FirmeAlberto Sánchez León

Amare e amore. Alla luce del pensiero di Leonardo Polo

Accettare se stessi come creature, ringraziare per il dono ricevuto e donarsi agli altri sono i passi che rivelano la persona come un essere chiamato ad amare, a convivere e a rendere il mondo un luogo più umano

11 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

L’uomo è un essere che esiste grazie agli altri. Nessuno si dà l’esistenza da sé. Questo è il primo passo per accettarsi come essere dipendente, non autonomo.

La prima reazione di fronte alla consapevolezza di essere dipendenti dovrebbe essere la gratitudine. Si accetta un dono. Per questo la gratitudine richiede, da un lato, una conoscenza radicale di sé, cioè la conoscenza della radice del nostro stesso essere, e, dall’altro, la libertà di accettarsi. E io mi accetto come dono creato. La gratitudine è quindi, come diceva G. K. Chesterton, la forma di pensiero più elevata. E oserei dire che non è solo un modo di pensare, ma, soprattutto, un modo di essere. Sono grato (o non lo sono).

In quanto essere creato che accetta e si accetta, anche dona e si dona. Il donare è la risposta dell’essere personale creato. Donare è accettare l’essere. Donare è un modo per ringraziare del dono che si è. Offro la mia accettazione. Accettarsi è l’atto radicale più libero. Accettarsi è libertà personale. Accettarsi prima per poi donarsi; perché per dare è necessario accettare, e per donarsi è condizione indispensabile essersi accettati.

Siamo accettazione e donazione. Se la persona è un essere che dona perché si accetta, allora la capacità di donare manifesta l’amare. Se il vertice della persona è il donare (donare se stessi), ciò mette in luce ciò che siamo: amare. E l’amare si differenzia dall’amore. Amare è un verbo, amore è un sostantivo. L’amare riguarda l’essere personale, l’amore la sua essenza. Amare è trascendentale, l’amore è essenziale. Pertanto, si può dire che l’amore non è personale, perché l’amore è opera, è contributo, ma non è essere. 

Accettare il dono che siamo significa accettare se stessi come creature, accettarsi come persone. È in questo che consiste la libertà originaria, innata. 

Cosa può dare una persona? Una persona può dare il proprio tempo, i propri consigli, la propria vita, il proprio lavoro, ecc. Ciò che la persona dà è il proprio amore, ciò che è. Ma il suo amore non è il suo amare. L’amore, ciò che può essere dato, rientra nell’ambito delle opere. L’amore dell’uomo consiste nel dare una risposta a ciò che siamo, è responsabilità: una risposta che è, al tempo stesso, corrispondere. L’uomo non è il pastore dell’essere, come diceva Heidegger, ma colui che dà una risposta al mondo, colui che perfeziona il mondo (o lo peggiora).

E come rispondiamo? Con le azioni. È qui che nasce l’etica, come un monitoraggio dall’io alla persona. Le opere non sono personali, ma essenziali. L’etica non è antropologia, bensì continua di essa. L’amore appartiene all’ordine dell’etica, dell’agire umano; non appartiene all’ordine antropologico, personale. Amare dà senso all’agire. L’essere viene prima. L’agire viene dopo. Per questo la cultura, ciò che l’uomo apporta, non può venire prima. Amare crea cultura. Amare rende possibile l’amore. Solo chi ama dona, solo chi ama apporta qualcosa. L’amore non è la prima cosa. La prima cosa è amare. L’infinito è atto. E l’atto è la prima cosa, è verbo, infinito.

Ma la persona non è un verbo, bensì un avverbio. Dio è verbo, è amore (in Dio l’amare e l’amore si confondono, nell’uomo no). Dio è amore (1 Gv 4, 8).

Cosa significa che la persona umana sia un avverbio? Significa che la persona umana è inoltre. Inoltre, è un avverbio di affermazione. Spesso viene classificato anche come avverbio di aggiunta o di quantità. Si usa per aggiungere informazioni a quanto già detto, con un significato simile a «anche» o «oltre a ciò». In altre parole, «inoltre» accompagna altre informazioni. Per questo possiamo dire: Inoltre di pensare, inoltre di avere, inoltre da fare, inoltre di provare, inoltre delle operazioni e inoltre di Dio. Essere inoltre significa che la persona è insaziabile, insoddisfatta, che non si ferma mai, che va sempre oltre. Per questo ha in sé qualcosa dell’infinito, perché si può sempre crescere di più, e ciò è reso possibile dall’amore personale.

L’amore ha bisogno di un altro. Non esiste un amore solitario o in solitudine. Per questo amare e coesistere significano la stessa cosa. L’uomo non esiste. Esiste il mondo, l’universo, ma non l’uomo. L’uomo coesiste. E coesiste rispetto a Dio, agli altri uomini e rispetto all’universo. Si apre a tutti gli esseri, entra in relazione con essi misurandosi ai loro rispettivi livelli di essere. In questo modo il inoltre rispetto a Dio significa essere figlio, rapporto di filiazione e filiazione divina.

Il inoltre rispetto agli altri uomini è fraternità, rapporto di amore fraterno. Il inoltre rispetto al mondo è perfezionamento, personalizzazione o, in termini più precisi, iperteleologizzazione. Quest’ultimo rapporto del inoltre Il rapporto con il mondo riguarda la missione dell’uomo di abbellirlo, renderlo migliore, più umano, più personale. L’iperteologizzazione è l’azione personale di attribuire una finalità superiore al mondo e all’essere umano stesso, elevandoli al di sopra dei propri limiti naturali. Questa nozione implica il superamento della mera teleologia o virtù (iperformalizzazione) per destinare le capacità umane all’atto di donarsi e umanizzare il cosmo. In definitiva, si tratta di rendere il mondo una dimora in cui la fratellanza e la filiazione possano regnare libere.

L'autoreAlberto Sánchez León

Vaticano

Leone XIV: “Il vescovo è un servitore, chiamato a servire la fede del popolo”

Il Papa ha sottolineato questa mattina di giovedì, durante un’udienza con circa 200 nuovi vescovi, che “il vescovo è un servitore, chiamato a servire la fede del popolo”, e che deve ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo.

Francisco Otamendi-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il Santo Padre ha sottolineato questa mattina in Vaticano il concetto di “servizio” nel suo ministero, rivolgendosi ai nuovi vescovi dei cinque continenti che partecipano a un corso di formazione a Roma. Si tratta di 147 vescovi provenienti da paesi quali India, Congo, Papua Nuova Guinea, Zimbabwe, Kirghizistan e Thailandia, anche se nel suo discorso il Papa ha portato il numero a 200.

Dopo aver invitato i presenti a cantare il ”Veni Creator” – “Credo che ne abbiate tutti una copia. Spero che qualcuno abbia una voce migliore della mia stamattina… Cominciamo a cappella” –, il Papa ha voluto ricordare nel suo Discorso l'idea centrale delle sue parole: il servizio alla fede e alla Chiesa.

“Il vescovo è un servitore” 

“Innanzitutto, una cosa così semplice ma spesso trascurata: il dono che avete ricevuto non è per voi stessi, ma per servire la causa del Vangelo. Siete stati scelti e chiamati per essere inviati, come apostoli del Signore e come servitori della fede”, ha affermato Leone XIV.

Prima di avviare con voi un dialogo fraterno, vorrei soffermarmi brevemente su questo punto, ha aggiunto: “Il vescovo è un servitore, il vescovo è chiamato a servire la fede del popolo. È qualcosa che riguarda la nostra identità”.

«Perché sono stato scelto? Me lo chiedo anch’io», ha rivelato il Papa. 

“Il servizio non è una caratteristica esteriore né un modo di svolgere un ruolo. Al contrario, a coloro che Gesù chiama come discepoli e annunciatori del Vangelo, in particolare ai Dodici, viene richiesta la libertà interiore, la povertà di spirito e la disponibilità al servizio che nasce dall’amore, per incarnare la stessa scelta di Gesù, che si è fatto povero per arricchirci (cfr. 2 Cor 8,9). 

Egli ci ha rivelato lo stile di Dio, che non si manifesta nella potenza, ma nell’amore di un Padre che ci chiama alla comunione con Lui, ha aggiunto, ricordando alcune parole di sant’Agostino: “A proposito dell’ordinazione episcopale, Agostino afferma: ‘In primo luogo, chi presiede il popolo deve comprendere di essere servitore di molti’ (Discorso 340/A, 1)”.

“Una certa brama di grandezza” degli apostoli: Gesù dovette intervenire

Poco dopo, il Santo Padre ha ricordato che negli Apostoli si era manifestata “una certa brama di grandezza” (ibid.), di fronte alla quale Gesù dovette intervenire come medico per guarirli. 

Ricordiamo infatti l’ammonimento del Signore quando vede il gruppo dei Dodici discutere su chi fosse il più grande: “Chi vorrà diventare grande tra voi, sarà vostro servitore; e chi vorrà essere il primo tra voi, sarà schiavo di tutti” (Mc 10,43-44). 

Cosa significa essere servitori 

Allo stesso tempo, ha proseguito il Papa, “oggi dobbiamo chiederci cosa significhi essere servitori della fede del popolo. Per quanto importante e necessario sia, non basta essere consapevoli che il nostro ministero è radicato nello spirito di servizio, a immagine di Cristo”.

Infatti, ciò deve tradursi anche nello stile dell’apostolato, nelle diverse forme di cura e di governo pastorale, nell’anelito all’annuncio, in modi così diversi e creativi a seconda delle situazioni concrete che si presentano”.

«Un servizio umile», diceva Papa Francesco

Il Pontefice ha citato qui Papa Francesco, che ha affermato più volte: «L’unica autorità che abbiamo è il servizio, e un servizio umile!». È davvero importante che meditiamo su queste parole e cerchiamo di metterle in pratica.

«Per questo vi chiedo di vegliare sempre e di camminare nell’umiltà e nella preghiera, per diventare servitori del popolo al quale il Signore vi invia», ha proseguito Leone XIV.

“La vicinanza al popolo che ci è stato affidato non è una strategia opportunistica, ma la nostra condizione essenziale”, affermava Papa Francesco (Discorso rivolto ai vescovi partecipanti al corso di formazione, 12 settembre 2019).

Passione e coraggio nell’annunciare il Vangelo

Nel concludere, il Papa ha menzionato le difficoltà e ha esortato alla passione. “La crisi della fede e della sua trasmissione, insieme alle difficoltà che riguardano l’appartenenza e la vita ecclesiale, ci invitano a ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo”.

Non dobbiamo dimenticare, ha aggiunto il Successore di Pietro, “le altre sfide, di carattere più culturale e sociale, che riguardano tutti noi e che, in particolare, interessano alcuni territori: il dramma della guerra e della violenza, la sofferenza dei poveri, l’aspirazione di molti a un mondo più fraterno e solidale, le sfide etiche che ci interpellano sul valore della vita e della libertà, e l’elenco sarebbe certamente più lungo”.

“Come pastori attenti” 

In questo contesto, “la Chiesa vi invia come pastori attenti, capaci di condividere il cammino, le domande, le ansie e le speranze della gente; pastori che desiderano essere guide, padri e fratelli per i sacerdoti e per le sorelle e i fratelli nella fede”.

Infine, Leone XIV ha affermato di pregare per loro, “affinché non manchi mai loro il soffio dello Spirito e affinché la gioia del loro Ordinamento, come un profumo delicato, possa diffondersi anche su coloro che andranno a servire. Grazie!”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vangelo

Quante volte devo chiedere perdono? XXIV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXIV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 13 settembre 2026.

Vitus Ntube-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

San Pietro è uno dei personaggi più vicini e affascinanti dei Vangeli. Formula le domande che molti di noi vorrebbero porre, ma che forse non osiamo esprimere. Come l’allievo coraggioso che parla a nome di tutta la classe, Pietro dà voce alle nostre domande. 

Le letture di oggi ruotano attorno al tema del perdono: ricevere il perdono di Dio e offrire quello stesso perdono agli altri. Nel Vangelo di oggi, Pietro si avvicina a Gesù e gli chiede: “Signore, se mio fratello mi offende, quante volte devo perdonarlo? Fino a sette volte?".

È anche la nostra domanda, anche se spesso la formuliamo in altro modo. Ci ritroviamo di fronte a una persona che credevamo di aver perdonato e, all’improvviso, scopriamo che la ferita è ancora lì. Il ricordo ritorna, il dolore riaffiora e sentiamo di dover perdonare di nuovo. Allora ci chiediamo: quante volte devo perdonare per poter dire di aver davvero perdonato?

Potrebbe capitare di dover rinnovare più volte la nostra decisione di perdonare la stessa persona o la stessa situazione dolorosa. Ciò non significa che il nostro perdono precedente fosse falso o poco sincero; significa semplicemente che il cuore, spesso, ha bisogno di più tempo per arrivare alla decisione della volontà.

La parabola ci rivela il motivo più profondo per cui perdoniamo. Perdoniamo perché prima siamo stati perdonati. Dio fa sempre il primo passo. La sua misericordia precede la nostra. Ogni atto di perdono cristiano è una risposta al perdono che abbiamo già ricevuto.

Imparare a chiedere perdono è ancora più importante che imparare a perdonare. Chi non riconosce mai il proprio bisogno di misericordia avrà difficoltà a mostrare misericordia verso gli altri. Chi invece si inginocchia spesso davanti a Dio, consapevole dell’immenso debito che gli è stato perdonato, impara poco a poco a guardare gli altri con la stessa compassione. Solo chi sa di essere stato perdonato sa veramente perdonare.

Per questo, possiamo anche ribaltare la domanda di Pietro: “Quante volte devo chiedere perdono? Fino a sette volte?» La risposta di Gesù vale anche in questo caso: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè senza tenerne conto. Non dovremmo mai stancarci di chiedere la misericordia di Dio, perché Dio non si stanca mai di perdonarci.

Spagna

‘Journey to Redemption’, un percorso per i giovani verso il Giubileo del 2033

L’iniziativa propone un percorso di nove anni per accompagnare i giovani fino a Gerusalemme, con Roma e Santiago come tappe preliminari.

Inmaculada Sancho-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel 2033 si celebrerà il Grande Giubileo della Redenzione. La Chiesa sta lavorando all’iniziativa ‘Journey to Redemption’ (J2R2033), che propone un itinerario per accompagnare e rinvigorire i giovani in questo percorso con tre tappe fondamentali: Roma (2025), Santiago (2027) e Gerusalemme (2033). Il 7 settembre l’iniziativa è stata presentata a Palencia, nel corso di una conferenza stampa.

Alla presentazione hanno partecipato, insieme a mons. Garciandía, il vicepresidente della Fondazione J2R, Fernando Moscardó; la membro della Commissione per la Missione della Fondazione, Mónica Marín; e il vicario episcopale per l’Annunzio della Parola e responsabile dell’Area Pastorale Giovanile della diocesi, Pedro Brouilhet.

Un percorso di nove anni verso il 2033

J2R2033 non è un evento isolato, ma un percorso di nove anni che mira a trasformare quella che viene definita la “generazione ferita” nella “generazione della redenzione”, e che si riassume in “pellegrare, evangelizzare e guarire”. L’itinerario prevede inoltre una tappa intermedia nel 2030, incentrata sulla figura di Sant’Agostino, in occasione del suo 1600° anniversario.

Il progetto ha già superato la sua prima fase. Dopo una serie di pellegrinaggi locali in tutta Europa nel giugno del 2025, un gruppo di giovani provenienti da quattordici paesi ha proclamato il 1° agosto di quell’anno, nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere, il Manifesto dei Giovani Cristiani d’Europa. Il documento ha già raccolto oltre 250.000 firme, tra cui quella dello stesso Leone XIV, che ha voluto aderire personalmente all’iniziativa. 

Un’iniziativa che sta già raccogliendo consensi

‘Journey to Redemption’ ha iniziato a prendere forma più di due anni fa attorno alla Rete dei Santuari di San Michele d’Europa, di cui Mons. Garciandía era rettore del santuario navarrese, e ha raccolto sempre più adesioni: la Sottocommissione Episcopale per i Giovani e l’Infanzia della Conferenza Episcopale Spagnola, l’arcidiocesi di Santiago de Compostela e la Chiesa di Gerusalemme, dove si concluderà il percorso. Il patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha assicurato che anche i giovani della Terra Santa desiderano partecipare al progetto.

Il prossimo obiettivo sarà l’Anno Santo di Compostela del 2027, che mons. Garciandía concepisce come una mobilitazione dei giovani lungo i percorsi di pellegrinaggio di tutta Europa, senza la necessità di convergere fisicamente a Santiago.

L'autoreInmaculada Sancho

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Educazione

Il tempo è un business: la scuola può fare qualcosa per evitarlo?

Il Papa invita le famiglie e gli educatori a ripensare la scuola alla luce dell’intelligenza artificiale e del cambiamento tecnologico, senza rinunciare alle relazioni umane.

Álvaro Gil Ruiz-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Inizia un nuovo anno scolastico e alcune immagini si ripetono. La preparazione del materiale scolastico, le riunioni di inizio anno, il ricongiungimento con i compagni, la ripresa delle attività extrascolastiche… Sono tanti i sentimenti, gli insegnamenti e le abitudini assimilate che, anno dopo anno, fanno sì che questa realtà sociale e scolastica influenzi così profondamente, per tutta la vita, i nostri figli. Ma questo impatto è reale? I tempi non sono forse cambiati? Non stiamo forse parlando di un sistema obsoleto?

L’istruzione e la società di un secolo, mezzo secolo o un decennio fa, o anche meno, non hanno nulla a che vedere con quelle di oggi. I cambiamenti sono sempre stati inevitabili, ma al giorno d’oggi il ritmo è vertiginoso. Tutto cambia a una velocità fuori dal normale. Ciò che ieri aveva valore, oggi non ne ha più. Cosa non cambia mai? Ciò che rimane immutabile, senza dubbio, è l’impatto sociale, emotivo e accademico che la scuola ha sulle nostre vite, e tutto ciò che ci accade al suo interno. È uno degli elementi che più influenza il nostro futuro; per questo, se vogliamo tutelare il futuro delle nostre famiglie e della nostra società, dobbiamo prestare attenzione all’educazione infantile delle nuove generazioni e tenere conto dei cambiamenti che stiamo vivendo. 

Il Papa visiterà l'UNESCO

Leone XIV, il Papa che è stato accolto con grande entusiasmo durante la sua visita in Spagna, è ben consapevole del ruolo fondamentale dell’istruzione e della scuola. Ne è prova la sua prossima visita all’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura). Infatti, nell’ambito del suo viaggio apostolico in Gallia, la Chiesa francese, il governo francese e la stessa istituzione hanno invitato il Pontefice a visitare questa organizzazione internazionale.

L'incontro con Khaled El-Enany, direttore generale dell'organizzazione (con cui aveva già avuto un altro incontro lo scorso giugno), si terrà il 25 settembre a Parigi, presso la sede centrale, per esaminare le sfide attuali relative all'intelligenza artificiale, all'integrità delle informazioni, all'istruzione e alla creazione artistica nell'era digitale. Il programma prevede inoltre tavole rotonde e un discorso del Pontefice.

Cosa dice Leone XIV al riguardo?

Ma la massima autorità della Chiesa cattolica ha già esposto le proprie riflessioni su questi temi nella sua ultima enciclica, Magnifica Humanitas. E fa bene, perché affronta temi che stanno a cuore alle famiglie, alla scuola e, in generale, alla società. 

Per cominciare, lo preoccupa ciò che Papa Francesco definiva in Laudato Si', il “paradigma tecnocratico». Una logica il cui algoritmo è costituito dall’efficienza, dal controllo e dal profitto delle imprese, che sviluppano modelli di business che monetizzano l’attenzione e il tempo, dove il business siamo noi, uomini e donne. In questo modello, i più giovani e con un livello di istruzione e formazione inferiore sono i più deboli e fragili, e quindi i più esposti al rischio di cadere nelle dipendenze e nelle forme di schiavitù. Di fronte a questa realtà, Leone XIV propone un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie. Ne sono un esempio le proposte di legge pionieristiche della Francia e della Spagna, volte a limitare l’uso dei social network da parte dei minori di sedici anni, affinché il peso non ricada esclusivamente sulle famiglie. 

Il Papa è convinto che il grande alleato dei genitori nell’educazione dei figli sia la scuola. I genitori hanno il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai propri figli, in base alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. 

Anche per quanto riguarda la scuola parla di “sfide che non possono essere rimandate”, come il superamento degli ostacoli per accedere all’istruzione di base e agli studi superiori. 

Educare al pensiero nell'era dell'intelligenza artificiale

Un’altra di queste sfide è la capacità della scuola di adattarsi al ritmo vertiginoso dei cambiamenti della nostra società, che richiede, quasi inevitabilmente, di stare al passo con i tempi. Di fronte all’intelligenza artificiale e ad altre realtà, il Papa propone un’educazione integrale, che abbracci tutte le dimensioni della persona, una formazione continua del corpo docente e un dialogo positivo con le tecnologie, facendone un uso responsabile, critico e creativo. 

Di fronte al flusso costante di informazioni che la tecnologia ci fornisce, ci invita alla ricerca, alla riflessione e al discernimento. Per non cadere in una conoscenza frammentaria e non globale. E propone un autentico pensiero critico e creativo. Infatti, come afferma il Pontefice, sono molti gli educatori che parlano sempre più spesso di disumanizzazione, perché gli studenti “sanno molte cose” ma hanno difficoltà a dare un senso alla propria vita. 

Recuperare ciò che la tecnologia non può offrire

In definitiva, “la scuola non è chiamata a stare al passo con la rapidità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per imparare e relazioni affidabili”.”

Per questo motivo, la riflessione delle famiglie, della comunità educativa e della società deve concentrarsi su queste questioni. Come garantire un vero apprendimento ai miei figli o ai miei studenti? Come favorire amicizie profonde? Come promuovere il rispetto e la vicinanza verso tutti? 

Le risposte a queste e ad altre domande sono molto ampie, ma è necessario affrontarle. Per questo motivo, noi responsabili dell’educazione – in primo luogo i genitori, poi gli insegnanti e gli educatori e, in quanto responsabili del bene comune, i politici – siamo invitati a una riflessione approfondita su questi temi e a lanciare e portare avanti proposte di progresso. E quale modo migliore per iniziare questo processo se non leggere con calma e trarre spunti dall’enciclica di Leone XIV, prestando attenzione al suo discorso all’UNESCO alla fine di settembre? In questo modo inizieremo a prepararci per aiutare l’infanzia.  

Cinema

Carles Prats: «A Montserrat ho imparato un altro modo di concepire il tempo»

Dopo quattro anni trascorsi a contatto con i monaci di Montserrat, Carles Prats mette in luce il loro modo particolare di vivere il tempo, in un documentario che mira a mostrare la realtà della comunità senza filtri né giudizi: "El temps de Montserrat".

Teresa Aguado Peña-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Quattro anni di riprese per avvicinarsi alla vita quotidiana dei monaci di Montserrat. È questo il tempo che il regista Carles Prats ha trascorso entrando e uscendo dal monastero per dare forma a Il tempo a Montserrat («Il tempo di Montserrat»), un documentario che, in occasione delle celebrazioni per il millenario del monastero, cerca di mostrare, senza giudizi né voce fuori campo, la vita quotidiana della comunità benedettina. Il progetto è iniziato prima della pandemia e ha permesso alla troupe di ammirare un Montserrat insolito, praticamente privo di visitatori, nonché di accedere a luoghi e momenti che solitamente sfuggono allo sguardo dei turisti.

Prats, abituato a lavorare a documentari su cultura, cinema e musica («Peret e le origini della rumba catalana», «Dracula Barcelona» ), riconosce che questa esperienza è stata particolarmente arricchente. Il risultato è uno sguardo approfondito su una comunità che vive la propria giornata all’insegna della preghiera, del lavoro e di una particolare concezione del tempo. Presentato al BCN Film Fest, il film uscirà il 10 settembre in una proiezione speciale a cura di A Contracorriente Films.

Dietro al progetto c’è anche una storia personale. Nuria Casaldáliga, compagna di scuola di Prats e nipote del vescovo Pere Casaldáliga, è stata colei che ha promosso e portato avanti la realizzazione del documentario insieme a lui. La sua scomparsa, avvenuta lo scorso gennaio, rende inoltre Il tempo a Montserrat in un progetto per il quale il regista nutre una gratitudine particolare.

In questa intervista, il regista parla della sua esperienza a fianco dei monaci e di ciò che ha scoperto sulla vita monastica, sulla ripetizione e su un altro modo di concepire il tempo.

Perché realizzare un documentario sui monaci di Montserrat?

–Montserrat è sempre stato per me un luogo molto interessante e fonte di ispirazione. Qualche anno fa ho letto un saggio di Neil Postman in cui parlava di come le comunità benedettine gestissero il tempo. Arrivava addirittura ad affermare che sembrava quasi che i benedettini avessero inventato l’orologio.

D’altra parte, realizzare un documentario sulla vita quotidiana di un monastero è davvero complicato, perché implica che ti aprano le porte. Spinti dal fascino esercitato dal monastero, dall’organizzazione del tempo e dalla possibilità di mostrare la sua vita quotidiana, Nuria Casaldáliga, che ha curato la produzione, e io ci siamo messi al lavoro.

Il documentario pone particolare enfasi sul tempo. Cosa si può imparare dal modo in cui questi monaci gestiscono il proprio tempo?

–Arriva un momento nella vita in cui, almeno nel mio caso, si tende a diventare più ripetitivi. È quello che diceva Jorge Luis Borges: “C’è un momento nella tua vita in cui smetti di leggere e ti limiti a rileggere”

Nel documentario, l’abate afferma che la ripetizione porta a comprendere chi sei e come è il mondo. Credo di trovarmi anch’io in quella fase della ripetizione, in un momento di contemplazione. Per me è stata un’esperienza arricchente.

La comunità di Montserrat è davvero speciale. È composta da circa 50 monaci, la maggior parte dei quali ha una formazione universitaria, il che la rende una comunità colta sotto molti aspetti diversi.

Quando vedi i monaci cantare nella basilica, ti fai un’idea che poi ha ben poco a che vedere con la loro vita quotidiana. Ognuno ha i propri compiti: c’è chi si occupa della biblioteca, chi gestisce l’ostello e chi accoglie i pellegrini.

Inoltre, la comunità è cambiata molto. Si regola secondo la Regola di San Benedetto, un testo del VI secolo, ma l’abate la adatta ai tempi. Oggi, ad esempio, tutti i monaci hanno un cellulare e si scambiano WhatsApp, cosa che 200 anni fa non sarebbe stata così.

Si potrebbe pensare che, visto il modo in cui gestiscono il proprio tempo, la vita dei monaci sembri monotona. Come risponderebbe a questo pregiudizio?

–La vita dipende da ciò che ti piace o non ti piace. Ad esempio, si raccontava che il filosofo Kant facesse ogni giorno esattamente le stesse cose. Forse negli ultimi decenni si è dato molto valore al tempo libero, alle vacanze, al turismo, al cinema o ai videogiochi. Da lì nasce questa idea.

Ma non credo che la ripetizione sia un male; al contrario. Dal punto di vista della meditazione e dell’approfondimento di sé stessi, può apportare aspetti positivi.

Ci sono persone molto irrequiete che non riescono a stare lì. Ad altri, invece, questo dà soddisfazione. Quello che ho notato è che ai monaci piace. Questo tipo di giornata, molto scandita, permette loro di condurre una vita appagante.

Dopo aver convissuto per anni con questa comunità, cosa ritiene che la vita monastica possa offrire oggi a una società che vive a un ritmo sempre più frenetico?

– Credo che viviamo in una società che, sotto certi aspetti, è superficiale. Tutto va molto veloce e ci siamo abituati a messaggi brevi e a contenuti molto frammentati.

Credo che questa gestione del tempo e lo scopo per cui lo utilizzi apportino aspetti positivi. Infatti, storicamente ci sono sempre state persone che hanno voluto vivere in comunità, in luoghi appartati. 

La comunità di Montserrat non è una comunità chiusa. È molto legata al mondo esterno: ci sono monaci che tengono lezioni fuori dal monastero e svolgono diverse attività, pur seguendo il ritmo della vita benedettina. 

Ma, allo stesso tempo, esiste questo modello di vita monastica, più introspettivo e meditativo, che ritengo molto positivo, soprattutto in un mondo sempre più frivolo.

In un punto del documentario, uno dei monaci afferma che si ha l’immagine di un monaco che legge in giardino e che si tratta di un’immagine distorta. Ritiene che le persone abbiano un’immagine della vita monastica che non corrisponde alla realtà?

–Sì. Sotto molti aspetti, la realtà di questi monaci è sorprendente. Quel monaco è il responsabile della biblioteca ed è molto discreto (è apparso nel documentario solo su insistenza, perché non aveva alcuna voglia di mettersi in mostra). Mi ha fatto molto ridere la sua riflessione su quell’immagine idealizzata del monaco seduto sotto un albero a leggere un libro.

Anche le origini dei vari monaci sono sorprendenti. Quello che ora è direttore del museo era stato responsabile della sicurezza informatica in un’azienda americana. Quello che gestisce il santuario era stato direttore di un Burger King. Un altro era stato giardiniere e un altro ancora insegnava all’università.

È un mondo davvero variegato, che non riesci nemmeno a immaginare prima di arrivarci. E sì, quei luoghi comuni esistono davvero.

Inoltre, quando inizi a convivere con loro, scopri un rapporto molto diverso. Alla fine della giornata possono ritrovarsi per leggere i giornali, commentare una partita di calcio o giocare a Parchís. I monaci sono simpatici. Come in ogni ambiente, ci sono persone più socievoli e altre più riservate, ma per me è stata un’esperienza molto interessante e arricchente.

È stato difficile convincere i monaci a esporsi in questo modo?

–Ci è voluto un po’ prima che ci aprissero le porte. Uno dei documentari monastici di riferimento, Il grande silenzio, ha dovuto aspettare 18 anni prima che gli permettessero di entrare per girare. Noi abbiamo dovuto aspettare otto mesi.

Questo lo capisci una volta che sei dentro il monastero, perché per i monaci è più importante la loro vita quotidiana, il loro ritmo di preghiere e di funzioni religiose che occuparsi di qualcuno che viene a girare un documentario.

Anche a me ha sorpreso il fatto che tutti i monaci indossino un orologio. Mi hanno spiegato che, quando entrano nella comunità, l’abate raccoglie i loro orologi e li distribuisce a caso, così che probabilmente ognuno finisce per averne uno diverso da quello che aveva al suo arrivo.

I monaci raccontano perché hanno abbandonato la loro vita precedente per entrare in monastero. C’è stata qualche testimonianza o storia personale che l’ha colpita in modo particolare?

–Mi ha colpito molto il racconto di un monaco che ha conosciuto Montserrat quando era ancora molto giovane, durante un’escursione. Ha visto i monaci e ha deciso che voleva entrare a far parte della comunità.

Per assicurarsi che la sua vocazione fosse davvero la vita monastica, chiese di poter trascorrere un anno fuori dal monastero. Gli fu concessa un’abitazione in un piccolo paese dei Pirenei.

Gli abitanti del paese diffidavano di lui perché aveva i capelli lunghi e pensavano che fosse un hippie. Quando scoprirono che era un monaco di Montserrat, cominciarono a trattarlo in modo diverso. Alla fine rimase in quel paese per 19 anni, lavorando nei campi.

In seguito si è dedicato alla cura della madre malata e, successivamente, del padre. Sono trascorsi altri 12 anni. In altre parole, aveva pensato di stare via un anno e alla fine ne sono passati 31 prima che decidesse di tornare al monastero.

Tornò, bussò alla porta e disse: «Senta, me ne sono andato 31 anni fa». E tornò a fare il monaco. Questa storia mi ha colpito molto.

Qual è l’aspetto più ammirevole della vita di questi monaci?

– Ammiro il fatto che siano giunti alla conclusione di voler diventare monaci. Per un certo periodo molti fanno qualche tentativo e alcuni poi rinunciano perché capiscono che la vita monastica non fa per loro.

Mi colpisce anche il fatto di vivere in una comunità in un modo così diverso. Noi pensiamo molto alla proprietà: «Ho comprato questo, voglio questo, voglio quell’altro». Lì la mentalità è molto diversa. È come una liberazione mentale dagli obblighi che il consumo crea.

Credo che, se lo si affronta nel modo giusto, sia un’esperienza che arricchisce. A Montserrat ci sono stati intellettuali straordinari e le pubblicazioni dell’Abbazia di Montserrat sono meravigliose. Si vede che le persone che hanno vissuto lì, all’interno del monastero, sono riuscite a realizzare opere assolutamente ammirevoli.

Un monaco mi diceva che pubblicavano una rivista trimestrale. Ma aggiungeva: “Se esce ogni sei mesi, non è un problema”, perché per loro l’importante è rispettare la routine quotidiana. Credo che sia una lezione positiva: dare la priorità alle cose che contano davvero. Il resto verrà da sé.

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Evangelizzazione

100 anni del Domund: nasce un sito web in omaggio a un secolo di attività missionaria

La Domenica Mondiale delle Missioni (DOMUND) compie 100 anni. Dal 1926, questa giornata ha permeato la società spagnola e ha dato un importante impulso all’evangelizzazione nei territori di missione. In occasione del centenario, le Opere Missionarie Pontificie (OMP) rendono omaggio a questo secolo missionario con un nuovo sito web interattivo e visivo.

Redazione Omnes-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Quest'anno, il 2026, ricorre il centenario del Domund, e i festeggiamenti sono già iniziati. Le Pontificie Opere Missionarie stanno preparando la campagna di quest'anno, che si terrà per la centesima volta il prossimo 18 ottobre. Il Papa ha scelto come motto di questa Giornata “Uno in Cristo, uniti nella missione”, come potete vedere nel suo Messaggio Nel corso dei mesi di settembre e ottobre, OMP fornirà informazioni sulle diverse iniziative proposte per celebrare questa ricorrenza in tutta la Spagna.

Per il momento, l’OMP rende omaggio a questo secolo missionario (1926-2026), in questa sito web innovativo con un percorso interattivo e molto visivo attraverso i cento anni del Domund in Spagna (fotografie, video, salvadanai…) e attraverso i territori di missione (dati statistici comparativi, infografiche…).

Sebbene ne parleremo più nel dettaglio tra poco, questa giornata del Domund ha dato un notevole impulso all’evangelizzazione, alla missione della Chiesa: in ciascuno dei 36.500 giorni di questo secolo sono stati battezzati in media 9.000 cattolici, sono state costruite tre scuole e una parrocchia… e sono state realizzate molte altre iniziative. 

A sinistra, José María Calderón, direttore dell’OMP Spagna, e a destra Serafín Suárez, missionario in Africa (Flickr / OMP Spagna).

Leader in generosità, in donazioni e in missionari

“Si ricorda quando da bambino usciva a raccogliere fondi per le missioni?”, si chiede l’OMP Spagna. Ricorda i salvadanai, i cartelloni, gli incontri, i film?… Fu nel 1926 che Papa Pio XI volle che tutta la Chiesa dedicasse la penultima domenica di ottobre a pregare per le missioni che la Chiesa svolgeva nei territori di missione e a collaborare con essa, attraverso Pontificie Opere Missionarie (OMP). 

L'obiettivo era quello di ricordare ogni anno a tutti i battezzati la chiamata a sostenere l'evangelizzazione fino ai confini della Terra.

In Spagna, l’invito del Papa è stato accolto con grande entusiasmo, ricordano, e ogni anno venivano organizzate conferenze, testimonianze nelle scuole, video… “Tutto ciò ha suscitato nel nostro Paese uno spirito missionario che ha fatto sì che oggi noi spagnoli siamo leader ”in termini di generosità, sia in denaro che in missionari”.

(@web www.domund100.es).

Un sito web speciale

In occasione del centenario del Domund, come già indicato in precedenza, le Opere Missionarie Pontificie hanno attinto ai propri archivi storici e ne condividono il contenuto sul sito web dedicato domund100.es

Il sito web è suddiviso in tre parti e mira a offrire, in modo interattivo, un percorso attraverso questa giornata missionaria. 

La prima parte, “100 anni con te”, punta i riflettori sul Domund in Spagna e raccoglie fotografie storiche delle varie iniziative di questa giornata che risveglieranno la nostalgia in molti. 

Viene fornita una spiegazione sulle origini di questa giornata, vengono presentati i manifesti storici suddivisi per anno, vengono ricordati gli iconici salvadanai del Domund… Tra i tanti altri contenuti, sul sito web sarà possibile scoprire i film missionari promossi dall’OMP con attori come Fernando Fernán Gómez o Sara Montiel.

I frutti del Domund: 9.000 cattolici, 3 scuole, 2 sacerdoti… ogni giorno, per 100 anni

Con la Giornata del Domund, Papa Pio XI coinvolgeva tutti i cattolici nel sostegno all’evangelizzazione nei territori di missione, ovvero quelle diocesi che dipendevano dalla storica Propaganda Fide (oggi Dicastero per l'Evangelizzazione). 

Nella seconda parte dello speciale online “100 anni per loro”, l’OMP condivide i frutti dell’opera missionaria.

A seguito di un'attenta analisi dei dati contenuti negli Annuari Pontifici del 1925, 1950, 1975, 2000 e 2025, vengono presentate mappe e infografiche interattive che consentono di comprendere la portata dell'evangelizzazione nell'ultimo secolo, nel corso del quale le diocesi missionarie si sono quadruplicate e, in media giornaliera, da 100 anni a questa parte, sono stati battezzati 9.000 nuovi cattolici, sono stati ordinati 2 sacerdoti e consacrate 5 religiose, e sono state costruite 1 parrocchia e 3 scuole.

Immagine della mappa del mondo interattiva che permette di scoprire l‘’esplosione missionaria” di questi ultimi 100 anni grazie a Domund (@web www.domund100.es).

Una mappa del mondo interattiva

Sul sito web è possibile vedere come, 100 anni fa, l’evangelizzazione fosse affidata a istituti e congregazioni religiose; e come negli anni successivi la Chiesa si sia radicata, dando origine alle attuali 1.132 diocesi che, pur essendo state fondate dai missionari, continuano ad aver bisogno del sostegno di tutta la Chiesa. Su una mappa del mondo interattiva è possibile constatare l‘’esplosione» missionaria dell’ultimo secolo, con una crescita esponenziale delle diocesi e dei cattolici.

Evangelizzazione a Nakuru (Kenya) (@web www.domund100.es).

Un esempio: l'evoluzione di Nakuru (Kenya)

Il sito web cita una di queste diocesi come esempio di ciò che accade, al tempo stesso, in tutti i territori di missione. In particolare, viene illustrata l’evoluzione di Nakuru (Kenya), dove il sostegno di Domund ha permesso, anno dopo anno, di costruire la Chiesa locale (conventi, parrocchie, formazione di catechisti e vocazioni, scuole…). Inoltre vengono offerte immagini inedite in bianco e nero di missionari che portavano il Vangelo nei cinque continenti in condizioni molto più difficili di quelle attuali.

Giovani in Corea del Sud, con María Matos (@web www.domund100.es).

I missionari commemorano il Domund

Nell'ultima sezione del sito, “100 anni per Lui”, come riferisce l’OMP Spagna, i missionari spagnoli ricordano con affetto come questa giornata li abbia accompagnati nel corso degli anni. Molti di loro hanno scoperto la propria vocazione grazie al Domund, oppure hanno trovato nel sostegno economico e nella preghiera la forza per andare avanti nella loro missione. E si conclude con la preghiera del Domund, proposta da Papa Leone XIV.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Il Papa esorta a impegnarsi per promuovere la dignità dei figli di Dio

“Siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità dei figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo”, ha esortato Papa Leone XIV durante l’udienza di questo mercoledì, nella sua catechesi sulla Costituzione Gaudium et Spes.

Francisco Otamendi-9 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Con un saluto speciale in lingua croata rivolto a un folto gruppo di fedeli dell’Ordinariato militare della Croazia, presenti oggi in gran numero in Piazza San Pietro, e un benvenuto particolare alle diocesi e alle parrocchie italiane, nonché agli assistenti ecclesiastici della Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre, il Santo Padre Leone XIV ha proseguito il commento alla Costituzione conciliare Gaudium et Spes (GS), il cui primo capitolo è dedicato alla dignità della persona umana.

La Costituzione *Gaudium et Spes* del Concilio Vaticano II sottolinea che la dignità umana è “fondamento e condizione” di quei “valori che oggi godono della massima considerazione”, ma che devono mantenere il legame con la ‘loro fonte divina’, per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla ‘corruzione del cuore umano’ (GS, 11)”.

Il percorso che ha permesso di mettere in luce i tratti distintivi e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta una delle pagine più significative della storia dell’umanità, ha sottolineato il Pontefice.

Tuttavia, il Papa ha lanciato un monito nella Pubblico generale che il cammino che resta da percorrere “non è ancora terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono la piena realizzazione”.

La dignità umana, un dono che proviene dall’amore di Dio

‘La Chiesa ricorda che la dignità umana scaturisce dall’essenza stessa della persona, e ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente enciclica ’Magnifica humanitas”», ha sottolineato il Papa: 

“Ogni persona, creata per sua natura per vivere in relazione con gli altri, è pensata e amata da Dio affinché entri in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato.

”La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, né dalle decisioni giuste o sbagliate che prende, ma è un dono che la precede e la supera, concesso da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50).

La dignità infinita dell’essere umano, ha quindi affermato Papa Leone XIV, affonda le sue radici nella sua identità di creatura fatta “‘a immagine di Dio’, capace di conoscere e amare il proprio Creatore”, progetto e dono d’amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e utilizzarle a gloria di Dio”.

Il fondamento ultimo della fede

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, poiché il Figlio, “nella stessa rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli svela la sublimità della sua vocazione» (n. 22).

Papa Leone XIV saluta la folla davanti alla Basilica Santuario di Nostra Signora del Buon Consiglio a Genazzano, in Italia, a sud-est di Roma, il 7 settembre 2026, alla vigilia della festa della Natività della Santissima Vergine Maria. (Foto di OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media).

Essere persona, il rapporto con Dio e con gli altri, un dono da condividere

Successivamente, il Santo Padre ha approfondito il tema della relazione e del dono. “La persona implica sempre relazione, comunione e partecipazione nei confronti di Dio e degli altri; quindi, una relazione filiale con Dio Padre e una relazione fraterna con Cristo e con tutti gli esseri umani. Esclude ogni chiusura autoreferenziale. Essere persona significa percepire se stessi come un dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità e nel servizio.

Questa dignità, ha ricordato il Papa, è affidata alla responsabilità di ciascuno; e allo stesso tempo, “richiede anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che ancora oggi ne sfigurano la percezione e ne ostacolano la realizzazione”.

Tre concetti: intelligenza, coscienza e libertà

In conclusione, Leone XIV ha sottolineato le tre espressioni più significative della dignità della persona evidenziate dalla *Gaudium et spes*: l’intelligenza, che rende l’essere umano un instancabile ricercatore della verità; la coscienza, attraverso la quale conferisce unità e senso alla propria vita; e la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni.

Si tratta di dimensioni strettamente legate tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e dove la libertà può sperimentarla come proprio fondamento e possibilità, ha affermato il Pontefice.

Infine, il Papa ha affermato che “lo Spirito Santo, che dona la vita in Cristo, ci rende liberi e ci rassicura costantemente sulla nostra dignità di figli di Dio, liberandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima (…).».

Messaggio conclusivo: promuovere e difendere la dignità umana

“Siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità dei figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo”, ha esortato il Successore di Pietro, ricordando la festa di ieri.

Ieri abbiamo celebrato la festa liturgica della Natività della Santissima Vergine Maria; che il suo esempio e la sua materna intercessione vi ispirino e vi accompagnino nella vostra vita, ha detto il Papa prima di impartire la benedizione ai pellegrini e ai fedeli in Piazza San Pietro.

L'autoreFrancisco Otamendi

Attualità

Leone XIV in Francia. Affinché il mondo abbia vita

La Francia attende il pontefice per una visita di quattro giorni articolata in cinque tappe, durante la quale visiterà Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz. Leone XIV prende il testimone da Benedetto XVI, l’ultimo Papa ad aver calpestato il suolo francese nel 2008.

Gonzalo Meza-9 settembre 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

La Conferenza Episcopale Francese (CEF) si è riunita martedì nella sua sede parigina per presentare il viaggio apostolico del Papa Leone XIV in Francia, dal 25 al 28 settembre. Alla conferenza stampa hanno partecipato il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza Episcopale Francese (CEF); mons. Benoît Bertrand, vescovo di Pontoise e presidente del Comitato Organizzatore del viaggio; nonché l’arcivescovo di Parigi, Laurent Ulrich; il vescovo di Tarbes e Lourdes, Jean-Marc Micas; e l’arcivescovo-vescovo di Metz, Philippe Ballot, oltre ai coordinatori logistici della visita papale.

Saranno quattro giorni e cinque tappe: la sede dell’UNESCO, Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz. Leone XIV sarà il decimo Papa a recarsi a Parigi. L’ultima visita di un pontefice risale al 2008, quando vi si recò Benedetto XVI.

Il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della CEF, ha affermato che la preparazione di questo viaggio non è solo di natura materiale. È opportuno prepararsi ad ascoltare il Papa e a vivere questo evento come un dono che ci viene offerto, ha detto.

Il cardinale non ha voluto anticipare il contenuto dei messaggi, ma ne ha indicato il tema centrale: la difesa della dignità umana, alla luce della sua enciclica “Magnifica humanitas”. 

Monsignor Benoît Bertrand, vescovo di Pontoise, vicepresidente della CEF e presidente del comitato organizzatore, ha riassunto i preparativi in tre parole: gioia, diversità e aspettativa. La diversità, ha precisato, spazia dalle grandi folle alle assemblee di circa cinquecento persone, fino agli incontri che non riuniranno più di dieci partecipanti. 

Riguardo alle aspettative dei francesi, che egli ritiene numerose e non limitate ai soli cristiani, ha parlato di essere rafforzati nella fede, di essere guidati lungo i sentieri della missione, del fatto che la Chiesa sia al servizio degli ultimi e dei poveri, e di coloro che cercano Dio. 

“Il Santo Padre viene anche in Francia per alimentare la nostra speranza, perché ne abbiamo davvero tanto bisogno”, ha affermato. “Senza dubbio, questo viaggio sarà storico”.

Affinché il mondo abbia vita: uno slogan nato in una strada di Roma

Il motto ufficiale del viaggio è “Affinché il mondo abbia vita”. È tratto dal sesto capitolo del Vangelo di San Giovanni, il discorso sul Pane della Vita.

La proposta partì dal cardinale Aveline e fu approvata personalmente dallo stesso Leone XIV. Aveline ha raccontato come è nata: “Una mattina, mentre tornavamo al Seminario Francese lungo la via degli antiquari, a Roma, camminando con i due vicepresidenti, stavamo riflettendo. Allora mi venne in mente l’idea: “Affinché il mondo abbia la vita”. Quella stessa notte scrissi una breve lettera al Papa. La mattina seguente, il Pontefice mi rispose: “Sì, questa è buona”».

Il cardinale ha spiegato perché lo ritiene significativo: “Perché esprime, in poche parole, una realtà fondamentale: una parola di Cristo: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. E anche perché definisce, per la fede cristiana, chi è Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Il “diritto all’assistenza al suicidio” in Francia

Lo slogan non è banale. Il 15 luglio l’Assemblea nazionale ha approvato in lettura definitiva la legge che istituisce il “diritto all’aiuto a morire”, con 291 voti a favore, 241 contrari e 29 astensioni, dopo che il Senato l’aveva respinta per tre volte.

Il primo ministro, Sébastien Lecornu, e il presidente del Senato l’hanno deferita al Consiglio costituzionale, che il 14 agosto l’ha dichiarata conforme alla Costituzione con tre riserve interpretative, tra cui una clausola di coscienza per i farmacisti e per le strutture sanitarie. Emmanuel Macron l’ha promulgata il 18 agosto e il testo è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il giorno successivo.

La legge consente l'accesso, a determinate condizioni, alle persone maggiorenni affette da una patologia grave e incurabile che compromette le loro prospettive di sopravvivenza. Si prevede che sarà proprio a Lourdes che il Papa insisterà sull'importanza di tutelare la vita. 

I catecumeni, la sorpresa francese

Il secondo contesto è un fenomeno che la stessa Chiesa francese non si aspettava: il costante aumento del numero di adulti e adolescenti che chiedono di essere battezzati.

Secondo l’indagine annuale della CEF pubblicata il 25 marzo, nella Veglia pasquale del 2026 sono stati battezzati 21.386 catecumeni: 13.234 adulti e 8.152 adolescenti. Si tratta di un aumento del 28% per gli adulti e del 10% per gli adolescenti rispetto al 2025.

In dieci anni il numero di adulti è triplicato, passando da 4.124 nel 2016 a 13.234 quest'anno.

I giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni costituiscono il gruppo più numeroso, con il 42 %, seguiti da quelli di età compresa tra i 26 e i 40 anni.

Parigi è un caso a sé stante. La diocesi concentra circa il 10 % dei catecumeni del Paese e sostiene settanta cappellanie studentesche, sessantacinque seminaristi e sedici nuovi sacerdoti ordinati nel 2025. Nell’insieme della provincia ecclesiastica di Parigi, che raggruppa le otto diocesi dell’Île-de-France, gli adulti che chiedono il battesimo sono passati da 1.249 nel 2021 a 3.158 nel 2026, con un aumento del 153 %.

Di fronte a ciò, nell’aprile del 2025 i vescovi dell’Île-de-France convocarono quello che avrebbe dovuto essere un concilio provinciale sul tema “Catecumeni e neofiti, nuove prospettive per la vita della nostra Chiesa nelle nostre diocesi”. Si è reso necessario modificare la denominazione di «concilio» poiché il numero degli invitati superava quanto previsto dal diritto canonico, e l’evento è stato quindi ribattezzato Assemblea ecclesiale provinciale. È stata inaugurata solennemente il 31 maggio a Notre-Dame di Parigi e si articolerà in tre sessioni: ottobre 2026, gennaio 2027 e maggio 2027. 

È per questo che sabato 26 mattina, Leone XIV si riunirà all’Istituto Cattolico di Parigi con i membri dell’assemblea, i catecumeni e i neofiti. Lì pregherà anche davanti alle immagini di vari santi e beati che un tempo vivevano nell’antico convento “des Carmes”.

Parigi: sei sequenze in un giorno e mezzo

La tappa parigina è la più complessa. Il Papa atterrerà a Orly venerdì 25 alle dieci del mattino. Successivamente si recherà all’Eliseo per incontrare il presidente della Repubblica e rivolgersi alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Alle tre del pomeriggio visiterà la sede dell’UNESCO, dove ha voluto recarsi espressamente per parlare alla comunità internazionale in materia di istruzione.

Successivamente percorrerà a bordo della papamobile un itinerario di 2,5 chilometri che va dalla chiesa di Notre-Dame des Champs a piazza Saint-Michel, passando per il viale di Montparnasse e il viale Saint-Michel.   

Alle 17.15 il pontefice presiederà i vespri a Notre-Dame insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, consacrati e seminaristi.  Quella stessa sera presiederà una veglia allo Stade de France, a Saint-Denis, davanti a oltre 80.000 giovani di età compresa tra i 17 e i 35 anni. I posti disponibili sono andati esauriti in poche ore dall’apertura delle iscrizioni e c’è una lista d’attesa. 

Sabato 26, dopo la visita alla Casa Bakhita, avrà luogo la celebrazione più affollata: la messa in piazza della Concordia e sul viale degli Champs-Élysées. Sono attesi oltre 500 mila partecipanti. Gli organizzatori ritengono che la folla potrebbe riversarsi oltre l’Arco di Trionfo.

“Possiamo sperare che la celebrazione dell’Eucaristia sia un segno forte nella vita della Chiesa e che tale segno possa essere condiviso dal popolo francese come segno di unità», ha affermato l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich. Questi momenti, ha aggiunto, manifestano al tempo stesso unità, interiorità, intimità e il desiderio di un incontro che ha un significato che va ben oltre la Chiesa.

Lourdes: pellegrino e pastore

La visita di Leone XIV a Lourdes Si inserisce dopo le due di San Giovanni Paolo II, nel 1983 e nel 2004, e quella di Benedetto XVI nel 2008, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni.

Papa Leone XIV arriverà all’aeroporto di Tarbes-Lourdes alle 19.05 di sabato 26 e si recherà poi alla grotta di Massabielle. 

Monsignor Jean-Marc Micas, vescovo di Tarbes e Lourdes, afferma che sarà un pellegrino tra i pellegrini: toccherà la roccia della grotta, berrà l’acqua, accenderà un cero, si inginocchierà e pregherà in silenzio, come fanno i pellegrini. 

In qualità di pastore universale, presiederà la messa di domenica mattina sul prato del santuario e guiderà la processione mariana con le fiaccole di domenica sera.

L'affluenza prevista è notevole per una città di poco più di 12.000 abitanti: 50.000 persone sabato sera, 150.000 domenica mattina e 25.000 domenica sera.

A Lourdes si terrà inoltre l’incontro più delicato del viaggio. Leone XIV riceverà in privato sette vittime di abusi sessuali. 

Monsignor Pierre-Antoine Bozo, vescovo coadiutore di La Rochelle e portavoce della CEF, ha spiegato che il gruppo è stato composto cercando il massimo equilibrio possibile.

Metz: l'altro regime

L’ultima giornata, lunedì 28, si svolgerà a Metz, al confine tra Francia, Lussemburgo e Germania. Non è una scelta casuale. In Francia coesistono due regimi in materia di culto. Quello generale è quello previsto dalla legge del 9 dicembre 1905, che ha sancito la separazione tra Chiesa e Stato. 

Gli edifici di culto antecedenti a tale data, già nazionalizzati dal 1789, rimasero di proprietà pubblica: le cattedrali appartengono allo Stato e le chiese parrocchiali ai comuni.

L’altro regime, meno noto, è quello concordato in vigore in Alsazia e nella Mosella. Lì la legge del 1905 non fu mai applicata, poiché a quella data quei dipartimenti facevano parte dell’Impero tedesco. Quando tornarono alla Francia nel 1918, fu mantenuto in vigore il diritto vigente, compreso il Concordato firmato nel 1801 tra Napoleone e Pio VII. La legge del 1° giugno 1924 confermò tale eccezione e il Consiglio costituzionale la avallò nel 2013.

In pratica, il regime concordato riconosce quattro confessioni religiose: cattolica, protestante luterana, protestante riformata ed ebraica. I loro ministri sono retribuiti dallo Stato e nelle scuole pubbliche si impartisce l’insegnamento religioso. Metz e Strasburgo sono le due diocesi soggette al concordato e i loro vescovi continuano a essere nominati con decreto del presidente della Repubblica.

La procedura è particolare: la Santa Sede propone un candidato, il presidente lo accetta con un primo decreto che rimane segreto, il Papa concede poi l’investitura canonica tramite una bolla e un secondo decreto, previo esame del Consiglio di Stato, viene pubblicato contemporaneamente sul Diario Oficial francese e su «L’Osservatore Romano». 

Monsignor Philippe Ballot, arcivescovo-vescovo di Metz, sottolinea il significato di questo luogo: «La Mosella è il luogo ideale per un messaggio di pace. È una terra che ha vissuto tre guerre e due annessioni, e dove i nemici di ieri sono diventati amici», afferma. «Quindi è possibile ovunque ci sia la guerra». Parla anche della forza del perdono attraverso la riconciliazione franco-tedesca e sottolinea che la giornata avrà una dimensione europea e internazionale.

A Metz, alle dieci del mattino, il Papa presiederà un incontro interreligioso presso il centro congressi Robert Schuman. Sei rappresentanti delle diverse confessioni leggeranno e firmeranno insieme a lui una dichiarazione comune: il cardinale Aveline per i cattolici, Christian Krieger per i protestanti, il gran rabbino Haïm Korsia per gli ebrei, Chems-Eddine Hafiz per i musulmani, monsignor Dimitrios per gli ortodossi e Antony Boussemart per i buddisti. Un’ora dopo parteciperà alla manifestazione «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità».

L'omaggio a Robert Schuman si protrarrà per l'intera giornata. Nato a Clausen, alle porte della città di Lussemburgo, figlio di padre mosellano e madre lussemburghese, Schuman è stato deputato della Mosella per oltre quattro decenni, ha vissuto e è morto a Scy-Chazelles, sulle alture di Metz, dove è sepolto. Papa Francesco lo ha dichiarato venerabile.

Nel pomeriggio il pontefice percorrerà le strade di Metz a bordo della papamobile e alle quattro celebrerà la messa nella cattedrale di Santo Stefano. L'addio è previsto per le 18.30 all'aeroporto di Metz-Nancy-Lorena.

La sfida logistica ed economica

Le cifre generali danno un'idea della portata dell'operazione. Il viaggio costerà 27 milioni di euro, finanziati in gran parte con donazioni; alla data della conferenza stampa erano stati raccolti 5,5 milioni. 

Il 25 e il 26 saranno schierati 15.000 agenti di polizia, gendarmi, forze mobili e militari dell’operazione Sentinelle. La sola tappa parigina mobilita 15.000 volontari. 

Sebbene lo Stato francese non sovvenzionerà l’organizzazione, si farà carico della sicurezza degli eventi, del Papa e del suo seguito

Come vive la Francia questo momento

L’atmosfera descritta dagli organizzatori è di entusiasmo e gioia. In molte chiese di Francia si stanno organizzando giornate di preghiera e di preparazione spirituale, uno di questi luoghi è la basilica del Sacro Cuore di Montmartre, sede di adorazione perpetua dal 1885 e santuario nazionale della Misericordia, che organizza una novena e giornate di preghiera in preparazione alla visita papale.

Aveline ha parlato della propria emozione di fronte all'entusiasmo suscitato dalla visita, una gioia che percepisce diffusa in tutto il Paese e su tutti i social media e che, a suo avviso, rivela una grande sete spirituale dei francesi. 

La Francia interessa al Papa, ha ammesso il cardinale. Grazie al nuovo slancio dato dai neofiti e dai catecumeni, ha affermato, il Paese dimostra di resistere alla secolarizzazione. Ha anche raccontato che Leone XIV sta imparando il francese per esprimersi con maggiore disinvoltura.

Il vescovo di Pontoise ha concluso la conferenza stampa con un invito aperto: che tutti i francesi, cattolici e non, credenti e non, vengano ad accogliere e ad ascoltare Papa Leone XIV a Parigi, a Saint-Denis, a Lourdes o a Metz. 

Come ha sottolineato l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich: il Papa viene «per custodire la nostra speranza, perché ne abbiamo certamente molto bisogno».

Sono una ribelle… e i miei figli non indossano abiti nuovi all’inizio dell’anno scolastico

"Vi svelerò un grande segreto, ma che l’algoritmo non lo venga a sapere (credo che il mondo non sia pronto per questo…). Beh, ecco qui: il modo migliore per risparmiare è... educare"

9 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Alzi la mano la mamma o il papà che l’algoritmo non ha “messo in difficoltà” con l’offerta 3×2 sul materiale scolastico, l’assegno che ti restituisce il 10000% di quanto spendi e i minipunti che ti permettono di risparmiare più di quanto avresti mai immaginato. Vi svelerò un grande segreto, ma che l’algoritmo non lo venga a sapere (credo che il mondo non sia pronto per questo…). Beh, ecco qui: il modo migliore per risparmiare è non spendere, e ancora meglio, educare i bambini alla sobrietà. 

Le matite colorate di uno dei miei figli sono tutte diverse e ognuna ha un suo uso. Ognuna ha una storia. Il righello è graffiato. Il temperamatite custodisce ormai tante storie: ha visto scrivere una matita che ha concluso la sua vita quando era ancora molto piccola. Mi rifiuto di comprare tutto nuovo ogni anno, visto che ci sono cose che possono ancora essere utilizzate a lungo. Alla fine dell’anno scolastico svuoto gli astucci in una scatola e insieme osserviamo, puliamo, ordiniamo e buttiamo via ciò che non serve. Le scuole forniscono l’elenco del materiale necessario per ogni bambino. E il mio più grande atto di ribellione in questo momento è acquistare nuovo solo l’indispensabile e le scarpe (una mia fissazione: non voglio che calpestino le orme di qualcun altro, nel senso più letterale del termine). 

Quando qualcosa finisce, la rifornisco. Quando la perdono, gliela “vendo” per pochi centesimi. Ne ho sempre un po’ in magazzino, ma voglio che capiscano quanto costano le cose. 

Potreste pensare che forse siano troppo piccoli per cogliere questo importante messaggio. Anch’io pensavo che non servisse a nulla, che forse sarebbe stato utile solo quando avessero avuto i propri soldi. Ma non è così. Questo è il momento giusto. 

A giugno ho avuto una di quelle sorprese che ti riempiono di soddisfazione materna al 100 %. Devo comprare io i quaderni nuovi a due dei miei figli. Agli altri li danno a scuola, con la copertina con il logo dell’istituto. Una di quelle che li usa (di 11 anni) è venuta da me mentre stiravo con due quaderni interi ancora bianchi. E mi dice: “Mamma, ho raccolto i fogli che non ho usato da tutti i miei quaderni e ne ho ricavati due nuovi, li ho rilegati io stessa: prendili, magari possono servire a qualcuno”. Avete provato la stessa emozione che ho provato io? Una bambina ha dedicato il suo tempo a togliere tutti i segni di ruggine, a raccogliere fogli non utilizzati e a creare due quaderni. Ovviamente li userà suo fratello, così ho potuto comprargli due quaderni in meno. E la cosa più bella è che non mi ha chiesto nulla in cambio: non mi ha detto “con quello che risparmi mi compri qualcosa?”. 

Quest’estate sono stata l’argomento di conversazione principale in piscina: oltre alle solite cose che porta con sé una mamma di 7 figli – la merenda, il mio telo, il bebè… scendevo con una borsa piena di calzini spaiati, con dei buchetini… e mi sono passata il tempo a rammendare e ad accoppiarli. Se il corpo del calzino è ancora in condizioni decenti, la punta e il tallone vengono rammendati fino a renderli a maglie fitte. I calzini sono argomento per un nuovo articolo, mi fanno riflettere troppo. Indossare calzini nuovi è un grande piacere della vita, ma lo è anche pensare che, usando le cose per tutto il tempo che mi consentono, possiedo un tesoro più grande di quello che ci vende il consumismo. 

Per saperne di più
Iniziative

Le Conferenze Episcopali dell’Africa occidentale celebrano la loro prima Giornata della Gioventù

In un videomessaggio inviato alla prima edizione delle Giornate della Gioventù dell’Africa occidentale (West Africa Youth Days), che riunisce 16 paesi e si svolge ad Accra, capitale del Ghana, il Papa Leone ha esortato i giovani a essere “costruttori di ponti tra i popoli, le culture e le religioni”.

Francisco Otamendi-9 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La Giornata della Gioventù, che si terrà dal 7 all’11 settembre 2026 ad Accra (Ghana), è un evento storico promosso dalle Conferenze Episcopali dell’Africa Occidentale (RECOWA/CERAO), che riprende lo spirito delle Giornate Mondiali della Gioventù.

Nella sua messaggio video, in francese e in inglese, Leone XIV celebra “questa bella iniziativa” delle Conferenze Episcopali dei paesi dell’Africa occidentale, “che hanno posto i giovani al centro delle loro priorità pastorali”.

Sono convinto che questi preziosi momenti condivisi, dice loro il Santo Padre, “vi aiuteranno a crescere nella fede e ad arricchirvi sempre di più con valori come l’incontro e l’apertura verso gli altri”.

“Promuovere un cambiamento positivo nelle nostre società”

Uno dei messaggi principali del Pontefice, che nell’aprile di quest’anno ha tenuto un lungo viaggio pastorale a quattro paesi africani (Algeria, terra di sant’Agostino, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale), è il suo appello a “camminare insieme per promuovere un cambiamento positivo nelle nostre società. Camminare insieme significa garantire che nessuno sia emarginato, isolato, escluso o respinto”. 

In questo senso, Leone XIV incoraggia i giovani a “diventare costruttori di ponti tra popoli, culture e religioni”. Dobbiamo impegnarci a vivere come ha fatto Gesù, nostro Maestro e Signore, che non ha escluso nessuno dal suo cammino. Egli ha riconosciuto la presenza di Dio in coloro che vivevano ai margini della società, anche in coloro che non appartenevano al suo popolo».

Logo della Prima Giornata della Gioventù dell’Africa occidentale ad Accra, capitale del Ghana, dal 7 all’11 settembre 2026 (Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Santa Sede).

“Voi siete il dono di Dio, il dono della Chiesa”

All’inizio, il Papa li incoraggia ad andare avanti con speranza. “In questi tempi in cui tante crisi sembrano oscurare l’orizzonte, voglio incoraggiarvi ad andare avanti senza perdere la speranza. So bene quanto il dubbio, l’incertezza e, a volte, l’insicurezza possano gravare sulle vostre spalle e sconvolgere i vostri progetti per il futuro”.

Tuttavia, aggiunge il Santo Padre, “non siete giovani sacrificati, come molti potrebbero pensare. Nella Chiesa-Famiglia di Dio, siete il presente di Dio, il presente della Chiesa. Come ha detto Papa Benedetto XVI: “Siete ricchi di qualità, energia, sogni e speranze: risorse che possedete in abbondanza! La vostra giovinezza costituisce una grande ricchezza non solo per voi, ma anche per gli altri, per la Chiesa e per il mondo” (Messaggio per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù, 22 febbraio 2010)”.

“Conto su di voi e ho fiducia in voi”

Il Papa Leone rassicura poi i giovani dell’Africa occidentale: “Cari giovani, conto su di voi e ho fiducia in voi; la Chiesa ha fiducia in voi. Con le vostre parole e le vostre azioni, inviate un messaggio forte al nostro mondo, lacerato da guerre e conflitti di ogni genere”.

Abbandonate “i piaceri fittizi e la superficialità”

Siate testimoni di amore, giustizia e pace, aggiunge il Pontefice. “Non sacrificate la vostra preziosa giovinezza sull’altare di piaceri fittizi e della superficialità. Infatti, “le nostre domande più profonde non trovano né ascolto né risposta nel continuo scorrere dei nostri telefoni cellulari, che catturano la nostra attenzione ma lasciano le nostre menti stanche e i nostri cuori vuoti. Non ci porteranno lontano se le teniamo rinchiuse dentro di noi o in circoli troppo ristretti. La realizzazione dei nostri autentici desideri richiede sempre di andare oltre noi stessi” (Messaggio per la 40ª Giornata Mondiale della Gioventù, 7 ottobre 2025)”.

Papa Leone XIV al suo arrivo all’università di Yaoundé, in Camerun, nell’aprile del 2026 @CNS photo/Lola Gomez.

Affida alla Vergine Maria lo sviluppo umano integrale dei paesi

In conclusione, Leone XIV affida i giovani alla Vergine Maria, Regina della Pace, “pensando in particolare a coloro che, nei vostri paesi, a volte si trovano ad affrontare crisi complesse”.

“Che lei interceda presso suo Figlio, Gesù Cristo”, prega il Papa, «per lo sviluppo umano integrale delle vostre amate nazioni. Su di voi, membri del clero, e su tutti coloro che lavorano con i giovani, invoco un’abbondanza di grazie divine».

Un’iniziativa dei vescovi della regione

L'iniziativa di questa giornata, sottolinea il Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale (DSDHI), “nasce dal desiderio dei vescovi della regione con l’obiettivo di offrire ai giovani cattolici uno spazio comune di fede, incontro e formazione”.

Il tema scelto, “Abbiate coraggio” (Gv 16,33), è il filo conduttore dei cinque giorni che riuniscono numerose delegazioni giovanili dell’Africa occidentale, insieme ai vescovi della regione, agli ospiti internazionali e alle delegazioni ufficiali.

Il Burkina Faso ha proposto l'incontro

L'idea di un incontro della gioventù cattolica dell'Africa occidentale è nata su richiesta degli stessi giovani: è stato il Burkina Faso a proporre l'iniziativa già nel 2019, e i vescovi hanno dato la loro approvazione l'anno successivo, ma l'evento ha dovuto essere rinviato a causa della pandemia, spiega il Dicastero

Padre Vincent de Paul Boro, primo segretario aggiunto della CERAO, spiegato che la riunione vuole essere un “segno profetico” per la regione, in grado di convertire i giovani provenienti da 16 paesi e di culture e lingue diverse, “protagonisti di una pastorale giovanile rinnovata e testimoni di unità in un continente segnato dalle tensioni”.

In rappresentanza del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (DSDHI), sono presenti ad Accra P. Avelino Chico SJ, che presenta un videomessaggio della nuova Prefetta, suor Alessandra Smerilli, F.M.A., e del Prefetto emerito, il cardinale Michael Czerny SJ.

L'autoreFrancisco Otamendi

Risorse

Qual è l'origine dell'Angelus?

Nato al suono delle campane medievali, l’Angelus ha preso forma nel corso dei secoli fino a diventare una delle preghiere mariane più diffuse nella Chiesa.

Teresa Aguado Peña-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni domenica, a mezzogiorno, il Papa si affaccia alla finestra del Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus con i fedeli riuniti in Piazza San Pietro. È una scena che è diventata una delle immagini più riconoscibili della vita della Chiesa. Ma da dove proviene questa preghiera che, nel corso dei secoli, ha scandito il ritmo della giornata dei cristiani? La sua storia ha inizio nel Medioevo, al rintocco delle campane di monasteri e conventi, e ha preso forma poco a poco fino a diventare la preghiera che conosciamo oggi.

L’Angelus è una devozione cattolica che commemora l’Annunciazione e l’Incarnazione di Gesù Cristo, ricordando in particolare il momento descritto nel brano evangelico in cui l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria la Buona Novella. Il suo nome deriva quindi dalle prime parole con cui inizia la preghiera in latino, L'Angelus Domini fu annunciato a Maria («L’angelo del Signore annunciò a Maria»).

Origini monastiche e il fascino del tramonto

Il primo precedente si riscontra nelle comunità monastiche dell’Alto Medioevo, dove le campane suonavano per recitare la seconda preghiera, dopo le Compiete (parte della Liturgia delle Ore). Nel XIII secolo iniziò a diffondersi l’usanza di recitare tre Ave Maria al rintocco della campana del pomeriggio. I francescani ebbero un ruolo importante nella diffusione di questa pratica. Intorno all’epoca di san Bonaventura, il Capitolo Generale dell’ordine, tenutosi nel 1269, raccomandò questa preghiera al suono della campana serale.

Questa devozione era legata al mistero dell’Incarnazione, poiché le tre Ave Maria invitavano a ricordare l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria. Questa pratica serale si diffuse progressivamente in Europa nel corso del XIII e XIV secolo. La documentazione permette di affermare che nella prima metà del XIV secolo era già un’usanza ampiamente diffusa.

Dal pomeriggio alla mattina e a mezzogiorno

Ben presto questa usanza si estese anche ad altri momenti della giornata. Nel corso del XIV secolo iniziò a diffondersi anche il rintocco della campana al mattino, accompagnato da tre Ave Maria. Uno dei primi riferimenti si trova in una cronaca di Parma del 1318. In questo modo, la preghiera acquisì progressivamente quel ritmo che scandiva l’inizio e la fine della giornata.

Il mezzogiorno fu introdotto in un secondo momento. Nel XV secolo iniziò a diffondersi in Francia il rintocco delle campane a quest’ora, legato sia alla memoria della Passione di Cristo sia alla richiesta di pace e protezione. Nel 1456, di fronte alla minaccia dell'invasione ottomana, papa Callisto III emanò una bolla con cui incoraggiava i cristiani a pregare a mezzogiorno al suono delle campane, implorando così la pace e la protezione divina. L'usanza si diffuse in seguito in diverse località d'Europa.

In questo modo i tre momenti della giornata furono associati alla preghiera mariana: mattina, mezzogiorno e pomeriggio. Tuttavia, l’Angelus non aveva ancora la struttura esatta che conosciamo oggi.

La preghiera assume la sua forma attuale

Anche la forma definitiva è stata il risultato di un processo graduale. Il primo documento conosciuto che riporta la struttura dell’Angelus così come viene recitato oggi compare in un catechismo veneziano del 1560, con i tre versetti biblici, le relative risposte, le Ave Maria e la preghiera finale.

Nel 1571, Papa San Pio V inserì l’Angelus nel “Piccolo Ufficio di Nostra Signora” (devozione liturgica alla Vergine Maria). Successivamente, Benedetto XIII, nel 1724, contribuì in modo decisivo alla sua diffusione universale concedendo indulgenze a coloro che lo recitavano, con la pubblicazione del documento “Iniunctae nobis”.

La pratica continuò ad evolversi. Nel 1742, Benedetto XIV stabilì che durante il periodo pasquale l’Angelus fosse sostituito dal Regina coeli, mantenendo gli stessi momenti tradizionali di preghiera. Infine, nel 1815, Papa Pio VII aggiunse la recita di tre Gloria alla fine del Angelus in segno di ringraziamento per i doni che la Santissima Trinità ha concesso alla Vergine. Quest’ultima usanza è più diffusa in Italia.

L'Angelus di oggi

L'Angelus veniva recitato tre volte al giorno: al mattino, a mezzogiorno e nel pomeriggio. Attualmente l'usanza più diffusa tra i fedeli è quella di recitarlo a mezzogiorno.

Come diceva Giovanni Paolo II, questa preghiera «invita a meditare sul mistero dell’Incarnazione, incoraggiando il cristiano a prendere Maria come punto di riferimento nei vari momenti della sua giornata per imitarla nella sua disponibilità a realizzare il piano divino di salvezza».

Anche san Josemaría seguiva questa usanza. Così lo raccontava Álvaro del Portillo in Intervista sul fondatore dell’Opus Dei: “Finita la lettura dell’e-mail, recitava l’Angelus a mezzogiorno. Era un momento importante della sua giornata, perché oltre a essere un colloquio filiale con la Vergine, segnava il momento in cui la sua devozione eucaristica cambiava di segno: fino a quel momento aveva trascorso la mattinata rendendo grazie a Dio per la Messa che aveva celebrato; a partire dall’Angelus cominciava a prepararsi per la Messa che avrebbe celebrato il giorno seguente».

Perché i cristiani recitano l’Angelus?

L’Angelus conduce il cristiano al momento centrale dell’Annunciazione, quando Maria accoglie l’annuncio dell’arcangelo Gabriele e risponde con il suo «sì» al piano di salvezza di Dio. Grazie alla sua obbedienza, il Figlio di Dio si incarna e ha inizio l’opera della Redenzione.

Recitare l’Angelus significa, quindi, ricordare il mistero dell’Incarnazione e unirsi al «sì» di Maria, imparando da lei ad accogliere con fiducia la volontà di Dio. È anche un’occasione per ricorrere alla sua intercessione e vivere la comunione dei santi con tanti cristiani che elevano questa preghiera ogni giorno.

Per saperne di più
Vaticano

Il Papa ai seminaristi: “La bellezza di dare la vita per Lui e per la Chiesa”

Ai seminaristi che affrontano anni di studio e disciplina nel loro percorso di formazione al sacerdozio, Leone XIV ha ricordato che la chiave della loro preparazione al ministero sacerdotale sta nel concentrarsi sul “loro rapporto con Colui che li ha chiamati”. Il Papa vede in loro “La bellezza di dare la vita per Lui e per la Chiesa”.

OSV / Omnes-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– Courtney Mares, OSV News

Papa Leone XIV ha esortato i futuri sacerdoti a sfruttare gli anni trascorsi in seminario per fondare ogni aspetto della loro formazione su un profondo rapporto personale con Dio.

“Il cuore dell’esperienza del seminario sta nell«”imparare a stare con il Maestro, il Signore Gesù”, ha affermato il Papa in un pubblico con i seminaristi italiani nell'Aula Clementina in Vaticano.

“Ogni vocazione nasce da un dialogo intimo con Dio, coltivato nel silenzio e nella preghiera, che spesso si instaura nonostante il rumore, a volte assordante, del mondo”, ha affermato il Papa.

Dio “ha scelto chi ha voluto”

Il Papa ha incontrato i seminaristi di due seminari del Sud Italia: il Seminario regionale Pio XI in Puglia e il Seminario vescovile di Aversa in Campania.

“In un mondo così desideroso di celebrare l’autorealizzazione, è davvero importante ribadire che nessuno di voi né nessuno di noi è qui perché lo merita. Ma solo per una libera scelta compiuta da Dio Padre, un segno e una promessa di un amore gratuito che ci precede sempre e non delude mai”, ha detto Papa Leone ai giovani.

“Non c’è competizione, né classifica, né è scritto da nessuna parte che abbia scelto i migliori: ha scelto chi voleva”, ha aggiunto.

Indispensabile in un mondo che vive di fretta

Il Papa ha sottolineato che il tempo dedicato al seminario è oggi più necessario come mai prima d’ora, “in un mondo che vive di fretta”.

Proprio perché viviamo in tempi frenetici e caotici, “abbiamo bisogno di uno spazio e di un momento nella vita in cui possiamo imparare a essere presenti, a discernere e a permetterci di formarci senza scorciatoie”, ha affermato. “Il seminario non è un rinvio della missione, ma un prerequisito per essa”.

Speranza per tutta la Chiesa e la bellezza di dare la vita per Lui

“Cari seminaristi, la vostra sola presenza nel seminario è un segno di speranza per tutta la Chiesa”, ha detto loro il Santo Padre. “Non di un vago ottimismo, ma della certezza che il Signore chiama sempre, in ogni epoca della storia e in ogni luogo”.

“Guardando ciascuno di voi, contemplo la meraviglia di Dio, che non si stanca mai di sussurrare nei cuori di giovani ”la bellezza di dare la vita per Lui e per la Chiesa».

Un ringraziamento per il loro “sì”, e anche alle famiglie

Papa Leone XIV ha ringraziato i giovani per aver risposto con un “sì” alla chiamata di Dio e ha ribadito che la loro presenza nel seminario è “un segno di speranza per tutta la Chiesa”.

Il Santo Padre ha inoltre espresso la sua “più sincera gratitudine alle famiglie qui presenti. Una vocazione non nasce mai senza un ambiente favorevole e spesso ha bisogno di una casa, di genitori che preghino e sappiano lasciar andare i propri figli. A voi, care famiglie, va la mia gratitudine e quella di tutta la Chiesa”.

Prepararsi per essere inviati

Ai seminaristi ha raccomandato di ricordare che vengono preparati per essere inviati ad annunciare al mondo la novità della vita in Cristo: “A quelle famiglie che riescono a malapena ad arrivare a fine mese, ai giovani ventenni che fanno le valigie per cercare lavoro, agli anziani che vivono da soli, agli emarginati e a coloro che hanno perso il senso della propria esistenza”.

“Il sacerdote è inviato a tutte le persone affinché proclami a tutti la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona novella della nostra salvezza”, ha affermato il Successore di Pietro.

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– Courtney Mares è la redattrice che si occupa di notizie dal Vaticano per OSV News. Seguila su X @catholiccourtney.

– Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

L'autoreOSV / Omnes

Cinema

Il Sacro Cuore, una devozione del XVII secolo, sul grande schermo

Sabrina e Steven J. Gunnell presenteranno un documentario l’11 settembre, in occasione del Giubileo delle apparizioni a Paray-le-Monial.

Inmaculada Sancho-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

350 anni fa, a Paray-le-Monial, Gesù rivelò il proprio cuore a una suora della Visitazione, santa Margherita Maria Alacoque. Da quelle apparizioni nacque una delle devozioni più diffuse della tradizione cattolica. Sacro Cuore, un documentario della casa di produzione francese Krea Film-Makers, prende spunto da quell’episodio del XVII secolo per chiedersi se questa devozione abbia ancora senso oggi.

Il progetto non è nato in uno studio di produzione, ma durante un pellegrinaggio. Nell’estate del 2023, durante una visita a Notre-Dame-du-Laus, Sabrina e Steven J. Gunnell hanno ascoltato le testimonianze di persone consacrate al Cuore di Gesù. “Lì il mio cuore ardeva”, ricorda Sabrina Gunnell.

Poco dopo hanno contattato il parroco di Paray-le-Monial e hanno scoperto che il Giubileo dei 350 anni delle apparizioni stava per iniziare. Per loro, quella coincidenza aveva un significato particolare: “Ci siamo detti: ‘Ok… il Sacro Cuore vuole il suo film’”, racconta Sabrina Gunnell.

Steven Gunnell riassume l’intento di fondo con un riferimento biblico: “Pensavamo ai pellegrini di Emmaus, che camminano accanto a uno sconosciuto e, dopo averlo ascoltato, si dicono l’uno all’altro: ‘Non ardeva forse il nostro cuore?’”. Questa, dice, è la sfida del film: permettere a ogni spettatore di provare quello stesso amore, indipendentemente dal fatto che condivida o meno, fin dall’inizio, la fede di coloro che parlano.

 “Molti pensavano che parlare delle apparizioni del XVII secolo fosse un argomento lontano o superato. Ma proprio per questo volevamo dimostrare che questo messaggio è ancora attuale”, ricorda Sabrina.

Una devozione che continua a vivere

Tra il 1673 e il 1675, Gesù apparve per tre volte a Margherita Maria, una suora della Visitazione a Paray-le-Monial, in Borgogna. Secondo la tradizione, le mostrò un cuore ardente d’amore per l’umanità, ferito dall’indifferenza degli uomini. Da quelle apparizioni nacque una delle devozioni più diffuse della tradizione cristiana.

Il documentario articola questo messaggio in tre parti, che emergono nel corso del film senza apparire come uno schema prestabilito: un amore che si manifesta senza condizioni, il dolore di un amore che spesso non viene accolto; e l’invito a rispondere a esso, non solo a contemplarlo. Il film dedica gran parte del suo tempo a questo terzo aspetto: mostrare, attraverso le testimonianze, cosa significhi quella risposta nella vita di una persona concreta.

Lo stesso cuore, secoli dopo

Il documentario alterna due livelli narrativi. Uno storico, con attori che ricostruiscono le apparizioni di Margherita Maria nel XVII secolo, l’iniziale incomprensione da parte di chi la circondava e il processo attraverso il quale quell’esperienza personale si è trasformata in una devozione pubblica. 

E un altro libro contemporaneo, con una ventina di testimonianze di persone dai profili molto diversi — un sacerdote, una suora, un missionario, diversi giovani — che raccontano cosa significhi oggi, nelle loro vite, proprio quel cuore ferito e quell’amore che non si impone.

Venti voci, un solo cuore

Il passaggio tra le ricostruzioni del XVII secolo e le testimonianze contemporanee risulta fluido: non ci sono strappi né la sensazione di stare guardando due film diversi. Le scene storiche — Margherita Maria, Gesù, i dintorni di Paray-le-Monial — sono girate con una dignità sorprendente per un documentario di questo tipo, senza cadere nella ricostruzione da manuale che così spesso appesantisce questo genere di produzioni.

Le testimonianze funzionano proprio perché sono tutte diverse tra loro. Non ci sono due storie uguali, ed è proprio questa varietà a dare forza al documentario. Nessuna è superflua.

È vero che, affrontando così tanti aspetti — quello storico, quello teologico, quello personale —, il film lascia alcune porte socchiuse, senza spazio per approfondire tutte le tematiche. Ciononostante, non dà mai l’impressione di rimanere a metà: ciò che perde in termini di dettagli specifici lo guadagna in intimità, ed è proprio questa intimità che rimane con lo spettatore una volta uscito dalla sala.

Sacro Cuore, prodotta dalla società francese Krea Film-Makers e distribuita in Spagna da Bosco Films —che si occupa anche di Gratuito (2023)—, uscirà nelle sale di tutta la Spagna l’11 settembre. Trecentocinquanta anni dopo quelle apparizioni in Borgogna, la domanda che solleva rimane la stessa: cosa fare di un amore che non si è cercato e che, nonostante tutto, continua ad aspettare?.

L'autoreInmaculada Sancho

Evangelizzazione

Alpha: un’evangelizzazione «light» che sta avvicinando migliaia di persone alla fede

Alpha punta sull’accoglienza e sull’incontro personale come primo passo, prima di presentare la dottrina, confidando nell’azione dello Spirito Santo per avvicinare le persone a Cristo.

Fernando Emilio Mignone-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In un momento in cui molte parrocchie cercano nuovi modi per avvicinarsi a chi si è allontanato dalla fede, i corsi Alpha sono diventati una delle iniziative di evangelizzazione più diffuse in diversi paesi. La loro formula unisce il dialogo, l’accoglienza e una riflessione aperta sulle grandi domande della vita e della fede cristiana. 

Sebbene abbia origini anglicane, il programma Alpha si è diffuso in numerose confessioni cristiane e oggi vanta una significativa presenza cattolica. Negli ultimi decenni, diocesi, parrocchie e movimenti cattolici di diversi paesi hanno adottato questo metodo come strumento di primo annuncio.

In Canada, uno dei principali promotori di questa iniziativa in ambito cattolico è Ed Zadeiks, che da otto anni promuove Alpha “in un contesto cattolico”. Zadeiks ha lasciato una carriera imprenditoriale di successo per dedicarsi a tempo pieno a questa iniziativa evangelizzatrice. È stata sua moglie Shawna a fargli conoscere i corsi. Entrambi spiegano come un’iniziativa nata nell’ambito anglicano abbia trovato un proprio spazio nella Chiesa cattolica.

L'origine di Alpha

I coniugi Zadeik spiegano che lo Spirito Santo soffia dove vuole: in questo caso, nell’anima del reverendo Nicky Gumbel. Nato a Londra nel 1955, figlio di padre ebreo e madre cristiana – nessuno dei due praticante – si è convertito dall’ateismo all’anglicanesimo durante il suo primo anno all’Università di Cambridge. Avvocato, sposato con Pippa, padre di tre figli, è stato ordinato sacerdote anglicano nel 1987. Nel 1990 ha assunto la guida dei corsi Alpha. Ha “riposizionato” quei corsi che già si tenevano nella chiesa anglicana Holy Trinity Brompton (HTB) di Londra: ha deciso di offrire i corsi a persone al di fuori della Chiesa. Visto il grande successo ottenuto, nel 1993 organizzò una prima conferenza internazionale presso la HTB… alla quale parteciparono mille leader cristiani. Le conferenze internazionali sono proseguite anno dopo anno. 

È proprio lì che Zadeiks ha trascorso più tempo a contatto con Gumbel. Mi dice che “nutre grande amore e ammirazione per i cattolici”. Zadeiks aggiunge che Papa Francesco ha inviato un messaggio registrato in video per l’inizio della Leadership Conferenza il 6 maggio 2024. Il video è stato presentato durante la sessione di apertura da Gumbel e da sua moglie. Francesco ha affermato che il leader cristiano deve imitare Gesù, con la sua vita di servizio, la sua vicinanza e indicando la via verso il Padre. Ha incoraggiato i 5.000 delegati provenienti da 30 denominazioni cristiane a essere portatori della tenerezza e del perdono di Dio. E ha chiesto di camminare insieme con lo sguardo rivolto al 2033, il bimillenario della Resurrezione.

Di cosa tratta Alpha?

Proclamazione della verità cristiana, incontro con Gesù, comunità. Perché non invertire l’ordine di questi tre passaggi? Questo è il modus operandi di Gumbel e di Alpha: 1. incontro personale con gli altri, 2. incontro personale con Cristo, 3. dottrina. E questa inversione ha dato un risultato miracoloso.

La ricetta del successo è semplice: una serie di incontri strutturati per conoscere la fede cristiana e un’occasione per riflettere sul senso della vita. I corsi si tengono nelle chiese, nelle case, nelle carceri, nelle università, negli uffici, nelle fabbriche, nei bar… ovunque. 

I corsi veri e propri si svolgono solitamente nell’arco di dieci settimane, un giorno alla settimana e un fine settimana. Ogni incontro può iniziare con un pranzo o una cena, seguiti da una conferenza o dalla proiezione di un video e da discussioni in piccoli gruppi. Le conferenze vertono sui fondamenti della fede cristiana.

I dieci incontri settimanali e il fine settimana di ritiro affrontano questi temi: Chi è Gesù? Perché è morto Gesù? Come possiamo credere? Perché e come pregare? Perché e come leggere la Bibbia? Come ci guida Dio? Lo Spirito Santo (molto importante nel corso Alpha). Come resistere al male? Perché e come raccontarlo agli altri? Dio guarisce ancora oggi? La Chiesa. 

In illo uno unum. Ecumenismo Alpha

Gumbel afferma di amare i cattolici, tutti i cristiani, che, dice, “appartengono a una Chiesa di 2,4 miliardi di anime”. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo emerito di Vienna, elogia i corsi Alpha. Sono molti i vescovi in tutto il mondo che sostengono Alpha.

Il primo corso Alpha è stato tenuto nel 1977 (presso l’HTB). Nel 1990 Nicky Gumbel, subentrando alla guida e dando un forte impulso all’iniziativa, ha supervisionato la revisione del corso. Negli anni Novanta i corsi hanno conosciuto una rapida diffusione in Gran Bretagna. Oggi vengono tenuti in un centinaio di paesi e in 110 lingue, e più di 25 milioni di persone li hanno seguiti. Vi partecipano fedeli provenienti da chiese cristiane non cattoliche e cattoliche (il 25% del totale), con alcune variazioni nel materiale del corso. Per questo articolo ho chiesto a tre sacerdoti cattolici canadesi la loro opinione sul corso. Uno lo ha elogiato, un altro ha avuto un’esperienza positiva, il terzo ha preferito trarre ispirazione dal metodo per creare corsi propri con un maggiore contenuto dottrinale.

Al di là dei numeri, alcuni sacerdoti ritengono che il vero impatto di Alpha si manifesti nel rinnovamento delle comunità locali. È il caso di padre Michael Leclerc, parroco di St. Ignatius of Loyola a Montreal, dove i corsi Alpha sono attivi da nove anni. Come riportato dal Catholic Register di Toronto il 10 maggio 2026, l’iniziativa ha contribuito a cambiare il volto della parrocchia.

Mettendo in pratica quei corsi con le loro quattro «R» – qualcosa di reale, di cui ci si possa identificare, ospitalità radicale e fiducia (reliance) nello Spirito Santo – Leclerc ha trasformato la sua parrocchia. Sono soprattutto i giovani non praticanti e persino i non credenti ad esserne attratti. L’età media dei parrocchiani è scesa a 40 anni. E se prima c’erano 30 volontari parrocchiali, ora ce ne sono tra i 150 e i 200. A partire da settembre aggiungeranno una Messa domenicale. Leclerc mette in pratica questi corsi insieme al programma di Rinnovamento parrocchiale creato da un altro sacerdote canadese, padre James Mallon di Halifax, autore di «Un rinnovamento divino: Da una parrocchia di mantenimento a una parrocchia missionaria» e fondatore del Divine Renovation Ministry, attivo nei paesi di lingua inglese e tedesca.

Sul sito web spagnolo di Alpha si legge: “Alpha è una cena divertente, una chiacchierata fantastica e un dibattito aperto. Senza pressioni, gratuita e allettante.” Per l’America ispanica, consultare provaalpha.org (e un breve video di padre Sebastián Achcar di Buenos Aires: pruebaalpha.org/historias-alpha).

L'autoreFernando Emilio Mignone

Montreal / Toronto

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FirmeAntonio Ruiz Valverde

Ma con lei

"Ci sembra ragionevole cambiare città per una promozione, ma avventato farlo per la persona amata. Ammiriamo chi sacrifica dieci anni per la propria carriera e guardiamo con una certa compassione chi rinuncia a un’opportunità per mantenere la propria famiglia".

7 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Qualche giorno fa, durante una cena, la conversazione è caduta sul futuro. Un ragazzo ha raccontato che la sua ragazza si stava preparando per un concorso pubblico e che il destino avrebbe potuto portarla lontano. Qualcuno gli ha chiesto cosa avrebbe fatto lui.

—Quando la sua situazione sarà chiara, ovunque lei vada, ci andrò anch’io. Mi arrangerò, ma insieme a lei.

Lo disse con assoluta naturalezza. Poi arrivarono altre portate, la conversazione prese un’altra piega e quella frase passò in secondo piano. Io, però, non riuscii a lasciarla lì.

In quelle parole c’era una decisione capace di stravolgere una carriera e una città. Non sapeva dove avrebbe lavorato, ma aveva accettato che il futuro della persona che amava entrasse davvero a far parte della costruzione del proprio.

«Me la caverò da sola». Non si aspettava che fosse lei a risolvere la situazione. Non aveva intenzione né di abbandonare la propria vocazione né di vivere all’ombra di qualcuno. In quella frase c’erano iniziativa e senso di responsabilità. Se fosse stato necessario, avrebbe ricominciato da capo. Avrebbe trovato il suo posto.

«Ma con lei». Ecco il punto cruciale. Il suo progetto continuava a esistere, solo che ormai non era più scritto esclusivamente al singolare.

Viviamo circondati da messaggi che presentano i legami duraturi come una perdita. Bisogna viaggiare, sperimentare, crescere, realizzarsi e, soprattutto, «vivere prima di tutto». Più avanti, quando si sarà sfruttata appieno la giovinezza e si saranno messe ordine nelle proprie aspirazioni, si potrà pensare di sposarsi o di avere figli, purché ciò non stravolga troppo il piano.

Ogni volta che sento dire «prima devo vivere», mi chiedo cosa significhi. Noi che abbiamo superato i quarant’anni, siamo sposati e abbiamo quattro figli, siamo forse morti? Non abbiamo saputo goderci la vita? I nostri figli sono la prova che abbiamo rinunciato troppo presto?

Le mie figlie mi hanno privato del sonno, dei soldi, delle comodità, della spontaneità e di alcune opportunità. Amare non rende il sacrificio meno doloroso. Ma loro non mi hanno allontanato dalla vita. Mi hanno fatto entrare in essa fino in fondo. Mi hanno costretto a uscire da me stesso, mi hanno regalato una storia che non avrei potuto costruire da solo e hanno ampliato ciò che chiamavo il mio futuro.

Forse l’illusione sta nel confondere il vivere con il poter fare sempre ciò che si desidera. Come se un’esistenza valesse tanto più quanto meno si dovesse a qualcuno, quanto meno si dovessero modificare i propri piani e quanto più si mantenessero aperte le possibilità. Secondo questa logica, il matrimonio limita, i figli frenano e la fedeltà imprigiona. Una vita piena sarebbe una vita senza troppi legami: disponibile, reversibile e per sempre propria.

Ma una libertà che non sceglie mai, per paura di perdere qualche possibilità, finisce per non sapere più per cosa volesse essere libera. Impegnarsi non significa smettere di scegliere, ma portare una scelta fino alle sue conseguenze. Ed è proprio qui che sta la differenza decisiva tra la rinuncia imposta e la dedizione: da chi nasce e da quale libertà. Quel giovane non era intrappolato da un’altra persona; aveva deciso che lei avrebbe avuto un posto reale — e non solo decorativo — tra le sue priorità.

San Josemaría lo ha espresso così: «Non c’è nulla di più falso che contrapporre la libertà alla dedizione, perché la dedizione è una conseguenza della libertà» (Amici di Dio, 30).

È curioso: ci sembra ragionevole cambiare città per una promozione, ma avventato farlo per la persona amata. Ammiriamo chi sacrifica dieci anni per la propria carriera e guardiamo con una certa compassione chi rinuncia a un’opportunità per mantenere la propria famiglia. Abbiamo accettato che sia il lavoro a scandire la nostra vita; ciò che ci turba è che sia l’amore a farlo.

Non si tratta di imporre a tutti lo stesso calendario né di misurare una vita in base al matrimonio o al numero di figli. Ci sono desideri irrealizzati, circostanze dolorose e percorsi diversi. Si tratta piuttosto di smascherare una menzogna più sottile: che amare veramente equivalga a vivere meno; che ogni dipendenza reciproca sia schiavitù; che solo chi non ha dato la propria parola a nessuno appartenga a se stesso.

L'impegno non elimina la libertà: le dà una direzione. Il sacrificio non è sempre la negazione della felicità; spesso ne è il prezzo, perché quasi tutto ciò che vale la pena conservare richiede di lasciarsi qualcosa alle spalle. Mettere su famiglia non significa mettere in pausa la propria vita per prendersi cura degli altri. Significa scoprire che la vita può diventare più grande quando smettiamo di considerare noi stessi come l'unico punto di riferimento.

Quel ragazzo non parlò di tutto questo. Si limitò a dire che, una volta chiarita la situazione di lei, sarebbe andato dove fosse andata lei e si sarebbe arrangiato lì. Non disse «per colpa sua». Non si presentò come una vittima. Era stata una sua scelta.

Forse è per questo che quella frase aveva così tanta forza. Di fronte a un’epoca che consiglia di vivere prima e di impegnarsi dopo, lui sembrava aver capito che l’impegno non inizia quando si è già finito di vivere. È un modo di vivere. Uno dei più esigenti, ma anche uno di quelli che possono renderci più liberi, perché ci libera dalla prigione di dover sempre scegliere noi stessi.

Non sapeva come si sarebbe guadagnata da vivere, ma sapeva con chi voleva condividerla. Non aveva smesso di scegliere. Stava decidendo come voleva che fosse il suo futuro.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

Famiglia

Perché il futuro della società si decide attorno al tavolo di casa?

Con questo articolo diamo il via a una serie dedicata al  riflessione sulla casa e sulla sua importanza nella società odierna, con la collaborazione di Fondazione Home Renaissance, un think tank internazionale incentrato sulla casa e sulla famiglia.

Sir Bryan K. Sanderson CBE-7 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La prima volta che mi sono reso conto dell’importanza fondamentale che la casa riveste per i bambini, per la famiglia in generale e, di conseguenza, per le società nel loro insieme, è stato 60 anni fa a Ica, una piccola città costiera del Perù situata a sud di Chiclayo, dove in seguito Papa Leone XIV avrebbe trascorso molti anni. 

Neolaureato presso la London School of Economics, ho deciso di dedicare 18 mesi a un programma di collaborazione delle Nazioni Unite per contribuire alla fondazione di una nuova università in quella che all’epoca era una zona povera del Paese. 

Lezioni di vita a Ica

Parte dell'accordo prevedeva che io vivessi in un quartiere insieme alla comunità indigena locale; avevo una piccola capanna spartana con acqua ed elettricità solo per poche ore al giorno. 

C’erano numerose capanne simili che, a differenza della mia, erano piene zeppe di bambini. Di norma si aveva un figlio all’anno, ma la mancanza di strutture sanitarie, di misure di controllo delle nascite e i problemi igienici causavano un tasso di mortalità infantile molto elevato: quasi il 50 % dei bambini moriva prima dei 5 anni.

Nonostante tutte queste privazioni, c’era abbastanza da mangiare (riso, fagioli e papaya quasi ogni giorno) e sono stato accolto in una comunità molto unita; ho persino giocato a calcio nella squadra locale; tutto ruotava attorno alla casa e alla famiglia. 

Ho imparato ad apprezzare l’importanza non solo della famiglia stretta, ma anche di quella più ampia e intergenerazionale che tutti loro vivevano. Nessun bambino si sentiva escluso o rifiutato, e gli anziani continuavano a far parte della famiglia, cosa che, purtroppo, non accade in molte delle nostre società odierne. 

L'equilibrio tra successo e famiglia

La vita è andata avanti e ho avuto una carriera di successo che mi ha portato ai vertici di un’importante compagnia petrolifera; inoltre, ormai 59 anni fa, ho sposato una donna svedese, dalla quale ho avuto due figli e cinque nipoti. 

Visitare e vivere in molte parti del mondo, come l’Italia, Singapore, la Svizzera e la Scandinavia, ha contribuito alla mia crescita personale. 

Non è stato facile conciliare la vita familiare con le esigenze di una carriera professionale molto competitiva in un’epoca in cui non si riconosceva ancora l’importanza dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, ma io e mia moglie abbiamo sempre messo la vita familiare al centro, perché rappresentava il fulcro essenziale delle nostre vite, dandoci sicurezza e felicità. 

Ed è proprio per questo che esiste Fondazione Home Renaissance Da 20 anni, per convincere i governi e le organizzazioni internazionali a favorire questo processo in ogni modo possibile. Magari non ce ne sarebbe bisogno.  

Nuove sfide in materia di alloggi

A Home Rinascimento Cerchiamo di approfondire e affrontare l'impatto del contesto familiare sullo sviluppo della persona e le sfide della vita familiare che tutti noi dobbiamo affrontare. 

Ad esempio, la sfida costante di far convivere in armonia generazioni diverse, soprattutto ora che l’invecchiamento della popolazione rappresenta un onere sempre maggiore per le risorse destinate all’alloggio e all’assistenza sanitaria. 

In molti paesi sviluppati i giovani vanno a vivere da soli più tardi a causa dei costi proibitivi degli alloggi, ma permane una certa riluttanza a progettare soluzioni abitative sufficientemente flessibili da soddisfare le esigenze delle diverse fasce d’età. 

Potremmo prendere esempio dalla Malesia, ad esempio, dove le famiglie vivono tradizionalmente vicine le une alle altre in unità abitative indipendenti e cambiano alloggio in base alle esigenze delle famiglie in crescita; i nonni spesso aiutano con i bambini i cui genitori lavorano, poiché le famiglie faticano a soddisfare le crescenti esigenze e aspettative della vita moderna. 

Dobbiamo trovare nuovi modi di utilizzare la tecnologia odierna per ricreare quel senso di comunità e sicurezza che, fino a poco tempo fa, era comune a molti. 

L'impatto del divario digitale

Un’altra sfida sempre più pressante e in rapida evoluzione consiste nel trovare il modo di adattarsi alle nuove e mutevoli pressioni esercitate dai social media e alla vulnerabilità dei giovani di fronte alla loro onnipresenza. 

Siamo così lontani dalla società semplice, regolata e stratificata del villaggio minerario nel nord-est dell’Inghilterra dove ho iniziato la mia vita nel dopoguerra, che ora sembra storia antica. Per le persone della mia generazione, spesso è spaventoso perché la tecnologia ha fatto passi da gigante al punto che non ci sono più esperienze da trasmettere ai bambini. Uno dei compiti di Fondazione Home Renaissance, con l'aiuto di studiosi ed esperti, è quello di fornire consigli su come la famiglia possa adattarsi per affrontare queste sfide. 

Non è un compito facile e richiede un’attenzione costante per stare al passo con i cambiamenti sempre più rapidi della tecnologia.

Senza dubbio, la qualità della vita è migliorata notevolmente nella maggior parte del mondo, con la possibile eccezione dell’Africa subsahariana; la malnutrizione in Cina e in India, ad esempio, è stata praticamente debellata; i diritti delle donne sono stati riconosciuti in molte delle nostre società. 

Ora dobbiamo imparare a mettere a frutto questi progressi a beneficio delle famiglie di tutto il mondo e, in particolare, dei bambini che ne fanno parte. Una missione enorme, ma di enorme importanza per Fondazione Home Renaissance.

L'autoreSir Bryan K. Sanderson CBE

Presidente della Home Renaissance Foundation ed ex amministratore delegato della British Petroleum.

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Esperienze

Gli educatori cattolici descrivono l'uso dell'intelligenza artificiale e concordano: manca la preparazione

L'intelligenza artificiale nelle aule: quale ruolo riveste nel nuovo anno scolastico? Gli educatori cattolici hanno raccontato come utilizzano l'IA e come affrontano le sfide che essa comporta. “Ci concentriamo sempre sull'essere umano” e “siamo poco preparati”, ammettono.

OSV / Omnes-7 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Corregge automaticamente le tue e-mail. Consente a Siri e Alexa di rispondere alle tue domande o ai tuoi comandi. Ti suggerisce cosa guardare dopo sul tuo servizio di streaming. Ti aiuta a orientarti grazie alle app di navigazione. È in grado di generare immagini, video, tesine e persino romanzi.

Si tratta dell’IA (Intelligenza artificiale), e la sua rapida diffusione nella vita quotidiana riguarda anche il settore dell’educazione cattolica.

Pertanto, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, OSV News ha intervistato educatori e opinion leader che hanno discusso di come l’intelligenza artificiale funzioni – o non funzioni – nelle aule cattoliche.

 Come si configura la formazione umana in un mondo dominato dall'intelligenza artificiale?

“Qualche anno fa, la maggior parte delle discussioni verteva sulle frodi accademiche, sulle politiche istituzionali e sull’opportunità di consentire agli studenti di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale”, afferma Meaghan Crowley-Sullivan a OSV News. È responsabile dello sviluppo dei programmi di studio e della formazione professionale presso l’Istituto per l’Innovazione nell’Educazione Digitale e nella Leadership della Loyola Marymount University di Los Angeles, noto come iDEAL.

“Quelle domande non sono scomparse; sono maturate”, ha spiegato. “Stiamo vedendo che sempre più scuole si chiedono: com’è un buon insegnamento in questa nuova era digitale? Cosa devono imparare gli studenti? Cosa dovremmo proteggere non solo nel nostro insegnamento, ma anche nel modo in cui affrontiamo l’insegnamento? E, in definitiva, come si configura la formazione umana in un mondo plasmato dall’intelligenza artificiale?”.

Vantaggi e sostegno per i genitori

Crowley-Sullivan ha affermato che è emersa anche una maggiore attenzione all'inclusione, mentre allo stesso tempo è diventato evidente che i genitori potrebbero trarre beneficio dall'aiuto delle scuole.

“Stanno aiutando i genitori a capire cosa sono queste tecnologie e con cosa si trovano a confrontarsi i loro figli”, ha aggiunto Crowley-Sullivan. “E come possono stabilire regole sane e avere conversazioni più significative sull’IA in famiglia”.

È necessario formare gli insegnanti all'uso dell'IA

Non sono solo gli studenti e i genitori ad aver bisogno di orientamento. “Quando insegniamo agli insegnanti a utilizzare questo strumento e a riflettere su come integrarlo nelle loro classi, ci basiamo molto su quel concetto di ‘essere umano nel ciclo’”, ha affermato da parte sua Shannon Tabaldo, direttrice di iDEAL.

“L’intelligenza artificiale incentrata sull’essere umano è solo uno strumento: serve a fornirti risorse e capacità aggiuntive che prima non avevi”, ha proseguito. “Ma sei tu a rimanere l’esperto. Nelle scuole cattoliche mettiamo sempre al centro la persona. Ci chiediamo sempre: ”Cosa stiamo davvero cercando di fare con questo strumento?’”.

Connor Nguyen e Jasper Zhao, alunni di prima elementare, partecipano a un programma di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) presso la scuola Assumption of the Virgin Mary di Pasadena, in California, il 15 gennaio 2025. (Foto di OSV News/Bob Roller).

L'intelligenza artificiale: un'opportunità per l'apprendimento personalizzato

Crowley-Sullivan e Tabaldo – che sono anche madri – hanno constatato un uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale nell’apprendimento personalizzato.

Gli studenti possono criticare un lavoro o un'immagine generata dall'IA, oppure chiederle di trasformare i propri tentativi di poesia in un perfetto pentametro giambico; l'IA può generare facilmente materiali adattati a un livello specifico per il corso e la lettura o simulare una «conversazione» con un personaggio storico; gli insegnanti possono utilizzarla per valutare i modelli di apprendimento degli studenti e personalizzare l’insegnamento in piccoli gruppi e in altre modalità didattiche.

“L’approccio cattolico non consiste nel temere la tecnologia né nel rifiutarsi di innovare», ha sottolineato Crowley-Sullivan. «Si tratta soprattutto di discernimento, di riconoscere le possibilità e di chiedersi se possiamo utilizzarle in modi che promuovano i nostri valori”.

Non siamo abbastanza preparati

Crowley-Sullivan riflette ampiamente l’opinione di Papa Leone XIV sul ruolo dell’intelligenza artificiale nell’istruzione, espressa di recente nella sua enciclica emblematica ‘Magnifica humanitas: ’Sulla tutela della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale".

“Le rapide trasformazioni tecnologiche rivelano quanto poco siamo preparati dal punto di vista educativo. Educare le persone all’uso dell’IA, quindi, significa insegnare loro a decidere quando e per quale scopo non debba essere utilizzata», ha scritto il Pontefice. «La rapidità e la facilità con cui è possibile ottenere risposte o sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande”.

“Le scuole non sono chiamate a stare al passo con il mondo digitale», ha affermato il Papa, “ma a offrire ciò che il mondo digitale da solo non può offrire, ovvero un momento condiviso per imparare e instaurare rapporti di fiducia”.

È necessario un quadro di riferimento cattolico per affrontare le nuove tecnologie

In risposta a queste preoccupazioni, Crowley-Sullivan ha sviluppato il “Catholic Companion Framework for Technology and Innovation” (“Quadro di riferimento cattolico complementare per la tecnologia e l’innovazione”), per aiutare educatori, leader e famiglie a orientarsi tra le tecnologie emergenti. 

Utilizzato dalle diocesi di tutto il Paese e scaricato in tutto il mondo, lo presenterà presto nella diocesi di Arlington, in Virginia – proprio alle porte di Washington –, per favorire l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle sue 51 scuole, che contano quasi 13.000 studenti.

Leslie Lipovski — vice sovrintendente per l’apprendimento degli studenti e l’eccellenza didattica nella diocesi — ha dichiarato a OSV News che la diocesi ha istituito un gruppo di lavoro per contribuire all’elaborazione di una politica in materia di intelligenza artificiale.

“Dalla scuola dell’infanzia fino alla terza media parliamo solo di alfabetizzazione all’IA: gli studenti non accedono a ChatGPT né lo utilizzano”, ha affermato Lipovski. “Ma anche i bambini della scuola dell’infanzia conoscono l’IA. Quindi ci chiediamo: cos’è l’IA? Come può essere utilizzata, nel bene o nel male?”.

Alcuni insegnanti dicono: “Torniamo alla carta e alla matita”. Altri invece la adottano

Alle scuole medie, ha aggiunto Lipovski, gli insegnanti sono «molto attenti al modo in cui la utilizzano. ‘Ho alcuni insegnanti che dicono: ’Torniamo alla carta e alla matita, è così che stiamo scrivendo i saggi in questo momento». Ma abbiamo anche insegnanti che la stanno adottando e stanno insegnando ai ragazzi come usarla in modo responsabile».

La diocesi di Arlington utilizza PowerSchool, un sistema informativo scolastico basato sul cloud che gestisce dati, voti, presenze e comunicazioni tra insegnanti, studenti e famiglie, nonché LUMA, un assistente intelligente per la classe sviluppato dal cyber-educatore Michael Hargadon, che supporta sia gli insegnanti che gli studenti.

La consapevolezza riguardo all'IA si è evoluta

Secondo Lily Abadal, socia della società di consulenza per le scuole cattoliche Partners in Mission, docente presso la University of South Florida e ricercatrice associata di un progetto dell’Università di Notre Dame denominato DELTA (Formazione umana nell’era dell’IA), la consapevolezza riguardo all’intelligenza artificiale si è evoluta nel tempo. 

“Nei primi due anni successivi al lancio di ChatGPT, a molti sembrava che potesse trattarsi solo di una moda passeggera”, ha affermato Abadal. 

“Non erano nemmeno necessariamente consapevoli di come funzionasse realmente, né di fino a che punto gli studenti avessero accesso a esso e che tipo di cose fossero in grado di realizzare con esso”.

“Ci sono situazioni in cui la soluzione più veloce e facile non è né buona né formativa”

“Ovviamente è qualcosa che può rendere le cose più veloci e semplici”, ha proseguito Abadal. “Ma ci sono contesti in cui ciò che è più veloce e semplice non è positivo, né formativo in termini di come plasma gli studenti”. 

“Impariamo che spesso le cose non sono facili, e dobbiamo essere in grado di affrontare le difficoltà per apprendere le virtù cattoliche che vogliamo che gli studenti acquisiscano durante tutto il loro percorso di istruzione cattolica”.

“Uno dei regali migliori che possiamo fare agli studenti riguardo al modo di interagire con l’IA”, ha concluso la consulente Abadal, “è mostrare loro dove questa tecnologia trova spazio nelle loro vite e dove invece no”. 

Parliamo di materiale riflettente

Stephen Eschenfelder, responsabile della pastorale universitaria della scuola secondaria cattolica Bishop McLaughlin di Spring Hill, in Florida, appartenente alla diocesi di San Pietroburgo, intende invitare Abadal a intervenire in occasione di una futura conferenza sull’intelligenza artificiale.

E, in qualità di ex seminarista laureato in filosofia morale, che tiene corsi di leadership e sui sacramenti, ha idee molto precise sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’istruzione.

“Ci deve essere un limite all’IA, e credo che rivolgersi a Dio nella preghiera debba essere quel limite”, ha sottolineato. “Non posso usare questo strumento come mezzo per vivere una vita di preghiera e per entrare in contatto con Dio. Durante le nostre lezioni di teologia, quando facciamo delle riflessioni, molti studenti ricorrono all’IA. Dobbiamo quindi cambiare le cose e il modo in cui assegniamo i compiti, perché si tratta di materiale che richiede riflessione. Una parte consiste nel raccogliere dati, ma gran parte si concentra su: ”Cosa ne pensi di questo?’, ‘Come ti senti riguardo a quello?’».

La vita professionale degli studenti di oggi potrebbe risentirne

Anche Eschenfelder è preoccupato per il potenziale “enorme iceberg di cambiamenti” che si profila all’orizzonte professionale dei suoi studenti, sottolineando che «tra qualche anno il loro lavoro potrebbe cambiare radicalmente a causa dell’intelligenza artificiale».

Uno studente ha persino confessato timidamente a Eschenfelder che la sua presentazione con diapositive era stata generata dall’intelligenza artificiale.

«Si sono privati della possibilità di imparare qualcosa», ha osservato Eschenfelder, il quale ha anche notato che gli studenti erano stupiti dal fatto che lui avesse scritto un romanzo da solo, invece di limitarsi a chiedere all’IA di scriverlo. «Non riusciva a capirlo», ha aggiunto, con una punta di esasperazione.

L'intelligenza artificiale è arrivata per restare. “Il nostro obiettivo: preservare quell'umanità”

“Dovremo adattare le scuole, l’insegnamento e l’apprendimento. Sarà tutto completamente diverso”, ha osservato Lipovski. “Il nostro obiettivo, come scuole cattoliche, è mantenere quell’umanità, perché l’insegnante è la parte più importante; l’insegnante è necessario per guidare gli studenti su quando è opportuno utilizzare l’IA e quando non lo è”.

«Hanno bisogno di quell’umanità», ha concluso. «Non possiamo semplicemente affidare tutto questo alle macchine».

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– Kimberley Heatherington è corrispondente di OSV News. Scrive dalla Virginia.

– Questo articolo è stato originariamente pubblicato su OSV News ed è consultabile qui.

L'autoreOSV / Omnes

Vaticano

Il Papa esorta a “trovare un accordo” come forma di amore e lancia un appello per l’Ucraina

Oltre alla correzione fraterna, esiste un altro modo fraterno di amare, ovvero “mettersi d’accordo”, ha sottolineato Papa Leone XIV durante l’Angelus di questa domenica. Ha inoltre esortato a fermare e porre fine alla violenza in Ucraina.

Francisco Otamendi-6 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Durante l’Angelus di questa domenica, 6 settembre, il Santo Padre Leone XIV ha lanciato in Piazza San Pietro un nuovo appello affinché si ponga fine alla violenza e alla distruzione in Ucraina e si aprano i cuori al dialogo e alla pace.

Inoltre, commentando le letture della liturgia domenicale, ha ricordato quanto afferma San Paolo nella Lettera ai Romani, ovvero che tutti i comandamenti “si riassumono in questo: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’” (Rm 13,9). 

San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive: “Che l’unico debito verso gli altri sia quello dell’amore reciproco”, ha sottolineato il Papa.

Il debito di un amore reciproco

Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare il perdono dei debiti. Tuttavia, c’è un debito che ci dobbiamo gli uni agli altri, senza lasciarci intrappolare da esso: è il debito dell’amore reciproco, ha sottolineato il Pontefice nella meditazione del Angelus.

E Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana “almeno due modi per mettere in pratica l’amore reciproco. Il primo è essere capaci di esercitare la correzione fraterna. Si tratta di un’arte delicata e spesso dimenticata, che richiede franchezza e gradualità”. 

Parlare con sincerità — prima a tu per tu; poi, se necessario, tra due o tre persone; infine, quando serve, con tutta la comunità — significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passi verso la crescita. I lamenti e le maldicenze sono più facili, ma non portano a nulla e bloccano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà nella carità: questo è stato il messaggio del Papa su questo tema.

Trovare un accordo, non solo quando c'è un conflitto 

Inoltre, “esiste un secondo modo di amare fraternalmente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non solo quando c’è un conflitto, ma anche per chiedere a Dio qualsiasi dono”, ha affermato il Successore di Pietro.

Il Signore dice: “Se due di voi sulla terra si uniscono per chiedere qualcosa, il Padre mio che è nei cieli glielo concederà» (Mt 18,19). Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e, attraverso la preghiera, crescere nell’unità”.”

Senza la fede, chiunque potrebbe sentirsi solo e diffidare degli altri, vedendoli come estranei e nemici, ha proseguito Leone XIV. “Tuttavia, per grazia, siamo fratelli e sorelle in grado di trovare un accordo: incontrandoci, perdonandoci e ascoltandoci nel Signore”.

“Chiediamo a Maria”, ha esortato il Papa prima della preghiera mariana dell’Angelus, “che, dopo l’annuncio dell’angelo, si recò in fretta incontro alla cugina Elisabetta per condividere con lei la gioia e la fatica della gravidanza, affinché insegni anche a noi la gioiosa debito d'amore fraterno".

Solidarietà con il popolo ucraino

Il Papa ha poi aperto il suo cuore addolorato per esprimere la sua vicinanza all’Ucraina.

“È con grande rammarico che ho seguito le notizie relative ai violenti attacchi che hanno recentemente colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, causando la morte di persone innocenti. Il mio cuore è vicino alla sofferenza di un popolo che da anni vive nell’angoscia e nella paura”.

“Lancio un nuovo appello affinché si ponga fine alla violenza, si arresti la distruzione e si aprano i cuori al dialogo e alla pace”, ha implorato. “Spero che gli sforzi compiuti in questi giorni per riprendere i negoziati diano risultati concreti e aprano uno spazio alla diplomazia”.

«Eleviamo la nostra preghiera al Signore, affinché la concordia prevalga in tutti i conflitti del mondo», ha affermato Leone XIV.

Ritorno alle normali attività

In conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore, mentre riprendiamo le nostre attività quotidiane dopo le vacanze, di accompagnarci e sostenerci con la sua luce.

Si ricorda che alla fine di agosto il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, monsignor Paul Richard Gallagher, e il ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, hanno espresso alcuni punti di convergenza su questioni internazionali e hanno concordato sull’importanza di proseguire il dialogo tra la Federazione Russa e la Santa Sede.

Il segretario Gallagher disse allora: “Questa guerra deve finire”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Libri

Il V centenario di Filippo II, «il Prudente»

La storia di Filippo II, il monarca che concepiva il potere come un servizio al bene comune e alla Chiesa, ben lontana dall’immagine di crudeltà e fanatismo diffusa dalla “leggenda nera”.

José Carlos Martín de la Hoz-6 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il 27 maggio 2027 celebreremo il V centenario della nascita di uno dei monarchi più universali della storia della Spagna. Tutti ricordiamo la celebre frase secondo cui «il sole non tramontava mai sui suoi vasti territori», poiché durante il suo regno vi fu un periodo in cui le corone di Castiglia e del Portogallo si unirono, tanto che entrambi questi immensi imperi coprivano gran parte del mondo conosciuto.

In ogni caso, sin dagli albori del suo immenso potere e della sua vasta influenza, Filippo II tenne sempre presente un’affermazione di Francesco de Vitoria, fondatore della Scuola di Salamanca e del diritto internazionale, il quale gli ricordò sempre, sia a voce che per iscritto, che era opportuno che l’intero mondo spirituale fosse governato dal Pontefice Romano, poiché era importante che fossimo un unico popolo sotto un unico Pastore: Gesù Cristo, re universale dei cieli e della terra.

I limiti del potere universale

Allo stesso modo, nelle sue “Riflessioni sul potere politico e i suoi limiti” affermò per iscritto che, a causa del peccato originale e, in particolare, dell’egoismo e dell’invidia, non fosse opportuno che esistesse un unico impero universale che governasse materialmente il mondo. Come abbiamo effettivamente constatato dopo di lui, e anche dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo apparentemente globalizzato è diviso in grandi blocchi che competono per lo sviluppo e il progresso della scienza, della tecnica e della conseguente antropologia.

Certamente non esiste un solo monarca che, con le proprie leggi e i propri strumenti di governo, unifichi leggi e direttive in modo da garantire un unico comando politico. D'altra parte, abbiamo realizzato il sogno di Vitoria: che la dignità della persona umana fosse alla base di un diritto internazionale di gran lunga superiore al diritto delle genti del suo tempo e che, al contempo, rispettasse l’autonomia locale e provinciale, dove gli uomini possano vivere in fiducia e secondo le proprie tradizioni, il che garantisce vicinanza e sicurezza ai più deboli e una vera carità tra pari.

Felipe II, un re al servizio di Dio

Il fatto è che nel prossimo anno celebreremo il V centenario di Filippo II, il re cattolico per eccellenza che fu attaccato da tutti e da tutto perché non si fece mai scrupoli ad affermare di voler essere un buon figlio di Dio e della Chiesa.

Infatti, mise in pratica alla lettera ciò che già Alfonso X il Saggio aveva stabilito come “le leggi del regno”: nella prima parte, nel primo titolo e nella prima legge si affermava che lo scopo del monarca era che i suoi sudditi andassero in paradiso. Pertanto, Filippo II antepose gli interessi della Chiesa ai propri.

Governare per il bene comune

Allo stesso modo, cercò per le alte cariche della magistratura dello Stato le persone migliori, le più dotate intellettualmente, le più sagge e prudenti, anche se molti di loro erano religiosi, vescovi o cardinali. Ad esempio, non esitò a proporre al Santo Padre un uomo di Stato per ricoprire la carica di viceré della Nuova Spagna e, al contempo, quella di arcivescovo della prima diocesi americana del Messico.

Certamente non si trattava di clericalismo, ma della ricerca dell’onestà, della dedizione ai cittadini e del bene comune. Ne è un esempio una lettera di Filippo II a Diego de Covarrubias, che aveva appena nominato presidente del Consiglio di Castiglia, presidente del Consiglio di Stato e che era vescovo di Segovia. In quella lettera gli parlava di ciò che aveva nel cuore. Innanzitutto, gli chiedeva di impegnarsi al massimo per portare a termine la costruzione degli ospedali che erano stati decisi in seno al Consiglio di Stato e di sbloccare i fondi necessari per attuare il piano senza indugi.

In secondo luogo, lo esortava a stare attento a uno degli alti funzionari del Consiglio di Stato, poiché sottolineava: “tende ad accollarsi più lavoro di quanto ne possa gestire”. Questo dettaglio è interessante perché descrive un re che segue da vicino gli affari affinché vengano portati a termine e che sa chiedere ai propri uomini di fiducia ciò che possono dare e non di più. In realtà, quell’immenso impero poteva essere governato solo grazie a una generazione di uomini ben preparati nei Collegi maggiori, soprattutto a Salamanca, che seppero prendere le redini dello Stato e guidare il governo dei viceré e delle Cortes generali di ogni parte dell’impero.

La leggenda nera contro il re cattolico

Non possiamo tralasciare di menzionare la “leggenda nera” su Filippo II, che in realtà mirava ad attaccare la Chiesa, poiché egli era certamente il monarca cattolico più importante dell’epoca e i suoi territori rimasero fedeli alla Chiesa cattolica, mentre altrove prevaleva lo slogan “cuius regio, eius religio”, ovvero che attaccare la Chiesa significava attaccare Filippo II. 

D'altra parte, dobbiamo ricordare che Filippo II distingueva fin troppo bene tra la Chiesa cattolica, governata dal Santo Padre e guidata dallo Spirito Santo, e il papa in quanto signore temporale e sovrano degli estesi Stati Pontifici, una questione che portò ad alleanze tanto rocambolesche quanto l’unione tra la Francia e i turchi contro Filippo II per attaccare gli Stati Vaticani.

Uno sguardo nuovo su Filippo II

Certamente, le nuove generazioni hanno già potuto conoscere Filippo II molto meglio di noi, grazie alle opere dei grandi storici modernisti americani o europei come, ad esempio, Kamen, Parker, ecc., i quali hanno sviluppato una nuova interpretazione delle fonti e hanno messo in luce molti aspetti poco conosciuti, come la tenerezza paterna verso le figlie, l’educazione accurata che impartiva loro, la sua preoccupazione di adempiere ai desideri del Santo Padre nella preparazione della battaglia di Lepanto contro i turchi, difendendo al contempo, tramite l’agente delle preghiere romano, i diritti della corona spagnola in materia di regalie

Certamente, è cambiata la falsa immagine di un monarca “martello degli eretici”, “luce di Trento”, ovvero è stata eliminata la falsa immagine di un re austero, sempre vestito a lutto, crudele e pomposo (come riflette la copertina di quest’opera che ora presentiamo), clericale e più papista del Papa. 

Concludiamo raccomandando la lettura della recente opera di Manuel Rivero Rodríguez su Filippo II, per prepararci a questo centenario, sperando che produca tanti frutti quanti ne ha prodotti il centenario della sua morte.

Felipe II

Autore: Manuel Rivero Rodríguez
EditorialeAlianza editoriale
Pagine: 347
Anno di pubblicazione: 2026, Madrid
TribunaLucas Buch

La vocazione divina e la libertà

L'apparente contraddizione tra il piano di Dio e la libertà umana si risolve quando si comprende che la vocazione non è un'imposizione esterna, ma un progetto di vita che si scopre e si abbraccia liberamente attraverso un rapporto intimo di amore e amicizia personale con Lui.

6 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Di recente mi sono imbattuto in una frase di Giovanni Paolo II che ha nuovamente attirato la mia attenzione: “Nella vocazione risplendono al tempo stesso l’amore gratuito di Dio e l’esaltazione della libertà dell’uomo”. Come è possibile conciliare l’esistenza di un piano divino (la vocazione) con la libertà – l’esaltazione della libertà! – dell’uomo?

Una corrente di pensiero, che negli ultimi anni ha registrato una certa diffusione, sostiene che la volontà di Dio consista nell’aver creato l’essere umano libero. Dio ti ama e ti vuole libero: la tua vocazione si riassume nel modo in cui decidi di rispondere liberamente all’amore di Dio. In questo processo, l’unica determinazione è quella che deriva dai talenti personali e dalle condizioni di ciascuno, cosa che è, in ultima analisi, accidentale. Per il resto, è la creatività generosa a plasmare la chiamata. 

Questa visione è incoraggiante e aiuta a mettere in luce le potenzialità della nostra libertà, ma presenta anche alcune difficoltà. Me ne sono reso conto leggendo il libro Nelle tue mani, Padre, del carmelitano belga Wilfrid Stinissen. Il libro si articola in tre fasi: “Accettare la volontà di Dio”, “Obbedire alla volontà di Dio” e “Essere strumento di Dio”. Nella seconda, l’autore riprende l’idea che “La volontà di Dio non è scritta da nessuna parte in cielo. Poiché Dio ci ha dato il libero arbitrio, vuole anche che lo usiamo. Purché non violiamo espressamente la volontà manifesta di Dio e le leggi della Chiesa, possiamo decidere da soli cosa vogliamo fare”.

Era il modo in cui un professore di filosofia spiegava il disegno di Dio per ciascuno di noi. Anni dopo, lo stesso autore chiese “A un caro amico chiesi se Dio volesse qualcosa in ogni momento, anche nelle cose più piccole. La risposta fu immediata: ‘Certo, altrimenti l’obbedienza non avrebbe senso’”. Sembra una affermazione forte, ma è facile da comprendere: se non c’è una volontà determinata, non è possibile parlare di obbedienza. E, in effetti, se Dio non avesse avuto un disegno per Maria, difficilmente lei avrebbe deciso di diventare Madre del Messia (e tanto meno ci sarebbe riuscita solo grazie alla sua generosità…). Anche Gesù aveva ben chiaro ciò che il Padre gli chiedeva in ogni momento – e proprio nel farlo consisteva il suo nutrimento. 

Se Dio ha un piano prestabilito, la libertà si riduce a dire "sì" a ciò che Dio stabilisce? Il Sinodo dei Vescovi del 2018, dedicato ai giovani e alla vocazione, sottolineava la necessità di riflettere su tale relazione evitando ogni determinismo e tutto il resto estrinsecismo: “La vocazione non è né un copione già scritto che l’essere umano dovrebbe semplicemente recitare, né un’improvvisazione teatrale senza schema”. 

Ciò che Stinissen ci aiuta a comprendere è che è possibile percorrere la via della volontà di Dio – una volontà ben precisa – partendo da un’esperienza di profonda libertà. È così che la vivono i santi e le sante di ogni epoca. Forse è proprio questo il punto decisivo: per chi si concepisce ancora come un individuo distinto da Dio, è impossibile che la Sua volontà non appaia come un’imposizione, per quanto lieve possa essere. Lo si può incoraggiare a confidare in Dio, che lo ha creato libero; e gli si può far capire che la volontà divina non è altro che la sua stessa felicità, e che Dio lo ha creato libero per mettere in gioco quella capacità radicale… Ma tutto ciò non basta a convincere qualcuno che vede Dio come un estraneo. 

La vocazione divina si comprende e si vive in piena libertà solo attraverso il rapporto personale con Dio. La Sua volontà può essere un cammino di libertà, nella misura in cui la propria vita si concepisce a partire dalla comunione con Lui. In questo modo, l’amore vissuto illumina la realtà: l'amore è conoscenza in sé, secondo la famosa frase di San Gregorio Magno, l'amore stesso è conoscenza. L’amore vissuto permette di comprendere la vocazione in un modo che prima risultava incomprensibile. Riccardo di San Vittore lo espresse così: ubi amor, ibi oculus -«Dove c’è amore», si potrebbe tradurre-, si apre la capacità di vedere ciò che prima era nascosto. 

Così, chi è unito a Dio dall’amore vive la vocazione come un invito alla piena libertà. Chi invece non vive quell’amore non è in grado di comprenderla. In poche parole, il fenomeno della vocazione si comprende appieno solo dall’unione con Dio, nell’unione con Lui. 

Se è così, piuttosto che cercare di spiegare il fenomeno vocazionale partendo dal rapporto tra obbedienza e libertà, bisognerebbe farlo partendo dalla coppia comunione-chiamata. Leone XIV lo ha sottolineato di recente, rispondendo alle domande del piccolo Renzo a Barcellona: “Più che chiedersi se si diventerà sacerdote, medico, insegnante, padre di famiglia o qualsiasi altra cosa, è importante chiedersi se si vuole essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dona gioia, ci rende liberi e ci aiuta a scoprire, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno di noi»”. Per chi è amico di qualcuno, l’idea di condividere un progetto con lui non rappresenta un’esigenza estrinseca, ma qualcosa che è proprio come la vita stessa. Per chi vive l’amicizia con Cristo, le sue proposte sono più proprie dei suoi stessi desideri. E nel rispondere a quella chiamata, metterà in gioco tutta la sua libertà, al tempo stesso obbediente e creativa.

L'autoreLucas Buch

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Evangelizzazione

9 frasi di Santa Teresa di Calcutta rivolte al mondo

Il 5 settembre la Chiesa celebra santa Teresa di Calcutta, che tanti chiamavano Madre Teresa e che era così amata. Qui sono raccolti 9 messaggi che ci ha lasciato durante il suo cammino terreno, e un aneddoto alla fine che spiega i suoi inizi in India.

Francisco Otamendi-5 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Chi non ha conosciuto, o non ha un parente o un amico, che ha trascorso qualche settimana, o un anno, in India con le Missionarie della Carità, dando una mano nell'intenso lavoro svolto dalle figlie spirituali di Madre Teresa di Calcutta?

“Oggi la Chiesa cattolica celebra la memoria di santa Teresa di Calcutta, suora di origine albanese che, con il suo ”sì” ai disegni del Signore, è stata capace di portare l’Amore di Dio ai più poveri tra i poveri in oltre 130 paesi. Ovvero, in ogni angolo del pianeta. Ciò che è impossibile per l’uomo è possibile per Dio», scritto L'anno scorso su Omnes, proprio in questa stessa data, Fernando Gutiérrez, missionario laico e fondatore della Mary's Children Mission.

E aggiungeva: “Durante i quindici mesi in cui ho vissuto a Calcutta, c’è stata una cosa che ha attirato fortemente la mia attenzione. Il luogo in cui ebbe inizio questa grande opera di carità, che Dio ha compiuto per mezzo di Madre Teresa nell’umile quartiere di Motijheel, è ancora oggi una zona a maggioranza musulmana in cui persiste, inoltre, molta povertà, sia materiale che spirituale. E spesso, passeggiando per le sue strade, pensavo: se fossi cresciuto a Calcutta con una santa così vicina a me, mi sarei convertito già da tempo e la mia fede sarebbe ormai grande quasi quanto quel granello di senape”.

Il carisma di Madre Teresa: dedizione totale, anima e corpo

Le Missionarie della Carità hanno pubblicato sul loro sito web il carisma della sua fondatrice, che sono state riportate, in tono quasi colloquiale, anche in questo modo:

“L’obiettivo delle Suore Missionarie della Carità è quello di dedicarsi anima e corpo, ed esclusivamente, al benessere materiale e spirituale di tutte le persone indifese, dei poveri indifesi, dei bambini abbandonati, dei malati senza assistenza, dei lebbrosi e dei mendicanti bisognosi; in sintesi, tutti quegli sfortunati che, sia per propria negligenza sia per mancanza di interesse pubblico, sono costretti a vagare per la vita senza aiuto né speranza”.

Alcuni dei suoi messaggi

Ecco alcuni dei messaggi della santa, necessariamente in forma di estratti, che in questa ricorrenza possono essere adatti alla meditazione davanti al Signore. In sintesi, la santa diceva questo:

“Il frutto del silenzio è la preghiera. Il frutto della preghiera è la fede. Il frutto della fede è l’amore. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace”.

“La religione è un’opera d’amore, non deve dividerci né distruggere la pace e l’unità”

1.- ”La religione deve essere un’opera d’amore. Pertanto, non deve dividerci né distruggere la pace e l’unità. Usiamo la religione per aiutarci a essere un unico cuore pieno d’amore nel cuore di Dio. Amandoci gli uni gli altri, realizzeremo lo scopo della nostra creazione: amare ed essere amati».

2.- “Tutti siamo capaci di fare il bene e il male. Non nasciamo cattivi. Tutti abbiamo qualcosa di buono dentro di noi. Alcuni lo nascondono, altri lo trascurano, ma c’è. Dio ci ha creati per amare ed essere amati… siamo tutti suoi figli, che siamo indù, musulmani o cristiani”.

Santa Teresa di Calcutta @OSV.

“Siamo figli di Dio, creati per amare ed essere amati”

3.- “Siamo tutti figli di Dio e siamo stati creati per grandi cose: amare ed essere amati. Dio ama ciascuno di noi con un amore eterno; siamo preziosi per Lui. Pertanto, nulla dovrebbe separarci. La religione è un dono di Dio e ha lo scopo di aiutarci a essere un unico cuore pieno d’amore. Dio è nostro Padre e siamo tutti suoi figli; siamo tutti fratelli e sorelle. Che non vi sia alcuna distinzione di razza, colore o credo”.

4.- “Siamo stati inviati per unire sotto un unico Spirito tutte le persone, indipendentemente dalla loro nazione, razza o cultura. Sotto quale spirito? Lo spirito dell’amore! Siamo stati inviati a unire tutti sotto lo spirito dell’amore: a unire tutti gli uomini di diverse religioni: indù, musulmani e persone di diverse caste, colori o culture. Siamo stati chiamati a testimoniare la realtà della fratellanza di tutti i popoli, in cui la pienezza della legge è l’amore».

“Non usiamo la religione per dividerci”

5.- Non usiamo la religione per dividerci. In tutti i libri sacri vediamo come Dio ci chiami all’amore. Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri, lo facciamo per Lui, perché Dio è nostro Padre. La religione è un’opera d’amore, non serve a distruggere la pace e l’unità.

6.- “Alcuni lo chiamano Ishwar, altri Allah, altri semplicemente Dio, ma tutti dobbiamo riconoscere che Lui ci ha creati per grandi cose: per amare ed essere amati. Ciò che conta è che amiamo. Non possiamo amare senza pregare, quindi, qualunque sia la nostra religione, dobbiamo pregare…”

“Il nostro lavoro non mira alla conversione, ma ad avvicinare le persone a Dio attraverso le nostre opere di carità”

7.- “Il nostro lavoro in India e altrove non ha come obiettivo la conversione, ma avvicinare le persone, specialmente quelle più bisognose, a Dio attraverso le nostre opere di carità”. “Se, trovandoci faccia a faccia con Dio, lo accogliamo nella nostra vita, allora ci stiamo convertendo”. “La conversione migliore è far sì che le persone si amino le une le altre. Quando si amano, si avvicinano di più a Dio”. E da dove si comincia? Pregando insieme. Preghiamo per portare la preghiera nella nostra famiglia. 

“Un sorriso è l’inizio dell’amore”

8.- “Incontriamoci sempre con un sorriso… perché un sorriso è l’inizio dell’amore”. Siate gentili e misericordiosi. Che nessuno vi si avvicini senza andarsene migliore, più felice. Siate l’espressione viva della bontà di Dio: bontà sul vostro volto, bontà nei vostri occhi, bontà nel vostro sorriso, bontà nel vostro caloroso saluto.

9.- “Sorelle e fratelli di tutto il mondo, in ogni paese, cerchiamo di offrire lo stesso amore e la stessa cura, a prescindere dalla religione, dalla casta o dal colore della pelle. Cerchiamo di essere al servizio dei figli di Dio, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. E credo che questo sia stato un altro meraviglioso dono di Dio, che ci ha dato l’opportunità di servirLo”.

Fotografia inclusa nel servizio ‘La Misericordia e Madre Teresa’, a firma di Brian Kolodiejchuk, pubblicato sulla rivista *Palabra* nel 2016.

Un aneddoto decisivo: la prima donna che raccolse

Santa Teresa di Calcutta racconta che “la prima donna che ho visto l’ho raccolta io stesso dalla strada. Era quasi divorata dai topi e dalle formiche. L’ho portata in ospedale, ma non hanno potuto fare nulla per lei. L’hanno ricoverata solo perché mi sono rifiutato di andarmene finché non l’avessero accolta». 

Da lì mi sono recato al municipio e ho chiesto loro un posto dove poter portare queste persone, perché proprio quel giorno ne avevo trovate altre che stavano morendo per strada”.

“Il funzionario sanitario del Comune mi portò al tempio, il Tempio di Kali, e mi mostrò il Darmashalah, dove la gente era solita riposarsi dopo aver pregato la dea Kali. Era un edificio vuoto; mi chiese se fossi disposto ad accettarlo. Ero davvero felice di poter avere quel luogo per molte ragioni, ma soprattutto sapendo che era un centro di culto e devozione per gli indù. 

Nel giro di ventiquattro ore avevamo già portato lì i nostri pazienti e abbiamo iniziato a lavorare nella casa di cura per malati e moribondi indigenti. Da allora, abbiamo raccolto più di ventitremila persone dalle strade di Calcutta, delle quali circa il cinquanta per cento è deceduto”.

Assoluzione in un tribunale indiano

Quest'anno la congregazione ha vissuto un momento di grande gioia. In un sentenza storica che pone fine a una battaglia legale durata otto anni, il Tribunale civile di Ranchi (capitale dello Jharkhand) ha assolto una suora delle Missionarie della Carità, rimasta in carcere per oltre un anno, e altre due persone, accusate di traffico di minori nel 2018. Suor Mary Prema, all’epoca superiora, ha denunciato i “miti diffusi, le informazioni distorte e le notizie false” che sono state pubblicate.

Monsignor Theodore Mascarenhas, ex segretario generale della Conferenza Episcopale Cattolica dell’India (CBCI) e vescovo di Daltonganj, ha definito la sentenza “un trionfo della verità, della perseveranza e della fede”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Cinema

Un rapimento sotto gli occhi di un bambino

In un Messico segnato dalla povertà, un bambino scopre l’oscuro segreto che gli adulti che lo circondano nascondono e dovrà affrontare il risveglio del male senza perdere la propria innocenza.

Pablo Úrbez-5 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Messico, 1986. Durante i mondiali di calcio, il piccolo Miguel e sua sorella María giocano con i bambini di altre famiglie nella tenuta Esmeralda, una piantagione di caffè un tempo fiorente. Gli adulti, che vedono litigare continuamente, si sforzano di risollevare le sorti economiche della famiglia e di strappare i propri figli alla miseria. Un giorno, Miguel scopre Felipe, un bambino rapito, nascosto nel ripostiglio di una casa abbandonata.

Miniserie in sei episodi prodotta da Netflix, tratta dal romanzo Io non ho paura dello scrittore italiano Niccolò Ammaniti. Nel 2003 era già stata trasposta sul grande schermo con lo stesso titolo, in un film diretto da Gabriele Salvatore. Se sia nel romanzo che in quel lungometraggio la trama era ambientata nell’Italia del 1978, l’adattamento al Messico del 1986 è davvero meritevole. I registi mantengono una netta distinzione tra il mondo infantile, caratterizzato da innocenza, onestà e sincerità, e il mondo degli adulti, pieno di egoismo e meschinità. La miniserie descrive il risveglio di questi bambini alla malvagità, ai quale reagiscono in modo davvero virtuoso.

Non ho paura ha molto in comune con i classici per ragazzi come I Goonies, E.T. o la recente Stranger Things, che racconta avventure in cui vengono esaltati l’eroismo e il valore dell’amicizia. Ma, al contempo, descrive anche situazioni cupe che sfiorano il terrore, con un tono di thriller sia nelle indagini sul caso che nell’angoscia vissuta dal bambino rapito. La piantagione di caffè ormai in declino, circondata da vaste foreste nebbiosose e dove è facile perdersi, offre una cornice ideale per lo svolgersi dell’azione, ed è proprio qui che risiede lo sforzo dell’adattamento. Inoltre, lo svolgimento della vicenda durante i Mondiali di calcio mette in luce i sogni e l’innocenza infantile nel seguire con emozione le partite, mentre anche il Paese intero è con gli occhi puntati sull’evento, e i rapitori mettono in atto il loro piano malvagio.

I sei episodi sono strutturati molto bene, con salti temporali ben definiti che offrono allo spettatore una visione d’insieme completa del rapimento. Le interpretazioni, specialmente quelle dei bambini, risultano molto convincenti. Tuttavia, come nota negativa, forse avrebbe potuto chiarire tutti i punti in sospeso nel finale, invece di lasciare così tante domande in sospeso, oltre a mostrare in che situazione si ritrovi ciascun personaggio alla fine.

Serie

Titolo: Non ho paura
Indirizzo: Ernesto Contreras, Alba Gil, Alejandro Zuno
Distribuzione: Luis Alberti, Fátima Molina, Humberto Busto
Piattaforma: Netflix
Paese: Messico

L'autorePablo Úrbez

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Magia

Vogliamo ciò che dovremmo voler; studiamo la facoltà che dovremmo studiare, e così passano i nostri giorni.

5 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Una delle mie canzoni preferite si intitola “Una vita meravigliosa”, di Black, e dice che c’è magia ovunque si guardi. Ci sono persone che vivono senza rendersene conto.

Facevo volontariato in un ospedale. Una mattina mi trovavo accanto al letto di una signora di circa settant’anni che si lamentava della propria vita, non di quella presente, ma di quella passata. Costretta a letto, ripercorreva i propri ricordi e, senza rendersene conto, esprimeva le proprie lamentele ad alta voce, in modo che tutti potessero sentirle.

Mi ha colpito profondamente e, allo stesso tempo, mi ha pervaso un grande senso di tristezza, poiché nulla di ciò che rimpiangeva aveva una soluzione. Diceva di aver trascorso tutta la sua vita in piedi, dietro il bancone di una tabaccheria, lavorando più del dovuto.

La donna aveva la sensazione di aver vissuto poco o di non aver preso certe decisioni (come diceva santa Teresa d’Avila). Un giorno se ne rese conto: si svegliò, vide, capì che la vita è una sola, ma, trascinata dall’inerzia, aveva fatto ciò che doveva fare, lasciandosi trasportare dalla corrente. Perché non se ne era resa conto prima?

Nel nostro vita Non sempre ci sono grandi drammi o crisi; a volte è solo la sensazione di esserci, ma senza esserci del tutto. Vogliamo ciò che dovremmo voler; studiamo la facoltà che dovremmo studiare, e così passano i nostri giorni.

Seguiamo il ritmo della vita, che ci trascina perché è ciò che ci si aspetta da noi. Questa inerzia ci porta a rimandare ciò che ci sta davvero a cuore, perché crediamo che non sia il momento giusto per affrontarlo.

È un’esistenza inautentica, inadeguata, in cui ci si dimentica di sé stessi. Non perché sia necessariamente sbagliata, ma perché non ci siamo fermati a riflettere se vorremmo qualcosa di più dalla nostra vita. Quando viviamo così, non viviamo la nostra vita: semplicemente la trascorriamo, perdendo i momenti di magia.

Attualità

È venuto a mancare Pedro Rodríguez García, fondatore e primo direttore della rivista “Palabra”

Teologo e docente presso l'Università di Navarra, fondò Parola nel 1965 e ha intrapreso una lunga carriera accademica e di ricerca legata alla Chiesa e al Concilio Vaticano II. Ha curato le edizioni critico-storiche di Camino e di Santo Rosario, di san Josemaría Escrivá, al quale nel 1967 rilasciò una storica intervista.

Redazione Omnes-4 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Pedro Rodríguez García, sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, teologo e professore ordinario emerito dell’Università di Navarra, è deceduto all’età di 93 anni. Rodríguez è stato il fondatore e primo direttore della rivista Parola, pubblicazione che è all’origine della l'attuale rivista Omnes e della casa editrice Ediciones Palabra.

Nato a Cartagena nel 1933, Pedro Rodríguez ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e ha frequentato i corsi di dottorato presso l’Università Complutense di Madrid. Tra il 1956 e il 1959 risiedette a Roma, dove conseguì la laurea e il dottorato in Sacra Teologia presso l’Università Lateranense. In quegli anni conviveva quotidianamente con san Josemaría Escrivá. Fu ordinato sacerdote nel 1958 e incardinato nella Prelatura dell’Opus Dei.

Al suo ritorno a Madrid, nel 1959, si dedicò all’insegnamento della teologia presso il «Studium Generale» dell’Opus Dei e all’opera pastorale negli ambienti universitari. In quegli anni partecipò anche, insieme ai professori Alfredo García Suárez e José María Casciaro, all’avvio della Biblioteca di teologia grazie all’Università di Navarra, che intendeva promuovere il rinnovamento teologico nel contesto del Concilio Vaticano II.

Fondatore di Palabra

Nel settembre del 1965, all’inizio dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II, Pedro Rodríguez fondò e assunse la direzione della rivista Parola per quattro anni. La rivista nacque come periodico mensile di analisi pastorale e teologica rivolto in particolare ai sacerdoti della Spagna e dell’America iberoamericana, con l’obiettivo di favorire l’accoglienza e l’applicazione degli insegnamenti del Concilio.

Con il passare degli anni, Parola ha ampliato i propri orizzonti fino a diventare un’importante rivista di informazione cristiana. La pubblicazione è stata inoltre all’origine della casa editrice Ediciones Palabra, che da allora ha svolto un’ampia attività di diffusione di libri di contenuto cristiano.

L'intervista a san Josemaría

Uno degli episodi più significativi del suo mandato alla guida di Parola è stata la Intervista a san Josemaría Escrivá pubblicata nell'ottobre del 1967. Pedro Rodríguez ha partecipato alla stesura del questionario, composto alla fine da 21 domande, riguardanti la Chiesa, il Concilio Vaticano II, il laicato e la vita cristiana.

L'intervista, con san Josemaría in copertina, fu presentata dallo stesso Rodríguez e in seguito costituì il primo capitolo di Conversazioni con monsignor Escrivá de Balaguer.

Un'ampia opera teologica

Dottore in Teologia e in Giurisprudenza, l’attività didattica e di ricerca di Pedro Rodríguez si è concentrata in particolare sull’ecclesiologia, con un’attenzione speciale alla sua dimensione ecumenica e spirituale. Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi lavori di ricerca e edizioni di fonti.

Tra le sue opere spiccano Chiesa ed ecumenismo, Ecclesiologia. 30 anni dopo la «Lumen Gentium», in cui propone una riflessione sull’evoluzione dell’ecclesiologia a partire da una delle costituzioni fondamentali del Concilio Vaticano II, e Il Catechismo Romano di fronte a Filippo II e all’Inquisizione spagnola. Ha inoltre curato le edizioni critico-storiche di Camino e di Santo Rosario, di san Josemaría Escrivá, in cui ha svolto un rigoroso lavoro di studio e di contestualizzazione storica su due delle sue opere più note.

Una lunga carriera accademica

Pedro Rodríguez è stato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra dal 1974 e professore emerito dal 2003. Nel corso della sua carriera accademica ha ricoperto, tra le altre cariche, quelle di decano della Facoltà di Teologia, direttore degli Studi, direttore della Ricerca e direttore del Dipartimento di Ecclesiologia. Ha inoltre diretto Scripta Theologica, rivista di ricerca teologica dell'Università di Navarra.

La sua attività didattica e di ricerca si è concentrata in particolare sull’ecclesiologia, la teologia ecumenica, la storia della teologia e la ricezione del Concilio Vaticano II, nonché sulla teologia e la spiritualità di san Josemaría Escrivá. È stato inoltre nominato esperto da san Giovanni Paolo II per il Sinodo dei Vescovi per l’Europa del 1999 e ha presieduto la delegazione della Prelatura dell’Opus Dei alla III Assemblea Ecumenica Europea, tenutasi a Sibiu (Romania) nel 2007.

Tra i riconoscimenti ricevuti figurano l’appartenenza alla Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, alla quale è stato ammesso nel 1980, e la nomina a membro effettivo della Reale Accademia dei Dottori di Spagna nel 2006. Giovanni Paolo II gli ha inoltre conferito il titolo di Prelato d’Onore di Sua Santità.

Cultura

La vita di fede di Dolly Parton

Le quasi 1000 canzoni che Dolly Parton ha registrato nel corso della sua lunga carriera hanno abbracciato una vasta gamma di temi. Scomparsa all’età di 80 anni a causa di un tumore il 25 agosto nella sua casa di Nashville, nel Tennessee, ha dedicato la sua vita all’approfondimento degli insegnamenti biblici, e la sua fede è stata fonte di ispirazione per milioni di persone.

OSV / Omnes-4 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

– Kurt Jensen, OSV News

Nelle sue mille canzoni, Dolly Parton (1946-2026) non solo ha affrontato l’umiliazione della povertà, le vessazioni in un lavoro senza prospettive e le rivalità amorose, ma si è anche sentita a proprio agio con brani esplicitamente cristiani come “He’s Alive” del 1989 e “There Was Jesus”, pubblicato 30 anni dopo.

In effetti, la fede di Parton si è manifestata in modi concreti che hanno portato benefici a milioni di persone in tutto il mondo.

Sfacciata e stravagante sul palco, nella vita privata era discreta e equilibrata, e mai moralista. Preferiva dare l’esempio, investendo la sua ricchezza e la sua fama in opere filantropiche, con particolare attenzione ai più vulnerabili.

Amore per il prossimo fin dai primi anni di vita

Già da bambina, Parton — la quarta di dodici fratelli — sapeva per esperienza diretta come l’analfabetismo potesse far sprofondare le persone nella miseria. Poiché suo padre, Robert, un contadino del Tennessee orientale, non sapeva né leggere né scrivere, le sue opportunità lavorative erano molto limitate.

Ma Parton sapeva anche che il problema dell’analfabetismo poteva essere mitigato fin dalla più tenera età. Con questo obiettivo in mente, nel 1995 ha fondato Imagination Library, un’organizzazione che invia libri gratuiti e adatti all’età dei bambini di età inferiore ai 5 anni. Con un successo clamoroso sin dal suo esordio, Imagination Library aiuta attualmente 3 milioni di bambini ogni mese.

Un’altra difficoltà che ha segnato la giovinezza di Parton è stata la paura diffusa di contrarre la poliomielite. Nel 2020, quando la pandemia di COVID-19 ha iniziato a seminare un terrore simile in tutto il mondo, le è stato chiesto aiuto e, con discrezione, si è messa all’opera.

Senza fare troppo clamore, la Parton ha donato un milione di dollari alla ricerca sui vaccini presso il Centro medico dell’Università di Vanderbilt. Il suo amico, il dottor Naji Abumrad, le ha detto che un vaccino potrebbe essere ormai vicino. Il suo contributo ha dato vita al Fondo di ricerca Covid-19 Dolly Parton, che è stato fondamentale per lo sviluppo del vaccino Moderna.

Successo unanime

Parton stava già consolidando da tempo la sua carriera nella musica country quando, nel 1977, fece un grande balzo in avanti con “Here You Come Again”, che divenne il suo primo successo pop. Grazie a questo, divenne una figura di rilievo nazionale e la sua fama non è mai venuta meno.

Tre anni dopo, Parton fece il salto sul grande schermo recitando al fianco di Jane Fonda e Lily Tomlin nella popolare commedia ambientata in ufficio “9 to 5”. Il trio interpretava delle segretarie oppresse dalla tirannia di un capo lascivo (Dabney Coleman). Parton compose e incise la colonna sonora del film, che riscosse anch’essa un grande successo.

Dollywood, un parco a tema situato a Pigeon Forge, la sua città natale, è stato un altro dei progetti di successo di Parton. Ha dato un notevole impulso all’economia locale in una zona che molti avrebbero considerato troppo remota per ospitare una struttura ricreativa di tale portata.

Lezioni spirituali

La predilezione di Parton per i temi spirituali, così come la sua tendenza a prendere direzioni inaspettate, è stata una costante. 

Nel 2012 ha recitato al fianco di Queen Latifah nel film ‘Joyful Noise’, che racconta la rivalità tra due membri del coro di una chiesa in un piccolo paese della Georgia.

Nove anni dopo, la Parton ha ricevuto un premio Christopher per il suo speciale natalizio del 2020, ‘Christmas on the Square’, un adattamento moderno del racconto breve di Charles Dickens del 1843, «A Christmas Carol». In quella che sarebbe stata la sua ultima interpretazione, Parton ha interpretato, come c’era da aspettarsi, un angelo adornato di strass.

In un articolo pubblicato a gennaio in occasione dell‘80° compleanno di Parton, Rita Buettner, editorialista della Catholic Review — l’organo di stampa dell’Arcidiocesi di Baltimora —, ha descritto la sua reazione alla recente nuova registrazione della canzone di Parton del 1977, ’Light of a Clear Blue Morning».

“Sono rimasta colpita dalla bellezza di questo regalo di Dolly. È una canzone di speranza, conforto e forza in un momento in cui tutti ne abbiamo particolarmente bisogno. È anche una canzone di fede”.

Fede nell'umanità, fede in Dio

Buettner ha continuato elogiando il modo in cui Parton “vive e dimostra chiaramente la propria fede. Ha fede nell’umanità, fede in uno scopo superiore, fede in Dio, fede nel futuro. So che Dolly non è cattolica. Ma siamo cristiani, siamo credenti e entrambi cerchiamo di vivere ogni giorno facendo un passo in più verso il cielo, o almeno così speriamo”.

“Non sempre lo dice apertamente”, ha proseguito Buettner. “Non ha bisogno di farlo. Lo trasmette attraverso la sua musica, utilizzando i doni che Dio gli ha concesso per regalare al mondo un po” più di luce, un po’ più di bellezza, un po’ più di gioia».

“Le canzoni di Dolly aiutano gli altri a sentirsi meno soli”, ha concluso Buettner. “Ci accompagnano nel viaggio della vita, per farci capire che non siamo gli unici a provare tristezza, difficoltà, momenti bui o amore”.

Oltre 50 anni di matrimonio

Molti ricordano, a questo proposito, “Islands In the Stream” (con Kenny Rogers), il cui messaggio centrale è l’amore come legame profondo, con la convinzione che insieme si possa superare qualsiasi cosa. Dolly Rebecca Parton sposò Carl Thomas Dean nel 1966 e una volta disse scherzosamente che Dean l’aveva vista esibirsi solo una volta. Alludeva al suo lato romantico, raccontando che lui faceva cose spontanee per sorprenderla, come scriverle poesie. 

Parton ha dichiarato nel 2011: “Siamo davvero molto orgogliosi di il nostro matrimonio. ”È il primo per entrambi. E l’ultimo». Il 6 maggio 2016, Parton ha annunciato che lei e Dean avrebbero rinnovato i voti nuziali in occasione del loro 50° anniversario di matrimonio. Il 3 marzo 2025, Parton ha annunciato sui social media che Dean era morto nella sua casa di Nashville all’età di 82 anni.

“I Will Always Love You”

Un fatto forse meno noto è che Dolly Parton scrisse “I Will Always Love You” nel 1973 e la registrò originariamente nel 1974. Successivamente, la versione che la rese famosa fu quella di Whitney Houston, pubblicata nel 1992 per la colonna sonora del film ‘La guardia del corpo’, in cui Houston ha recitato al fianco di Kevin Costner.

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– Kurt Jensen è un critico ospite di OSV News.

– Questo articolo è stato pubblicato originariamente su OSV News ed è disponibile qui qui.

L'autoreOSV / Omnes

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Vuoi diventare Papa? 

Leone XIV ricorda che la vita cristiana consiste nel scoprire la chiamata di Dio e nel rispondervi liberamente, accogliendo il sogno che il Signore ha per ogni persona.

4 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

“Mi chiedi se da bambino volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma una cosa te la posso dire: fin da piccolo ho sentito il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora bene come né dove mi avrebbe condotto il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quella strada passava attraverso l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio”. Queste parole di Leone XIV si inseriscono in uno dei momenti più emozionanti vissuti durante il viaggio apostolico del Pontefice in Spagna lo scorso giugno. 

La domanda innocente e tenera di Renzo, quel bambino proveniente da una famiglia in difficoltà, nascondeva nella semplicità con cui era formulata la questione fondamentale per ogni cristiano. 

Dio non chiede a ciascuno di noi se vogliamo diventare Papa (meno male!), ma c’è una domanda che pone a tutti noi, ogni giorno della nostra vita: “Vuoi diventare un santo?” 

E, giorno dopo giorno, reagiamo, con più o meno successo. 

Questa è la vita cristiana. 

Di recente ho letto che il discepolo è colui che cambia le proprie abitudini, i propri orari… per stare più vicino a Cristo. 

Il discepolo lascia le reti; non perché le abbandoni, condannandole all’oblio e ai topi, ma perché mette quelle reti al servizio della missione. 

Pietro non abbandonò la barca. Abbandonò la sua decisione riguardo ad essa, la sua dipendenza da essa e, affidandola nelle mani di Cristo, ne fece la Chiesa. 

No, Dio non ci chiede se vogliamo conoscere il fine ultimo della nostra vita, né le vicissitudini che dovremo affrontare nel corso di essa – forse perché conosce le conseguenze degli infarti miocardici. Ci chiede se vogliamo collaborare, liberamente, al suo progetto, per realizzare il sogno di Dio di cui parlava Leone XIV a Renzo, quello che il Creatore nutre e custodisce per ciascuno di noi. 

Dare vita alla risposta positiva a quella chiamata è ciò che definisce la nostra felicità, che è sempre condivisa. 

Un pensatore e scrittore spagnolo sostiene che l’essere umano abbia un unico momento cruciale nella propria vita: quello in cui si rende conto di chi è. Non di cosa è o di cosa fa. Ma di chi è.

Che chi è è il contenuto di quella “piccola pietra bianca” in cui si trova “un nome nuovo, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve” (Apocalisse 2, 17). 

Il nome-pensiero di Dio, il sogno divino che ci ha dato la vita e che racchiude tutta la nostra felicità.

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Spagna

L’Opus Dei prende posizione sul caso Torreciudad: «Una divergenza giuridica non può trasformarsi in un’accusa offensiva»

La prelatura deplora l’accusa di "trattenimento" della Vergine di Torreciudad e ribadisce la propria fiducia nell’operato del commissario pontificio.

Maria José Atienza-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In occasione dell’ultima puntata della «serie» su Torreciudad, con il comunicato diffuso il 31 agosto scorso dal vescovo della diocesi di Barbastro Monzón, Ángel Pérez Pueyo, il L'Opus Dei ha reso nota la propria posizione in merito a questa controversia e ricorda alcuni punti chiave per comprendere un processo difficile in cui si scontrano due posizioni che sembrano non riuscire a trovare un accordo.

Infatti, nel comunicato in occasione della celebrazione della 47ªPellegrinaggio delle Vergini di Ribagorza e Sobrarbe presso l’eremo-santuario di Torreciudad, mons. Ángel Pérez Pueyo ha definito illegittima una «presunta» trattenuta dell’immagine originale di Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad da parte dell’Opus Dei; ha messo in discussione l’operato del commissario pontificio e ha minacciato di dimettersi qualora la scultura non fosse stata restituita all’eremo-santuario originario (situato a pochi metri dal nuovo tempio).

La Vergine non è stata «portata via», né «separata dai suoi figli»

Il comunicato lascia intendere che la Vergine sia rimasta lontana dal suo popolo da quando, nel 1966, l’allora vescovo diocesano, mons. Jaime Flores, acconsentì al trasferimento della sede dell’immagine della Vergine (la cessione a titolo perpetuo era avvenuta nel 1962).

Questo punto è uno dei primi ad essere menzionato nel comunicato della Prelatura, in cui si sottolinea che «non è mai stato messo in discussione il fatto che la proprietà dell’immagine spetti alla diocesi. La controversia riguarda la portata e la validità dei diritti di utilizzo, custodia e collocazione stabiliti tramite accordi tra le parti».

Il comunicato è chiaro anche nel sottolineare, in particolare, la legalità, la trasparenza e la normalità dell’atto di trasferimento: «L’immagine non è stata trasferita in un altro centro abitato né allontanata da Torreciudad: è stata collocata, con autorizzazione documentata della diocesi, nella nuova chiesa costruita a pochi metri dall’eremo e all’interno dello stesso complesso devozionale.

La scultura non è mai stata sottratta clandestinamente. Sempre con l’autorizzazione del vescovo, è stata restaurata nel 1964 e nuovamente intorno al 1970, e dal 1975 presiede la pala d’altare di questo nuovo tempio, esposta pubblicamente alla venerazione di tutti i fedeli». Un punto che smentisce la versione del vescovo secondo cui l’immagine sarebbe stata «nascosta» ai fedeli della sua diocesi.

Il comunicato si mostra categorico di fronte a quella che definisce un’accusa offensiva e infondata. L’Opus Dei afferma che «è legittimo che attualmente esistano interpretazioni diverse riguardo agli effetti giuridici degli accordi. Spetta all’autorità competente risolverle. Ma una divergenza giuridica non può trasformarsi in un’accusa offensiva e infondata». 

Il ruolo dell’Opus Dei nella conoscenza e nella devozione a Torreciudad

Uno degli aspetti che il comunicato mette in evidenza è la diffusione che la devozione alla Vergine di Torreciudad ha avuto grazie all’opera svolta dall’Opus Dei con il rinnovamento del complesso, il restauro della statua della Vergine e le iniziative di promozione della devozione organizzate dal Santuario.

A questo proposito, la prelatura ricorda i lavori di restauro, adeguamento e manutenzione del complesso, che comprendono anche l’eremo-santuario originario (di proprietà della Diocesi ma ceduto in perpetuo). Tra le altre cose, si sottolinea come «il nuovo tempio consenta alle persone anziane e alle persone con disabilità di avvicinarsi alla Vergine» e si ricorda che l’eremo originario è aperto e restaurato. Infatti, si sottolinea, «le fotografie storiche mostrano lo stato materiale dell’eremo e dei suoi annessi prima dei lavori. Le immagini attuali consentono di verificare il risultato dello sforzo di restauro, conservazione e accoglienza compiuto da molte persone, compresi i fedeli della diocesi».

L'antica cappella prima del restauro e della realizzazione dell'accesso

Il commissario plenipotenziario è stato richiesto dalla diocesi

Il 9 ottobre 2024, il bollettino quotidiano della Santa Sede riportava la nomina di Mons. Alejandro Arellano Cedillo, Decano del Tribunale della Rota Romana, come «commissario pontificio plenipotenziario» per Torreciudad, ovvero un delegato del Papa che ha l’autorità di agire in suo nome in questioni specifiche.

In questo tipo di casi, il commissario dispone di pieni poteri per prendere decisioni e intraprendere azioni in ambito ecclesiastico e amministrativo. Questo tipo di commissario è nominato dal Papa e la sua funzione può comprendere sia aspetti giudiziari che esecutivi all’interno della Chiesa.

In quel momento, la diocesi non solo manifestò, insieme alla prelatura dell’Opus Dei, la propria totale fiducia nell’operato del commissario, ma, in alcune dichiarazioni rilasciate a un organo di stampa locale, Pérez Pueyo sottolineava che tale intervento della Santa Sede era avvenuto su richiesta della diocesi di Barbastra, non essendo stato possibile raggiungere un accordo soddisfacente negli incontri tenuti da entrambe le parti da quando, nel luglio 2023, erano iniziate le divergenze. Tuttavia, nell’ultimo comunicato diocesano, il vescovo manifesta il proprio disaccordo con l’operato di Arellano Cedillo.

Torreciudad si appresta ad affrontare una settimana ricca di eventi: il 5 settembre si terrà la citata processione, mentre il 12 il commissario plenipotenziario presiederà la Giornata Mariana della Famiglia, alla quale, da 33 anni, partecipano migliaia di persone provenienti da tutta la Spagna. Nel frattempo, l’Opus Dei continua ad auspicare che l’autorità competente risolva una controversia che non fa altro che generare una situazione spiacevole e triste.

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FirmeRafael Navarro-Valls

Un Papa americano: l’impronta degli Stati Uniti su Leone XIV

Il fatto che Leone XIV sia il primo Papa nato negli Stati Uniti rappresenta un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo prolungato impegno in America Latina abbiano dato forma a una leadership chiaramente universale.

3 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Qualche giorno fa, al termine del suo soggiorno estivo a Castel Gandolfo e prima di recarsi a San Marino, Leone XIV ha concesso un’importante intervista alla NBC. Gli argomenti trattati sono stati molti, anche se il Papa ha sottolineato come tratti particolarmente positivi degli Stati Uniti questi due: l’amore per la libertà e la capacità di accogliere persone di ogni provenienza ed etnia. Ma più che gli argomenti trattati, forse l’importanza particolare dell’intervista è stata quella di mettere in primo piano, per la prima volta, il Papa nordamericano. In questo senso sembra necessario cercare di spiegare cosa aggiunga al Papa il fatto di essere nato negli Stati Uniti, e cosa aggiunga agli Stati Uniti l’esistenza, per la prima volta nella storia, di un Papa con radici statunitensi. 

L’influenza americana nel pontificato di Leone XIV

Il fatto di essere nato negli Stati Uniti ha influenzato il pontificato di Leone XIV sotto diversi aspetti.

Innanzitutto, possiede una conoscenza diretta del funzionamento delle istituzioni democratiche statunitensi, della cultura politica del Paese e del ruolo che la religione riveste all’interno di una società pluralistica.

Gli Stati Uniti ospitano una delle comunità cattoliche più numerose al mondo, sebbene caratterizzate da alcune divisioni sia su questioni dottrinali che politiche. Negli ultimi anni, i cattolici statunitensi si sono trovati coinvolti in dibattiti relativi all’aborto, all’immigrazione, alla libertà religiosa, all’identità di genere, alla giustizia sociale e alla polarizzazione partitica. In questo contesto, Leone XIV ha cercato di trasmettere un'immagine di unità, ricordando che la Chiesa non può diventare uno strumento al servizio di alcuna ideologia politica. Proprio uno dei principali effetti della sua elezione è stato il rafforzamento della visibilità internazionale della Chiesa cattolica statunitense. L’elezione di Leone XIV è stata interpretata da molti fedeli statunitensi come il riconoscimento della maturità raggiunta dal cattolicesimo nel Paese. 

Tuttavia, lo stesso Papa ha sottolineato fin dall’inizio del suo pontificato che la sua responsabilità va oltre qualsiasi identità nazionale. In diverse occasioni ha precisato che il Vescovo di Roma non rappresenta gli interessi di uno Stato specifico, ma esercita un ministero universale rivolto a tutta la Chiesa cattolica.

Per quanto riguarda l’influenza esercitata sugli Stati Uniti, Leone XIV ha cercato di diventare un punto di riferimento morale piuttosto che un attore politico. I suoi interventi hanno mirato a ricordare che la democrazia richiede dialogo, rispetto delle istituzioni e ricerca del bene comune, evitando di alimentare la crescente polarizzazione che caratterizza la politica statunitense.

Il Papa e Donald Trump

Uno degli aspetti più analizzati dai media è stato il rapporto tra Leone XIV e il presidente Donald Trump. Fin dall’inizio del suo pontificato, Leone XIV ha mantenuto un atteggiamento di rispetto istituzionale nei confronti del governo statunitense, seguendo la tradizione diplomatica del Vaticano di collaborare con tutti i governi legittimamente costituiti. Tuttavia, ciò non ha impedito che sussistessero divergenze su alcune questioni di natura etica e sociale.

Le differenze più evidenti si sono manifestate in materia di politiche migratorie. Leone XIV ha ripetutamente sostenuto che i migranti debbano essere trattati con dignità e che gli Stati abbiano l'obbligo di conciliare la protezione dei propri confini con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.  

Questa posizione è pienamente in linea con la dottrina sociale della Chiesa ed è stata interpretata da numerosi analisti come una critica indiretta ad alcune delle politiche migratorie promosse da Donald Trump. Tuttavia, le divergenze tra i due non comportano una rottura istituzionale. La Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche stabili con gli Stati Uniti e continua a collaborare su questioni relative alla libertà religiosa, agli aiuti umanitari, alla difesa delle minoranze cristiane perseguitate e alla ricerca di soluzioni pacifiche a diversi conflitti internazionali.

Un Papa al di là delle etichette politiche

Per quanto riguarda i principali partiti politici statunitensi, Leone XIV ha evitato qualsiasi identificazione ideologica. Sebbene alcuni settori conservatori ritenessero che un Papa nato negli Stati Uniti potesse mostrarsi particolarmente vicino al Partito Repubblicano a causa della difesa della vita, della famiglia o della libertà religiosa, le sue prime azioni hanno dimostrato una posizione molto più complessa. Pur mantenendo la dottrina tradizionale della Chiesa sulle questioni morali, ha anche difeso con fermezza la giustizia sociale, la tutela dei lavoratori, l’accoglienza degli immigrati, la tutela dell’ambiente e la lotta alla povertà, temi che solitamente ricevono maggiore attenzione da parte del Partito Democratico. 

Da un punto di vista internazionale, l’elezione di un Papa statunitense ha avuto anche importanti ripercussioni diplomatiche. Numerosi osservatori hanno sottolineato che la sua nazionalità potrebbe rafforzare la capacità di dialogo tra il Vaticano e Washington. Tuttavia, il primo anno di pontificato dimostra che Leone XIV ha scelto di mantenere una politica estera basata sulla neutralità attiva, sulla mediazione internazionale e sulla ricerca del dialogo tra gli Stati. Il suo operato conferma che l’origine nazionale del pontefice non determina automaticamente le priorità diplomatiche della Santa Sede. 

In definitiva, Leone XIV rappresenta una figura singolare nella storia contemporanea della Chiesa cattolica. Il fatto che sia il primo Papa nato negli Stati Uniti costituisce un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo lungo operato in America Latina abbiano plasmato una leadership chiaramente universale. Piuttosto che agire come rappresentante degli interessi statunitensi, Leone XIV ha cercato di consolidare un papato orientato al dialogo, alla pace, alla giustizia sociale e alla promozione della dignità umana, riaffermando il carattere globale del ministero petrino in un contesto internazionale caratterizzato dalla polarizzazione politica e da profonde sfide sociali.

L'autoreRafael Navarro-Valls

Professore emerito dell’Università Complutense e presidente onorario dell’Unione Internazionale Iberoamericana di Giurisprudenza.

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Vangelo

Il debito dell’amore: la correzione fraterna. XXIII domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXIII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 6 settembre 2026.

Vitus Ntube-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La seconda lettura ci offre la chiave per comprendere sia la prima lettura che il Vangelo. È come il dorso di un libro, che tiene unite le diverse pagine della liturgia odierna in un unico messaggio. San Paolo scrive: “Non dovete nulla a nessuno, se non l'amore reciproco; perché chi ama ha adempiuto al resto della legge".

Abbiamo tutti il dovere di amarci gli uni gli altri. L’amore assume molte forme, e le letture di oggi ci invitano ad abbracciare una delle sue espressioni più impegnative e belle: la correzione fraterna. Amiamo gli altri non solo incoraggiandoli e servendoli, ma anche aiutandoli a crescere nella santità, a superare i propri difetti e a lasciarsi alle spalle tutto ciò che li separa da Dio.

La vita cristiana non è fatta per essere vissuta in isolamento. Dio ci ha resi responsabili gli uni degli altri. Ognuno di noi ha delle debolezze e dei punti ciechi che spesso ci risulta difficile riconoscere da soli. Per autentica carità, Dio mette nella nostra vita altre persone per aiutarci a perseverare sulla via della virtù.

Questo è il messaggio del profeta Ezechiele nella prima lettura: “A te, figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella nella casa d’Israele; quando sentirai una parola dalla mia bocca, li avvertirai da parte mia”. Una sentinella che vede avvicinarsi il pericolo e rimane in silenzio non sta adempiendo alla propria missione. Allo stesso modo, l’amore cristiano a volte ci impone di dire una verità difficile.

Il Vangelo ci rivela lo scopo di tale correzione. Gesù dice: “Se tuo fratello pecca contro di te, rimproveralo quando siete soli. Se ti ascolta, hai salvato tuo fratello”. L’obiettivo non è dimostrare che abbiamo ragione, ostentare una presunta superiorità morale né umiliare un’altra persona. L’obiettivo è salvare un fratello o una sorella. La vera correzione fraterna cerca sempre il vero bene dell’altro.

Ma il dovere di correggere gli altri implica anche il dovere di lasciarci correggere. Chi è disposto a praticare la correzione fraterna deve essere altrettanto disposto a riceverla. Infatti, la nostra resistenza a correggere gli altri può essere dovuta, a volte, alla nostra stessa mancanza di disponibilità ad accettare la correzione. Esitiamo a segnalare i difetti altrui perché noi stessi ci opponiamo al fatto che ci vengano segnalati i nostri.

Argomenti

Amy-Jill Levine, studiosa ebrea della Bibbia: “Potremo non essere d’accordo, ma possiamo collaborare con i cristiani”

La studiosa biblica Amy-Jill Levine, di fede ebraica, è stata eletta presidente dell’Associazione Biblica Cattolica, che promuove il dialogo tra studiosi biblici cristiani ed ebrei. “Avremo divergenze su questioni teologiche fondamentali, ma possiamo collaborare”, afferma Levine. Inoltre, “la demonizzazione non si basa su dati concreti, né è la norma”.

OSV / Omnes-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

- Gina Christian, Notizie OSV

Amy-Jill Levine è la prima persona di fede ebraica a dirigere l'Associazione Biblica Cattolica, che in precedenza era stata presieduta da diversi accademici di fede cattolica romana e protestante.

Levine, esperta di Nuovo Testamento e riconosciuta a livello internazionale, è la illustre titolare della cattedra “Rabbi Stanley M. Kessler” di Nuovo Testamento e Studi ebraici presso l’Università Internazionale di Hartford per la Religione e la Pace, nonché professoressa emerita di Nuovo Testamento e Studi ebraici presso l’Università di Vanderbilt. 

Il vescovo Joseph C. Bambera, presidente del comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha espresso il suo fermo sostegno alla studiosa della Bibbia Amy-Jill Levine di fronte alle reazioni antisemite. Ora, Amy-Jill Levine ha rilasciato un’intervista a OSV News.

Qual è la sua visione per l’Associazione Biblica Cattolica e in che modo spera di contribuire a guidarla e a plasmarla nel suo ruolo di presidente?

– Levine: Durante il mio mandato di un anno, collaborerò con il consiglio direttivo e i soci per portare avanti gli obiettivi dell'associazione, tra cui la promozione dell'eccellenza negli studi biblici.

Vorrei inoltre continuare la mia collaborazione con il clero cattolico e di altre confessioni, nonché con gli educatori religiosi, per contribuire a sradicare l’insegnamento antisemita che deriva da un insieme di ignoranza e mancanza di sensibilità. 

Vorrei collaborare con la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti per contribuire a garantire che i libri di testo utilizzati nelle scuole parrocchiali, nella catechesi e nella predicazione non diffondano messaggi antisemiti.

Che significato assume questa storica nomina nel contesto più ampio delle relazioni tra cattolici ed ebrei dopo 'Nostra Aetate' la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sul rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane?

– Levine: È una prova inequivocabile del ravvicinamento tra la Chiesa cattolica e gli ebrei negli ultimi 60 anni. Papa Benedetto XVI ha scritto (nel suo libro del 2011, “Gesù di Nazaret, Parte Seconda”) che “dopo secoli di antagonismo, ora vediamo che il nostro compito è quello di mettere in dialogo i nostri due modi di rileggere i testi biblici —quello cristiano e quello ebraico— se vogliamo comprendere correttamente la volontà di Dio e la sua parola”. 

Nella ‘Evangelli gaudium’, Papa Francesco ha scritto che “Dio continua ad agire tra i popoli dell’Antica Alleanza e a far sgorgare tesori di saggezza che nascono dal loro incontro con la sua Parola. Per questo motivo, anche la Chiesa si arricchisce accogliendo i valori dell’ebraismo”.

La mia nomina, quindi, è in linea con gli insegnamenti della Chiesa. È un segno della fiducia e del rispetto che mi vengono dimostrati, così come alla CBA. 

Forse questo incarico mi consentirà di lavorare maggiormente con il clero cattolico e gli educatori religiosi per dimostrare che comprendere Gesù e Paolo richiede la conoscenza delle pratiche e delle credenze ebraiche del I secolo. E che non è necessario screditare l’ebraismo né utilizzarlo come contrappunto negativo per far apparire Gesù sotto una luce positiva. 

Il vescovo Joseph C. Bambera di Scranton, in Pennsylvania, presidente del Comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, e la studiosa della Bibbia Amy-Jill Levine, in una foto insieme. (Foto di OSV News/Per gentile concessione di Tyler Orsburn/Daniel DuBois).


Potrebbe dirci qualcosa in più su qualche altro obiettivo? Ad esempio, riguardo alla collaborazione tra cristiani ed ebrei?

- Levine: Forse questo incoraggerà la Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti (USCCB), i seminari e le case editrici a mettere a disposizione dei lettori cattolici informazioni più complete sull'interpretazione biblica ebraica, sul contesto ebraico dei Vangeli e di Paolo, e la storia delle relazioni ebraico-cattoliche.

Forse potrà servire a informare gli ebrei, molti dei quali ignorano i cambiamenti intervenuti nella dottrina della Chiesa a partire dalla “Nostra Aetate”, degli enormi progressi che sono stati compiuti.

In questo dialogo, non rinunciamo alle peculiarità delle nostre tradizioni in nome della sensibilità interreligiosa. Avremo divergenze su questioni teologiche fondamentali, che non troveranno soluzione fino all’avvento completo dell’era messianica. 

Ma nel frattempo possiamo collaborare imparare gli uni dagli altri e sostenerci a vicenda quando si manifesta l'odio. 

Come riassumerebbe, per il fedele medio della chiesa e della sinagoga, l’importanza della collaborazione tra studiosi cattolici, cristiani ed ebrei nella ricerca biblica?

– Levine: Siamo più forti quando svolgiamo questo lavoro insieme, quando riusciamo a individuare le lacune nella conoscenza e quando possiamo arricchire il testo con diverse domande che nascono dalle nostre tradizioni.

Dal punto di vista ebraico, la lettura del Nuovo Testamento fa parte della storia ebraica. Maria e Gesù erano ebrei; lo sono anche Paolo, Pietro e Giacomo, che non hanno mai perso, negato né rifiutato tale identità. Il mio lavoro può colmare alcuni aspetti della mia storia personale che la sinagoga non ha conservato.

Per quanto riguarda la posizione cristiana, il documento della Pontificia Commissione Biblica del 2002, ‘Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana’, afferma: “Il dialogo è possibile, poiché ebrei e cristiani condividono un ricco patrimonio comune che li unisce. È estremamente auspicabile che i pregiudizi e le incomprensioni vengano gradualmente eliminati da entrambe le parti, a favore di una migliore comprensione del patrimonio che condividono e per rafforzare i legami che li uniscono”.

“Riscoprire la nostra storia comune, comprendere meglio perché e in che modo le nostre opinioni divergono”

- Levine: Leggendo insieme, possiamo scoprire quali significati avessero i testi nei loro contesti originali, come siano stati interpretati nel corso del tempo e come ebrei e cristiani siano giunti a trarre messaggi diversi dalle Scritture condivise. Questo lavoro è illustrato nel libro che ho scritto insieme a Marc Z. Brettler, *La Bibbia con e senza Gesù: come ebrei e cristiani leggono le stesse storie in modo diverso*. 

Siamo inoltre coeditori del ‘Nuovo Testamento annotato ebraico’ (attualmente alla terza edizione, pubblicata nel 2026 dalla Oxford University Press). Le note e i saggi contenuti in questo volume dimostrano la profonda influenza delle origini cristiane sulle fonti e sulle pratiche ebraiche. Studiando i testi insieme, impariamo di più sui nostri vicini e anche su noi stessi.

Possiamo riscoprire la nostra storia comune, comprendere meglio perché e in che modo le nostre opinioni divergono, osservare come sono cambiati i nostri rapporti nel corso dei secoli e riconoscere che la demonizzazione non si basa su dati concreti, né rappresenta la norma.

Quali ambiti degli studi biblici offrono attualmente prospettive di ricerca significative?

– Levine: Gli studiosi del Nuovo Testamento stanno riconoscendo l'importanza di considerare Gesù e Paolo come ebrei del I secolo. 

Ci rendiamo conto che Gesù non sta abolendo la Torah, ma, anzi, la sta rendendo più rigorosa. Al comandamento contro l’omicidio aggiunge un comandamento contro la collera; al comandamento contro l’adulterio aggiunge un comandamento contro la lussuria. Questi versetti del Discorso della Montagna non sono antitesi, ma intensificazioni.

Per quanto riguarda la questione del ‘occhio per occhio’ contrapposta al ‘porgere l’altra guancia’, sappiamo che gli ebrei non si dedicano a cavare gli occhi alla gente. Piuttosto, l’ebraismo rabbinico chiarisce che, in caso di lesioni fisiche, la vittima deve essere risarcita. Pertanto, i rabbini si riferiscono alla responsabilità dell’aggressore. 

Gesù cita il principio ‘occhio per occhio’ e poi cambia argomento, parlando di uno schiaffo sulla guancia destra, un colpo dato con il dorso della mano inteso a rimproverare, non a ferire. Successivamente, dà istruzioni non all’aggressore, ma alla vittima.

San Paolo e la Torah

Per quanto riguarda la purezza rituale, oggi riconosciamo che Gesù non disdegna le leggi sulla purezza, ma riporta le persone a uno stato di purezza. Inoltre, grazie all’archeologia, comprendiamo meglio l’importanza che la purezza e altre pratiche ebraiche rivestivano per gli ebrei del I secolo. Tali pratiche riaffermavano l’identità ebraica nonostante la pressione romana e trasformavano l’ebraismo in uno stile di vita, più che in un semplice sistema di credenze.

Prendiamo sul serio Paolo come ‘Apostolo dei Gentili’ e, pertanto, comprendiamo che i suoi commenti sulla Torah non sono rivolti agli ebrei. Il suo interesse risiede nel convincere i gentili ad adorare il Dio d’Israele, ma non come convertiti al giudaismo — poiché in tal caso solo gli ebrei adorerebbero Dio, e gli ebrei in generale si aspettavano che nell’era messianica le nazioni si rivolgessero al Dio d’Israele senza convertirsi — bensì come gentili in Cristo.

Come risponderebbe alle reazioni antisemite, soprattutto sui social media, in merito alla sua nomina?

– Levine: Da quando le mie scelte sono state rese pubbliche, sono stata accusata di essere la figlia di Satana, una cannibale, una che cerca di distruggere la Chiesa, una sostenitrice del genocidio palestinese, una nemica di Gesù e della Chiesa, ecc. Alcune persone hanno contattato l’ufficio della CBA per chiedere la mia destituzione. 

Fin da bambina, non solo ho studiato, ma ho anche apprezzato la bellezza del culto e delle tradizioni cattoliche. In qualità di persona che ha dedicato la propria vita a promuovere migliori relazioni tra ebrei e cristiani, con particolare attenzione al cattolicesimo, trovo tutto ciò triste e un chiaro segno del potere persistente del antisemitismo.

I lettori che si chiedono come un ebreo che non riconosce Gesù come il Messia possa presiedere un’associazione dedicata agli studi biblici cattolici non sono antisemiti. È una domanda legittima. L’associazione ha avuto presidenti protestanti e non ricordo che le loro nomine abbiano suscitato reazioni violente. (Nota dell’editore: gli ex presidenti della CBA, Paul J. Achtemeier e Charles H. Talbert, appartenevano a denominazioni protestanti; Talbert era un pastore battista).

Sono membro della CBA da decenni, ho fatto parte di numerosi comitati della CBA, ho tenuto corsi presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, ho sviluppato numerosi programmi per scuole primarie e secondarie cattoliche (soprattutto in Australia) e ho difeso la dottrina cattolica davanti a ebrei, protestanti e persone senza affiliazione religiosa che non conoscevano la fede. Il mio lavoro ha rafforzato la fede cristiana e migliorato le relazioni tra ebrei e cristiani.

Lei rispetta i principi fondamentali della tradizione cattolica.

- Levine: Non metto in discussione i fondamenti della tradizione cattolica, come l’Incarnazione, la Resurrezione, ecc. Pur non condividendo queste credenze, posso onorarle, rispettarle e persino attribuir loro un significato aggiuntivo collocandole nel loro contesto storico.

Per quanto riguarda l’Incarnazione, mi interessano i racconti ebraici sulle nascite miracolose, la descrizione del Logos fornita dal filosofo ebreo Filone, il modo in cui le storie della Natività sarebbero state recepite dai primi destinatari e il loro rapporto con le Scritture di Israele.

Mi interessa molto anche Maria: com’era la vita delle donne ebree in Galilea, come la sua storia venga presentata in modo diverso nei Vangeli, come i testi del II e III secolo raccontassero le vicende della sua infanzia e della sua morte.

La Resurrezione

Per quanto riguarda la Resurrezione, mi interessa collocare i racconti ad essa relativi nel contesto delle diverse visioni ebraiche sulla resurrezione o sulla vita dopo la morte, e su come tali visioni siano cambiate nel corso del tempo. A partire dai disaccordi tra farisei e sadducei, passando per l’insistenza rabbinica sulla resurrezione del corpo, fino alla messa in discussione di questa idea da parte del movimento riformista nel XIX secolo e alle diverse opinioni ebraiche attuali. 

Mi interessa anche capire in che modo la fede nella resurrezione di Gesù abbia cambiato il modo di agire delle persone, sia all’epoca che in seguito.

Non è necessario credere nella dottrina cattolica (la cui formulazione è in parte post-biblica, come nel caso dei credi) per interpretare, ad esempio, il Vangelo secondo Matteo come un testo che proclama la signoria di Gesù.

Bisogna sempre leggere le Scritture altrui con generosità e benevolenza. In questo processo, mi considero un’alleata della tradizione cattolica.

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Gina Christian è una giornalista multimediale di OSV News. Potete seguirla su X @GinaJesseReina.

Questa intervista è stata originariamente pubblicata su OSV News ed è possibile consultarla qui. 

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L'autoreOSV / Omnes

Attualità

Jack Valero risponde alle domande sull’Opus Dei 

Il 22 settembre, l’Università Villanueva ospiterà un dibattito aperto sull’Opus Dei tra Jack Valero, portavoce dell'istituzione nel Regno Unito, e María José Atienza, direttrice di Omnes.

Omnes-2 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Il Università Villanueva ospiterà, martedì prossimo, 22 settembre, un dibattito aperto sull’Opus Dei tra Jack Valero, portavoce dell'istituzione nel Regno Unito, e María José Atienza, direttrice di Omnes. 

Il dialogo si inserisce nel contesto della presentazione del libro “L’Opus Dei senza filtri”, pubblicato da Almuzara, in cui Valero raccoglie le storie di quasi una ventina di persone che fanno parte dell’Opus Dei, molto diverse tra loro per cultura, origini e situazioni. 

Questo dialogo intende mettere in luce alcune delle domande più frequenti su questa istituzione della Chiesa cattolica, nonché i preconcetti, le realtà e i miti relativi alla prelatura personale. 

L’Opus Dei, che nel 2028 festeggerà il suo primo centenario, è una delle istituzioni che suscita maggiore interesse e commenti in tutti gli ambienti, sia all’interno che all’esterno della Chiesa. 

Il dibattito, a porte aperte, si terrà il 22 settembre alle ore 19:30 nell’Aula Magna dell’Università Villanueva, (Via Costa Brava, 6, 28034 Madrid)

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Vaticano

Secondo la Commissione Teologica Internazionale, la questione ecologica è di natura teologica

La Commissione Teologica Internazionale, presieduta dal cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha appena pubblicato il documento ‘Prendersi cura della nostra casa comune. Una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario’, in cui conclude che la cura del Creato è una questione teologica.

Francisco Otamendi-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La Commissione Teologica Internazionale (CTI) ha pubblicato il 2 settembre un ampio documento di 148 punti e 233 note a piè di pagina, intitolato ‘Prendersi cura della nostra Casa comune. Una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario’. Subito dopo, l’agenzia vaticana ha pubblicato un informazioni in cui ne riassume i punti salienti. 

Due delle tesi principali evidenziate nel documento redatto da la CTI, organo presieduto dal Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Victor Manuel Fernández, sono incluse nei punti finali, ‘Conclusione e prospettive’. In primo luogo, che “dal punto di vista cristiano, la questione ecologica si traduce in ultima analisi in una questione teologica” (n. 144)

Allo stesso tempo, ritiene che il degrado ambientale sia allarmante e che sia necessario intervenire con urgenza a favore della sostenibilità del pianeta. 

Con l'autorizzazione di Papa Leone XIV

Il articolo Un comunicato di sintesi in diverse lingue diffuso dall'Ufficio Stampa del Vaticano afferma che il documento ha “l'autorizzazione di Leone XIV” ed è frutto di riflessioni svoltesi tra il 2022 e il 2025. 

Come rispondere, da una prospettiva cristiana, alla “crisi ecologica e sociale”, “miope e suicida”, in cui è precipitata l’umanità? Questa è la domanda su cui si basa il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI), intitolato “Prenderci cura della nostra Casa comune”, riporta Vatican News.

Origine del documento e sviluppo

Il testo include come nota preliminare che la Commissione Teologica Internazionale “non è un gruppo di teologi che si riuniscono semplicemente per redigere un testo, bensì uno spazio di libero scambio e dialogo che si nutre delle ricche prospettive di persone diverse con origini ecclesiali e socioculturali differenti”.”

Spiega che, nel corso del suo decimo quinquennio, la Commissione ha approfondito il tema della creazione alla luce della rivelazione della Trinità in Cristo, con riferimento all'impegno di custodire e proteggere la nostra casa comune. 

E precisa inoltre che “il lavoro è stato svolto da una sottocommissione speciale, presieduta dalla professoressa Alenka Arko e composta dai seguenti membri: Rev. Gabino Uríbarri Bilbao, SJ, Rev. Peter Dubovský, SJ, Rev. Edouard Adé, Rev. John Junyang Park, il Rev. Thomas Kollamparampil, CMI, il Rev. Nicholaus Segeja M’Hela, il Rev. Yury Avvakumov, il Rev. Jorge J. Ferrer, SJ († 2024), il Rev. Marek Jagodzínski († 2025)”.

Mons. Piero Coda: l’urgenza della crisi ecologica

Le riunioni della Sottocommissione e le sessioni plenarie della Commissione, tenutesi tra il 2022 e il 2025 sotto il coordinamento del Segretario Generale, Mons. Piero Coda, si sono concluse con un testo approvato a maggioranza dai membri della Commissione tramite votazione durante la riunione virtuale del 23 luglio 2026. 

Il segretario generale ha sottolineato che “l’urgenza della crisi ecologica che interpella la famiglia umana” ha spinto a proporre “una riflessione che stimoli a riscoprire e a valorizzare «il fondamento teologico della cura della Casa comune al di là della situazione di estrema gravità in cui ci troviamo»» (n. 6). Questo è l’obiettivo dell’ultimo documento elaborato dalla Commissione Teologica Internazionale, ora pubblicato.

“Ci basiamo in particolare sulla teologia delle Chiese ortodosse”

Un altro dato di interesse è che, partendo dalla teologia latina occidentale e dai contributi della spiritualità e della teologia delle Chiese cattoliche orientali, “ci basiamo in particolare sulla teologia delle Chiese ortodosse, nonché su analisi provenienti da diverse visioni del mondo. In questo modo, intendiamo contribuire alla promozione di un’ecologia integrale — come quella sostenuta da Laudato si' , in particolare nel capitolo IV, e Magnifica humanitas [15] — e alla conversione ecologica”.

Tre capitoli. Il primo: l’impronta divina e trinitaria nella Creazione

Il documento della Commissione è suddiviso in tre capitoli. Nel primo – ’La Casa comune, opera del Dio trinitario’ – viene sottolineata “l’impronta non solo divina, ma anche trinitaria” presente nella Creazione, illustrata attraverso gli insegnamenti di quattro santi dottori della Chiesa: Agostino di Ippona, Ildegarda di Bingen, Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d’Aquino.

In questo capitolo viene inoltre approfondito il dialogo con alcune visioni scientifiche e filosofiche del cosmo – ad esempio l’immanentismo, il panteismo e il soprannaturalismo –, spiegando come la fede nel Dio creatore offra qualcosa che la scienza non può fornire, anche se quest’ultima indaga “legittimamente” sulle prime fasi dell’universo, spiega l’agenzia vaticana.

Papa Leone XIV riceve le offerte di una famiglia durante la celebrazione della Messa presso il centro Borgo Laudato Si’ di Castel Gandolfo, in Italia, il 1° settembre 2026, in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato. (Foto di OSV News/Mario Tomassetti, Vatican Media.

Secondo capitolo: l'essere umano nella Casa comune

Il secondo capitolo – L’essere umano nella Casa comune – inizia con una riflessione sull’essere umano creato “a immagine e somiglianza di Dio”, il che permette di ribadire che le differenze – di etnia, genere, cultura, condizione sociale o economica – non implicano in alcun modo una gerarchia, sottolinea. Utilizzare tali differenze per discriminare o sottomettere l’altro si allontana dal disegno di Dio.

Dati e argomentazioni allarmanti sul degrado ambientale

La CTI riassume inoltre alcuni dati “molto allarmanti sul degrado ecologico”: la scomparsa della biodiversità, “fattore chiave” per la sicurezza alimentare; l’inquinamento atmosferico; il peggioramento della qualità dell’acqua; la guerra, che accelera “brutalmente” la distruzione dell’ambiente; e le conseguenze “gravissime” di tutto ciò sui più poveri, sfruttati nelle loro risorse naturali e costretti a migrare.

La Commissione si allinea al proprio segretario generale e ritiene che, di fronte a una crisi ecologica “senza precedenti”, non bastino le soluzioni scientifiche e tecniche – quali cambiamenti sostanziali nei sistemi di produzione, consumo, trasporto e uso dell’energia –, ma sia necessario anche, e soprattutto, “un cambiamento nei valori culturali”, una vera e propria conversione ecologica nello stile di vita.

“Peccato contro il Creato e contro il Creatore”

Il documento propone in seguito di parlare di “peccato contro il Creato e contro il Creatore”, una formulazione teologica che collega il danno ambientale al rifiuto del disegno divino della creazione.

Il momento storico attuale, sottolinea il testo, “richiede a tutti, a cominciare da chi ricopre responsabilità nella vita pubblica, un intervento urgente a favore della sostenibilità del pianeta e dell’abitabilità della Casa comune. Non si tratta solo di un’esigenza etica, ma anche teologica”.

Linee guida pratiche

Il terzo capitolo – ’La cura della Casa comune’ – offre alcuni orientamenti pratici, articolati attorno a diverse relazioni fondamentali della persona.

Dal rapporto con Dio deriva la «logica giubilare»: fondata sulla fratellanza e sulla solidarietà, che «tracciano un limite invalicabile all’avidità nell’uso della Terra», nonché sulla gratuità e sull’umiltà di chi «non cede all’impulso di accaparrarsi tutto». Questa logica conduce alla giustizia sociale.

Il grido della Terra e dei poveri

Dal rapporto con il Creato derivano principi quali il rispetto; la sostenibilità – ”un criterio imprescindibile che deve guidare il sistema di vita e il modello economico che lo sostiene” – e l’ascolto del “grido straziante” della Terra, “tragicamente legato al grido dei poveri”, che subiscono in misura maggiore “le conseguenze del maltrattamento del pianeta”.

Il rispetto per la vita, che consente all’essere umano di utilizzare le risorse naturali, ma secondo necessità e con moderazione, e non attraverso uno sfruttamento indiscriminato; l’ascetismo e il digiuno, come risposta morale al sovrasfruttamento delle risorse, specialmente nei paesi ricchi; e un impegno differenziato in base alle responsabilità delle diverse nazioni.

Il carattere sacro della vita umana e il rifiuto della guerra

Inoltre, secondo il documento, dal rapporto con il prossimo derivano:

– la sacralità della vita umana – un diritto incondizionato e inalienabile che gli Stati devono tutelare e promuovere, anche attraverso il rifiuto della guerra –; 

– la destinazione universale dei beni – secondo la tradizione cristiana, «la proprietà privata non è un diritto assoluto» e, pertanto, la Casa comune deve essere preservata anche per le generazioni future –; 

– la fratellanza, come antidoto contro la violenza, l’ingiustizia e un individualismo «falso, egoista, atroce e avido»; 

– la misericordia – senza amore, la vita umana si allontana da Dio e diventa subumana –; 

– e l’opzione preferenziale per i poveri, sempre più esposti al degrado ambientale e con risorse sempre più scarse per mitigarne gli effetti.

Responsabilità morale

Nelle conclusioni, la Commissione ribadisce che la questione ecologica è, in ultima analisi, una questione teologica, come è stato sottolineato.

La libertà e la responsabilità morale continuano a essere il fondamento indispensabile di ogni autentico impegno ecologico. Il testo invita quindi a un “cambiamento ecologico” che sia al tempo stesso culturale e spirituale – sul modello di san Francesco d’Assisi – e conclude con una nota di speranza: la crisi ambientale, per quanto grave, non mina la fiducia in Dio, che “rende nuove tutte le cose».

L'autoreFrancisco Otamendi

Vaticano

Il Papa invita a superare la passività e l’indifferenza di fronte a ciò che sta accadendo

“Non siamo ‘profeti di sventura’, disse san Giovanni XXIII, né siamo animati da un ‘ottimismo ingenuo’”, ha sottolineato Leone XIV all’inizio di un ciclo di catechesi sulla Costituzione pastorale *Gaudium et spes* (Gioia e speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il Papa esorta a superare la passività di fronte agli avvenimenti.

Francisco Otamendi-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La Costituzione ‘Gaudium et Spes’ del Concilio Vaticano II, sulla quale Papa Leone XIV ha avviato questo mercoledì un nuovo ciclo di catechesi, inizia affermando che la Chiesa fa propri “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di coloro che soffrono” (GS 1).

“È un messaggio che ci esorta ad abbandonare ogni passività e indifferenza di fronte agli avvenimenti che si verificano, di fronte alla storia e alla vita delle persone, soprattutto di fronte al cambiamento rapido e profondo che stiamo vivendo oggi”, ha sottolineato il Pontefice in Piazza San Pietro davanti a migliaia di fedeli, oltre quindicimila, che hanno assistito alla Pubblico generale.

“Lasciarsi coinvolgere, partecipare”

Non è possibile rimanere “spettatori disinteressati”; è invece necessario “ascoltare con il cuore, lasciarsi coinvolgere, impegnarsi”, ha aggiunto.

“Con Cristo e sostenuti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati ad assumersi la responsabilità delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono oppressi dall’ingiustizia, dalla discriminazione e dalla violenza”.

La Chiesa e i credenti devono camminare insieme all'umanità

“Questo condividere con l’umanità è la via che Cristo chiede alla Chiesa”, la quale non può rimanere passiva né indifferente a ciò che accade nel mondo, ma “è chiamata a camminare con l’umanità, soprattutto tenendo conto dei rapidi e profondi cambiamenti che si stanno verificando”, ha riflettuto il Papa.

Pertanto, “i credenti, uniti a Cristo e sostenuti dal suo Spirito, devono impegnarsi ad ascoltare con il cuore e a lasciarsi interpellare, accompagnando e aiutando le persone in difficoltà, soprattutto i poveri e coloro che soffrono a causa dell’ingiustizia, della discriminazione e della violenza”.

Né profeti di sventura, né ingenuo ottimismo

Il Successore di Pietro ha ricordato all’inizio dell’udienza che San Giovanni XXIII, nel discorso inaugurale dell“11 ottobre 1962, ‘volle manifestare il proprio disaccordo con i ’profeti di sventura“, i quali ”anche nel loro ardente zelo […] continuano a dire che la nostra epoca, rispetto a quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se non avessero imparato nulla dalla storia» (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2). 

“Non si tratta di un ottimismo ingenuo”, ha affermato il Santo Padre, “ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli «doveva essere simile in tutto ai suoi fratelli» (Eb 2,17; cfr. 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo «come riscatto per tutti» (1 Tm 2,6)”.

Doppio appello del Papa

Infine, il Papa ha rivolto alla Chiesa e ai fedeli un duplice appello. 

Da un lato, ha esortato la Chiesa a “un impegno di conversione (come ha fatto nel Messaggio per la Giornata di preghiera per la cura del creato), per testimoniare che non è mosso da ‘alcuna ambizione terrena’, ma che «desidera solo una cosa: continuare, sotto la guida dello Spirito, l’opera stessa di Cristo, che è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare e non per giudicare, per servire e non per essere servito» (GS 3)”.

D’altra parte, il servizio e l’opzione per i poveri. “Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa ‘l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica […] Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare loro la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a interpretarli e a cogliere la misteriosa saggezza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Esort. apost. *Evangelii gaudium*, 198)”.

Smascherare le contraddizioni del mondo contemporaneo

La dedizione cristiana, ha sottolineato il Pontefice in conclusione, “ci impegna ad accettare la realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni, e che l’essere umano non è sempre in grado di mettere ‘al proprio servizio’. 

Oppure una comprensione più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze “sulla direzione da imprimere”. O ancora, una maggiore disponibilità di “ricchezze, tante possibilità, tanto potere economico”, e purtroppo, oggi come ai tempi del Concilio, «gran parte dell’umanità soffre la fame e la miseria» (GS 4) (…)”.

“La Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo le domande più profonde del suo cuore e i desideri che lo animano, indicando in Cristo ‘la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana’ (GS 10)”, ha concluso il Papa.

Pellegrini provenienti dal Senegal, dall’Inghilterra, dalla Scozia, da Malta, dal Canada e dagli Stati Uniti, e un rapporto di vicinanza con la Piattaforma per il dialogo nel mondo arabo

Nel suo discorso rivolto ai pellegrini di diverse lingue, Leone XIV ha dato un benvenuto speciale, tra gli altri, a quelli provenienti dal Senegal, dall’Inghilterra, dalla Scozia, da Malta, dal Canada e dagli Stati Uniti d’America.

Ha inoltre dato il benvenuto alla delegazione della Piattaforma interreligiosa per il dialogo e la cooperazione nel mondo arabo. Ha inoltre espresso la sua profonda gratitudine, le sue preghiere e la sua vicinanza spirituale per l’operato del Centro internazionale Re Abdullah bin Abdulaziz per il dialogo interreligioso e interculturale.

Domani, San Gregorio Magno

Domani celebreremo la memoria di Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro, ha ricordato Leone XIV. È conosciuto come “il Grande” per la sua eccezionale opera di pastore in tempi molto difficili per la società e per la Chiesa: una “grandezza” che traeva forza e vigore dalla fede viva in Cristo. Che il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero, ha esortato il Papa.

La conclusione è stata dedicata alla Vergine Maria, come è consuetudine del Pontefice, per chiederle di “intercedere per tutta la Chiesa, affinché annunci il Vangelo con gioia e speranza, vicina agli uomini e alle donne del nostro tempo, e sappia guidare tutti verso Cristo, «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10)”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Attualità

Il cardinale Ouellet ottiene ragione in tribunale: le accuse di abuso erano infondate

L'ex arcivescovo di Québec ed ex prefetto del Dicastero per i Vescovi era stato accusato da un'operatrice pastorale di diversi episodi di condotta sessuale inappropriata tra il 2008 e il 2010. Un giudice canadese ha ora ritenuto infondate le sue accuse e l’ha condannata a pagare 100.000 dollari al cardinale per diffamazione.

OSV / Omnes-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Un giudice di Montreal ha stabilito che le accuse di condotta sessuale inappropriata mosse contro il cardinale di Québec, Marc Ouellet, sono infondate e ha ordinato alla denunciante di versargli 100.000 dollari.

Il cardinale, in pensione dall’aprile 2024, era finito sotto indagine da quando Paméla Groleau lo aveva accusato di averla toccata senza il suo consenso in tre occasioni tra il 2008 e il 2010, mentre lei seguiva la formazione o lavorava come agente pastorale laica. Ha inoltre dichiarato in tribunale di essersi sentita «molestata» in un’altra occasione, affermando che il cardinale Ouellet si era avvicinato dall’altra parte della sala per sedersi accanto a lei.

Il giudice ha ritenuto infondate le accuse

«Il tribunale ritiene che le affermazioni relative ai quattro fatti citati dalla signora Groleau nell’ambito dell’azione collettiva siano false», ha scritto il giudice della Corte Superiore Martin Castonguay in una sentenza pubblicata il 31 agosto.

Castonguay ha concluso che la testimonianza della Groleau contro il cardinale Ouellet, oggi ottantenne, «non era né credibile né attendibile», sottolineando nella sua perizia che la donna aveva cambiato più volte la propria versione dei fatti.

Altre due donne hanno testimoniato contro il cardinale Ouellet durante il processo, ma il giudice ha stabilito che la loro testimonianza non era rilevante ai fini della valutazione del fatto che Groleau avesse diffamato il cardinale. Ha inoltre concluso che il cardinale Ouellet «non era l’autore dei gesti» presentati come prova da una delle donne.

Le accuse contro il cardinale sono emerse nel 2022 nell’ambito di un’azione collettiva intentata contro l’Arcidiocesi di Québec e decine di ecclesiastici e laici. In risposta, il cardinale Ouellet ha negato pubblicamente di aver commesso alcuna irregolarità e ha presentato una controquerela per diffamazione pari a 100.000 dollari (72.230 dollari statunitensi) contro la sua accusatrice, sostenendo che ella avesse leso la sua reputazione, il suo onore e la sua dignità.

Il Vaticano ha escluso l'apertura di un'indagine

A seguito della presentazione della denuncia, il Vaticano ha deciso di non avviare un’indagine interna nei confronti del cardinale. In un comunicato diffuso il 18 agosto 2022 da Matteo Bruni, allora direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il Vaticano ha concluso che non sussistevano «elementi sufficienti per avviare un’indagine canonica per violenza sessuale da parte del cardinale Ouellet nei confronti della persona F», come veniva identificato Groleau in quel momento.

Nel suo parere, Castonguay ha affermato che il danno subito dal cardinale Ouellet — ex arcivescovo di Québec che avrebbe ricoperto la carica di prefetto del Dicastero per i Vescovi sotto i pontificati di Benedetto XVI e Francesco — e alla sua reputazione è stato «amplificato dallo strumento scelto, vale a dire un’azione collettiva diretta principalmente contro i pedofili religiosi, equiparando così il cardinale Ouellet, agli occhi del ‘cittadino comune’, a quel gruppo di individui».

Ha affermato che «è difficile quantificare» il vero impatto delle accuse mosse contro il cardinale Ouellet e gli ha concesso i 100.000 dollari che aveva richiesto.

Un'azione collettiva da 31,5 milioni

La causa collettiva contro l’Arcidiocesi di Québec è stata ratificata il 12 agosto, quando la Corte Superiore del Québec ha approvato un accordo extragiudiziale di 31,5 milioni di dollari (22,66 milioni di dollari statunitensi) a favore delle persone che dichiarano di essere state vittime di abusi sessuali da parte di membri della Chiesa a partire dal 1940.

In un comunicato relativo alla sentenza a favore del loro cliente, gli avvocati del cardinale Ouellet si sono detti soddisfatti del fatto che il tribunale abbia riconosciuto l’ingiustizia subita dal cardinale.

«Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: anche nel contesto di un procedimento giudiziario, le accuse gravi devono basarsi su fatti precisi e pertinenti ed essere presentate con il rigore che la loro gravità richiede», ha dichiarato Dominique Ménard nel comunicato.

Ouellet donerà l'indennizzo

Il cardinale ha promesso di devolvere il risarcimento che gli è stato riconosciuto alle organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali subiti dagli indigeni canadesi.

La causa collettiva ha inoltre accusato l’attuale arcivescovo di Québec, il cardinale Gérald Lacroix, di comportamenti sessuali inappropriati. Dopo essersi allontanato dalla carica per sei mesi all’inizio del 2024, il cardinale Lacroix ha ripreso le sue funzioni in seguito a un’indagine disposta dal Vaticano che non ha trovato prove a sostegno delle accuse.

L'autoreOSV / Omnes

Cultura

L’Ebraico: lingua dalle tante vite

L'ebraico non è solo la lingua della Bibbia: la sua evoluzione riflette la storia di un popolo, le sue tradizioni e il suo rapporto con la parola scritta.

Gerardo Ferrara-2 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Scrivere un articolo sulla lingua ebraica mi dà modo di tornare indietro nel tempo. 

Era il febbraio 1991. Avevo 12 anni e, come moltissimi italiani in quei giorni, ero incollato alla TV per il Festival di Sanremo, una vera istituzione nazionale. 

Quell’anno, i partecipanti italiani erano accompagnati ognuno da un ospite internazionale che reinterpretava la canzone in gara. A un certo punto, comparve una donna bellissima, dalla pelle ambrata, i capelli neri e gli occhi come due opali. Indossava abiti tradizionali yemeniti e, nell’introdurla, fu specificato che era israeliana e aveva raggiunto il successo internazionale con un’antichissima canzone scritta dal rabbino e poeta ebreo yemenita del XVII secolo, Shalom Shabazi, intitolata Im nin’alu. La canzone era diventata celebre in Europa remixata in versione dance-pop. I suoi versi recitavano:

Im nin’alu dalté nadivim

Dalté maróm lo nin’alu

Se anche si chiudono le porte dei nobili

Non si chiudono le porte del cielo

A Sanremo, Ofra Haza interpretò, invece, una canzone che in italiano si intitolava Oggi un Dio non ho ma che lei chiamò Today I’ll Pray. La cantò in inglese e in ebraico e incantò, oltre a me, il pubblico in teatro e in televisione. La canzone, un inno alla fede e alla pace, era dedicata ai costruttori di pace e alle vittime della guerra.

A quell’epoca non parlavo né inglese, né arabo e neppure ebraico, quindi non comprendevo quel testo. Ma non lo compresi facilmente neppure quando incominciai a studiare entrambe le lingue semitiche. Ofra Haza, infatti, cantava in ebraico con pronuncia yemenita, non con quella standard israeliana, che è poi simile a quella insegnata oggi nelle istituzioni ecclesiastiche.

Ci vollero alcuni anni perché, spinto dal fascino di quella voce, dedicassi la mia tesi di laurea alla storia delle comunità ebraiche sefardite e mizrahì, alle differenti pronunce dell’ebraico, con le consonanti gutturali che l’uso europeo tende ad attenuare ma che, avendole apprese in arabo, mi facevano percepire molto più chiaramente la vicinanza fra ebraico e arabo, lingue sorelle, entrambe semitiche. 

A Napoli, Granada, Venezia, Buenos Aires e Gerusalemme ho continuato a imparare l’ebraico con ebrei ashkenaziti, sefarditi e arabi israeliani. 

Un’introduzione all’ebraico

L’ebraico fa parte dell’ampia famiglia delle lingue semitiche (insieme a lingue estinte come il fenicio-punico, l’amorreo, il moabita, l’accadico o assiro-babilonese, o tuttora parlate come l’arabo, l’amarico e il tigrino, l’aramaico e le lingue sudarabiche) che, a sua volta, per somiglianze e affinità, rientra nel più ampio gruppo delle lingue afroasiatiche (di cui fanno parte anche antico egizio, copto, berbero, ecc.)

Le lingue semitiche si suddividono poi, in base alla struttura e alla collocazione geografica, in occidentali e orientali. L’ebraico e le altre lingue cananaiche (fenicio, moabita, ecc.) fanno parte di quelle occidentali, insieme all’aramaico.

Il suo alfabeto attuale, di ventidue lettere, è basato sulla scrittura aramaica quadrata (adottata in seguito alla Cattività babilonese). In precedenza, era in uso il paleoebraico, sistema simile al fenicio.

Si scrive da destra a sinistra e annota, come l’arabo, soprattutto le consonanti. Le vocali (niqqud, sistema di punti) furono aggiunte dai masoreti, studiosi ebrei dell’alto Medioevo, per salvaguardare la pronuncia corretta del testo biblico.

Una curiosità, a questo proposito: la necessità di inserire dei puntini che determinassero la corretta pronuncia delle vocali (nell’antichità certamente diversa da quella attuale e molto più complessa) era determinata proprio dalla necessità di fissare la pronuncia di una lingua considerata santa ma di cui probabilmente non si era più certi, tanto che, ad esempio, il nome del famoso monte che oggi conosciamo come Ararat, in Armenia, potrebbe in origine essere stato Urartu, dall’antico regno degli Urartei (la grafia ebraica riporta solo ‘rrt).

Per chi è nativo nelle lingue indoeuropee, avvicinarsi all’ebraico e ad altre lingue semitiche significa entrare in un’altra logica. In un altro universo, direi. Il lessico di queste lingue si organizza generalmente attorno a radici, spesso formate da tre consonanti. Da una stessa radice nascono verbi, sostantivi, aggettivi e sfumature di significato. Traducendo, non si cerca il singolo termine incontrato in un testo, bensì, attraverso l’applicazione di norme grammaticali, la radice da cui deriva.

Prendiamo il termine midbar, ad esempio. Se non sapessi il suo significato, dovrei individuare prima le tre consonanti radicali fondamentali, che ricaverei togliendo la lettera m (mem), usata anche come prefisso per participi o accezioni locative o privative (come l’alfa in greco). Mi rimarrebbero le radicali d-b-r, le stesse che formano dabar (“parola”, ma anche “cosa”, “fatto”, “evento”). In questo caso, m + d-b-r significa letteralmente “senza parola”, ma si traduce “deserto”.

Lo stesso vale per milhamah. Tolgo m e ah alla fine (che indica il femminile) e mi rimangono l-h-m, la radice di lehem, “pane” (in arabo: “carne”). “Assenza di pane” potrebbe essere un significato letterale, ma milhamah vuol dire “guerra”. Curioso, però, che Cristo, nato a Betlemme (Bet-lehem, in ebraico “casa del pane”, in arabo “casa della carne”) abbia insegnato ai suoi discepoli a chiedere il “pane” quotidiano (sarebbe tuttavia più corretto tradurlo “necessario”, “fondamentale”, qual era il pane per gli ebrei, popolo sedentario, e la carne per gli arabi, popolo nomade), ovvero il cibo che non perisce e dà vita. Con questo cibo, mi piace pensare, si è in bet-lehem, “casa del pane”, senza in milhamah, “guerra”.

Un po’ di storia

La storia dell’ebraico è davvero sorprendente. In questa lingua è infatti stata scritta la gran parte della Bibbia ebraica (alcune parti sono in aramaico). In ebraico sono la Mishnah, la preghiera, lo studio rabbinico. La lingua ha cessato di essere “viva” probabilmente intorno al II sec. d.C., divenendo idioma di cultura, di lettere, poesia e liturgia; dall’altro, è stata scelta per tornare in auge quale lingua moderna dello Stato di Israele, parlata ogni giorno da milioni di persone. 

Le prime iscrizioni paleo-ebraiche risalgono approssimativamente al X secolo a. C. In questa fase antica, detta ebraico biblico o classico, la lingua è molto vicina al fenicio e alle altre lingue cananaiche, come il moabita ed altre menzionate nella Scrittura. Vi furono composti la Torah, i Profeti e parte degli Scritti, sebbene in stili e lessico differenti, in base alle epoche di stesura dei testi (si parla di ebraico biblico arcaico, biblico standard e biblico tardo, tipico di libri postesilici come Esdra, Neemia, Daniele e le Cronache).

Dopo l’esilio babilonese (VI-V sec. a. C.), l’aramaico, già lingua amministrativa dell’Impero persiano, si diffuse anche tra gli ebrei esiliati in quelle terre. Nel prossimo articolo vedremo se e come questa lingua fosse ancora parlata in Palestina all’epoca di Cristo.

Certamente, nella Palestina del Secondo Tempio, l’ebraico era lingua colta e conviveva con l’aramaico (che aveva diverse varianti, lo ricordano anche i Vangeli che parlano di una pronuncia galilea diversa da quella della Giudea), il greco e il latino, in maniera non molto diversa da quanto non avvenisse nell’ Andalusia islamica o nel Medio Oriente attuale .

Fra gli ultimi secoli prima di Cristo e i primi secoli dell’era cristiana prese invece forma l’ebraico mishnico o rabbinico. È la lingua della Mishnah che si riconosce per il lessico più vicino alla vita concreta e gli influssi dell’aramaico, del greco e del latino. 

Dopo le tre Guerre giudaiche (tra il 66 e il 135 d. C.) e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), l’ebraico si trasformò in una sorta di “collante” sacro, lashon ha-qodesh (“lingua santa”) per tutti gli ebrei ormai dispersi nel mondo, i quali si identificavano in questa lingua, nelle tradizioni religiose e nella Legge come nella radice comune. In essa si studiava, si pregava, si faceva poesia, si corrispondeva tra dotti di Paesi diversi. Lingue della diaspora come l’yiddish, il giudeo-spagnolo, il giudeo-italiano, il giudeo-arabo erano redatte in caratteri ebraici. Di ciò sono un esempio figure come il poeta e filosofo sefardita di al-Andalus Yehudah ha-Levi .

Alla fine del XIX, con l’opera di Eliezer Ben Yehuda , l’ebraico rinacque come lingua parlata e si impose progressivamente come lingua comune fra persone giunte da mondi linguistici lontanissimi: yiddish, russo, polacco, tedesco, ladino, arabo, francese, persiano, amarico, ecc., fino a divenire lingua ufficiale del neonato Stato d’Israele.

Ho avuto il privilegio di trascorrere un intero mese a Gerusalemme per approfondire lo studio dell’ebraico biblico presso l’ Istituto Polis, alternando l’ascolto dei piyutim di Yehudah Ha-Levi, osservando i meravigliosi tramonti gerosolimitani al profumo di gelsomino, con lo studio dei salmi e con il dialogo per strada. Parlando ebraico con la gente comune, ma anche vedendo serie TV israeliane come Fauda, ci si accorge di quanto spesso parole della lingua corrente ricorrano nella Bibbia.

Vaticano

Il Tempo della Creazione ci chiama a una profonda conversione, esorta Leone XIV

Il Santo Padre Leone XIV ha dichiarato, durante la Santa Messa della sera del 1° settembre, per la cura del Creato, nel Giardino della Madonnina di Borgo Laudato si', durante questo Tempo del Creato fino al 4 ottobre, il cui tema quest’anno è ‘Acqua viva’, ci invita a una profonda conversione.

Francisco Otamendi-1° settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, celebrata solennemente martedì da Papa Leone XIV a Castel Gandolfo, il Pontefice ha affermato durante la Messa che l’intero creato ci parla della grandezza del Creatore e dell’amore che Dio nutre per noi.

Nel omelia, si è soffermato sul Libro della Sapienza e sul Salmo 18, che ci esortano a contemplare la bellezza e la potenza del creato “per essere in grado di riconoscere l’Artigiano”, e a contemplare i cieli che raccontano la gloria di Dio. E ha detto: “Tutta la creazione ci parla della grandezza del Creatore, a condizione che lo sguardo e il cuore si aprano a un mistero così grande”, 

Anche il testo evangelico di san Matteo ci invita alla contemplazione del creato, sottolineando l’amore speciale del Signore per l’essere umano, ha osservato il Papa.

“Ammirare con stupore gli uccelli del cielo e i gigli dei campi, preziosi agli occhi del Creatore, ci porta a comprendere quanto sia grande l’amore di Dio per noi. Se il Signore non smette mai di donare splendida bellezza e di provvedere al necessario per piante e animali, quanto più sarà attento alle esigenze dei suoi amati figli e figlie!”.

Attivare la “modalità silenziosa”

La cornice si è rivelata davvero appropriata per la celebrazione nei Giardini, tra alberi, piante e acqua, con le casule verdi dei celebranti, in una giornata che segna l’inizio del «Tempo del Creato», osservato dai cristiani di diverse confessioni, il cui tema quest’anno è ‘Acqua viva’. 

Un periodo che si conclude il 4 ottobre, festa di San Francesco d'Assisi, in occasione dell’800° anniversario della sua morte. Il Papa ha suggerito di vivere queste settimane in un clima di silenzio, lontano dai rumori, per imparare ad ascoltare la voce del Creato, attraverso la quale Dio ci parla.

Contemplazione: qualche minuto di pausa dalla frenesia quotidiana per ascoltare Dio

Il Papa lo ha espresso in questi termini nell’omelia della Messa:

“Questo pomeriggio, mentre accogliamo l’invito a fermarci e a riflettere davanti alle opere di Dio, diamo inizio al “Tempo del Creato”, un periodo di cinque settimane dedicato alla preghiera e all’impegno per la cura della “casa comune”. Per questo, in questa Giornata e nei prossimi giorni, concediamoci qualche minuto di pausa dal trambusto delle attività quotidiane per assaporare la grande armonia di cui facciamo parte. Mettiamo in “modalità silenziosa” tutti i rumori delle attività umane per ascoltare la voce melodiosa del creato, nella quale Dio, autore di tutte le cose, ci parla”.

Questo esercizio contemplativo, che favorisce l’incontro con il Signore, ha proseguito, costituisce un primo passo verso una “autentica conversione ecologica, in cui gli effetti del nostro incontro con Gesù Cristo si manifestano nel nostro rapporto con il mondo che ci circonda” (Messaggio per l’XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato).

Dalla distruzione alla vita

Dalla contemplazione del creato e dall’incontro con il Creatore nasce la consapevolezza del nostro posto speciale nel meraviglioso disegno di Dio e della nostra responsabilità personale e collettiva nel custodire l’armonia originaria. “Così, dalla presa di coscienza delle nostre mancanze e dei nostri errori nasce un rinnovato impegno a ristabilire le relazioni tra le creature secondo la volontà del loro Artefice”.

In questo modo, il Successore di Pietro ha sottolineato che “il Tempo del Creato ci chiama a una profonda conversione: ‘Ciò che è stato utilizzato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita: alla cura dei poveri, al sostentamento degli affamati e alla cura del creato’». 

Un post del Papa sul social network X 

Lo stretto legame tra il tempo della creazione e quello della conversione è stato quindi il ‘leitmotiv’ della Giornata, che era stata annunciata con largo anticipo il Papa sulla rete X, sul suo account Pontifex_es:

“Come ho ricordato nel Messaggio per questa Giornata, la cura della nostra “casa comune” richiede una conversione del cuore, affinché ciò che è stato utilizzato per causare distruzione possa, invece, essere orientato verso la vita. Invito tutti a unirsi nella preghiera e nell’azione, affinché possiamo diventare canali dell’acqua viva della pace di Dio, che rinfresca il nostro mondo ferito”.

San Francesco al cospetto del sultano d’Egitto Malec-el-Kamal, di Zacarías González Velázquez. ©Museo del Prado.

San Francesco d’Assisi: fratellanza universale

Nella breve omelia, il Pontefice ha ricordato ancora una volta San Francesco d’Assisi, dal quale, ha sottolineato, “Papa Francesco ha tratto particolare ispirazione per scrivere il suo Lettera enciclica Laudato si’ e per dare vita a questo Borgo ”che ci accoglie”.

Leone XIV ha esortato all’unione spirituale con san Francesco d’Assisi, “facendo nostro il suo Cantico di lode”:

“Sia lodato, mio Signore, con tutte le tue creature,
in particolare il fratello Sole […].
Sia lodato, mio Signore, per sorella luna e le stelle […].
Sia lodato, mio Signore, per fratello vento […].
Sia lodato, mio Signore, per la sorella acqua […].
Sia lodato, mio Signore, per il fratello fuoco […].
Sia lodato, mio Signore, per la nostra sorella Madre Terra,
»che ci sostiene e ci governa».

”Insieme a san Francesco vogliamo rinnovare il nostro impegno a vivere e promuovere quella fraternità universale che è indissolubilmente legata al dovere di custodire il creato».

Videomessaggio del Papa di settembre: ‘Per la tutela dell’acqua’

Nel corso della giornata è stato reso pubblico il videomessaggio diffuso da Papa Leone XIV per il mese di settembre, tramite la Rete globale di preghiera del Papa. Ecco il testo:

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Signore della Vita,
Tu ci hai donato l’acqua,
fonte di fecondità, freschezza e speranza.

Disseta, fertilizza la terra e lava via le ferite.

Ti rendiamo grazie perché anche
lei è il simbolo della tua grazia e del tuo amore
che ci rinnova attraverso il Battesimo.

Oggi ti chiediamo di insegnarci a custodirla
con gratitudine, giustizia e responsabilità.

Ti chiediamo scusa per averla trasformata in merce,
dimenticando che si tratta di un dono universale,
un diritto senza confini, destinato a tutti i tuoi figli.

È con grande dolore che vediamo tanti fratelli e sorelle
che non dispongono di acqua pulita,
che percorrono chilometri per trovarla,
che causano malattie a causa della loro scarsità.

Che il tuo Spirito ci trasformi in pellegrini dell’essenziale,
capaci di vivere con sobrietà,
denunciando lo spreco e l'inquinamento,
difendendo il diritto di ogni fratello e sorella
a bere senza paura, senza discriminazioni.

Fai in modo che la nostra attenzione per l'acqua
sia un segno d’amore verso il Creatore
e l'impegno a favore dei più poveri,
formando nuove generazioni che sappiano apprezzare
e proteggano le risorse della Terra.

Amen.

L'autoreFrancisco Otamendi

Dio non vuole la sofferenza

Di fronte al dolore e alle catastrofi, la fede non offre risposte facili, ma invita a scoprire un Dio che non vuole la sofferenza, ma che rimane vicino e chiama l’essere umano a collaborare alla speranza e alla ricostruzione.

1° settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Centinaia di persone che corrono in preda al panico vengono travolte da un’enorme ondata di acqua, ghiaccio, rocce e fango che spazza via interi villaggi al suo passaggio. I video raccapriccianti dell’alluvione in Nepal o dei terremoti in Venezuela e in Colombia ci portano a chiederci: dov’era Dio?

Per l’alluvione possiamo ancora incolpare noi stessi se, come tutto sembra indicare, è stato l’improvviso scioglimento di un ghiacciaio, attribuibile al cambiamento climatico, a provocarla, ma i terremoti non hanno altra causa se non la configurazione stessa del nostro pianeta. Lo stesso vale per i vulcani, le epidemie e tanti altri fenomeni naturali in grado di distruggere vite umane. 

Di fronte a eventi così drammatici come quelli vissuti negli ultimi mesi, con migliaia di vittime innocenti, dubitare di Dio, della sua esistenza o, almeno, della sua bontà e onnipotenza, è la cosa più normale del mondo. Alcuni, le cui convinzioni sono più profonde, non diffidano di Dio ma si lasciano trasportare dalla logica senza rendersi conto che l’organo in cui essa si sviluppa, il cervello, può incorrere in errori del tutto naturali a causa della sua struttura. Allenato nel corso di millenni a cercare schemi e relazioni di causa-effetto, attiva immediatamente il suo meccanismo evolutivo per dare una spiegazione a ciò che gli sfugge, giungendo alla conclusione errata che dobbiamo aver fatto qualcosa di male per ottenere questa risposta dall’Onnipotente. È quella che viene chiamata illusione di causalità. Dio è come un Padre che, per amore, punisce i propri figli affinché percorrano la via del bene. Ha senso, vero? Ma non smette di essere un’illusione che ci aiuta a ridurre la nostra ansia di fronte a ciò che, in realtà, non è facile da comprendere. Gesù dovette già dare spiegazioni al riguardo, portando l’esempio di quanto accaduto alle vittime della torre di Siloé, che crollò improvvisamente uccidendo 18 persone che non erano più peccatrici degli altri. Proprio come l’essere umano ha la libertà di compiere il male, e Dio lo permette, anche la natura ha una certa autonomia in cui Dio sembra non intervenire. 

Durante il suo viaggio in Spagna, il Papa ci ha aiutato a comprendere un po« questo mistero dell’apparente assenza di Dio nei momenti di prova. Ha ricordato che »quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i fardelli che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, certi che in qualche modo Egli si fa presente ed è vicino anche quando apparentemente tace«. E, di fronte alla tentazione di inventare un’immagine falsa di Dio che si adatti alla nostra logica umana, ha sottolineato che “non dobbiamo spiritualizzare il dolore, ricondurendolo superficialmente alla ”volontà di Dio» o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di sminuire quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone«. Aggiungendo, per concludere, che »Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza».

In questa Giornata mondiale per la cura del creato, forse dovremmo anche ricordare le parole di Francesco nella *Laudato Si’*, in cui spiega che «molte cose che consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza, in realtà fanno parte dei dolori del parto che ci stimolano a collaborare con il Creatore». 

Infatti, le catastrofi naturali possono essere un messaggio della «nostra sorella madre terra», come la definì San Francesco d’Assisi nel suo famoso Cantico delle creature. Un promemoria della nostra vulnerabilità, per quanti progressi scientifici e tecnici riusciamo a compiere, e del fatto che l’opera di Dio non è ancora del tutto compiuta ed è ancora in uno stato imperfetto. Spetta a noi collaborare con Dio, nei limiti delle nostre possibilità, per mettere ordine in quel disordine, trasformando, come fece Lui nel racconto della creazione, il caos in cosmo. Ciò significa prendersi cura dell’ambiente per evitare ciò che è evitabile, agire in modo preventivo per ridurre al minimo i danni in caso di catastrofi naturali e, naturalmente, soccorrere le vittime affinché possano tornare alla normalità nel minor tempo possibile. In questo modo, avremo già un assaggio di quei cieli nuovi e di quella terra nuova della fine dei tempi, dove «Egli asciugherà ogni lacrima, e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le cose di prima sono passate».

Concludo con un pensiero dell’ex predicatore del Papa, padre Cantalamessa, il quale insegnava che, proprio come al terremoto seguito alla morte di Gesù sul Golgota ne seguì un altro ancora più forte, con epicentro nel sepolcro, che aprì la strada alla sua Resurrezione; così, ad ogni terremoto della nostra vita, ad ogni evento doloroso e incomprensibile, ad ogni sofferenza, ci attende una scossa di assestamento molto più grande, in cui la natura, ora mortale e fragile, si manifesterà in tutta la sua gloria. Almeno così spero!

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Gli insegnamenti del Papa

Costruttori di comunione

Nell'enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, possiamo intravedere il contributo dell’umanesimo cristiano a una società più umana e fraterna.

Ramiro Pellitero-1° settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Con l’estate ormai alle spalle, è trascorso abbastanza tempo da poter dedicarsi a una lettura tranquilla della prima enciclica di Leone XIV: Magnifica humanitas (15 maggio 2026). Un testo il cui tema non è l’intelligenza artificiale, ma, come recita il sottotitolo, “la tutela della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale".

Allo stesso tempo, indica quale debba essere il contributo dei cristiani alla costruzione di una città più umana e fraterna. Il preludio e il finale che fanno da cornice alle sinfonie. Vale la pena prestare particolare attenzione all’inizio e alla fine dell’enciclica, per quanto brevi, per cogliere appieno il contenuto del suo messaggio.

Il preludio: Babele o Gerusalemme?

All'epoca di Leone XIII La novità era rappresentata dalla rivoluzione industriale, con i suoi progressi e i suoi rischi. Oggi, afferma il Papa, abbiamo bisogno di realizzare un “discernimento condiviso”che ci aiuti, in questo “cambio d'epoca” a rispondere ad alcune domande fondamentali: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?»” (n. 6).

Per costruire in modo responsabile nel nostro tempo, il Papa propone due “immagini” bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr. Gn 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr. Ne 2, 6) dopo l’esilio a Babilonia (cfr. nn. 7-10).

“La prima scelta non è tra un ‘sì’ o un ‘no’ alla tecnologia, ma tra costruire Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette al lavoro unito per rialzare le mura della convivenza fraterna»” (n. 9).

Leone XIV afferma che proprio “questa opera collettiva” è l’espressione del modo di costruire proprio dei cristiani: “Orientare l’azione verso Dio, affinché, alla Sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrovi le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo” (n. 10).

Si delinea così, si potrebbe dire, un’antropologia cristiana del lavoro, che culmina nel dono della Città di Dio definitiva: il Paradiso, il Regno di Dio compiuto, la Chiesa, comunione dei santi in un mondo riconciliato e trasformato. “Questa visione di grazia rappresenta per noi cristiani un invito a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle ‘città’ di oggi" (Ibidem.).

Condizioni per “costruire nel bene”

Per questa “costruzione sul bene” Il Papa indica quattro condizioni (cfr. nn. 11-14): costruire sulle fondamenta del rapporto con Dio e del desiderio di felicità che alberga nel cuore umano; “accettare i limiti e la fragilità dell'umanità, senza considerarli un errore da correggere”; lavorare con “una coraggiosa corresponsabilità” e una “responsabilità condivisa”; utilizzare un “linguaggio evangelico".

Cosa intende Leone XIV con quest’ultima affermazione?: “Evitiamo le parole che umiliano o creano conflitti. Scegliamo invece la chiarezza che illumina e la franchezza che apre nuove strade. Non incoraggiamo l’entusiasmo ingenuo né alimentiamo paure inutili” (n. 14). Aggiunge inoltre l’offerta di criteri fondati sulla dignità umana e nell’ottica della giustizia e della pace.

La posta in gioco nel mondo è “rimanere profondamente umani”. Questo fa parte, fin dagli albori del cristianesimo, dell’annuncio del messaggio evangelico; poiché Cristo rivela all’uomo ciò che l’uomo è nella sua pienezza (cfr. Gaudium et spes, 22). 

Ecco la proposta per la quale invoca la protezione divina, affinché Dio possa dimorare nel cuore dell’uomo: “Essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servitori del Regno che verrà, non padroni di torri destinate a crollare" (n. 16).

Il discernimento per prendersi cura dell'umano: tra tecnica e dominio, potere e amore

Nella parte centrale della sua enciclica, Leone XIV presenta la dottrina sociale della Chiesa come un pensiero dinamico e fedele al Vangelo (capitolo 1), in grado di interpretare la storia alla luce del messaggio cristiano e di accompagnare l’umanità verso la sua pienezza. Di seguito espone i fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa (capitolo 2), come criteri decisivi per il discernimento personale e sociale nell’era digitale. Il criterio centrale è la dignità umana, che ogni essere umano possiede per il solo fatto di esistere. Da essa deriva il bene comune come insieme di condizioni che rendono possibile la maturazione personale. Ciò implica la destinazione universale dei beni, compresi quelli immateriali e digitali; la sussidiarietà, che tutela la responsabilità della persona, della famiglia e degli organismi intermedi di fronte a ogni abuso di potere; e la solidarietà come consapevolezza dell’interdipendenza delle persone e dei popoli.

Nel capitolo seguente viene analizzato il rapporto tra tecnica e padronanza sullo sfondo di la grandezza della persona umana (capitolo 3) e di fronte alle proposte ingannevoli del transumanesimo e del postumanesimo, che tentano di superare i limiti della persona umana ridefinendone le potenzialità al di là della responsabilità politica e morale. Il documento afferma che “‘L’essere umano non si realizza ’nonostante‘ il limite, ma spesso ’attraverso” il limite» (n. 118); pertanto la fragilità e la vulnerabilità sono ambiti in cui matura il rapporto interpersonale, la cura e l’apertura verso gli altri. La grazia di Dio e l’umanesimo cristiano sono l’unica garanzia del vero “più che umano”, attraverso il superamento di sé stessi per amore.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, essa può rappresentare un valido aiuto, ma richiede attenzione; inoltre, può indebolire il giudizio personale e la creatività, avere un impatto negativo sull’ambiente e non è moralmente neutra. I criteri della dottrina sociale possono contribuire a evitare che l’IA venga strumentalizzata a scapito dell’essere umano.

Ma nell’era digitale ciò che è in gioco, prima di tutto, è, preservare i valori umani nel processo di trasformazione: verità, lavoro, libertà (capitolo 4). Si evidenzia la necessità di una comunicazione pubblica affidabile e di un’istruzione che sviluppi lo spirito critico, nonché di garantire a tutti l’accesso a un lavoro dignitoso e una reale libertà. Tutto ciò richiede norme eque, responsabilità condivisa e qualità nell’istruzione.

In definitiva, si contrappongono due approcci: La cultura del potere e la civiltà dell'amore (capitolo 5), che possono essere interpretati alla luce dell’espressione agostiniana: “due amori hanno dato vita a due città”: l'amore per se stessi contrapposto all'amore per Dio, che comporta l'amore per il prossimo.

La cultura del (puro) potere è sinonimo di guerra e violenza, anche se deriva da un algoritmo. La civiltà dell’amore è sinonimo di “costruzione della comunione” sui principi fondamentali della giustizia, della fratellanza e del dialogo, e sulla via della pace. “Con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto” (n. 219).

Nel complesso, e in questo senso, “La dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia” (n. 27).

Contemplazione e spiritualità eucaristica

L'ultimo movimento di una sinfonia, il finale, ha solitamente un carattere di grande impatto. Alla fine dell’enciclica, quando cala il sipario su questa sinfonia, si rivela, in modo semplice e al tempo stesso intenso, la condizione, la dimensione spirituale e teologica che ne sostiene e ne custodisce il senso ultimo. Ma non si tratta né di una proposta culturale né di una teoria sociopolitica.

Sotto il titolo Una spiritualità per il nostro tempo (conclusione), desidera offrirci “un percorso di vita cristiana sobrio ed esigente, con cui vivere questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo” (n. 229). Ecco le quattro tappe di tale percorso: “È un cammino che nasce dalla contemplazione del disegno di Dio, vive l’unità ecclesiale nutrendosi della Parola e dell’Eucaristia, opera il bene nel mondo e prega insieme alla Vergine Maria" (Ibid.). Un “finale” in quattro parole: contemplazione, unità, lavoro e preghiera.

Prima di tutto, contemplazione di Cristo: “Come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche l’era dell’intelligenza artificiale. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, e non uno spettatore rassegnato di fronte ai processi tecnologici che limitano la sua libertà e la sua responsabilità” (n. 233).

Cristo non disprezza ciò che è autenticamente umano, ma lo fa proprio: “In questo disegno, nulla di ciò che è veramente umano andrà perduto, ma tutto sarà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarli al nulla e consegnarli, redenti, al Padre" (Ibidem.).

In secondo luogo, la spiritualità eucaristica; poiché il dono di Cristo, Verbo di Dio fatto carne, rimane presente e operante nell’Eucaristia (cfr. nn. 234-235), “sacramento di unità”, secondo sant’Agostino. L’Eucaristia “È l’incontro profondamente personale con il Signore e, tuttavia, non è mai un semplice atto di devozione individuale”. (Benedetto XVI, Omelia 21-IV-2011). Questa, dice il Papa, è “la Chiesa di Cristo”, che noi cristiani formiamo in unità con Lui, come recita il motto episcopale di Leone XIV: In illo uno unum.

In questo modo mette in luce la dimensione sociale dell’Eucaristia: “L’Eucaristia ci spinge alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione particolare verso coloro che subiscono il peso della povertà e dell’emarginazione” (n. 235). E lo esprime nel contesto della nostra era digitale: “E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, alimentata dall’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un altro tipo di approccio, salvaguardando i legami, ridando voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone" (Ibidem.).

Lavoro e preghiera

Tutto ciò richiede impegno. “In quest'opera –la costruzione del bene nel mondo– Siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarci nello spiritualismo né nei nostri piccoli mondi: dobbiamo essere fedeli alla verità, investire nell’istruzione, curare le relazioni e amare la giustizia e la pace” (n. 236). Si tratta di diversi ambiti di lavoro.

Lavorare per rimanere fedeli alla verità: “In questo contesto –sottolinea Leone XIV– È importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera la giustizia più dei contenuti più accattivanti, che cerca la saggezza più dell’impatto immediato. La verità che non dobbiamo perdere è quella di Dio e quella dell’essere umano, proprio come Cristo ce l’ha rivelata” (n. 237).

Lavorare nel campo dell'istruzione: “Investiamo nell’istruzione, a partire da noi stessi!” In particolare, “Tutti abbiamo bisogno di formarci per vivere nel mondo digitale in modo umano, come parte integrante dell’educazione alla fede e alla vita virtuosa del Vangelo” (n. 238). E tutto ciò nel contesto di un’arte dell’educazione che oggi ha bisogno di ampliare e condividere le alleanze educative. 

Impegnarsi per coltivare le relazioni: la nostra epoca, avverte Leone XIV, ha bisogno di “mani capaci di tenerezza, menti attente e parole gentili”. Sempre e soprattutto oggi, la presenza fisica: “la tavola condivisa, la comunità cristiana che si riunisce, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri” (n. 239).

Lavorare, infine, per amore della giustizia e della pace. “Ogni decisione tecnica o economica diventa un momento di discernimento spirituale, un’occasione per verificare se i progressi dell’intelligenza artificiale aprono spazi di giustizia e partecipazione oppure concentrano ricchezza e potere nelle mani di pochi. Vi invito a guardare con lucidità alle reti di produzione digitale, alle condizioni di lavoro nascoste dietro i nostri dispositivi, ai meccanismi che sfruttano la manipolazione e la guerra” (n. 240). 

Come coronamento, Leone XIV evoca il “Magnificat” di Maria (cfr. nn. 243-245). È un’icona di ciò che dovrebbe essere la nostra preghiera: lode e gioia, realismo e profezia di coloro che si impegnano ad essere “tessitori di speranza".

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Spagna

Torreciudad: Mons. Pérez Pueyo ribadisce la richiesta che la Madonna rimanga nell’eremo-santuario

Il vescovo di Barbastro-Monzón ha pubblicato un comunicato in cui ribadisce la richiesta che la Madonna rimanga nell’eremo originario e afferma che “la pace della Chiesa non può fondarsi sul silenzio di un popolo”. 

Maria José Atienza-31 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il prossimo 5 settembre si terrà la 47ª Processione delle Vergini di Ribagorza e Sobrarbe presso l’eremo-santuario di Torreciudad. Una processione alla quale parteciperà l’immagine originale di Nostra Signora degli Angeli, previa autorizzazione da parte del commissario pontificio, Mons. Alejandro Arellano.

In questo contesto, il vescovo di Barbastro, mons. Ángel Pérez Pueyo, ha redatto un comunicato in cui ribadisce la richiesta di riportare l’immagine nella sua cappella originaria, nonostante la questione sia di competenza della Santa Sede, in particolare del commissario plenipotenziario, nominato a tal fine da Papa Francesco nel 2024, Mons. Alejandro Arellano il quale, inoltre, visiterà il complesso la settimana successiva per presiedere la Giornata Mariana della Famiglia, una delle celebrazioni più amate e frequentate tra quelle che si tengono a Torreciudad. 

Il comunicato di mons. Perez Pueyo è l'ultima puntata di una serie che ogni estate vede svolgersi i suoi capitoli principali da quando, nel luglio 2023, si fosse venuta a creare una situazione di disaccordo tra la diocesi di Barbastro Monzón e la prelatura dell’Opus Dei che, finora, non ha trovato una soluzione. 

L'immagine di Torreciudad e il nuovo tempio 

In un comunicato molto simile all’omelia pronunciata un anno fa, mons. Perez Pueyo ha ribadito la richiesta di un ritorno a tempo indeterminato dell’immagine all’eremo originario: “Chiediamo che la Madre rimanga nella sua casa di sempre, dove è sempre stata per oltre mille anni fino a quando non le è stata portata via cinquant’anni fa”. Va ricordato che il trasferimento dell’immagine della Madonna degli Angeli da Torreciudad al nuovo tempio, opera di Heliodoro Dols, fu autorizzato dal vescovo della diocesi, mons. Jaime Flores, nel 1966; di tale autorizzazione si conserva un atto notarile. 

Quattro anni prima, nel 1962, era stato concordato il restauro e il mantenimento in perfetto stato di conservazione dell’immagine della Vergine e dell’eremo, “promuovere il culto e garantire l’accesso ai pellegrini e, inizialmente, non rimuovere l’immagine della Vergine dall’eremo”, questo è stato l’unico punto che è cambiato. In questo periodo, il Patronato di Torreciudad, nelle sue diverse forme, si è occupato del restauro dell’eremo, della sua sistemazione, dell’asfaltatura delle strade e della sicurezza. 

Nella nota si afferma inoltre che “la Diocesi ha rinunciato a tutto il resto. Abbiamo rinunciato a qualsiasi compenso economico. Non rivendichiamo la gestione del nuovo tempio, né i suoi beni, né i suoi conti, né le entità o le imprese legate alla sua gestione”, cosa che, d’altra parte, complesso se si tiene conto che la nuova chiesa appartiene alla Fondazione canonica «Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad», mentre l’Associazione Patronato di Torreciudad, incaricata di reperire i fondi per la manutenzione della nuova chiesa, è un’entità dotata di personalità giuridica civile. 

Ancora una volta, il prelato sottolinea che è stata la diocesi a chiedere alla Santa Sede che Torreciudad fosse “riconosciuta come santuario internazionale dipendente direttamente dalla Santa Sede e che fosse la stessa Santa Sede a supervisionarne la situazione economica e pastorale”.

La processione dell'immagine originale 

In merito al trasferimento temporaneo dell’immagine, lo scorso luglio il vescovo aveva pubblicato una nota in cui affermava senza mezzi termini la partecipazione di questa scultura alla celebrazione liturgica e alla processione di questa Romeria. Tuttavia, da Torreciudad hanno sostenuto di “aver sottoposto questa proposta al commissario pontificio, mons. Alejandro Arellano, il quale ha autorizzato che la scultura originale venga portata all’eremo e vi rimanga durante la celebrazione” e hanno inoltre precisato che “per la successiva processione verrà utilizzata la copia pellegrina della Vergine di Torreciudad”, la quale “è dotata degli ancoraggi e degli altri elementi necessari per essere trasportata in sicurezza ed è preparata specificatamente per partecipare a romerie e pellegrinaggi”. 

Il ruolo del commissario plenipotenziario 

Perez Pueyo, tuttavia, sostiene in questo comunicato che è Torreciudad ad essere “sotto amministrazione controllata” e non la diocesi; pertanto, a suo avviso, non era necessario consultare Arellano. 

Sebbene il testo del possibile accordo relativo a Torreciudad non sia noto, il vescovo di Barbastro afferma in questo comunicato che egli “non può firmare, approvare né acconsentire a una soluzione che privi questo popolo di Barbastro-Monzón della propria Madre, o che la trasformi in una persona estranea che fa qualche visita ai propri figli da una casa altrui”. La permanenza della Vergine nel nuovo tempio, per il resto aperto e visitato normalmente dai devoti della Vergine di Torreciudad, sia locali che forestieri, non è accettabile per il vescovo, che arriva a sottolineare che “la pace della Chiesa non può fondarsi sul silenzio di un popolo a cui si chiede di rinunciare alla propria memoria”. 

A questo proposito, Perez Pueyo ha lasciato trasparire un certo malcontento riguardo alla gestione del commissario plenipotenziario, sottolineando che si è trasformata “in una sorta di mediazione tra loro [la prelatura dell’Opus Dei] e la diocesi, come se questa gente, che aspettava giustizia, dovesse accettare delle rinunce invece di difendere i propri diritti, cosa che ha dato origine proprio alla commissione di Torreciudad”. Un’affermazione che sembra contraddire diverse dichiarazioni precedenti del prelato rilasciate a vari media, in cui si mostrava soddisfatto per la intervento della Santa Sede e disposto a attenersi a quanto stabilito dal Vaticano in merito a Torreciudad. 

Condizione di continuità dell'episcopato

Prima dell’invito a partecipare a questo pellegrinaggio, che non è la prima volta che si celebra a Torreciudad, dove si era già tenuto nel 2011, il vescovo ha tenuto a sottolineare che auspica che “Torreciudad sia un grande centro universale di evangelizzazione mariana”, come lo è stata in modo particolare negli ultimi cinquant’anni.

Come già sottolineato dal anno scorso, allineandosi alla posizione dell’anziano Eleazar, il vescovo ha nuovamente messo in gioco il proprio incarico qualora la risoluzione su Torreciudad non comportasse il ritorno della Madonna «privata», secondo le parole del vescovo, nella sua diocesi. Una risoluzione che, per il momento, non sembra imminente. 

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Evangelizzazione

Come promuovere le vocazioni? Lo spiega il rettore del seminario con il maggior numero di vocazioni negli Stati Uniti

La diocesi di Wichita si distingue dalle altre raggiungendo un sorprendente 195% rispetto alla cifra necessaria per garantire il ricambio dei propri sacerdoti.

Javier García Herrería-31 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La diocesi di Wichita, in Kansas, si è affermata come punto di riferimento nazionale nella promozione del ministero sacerdotale, posizionandosi nettamente in testa alle classifiche relative alle vocazioni negli Stati Uniti. Secondo un recente rapporto di Pastorale vocazionale, le diocesi più piccole e coese registrano i risultati migliori: Wichita raggiunge infatti un impressionante 195% del tasso necessario per mantenere il proprio numero di sacerdoti. Questo quadro contrasta con la realtà delle grandi diocesi con una popolazione cattolica più numerosa, che devono affrontare sfide significative per garantire il ricambio generazionale e disporre di un numero sufficiente di seminaristi.

Per approfondire i fattori alla base di questa notevole fioritura vocazionale, abbiamo parlato con padre Chad Arnold, sacerdote diocesano e rettore del Seminario San Filippo Neri (Seminario di San Filippo Neri) nella diocesi di Wichita. Attraverso la sua esperienza nella formazione sacerdotale e nella vita comunitaria, ci illustra gli elementi chiave della pastorale che hanno trasformato questa piccola diocesi in un modello di vitalità e speranza per la Chiesa.

La diocesi di Wichita è considerata un modello per il gran numero di vocazioni. A quali fattori attribuisce questa risposta costante da parte dei giovani?

–Le benedizioni delle vocazioni derivano da molti fattori. Innanzitutto, l’ampia disponibilità di cappelle dedicate all’adorazione eucaristica. La maggior parte delle nostre parrocchie offre l’adorazione eucaristica, alcune addirittura dispongono di cappelle di adorazione perpetua. Ciò permette ai giovani di presentarsi davanti a Dio in silenzio ogni volta che lo desiderano e di ascoltare la sua voce. 

In secondo luogo, abbiamo un presbiterio molto affiatato. I sacerdoti sono di tutte le età, vanno d’accordo tra loro e formano una fraternità davvero solidale. I giovani vedono i nostri sacerdoti pregare insieme, ridere insieme e godersi una vera fratellanza solidale. 

Quali altri aspetti contribuiscono a creare una cultura vocazionale?

–È molto radicata l’idea che tutto ciò che mi è stato dato provenga da Dio e che io abbia la responsabilità di utilizzarlo bene, compresi i miei doni e la mia vocazione. Questo stesso modello ci permette anche di offrire un’eccezionale educazione cattolica a qualsiasi cattolico praticante che lo desideri. I nostri giovani ricevono una solida formazione nella fede. 

Infine, abbiamo una leadership di qualità. Abbiamo avuto la fortuna di poter contare, per molti decenni, su vescovi affettuosi e devoti. Ci hanno guidato con fermezza.

In che modo le famiglie e le parrocchie locali collaborano direttamente nell’individuare e sostenere le possibili vocazioni?

–Tutte le nostre parrocchie ricevono il nostro manifesto annuale sulle vocazioni e lo espongono. Molte di esse incoraggiano i propri fedeli a dedicare un’ora santa a ciascuno dei giovani. 

Nella diocesi abbiamo anche quattro club Serra. Si tratta di un gruppo che si riunisce periodicamente per sostenere le vocazioni attraverso la preghiera, l’invio di pacchetti di benvenuto all’inizio dell’anno scolastico, la stesura di lettere ai giovani e l’organizzazione di incontri vocazionali nelle scuole elementari. 

Infine, cerchiamo di fare in modo che i parroci visitino regolarmente il seminario per trascorrere del tempo con i giovani.

Come state affrontando l'attuazione della nuova fase propedeutica richiesta dalla Santa Sede per i primi anni di formazione?

–Fortunatamente, gran parte di ciò che stavamo già facendo si adattava bene alla nuova fase propedeutica. Avevamo già messo a punto un programma locale per consentire ai giovani di conoscere la diocesi e il vescovo prima di partire per un seminario lontano. Nella nostra Casa di Formazione/Seminario ci concentriamo sulle competenze umane fondamentali tradizionali. 

Non abbiamo personale assunto, quindi sono i giovani a occuparsi di tutte le pulizie, della manutenzione e della cucina. Abbiamo cinque pasti a settimana in cui ci sediamo a tavola e in cui gruppi di giovani preparano la cena. 

Organizziamo inoltre corsi periodici di “competenze pratiche” che spaziano dalla falegnameria alla meccanica automobilistica, dall’elettricità all’idraulica, dalla cucina al tiro a segno e al cucito.

Che consiglio daresti a un responsabile vocazionale di un’altra diocesi che desidera rilanciare la pastorale vocazionale nella propria regione?

– Il consiglio migliore che posso darle è di non perdersi d’animo. Non cercate di farlo da soli. Innanzitutto, il Signore della messe deve essere profondamente coinvolto, attraverso la preghiera assidua, la supplica, il digiuno, ecc., ma anche altri sacerdoti e laici devono sentirsi coinvolti. Le vocazioni sono una questione che riguarda tutti.

A un giovane che oggi sente una vocazione ma non osa fare il primo passo, quale sarebbe il suo messaggio principale?

– Il mio messaggio principale per un giovane sarebbero le parole che Gesù ripete più spesso nel Vangelo: “Non abbiate paura”. Qualunque cosa diamo a Dio, Lui non resterà indietro in generosità. Quando diciamo “sì” a Dio, non ce ne pentiamo.

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Mondo

Zuckerberg (Meta) e Amodei (Anthropic), di fronte alla sfida umanistica

Gli amministratori delegati di Meta, Mark Zuckerberg, e di Anthropic e Darío Amodei si trovano ad affrontare importanti sfide di natura umanistica ed etica, che determineranno il corso dello sviluppo tecnologico nei prossimi anni. Zuckerberg, sul tema della salute mentale e delle dipendenze dei giovani, e Amodei, sull’etica nell’Intelligenza Artificiale (IA).

Francisco Otamendi-31 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La corsa all’intelligenza artificiale non è solo tecnologica, ma anche etica e umanistica. L’impero tecnologico dei social network deve avere dei limiti – la dignità umana e la salute – alla luce dei fatti denunciati da numerosi adolescenti di 47 stati degli Stati Uniti, che si considerano vittime di danni psicologici e mentali causati da prodotti considerati che creano dipendenza immessi sul mercato.

Ciò è confermato dai fatti rilevanti che si stanno verificando in questi giorni.

Il 26 agosto è stato visualizzato l'accordo presentata dinanzi a un tribunale federale della California, in base alla quale Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, accetta di pagare 17 miliardi di dollari, più un miliardo se si include il Texas, per evitare il processo contro Zuckerberg. Il motivo: i danni causati ai minori dal design che crea dipendenza sui propri social, nel più grande procedimento giudiziario della sua storia. 

Nel caso in cui avesse perso la causa, il colosso tecnologico avrebbe dovuto affrontare un costo prevedibilmente molto più elevato, forse decine o centinaia di miliardi di dollari.

La controversia, ancora in sospeso

Tutto sommato, forse l'aspetto più preoccupante sono le posizioni contrastanti nella controversia, poiché Meta non condivide le accuse.

La causa accusava l'azienda di contribuire alla crisi di salute mentale tra gli adolescenti a causa di un design che crea dipendenza e nascosto al pubblico.

Il logo di Meta è stato visibile durante la conferenza Viva Technology, dedicata all’innovazione e alle startup, tenutasi presso il centro espositivo Porte de Versailles di Parigi il 12 giugno 2025. (Foto di OSV News/Benoit Tessier, Reuters).

Tuttavia, Obiettivo nega le accuse e la propria responsabilità. “Garantire che gli adolescenti vivano un’esperienza sicura e costruttiva sulle nostre piattaforme è una priorità assoluta per Meta”, sottolinea l’azienda. “Vogliamo agire nel modo giusto sia per i genitori che per gli adolescenti”, ha aggiunto.

Coinvolge TikTok e YouTube

È stato inoltre reso noto che l'incasso dell'importo da parte degli Stati è garantito solo al 70%. Meta verserà il restante 30% solo se Tik Tok e YouTube si impegnano ad adottare misure per controllare meglio anche l'uso delle loro piattaforme da parte dei giovani, e investono in tal senso.

Alcune delle proposte che Meta intende attuare, e che vorrebbe fossero adottate anche dai suoi concorrenti, vanno da un limite giornaliero di due ore (che potrebbe essere ridotto a un’ora), alla limitazione delle notifiche durante la notte e fino a mezzogiorno, compreso l’orario scolastico, alla disattivazione degli algoritmi, ecc., in modo da ridurre la dipendenza dal cellulare. L’Australia ha vietato l’uso dei social network ai minori di 16 anni e altri paesi stanno valutando la questione.

La legge del profitto o i principi?

Un altro tema rilevante, se non addirittura più importante, a cui abbiamo accennato all’inizio, è la sfida etica nei modelli di intelligenza artificiale, una questione che potremmo definire la sfida tecnologica umanistica.

Papa Leone XIV ha lanciato un forte monito e ha invitato alla riflessione, ponendo come principio fondamentale il rispetto della dignità umana, che precede e giudica l’intelligenza artificiale. 

La questione è: cosa succederà, come scriveva Robert Amstrong sul Financial Times il 30 aprile, se le aziende e i loro modelli “seguiranno una regola sopra ogni altra: cercheranno di massimizzare la redditività per i propri azionisti, entro i limiti stabiliti dalla legge. Quando la legge del profitto entra in conflitto con i principi interni dell’azienda, il profitto prevarrà sempre”.

Il cofondatore di Anthropic, Darío Amodei, a Davos, in Svizzera, il 20 gennaio 2026 (Foto di OSV News/Denis Balibouse, Reuters).

Darío Amodei: concentrarci sugli aspetti positivi dell'IA

Dario Amodei afferma di essere “concentrato giorno e notte su come allontanarci dagli esiti negativi dell’IA e avvicinarci a quelli positivi”. Amstrong dice di credergli. Ma (…) le sue parole non sono altro che rumore. Alle strutture di incentivazione in questione non importa su cosa sia concentrato”.

Mentre il giornalista del FT esprime il proprio scetticismo, è importante seguire le tracce dei i fratelli Amodei, Darío e Daniela, figli di un artigiano del cuoio originario dell’Italia e di una responsabile di progetti per biblioteche ebrea proveniente da Chicago. Entrambi hanno lasciato OpenAI / ChatGPT per fondare Anthropic (il chatbot Claude), di cui Darío è amministratore delegato e Daniela presidente.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vaticano

Leone XIV raccomanda di non interrompere il dialogo con il Signore e di non giudicarlo mai

Durante l’Angelus di questa domenica a Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha esortato a non interrompere mai il dialogo con il Signore, anche se non lo comprendiamo, e a manifestargli con fiducia la nostra difficoltà nel capire ciò che ci chiede, senza giudicare Dio.

Francisco Otamendi-30 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Di fronte ai numerosi pellegrini e fedeli presenti a Castel Gandolfo, il Santo Padre ha commentato nel Angelus Il Vangelo di domenica 30 agosto, in cui il primo degli apostoli, Pietro, manifesta al Signore il proprio disaccordo riguardo alla rivelazione di Gesù sulla sua imminente Pasqua: la sua passione e la sua morte, e la sua risurrezione il terzo giorno. “Lungi da te una cosa del genere, Signore! Questo non può accaderti”, gli dice.

Era passato appena un istante da quando aveva riconosciuto in Lui il “Messia, il Figlio del Dio vivente”. E ora invece, sorpreso e forse deluso da ciò che aveva udito, in contrasto con la bella professione di fede che aveva appena pronunciato, lo rimprovera, ha spiegato il Papa.

«Neanche per noi è sempre facile comprendere e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre», ha proseguito Leone XIV. 

Le tentazioni consistono, contro ogni logica di fede, nel pensare che sia il Signore a sbagliarsi o, peggio ancora, che non ci ascolti o non si interessi di noi. 

L’insegnamento di Pietro: la fiducia

Di fronte a questa incertezza, Pietro, nonostante la sua impulsività, ci insegna due cose importanti, ha sottolineato il Papa.

“La prima è quella di non interrompere mai, nemmeno in questi momenti, il dialogo con il Signore; anzi, di manifestargli con fiducia la nostra difficoltà nel comprendere ciò che ci chiede”.

La seconda è: “Non giudicare mai l’operato di Dio, ma piuttosto metterci in ascolto, con umiltà, nella preghiera, di ciò che Egli ci sta rivelando attraverso le Sue azioni, anche quando ciò non corrisponde alle nostre aspettative”.

La grandezza del primo degli apostoli si manifesta anche in questo, ha sottolineato il Pontefice.

Perché Gesù gli risponde: “Vattene via da me, Satana!”, e spiega a lui e agli altri discepoli che, per seguire le sue orme, dovranno rinnegare se stessi, prendere la propria croce e seguirlo.

Pedro rimarrà fedele fino al martirio

Pedro lo farà dopo averlo ascoltato, accetterà la sfida e resterà fedele alle parole di Cristo, che ha riconosciuto come suo redentore, per tutta la sua vita, fino al martirio, ha sottolineato il Successore di Pietro.

In conclusione, il Papa ci ha esortato a chiedere al Signore, nella nostra vita di fede e nella nostra preghiera, “la stessa sincerità di Pietro, dicendogli con umiltà ciò che proviamo veramente, anche quando il cuore è confuso;  e, allo stesso tempo, che sappiamo coltivare la sua docilità, accettando ciò che ci chiede al di là delle nostre aspettative”. 

 E che lo facciamo guidati da Maria.

Preghiera e solidarietà per Haiti, il Nepal e la tutela del creato

Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha fatto riferimento al grave massacro avvenuto ad Haiti, ha espresso la propria vicinanza alle vittime e ai loro familiari e ha chiesto l’immediato rilascio incondizionato degli ostaggi. Ha inoltre pregato per le vittime della terribile alluvione in Nepal.

Infine, dopo aver salutato diversi gruppi di pellegrini, il Papa ha ricordato la Giornata Mondiale della Preghiera per la cura del creato martedì prossimo, 1° settembre, in cui presiederà la Messa nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo.

L'autoreFrancisco Otamendi

Ecologia integrale

La rivoluzione sacramentale: una missione per le coppie cristiane

Le coppie cristiane sono chiamate a guidare una «rivoluzione sacramentale» che restituisca la verità al corpo e alla famiglia di fronte all'attuale crisi antropologica.

Valle Rodríguez Castilla-30 agosto 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Giovanni Paolo II, nella sua “Teologia del Corpo”, ci ha parlato del corpo come sacramento, come segno visibile: i nostri corpi esprimono il mistero di Dio e lo rendono presente. In questo senso, oggi, contemplando la deriva del corpo, si avverte la mancanza di una nuova rivoluzione, questa volta sacramentale. In essa, le coppie sposate avrebbero una missione centrale.

Quest’idea mi è rimasta molto in mente quest’estate. Credo che abbia avuto origine dalla rilettura dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae—il mio modo personale di celebrare il nuovo anniversario della sua proclamazione, lo scorso 25 luglio. 

Il significato più ampio di «sacramento» secondo la Teologia del Corpo

Prima di tutto, è opportuno chiarire che Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, utilizza il termine «sacramento» in un senso più ampio rispetto a quello che si riferisce ai sette sacramenti istituiti da Cristo.

In questo senso ampio, il «sacramento» è il segno visibile di una realtà invisibile, del mistero di Dio nascosto nei secoli. È per questo che, in un certo senso, il corpo rientra nella definizione di sacramento; così come il matrimonio fin dall’inizio. Entrambi, il corpo e il matrimonio, ci parlano di Dio e lo rendono presente nel mondo.

L'immagine di Dio nel matrimonio

Per quanto riguarda il matrimonio, Giovanni Paolo II afferma nella sua teologia che il matrimonio è un sacramento fondamentale e di prototipo di tutti i sacramenti: «primordiale», in quanto precede nella sacramentalità, ne è il capostipite; e «prototipo», in quanto è modello di tutti i sacramenti perché «esprime sinteticamente l’amore sponsale di Cristo e della Chiesa». (Senza sminuire l’Eucaristia, che Papa Giovanni Paolo II definisce sacramento principale).

Così, Giovanni Paolo II sostiene nella sua catechesi che l’immagine più completa dell’amore di Dio nel mondo si può trovare nella vita degli sposi e, più profondamente, in quella di coloro che sono sposati in Chiesa. L’amore coniugale è chiamato ad essere il riflesso più pieno dell’amore divino in questo mondo. 

Dietro una grande rivoluzione, una grande enciclica

I grandi cambiamenti che interessano l’uomo e la storia risvegliano la voce della Chiesa. La Chiesa, madre e maestra, torna sempre a ricordarci chi siamo e perché siamo qui.

Per questo motivo, ogni grande rivoluzione ispira un’enciclica. E ogni enciclica ridefinisce le coordinate antropologiche e teologiche di una rivoluzione che sta per arrivare: la rivoluzione più vera e definitiva. 

Così, la rivoluzione sessuale suscitò, all’epoca, Humanae vitae. La rivoluzione tecnologica della nostra epoca ha ispirato la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas. E l’una e l’altra, nei rispettivi contesti, rimandano all’unica rivoluzione in grado di garantire il progresso e la felicità dell’umanità: la rivoluzione sacramentale.

Si tratta di riportare il corpo, il matrimonio e la famiglia alla loro verità più profonda, alla loro natura sacramentale.

L'attualità costante di Humanae vitae

Humanae vitae ha messo in luce il tesoro della natura umana. La sua perla preziosa è il rispetto per l’integrità di ogni relazione coniugale — di ogni rapporto sessuale — e per la sua forza vitale.

Non si tratta di un insegnamento ormai superato, né di una proposta appartenente a un’altra epoca. Ancora oggi, l’autorevolezza serena del suo messaggio continua a incoraggiare uomini e donne a soffermarsi davanti al mistero della vita con uno sguardo più amorevole, più riverente e più pieno.

A due anni dal compimento dei sessant’anni, la prima invocazione di Humanae vitae continua a essere un’eco giovane della verità dell’amore per tutta l’umanità: Il gravissimo compito di trasmettere la vita, «il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana».

Tuttavia, la forza della sua voce sembra soffocare nel frastuono delle nuove antropologie. A volte riesce a farsi strada e a risuonare nel silenzio di una camera da letto. Anche in quei casi, i neo-sposi si chiedono:

—Che vita? Cosa significa che sia umana? Quale dovere? Perché è grave?

Sono interrogativi del nostro tempo.

La trasmissione della vita, pietra angolare dell'umanità

La rivoluzione sessuale, favorita dalla legalizzazione e dalla diffusione della pillola contraccettiva, ha provocato — come aveva profetizzato Paolo VI — un terremoto antropologico. Le sue scosse di assestamento continuano ad aprire crepe nella comprensione della persona e del corpo, della mascolinità e della femminilità, della generatività e della fecondità, del matrimonio e della famiglia.

Percorrendo una strada che abbiamo iniziato a percorrere a ritroso —smantellando l’umanità—, la questione contraccettiva ha fatto saltare in aria altre questioni ancora più radicali, come quella dell«»unica carne«; e ha aperto le porte ad altre ancora più fluide, come le »teorie di genere». Una questione generativa ha finito per seminare confusione su verità creaturali più fondamentali.

In questa deriva innaturale, la verità e l’amore si sono sempre più allontanati. Si sono separati a tal punto che ormai è normale che non si riconoscano più. E, quando l’amore e la verità non si riconoscono, nemmeno l’uomo e la donna lo fanno.

Senza dubbio, nel corso di questi anni, abbiamo potuto sperimentare «sulla nostra pelle» che la grammatica naturale della trasmissione della vita umana è la pietra angolare della nostra umanità.

Contraccezione contro natura

Il dilemma relativo alla contraccezione non trova una risposta nella contrapposizione tra contraccezione e concepimento. Semmai, potrebbe risiedere nel binomio contraccezione, non concepimento. In ogni caso, la contrapposizione di fondo è quella tra contraccezione e natura.

Siamo stati creati a immagine di Dio, uomo e donna. La nostra natura ci è stata donata. Non è arbitraria. Il suo linguaggio è inscritto nei nostri corpi. È un linguaggio che dobbiamo imparare a parlare. Quando riusciamo a padroneggiarlo, ci riempie di felicità.

Anche il rapporto sessuale possiede questo linguaggio universale. Il fatto di parlarlo insieme, uomo e donna, ci rende simili, ci permette di raggiungere la vera comunione. E la comunione è sempre olistica: ci supera. I suoi frutti sono frutti di fecondità.

L’audacia di intervenire sulla natura del rapporto sessuale, mettendone in discussione i significati unitivi e generativi — nonché identitari —, ha gettato un’ombra sulla comunione tra uomo e donna. Ma non solo su di essa.

Prendere il significato unitivo del rapporto sessuale con una mano e quello generativo con l’altra, e tirare in direzioni opposte, svuota di significato l’espressione «una sola carne» del matrimonio; svuota di significato l’uomo come marito; svuota di significato la donna come moglie; svuota di significato i figli; e, in ultima analisi, svuota di significato l’intera società.

Ciò che ieri ha avuto inizio nel silenzio di una camera da letto, oggi risuona nelle strade e nelle piazze, trascinando con sé l’umanità. A questo punto (o in questo stato di decadenza), l’immagine di Dio si sta sempre più dissolvendo. La creazione geme e chiede: 

—Dov’è Dio?

Natura e sacramentalità

Ma all’uomo postmoderno sembra non importare affatto se Dio esista o meno. Ciò che desidera davvero è non incontrarlo da nessuna parte; non intravederne nemmeno l’immagine.

In verità, l’uomo di oggi trae vantaggio dal mistero divino. Dio Mistero non si mostra. Dio si nasconde nella creazione e sussurra nel cuore. Il linguaggio della natura è il suo linguaggio. E, attraverso l’uomo e la donna, le sue creature predilette, Dio canta.

Per restituire al mondo l’immagine di Dio occorre rendere visibile l’invisibile: la logica sacramentale. Vedere Dio è una questione di sacramentalità: di corpo e di grazia, di grazia e di corpo.

Per questo il matrimonio — ogni matrimonio, cristiano e non cristiano —, in quanto unione tra uomo e donna, in quanto sintesi dell’umanità nella sua interezza, è chiamato a proclamare il linguaggio della natura, a cantarlo nella verità, a annunciarlo con i propri corpi. Anche nell’abbraccio coniugale.

Certamente, ogni cosa creata possiede un valore sacramentale embrionale, una capacità donata di rendere visibile Dio invisibile. Ma, a un livello più profondo, è il matrimonio a possederlo. Questo è il suo valore e la sua missione per la rivoluzione che la creazione invoca.

Le coppie cristiane, veri protagonisti della rivoluzione sacramentale

Il matrimonio, di qualsiasi fede, cultura ed epoca, è sacramentale: in esso è già presente il germe che lo rende manifestazione del mistero divino. Ma germoglia pienamente con la venuta di Gesù: se la Croce è il matrimonio di Cristo con la sua Chiesa, ogni matrimonio cristiano è chiamato ad esserne il Volto, il suo segno più visibile ed efficace.

Noi battezzati sposati viviamo la stessa realtà del matrimonio naturale, ma in modo nuovo e pieno. Il nostro matrimonio è stato elevato da Cristo all’ordine soprannaturale: Cristo ne conferma la natura e lo colma di significato. Noi coppie cristiane siamo immagine dell’unione di Cristo con la sua Chiesa. 

Per questo, oggi, le vere testimonianze di Cristo sono quelle di tanti uomini e donne battezzati che vivono, con fede, il progetto di Dio per l’amore umano nel matrimonio: la testimonianza di una coppia di fidanzati che si ama nell’attesa, quella di una giovane coppia aperta alla vita, quella di una famiglia liberamente numerosa, quella di una coppia di anziani che continua a vivere di speranza. È così che Dio si rende visibile ed efficace.

La nuova apologetica non si basa sui credi e sulle dottrine; si basa sulle vite dei battezzati, cammina con i loro corpi. La nuova evangelizzazione parla di differenza sessuale, di dono di sé, di fecondità, di un «sì, lo voglio» senza doppie facce, di un «per sempre» che sia davvero per sempre, di totalità, di libertà. Queste sono le vie più sicure della grazia. E uomo e donna, mascolinità e femminilità, dono e vita, donazione e accoglienza, comunione e fecondità costituiscono il nostro campo semantico della sacramentalità, il campo di battaglia di questa tanto attesa rivoluzione sacramentale.

Il «quid» è il corpo

In questa armonia, la contraccezione distrugge il significato della realtà coniugale. È un terremoto il cui epicentro è l«»unica carne», una scossa che frantuma l’immagine di Dio in mille pezzi.

La mentalità contraccettiva compromette il matrimonio come sacramento. Non vuole la rivoluzione sacramentale: continua a preferire la propria, la rivoluzione sessuale fine a se stessa. La contraccezione è un indicatore — un biomarcatore tumorale — della salute sacramentale del fidanzamento, del matrimonio e della società. 

Come ha sottolineato il sacerdote e scrittore Juan Luis Larrú, la crisi del corpo, scaturita dalla rivoluzione sessuale, ha portato alla crisi sacramentale (a cominciare dalla crisi del matrimonio). E la crisi sacramentale ha poi provocato una crisi del corpo ancora più profonda. È urgente uscire da questo labirinto seguendo la traccia sacramentale.

Il cammino sacramentale è il cammino del corpo. Non si tratta di illuminazioni interiori né di estetiche spiritualizzate. Si tratta della grazia che tocca i nostri corpi, li trasforma e li trasfigura; li riempie di gloria dalla pelle verso l’interno, affinché possano riemergere come manifestazioni di gloria.

Il punto cruciale è il corpo. La grazia — e in essa, la grazia coniugale — è la chiave per mostrare al mondo il vero volto di Cristo. Ma la grazia deve incontrare il corpo e aprirlo. La grazia opera dal corpo, attraverso il corpo.

Progresso e felicità

Solo una rivoluzione sacramentale (il cambiamento radicale per cui il visibile esprima l’invisibile), guidata dalle coppie cristiane (la visibilità di Cristo e della Chiesa), potrà restituirci, sani e salvi, i nostri corpi.

Solo una rivoluzione sacramentale potrà sanare questo cancro che affligge i matrimoni e le famiglie e riportare la tenerezza nei loro cuori.

Solo una rivoluzione sacramentale potrà porre fine a questo terremoto antropologico e ricostruire la nostra identità di uomini e donne.

E solo una rivoluzione sacramentale potrà portare alla nostra società il vero progresso, che è sempre felicità.

Ottima osservazione, non c’è dubbio, Humanae vitae già fin dalla sua nascita puntava verso questa Magnifica humanitas.

L'autoreValle Rodríguez Castilla

Sposata e madre di sette figli. Esperta di Teologia del Corpo, questioni di genere ed educazione affettivo-sessuale.

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FirmeAntonio Ruiz Valverde

Tra protezione e libertà: lo sguardo che interroga i genitori

Alla fine, l’unica cosa che posso offrirvi è questa: un amore che non sa se ci riuscirà, ma che non smette mai di provarci.

30 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono gesti così piccoli che quasi non li si nota, finché, un giorno, smettono di sembrare normali. Mia figlia maggiore ne ha uno. Prima di prendere un biscotto a casa di qualcun altro, fa sempre la stessa cosa: alza la testa e mi cerca con lo sguardo.

Non chiede nulla. Non dice «posso?». Si limita ad aspettare quel gesto quasi impercettibile con cui sua madre o io annuiamo dall’altra parte del tavolo. Poi sorride. E lo fa.

Per anni ho pensato che quella fosse una piccola vittoria educativa. Non mi era mai venuto in mente che quello stesso sguardo potesse nascondere una domanda su di me. Fino a quest’estate.

Abbiamo trascorso alcuni giorni di vacanza con un’altra famiglia. Bastano due o tre giorni per scoprire che le differenze tra i genitori emergono proprio dove meno te lo aspetti: un gelato prima di pranzo, cinque minuti in più in piscina, l’ora di andare a letto.

Quel pomeriggio uno dei bambini chiese un gelato. Suo padre glielo concesse. Pochi secondi dopo un altro chiese esattamente la stessa cosa. Suo padre gli rispose di no.

I bambini hanno accettato la risposta con una naturalezza ammirevole. Gli adulti no. Per qualche secondo abbiamo smesso di guardare i bambini per cominciare a guardarci l’uno l’altro. Nessuno ha discusso. Nessuno ha cercato di convincere nessuno. Ma ci siamo tutti confrontati tra noi.

E allora accadde qualcosa che da allora mi accompagna. Qualcuno aprì una scatola di biscotti. Mia figlia allungò la mano. Proprio prima di toccare il biscotto, alzò lo sguardo e cercò i miei occhi.

Ha aspettato un secondo. Forse due. Io ho annuito. Lei ha sorriso. Quando ha preso il suo biscotto, un altro bambino ne aveva già presi due e stava correndo verso il giardino senza aver guardato nessun adulto.

E, per la prima volta dopo tanti anni, non ho provato orgoglio. Ho provato un senso di dubbio. E, per un istante, ho desiderato che mia figlia avesse un po’ di quella sicurezza. Non per disobbedire. Non per smettere di essere se stessa. Solo per affrontare il mondo con la serenità di chi non teme di sbagliare.

Quel pensiero svanì subito. O almeno così credevo. Perché tornò quella notte. E non riuscii a liberarmene per tutto il viaggio di ritorno. Le bambine finirono per addormentarsi sul sedile posteriore. Teresa era al volante. La radio era a volume molto basso. Per molti chilometri nessuno dei due disse una parola.

«Non riesco a togliermi dalla testa lo sguardo della bambina prima che prendesse il biscotto», dissi alla fine.

Teresa ci mise qualche secondo a rispondere.

—Che cosa c'è in quello sguardo?

—Non lo so. Ma mi chiedo cosa vedesse davvero quando mi cercava con lo sguardo. Aspettava un permesso? Aspettava rassicurazione? Aspettava approvazione? O semplicemente aspettava suo padre?

Lei rimase in silenzio. La strada continuava a snodarsi.

—Non lo so —disse alla fine—. Ma se stiamo sbagliando, preferisco che sia perché le abbiamo amate troppo. Non perché le abbiamo trascurate.

Continuiamo in silenzio. A volte penso che quel silenzio abbia risposto meglio di entrambi. Ho letto di iperprotezione, resilienza e autonomia. Parole utili. Nessuna di esse rende l’idea di ciò che ho visto in quello sguardo. Perché ciò che ho visto non era paura. Non era obbedienza. Non era sottomissione. Era qualcosa di più antico. Era una bambina che crede ancora che suo padre abbia tutte le risposte.

E io, che avrei dovuto sentirmi orgoglioso, riuscivo solo a provare paura. Paura che quella fiducia fosse una trappola. Paura che, annuendo sempre, le stessi insegnando che il mondo si può abitare solo con un permesso. Paura che un giorno, quando io non ci sarò più, lei continui ad aspettare uno sguardo che non arriverà mai.

Ci sono notti in cui entro nella loro stanza prima di andare a letto. Anche se ognuna ha il proprio letto, finiscono quasi sempre per dormire insieme, abbracciate, come se il mondo finisse in quella stanza.

Mentre le guardavo dormire, ho pensato che un giorno avrebbero smesso di cercarmi con lo sguardo. Non per mancanza d’amore. Non per ribellione. Perché crescere significa proprio questo: imparare a camminare senza voltarsi indietro. E ho capito che non potevo proteggerle da quel giorno. Né dovevo farlo.

Una sera sono entrata, prima di spegnere la luce. Le ho guardate per un po’ senza fare rumore. Ho pensato che, probabilmente, tra qualche anno nessuna di loro avrebbe più voluto dormire così.

Ho provato uno strano misto di tristezza e serenità. Perché, in fin dei conti, l’unica cosa che posso offrire loro è questa: un amore che non sa se ci riuscirà, ma che non smette mai di provarci. Un giorno smetterà di cercarmi prima di prendere una decisione. E quel giorno spero di avere il coraggio necessario per non confondere la sua libertà con la mia sconfitta. E allora sì. Anche se non ci staremo più tutte e quattro nello stesso letto.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

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Evangelizzazione

Roseline Hamel e Nassera Kermiche: una storia di perdono e riconciliazione

Roseline Hamel ha perso suo fratello, il sacerdote Jacques, assassinato nel 2016 all’età di 85 anni, sull’altare di la chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray (Francia). Nassera Kermiche ha perso suo figlio Adel, uno degli attentatori. Questa è la storia del suo dolore e della sua riconciliazione, così come l’hanno raccontata loro al Meeting di Rimini.

Francisco Otamendi-29 agosto 2026-Tempo di lettura: 12 minuti

Due donne, Roseline Hamel e Nassera Kermiche, sono state le protagoniste del primo grande incontro del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, comunemente noto come il Meeting di Rimini (Italia), tenutosi pochi giorni fa. Un Meeting giunto ormai alla sua 47ª edizione.

Gli organizzatori, Comunione e Liberazione, e in particolare Bernhard Scholz, presidente dell'Incontro, hanno presentato sul palco questa storia di perdono e riconciliazione, di “due sofferenze impossibili da sopportare in solitudine”, proprio alla vigilia della visita di Papa Leone XIV, sabato 22 agosto.

Si trattava della sofferenza di Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e di quella della madre del giovane jihadista, Nassera Kermiche, che per motivi di sicurezza non era riconoscibile, indossava occhiali da sole ed era seduta di profilo rispetto alla telecamera.

"’Soeurs de douleur’ (Sorelle nel dolore)

Questa è una sintesi delle ore che hanno preceduto l'omicidio di padre Hamel in quel giorno del 2016, dieci anni fa: come l'hanno vissuto entrambe le donne e le loro famiglie, come si sono conosciute, come sono diventate amiche e come si sono riconciliate. 

Ora sono le “Soeurs de douleur’ (Sorelle nel dolore), proprio come recita il titolo del libro pubblicato da Ares-LEV, in cui hanno raccontato la loro storia. Ci limiteremo a riportare alcuni estratti di quanto hanno raccontato al Meeting di Rimini, che potete vedere nel video in fondo alla pagina, a un riferimento una fonte di arricchimento dell'agenzia vaticana, e qualche articolo pubblicato, ad esempio su *Il Messaggero*.

I fatti

La mattina del 27 luglio 2016, padre Hamel celebrava la Santa Messa nella sua parrocchia di Saint-Étienne-du-Rouvray, nel nord della Francia.

Al termine della Messa, subito dopo la benedizione, è stato ucciso da due giovani jihadisti. All’arrivo della polizia, i due assassini stavano tentando di fuggire e sono stati uccisi.

Poco dopo, la notizia della morte del fratello giunse alla sorella Rosaline. La notizia che Adel, uno dei figli di Nassera Kermiche, fosse coinvolto nell’omicidio, giunse alla madre nel pomeriggio, quando le fu comunicata anche la sua morte. Fu una giornata terribile per loro. 

“Su queste donne si è abbattuta una sofferenza indescrivibile”, ha affermato Bernhard Scholz, “e da oggi vogliamo ricominciare”, ha aggiunto. I riquadri laterali riportano domande poste dallo stesso Scholz, frasi delle due donne e il testo redatto da Omnes.

I portatori trasportano la bara di padre Jacques Hamel il 2 agosto 2016, all’esterno della cattedrale di Rouen, in Francia, alla presenza di numerosi sacerdoti e altri fedeli (Foto di OSV News/Jacky Naegelen, Reuters).

Roseline, cos’è successo quel giorno? Come l’ha vissuto? E, soprattutto, come l’ha vissuto con sofferenza?

– Roseline: Quella giornata è stata davvero inaspettata. Eravamo arrivati nel nord della Francia, nel paesino dove viveva mio fratello, il mio caro fratello Jacques Hamel, per aiutarlo nella sua ultima settimana di lavoro; poi avevamo in programma di partire insieme per le vacanze.

Siamo arrivati il 25 luglio, che era il giorno di Sant'Anna. Quella sera abbiamo chiesto a mio fratello – anch'io ero lì con i miei nipoti – come fosse possibile che accadessero cose di una violenza così estrema. Come può un essere umano fare qualcosa di così terribile a un altro essere umano? 

All'inizio della cena ci disse: “Ho qualcosa di importante da dirvi. Sono felice di avervi qui, al mio tavolo”. E questo ci sembrò strano da parte di mio fratello, perché per natura era una persona che non sapeva mostrare la propria gioia. 

Arriva la mattina del 26 luglio, squilla il telefono

– Abbiamo visto che mio fratello si è alzato molto presto perché doveva celebrare la messa del mattino. Si è dimenticato che stavamo dormendo. Era talmente abituato a vivere da solo e a non avere nessuno in casa, che ha fatto parecchio rumore alzandosi, facendo colazione e così via. E a un certo punto ha aperto la porta, che ha scricchiolato, e sentivamo l’odore del caffè che invadeva tutta la casa. Ci aveva preparato tutto: pane, marmellata, burro, ed eravamo tutti lì insieme quando ha squillato il telefono. 

Di solito non rispondevo al telefono quando ero a casa di mio fratello perché pensavo: “Magari qualcuno mi chiede gli orari delle messe e io non li so”. Insomma, non rispondevo quasi mai al telefono.

Ma uno dei miei nipoti mi dice: “Nonna, perché non rispondi?». Insisteva perché rispondessi, perché stava guardando i cartoni animati e il telefono gli impediva di sentire. 

Allora ho risposto e la persona all’altro capo del telefono mi ha chiesto: «È la canonica di Saint-Étienne? Può confermarmi se il sacerdote si trova in chiesa? C’è stato un attentato e hanno preso degli ostaggi».

“Pensavo fosse impossibile che qualcuno potesse fare del male a un sacerdote mentre celebrava la Messa in una chiesa”

– E io ho risposto: «Beh, se questa è una battuta, chiunque lei sia, non è affatto divertente». E ho aggiunto: «Mio fratello tornerà dalla chiesa tra circa 15 minuti, quindi la prego di richiamare più tardi».

Ho riattaccato il telefono, sono tornato in cucina, ho parlato con i miei nipoti e ho raccontato loro quello che mi avevano detto al telefono, poi ho detto: «Questa notizia non può essere vera. Non credo che sia vera, ma andrò in chiesa per verificarlo».

E mia figlia mi dice: “Mamma, non credo che riuscirai ad arrivare in chiesa perché c’è una folla per strada, è piena di gente, ci sono i militari, la strada è chiusa, persino i negozi stanno chiudendo”.

E il militare, con aria accigliata, mi disse: «Vada alle pompe funebri», un’agenzia di pompe funebri che si trovava lì vicino, e lì ci fecero aspettare per ore.

Pensavo fosse impossibile che qualcuno potesse fare del male a un sacerdote in una chiesa, un sacerdote che celebrava la Messa, la Passione di Cristo, che condivideva questo rito con altre persone, anziani che andavano a Messa. Dopo due ore di attesa ci hanno detto: «Potete uscire».

Una dipendente delle pompe funebri mi ha comunicato che mio fratello, padre Jacques, era morto

– Ma ci hanno anche detto di aspettare vicino a una finestra nel cortile. E lì ho iniziato a innervosirmi davvero, mentre mia figlia cercava di nuovo di calmarmi e mi diceva: “Mamma, abbiamo aspettato finora. Aspettiamo altri 5 minuti. Abbi pazienza”. E io ho aspettato.

E lì, nel cortile delle pompe funebri, vediamo arrivare due pompieri – quelli che di solito soccorrono le persone in caso di catastrofi – che rimangono lì in piedi in silenzio, insieme a una terza persona con un camice bianco macchiato di sangue.

Comincio a essere davvero nervosissima, a perdere la calma e mi rivolgo a queste persone. E con tono brusco dico loro: “Muovetevi, andate a cercare mio fratello”. E una dipendente delle pompe funebri si avvicina a me e mi dice: “È finita. Ci sono state due vittime: un ferito che è in ospedale e l’altra persona è suo fratello, che è morto”.

Rimango sbalordita, subisco uno shock, come se mi avesse trafitto un proiettile, come se una bomba fosse esplosa dentro di me. Comincio a gridare disperatamente il nome di mio fratello perché non riuscivo a credere a una notizia di tale portata. E mia figlia maggiore, che è rimasta tutto il tempo al mio fianco, mi ha detto: “Mamma, ti prego, ti supplico, smettila di gridare. Lo zio non tornerà, anche se gridi”.

E l'infermiera dice a mia figlia: «Lascia che tua madre urli». Se ha bisogno di urlare, anche per ore, lasciala urlare. Ho urlato con tale violenza che mi ha causato un problema al diaframma e, alcuni mesi dopo, ho avuto un problema polmonare a causa di quelle urla così forti. Ho dovuto persino sottopormi a un intervento chirurgico per questo, ma grazie a Dio ora mi sono ripresa.

Padre Jacques Hamel, nato il 30 novembre 1930 a Darnétal, è stato ordinato sacerdote il 30 giugno 1958 a Rouen ed è stato assassinato il 26 luglio 2016 nella chiesa di Saint-Étienne a Saint-Étienne-du-Rouvray (@Arcidiocesi di Rouen, Francia).

Un dolore indescrivibile, anche per lei. Come ha vissuto quel giorno, Nassera??

– Nassera: Per me quella giornata è iniziata molto presto, alle 7:30, perché mi sono alzata a quell’ora, e ricordo che quella mattina ho visto mio figlio (Adel) – e forse Dio mi ha concesso di vederlo un’ultima volta – e gli ho chiesto perché fosse già sveglio così presto. E lui mi ha detto: “Beh, mi sono svegliato”. Gli ho detto di tornare a letto. Poi sono tornata nella mia stanza.

Ricordo di aver acceso la televisione e di non aver trovato nulla di interessante, così sono tornato a dormire. Qualche tempo dopo ricordo che squillò il telefono: era il commissario di polizia, che mi chiedeva se mio figlio Adel fosse a casa. L'avevo visto pochi istanti prima. Quindi davo per scontato che fosse ancora lì, perché pensavo che non avesse dormito così a lungo, e ho risposto: “Sì, sì, è qui, al piano di sotto”. 

E il commissario mi ha detto: “Vai a controllare se è lì”. E ho visto che mio figlio Adel era uscito e gli ho detto: “Beh, sì, in effetti è uscito. Non so, non so dove sia andato”. 

L'attentato 

– Ho chiesto al commissario perché mi avesse chiamata e lui mi ha risposto: “Perché c’è stato un attentato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray«. E sono rimasta sorpresa perché non mi aspettavo la notizia di un attentato in quella chiesa. Allora gli ho chiesto: ”Ma perché mi chiama?“, »Perché pensa che Adel sia coinvolto in questo attentato?“. E lui mi ha risposto: ”Non ho altre notizie, ma la terrò informata».

Ho iniziato a preoccuparmi, ho acceso la televisione, ho cominciato a guardare il telegiornale e ho visto che effettivamente si parlava di un attentato, ma non venivano forniti molti dettagli.

Ricordo di aver chiesto a mia figlia di andare in chiesa per vedere cosa stesse succedendo, pensando che magari avrebbe trovato suo fratello lì.

Qualche minuto dopo mi chiama e mi dice: “Mamma, guarda, c’è tantissima gente, c’è la polizia, non vedo niente, è tutto bloccato”

Lei è tornata a casa e nel frattempo ho richiamato il commissario per chiedergli se ci fossero altre notizie, e lui mi ha risposto: “No, per il momento non abbiamo altre informazioni”. Doveva tornare a casa prima delle 12.30 perché aveva delle restrizioni.

Mio figlio non torna a casa e un giornalista si avvicina alla nostra abitazione

– Ma non succede nulla, mio figlio non torna. Verso le 11.30, un giornalista si avvicina a casa nostra e suona il campanello. “Ho sentito il nome Kermiche davanti alla chiesa”. A quel punto cominciamo a preoccuparci sul serio. Nel frattempo, mia figlia Sabrina, mia figlia Anisa e mio figlio Sofian sono al mio fianco, ma lui continua a mancare all’appello. Sono le 12.30. Adel non è ancora tornato.

Abbiamo acceso la televisione e si parlava di morti e feriti, ma non sapevamo esattamente cosa fosse successo all’interno della chiesa.

Richiamo il commissario. Probabilmente sapeva già cosa fosse successo e semplicemente non aveva il coraggio di dirmelo al telefono, e mi dice: “Riunitevi a casa». Nel frattempo arrivano le squadre speciali, arrivano molti poliziotti di diversi corpi di polizia e iniziano a perquisire la casa. In quel momento abbiamo capito che Adel era coinvolto, ma non avremmo mai immaginato che fosse morto.

Non ci aspettavamo che mio figlio fosse morto. È iniziato un lungo periodo di sofferenza…

Alla stazione di polizia, la notizia

– L’interrogatorio dura 4 ore e, trascorse le 4 ore, ci chiedono di seguire la polizia alla stazione di polizia. Una volta lì, ho detto: “Beh, sembra che mio figlio sia coinvolto nell’attentato di Saint-Étienne-du-Rouvray, ma non so molto altro”. E loro mi hanno risposto: “Sì, è coinvolto ed è deceduto”. È stato così che ho appreso la notizia della morte di mio figlio. In quel momento ho avuto la certezza che fosse deceduto, che fosse morto. Quella notizia ci è piombata addosso come se il cielo ci fosse crollato sulla testa. Non ce lo aspettavamo.

E così per entrambe ebbe inizio un lungo periodo di sofferenza, caratterizzato da tante domande strazianti senza risposta, soprattutto a causa dell’isolamento sociale, perché ovviamente poi la gente guardava la famiglia in un certo modo.

Roseline, come è nata l'idea di cercare Nassera?

- Roseline: Ho avuto subito questa idea, questo desiderio. Quando siamo tornati a casa nostra, i miei figli e i miei nipoti che erano lì con noi sono tornati alle loro case e hanno iniziato ad affrontare questo dolore, il dolore di quella giornata infernale. Una volta a casa mia, ho cominciato a chiedermi come avrei potuto sopravvivere a tutto questo, come avrei potuto trovare un nuovo senso alla mia vita.

“Ho iniziato a parlare e a dialogare con Dio”

– Ho iniziato allora a parlare e a dialogare con Dio. Per mesi ho continuato a dialogare con il Signore, cercando di trovare una risposta. Non avevo pazienza. Ero molto inquieta perché non riuscivo a trovare una risposta, una risposta in Lui; cercavo una risposta nel Vangelo.

Cercavo una parola, una parabola, qualcosa che potesse accompagnarmi, che rispondesse alle mie domande, che mi consolasse.

Il cardinale Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente della Conferenza Episcopale Francese (al centro, accanto a Roseline Hamel, sorella di padre Jacques, e ad altri familiari), vescovi e autorità civili durante una marcia silenziosa verso la chiesa di Saint-Étienne il 26 luglio 2026, per commemorare il decimo anniversario della morte di padre Jacques Hamel a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Francia, il 26 luglio 2016. (Foto di OSV News/Antoine-Marie IZOARD/Catholic Press Photo).

“Dio mi sta rispondendo. Nella tua sofferenza, ti ho portato sulle spalle”

– E alla fine, dopo alcune settimane, ho trovato una frase tratta da una storia simile, la storia di un uomo che portava con sé un peso, un dolore molto grande che provava per un amico (…), E quest’uomo che soffriva, che portava un peso enorme, disse al suo amico: “Ma tu, dove eri mentre io soffrivo così tanto?”. E lui gli disse: “Beh, ero vicino a te”, rispose l’amico. E lui gli disse: “Perché stai mentendo?”. E l’amico gli disse: “No, non sto mentendo. La tua sofferenza, questo grande peso che porti, era così grande che te l’ho portato io sulle spalle, sulle mie spalle”.”

“E qui ho trovato una risposta alla mia domanda. Poi, durante la Messa domenicale vicino a casa mia, ho sentito la stessa parabola nell’omelia, l’omelia che parlava proprio di questo argomento. E allora mi sono detto: “Beh, Dio mi sta rispondendo”».

“Mostrami la strada da seguire. E ho pregato la Vergine Maria”

– Allora mi sono permessa di dirgli: “Mostrami la strada da seguire, una strada di vita che abbia un senso”. E così ho continuato per un anno. Ho riflettuto per un anno e, dopo un anno, ero disperata, sul punto di lasciarmi morire.

Eppure mi sono ripresa e ho detto: «Proprio per i miei figli, che hanno sofferto insieme a me quel giorno, devo trovare la forza di andare avanti». Allora sono andata a pregare davanti alla Pietà nella mia chiesa.

E subito ho pensato alla Vergine Maria, colei che aveva subito questo martirio del proprio figlio senza poter intervenire, proprio come me, come noi.

E ho detto e ti ho chiesto: “Vergine Maria, dammi la forza di andare avanti, di camminare, di seguire le orme di mio fratello, proprio come tu hai seguito le orme di tuo Figlio, alla ricerca della giustizia, della verità e della pace”.

“Ma, per Dio, chi può soffrire più di me?”

– Una mattina ero molto stanca, non sapevo più cosa fare; ero lì davanti alla mia tazza di caffè e dicevo: ”Ma, Dio mio, chi può soffrire più di me? Chi può soffrire più di me?».

E nelle mattine successive mi sono svegliata con un pensiero ossessivo in testa. Continuavo a pensare a questa donna che non conoscevo, a questa madre, a questa mamma con dei figli, e mi sono detta: “Mio Dio, se fossi io questa madre con un figlio che ha commesso un atto così orribile, quale dolore proverei?”

“Ho immaginato la sofferenza della madre del ragazzo che ha commesso un atto così orribile. Non posso lasciarla sola”

– E allora ho immaginato la sofferenza di questa donna, di questa madre che non conoscevo, con il senso di colpa che poteva provare. Ed è stato naturale, con quegli sguardi di disprezzo con cui a volte ti guardano, no? Puoi persino perdere il lavoro, la fiducia dei tuoi colleghi, dei tuoi amici, di tutti. E mi sono detto: “No, non posso lasciarla sola perché sta soffrendo più di me. Devo trovare la strada, devo trovare il modo e capire dove vive”.

Il vescovo: segua quella strada, e io la accompagnerò

- E ho parlato con il vescovo (di Rouen) per sapere se fosse un’idea folle. E lui mi ha detto: “No, segui questa strada e quando l’avrai trovata, fammelo sapere perché ti accompagnerò”.

E così ho iniziato a cercarla, ho iniziato a cercare di mettermi in contatto con lei.

Per alcuni mesi abbiamo iniziato a sentirci al telefono. Ogni 15 giorni, con un po’ di timidezza, ma col passare delle settimane le conversazioni diventavano sempre più significative.

“Signora, ¿”Sarebbe disposta a incontrarmi? E lei mi ha risposto: “È da tempo che la aspetto”»

– Continua Roseline: “E alla fine le ho chiesto: “Signora, il giorno in cui andrò a trovarla a Saint-Étienne, accetterebbe di incontrarmi?”. E lei mi ha risposto: “La aspetto da tempo”. Mi aspettava da tempo. 

–Interviene Nassera: Sono successe ancora tante altre cose, sono tornata al lavoro, anche se mi sentivo come un robot. “Devo resistere, devo resistere per i miei figli, per gli altri miei figli, per la mia famiglia. Non posso crollare, perché se crollo io, crolla tutta la famiglia con me”.

Alla fine, un giorno (Roseline) mi ha proposto di venire a Saint-Étienne, e io le ho risposto proprio così: «Sì, è da un po’ che ti aspetto»., È lì che ci siamo incontrati e ci siamo conosciuti.

La devozione a padre Hamel continua a diffondersi.

Lettera di Roseline

Al Meeting di Rimini, Roseline Hamel ha ricordato che otto anni fa aveva lasciato sulla tomba del figlio di Nassera una lettera, una lettera di perdono.

Lì si dice, tra le altre cose: “Adel, l’anima di mio fratello Jacques mi conduce da te. È una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza e il perdono è la via della pace”.

“L’avevo nascosta un po” perché fosse per lui (Adel)», disse Roseline, «e lei (Nassera) mi ha detto: “Era un peccato che marcisse lì nella tomba, perché hai scritto parole così belle per mio figlio che mi sono portata il messaggio a casa per continuare a rileggerlo”».

Erano passati otto anni da quando avevo scritto quella lettera, continua Roseline. E com’è possibile che, nonostante il dolore che provavo, abbia trovato la forza di scrivere quelle parole?

Non può essere altrimenti, ha detto la sorella del padre Hamel. È mio fratello che mi ha dato queste parole, è lui che me le ha ispirate. Fanno parte del primo frutto del suo martirio.

Nell’arcidiocesi di Rouen è stato avviato il processo di beatificazione di padre Jacques Hamel. La diocesi invita i fedeli a offrire spontaneamente la propria testimonianza. Possono scrivere Istanza relativa alla causa di canonizzazione di padre Jacques Hamel, Arcidiocesi di Rouen, 2 rue des Bonnetiers, 76000 Rouen – beatificationperehamel@gmail.com

L'autoreFrancisco Otamendi

Educazione

«Oikos», ovvero il tema dell’istruzione nella politica spagnola

L'educazione dei figli "è di competenza" della famiglia. Sono i genitori ad avere il dovere e il diritto di scegliere l’educazione dei propri figli, purché venga rispettata la dignità del minore.

Eloy Asenjo Carpintero-29 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il discorso di Papa Leone XIV dinanzi alle Cortes spagnole ha riacceso la storica controversia tra la concezione naturalista e il collettivismo nelle aule scolastiche, mettendo in luce le asimmetrie del modello di accordo autonomistico.

Fin dagli albori della filosofia greca, il concetto di “oikos” —la casa o il nucleo familiare— è stato il pilastro fondamentale su cui si costruisce e si sostiene la struttura della “polis”.

Lungi dall’essere un semplice nucleo affettivo, la famiglia era originariamente intesa come la cellula fondamentale della società e dell’economia. Tuttavia, il modo di interpretare il suo ruolo ha storicamente diviso i pensatori in due correnti contrapposte che risuonano ancora con forza nel dibattito politico contemporaneo.

Lo scontro tra due visioni storiche 

Da un lato, Aristotele sosteneva nella sua opera “Politica” una visione naturalistica, definendo la famiglia come la prima comunità creata per la sopravvivenza quotidiana, essendo l'unione di queste comunità l'origine organica della società. Una visione del mondo che si allinea saldamente ai principi di una società democratica.

D’altra parte, Platone incarnava ne “La Repubblica” una visione utilitaristica e collettiva, proponendo di abolire la famiglia tradizionale per i governanti e i guardiani con la motivazione che i legami privati generavano egoismo. La sua alternativa era un’educazione comunitaria gestita dallo Stato.

A giudizio di diversi analisti, questa prospettiva platonica prefigura la logica dei regimi totalitari e autoritari —come quelli di stampo marxista—, in cui l’individuo e la sua famiglia sono subordinati al controllo assoluto dell’apparato statale. Come contrappunto storico, è degna di nota l’atteggiamento di molti degli Stati che hanno subito l’occupazione sovietica, i quali oggi danno priorità al finanziamento di progetti educativi promossi da gruppi di famiglie per renderli realtà.

Il ruolo della scuola e la sussidiarietà 

Il buon senso ci dice che una famiglia completamente isolata non può garantire il pieno sviluppo dei propri membri, limitando la loro dignità umana rinchiudendoli in un ambiente restrittivo. Esiste un consenso millenario sul fatto che la famiglia sia la cellula vitale della società, conferendo ai genitori il diritto fondamentale e la responsabilità ineludibile di crescere ed educare i propri figli all’interno del proprio nucleo affettivo.

Tuttavia, data la complessità del mondo contemporaneo, risulta praticamente impossibile che una singola famiglia, isolata, possa garantire da sola una formazione accademica, sociopolitica e religiosa di qualità. È da questa realtà che deriva l’obbligo scolastico fino ai 16 anni e la necessità di istituti scolastici con diversi orientamenti ideologici – nel rispetto della Costituzione –, concepiti come uno strumento di sostegno e non di sostituzione.

In questo delicato equilibrio trova applicazione il principio di sussidiarietà, secondo cui le questioni devono essere risolte dall’autorità più vicina e competente prima di essere delegate a istanze superiori. Questo principio opera su due livelli: 

  • Lato negativo: impedisce alle istanze superiori di intervenire negli affari di quelle inferiori se queste ultime sono autosufficienti, frenando così il centralismo soffocante.
  • Aspetto positivo: obbliga lo Stato a intervenire e a fornire assistenza ai livelli inferiori quando questi si trovano sopraffatti dalla situazione.

Trasponendo questo principio nell’ambito educativo, la premessa è categorica: l’educazione dei figli «è di competenza» della famiglia. Sono i genitori ad avere il dovere e il diritto di scegliere l’istruzione dei propri figli, purché venga rispettata la dignità del minore. Lo Stato, pertanto, non deve indottrinare né sostituirsi alla famiglia, ma fornire l’aiuto necessario laddove le capacità della famiglia risultino insufficienti.

Come disse Papa Leone nel suo citato discorso:»La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità »in cui si impara la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e sentirsi parte di qualcosa».

Il divario tra le regioni e la sfida della libertà di scelta 

Nel suo storico discorso, il Pontefice ha posto l’accento sulle istituzioni pubbliche e private come alleate strategiche delle famiglie, ricordando che il resto del programma didattico deve essere fornito da entrambe le entità, dotate di principi propri. Tale collaborazione richiede il rigoroso rispetto del “diritto primario e inalienabile” dei genitori di scegliere il tipo di istruzione coerente con le proprie convinzioni, un diritto tutelato a livello internazionale dall’articolo 18, paragrafo 4, del Patto internazionale sui diritti civili e politici (19 dicembre 1966, ratificato dalla Spagna nel 1977).

Nonostante questo quadro giuridico, la realtà sul territorio spagnolo presenta profonde asimmetrie. Attualmente, esistono Comunità Autonome in cui i genitori non possono esercitare efficacemente questa libertà a causa di ostacoli economici. Non disponendo nelle loro città di scuole convenzionate in linea con i propri principi, le famiglie sono costrette a ricorrere all’istruzione privata, trasformando un diritto fondamentale in un privilegio a pagamento; oppure ad accontentarsi di opzioni offerte con cui non si sentono a proprio agio. 

L’ovazione di oltre sette minuti che i deputati hanno riservato al Pontefice nell’aula parlamentare lascia un sapore agrodolce. Sebbene sia probabile che gran parte degli applausi non sostenesse il contenuto di questa posizione sulla libertà educativa, il gesto politico lascia intravedere la speranza che le forze legislative colgano le parole del Pontefice come un invito al dialogo, mettendo da parte le critiche e riuscendo così a raggiungere accordi per il bene comune, come ad esempio la tutela effettiva della sovranità delle famiglie in ambito educativo.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Evangelizzazione

5 preghiere dei santi da recitare davanti al Santissimo Sacramento

Spesso non si sa cosa pregare durante l’adorazione. Ecco cinque preghiere di grandi santi che hanno pregato con fede davanti al Santissimo Sacramento.

Teresa Aguado Peña-28 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Stare davanti al Santissimo Sacramento significa, prima di tutto, stare con Gesù. Non sempre servono molte parole: a volte basta rimanere in silenzio, guardarlo e lasciare che Lui guardi nel nostro cuore. Ma può esserci d’aiuto anche pregare con le parole di coloro che hanno imparato a vivere a stretto contatto con Cristo.

Santa Teresa di Lisieux, san Tommaso d’Aquino, san Alfonso Maria de’ Liguori, san Giovanni Paolo II e san Ambrogio ci offrono diverse preghiere per accompagnare questo incontro con Gesù nel Santissimo Sacramento. Possiamo recitarle con calma, soffermandoci sulle parole che più ci toccano e presentando al Signore le nostre gioie, le nostre preoccupazioni, i nostri desideri e le nostre necessità.

Preghiera di Santa Teresita di Lisieux «all'amore degli amori, Gesù nel Santissimo Sacramento»

Santuario dell’Altare, nido dei tuoi amori più teneri e generosi. Mi chiedi amore, mio Dio, e mi dai amore; il tuo amore è amore celeste, e il mio, amore misto di terra e cielo; il tuo è infinito e purissimo; il mio, imperfetto e limitato. Che io sia, mio Gesù, da oggi in poi, tutto per Te, come Tu sei tutto per me. Che io Ti ami sempre, come Ti hanno amato gli Apostoli; e che le mie labbra bacino i Tuoi piedi benedetti, come li baciò la Maddalena convertita. Guarda e ascolta gli smarrimenti del mio cuore pentito, come hai ascoltato Zaccheo e la Samaritana. Lasciami appoggiare il capo sul tuo sacro petto come al tuo discepolo prediletto, San Giovanni. Desidero vivere con te, perché tu sei vita e amore.

Solo per il tuo amore, Gesù, mio amato, in Te ho riposto la mia vita, la mia gloria e il mio futuro. E poiché per il mondo sono un fiore appassito, non ho altro desiderio che morire amandoti.

Preghiera di san Tommaso d'Aquino al Santissimo Sacramento

Oh, Santissimo Gesù, che qui sei veramente Dio nascosto; concedimi di desiderare ardentemente, di cercare con prudenza, di conoscere veramente e di compiere perfettamente, a lode e gloria del tuo nome, tutto ciò che ti è gradito.

Metti ordine, o mio Dio, nella mia vita; concedimi di comprendere ciò che vuoi da me e di adempierlo come è necessario e opportuno per la mia anima.

Concedimi, o Signore mio Dio, di non vacillare né nelle prosperità né nelle avversità, affinché né in quelle mi inorgoglisca, né in queste mi abbatti. Che nulla mi dia gioia o dolore, se non ciò che mi avvicina a Te o mi allontana da Te. Che io non desideri compiacere né tema di dispiacere a nessuno se non a Te. Che tutte le cose transitorie mi appaiano vili, Signore, e tutte quelle eterne preziose. Rendimi, Signore, disdegnoso di ogni gioia senza di Te, e non mi faccia desiderare nulla al di fuori di Te. Rendi mi, Signore, delizioso ogni lavoro per Te, e fastidioso il riposo senza di Te. Concedimi, o mio Dio, di elevare a Te il mio cuore spesso e con fervore, di fare ogni cosa con amore, di considerare morto ciò che non appartiene al Tuo servizio, di compiere le mie opere non per abitudine, ma riferendole a Te con devozione.

Rendimi, o Gesù, amore mio e vita mia, obbediente senza contraddizione, povero senza umiliazione, casto senza corruzione, paziente senza distrazione, maturo senza malinconia, diligente senza incostanza, timoroso di Te senza disperazione, sincero senza doppiezza; fa’ che io pratichi il bene senza presunzione, che corregga il prossimo senza superbia, che lo edifichi con parole e opere senza finzione.

Dammi, o Signore mio Dio, un cuore vigile che non si allontani da Te per nessun pensiero curioso; dammi un cuore nobile che non si smarrisca per nessuna intenzione sinistra; dammi un cuore saldo che non si spezzi per nessuna tribolazione; dammi un cuore libero che nessuna passione violenta possa dominare.

Concedimi, o Signore mio Dio, l’intelligenza per conoscerti, la diligenza per cercarti, la saggezza per trovarti, una condotta che ti sia gradita, la perseveranza per aspettarti con fiducia e la speranza che, alla fine, ti abbracci.

Concedimi di affliggermi con le vostre sofferenze qui, a titolo di penitenza, e nel cammino della mia vita di avvalermi dei vostri benefici per grazia, e nella patria di godere delle vostre gioie per gloria. Signore, che vivi e regni, Dio nei secoli dei secoli. Amen.

Preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Mio Signore Gesù Cristo, che per amore degli uomini rimani notte e giorno in questo sacramento, pieno di misericordia e di amore, aspettando, chiamando e accogliendo tutti coloro che vengono a farti visita: credo che tu sia presente nel sacramento dell’altare. Ti adoro dall’abisso del mio nulla e ti rendo grazie per tutte le grazie che mi hai concesso, e in particolare per esserti donato in questo sacramento, per avermi concesso come mia avvocata la tua amatissima Madre e per avermi chiamato a visitarTi in questa chiesa.

Adoro ora il tuo Santissimo Cuore e desidero adorarlo per tre motivi: il primo, in segno di ringraziamento per questo illustre beneficio; in secondo luogo, per ripararti da tutte le offese che ricevi dai tuoi nemici in questo sacramento; e infine, desiderando adorarti con questa visita in tutti i luoghi della terra dove sei presente nel sacramento con scarso culto e abbandono.

Adorazione eucaristica di San Giovanni Paolo II

Signore Gesù:

Ci presentiamo davanti a te sapendo che ci chiami e che ci ami così come siamo.

«Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Figlio di Dio» (Gv 6,69).

La tua presenza nell’Eucaristia ha avuto inizio con il sacrificio dell’Ultima Cena e continua come comunione e donazione di tutto ciò che sei.
Rafforza la nostra FEDE.

Attraverso di te e nello Spirito Santo che ci doni, desideriamo giungere al Padre per dirgli il nostro SÌ unito al tuo.

Con te ora possiamo dire: Padre nostro.

Seguendo te, «via, verità e vita», vogliamo penetrare nell’apparente «silenzio» e «assenza» di Dio, squarciando la nuvola del Tabor per ascoltare la voce del Padre che ci dice: «Questo è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo» (Mt 17,5).

Con questa FEDE, fondata sull’ascolto contemplativo, sapremo illuminare le nostre situazioni personali, così come i vari ambiti della vita familiare e sociale.

Tu sei la nostra SPERANZA, la nostra pace, il nostro mediatore, fratello e amico.

Il nostro cuore si riempie di gioia e di speranza nel sapere che tu «intercedi sempre per noi» (Eb 7,25).

La nostra speranza si traduce in fiducia, nella gioia pasquale e nel cammino che percorriamo con te verso il Padre.

Vogliamo provare le stesse emozioni che provi tu e dare alle cose lo stesso valore che dai tu. Perché tu sei il centro, il principio e la fine di tutto.

Sulla base di questa SPERANZA, desideriamo infondere nel mondo questa scala di valori evangelici, in cui Dio e i suoi doni salvifici occupano il primo posto nel cuore e negli atteggiamenti della vita quotidiana.

Vogliamo AMARE COME TE, che dai la vita e ti comunichi con tutto ciò che sei.

Vorremmo dire, come San Paolo: «La mia vita è Cristo» (Fil 1,21).

La nostra vita non ha senso senza di te.

Vogliamo imparare a «stare accanto a Colui che sappiamo ci ama», perché «con un amico così buono al nostro fianco, tutto si può sopportare». In te impareremo a unirci alla volontà del Padre, perché nella preghiera «è l’amore che parla» (Santa Teresa).

Entrando nella tua intimità, desideriamo adottare orientamenti e atteggiamenti fondamentali, decisioni durature e scelte fondamentali in linea con la nostra vocazione cristiana.

CREDENDO, SPERANDO E AMANDO, TI ADORIAMO con un atteggiamento semplice di presenza, silenzio e attesa, che vuole essere anche riparazione, in risposta alle tue parole: «Rimanete qui e vegliate con me» (Mt 26,38).

Tu superi la povertà dei nostri pensieri, sentimenti e parole; per questo vogliamo imparare ad adorarti ammirando il mistero, amandolo così com’è, e taciendo con il silenzio di un amico e con una presenza di donazione.

Lo Spirito Santo che hai infuso nei nostri cuori ci aiuta a esprimere quei «gemiti inesprimibili» (Rm 8,26) che si traducono in un atteggiamento grato e semplice, e nel gesto filiale di chi si accontenta ormai della sola tua presenza, del tuo amore e della tua parola.

Nelle nostre notti, sia fisiche che morali, se tu sei presente, se ci ami e ci parli, questo ci basta, anche se spesso non sentiremo il conforto.

Imparando questo al di là dell’ADORAZIONE, saremo nella tua intimità o nel tuo «mistero».

Allora la nostra preghiera si trasformerà in rispetto verso il «mistero» di ogni fratello e di ogni evento, per inserirci nel nostro ambiente familiare e sociale e costruire la storia con questo silenzio attivo e fecondo che nasce dalla contemplazione.

Grazie a te, la nostra capacità di tacere e di adorare si trasformerà in capacità di AMARE e di SERVIRE.

Ci hai donato tua Madre come nostra, affinché ci insegni a meditare e ad adorare nel cuore. Lei, accogliendo la Parola e mettendola in pratica, è diventata la Madre più perfetta.

Aiutaci ad essere la tua Chiesa missionaria, capace di meditare la tua Parola adorandola e amandola, per trasformarla in vita e comunicarla a tutti i fratelli.
Amen.

Preghiera di sant’Ambrogio davanti al Santissimo 

Signore mio Gesù Cristo, mi avvicino al tuo altare pieno di timore per i miei peccati, ma anche pieno di fiducia perché sono certo della tua misericordia.

Sono consapevole che i miei peccati sono molti e che non ho saputo tenere a freno il mio cuore e la mia lingua. Per questo, Signore di bontà e di potenza, con le mie miserie e le mie paure mi avvicino a Te. Fonte di misericordia e di perdono, vengo a rifugiarmi in Te che hai dato la vita per salvarmi, prima che Tu venga come giudice a chiedermi conto delle mie azioni.

Signore, non mi vergogno di mostrarti le mie ferite. Ho paura dei miei peccati, il cui numero e la cui gravità solo Tu conosci, ma confido nella Tua infinita misericordia.

Signore mio Gesù Cristo, Re eterno, vero Dio e vero uomo, guardami con amore, poiché hai voluto farti uomo per morire per noi. Ascoltami, poiché ripongo la mia speranza in Te. Abbi pietà dei miei peccati e delle mie miserie, Tu che sei fonte inesauribile d’amore.

Ti adoro, Signore, perché hai sacrificato la tua vita sulla croce e ti sei offerto su di essa come redentore per tutti gli uomini e in particolare per me.

Adoro, Signore, il prezioso sangue che è sgorgato dalle tue ferite e ha purificato il mondo dai suoi peccati. Guarda, Signore, questo povero peccatore, creato e redento da Te. Mi pento dei miei peccati e mi impegno a rimediare alle loro conseguenze.

Purificami da tutte le mie colpe, affinché io possa ricevere la tua sacra comunione in modo meno indegno. Che il tuo corpo e il tuo sangue mi aiutino, Signore, a ottenere da Te il perdono dei miei peccati e la riparazione delle mie colpe; che mi liberino dai miei pensieri malvagi, rinnovino in me i sentimenti santi, mi spingano a compiere la tua volontà e mi proteggano da ogni pericolo per l’anima e per il corpo.

Amen.

Evangelizzazione

Qual è il pensiero politico di sant'Agostino?

Ogni 28 agosto la Chiesa celebra Agostino d'Ippona, pensatore instancabile che non solo ha illuminato la teologia, ma anche la politica. Sant’Agostino ricorda che lo Stato è uno strumento imperfetto per mettere ordine in un mondo ferito.

Santiago Leyra Curiá-28 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il pensiero politico di sant’Agostino di Ippona (354-430 d.C.) non è contenuto in un trattato sistematico, ma emerge principalmente dalla sua opera monumentale *La Città di Dio* (*De Civitate Dei*). La sua visione è profondamente teologica: la politica è una conseguenza della natura umana decaduta e uno strumento per mantenere un ordine minimo in un mondo imperfetto.

Queste sono le idee fondamentali che caratterizzano il suo pensiero:

1. La teoria delle «due città»

È il fulcro della sua filosofia. Agostino divide l’umanità in due gruppi in base all’oggetto del loro amore: la Città Terrena (Civitas Terrena), formata da coloro che vivono secondo l’uomo e amano se stessi fino a disprezzare Dio. La loro motivazione è l’ambizione di dominio e dei beni temporali; la Città di Dio (Civitas Dei), formata da coloro che vivono secondo Dio e lo amano fino al disprezzo di se stessi. Il loro obiettivo è la pace eterna. Queste città non si identificano strettamente con lo Stato e la Chiesa. Sono realtà mistiche e morali che coesistono intrecciate nella storia fino alla fine dei tempi.

2. L'origine e la funzione dello Stato

Per Sant’Agostino, lo Stato non è un’istituzione «naturale» nel senso di perfezione (come pensava Aristotele), ma una necessità derivante dal Peccato Originale. Rimedio contro il male: lo Stato esiste per imporre l’ordine, punire il crimine e garantire una minima «pace terrena» che consenta agli uomini di convivere senza distruggersi a vicenda. Potere coercitivo: l’autorità politica ha il diritto di ricorrere alla forza e alla legge per frenare la malvagità umana. Senza giustizia, affermava Agostino, i regni non sono altro che «grandi bande di ladri» (magna latrocinia).

3. La concezione della giustizia e della pace

Agostino ridefinisce questi concetti classici in una prospettiva cristiana: Giustizia: secondo la tradizione, significa «dare a ciascuno ciò che gli spetta», ma aggiunge che non può esserci vera giustizia in una società che non rende a Dio il culto che gli è dovuto. Pace: la definisce come la «tranquillità dell’ordine» (tranquillitas ordinis). L’obiettivo del governante deve essere quello di preservare questo ordine affinché i cittadini (compresi i cristiani) possano svolgere le loro attività in sicurezza.

4. Rapporti tra Chiesa e Stato (agostinismo politico)

Sebbene Agostino sostenesse l’autonomia delle funzioni, pose le basi di ciò che in seguito fu definito «agostinismo politico». Collaborazione: lo Stato deve servire gli interessi della Città di Dio, proteggendo la Chiesa e, in alcuni casi, esercitando il proprio potere per combattere l’eresia (come fece con i donatisti). Subordinazione morale: il governante cristiano deve essere un «ministro di Dio», agendo con umiltà e mettendo il proprio potere al servizio della pietà.

5. La teoria della guerra giusta

Sant’Agostino è stato uno dei primi a definire in modo sistematico in quali casi sia lecito per un cristiano partecipare a un conflitto bellico. Una guerra è giusta se: è dichiarata da un’autorità legittima; ha una causa giusta (come rispondere a un’aggressione o recuperare beni sottratti); è perseguita con retta intenzione (il fine ultimo deve essere sempre il ripristino della pace, non la vendetta o la crudeltà).

Il pensiero di Sant’Agostino non solo è attuale, ma ha vissuto una rinascita nella scienza politica contemporanea (soprattutto attraverso il cosiddetto «realismo agostiniano»). La sua visione offre un contrappunto critico alle ideologie che promettono utopie o soluzioni definitive attraverso lo Stato. Alcuni aspetti del suo pensiero che oggi continuano a essere particolarmente vivaci sono:

1. Realismo politico e critica delle utopie: Di fronte alle visioni moderne che credono nel progresso illimitato o nel fatto che la politica possa «salvarci», Agostino ricorda che lo Stato è uno strumento limitato. Attualità: aiuta a comprendere perché le istituzioni spesso falliscono. Il suo «pessimismo antropologico» (l’idea che l’essere umano sia fallibile ed egoista per natura) è alla base del realismo politico moderno, che predilige sistemi di controlli e contrappesi piuttosto che affidarsi ciecamente alla bontà dei leader.

2. Lo Stato come «male minore» e la pace sociale: Per Agostino, lo scopo dello Stato non è renderci felici o virtuosi (ciò rientra nella sfera personale o spirituale), ma semplicemente impedire che ci uccidiamo a vicenda. Attualità: Nelle società polarizzate o in conflitto, la sua idea di «pace della città» (un ordine minimo e funzionale) è molto pragmatica. Suggerisce che sia preferibile un ordine imperfetto al caos assoluto, un concetto che trova eco nei dibattiti sugli Stati falliti o sugli interventi internazionali.

3. La giustizia come misura di legittimità: La sua famosa frase: «Senza giustizia, cosa sono i regni se non grandi bande di ladri?» rimane il parametro di riferimento per giudicare la corruzione politica. Attualità: Agostino ci offre uno strumento per delegittimare i governi che, pur avendo delle leggi, non perseguono il bene comune. Oggi questa frase viene utilizzata per criticare le cleptocrazie o i regimi in cui il diritto è solo una facciata per il saccheggio delle risorse.

4. Pluralismo e «Due città»: Agustín sostiene che i cittadini vivano in una tensione costante tra i propri valori etici e spirituali e le richieste dello Stato. Attualità: in un mondo globalizzato e multiculturale, la sua idea secondo cui l’identità di una persona non si esaurisce nella sua nazionalità o nella sua obbedienza allo Stato è fondamentale per difendere l’obiezione di coscienza e la libertà di credo di fronte al totalitarismo.

5. La teoria della guerra giusta: È forse la sua eredità più concreta e più consultata dagli esperti di etica militare e diritto internazionale. Attualità: i criteri agostiniani (autorità legittima, causa giusta e retta intenzione) continuano a costituire la base dei protocolli moderni su quando sia lecito ricorrere alla forza e su come debbano essere limitati i danni ai civili.

In sintesi, Agostino è «attuale» perché rappresenta un antidoto al fanatismo politico. Insegnando che nessuna struttura politica sarà mai perfetta («la Città di Dio non è di questo mondo»), invita a una partecipazione politica più umile, meno dogmatica e incentrata su soluzioni pratiche per la convivenza.

Alcuni filosofi moderni (come Hannah Arendt o Reinhold Niebuhr) hanno reinterpretato Sant'Agostino alla luce della politica del XX secolo.

Il moderno «agostinismo politico» ci suggerisce che: non dobbiamo sacralizzare la politica; nessun partito né leader è un salvatore; sono solo amministratori di un ordine imperfetto. Vigilanza critica: poiché il potere tende al «desiderio di dominio» (libido dominandi), i cittadini devono essere sempre vigili di fronte agli abusi della giustizia. Impegno senza fanatismo: si può lavorare per un mondo migliore senza cadere nella disperazione quando le cose vanno male, perché si sa fin dall’inizio che la perfezione non è di questo mondo.

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Vaticano

Le quattro proposte di Papa Leone XIV per affrontare le dipendenze

Papa Leone XIV propone quattro assi di collaborazione e chiede risposte globali di fronte a delle dipendenze che, come avverte, riflettono «il fallimento di un mondo disumanizzato» e colpiscono in modo particolare i giovani.

Teresa Aguado Peña-27 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Giovedì Papa Leone XIV ha ammonito che le dipendenze sono «un fenomeno complesso che mette in luce il fallimento di un mondo disumanizzato» e ha chiesto risposte globali di fronte all’impatto delle droghe sui giovani. Il Pontefice ha sottolineato la necessità di coniugare la prevenzione a livello comunitario, l’assistenza scientifica, una giustizia «dal volto umano» e l’accompagnamento pastorale.

Il Papa ha espresso queste riflessioni durante l’udienza concessa nel Palazzo Apostolico Vaticano ai partecipanti all’incontro sulle situazioni di dipendenza in America Latina, promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina. Nel suo intervento, Leone XIV ha ringraziato per la collaborazione del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi (CELAM), l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e la Pontificia Accademia per la Vita.

Ha inoltre salutato i responsabili dei centri di accompagnamento, prevenzione, recupero e integrazione per i giovani di ispirazione religiosa, provenienti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa. La loro presenza, ha sottolineato, ci ricorda che «la sofferenza e la speranza non conoscono confini».

Quattro ponti di collaborazione

Il Pontefice ha sottolineato l’esistenza di «quattro ponti» che rappresentano diversi percorsi di collaborazione di fronte al problema della droga.

Il primo collega la Chiesa agli organismi internazionali. Leone XIV ha sottolineato che nessuno può affrontare questo problema da solo e ha menzionato in particolare la collaborazione tra l’OAS e il CELAM, che coordinano programmi di formazione per organizzazioni comunitarie di ispirazione religiosa e reti di accompagnamento. Questa cooperazione ha permesso anche la presentazione del Manuale della Pastorale latinoamericana per l'accompagnamento e la prevenzione delle dipendenze.

Il secondo ponte è quello che unisce la scienza e la fede. La Chiesa, ha spiegato il Papa, non intende competere né sostituirsi alle neuroscienze, alla psichiatria o alla sanità pubblica, «ma illuminare questa realtà alla luce del Vangelo e di una comprensione integrale della persona umana».

Il terzo si trova all’interno della Chiesa stessa, tra le comunità in pellegrinaggio nei diversi continenti. I partecipanti giunti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa hanno potuto condividere in questi giorni i loro «dolori, speranze ed entusiasmi pastorali».

Infine, Leone XIV ha indicato un quarto ponte di carattere ecumenico. La Chiesa cattolica e le altre comunità ecclesiali trovano, nell’amore concreto verso chi soffre, «un linguaggio comune» per accompagnare e integrare i giovani nelle loro esigenze e nei loro sogni.

«Non c'è prevenzione migliore contro la droga di una buona famiglia»

Il Papa si è soffermato in particolare sul ruolo della famiglia, che il Concilio Vaticano II ha definito «Chiesa domestica». La famiglia è, ha affermato, il luogo «in cui si coltiva la vita, in cui se ne ha cura e la si progetta».

«Non c’è prevenzione migliore contro la droga di una buona famiglia», ha affermato Leone XIV, ricordando al contempo le sofferenze di molte famiglie colpite dal consumo di droga, dalla violenza, dal reclutamento dei figli da parte della criminalità, dalla povertà o dalla mancanza di opportunità.

In questo contesto, ha ripreso le parole di san Giovanni Paolo II, che invitava a fare della Chiesa «la casa e la scuola della comunione» (Lettera apostolica. Novo millennio ineunte, 43), e di Papa Francesco, che invitava a entrare in contatto con la miseria umana, «la carne sofferente degli altri» (Esort. ap.  Evangelii gaudium, 270). Per Leone XIV, è proprio qui che risiede il fulcro della missione di chi opera in questo ambito: «Che la Chiesa sia una famiglia, accogliendo in modo particolare le persone che soffrono».

Infine, il Pontefice ha espresso un auspicio: «che la Chiesa sia la famiglia di tutte le persone rimaste ai margini della strada. Come il samaritano, che si fece prossimo dell’uomo caduto, non passiamo oltre; costruiamo una Chiesa che si ferma, si avvicina, si commuove, fascia le ferite, nutre e diventa una casa».

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