Vaticano

Leone XIV all'UNESCO: una visita storica

El próximo 25 de septiembre, el Papa León XIV visitará la UNESCO en París, 46 años después de la histórica intervención de san Juan Pablo II, para abordar los desafíos éticos de la tecnología y la construcción de la paz.

Giancarlos Candanedo-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il 25 settembre 2026, la diplomazia internazionale e la riflessione etica globale saranno testimoni di un evento storico. Papa Leone XIV inizierà una visita pastorale in Francia, uno dei momenti più emblematici della quale sarà la visita ufficiale e il discorso tenuto presso la sede dell'UNESCO a Parigi, proprio il giorno del suo arrivo. Questa visita, in risposta all'invito formale esteso dal Direttore Generale dell'organizzazione, Khaled El-Enany, potrebbe essere considerata un punto di svolta nel rapporto tra la Santa Sede e il multilateralismo contemporaneo.

Il ritorno a Parigi dopo quasi mezzo secolo

L'incontro riveste un innegabile valore simbolico storico. Leone XIV diventerà il secondo pontefice romano nella storia a presenziare di persona alla sede dell'UNESCO. Sono trascorsi quarantasei anni da quando San Giovanni Paolo II pronunciò il suo memorabile discorso nello stesso luogo, il 2 giugno 1980. Quel giorno, il discorso del Papa polacco rimane impresso nella memoria diplomatica e filosofica del XX secolo per la lucidità e la veemenza con cui affrontò i grandi dilemmi che l'umanità si trovava ad affrontare alla vigilia del nuovo millennio.

Nel 1980, al culmine della Guerra Fredda, Giovanni Paolo II pose la cultura al centro del destino umano. “L’uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura. (…) La cultura è una modalità specifica di ‘esistenza’ ed ‘essere’ dell’uomo”, Egli affermò. Di fronte al rischio che la corsa agli armamenti e la logica dei blocchi divorassero la dignità umana, il pontefice lanciò un appello urgente alla mobilitazione delle coscienze. Chiese il riconoscimento della “priorità dell’etica sulla tecnologia, del primato della persona sulle cose, della superiorità dello spirito sulla materia”, affermando che la pace mondiale e il futuro pacifico dell'umanità dipendono dal porre le esigenze dell'amore, della ragione e della coscienza al di sopra delle pretese di dominio tecnico o militare.

Dal 1980 al 2026: lo spirito contro la potenza tecnica

A quasi mezzo secolo di distanza, la storia sembra ripetersi a questo bivio, seppur con strumenti e linguaggi rinnovati. Se nel 1980 la sfida consisteva nella minaccia nucleare e nella polarizzazione ideologica, oggi l'umanità si trova ad affrontare la vertiginosa ascesa dell'intelligenza artificiale, degli algoritmi predittivi e dell'automazione globale. In questo nuovo contesto, Leone XIV riprende e aggiorna l'asse dottrinale che ha ispirato l'intervento del suo predecessore: il primato inalienabile dello spirito sul potere tecnico o materiale.

Questa continuità dottrinale si rifletteva chiaramente nella lettera enciclica Magnifica Humanitas, Promulgata da Leone XIV il 15 maggio 2026, la Santa Cena (Evangelical Nuns Ethical) mette in guardia con fermezza contro i pericoli di un modello di sviluppo che subordina il sacro valore della persona umana a criteri di efficienza algoritmica, performance economica o utilità tecnica (cfr. MH 156, 183, 198). Come Giovanni Paolo II, Leone XIV ci ricorda che la vera grandezza dell'essere umano non si misura con la potenza dei suoi strumenti tecnologici o con le sue capacità di calcolo, ma con la sua capacità morale e spirituale di orientare la conoscenza e la scienza verso il bene comune, la giustizia sociale e la riconciliazione tra le nazioni (cfr. MH Capitolo V). In definitiva, entrambi i testi papali convergono su un insegnamento fondamentale: il vero progresso non è mai meramente tecnico, ma eminentemente etico, spirituale e umano.

Un'alleanza per il futuro dell'umanità

Papa Leone XIV si rivolgerà a un'istituzione che unisce i popoli del mondo attorno ad ambiti vitali per la società: istruzione, cultura, scienza, comunicazione e salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale dell'umanità. Questa visita si inserisce nel quadro dei temi trasversali che il Santo Padre ha promosso fin dall'inizio del suo pontificato, tra cui la costruzione della pace, la tutela della dignità umana, la formazione integrale delle nuove generazioni e la responsabilità etica di fronte al rapido progresso delle nuove tecnologie.

Da parte sua, l'UNESCO offre una piattaforma ideale e privilegiata per trasmettere queste convinzioni fondamentali alla comunità internazionale, superando barriere politiche, divisioni culturali e differenze religiose. In un'epoca caratterizzata dalla frammentazione del consenso internazionale e dalla fragilità della fiducia reciproca tra gli Stati, la presenza del Papa costituisce una testimonianza decisiva a favore del dialogo multilaterale.

Verso una pace "disarmata e disarmante"«

Questa convergenza di ideali assume particolare forza nell'ambito della pace e della giustizia sociale. Fin dalle sue prime parole, il giorno della sua elezione, Papa Leone XIV si è fatto promotore convinto di una pace "disarmata e disarmante", fondata sull'umiltà e sulla perseveranza. Questa visione esige una rinuncia decisa alla logica del dominio militare ed economico, nonché un disarmo di parole, comportamenti e coscienze, al fine di ricostruire il tessuto di fiducia tra individui e nazioni.

In questo contesto, le missioni della Santa Sede e dell'UNESCO sono profondamente intrecciate. Entrambe condividono la convinzione che la vera pace non nasca da effimeri accordi politici o dall'equilibrio del terrore, ma si costruisca pazientemente nel tempo attraverso un'adeguata educazione dei giovani, un incrollabile rispetto per la diversità culturale e la difesa senza compromessi della dignità di ogni persona. Come ha sottolineato l'Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'UNESCO, l'Arcivescovo Roberto Campisi, questa profonda convergenza si traduce in una priorità per i membri più vulnerabili della società globale: i bambini privati del diritto fondamentale all'istruzione, le popolazioni dilaniate da conflitti armati, i migranti e i rifugiati, le vittime di qualsiasi forma di discriminazione o emarginazione digitale e quelle comunità il cui patrimonio culturale, storico e la memoria ancestrale sono gravemente minacciati.

La sfida etica del nostro tempo

A distanza di 46 anni, ripensando a quella storica visita, l'apparizione di Leone XIV di fronte all'UNESCO non rappresenta solo un evento di grande rilevanza diplomatica, ma anche una sfida diretta alla coscienza del nostro tempo e della nostra società. In un'epoca di rapida trasformazione tecnologica e industriale, è imperativo mantenere un monitoraggio critico e rigoroso dei progressi digitali e biotecnologici, assicurandosi sempre che la tecnologia rimanga al servizio dell'umanità e mai viceversa. Il primato della persona sulla macchina, dell'etica sull'efficienza e dello spirito sulla materia rimane l'unica garanzia per costruire un futuro veramente umano, giusto e pacifico.

L'autoreGiancarlos Candanedo

Presbyter. @GCandanedoPaez

Spagna

Manuel Guillén Pascual, nuovo rettore del Seminario Internazionale di Bidasoa

Sustituye a Javier Ruza González, que se traslada a Madrid para asumir nuevas tareas pastorales.

Jesús Díaz Hernández-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il prefetto del Dicastero per il Clero, il cardinale sudcoreano Lazzaro You Heung-Sik, ha nominato padre Manuel Guillén Pascual (Jaén, 1975) nuovo rettore del Seminario Internazionale di Bidasoa, in sostituzione di Javier Ruza González.

         Bidasoa è un seminario internazionale istituito dalla Santa Sede in Navarra nel 1988. La formazione e la direzione spirituale del seminario sono affidate alla Prelatura dell'Opus Dei. Nel corso degli anni, oltre 1.200 seminaristi provenienti da 275 diocesi e 49 paesi hanno studiato a Bidasoa. Attualmente, il seminario ospita 96 studenti provenienti da 48 diocesi e 23 paesi.

         Manuel Guillén, il nuovo rettore, ha studiato Farmacia a Granada e si è trasferito a Roma, dove è stato ordinato sacerdote nel 2012. Ha conseguito un dottorato in Teologia Morale, materia che insegna presso la Facoltà di Teologia dell'Università di Navarra. Nel 2011 ha pubblicato la sua tesi di dottorato in un libro. Etica della ricerca biomedica: trapianti, vaccini ed embrioni.

         Giunto in Navarra nel 2012, dopo aver prestato servizio come cappellano in scuole e centri di formazione giovanile, negli ultimi 10 anni ha lavorato presso la sede della Delegazione dell'Opus Dei a Pamplona – circoscrizione che comprende Navarra, La Rioja, i Paesi Baschi e Soria – dedicandosi in particolare alla formazione continua del clero e alla cura dei seminaristi e dei candidati al sacerdozio.

         Manuel Guillén afferma di affrontare questa esperienza con entusiasmo e con lo sguardo rivolto a San Josemaría Escrivá, fondatore dell'Università di Navarra e dell'Opus Dei: "È una meravigliosa opportunità per imparare dai seminaristi e accompagnarli nel loro cammino. Il mio più grande desiderio è fare tutto il possibile per aiutare i seminaristi a diventare quei 'sacerdoti al 100%' che San Josemaría tanto spesso auspicava: uomini di fede, dal cuore grande, accessibili e desiderosi di servire tutti".

         Javier Ruza, sacerdote madrileno che è stato rettore del seminario negli ultimi cinque anni, tornerà nella sua città natale, dove svolgerà il suo ministero sacerdotale in diversi centri di formazione della Prelatura.

L'autoreJesús Díaz Hernández

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Evangelizzazione

12 consigli del Papa ai vescovi dell'America Latina

A mes y medio del intenso viaje apostólico de León XIV a Uruguay, Argentina y Perú (6-17 noviembre), el Papa ha enviado una Carta a los obispos latinoamericanos, con unos cuantos consejos prácticos, inspirados en el modelo del patrono de obispos y Apóstol de los Andes, santo Toribio de Mogrovejo.

Francisco Otamendi-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nella sua Lettera, il Papa considera un privilegio aver esercitato il ministero episcopale nel Perù, e “conoscere la fede di un popolo dal quale ho ricevuto molto e comprendere meglio cosa significhi essere pastore”.

Quell'esperienza lo avvicinò particolarmente a san Toribio, secondo arcivescovo di Lima, “che giunse anch'egli da lontano in una terra che alla fine fece sua grazie alla carità pastorale”, aggiunge Leone XIV. San Toribio nacque infatti il 16 novembre 1538 nella città di Mayorga (Valladolid).

Ora, in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo, patrono dei vescovi dell'America Latina, e considerando le qualità con cui i precedenti Papi lo hanno descritto, il Santo Padre Leone offre ai vescovi latinoamericani alcuni consigli per il loro ministero.

Sono stati sintetizzati in 12, integrati nel Lettera Dal Successore di Pietro ai vescovi. I paragrafi sono riportati fedelmente, sebbene in forma abbreviata. 

Santità, unità

1) Visita pastorale. Il santo arcivescovo giunse in una terra di cui conosceva ben poco la popolazione e la cultura. Per guidarla, dovette immergersi in quella realtà, e così viaggiò in lungo e in largo. 

Assicuriamoci che la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge. Il ministero di un successore degli apostoli esige vivere con il cuore in cielo e i piedi sulla strada.

2) La Scuola della Croce. La croce gli ricorda che deve rimanere con il gregge nei momenti difficili e che proteggere le pecore può costare caro al pastore stesso. Toribio ha esteso quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo le popolazioni indigene, correggendo gli abusi e rimanendo vicino ai poveri e ai sofferenti. 

L'abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, la paura o l'interesse personale prevalgono sul bene dei fedeli. 

3) La santità del pastore non può essere data per scontata. (cfr. 1 Tm 4,16). San Toribio poté chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché, a cominciare, si lasciò misurare secondo la stessa esigenza. Prendiamoci dunque cura della nostra vita interiore e conserviamo la consapevolezza di essere discepoli bisognosi di conversione.

L'adorazione eucaristica, una priorità pastorale

4) Amore per l'Eucaristia. Il rito conduce poi il vescovo al Tabernacolo, dove si inginocchia e adora. Prima di iniziare il suo ministero, si ferma in silenzio davanti al Santissimo Sacramento. I vescovi muoiono; Cristo rimane (cfr. Hb 13,8). 

Pertanto, vorrei invitarvi a rendere l'adorazione eucaristica una priorità pastorale. L'amore di Toribio per l'Eucaristia si manifestava nel suo desiderio di avvicinare tutti a Gesù. 

5) Unità. Il santo prelato ha servito una Chiesa vasta e diversificata, adoperandosi per mantenerla unita. È anche nostra responsabilità garantire che la diversità delle nostre diocesi trovi la sua unità in Cristo. L'altare ci ricorda che la comunione è al centro stesso della nostra missione.

Trasmissione della fede

6) Trasmettere la fede nella sua interezza. Il vescovo ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a “custodire il buon deposito”, ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che sono affidati alle sue cure (cfr. 2 Tm 1,13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità. 

L'accoglienza riservatagli dal Concilio di Trento, dai concili provinciali, dai sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il suo desiderio di trasmettere la fede nella sua interezza e di renderla accessibile a coloro che lo hanno preceduto. In un'epoca in cui tante voci si arrogano il diritto di influenzare le coscienze dei fedeli, è responsabilità del vescovo offrire un insegnamento chiaro e paziente, radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell'unico Pastore.

Fraternità con i sacerdoti

7) Formazione dei sacerdoti, vicinanza con loro, fraternità. La paternità si manifesta in modo particolare nel suo rapporto con i sacerdoti, uniti a lui in maniera unica nell'unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio Ha supervisionato il loro addestramento, Era esigente nell'ammissione agli ordini, visitava i suoi sacerdoti e manteneva la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero ha ripercussioni su quella del popolo. 

Cari fratelli, restiamo vicini ai nostri sacerdoti. Prendiamoci cura in modo particolare del seminario e dei primi anni di ministero., Promuoviamo una vera fratellanza E assicuriamoci che nessun sacerdote senta di potersi rivolgere al suo vescovo solo quando c'è un problema da risolvere. La paternità episcopale è riconosciuta molte volte quando un sacerdote sa di poter chiamare con fiducia alla porta della casa episcopale.

8) Per annunciare la Buona Novella. Tra le tante responsabilità che riempiono la nostra giornata, siamo stati inviati ad annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della Parola» (Atti 6,4). 

San Toribio fece della sua vita una predicazione continua, e il suo messaggio fu credibile perché permise al Vangelo di plasmare prima di tutto la sua esistenza. Nessuna urgenza o compito pastorale, per quanto necessario, releghi la preghiera al ruolo di preludio alla predicazione. 

Il Santo Sacrificio della Messa

9) Santa Messa. La celebrazione stessa rivela la fonte di questa fecondità. Nella Santa Messa, l'unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo si rende sacramentalmente presente, mentre il suo Popolo è unito all'offerta del Signore. Da questo Santo Sacrificio scaturisce la grazia per cui la Chiesa vive e attraverso la quale Cristo continua a radunarla e santificarla nel corso della storia. 

Il vescovo, come ogni sacerdote, presta la sua voce e le sue mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che celebra deve estendersi anche alla sua stessa vita, sempre più unita all'offerta del Signore, finché tutta la sua esistenza diventi, in Cristo, un'offerta al Padre.

San Toribio e altri pastori

11) La figura di San Toribio non è sola. La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è segnata da pastori che hanno reso visibile questa unione tra l'altare e la vita. 

Nel corso dei secoli e nelle diverse regioni del continente si è formata una vera costellazione di vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande arcivescovo di Lima ci sono i santi Antonio María Claret, Ezequiel Moreno, Rafael Guízar e Óscar Romero, e i beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo e Eduardo Pironio, tra tanti altri illustri vescovi. 

12) Affidiamoci alla Madonna di Guadalupe Il nostro desiderio è quello di vivere con rinnovata fedeltà la missione che abbiamo ricevuto. Agli albori dell'evangelizzazione di quel continente amato, Ella volle che san Juan Diego portasse la Sua richiesta al vescovo, e che fosse lui a discernere e ad accogliere ciò che il Signore stava compiendo attraverso un umile messaggero. 

Quell'incontro rimane per noi pastori un invito: ad essere attenti all'azione di Dio, che spesso si manifesta in modi inaspettati e si serve di coloro che meno ci aspetteremmo. 

Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando verrà il momento di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo udire: “Bene, servo buono e fedele […] entra nella gioia del tuo Signore” (Mt 25,21). 

L'autoreFrancisco Otamendi

Risorse

“Il cammino silenzioso dei santi”, una riflessione sulla vita di preghiera e sulle tendenze emotive.

Redazione Omnes-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

In un contesto sociale, e anche religioso, caratterizzato dalla ricerca di esperienze di impatto e gratificazione immediata, Omnes pubblica  «"Il cammino silenzioso dei santi"», opera del sacerdote Ramón Díaz Perfecto.

La pubblicazione di questo testo risponde a una chiara rilevanza e interesse per i lettori di Omnes, affrontando con rigore dottrinale e sensibilità pastorale le distorsioni di cui soffrono oggi la preghiera e la vita interiore —soprattutto tra i giovani — quando la maturità spirituale viene confusa con la mera esperienza di emozioni intense o fenomeni straordinari.

L'opera inizia con un avvertimento fondamentale: la santità non si raggiunge attraverso scorciatoie emotive o surrogati artificiali della pietà, ma attraverso il "cammino ordinario" suggerito dalla Tradizione della Chiesa. 

L'autore spiega che un'autentica trasformazione in Cristo richiede un processo graduale e perseverante che include il ricorso ai sacramenti, la fedeltà nella vita quotidiana, la pratica delle virtù e la capacità di pregare nei periodi di aridità spirituale.

Inoltre, lo scritto approfondisce il ruolo delle consolazioni spirituali e delle manifestazioni straordinarie, come le rivelazioni private, la pace interiore o i doni carismatici, sottolineando che nessuna di esse, di per sé, equivale alla santità o costituisce il canale ordinario del progresso interiore.

Attingendo al pensiero di dottori della Chiesa come San Giovanni della Croce, San Francesco di Sales e San Tommaso d'Aquino, l'autore mette in guardia contro l'"avarizia spirituale" che spinge a ricercare piaceri o segni materiali al di sopra di Dio stesso. I carismi e gli affetti sono benefici solo se accolti con distacco, se conducono alla carità e se rispettano il discernimento e l'obbedienza ecclesiale.

«"Il cammino silenzioso dei santi"» Ci invita a riscoprire la bellezza della meditazione evangelica, della sobrietà liturgica e della presenza di Dio nella quotidianità.

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Educazione

Il circo del ragazzo cattivo«

La dinámica social suele sucumbir a la ley del más fuerte... que casi siempre coincide con el más disruptivo. Se tolera su actitud o simplemente se le da por «imposible», mientras los alumnos nobles, con criterio y serenidad, son relegados al rincón del «muermo».

Eloy Asenjo Carpintero-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Per decenni ci è stata propinata una caricatura perversa: il "cattivo" è audace, carismatico e sicuro di sé; il "buono" è un tipo tranquillo, noioso e prevedibile, facilmente influenzabile. La cultura popolare e la vita scolastica alimentano quotidianamente questa finzione. Il ribelle ride a crepapelle, fa scherzi crudeli e sembra conquistare il mondo. Ma dietro le quinte, la realtà è desolante: non assistiamo a forza o realizzazione, bensì a una disperata fuga in avanti. 

A Il percorso di Aristotele, L'ellenista Edith Hall recupera la precisa osservazione del filosofo sui devastanti effetti psicologici dell'immoralità. Circondato in Macedonia da sanguinosi intrighi sotto Filippo II, Aristotele non vide leader potenti, ma relitti psicologici. Osservò criminali spinti al suicidio perché incapaci di sopportare la condanna della propria memoria e la solitudine della propria coscienza. 

«I malvagi cercano compagni con cui sprecare i loro giorni e tentare molte cose spiacevoli e cercare di sfuggire a se stessi, perché quando sono soli, ricordano molte cose spiacevoli… ma quando sono con gli altri le dimenticano (…) Essendo pieni di rimpianti, non possono addolorarsi e gioire allo stesso tempo» (Aristotele, Etica Nicomachea)

Il male è polimorfo; il bene, sereno

Esiste un'asimmetria essenziale tra virtù e rovina morale. Lev Tolstoj l'ha colta quando ha iniziato Anna Karenina"Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo." Si ispirò alla filosofia greca. Aristotele aveva già affermato che il bene è semplice, mentre il male è imprevedibile: "L'uomo buono è sempre se stesso; l'uomo cattivo e lo stolto non sono affatto come erano al mattino.". 

Chi agisce in modo sbagliato vive su una montagna russa emotiva. Gode di un piacere fugace per pochi minuti – una risata codarda, un atto di sfida – per poi precipitare immediatamente in un degrado interiore. Incapaci di tollerare il silenzio della propria coscienza, sentono il bisogno di amplificare il rumore, cercare complici e intensificare il conflitto. Hanno bisogno della folla per non sentire la propria voce. 

L'aula come microcosmo: la legge del più forte

Qualsiasi educatore riconosce questo schema. Le dinamiche sociali spesso soccombono alla legge del più forte… che quasi sempre coincide con quella del più indisciplinato. Il loro atteggiamento viene tollerato o semplicemente considerato "impossibile", mentre gli studenti più nobili, dotati di buon senso e compostezza, vengono relegati nell'angolo dei "noiosi". Eppure, sono gli unici a sperimentare, anche se non sempre sembra, la vera felicità: la pace interiore di chi sa cosa sta facendo e non ha bisogno di applausi rubati per dormire sonni tranquilli. 

La sfida pedagogica è quella di rompere questa paralisi. La bontà è intrinsecamente contagiosa. Chi vuole imparare ha bisogno di strumenti, di sostegno istituzionale e della convinzione di farsi avanti e di non cedere la leadership al "cattivo" del momento. È difficile superare la paura di diventare bersaglio della rabbia altrui, ma quando ci riescono, scoprono che le loro vite migliorano e che il loro coraggio porta benefici a tutti. 

Insegnanti sopraffatti da un sistema ingiusto

Un buon insegnante è, prima di tutto, colui che mette il cuore nel proprio lavoro. Queste situazioni ci addolorano profondamente perché si basano su un sistema manifestamente ingiusto. Certo, ci teniamo a tutti i nostri studenti! Sentiamo la sofferenza per lo studente "problematico" tanto quanto per quello ingiustamente etichettato come "studente noioso". Ma questo problema colpisce al cuore stesso dell'insegnamento. 

I "piantagrane" e le loro famiglie finiscono per assorbire quasi tutto il tempo e le energie delle scuole. Noi insegnanti ci siamo trasformati in poliziotti, amministratori, pubblici ministeri e giudici: ogni provvedimento disciplinare o protocollo diventa un labirinto burocratico dove un semplice errore procedurale fa saltare il buon senso, o dove finiamo per essere segnalati all'Ispettorato Scolastico. Passiamo le nostre giornate a gestire fascicoli e a risolvere problemi, quando ciò per cui siamo veramente formati – e ciò che sappiamo fare – è insegnare. 

È una profonda ingiustizia. Dobbiamo fare grandi sforzi per ritagliare qualche minuto nell'orario scolastico da dedicare agli studenti che vanno bene, a quelli che studiano, si comportano bene e non fanno storie. Anche loro meritano tempo di qualità, entusiasmo e l'attenzione dell'insegnante. Non possiamo permettere che il chiasso degli studenti indisciplinati comprometta l'apprendimento di coloro che sopportano in silenzio. 

Forgiare leader di fronte alla tirannia

A questi studenti diligenti bisogna fornire gli strumenti necessari per diventare veri leader: leader morali contro i quali i "piantagrane" non potranno più dettare legge in classe. 

Dobbiamo infondere in loro le virtù della prudenza, della fortezza e della temperanza, che sono il fondamento della vera giustizia. Solo così, armati di coraggio e convinzione, si sforzeranno di condurre sulla retta via coloro che oggi non vogliono o non possono farlo. 

Il conto con il tempo

La tragedia più grande di questa permissività non è solo il caos che provoca in classe, ma anche l'abbandono degli studenti problematici stessi. Poche cose sono più scoraggianti per un insegnante che ricevere, anni dopo, la visita di ex studenti diventati adulti amareggiati. Tornano con nostalgia e rimorso, confessando quanto gli siano mancati limiti ben definiti, correzioni tempestive e una vera opportunità di diventare persone migliori. 

È tempo di smantellare il mito del "ragazzo cattivo" trionfante... e anche la rassegnazione nei confronti del "ragazzo impossibile". Lo studente problematico non è un eroe ribelle, né il suo atteggiamento è una causa persa fuori dalla nostra portata: è prigioniero delle proprie azioni e ha bisogno di uno spettacolo costante per evitare di vedere il proprio riflesso. La vera rivoluzione nelle nostre classi sta nel difendere gli studenti modello, nel valorizzare la loro leadership e nel ricordare che l'integrità non è noiosa, ma piuttosto l'unica strada per una vita serena, appagante e trasformativa.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Il programma completo del viaggio di Papa Leone XIV in Uruguay, Argentina e Perù

È stato appena reso noto il programma completo della visita di Papa Leone XIV in Uruguay, Argentina e Perù, dal 6 al 17 novembre 2026. È il seguente.

Redazione Omnes-21 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Venerdì 6 novembre 2026

ROMA – MONTEVIDEO

Ore 07:00 Partenza in aereo dall’aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino alla volta di Montevideo

16:30 Arrivo all’aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco “General Cesáreo L. Berisso”

ACCOGLIENZA UFFICIALE

Ore 17:30 CERIMONIA DI BENVENUTO in “Plaza Independencia”

17:45 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO

Ore 18:15 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA presso l“”Edificio José Artigas”

19:10 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE E I SEMINARISTI nella Cattedrale Metropolitana dell’Immacolata Concezione, di San Filippo e di San Giacomo

Sabato 7 novembre 2026

MONTEVIDEO – PAYSANDÚ – MONTEVIDEO

08:25 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco alla volta di Paysandú

09:10 Arrivo all’aeroporto internazionale di Paysandú “Brigadier General Aviator Tydeo Larre Borges”

Ore 10:00 SANTA MESSA al “Parco Parigi-Londra”. Omelia del Santo Padre

12:45 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Paysandú alla volta di Montevideo

13:30 Arrivo all'aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco

Ore 17:00 INCONTRO CON LA REALTÀ SOCIALE DI CASAVALLE presso la Parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe

Ore 18:00 INCONTRO CON IL MONDO DELL’ISTRUZIONE presso l’Università Cattolica dell’Uruguay

Domenica 8 novembre 2026

MONTEVIDEO – FLORIDA – BUENOS AIRES

Ore 10:30 SANTA MESSA nella piazza della Cattedrale Basilica di Florida, Santuario Nazionale della Vergine dei Trenta e Tre

15:10 CERIMONIA DI ADDIO all'aeroporto di Montevideo-Carrasco “General Cesáreo L. Berisso”

Ore 15:30 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco alla volta di Buenos Aires

16:30 Arrivo all’aeroporto internazionale di Buenos Aires “Aeroparque Jorge Newbery”

ACCOGLIENZA UFFICIALE

Ore 17:00 VISITA AL “MONUMENTO AL GENERALE SAN MARTÍN E AGLI ESERCITI DELL’INDIPENDENZA” in “Piazza San Martín”

17:20 CERIMONIA DI BENVENUTO alla “Casa Rosada”

17:50 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Ore 18:30 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO presso il “Palazzo Libertad, Centro Culturale Domingo Faustino Sarmiento”

Lunedì 9 novembre 2026

BUENOS AIRES – CLAYPOLE – BUENOS AIRES

09:15 VISITA AL PERSONALE E AGLI UTENTI DEL “PICCOLO COTTOLENGO DON ORIONE DI CLAYPOLE”

Ore 11:30 SANTA MESSA presso il “Monumento degli Spagnoli”. Omelia del Santo Padre

16:10 INCONTRO CON IL MONDO DEL LAVORO presso l'Università Cattolica Argentina

Ore 17:30 INCONTRO CON I LEADER DELLE COMUNITÀ CRISTIANE E DELLE TRADIZIONI RELIGIOSE presso il “Palacio San Martín”

Ore 18:45 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON L’EPISCOPATO ARGENTINO E I GRUPPI SINODALI nella Cattedrale Metropolitana della Santissima Trinità

19:45 Cena con i vescovi presso l'Arcivescovado

Martedì 10 novembre 2026

BUENOS AIRES – CÓRDOBA – BUENOS AIRES

Ore 07:30 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Buenos Aires alla volta di Córdoba

Ore 09:00 Arrivo all’aeroporto internazionale di Córdoba “Ingeniero Aeronáutico Ambrosio Taravella”

Ore 10:00 SANTA MESSA nella spianata della Scuola di aviazione militare. Omelia del Santo Padre

Ore 15:15 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI nella Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione

16:55 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Córdoba alla volta di Buenos Aires

18:10 Arrivo all’aeroporto internazionale di Buenos Aires “Aeroparque Jorge Newbery”

Ore 20:15 VEGLIA CON I GIOVANI presso il “Monumento degli Spagnoli”

Mercoledì 11 novembre 2026

BUENOS AIRES – LUJÁN – LIMA

08:00 VISITA AL COMPLESSO PENITENZIARIO FEDERALE DI BUENOS AIRES

Ore 10:00 SANTA MESSA nella piazza della Basilica di Nostra Signora di Luján. Omelia del Santo Padre

Ore 13:30 CERIMONIA DI SALUTO all'aeroporto internazionale di Buenos Aires “Ministro Pistarini”

Ore 14:00 Partenza in aereo dall’aeroporto internazionale di Buenos Aires alla volta di Lima

17:30 Arrivo alla “Base aeronavale di Callao”

ACCOGLIENZA UFFICIALE

Ore 18:15 CERIMONIA DI BENVENUTO presso il “Palazzo del Governo”

18:45 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Ore 19:45 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO presso il “Gran Teatro Nacional”

Giovedì 12 novembre 2026

LIMA

Ore 09:30 INCONTRO CON I VESCOVI DEL PERÙ nella cappella del Palazzo Arcivescovile di Lima

10:20 CELEBRAZIONE DELLA MEZZ’ORA CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI, I GRUPPI SINODALI E I CONSIGLI PASTORALI nella Basilica Cattedrale di San Giovanni Apostolo ed Evangelista

Ore 11:30 INCONTRO SULLE SFIDE E LE SPERANZE PER IL FUTURO DEL POPOLO PERUANO nella piazza della Cattedrale

Ore 18:00 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI E GLI STUDENTI UNIVERSITARI allo Stadio Monumental di Lima

Ore 20:00 Cena con i vescovi presso la Nunziatura Apostolica

Venerdì 13 novembre 2026

LIMA – CHICLAYO – PIMENTEL – CHICLAYO

07:40 Partenza in aereo dalla “Base aeronavale di Callao” alla volta di Chiclayo

09:10 Arrivo alla base aerea di Chiclayo “Tenente Colonnello Pedro Ruiz Gallo”

Ore 10:30 SANTA MESSA nella spianata delle “Pampas de Pimentel” Omelia del Santo Padre

12:40 Visita privata alla Cappella di San Óscar A. Romero

Ore 16:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI, I GRUPPI SINODALI E I CONSIGLI PASTORALI presso il Santuario di Nostra Signora della Pace

17:45 INCONTRO CON IL MONDO UNIVERSITARIO presso l'Università Cattolica “Santo Toribio de Mogrovejo”

Ore 19:00 Cena con i sacerdoti della diocesi di Chiclayo presso la scuola “Santo Toribio de Mogrovejo”

Sabato 14 novembre 2026

CHICLAYO – SANTA CRUZ DE SUCCHABAMBA – ZAÑA – CHICLAYO

Ore 08:00 RITO DI INCORONAZIONE DELLA VERGINE IMMACOLATA nella Cattedrale di Santa Maria

09:10 Partenza in elicottero dalla base aerea di Chiclayo alla volta di Santa Cruz de Succhabamba

09:50 Arrivo all'eliporto di Santa Cruz de Succhabamba

Ore 11:00 SANTA MESSA nella spianata di Santa Cruz de Succhabamba Omelia del Santo Padre

13:15 Partenza in elicottero dall'eliporto di Santa Cruz de Succhabamba alla volta di Chiclayo

Ore 14:00 Arrivo alla base aerea di Chiclayo “Tenente Colonnello Pedro Ruiz Gallo”

Ore 17:30 INCONTRO DI PREGHIERA CON LA COMUNITÀ CATTOLICA IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELL’ANNO GIUBILARE DI SAN TORIBIO DI MOGROVEJO presso il Santuario di San Toribio di Mogrovejo

Domenica 15 novembre 2026

CHICLAYO – CUSCO – PUCALLPA – LIMA

07:50 Partenza in aereo dalla base aerea di Chiclayo alla volta di Cusco

Ore 10:00 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Cusco “Alejandro Velasco Astete”

Ore 10:30 INCONTRO CON I FEDELI E I RAPPRESENTANTI DELLA DEVOZIONE POPOLARE presso il Parco Archeologico Nazionale di Saqsaywaman

Ore 11:45: PREGHIERA DELL’ANGELUS nella piazza della Basilica Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

13:05 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Cusco alla volta di Pucallpa

14:30 Arrivo all’aeroporto internazionale di Pucallpa “Capitano FAP David Abensur Rengifo”

Ore 15:00 INCONTRO CON I MISSIONARI, LE MISSIONARIE E I RAPPRESENTANTI DELLE POPOLAZIONI AMAZONICHE presso il “Malecón Puerto Callao”

16:45 SANTA MESSA presso la “Villa Deportiva Regional Ucayali” Omelia del Santo Padre

19:05 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Pucallpa alla volta di Lima

20:20 Arrivo alla “Base aeronavale di Callao”

Lunedì 16 novembre 2026

LIMA – CALLAO – LIMA – ROMA

08:30 VISITA AL PERSONALE E AGLI OSPITI DELLA CASA DI ACCOGLIENZA DELLE SUORE DEGLI ANZIANI IN DIFFICOLTÀ

Ore 10:30 SANTA MESSA presso la “Base aerea di Las Palmas” Omelia del Santo Padre

13:15 CERIMONIA DI ADDIO presso la “Base aeronavale di Callao”

13:45 Partenza in aereo dalla “Base aeronavale di Callao” alla volta di Roma

Martedì 17 novembre 2026

ROMA

10:25 Arrivo all'aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino

L'autoreRedazione Omnes

Mondo

Migliaia di persone manifestano a favore della vita a Bratislava, Berlino e Colonia

Circa trentamila persone provenienti da tutta la Slovacchia si sono radunate a Bratislava questa domenica 20 settembre in occasione della quinta Marcia Nazionale per la Vita, organizzata quest’anno sotto il patrocinio dei vescovi slovacchi. Si sono tenute marce anche a Berlino e a Colonia.

Redazione Omnes-21 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Parallelamente all’appello del Papa a una rinnovata presa di coscienza sul “prezioso dono della vita”, questa domenica migliaia di persone hanno partecipato a Bratislava alla Marcia Nazionale per la Vita, in un evento che si è svolto nella Piazza della Libertà della capitale.

Papa Leone XIV ha inviato un messaggio ai partecipanti, nel quale ha espresso la speranza che la Marcia per la Vita fosse “un momento di preghiera e di testimonianza, che risvegli una rinnovata consapevolezza del prezioso dono della vita, ricevuto da Dio, che deve essere accolto e protetto in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo naturale compimento”, ha riferito l’agenzia vaticana.

Sostegno ai più vulnerabili e indifesi

Il Santo Padre ha inoltre esortato a promuovere una “cultura che si prenda particolarmente cura dei più vulnerabili e indifesi, contribuendo così alla costruzione di una società più fraterna e improntata alla solidarietà”.

Padre Iván Ružička, segretario generale della Conferenza Episcopale Slovacca, ha espresso la propria gratitudine per il sostegno del Papa alla marcia, in dichiarazioni a Vatican News. “Ci siamo riuniti per difendere la dignità di ogni vita umana, dal concepimento fino al suo fine naturale”, ha affermato.

Con le donne e le famiglie

Padre Ružička ha aggiunto che gli obiettivi della marcia uniscono la tutela dei bambini non ancora nati all’aiuto a chi si trova in situazioni difficili.

“Il nostro obiettivo a lungo termine è la tutela di ogni vita umana, in particolare quella dei bambini non ancora nati”, ha spiegato. “Allo stesso tempo, vogliamo sostenere le donne e le famiglie che si trovano in situazioni difficili. Nessuna madre dovrebbe pensare che l’aborto sia la sua unica opzione”.

“Nel nostro contesto slovacco, ciò significa, innanzitutto, l’abrogazione dell’ingiusta legge sull’aborto, che discrimina i bambini non ancora nati e nega loro il diritto alla vita”, ha affermato il portavoce della Marcia Nazionale per la Vita, Dmitrij Olšovský, secondo quanto riportato dal agenzia notizie dalla Conferenza episcopale della Slovacchia,

L'obiettivo specifico della marcia di quest'anno è stato quello di richiamare l'attenzione su tre disposizioni dell'emendamento dello scorso anno alla Costituzione della Repubblica Slovacca che non sono ancora state recepite nella legislazione: il divieto della maternità surrogata, il consenso dei genitori all’educazione sessuale e le disposizioni relative al sesso biologico, aggiunge la nota.

Olivia Maurel, nella foto, portavoce della Dichiarazione di Casablanca, è stata invitata alla Marcia per la Vita 2026 a Bratislava (DCA, Wikimedia Commons). 

Totale rifiuto della maternità surrogata

La Marcia Nazionale per la Vita ha voluto in particolare richiamare l’attenzione sulla necessità di un divieto totale della maternità surrogata. Gli organizzatori ritengono che questa pratica sia incompatibile con la dignità sia del bambino che della donna.

“La maternità surrogata trasforma il bambino in un oggetto di commercio e il corpo della donna in uno strumento per soddisfare i desideri di un’altra persona. Tuttavia, il bambino non è una merce e la donna non deve essere un mezzo per ottenerlo. Siamo convinti che la maternità surrogata leda la dignità sia della donna che del bambino”, ha dichiarato la portavoce della Marcia Nazionale per la Vita, Milena Olsovska.

Introdurre un divieto legislativo totale di questa forma di gravidanza

Per questo motivo, gli organizzatori esortano, tramite una petizione, i deputati del Consiglio Nazionale della Repubblica Slovacca a tradurre rigorosamente in legge il divieto costituzionale della maternità surrogata. Chiedono il divieto di tutti gli accordi di maternità surrogata, non solo dei casi legati allo sfruttamento delle donne.

“La Costituzione vieta la maternità surrogata. Per questo motivo, accogliamo con favore l’impegno della coalizione di governo volto a inserire tale divieto nel Codice penale”, ha dichiarato Patrik Daniška, coordinatore principale della Marcia Nazionale per la Vita.

“Tuttavia, il disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento non vieta la maternità surrogata in quanto tale, ma solo alcune delle sue forme. Esortiamo i deputati ad approvare un divieto legislativo totale di questa pratica e, in tal modo, a rendere effettivo nella pratica il divieto costituzionale”, ha aggiunto il coordinatore.

Olivia Maurel, Aleš Primc e Marie-Lys Pellissier, ospiti

Alla Marcia era previsto l'intervento di Olivia Maurel, una delle voci internazionali più autorevoli a favore del divieto mondiale della maternità surrogata. 

Maurel è già intervenuto in Slovacchia nel 2025, tra l’altro, presso il Consiglio nazionale della Repubblica Slovacca. Partecipa alla marcia per chiedere che il divieto costituzionale della maternità surrogata trovi rigoroso riscontro nella legislazione, in particolare nel Codice penale. 

Aleš Primc è un leader civile e politico sloveno, promotore di tre referendum di successo sulla famiglia tenutisi nel 2001, nel 2012 e nel 2015.

Marie-Lys Pellissier ha conseguito una laurea in filosofia dell’etica alla Sorbona ed è portavoce del movimento francese “Marche pour la vie”. È cofondatrice di “Génération pro-vie” e dell’Académie Lejeune, che forma giovani impegnati nella difesa della vita. Nel 2026 si è inoltre mobilitata contro la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito in Francia.

Anche a Berlino e Colonia

Sabato 19 si sono svolte contemporaneamente a Berlino e a Colonia due Marce per la Vita, alle quali hanno partecipato diverse migliaia di persone, proprio come segnalato Omnes.

Organizzate dall’Associazione Federale per il Diritto alla Vita, le marce hanno ricevuto il sostegno delle chiese. Da parte cattolica, il vescovo Dr. Rudolf Voderholzer (Ratisbona), il vescovo ausiliare Dr. Josef Graf (Ratisbona) e il vescovo emerito Gregor Maria Hanke OSB (Eichstätt) hanno partecipato alla marcia a Berlino.

Sostegni e rifiuti

Altri cardinali, come il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, hanno inviato messaggi di sostegno alle manifestazioni nelle due città, per difendere la dignità della vita umana fin dal concepimento e affrontare questioni quali l’aborto, il suicidio assistito, la maternità surrogata e i test prenatali non invasivi (NIPT).

Anche Augoustinos, metropolita ortodosso tedesco, aveva espresso il proprio sostegno. Lo stesso aveva fatto Friedhelm Holthuis, presidente della Federazione delle Chiese Pentecostali Libere.

Il collettivo Pro-Choice-Bündnis Köln, con contro-manifestazioni, e la LAG Säkulare Grüne (ala laica dei Verdi) hanno espresso la loro opposizione alle manifestazioni.

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Libri

Come crescere nell'umiltà ai tempi dei "mi piace": cosa può insegnarci Merry del Val

Merry del Val ha vissuto l’umiltà ricoprendo una delle cariche di maggiore responsabilità della Chiesa, una virtù che oggi si contrappone alla costante ricerca di riconoscimento e di «like». Don Álvaro Serrano raccoglie i suoi scritti nel libro "Crescere nell’umiltà. 7 passi con il cardinale Merry del Val".

Teresa Aguado Peña-21 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

All’età di 38 anni, Rafael Merry del Val (1865-1930) divenne segretario di Stato di San Pio X, una delle cariche di maggiore responsabilità della Chiesa. Tuttavia, aspirava a una vita semplice e appartata. Ogni giorno recitava le famose Litanie dell'umiltà, una frase che rivela la sua lotta interiore.

A più di un secolo di distanza, il sacerdote Álvaro Serrano Bayán ha recuperato lettere, scritti e consigli spirituali di Merry del Val e li ha raccolti in «Crescere nell’umiltà. 7 passi con il cardinale Merry del Val» (Monte Carmelo), un percorso per coltivare questa virtù nella vita quotidiana. Il libro, con prefazione del cardinale Pietro Parolin, è il frutto di anni di ricerca e di lettura dei testi del cardinale.

Serrano, sacerdote dell’Arcidiocesi di Toledo, ingegnere aerospaziale e studente di Comunicazione istituzionale a Roma, si avvicina a Merry del Val non per scrivere una nuova biografia, ma per lasciare che sia lui stesso a parlare. Nei suoi testi si scopre un uomo consapevole dei propri talenti, ma determinato a non farne il centro della propria vita.

In questa intervista, Álvaro Serrano spiega cosa si nasconde dietro le Letanie dell’Umiltà, come Merry del Val abbia vissuto questa virtù ricoprendo una carica di enorme responsabilità e cosa possa insegnarci oggi, soprattutto in una società caratterizzata dalla ricerca di riconoscimento, follower e «like».

Cosa ha scoperto in Merry del Val che l’ha spinto a dedicare sette anni alla ricerca, alla lettura e alla sistemazione dei suoi scritti?

–Merry del Val è noto per le litanie dell’umiltà. Ha ripreso alcune litanie già esistenti, le ha recitate e le ha adattate secondo i propri gusti.

Conoscendo quelle litanie, mi sono imbattuto per caso in un libro di Merry del Val in cui ne parlava. Alcune mi hanno colpito in modo particolare e ho pensato che fosse davvero interessante. Merry del Val è un personaggio poco conosciuto e, tra coloro che lo conoscono, molti si fermano solo alle litanie. Tuttavia, è una figura molto più ricca e ha moltissimo da offrire. È un personaggio che, più lo conosci, più ti affascina.

Da quel momento ho iniziato a documentarmi sempre di più su Merry del Val: ho consultato biografie e scritti, e mi sono capitate tra le mani alcune lettere che aveva scritto ad altre persone. Ho potuto leggere molte cose e ho pensato che ciò che mi era utile e mi sembrava interessante potesse servire anche ad altre persone per conoscere meglio questo personaggio.

Non volevo scrivere una biografia. In Spagna abbiamo grandi biografi di Merry del Val, persone molto competenti che hanno svolto questo lavoro.

Per questo ho deciso di raccogliere le sue parole. In questo modo, non mi addentravo nel campo della biografia. Si tratta di qualcos’altro: mettere a disposizione del lettore i testi originali del cardinale Merry del Val.

C’è stato qualche testo o qualche lettera di Merry del Val che ha cambiato in modo particolare il suo modo di intendere l’umiltà?

– Una delle cose che mi ha colpito di più è che Merry del Val viveva l’umiltà nella vita di tutti i giorni, senza bisogno di dire «sono umile». C’è una frase di sant’Agostino che recita: «Ama e fa» ciò che vuoi». In un certo senso, era così che lui viveva l’umiltà: faceva ciò che doveva fare e non si preoccupava di nient’altro.

Ovviamente dovette affrontare molte invidie. A 38 anni era già segretario di Stato e, per così dire, uno degli uomini più potenti del mondo, almeno nell’ambito vaticano. Tuttavia, non si preoccupava di ciò che gli altri dicevano di lui. Lavorava, seguiva la sua routine e faceva ciò che doveva fare. Non si considerava più importante per la carica che ricopriva né sentiva il bisogno di dimostrare chi fosse. Se non lo salutavano, non lo salutavano; se lo salutavano, lo salutavano. Lui faceva ciò che era giusto fare in ogni momento.

Credo che questa sia la vera rinuncia. Non si tratta di praticare l’umiltà in modo sporadico, ma di vivere con umiltà. Merry del Val fece dell’umiltà un’abitudine, uno stile di vita. Per questo non era semplicemente una persona che praticava l’umiltà, ma una persona umile.

Spesso pensiamo che l’umiltà consista nel lasciarsi sopraffare, nell’essere sempre gli ultimi in tutto, nel permettere agli altri di approfittarsi di noi o nel dire sempre di sì a tutto. Ma questa non è umiltà. L’umiltà consiste nel riconoscere che abbiamo dei doni, nel sapere che provengono da Dio e nel metterli al servizio degli altri, senza sentirci padroni di essi né aver bisogno del riconoscimento degli altri. 

Dove finisce l'umiltà e dove inizia una falsa umiltà che può nascondere insicurezza o addirittura disprezzo di sé?

–Nel caso di Merry del Val è molto evidente. Quando era segretario di Stato, molte persone si rivolgevano a lui per ciò che potevano ottenere grazie alla sua carica, non per lui come persona. Tuttavia, lui si distaccava da tutto ciò.

La sera andava a Trastevere per assistere i poveri che non sapevano nemmeno che fosse segretario di Stato. Per questo motivo, non potevano avvicinarsi a lui a causa della sua carica. Lui stesso diceva: «Sono segretario di Stato, ma, prima di tutto, sono un sacerdote».

Per lui, lasciare la carica di segretario di Stato non sarebbe stato un dramma. La sua vita ruotava attorno al suo essere sacerdote, non al ricoprire una carica. Il sacerdozio era il fulcro e l’essenza della sua vita; essere segretario di Stato era una cosa circostanziale e temporanea.

Ne è prova il fatto che non ha mai cercato di perpetuarsi al potere né ha mai aspirato a ricoprire altre cariche. C’è infatti un aneddoto significativo: quando era segretario di Stato conservava lo stesso materasso che aveva usato da seminarista. Era un semplice materasso di paglia, che aveva portato al Colegio Español e che continuò a usare per tutta la vita. Non cambiò le sue condizioni di vita per il fatto di essere diventato segretario di Stato.

Merry del Val ha dovuto lottare molto per rimanere umile pur ricoprendo una carica così importante in Vaticano…

–L’umiltà è un dono che il Signore ci concede, ma è anche un impegno che tutti dobbiamo portare avanti ogni giorno. Infatti, nelle litanie dell’umiltà si prega: «Dal desiderio di essere consultato, liberami, Signore». Lui era Segretario di Stato e tutti dovevano consultarlo. Ma lui non riponeva la propria forza nel desiderio di essere consultato. Ovviamente, essere consultati non è un male; ciò che può esserlo è desiderare continuamente di essere al centro delle consultazioni.

Lo stesso vale per il desiderio di essere amati. Essere amati è una cosa positiva, ma trasformare quel desiderio in un’ossessione è negativo. In definitiva, sono i desideri disordinati quelli che bisogna combattere.

Per questo motivo, credo che Merry del Val, come tutti, abbia dovuto lottare. È possibile che, man mano che imparava a padroneggiare le virtù e le passioni, gli risultasse più facile. Ma i suoi scritti dimostrano che ha dovuto lavorare sull’umiltà. Nel libro si vede come la metta in relazione con l’abbandono e la sofferenza. Le sue stesse frasi interpellano il lettore perché dimostrano che anche lui ha dovuto lottare per viverla.

Qual è, secondo lei, l’aspetto meno conosciuto di Merry del Val che vorrebbe che il lettore scoprisse leggendo il libro?

– Credo che un aspetto poco conosciuto di Merry del Val sia che fosse una persona normale. A volte vediamo i santi come figure irraggiungibili, come se noi non potessimo mai diventare come loro. Eppure Merry del Val suonava il pianoforte e lo faceva molto bene, compose diverse opere perché amava la musica, andava a passeggio, si dedicava alle opere di carità e, allo stesso tempo, era segretario di Stato.

Era un sacerdote e, nell’ambito del suo ministero, ricopriva l’incarico che la Chiesa gli aveva affidato in quel momento. Mi piacerebbe che il lettore scoprisse in lui un sacerdote normale, una persona che, attraverso la propria vita, cercava la santità e l’umiltà.

Credo che questo possa aiutare chiunque a scoprire di essere anch’egli chiamato a cercare la santità e che l’umiltà possa essere una via per viverla.

L'umiltà è fondamentale perché è il fondamento delle altre virtù. È come il filo che unisce le perline di un rosario: tutte le altre virtù ne hanno bisogno, perché, senza umiltà, possono affiorare la superbia e la vanità.

Cosa consiglierebbe a qualcuno che voglia iniziare fin da oggi a coltivare l'umiltà? 

– Innanzitutto, pazienza. L’umiltà non è qualcosa che si decide da un giorno all’altro: è una virtù su cui bisogna lavorare con perseveranza. Ogni giorno bisogna riprovarci, perché non si acquisisce dall’oggi al domani.

È importante anche non lasciarsi sopraffare dai rimorsi. Come ho detto prima, l’umiltà non consiste nel dire sempre di sì a tutto né nel permettere che gli altri si approfittino di noi. Bisogna comprendere bene che cos’è l’umiltà e coltivarla con pazienza e perseveranza. Così, poco a poco, cresceremo in questa virtù.

È più difficile vivere con umiltà nella società di oggi?

–Sì, oggi può risultare più difficile. Proprio come in una società in cui c’è abbondanza di cibo può essere più difficile praticare l’astinenza, o dove c’è molto denaro può essere più arduo vivere con sobrietà, una società molto egocentrica e autoreferenziale rende difficile l’umiltà.

Si attribuisce molta importanza al corpo e i social media ci inducono a prestare attenzione a ciò che pubblichiamo, a quanti «like» riceviamo o a quanti follower abbiamo. Tutto ciò può alimentare l’arroganza e la vanità.

Non è male avere follower o ricevere «mi piace», ma il cuore non può riporre lì il proprio desiderio. Possiamo usare i social per fare del bene, amare e far conoscere il Signore. Se questo si traduce in «mi piace», sia lodato Dio e gliene siamo grati. Ma la nostra vita non deve cercare il «mi piace», bensì cercare Dio.

Crescere nell’umiltà. 7 passi con il cardinale Merry del Val

Autore: Álvaro Serrano Bayán
Editoriale: Monte Carmelo
Pagine: 98
Data di pubblicazione : 2026
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Famiglia

Sese e Cristina (che soffre di sclerosi multipla): "Avevamo ben chiaro che volevamo per noi ciò che avevamo ricevuto".«

Cristina e Sese raccontano come hanno affrontato insieme la malattia, la vita familiare e la gioia che condividono con i loro nipoti.

Álvaro Gil Ruiz-21 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Possiamo presentarvi Sese e Cristina come gli zii della "famiglia Caño". Sì, proprio quella famiglia diventata virale sui social media grazie a un breve video in cui cantano "Dama y Vagabundo" del gruppo Bromas Aparte. Il video è diventato un successo grazie all'autenticità della loro interpretazione e alla gioia che traspare mentre cantano. Stiamo parlando del video che l'ex calciatore Gerard Piqué ha definito "un contenuto a pagamento" e che ha totalizzato milioni di visualizzazioni. Uno dei fratelli, Javi, ha anche cantato nel videoclip dell'inno papale "Alza gli occhi" durante la sua visita in Spagna. 

Ma Sese e Cristina hanno una storia che illustra molto bene lo spirito dei loro nipoti e di tutti “Los Caño”, che va ben oltre l’aura che i loro nipoti si sono creati. Tutto è iniziato quando a Cristina è stata diagnosticata la sclerosi multipla, una malattia che si è manifestata all’improvviso e si è aggravatata rapidamente in pochissimo tempo. Ciò non le ha impedito di sposare il suo fidanzato, Sese, e di avere, col tempo, quattro figli.

Noi della redazione di Omnes abbiamo avuto modo di intervistare questa meravigliosa famiglia e di ascoltare, attraverso le parole dei suoi protagonisti, questa storia di dedizione.

Cristina, Sese, come vi siete conosciuti? Come avete iniziato a frequentarvi? Cosa avete visto l'uno nell'altro? 

–Ci siamo conosciuti durante l'anno scolastico 2001-2002, in una biblioteca di quartiere. All'epoca studiavo a Villanueva e facevo un tirocinio in una cassa di risparmio, mentre Cris stava finendo il liceo.

Sono passati due anni prima che iniziassimo a frequentarci; in quel periodo ci vedevamo quasi ogni giorno e siamo diventati ottimi amici, i migliori, di quelli che si confidano tutto e sanno tutto l'uno dell'altro.

Ci bastava uno sguardo per capirci, ma era solo una grande amicizia, dato che Cristina aveva un ragazzo e anch’io, in quel periodo, ne avevo uno.

Per noi la nostra amicizia era la cosa più importante, ma la verità è che dentro di noi stava nascendo poco a poco qualcosa di più, e a un certo punto ci siamo resi conto che quegli sguardi andavano oltre una profonda amicizia: ci piacevamo! Si era già trasformato in amore.

Cristina, raccontaci un po’ di te…

–Ho studiato a Senara dai 3 ai 18 anni, poi ho conseguito un diploma superiore in analisi cliniche e laboratorio presso un centro di formazione professionale del quartiere. Successivamente ho frequentato un master in chiromassaggio. Attualmente mi dedico completamente a mio marito e ai miei figli. Il mio sogno è che la nostra vita insieme sia il più felice possibile, aiutandoli, insegnando loro e amando mio marito, ogni giorno di più e meglio. Per questo chiedo di potermi riprendere un po’, affinché quella felicità possa realizzarsi ogni giorno con maggiore intensità.

Cristina, quando ti è stata comunicata la diagnosi della tua malattia, come sono stati quei primi momenti? In che modo ti ha influenzata?

–Ho una compagna di viaggio che si chiama EM (sclerosi multipla); questa malattia ha iniziato a manifestarsi quando avevo 20 anni con una neurite ottica all’occhio sinistro; all’inizio le recidive erano ricorrenti, una o due all’anno, ma poi hanno cominciato ad aumentare progressivamente, arrivando a diverse recidive all’anno. Nel 2008-2009 la malattia ha subito un’accelerazione e sono stata colpita anche all’altro occhio e agli arti. 

Quando mi sono sposata, ero praticamente cieca e il braccio destro e la gamba sinistra erano gravemente compromessi. Undici anni fa, ho avuto una crisi lombare che mi ha costretta su una sedia a rotelle. Da allora, ho fatto molta riabilitazione e non ho mai smesso di lottare per rimettermi in piedi o almeno per rimanere il più forte possibile.

Dal 2023, inoltre, soffro di un’altra nuova patologia (che mi ha costretto a trascorrere 10 mesi in terapia intensiva e 3 in reparto), che colpisce il diaframma, chiamata sindrome di Leeuwenhoke o flutter diaframmatico.

In cosa consiste?

– Il mio diaframma presenta movimenti rapidi, intensi e casuali che mi causano molto dolore e mi impediscono di parlare e respirare normalmente. Ho bisogno di BiPAP (supporto ventilatorio per aiutarmi a inspirare ed espirare) e di ossigeno (con o senza ossigeno a seconda della gravità dell'attacco) contemporaneamente. Questo mi ha lasciato diverse conseguenze permanenti; ho perso la capacità di deglutire. Pertanto, devo alimentarmi tramite un sondino PEG (un tubo di alimentazione che viene inserito direttamente nello stomaco) perché non sono in grado di farlo da solo. 

All’inizio Sese non sapeva bene di cosa si trattasse; aveva sentito parlare di sclerosi multipla, perché il proprietario di un bar del quartiere ne soffriva e camminava con il bastone. Io, invece, ero ben più consapevole di ciò che mi stava accadendo perché l’avevo studiata, ma non volevo che lui capisse subito quanto fosse grave…. 

La notizia è stata come una doccia fredda; sono arrivato persino a chiedere a Sese di lasciarmi perché non volevo che, per colpa mia, fosse infelice né che subisse le conseguenze che sapevo la malattia mi avrebbe causato… e lei mi ha risposto portandomi a Parigi per chiedermi di sposarla.

E tu, Sese, cosa hai studiato e dove? Di cosa ti occupi?

–Ho frequentato le scuole superiori e mi sono iscritto a economia aziendale presso un'università privata. Ho completato il primo anno e poi mi sono trasferito in un'università pubblica per studiare economia aziendale. Alla fine ho abbandonato gli studi universitari, anche se ho seguito alcuni corsi che mi hanno permesso di ottenere un certificato professionale.

  Attualmente gestisco una piccola azienda di vendita diretta in cui organizziamo presentazioni dal vivo del miglior sistema al mondo per la pulizia e la purificazione dell’aria. Mi occupo personalmente delle visite a domicilio e formo altre persone affinché possano dedicarsi a loro volta a questa attività. Questo lavoro mi piace moltissimo, perché credo nel mio prodotto e mi permette di conoscere e interagire con tante persone. Questo mi dà l’opportunità di lasciare la mia piccola impronta e di portare la loro in molte case. Mi piace sentire di contribuire in una certa misura a migliorare la vita delle persone e quando i nostri clienti lo percepiscono, è davvero gratificante.

Cristina, Sese, quanti figli avete? Quanto tempo ci è voluto prima che nascesse il primo? Come è nata la decisione così generosa di diventare genitori di quattro figli? 

–Nonostante tutte le previsioni e i consigli contrari ad avere figli, era ciò che desideravamo di più, ed eravamo convinti che, se Dio lo avesse voluto, saremmo diventati genitori. 

Dopo una grave ricaduta, ne abbiamo parlato con il medico, il quale ci ha detto che era il momento migliore per farlo perché in seguito la situazione avrebbe potuto complicarsi, sia a causa delle ricadute che dei farmaci; subito dopo una ricaduta, infatti, era meno probabile che se ne verificasse un’altra di seguito. 

Finalmente è arrivato Carlos! Due anni dopo il nostro matrimonio, così amato, così atteso, così desiderato…. 

Nel 2014, due anni dopo la nascita di Carlos, è arrivato Manu (nel frattempo c'era stato un aborto).

Nacho è venuto al mondo nel 2017, ha degli occhi meravigliosi ed è stato davvero bravissimo. Fran è nato nel 2018 ed è sempre stato un bambino molto indipendente.

Detto questo, e per riassumere, rispondendo alla domanda sul perché abbiamo preso una decisione così generosa, la verità è che, quando eravamo fidanzati, avevamo parlato di avere sei figli. Avevamo le idee chiare: volevamo, per noi e per i nostri figli, provare quella gioia che si prova nelle famiglie numerose, proprio come quelle in cui eravamo cresciuti.

Sese, e tu, in quanto padre di una famiglia numerosa, titolare di un’attività e responsabile di Cristina, come riesci a cavartela? Da dove trai la forza?

–Beh, non credo di fare nulla di eccezionale. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui ho visto i miei genitori e i miei fratelli maggiori donarsi con infinita generosità, comprendendo il significato del sacrificio offerto.

Ho conosciuto poco il padre di Cristina, perché è venuto a mancare poco dopo che avevamo iniziato a frequentarci, ma anche in Elisa, mia suocera, vedo ogni giorno quell’enorme generosità nel dedicarsi agli altri e quella gioia che si prova solo quando ci si mette al servizio degli altri.

Mi sento profondamente fortunato per colei che, ne sono certo, Dio ha messo al mondo affinché diventasse mia moglie.

Quale messaggio generale vorreste trasmettere alla società? 

La vita è fatta per essere vissuta appieno. Tutti affrontiamo ostacoli, paure, preoccupazioni, motivi di tristezza e di gioia. Tutti abbiamo bisogno di chiedere perdono e di perdonare. Ma come dice la canzone dei VIVAFE, "Alza lo sguardo", non siamo fatti per guardare a terra.

Per concludere, Sese, come ti sei sentita quando hai saputo del video virale dei tuoi nipoti?

–All’inizio l’ho scoperto grazie a un amico e nel gruppo di famiglia, e visto che cantano sempre così bene e sono davvero fantastici, ho detto: “Ma sono proprio dei campioni…” (anche se ancora non sapevo che fossero diventati virali)… non sono molto ferrato in materia di social.

Nella loro vita quotidiana questi momenti sorgono in modo spontaneo, avvolti da un’aura di semplicità e allegria. Cantano benissimo e sono persone davvero in gamba. Credo che proprio per tutto questo abbiano avuto un impatto così grande, perché è naturale, e la gente è attratta da ciò che è naturale e sincero.

Autori invitatiCane Cárcamo

“Voglio che mio figlio sia felice”

Educare alla felicità non significa evitare le difficoltà ai nostri figli, ma accompagnarli affinché imparino ad affrontarle e trovino in esse una via verso la pace.

21 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

“Voglio che mio figlio sia felice”. Lavoro accogliendo i genitori e il 100% delle famiglie mi ripete questa frase quando iscrivono i propri figli a scuola. Ho cinque persone che mi chiamano «mamma», e anch’io vorrei lo stesso.

Ma so che la felicità non si raggiunge senza conflitti, senza frustrazioni, senza momenti complicati e conversazioni difficili.

È vero che 30 anni fa c’erano situazioni considerate normali che hanno segnato la vita di molti bambini. Prendere in giro chi portava gli occhiali, la bambina dai capelli rossi o dare per scontato che un insegnante potesse trattarti male solo perché aveva avuto una brutta giornata. Ma il pendolo ha fatto il suo corso e siamo finiti all’estremo opposto. Non possiamo garantire ai nostri figli che non vivranno mai momenti difficili, né possiamo passare la vita a cercare dei colpevoli.

I nostri figli dovranno affrontare le proprie difficoltà: un compagno difficile, un campionato perso, un invito che non è mai arrivato. Semplicemente non possiamo evitarlo. Perché la vita va avanti e succedono cose. Il filosofo Gregorio Luri lo spiega molto bene: “Per quanto tu possa desiderare che la vita ti tratti bene, lei ha sempre in serbo qualche ostacolo. Ma la cosa intelligente non è disprezzare la vita perché ci mette i bastoni tra le ruote, bensì amarla nonostante tutto. Anche la vita è imperfetta, proprio come i genitori”.

Impegniamoci affinché il mondo diventi un luogo più umano e accogliente, ma forse è bene rendersi conto che essere genitori significa navigare insieme ai propri figli, che commettono errori, che cambiano, che a volte sono vittime (e altre volte, sì, anche carnefici) e che in quell’onda, turbolenta e alta, l’unica cosa che possiamo garantire loro è che cercheremo di trovare la corrente che li conduca alla pace. E che permetta loro di sapere che, sebbene in mare ci siano gli squali, i coralli si vedono meno, ma sono molti di più.

L'autoreCane Cárcamo

Giornalista cileno.

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Vaticano

Leone XIV: è una grazia lavorare nella vigna del Signore, senza invidia né divisioni

Commentando la parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna, il Papa ha affermato durante l’Angelus di questa domenica che è “una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna”, senza spazio “per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio”. Inoltre, ha chiesto aiuto per la Somalia.

Francisco Otamendi-20 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Nel Vangelo, le parabole di Gesù descrivono “la novità di ciò che Dio ha in serbo per noi”, ma in genere “rivelano anche la resistenza che tendiamo a opporre a una giustizia più generosa e a un amore più grande”, ha esordito il Santo Padre prima di recitare la preghiera mariana del Angelus questa domenica, XXV del tempo ordinario, in Piazza San Pietro.

Oggi, in particolare, abbiamo ascoltato la storia dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna, ha spiegato il Papa: alcuni hanno lavorato tutto il giorno, altri solo poche ore, altri ancora dal tramonto. 

“Ma il punto centrale della parabola sta nel momento della ricompensa, quando il padrone, mantenendo la parola data, paga i lavoratori della prima ora come concordato, ma, per mostrare loro la propria generosità, tratta gli ultimi allo stesso modo davanti ai loro occhi”.

C’è un dettaglio che non dobbiamo lasciar passare inosservato, ha aggiunto il Pontefice. “Il padrone dà all’amministratore un ordine preciso che questi deve seguire: bisogna pagare i lavoratori ‘cominciando dagli ultimi e finendo con i primi’ (Mt 20,8)”.

Le vie del Signore: è una grazia lavorare nella Sua vigna

«Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si considerano i primi e credono di essersi guadagnati ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto», ha proseguito.

Tutti noi, al contrario, “acquistiamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore prevale su quella del calcolo, l’esperienza della misericordia va oltre quella del merito, il dono della pace pone fine alle rivalità e ci avvicina nella gratitudine”.

A questo punto, Leone XIV è giunto a uno dei messaggi principali della sua omelia di questa mattina: “Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace. Non c’è posto per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio”.

Cerchiamo il Signore, invochiamolo finché è vicino

“Cerchiamo dunque il Signore finché si lascia trovare; invochiamolo finché è vicino; abbandoniamo le vie tortuose e i pensieri iniqui (cfr. Is 55,6-7)”. 

“Guardiamo alla nostra Santissima Madre”, ha esortato il Santo Padre. «È una creatura come noi, ma è immune da ogni macchia; per questo ci aiuta ad avere speranza in Dio e a confidare nella sua misericordia, affinché le sue vie diventino le nostre vie e i suoi pensieri diventino i nostri pensieri».

Benedetto XVI al momento della sua elezione a Papa

Leone XIV non ne ha parlato, ma è molto probabile che lo avesse in mente il saluto da Benedetto XVI dal balcone centrale della Basilica di San Pietro, il 19 aprile 2005, al momento della sua elezione a Papa:

"Cari fratelli e sorelle: dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno scelto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore. Mi conforta il fatto che il Signore sappia operare e agire anche con strumenti imperfetti, e soprattutto mi affido alle vostre preghiere”.

Somalia e paesi del Corno d'Africa (@Wikimedia commons).

Crisi umanitaria in Somalia

Dopo la recita dell’Angelus, Papa Leone XIV ha dichiarato di seguire “con grande preoccupazione la crisi umanitaria in alcune zone di Somalia”, dove “gli episodi di violenza e i fenomeni climatici estremi stanno aggravando le condizioni di vita già precarie della popolazione”.

«Auspico un generoso impegno da parte della comunità internazionale, affinché a questi nostri fratelli e sorelle non manchi l’assistenza necessaria», ha esortato il Papa in riferimento a un Paese a maggioranza musulmana.

Imparare dagli errori del passato

Inoltre, il Papa ha inviato la sua benedizione agli abitanti di Pescantina, nei pressi di Verona, che oggi si riuniscono attorno al Monumento ai ex internati, per ricordare tutti coloro che furono deportati e tenuti prigionieri durante la Seconda guerra mondiale. 

“Lo faccio per sottolineare che non dobbiamo dimenticare, ma imparare dalla storia per non cadere più negli errori del passato”, ha affermato in conclusione, augurando, come fa sempre, una buona domenica ai romani e ai pellegrini che si sono recati alla preghiera dell’Angelus.

L'autoreFrancisco Otamendi

Cultura

Gesù parlava ebraico o aramaico?

Ai tempi di Gesù, l’ebraico e l’aramaico coesistevano con il greco e il latino, in un contesto linguistico che aiuta a comprendere meglio il contesto dei Vangeli.

Gerardo Ferrara-20 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Nel primo articolo dedicato all’ebraico, abbiamo visto come questa lingua, data per morta per secoli, sia tornata a essere parlata fra la fine del XIX e il XX secolo, fino a diventare la lingua ufficiale dello Stato di Israele, un po’ come se il latino tornasse a essere la lingua corrente di un Paese moderno.

Oggi un numero sempre maggiore di studiosi si pone una domanda: al tempo di Gesù si parlava ancora ebraico? Oppure Cristo e i suoi contemporanei si esprimevano esclusivamente aramaico?

La lingua di Gesù: l’aramaico?

Partiamo da un fatto innegabile: Gesù era ebreo e viveva in un contesto ebraico. Da buon ebreo, doveva conoscere le Scritture ebraiche, l’alfabeto e la Legge. Il fatto che, inoltre, fosse in grado di discutere con gli studiosi del suo tempo dimostra che il suo livello di conoscenza sulle questioni relative alla sua fede non era quello di un principiante. Di conseguenza, doveva conoscere l’ebraico colto, che oltre ad essere la lingua sacra, era utilizzato per lo studio delle Scritture, la preghiera, la memoria nazionale e la riflessione religiosa.

Certamente, nel I sec. della nostra era l’ebraico aveva perso il suo status di lingua parlata prevalente nella zona che oggi si conosce come Palestina.

Al suo posto, era subentrato l’aramaico, non solamente lingua “volgare”, cioè della vita di tutti i giorni, bensì piuttosto lingua franca diffusasi in tutto il Medio Oriente come strumento di comunicazione non solo ordinario ma dell’amministrazione e della cultura, tanto che alcuni brani dell’Antico Testamento sono redatti in questo idioma: parti dei libri di Esdra e di Daniele, oltre a singole parole o espressioni in altri testi.

A tale situazione si devono i Targumim, traduzioni e parafrasi aramaiche della Bibbia destinate alla lettura pubblica e alla spiegazione dei testi sacri (tornano alla mente le letture e i commenti di Gesù nella sinagoga di Cafarnao e altrove) per la gente comune, che parlava soprattutto quell’idioma.

Si può quindi affermare che Gesù parlasse ordinariamente aramaico, sia per quanto già menzionato sia perché negli stessi Vangeli certe espressioni o termini da lui utilizzati sono riportati fedelmente in questa lingua: Abbà, Talità kum, effatà, Eloì, Eloì, lemà sabactàni (probabile riferimento a un Targum).

Abbiamo chiarito, tuttavia, che doveva conoscere pure l’ebraico. Se poi pensiamo che la Palestina di quell’epoca era un Paese in cui diverse lingue, culture e religioni convivevano fianco a fianco, è plausibile che Gesù e i discepoli avessero almeno una minima conoscenza del greco, lingua amministrativa e commerciale della parte orientale dell’Impero romano.

L'aramaico

Ebraico e aramaico sono lingue sorelle ma non sono lo stesso idioma. Entrambe appartenenti al gruppo “settentrionale” delle lingue semitiche, l’ebraico rientra nel sottogruppo delle lingue cananaiche (con il fenicio, il moabita, ecc.). Un paragone approssimativo ma efficace per i lettori potrebbe essere il seguente: l’aramaico sta all’ebraico più o meno come il rumeno all’italiano.

Zona di nascita e sviluppo dell’ebraico fu la Terra di Canaan (non solo Palestina, ma Libano e parte della Siria e della Giordania), mentre dell’aramaico le regioni della Siria intorno a Damasco, da cui si diffuse, specie tra V e il IV sec. a. C., in tutto Vicino e Medio Oriente, dall’Egitto all’Afghanistan. 

L’aramaico continuò a essere “la lingua franca” di quella zona almeno fino al VII secolo, quando iniziò a essere sostituito dall’arabo, senza però scomparire del tutto. Tuttavia, già prima della conquista islamica si era diversificato in diverse varietà: il giudeo-arameo, il samaritano, il nabateo (influenzato dall’arabo e che, a sua volta, influenzò l’arabo, soprattutto nell’alfabeto, che deriva proprio dal nabateo), il palmireo, il siriaco (una delle grandi lingue del cristianesimo orientale e che ha influenzato anche l'arabo) e altre ancora.

E l'ebraico?

Fino al 1947, molti studiosi erano convinti che, dopo l’esilio babilonese, l’ebraico fosse stato definitivamente abbandonato come lingua parlata in favore dell’aramaico.

La scoperta dei Manoscritti di Qumran, invece, ha fatto riconsiderare tale idea grazie alla scoperta, nei testi rivenuti nelle famose caverne, di una lingua ebraica viva non solo nella liturgia e nel contesto religioso, ma anche nella poesia e nella corrispondenza di comunità contemporanee o vicine cronologicamente a Cristo.

Esiste, inoltre, la convinzione che esista una forma di ebraico più evoluta rispetto a quella biblica — l’ebraico mishnaico, di cui abbiamo già parlato in questione — era la lingua effettivamente parlata in alcune zone della Giudea fino alla rivolta di Bar Kochba e alla quasi totale eliminazione della presenza ebraica in Palestina da parte dei Romani, nell’anno 135 d.C.

L’idioma del popolo

Immaginiamo la Gerusalemme del 30 d.C.: un tempio affollato di giudei e proseliti da ogni dove, stranieri, romani, greci e… galilei. Questi galilei, peraltro, parlavano la stessa lingua dei giudei (come abbiamo visto, l’aramaico nella sua forma ordinaria, non “classica”) ma, sappiamo dalle cronache, non erano un granché tenuti in considerazione, sia per il loro carattere fumantino che per il loro modo parlare ritenuto un po’ rozzo.

Fonti rabbiniche successive, nel Talmud, raccontano che si facevano battute sui galilei a causa della pronuncia «confusa» di alcune consonanti gutturali: “alef, he, ḥet e ‘ayin”, lettere che hanno tutte un suono proprio e distinto, ma che in Galilea venivano articolate allo stesso modo.   

In un aneddoto, ad esempio, si prende in giro un galileo che entra in un mercato e domanda qualcosa che suona più o meno come amar. Il venditore gli risponde: “Sciocco galileo! Cerchi un asino da cavalcare (ḥamār), del vino (hamar), della lana (‘amar) o un agnello (‘immar) per il sacrificio?”. 

Pure i Vangeli confermano che, durante la Passione di Cristo, Pietro viene riconosciuto come galileo perché il suo accento lo tradisce.

Sarebbe un po’ come oggi, in Italia, riconoscere un toscano dalla “gorgia” (aspirazione della lettera “c” per cui “casa” si pronuncia hasa) o, in Spagna, un andaluso per la sua pronuncia (o non pronuncia) delle “s” finali.

Ecco, in pratica, il variegato panorama linguistico di quel tempo:

  • Ebraico: lingua liturgica, colta, scritta, forse anche vernacolare per alcune classi sociali e comunità della giudea;
  • Aramaico: lingua popolare, dei mercati, della quotidianità (nelle sue diverse varianti);
  • Il greco: lingua intercomunitaria e amministrativa, ma anche dominante in alcune zone «pagane» come la Decapoli ;
  • Latino: presente soprattutto nell’esercito e tra i notabili romani.

Carmignac e il retroterra semitico

In questo contesto si colloca il lavoro di Jean Carmignac, grande studioso dei manoscritti di Qumran. Carmignac sostenne che il Vangelo di Matteo fosse stato redatto originariamente in ebraico e che, almeno in parte, gli altri Sinottici dipendessero da fonti semitiche molto antiche. Riteneva inoltre che Gesù avesse insegnato il Padre nostro in ebraico.

Sebbene molti esegeti non condividano la sua tesi, il suo lavoro ha riportato l’attenzione sulla necessità di tenere conto del contesto semitico dei Vangeli . Infatti, i manoscritti di Qumran consentono di confrontare il greco evangelico con strutture, formule, immagini, lessico e figure retoriche effettivamente attestate nell’ebraico e nell’aramaico dell’antica Palestina, per «ascoltare» il greco dei Vangeli con un orecchio più attento al mondo linguistico da cui proviene.

Gesù, come gli altri maestri ebrei del suo tempo, insegnava attraverso parole destinate a essere ricordate: parabole, immagini sorprendenti, antitesi, parallelismi, ripetizioni e formule brevi. Non erano semplici ornamenti retorici; erano strumenti della memoria orale.

Quando un discorso passa dall’ebraico o dall’aramaico al greco, e poi dal greco alle lingue moderne, può perdere giochi fonici, parallelismi e ambivalenze. La traduzione trasmette il messaggio senza riuscire a preservarne la musicalità.

La casa del pane

Un’osservazione di filologia semitica, che ho incontrato leggendo Introduzione alle lingue semitiche, di Giovanni Garbini e Olivier Durand, offre una chiave suggestiva per accostarsi al nome di Betlemme.

In ebraico, Bet-leḥem significa “casa del pane”: bet è la casa e leḥem il pane. In arabo, invece, Beyt-laḥm significa “casa della carne”, laḥm è invece “carne”. In soqotri, lingua semitica meridionale parlata nell’isola di Socotra, la parola leḥem indica il pesce.

La radice semitica l-ḥ-m si ritrova dunque in termini che, in diverse lingue semitiche, indicano forme essenziali di nutrimento a seconda della collocazione geografica o della sedentarietà o meno della popolazione cui una lingua appartiene: pane, carne, pesce. 

Una mia lettura personale, cui mi ha condotto quella lettura, è che, se Betlemme resta, in ebraico, la “casa del pane”, alla luce di quella radice condivisa essa possa essere contemplata anche come la casa del vero cibo, quello di cui non si può fare a meno. 

Per i cristiani ciò trova un’immediata risonanza. Betlemme è il luogo di nascita di colui che nel Vangelo di Giovanni dirà: “Io sono il pane della vita”. 

Uno studio approfondito del retroterra ebraico e semitico dei Vangeli e del loro contesto culturale può dunque aiutare a penetrare con maggiore profondità il significato della vita e del messaggio cristiano.

Libri

Il pastore e i lupi: il compito di Francesco ereditato da Leone XIV

Un’indagine di Santiago Roncagliolo ricostruisce gli abusi e le tensioni all’interno della Chiesa in Perù e in America Latina durante i pontificati di Francesco e Leone XIV.

José Carlos Martín de la Hoz-20 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Certamente, il titolo di questa opera di ricerca redatta da Santiago Roncagliolo (Lima, Perù, 1975), “Il pastore e i lupi”, è davvero azzeccato e riflette molto bene il contenuto di questo straordinario lavoro giornalistico e, soprattutto, personale su un periodo della storia della Chiesa in Perù e in America Latina poco conosciuto in Europa.

Il lavoro si concentrerà, in particolare, su un periodo storico ben preciso: il periodo e gli eventi verificatisi tra l’America e Roma, a partire dalla visita di Papa Francesco in Cile all’inizio del suo pontificato (2018) fino alla recente elezione del cardinale Robert Prevost come Leone XIV (2025).

In effetti, una volta terminata la lettura di questo thriller dal ritmo serrato, intriso di una sensibilità straordinaria e di uno stile narrativo davvero avvincente, caratterizzato da idee davvero lucide, la conclusione è chiara: Papa Francesco avrebbe preparato il cardinale Robert Prevost affinché fosse eletto Romano Pontefice e portasse a termine il compito che aveva iniziato e che gli era stato impossibile portare a termine, vista la portata che avevano assunto gli abusi in America Latina e, in particolare, in Perù.

Uno sguardo influenzato dall'esperienza personale

Il punto di vista dell’autore e i suoi pregiudizi distorceranno l’intera analisi, poiché certamente la situazione personale non è casuale, ma davvero fondamentale, e ciò altererà il risultato. Si tratta di un punto di vista evidente e ripetutamente espresso nel corso del lavoro: si tratta di un uomo privo di fede in Dio e nella Chiesa cattolica, che ha subito abusi sessuali durante l’infanzia da parte di un gesuita nella scuola che frequentava a Lima, di fronte all’inerzia dei superiori e dei genitori della scuola. Inoltre, era nato in una famiglia disfunzionale con un padre alcolizzato che maltrattava e umiliava la moglie, la quale si batteva per la giustizia sociale dalla sinistra ma che aveva fallito su tutti i fronti della sua vita. Una madre costretta a cavarsela, che appare profondamente umiliata e sola nel cercare di mandare avanti i figli. 

Da questa prospettiva, l’autore analizzerà come Papa Francesco, a seguito degli errori commessi durante il suo viaggio in Cile del 2018 – dove sarebbe stato ingannato dai suoi collaboratori, avrebbe permesso al principale discepolo della figura chiave dello scandalo pedofilia in Cile di accedere all’episcopato e avrebbe umiliato le vittime – In effetti, il pontificato di Francesco si è trasformato, a tutti gli effetti, nel grande smascheratore dei casi di pedofilia nel mondo, mettendo spesso tra parentesi il principio della presunzione di innocenza.

In tal senso, uno dei temi centrali dell’inchiesta sarebbe stato quello di portare alla luce e smantellare i casi di pedofilia del “sodalicio”, un’organizzazione profondamente radicata nella classe dirigente del Paese.  Papa Francesco avrebbe cercato un nuovo cardinale di Lima tra i massimi esponenti della teologia della liberazione e tra i principali oppositori del “sodalicio”.

Inoltre, il libro racconterà come, con il sostegno di Roma, sarebbero stati avviati i procedimenti contro alti funzionari del “sodalizio” e, al contempo, contro le trame economiche che sarebbero collegate alla trama principale.

In realtà, con questa operazione di pulizia esemplare, Papa Francesco avrebbe voluto indicare la strada da seguire ad altri paesi affinché assumessero un ruolo guida nelle indagini.

Prevost, una figura chiave in Perù

Per portare a termine tale compito, Bergoglio avrebbe potuto contare sull’instancabile, prudente e impeccabile giurista, il vescovo di Chiclayo Prevost, il quale, insieme al nunzio e ad altri vescovi, ha svolto un lavoro immenso in tutto il Perù.

Certamente, Papa Francesco avrebbe capito chiaramente che la Chiesa universale doveva reagire e che bisognava andare fino in fondo nei casi di abusi: non solo sostenendo le vittime e aiutandole dal punto di vista psicologico, ma assumendo la guida delle indagini e invitando persino i vescovi che avessero insabbiato i fatti ad abbandonare la sede episcopale di competenza, cioè, in pratica, porre la presunzione di innocenza sullo stesso piano dell’obbligo di indagare su ogni denuncia, anche se fosse stato un controsenso.

Come dimostra questo lavoro, Prevost è stato senza dubbio una figura chiave, innanzitutto in Perù, dove ha operato nell’ambito della commissione istituita dal Santo Padre Francesco a tal fine. Inoltre, dalla ricerca emergerà con estrema chiarezza la sua statura giuridica, umana e spirituale, nonché la sua impeccabile opera di governo.

Inoltre, questa indagine dimostra che Prevost sarebbe stato nominato da Francesco per portare avanti, dal Dicastero dei vescovi, proprio quel compito, in modo da arrivare, in definitiva, al nocciolo della questione.

Le conclusioni sugli abusi

Tra le conclusioni di questo lavoro figurano gli studi condotti durante il pontificato di Francesco, sia nei seminari che nei noviziati, sul nocciolo della questione. Per l’autore il problema risiederebbe nel celibato; mentre per il Santo Padre Francesco era necessario aiutare i candidati al sacerdozio a scoprire, attraverso l’accompagnamento spirituale, l’importanza di valorizzare le relazioni personali nell’ambito dell’assistenza spirituale e umana come un rapporto umano e soprannaturale che deve servire a rendere gloria a Dio e non deve mai essere trasformato in strumento per l’egoismo del sacerdote o dell’altra persona.

D'altra parte, è chiaro che le teologie della liberazione condannate dalla Santa Sede e illustrate nella “Libertatis nuntius” (1984) hanno rappresentato un errore gravissimo nella pastorale di alcuni ecclesiastici e religiosi, poiché non si basavano sulla carità, bensì su un determinato modo di intendere la giustizia e, soprattutto, autorizzavano la violenza. Certamente non spetta alla Chiesa cattolica il compito di cambiare le strutture temporali, bensì quello di formare cristiani che vivano le virtù cristiane e, concretamente, la carità e la giustizia, e di collaborare con la giustizia per denunciare i corrotti. In altre parole, vivere la dottrina sociale della Chiesa così come è espressa nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Gli errori sull’Opus Dei derivano dalla loro visione marxista della storia, dall’odio e dalla lotta di classe come motore della storia, nonché dal non credere che gli uomini possano agire per amore di Dio.

Il pastore e i lupi

Autore: Santiago Rocagliolo
Editoriale: Seix Barral
Pagine: 330
Pubblicazione: 2026, Barcellona
Iniziative

Ad Laudem: servire Dio prendendosi cura della Sua casa

Silvia Casado ed Eli Canela promuovono Ad Laudem, un progetto di evangelizzazione digitale che aiuta a scoprire il significato della liturgia e a prendersi cura del culto e del patrimonio delle parrocchie.

Teresa Aguado Peña-20 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La ricchezza della liturgia è immensa. E comprenderla può aiutare a vivere la fede in modo più pieno. Il progetto Ad Laudem È nato da questa convinzione e dal desiderio di rendere accessibile a tutti questa ricchezza e di mettere tale conoscenza al servizio della Chiesa attraverso i social media. 

Silvia Casado, responsabile della gestione generale del progetto, spiega che l’idea è nata, innanzitutto, da un interesse personale nel trasmettere tutta quella saggezza pratica che tradizionalmente si trovava nei libri specializzati sulla liturgia e sulle cerimonie. In essi venivano spiegati, ad esempio, l’uso e la cura dei paramenti, degli oggetti liturgici o dei vari elementi della chiesa. L’intenzione era quella di trasferire tali conoscenze nell’ambito digitale affinché qualsiasi comunità potesse trarne beneficio.

Partendo da quell’idea iniziale, il progetto ha ampliato il proprio raggio d’azione. Oltre a offrire consigli pratici sulla cura del patrimonio liturgico, Eli Canela, responsabile della gestione dei social network, spiega che hanno sentito l’esigenza di approfondire il significato della liturgia. Per questo hanno iniziato a pubblicare contenuti che aiutano a comprendere cos’è la Messa, perché viene celebrata e qual è il suo significato, attingendo a testi di santi, Padri della Chiesa e autori contemporanei. In questo modo, l’obiettivo finale di Ad Laudem è contribuire a curare la liturgia in tutte le sue dimensioni: non solo quella materiale, ma anche quella spirituale, aiutando i fedeli ad imparare a vivere la Messa con maggiore profondità.

Silvia ed Eli affermano che la loro esperienza in Ad Laudem ha mostrato loro una realtà piena di speranza. Spiegano che, durante il processo di ricerca del progetto, hanno scoperto un grande amore e una profonda conoscenza tra coloro che si dedicano alla cura dei templi e del culto divino. Tuttavia, ritengono che tale sapere non sempre giunga ai fedeli che partecipano alla celebrazione, per cui esiste l’opportunità di avvicinare questo patrimonio di conoscenza a tutti coloro che assistono alla Messa.

“Alcune persone scoprono alcuni aspetti del significato della Messa quando entrano in contatto con altre forme di celebrazione, come il rito precedente al Concilio Vaticano II, sebbene la riforma liturgica mirasse proprio a facilitare la comprensione e la partecipazione più piena del popolo alla celebrazione”commenta Silvia. Secondo lei, piuttosto che cambiare la liturgia, occorre spiegare meglio il significato di ogni gesto, simbolo e momento della Messa.

Il desiderio di approfondire

Le promotrici di Ad Laudem Spiegano inoltre che questa convinzione è emersa da un ampio lavoro sul campo. Hanno intervistato circa 50 sacerdoti, sacrestani e altri responsabili del culto provenienti da diversi paesi per conoscere le loro esigenze. Molte delle persone intervistate hanno espresso il desiderio di ricevere una maggiore formazione sul valore del sacro, sul significato dei simboli e sul senso della liturgia. Questa richiesta è stata determinante per ampliare il progetto e integrare contenuti formativi.

Le promotrici di Ad Laudem sottolineano, inoltre, che la loro principale preoccupazione non è il numero di follower, bensì l'utilità dei contenuti che offrono: “Se il progetto aiuta anche solo una persona a comprendere meglio la liturgia e ad avvicinarsi di più a Dio, il nostro obiettivo è già raggiunto” afferma Eli. La sua missione è mettere le proprie conoscenze al servizio della Chiesa.

Si è perso il senso del sacro?

Alla domanda se oggi si sia perso il senso del sacro, le promotrici di Ad Laudem rispondono con ottimismo. Affermano di percepire un grande rispetto per la liturgia e un sincero desiderio di comprendere meglio il significato dei suoi gesti, riti e simboli. Per loro, la sfida non è la mancanza di riverenza, bensì la mancanza di formazione.

Sottolineano inoltre l’interesse che questi argomenti suscitano, soprattutto tra i giovani sui social network. Spiegano che i contenuti sul canto gregoriano, l’incenso o il simbolismo liturgico sono stati tra i più visti, il che riflette il desiderio di approfondire la fede: “Molte persone cercano risposte sul significato della Messa, dei sacramenti e della liturgia, e in questo ambito esiste un’esigenza formativa che non è ancora stata sufficientemente soddisfatta”. 

Qual è l’aspetto più trascurato nella liturgia?

Alla domanda sugli aspetti più trascurati della liturgia, le responsabili di Ad Laudem evitano un approccio critico e preferiscono concentrarsi sulla formazione. Spiegano che, dopo aver intervistato sacerdoti e sacrestani, hanno riscontrato una particolare mancanza di conoscenza riguardo alla cura dei paramenti liturgici – purificatori, corporali e pali – che entrano in contatto con il Corpo e il Sangue di Cristo. Per questo motivo hanno dedicato uno dei loro primi video a spiegare come pulirli correttamente secondo le norme della Chiesa.

Sottolineano inoltre che molti casi di degrado del patrimonio parrocchiale sono dovuti alla mancanza di formazione, non alla mancanza di rispetto. Per quanto riguarda la Messa, ricordano che, al di là degli stili o delle sensibilità, l’essenziale è che la celebrazione conduca all’incontro con Cristo e mantenga Dio al centro, evitando sia il formalismo che lo spettacolo.

L'importanza della formazione

Alla domanda su come la formazione liturgica possa aiutare a vivere più profondamente la fede, entrambe rispondono attingendo alla propria esperienza personale. Silvia spiega che è stato proprio un corso di liturgia a trasformare completamente il suo modo di partecipare alla Messa: “Capire che l’Eucaristia è celebrata da tutta la Chiesa — quella che è in pellegrinaggio sulla terra e quella che è già in Cielo — mi ha fatto scoprire che ogni fedele ha un ruolo attivo nella celebrazione”. Grazie a questa consapevolezza, smise di considerare la Messa come un insieme di riti per viverla invece come una partecipazione reale al sacrificio di Cristo.

Eli ricorda un’esperienza simile durante alcuni incontri di catechesi rivolti ai genitori dei bambini che si preparavano alla Prima Comunione. Dopo una semplice sessione volta a spiegare il significato della Messa, diversi partecipanti hanno confessato che avrebbero voluto ricevere quella formazione molto prima. In questo modo ha potuto constatare che molte persone desiderano comprendere meglio la liturgia, ma semplicemente non hanno mai avuto l’opportunità di ricevere una spiegazione.

Sulla stessa linea, Eli spiega che molti dei contenuti che pubblicano rispondono a domande apparentemente semplici – come il significato di un momento di silenzio, il senso di determinate frasi o il motivo di alcuni gesti liturgici –, ma che possono trasformare il modo di vivere la celebrazione. 

Ad Laudem vuole essere, innanzitutto, uno strumento al servizio della Chiesa. È pensato per aiutare sia i sacerdoti e i sacrestani sia qualsiasi fedele interessato a comprendere e a curare meglio la liturgia. Al di là dell’acquisizione di conoscenze, Eli e Silvia concordano sul fatto che la formazione liturgica consista nello scoprire il significato dei sacramenti e della preghiera della Chiesa, favorendo un’esperienza più piena della fede.

Per saperne di più

Dove inizia la bellezza?

La bellezza nasce dal nostro modo di guardare e può trasformare la percezione della realtà, l’incontro con gli altri e la tutela della dignità umana.

19 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Perché vediamo, sentiamo, tocchiamo…? Oggi sappiamo che i sensi captano stimoli fisici o chimici specifici e li trasformano in un linguaggio elettrico che il cervello decodifica. Nessun senso imprime o trasmette percezioni.

Dal punto di vista evolutivo, la priorità nell’uso dei sensi è passata dall’olfatto e dall’udito alla vista, che è diventata il senso dominante. Anche la struttura ossea del viso ha subito un cambiamento radicale: il muso si è ridotto e gli occhi si sono spostati in avanti. La vista ha sviluppato una percezione avanzata dei colori e il cervello umano ha riorganizzato le sue aree di elaborazione.

I sensi e la percezione

Questa meravigliosa macchina – che chiamiamo corpo –, da cui dipende la vita umana, ci offre la possibilità non solo di conoscere ciò che ci circonda, ma anche di provare emozioni ed esprimerci attraverso di essa. Lo stimolo esterno viene elaborato dal cervello, valutato dal punto di vista emotivo e infine associato al significato e al riconoscimento.

Alla fine del 1990, gli studi di neuroestetica hanno creato un dialogo tra filosofia, arte e scienza, consentendo di osservare alcuni di questi processi attraverso tecniche di imaging cerebrale. Il neurobiologo Semir Zeki ha studiato il rapporto tra percezione e bellezza. Le sue ricerche dimostrano che l’esperienza del bello coinvolge aree cerebrali legate alla gratificazione, alla memoria e all’elaborazione emotiva. 

Quando la bellezza si risveglia

Si potrebbe dire che l’esperienza ha inizio quando qualcosa attira la nostra attenzione, cerchiamo di comprenderla e, quando si instaura una connessione, proviamo il piacere di averne trovato un significato. A ciascuna di queste esperienze ognuno attribuisce – consapevolmente o inconsapevolmente – un valore. 

La bellezza è, innanzitutto, il risultato di una valutazione. È vero che esistono componenti universali della bellezza, legate a determinati modelli che risultano attraenti per molte persone e che il nostro cervello sembra elaborare con maggiore facilità. Ad esempio, l’ammirazione per la natura è stata, in ogni epoca e in ogni cultura, un fattore comune.

Da questo punto di vista, la bellezza non risiede solo nell’oggetto che contempliamo. Si manifesta anche in noi. È un’esperienza in cui ciò che vediamo si intreccia con la nostra memoria, la nostra sensibilità e la nostra storia.

Allo stesso modo, ciò che in una cultura è considerato armonioso può risultare strano in un’altra. La bellezza, quindi, non dipende esclusivamente dalla perfezione di una forma. Esistono elementi oggettivi che possono favorire la nostra percezione del bello – la simmetria, l’equilibrio, l’armonia –, ma intervengono anche la nostra memoria e il nostro retaggio culturale. Guardiamo le cose in base a ciò che siamo.

Zeki ha misurato quantitativamente l’attività neuronale associata ai giudizi estetici e morali e ipotizza una relazione tra queste due esperienze. Il nostro cervello può reagire alla bellezza di un’opera d’arte, ma anche alla bellezza che riconosciamo in un gesto umano. Un atto di bontà può suscitare ammirazione.

Bellezza e bontà

La bellezza, quando viene compresa veramente, può essere una forma di cura. Prendersi cura della bellezza della vita quotidiana, degli spazi che abitiamo o dei nostri stessi gesti è anche un modo per tutelare la dignità umana. Il bello non sarebbe solo ciò che contempliamo, ma anche ciò che ci invita a trattare con amore la realtà e gli altri.

Di fronte alla travolgente forza del bello, e laddove le parole non riescono a trasmettere ciò che l’uomo prova, emerge il linguaggio dell’arte. Il modo di rappresentare il bello riflette un particolare modo di guardare alla realtà. L’arte contemporanea ci ha dimostrato che la bellezza può risiedere anche in ciò che è frammentato, nell’incerto e in ciò che inizialmente ci mette a disagio. A volte, la bellezza non sta nella perfezione delle cose, ma nella loro capacità di rivelare una verità.

Nella tradizione classica e nel pensiero cristiano, il bello, il buono e il vero hanno sempre mantenuto uno stretto legame. Ma forse è meglio non trasformare questo legame in una formula rigida. La bellezza non consiste nel cercare il riflesso dei nostri canoni, bensì nell’imparare a guardare l’altro fino a scoprire in lui una verità che ancora non sapevamo vedere. 

Lo sguardo che si lascia trasformare dalla bellezza può attraversare la differenza senza negarla e trasformare l’incontro con l’altro in una forma di riconoscimento. In questo percorso, dalla contemplazione all’incontro, la bellezza può aiutarci a comprendere chi siamo e a riconoscere, nell’altro e nel mondo, l’impronta del suo Creatore.

L'autorePeca Macher

Peca Macher è architetto e curatrice d'arte, fondatrice di Präsenz, un progetto che integra arte, educazione e leadership consapevole attraverso la pausa, lo sguardo e l'ascolto. Con oltre 25 anni di esperienza nella gestione e nella riflessione culturale, scrive e fa ricerca sulla memoria, sull'esperienza estetica e sull'arte come strumento di trasformazione personale e sociale. È autrice del libro Präsenz. L'arte come strumento di trasformazione umana ed educativa.

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Vaticano

Il Centro Studi Papa Leone XIV formerà alla vita pubblica e al bene comune

Una formazione alla vita pubblica e politica intesa come servizio al bene comune è il fulcro del Centro Internazionale di Studi Papa Leone XIV, che l’Ordine di Sant’Agostino promuove da Firenze, in Italia e in tutto il mondo. Il Santo Padre ha definito il suo operato come “una missione di speranza”.

Redazione Omnes-19 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Venerdì il Santo Padre ha ricevuto in Vaticano i membri del “Centro Internazionale di Studi Papa Leone XIV”, un’organizzazione di ricerca e produzione culturale nata nell’ottobre del 2025, su iniziativa dell’Ordine di Sant’Agostino, per promuovere la figura e il magistero di Leone XIV, nonché la formazione alla vita pubblica per il bene comune.

“Ve ne sono particolarmente grato”, ha affermato il Pontefice agostiniano nel suo Discorso, data l’importanza della riflessione e del pensiero critico nella costruzione di una civiltà dell’amore, alla quale la Dottrina sociale della Chiesa ha molto da offrire.

Dialogo aperto e rapporti di collaborazione: “camminare sempre insieme”

Fin dall’inizio ho apprezzato la disponibilità del Centro a instaurare “un dialogo ampio”, ha sottolineato il Papa, con università, istituzioni accademiche, enti pubblici, società civile, istituzioni ecclesiali e reti associative, promuovendo rapporti di collaborazione e scambi a livello nazionale e internazionale. 

Questo impegno trova espressione nella collaborazione con la Facoltà di Teologia dell’Italia Centrale e con il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum, menzionati anche nell’atto costitutivo del Centro. “Il segreto sta nel camminare sempre insieme, senza escludere gli incontri anche con coloro che sono diversi e sembrano pensare, parlare o agire in modo diverso”, ha affermato il Santo Padre.

Papa Leone XIV saluta mons. Luis Marín de San Martín OSA, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità (@Vatican Media).

L'impegno dei laici e dei religiosi e delle religiose nella Dottrina sociale della Chiesa

«Anche il contributo della Dottrina sociale della Chiesa affonda le sue radici nel popolo, cosa che non dobbiamo dimenticare”, ha proseguito il Papa. “La sua reinterpretazione della Rivelazione cristiana alla luce delle circostanze sociali, lavorative, economiche e culturali moderne sarebbe inimmaginabile senza i laici che affrontavano le sfide del loro tempo. Accanto a loro operavano religiosi e religiose, testimoni di una Chiesa che si allontanava dai sentieri già battuti”

Il cambiamento epocale che stiamo affrontando oggi, ha aggiunto Papa Leone XIV, “rende ancora più necessaria la continua interazione tra i battezzati e il Magistero, tra cittadini ed esperti, tra il popolo e le istituzioni (Esortazione apostolica Dilexi te , 82). Che il vostro Centro di Studi promuova questa iniziativa, che richiede pionieri e facilitatori, specialmente quando la sfiducia e la rassegnazione rischiano di prendere il sopravvento”.

Costruire relazioni basate sulla solidarietà, la giustizia e la pace

“A rischio di andare controcorrente”, ha proseguito il Successore di Pietro, “la sua missione di speranza consiste nel promuovere, in Italia e in tutto il mondo, un’educazione nella vita pubblica e politica intesa come servizio al bene comune, responsabilità nei confronti della comunità e costruzione di relazioni basate sulla solidarietà, la giustizia e la pace. ”Quindi, l’opposto della rassegnazione!».

Inoltre, come ha sottolineato Papa Francesco, intervenendo a Firenze, ha affermato: “Non esiste un umanesimo autentico che non consideri l’amore come il legame tra gli esseri umani, sia esso interpersonale, intimo, sociale, politico o intellettuale” (Discorso alla Quinta Convenzione Nazionale della Chiesa Italiana, 10 novembre 2015). 

L'amore ci impegna a costruire

La riflessione agostiniana che sta alla base della sua iniziativa ha molto da offrire in questo senso nell’attuale contesto internazionale, ha affermato il Papa, “per una comprensione dell’amore come principio di rinnovamento nella vita personale, economica e politica. L’amore unisce per liberare, unisce per generare, impegna per costruire”.

Se guardiamo alla storia alla luce del Crocifisso e risorto […], ha proseguito, “non interpretiamo il presente come un destino prestabilito, ma come uno spazio aperto alla conversione personale e collettiva”, e “crediamo nel potere del Regno, che scaturisce dalla piccolezza di un granello di senape” (Magnifica humanitas, 210). 

“Esperti della novità di Dio”

“Diventiamo esperti della novità di Dio: non di quella che abbaglia per la sua rapidità ed efficacia, ma di quella in cui Egli opera silenziosamente, liberando il vecchio mondo dai suoi vicoli ciechi e aprendo sentieri lungo i quali possiamo avanzare insieme verso la sua città”, ha concluso Leone XIV il suo discorso, alludendo alla famosa opera di Sant’Agostino ‘La Città di Dio”.

L'autoreRedazione Omnes

Ecologia integrale

L'85% delle donne che desiderano abortire: dopo essere state ascoltate e sostenute, rinunciano

Otto donne su dieci che nel 2025 si sono rivolte a REDMADRE con l’intenzione di abortire hanno deciso di portare avanti la gravidanza dopo aver trovato il sostegno che cercavano. Il 70% erano disoccupate e quasi l’80% erano straniere. 437 delle 60.111 donne incinte che si sono rivolte a noi hanno dichiarato di subire maltrattamenti.

Redazione Omnes-19 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Nel 2025, 60.111 donne hanno chiesto aiuto a RedMadre. L’85,40% di quelle che pensavano di abortire ha deciso di portare avanti la gravidanza dopo aver trovato il sostegno necessario per affrontare le difficoltà derivanti dalla gestazione. Il 69,98% erano disoccupate, quasi l’80% erano straniere e la maggior parte aveva un’età compresa tra i 30 e i 39 anni.

Si tratta di dati appena resi noti da questa rete solidale di sostegno alle donne, RedMadre, che lo scorso anno ha compiuto 18 anni di attività a sostegno delle donne incinte in situazioni di vulnerabilità a causa della gravidanza – già oltre mezzo milione –, e che dal 2007 ha costruito una rete di sostegno che conta attualmente 37 associazioni REDMADRE e oltre 50 sedi in Spagna. 

Le principali esigenze delle donne che nel 2025 hanno richiesto il sostegno di questa Rete sono state: orientamento e informazione (100%), sostegno emotivo (56.19%), sostegno nel superamento del trauma post-aborto (37.60%) e sostegno nella ricerca di un impiego (24.191 TP3T). Dal punto di vista materiale, il 51,831 TP3T ha avuto bisogno di pannolini e il 28,331 TP3T di prodotti alimentari.

Inoltre, 437 donne hanno dichiarato di aver subito maltrattamenti, di cui il 63% di natura psicologica e il 20,82% di natura fisica. Il 16,02% di loro è stato indirizzato a strutture specializzate nella violenza di genere.

Amaya Azcona: “I sostegni pubblici alle donne incinte sono insufficienti”

“L’evoluzione di RedMadre in questi 18 anni, durante i quali abbiamo affiancato 502.889 madri”, sottolinea Amaya Azcona, direttrice generale della Fondazione REDMADRE, “dimostra che i sostegni pubblici alle donne in gravidanza, e in particolare a quelle in situazione di vulnerabilità, sono insufficienti. Ancora una volta chiediamo alle amministrazioni pubbliche di effettuare un’analisi approfondita della maternità e di elaborare misure di sostegno realistiche, concrete ed efficaci”.

Il profilo delle donne che si sono rivolte alla Fondazione RedMadre nel 2025 è stato il seguente: di nazionalità straniera (79.52%), di età compresa tra i 30 e i 39 anni (47%) e tra i 18 e i 29 anni (44,22%), disoccupata (69,98%), con il sostegno della famiglia (62,30%) e con il sostegno del proprio partner (59,12%). 

L'evoluzione di questa rete mostra che sono sempre meno le donne spagnole che chiedono sostegno in caso di gravidanza non pianificata e che ancora il 40,88% delle donne che affrontano una gravidanza non pianificata non riceve il sostegno del padre del bambino che aspettano.

Workshop presso la sede di Las Rozas di REDMADRE Madrid (@RedMadre).

Come si sono messi in contatto

Il Rapporto sulle attività del 2025 evidenzia il consolidamento della presenza di REDMADRE in ogni provincia: 44.507 donne si sono rivolte direttamente all’Associazione RedMadre della propria città e 15.604 hanno contattato la Fondazione tramite e-mail (2.000 messaggi ricevuti) o telefonata (6.859) e WhatsApp (6.745), da cui sono state indirizzate all’Associazione della rete della propria città.

L’operato di RedMadre è stato portato avanti da 1.093 volontari in tutta la Spagna, grazie alle donazioni private, provenienti da privati e aziende, e ai crescenti accordi di collaborazione stipulati con diverse istituzioni per consolidare e creare nuove iniziative. “L’obiettivo è offrire un sostegno migliore alle donne in gravidanza e continuare a costruire una società che protegga e valorizzi la maternità”, affermano.

L'aborto in Spagna

Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2024, ultimo anno per il quale sono disponibili dati ufficiali, il numero di IVE (interruzioni volontarie di gravidanza nella terminologia ufficiale, ovvero aborti) continua a crescere in Spagna, raggiungendo quota 106.172, ovvero tremila settantacinque in più rispetto alle 103.097 del 2024. Nel 2015 il dato ufficiale era pari a 94.188.

L'autoreRedazione Omnes

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Mondo

5 pensatori di fronte al totalitarismo

L'espansione della democrazia è in declino. Stiamo assistendo a una regressione democratica globale in cui le autocrazie (92) superano le democrazie (87). La professoressa Ana Marta González commenta alcune idee di grandi pensatori come Hannah Arendt, Tocqueville, Popper e Weil per prevenire i totalitarismi.

Francisco Otamendi-18 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Qualche giorno fa mi sono imbattuto per caso in un post sulla rete X che diceva quanto segue: "»L’unico ostacolo all’idolatria del totalitarismo è una vita spirituale autentica. Se non si abitua i bambini a pensare a Dio, diventeranno fascisti o comunisti per il bisogno di dedicarsi a qualcosa” (Simone Weil).

Ha attirato la mia attenzione, ed è stato proprio questo a dare origine a queste righe sull’uso del potere e sul totalitarismo. Ho contattato l’autrice del breve testo, la professoressa di Filosofia morale Ana Marta Gonzalez (@anamartagg), dell’Università di Navarra, le ho accennato all’idea di presentare alcuni filosofi/pensatori che avessero riflettuto sul totalitarismo, e lei ha scritto alcune righe.

Inoltre, Ana Marta Gónzalez è membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 2016 e quest’anno ha organizzato a Roma la sessione plenaria dell’Accademia, con una dichiarazione finale sul tema “Gli usi del potere. Democrazia, legittimità e la riscrittura dell’ordine internazionale”. Papa Leone XIV ha rivolto loro un messaggio, come potete vedere qui.

Abbiamo raggiunto un accordo sui pensatori. Alla fine, la professoressa si è concentrata su Hannah Arendt, Tocqueville, Popper e Simone Weil. Da parte mia, ho aggiunto il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, come vedrete di seguito.

La Chiesa non può rimanere passiva né indifferente 

La Chiesa può parlare di totalitarismo o rischia di trovarsi in una situazione difficile? La risposta è di León XIV, in questo mese, nel commentare la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II: “La Chiesa non può rimanere passiva né indifferente a ciò che accade nel mondo, ma ”è chiamata a camminare con l’umanità”», ha sottolineato il 2 settembre. 

“Non è possibile rimanere “spettatori disinteressati”“, ha aggiunto. I credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, ”soprattutto di coloro che sono oppressi dall’ingiustizia, dalla discriminazione e dalla violenza».

E cosa sta succedendo nel mondo? Senza dubbio molte cose, descritte dallo stesso Papa in “Magnifica humanitas”. Una di queste è che, in tutto il mondo, le autocrazie (92) superano in numero le democrazie (87) e viviamo in un’epoca di regressione democratica globale.

Solo il 7 per cento della popolazione mondiale vive sotto regimi democratici

Attualmente, “solo il 7 per cento vive sotto regimi che possono essere considerati democrazie liberali a tutti gli effetti, mentre il 74 per cento vive oggi in autocrazie; e molti di quei regimi che si autodefiniscono democrazie non soddisfano alcuni dei loro criteri fondamentali”, sottolinea un rapporto del V-Dem Institut, citato nella dichiarazione finale dell’Accademia delle Scienze Sociali.

La stessa dichiarazione sottolinea che “non solo abbiamo imparato che la democrazia non è un risultato irreversibile, ma anche che la svolta della democrazia verso l’autoritarismo non si manifesta sempre attraverso un rovesciamento improvviso e violento, come nel caso di un colpo di Stato militare. Sebbene ciò accada ancora in alcuni paesi, più spesso avviene attraverso l’uso delle procedure esistenti, indebolendo il sistema ed esercitando il potere senza controlli né contrappesi costituzionali né limiti etici”.

Simone Weil.

Avvisi dei pensatori

Questi pensatori citati, secondo la filosofa Ana Marta González, “illuminano il panorama da prospettive diverse”. Sono i seguenti. 

1. Alexis de Tocqueville “‘Parla di ”despotismo morbido“ e ”mette in guardia dai pericoli di un regime che valorizza l’uguaglianza senza offrire il contrappeso della libertà attraverso la partecipazione dei cittadini’”, sottolinea González.

In tal senso, “è un liberale classico, secondo lui, anche se sottolinea un’idea che Arendt sviluppa a modo suo: l’atomizzazione della società, la mancanza di legami, indebolisce la libertà degli individui, li lascia indifesi di fronte al potere dello Stato…”.

In linea di massima, secondo diversi autori, le proposte di Tocqueville (1805-1859) contro il totalitarismo passano attraverso la libertà di associazione, le istituzioni intermedie, il decentramento, la stampa e la partecipazione civica.

Arendt: “Il ”Il sistema totalitario mira al dominio totale»

2 e 3. Hanna Arendt (o Simone Weil), secondo la professoressa Ana Marta González, “si potrebbe continuare dicendo: li sradica (gli individui), li rende vulnerabili alla propaganda…  

La citazione di Weil (1909-1943), l’ho tratta proprio dal suo libro “Echar raíces”, rivela la professoressa. “Negli anni ”20 si parlava di totalitarismo per riferirsi al fascismo, e in seguito il termine è stato usato per paragonarlo al nazismo e al comunismo”.  

Per Arendt (1906-1975), il totalitarismo non è semplicemente una dittatura particolarmente crudele. Il tiranno può eliminare gli avversari, governare in modo arbitrario, abolire le libertà e imporre l’obbedienza, ma governa comunque su esseri umani che intende sottomettere. 

Al contrario, “Arendt sostiene che il sistema totalitario renda gli esseri umani «superflui» e intercambiabili. Ritiene che questo tipo di regimi sia specificamente moderno; essi presuppongono masse sradicate, ideologie onnicomprensive, tecniche moderne di organizzazione, burocrazia e propaganda. È caratteristico del sistema totalitario perseguire il dominio totale su tutte le sfere della vita”, descrive la filosofa.

Karl Popper nel 1990 (Lucinda Douglas-Menzies, Wikimedia Commons).

4. Karl Popper (1902-1994) scrive ‘La società aperta e i suoi nemici’ poco prima di Arendt e Weil, ma “il suo approccio è diverso: da una prospettiva epistemologica, significa semplicemente che nessuno possiede conoscenze sufficienti per progettare razionalmente la totalità sociale…,  per questo il nostro modo di vivere deve lasciare la porta aperta alla critica e alla riforma delle istituzioni”, sottolinea la studiosa.

Popper critica la società chiusa e difende la società aperta; “ma è importante non confondere la società aperta con la società sradicata, che Weil critica”. Altri autori menzionano le riforme graduali, ciò che Popper definiva “ingegneria sociale frammentaria”, in contrapposizione alle utopie rivoluzionarie.

5. Byung-Chul Han (1959-), filosofo tedesco di origine sudcoreana e vincitore del Premio Principessa delle Asturie per la Comunicazione e le Scienze Umanistiche 2025, non si concentra tanto sul totalitarismo classico, quanto sulle forme contemporanee di controllo, autosfruttamento, sorveglianza, trasparenza obbligatoria, reti e manipolazione dell’attenzione. Le sue proposte, come potete osservare qui, mirano a ritrovare la libertà interiore, la contemplazione e gli spazi non soggetti al controllo digitale.

Byung-Chul Han ha scritto, ad esempio, che “la società odierna, dominata dalla dipendenza, è una società priva di attenzione. La percezione è controllata dalla dipendenza e dalla dopamina. La dipendenza e l’attenzione sono forze opposte”. Oppure ancora: “I social media utilizzano algoritmi che creano dipendenza per rendere le persone dipendenti, per controllarle e indirizzarle. Lo smartphone è una macchina digitale della dipendenza”.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Evangelizzazione

La sorella del cardinale Van Thuan è andata a confessarsi, e dall’altra parte c’era proprio lui!

Poco dopo che il venerabile François-Xavier Nguyen Van Thuan fu ordinato sacerdote in Vietnam nel 1953, sua sorella minore entrò in un confessionale senza rendersi conto che suo fratello, che in seguito sarebbe diventato cardinale, era seduto dietro il paravento. Così racconta Élisabeth Nguyen.

OSV / Omnes-18 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

– Courtney Mares, OSV News, Roma

A più di settant’anni di distanza dall’evento, mentre la Chiesa cattolica commemora il 24° anniversario della morte del cardinale vietnamita il 16 settembre, quell’incontro inaspettato rimane uno dei ricordi più cari custoditi dalla sorella minore, Élisabeth Nguyen Thi Thu Hong, e ha cambiato per sempre il modo in cui lei si rapporta al sacramento della confessione.

“Non sapevo che fosse dietro il confessionale, così sono andata a confessarmi, ed era proprio lui”, ha raccontato Nguyen Thi Thu Hong, di 22 anni più giovane del fratello, in un’intervista rilasciata a OSV News all’inizio di quest’anno. Dopo aver riconosciuto la sua voce, gli ha chiesto se avesse intenzione di raccontare ai loro genitori ciò che lei gli aveva confessato.

“Quando sono lì dietro con la mia stola, sono Gesù”

Élisabeth ha detto che non dimenticherà mai la risposta dell’allora padre Van Thuan: “Quando sono lì dietro con la mia stola, sono Gesù. Quindi puoi dire a Gesù tutto quello che vuoi”.

“Quello è stato il momento più bello che ho vissuto con lui”, ha detto.

Promise di pregare per suo fratello quando fosse stato ordinato sacerdote

Ha ricordato anche un episodio precedente, prima dell’ordinazione di suo fratello, quando lui si prendeva cura di lei da bambina. Passeggiando insieme in un giardino, lui le disse che presto sarebbe stato ordinato sacerdote e le chiese cosa potesse fare per aiutarlo a diventare un buon sacerdote. Lei promise di pregare per lui. All’epoca, non immaginava quanto suo fratello avrebbe avuto bisogno di quelle preghiere nei decenni a venire.

13 anni di carcere senza processo né sentenza

Il Cardinale Van Thuan, venerato dalla Chiesa cattolica e in fase di canonizzazione, è noto per aver sopportato eroicamente 13 anni di prigionia sotto il regime comunista del Vietnam. 

Fu arrestato il 15 agosto 1975, quattro mesi dopo che Papa Paolo VI lo aveva nominato arcivescovo coadiutore di Saigon, l’odierna Ho Chi Minh City. Rimase in carcere senza processo né condanna, trascorrendo nove anni in isolamento e altri quattro nei campi di rieducazione.

Durante la sua detenzione, celebrava la Messa in segreto, utilizzando ostie introdotte di nascosto e vino che gli venivano inviati in bottigliette etichettate come “medicinale per il mal di stomaco”. 

Scriveva brevi riflessioni spirituali su foglietti di carta che venivano trascritti a mano e distribuiti tra i cattolici vietnamiti; in seguito, questi testi sono stati raccolti nel libro “Il cammino della speranza”.

Il venerabile cardinale François-Xavier Nguyen Van Thuan, del Vietnam, in una fotografia del 2000. Deceduto nel 2002, fu arrestato dal governo comunista vietnamita nel 1975 e trascorse 13 anni in carcere. (Foto di OSV News/Archivio CNS, Neil Jacobs).

Il secondo di nove figli

Nato il 17 aprile 1928 a Phú Cam, nell’arcidiocesi di Hue, Van Thuan era il secondo di nove figli in una famiglia con una lunga tradizione di martiri cristiani. Nel 1967 divenne il primo vescovo vietnamita di Nha Trang. 

Dopo il suo rilascio dal carcere nel 1988, fu espulso dal Vietnam nel 1991 e si stabilì a Roma. Successivamente, entrò a far parte del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, di cui fu presidente nel 1998, e fu nominato cardinale da papa Giovanni Paolo II nel 2001. È deceduto a Roma il 16 settembre 2002, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Papa Francesco lo ha dichiarato venerabile nel 2017.

In un comunicato In occasione del 24° anniversario della sua morte, il 16 settembre, i postulatori che seguono la causa di canonizzazione del cardinale Van Thuan hanno affermato che tale data “ci invita a riconoscere quanto la sua testimonianza continui ad essere rilevante per la Chiesa e per il mondo di oggi”.

Si aggrappava alla speranza

“Il cardinale Van Thuan non si limitava a parlare di speranza: vi si aggrappò quando, umanamente parlando, tutto sembrava perduto”, hanno affermato i postulatori, aggiungendo che la sua vita dimostra che “la storia può davvero cambiare quando anche una sola persona prende sul serio il Vangelo e la dignità di tutte le persone”.

Anche il gruppo dei candidati, composto da Waldery Hilgeman, Paolo Daviè, Claudia Di Lorenzi, padre Hubertus Blaumeiser e Maria do Sameiro Freitas, ha espresso la propria soddisfazione per il fatto che Papa Leone XIV abbia citato il cardinale Van Thuan nella sua enciclica “Magnifica humanitas” di quest’anno, inserendolo tra i testimoni che hanno incarnato “la speranza del Vangelo e la dignità della persona umana” in condizioni difficili.

Il cardinale Van Thuan è conosciuto dalle generazioni successive grazie ai suoi libri, tra cui “Cinque pani e due pesci”, “Preghiere di speranza, parole di coraggio” e “Il cammino della speranza: un Vangelo dalla prigione”.

50° anniversario del libro ‘Il cammino della speranza’

I suoi promotori hanno inoltre espresso soddisfazione per il fatto che una biografia del cardinale scritta da sua sorella, presentata a Roma a marzo in occasione di una conferenza dal titolo “François-Xavier Nguyen Van Thuan: Testimone della speranza”, abbia commemorato anche il 50° anniversario della pubblicazione di “Il cammino della speranza”.

Diversi cardinali che avevano conosciuto Van Thuan hanno condiviso i propri ricordi durante quella conferenza. Il cardinale Luis Antonio Tagle ha ricordato di essersi sentito estremamente nervoso mentre pronunciava un discorso davanti ai vescovi asiatici nelle Filippine nel 1995, al termine del quale il cardinale Van Thuan lo ha incoraggiato.

Cardinale Tagle: “In lui non c’era traccia né di amarezza né di odio”

“Il vescovo disse: ‘Sono l’arcivescovo Francisco Javier Nguyen, del Vietnam, e attualmente svolgo il mio ministero in Vaticano’. Mi è sembrato di essere stato colpito da un fulmine. Era la persona di cui avevo tanto sentito parlare. Ora era lì davanti a me, a consolarmi, a rassicurarmi, a darmi forza”, ha ricordato il cardinale Tagle.

“Ci siamo seduti. Mi ha raccontato la sua storia. Era pomeriggio. Mi ha colpito il fatto che, mentre ricordava esperienze dolorose e persino umilianti, la sua voce rimanesse calma e il suo volto sereno. Non c’era in lui né traccia di amarezza né di odio”, ha aggiunto.

Ha sostenuto i rifugiati vietnamiti “in tutto il mondo”

Il cardinale Michael Czerny, prefetto emerito del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha ricordato come il cardinale Van Thuan abbia trascorso i suoi primi anni a Roma svolgendo un “lavoro straordinario a sostegno dei rifugiati vietnamiti in tutto il mondo, sia sul piano umano che spirituale, promuovendo una rete di aiuto internazionale e un’ampia gamma di iniziative”.

Il cardinale sudcoreano Lazarus You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, che conobbe personalmente il cardinale Van Thuan, lo descrisse come “un uomo di grande gentilezza, serenità e libertà interiore” che evangelizzò persino in carcere. Ha riportato la testimonianza di una delle ex guardie del cardinale, che in seguito è stata battezzata e ha affermato che conoscere il futuro cardinale era stato “l’incontro più importante della mia vita”.

“Sono felice qui, in questa cella, dove crescono funghi bianchi”

Durante la conferenza di marzo, la sorella del cardinale Van Thuan ha anche raccontato come la sua famiglia, allora rifugiata a Sydney, in Australia, venisse a sapere nel 1976 che il fratello maggiore era stato trasferito in isolamento, notizia che fece piangere la madre. 

Durante quel periodo di isolamento nel carcere di Phú Khánh, il cardinale Van Thuan scrisse, in occasione della festa del Santo Rosario: “Sono felice qui, in questa cella, dove crescono funghi bianchi sulla mia stuoia, perché Tu sei qui con me, perché vuoi che io viva qui con te. Ho parlato molto nella mia vita: ora non parlo più. È il tuo turno di parlarmi, Gesù; ti ascolto”.

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Courtney Mares è la redattrice che si occupa di notizie dal Vaticano per OSV News. Seguila su X, @catholicourtney

Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

L'autoreOSV / Omnes

Evangelizzazione

Argilla nelle mani di Dio: Isaac Delgado e la missione digitale

Isaac Delgado è un giovane costaricano che, in seguito a un profondo risveglio spirituale grazie al rosario, ha fondato Lutum cattolico, un progetto di evangelizzazione digitale su Instagram che conta 185.000 follower.

Juan Carlos Vasconez-18 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Isaac Manuel Delgado Murillo è un giovane costaricano di 23 anni che sta completando la laurea in Economia aziendale. La sua vera passione e il lavoro che riempie le sue giornate ruotano attorno ad ambiziosi progetti di evangelizzazione digitale. Sebbene sia cresciuto in una famiglia cattolica, dove gli sono stati inculcati i valori cristiani, lui stesso riconosce che all’inizio si trattava di una fede ereditata.

Il punto di svolta verso un incontro personale con Dio è iniziato con una pratica di devozione molto tradizionale: la recita del Rosario. Quando ha provato a recitarlo da solo per la prima volta, si è reso conto che in realtà non sapeva come farlo. “Credo che sia stato il Rosario peggiore che abbia mai recitato, ma anche quello che ho recitato con il cuore più sincero”, confessa con umorismo e semplicità, ricordando come abbia saltato alcune parti e si sia confuso. 

Nonostante gli intoppi, la grazia ha fatto il suo lavoro: “Ho sentito quell’amore di una Madre, e ogni volta che lo recitavo mi avvicinavo sempre di più a suo Figlio”. Quell’esperienza ha rafforzato la sua convinzione che la fede non sarebbe cresciuta allo stesso modo senza quell’inizio, confermando che “Il rosario cambia la vita ed è un’abitudine che, poco a poco, ti porta sempre più in là”.

Quello stesso giorno, sentì una chiamata profonda e travolgente a formare un gruppo di giovani per condividere la fede, spinto dalla preoccupazione di vedere molte persone della sua età completamente lontane dalla Chiesa. Pieno di inquietudini, si mise a scrivere argomenti e attività, sognando inizialmente un progetto in presenza. Tuttavia, quando invitò i suoi amici più cari, la risposta fu nulla: “nessuno ha voluto partecipare”. Non ha avuto successo nemmeno quando lo ha proposto ad alcuni amici cattolici che aveva conosciuto su Internet.

Lavorare senza perdersi d'animo

Lungi dal perdersi d'animo, Isaac ha deciso di aprire un account su Instagram per condividere tutto il materiale che aveva raccolto sulle storie dei santi e sull'immensa ricchezza della Chiesa. 

La sua speranza era che, adottando uno stile rivolto ai giovani, i contenuti potessero attirare le persone e dare vita a un gruppo virtuale. È così che è nato Lutum cattolico, un apostolato che porta ai giovani la Parola di Dio su Internet e che prende il nome dal termine latino che significa “fango”. 

Quello che era iniziato in segreto e senza la pretesa di raggiungere un vasto pubblico attirò rapidamente numerosi giovani, dimostrandogli che il progetto andava ben oltre i suoi piani: “Sono convinto al 100 % che questa sia una cosa che viene da Dio”.

Vivere la fede in comunità

Questa rapida crescita ha portato con sé nuove sfide. Isaac ha dovuto affrontare la tentazione di vivere il proprio apostolato in solitudine, ma ben presto ha compreso che “Questo cammino deve sempre essere intrapreso in comunità”. Entrando a far parte di iniziative e reti cattoliche, ha scoperto che Dio gli aveva preparato un percorso fatto di creazione di contenuti e video, stringendo amicizie inestimabili e viaggiando in luoghi che non avrebbe mai immaginato. “Se oggi il mio account dovesse scomparire, credo davvero che non mi darebbe fastidio, perché il regalo l’ho già ricevuto da tutti i miei amici”, afferma con fermezza.

Questa vocazione comunitaria lo ha portato ad andare oltre i confini, collaborando attivamente a progetti come Un miracolo per il Messico, partecipando a una rete di missionari digitali e sostenendo l’organizzazione dell’evento Atti 29 in Costa Rica. Uno dei momenti salienti della sua carriera è stata la collaborazione con il Dicastero per la Comunicazione in occasione del Giubileo dei Missionari Digitali a Roma. 

Durante una Messa nella Basilica di San Pietro, quando vide entrare il cardinale Tagle, la sua mente tornò a quel primo rosario recitato nella sua stanza, e si rese conto con stupore che “Le vie di Dio sono un mistero, ma sono sempre ciò che c’è di meglio per noi”.

Riflettendo sull’eredità che desidera lasciare, Isaac comprende che la missione è un dono straordinario, ma avverte che “Può diventare un pericolo per chi intraprende questa missione, perché lungo questo cammino ci sono molte tentazioni”. Per questo motivo, il suo desiderio più grande è quello di tendere una mano agli altri evangelizzatori, aiutandoli a superare gli ostacoli sulla base dei propri errori e delle proprie mancanze. Facendo proprie le parole di Papa Francesco, il giovane creatore si definisce come “un povero peccatore verso il quale Dio ha avuto grande misericordia”.

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20.000 biglietti gratuiti per visitare la Sagrada Familia fino al 20 settembre

La Sagrada Familia mette a disposizione 20.000 biglietti gratuiti per visitare il tempio e seguire da vicino l'avanzamento dei lavori durante le feste di La Mercè.

Redazione Omnes-17 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

In concomitanza con le feste della Mercè, la Basilica della Sagrada Família celebrerà anche quest’anno le sue Giornate delle porte aperte. In questa edizione vengono messi a disposizione 20.000 biglietti gratuiti per visitare il tempio e conoscere lo stato attuale dei lavori.

Le visite si terranno il 24, 25, 26 e 27 settembre, dalle 16:00 alle 20:00, tranne sabato 26, quando l’orario sarà dalle 15:00 alle 18:00. I biglietti saranno assegnati tramite un sorteggio aperto. Gli interessati possono iscriversi dal 14 settembre fino a domenica 20 alle ore 21:00 tramite il forma autorizzato dalla Sagrada Familia. L'esito del sorteggio sarà comunicato a partire dal 20 settembre.

Il percorso consentirà di visitare la facciata della Natività, l’interno della Basilica, il Percorso liturgico, il museo e la facciata della Passione. Inoltre, i visitatori potranno scoprire la mostra «La forza di un sogno condiviso», inserita nel programma commemorativo dell’Anno Gaudí. Attraverso una serie di fotografie, la mostra ripercorre alcuni momenti chiave della storia della Sagrada Família e pone l’accento sulle persone che hanno contribuito a mantenere vivo il progetto.

La principale novità di quest’anno sarà nel cortile dei materiali, dove saranno esposte tre sculture destinate all’esterno della futura cappella dell’Assunzione: le figure di San José Oriol e San Roque, insieme a uno dei quattro angeli che coroneranno la cupola e sosterranno il mantello blu della Vergine Maria.

Le Giornate delle porte aperte consentiranno così di far conoscere ai cittadini sia il patrimonio della Basilica sia l’evoluzione dei lavori che continuano a progredire verso il completamento del progetto di Gaudí.

Per ulteriori informazioni e richieste: sagradafamilia.org/es/faqs-puertas-abiertas

Risorse

Da «Nostra aetate» a «Un cammino di speranza»: il dialogo interreligioso in una cultura dell’incontro

A sessant’anni dalla promulgazione della storica dichiarazione conciliare sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane, la Santa Sede presenta un documento di grande rilevanza teologica e pedagogica, che ripercorre l’eredità della «Nostra aetate», valuta le sfide del presente e traccia le linee guida future del dialogo interreligioso.

Ramiro Pellitero-17 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Il 28 ottobre 1965, nel pieno dell’effervescenza del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica rese pubblica la Dichiarazione Nostra aetate «sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane». Quel testo breve, ma estremamente audace, segnò una svolta irreversibile affermando che la Chiesa «non rifiuta nulla di ciò che in queste religioni è vero e santo» (NA 2).

Sessant’anni dopo, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato congiuntamente la Nota commemorativa «Un cammino di speranza». Il documento, approvato da Papa Leone XIV dopo l’udienza con i prefetti e i segretari dei tre dicasteri, non si presenta come un bilancio burocratico, ma come un manifesto vivo e urgente per un pianeta minacciato dalla polarizzazione, dal ripiegamento identitario e dalle conseguenze della guerra.

Le radici ebraiche e la memoria imprescindibile dell'Olocausto

L'articolo ricorda con precisione giornalistica e storiografica che Nostra aetate non è nato come un esercizio accademico, ma come una risposta diretta alle atroci conseguenze dell’antisemitismo e dell’Olocausto. Il documento racconta come san Giovanni XXIII, profondamente colpito dal suo provvidenziale incontro con lo storico ebreo Jules Isaac e grazie alla mediazione di Maria Vingiani, abbia incaricato il cardinale Augustin Bea di redigere un testo volto a sanare i rapporti tra la Chiesa e il popolo ebraico.

Nel suo percorso teologico, la Nota sottolinea che Gesù era ebreo e non ha mai smesso di esserlo. Citando la teologia del XX secolo, afferma che nell’Incarnazione il Verbo si è fatto «carne ebraica». Per questo motivo, il dialogo ebraico-cristiano non è né una scelta diplomatica né una pratica secondaria, ma un elemento intrinseco affinché la Chiesa comprenda la propria identità e una componente essenziale della propria missione. 

L'alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile (cfr. Rm 11, 29). Allo stesso tempo, il testo mantiene la confessione di Cristo come unico Redentore. Chiarisce che, pertanto, ciò non implica sostenere due vie parallele di salvezza, ma riconoscere che la religiosità ebraica vissuta oggi continua ad essere un valore attivo che arricchisce i cristiani. «Ciò che Gesù ha apportato al cristianesimo come eredità ebraica fa parte della struttura teologica del cristianesimo stesso» (Un percorso di speranza, 11).

Inoltre, il documento ribadisce la condanna dell'antisemitismo e sottolinea che la memoria dell'Olocausto costituisce un monito permanente contro il pericolo dell'odio razziale e religioso.

Una sinfonia magistrale: dalla «logica di Assisi» al paradigma del poliedro

Il testo offre un percorso didattico attraverso l’insegnamento degli ultimi sei pontefici, mostrando come il dialogo sia diventato uno stile di vita ecclesiale:

- San Paolo VI: inaugurò la struttura istituzionale del dialogo istituendo nel 1964 il Segretariato per i non cristiani e propose in Ecclesiam suam la metodologia dei cerchi concentrici di dialogo con il mondo.

- San Giovanni Paolo II: ha dato visibilità mondiale a questa intuizione convocando lo storico Incontro di Assisi nel 1986, dove i leader di diverse religioni hanno pregato per la pace secondo la propria identità. Ha articolato le due esigenze inscindibili della missione: la fedeltà incrollabile a Gesù Cristo e l’apertura sincera al dialogo. Nella sua enciclica Redemptoris mIssio (1990) ha ribadito il valore permanente del mandato missionario. Durante la sua visita alla sinagoga di Roma (1986), ha definito gli ebrei «i nostri fratelli maggiori».

- Benedetto XVI: ha collegato il dialogo all’esigenza della ragione e della verità, denunciando che il fondamentalismo e la violenza in nome di Dio costituiscono una radicale falsificazione della religione. Ha considerato gli ebrei come «padri nella fede».

- Francesco: ha dato impulso all’era della «fraternità universale» descritta nell’enciclica Fratelli tutti. Ha introdotto il modello del poliedro e ha definito una bussola etica per valutare l’autenticità di qualsiasi religione: l’attenzione concreta alla persona ferita sul ciglio della strada e la cura dei più poveri.

- Leone XIV: ribadisce che «chi usa il nome di Dio per legittimare il terrorismo, la violenza o la guerra tradisce il suo volto». Propone tre parole chiave per ogni dialogo: pace, giustizia e verità.

Luci, ombre e i quattro livelli del dialogo interreligioso

Con notevole realismo, la Nota non elude le resistenze esistenti. Denuncia il persistere dei pregiudizi, la crescente indifferenza in molti paesi nei confronti di qualsiasi forma di spiritualità, il timore del relativismo dottrinale, la recrudescenza del fondamentalismo, la strumentalizzazione politica della religione e la grave persecuzione subita da molte comunità cristiane nel mondo.

Innanzitutto, ribadisce l'insegnamento del Concilio in Nostra aetate: «Non possiamo invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci in modo fraterno con alcuni uomini, creati a immagine di Dio. […] La Chiesa, pertanto, condanna come estranea allo spirito di Cristo qualsiasi discriminazione o vessazione per motivi di razza o colore, di condizione o religione» (NA, 5).

Da parte sua, la presente Nota sottolinea: «Il dialogo presuppone una chiara consapevolezza della propria identità religiosa e culturale, unita a una reale apertura all’alterità, condizione indispensabile per la convivenza nelle società pluralistiche. Deve essere privo di ambiguità, evitando il relativismo e il sincretismo, nel rispetto della massima identità e nell’impegno per il massimo dialogo» (Un percorso di speranza, 22).

Di fronte alle difficoltà, il documento mette in risalto i risultati quotidiani e silenziosi attraverso le quattro modalità ivi definite Dialogo e annuncio (1991): 1) il dialogo della vita: la convivenza pacifica tra vicini di fedi diverse nei paesi e nelle città; 2) il dialogo dell'azione: la collaborazione a progetti di giustizia, solidarietà ed ecologia; 3) il dialogo teologico: il rigoroso scambio dottrinale tra esperti; 4) il dialogo sull'esperienza religiosa: la comunione contemplativa e spirituale promossa, in questo contesto interreligioso, soprattutto da alcuni gruppi di monaci e monache.

Nello stesso documento si sottolinea che, essendo l’annuncio di Cristo il cuore della missione cristiana, il dialogo interreligioso non solo è compatibile con tale annuncio, ma ne costituisce una dimensione essenziale e complementare, in quanto canale per la testimonianza cristiana.

A questi quattro livelli si aggiungono risultati recenti come la Rete delle donne per il dialogo interreligioso e l'apertura al discernimento fraterno con i seguaci di nuove esperienze religiose.

Perché leggere questa nota proprio oggi? Una «pedagogia della speranza»

La lettura di «Un cammino di speranza» è indispensabile per teologi, educatori, operatori pastorali e qualsiasi lettore desideroso di comprendere gli aspetti fondamentali dell’attuale contesto socioculturale. Il documento respinge categoricamente l’idea di creare una religione mondiale sincretica che appiattisca le differenze. Al contrario, invita a fare un esame delle nostre attitudini per passare dalla logica dell’isolamento alla cultura dell’incontro.

Questo testo dimostra che dialogare Non significa rinunciare alla verità né mettere in discussione la propria identità. È piuttosto l’arte di comunicare con pazienza e coraggio, riconoscendo nell’altro un interlocutore e un compagno di viaggio. 

«Il dialogo che si apre sulla scia di Nostra aetate –afferma la Nota– non è un esercizio puramente teorico, ma un impegno etico e spirituale condiviso, orientato alla pace, alla giustizia e alla tutela della casa comune» (Un percorso di speranza, 35). Afferma che i credenti – in qualche modo uniti – sono testimoni dell’amore di Dio e che sono anche capaci di dialogare con tutti. 

Per quanto riguarda il pedagogia del dialogo, implica, innanzitutto, «una formazione approfondita nei seminari, negli istituti teologici e nei percorsi pastorali. Non basta più proclamare l’importanza del dialogo: ora occorre viverlo, fornendo ai fedeli gli strumenti per parteciparvi in modo consapevole, critico e sereno». Tra i fattori che favoriscono e sostengono l’incontro e il dialogo interreligioso, si citano «la conoscenza delle religioni, la storia delle relazioni interreligiose, l’elaborazione di linee guida per il dialogo e la promozione dell’alfabetizzazione religiosa (alfabetizzazione religiosa)» così come è necessario integrare la comprensione delle questioni culturali e geopolitiche contemporanee nella formazione cristiana (Ibidem., 48).

Sfogliando le sue pagine, il lettore troverà in questo documento un antidoto contro il disincanto e un invito a diventare «costruttore di ponti e artefice di pace» in un mondo devastato dalla violenza.

Vaticano

La Chiesa rilancia il dialogo e l'incontro tra civiltà e religioni

A sessant’anni dalla dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’, che ha aperto un orizzonte di incontro, rispetto e ospitalità spirituale nel dialogo interreligioso, come ha affermato Leone XIV, tre Dicasteri della Santa Sede hanno pubblicato la Nota ‘Un cammino di speranza’, approvata dal Papa, che rinnova e rilancia questo dialogo

Francisco Otamendi-17 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Il documento è una riflessione congiunta dei Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso, che passa in rassegna, in 60 punti e 95 note, gli aspetti chiave e le sfide fondamentali del dialogo interreligioso in vista dei prossimi anni. La Nota, di circa 20 fogli, è stata approvata da Leone XIV lo scorso 22 giugno.

Il testo tratta dei “frutti visibili e silenziosi” della dichiarazione Nostra Aetate, firmata da san Paolo VI il 28 ottobre 1965, le resistenze e le incomprensioni che persistono, la pedagogia del dialogo che occorre approfondire, nonché le prospettive e gli orientamenti per il futuro del dialogo interreligioso.

Nella conclusione, ai paragrafi dal 57 al 60, si afferma che la Chiesa cattolica guarda al percorso compiuto con profonda gratitudine, “perché ha trasformato radicalmente il volto delle relazioni interreligiose”, e si sottolinea che “il messaggio di ‘Nostra aetate’... è ancora di grande attualità”.

“Affinché le religioni trasformino il mondo, un’educazione rinnovata nel dialogo”

Tuttavia, la fratellanza tra credenti di diverse tradizioni religiose non è un semplice ideale, ma un’esigenza morale, spirituale e sociale, sottolinea il testo. 

E “di fronte alle sfide attuali — estremismi religiosi, migrazioni globali, secolarizzazione, crisi ecologiche e sociali —, le religioni sono chiamate a trasformare il mondo e la società affinché diventino espressioni fraterne» ”della volontà di Dio».

“Questo compito passa necessariamente attraverso una rinnovata educazione al dialogo, soprattutto tra le giovani generazioni, per superare le paure e i pregiudizi e radicare una vera cultura dell’incontro”.

Rifiuto dell'antisemitismo

Il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica secondaria per i cristiani, sottolinea il documento, e la “solidarietà con il popolo ebraico comprende anche la lotta comune contro l'antisemitismo”. La Nota dedica numerosi punti (nn. 10 e segg.) alla spiegazione dei rapporti con il popolo ebraico e cita gli ultimi Papi, tra cui Benedetto XVI, Francesco e Papa Leone XIV.

Il cancello con la scritta “Arbeit macht frei” (‘Il lavoro rende liberi’) è visibile il 27 gennaio 2025 nel campo di concentramento e di sterminio nazista tedesco di Auschwitz-Birkenau a Oswiecim, in Polonia. (Foto di OSV News/Grzegorz Celejewski, Reuters).

Vengono riportati ampiamente, ad esempio, alcuni brani di un’udienza generale del 2009 in cui Benedetto XVI affermò: “Nel rinnovare con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà verso i nostri fratelli destinatari della Prima Alleanza, spero che il ricordo dell’Olocausto spinga l’umanità a riflettere sul potere imprevedibile del male quando conquista il cuore dell’uomo. Che l’Olocausto sia, per tutti, un monito contro l’oblio, la negazione o il riduzionismo, perché la violenza commessa contro un solo essere umano è violenza contro tutti”.

Crescente consapevolezza critica nei confronti dell'islamofobia

Tra gli altri risultati, il documento sottolinea “la crescente consapevolezza critica nei confronti delle manifestazioni di islamofobia, che non distinguono adeguatamente i casi di fondamentalismo e violenza dalla convivenza pacifica degli altri credenti musulmani che si integrano e lavorano nei paesi che li accolgono”. 

“Dobbiamo ringraziare le comunità cristiane che sono cresciute in uno spirito di accoglienza e anche di maggiore conoscenza e stima nei confronti dei credenti musulmani”, si sottolinea.

Papa Leone XIV accompagna i leader musulmani turchi e i loro assistenti all'uscita dalla Moschea del Sultano Ahmed, nota anche come Moschea Blu, dopo una visita privata a Istanbul, in Turchia, il 29 novembre 2025. (Foto CNS/Lola Gomez).

La sfida costante del dialogo

'Nostra aetate’ continua a ispirare le decisioni pastorali e teologiche della Chiesa e ad alimentare quel dialogo con le diverse tradizioni religiose. Tuttavia, i firmatari della Nota (i cardinali prefetti Víctor Manuel Fernández, Kurt Koch e George Koovakad, e i segretari monsignor Armando Matteo, Flavio Pace e Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage), affermano al punto 3 dell’Introduzione che tale dialogo costituisce anche “una sfida permanente”.

E si chiedono: “Come conciliare la fedeltà all’identità cristiana e la sincera apertura all’alterità? Come vivere concretamente la chiamata alla fratellanza universale in società segnate da una crescente diversità culturale e religiosa, dalla guerra e dalla violenza, e caratterizzate da una tendenza sempre più marcata verso la secolarizzazione?”.

In questo documento rispondono essenzialmente a queste domande, delineando le prospettive future.

“Non si tratta di fondare una grande religione mondiale”

Prima di proseguire in ordine quasi cronologico, è opportuno anticipare i punti 52 e 53, in cui la Nota afferma chiaramente, per evitare sospetti, che “non si tratta di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze siano messe sullo stesso piano. Tale possibilità va scartata per rispetto verso se stessi e verso gli altri. Si tratta, invece, di costruire una società fraterna capace di accettare le differenze”.

“Questa intenzione rimane il fulcro del dialogo interreligioso, proprio come lo era già nella Dichiarazione Nostra aetate, e negli sforzi in tal senso che hanno caratterizzato i decenni successivi alla sua promulgazione”, aggiunge.

“Il dialogo non consiste solo nell’esporre le proprie dottrine o nel confrontare le proprie visioni del mondo; oggi, di fronte a coloro che fomentano divisioni e preparano conflitti, i credenti delle diverse tradizioni e, in primo luogo, i loro leader, consapevoli delle loro differenze inconciliabili, sono chiamati a cercare, con lucidità e speranza, le condizioni per una convivenza pacifica”.

Perché rinnovare le forme di dialogo

Poche righe prima, il testo aveva evidenziato le ragioni che “impongono di rinnovare le forme di dialogo in un mondo in rapida trasformazione”.

Qui (n. 52) si parla di “le tensioni identitarie, l’isolamento delle comunità, le ideologie fondamentaliste, i conflitti con connotazioni religiose, la manipolazione politica del fatto religioso, ma anche la crescente indifferenza in molti paesi verso qualsiasi forma di spiritualità”.

Di conseguenza, “il futuro del dialogo interreligioso richiede oggi una riflessione rinnovata e impegni particolarmente chiari”, sottolinea il documento.

Il 28 ottobre 2025, Papa Leone XIV ha partecipato a una preghiera cristiana ecumenica al Colosseo di Roma, prima di unirsi ai rappresentanti di altre religioni all’esterno per invocare la pace (Foto CNS/Vatican Media).

Cambiare la mentalità ed evitare malintesi

Per raggiungere tale obiettivo, affinché le diverse tradizioni – e in primo luogo i loro leader, come si è visto – possano “ricercare, con lucidità e speranza, le condizioni per una convivenza pacifica”, il testo ritiene “necessario attuare una vera e propria trasformazione delle mentalità: abbandonare le logiche di difesa, ostilità o conquista, per adottare un atteggiamento aperto, benevolo e coraggioso”.

Nonostante i progressi, le difficoltà del dialogo permangono, prosegue la Nota. “In alcuni ambienti si continua a dubitare della sua opportunità, temendo un relativismo dottrinale o un indebolimento dell’identità religiosa. (…) Alcuni si chiedono ancora se si tratti di un problema pastorale, di un atto di carità, di uno scambio teologico o della necessità di un impegno politico per il bene comune” (n. 44).

“Al di fuori dei confini ecclesiali, i malintesi non sono da meno (n. 45). In alcune regioni, i rapporti tra credenti di religioni diverse sono storicamente conflittuali e il ricordo di antiche ferite ostacola la fiducia reciproca, nonostante l’esortazione della Dichiarazione Nostra aetate «affinché, dimenticando il passato, mettano sinceramente in pratica la comprensione reciproca», in particolare tra cristiani e musulmani.  

Il cammino continua a essere impegnativo: richiede umiltà, coraggio e discernimento, sottolinea il testo (n. 45), e non è meno importante mettere in evidenza le persecuzioni subite dai cristiani in diverse parti del mondo per mano di gruppi religiosi estremisti, si aggiunge.

Manifesti di artisti ebrei del XVIII secolo al Museo Ebraico di Roma (foto di archivio del 2010, CNS/Paul Haring).

Conclusioni: 4 punti

Sebbene alcune conclusioni contenute nella nota dei tre Dicasteri siano già state anticipate, è opportuno sintetizzarne alcune.

1. "È giunto il momento di promuovere una nuova etica del dialogo: una cultura della complessità, della flessibilità e dell'amicizia. Non si tratta più di temere o di tenere a distanza l“”altro credente», l’altra civiltà, l’altro modo di pensare, ma di osare l'incontro".

"Le civiltà e le religioni possono certamente entrare in conflitto, ma possono anche entrare in risonanza, in una dinamica creativa, sapendo trasformare la diversità in solidarietà. L’alterità non deve più essere vissuta come un ostacolo, ma come una sfida da affrontare” (n. 55).

2. Un modello di dialogo più ricco e articolato Non solo è, quindi, auspicabile per il futuro, ma è già presente in nuce, sia all’interno della Chiesa che nei suoi rapporti con le altre tradizioni religiose. (…). È in questa interazione che si costruisce un futuro comune, in cui la pace e l’amicizia non sono più utopie, ma frutti maturi dell’incontro” (n. 56).

3. La Chiesa invita tutti a diventare “costruttori di ponti, non di muri”, artigiani della pace e della fratellanza, capaci di accogliere l’altro nella sua diversità, di riconoscerne le ricchezze spirituali e di collaborare alla costruzione di una società più giusta e più umana”.

Il testo cita qui il Papa Leone XIV: “La testimonianza della nostra fratellanza, che spero sapremo manifestare con gesti concreti, contribuirà senza dubbio a costruire un mondo più pacifico, proprio come desiderano nel profondo del cuore tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

4. “È necessario procedere con determinazione in questa direzione, sostenuti dalla grazia di Dio e dal tesoro spirituale delle tradizioni religiose». 'Nostra aetate’, sessant’anni fa, “ha portato speranza al mondo che usciva dalla Seconda guerra mondiale. Oggi siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vangelo

La disoccupazione spirituale: “Andate anche voi nella mia vigna”. XXV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 20 settembre 2026.

Vitus Ntube-17 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel Vangelo di oggi, Gesù presenta il Regno di Dio attraverso l’immagine del lavoro. La parabola dei lavoratori della vigna rivolge la nostra attenzione verso tre realtà: la chiamata di Dio, la natura del nostro lavoro e la ricompensa che Egli promette. Tuttavia, ciascuna di esse si manifesta in modo molto diverso dalle nostre aspettative umane. Per mezzo del profeta Isaia, il Signore dichiara: “Come il cielo è lontano dalla terra, così le mie vie sono lontane dalle vostre e i miei progetti dai vostri”. Il modo di pensare di Dio non è semplicemente diverso dal nostro; è infinitamente più saggio e più pieno d’amore.

Il Vangelo ci rivela, innanzitutto, che Dio vuole che tutti lavorino nella sua vigna. Non c’è posto per la disoccupazione spirituale. Il proprietario della vigna esce ripetutamente alla ricerca di lavoratori: all’alba, a metà mattina, a mezzogiorno, a metà pomeriggio e quasi alla fine della giornata. In ogni occasione cerca coloro che sono ancora disoccupati e dice loro: “Andate anche voi nella mia vigna”. Il punto centrale della parabola non è, in primo luogo, la ricompensa, ma la chiamata. Prima ancora di parlare della ricompensa, c’è l’invito di Dio.

Il secondo insegnamento riguarda l’atteggiamento con cui lavoriamo. Al termine della giornata, gli operai che avevano lavorato fin dalla prima ora cominciarono a mormorare: “Questi ultimi hanno lavorato solo un’ora e li hai trattati allo stesso modo di noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo afoso”. Ciò che all’inizio avevano accettato di buon grado ora, ai loro occhi, si trasforma esclusivamente in “il peso della giornata e l’afa”. Non considerano più un privilegio lavorare per il proprietario della vigna, ma si confrontano con gli altri.

Joseph Ratzinger offre una bellissima riflessione su questa parabola. Potremmo finire per assomigliare agli operai assunti alla prima ora. Quando scoprirono che chi aveva lavorato poco riceveva lo stesso salario, smisero di apprezzare il privilegio di aver lavorato per l’intera giornata. Invece di rallegrarsi per ciò che avevano ricevuto, cominciarono a fissarsi su ciò che ricevevano gli altri. Ma erano davvero sicuri che passare la giornata senza fare nulla fosse meglio che trascorrerla lavorando? E perché la loro soddisfazione per la paga dipendeva dal fatto che gli altri ricevessero meno?

La parabola non è stata raccontata solo per descrivere quei braccianti; è stata raccontata per noi. Ogni volta che ci chiediamo: “Perché devo vivere una vita cristiana?”, iniziamo a pensare come gli operai della prima ora. Immaginiamo che la “disoccupazione spirituale” — una vita senza preghiera, senza fede, senza sacrificio e senza impegno verso Dio — sia più facile, più libera e più felice della vita nella vigna del Signore. Ma è davvero così? Una vita senza Dio è più piena di una vita vissuta in amicizia con Lui?

Vaticano

Cardinale Bustillo: “Bisogna recuperare i valori del Vangelo per ricostruire la vita sociale”

In questa intervista, il cardinale francescano François Bustillo, vescovo di Ajaccio, analizza come la società occidentale contemporanea sia profondamente frammentata e propone di ricomporla attraverso un progetto relazionale di ampio respiro.

Javier García Herrería-17 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

In questa intervista, il cardinale francescano François Bustillo, vescovo di Ajaccio (Corsica), analizza come la società occidentale contemporanea sia profondamente frammentata e propone di ricomporla attraverso un progetto relazionale di ampio respiro. Per raggiungere questo obiettivo, l’autore sostiene la necessità di smantellare il “tribunale” del sospetto e del linciaggio sui social media, contrapponendo a questa frenesia digitale il silenzio e la distanza riflessiva della tradizione monastica, che permette di giudicare le cose con calma e misura.

Bustillo invita a un cambiamento di prospettiva che sostituisca l’individualismo con il bene comune —considerando l’altro come un alleato anziché come una minaccia— ed esige un esercizio dell’autorità politica ed ecclesiale fondato sull’umiltà e sull’ascolto, trasformando le differenze in una ricchezza collettiva che consenta di ricostruire insieme il tessuto sociale danneggiato.

Ha appena pubblicato Ricostruzione. Una società lacerata può sopravvivere?, su come risanare una società lacerata. Qual è la tesi del libro?

—Con grande semplicità, direi che condivido quanto affermava Max Weber all’inizio del XX secolo: che viviamo in “un mondo disincantato”. Non posso limitarmi a constatare che il mondo va male, che la società va male, o a stilare un elenco di tutto ciò che non funziona nella società. Il mio obiettivo — poiché sono credente e figlio della Resurrezione — è spiegare come la nostra società possa migliorare. E forse, in questo senso, dobbiamo riconoscere che, nella nostra società occidentale, abbiamo messo da parte i valori e i principi del Vangelo.

Per questo, nel libro propongo, in modo semplice ma diretto, di tornare a quei principi che oggi non vengono messi in pratica, ma che danno forza e solidità alla nostra società: l’amore, il perdono, il non giudicare, il non condannare, il donare. Per me, questi principi del Vangelo non sono poesia, sono le fondamenta di una società migliore, di una società evangelizzata e, proprio perché evangelizzata, civilizzata.

Nella prima parte del libro sottolinea che sui social stiamo demonizzando sia i politici che le persone comuni.

—Viviamo in una società in cui, con grande disinvoltura, attraverso i social network e il potere dei media, alimentiamo polemiche: “Ha detto, non ha detto, sono d’accordo, non sono d’accordo…”. Credo che, a questo punto, la nostra società meriti e abbia bisogno di una riflessione.

Il sistema mediatico e, soprattutto, quello dei social network, trasmette un messaggio molto elementare e basato su principi molto rudimentali. Prevale una mentalità più da giudici che da filosofi. Si giudica e si condanna senza disporre degli elementi né degli argomenti necessari, invece di comportarsi come filosofi che, di fronte alle questioni, cercano soluzioni partendo dalla riflessione, non dall’emozione.

In effetti, siamo esseri umani, non robot. Concordo sul fatto che ci debba essere emozione, ma c’è una mancanza di riflessione. Dobbiamo prenderci il tempo necessario per approfondire certi argomenti e non reagire in modo impulsivo e, spesso, ingiusto.

A questo proposito, quali scene del Vangelo dovremmo tenere maggiormente presenti per comprendere la posizione cristiana su questi temi?

—Se cito alcuni passaggi del Vangelo è perché, in fin dei conti, Gesù ci ha detto duemila anni fa di stare attenti ai nostri giudizi. Quando vediamo, ad esempio, la donna adultera, gli uomini della legge sono già pronti a giudicare, l’hanno già condannata. Gesù smantella la nostra capacità di giudicare e condannare senza conoscere tutta la storia. Ci chiede chi sia senza peccato. Sembra che viviamo in una società in cui da una parte ci sono i puri e i perfetti, e dall’altra tutti gli altri. Questo dualismo è pericoloso per la nostra società, perché non tutto è bianco o nero, né nella società né nelle nostre vite.

Vediamo anche altri brani del Vangelo, come quello su Giovanni Battista e la figlia di Erodiade: “Voglio la testa di Giovanni Battista su un vassoio”. Oggi molti chiedono la testa degli altri, e anche questo è pericoloso. Da un lato, c’è la facilità di “chiedere la testa di qualcuno” solo perché non ci piace o perché non è d’accordo con noi. D’altra parte, forse oggi non ci sono più lapidazioni con le pietre, ma lapidiamo con i libri, con i tweet, con le parole. Molte volte, con ciò che scriviamo, finiamo per infangare la dignità delle persone. In una società dura e violenta occorre recuperare i valori del Vangelo per ricostruire una vita sociale pacifica.

«Dobbiamo prenderci un po» di tempo per approfondire certi argomenti e non reagire in modo impulsivo e, spesso, ingiusto»

Cardinale François-Xavier BustilloVescovo di Ajaccio

A coloro che si dedicano professionalmente al mondo dei social network, ai “missionari digitali”, quale messaggio vorrebbe trasmettere?

—I social media, di per sé, sono una cosa bella. Ma non bisogna né idolatrarli né demonizzarli. Sono mezzi al servizio di uno scopo: trasmettere un messaggio.

Possiamo trasmettere un messaggio positivo o negativo. Ho notato che in Francia l’evangelizzazione avviene in gran parte attraverso i social media. Oggi, molti dei giovani che in Francia si convertono e si avvicinano alla vita evangelica lo fanno proprio attraverso i social media.

Bisogna tenere conto della facilità con cui le nuove generazioni utilizzano i social media, quindi dobbiamo diffondere il nostro messaggio anche lì. Ci sono alcuni rischi, possono essere usati in modo improprio, ma forse bisogna cambiare mentalità anche in questo ambito e diffondere, attraverso i social media, non solo parole di maledizione – perché siamo severi – ma anche parole di benedizione.

Alla fine delle messe, alla fine delle celebrazioni, c’è una benedizione. E, dal punto di vista etimologico, benedire è “esprimersi bene”. Credo che sia una sfida eccezionale per la nostra società: trovare parole che non siano ingenue, ma che dicano cose positive sugli altri. Quando si tratta di dire cose negative siamo molto veloci, ma quando si tratta di dire cose positive siamo molto timidi e non ci sentiamo molto liberi.

C’è chi potrebbe considerare ingenui alcuni messaggi della Chiesa riguardanti la pace o l’immigrazione. Cosa ne pensa?

—Ne ho parlato tempo fa in un’intervista in Francia, forse con un po’ di veemenza. Viviamo in una società che predica la semplificazione con il sistema di piace su Facebook. Siamo tutti l’uno contro l’altro e non smettiamo mai di affibbiare etichette: sono di destra, di sinistra, moderno, antiquato, chi lo sa… Sempre etichette.

Corriamo il rischio di cadere in un sistema tribale, in cui proteggiamo i nostri e attacchiamo chi non è come noi. La Chiesa cattolica ha un messaggio universale. È questa l’originalità e la forza della Chiesa cattolica.

Noi non facciamo parte di un club elitario di persone pure e perfette, in cui si proteggono i propri simili e si criticano gli altri. La dimensione universale abbatte i confini. Credo che, nella nostra società occidentale, abbiamo dimenticato una forma di cattolicità.

Forse, dal punto di vista più mondano e non cattolico, ci si giudica e ci si condanna a vicenda, mettendosi gli uni contro gli altri. Noi cattolici dobbiamo stare al di sopra di tutto questo. Non perché siamo migliori, ma perché abbiamo un ideale potente. Se non seguiamo quell’ideale, cadiamo molto facilmente nell’ideologia, perché tutti abbiamo delle idee: vogliamo il bene, un ideale nobile, ma possiamo cadere nell’ideologia. L’ideologia non ha cuore. È qui che dobbiamo stare attenti. La Chiesa ha un messaggio unico per uscire dalle etichette. Gesù parla con il cuore apostolico.

Noi cristiani non siamo dei cloni. Chi avrebbe potuto mettere insieme Matteo, un esattore delle tasse, e Simone lo Zelota, un nazionalista? Nessuno, solo Gesù. Gesù e la Chiesa hanno il dovere di riunire persone che forse non hanno le stesse idee, la stessa visione. Il fatto che siamo diversi non significa che siamo nemici. Oggi, purtroppo e con grande facilità, ciò che è distinzione o differenza finisce per diventare divisione. Bisogna stare attenti.

Come evitare di cadere in questa divisione su temi controversi o che potrebbero essere stati interpretati in modo errato, ad esempio in alcuni relativi alla pastorale delle persone omosessuali?

—Ci sono temi delicati e complessi perché, da un lato, per la Chiesa il proprio ideale è chiarissimo: il matrimonio è tra un uomo e una donna. Per quanto riguarda la dottrina sull’omosessualità, abbiamo Amoris laetitia.

Ora, viviamo una realtà, ad esempio in Francia, con i catecumeni, soprattutto i giovani che si avvicinano alla Chiesa; molti arrivano con un passato affettivo che non è stato orientato né guidato dalla Chiesa. Credo, senza ingenuità né idealismi, che stiamo per vivere un periodo — che mi sembra normale — in cui chi si avvicina alla Chiesa lo fa portando con sé la propria storia; in molti casi si tratta delle pecore smarrite. Lo vedo in Francia: persone di 20 o 40 anni che provengono da un altro mondo, che non hanno ricevuto un’educazione religiosa, non conoscono Gesù Cristo, non conoscono il Vangelo, non hanno mai studiato il catechismo. Tutto ciò che prima per noi era «normale», naturale, grazie all’educazione e alla formazione catechistica, loro non ce l’hanno.

Allora, come accogliere, da un lato senza puritanismo e, dall’altro, senza banalizzare l’ideale del Vangelo? Come accompagnare queste persone? Ad esempio, nel caso dei divorziati o di coloro che non sono sposati e convivono e, all’improvviso, chiedono il Battesimo. Cosa facciamo? Controlliamo il passaporto per vedere se sono puri e perfetti, e non accogliamo nessuno? Diciamo che va tutto bene, che non importa? Credo che l’intelligenza della Chiesa sia anche quella pastorale, ad personam.

In altre parole, bisogna tenere conto di ciò che sta vivendo ogni persona e conoscere il diritto canonico e la morale. Dobbiamo poi chiederci: qual è il diritto canonico?, qual è la morale?, dove sta il bene per questa persona? Ed è qui che ci troviamo e viviamo una fase delicata in cui dobbiamo trovare il giusto equilibrio. Stiamo creando ora una nuova base, che in Francia non abbiamo, affinché fin dall’infanzia si riceva un’educazione e si sappia cosa è giusto, cosa non lo è, quali sono i principi e così via.

«Corriamo il rischio di cadere in un sistema tribale, in cui proteggiamo i nostri e attacchiamo chi non è come noi. La Chiesa cattolica ha un messaggio universale»

Cardinale François-Xavier BustilloVescovo di Ajaccio

Nel suo libro parla di istruzione. Tuttavia, ci sono alcune scuole cattoliche in cui si presta scarsa attenzione alla formazione dottrinale, morale e sacramentale, mentre si dà maggiore importanza a quella sociale.

—Credo che questo faccia parte della grandezza della Chiesa cattolica: al suo interno coesistono tendenze progressiste e conservatrici. Questo ci preserva da una forma di settarismo.

Ci sarà sempre una parte della società cattolica che dirà: “Bisogna essere più così”, “Bisogna avere una dottrina e una morale più chiare”. E altri che diranno: “Beh, bisogna essere più aperti”. Quello che dobbiamo evitare è ciò che abbiamo visto con grande dolore in Francia: che una parte si separi dalla Chiesa e ordini quattro vescovi senza mandato pontificio.

L’8 maggio 2025, quando Leone XIV fu eletto e si affacciò al balcone della basilica di San Pietro, parlò di unità e di pace. Come operiamo all’interno della Chiesa per l’unità e per la pace? Come operiamo per evitare che una certa durezza ci divida?

Il fatto che ci siano tendenze diverse nella Chiesa, per me, non è un problema. L’importante è che non si finisca per dogmatizzare, come negli anni ’70, ’80 e ’90 del secolo scorso in Francia, quando alcuni che si definivano moderni e aperti interpretavano questo concetto nel senso che ognuno potesse fare ciò che gli pareva, e che per celebrare la Messa bastasse una stola. A partire dal 2010, abbiamo un altro settore che si spinge all’estremo opposto.

Come evitare queste divisioni? A volte, a chi è più rigido, dico di stare attento, per non rischiare che tra 40 anni si verifichi la reazione opposta, con sacerdoti che celebrino la messa come negli anni ’70.

Come possiamo, grazie all’intelligenza, alla saggezza e all’esperienza della storia, evitare questi estremi? Come possiamo evitare la frattura della Chiesa in Francia, avvenuta lo scorso luglio? Credo che la Chiesa in Francia oggi abbia trovato un equilibrio piuttosto sano.

Nel suo libro parla molto del cambiamento che dobbiamo compiere, sia noi credenti che i non credenti, per avere una visione più sociale. Questa conversione passa attraverso il confessionale?

—La confessione è di moda in Francia al momento. Abbiamo un allenatore per l’alimentazione, per lo sport, per l’opinione pubblica… Per tutto. In Francia si sta riscoprendo, in qualche modo, la Confessione come quello spazio di intimità in cui si cresce umanamente.

Nella Confessione, molti si sono concentrati solo sull’aspetto morale e non su quello spirituale: su com’è il tuo rapporto con Dio, su come cresci interiormente, su come diventi una persona migliore… Questo è ciò che sembra più interessante nella Confessione. Bisogna scoprire questo sacramento come uno spazio in cui cresciamo spiritualmente e ci sforziamo di comportarci in modo coerente con la nostra fede.

Libro

Titolo: Riparazione
Autore: Cardinale François Bustillo
Editoriale: Parola
Pagine: 158
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Vaticano

Il Papa chiede rispetto per ogni persona, siano essi avversari o diversi, senza alcuna discriminazione

Nella sua catechesi sulla Costituzione *Gaudium et spes* del Concilio Vaticano II e rifacendosi al racconto della Genesi sulla creazione dell’uomo, Leone XIV ha esortato a rispettare ogni persona, promuovendo la vita e rifuggendo tutto ciò che la minaccia, nonché a rispettare i nemici e chi è diverso.

Francisco Otamendi-16 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

L’udienza generale di questo mercoledì, preceduta da un giro del Santo Padre sulla papamobile per salutare le migliaia di romani e pellegrini presenti in Piazza San Pietro, ha avuto un’atmosfera familiare. Diversi lettori in varie lingue hanno fatto gli auguri al Papa per il suo compleanno e per il suo onomastico di domani, giovedì 17, giorno in cui la Chiesa celebra san Roberto Bellarmino.

Pellegrini di Nazareth, da Parigi…

Inoltre, se mercoledì scorso era disponibile la traduzione in croato, questa volta è stata aggiunta anche quella in slovacco. Il Papa ha salutato in particolare il gruppo di pellegrini provenienti da Parigi e quelli della parrocchia dell’Annunciazione di Nazareth. 

Ha poi menzionato santi di altri paesi, come san Stanislao Kostka. “Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i pellegrini e i seminaristi della diocesi di Płock, insieme al loro vescovo, che hanno seguito le orme di San Stanislao Kostka da Vienna, passando per Dillingen, fino a Roma”

“Nell’anno del terzo centenario della sua canonizzazione insieme a Luigi Gonzaga”, ha affermato il Santo Padre, “non smettiamo di pregare per i giovani, affinché, per intercessione di questi santi patroni, non abbiano paura di prendere decisioni coraggiose nella loro vita, mettendosi al servizio di Dio e del prossimo”.

Un'unica famiglia umana

Nella sua catechesi, il Pontefice ha continuato a riflettere sulla Costituzione pastorale *Gaudium et spes*, affermando: “Vorrei proporre il tema della comunità umana. Il Concilio ci ricorda che Dio “ha voluto che gli uomini costituissero un’unica famiglia e si trattassero tra loro con spirito fraterno” (GS 24).». 

Il rischio di affidarsi agli algoritmi

“Lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mezzi di comunicazione e dei social media, il ricorso sempre crescente all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze”, ha proseguito il Papa.

D'altra parte, però, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, sempre più virtuali, e “si corre il rischio di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana”. 

In questo contesto, il Papa avrebbe poi ricordato che “in questi giorni molti paesi latinoamericani celebrano la loro festa nazionale. Chiediamo al Signore che, valorizzando l’identità della nostra patria, il Vangelo ci apra la mente e il cuore per riconoscere che facciamo parte di un progetto divino più grande, che facciamo parte della famiglia umana creata da Dio”.

Che le relazioni sociali abbiano una dimensione personale

Partendo da queste premesse, il Santo Padre ha sottolineato: “Dare alle relazioni sociali una sostanza reale e una profondità personale è, in questo senso, il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire”.

In seguito, tornando al figlio della famiglia umana, Leone XIV ha ricordato in la Corte di giustizia l'insegnamento della *Gaudium et Spes*: la diversità delle persone e dei popoli nel mondo non deve essere considerata un pericolo o una minaccia, ma una potenzialità di arricchimento e di crescita.

Aprirsi alla condivisione e alla cura

È quindi necessario “aprirsi sempre di più alla logica della reciprocità, della condivisione e della cura, come avviene anche tra i diversi membri del corpo umano (cfr. 1 Cor 12,21-25)”.

Allo stesso tempo, richiamando la definizione sintetica di “bene comune” (“le condizioni della vita sociale che rendono possibile alle associazioni e a ciascuno dei loro membri il raggiungimento più pieno e più agevole della propria perfezione”), il Papa ha sottolineato alcune ”conseguenze pratiche di massima urgenza“.

Il rispetto della persona umana

È il primo aspetto che Leone XIV ha ricordato, secondo la *Gaudium et spes*: il rispetto della persona umana.

– “Tutto ciò che attenta alla vita: omicidi di qualsiasi tipo, genocidi, aborto, eutanasia e lo stesso suicidio deliberato”; 

Papa Leone XIV benedice un neonato prima della sua udienza generale settimanale nella Basilica di San Pietro in Vaticano, il 19 agosto 2026. (Foto: CNS/Vatican Media).

 – “tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come, ad esempio, le mutilazioni, le torture morali o fisiche, i tentativi sistematici di dominare la mente altrui”; 

–” tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita disumane, le detenzioni arbitrarie, le espulsioni, la schiavitù, la prostituzione, la tratta delle donne e dei minori; o le condizioni di lavoro degradanti, che riducono il lavoratore al rango di mero strumento di profitto, senza alcun rispetto per la libertà e la responsabilità della persona umana: tutte queste pratiche e altre simili sono di per sé infamanti» (ibid.)”.

Rispetto per gli avversari e per chi la pensa o agisce in modo diverso

La seconda conseguenza è, come ha sottolineato il Papa, “il rispetto e l’amore anche verso gli avversari o verso coloro che hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri (cfr. GS, 28)».

E in terzo luogo: l’uguaglianza fondamentale di tutti gli uomini, che richiede giustizia sociale. Il Documento afferma: “Ogni forma di discriminazione nei diritti fondamentali della persona, sia essa sociale o culturale, per motivi di sesso, razza, colore, condizione sociale, lingua o religione, deve essere superata ed eliminata in quanto contraria al disegno divino”.” 

Infine, come ha ricordato in lingua inglese, i padri conciliari esortano a superare la mentalità individualista e ad assumere un atteggiamento di responsabilità e partecipazione (cfr. GS, 30-31).

L'umanità è una “comunità di persone”

Cari fratelli e sorelle, il Successore di Pietro ha concluso questo punto: questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una preziosa eredità che ci ha lasciato il Concilio Vaticano II. 

Valutare i progetti sociali e politici sulla base della dignità della persona 

Questa concezione di “famiglia umana” e di “comunità di persone”, “aiuta tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, sulla base dei criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune”, ha sottolineato il Papa nelle sue parole conclusive. 

Perché il futuro dell’umanità, ha concluso, “dipende dall’impegno di ciascuno a collaborare con Dio e con i fratelli per costruire un mondo più umano (cfr. GS, 30)”.

L'autoreFrancisco Otamendi

L'arte di non gettare via una scarpa: trasformare il fastidio in amore

Offrire al Signore i piccoli fastidi quotidiani può trasformare l’irritazione nei confronti di chi ci infastidisce in un’occasione per crescere nella carità e nella pace interiore.

16 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Non ti è mai capitato di avere intorno a te – tra familiari, amici, colleghi… – qualcuno che sembra avere un sesto senso, perché ogni volta che apri bocca ti critica aspramente quando esprimi un’opinione o fai un commento?

Dopo tante volte, decidi di tacere per il bene della tua salute mentale oppure per regalare a quella persona una scarpa in faccia o qualsiasi arma di distruzione di massa tu abbia a portata di mano.

Alla fine scegli la tua salute mentale, lo guardi negli occhi, gli rivolgi un sorriso e vai avanti.

Ma diciamoci la verità: la diplomazia basata esclusivamente sul contenimento ha una data di scadenza. Può durare qualche giorno. Il terzo giorno la mandi a quel paese con tutta la cortesia che ti resta ancora dentro.

Come puoi uscirne vincitore quando saranno trascorsi tre, trenta o trecento giorni? 

Offrendo al Signore questa situazione per quella persona che ti toglie la pace (probabilmente senza volerlo, come altre volte faresti lo stesso), come direbbe san Josemaría al punto 173 del Cammino: «Quella parola azzeccata, la battuta che non ti è uscita di bocca; il sorriso gentile verso chi ti dà fastidio; quel silenzio di fronte all’accusa ingiusta; il tuo ascolto benevolo verso i noiosi e gli impertinenti; il fatto di chiudere un occhio ogni giorno, verso chi convive con te, su un dettaglio e poi su un altro di cattivo gusto… Questo, con perseveranza, è davvero una solida mortificazione interiore».»

Offrendo questo sforzo al Signore e trasformandolo in un atto di carità verso chi ti infastidisce, il «sorriso» smette di essere una maschera di autocontrollo e diventa un vero strumento di pace interiore e, soprattutto, con la grazia di Dio riuscirai ad amare quella persona così com’è.

L'autoreMiguel Pedro Gil Calvo

Padre di sei figlie. Insegnante di audiologia e logopedia e figlio di genitori sordi (CODA). La mia storia personale e professionale si intrecciano in un’unica vocazione: abbattere le barriere della comunicazione

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Mondo

Le questioni relative alla vita stimolano la riflessione in Inghilterra e in Germania

Dopo la “Marcia per la Vita” che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Londra lo scorso 5, l’11 il Parlamento britannico ha respinto il disegno di legge sul suicidio assistito con 270 voti a favore e 286 contrari, con una maggioranza di 16 voti. L’Inghilterra riflette, e presto lo faranno anche Colonia e Berlino in Germania il 19.

Francisco Otamendi-16 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La Marcia dei difensori della vita tenutasi in Inghilterra lo scorso 5 settembre, accompagnata da intense contromanifestazioni dei sostenitori dell’aborto, e, pochi giorni dopo, la bocciatura da parte del Parlamento del disegno di legge sul suicidio assistito – tecnicamente, riguardante gli adulti affetti da malattie terminali (cure di fine vita) –, hanno dimostrato che le questioni relative alla vita stanno diventando un tema importante, se non addirittura centrale, nella vita pubblica britannica.

Così si sono espressi i partecipanti alla marcia annuale organizzata dal gruppo Pro Vita March For Life UK, che hanno ricevuto un messaggio di incoraggiamento e la benedizione di Papa Leone XIV.

Inoltre, quindici vescovi si sono uniti ai manifestanti in segno di sostegno alla vita non ancora nata, mentre un gruppo di contro-manifestanti ha interrotto la Messa di apertura e ha dovuto essere allontanato, secondo quanto riferito Edward Pentindi Registro cattolico nazionale.

Manifestanti mascherati e chiassosi 

La co-direttrice della marcia, Isabel Vaughan-Spruce, ha rilevato “una maggiore opposizione” rispetto alle marce precedenti, compresa l’interruzione della messa inaugurale nella cattedrale di Westminster.

I manifestanti, per lo più mascherati, hanno accompagnato gran parte della manifestazione, facendo rumore di proposito per coprire le voci degli oratori pro-vita, secondo quanto riportato dallo stesso giornale. 

La Polizia Metropolitana di Londra è stata criticata per aver permesso ai manifestanti di protestare così vicino al luogo in cui si svolgeva la Marcia per la Vita e di posizionarsi a Parliament Square, proprio di fronte, dove hanno provocato ulteriori disordini.

Isabel Vaughan-Spruce, condirettrice della Marcia per la Vita 2026 a Londra (foto OSV News/Simon Caldwell).

Le proteste, “non necessariamente qualcosa di negativo”, secondo Vaughan-Spruce

Secondo il Register, Vaughan-Spruce non ha considerato le proteste “necessariamente qualcosa di negativo». A suo avviso, sono “un segno che l’aborto sta diventando una questione pubblica sempre più rilevante”.

“Per troppo tempo in Gran Bretagna si è registrata una straordinaria compiacenza nei confronti dell’aborto”, ha affermato. “È stato trattato come qualcosa che andava semplicemente accettato. Ma la situazione sembra stia cambiando”.

Per quanto riguarda la grande affluenza, Vaughan-Spruce, che da anni prega davanti alle cliniche abortive e attualmente è sottoposto a un procedimento giudiziario, ha affermato che la marcia ha dimostrato che “la gente sta accettando culturalmente” l’essere pro-vita, «trovando il coraggio di sfidare la cultura del silenzio che da tanto tempo circonda l’aborto”.

Migliaia di sostenitori della vita scendono in piazza a Londra il 5 settembre 2026. (Foto: @Edward Pentin, National Catholic Register).

Il Parlamento respinge il disegno di legge sul suicidio assistito

Pochi giorni dopo, l'11 settembre, il Parlamento ha respinto in seconda lettura il disegno di legge sul suicidio assistito con 270 voti a favore e 286 contrari, con una maggioranza di 16 voti, come è stato riferito.

Dichiarazioni dell'arcivescovo di Liverpool

L'arcivescovo di Liverpool, John Sherrington, vescovo incaricato delle questioni relative alla vita nella Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles, ha espresso il proprio ringraziamento a coloro che hanno scritto ai propri deputati per impedire che il disegno di legge sugli adulti affetti da malattie terminali (cure di fine vita) procedesse in Parlamento.

L’arcivescovo Sherrington ha inoltre espresso la propria gratitudine alle organizzazioni che difendono i diritti delle persone con disabilità e ai professionisti del diritto e della sanità per aver alzato collettivamente la voce a difesa della “dignità e della sacralità di ogni vita”.

Una società solidale: sostenere le persone in situazioni difficili

Nel corso di questo dibattito, abbiamo sostenuto che la nostra risposta nei confronti di chi deve affrontare malattie gravi, disabilità o le sfide della vecchiaia debba basarsi sulla solidarietà, sulla cura e sul rispetto, ha sottolineato l’arcivescovo Sherrington.

“Il vero metro di misura di una società compassionevole risiede nella sua disponibilità a sostenere le persone che si trovano in situazioni difficili, anziché incoraggiarle a porre fine alla propria vita”. 

Sherrington ha inoltre elogiato i familiari, gli amici, gli assistenti e gli operatori sanitari, che dimostrano ogni giorno “una generosità straordinaria nell’affiancare e sostenere chi soffre”.

La sua dedizione ci ricorda il valore delle relazioni umane e la nostra responsabilità condivisa di prenderci cura gli uni degli altri, specialmente nei momenti più delicati della vita, ha sottolineato.

Il nuovo primo ministro britannico, Andy Burnham, dà il benvenuto al personale durante l'inaugurazione ufficiale del numero 10 Nord di Heron House a Manchester, il 24 luglio 2026. (Foto di OSV News/James Speakman, pool via Reuters).

Maggiore accesso alle cure palliative

A suo avviso, e da anni mantiene la stessa posizione, “Continuiamo a essere convinti che il modo più efficace per affrontare la sofferenza alla fine della vita sia garantire un maggiore accesso a una cure palliative e alla fine di una vita all’insegna dell’eccellenza. Garantire che tale assistenza sia disponibile per tutti coloro che ne hanno bisogno può aiutare le persone a trovare conforto, dignità e sostegno nei loro ultimi giorni”.

Che tutti i malati e gli indolenti trovino conforto nel sostegno dei propri cari e nell’amore di Dio, che trascende ogni sofferenza. Chiedo alla comunità cattolica – ha concluso l’arcivescovo – “di continuare a pregare per i nostri legislatori, affinché vigilino affinché le nostre leggi difendano sempre la dignità della vita umana”.

Manifestazioni a Colonia e Berlino (Germania)

In Germania, il 19 settembre si terranno, contemporaneamente a Berlino e a Colonia, due Marce per la vita, alle quali il movimento pro-vita ha offerto il proprio sostegno.

Organizzate dall’Associazione Federale per il Diritto alla Vita, le marce godono di ampio sostegno da parte delle Chiese. Da parte cattolica, il vescovo Dr. Rudolf Voderholzer (Ratisbona), il vescovo ausiliare Dr. Josef Graf (Ratisbona) e il vescovo emerito Gregor Maria Hanke OSB (Eichstätt), che presiederà insieme al pastore Albrecht Weißbach la cerimonia di benedizione del viaggio, si recheranno a Berlino. 

Altri cardinali, come il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, hanno inviato messaggi di sostegno alle manifestazioni nelle due città, per difendere la dignità della vita umana fin dal concepimento e affrontare questioni quali l’aborto, il suicidio assistito, la maternità surrogata e i test prenatali non invasivi (NIPT).

Cardinale Rainer Maria Woelki (©CNS/Paul Haring).

Il cardinale Woelki, di Colonia: la cultura della vita

Il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, ha scritto: 

“L’Associazione Federale per il Diritto alla Vita promuove una cultura della vita, dell’assistenza e del sostegno concreto. Il suo obiettivo non è giudicare le donne e le famiglie in difficoltà, ma offrire loro prospettive e sostegno. Il suo obiettivo è anche quello di non emarginare le persone che si trovano alla fine della loro vita né far loro sentire di essere un peso, ma di offrire loro dignità, vicinanza e attenzione, fino al loro ultimo respiro”.

“Tutti voi che oggi partecipate alla Marcia per la Vita 2026”, continua il Il cardinale Woelki, “danno un volto a questa causa. La loro presenza è una dichiarazione pubblica contro l’indifferenza e a favore di una società in cui tutte le persone siano benvenute. Possa questa marcia inviare un segnale forte alle nostre città, alla politica e alla società, alle nostre comunità e, soprattutto, ai nostri cuori: ringrazio la Federazione Federale per il Diritto alla Vita per il suo lavoro instancabile e tutti voi per il vostro coraggioso impegno. Che Dio benedica voi e il vostro servizio a favore della vita”.

Posizioni diverse

In questi giorni alcuni leader di altre chiese cristiane e di vari gruppi hanno preso posizione riguardo alle Marce.

Ad esempio, Augoustinos, metropolita ortodosso tedesco, ha espresso il sostegno dei cristiani ortodossi tedeschi alle due marce. Anche Friedhelm Holthuis, presidente della Federazione delle Chiese pentecostali libere, ha inviato un saluto.

Tuttavia, il collettivo Pro-Choice-Bündnis Köln ha indetto per lo stesso 19 settembre una manifestazione contro la Marsch für das Leben (Marcia per la Vita), definendola un movimento contrario al diritto all’aborto e all’autodeterminazione riproduttiva.

A Berlino, anche la LAG Säkulare Grüne (ala laica dei Verdi) ha invitato a partecipare alla manifestazione per l“”autodeterminazione sessuale», che si svolgerà in parallelo alla marcia pro-vita.

L'autoreFrancisco Otamendi

Stati Uniti

Rhonda Gruenewald: “Discernere la vocazione non è cosa riservata a pochi; è il cammino di ogni persona battezzata”

Da quando ha iniziato la propria attività, l'organizzazione Pastorale vocazionale ha visto nascere vocazioni in tutti gli Stati Uniti, dimostrando che Dio continua a chiamare le persone a lavorare nella Sua Chiesa, ma la risposta individuale richiede spesso il sostegno e la preghiera di tutta la comunità.

Javier García Herrería-16 settembre 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

Rhonda Gruenewald è la fondatrice e presidente di Pastorale vocazionale, un’organizzazione senza scopo di lucro statunitense la cui missione è quella di promuovere le vocazioni in tutti gli Stati Uniti, lavorando a stretto contatto con le diocesi.

L'attività di questa istituzione è iniziata nel 2011 e, da allora, si è constatato che la promozione delle vocazioni è uno sforzo che coinvolge l'intera comunità cattolica e che porta frutti concreti sin dal primo momento.

Sebbene prestino particolare attenzione alle vocazioni sacerdotali, Pastorale vocazionale vuole incoraggiare i cattolici a scoprire la propria vocazione, qualunque essa sia, dalla vita religiosa al matrimonio.

In questa intervista, Rhonda Gruenewald parla del lavoro dell’organizzazione, dell’impatto che ha avuto sin dal suo inizio sulle vocazioni sacerdotali e dell’importanza di unire tutta la Chiesa in questo sforzo.

Quale esigenza specifica ha individuato nelle parrocchie e nelle diocesi che l’ha spinta a dare vita a questa iniziativa?

—All’inizio non mi ero reso conto che ce ne fosse bisogno. Uno dei nostri sacerdoti, appena ordinato, padre Víctor Pérez, mi ha chiesto aiuto per rilanciare un comitato parrocchiale per le vocazioni nella chiesa cattolica di Santa Cecilia a Houston, in Texas. Durante la nostra prima riunione ha detto: “Questa è una delle attività più importanti che potremmo svolgere nella nostra parrocchia, e tutte le parrocchie dovrebbero farlo”. Così, quando sono tornato a casa per cercare materiale per promuovere le vocazioni, ho trovato ben poco. A cosa era dovuto tutto ciò? Pensavo che tutte le parrocchie promuovessero le vocazioni, ma non era così.

Fu più tardi, dopo aver scritto Hundredfold: Guida alla pastorale vocazionale parrocchiale (Cento per uno: Guida al ministero parrocchiale delle vocazioni), lanciare VocationMinistry.com e tenevo seminari di formazione in tutto il Nord America, quando ho scoperto che solo tra il 10 % e il 20 % delle parrocchie promuovevano attivamente le vocazioni di propria iniziativa. Quella situazione doveva cambiare.

Quali sono i principali miti o errori che le comunità commettono nel tentativo di promuovere le vocazioni?

—Il primo mito è che promuovere le vocazioni sia un investimento a lungo termine che non darà frutti per decenni. Sebbene costruire una vera cultura vocazionale sia certamente una missione a lungo termine, abbiamo scoperto che quando una parrocchia o una diocesi inizia a pregare in modo mirato per le vocazioni, a invitare personalmente i giovani a discernere e a coinvolgere l’intera comunità nella promozione vocazionale, la risposta può arrivare molto prima di quanto ci si aspetti.

Dio chiama ogni giorno in ogni parrocchia. Spesso ciò che è mancato non è stata la chiamata di Dio, ma il nostro invito.

Lo abbiamo constatato più volte grazie alle nostre collaborazioni con le diocesi di tutto il Nord America. Nell’arcidiocesi di Hartford, solo tre seminaristi hanno iniziato il percorso di formazione nei tre anni precedenti alla collaborazione con Pastorale vocazionale. Nei tre anni successivi, grazie all’attuazione di una strategia vocazionale mirata e all’offerta di corsi di formazione, 27 uomini sono entrati in seminario.

La diocesi di Dallas ha accolto quest’anno 12 nuovi seminaristi, dopo averne accolti solo due quando abbiamo iniziato a collaborare nel 2024. Nella diocesi di Austin, 56 uomini sono entrati in seminario nei quattro anni successivi all’attuazione di una strategia vocazionale mirata, rispetto ai 25 dei quattro anni precedenti.

Questi esempi ci ricordano che quando la Chiesa crea intenzionalmente un terreno fertile per le vocazioni, Dio spesso benedice tali sforzi in modi straordinari.

Il secondo mito è che tutti abbiano ormai chiaro cosa sia una vocazione. In realtà, molti cattolici, quando sentono la parola “vocazione”, pensano esclusivamente al sacerdozio o alla vita religiosa. La Chiesa insegna qualcosa di molto più ampio. Ogni persona riceve innanzitutto la chiamata universale alla santità, la chiamata a conoscere, amare e servire Dio. Partendo da lì, Dio invita ciascuno di noi a vivere questa chiamata attraverso la nostra vocazione primaria, che sia il matrimonio sacramentale, il sacerdozio o la vita consacrata.

Una delle maggiori opportunità per la Chiesa è semplicemente quella di aiutare i cattolici a comprendere che discernere la vocazione di Dio non è riservato solo a pochi eletti; è il cammino di ogni persona battezzata. 

In generale, qual è la situazione attuale della successione sacerdotale negli Stati Uniti?

—La situazione della successione sacerdotale negli Stati Uniti continua a rappresentare una delle maggiori sfide pastorali della Chiesa, ma non è priva di speranza.

La nostra ricerca mostra che il numero totale di sacerdoti in attività, seminaristi e ordinazioni sacerdotali è in calo da anni. Tra il 2015 e il 2024, i sacerdoti diocesani in attività sono diminuiti del 12 %, i seminaristi del 22 % e le ordinazioni sacerdotali del 29 %.

La preoccupazione più profonda riguarda il ricambio generazionale. Nel periodo 2014-2023, nessuna diocesi di Livello 1 (quelle che contano più di 750.000 cattolici) ha ordinato un numero sufficiente di sacerdoti per mantenere l’attuale numero di sacerdoti diocesani. Solo 16 diocesi in tutto il Paese, tutte appartenenti ai Livelli da 2 a 4, hanno ordinato costantemente un numero sufficiente di sacerdoti nell’ultimo decennio per mantenere o aumentare il proprio corpo sacerdotale.

Tuttavia, la storia non è solo una storia di declino. Dio non ha smesso di chiamare gli uomini al sacerdozio. È evidente che alcune diocesi stanno coltivando le vocazioni in modo eccezionale. Luoghi come Wichita, Lincoln, Nashville, Bismarck, Springfield e altri dimostrano che è possibile avere vocazioni sacerdotali sane, anche nella cultura odierna.

La vera domanda non è più se le vocazioni sacerdotali siano possibili. La domanda è: cosa stanno facendo di diverso queste diocesi e in che modo il resto della Chiesa può imparare da loro?

È interessante notare che le diocesi rurali e più piccole (come Wichita, Lincoln, Nashville e Bismarck) registrano tassi di ordinazione che superano il loro tasso di ricambio. Cosa distingue queste diocesi dalle grandi aree metropolitane come New York o Los Angeles?

—La nostra ricerca ha rivelato che la differenza principale non è di natura geografica: è l’accessibilità.

Nelle diocesi più piccole, in genere, i sacerdoti hanno la possibilità di conoscere personalmente i propri fedeli. Un giovane che sta valutando la vocazione al sacerdozio ha molte più probabilità di intrattenere conversazioni significative con il proprio parroco, di servire al suo fianco all’altare o di essere invitato personalmente a riflettere sulla propria vocazione.

Nel nostro aggiornamento del 2025, abbiamo introdotto nel rapporto da noi redatto su questo tema l’Indice di disponibilità sacerdotale, che misura il grado di accessibilità dei sacerdoti in base al numero di fedeli e di parrocchie di cui si occupano. Le diocesi di Livello 1 hanno un Indice di Disponibilità Sacerdotale medio di soli 29, mentre quelle di Livello 4 hanno una media di 62, più del doppio. Questa differenza è significativa.

Il sacerdote medio in una grande diocesi metropolitana si occupa di quasi 7.000 fedeli, mentre i sacerdoti delle diocesi più piccole ne seguono circa 1.200.

Quando un sacerdote è responsabile di migliaia di fedeli, di numerosi ministeri, di grandi gruppi di lavoro, di scuole e di un ampio carico di compiti amministrativi, risulta molto più difficile instaurare quei rapporti personali che spesso portano alla vocazione.

In che modo il rapporto tra il numero di fedeli e quello dei sacerdoti influisce sulla capacità di accompagnare e guidare i giovani che stanno discernendo la propria vocazione?

—Questa potrebbe essere la scoperta più significativa di tutta la nostra ricerca.

In entrambi i rapporti pubblicati, una correlazione emerge costantemente rispetto alle altre: minore è il numero di fedeli di cui si occupa ciascun sacerdote, migliori tendono ad essere i risultati di una diocesi nella promozione delle vocazioni sacerdotali.

Il discernimento avviene all’interno della relazione.

È raro che i giovani decidano di entrare in seminario perché hanno visto un sacerdote celebrare la Messa da lontano. Più spesso, lo fanno perché un sacerdote li conosceva, li ha incoraggiati, li ha invitati a prestare servizio, ha risposto alle loro domande difficili o semplicemente ha trascorso del tempo con loro.

Quando i sacerdoti si trovano sommersi da migliaia di fedeli o da diverse parrocchie, hanno naturalmente meno tempo a disposizione per questo tipo di accompagnamento personale. Il nostro rapporto originale ha persino rivelato che le diocesi in cui i sacerdoti assistono più di 4.000 o 4.500 fedeli faticano costantemente a mantenere tassi di ordinazione stabili.

Ecco perché l’Indice di disponibilità sacerdotale è così importante. Aiuta i vescovi a comprendere che la promozione vocazionale non consiste solo nell’avere un ufficio vocazionale o nell’organizzare eventi. Si tratta anche di creare le condizioni affinché i sacerdoti abbiano il tempo e la libertà di guidare personalmente i giovani.

In molti casi, sono proprio i sacerdoti a ispirare i futuri sacerdoti. Quando un giovane ha modo di frequentare regolarmente un sacerdote gioioso e santo che lo conosce per nome, la possibilità di una vocazione sacerdotale diventa concreta. Occorrono maggiori opportunità per instaurare relazioni autentiche tra sacerdote e discepolo, perché è proprio lì che, il più delle volte, nascono le vocazioni.

Nelle diocesi che registrano il maggior successo vocazionale, quale importanza rivestono pratiche come l’adorazione eucaristica continua o le Ore Sante dedicate specificamente alle vocazioni?

—Sebbene non esistano dati nazionali che indichino quante parrocchie offrano l’Adorazione eucaristica perpetua o Ore Sante dedicate specificatamente alle vocazioni, dalla mia esperienza di collaborazione con le diocesi di tutto il Nord America è emerso un quadro chiaro.

Nell’ultimo decennio ho parlato con migliaia di sacerdoti in oltre 80 diocesi del Nord America. Durante questi seminari, chiedo spesso ai sacerdoti di alzare la mano se la loro parrocchia offre l’Adorazione eucaristica, sia essa perpetua, settimanale o mensile. In alcune diocesi, solo un sacerdote alza la mano quando chiedo dell’Adorazione perpetua. Sebbene si tratti di un dato aneddotico e non scientifico, spesso rivela qualcosa di importante: se prendiamo sul serio la preghiera per ottenere più vocazioni, dobbiamo anche impegnarci a creare opportunità per quella preghiera.

È stato Gesù stesso a darci la prima strategia vocazionale: “La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Padrone della messe di mandare operai alla sua messe” (Lc 10, 2). La preghiera non è semplicemente una strategia tra tante: è il fondamento di ogni sforzo vocazionale fecondo.

A Pastorale vocazionale, incoraggiamo ogni parrocchia a iniziare da lì. L’adorazione eucaristica, le Ore Sante per le vocazioni e la preghiera di intercessione regolare invitano i fedeli a unirsi a Cristo nella preghiera per i futuri sacerdoti e religiosi. Possiamo realizzare programmi, eventi e iniziative eccellenti, ma se non sono radicati nella preghiera, difficilmente daranno frutti duraturi.

Si registra una forte presenza di vocazioni nelle comunità dotate di solide scuole cattoliche e di istruzione domiciliare (educazione domestica) e liturgie ben preparate. Qual è il ruolo del contesto culturale ed educativo nella creazione di un “terreno fertile”?

—Le vocazioni autentiche raramente nascono per caso. Si sviluppano laddove la fede cattolica viene vissuta, celebrata e trasmessa consapevolmente di generazione in generazione.

Scuole cattoliche solide, comunità di istruzione domiciliare, programmi parrocchiali di formazione alla fede e liturgie solenni contribuiscono a creare un terreno fertile, poiché immergono i giovani in un’autentica cultura cattolica. Aiutano i bambini e le famiglie a comprendere che ogni persona battezzata ha una vocazione e che scoprire la chiamata di Dio è una parte normale della vita cristiana.

Ma questi elementi diventano ancora più fecondi quando vengono collegati tra loro attraverso un ministero parrocchiale delle vocazioni ben strutturato. Un ministero parrocchiale delle vocazioni aiuta a unire gli sforzi della parrocchia promuovendo la preghiera per le vocazioni, aiutando le famiglie a parlare della chiamata di Dio in casa, sostenendo i sacerdoti nell’invitare i giovani al discernimento, coinvolgendo le scuole cattoliche e i responsabili della catechesi, e assicurando che la consapevolezza vocazionale diventi parte integrante della vita della parrocchia, non solo un evento che si celebra una volta all’anno.

Anche la qualità della liturgia svolge un ruolo importante. Una celebrazione della Messa devota e riverente attira le persone verso un incontro con Cristo, ed è spesso in quei momenti che i cuori si aprono maggiormente all’ascolto della Sua chiamata. Allo stesso modo, le scuole cattoliche e le comunità di istruzione domiciliare possono offrire maggiori opportunità ai giovani di conoscere sacerdoti, suore, frati e coppie di coniugi fedeli che trasmettono gioia, la cui testimonianza rende ogni vocazione visibile e raggiungibile.

Tuttavia, forse l’influenza maggiore è quella della famiglia. I genitori sono i primi guida vocazionali dei propri figli. Quando le famiglie incoraggiano la generosità verso la volontà di Dio, quando le parrocchie promuovono consapevolmente una cultura delle vocazioni e quando le scuole e i programmi di formazione alla fede rafforzano questo messaggio, l’intera comunità diventa un terreno fertile in cui le vocazioni possono fiorire.

Il rapporto affronta le dinamiche all’interno delle comunità ispaniche e di immigrati. Quali sono i principali ostacoli o le sfide specifiche che si presentano nel promuovere le vocazioni in queste comunità sempre più significative?

—Una delle maggiori opportunità per il futuro della Chiesa negli Stati Uniti risiede nelle nostre comunità ispaniche e di immigrati. Queste famiglie sono spesso caratterizzate da un profondo amore per la fede cattolica, da forti legami familiari e da un generoso spirito di servizio, tutte qualità che costituiscono un terreno fertile per le vocazioni.

Le sfide non risiedono nella mancanza di fede o di generosità. Piuttosto, sono spesso di natura culturale, relazionale e pratica.

È comprensibile che molte famiglie di immigrati attribuiscano grande importanza alla stabilità finanziaria e al successo scolastico, dopo aver compiuto notevoli sacrifici per costruire una vita migliore per i propri figli. Sebbene abbiano grande stima della Chiesa, il sacerdozio o la vita consacrata potrebbero non essere, inizialmente, il percorso che immaginavano per il proprio figlio o la propria figlia. Una parte importante del ministero vocazionale consiste nell’accompagnare le famiglie nel momento in cui scoprono che la loro più grande speranza non è semplicemente che i propri figli realizzino i propri sogni, ma che abbraccino con gioia la volontà di Dio per le loro vite. Aiutare i genitori a scoprire la bellezza, lo scopo e la gioia di una vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata può trasformare il modo in cui incoraggiano e sostengono i propri figli.

Anche la rappresentatività è importante. Quando i giovani vedono sacerdoti, seminaristi e religiosi che condividono la loro lingua, la loro cultura e le loro esperienze di vita, è più probabile che si immaginino di rispondere alla chiamata di Dio. Investire in una promozione vocazionale culturalmente adeguata e accompagnare le famiglie nella loro lingua madre può fare una differenza significativa.

Un’altra sfida consiste semplicemente nel rivolgere un invito personale. Molte parrocchie ispaniche e di immigrati sono dinamiche e in crescita, ma spesso sono anche molto grandi. I sacerdoti e i responsabili parrocchiali possono trovarsi sovraccarichi di lavoro, il che rende difficile instaurare quelle relazioni personali che spesso portano un giovane a prendere in considerazione una vocazione. 

Un messaggio di speranza: alla luce delle statistiche e del declino registrato in molte regioni, perché è convinta che la crisi delle vocazioni non sia un problema di mancanza di chiamata da parte di Dio, ma di risposta da parte dell’ecosistema ecclesiale?

—Perché Dio non ha mai smesso di chiamare. La Chiesa non deve mai smettere di invitare.

Questa convinzione si è ulteriormente rafforzata dopo aver collaborato con oltre 80 diocesi in tutto il Nord America. Abbiamo visto diocesi che hanno vissuto anni di calo delle vocazioni iniziare ad accogliere nuovi seminaristi dopo aver promosso intenzionalmente una cultura in cui la preghiera per le vocazioni, l’invito personale, le testimonianze gioiose e il ministero parrocchiale delle vocazioni sono diventati priorità. Dio stava già chiamando. La Chiesa ha agito in modo più consapevole nell’aiutare le persone ad ascoltare e a rispondere alla Sua voce.

Papa Benedetto XVI ha colto questo aspetto in modo splendido quando si è rivolto ai vescovi degli Stati Uniti nel 2008. Ha ricordato loro che “La capacità di coltivare le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa è un segno certo della salute di una Chiesa locale”e che “Spetta a tutti noi dare una risposta generosa e libera a questa chiamata”.

Ecco perché continuo a sperare. Le statistiche ci mostrano dove si trovano le sfide, ma rivelano anche che alcune diocesi stanno registrando una crescita notevole. Queste diocesi ci ricordano che la crisi vocazionale non è inevitabile. Quando la Chiesa crea intenzionalmente un terreno fertile in cui si possa ascoltare la chiamata di Dio, più persone rispondono con generosità.

La nostra fiducia non risiede né nei dati demografici né nelle tendenze. Risiede nella fedeltà di Dio, che continua a chiamare, e nella responsabilità della Chiesa di creare le condizioni affinché tale chiamata sia ascoltata, alimentata e accolta con gioia.

Per saperne di più
Spagna

La scuola di Hadjadj è già operativa a Madrid

Il progetto formativo “Incarnatus Est” di Fabrice Hadjadj ha dato il via al suo primo corso con oltre trenta studenti.

Inmaculada Sancho-15 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Incarnatus Est non è più solo un progetto. Lunedì scorso, 7 settembre, la scuola di formazione umanistica diretta dal filosofo francese Fabrice Hadjadj ha accolto nella sua sede di Boadilla del Monte (Madrid) gli studenti della sua prima classe. La giornata inaugurale è iniziata con una conferenza dello stesso Hadjadj e si è conclusa con la messa presieduta dal vescovo di Getafe, monsignor Ginés García Beltrán, la cui diocesi sostiene istituzionalmente l’iniziativa.

Dalla sua presentazione a Madrid, nel febbraio di quest’anno, all’inaugurazione sono trascorsi appena sette mesi. In questo lasso di tempo, la scuola ha quasi raggiunto la piena capienza delle proprie strutture: oltre trenta studenti, con un’età media di 24 anni. Il profilo è variegato. Ci sono diplomati che cercano un anno di orientamento prima dell’università, laureati in filosofia, ingegneria o architettura che desiderano completare la propria formazione, e anche professionisti che hanno deciso di prendersi una pausa dal lavoro per acquisire una nuova prospettiva.

“La risposta dei candidati è stata entusiasta”, sottolinea Miguel Gabián, uno dei promotori dell’iniziativa. “Gli oltre trenta studenti della prima classe, spagnoli e ispano-americani, dimostrano che esiste una forte domanda per lo studio delle discipline umanistiche, specialmente in un mondo confuso in cui l’intelligenza artificiale sta stravolgendo ogni cosa”.

Una scuola di vita

Per nove mesi, gli allievi vivranno in regime di convitto nella sede della scuola (un antico convento), sul modello dei collegi universitari medievali in cui gli studenti risiedevano insieme al maestro. Il programma combina lo studio della filosofia, della teologia, dell’antropologia, della letteratura e della storia con il teatro, il canto, i lavori manuali, la vita liturgica e l’accompagnamento personale: tre dimensioni – vita intellettuale, spirituale e fraterna – che il progetto concepisce come inseparabili. 

A ciò si aggiunge un programma di viaggi e pellegrinaggi che parte dal Cammino di Santiago e prosegue verso Covadonga, Guadalupe o Saragozza. Il motto che accompagna il progetto sin dall’inizio ne riassume l’intento: “Essere una scuola di vita non solo per imparare qualcosa, ma per diventare qualcuno”.

Grazie all’accordo siglato a luglio con l’Università Francisco de Vitoria, gli studenti frequenteranno il Minor in Antropologia filosofica e teologica, un titolo autonomo da 60 ECTS composto da materie del corso di laurea in Lettere e Filosofia. Una volta alla settimana si recheranno al campus dell’UFV per partecipare ad attività accademiche insieme a docenti e studenti di quel corso di laurea.

Il corpo docente di Incarnatus Est comprende, oltre a Hadjadj, Rémi Brague, Salvador Antuñano, Higinio Marín, Juan Manuel de Prada, María Calvo ed Elena Postigo, tra gli altri docenti provenienti da università spagnole e internazionali. Il costo mensile del corso si aggira intorno ai 2.300 euro, comprensivo di retta, alloggio con pensione completa e viaggi; per i candidati con minori disponibilità economiche, la scuola ha istituito un Fondo di sostegno alla formazione finanziato da donatori.

Da Friburgo a Boadilla

A capo della scuola c’è Fabrice Hadjadj, filosofo, scrittore e drammaturgo francese, che per tredici anni ha diretto l’Istituto Philanthropos di Friburgo (Svizzera) e che si è trasferito a Madrid con la sua famiglia per dirigere personalmente il progetto. Incarnatus Est nasce, infatti, dal fascino che il lavoro di Hadjadj presso Philanthropos ha esercitato sui suoi promotori e dal desiderio di piantare quel seme nel mondo ispanico.

Durante la presentazione di febbraio, Hadjadj ha descritto lo spirito della scuola con un’immagine che ha fatto il giro del mondo: “Si parla molto della battaglia culturale. Si schierano soldati davanti al giardino per proteggerlo. Ma, nel frattempo, le piante appassiscono: ciò che vogliamo soprattutto è formare giardinieri della cultura”.

Con l’arrivo dei primi studenti, quell’intuizione comincia a prendere forma nella vita quotidiana della scuola: studiare, convivere, lavorare e pregare insieme.

L'autoreInmaculada Sancho

Comprensione scritta

In che modo questa pandemia di scarsa comprensione della lettura influenzerà il modo in cui la Parola di Dio penetra nei cuori degli uomini e delle donne di oggi?

15 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La comprensione scritta dei nostri bambini e ragazzi ha registrato il peggior risultato di sempre nel rapporto PISA. Non cederò alla tentazione di dire che sono peggiori di noi perché, ammettiamolo, questo non è più solo un problema dei giovani, ma riguarda tutti noi.

La cultura digitale ha imposto un nuovo modo di approcciarci a un testo. Non è che non leggiamo più – forse leggiamo addirittura molte più ore tra chat, notizie che ci arrivano sul cellulare, commenti sui social, ecc. –, ma lo facciamo in modo superficiale, impedendo alle informazioni di penetrare in profondità. La lettura, per essere proficua, ha bisogno del suo tempo, del suo spazio, del suo contesto di vita. 

Ora, mentre siamo in metropolitana cercando di leggere sul cellulare un libro di auto-aiuto con tecniche per ridurre lo stress, veniamo interrotti da una notifica con l’ultima notizia del nostro quotidiano di riferimento sull’attacco a una nave nello Stretto di Ormuz, tra i cui paragrafi si intromettono inserti pubblicitari che spiegano i benefici di quel nuovo pane per panini, mentre, nella chat dei genitori della scuola, qualcuno chiede se per sbaglio un compagno abbia preso il libro di storia di suo figlio. Così, la sera, mentre cerchiamo invano di addormentarci praticando la tecnica di Ormuz, ci ricordiamo di non aver controllato lo zaino di nostro figlio per vedere se per sbaglio si è portato il panino del suo compagno, mentre ci torna in mente quella bellissima illustrazione sulle battaglie navali che c’era nel nostro libro di storia delle superiori. Un vero caos mentale, insomma.

La lettura frettolosa, compulsiva, che cerca solo la curiosità, l’impatto, il non perdersi nulla di ciò che sta accadendo, sia nella nostra cerchia più stretta, sia nel mondo intero, ci priva della possibilità di comprendere qualsiasi cosa. Ore di lettura che ci entrano da un occhio e ci escono dall’altro (con il permesso), senza apportarci alcun beneficio. Il nostro cervello, il nostro spirito, sono come terra arida, bruciata dal sole, priva d’acqua. Arriva un torrente digitale di dati, ci passa sopra, ma subito dopo si prosciuga di nuovo. Per diventare terra fertile e dare frutti, è necessario che quelle idee cadano come rugiada, come pioggerella sull’erba, come rugiada sul prato. 

E ora che cito i salmi, in che modo questa pandemia di scarsa comprensione della lettura influenzerà il modo in cui la Parola di Dio penetra nei cuori degli uomini e delle donne di oggi? Bisogna ricordare che molti santi hanno incontrato il Signore e hanno vissuto la conversione grazie a letture spirituali che, ovviamente, hanno compreso e hanno lasciato che toccassero davvero le loro vite. 

Tra i più famosi, san Ignazio di Loyola che, durante una lunga convalescenza a causa di una ferita di guerra, per passare il tempo chiese che gli portassero dei romanzi cavallereschi, di cui era appassionato. Si scoprì che in quella casa c’era solo «un Vita Christi e un libro sulla vita dei santi in lingua romanza», come lui stesso racconta. Si appassionò a queste letture e, «a poco a poco, Dio si insinuò nella mia anima, e da valoroso cavaliere di un signore terreno passai a essere «eroico cavaliere del Re Eterno, Gesù Cristo”».

E che dire di sant’Agostino, che dopo aver udito una misteriosa voce infantile che gli diceva «prendi e leggi”, aprì le Scritture a caso e trovò proprio in una lettera di san Paolo ciò che aveva cercato per tutta la vita senza saperlo, e che non era altro che Cristo? Così lo raccontò lui stesso nel suo libro *Le* Confessioni, opera che secoli dopo sarebbe finita nelle mani di santa Teresa d’Avila e la cui lettura fu determinante per la sua conversione e il suo cambiamento di vita; vita che, a sua volta, fu raccolta in un'autobiografia che, dopo essere stata letta dalla professoressa di filosofia ebrea Edith Stein, la portò ad esclamare: “Questa è la verità!”. Si convertì quindi al cristianesimo, raggiungendo in seguito gli altari con il nome di Santa Teresa Benedetta della Croce. La catena di conversioni che la lettura (ben compresa) della Parola di Dio e delle vite dei santi ha lasciato e continua a lasciare è infinita.

Non sarò certo io a demonizzare le app per recitare i salmi o leggere il Vangelo sul cellulare, dato che le uso quotidianamente e possono essere uno strumento molto utile, ma sarebbe bene riflettere se questo sia il modo migliore per avvicinarci a quei testi e in quale contesto lo facciamo. Dobbiamo trovare il tempo, dobbiamo trovare gli spazi affinché la Parola di Dio, che «è viva ed efficace, più affilata di una spada a doppio taglio», e le letture spirituali non ci sfuggano come se fossero l’ennesimo messaggio di auguri di compleanno di un gruppo su WhatsApp, ma si imprimano davvero nel nostro cuore perché ne va della nostra vita. Capite?

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Vaticano

La Biblioteca Vaticana, testimonianza dell’apertura culturale della Chiesa

L’aumento del patrimonio bibliografico e della produzione documentaria ha spinto Leone XIV a disporre la costruzione di un nuovo edificio per l’Archivio e la Biblioteca Vaticana, a testimonianza dell’apertura culturale della Chiesa. Il Papa ha inaugurato la mostra “AQVA. Catastrofe e meraviglia” proprio in quella Biblioteca.

Francisco Otamendi-15 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La decisione di destinare nuovi spazi all’Archivio e alla Biblioteca Vaticana è stata presa da Papa Francesco, il quale ha individuato nella zona extraterritoriale del Laterano il luogo ideale.

Tuttavia, un Chirografo del Pontefice, firmato il 14 settembre, rivela che negli ultimi mesi sono emerse nuove opportunità per creare nuovi spazi all’interno dello Stato della Città del Vaticano, e l’area scelta dal Papa è stata quella denominata «Fonte dell’Autoparco» e i suoi dintorni.

Pertanto, la costruzione di un nuovo edificio destinato all’Archivio Vaticano e alla Biblioteca Vaticana avverrà in quella sede, con una ripartizione equa dello spazio tra le due istituzioni e riservando una parte ad altri servizi dello Stato della Città del Vaticano.

A tal fine, secondo quanto disposto dal Santo Padre, l’Archivio Apostolico Vaticano e la Biblioteca Apostolica Vaticana, in qualità di enti fondatori e promotori, costituiranno una fondazione strumentale vaticana. Nel frattempo, la Biblioteca Vaticana continuerà a utilizzare gli spazi di deposito che attualmente occupa presso il Pontificio Seminario Maggiore Romano.

Una sala di lettura della Biblioteca Vaticana in Vaticano, il 14 settembre 2026. (Foto di CNS/Lola Gómez).

Antica e nuova apertura culturale

D’altra parte, lunedì Papa Leone XIV ha visitato la Biblioteca Apostolica Vaticana in occasione dell’inaugurazione della mostra ‘AQVA. Catastrofe e meraviglia’. Nel suo Discorso, il Pontefice ha incoraggiato i membri della Biblioteca Apostolica per testimoniare “l'antica e nuova apertura culturale della Chiesa”, ha riferito la Santa Sede.

“Per la prima volta come Pontefice, visito la Biblioteca Vaticana, seguendo le orme dei miei predecessori”, ha affermato il Pontefice. “Questo vuole essere un segno della vicinanza e dell’apprezzamento del Papa per la missione dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica, al servizio dello sviluppo e della diffusione della cultura, a beneficio della Chiesa e di tutta l’umanità”.

Papa Leone XIV spegne una candela nella Biblioteca Vaticana, in occasione della cerimonia tenutasi nel giorno del suo 71° compleanno (@VATICAN MEDIA).

Il Papa e La Provvidenza: “Mia madre era bibliotecaria, ed eccomi qui oggi”

All’inizio del suo discorso, il Papa ha affermato che “Dio, nella sua provvidenza e talvolta con un certo senso dell’umorismo, ci ricorda sempre che è con noi. Molti di voi forse non sanno che mia madre (Mildred) era bibliotecaria, e oggi sono qui, nel giorno del mio compleanno, proprio per salutarvi tutti”.

Il Santo Padre ha poi salutato le autorità e il personale che lavora in queste due istituzioni vaticane, nonché alcuni ospiti e benefattori, ai quali ha espresso la sua profonda gratitudine, secondo quanto ha riportato Vatican News. Successivamente, seguendo le orme dei suoi predecessori che avevano visitato la Biblioteca Vaticana, il Pontefice ha sottolineato che questa visita intende essere una dimostrazione della vicinanza e dell’apprezzamento del Papa per la missione dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica, al servizio dello sviluppo e della diffusione della cultura, a beneficio della Chiesa e di tutta l’umanità.

La Biblioteca del Papa: un cuore, con sistole e diastole

“Come descrivere la Biblioteca del Papa?», proseguì il Papa. «Userò una metafora: la Biblioteca Apostolica è un cuore. Il battito simboleggia la vita e deriva da due movimenti opposti, la sistole e la diastole: contrazione e rilassamento, un movimento verso il centro e uno verso la periferia. Anche la Biblioteca Apostolica rimane viva nella misura in cui conserva la propria sistole e diastole.

La sistole: “Che la Biblioteca Apostolica continui a essere un luogo di grande intimità, tranquillità, rispetto e cura”. (…)

La diastole: “L’apertura e l’ampiezza di vedute di questa Biblioteca traspaiono dalle sue origini umanistiche: non solo opere di teologia, ma anche di letteratura, filosofia, astronomia, fisica, matematica, geografia, botanica, zoologia, medicina, storia, diritto, arte ed economia”.

“Opere scritte in altri contesti religiosi”

“Non solo libri europei e cristiani, ma anche opere scritte in altri contesti religiosi, provenienti da ogni angolo del mondo. E questo avvenne molti secoli prima che questa sensibilità diventasse universalmente condivisa”. 

Con questo approccio, ha concluso Leone XIV, “la Biblioteca Apostolica testimonia l’antica e nuova apertura culturale della Chiesa. Lo conferma anche la serie di mostre che inizia oggi”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Risorse

La bellezza come via verso Dio

Il piacere estetico non si esaurisce nella semplice contemplazione disinteressata, ma funge da soglia che accende nell’essere umano il desiderio di una pienezza maggiore. A differenza delle forme finite dell’arte o della natura, questo dinamismo trova il suo senso ultimo nel trasformarsi nell’incontro con una Bellezza viva che trascende l’effimera soddisfazione dell’istante.

Rafael Ramonet-15 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Esiste un tipo di piacere che si distingue da tutti gli altri per la sua strana purezza: quello che deriva dalla contemplazione del bello. Non promette nulla, non esige nulla, non lascia alcun retrogusto. A differenza del piacere di possedere o di consumare, il godimento estetico si esaurisce nel puro guardare, ascoltare o contemplare, senza alcun desiderio di appropriazione. È, potremmo dire, un piacere «sano» anche in senso letterale: chi contempla un tramonto, una sinfonia o il volto di una persona cara non esce danneggiato da quell’esperienza, ma sereno, più consapevole, grato. Ma proprio questa gratuità solleva una domanda che non è solo estetica, ma esistenziale: la bellezza si esaurisce nell’istante dell’estasi, o quell’istante è la porta verso un nuovo cammino da percorrere?

Un piacere senza una ragione apparente

Kant definì questa esperienza «piacere disinteressato»: un piacere che non dipende dall’utilità dell’oggetto né dal suo possesso, ma dalla pura contemplazione della sua forma.

Questa caratteristica – l’assenza di interesse, di avidità, di finalità pratica – è ciò che rende il piacere estetico qualcosa di qualitativamente diverso dal piacere sensuale o dal benessere materiale. Non cerchiamo nulla nel tramonto che contempliamo; ci basta semplicemente che esista. Eppure, quel «basta» è ingannevole, perché chi ha davvero percepito l’intensità di un momento bello sa che, paradossalmente, non basta mai del tutto: si desidera che duri, si vorrebbe «entrare» nella musica, rimanere per sempre davanti al quadro, davanti al gruppo scultoreo che strappa lacrime di una gioia così intensa che nessuna ragione riesce a spiegarla.

Nell’esperienza più completa della bellezza c’è uno strano senso di inquietudine misto alla pienezza.

Cammino o punto finale? Da Platone ad Agostino

L'intuizione secondo cui il bello sensibile non è un punto di arrivo, bensì il primo gradino di un percorso ascendente, trova già una formulazione classica in Platone. Nel Banchetto, nel discorso che Socrate attribuisce alla sacerdotessa Diotima di Mantinea, viene descritta la celebre «scala dell’amore»: l’anima che ama inizia amando un corpo bello, ma se il suo amore è ben orientato, ascende poi alla bellezza di tutti i corpi, quindi alla bellezza delle anime e delle azioni giuste, più tardi alla bellezza delle leggi e della conoscenza, fino a raggiungere infine la contemplazione della Bellezza in sé: qualcosa che non nasce né perisce, che non è bello in un momento e brutto in un altro, ma bello sempre e di per sé, di cui partecipano tutte le cose belle senza che tale partecipazione lo accresca né lo diminuisca. Diotima arriva a descriverla come «qualcosa di meravigliosamente bello per natura». Già in Platone, quindi, la bellezza sensibile funge da gradino, non da meta: ogni corpo o anima bella è un gradino necessario, ma fermarsi su di esso significherebbe vanificare il movimento stesso che la bellezza avvia.

Questa stessa struttura – la bellezza finita come percorso, non come meta – riappare secoli dopo, in una chiave molto diversa, in Sant'Agostino di Ippona. Proprio all'inizio dei suoi Confessioni, Agostino formula quella che è forse una delle frasi più citate di tutta la letteratura spirituale occidentale: «Ci hai creati per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Questa inquietudine non è un difetto dell’anima, ma la sua stessa struttura: siamo fatti con una capacità di desiderare che nessun bene finito – per quanto bello possa essere – riesce a saziare del tutto.

Agostino, che per anni aveva cercato la bellezza nell’arte, nella retorica, nel piacere dei sensi, descrive quel percorso con un’immagine celebre, rivolta a Dio come Bellezza stessa: «Ti ho amato tardi, bellezza così antica e così nuova, ti ho amato tardi». E aggiunge che cercava la bellezza all’esterno, nelle cose create, senza rendersi conto che la vera Bellezza era dentro di lui e al di sopra di lui: «Tu eri dentro di me, e io ero fuori, e lì ti cercavo».

Per Agostino, ogni bellezza particolare – un volto, una melodia, un paesaggio – è bella per partecipazione, in quanto riflesso di una Bellezza prima dalla quale ogni altra bellezza deriva la propria capacità di piacere. Ecco perché nessuna bellezza finita può soddisfare pienamente chi la contempla: non perché sia imperfetta, ma perché la sua funzione non è quella di placare il desiderio, bensì di alimentarlo e orientarlo.

Tra Platone e Agostino vi è, tuttavia, una differenza: la Bellezza in sé platonica è una Forma impersonale, un oggetto di contemplazione intellettuale; la Bellezza agostiniana è un Tu, un Dio personale che si ama e che va incontro all’anima che lo cerca. L’ascesa platonica culmina in una visione senza nessuno; quella agostiniana, in un incontro.

Dall’opera d’arte alla Bellezza che è Qualcuno

Di fronte a un’opera d’arte, ciò che accade – per quanto sublime possa essere l’esperienza – è sempre, in fondo, un piacere: contempliamo qualcosa, lasciamo che agisca su di noi, ci lascia un segno, ma il quadro non ci ricambia lo sguardo, la sinfonia non risponde al nostro stupore, la poesia non sa che la stiamo leggendo. È una bellezza passiva nel senso preciso che la sua azione su di noi non deriva né da una volontà né da una libertà: è forma, ordine, armonia, che la nostra sensibilità accoglie e di cui gode, ma che non può ricambiare l’amore che suscita. Ecco perché il piacere estetico, con tutta la sua profondità, ha un limite naturale: può commuoverci, elevarci, persino rapirci, ma non può ricambiare il nostro amore.

Quando si parla di Dio come via e meta della bellezza, occorre andare oltre questa analogia artistica, perché in Dio la bellezza non è una qualità che si contempla dall’esterno, ma una Bellezza attiva al massimo grado, e attiva proprio senza bisogno di alcuna parola: non è necessario che Dio «dica» nulla affinché la sua sola realtà, intravista anche se in modo fugace e imperfetto attraverso il creato, produca quella stessa gioia disinteressata che produce un’opera d’arte e qualcosa di più, perché chi viene qui contemplato non è un oggetto inerte, ma Qualcuno che a sua volta guarda, ama e viene incontro. La differenza non sta, quindi, nell’intensità del godimento estetico (che può essere paragonabile, o addirittura maggiore, di fronte a una grande opera umana), ma in ciò che quel godimento permette in seguito: di fronte al quadro, il godimento si esaurisce in se stesso, per quanto profondo possa essere, perché non c’è nessuno dall’altra parte a cui rispondere; davanti a Dio, lo stesso tipo di godimento – piacere disinteressato, gratuito, «sano» – è anche la porta d’accesso a una relazione personale, perché chi produce quel godimento non è una forma bella, ma Qualcuno bello senza limiti – la Bellezza stessa –, che ama e attende.

Ciò permette di formulare con maggiore precisione l’intuizione agostiniana citata in precedenza. Quando Agostino scrive «ti ho amato tardi, bellezza così antica e così nuova», non sta descrivendo la contemplazione di un oggetto sublime, ma il riconoscimento di una Persona che, senza saperlo, cercava da tempo attraverso tutte le bellezze create. L’itinerario estetico – godere del bello nell’arte, nella natura, nel volto umano – sarebbe quindi la prima metà del cammino, comune a ogni essere umano sensibile; ma quel cammino, se percorso fino in fondo, non sfocia in una Forma più perfetta da contemplare, bensì in un Tu con cui è possibile relazionarsi. E quella relazione, a differenza di qualsiasi opera d’arte, è desiderata da Lui stesso: una relazione che permane, ormai radicata al di fuori del tempo e dello spazio.

L'obiezione dell'assurdo

Di fronte a questa interpretazione si erge, con tutta la sua forza, l’obiezione esistenzialista. Per Sartre, l’essere umano è «una passione inutile»: un desiderio di pienezza e di fondamento che non trova mai soddisfazione perché, semplicemente, non c’è nulla che possa soddisfarlo. Camus, dal canto suo, definisce l’assurdo come lo scontro tra la ricerca umana di senso e il silenzio indifferente dell’universo. Da questa prospettiva, il piacere del bello non indicherebbe nulla al di là di sé stesso: sarebbe un dato grezzo, bello ma muto, che non promette né rimanda a nulla. Provare un’emozione travolgente di fronte a un’opera d’arte sarebbe, in questa lettura, un fatto gratuito nel senso più radicale: bello, sì, ma senza destinatario né promessa.

È un'obiezione seria. Ma è opportuno porre una domanda, presa in prestito da un metodo ben diverso da quello filosofico: quello matematico. Quando una dimostrazione porta a un risultato assurdo – una contraddizione, un infinito ingestibile –, il matematico non conclude che la matematica stessa sia assurda, ma riesamina le ipotesi di partenza: non può accettare il risultato assurdo, ma conclude che deve esserci un errore in qualche premessa mal formulata. Potremmo applicare lo stesso procedimento anche in questo caso. Se l’ipotesi di partenza — che non esista un fondamento ultimo, che il desiderio umano di senso sia solo un caso evolutivo senza corrispondenza reale — porta a qualcosa di così sconcertante come l’idea che l’esperienza più intensa, più gratuita e più «bella» che un essere umano possa avere non significhi assolutamente nulla, forse il problema non sta nell’esperienza estetica, ma nell’ipotesi che la inquadra. Non si tratta di una dimostrazione – l’argomentazione non impone logicamente la conclusione opposta –, ma è certamente un legittimo invito a «ricominciare da capo con altre ipotesi», come si fa in matematica, invece di forzare l’esperienza affinché si adatti a un quadro che la svuota di significato. In altre parole, ragiono logicamente in modo corretto, giungo a un assurdo, lo accetto e lo propongo come fondamento vitale. Rispettabile, ma non sembra che si possa condividere facilmente, anche se alcuni lo hanno fatto.

La bellezza come soglia

La domanda con cui abbiamo esordito – la bellezza finisce nell’istante dell’estasi? – non ha una risposta che possa essere dimostrata al di fuori dell’esperienza stessa. Ciò che si può affermare è che la struttura stessa di quell’esperienza – la sua gratuità, il suo carattere «sano» e disinteressato, e soprattutto quell’inquietudine che sopravvive anche al momento di massima pienezza – risulta più coerente con l’interpretazione di Platone e Agostino che con la conclusione sartriana — logicamente ineccepibile all’interno del proprio sistema, ma che il più elementare buon senso giudica assurda e inaccettabile — secondo cui l’uomo è una passione inutile. Un cuore che, dopo l’istante di massima pienezza, rimane «inquieto», non si concilia bene con l’idea che quell’istante fosse già la fine del cammino. Si adatta meglio all’intuizione condivisa da entrambi: che ogni bellezza finita — anche quella dell’opera d’arte più riuscita — è un cammino e non una meta, un godimento che può trasformarsi in incontro; e che percorrerlo fino in fondo non significa giungere a una forma più perfetta da ammirare dall’esterno, ma passare dal contemplare il bello all’essere amati dalla Bellezza stessa; è un percorso che raccomando vivamente.

L'autoreRafael Ramonet

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Vaticano

Il Papa aumenta gli stipendi della Curia annullando i tagli legati al Covid

Revocando ilA seguito dei tagli salariali stabiliti nel 2021 durante la pandemia di Covid per cardinali, capi e segretari dei dicasteri, sacerdoti e religiosi della Curia romana, Papa Leone XIV ha aumentato le retribuzioni degli alti funzionari vaticani.

Redazione Omnes-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Le misure di contenimento salariale adottate da Papa Francesco con la Lettera apostolica «Un futuro sostenibile» del 23 marzo 2021, che si erano rese necessarie per affrontare la sfida della pandemia, sono state abrogate da un'altra Lettera apostolica, datata 1° settembre, del Papa Leone XIV.

Di conseguenza, vengono aggiornati gli stipendi di cardinali, capi e segretari dei dicasteri, membri del clero e religiosi del Vaticano, nelle stesse percentuali in cui sono state ridotte. In sintesi, il 10 per cento per i cardinali, l’8 per cento per gli altri superiori e il 3 per cento per i membri del clero e i religiosi.

Impegno a garantire la sostenibilità economica

Il Papa aggiunge nel suo Motu Proprio che le misure sono già state parzialmente modificate, mediante l’abrogazione dell’articolo 3, con il “Rescriptum ex Audientia” del 16 giugno 2025. Ed è “certo che le istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano continueranno, con diversi strumenti, a impegnarsi per garantire la sostenibilità economica”.

La decisione è stata presa dal Santo Padre dopo aver consultato il Segretariato per l’Economia e “aver esaminato attentamente ogni aspetto”. Il Pontefice abroga la norma, pur non annullando le disposizioni applicate mentre la legge era in vigore, compreso il congelamento degli aumenti biennali di anzianità.

Ministero dell'Economia

Per questo motivo, è stato ascoltato “il parere competente del Ministero dell’Economia”, il cui prefetto è il laico spagnolo Maximino Caballero, “dopo aver esaminato attentamente ogni aspetto”.

La misura è stabilita fatti salvi gli effetti prodotti durante il suo periodo di validità. Sono inclusi gli effetti derivanti dalla sospensione dell'accumulo degli aumenti biennali di anzianità di cui all'articolo 5, che rimane definitivamente acquisito.

Revocate le restrizioni imposte da Papa Francesco 

Le restrizioni adottate da Papa Francesco sono state rigorose e sono state determinate in particolare dalle conseguenze della pandemia. Quest’ultima aveva aggravato “il deficit che ha caratterizzato la gestione economica della Santa Sede nel corso di diversi anni, il quale ha avuto un impatto negativo su tutte le fonti di reddito della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”, come indicato nel Motu Proprio ‘Un Futuro Sostenibile’ del 2021.

Papa Francesco ha inoltre fatto un appello a rivedere la spesa, per evitare misure ancora più drastiche, come il licenziamento di dipendenti laici, padri e madri di famiglia, come riferisce l'agenzia vaticana.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Papa Leone XIV compie 71 anni!

Il primo Papa nordamericano della storia, Leone XIV, compie 71 anni nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, questo 14 settembre. Gli episcopati, come quelli del Perù e della Spagna, gli agostiniani di tutto il mondo – ad esempio quelli filippini – e il prefetto mons. Luis Marín OSA sono stati tra i primi a fargli gli auguri.

Francisco Otamendi-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Il nostro caro Papa Leone XIV compie 71 anni. Tanti auguri, Santo Padre. Che il Signore lo protegga, gli conceda lunga vita, lo renda santo in terra e non lo consegni alla volontà dei suoi nemici”, ha scritto poche ore fa sul social network X il Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, l’arcivescovo Luis Marín de San Martín OSA, che ha raccontato il periodo trascorso insieme a padre Robert Prevost, prima che questi fosse eletto Papa.

Sebbene Leone XIV non abbia fatto alcun accenno né ieri durante l’Angelus né in questi giorni, il mondo cattolico sapeva che oggi è il suo compleanno, tra l’altro perché già l’anno scorso aveva festeggiato il suo primo compleanno da Papa. 

La profonda impronta del Perù

La Conferenza Episcopale Peruviana, che attende il Papa dall“11 al 16 novembre, gli ha inviato un affettuoso saluto: ”Buon compleanno, Papa Leone XIV! Il Perù lo attende con gioia, affetto e preghiera».

Tra le altre feste peruviane spicca quella di Monsefú, con una celebrazione popolare: la località di Lambayeque, a Chiclayo, dove l'allora monsignor Robert Prevost ha vissuto per anni. Lì stanno preparando un omaggio con la "marinera" e alcuni dei suoi piatti preferiti. La stampa peruviana lo presenta come una dimostrazione dell'affetto che la località nutre ancora nei confronti di colui che fu il suo vescovo.

Nel giugno dello scorso anno, il Vaticano ha presentato il documentario Leone del Perù, sui vent’anni di attività del missionario agostiniano Robert Prevost, oggi Leone XIV, in Perù. Si tratta di 45 minuti di testimonianze curate dalla direzione editoriale del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano, che ripercorrono le tappe della sua missione in Perù. ’Da Chicago a Chulucanas, da Chiclayo al Vaticano‘, recita uno dei brani in sottofondo, dei Los Bachiches.

Dalle Filippine, dalla Spagna, dal Messico, pubblicazioni…

Gli agostiniani filippini si sono congratulati con Leone XIV chiamandolo “brother”, fratello, in occasione del suo 71° compleanno. La cosa è particolarmente interessante perché si tratta dei suoi confratelli dell’Ordine e riflette un tono più familiare. La notizia è stata riportata oggi dal Philippine Daily Inquirer.

Sempre dalle Filippine, il Papa ha ricevuto gli auguri da GMA News (Filippine). L’emittente filippina ha pubblicato oggi un’immagine di auguri: “Buon 71° compleanno, Papa Leone XIV!”, accompagnata da un messaggio di preghiera e di ringraziamento.

Il Papa ha visitato la Spagna a giugno, lasciando un segno indelebile, e anche da qui sono giunte al Santo Padre congratulazioni da parte, tra gli altri, della Conferenza Episcopale Spagnola, della Caritas Diocesana di Madrid e di altre istituzioni.

Per il resto, stanno arrivando numerose congratulazioni personali, soprattutto sui social media. Ad esempio, quella di Samuel García, governatore di Nuevo León (Messico), che ha pubblicato su X: “Buon compleanno, Papa Leone XIV @Pontifex_es. Con grande rispetto e ammirazione le auguro salute, lunga vita e tanta saggezza…”.

Il primo Papa nordamericano

Leone XIV è il primo papa nordamericano nella storia della Chiesa, e da lì gli augurano ‘Buon compleanno’, a cominciare dai suoi fratelli.

Di recente, il professor Rafael Navarro Valls ha scritto una riflessione su ‘Un Papa americano: l’impronta degli Stati Uniti in Leone XIV’. In essa scrive che Il fatto che Leone XIV sia il primo Papa nato negli Stati Uniti costituisce un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo lungo operato in America Latina abbiano dato forma a una leadership chiaramente universale.

Il dono della vita. Una vita dedicata agli altri

Quando la Chiesa si congratula con il Papa per i suoi 71 anni, non sta semplicemente celebrando il fatto che Robert Francis Prevost sia nato il 14 settembre 1955, osservano le fonti consultate. “Sta rendendo grazie per una vita che, con il passare degli anni, ha assunto una missione ben precisa: agostiniano, sacerdote, missionario in Perù, vescovo, cardinale e infine successore di Pietro”.

“In altre parole, festeggiare un compleanno significa celebrare il fatto che una persona abbia ricevuto il dono della vita e che tale dono, con il passare degli anni, sia diventato anche un dono per gli altri”.

Un altro teologo afferma: San Giovanni Paolo II scrisse nella sua ‘Lettera alle famiglie’ del 1994 che il neonato è un dono. Dice: ‘La sua esistenza è già un dono, il primo dono del Creatore alla creatura’. Vale a dire: ‘La sua esistenza è già un dono, il primo dono del Creatore alla creatura’.

E sviluppa l’idea: ”Un bambino diventa un dono per i suoi genitori, i suoi fratelli, la sua famiglia e, infine, per la società. L’esistenza di una persona non è indifferente: ogni nascita cambia il mondo perché appare qualcuno che prima non c’era». Lo stesso vale per ogni essere umano, conclude.

Papa Leone XIV, nel suo Discorso al Corpo diplomatico di quest’anno, ha affermato tra l’altro: “La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di una relazione impegnata, fondata sulla dedizione reciproca e sul servizio. Alla luce di questa profonda visione della vita come dono da apprezzare e della famiglia come sua custode responsabile”, “respingiamo categoricamente qualsiasi pratica che neghi o sfrutti l’origine della vita e il suo sviluppo”.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Cinema

Sabrina e Steven Gunnell: “Il Sacro Cuore non è una devozione del passato”

I francesi Sabrina e Steven Gunnell, registi di Sacro Cuore, parlano di un film che sta battendo ogni record.

Virginia Gil-Nogués-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

La devozione al Sacro Cuore di Gesù è una delle più diffuse nella Chiesa e raggiunge ogni angolo del pianeta. L'11 è uscito in Spagna un documentario con questo titolo, Sacro Cuore, che combina ricostruzioni storiche e testimonianze contemporanee per avvicinare il pubblico alla figura di Santa Margherita Maria Alacoque e al messaggio del Sacro Cuore di Gesù. I registi, Sabrina e Steven Gunnell, di origine francese, hanno riversato nel film parte della propria esperienza di fede. Entrambi rilasciano un’intervista a Omnes a Madrid, in occasione della presentazione del documentario. 

Qual è l'origine di questo film? 

-SABRINA: È la storia di un incontro. Nell’agosto del 1923 ci trovavamo al Santuario di Notre-Dame du Laus, nelle Alpi francesi, e io andai ad ascoltare la testimonianza di padre Marot, ex rettore dei santuari di Paray-le-Monial, e di Alicia Beauvisage. Per tutto il tempo il mio cuore batteva forte, vedevo molte somiglianze tra la loro storia e la nostra (quella di Steven e la mia), e capii che il Sacro Cuore di Gesù era davvero la nostra vita fin dall’inizio.

Al termine, ho raccontato ad Alicia che da diversi anni giravo film con mio marito. Mi ha preso la mano e mi ha detto: “Ho pregato per poter incontrare registi cristiani”. In quel momento ho capito cosa volesse Dio. Quel pomeriggio, in famiglia, abbiamo scoperto che potevamo consacrarci al Sacro Cuore, cosa che, pur essendo cattolici, non conoscevamo. In seguito, a Parigi, per due mesi, abbiamo ricevuto segni concreti del Sacro Cuore, sia nella vita quotidiana che entrando in un negozio, mentre prima non li notavamo in quel modo. Steven non mi raccontava ciò che vedeva, ma, dopo un mese e mezzo, mi disse: “Credo di vedere molti Sacri Cuori”. 

Come hanno accolto i suoi familiari e le persone a lei vicine la notizia di questo progetto? 

-SABRINA: Molti amici ritenevano che il Sacro Cuore fosse un tema antiquato, di cui nessuno parlava e che fosse ricoperto di polvere, che appartenesse al passato. Ma a noi ha colpito nel profondo e sentivamo che il Signore ci chiamava ad affrontarlo. Anche se non sapevamo come raccontare in 90 minuti tutta la sua spiritualità, che è il cuore della fede, sentivamo una sorta di grido interiore che ci spingeva a farlo. Allora Steven ha avuto l’idea del film.

Si riferisce al cartellone? 

-STEVEN: Sì. Di fronte ai manifesti di film horror o satanici che vedevo negli aeroporti e nelle stazioni, ho immaginato di mostrare Gesù in tutto il Suo Amore e ho provato una gioia immensa. E gli abbiamo detto di sì. Da quel momento in poi, Lui ci ha fatto capire cosa avremmo fatto. 

Questo è il suo nono documentario; il film ha già superato il milione di spettatori in tutto il mondo ed è stato distribuito in diversi paesi. Vi aspettavate che riscuotesse un successo così grande?

-STEVEN: Ci è voluto più di un anno per realizzare il film. E, quando l’abbiamo finito, il nostro distributore in Francia ci ha detto che l’obiettivo era raggiungere ventimila biglietti venduti, dato che si tratta di un documentario cristiano, cattolico, rivolto a una nicchia specifica, non destinato al grande pubblico. Cominciarono a sorgere polemiche sul film e ci rendemmo conto che la televisione francese non voleva i manifesti, poiché c’era una croce e il tutto risultava troppo confessionale, motivo per cui non gradivano. Ciononostante, abbiamo esposto i manifesti, e così molte persone hanno scoperto che il film era nelle sale e hanno iniziato ad andare a vederlo, per curiosità.  

Una storia personale

Steven, lei è passato dalla fama di un gruppo pop a un periodo molto buio, e da lì alla realizzazione di film sulla fede. C’è qualcosa di quella caduta che continua a riaffiorare, in qualche modo, nelle storie che scegliete di raccontare?

—STEVEN: Ho fatto parte della Boy band Alliage E, da un giorno all’altro, sono passato dall’anonimato alla ricchezza e alla fama. Quando tutto è finito, ho perso tutto. In quel periodo della mia giovinezza avevo provato la peggiore delle droghe: la fama, perché porta con sé il potere e la sensazione che durerà per sempre. 

Non riuscivo a trovare una via d’uscita per la mia carriera artistica, così sono partito per l’Inghilterra, dove ho iniziato a scavarmi la fossa con le mie stesse mani. Non dormivo bene ed ero psicologicamente a pezzi. Avevo paura. Disperato, chiamai mia madre al telefono, la quale mi chiese di andare a riposarmi in una chiesa prima di fare qualche sciocchezza. E, per la prima volta in vita mia, le diedi ascolto. 

Sono andato in una cappella a Londra e lì mi sono addormentato su una panca. Fino ad allora non ero riuscito a prendere sonno, nemmeno di notte. Al mio ritorno a casa, a Nizza, mia madre mi portò in una chiesa affollata e, contemplando quello spettacolo, provai una sensazione di presenza interiore, di scoperta. “È Te che sto cercando da sempre”, pensai. 

Avete avuto molte difficoltà a capire cosa Dio vi stesse chiedendo attraverso il film? 

—STEVEN: I primi anni di matrimonio sono stati difficili, perché il Signore ci stava preparando alla missione. Nel 2012 abbiamo ricevuto la nostra prima chiamata e abbiamo scoperto un’enorme gioia dietro l’obiettivo, nel poter raccontare come Dio possa trasformare le vite. Da quel momento in poi, tutto ha preso il via e non abbiamo mai smesso di crescere. 

Dopo la mia esperienza nel mondo della musica, in cui tutti mi hanno abbandonato, il dono della saggezza mi è apparso davvero singolare e impressionante. È la misericordia, ancora una volta. Nel film c’è una scena in cui appare Gesù Cristo crocifisso e, quando il soldato gli conficca una lancia nel costato, dal corpo inerte di Cristo sgorga acqua, a simboleggiare la fonte inesauribile di vita divina e di misericordia di Dio. Quel cuore da cui sgorga l’acqua è davvero la chiave, la soluzione per poter rinnovare costantemente il cuore. 

La Francia è un Paese fortemente caratterizzato dalla secolarizzazione; ritenete che questo contesto sia, paradossalmente, uno dei fattori che hanno contribuito al successo del film?

—STEVEN: San Girolamo diceva: “Chi ignora la storia, la riscrive”. Duemila anni fa, il Signore veniva respinto in molti luoghi, ma veniva accolto in quei luoghi dove poteva compiere miracoli. Secoli dopo, ci ritroviamo di fronte alle stesse storie. In Francia e in altri paesi ci sono forze che negano questa trascendenza, ma io sono tra coloro che credono che l’essere umano sia profondamente spirituale, per cui trova sempre il ritorno alla fonte, poiché si tratta di una ricerca costante. Non credo che l’uomo possa salvare un altro uomo, ecco perché sono cattolico: è Dio che mi salva. 

Pensate che il film possa suscitare interesse e, magari, portare alla conversione di qualche spettatore che non conosca questa devozione?

—SABRINA: Siamo i primi spettatori dei nostri film; realizziamo film che ci sarebbero piaciuti, da adolescenti, in quel periodo. Riceviamo molte testimonianze di persone commosse dalla proiezione, che trovano un percorso di fede dove non se lo aspettavano e si pongono domande sincere che le riportano alla fede della loro infanzia. Avevano la sensazione che Gesù Cristo li chiamasse e chiedesse loro: “Hai dimenticato quella fede?”. È molto commovente leggere le loro storie e constatare che, dopo il film, non vivono più la Messa allo stesso modo. Ora sentono i battiti di quel cuore. 

Noi siamo qui per mostrare la Grazia di Dio, e poi sarà Lui a tracciare il cammino che deve percorrere nei cuori delle persone. Il Sacro Cuore non è, tutt’altro, una devozione del passato.

L'autoreVirginia Gil-Nogués

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Autori invitatiVictor Torre de Silva

Influencer santi

Internet e i social media stanno trasformando anche i santi in nuovi influencer, avvicinando la loro vita e il loro esempio a milioni di cristiani.

14 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

La facilità di comunicazione offerta da Internet influisce su molti ambiti della Chiesa, dalla comunicazione istituzionale alla diffusione delle devozioni in modo più universale. Lasciando da parte gli usi negativi che talvolta osserviamo, i suoi aspetti positivi sono innegabili: basti pensare a quante persone possono ascoltare il Papa grazie a questi mezzi.

In particolare, ciò ha influito in modo molto positivo sullo svolgimento dei processi di canonizzazione. Oggi è molto più facile far conoscere la figura di un cristiano il cui processo è stato avviato. Video, testi e interviste consentono di far conoscere la sua vita e la sua devozione in tutto il mondo. Recentemente ho ricevuto notizie sui progressi compiuti in diverse cause, come l’annuncio della beatificazione di Fulton Sheen o gli ultimi sviluppi della causa di Pedro Ballester.

In questi giorni stavo pensando che ciò presenti un parallelismo con quanto sta accadendo su Instagram, TikTok e altre reti con i influencer: persone che condividono la propria vita, le proprie amicizie e i propri “trucchi” con milioni di follower che li prendono come modello. I santi sono il grande modello di santità per i cristiani, e ora possiamo averli molto vicini anche attraverso i social.

Credo che sarebbe un’ottima idea promuovere sui social media account che raccontino la vita dei santi in prima persona, magari con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Si potrebbero adattare i loro diari, aneddoti o consigli in modo che ci “parlassero” da pari a pari, come se fossero post di oggi. Queste iniziative, alcune delle quali già in corso, possono aiutare i cristiani che utilizzano i social a trovare tra gli influencer che seguono anche i santi. Un buon consiglio nella routine quotidiana o l’esempio di fronte a una difficoltà può essere la spinta perfetta per avvicinarci di più a Cristo.

L'autoreVictor Torre de Silva

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Ecologia integrale

Aiutare le madri dopo il parto: una questione a favore della vita

Nicole Kristensen ricorda di aver affrontato parti difficili e difficoltà nel periodo post-parto come madre. Oggi attinge alla sua esperienza per aiutare altre donne prima, durante e dopo il parto. Kristensen, titolare di Holystic Maternity Care, e altre esperte parlano dell'accompagnamento post-parto.

OSV / Omnes-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

– Katie Yoder, OSV News

“Sebbene abbia incontrato delle difficoltà, poter contare su una comunità è stata la cosa più importante, ed è proprio questo un aspetto fondamentale di ciò che cerco di realizzare oggi come doula”, ha affermato la doula e coach cattolica Nicole Kristensen, che offre i propri servizi alle comunità di New York e del Connecticut.

(Nota del redattore: la doula è una figura che non svolge funzioni sanitarie e che accompagna le donne dal punto di vista emotivo e pratico durante la gravidanza, il parto e il periodo post-parto, senza sostituirsi all’assistenza fornita da medici o ostetriche). 

Kristensenproprietario di Assistenza olistica alla maternità , e altri esperti in materia di post-parto e leader cattolici hanno parlato con OSV News del ruolo della Chiesa nel sostegno post-parto e nell’accompagnamento delle neomamme che stanno attraversando momenti di difficoltà.

Le sue osservazioni giungono in un momento in cui le madri stanno parlando apertamente delle difficoltà del periodo post-parto, sulla scia del processo mediatico a Lindsay Clancy nel Massachusetts, conclusosi con un verdetto di non luogo a procedere il 4 settembre. Il caso ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla psicosi post-parto, un grave disturbo della salute mentale materna.

Il sostegno post-parto è una questione a favore della vita

Questi esperti hanno convenuto sul fatto che la Chiesa e i cattolici abbiano la responsabilità di impegnarsi nel sostegno post-parto come questione a favore della vita. La Chiesa è già presente in questo ambito, hanno affermato, ma i cattolici possono fare di più. Molti di loro hanno sottolineato l’importanza del coinvolgimento delle parrocchie.

Sebbene questi esperti provenissero da diversi ambiti e ministeri, volevano che le neomamme in difficoltà sapessero di non essere sole.

“La Chiesa svolge un ruolo importante nel sostegno post-parto perché Gesù ci comanda di prenderci cura dei più vulnerabili, e le donne dopo il parto e i loro bambini rientrano proprio in questa categoria”, ha affermato Kat Talalas, vicedirettrice delle comunicazioni pro-vita presso il Segretariato per le Attività Pro-vita della Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti.

Il quadro dell'assistenza post-parto

Attualmente esistono diverse risorse nazionali a disposizione delle donne che affrontano difficoltà nel periodo post-parto. Le donne con problemi di salute mentale materna possono contattare la Linea di assistenza per il suicidio e le crisi (988) o la Linea nazionale per la salute mentale materna. Altre organizzazioni senza scopo di lucro che sostengono le madri nel periodo post-parto includono Postpartum Support International e il Policy Center for Maternal Health.

I disturbi di salute mentale materna, noti anche come disturbi di salute mentale perinatali, sono frequenti e colpiscono fino a una famiglia su cinque negli Stati Uniti ogni anno, secondo il centro di ricerca. Il centro sottolinea che l’ansia e la depressione sono le complicanze più comuni del parto. Tuttavia, questo tipo di disturbi non viene universalmente individuato né trattato in modo adeguato.

Secondo il centro, i sintomi della depressione post-parto comprendono tristezza, difficoltà a concentrarsi, difficoltà a trarre piacere dalle proprie attività preferite e difficoltà a instaurare un legame con il bambino. I sintomi dell’ansia materna comprendono paura estrema, preoccupazione e nervosismo.

Tempo di recupero, con squilibri

Gli esperti hanno convenuto che la Chiesa debba stare accanto alle neomamme, in particolare a quelle che stanno attraversando un momento difficile.

“Nei mesi successivi al parto, tutte le donne impiegano mesi, a volte persino anni, per riprendersi completamente”, ha affermato Caroline Hartley, infermiera specializzata in assistenza familiare e fondatrice di Fiat Salute Integrativa, una clinica che offre assistenza medica e servizi di salute mentale a Franklin, nel Tennessee. “Si verifica uno squilibrio ormonale, il sonno viene alterato e l’isolamento è frequente. Circa una donna su sette soffre di depressione post-parto e quasi la metà non riceve mai una diagnosi”.

La madre di sette figli ha aggiunto: “Se i cattolici scomparissero in quel momento, la nostra testimonianza a favore della vita sarebbe incompleta”. Molti di questi esperti e leader hanno identificato il sostegno post-parto come una questione a favore della vita.

“È assolutamente indispensabile, e direi addirittura obbligatorio, che il corpo di Cristo sia presente per sostenere le madri e le famiglie nel periodo post-parto”, ha affermato Mary Haseltine, doula cattolica e madre di sette figli. 

Qualcosa di essenziale

Haseltine è anche la fondatrice di Made for This, che offre risorse sulla gravidanza, il parto e il periodo post-parto, e autrice di “Made for This: La guida al parto per la mamma cattolica". 

“Questo non fa solo parte del mandato generale del Vangelo di prendersi cura dei bisognosi”, ha affermato. “Se come Chiesa chiediamo alle famiglie di promettere di essere aperte alla vita, così come facciamo nei nostri voti matrimoniali, e pretendiamo di essere un popolo che valorizza la dignità e la bellezza di ogni vita e costruisce una cultura della vita, ciò è essenziale”.

Un impegno che cresce

Questi esperti hanno riconosciuto il ruolo della Chiesa nel sostegno post-parto, citando in particolare gli ospedali cattolici, i centri per la gravidanza e le doule. 

Hanno citato anche organizzazioni come l’Elizabeth Ministry International, un apostolato cattolico che sostiene le donne e le famiglie nelle gioie e nelle difficoltà della maternità, e Walking with Moms in Need, un’iniziativa parrocchiale promossa dai vescovi statunitensi a sostegno delle donne incinte e delle madri in situazione di vulnerabilità.

“Sebbene il programma ”Caminando con las Madres” sia rivolto principalmente alle donne a basso reddito, le risorse disponibili e il sostegno offerto dalla parrocchia potrebbero essere messi a disposizione di qualsiasi madre che si trovi in difficoltà», ha affermato Talalas, in rappresentanza dei vescovi statunitensi.

Nelle diocesi statunitensi, nelle parrocchie

Secondo Talalas, almeno un terzo delle diocesi statunitensi partecipa all’iniziativa “Walking with Moms in Need” e vi sono anche parrocchie che vi aderiscono, sebbene abbia aggiunto che probabilmente la cifra sia più alta.

Le parrocchie che dispongono di servizi di sostegno alle madri in difficoltà svolgono un ruolo attivo nell’accompagnamento delle madri nel periodo post-parto. Il servizio di la parrocchia di San Filippo e Santiago a Exton, in Pennsylvania, ha recentemente donato prodotti per la cura personale post-parto a La mamma del quarto trimestre, un’organizzazione senza scopo di lucro impegnata nella salute materna.

Preghiere, sostegno tra compagne, tutoraggio

Elizabeth Ministry International, Con sede nel Wisconsin, conta attualmente oltre 800 sedi registrate. I suoi membri offrono preghiere, sostegno reciproco, tutoraggio, materiale didattico, nutrimento spirituale e risorse fonte di ispirazione. 

Krys Crawley, direttrice esecutiva dell’Elizabeth Ministry Internazionale, ha affermato che la sua organizzazione spera di aprire sedi in tutte le parrocchie del mondo. 

“La nostra concezione cattolica della dignità umana ci insegna che sia la madre che il bambino hanno un valore infinito”, ha affermato Crawley, che è anche fondatrice e direttrice esecutiva di Life’s Connection, un centro comunitario dedicato alla salute e all'istruzione che offre sostegno durante la gravidanza e il periodo post-parto.

Assistenza al neonato e alla madre

Hartley ha affermato che Fiat e organizzazioni simili adottano un modello olistico in cui si prendono cura sia del bambino che della madre. Anche le doule cattoliche, come Haseltine e Kristensen, offrono sostegno alle donne prima, durante e dopo il parto. Entrambe mettono a disposizione risorse online gratuite per il periodo post-parto. 

Haseltine offre anche un programma di riposo post-parto basato sulla Bibbia e un elenco di professionisti cristiani specializzati nel parto, per mettere in contatto le donne con il sostegno necessario. Kristensen mette a disposizione un e-book per prepararsi a un periodo post-parto sereno ed elenca articoli utili per questa fase.

Una soluzione incentrata sulla parrocchia

Tuttavia, questi esperti hanno affermato che la Chiesa può fare di più. Molti hanno incoraggiato le parrocchie a partecipare attivamente. Hanno raccomandato alle parrocchie di avviare gruppi di sostegno per le madri in difficoltà e per il Ministero Elisabetta, oppure di ampliare quelli già esistenti. Altri hanno suggerito di creare spazi in cui le madri possano entrare in contatto, costruire una comunità e aiutarsi a vicenda.

Molti hanno consigliato di organizzare sistemi di distribuzione dei pasti e di offrire servizi di assistenza all’infanzia per le neomamme e le famiglie in crescita. Hanno suggerito di mantenere contatti regolari con le madri e di tenere un elenco delle risorse che potrebbero essere loro utili.

“Uno dei cambiamenti più importanti che la Chiesa possa apportare è quello di non considerare le difficoltà post-parto come un problema privato, ma di sostenere in modo proattivo le madri”, ha affermato Hartley. 

“Non stai venendo meno al dono che ti è stato concesso”

Questi esperti hanno anche condiviso alcuni consigli per le madri che si trovano in difficoltà. Hanno raccomandato alle madri di rivolgersi ai propri familiari, agli amici e alle parrocchie. Alcuni hanno consigliato la preghiera. Molti hanno incoraggiato le madri a non avere paura né vergogna di chiedere aiuto. Volevano far loro sapere che la Chiesa e i ministeri cattolici desiderano stare al loro fianco.

“Se sei una neomamma e stai attraversando un momento difficile, ascolta bene: non sei una cattiva madre e non stai venendo meno al dono che ti è stato fatto”, ha detto Hartley. 

“Amare il proprio bambino e provare confusione, paura, rabbia, vuoto o mancanza di legame possono coesistere”, ha aggiunto. “Questo non significa che tu sia ingrata. Significa che il tuo corpo e la tua mente hanno vissuto un’esperienza enorme e non si sono ancora ripresi”.

“Non avresti mai dovuto affrontare tutto questo da sola”.

Hartley e altri hanno esortato le donne a stanno attraversando un periodo difficile che lo raccontino ai loro mariti, amici, sacerdoti, ostetriche, consulenti e medici.

“Hai detto ”sì“ alla vita, e quel ”sì” include ancora te e i tuoi bisogni», disse. «Non avresti mai dovuto sopportare tutto questo da sola».

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– Katie Yoder è corrispondente di OSV News. Scrive dal Maryland.

– Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

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L'autoreOSV / Omnes

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Cultura

Scienziati cattolici: Carlos de Sigüenza y Góngora

Carlos de Sigüenza y Góngora è una delle figure più rappresentative del connubio tra fede cattolica e scienza moderna nel mondo ispanico.

Ignacio del Villar-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Carlos de Sigüenza y Góngora (Città del Messico, 1645 – 1700) è una delle figure più rappresentative del connubio tra fede cattolica e scienza moderna nel mondo ispanico.

Proveniente da una famiglia in cui suo padre era stato tutore della famiglia reale a Madrid, studiò presso i gesuiti a Tepotzotlán e a Puebla, anche se nel 1667 fu espulso per indisciplina. Tuttavia, non si allontanò mai dalla spiritualità ignaziana e dalla fede cattolica. Nel 1668 pubblicò la sua prima opera, Primavera indiana, dedicata alla Vergine di Guadalupe, e nel 1673 sarebbe stato ordinato sacerdote secolare.

Prima di essere ordinato sacerdote aveva già studiato presso la Reale e Pontificia Università del Messico, dove si distinse al punto da ottenere la cattedra di matematica e astrologia (1672), incarico che ricoprì per vent’anni.

Fu inoltre cappellano dell’Ospedale dell’Amor di Dio e cosmografo reale di Carlo II, per il quale elaborò la prima mappa generale di Città del Messico e diverse piantine e progetti idraulici relativi alla laguna e alla valle, destinati a prevenire le inondazioni. Partecipò inoltre a spedizioni scientifiche, come quella del 1693 nel Golfo del Messico e in Florida, dove redasse le carte nautiche di Pensacola e del Mississippi.

Sigüenza y Góngora si distinse anche per il suo impegno nel separare la superstizione dalla scienza. Di fronte alla comparsa di una grande cometa nel 1680, scrisse il suo Manifesto filosofico contro le comete (1681), opera in cui cercava di placare i timori della popolazione e di spiegarlo scientificamente. Successivamente scrisse la sua opera migliore: La Libra astronomica e filosofica (1690), che contribuì a distinguere l'astronomia dall'astrologia e a consolidare la scienza nel mondo ispanico.

Nel 1675 diresse inoltre i primi scavi documentati a Teotihuacán e fondò il primo giornale della Nuova Spagna, Mercurio Volante, e scrisse diversi testi letterari. Per di più, divenne un eroe durante la rivolta popolare di Città del Messico del 1692, quando rischiò la vita per salvare gli archivi del Cabildo da un incendio. Negli ultimi anni della sua vita raccolse materiale per una storia del Messico antico, nell’ottica di rivendicare il passato indigeno della regione, anche se la sua morte interruppe il progetto.

L'autoreIgnacio del Villar

Università pubblica di Navarra. SCS-Spagna.

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Vaticano

«Solo il perdono libera», afferma Leone XIV mentre prega per le vittime dell’11 settembre e per la pace

Il perdono è indispensabile: senza di esso non si può vivere in pace. Solo il perdono libera e restituisce la luce, ha affermato il Papa questa domenica. Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha rinnovato le sue preghiere per i defunti e i feriti negli attentati dell’11 settembre e ha chiesto il nostro impegno per la pace.

Francisco Otamendi-13 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo aver commentato un Vangelo che tratta di un valore fondamentale della vita cristiana: il perdono, il Santo Padre ha ricordato nel Angelus due giorni fa si è commemorato il 25° anniversario degli attentati terroristici dell'11 settembre negli Stati Uniti d'America.

“Rinnovo le mie preghiere per coloro che hanno perso la vita e per coloro che continuano a piangere le ferite di quel tragico giorno”, ha affermato il Pontefice. “In un momento in cui la violenza e i conflitti affliggono tanti fratelli e sorelle, invito tutti a pregare affinché il Signore porti la pace nel mondo intero”. 

“Il ricordo del tragico evento avvenuto 25 anni fa ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria”, ha affermato il Successore di Pietro.

Valore fondamentale della vita cristiana: il perdono

Dalla finestra del Palazzo Apostolico, in una giornata soleggiata a Roma, il Papa ha incentrato il suo commento, come di consueto, sulle letture di questa XXIV Domenica del Tempo Ordinario.

Gesù insegnò e testimoniò il perdono persino sulla croce, dove pregò il Padre per i suoi persecutori con le parole che tutti conosciamo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È un valore fondamentale della vita cristiana.

È così che Papa Leone XIV ha esordito nella sua catechesi che ha preceduto l’Angelus di questa domenica.

Gesù a Pietro: perdonare “fino a settanta volte sette”

Nel brano del Vangelo di oggi, Pietro interroga il Maestro proprio su questo tema: “Signore — gli chiede —, quante volte dovrò perdonare a mio fratello le offese che mi farà? Fino a sette volte?” Le sue parole rivelano un cuore generoso: il numero sette, infatti, simboleggia nella Bibbia la pienezza, e “perdonare sette volte” significa perdonare con grande generosità, ha affermato il Papa.

La risposta di Gesù, tuttavia, va oltre: “Non ti dico fino a sette volte — afferma —, ma fino a settanta volte sette”, ovvero “oltre ogni limite, senza misura”

Il perdono è “indispensabile”

Il Papa ha poi sottolineato che “il perdono è indispensabile, senza di esso non si può vivere in pace”, ha aggiunto. “Prima o poi, nel cuore e tra le persone, sorgono conflitti, accuse, rancori e vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie e scatenano guerre”. 

Solo il perdono libera e restituisce la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un istante, ha oscurato l’orizzonte e reso incerto il cammino, ha affermato Leone XIV.

Come un vento favorevole 

Nella sua riflessione, il Papa ha paragonato il perdono a “un vento favorevole”, che “dissipa anche le nuvole più dense, fino a farci rivedere il sole‘. Lo stesso san Pietro ne ha fatto esperienza in diverse occasioni nel corso della sua vita; in particolare quando, dopo aver rinnegato e abbandonato Gesù durante la Passione, incontrando il Risorto sulle rive del lago, udì un’unica domanda: ’Simone […], mi ami?‘, accompagnata da un invito: ’Seguimi”. 

Esattamente come all’inizio, il giorno del loro primo incontro, come se nulla fosse accaduto. Questa carità, che perdona e guarisce, rappresenterà per il primo degli apostoli la conferma della sua missione, ha concluso il Santo Padre.

Pregare la Madre della Misericordia

“Chiediamo dunque alla Vergine Maria, Madre della Misericordia”, ha esortato il Papa ai romani e ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro, “che ci aiuti a «perdonare sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanatrice dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore».

L'autoreFrancisco Otamendi

Libri

«Luce dalla Luce»: la fede di Nicea che continua a risuonare ancora oggi

Un volume curato da mons. Jesús Rico Pavés riunisce sei esperti per approfondire il Credo di Nicea e l’identità di Gesù Cristo come vero Dio e vero uomo.

José Carlos Martín de la Hoz-13 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Mons. Jesús Rico Pavés, vescovo di Jerez, è attualmente presidente della Commissione per l’evangelizzazione, la catechesi e il catecumenato della Conferenza Episcopale Spagnola e, al contempo, ha trovato il tempo per preparare e portare a termine questo lavoro di squadra che ora presentiamo e che sicuramente farà molto parlare di sé nei prossimi mesi, poiché affronta un tema così centrale nella Chiesa come l’indimenticabile figura di Gesù Cristo, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, e, inoltre, gli autori lo fanno in modo innovativo e accattivante.

Certamente, celebriamo sempre gli anniversari tondi — come i recenti del V centenario delle tesi di Lutero a Wittenberg, il V centenario della Scuola di Salamanca, il V centenario della nascita di Filippo II e così via — con grande entusiasmo, propaganda, richieste agli esperti, ecc.

Il problema è che i congressi che si tengono in occasione di questi centenari tondi – tavole rotonde di esperti, conferenze, ecc. – non vengono pubblicati o vengono raccolti nelle pagine di numeri monografici di riviste specializzate che raggiungono solo una ristretta cerchia di persone già molto esperte in materia.

Nicea, 1700 anni dopo

Il professor Rico Pavés ha raccolto in questo magnifico volume le opinioni di sei grandi esperti del panorama teologico spagnolo, nel trattato di Trinitate e cristologia che hanno redatto i propri capitoli in perfetta sintonia, tanto che ora disponiamo di un’opera di sintesi tra teologia storica e storia della teologia dal titolo ambizioso “Dalla Confessione di fede di Nicea alla Chiesa del XXI secolo”.

Certamente, quando furono indette le celebrazioni commemorative del 1700° anniversario del Concilio di Nicea del 325, tutti avevamo in mente gli immensi frutti ottenuti nel 1951, quando si tennero i congressi dedicati al grande Concilio di Calcedonia del 451. Tant’è che in questi ultimi 75 anni siamo riusciti a distinguere due grandi cristologie: quella precalcedoniana e quella calcedoniana. Una distinzione che ha aiutato enormemente i ricercatori in questo periodo.

Quando ho visto il titolo del libro che intende commemorare il Concilio di Nicea e, al tempo stesso, approfondire la dottrina del “Figlio di Dio”, dell’unità e della Santissima Trinità, sono rimasto commosso dal titolo scelto: “Luce dalla Luce”.

Certamente, per affrontare il Concilio di Nicea e studiarne la ricezione da parte dei teologi odierni, non esiste un’espressione più sintetica e azzeccata di quella utilizzata dallo stesso concilio e che è stata riportata nel Credo niceno-costantinopolitano, recitato ogni domenica durante le messe in tutto il mondo cattolico: “Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa natura del Padre, per mezzo del quale tutto è stato fatto”.

La professione di fede in Cristo

Nelle righe che seguono presenteremo questa opera coordinata da mons. Rico Pavés e invitiamo il lettore ad acquistare al più presto questo magnifico volume, a leggerlo e a trarne spunti per le proprie linee di ricerca e, soprattutto, materia di meditazione e riflessione sulla Seconda Persona della Santissima Trinità, sulla scia di sant’Atanasio, di sant’Alessandro di Alessandria e, soprattutto, di sant’Ilario di Poitiers, poiché al Concilio di Nicea intervenne certamente lo Spirito Santo e, inoltre, vi partecipò la più ampia rappresentanza di vescovi nell’aula conciliare di tutta la storia della Chiesa. Sembrava quasi che la “comunione dei santi” avesse voluto chiudere definitivamente la questione: né monofisiti, né doceti, né nestoriani, né subordinazionisti: “Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato”.  

Come affermava san Paolo in una delle sue lettere alla Chiesa primitiva: “La parola di Dio non è incatenata” (2 Tim 2, 9) e, al tempo stesso, occorreva rispettare l’armonia tra fede e ragione, nonché l’unità della Chiesa sotto un unico Pastore, in un unico credo.

La controversia di Arrio

Certamente, questa discussione teologica sulla combinazione tra l’unità della Santissima Trinità e la diversità delle tre persone divine avrebbe dovuto essere lasciata agli specialisti, mentre il popolo cristiano continuava a credere e ad affermare nel “Simbolo degli Apostoli” l’unità di natura e le tre persone (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 185).

Come ricordiamo, la figura del sacerdote alessandrino Arrio riuscì a ottenere ciò che quattro secoli di terribili persecuzioni non erano riusciti a fare: la rottura dell’unità della Chiesa. Arrio, con i suoi insegnamenti e i suoi canti orecchiabili, portò la discussione in strada, al mercato, per diffondere un insegnamento ingannevole, ma “razionalista”, ovvero secondo cui: “Gesù sarebbe il più perfetto, meraviglioso, pieno di tutte le immense qualità e virtù e, per i meriti della Passione e della morte, meriterebbe di essere chiamato Dio, ma in realtà non era Dio poiché era ontologicamente inferiore al Padre”.

Purtroppo, gli ariani non accettavano né la redenzione operata da Cristo, né il valore sacrificale della messa, né la forza soprannaturale della grazia che sarebbe giunta ai cristiani. Inoltre, affermando che Gesù fosse un grande profeta, ma non Dio, essi entravano in connivenza con l’Islam, che finì per assimilare al proprio interno gli ariani rimasti nel VIII secolo, quando i musulmani invasero la Spagna ponendo fine al regno visigoto.

Il Concilio di Nicea servì a trovare un termine con cui esprimere che Gesù Cristo era della stessa natura del Padre. Il termine “homoousios” era adeguato (258) e l’accordo fu unanime. Nel Concilio fu oggetto di discussione e di ponderazione sia prima che dopo il Concilio stesso. Rimaneva ancora da dimostrare, nella pratica, che un termine non presente nella Sacra Scrittura potesse funzionare. Certamente, ha funzionato fino ai giorni nostri e, inoltre, si è dimostrato che altri termini possono sostituire quelli di cui disponiamo ora, poiché la “Parola di Dio non è incatenata”, ma era necessario verificarlo. Ad esempio, l’espressione “Chiesa di comunione” ha potuto coesistere con il termine “Chiesa, popolo di Dio in cammino”, e persino superarlo. Infine, il concetto di uomo “come relazione” si è praticamente affermato nell’antropologia teologica.

Jesús Rico Pavés (a cura di), Luz de Luz. Dal Credo di Nicea alla Chiesa del XXI secolo, PPC, Madrid 2026, 690 pp.

Luce dalla Luce. Dal Credo di Nicea alla Chiesa del XXI secolo

Autore: Jesús Rico Pavés (Coord.)
Editoriale: PPC
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 690
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Evangelizzazione

Le 5 virtù che hanno fatto di Fulton Sheen un maestro di santità

L’imminente beatificazione di Fulton Sheen rappresenta un ulteriore passo avanti nel riconoscimento di una vita dedicata a Cristo e al servizio della Chiesa.

OSV / Omnes-13 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

- Jude Andrew Link, responsabile della programmazione per la beatificazione di Fulton Sheen a San Luis.

«Quali virtù pensi che Sheen incarni?» Questa domanda me l’ha posta una mia consorella che stava preparando la sua aula per l’inizio dell’anno scolastico. Qui a Peoria, nell’Illinois, le lezioni sono già iniziate da diverse settimane. Ma in altre parti del Paese, studenti e insegnanti hanno appena trascorso i loro primi giorni di scuola questa settimana. Questa suora stava preparando un murale sui santi e sulle virtù.

Non ho smesso di pensare a quella domanda. La sua beatificazione ci indica che la Chiesa considera Sheen un uomo di virtù eroica. Fulton Sheen, che presto sarebbe stato beatificato, era senza dubbio un uomo di fede. La sua profonda e personale devozione a Gesù Cristo si manifestava nella sua famosa dedizione all’Ora Santa quotidiana.

«Se vuoi conoscere Dio», disse, «inginocchiati». Il giorno della sua ordinazione, Sheen promise di dedicare ogni giorno un’ora santa, e la sua fedeltà a quella promessa lo preparò a cogliere i frutti della fede teologica.

La luce della fede illuminò la sua mente e gli donò una profonda comprensione dei misteri di Cristo, che in seguito influenzò il suo insegnamento, la sua predicazione e i suoi scritti, conferendo loro una forza che scaturiva dallo Spirito.

Il suo punto di forza: la preghiera

Conosceva Cristo grazie ai suoi studi, ma lo ha conosciuto attraverso la preghiera.

Quella fedeltà a volte comportava un prezzo elevato. In «Tesoro in argilla» racconta delle estreme misure a cui ricorreva per rispettare il suo appuntamento quotidiano con Nostro Signore, anche durante i periodi di aridità spirituale e distrazione, o di quella volta in cui, per caso, rimase chiuso in una chiesa di Chicago, uscì da una finestra e cadde nel deposito del carbone.

Il Signore Benedetto ricompensò la sua fedeltà nel modo più commovente, venendo a incontrare Sheen per l’ultima volta durante la sua Ora Santa del 9 dicembre 1979 per condurre il suo fedele discepolo alla casa del Padre.

L’Ora Santa era il pilastro della vita di Fulton Sheen, il luogo in cui trovava la propria identità, traeva ispirazione per il suo insegnamento e raccoglieva le forze per il compito che lo attendeva. Era la fonte della sua ammirevole integrità. Era sempre la stessa persona, indipendentemente dalla situazione o dal pubblico; si sentiva a proprio agio tanto tra i ricchi e famosi quanto tra la donna delle pulizie e lo spazzino.

L'amore per il prossimo

Tuttavia, i suoi racconti rivelano che si sentiva più a suo agio tra i poveri e la gente semplice. Raccontò la storia dello spazzino di Roma, che non si lasciò impressionare dai cardinali e dai vescovi riuniti per il Concilio Vaticano II, e che gli ricordò che l’uomo semplice che svolgeva il proprio lavoro per amore di Dio faceva qualcosa di più utile di qualsiasi compito «importante» svolto per altri motivi.

Questa visione spirituale ha alimentato un profondo rispetto per ogni individuo e per la saggezza e l’onestà dell’uomo comune. Questo rispetto nasceva dal suo amore per Dio, che gli permetteva di vedere ogni persona come un fratello o una sorella, con un amore profondo e concreto per il prossimo, un amore che animava il suo zelo per le anime e sosteneva la sua predicazione e la sua attività missionaria.

Sheen, un gran lavoratore

Fulton Sheen era noto per la sua grande dedizione al lavoro. Come docente universitario, alla fine di ogni trimestre strappava gli appunti delle lezioni e li riscriveva ogni semestre per poter affrontare il programma con la mente libera da preconcetti.

Dedicava più di 30 ore alla preparazione di ogni episodio televisivo, esercitandosi nella recitazione in diverse lingue. Sarebbe facile etichettare Sheen come un maniaco del lavoro, ma forse si trattava di una forma di ascetismo, una sorta di disciplina spirituale e di dedizione al dovere, rifiutandosi di cadere nell’autocompiacimento che può accompagnare il successo e nella presunzione che giustifica la negligenza sul lavoro con l’argomentazione che «so già come farlo».

Obbedienza

Tutte le sue attività — la predicazione, l’insegnamento, la scrittura, le apparizioni alla radio e in televisione, l’opera missionaria — erano al servizio della Chiesa, espressione della sua incrollabile obbedienza a Cristo e alla Chiesa, come testimoniavano i suoi superiori gerarchici.

In questa obbedienza, la sua visione era chiara, e si oppose da pari a pari al cardinale Francis Spellman quando ritenne che fosse la cosa giusta da fare. Questa obbedienza fu, come ogni obbedienza lo è prima o poi, una prova del fuoco nei suoi ultimi anni, una prova che egli accettò e abbracciò per amore di Cristo e del suo corpo, la Chiesa.

Negli anni '60 e '70, un periodo turbolento e confuso, Sheen, pur avendo a disposizione una tribuna e un pubblico, scelse la discrezione, evitando intenzionalmente di rendere pubbliche le sue divergenze con la Chiesa. Nella sua autobiografia, se ne accenna solo vagamente.

Pazienza

La sua fede in Cristo, presente nella sua Chiesa, e la sua obbedienza anche di fronte alla caduta dei suoi membri e dei suoi leader, hanno conferito al suo amore quel carattere di perseveranza e sacrificio che contraddistingue la virtù, a volte considerata antiquata, della pazienza. Le prove e le sofferenze fisiche subite nell’ultimo decennio della sua vita lo hanno trasformato in Cristo vittima, rendendolo testimone della realtà duratura della speranza cristiana.

Non c’è da stupirsi, quindi, che San Giovanni Paolo II abbia detto a Sheen, appena due mesi prima della sua morte nel 1979: «Sei un figlio fedele della Chiesa». Il pontefice polacco vide in quel fragile vescovo un uomo la cui vita e identità erano state interamente consacrate a Cristo e messe al servizio della Chiesa.

Il 24 settembre, il successore di San Giovanni Paolo II, tramite il suo rappresentante, il cardinale Luis Antonio Tagle, proclamerà beato Fulton Sheen. Con questo atto, la Chiesa, nostra Madre, ci offre il dono di un maestro e di una guida, indicandoci che gli insegnamenti e gli scritti di Sheen possono formarci nella fede e che la sua vita è un modello di santità attraverso l’imitazione della sua pratica della virtù eroica. Mentre questo settembre gli studenti riempiono le aule di tutti gli Stati Uniti, i cattolici sono invitati a conoscere un nuovo maestro nella scuola della santità: l’arcivescovo Fulton Sheen.

Suor Jude Andrew Link, dell’ordine delle Suore Domenicane di Maria, Madre dell’Eucaristia, insegna teologia alla scuola secondaria Peoria Notre Dame ed è responsabile dell’organizzazione della beatificazione di Fulton Sheen a St. Louis.

L'autoreOSV / Omnes

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FirmeEloy Asenjo Carpintero

Il coraggio di discernere

Leone XIV esorta i giovani a non avere paura della vocazione e a cercare nel silenzio la voce di Dio, in contrasto con il frastuono del mondo.

13 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Richiamando lo storico e intramontabile «Non abbiate paura!» con cui San Giovanni Paolo II inaugurò il suo pontificato, Papa Leone XIV ha lasciato un segno profondo durante la sua recente visita a Madrid. Quelle parole, che invitavano ad aprire spalancate le porte a Cristo, sembravano aver acquisito una nuova e vibrante vita in Plaza de Lima, sintetizzando alla perfezione lo spirito di una Veglia di preghiera che ha sfidato le tendenze della società odierna.

Fin dal primo istante, il messaggio del Pontefice è stato diretto, privo di esitazioni o mezze misure. Rivolgendosi all’impressionante folla di oltre 500.000 giovani che inondava la Castellana, Leone XIV ha posto l’accento sull’urgenza dell’impegno personale. «Non abbiate mai paura di pensare a una vocazione», ha affermato con fermezza rispondendo alla domanda della giovane Marina. Un appello al coraggio che ha immediatamente integrato la risposta data a Fernando, ricordando a tutto il pubblico che il matrimonio e la costruzione di una famiglia costituiscono, di per sé, una vocazione di cui non bisogna aver paura.

Per guidare questo impegnativo processo di discernimento, il Papa ha condiviso i propri punti di riferimento, gettando un ponte tra la modernità e la Tradizione viva della Chiesa attraverso i santi che, nonostante il passare dei secoli, continuano a interpellare l’uomo di oggi. Ha così ricordato come la figura di sant’Agostino, nel V secolo, e la sua onestà esistenziale lo abbiano portato in gioventù a chiedersi: «Se loro ne sono stati capaci, perché io no?». Accanto al santo di Ippona, ha esaltato l’audacia di San Giovanni Crisostomo, gigante del IV secolo la cui eloquenza scaturiva dalla coerenza assoluta tra ciò che predicava e ciò che viveva; un pastore che non temette di alzare la voce davanti allo stesso Imperatore in difesa della giustizia.

Lo sguardo del Pontefice si è soffermato anche sulle radici ispaniche, caratterizzate da una carità e da un impegno sociale straordinari. Ha menzionato San Tommaso da Villanueva, l’agostiniano riformatore del XVI secolo noto come «il Vescovo dei poveri», che esortava con forza i suoi confratelli nel clero «alla perseveranza nella preghiera, nella vita di castità e nell’obbedienza». Sulla stessa linea ha collocato San Toribio de Mogrovejo, il missionario che, sempre nel XVI secolo, combatté con zelo gli abusi e la corruzione del suo tempo in terra peruviana. Figure, tutte quante, che dimostrano che la santità non è un concetto astratto da vetrina, ma un modello attraente e controcorrente. Sono esempi, come quelli di tante persone buone che vivono oggi, che ci invitano a guardare oltre le prime pagine dei giornali e a scoprire ciò che Papa Francesco chiama «i santi della porta accanto».

Tuttavia, la grande domanda che aleggiava sulla Castellana era: come sintonizzarsi sulla frequenza di Dio in un mondo saturo di stimoli e iperconnesso? La risposta di Leone XIV alla profonda inquietudine sollevata dal giovane Manu è stata chiara: il silenzio interiore. Il Santo Padre ha messo in guardia dal «frastuono di mille voci» e dagli inganni dei social network che trafficano in menzogne e ideologie effimere, contrapponendoli a una sincera ricerca della verità. Nelle sue stesse parole, è nell’esperienza del silenzio che decidiamo quali rumori ignorare e dove la verità rimane immutabile.

Quel silenzio teorico è diventato sorprendentemente tangibile e concreto quando l’immensa folla, nella sua stragrande maggioranza, si è inginocchiata per adorare Gesù nella Custodia. In una scena quasi impensabile per il ritmo abituale di una grande capitale, la Piazza di Lima si è trasformata in una nuova Betania. In mezzo alla folla si è creato uno spazio di assoluta intimità — come quello che Marta, Maria e Lazzaro condividevano con il Maestro — ideale per confidare preoccupazioni, sofferenze e progetti. Un’esperienza intima e profonda che, lungi dall’essere un’oasi isolata, si ripete mille volte in tantissime parrocchie in cui l’Adorazione Eucaristica costituisce una parte essenziale della loro pastorale.

È proprio in quell’oasi di pace che acquista senso la domanda più seria e coraggiosa che un giovane possa porre: «Signore, cosa vuoi da me?». Dio, proprio come le madri e i padri con i propri figli, ha in serbo una storia meravigliosa per ciascuno di noi. In definitiva, l’appello del Papa è un invito al coraggio esistenziale, lo stesso che un sacerdote ricordava mentre spiegava la cappella del Santissimo e il Cristo che ne costituisce la pala d’altare ad alcuni giovani incerti. Una lezione che, a mio avviso, è di grande importanza sia per tutti coloro che erano presenti sulla Castellana sia per chi l’ha seguita attraverso i mezzi di comunicazione, e la cui raccomandazione finale continua a risuonare con forza nella mia memoria:

«Fatti coraggio! Entra lì dentro, guardalo e digli che non lo ami».

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

Attualità

Mons. Arellano: “Nel cuore della Chiesa di Barbastro-Monzón, Torreciudad si erge come un vero faro di speranza”

La spianata di Torreciudad si è riempita di famiglie, bambini e volontari giunti da tutta la Spagna per celebrare la 34ª Giornata Mariana della Famiglia all’insegna del motto “Incontro delle famiglie attorno alla Madre”.

Maria José Atienza-12 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Il decano del Tribunale della Rota Romana e commissario plenipotenziario per Torreciudad, mons. Alejandro Arellano Cedillo, ha presieduto la Giornata mariana delle famiglie a Torreciudad, la 34ª edizione, alla quale hanno partecipato circa 7.000 persone. 

L’evento si inserisce, inoltre, nel complicato processo che, dal 2023, vede coinvolto questo complesso mariano con la diocesi di Barbastro-Monzón e che ha dato luogo a diversi disaccordi nel corso di questo periodo. L’ultimo di questi, appena 24 ore prima dello svolgimento di questa giornata. Tuttavia, la tensione che traspariva dall’ultimo comunicato della diocesi di Barbastro non si è manifestata nel corso di una giornata in cui i presenti hanno persino applaudito quando Mons. Arellano Cedillo ha nominato Monzón vescovo di Barbastro. 

Una giornata simile alle precedenti 

La giornata è iniziata a mezzogiorno con la preghiera e le tradizionali offerte delle famiglie e di varie realtà locali. Nella sua omelia, mons. Arellano ha menzionato la presenza del Vicario regionale della Prelatura in Spagna, Ignacio Barrera, “la cui presenza ci onora e rafforza i legami della nostra comunione ecclesiale” e ha salutato “i Rettori di questo Tempio, don Ángel Lasheras e don José Mairal”, compiendo un gesto di unione tra coloro che sono stati nominati dalla Prelatura e dal Vescovo, origine della situazione attuale a Torreciudad.

“La fede non è un’esperienza isolata”

Arellano ha pronunciato un’omelia “ponte”, in cui ha inserito l’opera e lo spirito di Torreciudad nell’ambito dell’opera della Chiesa universale e locale. In questo senso, ha ricordato “i pastori che hanno guidato la diocesi di Barbastro-Monzón” e ha espresso gratitudine per l’esempio di “san Josemaría Escrivá, figlio di questa terra, che ha saputo scoprire nella vita quotidiana il luogo in cui Dio viene incontro a noi e trasforma, con la sua grazia, l’esistenza di ogni giorno”.

La famiglia e il suo ruolo nella vita della Chiesa sono stati al centro dell’omelia del Decano del Tribunale della Rota, il quale ha ricordato che “la fede non è mai un’esperienza isolata né un’avventura che intraprendiamo da soli: ognuno riceve una storia, dei legami, una famiglia e una chiamata che fanno parte di una Storia più grande, quella che Dio guida con infinita saggezza e misericordia”. 

Così, ha sottolineato, “le famiglie cristiane fanno parte di una catena viva di fede e di grazia, in cui ciò che si riceve diventa dono per chi viene dopo: genitori che insegnano ai propri figli a pregare; coniugi che coltivano, con pazienza, l’arte di perdonare e ricominciare; nonni che sostengono con la loro preghiera la vita della famiglia; giovani che cercano con sincerità la volontà di Dio. Tutti voi state edificando la Chiesa”. 

Mons. Arellano ha inoltre sottolineato che “a Nazareth, l’amore divino ha assunto le sembianze di una casa. Ma Nazareth è stata anche la casa in cui l’amore ha imparato il linguaggio di una fede messa alla prova. È proprio nella prova che si rivela la verità di quell’amore che rimane”. 

In questo senso, ha proseguito, “la famiglia sta attraversando un vero e proprio cambiamento epocale” e ha fatto riferimento ai problemi più comuni delle famiglie odierne: “la solitudine che si insinua in tanti cuori, la difficoltà a costruire un amore indissolubile, le ferite che tante volte si subiscono in silenzio e la tentazione di vivere come se Dio non fosse necessario”. “In questo contesto”, ha sottolineato, “risuona con particolare forza l’invito di Papa Leone XIV a dedicare una speciale attenzione pastorale alle famiglie, accompagnandole nelle loro gioie e nelle loro difficoltà”. 

Un punto di riferimento per le famiglie 

Mons. Arellano ha messo in risalto l’operato di Torreciudad, sottolineando che “nel cuore di questa Chiesa di Barbastro-Monzón, Torreciudad si erge come un vero e proprio faro di speranza per le famiglie”. 

Ha inoltre fatto riferimento alle migliaia di persone che, ogni anno, vanno in pellegrinaggio alla Vergine nel nuovo santuario di Torreciudad: “In questo santuario, Maria accoglie i suoi figli con la tenerezza di una Madre che comprende, consola e rimane vicina. Qui ogni famiglia può imparare da Lei a custodire la fede nelle difficoltà, ad avere fiducia quando il cammino si fa arduo e a rimanere sotto lo sguardo misericordioso di Cristo”. 

Infine, il commissario plenipotenziario per Torreciudad ha chiesto “a Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad di concederci la grazia di comprendere che la santità non è un’eredità riservata al passato, ma una chiamata viva che Dio rivolge oggi a ciascuno di noi, qui e ora”.

«Aspettiamo il Papa a Torreciudad»

Al termine della messa, il rettore Ángel Lasheras ha ringraziato espressamente mons. Arellano per la sua presenza in questa giornata e gli ha affidato un messaggio per il Papa Leone XIV: «Gli vogliamo molto bene e lo aspettiamo al Santuario affinché possa conoscerlo».

Da parte sua, Papa Leone XIV ha inviato la sua benedizione apostolica ai partecipanti a questa giornata.

I 50 anni di Torreciudad, così come vengono intesi oggi

Con questa giornata, il complesso mariano celebra il mezzo secolo di vita del nuovo santuario, promosso da san Josemaría Escrivá e inaugurato il 7 luglio 1975 con una messa in suffragio per l’anima del fondatore dell’Opus Dei, scomparso pochi giorni prima a Roma. 

Quest'anno, in qualità di relatori del convegno, la coppia di influencer Quique Mira e María Lorenzo, fondatori di Aute e Proyecto Caná, dialogheranno con i presenti su tematiche quali la famiglia, i giovani, l'amore e il matrimonio al giorno d'oggi. 

Nel corso della giornata sono stati inoltre raccolti prodotti per l’igiene di base, destinati alle famiglie in difficoltà, che saranno distribuiti in collaborazione con la Caritas diocesana di Barbastro-Monzón. 

Testimonianze di fede: Quique Mira e María Lorenzo

Dopo la Messa, le famiglie si sono distribuite sul prato antistante il Santuario per pranzare. Successivamente, proprio lì, Quique Mira e María Lorenzo, creatori di contenuti per la famiglia e fondatori di Aute e del Proyecto Caná, un’iniziativa di evangelizzazione digitale, hanno offerto la loro testimonianza di fede in una conversazione sul fidanzamento, il matrimonio e la famiglia. La giovane coppia ha parlato davanti ai circa settemila partecipanti alla Giornata Mariana della Famiglia, presso il Santuario di Torreciudad, dove ha esposto la propria esperienza di fede e ha raccontato il proprio percorso di conversione. 

“Ero delusa da me stessa perché mi ero allontanata così tanto da non essere più la María di un tempo. Guardando il film di Il Passione di Cristo, e grazie al Suo sacrificio, il mio cuore si è risvegliato e ho compreso l’Amore di Dio”, ha affermato María Lorenzo, sottolineando che “vivere la fede significa instaurare un rapporto concreto con una persona concreta, che è Gesù Cristo”. 

Quique, dal canto suo, ha confessato: “Nel momento in cui ho iniziato a fare silenzio nella mia vita e ho lasciato che il Signore vi entrasse, è allora che ha trovato spazio la nuova definizione di Amore”. 

Sia per lui che per María, la chiave del successo nel matrimonio risiede in un “rapporto di coppia a tre”. Quique lo ha spiegato con una frase che gli ha detto il suo direttore spirituale: “Mery può essere la donna della tua vita, ma Dio è l’Amore della tua vita”. Il giovane catalano ha affermato che la sua missione è quella di condurre sua moglie in Paradiso e che “solo accogliendo il Signore nella nostra vita possiamo vivere un matrimonio a tre, con Dio, perché è Lui che ci rende capaci di amare”.

Con la loro testimonianza, Quique e María intendono rivolgersi soprattutto alle generazioni più giovani, un obiettivo che si persegue ormai da due anni nell’ambito di questa Giornata, come ha sottolineato il direttore della Comunicazione di Torreciudad, José Alfonso Arregui: “Cerchiamo di dare un tocco più fresco alla Giornata, poiché questa è la linea che vogliamo seguire, quella della famiglia”.

Una grande famiglia

Arregui ha precisato che il numero di visitatori del Santuario, in questo periodo, oscilla solitamente tra i seimila e gli ottomila, e che quest’anno si contano circa settemila persone. Alcuni di loro si recano a Torreciudad per la prima volta, ma ci sono famiglie per le quali riservare un fine settimana di settembre a questo scopo è ormai una tradizione. Quella di Mercedes Valdecantos, proveniente da Madrid, è una di queste: “Sono venuta a tutte le 34 Giornate, non ne ho saltata nemmeno una”, ha assicurato. La principale differenza che ha notato quest’anno, rispetto agli anni precedenti, è che l’atmosfera è “più tranquilla, più serena, piena di devozione”. Ha aggiunto: «Mi sento a casa”.

Come la famiglia di Mercedes, anche quella di Pablo Fraile partecipa alla Giornata da diversi anni consecutivi. “Come sempre, adoro l’atmosfera così familiare che si respira qui e la devozione verso la Vergine”, ha commentato. Sebbene sia venuto con sua moglie e i suoi cinque figli, di solito si riuniscono con le altre famiglie delle scuole Montealto ed El Prado di Madrid.

Il lavoro dei volontari

Fraile ha sottolineato, inoltre, l’attento lavoro degli oltre duecento volontari che si impegnano affinché tutto fili liscio. Oriol Saló, studente universitario catalano e volontario, ha notato in particolare un dettaglio: “La gente è molto allegra, cerca di creare una bella atmosfera e di mostrare la propria gratitudine”. Ha spiegato: “Siamo il braccio operativo di chi ha dedicato un intero anno alla preparazione di questo evento”. Sia lui che i suoi compagni si sono dedicati a sorvegliare gli accessi al Santuario, a organizzare le offerte portate dai fedeli e a svolgere compiti pratici. 

Ci sono anche molti volontari e volontarie di lunga data. È il caso di Marcela Ruiz, una venezuelana venuta appositamente da Barcellona, convinta che sia sempre una buona scelta: “Fare volontariato è fantastico, è bellissimo vedere sia tutto ciò che c’è dietro l’evento sia le famiglie che se lo godono. Si percepisce che siamo vicini alla Madonna. Sei qui a lavorare, ma ricevi tantissimo dalle persone”. 

Cristina Gracia, anch’essa volontaria, ha sottolineato il carattere più apostolico della Giornata: “È un’occasione per trasmettere il carisma dell’Opera vivendo il nostro lavoro con la massima gioia possibile, cercando di guadagnarci il Paradiso”.

Per saperne di più
Vaticano

I nuovi martiri del XXI secolo sono più di 1.700, rivela il Vaticano

La Commissione vaticana per i Nuovi Martiri - Testimoni della Fede conta ormai più di 1.700 martiri del XXI secolo. Per quanto riguarda l’eventuale avvio dei processi di beatificazione, il cardinale Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, ha dichiarato che “La santità non è solo quella ufficialmente canonizzata”.

Francisco Otamendi-12 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Commissione per i Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, istituita presso il Dicastero per le Cause dei Santi, continua a raccogliere informazioni sui cristiani che hanno dato la vita per il Vangelo in tutto il mondo in questo XXI secolo. 

Se il 14 settembre (data di compleanno di Papa Leone XIV: quest’anno ne compie 71) del 2025, la Commissione vaticana ha parlato di quasi 1.700 “nuovi martiri e testimoni della fede”, la stessa Commissione stima che nel 2026 il numero di testimonianze documentate superi i 1.700.

La Commissione è presieduta dall’arcivescovo Fabio Fabene, segretario del Dicastero per le Cause dei Santi, e dal professor Andrea Riccardi, vicepresidente, che questa settimana, insieme al cardinale Semeraro, prefetto del Dicastero, hanno presentato un incontro speciale in programma martedì prossimo, 15 settembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma, sul tema “Il XXI secolo: una nuova era di martiri?”.

L’arcivescovo Fabio Fabene, segretario del Dicastero per le Cause dei Santi e presidente della Commissione sui “Nuovi Martiri”, e lo storico Andrea Riccardi, vicepresidente della Commissione, in Vaticano l’8 settembre 2025 (Foto CNS/Pablo Esparza).

Cardinale Semeraro: “Non tutti i santi vengono canonizzati”

Una domanda che spesso sorge a questo proposito è se tutti i nuovi martiri che figurano nel Catalogo, attualmente in fase di elaborazione e documentazione presso la Commissione, saranno canonizzati.

“La grazia della santità nella Chiesa si manifesta, pur senza esaurirsi, nelle canonizzazioni”, ha affermato il cardinale Marcelo Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, nel suo Discorso.

Mettere in risalto la ‘misura elevata della vita cristiana quotidiana’

“Ovviamente, non è da escludere”, ha aggiunto il cardinale, “che per alcuni di coloro che figurano nel Catalogo vengano avviati i procedimenti di beatificazione e canonizzazione, purché sussistano i requisiti necessari. Tuttavia, ciò che si intende sottolineare è l‘’alto livello della vita cristiana ordinaria», come sottolinea san Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte», n. 30, e la santità ‘a portata di mano’ ricordata da Papa Francesco in *Gaudete et Exsultate*, n. 6-8”.

“Il valore antropologico della santità cristiana”: la capacità di soffrire per la verità

Il cardinale prefetto Marcello Semeraro ha fatto riferimento anche al “valore antropologico della santità cristiana”, sintetizzato nella “capacità di soffrire per la verità”.

Lo ha fatto citando ampiamente Benedetto XVI: “Soffrire con gli altri, per gli altri; soffrire per la verità e la giustizia; soffrire per amore e per diventare una persona che ama veramente: questi sono elementi fondamentali dell’umanità, il cui abbandono distruggerebbe l’uomo stesso. Ma sorge nuovamente la domanda: ne siamo capaci?…”

“Per questo abbiamo bisogno anche di testimoni, di martiri, che si siano donati totalmente, affinché ce lo dimostrino giorno dopo giorno” (prosegue la citazione di Benedetto XVI). “Abbiamo bisogno di loro affinché, anche nelle piccole scelte della vita quotidiana, preferiscano il bene alla comodità, sapendo che è proprio così che si vive veramente la vita. Ripetiamolo: la capacità di soffrire per la verità è la misura dell’umanità» (Spe Salvi, n. 39)”.

Valore ecumenico 

Infine, il cardinale ha concluso sottolineando il valore ecumenico dell’iniziativa, auspicata fin dall’inizio da san Giovanni Paolo II per la Commissione. Già nella sua enciclica Ut unum sint (1995), egli scriveva: ‘In una visione teocentrica, noi cristiani abbiamo già un martirologio comune. Questo mostra come, a un livello profondo, Dio mantenga la comunione tra i battezzati nell’esigenza suprema della fede, manifestata dal sacrificio della vita’ (n. 84)”.

Il cardinale prefetto ha citato nuovamente, a questo proposito, Papa Francesco, il quale, nell’istituire la Commissione all’interno del Dicastero per le Cause dei Santi, ha sottolineato che il suo operato “permetterà ai martiri, riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, si affianchino alle testimonianze documentate — e sono molte — di questi nostri fratelli e sorelle, all’interno di un vasto panorama in cui risuona l’unica voce del martirio cristiano”.

Conferenza la prossima settimana

La conferenza citata all’inizio si terrà presso il Pontificio Ateneo Augustinianum il 15 settembre 2026, in due sessioni; il programma è consultabile all’indirizzo qui.

Il giorno 16, i relatori e i partecipanti saranno ricevuti in udienza speciale da Papa Leone XIV, il quale ha affermato: “[…] non possiamo, non vogliamo dimenticare. Vogliamo ricordare. Lo facciamo con la certezza che, come nei primi secoli, anche nel terzo millennio, “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” (Tertulliano)”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Sicurezza digitale degli adolescenti. Basta togliere loro il cellulare?

Il benessere digitale dei minori non è più considerato solo una questione di responsabilità individuale, ma inizia ad essere visto come una responsabilità sociale.

12 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Qualche mese fa, un adolescente ha iniziato ad avere attacchi di panico. Non riusciva più a dormire bene, era irritabile e trovava sempre più motivi per non andare a scuola. I suoi genitori pensavano che si trattasse di una fase difficile, finché non hanno scoperto cosa stava succedendo.

In un gruppo online di compagni di scuola avevano iniziato a prenderlo in giro. Poi sono arrivati i meme, i commenti offensivi, le foto ritoccate e i messaggi privati. Quello che prima finiva all’uscita da scuola, ora continuava nella sua stanza, sul cellulare, durante la notte. Non c’era un posto in cui potesse sentirsi completamente al sicuro.

Il bullismo era entrato in casa sua.

Questo caso, sebbene qui presentato in forma sintetica, riflette una realtà con cui molte famiglie si trovano a confrontarsi. I social media possono essere spazi di comunicazione, creatività e incontro, ma possono anche amplificare il senso di confronto, l’umiliazione, la pressione sociale e l’isolamento.

La scienza ci invita a prestare attenzione. L'Associazione Americana di Psicologia avverte che determinate esperienze negative sui social network — come la discriminazione, l'odio e il cyberbullismo — possono essere correlate a un aumento dei sintomi di ansia e depressione negli adolescenti. 

Per questo motivo risulta particolarmente significativa una recente notizia proveniente dagli Stati Uniti: Meta ha raggiunto un accordo giudiziario con le autorità di numerosi Stati per introdurre nuove misure di protezione dei minori su Facebook e Instagram. Tra queste figurano un limite predefinito di due ore al giorno, restrizioni notturne tra mezzanotte e le sei del mattino, la disattivazione delle notifiche durante l’orario scolastico, l’occultamento dei “Mi piace”, una maggiore verifica dell’età e controlli parentali più estesi. 

Al di là dei dettagli giuridici, c’è un messaggio che non dovremmo ignorare: il benessere digitale dei minori non è più considerato solo una questione di responsabilità individuale, ma comincia ad essere visto come una responsabilità sociale.

Ma qui sorge una domanda scomoda: è sufficiente che le piattaforme stabiliscano dei limiti?

No.

Dobbiamo anche recuperare qualcosa di molto più antico di qualsiasi social network: la vita familiare.

Il cellulare non deve diventare il membro più presente della nostra famiglia.

La casa deve tornare ad essere quel luogo dove possiamo parlare con calma, guardarci negli occhi, confidarci le nostre preoccupazioni, ridere insieme, discutere e riconciliarci. Abbiamo bisogno di tornare a chiacchierare.

Perché un adolescente che sa di potersi rivolgere ai propri genitori quando qualcosa lo turba dispone di una risorsa protettiva di straordinario valore: il rapporto con loro.

La soluzione non consiste semplicemente nel togliere loro il telefono. Si tratta di insegnare loro a vivere in libertà e con responsabilità in un mondo digitale. E questo richiede la presenza di un adulto.

Possiamo stabilire degli orari senza schermi, soprattutto durante i pasti e prima di andare a dormire. Possiamo evitare che il telefono rimanga in camera durante la notte. Possiamo informarci sulle app che utilizzano i nostri figli, accompagnarli nelle loro prime esperienze digitali e parlare apertamente di cyberbullismo, pornografia, confronto sociale, privacy e pressione del gruppo.

Ma, soprattutto, possiamo chiedere loro:

“Qual è stata la parte più bella della tua giornata?”

“C’è stato qualcosa che ti ha fatto stare male?”

“Qualcuno ti ha fatto sentire inferiore?”

“C’è qualcosa che ti preoccupa e non sai come dirmelo?”

A volte, una conversazione di dieci minuti può evitare una sofferenza di cui non sapremo mai nulla se ci limitiamo a chiedere: “Hai già fatto i compiti?”

Anche la scienza conferma l’importanza della famiglia. Lo stesso Surgeon General degli Stati Uniti ha sottolineato che la salute mentale dei genitori e la qualità dei rapporti familiari sono strettamente legate al benessere dei figli. 

E la nostra fede ha qualcosa di prezioso da offrire.

Il libro del Deuteronomio presenta un'immagine profondamente familiare della trasmissione della fede: “Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai quando sarai in casa e quando sarai in viaggio” (cfr. Dt 6,6-7).

Quanto è attuale questo testo!

“A casa e lungo il cammino”. Non si tratta di un’educazione occasionale, ma di una presenza quotidiana. La formazione avviene attraverso la conversazione, l’esempio, le piccole esperienze condivise.

Anche Gesù ci ricorda l’importanza di essere presenti nella vita degli altri. Quando i discepoli di Emmaus camminavano confusi, Egli si avvicinò, camminò con loro e chiese loro cosa fosse successo (cfr. Lc 24,17).

Forse è proprio questo che dobbiamo fare oggi con i nostri adolescenti: camminare al loro fianco.

Non basta tenere d’occhio i loro schermi. Dobbiamo conoscere i loro cuori.

La tecnologia continuerà a progredire. Sorgeranno nuove piattaforme, nuovi algoritmi e nuovi modi di relazionarci. Non possiamo educare i nostri figli per un mondo senza tecnologia. Dobbiamo educarli a usarla senza permettere che la tecnologia li privi di ciò che nessuno schermo può sostituire: l’amicizia vera, il contatto umano, il riposo, il silenzio, il gioco, la conversazione e l’amore di una famiglia presente.

I limiti digitali sono necessari. Ma c’è un limite ancora più importante: che nessun social network prenda il posto della famiglia.

Forse la migliore protezione digitale che possiamo offrire ai nostri adolescenti consiste proprio nello spegnere insieme il cellulare e riaccendere il dialogo.

Dobbiamo parlare di nuovo.

Spagna

Torreciudad: la diocesi di Barbastro ritiene non validi gli accordi con l’Opus Dei relativi all’immagine 

Un giorno prima della celebrazione della 34ª Giornata delle Famiglie, che sarà presieduta dal commissario plenipotenziario, Mons. Alejandro Arellano, la diocesi di Barbastro-Monzón ha diffuso un comunicato in cui mette in dubbio l'esistenza del documento che avalla l'autorizzazione al trasferimento della statua della Madonna degli Angeli di Torreciudad nella chiesa costruita nel 1975.

Maria José Atienza-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La diocesi di Barbastro Monzón ha diffuso un comunicato che si aggiunge alle recenti iniziative intraprese da entrambe le parti in merito a questo conflitto. Lo scorso agosto, il vescovo di Barbastro ha accusato l’Opus Dei di una “conservazione” dell’immagine della Vergine, la la prelatura ha risposto con alcune precisazioni sugli accordi con la diocesi.

Ora, alla vigilia della visita a Torreciudad di mons. Arellano, commissario designato dalla Santa Sede per questa questione e massima autorità in tutto ciò che riguarda Torreciudad, la diocesi ha pubblicato un comunicato che, lungi dal favorire un avvicinamento, non fa che aggravare questa dolorosa situazione. 

Gli accordi del 1962 e del 1966

Il comunicato diffuso dalla diocesi sottolinea che “nell’atto pubblico di costituzione del contratto di enfiteusi, stipulato il 24 settembre 1962 (…) tra gli obblighi assunti è stato espressamente stabilito quello di ‘non rimuovere l’immagine dalla cappella’” e si fa riferimento alla constatazione di tale fatto nei verbali del Capitolo della Cattedrale. 

Questo è stato, in effetti, il primo contratto tra la diocesi e la prelatura; tuttavia, quest’ultima, nei suoi vari dichiarazioni, ha fatto riferimento a un accordo successivo, firmato nel 1966, consultabile online. Si tratta di un atto notarile che attesta un accordo tra l’allora vescovo diocesano, mons. Jaime Flores, e Florencio Sánchez Bella, consigliere dell’Opus Dei in quegli anni, in cui si riporta, come secondo punto dell’accordo – che amplia il censimento enfiteutico del 1962 –, che “Il patronato di Torreciudad si assume la responsabilità della costruzione e del finanziamento del nuovo santuario, a condizione espressa che in esso venga oggetto di culto e venerazione l’immagine di Nostra Signora di Torreciudad, impegnandosi al contempo a costruirlo su terreni situati nelle vicinanze dell’attuale cappella”. 

Il motivo di questo trasferimento era da ricercarsi nell“”impossibilità che l’attuale eremo potesse accogliere i pellegrini che, soprattutto da quando, grazie all’aiuto del Patronato, è stato aperto il traffico veicolare fino a Torreciudad, accorrono in numero sempre maggiore per pregare davanti alla venerata immagine». 

Inoltre, l’Opus Dei, in Spagna, si impegnava affinché “nel nuovo santuario l’immagine della Madonna di Torreciudad fosse custodita con tutte le garanzie necessarie e vi fosse oggetto di culto con dignità e decoro”. 

Tuttavia, questo punto non è accettabile per la diocesi, che in questo comunicato afferma che “la costruzione di un grande tempio accanto all’eremo originario, se da un lato può contribuire a diffondere la devozione mariana, dall’altro non può giustificare il trasferimento, senza la dovuta autorizzazione, di un’immagine della Vergine che appartiene alla popolazione di Barbastro-Monzón” 

Un documento “che non figura” nella diocesi

L'esistenza e la validità dell'accordo registrato l'8 settembre 1966 Ciò viene tuttavia messo in dubbio dalla Diocesi di Barbastro, la quale afferma che tale documento “non è stato presentato a questa Diocesi, nonostante le ripetute richieste”, né “figura nei verbali del Capitolo della Cattedrale né nella documentazione conservata negli archivi diocesani alcuna autorizzazione a rimuovere l’immagine dall’eremo e a trasferirla in via definitiva nel nuovo tempio, né alcun accordo che preveda una cessione della sua proprietà o del suo uso a titolo permanente”. 

La proprietà non è in discussione

In effetti, la proprietà dell’immagine, né quella della cappella, è mai stata messa in discussione in nessuna fase di questo procedimento, bensì la validità della cessione del diritto di godimento dell'edicola (e quindi l'assunzione degli oneri di manutenzione) e “i diritti di esposizione e conservazione dell’immagine»” riportati ai punti 4 e 5 del censo enfiteutico firmato da entrambe le parti nel 1962.

In questo nuovo comunicato, la diocesi rimette nuovamente in discussione la legittimità di tali accordi e chiede che la scultura venga riportata all’eremo originario e che sia la diocesi ad “autorizzarne il trasferimento temporaneo al tempio di Torreciudad e in altri luoghi, qualora vi siano ragioni pastorali che lo rendano opportuno, con il dovuto coordinamento e le necessarie garanzie”. Ciò significa dichiarare nullo l’accordo originario in base al quale l’esposizione e la conservazione dell’immagine erano state affidate all’Opus Dei. 

Ancora una volta, e con un tono molto simile a quello del comunicato diffuso dal vescovo di Barbastro Monzón il 31 agosto 2026, la diocesi parla di “un diritto sottratto”: “questa diocesi – piccola e umile nei mezzi – non chiede alcun privilegio né alcun nuovo diritto, né può accettare fatti compiuti di fronte a qualcosa di così caro che le è appartenuto per più di mille anni, fino a quando le è stato strappato via cinquant’anni fa”. Inoltre, fa riferimento a una presunta impossibilità per i fedeli della zona di recarsi in visita alla Vergine nel nuovo tempio, quando lascia intendere che “i figli di Barbastro-Monzón non vogliono la loro Madre in visita, la vogliono a casa”. 

Il commissario, domani a Torreciudad

L’Opus Dei non ha voluto rispondere a questo nuovo comunicato, che arriva 24 ore prima della celebrazione di una delle giornate più significative nel calendario del santuario pirenaico: la Giornata delle Famiglie che, quest’anno, sarà presieduta dal commissario plenipotenziario per Torreciudad, mons. Arellano Cedillo. 

La presenza di questo esperto di diritto canonico non è irrilevante, vista l’attuale situazione di Torreciudad. Il decano del Tribunale della Rota Romana è stato nominato nel 2024 da Papa Francesco come commissario plenipotenziario per Torreciudad, il che conferiva al canonista pieni poteri e l’ultima parola su tutto ciò che riguarda il santuario. 

Arellano ha preso visione e ha esaminato entrambe le posizioni e la documentazione presentata dalle due parti in una triste vicenda che si protrae ormai da tre anni. 

Per saperne di più
Stati Uniti

‘La croce di Ground Zero’ e altre storie dell“11 settembre: ”La fede ci ha sostenuto”

L‘11 settembre 2001, data del peggior attacco terroristico nella storia degli Stati Uniti, non sono mancate squadre di soccorso eroiche che hanno affrontato il pericolo, né sacerdoti e religiosi che si sono recati a Ground Zero. Uno di loro si imbatté in una croce, ’la Croce di Ground Zero»

OSV / Omnes-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

- Kimberley Heatherington, Notizie OSV

Alcune delle storie raccontate dai vigili del fuoco, dalle squadre di soccorso, dai sacerdoti e dai religiosi e religiose che si sono recati a Ground Zero l’11 settembre 2001, dopo il terribile attacco terroristico, sono ben note, ma altre lo sono meno. 

L’aiuto e il conforto che hanno offerto a coloro che hanno subito perdite devastanti in termini di vite umane, feriti e dispersi meritano di essere ricordati in occasione di questo 25° anniversario.

Padre Brian Jordan ha preso dell'acqua santa e si è recato sul luogo del disastro

“Me lo ricordo come se fosse ieri”, ha dichiarato padre Brian Jordan a OSV News.

Frate francescano della Provincia di Nostra Signora di Guadalupe del suo ordine, il sacerdote è attualmente parroco della chiesa di San Francesco d'Assisi, situata sulla West 31st Street, a New York.

Quella mattina, padre Jordan si trovava al Presbyterian Hospital di New York. Appena venne a sapere dell’attacco, tornò al convento francescano sulla 31ª strada, annesso alla parrocchia di San Francesco d’Assisi, dove viveva, deciso a recarsi sul luogo della tragedia.

Senza sapere con certezza cosa avrebbe trovato – anche se si aspettava di trovare sia le vittime che i responsabili dell'attacco – prese dell'acqua santa e un paio di nocche di bronzo. “Ho detto: ‘Li benedirò con una mano e, nel caso ci fossero dei malintenzionati, li benedirò con l'altra’”.

Prima di partire, un altro frate gli diede una notizia devastante: il suo confratello francescano, padre Mychal Judge, era morto. Ciononostante, padre Jordan sapeva cosa padre Judge avrebbe voluto che facesse: andare ad aiutare.

Il 5 ottobre 2006, alcuni operai edili hanno rimosso una croce alta sei metri, formata da travi d’acciaio, recuperata dalle macerie in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 che hanno distrutto il World Trade Center di New York. (Foto di OSV News/Chip East, Reuters).

“C’erano corpi e parti di corpi ovunque: li ho benedetti tutti”

Dopo essersi fermato all’ospedale St. Vincent di Manhattan – dove gli unici pazienti erano persone in cura per aver inalato polvere in seguito al crollo delle Torri Gemelle – padre Jordan si è recato a Ground Zero, dove ha incontrato un capitano di polizia che conosceva.

“Mi ha dato una mascherina e un paio di guanti. Mi ha detto: ‘Padre, si metta la mascherina, si metta i guanti e vada a lavorare’. E così ho percorso su e giù diversi isolati, e c’erano corpi e parti di corpi. Li ho semplicemente benedetti tutti”.

Il 16 settembre, padre Jordan ha celebrato la sua prima Messa a Ground Zero; avrebbe continuato a celebrare la Messa in quel luogo per quasi 10 mesi.

La “croce di Ground Zero”, nell’edificio 6 del World Trade Center 

Poi, il 23 settembre, è successo qualcosa di inaspettato.

“Un operaio edile alto e corpulento, iscritto al sindacato Local 731, mi si avvicinò e mi disse: ‘Ehi, padre, vuole vedere la casa di Dio?’”.

“A quel punto siamo entrati tra le macerie dell’edificio 6 del World Trade Center”, ha ricordato padre Jordan. “Avevo circa 25 vigili del fuoco al mio fianco, e un operaio edile mi ha chiesto: ‘Cosa vede lì, Padre, proprio al centro?’. Gli risposi: ‘Non riesco a crederci… vedo una croce’”.

Due travi d'acciaio che si incrociavano erano state spezzate in modo tale da formare un crocifisso, dopo che l'edificio 6 del World Trade Center era stato colpito dalle macerie del crollo della Torre Nord.

È stata scavata, posata su una base di calcestruzzo e benedetta

Questo straordinario ritrovamento è diventato noto come la “croce di Ground Zero” e, col tempo, è entrato a far parte della collezione del Memoriale e Museo dell’11 settembre. È stata recuperata dagli scavi, collocata su una base di cemento e benedetta. Il 7 ottobre è stata celebrata una messa nelle sue vicinanze, all’angolo tra Vesey Street e West Street.

“Quel momento ha infuso speranza e coraggio alla gente”, ha spiegato padre Jordan, autore delle sue memorie – “The Ground Zero Cross” (Xlibris) – e insignito del titolo di suo custode non ufficiale.

Un pompiere di New York partecipa a una messa nella Concattedrale di San Giuseppe a Brooklyn, New York, in occasione del 21° anniversario degli attacchi terroristici, l’11 settembre 2022. I vescovi cattolici statunitensi celebrano messe, recitano preghiere e propongono riflessioni mentre la nazione commemora il 25° anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2026. (Foto di OSV News/Gregory A. Shemitz).

Suor Margaret O’Brien

L’11 settembre, suor Margaret O’Brien, una suora della Carità che lavorava presso il Sistema sanitario delle Suore della Carità, si trovava nel suo ufficio al Bayley Seton Hospital, a Staten Island, e stava aggiornando una collega appena tornata dalle vacanze.

“La sua segretaria entrò e disse: ‘Ho appena ricevuto una telefonata. Un aereo si è schiantato contro il World Trade Center’”, ha ricordato suor Margaret. “Ci siamo dirette lungo il corridoio verso una finestra da cui potevamo vedere, e ci siamo rese conto della gravità della situazione”.

Le suore si prepararono in fretta per recarsi all’ospedale St. Vincent “per organizzare la risposta all’emergenza e l’assistenza ai feriti”, ha spiegato suor Margaret. ”E i medici erano lì, le barelle erano lì, tutti aspettavano all’ingresso, ma dopo poco tempo non è arrivato nessuno».

Al telefono, con persone che cercavano i propri cari

Suor Margaret ha gestito la linea telefonica di emergenza presso la centrale operativa dell’ospedale delle suore, rispondendo alle chiamate di persone che cercavano i propri cari.

“Il telefono era davvero una sfida”, rifletté. “Perché le persone ti dicevano un nome e tu controllavi la tua lista, ma non riuscivi a trovarle. … È stato tutto molto, molto emozionante, e nei primi giorni il telefono non smetteva mai di squillare”.

“Ricordo di essere stata molto grata di avere qualcosa a cui poter contribuire, di poter dare una mano”, ha affermato suor Margaret, attualmente assistente della presidente delle Suore della Carità di New York.

La torre sud del World Trade Center va in fiamme dopo essere stata colpita dal volo 175 della United Airlines a New York, come mostra questa foto d’archivio dell’11 settembre 2001. Venticinque anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, che hanno causato la morte di quasi 3.000 persone, i familiari cattolici che hanno perso i propri cari quel giorno hanno riconosciuto che la loro fede li ha aiutati a superare il lutto. (Foto di OSV News/Sean Adair, Reuters). 

I numeri

È opportuno ricordare che, in totale, gli attentati hanno causato la morte immediata di 2.977 persone, tra cui 441 soccorritori. Secondo il Programma federale per la salute del World Trade Center, al 30 giugno erano decedute più di 9.000 persone da allora.

Finora, secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, a oltre 57.000 soccorritori e sopravvissuti è stato diagnosticato un tumore correlato all’attacco.

Il trauma, la forma più comune

Il trauma è stato una costante durante i turni delle suore, in particolare per una collega che assisteva le squadre di primo intervento inviate a ricevere cure dopo aver partecipato alle operazioni di recupero a Ground Zero.

“A volte le persone parlavano, ma il più delle volte semplicemente non ci riuscivano²“, ha spiegato suor O’Brien. La sua collega ‘ricordava una persona: era molto silenziosa e poi ha detto: ”Riesco ad alzare le braccia e le gambe”. Ma quando ho sollevato una pietra e ho visto un volto, solo una testa, schiacciata contro il terreno…».

“È crollato», ha aggiunto suor O’Brien.

Padre Stephen McGraw: un aereo che sorvola le nostre auto

Anche padre Stephen McGraw – all’epoca sacerdote della diocesi di Arlington, in Virginia, alle porte di Washington – fu testimone di scene indescrivibili.

La mattina dell'11 settembre, al termine di una messa scolastica, si stava recando al Cimitero Nazionale di Arlington per partecipare a un funerale quando ha sbagliato strada e non ha preso l'uscita giusta.

“Ricordo che, verso le 9:35, ero semplicemente bloccato nel traffico, proprio di fronte al Pentagono”.

Temeva che ormai, quasi sicuramente, sarebbe arrivato in ritardo al funerale.

“E poi, senza preavviso, l’aereo è passato rombando proprio sopra le nostre auto, molto, molto basso”, ha raccontato padre McGraw. “Non saprei dire quale dei miei sensi ne sia rimasto più colpito: c’erano la vibrazione e il rombo dell’aereo, e un lampione è stato colpito ed è caduto sull’auto di un tassista che si trovava a pochi veicoli di distanza”.

Guardando alla sua destra, vide il volo 77 dell’American Airlines schiantarsi contro il Pentagono.

«L'ho visto schiantarsi e scomparire, mentre un'enorme palla di fuoco usciva dall'edificio nell'istante successivo all'impatto».

Assistenza alle vittime nei pressi del Pentagono

Dato che la sua radio non era accesa e non aveva sentito cosa stesse succedendo a New York, «ho semplicemente pensato che si trattasse di un terribile e tragico incidente». 

I viaggiatori rimasero paralizzati e padre McGraw scese dalla sua auto – con la stola, gli oli per l’unzione e un libro di preghiere tra le mani – superò la barriera di sicurezza dell’autostrada e si diresse verso il prato del Pentagono per raggiungere le vittime.

“Il mio messaggio era: ‘Gesù è con voi’”

“In sostanza, il mio messaggio per loro era: ‘Gesù è con voi’. Era questo che ripetevo alle varie vittime che ho assistito», ha dichiarato padre McGraw.

A una delle vittime, che si è dichiarata cattolica – Juan Cruz, responsabile della divisione contabilità civile dell’Ufficio dell’Assistente Amministrativo del Segretario dell’Esercito – sono stati amministrati i sacramenti.

Un’altra vittima – Antoinette Sherman, analista di bilancio dell’Esercito, che in seguito è deceduta – giaceva a pancia in giù sul prato, con gravi ustioni sulla schiena e una sola scarpa a un piede. Padre McGraw gliel’aveva lasciata con delicatezza, su sua richiesta.

“Allora ha semplicemente aggiunto, forse rivolgendosi a chiunque potesse sentirla: ‘Dite a mia madre e a mio padre che li amo’. E io le ho assicurato che l’avrei fatto”.

L'evento annuale “Tributo di Luce” illumina il cielo sopra l'orizzonte di Lower Manhattan a New York il 10 settembre, alla vigilia del 18° anniversario degli attentati dell'11 settembre. Ogni anno, per commemorare l’anniversario degli attacchi che hanno provocato il crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center, due fasci di luce illuminano il cielo dal tramonto all’alba. Quasi 3.000 persone hanno perso la vita a New York, Washington e Shanksville, in Pennsylvania, negli attentati del 2001. (Foto di OSV News/Andrew Kelly, Reuters).

“Abbiamo visto la malvagità nella sua massima espressione, ma anche la bontà”

Padre McGraw – attualmente sacerdote missionario e parroco della Missione di Bánica, nella diocesi di Arlington, nella Repubblica Dominicana – non ritiene che il suo destino inaspettato sia stato una coincidenza.

“Ho provato una forte sensazione della Provvidenza divina”, ha dichiarato a OSV Noticias. “Ero destinato a trovarmi lì”.

“Abbiamo visto la malvagità nella sua peggiore espressione», ha affermato padre Jordan. «Ma abbiamo visto anche la bontà nella sua massima pienezza. New York si è unita. Il Paese si è unito. Il mondo si è unito».

Messe e riflessioni dei vescovi in questi giorni

Mentre la nazione commemora il 25° anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre, i vescovi cattolici statunitensi celebrano messe, recitano preghiere e propongono riflessioni, sottolineando al contempo la necessità di cercare la pace in un panorama globale frammentato.

“Sono trascorsi venticinque anni da quel giorno e, tuttavia, quelle immagini agghiaccianti rimangono impresse nelle nostre menti”, hanno affermato i vescovi cattolici ucraini degli Stati Uniti, guidati dall’arcivescovo metropolita Borys A. Gudziak di Filadelfia, in una lettera pastorale In occasione di tale evento, pubblicato il 4 settembre, si comunica che Gina Christian.

“La fede ci ha elevati e ci ha sostenuti”

L'arcivescovo Paul S. Coakley di Oklahoma City, presidente della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, ha affermato in un comunicato del 9 settembre, secondo cui “la fede ci ha dato forza e ci ha sostenuto” durante l’attacco e nelle sue conseguenze.

“Mentre i conflitti si intensificano in tutto il mondo, rinnoviamo il nostro impegno a essere strumenti di pace di Cristo in un mondo sempre più frammentato e diviso”, ha affermato.

———–


– Kimberley Heatherington è corrispondente, e Gina Christian è una giornalista multimediale, entrambe di OSV News.

– Queste notizie sono state pubblicate nei giorni scorsi su OSV News. È possibile consultarle, ad esempio, qui.

L'autoreOSV / Omnes

Mondo

Lorenzo Fazzini: “La particolarità dell’editoria cattolica dovrebbe essere l’universalità”

In occasione del centenario della Libreria Editrice Vaticana, il suo responsabile editoriale, Lorenzo Fazzini, spiega a Omnes cosa significhi essere “la casa editrice del Papa”: custodire il Magistero e, al tempo stesso, diffonderlo nel mondo attraverso traduzioni, collaborazioni internazionali e nuovi autori.

Giovanni Tridente-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

La Libreria Editrice Vaticana (LEV) compie cento anni. Fondata come ente autonomo nel 1926, ma erede della Tipografia Vaticana istituita da Sisto V nel 1587, ha accompagnato nove Pontefici e diffuso nel mondo i loro testi e il Magistero della Chiesa. Un anniversario che invita a ripercorrere il passato e, al tempo stesso, a interrogarsi sul futuro del libro e sulla presenza della cultura cattolica nel dibattito contemporaneo.

A guidare questo percorso è Lorenzo Fazzini, responsabile editoriale della LEV dal 2021, dopo aver diretto per quasi un decennio la Editrice Missionaria Italiana. Giornalista, traduttore e scrittore, Fazzini ha dedicato molti dei suoi libri all’incontro tra fede, letteratura e cultura contemporanea, a partire dalle storie raccolte in Nuovi cristiani d'Europa fino ai dialoghi tra credenti e non credenti. Un percorso che lo ha portato anche a indagare le tracce dell’infinito nella narrativa contemporanea.

Ha inoltre pubblicato alcuni volumi insieme al cardinale Luis Antonio Tagle e al cardinale Matteo Maria Zuppi. L’esperienza maturata presso la casa editrice missionaria aiuta inoltre a comprendere l’attenzione che Fazzini dedica agli autori, alle esperienze e alle sensibilità provenienti dalle diverse Chiese del mondo, che vorrebbe vedere sempre più presenti nel catalogo della Libreria Editrice Vaticana.

Il centenario si è già concretizzato quest’anno in una serie di appuntamenti specifici. Il 7 maggio, Papa Leone XIV ha ricevuto nella Sala del Concistoro i dirigenti e il personale della LEV, ricordando l’esortazione che Paolo VI aveva rivolto ai suoi predecessori nel 1976, in occasione del cinquantesimo anniversario, a “guardare avanti, per mettere a punto idee e programmi per il futuro”.

Una settimana dopo, la Libreria ha organizzato al Salone Internazionale del Libro di Torino quattro incontri tra personalità ecclesiastiche e esponenti del mondo della cultura, tra cui il dibattito sulla fraternità tra il cardinale algerino Jean-Paul Vesco e lo storico dell’arte Tommaso Montanari. Il 24 giugno, il Pontefice ha ricevuto in udienza un gruppo di scrittori provenienti da tutto il mondo, tra cui il premio Nobel Jon Fosse, Marilynne Robinson, Elizabeth Strout ed Éric-Emmanuel Schmitt, insieme ad autori legati alla stessa Libreria come Adrien Candiard.

In questa intervista con Omnes, Fazzini spiega che essere “la casa editrice del Papa” significa svolgere un duplice compito: tutelare i testi pontifici da distorsioni e strumentalizzazioni e, al contempo, favorirne la più ampia diffusione attraverso traduzioni, accordi editoriali e collaborazioni internazionali.

Da questa responsabilità nasce una riflessione sull’identità dell’editoria cattolica, chiamata a presenziare nell’agorà culturale e a confrontarsi, al di là della cerchia ristretta dei credenti, con le domande sulla vita, la morte, il male, il perdono e la speranza.

L’intervista affronta inoltre le trasformazioni del mercato editoriale e le nuove occasioni di incontro tra autori e lettori, sottolineando la necessità di superare i linguaggi autoreferenziali. Emerge così il profilo di una casa editrice che vorrebbe riunire nel cuore della cristianità le voci e le testimonianze delle diverse Chiese del mondo e, attraverso i libri, rimetterle in circolazione nella Chiesa universale.

La Libreria Editrice Vaticana compie cento anni, ma le sue radici affondano nella Tipografia Vaticana fondata da Sisto V nel 1587. Qual è il filo conduttore che unisce quella storia alla LEV di oggi?

—Credo che ci sia un filo conduttore legato alla comunicazione della fede e del Vangelo. La Chiesa è sempre stata all’avanguardia quando si tratta di annunciare Cristo. Da san Paolo, che si reca all’Areopago di Atene, fino a Radio Vaticana di Guglielmo Marconi, la Chiesa sa che l’azione di comunicare e annunciare Cristo deve avvenire attraverso tutti i mezzi disponibili. Pertanto, una volta avvenuta l’invenzione della stampa a caratteri mobili, non tardò a sorgere la Tipografia Vaticana, dalla quale la LEV si rese indipendente nel 1926, esattamente cento anni fa, per diventare uno strumento di maggiore diffusione editoriale nel momento in cui un più ampio livello di alfabetizzazione consentiva una più ampia diffusione del libro come oggetto.

Di recente, Papa Leone XIV ha ricevuto i dirigenti e il personale della LEV, ricordando che, nel corso di cento anni, hanno affiancato nove Pontefici. Cosa significa, concretamente, essere “la casa editrice del Papa”?

—In concreto, ciò significa che la diffusione editoriale di tutti i testi di tutti i Papi dipende dalla casa editrice, che a sua volta fa parte del Dicastero per la Comunicazione. E che, pertanto, rispondiamo quotidianamente alle diverse richieste di traduzione e pubblicazione dei testi dei Pontefici, nonché di quelli degli organismi della Curia Romana. Ciò implica, da un lato, favorirne la massima diffusione e, dall’altro, vigilare in modo creativo sulla diffusione dei testi papali affinché avvenga in modo corretto e rispettoso.

Ad esempio: il libro Liberi grazie alla grazia, di Robert F. Prevost – ovvero i testi di Papa Leone quando era priore generale degli Agostiniani –, sarà pubblicato negli Stati Uniti da una delle più grandi case editrici statunitensi, Penguin Random House. D'altra parte, in occasione della pubblicazione di Magnifica humanitas, l'ultima enciclica di Papa Leone, stiamo ricevendo decine e decine di richieste da ogni parte del mondo per la sua traduzione e pubblicazione.

“La particolarità dell’editoria cattolica dovrebbe essere l’universalità. Ovvero, rivolgersi a tutti”.

Lorenzo FazziniResponsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana

Qual è la responsabilità principale quando si tratta di custodire e diffondere i testi del Pontefice e il Magistero della Chiesa?

—Come dicevo, si tratta di svolgere questa funzione in modo creativo e proattivo. Vale a dire, tutelando i testi pontifici ed evitando qualsiasi strumentalizzazione, anche di natura economica. Ma, allo stesso tempo, facendo in modo che le parole del Papa, che sono al servizio della diffusione del Vangelo, possano raggiungere il maggior numero possibile di persone.

Faccio un paio di esempi: la Lettera sul ruolo della letteratura nell'educazione e nella formazione, di Papa Francesco, è il primo documento papale pubblicato da una casa editrice francese così importante come Gallimard ha pubblicato nel corso della sua storia ultracentenaria. D’altra parte, la partecipazione ad alcune fiere internazionali, come quelle di Francoforte, Varsavia, Torino e in altre occasioni, ci permette di entrare in contatto e instaurare rapporti con nuove case editrici di tutto il mondo, con le quali stringere legami e avviare collaborazioni finalizzate a una diffusione sempre maggiore dei testi della LEV.

Hanno scelto di celebrare il centenario puntando fortemente sull’apertura internazionale. Cosa vogliono raccontare oggi al mondo riguardo alla LEV?

—Lungi da noi l’idea di essere autoreferenziali nel voler raccontare la LEV al mondo; ciò che si è voluto ottenere con questa proiezione internazionale è proprio mettere in evidenza il fatto che il lavoro della casa editrice della Santa Sede è al servizio di tutta la Chiesa, che per sua natura è universale, cioè cattolica. E che parla le lingue di ogni popolo, rimandando all’unica lingua che è quella del Vangelo. La LEV è solo uno strumento di quella grande famiglia di popoli che è la Chiesa, che è al servizio del Vangelo e della sua diffusione nel mondo. Per questo motivo, essere presenti in diversi contesti internazionali significa mettersi a disposizione per garantire che il messaggio del Papa, della Curia Romana e degli autori e delle autrici che pubblichiamo sia alla portata di chiunque nel mondo.

Lei ha sostenuto in diverse occasioni che il punto di vista religioso debba trovare spazio senza complessi nell’agorà contemporanea. Quale ruolo può svolgere oggi una casa editrice cattolica nel dibattito culturale?

—Rispondo con un aneddoto di circa vent’anni fa. In un breve incontro, l’unico che ho avuto, con Cesare De Michelis, fondatore della casa editrice Marsilio, l'ho sentito che mi diceva: “‘Sa, non sono cattolico né credente, ma credo che ogni tanto sia necessario ascoltare la voce di chi è ’fuori dal mondo”, ad esempio vescovi e sacerdoti, perché il loro sguardo sulle cose umane, provenendo dall’esterno, risulta certamente interessante». Ebbene, io mi spingerei ancora oltre con questa affermazione, sostenendo che, se non ci occupiamo delle cose importanti (la vita, la morte, il senso dell’esistenza, la possibilità di una speranza di fronte al male del mondo, il perdono, la riconciliazione…), di cosa dovremmo occuparci?

Divertirsi fino alla morte è il titolo di un famoso saggio del sociologo Neil Postman. Nella società dello spettacolo sembra che l’unico imperativo sia trovare nuove occasioni di intrattenimento, il che, come insegnava don Lorenzo Milani, significa di-vertere, ovvero allontanarsi dal percorso ordinario. Un percorso che, al contrario, è fatto di impegno, di domande, di significato, di legami, di dubbi. A questo proposito, un editore cattolico, proprio come dovrebbe fare un semplice cattolico, dovrebbe far sentire la propria voce, non per un senso di superiorità, ma perché ha ricevuto una Parola di rivelazione dall’Alto che, guarda caso, perdura da duemila anni. Quindi sicuramente ha qualcosa da dire anche oggi!

Chi sono oggi i lettori della LEV e quanto sono cambiati rispetto al passato? Quando pubblicano, pensano ancora ai credenti o anche ad altri lettori?

—Ah, se solo lo sapessi! I lettori dei nostri libri sono prevalentemente persone interessate ad approfondire la fede attraverso la lettura. Ma sta crescendo anche il numero di lettori “occasionali” che trovano in alcuni dei nostri saggi delle opportunità per conoscere proposte di una visione di fede su determinate situazioni, eventi o problematiche.

Penso, ad esempio, alla testimonianza di suor Azezet Kidane, una suora comboniana la cui vita meriterebbe un film: l’avventura di un’esistenza dedicata ai più poveri in nome del Vangelo interessa molte persone, al di là della loro appartenenza religiosa. Oppure penso a una biografia come quella di Mercè Prats dedicata a un genio del nostro tempo, Teilhard de Chardin: un libro che ha suscitato grande interesse nella stampa, soprattutto in quella non cattolica.

In un mercato in cui le vendite sono in calo e molte librerie religiose versano in difficoltà, qual è oggi il senso del libro cartaceo?

—Come ha affermato Papa Leone durante l’incontro con noi, il libro è un’occasione per incontrarsi. Si moltiplicano a grande velocità le occasioni in cui gli autori si trovano faccia a faccia con i lettori o con i potenziali lettori. Festival, eventi, presentazioni, incontri pubblici… oggi il calendario si è trasformato in una successione infinita di occasioni. Questa è una delle nuove frontiere in cui un editore cattolico deve essere presente, per non rimanere confinato in un’autoreferenzialità cattolica che rappresenterebbe la morte stessa dell’annuncio cattolico.

“Mi piacerebbe trovare una casa editrice in grado di far conoscere nuove voci provenienti da ogni parte del mondo”.

Lorenzo Fazzini Responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana

In linea con quanto detto, esiste ancora una specificità dell’editoria cattolica che valga la pena preservare?

—Beh, la particolarità dovrebbe essere proprio l’universalità. Cioè, rivolgersi a tutti. Invece, mi sembra – riprendendo una riflessione assolutamente politicamente scorretta del teologo Giuliano Zanchi – che quando i non credenti sentono i credenti parlare delle “loro cose”, sentono una lingua straniera che non dice loro nulla. Mentre Gesù parlava di sale, lievito, lampade, tesori, campi, padri, madri… Questo dovrebbe essere il tratto distintivo: non essere settoriali. Né autoreferenziali. Ma non è facile. Tuttavia, deve essere il nostro impegno quotidiano.

Che tipo di rapporto hanno con altre case editrici? Esistono forme di collaborazione, scambio o sostegno reciproco?

—Abbiamo avuto diverse occasioni di collaborazione con varie case editrici, sia cattoliche che laiche, per la realizzazione di coedizioni di alcuni testi, sia di Papi che di autori. Penso ad alcuni libri realizzati insieme a Solferino Editrice, la casa editrice del Corriere della Sera in Italia, oppure con Edizioni e/o per la pubblicazione di un libro di uno dei suoi autori di punta, Éric-Emmanuel Schmitt, oppure di un prossimo libro per ragazzi di Adrien Candiard, nostro autore da anni, che pubblicheremo con la casa editrice San Paolo, che ha più esperienza di noi in questo settore specifico.

Se dovesse immaginare come sarà la LEV tra dieci anni, come vorrebbe che fosse? E quale caratteristica non dovrebbe mai perdere?

—Dieci anni nel mondo frenetico di oggi equivalgono quasi a due generazioni! Mi piacerebbe una casa editrice sempre più proattiva in termini di temi, argomenti e autori, soprattutto capace di far conoscere nuove voci provenienti da ogni parte del mondo, in grado di portare la propria sensibilità, esperienza e vita ecclesiale al centro della Chiesa, a Roma, per poi diffonderle in ogni angolo della Chiesa universale.

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Ecologia integrale

Conversione ecologica: un modo per rendere grazie a Dio creatore

«Prenderci cura della nostra Casa comune», è un’analisi teologica della Commissione Teologica Internazionale che affronta la crisi ambientale da una prospettiva trinitaria e propone di combattere il «peccato ecologico» attraverso una conversione spirituale e uno stile di vita diverso.

Emilio Chuvieco-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

All’inizio di settembre, il Vaticano ha pubblicato un interessante documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato «Prendersi cura della nostra Casa comune: una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario". 

Nella sua presentazione, il segretario della Commissione, mons. Piero Coda, ha sottolineato che questo testo intendeva offrire una riflessione che stimolasse a riscoprire e valorizzare «il fondamento teologico della cura della Casa comune al di là della situazione di estrema gravità in cui ci troviamo» (n. 6). 

La struttura del documento 

Il documento è suddiviso in tre capitoli: il primo analizza le radici teologiche del tutela dell'ambiente, con particolare riferimento al carattere trinitario della Creazione; il secondo riflette sulla posizione dell’essere umano rispetto agli altri esseri creati, sottolineando l’importanza di recuperare la triplice relazione esistenziale con Dio, con gli altri uomini e con il resto delle creature; il terzo offre alcuni spunti in cui si manifesta con maggiore chiarezza l’importanza della «cura della casa comune». 

Come non poteva essere altrimenti, il documento fa ampio riferimento all’insegnamento di Papa Francesco su questa questione, ma anche a quello di altri pontifici recenti. Il testo include oltre 200 citazioni, che comprendono anche alcuni documenti di altre confessioni cristiane e di altre tradizioni religiose, quali l’ebraismo, l’islam, l’induismo, il buddismo, il confucianesimo e le religioni indigene.

Gli elementi chiave per la comprensione del documento

In questo articolo commento alcune citazioni che mi sembrano particolarmente interessanti in questo documento:

Per quanto riguarda il destino finale delle creature non umane, offre un’interessante riflessione sulla comunione tra tutti gli esseri creati, orientata al loro destino escatologico, in cui tutti parteciperanno, secondo le proprie caratteristiche, alla nuova creazione: «Con l’incarnazione del Figlio di Dio, questo futuro non si limiterà alla cittadinanza escatologica degli esseri umani, ma avrà una dimensione e una portata cosmiche» n. 14. E in un altro paragrafo: «Dio Padre ha creato tutto in Cristo per realizzare in lui e attraverso di lui la pienezza escatologica. Di conseguenza, il destino della creazione è la realizzazione in Dio e la sua ricapitolazione finale, per opera dello Spirito, in Cristo morto e risorto» n. 36

Riafferma la visione cristiana tradizionale che considera la creazione come la prima rivelazione di Dio, citando san Bonaventura: «Quando il credente riconosce nuovamente le creature come segni e doni, come intelligibili e buone, allora «la conoscenza delle creature conduce alla conoscenza del Creatore», accompagnata da stupore, gratitudine e gioia» n. 28. 

Dimensione trinitaria della Creazione

A questo proposito, si sofferma sull’analisi della dimensione trinitaria della Creazione, basandosi su quattro dottori della Chiesa: Sant'Agostino, Santa Ildegarda, San Bonaventura e di San Tommaso. Questa sezione si conclude affermando che «L’intera creazione porta l’impronta della Trinità, attraverso la quale Dio si rende presente nella sua opera. Pertanto, il rapporto con la creazione implica sempre un rapporto con il Creatore. Ogni azione sulla creazione, intrinsecamente, anche se spesso non in modo esplicito, ha una dimensione religiosa». n. 42

In questa prospettiva trinitaria, egli ricorda la triplice relazione fondamentale degli esseri umani: con Dio, con gli altri uomini e con il resto del creato, per evidenziare anche una triplice crisi contemporanea: «ecologica (relazione con il creato), sociale (relazione con gli altri) e religiosa (relazione con Dio)».

Superare questa crisi «passa attraverso l’attivazione di relazioni regolate dalla dinamica dell’amore, del dono e della gratuità nei tre ambiti fondamentali della nostra esistenza (cfr. Laudato si’ 10): la gratuità filiale verso Dio e l’offerta personale della propria vita in Cristo per la sua gloria (Rm 12,1); la solidarietà e la misericordia verso il prossimo (Lc 10,25-37; Mt 25,31-46); la cura del giardino, la casa comune, in cui Dio ha posto l’umanità (Gn 2,15)». n. 39 

Ricordando che la creazione non ha come unico scopo il nostro servizio, come hanno ripetutamente affermato gli ultimi pontefici, il documento sottolinea che «la nostra casa comune non nasce dalle mani di Dio con l’unico scopo di offrire il sostentamento necessario affinché gli esseri umani sviluppino appieno il proprio potenziale nel gestire e godere senza limiti delle risorse del creato (…) In tutto il creato vi è un orientamento verso la pienezza in Dio attraverso Cristo (1 Cor 15,24-28) e nello Spirito Santo, dove finalmente avrà luogo la piena e gloriosa manifestazione del Creatore trino» n. 43. 

Creati a immagine e somiglianza di Dio, «il modello normativo e ispiratore dell’azione umana sul creato si trova in Dio stesso, il quale esercita il proprio potere non in modo dispotico, arbitrario ed egoista, ma promuovendo la vita delle creature (Sal 36,7; cfr. Sal 145,9; Gn 7,1-3; Dn 4,11; Sir 18,13; Sap 11,24), e sostenendo l’intera creazione con la sua cura» n. 78

Una delle idee innovative del documento è il suo approccio riguardo al peccato ecologico, proposto inizialmente, con una terminologia diversa, dal Patriarca Bartolomeo, e ripreso da Papa Francesco negli ultimi anni del suo pontificato. 

Il documento propone ora di «definire il peccato ecologico come un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia ambientale, in violazioni dei principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 340-344) e contro la virtù della giustizia». n. 94.

E offre alcuni suggerimenti per superarlo: «Poiché il peccato ecologico riguarda le tre relazioni – Dio, uomo, natura – anche la conversione ecologica dovrebbe sanarle tutte e tre: La conversione secondo la fede cristiana parte dall’incontro con Gesù Cristo (LS 217), dal quale impariamo: a relazionarci con Dio come unico Signore (cfr. Mt 4,3-4), con gli altri esseri umani come nostri prossimi (cfr. Lc 10,25-37), e con il creato come un’opera in cui riconosciamo l’espressione di un linguaggio divino (cfr. Mt 6,26-30)». n. 110. 

Il documento critica due approcci antropologici estremi: da un lato, considerare l’essere umano come l’unico essere di valore nel creato; dall’altro, ritenere che non abbia più valore di qualsiasi altra creatura, rifiutando in egual misura sia l’antropocentrismo predatorio sia il biocentrismo radicale.

Come punti cardine della conversione ecologica, invita a riflettere sul significato del giubileo, sulla spiritualità e sullo stile di vita. «Una spiritualità sana è attenta ai consumi personali e familiari; si impegna a renderli sostenibili. Si preoccupa di ridurre al minimo il consumo di energia in casa e nei trasporti. Cerca un’alimentazione sana e rispettosa dell’ambiente. Ci aiuta a discernere ciò che acquistiamo, consapevoli che ogni atto d’acquisto è un atto morale (CV 66; LS 206). Ci invita a praticare un autocontrollo riflessivo del nostro ritmo di vita e dei nostri consumi, promuovendo la scelta di rinunciare a determinati prodotti e pratiche dannose per l’ambiente», n. 117

Dopo aver esaminato la diversa percezione delle grandi tradizioni religiose riguardo alla triplice relazione sopra menzionata, riassume l’atteggiamento positivo che ogni cristiano dovrebbe adottare nei confronti della questione ambientale, collocata nel quadro di queste coordinate: «Questa consapevolezza implica il riconoscimento della sovranità divina, della bontà del creato e del posto unico che l’essere umano occupa nel cosmo come interlocutore e rappresentante di Dio stesso. Comporta inoltre il riconoscimento delle strutture del peccato contro il creato e il Creatore, nonché la necessità di una conversione verso un’ecologia integrale» n. 146

L'autoreEmilio Chuvieco

Professore di geografia presso l'Università di Alcalá.

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