Lo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcellona ha ospitato ieri sera una Veglia di preghiera presieduta da Papa Leone XIV davanti a più di 40.000 persone. Il Pontefice è arrivato allo stadio poco prima delle 20.00, dopo un incontro privato con i membri dell'Ordine Agostiniano e la benedizione di 30 ambulanze dirette in Ucraina, accompagnato da Suor Lucia Caram.
Una volta arrivato allo stadio ha fatto un giro d'onore in papamobile tra gli applausi dei giovani ed è stato accolto con uno dei tradizionali castellani -Le torri umane catalane, “una bella manifestazione di ciò che noi esseri umani siamo capaci di fare quando lavoriamo insieme con lo stesso obiettivo”, come ha spiegato il cardinale Omella nelle sue parole di benvenuto.

La veglia è stata seguita da un dialogo tra il Papa e tre giovani che hanno condiviso le loro storie davanti allo stadio in silenzio.
Vuoto esistenziale
Il primo ha raccontato come, crescendo in una cultura che valorizza solo la produzione, il successo e l'immagine, abbia trovato un immenso vuoto che lo ha portato a cercare risposte fino al battesimo nell'ultima Pasqua. Ha chiesto al Papa come fare per tenere lo sguardo rivolto a ciò che conta davvero.
Leone XIV rispose che l'inquietudine spirituale provata da quel giovane è in realtà un dono: «Siamo fatti per misurare l'infinito e quindi ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, mentre ci appaga allo stesso tempo ci spinge in avanti». Il Papa ci ha incoraggiato a coltivare questa inquietudine «scendendo verso l'interno», riservando momenti di silenzio, leggendo il Vangelo e camminando insieme agli altri in comunità, perché «è in questo mondo che dobbiamo coltivare l'inquietudine, non in un altro».
Depressione
La seconda testimonianza è stata la più scioccante: un giovane ha confessato che un venerdì sera ha tentato di togliersi la vita e che è vivo perché, ha detto, Dio gli ha dato una seconda possibilità. Ha parlato di quella «malattia silenziosa» che è la depressione.
Il Papa ha affrontato la questione con gravità e tenerezza. Ha detto che la salute mentale è «sempre più minacciata nel contesto delle società che si considerano avanzate» e che questo «è un segno che c'è qualcosa di profondamente sbagliato». Ha denunciato che certi modelli culturali «ci vogliono sempre vittoriosi e perfetti», confinando il dolore «nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna». La croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema«, ha detto.
Leone XIV esigeva che la Chiesa non spiritualizzasse la sofferenza: «Non dobbiamo superficialmente ricondurla alla ‘volontà di Dio’ o a qualche suo misterioso disegno, perché questo rischia di minimizzare la sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone».
Violenza in famiglia
La terza testimonianza è stata resa da una giovane donna il cui padre ha tentato di uccidere la madre quando lei era bambina - salvata da un giovane che ha perso la vita -, che è cresciuta sotto la tutela dei servizi sociali, ha trovato la fede in un centro giovanile, ma che ha ammesso di essersi ribellata a Dio molte volte. La sua domanda era diretta e dolorosa: come perdonare suo padre? Come riconciliarsi con Dio?
Il Papa non si è sottratto alla crudezza della storia. Ha notato che la violenza familiare e il femminicidio rimangono una piaga, ed è stato chiaro nel non ritenere Dio responsabile: «Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità». Sul perdono, Leone XIV lo ha descritto come «una potente medicina contro il male che guarisce le nostre ferite interiori», ma ha insistito sul fatto che si tratta di un processo, non di un mandato immediato: «Il perdono soprattutto dobbiamo invocarlo dal Signore; continuare a chiedere - forse per tutta la vita - che il Signore allarghi in noi lo spazio dell'amore proprio dove siamo stati feriti».

Il discorso del Papa
Nel suo discorso allo stadio, Leone XIV prese come filo conduttore la figura evangelica di Nicodemo - il fariseo che andò a trovare Gesù di notte - per parlare di «notti» personali, ecclesiali e sociali.
Il Papa ha invitato a non giudicare le proprie notti o quelle degli altri, né quelle della Chiesa né quelle della società. Nell'oscurità, ha detto, dobbiamo metterci in cammino come Nicodemo, continuare a sfidare il Signore e aprirci allo Spirito, per «accogliere la notte non più come segno di fallimento ma come inizio di una nuova vita». Ci ha invitato a chiederci onestamente quali sono le notti che ognuno di noi sta attraversando - nella nostra vita personale, nel nostro cammino ecclesiale, nelle città della Spagna, nelle nostre vecchie e nuove povertà - e cosa ci suggeriscono queste tenebre.
Leone XIV concludeva con un invito a non interrompere la ricerca e il dialogo, «con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte».», Ci ha esortato ad aprirci al dono dello Spirito «nella certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce». La sua ultima parola è stata di assoluta speranza: «Dio non vuole che nulla vada perduto e già ora desidera donarci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine».»





