cada uno pueda integrarla en su propio ritmo. Para un creyente, el Evangelio aporta una motivación espiritual muy fuerte. Una persona no creyente también puede utilizar verbum como herramienta lingüística y acercarse al Evangelio como un texto fundamental de nuestra cultura, lleno de acciones, decisiones y preguntas humanas universales. No hace falta partir de un nivel avanzado. Hace falta curiosidad, algo de constancia y disposición para volver sobre un texto breve hasta comprenderlo y hacerlo propio.

Usted sostiene que la mejor manera de aprender idiomas es leer y meditar contenidos que nos interesan. ¿Qué ventajas tiene aprender una lengua a través de un texto con significado personal?

–Cuando un texto nos importa, prestamos más atención y tenemos una razón para regresar a él. Eso cambia la forma de aprender. Las palabras dejan de aparecer como elementos aislados y se relacionan con una escena, una acción y una idea que queremos comprender. El esfuerzo tiene un propósito concreto, y esa implicación facilita la memoria y la constancia.

El Evangelio ofrece además una ventaja para muchos lectores: conocen el pasaje o, al menos, les resulta familiar. Ese conocimiento previo permite deducir significados, reconocer estructuras y concentrarse en cómo se expresa la misma idea en otra lengua. Al destacar los verbos, el alumno ve quién actúa, qué sucede y en qué tiempo se cuenta. Así empieza a entender la arquitectura de la frase y no se limita a acumular vocabulario.

La lectura pausada también favorece la comprensión auditiva y la pronunciación cuando se acompaña con el audio. Se puede leer, escuchar, repetir y comparar un fragmento breve sin convertir el estudio en una tarea interminable. El contenido significativo sostiene ese trabajo diario. En el caso de Verbum, permite que el aprendizaje lingüístico y la meditación compartan al mismo tiempo.

¿Qué puede descubrir un lector cuando compara el mismo pasaje del Evangelio en distintas lenguas? ¿Hay matices que se aprecian mejor al hacer esa comparación?

–Sí. Una traducción tiene que elegir, y cada lengua organiza el sentido de una manera particular. Al comparar varias versiones, el lector descubre qué elementos permanecen y cuáles requieren una expresión diferente. Puede advertir que una lengua subraya la acción mediante el verbo, mientras otra hace más visible el resultado, la duración o la relación entre las personas. También aparecen diferencias de orden, tiempos verbales y campos de significado que una sola versión puede dejar menos visibles.

Pensemos, por ejemplo, en el verbo «permanecer», tan importante en el Evangelio de san Juan. Al encontrarlo como abide o remain en inglés, demeurer en francés, rimanere en italiano o bleiben en alemán, el lector amplía su percepción de una misma invitación: quedarse, habitar, mantenerse unido. La comparación no cambia el mensaje, pero ayuda a contemplarlo desde varios ángulos y a prestar atención a palabras que quizá se leen con demasiada rapidez en la lengua materna.

Este ejercicio debe hacerse con humildad. Comparar traducciones modernas enriquece la lectura, pero no sustituye el estudio de los textos originales ni una buena exégesis. Su principal valor en verbum es pedagógico y contemplativo: aprender cómo funciona cada lengua y, al mismo tiempo, detenerse ante lo que el Evangelio dice.

—

Las personas interesadas en conocer Verbum pueden acceder a través de www.verbumevangelio.com, que abre una conversación de WhatsApp con Luigi Bugalla para recibir información y comenzar a utilizar el servicio. La iniciativa es completamente gratuita, aunque admite aportaciones voluntarias para sostener y ampliar el proyecto, cuyo objetivo es acercar el Evangelio del día a más personas y ayudarles a profundizar en su lectura mientras aprenden idiomas.

Per saperne di più
FirmeAlberto del Olmo Elías

Vivir como inquilino

"Esta doble condición del hombre sobre la tierra; la de gozar de un mundo dado y la de tener, sin embargo, que trabajar por él, nos une a todos, cristianos y paganos, en el presente".

16 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Hace dos semanas leíamos en el evangelio la parábola de los “viñadores homicidas”. Es conocida por todos. Jesús nos cuenta la historia de un señor que arrenda su viña a unos labradores, a los que exige como pago parte del fruto que obtienen de ella. La hemos leído mil veces, y mil veces nos han explicado que, como decíamos en el salmo, la viña del Señor es la casa de Israel, dejada a cargo de los maestros y los escribas que, en vez de retribuir con frutos de conversión a su Señor, deciden constantemente maltratar a los profetas y enviados y, en última instancia, al mismo Jesús, el Hijo Único.

Esta semana, sin embargo, caía en la cuenta de otra cuestión, que, dada la situación actual de nuestro país, me pareció especialmente interesante. La parábola, según el texto de la Conferencia Episcopal, empieza diciendo: «Había un propietario que plantó una viña, la rodeó con una cerca, cavó en ella un lagar, construyó una torre, la arrendó a unos labradores y se marchó lejos». ¡Qué atrevimiento! Una parábola de propietarios e inquilinos, ¡con la que está cayendo! Yo, además, soy sacerdote, ¡figúrese! ¡como para predicar del tema! Por la situación de mi parroquia y por salvaguardar mi integridad física preferí predicar de otros asuntos. Sin embargo, con el paso de los días, me ha parecido interesante volver sobre este punto.

Una parábola sobre propietarios e inquilinos

Evidentemente sería demagógico utilizar este texto del Evangelio para emitir un juicio sobre el modo concreto en que debe gestionarse el problema de la vivienda o la propiedad privada en general. Y sería frívolo tratar de resolver una situación, dramática para muchas personas, en unas pocas líneas. Tampoco a mí me corresponde hacerlo. Como he dicho, soy sacerdote, no político o economista (gracias a Dios). Sin embargo, sí que creo interesante parar a considerar un hecho tan real como, muchas veces, incómodo, que la parábola pone de manifiesto. El hombre habita una tierra que no le pertenece. El ser humano vive y trabaja… como inquilino en el mundo.

La experiencia, más o menos consciente, de habitar una realidad “dada”, no elegida o creada por uno, sino “recibida” o “donada” subyace a todas las tradiciones religiosas y, según cómo se mire, también políticas y jurídicas de la historia de la humanidad. No hace falta estudiar la carrera de filosofía para darse cuenta de que no nos damos la existencia a nosotros mismos ni a la realidad en la que estamos insertos. Bien podría decirse, desde el positivismo moderno, que esto no implica necesariamente la existencia de un “dador”, de un Creador. Pero, aun suponiendo que todo cuanto existe, existe fruto del puro azar sin rostro, tendríamos que seguir reconociendo, sencillamente, que no hemos elegido, ni podemos hacerlo, cómo es el mundo, el tiempo o las leyes de la física que han surgido de la casualidad.

El mundo no nos pertenece

Ninguno de nosotros es propietario, poseedor de la realidad. Uno podría querer que el agua del mar se convirtiera en cerveza, o que la explotación de los recursos fósiles no tuviera ningún impacto en la biodiversidad, o que se pudiera borrar de un plumazo en los compañeros del colegio el recuerdo de aquella situación tan vergonzosa en patio del recreo siendo uno adolescente. Y no podría hacerlo. La indisponibilidad de la realidad que nos rodea es un testimonio ineludible de que no somos “propietarios” de ella.

Habitar el mundo de este modo, desde la conciencia de que no nos pertenece, puede parecer frustrante o injusto de primeras. Al fin y al cabo, todos, en determinados momentos de nuestra vida, hemos deseado que las cosas fueran de otro modo, y no hemos podido hacer nada para cambiarlas. En ocasiones, esto es absolutamente dramático; ¿Quién no evitaría, si pudiera, la muerte de sus seres queridos o los desastres naturales? Sin embargo, para quienes podemos hacer un juicio desde la fe, es, a la vez, bastante liberador. La realidad es bella, precisamente, porque no es nuestra.

Uno se asombra ante las cosas porque sabe que no se las ha dado a sí mismo, e incluso delante del mal, sabe que tiene un interlocutor; sabe que hay un Propietario a quien pedir explicaciones por las goteras y las cañerías de la casa. Habitar el mundo desde la conciencia de que es “de Otro” es fuente de la verdadera libertad, pues, quien mira con corazón sencillo, puede verlo todo con la gratitud de quien todo lo recibe. Poseer “como si no poseyéramos”, como diría san Pablo, es fruto de la nueva mirada del cristiano, llamado a amar las cosas como dadas y no como propias, con la gratitud que brota del corazón de quien ha entendido el verdadero significado de la castidad cristiana.

Inquilinos llamados a dar fruto

El mundo nos es dado, no propio. Y, sin embargo, con la misma fuerza debemos decir que no nos es “ajeno”. Este mundo que habitamos exige también de nosotros el esfuerzo de nuestro trabajo y el ofrecimiento de la propia voluntad. Esta es la realidad del arrendatario: habitando una viña que no le pertenece, no puede, sin embargo, desentenderse de ella, sino que está llamado a “hacerla mejor”, a favorecer que dé fruto, a trabajarla. Esta necesidad, presente igualmente en el corazón humano en su deseo de justicia, de bien y de belleza, la llamada -velada para el materialista, evidente para el cristiano- a “trabajar”, a “dar fruto”, a hacer del mundo un lugar mejor, nos une a todos en una misma condición humana. Evidentemente tendremos que poner nuestra razón en juego para encontrar el bien común y las mejores soluciones a los problemas sociales que nos asolan.

Evidentemente también, tendremos que decir que no todas las batallas que se libran bajo el estandarte de la justicia son, de hecho, justas. Pero esto no puede hacernos olvidar aquel principio que ya apuntó san Agustín en su tiempo: “la familia humana que no vive de la fe busca la paz terrena en los bienes y ventajas de esta vida temporal […] La ciudad celeste […] tiene también necesidad de esta paz” y, por tanto “dado que ella (la paz) es patrimonio común a ambas ciudades, se mantendrá así la armonía mutua en lo que a esta vida mortal se refiere” (cf. Civitas Dei L XVII C XVII). Ciertamente, como también dirá san Agustín, esta armonía se rompe en el momento en que se impide para la consecución de la paz terrena la adoración del Dios verdadero. En ese caso el cristiano tendrá que estar dispuesto, incluso, a padecer el martirio. Pero ni siquiera entonces deja de ser verdadero lo anterior: el corazón humano, por el hecho de ser creado, busca y desea naturalmente la paz, la justicia, el bien.

Esta doble condición del hombre sobre la tierra; la de gozar de un mundo dado y la de tener, sin embargo, que trabajar por él, nos une a todos, cristianos y paganos, en el presente. No pretendo ser simplista. Cada uno de nosotros tendrá que ponerse en juego, discernir con su intelecto el bien y el mal, juzgar la realidad y tratar de llegar a las conclusiones adecuadas con los criterios que recibimos de la fe y la razón. Pero el juicio del cristiano surge siempre de un corazón agradecido que busca la paz.

Precisamente por la situación que vivimos, precisamente por cómo están las cosas, con la que está cayendo, creo que es momento de volver a partir de lo más real. Y esto, lo más real, es que compartimos con todos los hombres una llamada a retribuir al Señor de la viña con nuestras obras. Esta llamada, consciente para unos, velada para otros, se manifiesta en el deseo de justicia, de bien y de belleza, presente en todos. La historia nos reclama el compromiso con la verdad, con la verdad del mundo, la verdad del otro y la verdad de nosotros mismos. Y nuestra historia, en fin, nos reclama el compromiso con la Verdad hecha carne a quien hemos conocido, el Hijo Único enviado a nuestra tierra.

L'autoreAlberto del Olmo Elías

Sacerdote de Madrid.

Vaticano

La radiografia al torace del Papa mostra una "buona guarigione del polmone operato".«

La recuperación del Santo Padre sigue adelante y el pontífice ha realizado una sesión de fisioterapia con "ejercicios motores completos".

Redazione Omnes-15 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Los médicos Luigi Carbone y Stefano Margaritora han informado a última hora de la mañana de la evolución postoperatoria del Papa tras ser intervenido de un cáncer de pulmón.

En el último comunicado de los facultativos, muy breve, los médicos destacan que «el Santo Padre se ha sometido a los controles rutinarios, cuyos resultados han sido normales».

En cuanto a las pruebas médicas propias del postoperatorio, tras la lobectomía a la que fue sometido para extirpar un adenocarcinoma pulmonar, los médicos han querido señalar que «la radiografía de tórax ha mostrado una buena recuperación del pulmón operado. Ha realizado sus actividades diarias de forma autónoma. La sesión de fisioterapia ha incluido ejercicios motores completos.»

Los médicos añaden que esta recuperación del Santo Padre «transcurre con normalidad», aunque no se han dado pistas sobre la fecha del alta al pontífice, que continúa en el Gemelli. A primera hora del jueves, la Santa Sede había informado que el Santo Padre había descansado durante la noche y desayunado con normalidad.

Evangelizzazione

Santa Teresa de Jesús «está viva»: las claves de su mensaje según san Juan Pablo II

El 1 de noviembre de 1982, durante su viaje a España, san Juan Pablo II visitó Ávila y dedicó una homilía a santa Teresa de Jesús, a quien presentó como maestra de oración, defensora de la dignidad de la mujer y ejemplo de amor a Cristo y a la Iglesia.

Teresa Aguado Peña-15 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

El 15 de octubre, fiesta de santa Teresa de Jesús, las enseñanzas de la santa de Ávila cobran especial relevancia en el mundo de hoy. Así lo recordaba hace casi 44 años, san Juan Pablo II, cuando acudió a la ciudad natal de la carmelita para rendir homenaje a quien definió como «la errante de Dios, la reformadora del Carmelo, la gloria de España y luz de la santa Iglesia, honor de las mujeres cristianas, presencia destacada en la cultura universal».

La visita tuvo lugar durante el cuarto centenario de la muerte de santa Teresa, en el marco del viaje apostólico del Papa a España, en noviembre de 1982. En su homilía del 1 de noviembre, solemnidad de Todos los Santos, Juan Pablo II recordó que la santa seguía viva en la Iglesia: «Santa Teresa de Jesús está viva, su voz aún resuena en la Iglesia».

Para el Pontífice, su legado había superado las fronteras de su tiempo y de la Iglesia católica. Teresa había llamado a otros «a la amistad con Cristo» y abierto «nuevos caminos de fidelidad y servicio a la santa madre Iglesia». Su doctrina, añadió, había iluminado a sacerdotes, religiosos y laicos, especialmente a través de la oración y la caridad.

Una maestra de oración que conduce a Cristo

Uno de los aspectos centrales de la homilía fue la enseñanza teresiana sobre la oración. Juan Pablo II subrayó que, para santa Teresa, la vida cristiana no consistía en acumular pensamientos, sino en crecer en el amor. Recordó una de sus expresiones más conocidas: la oración «no consiste “en pensar mucho, sino en amar mucho”», porque «todos son naturalmente capaces de amar».

El Papa destacó también la actualidad de su doctrina ante ciertas formas de contemplación que podían alejar de Jesucristo. Teresa, explicó, había reaccionado contra los libros que presentaban la contemplación como una vaga inmersión en la divinidad o como un simple «no pensar en nada». La santa veía en ello «el peligro de replegarse sobre uno mismo, de alejarse de Jesús».

Juan Pablo II advirtió que aquella llamada seguía vigente frente a «ciertas técnicas de oración que no están inspiradas por el Evangelio y que, en la práctica, tienden a prescindir de Cristo en favor de un vacío mental que no tiene cabida en el cristianismo».

Y precisó el criterio fundamental para discernir la validez de cualquier método de oración: «Toda técnica de oración es válida en la medida en que se inspira en Cristo y conduce a Cristo, el camino, la verdad y la vida (cf. Jn. 14:6)».

En la experiencia espiritual de Teresa, Cristo no era una idea abstracta ni un concepto al que llegar mediante técnicas interiores. Era una persona con la que establecer una relación de amistad. Por eso, el Papa describió la contemplación teresiana como «una apertura humilde a Cristo y a su cuerpo místico, que es la Iglesia».

La humanidad de Cristo y la dignidad de la mujer

San Juan Pablo II quiso destacar asimismo la manera en que santa Teresa contemplaba la humanidad de Jesús. La santa había aprendido a buscarlo en las palabras del Evangelio, en la meditación de la Palabra y en las imágenes del Señor. Así podía acercarse a Él con confianza y reconocerlo como compañero de camino.

«¡Qué horizontes de familiaridad con Dios nos abre Teresa en la humanidad de Cristo!», exclamó el Pontífice. Para ella, la humanidad de Jesús era puerta y camino hacia el misterio de Dios.

Esta cercanía con Cristo tuvo también consecuencias en su comprensión de la dignidad humana. Juan Pablo II señaló que Teresa había sabido defender la dignidad de la mujer y sus posibilidades de servicio en la Iglesia, incluso en una época marcada por un fuerte antifeminismo.

Santa Teresa había encontrado en el Evangelio la actitud de Jesús hacia las mujeres, a las que trataba con respeto y benevolencia. Por eso, el Papa recordó estas palabras de Teresa:  «No aborreciste, Señor de mi alma, a las mujeres cuando anduviste por el mundo; al contrario, siempre las favoreciste con gran benevolencia» (Camino de Perfección, Autógrafo de El Escorial, 3.7).

El Pontífice relacionó esta enseñanza con la valoración de toda persona. Citando otra oración de la carmelita, recordó que «el mejor servicio que se te puede prestar es abandonarte para servirles y beneficiarlos». Y destacó la unión inseparable entre el amor a Dios y el amor al prójimo: «Quien no ama a su prójimo no te ama a ti, Señor mío, porque vemos demostrado por esa sangre el gran amor que tienes por los hijos de Adán» (Exclamación, 2.2)».

«La pasión por la Iglesia»

Otro de los ejes de la homilía fue el amor de santa Teresa a la Iglesia. Juan Pablo II afirmó que este había sido el centro de su vida, como expresión de su amor a Cristo y de su deseo de salvación para toda la humanidad.

Teresa vivió en una época de divisiones y tensiones eclesiales, que sintió como heridas abiertas. Su respuesta fue impulsar una renovación espiritual y fundacional, convencida de que la Iglesia debía edificarse mediante la santidad. El Papa subrayó que su servicio no se limitó a la vida contemplativa, sino que estuvo unido a una profunda preocupación por la misión de la Iglesia.

En este contexto, recordó las palabras con las que la santa expresó su gratitud al final de su vida: «Gracias… Dios mío… por haberme hecho hija de tu santa Iglesia católica». Otro testimonio recoge una expresión igualmente significativa: «Bendito sea Dios… porque soy hija de la Iglesia».

Para Juan Pablo II, esta declaración resumía el título de honor que Teresa había legado a los cristianos: amar a la Iglesia y servirla con generosidad. Su reforma del Carmelo, sus fundaciones y su vida de oración nacían de ese deseo de fidelidad.

El Pontífice animó también a los carmelitas descalzos, herederos de su espíritu contemplativo y apostólico, a mantener vivo el mensaje de santa Teresa de Jesús y san Juan de la Cruz mediante la oración y el apostolado.

«En estos tiempos se necesitan amigos firmes de Dios»

Al concluir su homilía, san Juan Pablo II presentó a Teresa como una figura que seguía acompañando a la Iglesia. Recordó que, en su lecho de muerte, había dicho: «Es hora de emprender el camino». Para el Papa, aquella mujer en marcha era también imagen de la Iglesia, que avanza a través de la historia.

Teresa conocía las dificultades del camino, pero invitaba a recorrerlo con la mirada puesta en Dios. Por eso, Juan Pablo II recuperó una de sus consignas espirituales: “Fijemos la mirada en Cristo nuestro Dios” (cf. El Castillo Interior, I, 2.11), para abrirle poco a poco las puertas del corazón de toda la humanidad. Así, el luminoso Cristo de Teresa de Jesús será en su iglesia «redentor del hombre, centro del cosmos y de la historia».

El Papa había destacado también la recepción de su mensaje entre los jóvenes y quiso ofrecerles una frase de la santa como orientación para su vida: «En estos tiempos se necesitan amigos firmes de Dios» (Vida, 15.5).

Casi 44 años después de aquella homilía en Ávila, las palabras de san Juan Pablo II permiten volver a lo esencial de la propuesta teresiana: una oración que conduce al encuentro personal con Cristo, una vida espiritual inseparable del amor al prójimo y una fidelidad a la Iglesia que se traduce en servicio.

Su mensaje final sigue siendo una invitación a mirar a Jesús. Como expresó el Pontífice, el deseo es que, en el camino de la Iglesia y en el de cada cristiano, Cristo sea «camino, verdad y luz».

Spagna

Nella sua seconda conferenza, il Forum della Famiglia affronta il tema del denaro e delle emozioni in ambito domestico.

La Universidad Villanueva acoge este sábado, de 10:00 a 13:30, un encuentro abierto a padres e hijos en el que también se entregará el Premio Foro de la Familia 2026

Inmaculada Sancho-15 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

La educación financiera de los hijos y la gestión de las emociones dentro del hogar son los dos ejes de la II Jornada de la Familia, que organiza el Foro Español de la Familia en Madrid. La propuesta combina formación para los padres y una mañana de convivencia a la que están invitadas familias enteras, también con los más pequeños. La primera edición, celebrada el año pasado en el Colegio Mayor Universitario de San Pablo, contó con ponentes como el filósofo pedagogo Gregorio Luri o el escritor Pep Borrell.

La primera ponencia correrá a cargo del profesor de economía, emprendimiento, educación financiera y activos digitales David Gacimartín, que hablará de cómo enseñar a los hijos a relacionarse con el dinero.

Después del descanso intervendrá el doctor en Psicología y sexólogo clínico Alejandro Villena, director del proyecto de salud mental Piénsatelo Psicología, con la conferencia “La familia: un laboratorio de emociones”.

Un premio y una mañana en familia

Entre una intervención y otra, el Foro entregará su Premios Foro de la Familia 2026 antes de una pausa para tomar un café con los asistentes.

La asistencia es gratuita y basta con inscribirse en la web del Forum indicando cuántos miembros de la familia acudirán. Los niños no solo son bienvenidos, sino que forman parte del planteamiento de la jornada: al final de la mañana, antes de la clausura, se sorteará entre las familias participantes una entrada para pasar un día en Puy du Fou España.

L'autoreInmaculada Sancho

Vaticano

5 punti chiave emersi dall'incontro "Dieci anni dopo Amoris Laetitia: annunciare il Vangelo alle famiglie oggi"«

La escucha de los jóvenes, el acompañamiento de los matrimonios y la atención a las familias en situaciones difíciles han centrado las reflexiones del encuentro convocado por León XIV en el Vaticano del 7 al 14 de octubre.

Redazione Omnes-15 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Diez años después de la publicación de Amoris laetitia, el Papa León XIV ha reunido en el Vaticano a los presidentes de las conferencias episcopales y a los jefes de las Iglesias católicas orientales para reflexionar sobre cómo anunciar el Evangelio a las familias de hoy. Durante las jornadas, los participantes han compartido experiencias pastorales y han abordado cinco grandes temas: la realidad de las familias, la vocación matrimonial de los jóvenes, los primeros años de matrimonio, las situaciones familiares complejas y la misión de las familias cristianas.

En su discurso de apertura, León XIV invitó a reconocer lo aprendido durante estos diez años, incluidos los frutos, las dificultades y las preguntas que han surgido. El Papa recordó que la experiencia familiar también puede enseñar a la Iglesia y planteó la necesidad de acompañar a las personas en sus circunstancias concretas, especialmente cuando atraviesan momentos de fragilidad.

1. Escuchar a las familias para comprender su realidad

El jueves 8 de octubre, el cardenal Filipe Neri Ferrão, arzobispo de Goa y Damán, abordó la realidad, la belleza y los desafíos de las familias en Asia, especialmente en la India. Partiendo de su experiencia pastoral, destacó que la familia es un lugar privilegiado para acoger la vida, establecer relaciones, transmitir los valores evangélicos y vivir la fe.

Ferrão señaló tres grandes transformaciones: los cambios en la composición de las familias, el paso de comunidades arraigadas a una mayor movilidad y las modificaciones en las condiciones de vida. La urbanización, la migración y la búsqueda de oportunidades hacen que muchas familias ya no estén vinculadas a una única parroquia.

Ante estas realidades, el cardenal subrayó la importancia de escuchar a las familias para reconocer la presencia y la acción de Dios en sus vidas. Su intervención invitó también a mirar tanto los retos como la belleza de las relaciones familiares, la resiliencia, la esperanza y el diálogo.

2. Acompañar a los jóvenes en el descubrimiento del matrimonio

El viernes 9 de octubre, las intervenciones se centraron en los jóvenes y el descubrimiento de la vocación matrimonial. El obispo Stephen Fernandes, de Bombay, partió de una distinción fundamental: los jóvenes siguen deseando amar, pero muchos han perdido la confianza en que el amor pueda durar.

«Lo que para muchos se ha debilitado es la confianza en que el amor pueda perdurar», afirmó. Por eso, propuso que la Iglesia no se limite a preguntarse por qué los jóvenes dudan del matrimonio, sino que intente comprender qué buscan cuando hablan de amor, libertad, dignidad y futuro.

Entre los factores que dificultan la decisión de casarse mencionó la inseguridad económica, las dificultades laborales y de vivienda, la migración y las experiencias dolorosas de ruptura familiar, violencia o abandono. Fernandes defendió una formación que ayude a descubrir el matrimonio como vocación y entrega libre, y no simplemente como una obligación.

El obispo Timothy Costelloe, por su parte, insistió en la importancia de escuchar a los jóvenes como personas con historias y experiencias distintas, y de crear relaciones de respeto, acogida y acompañamiento. También destacó el valor del testimonio de los matrimonios: una pareja que vive bien su matrimonio puede ser, señaló, el argumento más convincente para mostrar su belleza.

3. Preparar para el matrimonio también significa acompañar después de la boda

El sábado 10 de octubre, el cardenal José Cobo Cano, arzobispo de Madrid, puso el foco en los primeros años de matrimonio. Su intervención partió de una pregunta dirigida a la pastoral familiar: cuando una pareja acude a la parroquia para casarse, ¿en qué momento de su historia ha llegado la Iglesia?

Cobo planteó la necesidad de preguntarse si se prepara más a las parejas para la boda que para el matrimonio. No se trata solo de revisar los contenidos de los cursos prematrimoniales, sino de acompañar los procesos humanos, creyentes y vocacionales de los novios y de los esposos.

En este sentido, destacó dos aspectos señalados por Amoris laetitia: el acompañamiento y el discernimiento. La cuestión no es únicamente qué deben saber los novios para casarse, sino qué necesitan descubrir para saber si están llamados a entregarse definitivamente el uno al otro.

El cardenal también subrayó la importancia de cuidar la relación de pareja durante los primeros años, cuando los esposos aprenden a conocerse, afrontar las diferencias, perdonarse y construir una vida común. La pastoral matrimonial, por tanto, no debería terminar con la celebración de la boda, sino continuar a lo largo de las distintas etapas de la vida familiar.

4. Acompañar las situaciones difíciles sin emitir juicios precipitados

El lunes 12 de octubre, el encuentro abordó las dificultades de la vida familiar. En la introducción a la jornada, el cardenal Kevin Farrell recordó que Amoris laetitia invita a priorizar la escucha, evitar los juicios precipitados y reconocer la acción de la gracia de Dios en la vida de las personas.

El cardenal Pablo Virgilio Siongco David, obispo de Kalookan, compartió una experiencia de su Iglesia local: lo que a primera vista puede parecer una familia irresponsable o disfuncional puede mostrar una realidad muy distinta cuando se entra en su casa y se escucha su historia. Conocer las circunstancias concretas resulta, por tanto, esencial para acompañar a las familias.

La profesora Julie Hanlon Rubio profundizó en la fragilidad familiar y en la acogida dentro de la Iglesia. Recordó que algunas personas sienten que no pertenecen plenamente a la comunidad eclesial debido a sus circunstancias familiares. Antes de poder dar otros pasos, explicó, necesitan sentirse parte de ella.

Rubio también destacó que quienes han recibido acompañamiento pueden convertirse después en acompañantes de otras personas. Las familias que antes necesitaban ayuda pueden pasar a ofrecerla. De ahí su invitación a que la Iglesia no espere siempre a que las personas acudan a ella, sino que vaya allí donde viven, sufren y esperan.

5. Reconocer a las familias como protagonistas de la misión

El martes 13 de octubre, la última jornada temática se dedicó a las familias cristianas como sujetos de la misión de la Iglesia. El cardenal Protase Rugambwa invitó a considerarlas no solo como destinatarias de la pastoral familiar, sino como protagonistas de la misión evangelizadora.

La transmisión de la fe dentro del hogar, la educación de los hijos y el testimonio cotidiano del amor conyugal son algunas de las formas en que las familias contribuyen a la vida de la Iglesia. Su misión también se manifiesta en el servicio a la sociedad y en la atención a quienes viven situaciones de soledad, fragilidad o dificultad.

La jornada puso así de relieve que la misión familiar no se limita a iniciativas organizadas o actividades parroquiales. También se desarrolla en la vida diaria, a través de las relaciones, el cuidado, la fidelidad y la forma de afrontar las dificultades. Las familias pueden, además, acompañar a otras parejas y transmitir desde su propia experiencia que es posible construir un amor duradero.

Una pastoral que aprende de las familias

Las cinco líneas de reflexión convergen en una misma invitación: escuchar la experiencia concreta de las familias para discernir cómo acompañarlas mejor. El encuentro ha planteado la necesidad de atender a los jóvenes antes de su decisión matrimonial, sostener a los esposos después de la boda, acercarse a las familias que atraviesan dificultades y reconocer su papel en la misión de la Iglesia.

Diez años después de Amoris laetitia, el objetivo no es solo revisar lo realizado, sino discernir nuevos caminos pastorales a partir de las experiencias compartidas. Como recordó León XIV en su discurso de apertura, la Iglesia tiene mucho que aprender de las familias y está llamada a anunciarles el Evangelio también en medio de su fragilidad, sus esperanzas y sus dificultades.

Per saperne di più

El fracaso de la evangelización

En la evangelización, lo que a ojos humanos parece una vida estéril puede ser, con el paso del tiempo, la semilla de una cosecha que otros recogerán

15 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Les voy a contar la historia de un misionero fracasado. Se llamaba Carlos. Fue militar y explorador. Tras su conversión, se retiró al desierto del Sahara a vivir entre los tuaregs. Hasta su muerte no convenció a uno solo y ni siquiera murió mártir, sino por un disparo de un atracador asustado.

Otro: Pedro. Este era marista y con 33 años se embarcó rumbo a Oceanía para comenzar una misión. Tras años en la isla de Futuna para conocer mínimamente la lengua local y ser aceptado por los nativos, cuando consiguió transmitir la fe a algunos, fue asesinado por un sicario enviado por el rey, que temía perder su poder.

Otro: Juan. Sacerdote de la Sociedad de Misiones Extranjeras de París. Enviado a Tonkín, en Vietnam, no pudo ejercer abiertamente su propósito evangelizador por culpa de un edicto que lo obligó a vivir en la clandestinidad. Fue de refugio en refugio hasta que lo capturaron, lo encerraron en una jaula durante semanas y lo decapitaron.     

Las vidas de Carlos, Pedro o Juan, como las de muchos otros misioneros y misioneras a lo largo de los siglos, son historias de fracaso. Ninguno de ellos fundó una congregación, ni edificó un hospital, escuela u orfanato. Ninguno pudo ver la promoción humana ni el desarrollo social que lleva el Evangelio en la zona a la que fueron enviados. Para la mentalidad humana, que busca los resultados y los beneficios a corto plazo, sus vidas y sus muertes no fueron más que un fiasco.

Pero los tiempos de Dios no son los nuestros y aquellas aparentes derrotas se tornan en éxitos cuando tomamos perspectiva. Si pellizcamos la pantalla táctil de la historia, nos alejamos del foco de las cortas vidas de estos tres fracasados y empezamos a ver la cantidad de flores y árboles frutales que han brotado gracias al estiércol de estas biografías aparentemente estériles, entendemos que, de fracaso, nada.

El primero es San Carlos de Foucauld, cuya espiritualidad inspiró el surgimiento de numerosas congregaciones misioneras y movimientos laicales gracias a los cuales el Evangelio ha llegado y sigue llegando a millones de personas. El segundo es San Pedro Chanel. A los tres años de su martirio, todos los habitantes de la isla, impresionados por su testimonio, habían pedido recibir el bautismo y hoy es el patrono de Oceanía. El último es San Juan Teófano Venard, uno de los mártires del Vietnam, país considerado hoy como el motor del cristianismo en el continente y en el que la fe católica vive una auténtica primavera, con siete millones de fieles, a pesar del régimen comunista.

Traigo estas historias a colación por la celebración, este año, del centenario del Domingo Mundial de las Misiones, el popular Domund. Fue también una idea pequeña de una mujer pequeña, la seglar Pauline Jaricot que, con solo 23 años, pensó en ayudar a las misiones universales pidiendo donativos entre la gente más humilde. Aquella minúscula iniciativa, se convirtió luego en la Obra de la Propagación de la Fe, que llegaría luego al grado de Pontificia. La hoy beata no vio al papa Pío XI fijar la fecha, ni sabe que en estos 100 años de Domund, los territorios de misión han pasado de tener 9 a 346 millones de católicos o que, durante este siglo, se ha abierto una parroquia al día en aquellas tierras o que, de cero escuelas, se ha pasado a 125.000. Ella solo inició el proceso, prendió la llama, plantó la semilla.

Es uno de los principios fundamentales formulados por el papa Francisco en Evangelii Gaudium para la construcción de un pueblo: «El tiempo es superior al espacio». Con este principio nos llamaba a dejar de obsesionarnos con los resultados de nuestras acciones, con acaparar espacios físicos o de poder; y nos invitaba a esperar, a ser pacientes, a sembrar bases sólidas sobre las que otros seguirán construyendo. Este principio se puede aplicar a la organización política y social, a la educación de los hijos, a una acción caritativa, a la construcción de una catedral, a la propia vocación…

Las cosas verdaderamente grandes, como el Domund, no surgen de la noche a la mañana. Son fruto de gente consciente de su pequeñez, de la necesidad de contar con los demás y de la inmensa generosidad de Dios que actúa en lo escondido. En la vida del misionero o de cualquier cristiano de a pie, vienen los momentos de persecución, de dudas, de aparente sequedad o de falta de fertilidad, pero ese trigo sigue creciendo silenciosamente, entre la cizaña, confiado y sin miedo porque, ¡habrá mayor fracaso que el de todo un Dios en una cruz!

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Per saperne di più
Vangelo

¿Qué pertenece a Dios? Domingo XXIX del tiempo ordinario (A)

Vitus Ntube nos comenta las lecturas del Domingo XXIX del tiempo ordinario (A) correspondiente al día 18 de octubre de 2026.

Vitus Ntube-15 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

El Evangelio de hoy concluye con una de las declaraciones más famosas de Jesús: “Pues dad al César lo que es del César y a Dios lo que es de Dios".

Si sus interlocutores hubieran estado buscando sinceramente la verdad, su pregunta inmediata podría haber sido: “¿Qué pertenece, entonces, a Dios?”. Quizá Jesús habría respondido con otra parábola memorable, como hizo cuando le preguntaron: “¿Y quién es mi prójimo?”. Pero ellos no buscaban la verdad. El Evangelio nos presenta una alianza entre los fariseos y los herodianos, que unieron sus fuerzas para tender una trampa a Jesús. Se acercaron a él con adulación, empleando su mejor retórica. Sus palabras sobre la integridad de Jesús eran verdaderas, pero sus corazones estaban lejos de la sinceridad. La pregunta permanece: ¿qué pertenece a Dios? Podríamos responder que todo pertenece a Dios. Dios es dueño del tiempo, de la historia y de los poderes terrenales. En la primera lectura de hoy, la historia de Ciro demuestra que Dios tiene el poder suficiente para llevar a cabo su misión. En última instancia, s lo que Él desea de nosotros, somos nosotros mismos.

Jesús desenmascaró su hipocresía y les preguntó: “Hipócritas, ¿por qué me tentáis? Enseñadme la moneda del impuesto”. Cuando le entregaron la moneda, les preguntó: “¿De quién son esta imagen y esta inscripción?”. Le respondieron: “Del César”.

La moneda llevaba la imagen del César y, por tanto, pertenecía al César. Pero, ¿dónde está grabada la imagen de Dios? La persona humana lleva la imagen y semejanza de Dios y, por tanto, pertenece legítimamente a Dios. La imagen de Dios no está acuñada en oro ni en plata, sino inscrita en el alma humana. Como escribió un autor anónimo: “La imagen de Dios no está impresa en el oro, sino en el género humano. La moneda del César es oro, la de Dios es la humanidad".

Una vez más, contemplamos la brillante sabiduría de Jesús. Al igual que hizo durante su tentación en el desierto, Jesús desmanteló por completo la trampa que le habían tendido. Ellos buscaban conocer la opinión de Jesús, y recibieron mucho más: la verdad. En Él vemos cómo la opinión puede reclamar legítimamente ser verdad. Porque pertenecemos a Dios, esa imagen divina que hay en nosotros debe ser restaurada continuamente cuando queda desfigurada por el pecado. Al reflexionar sobre la curación del paralítico narrada en los Hechos de los Apóstoles, san León Magno observó que, cuando Pedro dice “no tengo plata ni oro, pero te doy lo que tengo”, no entregó una moneda que llevara la imagen del emperador, sino que restauró la imagen de Cristo en aquel hombre. 

A la luz de esto, siempre he pensado en la Sagrada Eucaristía como una especie de moneda que, evidentemente, no lleva la imagen del César, sino que nos da a Cristo y restaura en nosotros su imagen. 

Vaticano

Il Papa sta procedendo in modo positivo e normale.

El Vaticano informa que el Papa León XIV evoluciona bien tras su intervención médica, ha comenzado a andar por la habitación y ha reanudado su alimentación habitual.

Redazione Omnes-14 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

La Santa Sede ha hecho público un comunicado en el que informa sobre la evolución normal del Papa León XIV tras su intervención quirúrgica. La nota se refiere a los médicos del Papa, Dr. Luigi Carbone y el profesor Stefano Margaritora, quienes comunican lo siguiente en relación con la evolución postoperatoria del Santo Padre: «Esta mañana, el Santo Padre se ha sometido a los análisis de sangre y a la radiografía de tórax previstos tras la intervención. Los resultados confirman una evolución postoperatoria normal: los valores se encuentran dentro de los límites normales para el tipo de intervención realizada».

El comunicado añade que «el Santo Padre ha realizado fisioterapia respiratoria y ha comenzado a caminar por la habitación. Ha reanudado su alimentación habitual tomando el desayuno y el almuerzo». «La evolución sigue según lo previsto», concluye la nota.

Per saperne di più
Mondo

Andy Griffiths nominato CEO di Mary's Meals

La ONG, fundada por Magnus MacFarlane-Barrow ha anunciado la incorporación de Andy Griffiths en la dirección de la organización, un papel que, hasta el momento, asumía el fundador de Mary´s Meals, Magnus MacFarlane-Barrow.

Redazione Omnes-14 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Una decisión destinada a “reforzar la organización de cara al futuro”, de este modo ha anunciado la organización benéfica internacional dedicada a la alimentación escolar, Mary’s Meals International el nombramiento de Andy Griffiths como director ejecutivo de la organización. 

Andy Griffiths asumirá su nuevo puesto el 20 de octubre. Hasta la fecha, la dirección ejecutiva era ejercida por Magnus MacFarlane-Barrow, fundador de Mary’s Meals.

A partir de ahora, Magnus “asumirá ahora el nuevo cargo de presidente y fundador, lo que le permitirá dedicar más tiempo a impulsar el crecimiento del movimiento Mary’s Meals a nivel mundial mediante la sensibilización, diversas iniciativas estratégicas y el liderazgo en el desarrollo de nuestros valores y cultura únicos”. 

Una carrera ligada a las ONG´s

Griffiths asume este cargo tras una dilatada carrera en el mundo de las organizaciones sin ánimo de lucro. En los últimos años, Griffiths ha desarrollado su tarea en International Justice Mission, tras una exitosa carrera en el ámbito empresarial.

Andy Griffiths ha manifestado su agradecimiento por la confianza y por la posibilidad de trabajar junto a MacFarlane-Barrow y, por su parte, el fundador de Mary’s Meals ha señalado su ilusión por “trabajar codo con codo con Andy, que aporta una enorme experiencia en el ámbito y una perspectiva nueva y muy bienvenida”.

Igualmente ilusionado se ha mostrado John Darley, presidente del Consejo de Administración de Mary’s Meals International, que ha destacado que “el nombramiento de Andy supone un momento emocionante para Mary’s Meals, ahora que buscamos ampliar nuestro impacto y alimentar a más niños. Actualmente llegamos a más de tres millones de niños con comidas escolares diarias, pero con unos 78 millones de niños en edad de primaria que aún no están escolarizados y otros millones que acuden a clase con tanta hambre que les impide aprender, la necesidad de nuestra labor nunca ha sido mayor”.

Mary´s Meals International

Mary´s Meals nació tras un viaje de Magnus MacFarlane-Barrow a Malawi durante una hambruna, inspirada por el deseo de un niño llamado Edward de tener suficiente comida y poder estudiar.

En España opera a través de la Fundación Mary’s Meals Spain (con sede en Barcelona) y fue galardonada con el Premio Princesa de Asturias de la Concordia.

En la actualidad, más de 3 millones de niños en edad escolar en 16 países empobrecidos reciben una comida al día gracias a esta ONG

Como destacó en una entrevista con Omnes Magnus MacFarlane-Barrow, la Virgen ha tenido un papel clave en esta organización que la lleva en su nombre. Magnus explica que su fe católica se renovó profundamente tras una peregrinación familiar al Santuario de Medjugorje (Bosnia-Herzegovina) en su juventud. Todo el trabajo humanitario posterior —desde sus primeros envíos de ayuda durante la guerra de los Balcanes hasta la creación de la ONG— nace como una respuesta directa a esa experiencia espiritual.

Vaticano

Il Papa invia un messaggio di sostegno alle famiglie tramite il cardinale Tagle.

El cardenal Luis A.Tagle ha transmitido esta mañana en la Plaza de San Pedro una homilía del Santo Padre León XIV, que se encuentra en el postoperatorio en el Policlínico Gemelli, de valoración y apoyo a tantas familias que viven su vocación y misión con una fidelidad a veces heroica.

Redazione Omnes-14 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

En la homilía de la Santa Misa celebrada en la Plaza de San Pedro, en la conclusión del encuentro por el décimo aniversario de la publicación de la Exhortación Apostólica Amoris laetitia, el Papa León XIV, convaleciente de la intervención de ayer en el Gemelli, ha lanzado un mensaje de valoración y apoyo a las familias cristianas. 

El Papa lo ha hecho en la omelia, leída por el cardenal Luis Antonio G. Tagle, Decano del Colegio Cardenalicio, quien ha presidido la Santa Misa. Y ha citado “los esfuerzos de tantas familias en nuestras ciudades y pueblos que viven su vocación y misión día a día, con discreción pero con una fidelidad a veces heroica”. “Sin familias fuertes, abiertas al don de los hijos, el mundo no tiene futuro”, ha remarcado.

La Plaza de San Pedro reza por la salud del Papa

En una Plaza de San Pedro golpeada por la operación de ayer del Papa León XIV, en la que se le ha extirpado el lóbulo inferior del pulmón derecho debido al diagnóstico de adenocarcinoma pulmonar, su mensaje sobre las virtudes del matrimonio cristiano y los valores de las familias, leído por el cardenal Luis A. Tagle, ha resonado con especial fuerza, en un clima de oración especial por su salud.

El Pontífice ha comenzado diciendo que “hoy celebramos la Eucaristía presentando al Señor los frutos del trabajo realizado en el Documento (Amoris Laetitia), durante este período, buscando asimilar su riqueza y poner en práctica sus indicaciones pastorales. La liturgia de hoy nos invita a la reflexión al respecto”.

“Que os améis los unos a los otros como Yo os he amado”

El Sucesor de Pedro ha manifestado que estos esfuerzos de los esposos y famiglie “son una respuesta generosa y universalmente comprensible a las palabras de Jesús que escuchamos en el Evangelio: ‘No me eligieron ustedes a mí, sino que yo los elegí a ustedes y los designé para que vayan y den fruto, y su fruto permanezca’ ( Jn 15,16)”.

A través del testimonio de estos padres, hijos, abuelos, jóvenes y mayores, pequeños y grandes, el mensaje evangélico de verdad y plenitud de vida se difunde eficazmente por todo el mundo, ha continuado.

Enseguida se ha referido al mensaje transmitido por el apóstol Juan Evangelista, que “nos legó el sencillo y claro mensaje que Jesús nos dejó al final de su vida terrenal: “Este es mi mandamiento: que os améis los unos a los otros como yo os he amado” ( Jn 15,12).

La Iglesia, “familia de familias”

Pongámoslo en práctica para crecer como Iglesia, una ‘familia de familias’ ( AL, 87), en un clima de cuidado mutuo del que todos nos beneficiaremos, ha alentado el Santo Padre: los jóvenes esposos, que se sentirán alentados al iniciar su vida matrimonial; los padres, que contarán con ayuda para afrontar los exigentes retos de la crianza de los hijos y la vida familiar; los ancianos, que verán reconocido y valorado su papel como testigos de sabiduría y virtud, incluso cuando su fuerza física disminuya. 

“La caridad doméstica, primera escuela del afecto”

León XIV, en el texto leído por el Decano de los cardenales, ha subrayado que “la caridad doméstica, concreta y con sus momentos de lucha, errores y fallos, pero maravillosa en su impredecible rutina diaria, es la primera escuela del afecto, el primer aprendizaje precioso e irremplazable en la alegría del amor”.

Al comentar la primera Carta del apóstol San Pueblo a los Corintios, el Papa ha recordado que la Exhortación Amoris Laetitia, del Papa Francisco, sitúa en el capítulo cuarto como base de una profunda meditación sobre las virtudes del matrimonio cristiano: una unión ‘afectiva, espiritual y sacrificial’( AL, 120) e icono del amor de Dios (cf. AL, 121). 

La verdadera alegría del amor reside en una lenta fusión, en la que la singularidad de uno florece, en el don, a través de la presencia del otro.

“La familia, lugar privilegiado de oración”

Al concluir, el cardenal Tagle ha recogido otro mensaje nuclear del Papa León XIV, la oración en familia.

“La familia es un lugar privilegiado de oración. Hay que reconocer, lamentablemente, que hoy, en muchas partes del mundo, el hábito de orar juntos en el hogar —antes de las comidas, al principio y al final del día, o en ocasiones especiales— se ha debilitado mucho. Amoris laetitia nos recuerda que hacerlo es fundamental: ‘Hay que enfatizar la importancia de la espiritualidad familiar, de la oración y de la participación en la Eucaristía dominical’ ( AL, 223)”.

Oración común y sacramentos

La oración común y los sacramentos desempeñan un papel muy importante en la vida familiar porque, al abrir los corazones a la acción de Dios, nos permiten llegar juntos a lugares a los que nunca llegaríamos solos. Son alimento sólido y medicina sanadora. Por lo tanto, “les insto encarecidamente a todos a redescubrir y promover esta práctica”, ha alentado el Papa León XIV.

El cardenal Tagle ha manifestado públicamente al final la comunión eclesiástica del Papa Leon XIV a Su Beatitud Polis III Nona, Patriarca de Bagdad de los Caldeos, que participa en esta Eucaristía.

Por último, ha encomendado a todas las familias y a toda la Iglesia a la Sagrada Familia de Nazaret, de parte del Papa León XIV, retomando la oración que el Papa Francisco puso al final de Amoris Laetitia.

L'autoreRedazione Omnes

Cinema

Alla ricerca della bellezza: come possiamo descrivere Dio se non attraverso la bellezza?

El productor de Seeking Beauty, Edmundo Reyes, explica cómo el arte, la cultura y la belleza pueden despertar el asombro y conducir hacia Dios.

Teresa Aguado Peña-14 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La belleza puede ser mucho más que aquello que contemplamos: puede despertar el asombro, abrir preguntas y conducir la mirada hacia una realidad que la trasciende. Esta es la premisa de Seeking Beauty, la docuserie presentada por el actor y director católico David Henrie, que recorre Italia a través de su arte, arquitectura, música, gastronomía y artesanía para descubrir cómo lo bello puede remitir a Dios.

La serie propone un viaje en el que Henrie se acerca a artistas, artesanos y expertos desde la curiosidad y el asombro. Desde la Basílica de San Pedro hasta los talleres donde se restauran obras de Caravaggio, Seeking Beauty busca mostrar también la dimensión humana que hay detrás de las grandes obras.

Edmundo Reyes, productor de la serie, explica en esta entrevista cómo nació el proyecto y por qué la belleza verdadera puede convertirse en un camino hacia la verdad, el bien y Dios.

¿Cómo nació Seeking Beauty y en qué momento surgió la idea de hacer de la belleza el hilo conductor?

–La idea original nació de una visita a Sevilla. Estuve allí en 2021 con mi familia y, como los cientos de miles de turistas que llegan cada año, visité la Catedral y quedé cautivado por su belleza. Había tanto que ver: el Retablo Mayor, la tumba de Cristóbal Colón, el arte. Así que intentamos asimilarlo todo. Hacia el final, nos encontramos con la Sala Capitular, y enseguida supe que era un lugar importante de la Catedral. La sala ovalada era impresionante. Lo que me llamó la atención fue una pintura de la Virgen en el centro de la sala, sobre la silla del arzobispo. ¿Qué pintura era y quién la había pintado? Me intrigó tanto que saqué el teléfono y descubrí que era la Inmaculada Concepción de Murillo.

Supe que Murillo, un pintor cuya obra había estudiado en el instituto, era sevillano, y que la Catedral le encargó pintar la Inmaculada Concepción para difundir la devoción a la pureza de María. Lo que más me fascinó fue conocer la fe del pueblo de Sevilla, que defendió públicamente esta creencia desde 1613. Gracias a esa devoción, siglos después, en 1854, se convirtió en dogma de fe. Era una historia fascinante de arte, fe y cultura.

Pero algo me entristeció mucho. Vi a gente entrar en la sala, echar un vistazo rápido y marcharse casi de inmediato. Algunos se hacían un selfie y se iban. Salían sin conocer la historia ni el significado de lo que tenían delante. Ese día decidí crear una serie que contara historias de arte y fe y, sobre todo, de cómo la belleza puede llevarnos a Dios.

La serie recorre Italia a través del arte, la arquitectura, la música, la gastronomía y la artesanía. ¿Por qué Italia era el lugar adecuado para emprender esta búsqueda de la belleza?

–Italia es un lugar muy especial en el mundo y un lugar idóneo para empezar una serie sobre la búsqueda de la belleza. Es el lugar favorito de Emily Mae Mentock, una de las cocreadoras de la serie, y también de Andrew Hyatt, el otro cocreador, y mío.

Más allá de Roma, que es el lugar más evidente, Italia tiene una fuerte tradición de usar la belleza para señalarnos algo más grande. Su arte, su cultura y su gente han entendido desde hace siglos el papel que puede tener la belleza para elevar nuestro corazón y nuestra mente. Por eso viajamos a Venecia, Milán, Florencia y Subiaco, para contar las historias de artistas y artesanos cuyo trabajo nos ayuda a despertar el alma. Esa belleza pertenece tanto al presente como al pasado. Forma parte de la cultura actual y de la vida diaria de quienes viven allí.

El proyecto parte de una afirmación muy concreta: que la belleza es un reflejo de Dios. ¿Cómo se puede transmitir una idea tan profunda a través de un formato audiovisual pensado también para un público que quizá no sea creyente?

–Al comienzo de la serie, en el episodio del Vaticano, un joven que trabajaba para el Jubileo de la Esperanza dice una de las frases más memorables de la temporada: “La belleza es el lenguaje de lo divino”. Luego explica que, aparte de las propias palabras de Dios en la Escritura, ¿de qué otra manera podemos describir quién es Dios si no es a través de la belleza? Esa idea recorre toda la serie. Dios es la fuente de toda belleza verdadera, y cuando encontramos la belleza en el arte, en la cultura y en las personas, encontramos a Dios, lo sepamos o no. En la segunda temporada, rodada en España, que se estrenará en enero, el capellán que nos acompañó por Italia y España nos recuerda que Dios es siempre belleza, verdad y bondad. Siempre.

La serie toca la historia y el arte, pero ante todo es una serie de aventuras, en la que el espectador descubre con nosotros estos lugares, a estas personas y la belleza que encierran. Es una invitación a ir más allá de ver un programa de televisión y a convertirse uno mismo en buscador de belleza.

Uno de los momentos que más impresionó a Henrie fue descubrir, junto a los restauradores, los errores y correcciones de una obra de Caravaggio. ¿Qué aprendieron ustedes durante el rodaje sobre la relación entre belleza, imperfección y condición humana?

–Uno de nuestros momentos favoritos de la primera temporada, y quizá el que más recuerda la gente, es cuando David Henrie se encuentra con Mons. Timothy Verdon, canónigo de la Catedral de Florencia y director del Museo dell’Opera del Duomo, frente a la Piedad florentina de Miguel Ángel. La mayoría hemos visto la famosa Piedad del Vaticano, en persona o en fotografías. Menos personas conocen la que Miguel Ángel esculpió al final de su vida y que pensaba para su propia tumba. Lo que más nos conmueve son las palabras que escribió en esos mismos años, y que David lee en el episodio: “Ni pintar ni esculpir calmarán ya mi alma, vuelta hacia aquel amor divino que, para abrazarnos, abrió Sus brazos en la cruz”. En ellas encontramos a un hombre que dedicó su vida a pintar y esculpir la belleza y que, al final de su camino, llegó a la paz de saber quién es la fuente de toda belleza, el Gran Escultor.

Si nos fijamos solo en nuestras limitaciones y luchas, en nuestras faltas y errores, podemos caer en la desesperanza y el desánimo. Pero cuando fijamos la mirada en Jesús, en el Dios que nos ama perfectamente, encontramos la paz. Su amor no tiene ninguno de nuestros límites. La belleza que vemos a nuestro alrededor apunta hacia esa belleza perfecta, y cuando la contemplamos, encontramos la paz.

Vivimos en una cultura en la que muchas veces se considera que la belleza es puramente subjetiva. ¿Qué significa reivindicar en una producción contemporánea que existe una Belleza capaz de conducirnos hacia la Verdad y el Bien?

–Una de mis inspiraciones para la serie es un ensayo sobre la belleza escrito por Joseph Ratzinger, que más tarde sería el papa Benedicto XVI. Es una de las mejores explicaciones que conozco de lo que es la belleza y de lo que no es. Mucha gente conoce la frase de Dostoievski: “La belleza salvará el mundo”. Lo que Ratzinger nos recuerda es que normalmente se olvida que Dostoievski “se refiere aquí a la Belleza redentora de Cristo”. Habla de la belleza verdadera, y el ensayo distingue de forma admirable esa belleza de la belleza barata que tantas veces vemos a nuestro alrededor.

La belleza verdadera tiene el poder de atravesar el corazón, como una flecha. Ratzinger, siguiendo a Platón, escribe que esa flecha “hiere al hombre y, precisamente así, le da alas y lo eleva hacia lo trascendente”. Algo sucede en nosotros. Primero nos abre. Después levanta nuestra mirada, la aparta de nosotros mismos, y empezamos a buscar a Aquel que lanzó la flecha. Como él mismo dice: “Lo bello hiere, pero precisamente así llama al hombre a su destino último”. La belleza verdadera nos saca del egoísmo, y su fruto es un corazón que se ensancha.

La belleza falsa que vemos a menudo en nuestra sociedad hace lo contrario. Ratzinger la describe como “una belleza deslumbrante que no saca al hombre de sí mismo”, sino que “lo encierra totalmente en sí mismo”. Nos lleva a querer poseer. La belleza verdadera libera nuestro espíritu. Esa es la belleza a la que nos referimos cuando decimos que Dios es Verdad, Belleza y Bondad. Necesitamos entender la Belleza de este modo, como la belleza presente en Cristo crucificado, que dio Su vida por nosotros. En Su rostro desfigurado, escribe Ratzinger, aparece “la belleza auténtica, extrema: la belleza del amor que llega ‘hasta el extremo’”. No hay amor más grande, ni belleza más grande, que esta.

Después de recorrer Italia buscando la belleza, ¿qué descubrieron ustedes como productores que no esperaban encontrar? Y, sobre todo, ¿qué les gustaría que el espectador se llevara consigo al terminar la serie?

–Tenemos la bendición de contar con un equipo fantástico. Son excelentes en lo que hacen. Nuestro director de fotografía, Brad Knull, ha rodado en más de 80 países. Y, además, creen profundamente en la misión de la serie. A mí me ha ayudado mucho vivir nuestro trabajo como peregrinos. Cuando lo haces así, creo que Dios se hace presente de maneras que no esperabas, y nunca vuelves a ser el mismo.

Espero que cada persona que vea la serie viva una experiencia similar a la nuestra. Deseamos que acepten la invitación de Dios a convertirse en buscadores de belleza y descubran que pueden hacerlo dondequiera que estén. Italia es un lugar increíblemente bello, de verdad. Pero podemos buscar la belleza dondequiera que Dios nos haya puesto. La belleza puede enseñarnos quiénes somos y quién es Dios.

Después de rodar en Italia y en España, en algunas de las iglesias más bellas del mundo y ante algunas de sus obras de arte más hermosas, desde la pintura y la escultura hasta la arquitectura, he llegado a comprender que lo más bello que podemos contemplar es el rostro de nuestro prójimo. Fuimos creados a imagen de Dios, que es la Belleza misma. Me encantan los momentos de la serie en los que estamos ante grandes obras de arte, pero lo que más me gusta son las historias y las vidas de las personas que encontramos por el camino. Así que sal a vivir una aventura, una peregrinación, en tu propia ciudad o en tu pueblo. Busca esta belleza, la belleza verdadera que eleva el espíritu. Ve y conviértete en un buscador de belleza.

Per saperne di più
Vaticano

9 linee d'azione per la salute mentale nelle crisi umanitarie

En el contexto de las crisis humanitarias, la salud mental se ha convertido en una preocupación intensa en la vida de las personas, las familias y las comunidades. El Dicasterio para el Servicio del Desarrollo Humano Integral ha presentado una Guía de ayuda para el clero, religiosos y agentes de pastoral.

Redazione Omnes-14 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

El Dicasterio para el Servicio del Desarrollo Humano Integral, con el patrocinio de Universidade Catolica Portuguesa y Scalabrini International Migration Institute, acaba de presentar la Guía ‘Salud mental y acompañamiento pastoral en el contexto de crisis humanitarias’.

El subtítulo es ‘Cuidar a las personas y cultivar la esperanza en un espíritu de fraternidad’. 

El Documento ha tenido su génesis en el lavoro del Dicasterio cuya Prefecta es la Hermana Alessandra Smerilli, F.M.A, que ha difundido un Messaggio con motivo del Día Mundial de la Salud Mental, en el que sitúa este tipo de salud “como una urgente prioridad pastoral”.

Guía para miembros del clero, religiosos, agentes laicos de pastoral….

Il Guía sobre Salud mental presenta nueve líneas de actuación en el contexto actual de crisis humanitarias que se prolongan en el tiempo, y está dirigida a miembros del clero, religiosos, agentes laicos de pastoral y demás personas comprometidas con el acompañamiento directo en contextos humanitarios. 

Las crisis humanitarias que se refieren en la introducción son conflictos armados e inestabilidad política, desplazamientos forzados y migraciones, pobreza y desigualdad, así como las alteraciones ambientales y climáticas. La  salud mental se ha convertido en estos entornos en una preocupación cada vez más presente en la vida de las personas, las familias y las comunidades, así como en la experiencia cotidiana de quienes les acompañan. 

Situaciones de miedo, aislamiento, angustia

Y es en ese contexto en el que la Iglesia y en general, los agentes de pastoral, “se enfrentan a situaciones de dolor, miedo, desorientación, aislamiento y diversas formas de angustia que pueden ser prolongadas o intensas. Asimismo, afrontan las consecuencias de relaciones deterioradas, del debilitamiento del sentido de pertenencia y de la pérdida de fuentes habituales de sentido y apoyo”. 

Estas experiencias rara vez se viven en soledad. Se desarrollan en el ámbito familiar y comunitario, a través de relaciones que, si bien pueden atravesar momentos de tensión, también constituyen importantes fuentes de solicitud, vínculo y apoyo, se señala.

Orientaciones, no una modalidad rígida de acompañamiento

Los argumentos y consejos, señala la Guía, no deben entenderse como una secuencia rígida ni como un modelo que deba aplicarse de manera uniforme. “Se trata de orientaciones interrelacionadas que han de interpretarse prestando atención a cada persona, comunidad y realidad concreta”.. 

En conjunto, buscan sostener “una modalidad de acompañamiento basada en la cercanía humana,” orientada por el conocimiento y atenta a la dignidad, las relaciones, las capacidades y las esperanzas ya presentes en la vida de quienes reciben acompañamiento. 

9 líneas de acompañamiento

En síntesis, la propuesta de las 9 líneas es la siguiente:

1.  Crear espacios de confianza y seguridad           

2.  Escuchar y acompañar            

3.  Fortalecer los vínculos comunitarios y de pertenencia            

4.  El bienestar psíquico se funda en las relaciones

5.  Reconstruir el sentido y cultivar la esperanza

6.  Reconocer y fomentar la resiliencia 

7.  Cuidar con conocimiento y discernimiento 

8.  Acompañar a personas con trastornos mentales graves y a sus familias 

9.  Fomentar el apoyo mutuo entre los cuidadores

Conclusiones: relaciones interpersonales, confianza, cuidado 

El Documento/Guía sobre Salud Mental señala, entre sus conclusiones, que “hemos observado que el cuidado de la salud mental radica en las relaciones interpersonales, en la confianza reconstruida y en las comunidades que preservan, integran y protegen la dignidad humana”, 

Se manifiesta “a través de gestos silenciosos de acompañamiento, del sentido compartido que se reconstruye tras una pérdida, de los vínculos de cuidado recíproco y de la paciente tarea de restaurar el sentido de pertenencia allí donde se ha quebrado”. 

En el centro de esta perspectiva “se sitúa la persona humana, cuya dignidad proviene de Dios y no depende de la salud, la fuerza, la autonomía o de la ausencia de sufrimiento”.

Elaboración y entidades colaboradoras

La elaboración de esta Guía ha sido dirigida y coordinada por Marcio Gagliato, Peter Hanenberg y Aldo Skoda. Para su desarrollo teológico, pastoral y técnico se contó también con las aportaciones de Joseph Jeyaraj Swaminathan, Cristina Castelli, Francesca Giordano y George Ehusani, informa la Guía.

Además, han participado como entidades colaboradoras: Brothers of Charity – Ruanda; Servicio Internacional de Desastres Camilianos (CADIS), Padres y Hermanos Camilianos; Cáritas Maiduguri – Nigeria; Cáritas Polonia; Catholic Relief Services; Orden de los Hermanos Menores (OFM) – Italia; Comisión Católica Internacional de Migración (CCIM); Servicio Jesuita a Refugiados (JRS); Lux Terra Leadership Foundation – Nigeria; Doctors with Africa CUAMM; Soberana Orden de Malta; Nuestra Señora de la Caridad del Buen Pastor; Salesianos de Don Bosco; Hermanas Misioneras Scalabrinianas – Sudáfrica y Missionary Sisters of Our Lady of Africa. 

L'autoreRedazione Omnes

FirmeEduardo Tomás Toro

Ser “buena persona” puede ser una trampa

Una buena persona podrá hacer aparentemente las mismas cosas que un virtuoso o santo, pero la base y consecuencia es radicalmente distinta.

14 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Si preguntas a cualquier persona de nuestro tiempo, en especial a los abuelos o a los padres, sobre el futuro y problema de rumbo de estas generaciones, se responde siempre de forma idéntica: “lo único importante es que sea buena persona”. Con esta consigna parece que nada es relevante de las acciones de nuestros contemporáneos, pues lo que es más importante es sus intenciones. Permítanme que les responda con el famoso dicho atribuido a san Bernardo de Claraval: “el camino del infierno está empedrado de buenas intenciones”

El dogma de las buenas personas

Este pequeño artículo no pretende realizar una visión catastrofista o negativa de nuestro tiempo, sino que intenta recuperar la objetividad que siempre ha caracterizado la búsqueda de la verdad. Estos argumentos emotivos, de bondad interior y natural, son falaces y nos alejan de la realidad. El camino de la virtud es duro y arduo, pero tiene la gran recompensa de una vida plena. Recordemos lo que dice Cristo en el Evangelio “Entren por la puerta estrecha, porque ancha es la puerta y amplia es la senda que lleva a la perdición, y muchos son los que entran por ella. Pero estrecha es la puerta y angosta la senda que lleva a la vida, y pocos son los que la hallan” (Mat. VII, 13-14). 

La mentalidad contemporánea, forjada por la Ilustración que veía al hombre como absolutamente bueno por naturaleza, se olvida de las concepciones básicas de gracia y pecado. Recogiendo una famosa declaración del Papa Pío XII, repetida de nuevo por el Papa Francisco: “Perder la conciencia del pecado es uno de los males de nuestro tiempo”. Esta falta de profundidad espiritual de las consecuencias del pecado en nuestra naturaleza, que está herida por el pecado original e inclinada a él, lleva a la anestesia inducida. 

Si los protestantes ven la naturaleza humana como completamente herida sin remedio hasta la vida eterna, el pensamiento católico sabe que existe la ayuda sacramental para no caer en pecado y levantarse tras la caída. El dogma moderno del “buena persona” es reducir el juicio moral a una buena voluntad subjetiva. Es un nuevo pelagianismo, pues la herejía de Pelagio pensaba que el hombre podía salvarse a sí mismo mediante su propia simpatía natural, sin necesidad de gracia ni redención. He aquí porque actualmente se piensa que necesariamente todos se deben salvar, pues ¿quién no tiene buena intención por la que pueda ir al cielo tras la muerte?

Recuperemos la objetividad

Frente a esta subjetividad, la antropología cristiana sostiene que la bondad y la maldad son universos ontológicos, reales en sí mismos. El bien no es lo que me parece a mí reconfortante o agradable, sino aquello que es conforme al orden establecido por Dios, de acuerdo con su naturaleza.

Quisiera citar aquí a C.S. Lewis en su obra Cristianesimo puro e semplice: “En realidad, las reglas morales son instrucciones para hacer funcionar la máquina humana. Cada regla moral está ahí para prevenir una avería, un forzamiento o una fricción en el funcionamiento de esa máquina. Es por lo que estas reglas al principio parecen estar interfiriendo constantemente con nuestras inclinaciones naturales”.

Si el hombre pretende definir la bondad desde su propio juicio particular, se convierte el bien en un disfraz de su conveniencia o placer. El triunfo del emotivismo es la consecuencia de la renuncia al orden objetivo, pues ¿acaso puede guiar un ciego a otro ciego? Los juicios vistos desde el yo en el centro tienden a la autojustificación, al ser siempre interesados.

Para comprender la raíz del engaño moralista que estamos contemplando quisiera acudir a la angelología. Los ángeles tienen una inteligencia intuitiva y perfecta, lo que les dio una libertad perfecta. Por ello, cuando el demonio eligió el mal, fue a sabiendas y para siempre, aun conociendo todo el error y sus consecuencias. Nosotros por el contrario tenemos libertad imperfecta al no tener un conocimiento total de las consecuencias de nuestros actos, y he ahí el arrepentimiento. El diablo engaña al hombre presentando el egoísmo como una forma de autorrealización frente a Dios, pues el pecado nace de un amor desordenado a sí mismo. 

Conclusioni

Confiar ciegamente en que se es “buena persona” es una manifestación de autoengaño. San Agustín en La città di Dio sintetizó de forma magistral esta división: “Dos amores construyeron dos ciudades: el amor de sí mismo hasta el desprecio de Dios, la terrena; el amor de Dios hasta el desprecio de sí mismo, la celestial”. Con nuestras decisiones vamos configurando a qué ciudad queremos pertenecer, o utilizando la metáfora de S. Ignacio de Loyola, podemos elegir bajo qué bandera militar, con Cristo Rey o con el diablo.

No es suficiente ser buena persona, pues alguien egoísta es incapaz de sacrificarse por los demás. El acto supremo de amor es el martirio, como donación total de la vida por Dios y por el otro. Una buena persona podrá hacer aparentemente las mismas cosas que un virtuoso o santo, pero la base y consecuencia es radicalmente distinta. Dios que escruta los corazones sabe nuestra verdadera intención y si nos adherimos totalmente a Él. Si nuestras buenas obras nacen del egoísmo o de la generosidad, de buscarnos a nosotros mismos o del verdadero servicio. Concluimos con Teresa de Calcula “quien no vive para servir, no sirve para vivir”.

L'autoreEduardo Tomás Toro

Graduado en Derecho, Teología y Filosofía

Vaticano

Il Vaticano conferma che il Papa si è sottoposto a un intervento chirurgico per un tipo di tumore ai polmoni.

El examen histológico del nódulo extirpado al Papa León XIV ha confirmado el diagnóstico de un adenocarcinoma pulmonar, un tipo de cáncer de pulmón.

Redazione Omnes-13 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La Sala Stampa vaticana ha ampliado los detalles de la operación a la que ha sido sometido el Papa León XIV la tarde del 13 de octubre.

El Dr. Luigi Carbone y el profesor Stefano Margaritora han informado que el Santo Padre se ha sometido, «tal y como estaba previsto, a una intervención de cirugía torácica en la que se le extirpó el lóbulo inferior del pulmón derecho mediante una técnica videoasistida. El examen histológico in situ ha confirmado el diagnóstico de un adenocarcinoma pulmonar, tal y como se sospechaba tras los exámenes preoperatorios».

Tal y como había informado previamente desde el Vaticano, la operación, exitosa y sin complicaciones, duró el tiempo habitual, unos 90 minutos si bien el Papa ha permanecido unas 3 horas en el quirófano. Tras la intervención » el Papa se despertó sin problemas y, tras un breve periodo de observación, regresó a su habitación en la planta 10″.

Los médicos que han operado al Papa

Además la Sala Stampa ha informado del equipo quirúrgico que ha atendido al Papa en esta operación y que «estuvo dirigido por el profesor Stefano Margaritora, asistido por la profesora Elisa
Meacci, la doctora María Teresa Congedo y el doctor Leonardo Petracca Caravella. El equipo de anestesiología estuvo compuesto por el profesor Massimo Antonelli, el doctor Giovanni Punzo y el doctor Giuseppe Bello».

Qué es un adenocarcinoma pulmonar

El adenocarcinoma pulmonar se trata de un cáncer de pulmón en células no pequeñas que se forma en las células que revisten los alvéolos y producen sustancias como el moco. Aunque está muy relacionado con el tabaquismo, puede aparecer también en personas no fumadoras.

Su tratamiento depende mucho del estadio o etapa en el que se detecta y ataca el adenocarcinoma. El Papa ha sido sometido a lo que se conoce como una lobectomía en la que se extirpa un lóbulo (porción o área) del pulmón. En algunos casos, después de esta extirpación, es posible que los pacientes reciban quimioterapia o radioterapia para destruir cualquier célula cancerosa que quede, inmunoterapia u otro tipo de terapia posterior. Por el momento, el Vaticano no ha dado ninguna información sobre un ulterior tratamiento del Santo Padre.

Vaticano

L'intervento su Papa Leone si è concluso con successo

La Sala de Prensa de la Santa Sede ha informado de que la operación se ha desarrollado según lo previsto y que León XIV ya ha regresado a su habitación.

Redazione Omnes-13 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

La intervención quirúrgica a la que se ha sometido el Papa León XIV esta tarde, 13 de octubre, en el Policlínico Gemelli ha concluido con éxito. La operación tenía como objetivo extirpar un «nódulo localizado en el pulmón».

La Sala de Prensa de la Santa Sede ha comunicado a través de su canal de Telegramma que «la intervención ha concluido con éxito, en el plazo y de la forma previstos».

Además, ha confirmado que «el Santo Padre ha regresado a su habitación» y ha señalado que «se facilitará más información en breve».

Vaticano

La Chiesa sottolinea l'importanza del fondamento dell'amore coniugale e familiare nella sua missione.

En la quinta sesión de la cumbre vaticana ‘Diez años después de Amoris Laetitia’, la francesa Veronique Lonchamp, en línea con los cardenales Kevin  Farrell y Protase Rugambwa, ha propuesto a las familias, con el amor conyugal y familiar, como verdaderas protagonistas de la misión de la Iglesia.

Francisco Otamendi-13 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Varios ponentes de la cumbre vaticana sobre ‘Diez años después de Amoris Laetitia’, introducida esta mañana por el cardenal Kevin Farrell, Prefecto del Dicasterio para los Laicos, la Familia y la Vida, han situado a las familias cristianas como “las principales protagonistas de la pastoral familiar”, y sujetos activos de la misión de la Iglesia. Su contribución es insustituible”, han dicho.

Pero antes, la Asamblea ha enviado un Mensaje de cercanía y afecto al Santo Padre León XIV, ante su prevista operación en el pulmón. “Lo acompañamos con nuestra oración, deseándole una pronta recuperación y encomendándolo al Señor, junto con todos aquellos que cuidarán de usted.”.

Agradecimiento al Santo Padre

Los participantes en la cumbre sobre la familia afirman estar “agradecidos por haber querido este encuentro y por habernos animado a escuchar a las familias y los caminos que recorren nuestras Iglesias. Al continuar nuestros trabajos, lo sentimos cercano y llevamos con nosotros su cuidado por las familias de todo el mundo”.

Revisión del Informe por el Papa

Como se ha informado, el Santo Padre ha solicitado analizar y revisar, tras la operación, el Informe de Síntesis de los trabajos de la Asamblea, que concluirá mañana con una misa presidida por el Cardenal Luis A, Tagle, nuevo Decano del Colegio Cardenalicio.

Las familias, cada vez más sujetos de la misión de la Iglesia

En su introducción al tema de este martes, última jornada de los trabajos, el cardenal Kevin Farrell ha anunciado que el análisis lleva hoy “a los fundamentos misioneros del amor conyugal y familiar, que el Concilio Vaticano II y los Pontífices posteriores han puesto de relieve progresivamente”.

En efecto, “si las familias están llamadas a convertirse cada vez más en sujetos de la misión de la Iglesia, esto se debe, ante todo, al dinamismo misionero inherente al mismo amor conyugal”.

Cercanía con las familias del mundo

Este comienza con la transmisión de la fe y de la vida cristiana dentro de la familia y encuentra una expresión más plena “en el testimonio de un amor auténtico, capaz de suscitar un compromiso tanto en la Iglesia como en la sociedad”, ha señalado el Prefecto del Dicasterio para los Laicos, la Familia y la Vida.

Este testimonio tiene sus raíces en el Bautismo y en la iniciación cristiana, mientras que el sacramento del matrimonio le confiere una expresión específica. A través de las realidades más concretas de la vida familiar cristiana, la misión de la Iglesia se hace cercana a todas las familias del mundo, que comparten muchas de las mismas alegrías y pruebas, ha sintetizado el cardenal.

Véronique Lonchamp: la familia, “profunda comunidad de vida y de amor”

La reflexión de hoy se basa en una firme convicción de Amoris laetitia, ha señalado la Delegada Nacional para la Asistencia Pastoral Familiar de la Conferencia de obispos de Francia, Véronique Lonchamp. 

Las familias cristianas no son simplemente destinatarias del acompañamiento pastoral de la Iglesia; son “las principales protagonistas de la pastoral familiar,  y sujetos activos de la misión de la Iglesia”.

Su contribución, insustituible, no reside principalmente en su actuar, sino en su mismo ser: en su manera de vivir cotidianamente la “profunda comunidad de vida y de amor”. Cuando su vida cotidiana se convierte en un lugar donde el Evangelio se encarna y se hace visible en las relaciones, los gestos y las pruebas de cada día, ellas hacen visible el amor de Cristo por su Iglesia. Y ésta es, a su juicio, su primera misión. 

“Es en la vida cotidiana de la familia donde se aprende concretamente a vivir el Evangelio. La familia es un espacio de acogida incondicional”, ha añadido.

“La Iglesia ha de reconocer lo que recibe de las familias”

Es esencial apoyar a las familias en su vocación misionera, ha subrayado luego Lonchamp. Sin embargo, la cuestión no es solo lo que la Iglesia puede hacer con ellas, sino “también reconocer lo que la Iglesia recibe de ellas”. Cuando las familias son reconocidas como verdaderos protagonistas de la misión, ayudan a la Iglesia misma a ser más sinodal, misionera y atenta a las personas. 

Auge del catecumenado: transmisión de la fe multidireccional

El reciente auge del catecumenado en Francia demuestra que la transmisión de la fe es a menudo multidireccional: el camino de fe de un niño, un adolescente o un adulto catecúmeno conduce frecuentemente a otros miembros de su familia a redescubrir la fe cristiana. De este modo, todos pueden ser, unos para otros, testigos y transmisores del Evangelio, ha añadido la experta francesa.

Entre otras cuestiones de una sugestiva ponencia, Veronique Lonchamp ha destacado que la familia irradia su influencia mucho más allá del hogar, y que su manera de ser y de relacionarse se manifiesta en los ámbitos donde vive, trabaja y se compromete, incluso allí donde la Iglesia tiene poca presencia. 

La familia: aprender a convivir, acompañar, practicar el perdón

Longchamp ha destacado también que en la familias se aprende a convivir a pesar de las diferencias y las tensiones, a priorizar la acogida frente al juicio, a acompañar a cada uno en su propio camino, a discernir las posibilidades de crecimiento, a velar por que cada cual tenga su lugar y a practicar el perdón y la reconciliación. 

La Iglesia, llamada a ser “familia de familias”

La experiencia familiar ilumina de manera particular los cuatro verbos que estructuran la acción pastoral: acoger, acompañar, discernir e integrar. “Al dejarse instruir por esta experiencia, la Iglesia está llamada a llegar a ser más plenamente lo que es: “una familia de familias”, ha dicho.

Card. Protase Rugambwa: reconocer el amor conyugal y familiar como motor 

El cardenal tanzano Protase Rugambwa ha incidido también en “el paso de las familias y las parejas de simples destinatarios de la pastoral a participantes activos y sujetos corresponsables de la misión de la Iglesia”.

La participación de las familias como sujetos activos de la acción pastoral, ha señalado el cardenal africano, “está fuertemente respaldada por las experiencias concretas que les han permitido madurar como cristianos fieles y comprometidos, experiencias que pueden aprovecharse no solo en su esfuerzo por apoyar el crecimiento de la misión de la Iglesia, sino también para plasmar la formación de quienes están llamados a acompañarlas”.

Nel parrocchie

Se trata de un camino en el que las parroquias se han transformado en una “familia de familias”, donde los fieles no son extraños unos para otros y les resulta fácil interactuar, planificar y contribuir a la noble misión de la evangelización, ha señalado.

A juicio del cardenal Rugambwa, “es alentador observar que, a través de movimientos, asociaciones y diversos grupos de fieles, se promueven diferentes enfoques pastorales centrados en la acogida, el acompañamiento y el discernimiento de las necesidades de las personas, ya sean bautizadas o no, casadas o que se hayan vuelto a casar”.

Dentro de estas estructuras es donde se han desarrollado diversos ministerios laicales locales, una forma de ministerio participativo que “se extiende a través de asociaciones, movimientos y grupos laicos, en los que dichas iniciativas se planifican pastoralmente y cuentan con el apoyo tanto de los párrocos como de los hombres y mujeres consagrados”.

Promover la Iglesia como familia

En la base de todo esto, subrayó también el cardenal tanzano, “sobre todo en el contexto africano, es necesario promover la concepción de la Iglesia como familia, tal como ya lo propuso Juan Pablo II (Ecclesia in Africa, n. 63)”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vaticano

Il Papa è stato ricoverato oggi all'ospedale Gemelli e le udienze sono sospese fino al 20.

El Santo Padre León XIV ingresará a última hora de la mañana de hoy martes en el Policlínico Gemelli para la operación, anunciada por él mismo en el Ángelus, de extirpación de un nódulo circunscrito en el pulmón. Las audiencias papales quedan canceladas hasta el 20 de octubre.

Redazione Omnes-13 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

El director de la Sala de Prensa de la Santa Sede, Matteo Bruni, ha confirmado que el Papa León tiene previsto su ingreso en el Políclinico Gemelli a última hora de la mañana de este martes día 13, con el fin de proceder a la operación de extirpación de un “nódulo circunscrito en el pulmón” , descubierto en las últimas revisiones médicas.

Sigue vigente la información dada estos días por el portavoz del Vaticano sobre la duración de la estancia hospitalaria postoperatoria, prevista en “aproximadamente una semana”, ha informado la agenzia vaticana. La Prefectura de la Casa Pontificia ha informado en este sentido que se cancelan todas las audiencias hasta el martes 20 de octubre.

León XIV revisará el informe final de la cumbre sobre Amoris Laetitia

La mayor novedad de estos días afecta también a la Misa del miércoles 14 de octubre en la Plaza de San Pedro con los participantes en el evento sobre ‘Diez años de Amoris Laetitia’ (jefes de las Iglesias orientales, presidentes de las Conferencias Episcopales, expertos). 

Presidirá la celebración eucarística el cardenal Luis A. Tagle, recientemente elegido decano del Colegio Cardenalicio, y el informe de síntesis de la cumbre no se publicará hasta su revisión por el Santo Padre, tras la operación en el Gemelli.

El médico que le operará

La intervención, prevista para esta tarde, estará a cargo del equipo de cirugía torácica que dirige el profesor Stefano Margaritora. El Vaticano ha anunciado que ofrecerá nuevas informaciones a lo largo de la noche.

L'autoreRedazione Omnes

Mondo

La Bibbia, il libro "The Chosen" e sua moglie hanno avvicinato il musicista Cam Obi alla fede.

Uno de los productores musicales cuya conversión al catolicismo ha tenido más eco en Estados Unidos este año ha sido Cameron “Cam” Obi. Su recorrido hasta el Bautismo ha estado marcado por la lectura de la Biblia, la serie The Chosen, y su esposa. Tolkien es una de sus referencias.

Redazione Omnes-13 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Cameron “Cam” Obi, productor y músico estadounidense de hip hop y R&B, ganador del premio Grammy,  que ha trabajado con artistas como Kendrick Lamar, J. Cole, Chance the Rapper y SZA, fue bautizado en la Vigilia Pascual de 2026 en la parroquia Prince of Peace Catholic Church, de Albuquerque (Nuevo México), entrando así en la Iglesia católica. 

Como suele suceder, su trayectoria hasta el bautismo se ha prolongado durante varios años. Cam Obi (Las Vegas, 36 años), creció en un ambiente cristiano y pasó por iglesias pentecostales y baptistas, pero posteriormente se alejó del cristianismo. 

Durante años exploró otras corrientes, entre ellas la New Age y distintas tradiciones religiosas y filosóficas. “I had mistaken Christianity for that culture” (“Había confundido el cristianismo con aquella cultura”), explicó al referirse a su alejamiento.

Leer la Biblia juntos

En 2021, Obi y su esposa se trasladaron del sur de California a Nuevo México. Su mujer, de ascendencia griega e italiana y educada como católica, aunque llevaba años alejada de la práctica religiosa, propuso que ambos comenzaran a leer la Biblia juntos. Aquella lectura conjunta reabrió las conversaciones sobre la fe.

Un encuentro casual fue determinante en su proceso. El acupuntor al que acudía Obi había sido anteriormente monje católico. Al saber que el matrimonio estaba leyendo la Biblia, les recomendó que vieran Il prescelto, la serie televisiva sobre Jesús y sus discípulos.

Jesús, personaje histórico

Para Obi, la serie tuvo una importancia especial porque le permitió acercarse a Jesús como personaje histórico. “That show was my first time conceptualizing Jesus as a historical figure who really lived in our historical timeline” (Fue la primera vez que pude entender a Jesús como una figura histórica, como alguien que realmente vivió en nuestro mundo y en nuestra historia”, explicó. 

Y recuerda su reacción al contemplarlo de esa manera: “Wait, this is real”. Según contó, The Chosen le ayudó además a comprender que creía en la divinidad de Jesús. VICE ha recogido este episodio como uno de los momentos de su proceso de conversión.

Papel importante de su esposa

A partir de entonces, Obi comenzó a estudiar y comparar las distintas confesiones cristianas. Su esposa tuvo también un papel importante en este periodo. Aunque había dejado de practicar el catolicismo, comenzó a defender la Iglesia católica en sus conversaciones con él.

El matrimonio empezó a acudir a una parroquia y Obi quedó impresionado por la acogida que recibió. “Nos acogieron como si fuéramos de los suyos”. Y añadió: “Just that alone made me want to be Catholic” (Solo eso hizo que quisiera ser católico).

Su búsqueda incluyó también una reflexión sobre la historia del cristianismo y su identidad. Obi contó que durante años había sentido que necesitaba conocer mejor la historia de su pueblo. Al descubrir el cristianismo, cambió su percepción. Los personajes bíblicos dejaron de ser para él figuras pertenecientes a una tradición ajena.

Bautismo en Alburquerque

El proceso culminó en la Pascua de 2026. Obi recibió el bautismo en la Vigilia Pascual en Prince of Peace Catholic Church, en Albuquerque, y entró formalmente en la Iglesia católica. National Catholic Reporter sitúa el bautismo como la culminación de varios años de búsqueda espiritual.

La fe también ha influido en su manera de plantear su trabajo musical. Obi lleva más de una década preparando su primer álbum como solista, después de años dedicado principalmente a la producción para otros artistas. El proyecto se titula ‘Grown Ass Kid’ y se trata de un álbum conceptual sobre la búsqueda de sentido y de plenitud.

Tolkien, referencia

En esta nueva etapa, una de sus referencias es JRR Tolkien. Obi admira la forma en que el autor de El Señor de los Anillos incorporó una visión cristiana a su obra sin convertirla en un relato religioso explícito. Según Obi, Tolkien consiguió acercar al lector a temas del Evangelio “through beauty”, a través de la belleza.

Obi relaciona esta concepción con la ‘Lettera agli artisti’ de san Juan Pablo II. Resume una de las ideas que ha tomado de ella con esta expresión: “Rise to the demands of art, not the demands of culture”, es decir, responder a las exigencias del arte y no simplemente a las de la cultura.

El productor no presenta su bautismo como abandono del hip hop. Al contrario, pretende continuar trabajando dentro de esa cultura musical y aplicar a ella su nueva concepción de la creación artística. Su referencia a Tolkien responde precisamente a ese propósito: contar historias que puedan abordar cuestiones religiosas y humanas profundas sin necesidad de convertirlas en mensajes religiosos explícitos.

L'autoreRedazione Omnes

Per saperne di più

¿Cómo hacer que leer guste?

Recuperar el gusto por la lectura pasa por dejar de verla como una obligación y descubrir el placer de perderse entre las palabras, sin importar qué libro elijamos.

13 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Dicen que cada vez leemos menos y los datos parecen confirmarlo. Según los últimos informes sobre hábitos de lectura en España, casi la mitad de los jóvenes reconoce tener dificultades para mantener la atención en un texto largo. No pasan de leer notificaciones, mensajes, titulares o fragmentos rápidos. 

¿Qué podemos hacer frente a esta situación? Seguro que los expertos le han dado muchas vueltas. Se hacen programas para fomentar la lectura en los colegios, actividades en la semana del libro, clubes de lectura, debates sobre obras clásicas. Sin embargo, nadie parece acertar del todo en esta cuestión. No es nada fácil y sé de lo que hablo.

Tengo que reconocer que yo misma, que he escrito varios libros y he leído miles de ellos desde mi infancia, no he conseguido que mis hijos sean buenos lectores. Estuve más cerca con el pequeño, pues cuando era niño le encantaba que leyéramos juntos y nos riéramos de los mismos chistes. Así tomó impulso y leyó muchas cosas, pero el impulso solo le llegó a la adolescencia, pues apenas pudo competir con las pantallas.

El placer de leer

Quizá nadie sabe dónde está exactamente el secreto, la clave escondida, la tecla que hay que pulsar para que a la gente le guste la lectura. Lo único que me parece claro es que el único motivo para leer es disfrutar leyendo. Todo lo demás no servirá de nada. No servirán las lecturas obligatorias del colegio, pues los alumnos seguirán acudiendo a los resúmenes que tan fácilmente les proporciona la inteligencia artificial. No servirán los retos de ganar puntos por cada libro, no servirán los clubes de lectura en los que se ofrece merienda como aliciente, ni pagar a los hijos por leer, como contó que hacía un periodista del New York Times. Hemos de tener claro que solo se puede leer por leer.

El filósofo norteamericano Charles S. Peirce decía que la belleza es aquello admirable en sí mismo y sin ningún motivo ulterior, y hay actividades con las que sucede igual. Esto es, hay actividades que solo pueden realizarse por sí mismas, porque nos gustan y nos producen una satisfacción, sin ningún motivo ulterior, por ejemplo, jugar. Ningún niño lo hace por otro motivo. O beber por beber, porque nos gusta el vino, o escuchar una canción en bucle. Leer es otra de esas actividades.

La lectura tiene muchos beneficios que los expertos analizan, como los tiene el juego. Desarrolla muchas capacidades. Nos llevará a tener cultura, espíritu crítico y a correr aventuras imaginarias. Nos hará conocer la verdad y contemplar la belleza. Pero si no lees por leer, porque te satisface, nunca leerás.

El primer paso

Los que somos lectores, e incluso adictos a la lectura, sabemos bien que no podemos vivir sin leer, igual que el fumador empedernido no puede renunciar al tabaco. Por eso, lo único que quizá funcione es que alguien tome un libro y compruebe que leer le produce cierto placer, que le ha gustado dejar de pensar durante un rato en lo que le rodea y meterse en un mundo diferente, del pasado o del futuro, lleno de fantasía o de un realismo aplastante.

Lo único que puede funcionar es que alguien tome el libro, pero también la revista o el cómic (por algo se empieza) y disfrute. Da igual si se trata de novela romántica, histórica, policiaca o de ciencia ficción. No importa si el libro es de un autor con premio Nobel o de uno de tercera categoría, si es superficial o profundo. Da lo mismo si es en papel o en pantalla y así salvamos árboles. Lo de menos es el soporte. Lo importante son las palabras y los mundos a los que nos llevan.

Que cada uno tome lo que sea que le llame la atención. Que lea cada uno lo suyo —a mí personalmente no me gusta que me lean en alto, pues es como quitarme parte del placer—  y deje que las palabras escritas le roben un ratito, se le cuelen por dentro y disfrute. Solo entonces tendremos un lector. Por eso me parece que en los colegios se equivocan en esto. Una lectura obligatoria (las sigue habiendo) servirá para otras cosas, pero no para hacer lectores. Dejar quince minutos al final de una clase para que cada uno saque el libro que quiera, el que piense que puede gustarle y lo lea, eso tampoco es infalible, pero tiene alguna posibilidad más. 

Caer preso de las palabras

Para nosotros fueron Tintín, Mafalda, Verne, Salgari, Dickens, Stevenson, Enyd Blyton, Gerard Durrell, Agatha Christie. Para los jóvenes de hoy en día serán otros. Encontrarán consuelo, diversión. Encontrarán amor, desgracias, compañía. Se les pasarán los viajes volando. Descubrirán quizá el placer de las lecturas furtivas, ese que sentíamos a la luz de la linterna en nuestra infancia, o cuando te aferras al libro sabiendo que deberías estar haciendo otras cosas. La lectura, como la droga, hay que probarla, y puede engancharte. Solo probándola puede que alguien caiga y desarrolle esa necesidad, que quiera más de ese placer, de ser descubridor, trotamundos, de llenarse la cabeza de pájaros o de sufrir las despedidas cuando se acaba la historia.

Lee lo que sea, porque como decía Flannery O’Connor quien “solo lee libros edificantes está siguiendo un camino seguro, pero un camino sin esperanza porque le falta coraje”. Lee lo que sea que te guste y cae preso de las palabras. Así se empieza. Leer por leer.

L'autoreSara Barrena

Evangelizzazione

¿Y si Dios te pidiera el corazón entero?

El celibato por el Reino no supone renunciar al amor, sino descubrir otra forma de entregar la vida, vivir la fecundidad y orientar el corazón hacia Dios como su destino definitivo.

Hugo Elvira-12 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Hay una pregunta que, quizás nunca te has hecho, o que no has considerado: ¿y si Dios me llamara al celibato? Tal vez la reacción inmediata sea: “Pero yo quiero casarme”, “quiero enamorarme”, “quiero tener hijos” o “yo no podría vivir así”.

Antes de descartarlo, recordemos algo central en esta serie: estamos hechos para amar. Aunque pensemos enseguida en el matrimonio, Cristo también habla de quienes renuncian a él “por el reino de los cielos” (cfr. Mt 19,12). Entonces aparece otra posibilidad: “¿y si Dios me pide entregarle mi vida de otra manera?”

No es bueno que el hombre esté solo

En uno de los primeros artículos nos detuvimos en la frase del Génesis: “No es bueno que el hombre esté solo” (Gn 2,18). La soledad originaria revelaba que estamos hechos para la comunión. Entonces, ¿qué pasa con el célibe? ¿Dios llama a algunas personas a vivir en contra de aquello para lo que Él mismo las creó? No. Dios no llama al célibe a estar solo.

San Juan Pablo II ayuda a comprender que matrimonio y celibato no son respuestas contradictorias al significado del cuerpo. De maneras distintas, ambos expresan una misma verdad: la persona está llamada a realizarse mediante el don sincero de sí misma. Lo que cambia es la forma concreta de vivir esa entrega.

Una entrega completa

Pero para comprender qué significa entregarse de este modo hay que partir de algo anterior: el celibato no hace a la persona menos completa. A veces pensamos, casi sin darnos cuenta, que necesitamos encontrar a alguien que finalmente nos complete. La famosa “media naranja”.

Pero si un hombre necesitara casarse para llegar a ser plenamente hombre, o una mujer para ser plenamente mujer, ¿qué significaría que Dios llamara a alguien al celibato? Que le estaría pidiendo renunciar a su propia plenitud. Eso no tendría sentido. Somos personas completas antes de entregarnos. Precisamente, porque somos completos podemos entregarnos por completo. Desde luego, tampoco deja de ser varón o mujer por no casarse. Su masculinidad continúa llamada a convertirse en paternidad y su feminidad en maternidad. Lo que cambia es la manera en que esa fecundidad se realiza.

“Pero yo quiero tener una familia”

Otro pensamiento podría ser: “Pero yo quiero tener una familia”. Lo sorprendente es que Dios no necesita apagar esos deseos para llamar al celibato. Cristo mismo ensancha nuestra manera de comprender la familia. Cuando le dicen que su madre y sus hermanos están fuera buscándolo, Jesús pregunta: “¿Quién es mi madre y quiénes son mis hermanos?”. Y señala a quienes cumplen la voluntad de su Padre (cfr. Mt 12,46-50).

Una vocación al celibato no exige como punto de partida una biografía afectiva impecable.

No desprecia a María, ni niega la familia biológica. Cristo revela que la gracia puede crear vínculos sobrenaturales, pero verdaderamente familiares, aunque no nazcan de la sangre.

Un sacerdote, una monja, un miembro célibe del Opus Dei… puede descubrir verdaderos hijos espirituales en personas a las que ha cuidado, formado y acercado a Dios. No sustituye al matrimonio ni pretende imitarlo, pero es otra forma de ser auténticamente fecundo.

“Pero yo no podría vivir así”

Alguien puede reconocer la belleza de esa entrega y, al mismo tiempo, pensar: “Sí, lo entiendo. Pero yo me conozco. Yo no podría vivir así”. Tal vez miramos nuestra historia y concluimos que el celibato está reservado para quienes nunca han tenido dificultades con la castidad.
Aquí, el celibato conecta con la redención del corazón de la que hablábamos en el artículo anterior: una vocación al celibato no exige como punto de partida una biografía afectiva impecable. Requiere discernimiento serio y, a veces, tiempo, acompañamiento, maduración y sanación. Haber luchado, y caído, no significa que Dios ya no puede llamarme.

Ejemplo de ello es san Agustín, que conoció una sexualidad desordenada y la dificultad de imaginar su vida de otra manera. Sin embargo, terminó descubriendo a Aquel en quien su corazón podía descansar. Nuestro pasado no tiene autoridad para decidir por Dios a qué puede llamarnos.

Hasta aquí podríamos pensar que el celibato es simplemente otra manera posible de amar y ser fecundo. Pero san Juan Pablo II da un paso más: esta vocación no solo dice algo sobre la vida del célibe. Dice algo sobre el destino de todos.

El celibato también habla del cielo

Cristo enseña que en la resurrección no habrá matrimonio como lo conocemos ahora (cfr. Mt 22,30). No porque vayamos a amar menos, sino porque el amor habrá alcanzado su plenitud en Dios. Matrimonio y celibato revelan dos dimensiones de una misma verdad. El matrimonio muestra que estamos hechos para la comunión y el don. El celibato recuerda que ninguna persona humana puede ser el destino último de otra.

Incluso en un matrimonio profundamente feliz llega a descubrirse algo que no disminuye el amor, sino que lo purifica: ninguno puede pedirle al otro que sea Dios. Hay un lugar del corazón que pertenece solamente a Él.

Por eso el celibato por el Reino es también un signo: anticipa aquello que un día será evidente para todos: Dios es el destino definitivo del corazón humano. Y entonces matrimonio y celibato dejan de competir y se iluminan mutuamente. El matrimonio recuerda al célibe que el amor debe hacerse concreto: presencia, fidelidad, cuidado, hogar, fecundidad. El celibato recuerda a los esposos que incluso el amor más hermoso de esta Tierra apunta más allá de sí mismo. Ambos son santos. Ambos son caminos de donación. Ambos pueden llevar a Dios. Quizá solo después de haber comprendido esto tenga sentido volver a la pregunta con la que comenzamos.

Somos personas completas antes de entregarnos. Precisamente, porque somos completos podemos entregarnos por completo.

¿Y si nunca te lo has preguntado?

Quizá pensabas que el celibato era para personas muy distintas de ti: quienes no se enamoran demasiado, no sueñan con tener hijos o necesitan menos una familia. Pero hemos planteado mal la cuestión. Dios no necesita una persona con menos corazón para llamarla al celibato. Necesita una persona dispuesta a entregarle el suyo. San Juan Pablo II nos conduce a una posibilidad desconcertante: ese cuerpo que descubriste como don, ese corazón que Cristo puede enseñar a amar, ese deseo de hacer familia, esa masculinidad llamada a la paternidad, o esa feminidad llamada a la maternidad…, todo eso puede convertirse también en una entrega por el Reino de los cielos.

Nuestra época no necesita solamente jóvenes capaces de admirar el matrimonio y el celibato desde lejos. Necesita jóvenes suficientemente libres para preguntarle a Dios qué ha pensado para ellos. Por eso quizá todavía no sea el momento de preguntarte: “¿Podría yo vivir célibe?”. No lo sabes. Hay una pregunta anterior, más sencilla y al mismo tiempo más difícil: “Señor, ¿alguna vez te he dejado decirme realmente cómo quieres que te ame?”

Vaticano

Leone XIV elogia il cardinale Re per il suo amore per la Chiesa e per il Papa.

Casi en vísperas de su ingreso hospitalario en el Gemelli, León XIV ha escrito una Carta pública de agradecimiento al cardenal Re, de 92 años, Decano emérito del Colegio Cardenalicio, por ser “siempre fiel a las enseñanzas de la Iglesia” y su “gran amor por el Sucesor de Pedro”.

Redazione Omnes-12 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Nel Lettera, fechada el domingo día 11 de octubre, muy pocos días después de que el cardenal Luis A. Tagle le sustituya como Decano del Colegio Cardenalicio, y en vísperas de ingresar en el Políclínico Gemelli para su operación, el Santo Padre efectúa un extraordinario elogio del cardenal Giovanni Battista Re, que ha sido durante seis años Decano del Colegio de cardenales.

En primer lugar, León XIV le expresa su “gratitud por el servicio prestado por Vuestra Eminencia, que ha sido para mí y para todos un edificante testimonio de amor a la Iglesia y al Papa”.

Colaborador de confianza de Papas

Enseguida, el Pontífice expresa que “llamado ya desde joven sacerdote al servicio de la Santa Sede, usted se convirtió, a través de los numerosos y delicados encargos desempeñados en la Curia Romana, en un colaborador de confianza de los Sumos Pontífices, en particular de San Giovanni Paolo II".

“Junto al Papa del Gran Jubileo del año 2000, usted dirigió y coordinó eficazmente los múltiples organismos puestos al servicio de su magisterio y de su misión pastoral, acompañándolo en una memorable serie de viajes apostólicos por Italia y por todo el mundo”. 

Al comienzo del nuevo milenio, el Santo Pontífice lo puso al frente de la Congregación para los Obispos y lo creó cardenal. “Este largo camino”, añade León XIV, “le ha permitido adquirir un conocimiento extraordinario de la Iglesia universal, enriquecido por numerosísimas relaciones personales”.

Cardenal Re junto al Papa León XIV (@Vatican Media).

“Siempre fiel a las enseñanzas de la Iglesia”

Creo no equivocarme al decir que usted, Eminencia, ha sido y sigue siendo uno de los servidores de la Santa Sede más conocidos y estimados, prosigue el Papa.

A ello ha contribuido no poco su estilo abierto, cordial y franco, así como su capacidad para afrontar las situaciones y los problemas con sabiduría y sentido práctico, “siempre fiel a las enseñanzas de la Iglesia y con un gran amor por el Sucesor de Pedro”.

Testimonio sacerdotal en las exequias del Papa Francisco

En el oficio de decano del Colegio Cardenalicio, añade León XIV, “su figura ha adquirido aún mayor visibilidad, y muchos, tanto en el Pueblo de Dios como fuera de él, han apreciado su testimonio sacerdotal en las celebraciones eucarísticas que usted ha presidido, la más reciente de ellas con ocasión de las exequias del Papa Francisco”.

El Papa llama al cardenal Re “querido y venerado hermano”, y asegura que “todos hemos admirado siempre en usted el vigor de la fe y del celo en el ministerio, tan armoniosamente unidos a las cualidades de laboriosidad recibidas de sus raíces familiares y de la amada Val Camonica”.

Al final, le asegura “mi recuerdo en la oración, que encomiendo a la intercesión de la Virgen María y de san Juan Bautista, y de corazón le renuevo mi bendición, haciéndola extensiva de buen grado a sus familiares y seres queridos”.

Misa ‘pro eligendo pontifice’ en el cónclave que eligió a León XIV

Puede recordarse que el cardenal Re, como Decano del Colegio cardenalicio, celebró la mañana del 7 de mayo de 2025 la Misa “pro eligendo pontifice” al comienzo del cónclave que eligió al Papa León XIV.

A su crónica, María Candela Temes informó que “el decano, con una gran potencia de voz sorprendente en un hombre de 91 años, ha recordado que “estamos aquí para invocar el auxilio del Espíritu Santo, para implorar su luz y su fuerza, a fin de que sea elegido el Papa que la Iglesia y la humanidad necesitan en este momento de la historia tan difícil, complejo y atormentado””.

Si hubiera que resumir la homilía en tres palabras, escribió Temes, “serían amor, comunión y unidad”.

L'autoreRedazione Omnes