Mondo

«In Africa si vede come il Vangelo rivoluzioni la vita delle persone»

Alejandro Canales, missionario comboniano originario della Cantabria, vive in Ciad da 49 anni. Dalla diocesi di Sarh, nel sud del Paese, racconta come la Chiesa costruisca comunità partendo da zero, con una catechesi rigorosa e una pastorale familiare che non scende a compromessi con il relativismo.

Javier García Herrería-27 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ci sono sacerdoti che immaginiamo seduti dietro una scrivania e sacerdoti che vediamo sotto gli alberi, in aperta campagna, mentre condividono la loro vita con una comunità tribale. Padre Alejandro appartiene a questi ultimi. Comboniano, originario della Cantabria, è arrivato in Ciad nel 1978 con l’entusiasmo di portare il Vangelo. Sono passati 49 anni. Oggi è il decano della sua congregazione nel Paese e continua a vivere a Sarh, la terza città del Ciad, con una parrocchia composta da 25 comunità di fedeli, 180 battesimi nell’ultima Pasqua e 50 giovani disponibili e desiderosi di vivere la fede con tutte le sue esigenze.

Com'è stato il suo arrivo in Ciad?

—Noi comboniani, arrivati nel 1978, eravamo quasi una dozzina, distribuiti in tre comunità, impegnati in un’opera di prima evangelizzazione con un catecumenato agli albori che andava rafforzato. Ci siamo ispirati all’esperienza dei Padri Bianchi in Burundi, Uganda e Burkina Faso. Il risultato è stato un catecumenato della durata di tre anni e mezzo, incentrato sulla famiglia.

Perché danno tanta importanza alla famiglia?

—Perché qui è molto difficile radicare la prospettiva della fede cristiana nella realtà matrimoniale. La donna, nel mondo rurale, non gode di alcuna considerazione sociale: è in gran parte un oggetto di scambio tra famiglie. Bisogna valorizzare ciò che il Vangelo ci offre: che la donna è madre, educatrice e moglie allo stesso livello del marito nel progetto di Dio. Questo va annunciato e predicato costantemente.

La maggior parte della popolazione è musulmana: qual era il messaggio dell’Islam rivolto alla popolazione?

—La loro propaganda è chiara: “Convertitevi all’Islam, perché avrete donne e abbondanti possibilità economiche”. Proprio così, senza giri di parole. E questo ha un peso in una società in cui la poligamia è culturalmente radicata. Attualmente i musulmani rappresentano circa il 55% della popolazione.

Oggi, alla vigilia del centenario della presenza cristiana — il Ciad celebrerà tale centenario nel 2029 —, i cattolici rappresentano circa il 20% della popolazione e le chiese protestanti un altro 24%. Tuttavia, tale crescita è dovuta principalmente ai battesimi di adulti. Durante l’ultima Pasqua, la diocesi di Sarh ne ha registrati 3.500.

Erano quasi tutti adulti?

—Adulti e giovani, sì. Il battesimo dei bambini è soggetto a norme così rigorose che i casi sono pochissimi. Entrambi i genitori devono essere battezzati, devono partecipare attivamente alla vita della comunità —non solo alla pratica religiosa, ma anche alle attività della comunità— e deve essere evidente che l’educazione cristiana dei figli sia garantita.

E come si offre sostegno pastorale a coloro che non possono ancora essere battezzati?

—Esiste una categoria informale, quella delle persone che chiamiamo amici o simpatizzanti. Partecipano alla vita parrocchiale, alle riunioni, alle celebrazioni. Sono membri della comunità con un battesimo di desiderio. Questo ha un’importanza enorme, perché mantiene il legame settimanale con la comunità invece di lasciarli allo sbalzo.

Quali altre forme di vita comunitaria sostengono questa pastorale?

—Una delle tradizioni tramandate da un gesuita che ha lavorato nella zona sono i ritiri quaresimali: tre giorni all’aperto in cui le comunità escono dalle loro case per pregare, confessarsi e discutere dei propri casi pastorali.

Quando dice «fuori», intende letteralmente all’aperto?

—Sì, in campagna, sotto gli alberi. Per chi lavora, si svolgono per tre domeniche consecutive. Nella mia parrocchia ci sono gruppi di 150-200 persone che partecipano a questi ritiri approfonditi. Vengono a esporre le loro situazioni, a confessarsi, a parlare di ciò che stanno vivendo. È lì che avvengono molte delle confessioni dell’anno. E vengono anche persone che non possono ricevere il sacramento ma che desiderano una benedizione, parlare della loro situazione. Affinché possano progredire, affinché non rimangano sole.

Cosa prova quando torna in Spagna e nota il contrasto?

—Quando celebro nel mio paese durante le vacanze, vedo quanto sia cambiata la società spagnola. Pochissime persone partecipano alla vita sacramentale: per lo più anziani e quasi nessun giovane. Che differenza! A Sarh ho 50 ragazzi dai 14 ai 16 anni che mi aiutano nella liturgia e mi chiedono di tenere loro dei ritiri spirituali. Quando una ragazza di 17 anni ti dice che vuole diventare suora, ti rendi conto che la pastorale sta dando i suoi frutti. Quando un ragazzo che ha appena finito gli esami di maturità pensa alla vita missionaria, gli dico: quando vuoi vieni e inizieremo un percorso di accompagnamento spirituale per discernere. Lavorare così è molto gratificante.

Durante il suo ultimo viaggio in Africa, Papa Francesco ha parlato chiaramente dei problemi legati alle convivenze extraconiugali tra il clero africano. Come viene affrontata questa questione in Ciad?

—Questo problema qui è forse meno grave che altrove, ma evidentemente esiste anche qui. I vescovi sono chiari: se uno ha figli, si secolarizzerà per potersi occupare adeguatamente di loro e della propria moglie. Se in seguito desidera continuare a collaborare con la Chiesa, una volta regolarizzata la propria situazione familiare e avendo un lavoro con cui mantenersi, può farlo.

Come si possono prevenire queste situazioni?

—Con una forte vita comunitaria: è preferibile chiudere una parrocchia piuttosto che avere un sacerdote isolato. Si cerca di farli vivere in gruppo, di farli pregare insieme, di permettere loro di dialogare e condividere. E se c’è un problema, che sia l’alcol o qualsiasi altra cosa, bisogna affrontarlo a testa alta. La vita spirituale, la vita comunitaria e la vita pastorale sono i tre assi su cui cerchiamo di concentrarci. In alcune diocesi, dopo dieci anni di sacerdozio, vengono mandati a studiare per uno o due anni per ritrovare la vita spirituale. L’accompagnamento che devono offrire, hanno bisogno anche di riceverlo.

In definitiva, quale è l’impatto del Vangelo in una società come quella del Ciad?

—Un paese senza una comunità cristiana ha la sua vita, il suo modo di essere. Se il Vangelo vi fa il suo ingresso, il Vangelo agisce. Il Signore ha i suoi modi per trasformare le persone. Conferisce un significato più profondo alle relazioni umane e alla vita familiare. Dà loro una prospettiva e una speranza. E questo è davvero importante.

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Fino a quando bisogna pregare per la conversione di qualcuno?

Pregare per una persona cara e non vedere alcun cambiamento può essere doloroso. Come affrontare questa sensazione di impotenza? Santa Monica ci insegna a riporre la nostra fiducia in Dio quando non possiamo fare altro che pregare e aspettare.

27 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono persone per cui preghiamo da anni. Un figlio che si è allontanato dalla fede, un amico che sta attraversando un momento difficile, un parente malato, qualcuno che sembra aver preso una brutta strada. Preghiamo ripetutamente per loro, ma il tempo passa e sembra che nulla cambi. Allora ci si chiede: fino a quando bisogna continuare a pregare per una persona?

La risposta che a volte cerchiamo è, in realtà, una data di scadenza. Quanto tempo devo aspettare? Quante volte devo chiedere la stessa cosa? E se, dopo tanti anni, Dio non rispondesse?

La storia di santa Monica, la cui ricorrenza si celebra il 27 agosto, ci offre una risposta piena di speranza.

L'esempio di Santa Monica

Santa Monica conosceva bene l’angoscia di vedere una persona cara allontanarsi da Dio. Suo figlio, Agostino, era un giovane brillante, irrequieto e pieno di ambizione. Ma cercava risposte lontano dalla fede in cui era stato educato.

Sua madre ne soffrì molto. Per anni vide Agostino percorrere strade che lei non poteva né controllare né correggere per lui. Infatti, quando Agostino lasciò il Nord Africa per recarsi in Italia, Monica cercò di impedirglielo. Come tanti che pregano per una persona cara, anche lei ha dovuto imparare che amare non significa decidere al posto dell’altro.

Non poteva costringere suo figlio a credere. Non poteva percorrere il suo cammino interiore al posto suo. Poteva solo continuare ad amarlo, ad accompagnarlo e ad affidarlo a Dio.

Quando sembra che Dio non risponda

Una delle maggiori difficoltà nel pregare per un’altra persona è che preghiamo aspettandoci di vedere dei risultati. Questo può risultare doloroso, specialmente quando sono anni che chiediamo qualcosa che riteniamo positivo. Tuttavia, perseverare nella preghiera significa anche accettare che Dio possa agire in modo diverso e in un momento diverso da quello che avevamo immaginato.

Santa Monica dovette aspettare. E, mentre aspettava, Agostino continuò a cercare.

Molto tempo dopo, quel giovane avrebbe finito per trovare in Cristo ciò che aveva cercato in tanti altri luoghi. La sua conversione, tuttavia, non fu il risultato di un singolo momento né di una sola preghiera. Fu la fine — o, per meglio dire, l’inizio — di un lungo cammino.

Pregare senza voler controllare

Uno degli insegnamenti più difficili di santa Monica consiste proprio in questo: pregare per qualcuno non significa possedere la sua vita. Possiamo pregare per un figlio, per un amico o per nostro marito o nostra moglie, pur riconoscendo che quella persona ha la propria libertà e il proprio rapporto con Dio.

Spesso, dietro la nostra insistenza può nascondersi anche il desiderio che l’altro cambi secondo i nostri piani. Ma la preghiera può purificare anche il nostro modo di amare. Col tempo, forse scopriremo che non preghiamo più solo affinché quella persona diventi ciò che noi ci aspettiamo, ma affinché trovi la verità, il bene e la felicità a cui è chiamata. E questo implica affidarsi a Dio anche quando non comprendiamo il cammino.

La preghiera cambia anche chi prega

Quando preghiamo per anni per una persona, anche noi veniamo trasformati da quell’attesa.

La preghiera perseverante ci costringe a riconoscere i nostri limiti. Ci ricorda che non possiamo salvare nessuno con le nostre sole forze. Possiamo dare consigli, accompagnare, parlare ed essere presenti. Ma ci sono decisioni e ferite a cui non possiamo arrivare.

Per molte persone, proprio quel senso di impotenza è uno dei motivi per cui iniziano a pregare. Quando non sappiamo più cosa fare, scopriamo che possiamo ancora amare.

Continuare a raccomandare qualcuno a Dio può diventare, in questo modo, un modo per restargli vicini anche quando la distanza è grande. Forse non possiamo cambiare il suo cuore. Ma possiamo pregare per lui.

Fino a quando?

Allora, per quanto tempo bisogna pregare per una persona?

Probabilmente la risposta non è «finché non otterrò ciò che sto chiedendo». La preghiera cristiana non funziona con una garanzia di risultati né con una scadenza precisa. Come ripetiamo spesso, Dio non è il genio della lampada. Ci sono richieste che trovano una risposta rapida e altre che ci accompagnano per tutta la vita.

Forse la vera domanda è un’altra: quando smettiamo di amare una persona? Finché amiamo, possiamo continuare a pregare. Ciò non significa vivere ossessionati dalla situazione né ripetere una richiesta spinti dall’angoscia. A volte sarà necessario riposarsi, smettere di rimuginare su un problema e imparare ad affidarsi alla volontà di Dio.

Santa Monica non conosceva il finale della storia di suo figlio. Per anni non poté sapere che quel giovane irrequieto sarebbe diventato uno dei grandi Padri della Chiesa. Lei continuò semplicemente a pregare, confidando nei disegni di Dio.

Forse questa è una delle lezioni che la sua storia lascia a chi oggi aspetta qualcuno: non sappiamo cosa stia accadendo nel cuore di una persona né fino a che punto possa arrivare la grazia di Dio.

Potremmo non vedere i frutti e stancarci. Potremmo persino arrivare a pensare che nulla stia cambiando. Ma pregare per qualcuno è, in fondo, un modo per dire: «Non posso percorrere questo cammino al posto tuo, ma non smetterò mai di affidarti a Dio». E forse, a volte, questa è l’unica cosa che possiamo fare. Ed è anche la più importante.

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Vangelo

Dalla roccia alla pietra d’inciampo. XXII domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 30 agosto 2026.

Vitus Ntube-27 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La liturgia di oggi ci pone di fronte a una sfida presente nella vita di ogni cristiano: la tentazione di eliminare la croce e la sofferenza. Come si può conciliare la sofferenza con la vita cristiana? Gesù non lascia spazio a dubbi. Dice ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.".

Gesù comincia a rivelare ai suoi discepoli che deve andare a Gerusalemme, soffrire molto, essere condannato a morte e risorgere il terzo giorno. Pietro, tuttavia, non riesce a vedere oltre la sofferenza e la morte. Non si rende conto che la spiegazione di Gesù non si esaurisce nella croce, ma nella risurrezione. Per lui, la sofferenza non può essere associata a Cristo né, di conseguenza, ai suoi seguaci. Ciò che non capisce è che, cercando di eliminare la croce, sta eliminando anche la risurrezione. 

Il Vangelo di oggi è la continuazione del brano di domenica scorsa. Non molto tempo fa, Gesù aveva lodato Pietro, definendolo la roccia su cui avrebbe edificato la sua Chiesa e affidandogli le chiavi del Regno. Tuttavia, oggi lo stesso Pietro riceve un duro rimprovero: “¡Vattene via da me, Satana! Per me sei una pietra d'inciampo”. Dalla roccia alla pietra d’inciampo. 

Potrebbe sembrare che dovremmo ritirare tutte le lodi che abbiamo rivolto a Pietro la settimana scorsa. Forse lo abbiamo celebrato troppo presto? Se avessimo aspettato ancora qualche versetto, avremmo visto questo sorprendente cambiamento. Ma la vita cristiana non è così semplice. L’esperienza di Pietro rivela una realtà presente in ogni discepolo. Possiamo riconoscere la grandezza di Cristo e, tuttavia, avere difficoltà ad accettare che la fedeltà a Lui comporti sacrificio. Possiamo professare che Gesù è il Figlio di Dio e, ciononostante, diventare ostacoli alla sua missione quando rifiutiamo la via che Egli ha scelto per salvare il mondo.

La prima lettura ci offre un esempio di questa verità. Il profeta Geremia rimase fedele alla parola di Dio, ma la sua fedeltà gli procurò scherno e rifiuto. Divenne oggetto di scherno. Come egli stesso lamenta: “La parola del Signore mi è stata motivo di oltraggio e disprezzo ogni giorno".

Molti cristiani oggi conoscono in parte l’esperienza di Geremia. Rendere testimonianza al Vangelo a volte ci espone all’incomprensione, allo scherno e persino all’ostilità. Condurre una vita spiritualmente e moralmente coerente in Cristo può essere fonte di sofferenza. Questa apparente perdita è, in realtà, la vera vita. Siamo esortati a non essere pietre d’inciampo, ma a rimanere saldi come una roccia di fronte alle difficoltà. Siamo invitati a pensare come Dio e non come gli uomini di fronte a queste circostanze.

Vaticano

Il Papa conclude il ciclo liturgico e condanna nuovamente gli abusi

“Le azioni liturgiche non sono atti privati, ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento di unità”. Inoltre, occorre distinguere tra gli elementi divini e immutabili e quelli umani. In questo senso, Papa Leone XIV ha nuovamente condannato gli abusi in materia liturgica.

Francisco Otamendi-26 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Santo Padre Leone XIV ha sottolineato, nella ultima catechesi sulla Costituzione Sacrosanctum Concilium, due aspetti: la necessità di una partecipazione più consapevole e attiva dei fedeli alla liturgia, motivo fondamentale della riforma liturgica attuata dal Concilio Vaticano II. 

E la condanna degli “abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nel periodo postconciliare e che, purtroppo, a volte ancora oggi si verificano casi sempre, asolutizzando o interpretando in modo errato alcuni dei principi su cui si basava la stessa riforma”.

Nel corso dei riassunti e dei saluti rivolti specificatamente ai pellegrini e ai fedeli nelle diverse lingue, accolti da numerosi applausi nella Basilica di San Pietro, il Papa ha sottolineato alcuni aspetti del suo messaggio e ha ricordato alcune festività ed eventi.

L'esempio di Santa Monica e Sant'Agostino, ieri e l'altro ieri

Ad esempio, che la liturgia commemori domani e dopodomani due grandi santi, santa Monica e sant’Agostino, “uniti in terra da legami familiari e in cielo dallo stesso destino di gloria.  Che il loro esempio susciti in ciascuno una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica, per darne testimonianza con gioia nella vita quotidiana”, ha sottolineato.

Jasna Góra, Polonia: la vita umana, la tutela del matrimonio e della famiglia

Leone XIV si è unito “spiritualmente a coloro che si trovano a Częstochowa, dove oggi, a distanza di 70 anni, vengono rinnovati i ‘Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca’, redatti dal cardinale Stefan Wyszyński durante la sua prigionia. Possa il programma di rinnovamento morale della società in essi contenuto, attraverso la tutela della vita umana, la cura del matrimonio e della famiglia e l’educazione dei bambini e dei giovani, continuare a ispirare l’impegno per la giustizia e la fraternità”.

Santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars, patrona degli anziani, e direttori dell’OMP

Ai pellegrini di lingua spagnola ha ricordato che “oggi celebriamo la memoria di santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars, religiosa spagnola, patrona degli anziani. Per sua intercessione, chiediamo al Signore di benedire tutti gli anziani, così come le persone che si prendono cura di loro e li accompagnano”—

Il Papa ha rivolto un saluto speciale ai direttori diocesani delle Opere Missionarie Pontificie e ai partecipanti agli incontri estivi dei seminaristi.

Nel salutare i pellegrini provenienti da diversi paesi, ha menzionato in modo particolare quelli provenienti da Malta, dal Senegal e dal Canada, rivolgendo ancora una volta un saluto speciale a coloro che prestano servizio presso le sedi nazionali delle Opere Missionarie Pontificie. 

Terza lettera dell’allora cardinale di Milano, poi papa San Paolo VI, ai suoi fedeli

Tornando al tema centrale della catechesi sulla liturgia, il Santo Padre si è soffermato a spiegare le ragioni per cui i Padri conciliari hanno voluto promuovere una riforma della liturgia.

A questo proposito, ha citato e commentato la terza lettera del Concilio che il cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria diocesi. 

La liturgia — scriveva — “è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo di insegnamento divino, da un lato, ed è voce di dialogo con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità”, ha ricordato Leone XIV. 

Spinto da queste convinzioni, “il futuro papa san Paolo VI affermava che i fedeli “non possono né devono rimanere in silenzio e passivi. La loro presenza materiale non può conciliarsi con la loro assenza spirituale”».

“I cristiani non assistano a questo mistero di fede come spettatori estranei e muti”

Il Pontefice ha affermato che è evidente la concordanza di queste dichiarazioni con quelle che figureranno al n. 48 della Costituzione conciliare:

“La Chiesa, con sollecita cura, si adopera affinché i cristiani non assistano a questo mistero di fede come spettatori estranei e muti, ma, comprendendolo bene attraverso i riti e le preghiere, partecipino consapevolmente, devotamente e attivamente all’azione sacra (…)”.

In queste parole si percepisce una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia, ha sottolineato il Successore di Pietro. “Attraverso i gesti rituali della Chiesa, mentre si celebra il memoriale dell’opera di salvezza, si offre la possibilità di vivere il vero rapporto con Dio, entrando in contatto con l’evento salvifico. Poiché i gesti e le parole della sacra liturgia sono determinanti per realizzare questa esperienza, la partecipazione dei fedeli non può essere passiva”.

Una parte immutabile e altre parti soggette a cambiamenti

Il Papa ha poi sottolineato che, essendo una realtà viva, la liturgia “è sempre stata soggetta, nel corso dei secoli, a sviluppi e cambiamenti”, e che il Concilio Vaticano II, “nel massimo rispetto del patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderla più accessibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici”. 

E come recita il n. 21 della Costituzione *Sacrosanctum Concilium*, “la Liturgia è costituita da una parte immutabile in quanto di istituzione divina, e da altre parti soggette a cambiamento, che nel corso del tempo possono o addirittura devono variare, se in esse sono stati introdotti elementi che non rispondono bene alla natura intima della Liturgia stessa o sono diventati meno appropriati”. 

Una liturgia che risplenda per la sua “nobile semplicità”

Il Santo Padre ha citato anche Pio XI, Pio XII e san Giovanni XXIII, ed ha esortato a “la responsabilità primaria dei pastori, dei vescovi, ma anche di ogni singolo sacerdote” nel “custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per la sua nobile semplicità (cfr. n. 34) e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». 

Una liturgia di questo tipo sarà anche “un mezzo fondamentale di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, potremo imparare a offrire noi stessi e, per mezzo di Cristo, saremo perfezionati nell’unità con Dio e tra di noi (cfr. n. 48)”, ha concluso il Pontefice.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Nuove ordinazioni diaconali a Pechino

Lunedì 24 agosto, in occasione della festa di san Bartolomeo Apostolo, la diocesi di Pechino ha avuto la gioia di accogliere un nuovo gruppo di diaconi.

Esteban Aranaz-26 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Lunedì scorso, la Cattedrale del Nord di Pechino ha ospitato l’ordinazione diaconale di Felipe Wang, insieme ad altri due seminaristi della diocesi di Pechino. La cerimonia è stata presieduta dal vescovo titolare della diocesi, mons. Joseph Lishan, insieme al vescovo coadiutore, mons. Mathew Zhen, in una celebrazione che ha riempito la chiesa di suore, seminaristi e numerosi fedeli giunti da tutta la diocesi per accompagnare i nuovi diaconi in un passo decisivo verso il sacerdozio.

Felipe Wang, oltre alla sua vocazione sacerdotale, è musicista e organista. Visibilmente commosso dall’ordinazione, è intervenuto a nome dei suoi compagni con un discorso pronunciato in mandarino. Al termine del suo intervento ha sorpreso i presenti inserendo alcune parole in spagnolo, un gesto semplice che è stato molto apprezzato e che ha suscitato sorrisi e applausi tra l’assemblea.

Una festa anche per i sacerdoti

La giornata ha avuto un motivo di festa in più: padre Martin Pan e padre Joseph Chen hanno celebrato, insieme ad altri tre confratelli, il settimo anniversario della loro ordinazione sacerdotale. La coincidenza di entrambe le ricorrenze — la nuova ordinazione diaconale e l’anniversario sacerdotale — ha intensificato l’atmosfera di festa e di fratellanza tra il clero della diocesi di Pechino, che ha partecipato in massa alla celebrazione e ha animato la liturgia.

Wang e i sacerdoti giubilari si sono formati presso il Collegio ecclesiastico internazionale Bidasoa (Pamplona), un dato che dimostra come la terra di San Francesco Saverio continui a dare i suoi frutti in Cina.

Al termine della cerimonia religiosa, l’intera comunità si è riunita per un pranzo fraterno che ha messo il punto finale a una giornata intensa, all’insegna della gioia, della preghiera e della gratitudine condivisa tra sacerdoti, suore, seminaristi e fedeli.

L'autoreEsteban Aranaz

Sacerdote spagnolo a Shanghai e Pechino (Cina)

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Mondo

A un anno dalla sparatoria alla scuola dell’Annunciazione, la famiglia Stommes va avanti con speranza

A un anno dalla sparatoria nella chiesa e nella scuola cattolica dell’Annunciazione di Minneapolis, la famiglia Stommes affronta il ritorno a scuola sostenuta dalla fede, dalla speranza e dal sostegno di un’intera comunità.

OSV / Omnes-26 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Dave Hrbacek, OSV News / Omnes

Molly Stommes stava lavorando da casa la mattina del 27 agosto 2025, quando ha sentito «rumori molto forti» provenienti dall’altra parte della strada, dove si trovano la chiesa e la scuola cattolica dell’Annunciazione.

Due dei suoi quattro figli erano all’interno della chiesa, nella zona sud di Minneapolis, per la messa, così come suo marito, Matt Stommes, mentre i suoi due figli più piccoli, entrambi all’asilo, erano nella scuola lì accanto. I quattro bambini erano entusiasti dell’inizio dell’anno scolastico, inaugurato con la messa celebrata dal parroco della chiesa dell’Annunciazione, padre Dennis Zehren.

Molly, infermiera specializzata, stava partecipando a una riunione virtuale dalla casa della sua famiglia. «Pochi minuti dopo la sparatoria, un vicino ha gridato dalla mia porta che fuori c’era un problema», ha ricordato Molly, 39 anni. «In quel momento ho capito ciò che il mio istinto mi stava dicendo: che qualcosa non andava».

Reazione all’interno della chiesa e assistenza medica

Matt, anch’egli di 39 anni, era seduto durante la messa, lontano dagli studenti e dagli insegnanti, in una sezione riservata ai genitori. Quando sono iniziati gli spari, ha obbedito agli ordini gridati di gettarsi a terra. Poi si è trascinato fino a una porta metallica vicina alla chiesa per cercare di impedire l'ingresso dell'aggressore. Altri hanno fatto lo stesso presso diverse porte.

Una volta cessata la sparatoria, Matt ha iniziato ad aiutare i dirigenti scolastici a mettere al sicuro i bambini. Nel corso di questa operazione, ha scoperto che i suoi quattro figli erano illesi: Charlize, di 13 anni, che frequenterà la terza media; Finnegan, di 9 anni, che frequenterà la terza elementare; e le gemelle Etta ed Esme, di 5 anni, che frequenteranno la prima elementare.

Fuori, nei pressi di Diamond Lake Road, Molly ha messo in pratica le sue competenze infermieristiche. Ha attraversato la strada di corsa per capire cosa stesse succedendo. Quello che vide la spinse ad agire immediatamente. «Ho attraversato la strada e ho visto dei bambini feriti in fila», ha raccontato. «Così ho iniziato a visitarli».

Con il passare dei minuti, Molly e altri, tra cui Matt, hanno iniziato ad aspettare le ambulanze, secondo quanto ha raccontato. Molly e Matt hanno accompagnato uno studente gravemente ferito fino a quando i paramedici non lo hanno caricato sull’ambulanza. In seguito, Molly ha accompagnato la madre di un altro ragazzo ferito all’Hennepin County Medical Center di Minneapolis.

Una tragedia che accomuna famiglie amiche

Molly e Matt hanno parlato con altre famiglie dell'Annunziata, e alcune sono persino andate a trovarli a casa loro. Per la coppia era un punto d'incontro naturale, ma al tempo stesso surreale.

Quel giorno si è tenuto anche un incontro con Mollie e Jesse Merkel, che hanno perso il figlio Fletcher nella tragedia. Anche un’altra studentessa, Harper Moyski, ha perso la vita nella sparatoria. Altre due dozzine di persone, oltre a tre anziani che partecipavano alla messa, sono rimaste ferite.

Le famiglie Merkel e Stommes erano diventate amiche; Fletcher, di un anno più grande di Finnegan, gli insegnò a pescare e trascorreva del tempo con lui durante le vacanze in famiglia al Grand View Lodge, sul lago Gull, vicino a Brainerd.

Con il passare dei giorni, gli Stomme hanno fatto visita ai Merkel, offrendo loro conforto. Quell’amicizia e quel legame continuano a perdurare mentre si avvicina l’anno scolastico 2026-2027.

I ricordi del 27 agosto 2025 sono vividi e dolorosi per Molly e Matt Stommes, soprattutto con l’avvicinarsi della data della sparatoria, a un anno di distanza.

«Agosto è un mese molto difficile», ha affermato Molly durante un’intervista rilasciata il 17 agosto a *The Catholic Spirit*, quotidiano dell’Arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis. «I nostri figli hanno dimostrato una grande resilienza, ma per alcuni sarà piuttosto difficile. Credo che il semplice fatto di tornare a scuola e l’attesa che questo comporta possa essere emozionante per alcuni, ma anche difficile per altri».

Solidarietà tra vicini e il conforto di Louie

Così come Molly e Matt descrivono nei dettagli ciò che è accaduto il giorno della tragedia, allo stesso modo riescono a elencare facilmente tutti i modi in cui le persone che li circondano hanno offerto loro un sostegno significativo e concreto.

Molte persone hanno portato loro del cibo. «Non abbiamo cucinato per più di due mesi», ha detto Matt. Molly ha aggiunto: «In un momento in cui non dormi e non hai appetito, è stato di grande aiuto».

Un’altra benedizione è arrivata sotto forma di un cucciolo che la famiglia Stommes ha accolto a febbraio. Hanno accolto Louie nella loro casa dopo che un conoscente della famiglia ha preso gli accordi necessari con un allevatore di cani. «Ovviamente, crescere un cucciolo non è proprio una passeggiata, ma è stata una grande gioia e un grande aiuto, soprattutto per Finnegan», ha detto Molly.

Dopo tutto il trauma che hanno vissuto i loro figli, è stato facile accettare l’idea di prendere un cane che potesse offrire loro conforto. «Subito dopo la sparatoria, i nostri figli, soprattutto i tre più piccoli, insistevano per andare a scuola e in chiesa per stare con i cani da terapia», ha detto Molly. «Succedeva ogni giorno. Volevano stare costantemente circondati dai cani».

Fede e un nuovo cammino verso la pace

Un’altra costante nella famiglia Stommes è il saldo senso di speranza alimentato dalla loro fede e dalla loro resilienza. «Il versetto biblico che la nostra scuola ha scelto l’anno scorso era stato selezionato prima di questa tragedia», ha detto Molly. «Credo che per molti di noi, in qualche modo, ci abbia aiutato a superare questo momento: Geremia 29:11», ha aggiunto.

Le ultime parole di quel verso erano ricamate sulle magliette indossate dagli studenti, dai genitori e dal personale della scuola: «un futuro pieno di speranza». «Nei giorni in cui mi sento più triste e scoraggiata, nutro grande speranza nel nostro futuro e so che Dio ha un piano per tutti noi», ha dichiarato Molly a The Catholic Spirit.

«Per me è utile riflettere su come Gesù ci dica che siamo destinati al suo regno», ha detto Matt. «Questo mondo è un dono, ma non è il fine. E mi ha dato molta speranza e incoraggiamento vedere tutte le persone che ci circondano, sia in questa comunità che altrove, impegnarsi e dedicare il proprio tempo al servizio degli altri».

Dopo aver visto come il tema dello scorso anno abbia preso vita, ora sono pronti ad abbracciare il versetto biblico di quest’anno scolastico, tratto da Luca 1:79 e che si conclude con la frase: «guida i nostri passi sulla via della pace». «Adoro il tema biblico che abbiamo scelto per il prossimo anno», ha detto Molly. «Ci ricorda che siamo chiamati alla preghiera e all’azione».

L'autoreOSV / Omnes

Mondo

Come la Chiesa in Ciad affronta la poligamia e il requisito del battesimo

Il missionario comboniano Alejandro Canales spiega come la Chiesa in Ciad richieda un catecumenato rigoroso e disciplini situazioni come la poligamia per garantire battesimi autentici e famiglie impegnate.

Alejandro Canales-25 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da anni spiego a chi non ha familiarità con il contesto della Chiesa in Africa perché, nelle nostre diocesi, non tutti coloro che desiderano essere battezzati possono farlo immediatamente, né alle stesse condizioni. La reazione più frequente, almeno tra chi arriva dall’Europa, è di una certa perplessità. Il battesimo non è forse un dono gratuito? La Chiesa non è forse una porta aperta? Sì, certamente. Ma la gratuità del dono non elimina la necessità di riceverlo in condizioni che lo rendano fecondo; per questo il Codice di Diritto Canonico chiede ai sacerdoti di assicurarsi che vi sia un serio impegno a vivere la fede cristiana dopo il battesimo. 

Quello che facciamo qui è una pastorale applicata alla realtà concreta, con il diritto canonico come quadro di riferimento e il bene delle persone come obiettivo. A seconda della natura dei casi, agiamo in un modo o nell’altro.

Il battesimo dei bambini

La prima cosa che colpisce chi viene da fuori è quanto siano rigorose le nostre norme per il battesimo dei bambini piccoli. In una parrocchia come la mia, nel corso di un intero anno possono essere battezzati pochissimi bambini. Il motivo è che il battesimo di un bambino impegna i genitori a garantirgli una vera educazione cristiana, e se tale educazione non può essere assicurata, il sacramento diventa una formalità senza futuro.

Affinché un bambino possa essere battezzato, richiediamo che entrambi i genitori siano battezzati, che partecipino attivamente alla vita della comunità — non solo alla Messa domenicale, ma anche alle attività concrete a sostegno della parrocchia — e che l’educazione cristiana dei figli già nati sia evidente. Ogni volta che nasce un bambino, viene presentato alla comunità e riceve una benedizione solenne la domenica, davanti a tutti, insieme ai suoi genitori. È un gesto bello e significativo. Ma non è il Battesimo. Il Battesimo avverrà quando ci sarà terreno fertile in cui il seme possa crescere.

La Chiesa agisce in questo modo perché il canone 868 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che, per battezzare licitamente un bambino, debba esserci «una fondata speranza che egli venga educato nella religione cattolica». Noi semplicemente prendiamo sul serio questo principio. E i risultati lo confermano: i bambini che vengono battezzati in queste condizioni crescono in famiglie in cui la fede è qualcosa di vivo, non una semplice questione culturale.

Le donne con mariti poligami

Il caso più frequente e più delicato nel nostro contesto è quello della donna sposata con un uomo poligamo. In questo caso la Chiesa potrebbe adottare una posizione rigida e dire: niente poligamia, niente battesimo. Ma ciò significherebbe abbandonare persone che, in molti casi, non hanno scelto liberamente quella situazione familiare. La dote, gli accordi tra famiglie, la pressione sociale condizionano e, in alcuni casi, determinano il percorso di vita.

Quando una donna entra nel catecumenato e suo marito è poligamo, la prima cosa che determina la possibilità del battesimo è la sua posizione all’interno di quella struttura: se è la prima moglie, può accedere al normale catecumenato e, una volta completato questo, al battesimo. Il marito deve dare il proprio consenso esplicito —deve dichiarare per iscritto di accettare la fede della moglie e di non volerle impedire di abbracciarla—, ma la donna non è responsabile della situazione familiare del marito per quanto non dipenda da lei.

Perché questa distinzione tra prima e seconda moglie? Perché la seconda o la terza moglie di un poligamo è entrata, in un certo senso, in un’unione che la Chiesa non può riconoscere come matrimoniale. Non perché lei sia meno degna, ma perché il matrimonio cristiano è un’alleanza tra due persone, e il suo ingresso in tale struttura implicherebbe per la Chiesa un’implicita convalida della poligamia. La Chiesa non può farlo. Ma non abbandona nemmeno quella donna. Lei può seguire il catecumenato, partecipare alla vita parrocchiale, ricevere la benedizione nei momenti difficili. 

Rientra nella categoria di ciò che chiamiamo amici o sostenitori: persone che hanno ricevuto il battesimo di desiderio, che vivono orientate verso la fede anche se le circostanze non consentono ancora il sacramento completo. Se in futuro le circostanze di vita dovessero cambiare — ad esempio a causa della morte del marito —, la situazione si regolarizzerebbe senza problemi, poiché quella donna potrà vivere la propria fede in pienezza e con coerenza.

Quando uno dei due è già cristiano

Un altro caso comune è quello di una coppia in cui uno dei due è già battezzato e l’altro chiede di iniziare il catecumenato. In questo caso, la situazione matrimoniale precedente — se sono sposati, in che modo lo sono, se sono state rispettate le condizioni culturali necessarie, in particolare il pagamento della dote — deve essere chiarita prima del battesimo. 

Ad esempio, se una donna desidera ricevere il battesimo e sta per sposarsi con un cristiano, dobbiamo verificare se la dote è stata versata, tenendo però presente che la dote non è più come era in Europa, qui è l’uomo a versarla alla famiglia della moglie come garanzia del fatto che la considera una donna davvero preziosa e si impegna a trattarla con dignità. La dote è un elemento culturale dal significato profondo in queste società: esprime il riconoscimento nei confronti della famiglia della donna, formalizza il legame tra le due famiglie e garantisce una certa protezione sociale per lei.

Una coppia in cui la dote non è stata versata si trova, dal punto di vista del contesto locale, in una situazione irregolare. La Chiesa non può ignorare questo fatto. Organizziamo un incontro con i due sposi e con i loro padrini per valutare la reale situazione della loro vita familiare. Il battesimo, in questi casi, viene celebrato al termine del catecumenato e solo se tale situazione è stata regolarizzata.

Quando entrambi chiedono il battesimo contemporaneamente e iniziano insieme il catecumenato, è il caso più bello e più semplice. Li vediamo ogni Pasqua: coppie che hanno deciso insieme di compiere quel passo. Questo è l’ideale verso cui li accompagniamo.

Il caso della donna sposata con un musulmano

Forse il caso più complesso è quello di una donna il cui marito è musulmano e che chiede di essere battezzata. In questo caso vi sono diversi fattori che devono essere soddisfatti contemporaneamente e nessuno di essi è negoziabile.

Primo: deve trattarsi della prima moglie. Per i motivi già illustrati riguardo alla poligamia, non possiamo battezzare una donna che sia la seconda o la terza moglie in un’unione poligama, indipendentemente dal fatto che il marito sia cristiano, musulmano o di qualsiasi altra fede.

Secondo: il marito deve dare il proprio consenso esplicito e per iscritto. Non basta una semplice tolleranza passiva: deve impegnarsi a rispettare la pratica religiosa della moglie e a non ostacolarla.

Terzo: l’educazione dei figli. Questo è il punto più delicato. Quello che chiediamo è che almeno ai figli sia lasciata la libertà di scegliere, oppure che sia possibile un’educazione cristiana. Di solito, in queste famiglie miste, i figli maschi seguono il padre e le figlie la madre. Se il padre non impone un’educazione esclusivamente islamica, c’è un margine di manovra. Ma se la situazione è tale che i figli non potranno ricevere alcun elemento di educazione cristiana, allora presentiamo una richiesta al vescovo, che è colui che autorizza la possibilità di concedere il battesimo in quel caso eccezionale. Perché la donna ha il diritto di vivere la propria fede anche se i suoi figli, in quel momento, non possono seguirla.

La Chiesa agisce in questo modo perché rispetta sia la libertà religiosa della persona che chiede il battesimo, sia il contesto familiare in cui vivrà quella fede. Non imponiamo una fede che verrebbe schiacciata fin dal primo giorno. Battezziamo dove c’è terraferma.

Il marito cristiano poligamo

C’è un ultimo caso che merita particolare attenzione: quello del marito che è battezzato — è quindi cristiano —, ma che vive in poligamia. Ciò accade perché nei primi anni dell’evangelizzazione furono battezzati uomini che in seguito presero una seconda moglie, oppure la cui prima moglie era stata battezzata ma loro ne presero un’altra. La realtà è più complessa di quanto qualsiasi protocollo possa prevedere.

Quando la moglie di quell’uomo chiede il battesimo, occorre fare una valutazione onesta: questa donna può ricevere il battesimo e vivere la sua fede cristiana anche se non può celebrare il matrimonio sacramentale, poiché suo marito, pur essendo cristiano, non vuole farlo in quella situazione? In questi casi, chiediamo al vescovo una deroga formale. Il vescovo, dopo aver esaminato il caso, può autorizzare il battesimo, a condizione che vengano registrate le ragioni per cui il matrimonio non ha potuto essere celebrato. Tutto viene riportato nei registri parrocchiali. E tali registrazioni sono importanti, perché le situazioni cambiano: se il marito muore, lei può ricevere il battesimo senza quella restrizione, se non lo aveva ancora ricevuto, oppure può regolarizzare ciò che prima non poteva fare.

Perché la Chiesa agisce in questo modo

Potrebbe sembrare che tutto questo sia solo una serie di ostacoli. Ma non è così. Si tratta di un accompagnamento concreto a persone reali in situazioni reali. La Chiesa non battezza per fare statistiche: battezza per incorporare qualcuno nel Corpo di Cristo, affinché tale incorporazione sia vissuta, sostenuta e feconda.

In una diocesi come la nostra, con 3.500 battesimi in una sola Pasqua, la tentazione di semplificare i criteri sarebbe forte. Ma ciascuno di quei 3.500 battezzati ha attraversato un catecumenato di almeno tre anni, ha avuto colloqui pastorali individuali e ha sottoposto a un’onesta valutazione la propria situazione familiare. Ed è proprio questo che rende solidi quei battesimi.

Ciò che facciamo qui ricorda i primi secoli del cristianesimo, quando il catecumenato era lungo, serio ed esigente, proprio perché la Chiesa comprendeva che il battesimo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Un punto di partenza che richiede che il terreno sia preparato.

La Chiesa agisce in questo modo perché ama le persone al punto da non accontentarsi di un’adesione superficiale. E perché sa che il Vangelo, quando mette davvero radici, trasforma non solo l’individuo, ma anche la famiglia, la comunità e l’intero tessuto sociale. Lo vedo ogni giorno nel sud del Ciad. E questo, credetemi, ne vale davvero la pena.

L'autoreAlejandro Canales

Missionario comboniano in Ciad.

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Cultura

Scienziati cattolici: Eduardo Vitoria Miralles

Eduardo Vitoria era un gesuita e chimico, considerato il fondatore della catalisi in Spagna, disciplina fondamentale per la chimica industriale.

Ignacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa-25 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Eduardo Vitoria Miralles (25 agosto 1864 – 22 settembre 1958) è stato un gesuita e chimico spagnolo, considerato il fondatore della catalisi in Spagna, disciplina fondamentale per la chimica industriale.

Rimasto orfano di padre all’età di quattro anni, frequentò le scuole superiori al Collegio di San José di Valencia, diretto dai gesuiti, dove scoprì la sua vocazione scientifica, poiché dal 1881 al 1885 studiò Scienze Esatte, ma abbandonò tali studi per entrare nel Monastero di Veruela (Saragozza) come novizio della Compagnia di Gesù, dove completò la sua formazione in Lettere e Filosofia. Tuttavia, non abbandonò la sua vocazione scientifica. Grazie alla guida di Antonio Vicent e Luis Montesinos, divenne il primo laureato in Chimica Fisica in Spagna (1896), ottenendo il massimo dei voti. Successivamente fu ordinato sacerdote e proseguì la sua formazione scientifica presso l’Università Cattolica di Lovanio, dove conseguì il dottorato sotto la guida di Louis Henry, con una tesi di chimica organica incentrata sulla catalisi, in particolare sulla sintesi dell’1,1,1-tricloro-2-propanolo.

Dopo aver approfondito gli studi in Germania, disponeva di una solida base per fondare a Roquetas il Laboratorio Chimico dell’Ebro (1905), che nel 1916 si sarebbe trasferito a Barcellona diventando l’Istituto Chimico di Sarrià (IQS). In qualità di direttore dell’IQS elaborò un programma di studi orientato alla chimica applicata e svolse un’intensa attività didattica e di ricerca, accompagnata dalla pubblicazione di diversi manuali all’avanguardia. Promosse inoltre la rivista Affinità, figura di spicco nel panorama della chimica spagnola.

È stato membro dell'Accademia Reale Spagnola di Fisica e Chimica, dell'Accademia Reale delle Scienze e delle Arti di Barcellona e di istituzioni scientifiche in Francia, Germania, Portogallo, Messico e Argentina, tra le altre.

Dopo l’espulsione dei gesuiti nel 1932, l’IQS proseguì la propria attività con diverse denominazioni, e Vitoria continuò a collaborare in qualità di docente e direttore della rivista Affinità. Durante la guerra civile si rifugiò in Italia, ma nel 1939 tornò a Barcellona, dove collaborò alla ricostruzione e all’ampliamento dell’Istituto.

Morì nel 1958, lasciando un'eredità importante nell'ambito dell'insegnamento, della ricerca e della divulgazione della chimica in Spagna. Per questo motivo ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Gran Croce di Alfonso X il Saggio e il titolo di figlio prediletto di Alcoy.

L'autoreIgnacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa

Università Pubblica di Navarra e SCS-Spagna / Ricercatore del CSIC.

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Vocazioni

Le suore che pregano per le madri che restano sveglie durante la notte

In California c'è una comunità di suore che ogni notte prega per le madri che vegliano sui propri figli.

Paloma López Campos-25 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Tutte le madri Conoscete quella sensazione di alzarvi dal letto per andare a occuparvi di un bambino che piange? Allo stesso modo, tutte conoscete quella sensazione di spossatezza, che alcune notti si fa sentire più di altre. Dopo una lunga giornata, quando finalmente sembra che tu possa riposarti, tuo figlio ha bisogno di te. Ti alzi e vai da lui, ovviamente, ma la stanchezza non se ne va...

Tuttavia, nessuna di queste madri in tutto il mondo è sola. A Los Angeles c’è una comunità di suore che prega ogni notte per queste donne insonni ed esauste. Sono le suore della Ordine delle Canoniche Norbertine del Priorato di San Giuseppe a Betlemme, con sede in California e molto attente alle esigenze delle mamme di tutto il mondo.

Ogni notte, quando le campane battono la mezzanotte, questa comunità di suore si avvicina al Santissimo Sacramento e prega per le donne che sono in piedi a cambiare un pannolino, a nutrire o a consolare un neonato.

Il momento della maternità

Questa congregazione di clausura dedica la propria giornata a attività di ogni genere, come la produzione di formaggio, l’allevamento di cani e la vendita di pecore e mucche. Ma, senza dubbio, una delle loro attività più toccanti si svolge all’alba, durante il momento che esse stesse hanno battezzato «Ora della Maternità» (“Mothering Hour”).

Per queste suore, questo momento di preghiera fa parte delle sette ore dell’Ufficio Divino che celebrano nel corso di ogni giornata. Svegliarsi a mezzanotte è un modo per esprimere la loro costante disponibilità all’incontro con Dio. Tuttavia, le suore sono anche consapevoli che le prime ore del mattino possono essere sinonimo di oscurità, solitudine e paure per molte persone. Per questo motivo, sacrificano il proprio riposo per rispondere ai bisogni spirituali di chi ne ha più bisogno, accogliendo con amore materno quelle donne che vegliano sui propri piccoli.

Madri e suore

Sebbene questa comunità abbia mantenuto viva questa tradizione per anni, il mondo ha iniziato a conoscere il suo operato nel dicembre 2023. L’iniziativa è diventata virale dopo che Leanne Bowen, un’artista cattolica specializzata in acquerelli, ha condiviso su Instagram la sua esperienza dopo aver pregato insieme alle suore durante un ritiro nel priorato.

Da quando è stato pubblicato, la notizia si è diffusa a macchia d’olio, offrendo un profondo conforto a migliaia di donne. Sapere che c’è un gruppo di suore che intercede per loro ha trasformato quelle lunghe ore di silenzio in un rifugio di pace.

Ora, mentre camminano avanti e indietro per i corridoi delle loro case, allattando, cullando e prendendosi cura dei propri figli nel cuore della notte, queste madri esauste sanno di non essere più sole: sono accompagnate e sostenute dalla preghiera.

Vaticano

Il Papa ci esorta a lasciarci trasformare dall’amicizia con Gesù

Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci trasformare dall’amicizia con Lui in un incontro sempre nuovo, ha affermato Papa Leone XIV durante l’Angelus di questa domenica.

Francisco Otamendi-24 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Dopo la visita pastorale nella Repubblica di San Marino, al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli di Rimini (Italia), durante il quale ha incoraggiato “ad amare sempre la Chiesa” e alla città di Rimini, dove ha presieduto la concelebrazione dell'Eucaristia, il Papa Leone XIV ha rivolto questa domenica 23 agosto la preghiera mariana del Angelus in Piazza San Pietro, dove ha incoraggiato i pellegrini e i fedeli a dare una risposta personale alla chiamata che Gesù ci rivolge.

Il Vangelo di domenica (Mt 16,13-20) pone una domanda che interpella ciascuno di noi nel cammino della nostra fede: «Chi è veramente Gesù per me?», ha esordito il Pontefice nella sua riflessione. Dal racconto evangelico emerge quanto sia determinante questa domanda per l’esperienza di discepolato, ha sottolineato il Papa.

Preghiera per la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e le vittime del terremoto in Italia di 10 anni fa

Dopo la recita dell’Angelus, il Santo Padre ha pregato per le numerose vittime causate dalla diffusione dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Ha inoltre esortato la comunità internazionale a reagire con un piano preventivo, che coinvolga le comunità locali, per salvare molte vite umane.

Il Pontefice ha inoltre espresso la sua vicinanza alla popolazione della Repubblica Centrafricana, che piange le vittime causate dal crollo di una miniera a Zamboyé. “Che il Signore accolga coloro che hanno perso la vita e sostenga l’impegno a garantire la sicurezza e la legalità dei giacimenti minerari”, ha affermato il Papa. 

Tra le sue intenzioni, il Papa ha ricordato anche i defunti, le famiglie e tutte le comunità colpite dal terremoto che dieci anni fa ha scosso l'Italia centrale, tra Lazio, Umbria e Marche. Il Papa ha ricordato il decimo anniversario di questo devastante sisma, che ha causato centinaia di vittime.

Prima di augurare a tutti una buona domenica, Leone XIV ha dato il benvenuto al Coro Primaziale della Cattedrale di Gniezno, in Polonia, nonché ai seminaristi e ai superiori del Pontificio Collegio Nordamericano e ai giovani di Bormio e della Valfurva.

Gesù ci chiama a una risposta personale

Nella riflessione che ha preceduto l’Angelus, come già sottolineato, il Papa ha meditato sul Vangelo di questa XXI domenica del tempo ordinario, in cui si racconta la scena della confessione di fede di Pietro.

A volte, quando si tratta della fede cristiana, ci accontentiamo di ‘ciò che si dice’, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato tramandato, magari anche con buone intenzioni. 

“Ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci trasformare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che forse potrebbe richiederci di percorrere strade inedite e di prendere decisioni diverse da quelle che avevamo immaginato”, ha proseguito Papa Leone.

Questo vale sia per il nostro cammino personale che per quello della Chiesa e per le decisioni pastorali, nelle quali a volte pensiamo che basti continuare come abbiamo sempre fatto. ”È invece importante chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali decisioni dovrei compiere?”, si è chiesto il Successore di Pietro.

Pellegrini e fedeli in Piazza San Pietro durante la preghiera dell’Angelus del Papa Leone XIV il 23 agosto 2026 (Foto CNS/Vatican Media).

“Abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo”

In riferimento a questa domanda di Gesù: ’E voi, chi dite che io sia?’ (Mt 16,15), il Papa ha affermato: “Questo è un passo fondamentale per i discepoli di ogni tempo e per ciascuno di noi”.

“La fede, infatti, non ci viene data una volta per tutte; al contrario, abbiamo sempre bisogno di riscoprire il volto di Cristo e il suo Vangelo, di approfondire il suo messaggio e di rinnovare le scelte della nostra vita, affinché siano coerenti con ciò che professiamo, vincendo la tentazione di credere di sapere già tutto e di trasformare la fede in una mera abitudine”.

Per noi, Gesù è solo un grande personaggio storico o il Cristo di Dio?

La domanda che ci poniamo ogni giorno — chi è Gesù per me e qual è il significato della sua presenza nella mia vita — “emerge soprattutto nella preghiera e quando meditiamo sul Vangelo; ma anche quando ci troviamo di fronte alle ferite e ai bisogni dei nostri fratelli, o nelle relazioni e nelle situazioni che interpellano maggiormente la nostra coscienza”.

In definitiva, ha sottolineato il Santo Padre, “nella nostra vita possiamo verificare se, per noi, il Signore Gesù è solo un grande personaggio storico che ha detto e fatto cose importanti, oppure il Cristo di Dio, Colui che è stato mandato per renderci partecipi dell’amore del Padre e per trasformare la nostra vita e il mondo in cui viviamo”.

“Invochiamo la Vergine Maria”, concluse Leone XIV, “che nel suo cuore cercava la volontà di Dio attraverso suo Figlio, affinché ci guidi sempre sulla via della fede”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vaticano

Tre statunitensi, nuovi consulenti per lo sviluppo umano integrale

Papa Leone XIV ha nominato tre esponenti statunitensi, legati all’Università di Notre Dame nell’Indiana, tra i dodici nuovi consulenti del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.  

OSV / Omnes-24 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

– Simone Orendain, OSV News

I tre nuovi consulenti statunitensi, legati all’Università di Notre Dame nell’Indiana, figurano tra la dozzina di consulenti recentemente nominati per il dipartimento vaticano istituito da Papa Francesco nel 2016.

Lo scorso 30 giugno, Papa Leone XIV ha nominato Prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale la Reverenda Suor Alessandra Smerilli, F.M.A., che assumerà l'incarico il prossimo 1° settembre.

Allo stesso tempo, il Santo Padre ha nominato pro-prefetto del Dicastero, con un incarico speciale per il Centro di Alta Formazione ’Laudato si’”, il cardinale Fabio Baggio, C.S., che assumerà l’incarico nella stessa data. Il Segretario del Dicastero sarà monsignor Jozef Barlaš.

Università di Notre Dame 

L’Ufficio Stampa della Santa Sede ha annunciato il 18 agosto le nomine dei dodici consulenti, tra cui padre Emmanuel Katongole, docente di teologia all’Università di Notre Dame; Kathryn Koch, presidente e amministratore delegato della società di investimento internazionale TCW, con sede a Los Angeles; e Clemens Sedmak, direttore del Nanovic Institute for European Studies di Notre Dame.

Il dicastero sostiene l’opera della Chiesa nei settori della dignità umana e dei diritti umani, della giustizia economica, della cura del creato, della migrazione e degli sfollamenti, nonché della pace, dei conflitti e delle crisi umanitarie. Secondo la Chiesa, è necessario affrontare gli ostacoli in tutti questi ambiti per promuovere il pieno sviluppo umano.

I consulenti contribuiscono a rafforzare il dicastero per periodi di cinque anni. Sono nominati “tra i fedeli che si distinguono per la loro esperienza, comprovata competenza e prudenza”, secondo le linee guida stabilite nel 2022.

Padre Katongole

Padre Katongole, sacerdote dell’arcidiocesi di Kampala, in Uganda, è stato recentemente nominato direttore dell’Istituto Ansari per l’impegno globale nella religione presso l’Università di Notre Dame. È entrato a far parte del corpo docente nel gennaio 2013, specializzandosi in politica e violenza nell’Africa subsahariana, teologia politica, cattolicesimo globale e altre aree correlate. 

Prima di entrare a far parte della Notre Dame, è stato professore associato di teologia e cristianesimo mondiale presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Duke. Ha conseguito il dottorato in Filosofia presso l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ed è stato ordinato sacerdote nel 1987.

Nell’annunciare la sua nomina presso l’Istituto Ansari, Mary Gallagher, decana Marilyn Keough della Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame, dove padre Katongole tiene corsi di teologia e studi sulla pace, ha affermato che egli nutre «un profondo impegno per lo sviluppo umano integrale».

Papa Leone XIV ha nominato tre consulenti statunitensi legati all’Università di Notre Dame nell’Indiana (nella foto) per il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. (Foto di OSV News/Chaz Muth).

Kathryn Koch

Koch è alla guida di TCW, nota anche come Trust Company of the West, dal 2023. Prima di entrare a far parte di TCW, ha lavorato per 20 anni nella divisione di gestione patrimoniale di Goldman Sachs, dove ha ricoperto da ultimo la carica di direttrice degli investimenti. In tale ruolo, ha gestito l’attività azionaria della società, del valore di 300.000 milioni di dollari, ed è stata membro del comitato esecutivo della divisione di gestione patrimoniale.

Koch fa parte del consiglio di amministrazione della Notre Dame, la sua alma mater. Nel 2002 ha conseguito la laurea in Filologia inglese ed Economia presso tale università, laureandosi con lode (magna cum laude).

Clemens Sedmak

Sedmak è docente di etica sociale presso la Keough School of Global Affairs dell’Università di Notre Dame ed è specializzato nella tradizione sociale cattolica, nella povertà, nella filosofia della religione e in altri temi correlati. Insegna inoltre presso l’Istituto di questioni sociali dell’Università di Notre Dame.

Sedmak ha conseguito dottorati in filosofia, teologia e teoria sociale e ha insegnato teologia morale e sociale al King’s College di Londra prima di entrare a far parte dell’Università di Notre Dame. Ha inoltre ricoperto diversi incarichi presso l’Università di Salisburgo, nella sua Austria natale.

L’Istituto Nanovic di Studi Europei, sotto la direzione di Sedmak, ha come missione quella di “rafforzare la presenza di Notre Dame in Europa, approfondire la comprensione dell’Europa all’interno della comunità di Notre Dame e contribuire al dibattito accademico e alla ricerca nel campo degli studi europei”.

Nominati altri nove consulenti

Per quanto riguarda gli altri consulenti nominati dal Papa, essi sono i seguenti. Monsignor Peter Klasvogt, rettore del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria in Camposanto, a Roma (Italia). E i reverendi Francesco Coluccia, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Salute dell’Arcidiocesi di Otranto (Italia), e Joseph Jeyaraj Swaminathan, S.D.B., professore a contratto presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.

I laici nominati, oltre a quelli già citati di Notre Dame, sono Omer S. Combary, professore presso il Dipartimento di Economia dell’Università Thomas Sankara di Ouagadougou (Burkina Faso). Lucy Afandi Esipila, segretaria esecutiva regionale di Caritas Africa. Paolo Foglizzo, redattore di Aggiornamenti sui servizi sociali – Fondazione Culturale San Fedele di Milano (Italia). Peter G. Kirchschläger, direttore dell’Institut für Sozialethik dell’Università di Lucerna (Svizzera); Jacqueline Remond, docente a contratto presso la Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Australiana di Sydney (Australia), e Caren Rodrigues, docente associata presso il Saint Joseph’s Institute of Management di Bangalore (India).

L'autoreOSV / Omnes

Autori invitatiEloy Asenjo Carpintero

Ogni cosa al suo posto

Contrariamente a quanto molti pensano, Papa Leone XIV si è effettivamente espresso sulla crisi degli abusi nella Chiesa spagnola.

24 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Sono stati in molti, tra opinionisti e giornalisti, a rimpiangere la mancanza di un riferimento agli abusi nei discorsi del Papa durante il Palazzo Reale o davanti alle Cortes durante la sua visita in Spagna a giugno. Tuttavia, Leone XIV dimostrò di essere un uomo di grande coraggio e di una rigorosa disciplina mentale: ogni questione richiede il proprio spazio, e questa doveva essere affrontata faccia a faccia con i suoi confratelli dell’Episcopato e, in modo contrapposto, con le vittime stesse.

Lo stesso Yago de la Cierva — responsabile ultimo dell’organizzazione di questo viaggio apostolico — ha ricordato recentemente in un intervista con Gonzalo Giráldez sul suo canale YouTube “Nivel 256”, secondo cui la Chiesa ha ammesso in numerose occasioni di aver gestito molto male questo problema in passato, una lezione appresa spesso grazie alle denunce della stampa. Lo ha riconosciuto Benedetto XVI, lo ha fatto Papa Francesco e, ora, Leone XIV lo ha ribadito con fermezza davanti all’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola.

La sfida della Chiesa

In quell’occasione, il Pontefice ha esortato i vescovi ad assumersi una “responsabilità particolare” per sanare le ferite, lanciando un messaggio categorico e senza mezzi termini:

“Il nostro cammino è fatto di incontri; tra questi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare samaritani. Uno dei dolori più profondi è quello di coloro che sono stati feriti proprio da chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro, persino da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve trovare un ascolto sincero, protezione e percorsi concreti di guarigione”.

È innegabile che la Chiesa abbia compiuto una svolta di 180 gradi per diventare un’istituzione sicura per i minori. È possibile che questo cambiamento sia stato accelerato dalle pressioni esterne e non abbia avuto la rapidità che tutti avremmo voluto. Ma, come sottolineava de la Cierva, la vera sfida attuale è di portata ben più ampia:

Il resto della scacchiera

“Noi cattolici riteniamo che non abbia senso essere estremamente severi con la Chiesa — responsabile di circa il 3 % degli abusi sui minori in Spagna — e non essere radicalmente rigorosi nella tutela del restante 97 %, che avviene nelle famiglie, nelle scuole, nelle squadre sportive, presso i fisioterapisti o negli ospedali. Trovo molto positiva la pressione esercitata sulla Chiesa, perché senza di essa non ci sarebbero stati cambiamenti; ma mi dispiace che le autorità del Paese non si decidano a sradicare questa piaga proprio là dove si verifica la stragrande maggioranza dei casi”.

Questa profonda riflessione invita a un esame di coscienza collettivo. Nessuno nega la gravità del flagello a cui ha fatto riferimento Sua Santità, ma la società non può permettersi il lusso della semplificazione se vuole davvero affrontare il problema. La Chiesa deve assumersi le proprie responsabilità, perché la sua vocazione ineludibile è quella di essere un luogo assolutamente sicuro, un “principio visibile di comunione” fedele alla propria fede e in sintonia con la propria comunità. Ma il resto del quadro rimane lì, nascosto dietro il clamore politico, in attesa che qualcuno abbia il coraggio di rimettere, una volta per tutte, ogni cosa al proprio posto.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Il Papa difende la coscienza a San Marino e invita ad “amare sempre la Chiesa” a Rimini

Ieri, a San Marino, il Santo Padre Leone XIV ha esortato i giovani a mantenere il cuore come una finestra aperta sull’infinito, alla ricerca della bellezza, della bontà e della vita, e ha chiesto di difendere lo spazio della coscienza per promuovere la libertà. Al Meeting di Rimini, ha esortato ad “amare sempre la Chiesa e a preservarne l’unità”.

Redazione Omnes-23 agosto 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

L’invito ai giovani ad aprire “una finestra sull’infinito”, a seguire i grandi desideri del cuore e ad “abbracciare la propria missione” nel mondo con entusiasmo. Una “solida sinergia tra la famiglia e le comunità” per un patto educativo, e un appello “alla comunione tra le parrocchie, tra i parroci e i fedeli, e tra i diversi carismi e ministeri”. La ricerca dell“”autentica libertà in Gesù Cristo“, il profondo legame tra libertà e coscienza, e la convinzione che ”tutti voi siete figlie e figli di Dio, e Dio vi ama», sono alcuni dei messaggi lanciati da Papa Leone XIV dalla Basilica di San Marino, durante la sua visita pastorale alla Repubblica, ieri sabato.

Dopo il discorso rivolto alla comunità ecclesiale, in occasione della festa di Santa Maria Regina, il Papa è uscito nell’atrio e ha salutato i giovani e gli altri fedeli radunati in strada, che attendevano anch’essi le sue parole, o almeno una sintesi del discorso pronunciato nella basilica.

Ed è proprio quello che ha fatto il Pontefice, senza appunti.

Ricordando Benedetto XVI

All’interno, insieme al vescovo Domenico Beneventi e al rettore della Basilica, Marco Mazzanti, il Santo Padre aveva ricordato nel suo Discorso, citando Benedetto XVI in occasione della sua visita a San Marino, secondo cui “la diocesi di San Marino-Montefeltro è erede di una ricca storia di fede e coraggio: quella dei santi Marino e Leone, i quali, diciotto secoli fa, con il messaggio cristiano, “introdussero nel contesto di questa realtà […] nuove prospettive e valori, dando origine a una cultura e a una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio” (Benedetto XVI, Omelia, San Marino, 19 giugno 2011). 

Mi rivolgo innanzitutto ai giovani, ha aggiunto Leone XIV, riprendendo quanto disse loro il Papa Benedetto XVI quindici anni fa: “Non accontentatevi di risposte parziali e immediate […] più facili e comode sul momento, che possono regalare qualche istante di felicità, di euforia, ma che non conducono alla vera gioia di vivere” (Incontro con i giovani, 19 giugno 2011).

Non abbiate mai paura e siate generosi

Una volta uscito, nell’atrio, il Papa si è rivolto innanzitutto ai giovani:

“Aprite la porta dei vostri cuori, ascoltate sempre Gesù Cristo, non abbiate mai paura di ciò che Gesù può dire a ciascuno di voi. Posso dirvi una cosa importante, voi giovani: riconoscete in voi stessi il valore della vita, della vostra vita, di quella di ciascuno di voi, che è stata creata da Dio, e la vostra vita ha un grande valore per noi, per la Chiesa, per la vostra famiglia, per il mondo intero. 

“Credete in ciò che Dio ha creato, perché tutti voi siete figlie e figli di Dio, e Dio vi ama. Vivete con questo sentimento d’amore nei vostri cuori: vi darà tutto ciò di cui avrete bisogno per tutta la vita. Siate generosi, siate sempre disponibili a servire gli altri, cercate di stringere amicizie autentiche: è nell’amicizia che possiamo costruire una comunità”.

Il papa Leone XIV saluta dal balcone centrale del Palazzo Pubblico i fedeli radunati in Piazza della Libertà durante la sua visita alla micronazione della Repubblica di San Marino il 22 agosto 2026. Alle sue spalle si trovano i capitani reggenti di San Marino, Vladimiro Selva e Alice Mina, che ricoprono congiuntamente la carica di capi di Stato del Paese per un periodo di sei mesi. (Foto di CNS/Vatican Media).

“Non abbiate paura di prendere decisioni difficili”

Nella Basilica, Leone XIV li aveva incoraggiati nel cammino della loro vocazione e nelle loro scelte.

“Non abbiate paura di prendere decisioni difficili, come il matrimonio, la consacrazione, il ministero ordinato, la vita professionale, l’impegno sociale e politico; preparatevi al meglio alle responsabilità che vi attendono. Impegnatevi in iniziative e progetti di carità e giustizia”.

Libertas, la vera libertà

“Qui a San Marino c’è una sola parola: libertà. L’avrete sicuramente sentita molte volte”, ha proseguito il Vicario di Cristo.

“La vera libertà la troviamo in Gesù Cristo, la troviamo nella verità. In Gesù, che è venuto per darci la vita, che è venuto per aiutarci a riconoscere la verità in un mondo spesso pieno di menzogne, pieno di male”, ha affermato.

“Se avete Gesù Cristo nel vostro cuore, se avete la verità e la libertà di seguire Gesù, non abbiate paura di nulla, perché Gesù cammina con voi. E Gesù ci chiama tutti, ci invita a camminare insieme. Grazie a tutti voi, affinché possiamo essere veramente un’unica comunità, sempre uniti”.

A quel punto, gli applausi e le grida di ‘Papa Leone!’ si fecero più intensi, ma il Papa doveva andarsene per proseguire il suo fitto programma ordine del giorno, che è iniziata alle 8.00 del mattino all’eliporto del Vaticano e si è conclusa nello stesso luogo alle 21.00.

Leone XIV saluta i fedeli al termine di una visita di mezza giornata nella piccola nazione della Repubblica di San Marino, il 22 agosto 2026. Successivamente si è recato nella città costiera italiana di Rimini per una visita pomeridiana. (Foto: CNS/Vatican Media).

Promuovere la libertà significa difendere lo spazio della coscienza

Proprio di libertà aveva parlato il Papa a metà mattina nel suo Discorso alle autorità e alla società civile. 

In primo luogo, ha affermato, “desidero sottolineare che non esiste vera libertà civile senza libertà personale, ovvero senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana, di cui la libertà è una componente essenziale. Questa libertà è concessa e garantita, in ultima istanza, da Dio, la cui voce risuona nella coscienza di ogni essere umano”.

Inoltre, Leone XIV ha sottolineato che “promuovere la libertà significa difendere lo spazio della coscienza”.

Il suo pensiero si è poi rivolto “ai tanti uomini e donne che, in ogni epoca e in ogni luogo, sono martiri della libertà perché rendono testimonianza al primato della coscienza”.

Elogio di San Tommaso Moro e di coloro che non tradiscono la propria coscienza

“Forti della ricerca della verità, sono pienamente responsabili delle proprie decisioni e, pertanto, liberi da ogni restrizione che non sia quella propria della creatura, che li unisce a Dio. San Tommaso Moro, patrono dei governi e dei politici, ne è un esempio”. 

Anche oggi, in molte parti del mondo, ha proseguito il Papa, “non mancano persone che rimangono fedeli alla propria coscienza anche in tempi di grande avversità, testimoni della vera libertà, quella che deriva dall’essere figli e figlie di Dio. Con ammirazione, esprimiamo la nostra solidarietà a coloro che, in questo momento, stanno pagando di persona per non aver tradito la propria coscienza”.

A Rimini, dopo 44 anni

Nel pomeriggio, in elicottero, la destinazione era Rimini, dove un Papa non si recava da 44 anni, ovvero dall’agosto del 1982, quando vi si recò san Giovanni Paolo II, che fece tappa anche al Meeting di Rimini. Si tratta dell’Incontro di amicizia tra i popoli, organizzato da Comunione e liberazione e giunge ora alla sua 47ª edizione. 

Ieri, Leone XIV ha tenuto un atteso incontro con i partecipanti al Raduno e, successivamente, si è recato alla cattedrale di Rimini per un altro incontro, questa volta con i malati, i disabili e i poveri assistiti dalla Caritas.

L'amore, tema centrale di quest'anno al Meeting 2026 

Al Meeting di Rimini di quest’anno, organizzato come di consueto dalla Fraternità di Comunione e Liberazione (CL), circa sessantamila persone attendevano Papa Leone XIV con grande entusiasmo, come si è potuto vedere nelle immagini di Vatican News. Il motto di quest’anno è ‘L’amore che muove il sole e le altre stelle’, ultimo verso della Divina Commedia, in particolare del Paradiso, del fiorentino Dante Alighieri. 

Nel spiegare il motto, gli organizzatori sottolineano che “esiste una forza che mette in moto l’intero universo, dalle particelle subatomiche alle galassie. Non è una forza che schiaccia o domina, ma una forza che attrae e armonizza, che spinge senza violenza, che guida senza imporsi. È l’amore come principio dinamico del cosmo, l’energia che tiene unite tutte le cose e le spinge verso la loro pienezza”.

“L’applauso più forte va a Gesù Cristo”

Dopo il giro del Pontefice a bordo della papamobile all’interno del quartiere fieristico, durante il quale ha esclamato in modo informale: “Grazie, grazie! ”L’applauso più forte va a Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù», ha affermato Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, e Davide Prosperi, presidente della CL, hanno espresso a Leone XIV la loro “immensa gratitudine e gioia” per la sua presenza.

Bernhard Scholz ha parlato della “passione per il destino di ogni uomo che don Luigi Giussani ci ha trasmesso” e della “fiducia nell’amore che muove ogni cosa”. Davide Prosperi, dal canto suo, ha affermato che “migliaia di giovani, famiglie e volontari attendevano da settimane questo momento, perché la loro presenza qui è un dono immenso, straordinario, per il nostro cammino. Un dono che non dimenticheremo e che accogliamo come una carezza del Signore”.

Il discorso di Papa Leone XIV avrebbe potuto essere di natura protocollare, se non addirittura breve. Tuttavia, è durato 22’ 48”, comprese le interruzioni dovute agli applausi in diverse occasioni. Le sue parole erano ricche di significato, pertanto potete consultare qui il testo completo.

Papa Leone XIV saluta i partecipanti al Meeting di Rimini 2026, prima di rivolgere loro un discorso che ha suscitato grande attesa e numerosi applausi (@Vatican Media).

“Incontro all’insegna dell’amicizia!”, “Amicizia tra i popoli!”

Il Papa ha esordito citando san Giovanni Paolo II, il quale, il 29 agosto 1982, aveva sottolineato il significato speciale delle parole “Incontro!”, “Incontro di amicizia!”, “Amicizia tra i popoli!”. Parole che assumono un significato speciale in questi tempi, spesso drammatici, della storia mondiale” (Discorso al Terzo Incontro dell’Amicizia tra i Popoli, Rimini, 1982).

Ha poi elogiato il fatto che voi “non abbiate trasformato l‘’Incontro» in una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi percorsi”.

”Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che conferisce loro una grande responsabilità storica, nella comunione della Chiesa, per servire un’umanità affamata e assetata di giustizia».

”Una responsabilità storica: il realismo della misericordia di fronte al falso realismo che riarmare»

Un compito in cui “la cultura cattolica odierna deve contrastare il realismo della misericordia, secondo cui i nemici non possono esistere e tutti, anche gli avversari, sono fratelli da guardare negli occhi e accogliere con sincerità, “di fronte al falso realismo che riarma menti, parole e nazioni”».

“Il peccato esiste, naturalmente”, ha sottolineato il Papa, «ma più forte è l’amore redentore di Cristo».

Allora, le parole di Leone XIV risuonarono come un grido, pronunciato con calma, nel quartiere fieristico di Rimini. Parlava di liberazione con termini precisi.

“Liberiamo dunque la convivenza dal sospetto, la cultura dall’arroganza, l’istruzione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai affari della morte. Partendo dalle organizzazioni che abbiamo creato e in cui operiamo, smaschereremo i rapporti di potere ingiusti che sono alla radice della povertà e della disuguaglianza, della guerra e dei disastri ambientali. Smantelliamo lo sviluppo tecnologico quando diventa onnipresente e distruttivo. Abbiamo bisogno di pionieri coraggiosi che, a partire da un cambiamento di rotta nelle proprie azioni, riescano a rendere convincente e credibile la trasformazione di cui tutti abbiamo bisogno”.

‘Assumersi il “rischio educativo” di cui vi ha parlato don Giussani’

E il Papa si è rivolto a don Giussani, ai giovani e al Movimento.

“Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero (l’Incarnazione) ci impone di assumerci quel ‘rischio educativo’ di cui vi parlava don Giussani. Egli intuì che “il metodo educativo più capace di produrre il bene non è quello che vive fuggendo dalla realtà, affermando il bene a sé stante, ma quello che vive promuovendo il bene nel mondo”.

L’amore muove, spinge, risveglia dal torpore, ispira nuove vocazioni e ci chiama a correre dei rischi, ha proseguito Leone XIV. “Coinvolgetevi! Apritevi alla vera universalità, allargando i vostri legami al di là di qualsiasi appartenenza troppo ristretta. Che il Movimento, i gruppi e le comunità siano un trampolino da cui potervi immergere nella totalità della realtà. Resistete a tutto ciò che vi allontana dai fratelli e dalle sorelle di culture, sensibilità e origini diverse, specialmente dai più poveri. Uscite e avvicinatevi a tutti!”.

“Amate sempre la Chiesa! Amate e conservate l’unità!”

Il Vicario di Cristo è così giunto all’appello che ha suscitato il maggior applauso da parte del pubblico. Amare sempre la Chiesa. 

“Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Vale la pena ripeterlo: “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e conservate l’unità della ‘comunità’ attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attira a sé. Come vi ha detto Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, “anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e di rinascita”.

Dimensione sinodale e missionaria della Chiesa

Infine, il Successore di Pietro ha affermato che “negli ultimi anni abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama innanzitutto a imparare ad ascoltarci gli uni gli altri. (…) È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e di ogni movimento ecclesiale». 

Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e Liberazione sia nelle Chiese particolari a cui ciascuno appartiene, a percorrere insieme questo cammino: che ciascuno ascolti, si lasci trasformare dalla fede degli altri e, insieme, sotto la guida dei pastori, maturino nuove prospettive, nuovi passi e una coraggiosa obbedienza allo Spirito Santo”, ha esortato il Santo Padre.

“Saprete come fare, cari amici”

La sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che, nell’amicizia e nell’incontro con gli altri, sente di appartenere solo a Dio. (…) Saprete come farlo, cari amici, seguendo le orme del vostro fondatore, coltivando l’unità tra di voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Che lo Spirito Santo ci istruisca nella pratica della comunione”.

L’intensa visita di Leone XIV a Rimini si è conclusa con una concelebrazione eucaristica al porto, in riva al mare, alla presenza di decine di migliaia di persone. Nell’omelia, tra le altre riflessioni, ha esortato a cercare il riposo dentro di noi, nel profondo dell’anima.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Che ne è della questione etica nelle grandi aziende che sviluppano l'IA?

OpenAI e Anthropic sono aziende che operano nel campo dell'intelligenza artificiale (IA) e che non sono ancora quotate a Wall Street. La responsabile dell’etica di OpenAI (ChatGPT), Chloé Bakalar, ha lasciato l’azienda, mentre la filosofa Amanda Askell (Anthropic) vuole che il chatbot Claude abbia un senso morale.

Francisco Otamendi-22 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Il mercato delle grandi aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale (IA) si sta dimostrando decisamente turbolento in questi mesi del 2026, in particolare per quanto riguarda le potenti società di sviluppo che non sono ancora quotate a Wall Street, come OpenAI o Anthropic. 

Aziende che, a giudicare dalle loro mosse, intendono tenere conto, ciascuna a modo proprio, di alcuni parametri etici e che hanno inviato esperti alla vertice riunione vaticana tenutasi a luglio a Castel Gandolfo, Global Nobel Laureates Assembly. 

Inoltre, si tratta di aziende operanti nel settore dell'intelligenza artificiale che si stanno preparando a entrare in borsa, e dalle quali trapelano notizie relative alla preparazione della documentazione per una possibile quotazione in borsa (OpenAI) e alle valutazioni aziendali, nel caso di Anthropic.

Lasciamo da parte, per il momento, le grandi società quotate in borsa che traggono vantaggio più direttamente dal boom dell’IA, come Nvidia, Alphabet (Google), Microsoft e Broadcom.

La tecnologia non è neutrale

Su tutte queste aziende aleggia l'enciclica di Luigi XIV ‘Magnifica humanitas’, che non è un trattato sull’IA, come spiega lo stesso Pontefice (n. 97), ma che dedica ampio spazio all’IA, ad esempio nei nn. 97-111. 

A seguito della sua pubblicazione alla fine di maggio, diversi autori hanno riflettuto su idee suggestivi del Papa. Abbiamo selezionato solo due annotazioni di Rafael Sanz Carrera:

“L’analisi dell’enciclica sottolinea un punto fondamentale: la tecnologia non è neutra nei suoi effetti culturali. L’intelligenza artificiale non può essere intesa solo come uno strumento efficiente, ma come un fenomeno che ridefinisce il modo di lavorare, di relazionarsi e di decidere”

“In questo contesto, il testo magisteriale sottolinea un principio fondamentale: la dignità umana non deriva dal progresso tecnologico, ma lo precede e lo giudica. Questo criterio funge da asse di riferimento per il discernimento etico di fronte a qualsiasi sviluppo digitale”.

Papa Leone XIV conversa con Christopher Olah, cofondatore dell’azienda di intelligenza artificiale Anthropic, al termine di una presentazione sulla sua prima enciclica, ‘Magnifica Humanitas’, in Vaticano il 25 maggio 2026. (Foto di CNS/Lola Gomez).

Alcune affermazioni del Papa in ‘Magnifica humanitas’

Ecco, in sintesi, alcune delle riflessioni di Leone XIV sull’intelligenza artificiale, che ha ribadito anche in alcune udienze:

“… bisogna evitare l’errore di equiparare questa “intelligenza” a quella umana” (n. 99).

“L’uso dell’intelligenza artificiale non è mai una questione puramente tecnica: quando entra a far parte di processi che incidono sulla vita delle persone, ne compromette i diritti, le opportunità, la reputazione e la libertà” (n. 102).

“Affidare, in pratica, a un algoritmo il potere di decidere chi è degno e chi no, senza che nessuno si assuma il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i limiti delle possibilità umane.” (n. 103).

“Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. In realtà, ogni dispositivo tecnico comporta di per sé decisioni e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o utilizzato trattando alcune vite come meno degne, oppure le esclude senza possibilità di ricorso, non è un semplice strumento che “bisogna usare correttamente”; introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona” (n. 104).

“Per questo motivo, il discernimento etico non può limitarsi a chiedersi se utilizziamo un determinato sistema per uno scopo buono o cattivo” (n. 104).

“Affinché l’IA rispetti la dignità umana…”

“Affinché l’intelligenza artificiale rispetti la dignità umana e sia realmente al servizio del bene comune, è essenziale che le responsabilità siano chiare in tutte le fasi: da chi progetta e programma i sistemi a chi li utilizza e a chi decide di affidare loro decisioni concrete” (n. 105).

“Chiedere prudenza, controlli rigorosi e, a volte, anche un rallentamento nell’adozione dell’intelligenza artificiale non significa essere contrari al progresso, ma esercitare una cura responsabile nei confronti della famiglia umana” (n. 106).

“Lancio un appello accorato a coloro che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale. L’innovazione tecnologica può essere, in un certo senso, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione. Gli sviluppatori hanno quindi una grande responsabilità etica e spirituale, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità” (n. 111).

Il logo di OpenAI in questa illustrazione dell'11 giugno 2026. (Notizie OSV/Dado Ruvic, Reuters).

La responsabile dell'etica di OpenAI lascia l'azienda

Non è difficile immaginare le difficoltà e le complicazioni che il fatto di operare secondo criteri come quelli citati può comportare per queste aziende e per i loro dirigenti. Una delle conseguenze è rappresentata dalle dimissioni.

In pieno periodo estivo, il 14 agosto, si è parlato della fuga di alcuni talenti da OpenAI. La Vanguardia ha riferito delle dimissioni di Chloé Bakalar, responsabile dell’etica, a meno di un anno dal suo ingresso in azienda, come rivelato dal Financial Times.

Bakalar si occupava degli aspetti etici relativi allo sviluppo dei modelli linguistici e all'interazione umana con l'IA, ha spiegato una persona vicina al suo lavoro. Inoltre, era l'unica esperta di etica dell'azienda.

“Ringraziamo Chloé per il suo contributo”, ha dichiarato un portavoce. “La questione etica relativa all’IA non ricade su una singola persona o un singolo team all’interno di OpenAI e le considerazioni etiche sono profondamente integrate nel processo di creazione dei modelli, portato avanti da diversi team di ricerca”.

“L’etica è, in realtà, una responsabilità di tutti e lo dico in qualità di persona il cui lavoro consiste nel guidare questo processo”, ha spiegato da parte sua Bakalar durante una conferenza sull’IA. (..). “Non dovrebbe mai esserci una sola persona che funga da punto di riferimento morale per uno sviluppatore di IA”.

Amanda Askell (Anthropic): che Claude agisca come un agente morale

Alan Rozenshtein e Kevin Frazier, dirigenti di Lawfare, hanno parlato nel primo trimestre dell’anno con Amanda Askell, responsabile dell“”allineamento della personalità” presso Anthropic, in merito alla costituzione di Claude, il chatbot, ovvero un programma informatico di assistenza in grado di sostenere una conversazione:

“Vogliamo che Claude agisca come farebbe una persona veramente etica nella situazione in cui si trova Claude”. “La nostra principale speranza è che […] Claude […] [sia] un agente etico, nel complesso ragionevole e dotato di capacità pratiche…”, ha affermato Askell.

Anthropic ha dedicato ampio spazio alla spiegazione di quel documento di 20.000 parole, che potete consultare qui.

Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, risponde alle domande durante una conferenza stampa nell'Aula Paolo VI in Vaticano il 25 maggio 2026, dopo la presentazione di ‘Magnifica humanitas’, la prima enciclica di Papa Leone XIV (Foto di OSV News/Yara Nardi, Reuters).

L'etica e la natura secondo Claude

Come potete vedere, il paragrafo relativo all’etica dei modelli Claude recita:

“L’etica di Claude: ‘Il nostro obiettivo principale è che Claude sia un agente buono, saggio e virtuoso, che dia prova di abilità, buon senso, finezza e sensibilità nel prendere decisioni in situazioni reali, anche in contesti di incertezza e disaccordo morale»».

Il testo aggiunge che ci si aspetta da Claude “elevati standard di onestà” e “quel ragionamento sfumato che desideriamo egli utilizzi nel valutare i valori in gioco per evitare danni”. “Non deve mai contribuire in modo significativo a un attacco con armi biologiche”, aggiunge.

Nella sezione ‘La natura di Claude’, il documento di cui Amanda Askell è autrice principale sottolinea che “in questa sezione esprimiamo la nostra incertezza sul fatto che Claude possa avere una qualche forma di coscienza o di status morale (sia ora che in futuro)”.

La sfida è multiforme e, per queste aziende – e per tutti noi – è solo all’inizio.

L'autoreFrancisco Otamendi

Ecologia integrale

Preghiere brevi, per rivolgersi a Dio in ogni momento della giornata

Una breve frase può bastare per rivolgere il cuore a Dio in qualsiasi momento della giornata, come insegnava san Josemaría quando raccomandava le giaculatorie per mantenere viva la preghiera. Eccone alcune.

Teresa Aguado Peña-21 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La preghiera non richiede necessariamente molto tempo, silenzio assoluto o una chiesa vuota. A volte basta una frase. Poche parole pronunciate con calma, mentre si lavora, mentre si cammina, salendo in macchina o proprio prima di rispondere a un messaggio. Una piccola preghiera che ci ricordi che Dio è lì.

Le giaculatorie sono preghiere brevi e semplici che possiamo ripetere durante la giornata per elevare il cuore a Dio. Il termine deriva dal latino iaculatorius, il cui significato era legato all’atto di scagliare con forza a distanza un dardo, una freccia o qualsiasi altro oggetto. Pertanto, le giaculatorie sono brevi esclamazioni o preghiere che l’amore e la fiducia del cristiano inviano, come piccole frecce o dardi, al Signore, alla Santissima Vergine o ai Santi.

San Paolo esortava nelle sue lettere a “pregare senza sosta”. E le brevi preghiere possono essere uno strumento per farlo. Così è esposto in *Il pellegrino russo* (Monte Carmelo, 2009), un classico della spiritualità cristiana orientale, che narra l’itinerario spirituale di un pellegrino che giunge a questa unione con Dio attraverso la breve frase  “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore”. Egli fa propria questa preghiera per tutto il giorno e impara persino a recitarla seguendo il ritmo del proprio respiro. In questo modo riuscì ad avere in ogni momento sulle labbra, nei pensieri e nel cuore il nome di Gesù e anche la sua misericordia.

San Josemaría, fedele alle preghiere brevi

Il beato Álvaro del Portillo, in un’intervista che gli era stata fatta sul fondatore dell’Opus Dei, citò diverse preghiere brevi che recitava san Josemaría, e una di queste era: “Sono tuo, sono nato per te, cosa vuoi da me, Gesù?”.

In questa intervista, il beato raccontava: “Quando chiesi di essere ammesso all’Opera, il nostro Fondatore mi spiegò lo spirito dell’Opus Dei e mi consigliò di recitare molte giaculatorie, di fare comunioni spirituali… e di offrire numerose piccole mortificazioni durante la giornata. Parlandomi delle giaculatorie, mi spiegò: »Ci sono autori spirituali che raccomandano di contare quelle recitate durante la giornata e suggeriscono di usare fagioli, ceci o qualcosa del genere; di metterli in una tasca e di spostarli nell’altra ogni volta che il cuore si eleva a Dio con una di quelle preghiere. In questo modo si può sapere esattamente quante ne sono state recitate e vedere se quel giorno si è fatto progressi o meno». E aggiunse: «Io non te lo consiglio, perché esiste anche il pericolo di vanità o superbia. È meglio che sia il tuo Angelo Custode a tenerne il conto».

Il fondatore dell’Opus Dei traeva le preghiere brevi dalla Scrittura o dalla tradizione cristiana. Nel punto 92 del Cammino raccomandava così: “… quando non sai come andare avanti, quando senti che le tue forze si esauriscono, se non puoi gettare nel fuoco ceppi profumati, getta i rami e le foglie secche delle piccole preghiere vocali, delle giaculatorie, che continuano ad alimentare il falò”.

Per iniziare la giornata

  • «Signore, affido questa giornata nelle tue mani».
  • «Gesù, tutto per Te e per Te».
  • «Signore, fa» che oggi si compia la tua volontà».
  • «Mamma mia, resta con me oggi».
  • «Vieni, Spirito Santo».
  • «Oh, mia Signora, oh, mia Madre!, oggi mi offro interamente a te».
  • «Signore, ti affido la mia mente, le mie parole e le mie mani per questa giornata».
  • «Signore, ti offro questa giornata; fa» che tutto ciò che farò sia per il tuo amore».
  • «Padre misericordioso, affido nelle tue mani la mia giornata, le mie gioie e i miei dolori».
  • «Buongiorno, Signore! Resta con me oggi e guida i miei passi».

Per chiedere aiuto

  • «Gesù, aiutami».
  • «Signore, dammi la luce».
  • «Mio Dio, dammi la forza».
  • «Gesù, confido in Te».
  • «Signore, rafforza la mia fede».
  • «Vieni, Spirito Santo, illuminami».

Quando siamo preoccupati

  • «Gesù, confido in Te».
  • «Signore, sia fatta la tua volontà».
  • «Nelle tue mani, Signore, affido la mia preoccupazione».
  • «Mio Dio, Tu sai di cosa ho bisogno».
  • «Mio Dio, in te riposo».
  • «Mio Signore e mio Dio».
  • «Sacro Cuore di Gesù, in Te confido».

Per superare l’impazienza o la rabbia

  • «Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo».
  • «Signore, dammi pazienza e carità».
  • «Gesù, aiutami ad amare».
  • «Signore, dona la pace al mio cuore».
  • «Maria, aiutami a rispondere con amore».

Per rendere grazie

  • «Grazie, Signore, per tutto».
  • «Sia benedetto, mio Dio».
  • «Grazie, Gesù».
  • «Ti ringrazio, Signore, per questa giornata».
  • «Tutto è grazia. Grazie, Signore».

Per proporre il lavoro

  • «Signore, ti offro questo lavoro per la tua maggiore gloria e per il bene dei miei cari».
  • «Signore, benedici oggi le opere delle mie mani».
  • «Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto a imitazione di San Giuseppe».
  • «Signore, ti offro questo lavoro».
  • «Gesù, fa» che io faccia tutto per amore Tuo».
  • «Tutto per Te, Gesù».
  • «Signore, fa» che il mio lavoro ti glorifichi».
  • «Gesù, opera Tu in me».

Prima di affrontare un compito difficile

  • «Signore, dammi pazienza e saggezza in questo momento».
  • «Spirito Santo, guida le mie mani e la mia mente».
  • «Signore, fa» che questo lavoro serva a espiare le mie colpe».
  • «Padre buono, fa» che il mio impegno di oggi dia i suoi frutti».

Per ordinare per conto di altre persone

  • «Signore, benedici questa persona».
  • «Gesù, prenditi cura di lui».
  • «Maria, portalo da Gesù».
  • «Signore, abbi pietà di noi».
  • «Gesù, aiutala e stai al suo fianco».

Quando sentiamo di allontanarci da Dio

  • «Signore, non permettere che mi allontani da Te».
  • «Gesù, avvicinami al tuo Cuore».
  • «Oh mio Dio, eccomi qui».
  • «Signore, torna nel mio cuore».
  • «Gesù, voglio stare con te».

Per concludere la giornata

  • «Grazie, Signore, per questa giornata».
  • «Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito».
  • «Perdonami, Signore, e aiutami a ricominciare da capo».
  • «Gesù, Maria e Giuseppe, vi dono il mio cuore e la mia anima».
  • «Signore, resta con me».
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Evangelizzazione

Le donne hanno sostenuto l'opera missionaria dell'arcivescovo Fulton Sheen

Il Le donne hanno sostenuto l'opera missionaria dell'arcivescovo Fulton J. Sheen, che sarà beatificato il 24 settembre a St. Louis. Ora hanno ricordato il lavoro svolto dietro le quinte nella ufficio della Società per la Diffusione della Fede. Mentre il prelato parlava, arrivavano migliaia di lettere di ringraziamento e donazioni.

OSV / Omnes-21 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

– Inés San Martín, OSV News

Quando l'arcivescovo Fulton J. Sheen sarà beatificato Il 24 settembre a San Luis, l’attenzione sarà giustamente concentrata sul celebre predicatore televisivo, le cui trasmissioni hanno portato l’insegnamento cattolico in milioni di famiglie statunitensi. 

Eppure, per due decenni, dietro lo straordinario impatto dell’arcivescovo Sheen, c’era un gruppo di donne praticamente sconosciute che aprivano migliaia di lettere, registravano le donazioni e ringraziavano i donatori. In sostanza, hanno contribuito a trasformare le sue parole in sostegno concreto per i missionari e le giovani chiese di tutto il mondo.

Sheen, direttore nazionale di una delle quattro Opere Missionarie Pontificie

L'arcivescovo Sheen è stato direttore nazionale della Società per la Propagazione della Fede, una delle quattro Opere Missionarie Pontificie, dal 1950 al 1966. Questa società coordina il Domenica della Missione Mondiale, la giornata mondiale annuale dedicata alle donazioni che sostiene l’opera della Chiesa in oltre 1.100 territori di missione.

Questa responsabilità è stata fondamentale per il sacerdozio e il ministero pubblico dell’arcivescovo Sheen. Oltre al suo lavoro in radio e in televisione, viaggiò, tenne prediche di richiamo missionario e fu direttore della rivista MISSION, la cui pubblicazione iniziò nel 1951 ad opera dell’ufficio nazionale della Società per la Propagazione della Fede.

Quando il prelato parlava delle missioni in televisione, lanciava un appello durante un sermone o pubblicava un nuovo numero della rivista, la risposta arrivava sotto forma di 8.000-10.000 lettere al giorno, piene di messaggi di ringraziamento e donazioni.

Le buste arrivavano a fiumi alla sede nazionale dell’associazione a New York. Alcune contenevano assegni di grande valore. Altre, pochi dollari, monete messe da parte dai bambini o brevi bigliettini che spiegavano il sacrificio che si celava dietro quel dono.

E dietro le quinte, un piccolo esercito di donne apriva quelle buste, registrava le donazioni e si assicurava che i donatori ricevessero una risposta.

‘Il nostro ufficio sarebbe sommerso dal lavoro’

Helen Fitzpatrick era una delle “ragazze”, come vengono ancora chiamate affettuosamente. 

Helen Brady Fitzpatrick nel suo ufficio presso la sede nazionale della Società per la Diffusione della Fede a New York (Foto di OSV News/Timothy Fitzpatrick per gentile concessione della Fondazione Arcivescovo Fulton J. Sheen, Peoria, Illinois).

Fitzpatrick, che oggi ha 89 anni, ha iniziato a lavorare part-time presso l’organizzazione nel 1954, mentre frequentava l’ultimo anno di liceo alla St. Vincent Ferrer High School di Manhattan. Dopo il diploma, è entrato a far parte dello staff a tempo pieno e vi è rimasto per circa un decennio.

Il suo compito principale era quello di assicurarsi che venissero inviate lettere di ringraziamento a coloro che sostenevano le missioni. Il lavoro era incessante.

“A prescindere da dove si trovasse (l’arcivescovo Sheen), in ufficio non mancava mai il lavoro”, ha ricordato Fitzpatrick. “Ogni volta che inviava un appello o faceva stampare la rivista, il nostro ufficio era sommerso dal lavoro”.

L'arcivescovo Fulton J. Sheen celebra la Messa mentre officia il matrimonio di Helen Brady e Patrick Fitzpatrick. (Foto di OSV News/Helen Fitzpatrick tramite le Società Missionarie Pontificie)

Bernadette Schumann, anch’essa ottantenne, ricorda che le donne lavoravano in due stanze, circondate dalla corrispondenza che collegava i semplici cattolici statunitensi con la Chiesa missionaria.

Ogni busta rappresentava una persona che aveva a cuore le missioni

“C’erano tantissime lettere e tantissimo lavoro, ma sapevamo che ogni busta rappresentava qualcuno che aveva a cuore le missioni”, ha detto Schumann, che tutti chiamano “Bernie”. “Eravamo orgogliosi di farne parte”.

L'arcivescovo Sheen si assicurò inoltre che il personale comprendesse lo scopo spirituale che stava alla base di tale documentazione.

“Ogni pomeriggio, alle tre, smettevamo di fare quello che stavamo facendo e recitavamo insieme il rosario delle missioni mondiali”, ha detto Schumann. “Il vescovo Sheen si assicurava che il nostro lavoro nelle missioni fosse sempre fondato sulla preghiera. Si prendeva anche il tempo di presentarci i missionari in visita, affinché potessimo vedere chi stavamo aiutando, anche se non tutti potevamo accompagnarlo nelle missioni”.

Da Cuba a New York, e al lavoro per le missioni

Per Beatriz Mendoza Orlansky, il percorso verso la Società per la Diffusione della Fede è iniziato con l’esilio e un cambiamento di programma inaspettato.

Aveva dieci fratelli, lasciò Cuba con la sua famiglia nel 1960 e si stabilì a Miami dopo l’ascesa al potere di Fidel Castro. Quello stesso anno si recò a New York con una cugina e un’amica perché, secondo lei, “quello era il sogno che tutte noi avevamo”.

La sua famiglia conosceva già l’arcivescovo Sheen. Prima della Rivoluzione cubana, egli si era recato sull’isola per celebrare il matrimonio di un suo parente. Il prelato si era inoltre adoperato per ottenere una borsa di studio affinché sua sorella Sofía potesse frequentare il Rosemont College, un’università cattolica femminile in Pennsylvania allora gestita dalle Suore del Santo Bambino Gesù.

Giovane, single e con la speranza di diventare assistente di volo, Mendoza si rivolse all’arcivescovo Sheen con una richiesta. La TWA (Trans World Airlines), che lui aveva soprannominato “Viaggia con gli angeli”, sponsorizzava il suo programma televisivo, e lei si chiedeva se lui potesse intercedere in suo favore.

“Mi disse che non sarei diventata assistente di volo”, ricordò. L’arcivescovo Sheen, invece, la mise al lavoro per le missioni.

“Il mio lavoro consisteva nell’aprire le lettere, incassare i soldi e spedire i biglietti di ringraziamento”, ha detto. “È stato un privilegio lavorare lì con lui”.

Quando entrò a far parte del personale, la recita quotidiana del rosario non faceva più parte della routine dell’ufficio. Ma la pausa delle 3 del pomeriggio rimase.

“Usciva sempre alle 3 del pomeriggio e condivideva con noi una riflessione di tre minuti che ci ricordava perché ciò che facevamo era importante”, ha detto lei.

L'arcivescovo Fulton J. Sheen trasformò la radio e la televisione in strumenti di evangelizzazione (©OSV News).

«Ciò che è impossibile, lo facciamo subito».

In quegli anni, l’ufficio iniziò a redigere internamente i ringraziamenti ai donatori, un compito talmente importante da assomigliare a una piccola tipografia. Una scritta all’ingresso rifletteva lo spirito del personale: “L’impossibile, lo facciamo subito. I miracoli possono richiedere un po” più di tempo».

Mendoza e suo marito, Héctor Orlansky, un argentino che aveva sposato 52 anni fa, arrivarono a provare una profonda ammirazione per l’arcivescovo Sheen.

“Era uno dei miei eroi”, disse Héctor, “un uomo dotato di una cultura e di una saggezza che non ho mai visto in vita mia”.

Decine di donne hanno contribuito al sostentamento della Società per la Diffusione della Fede durante i 16 anni in cui l’arcivescovo Sheen ne è stato il direttore nazionale. Alcune si sono sposate e hanno messo su famiglia. Altre hanno intrapreso la vita religiosa. La maggior parte di loro non è più in vita, e il loro contributo è stato spesso conosciuto solo dai colleghi e dai familiari.

Gli appelli missionari del “microfono di Dio”

Mary Regis McLoughlin, scomparsa nel 2022, è stata direttrice esecutiva della rivista MISSION negli anni ’60, occupandosi della sua produzione quotidiana mentre l’arcivescovo Sheen ne rimaneva il direttore responsabile.

Suor Marlene Brownett, membro della Società del Santo Bambino Gesù, scomparsa nel 2024, ha lavorato presso l’Ufficio per la Propagazione della Fede prima di entrare in vita religiosa. In seguito, divenne un’amica intima dell’arcivescovo Sheen e fece parte del consiglio della Fondazione Arcivescovo Fulton J. Sheen.

Nessuna delle donne intervistate da OSV News si aspetta essere a San Luis per la beatificazione. Ma questa celebrazione apparterrà in una certa misura anche a loro e alle tante donne i cui nomi sono andati perduti nella storia.

All’insaputa dei milioni di persone che ogni settimana si sintonizzavano per ascoltare l’uomo conosciuto come “il microfono di Dio”, il suo operato contribuì a far sì che i suoi appelli missionari suscitasse ben più che semplice ammirazione. Si rispondeva alle lettere, si ringraziavano i donatori, si offriva sostegno ai missionari e si aggiungevano innumerevoli piccoli sacrifici alla missione globale della Chiesa.

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– Inés San Martín scrive per OSV News dall’Argentina. È redattrice della rivista MISSION, pubblicazione della Pontificia Società delle Messe. Una versione di questo articolo apparirà in un numero speciale della rivista in omaggio al suo fondatore, l’arcivescovo Fulton J. Sheen.

– Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

L'autoreOSV / Omnes

Iniziative

«Hechos 29» prende il via in Costa Rica: primi passi per creare un ponte tra lo schermo e la comunità

In Costa Rica prende il via "Hechos 29", un evento in cui evangelizzatori digitali provenienti da diversi paesi si riuniscono per creare una comunità e pregare.

Juan Carlos Vasconez-21 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Con l’obiettivo di collegare l’ambiente digitale alla vita comunitaria ecclesiale, San José ospita questa settimana la sesta edizione di “Atti 29”. L’incontro riunisce evangelizzatori digitali provenienti da oltre 20 paesi dell’America, dell’Europa e dell’Asia con l’obiettivo di condividere esperienze e doni e di discernere insieme nuovi percorsi di missione nel continente digitale.

“Essere e fare Chiesa”

Questa prima giornata inaugurale ha gettato le basi per quella che sarà un’intensa settimana di lavoro, preghiera e fratellanza. Padre José Juan Montalvo (“Padre Borre”) ha ricordato ai partecipanti che l’esperienza consiste nell“”essere e fare Chiesa“, sottolineando che il contenuto più prezioso che si possa comunicare sui social non è altro che la testimonianza autentica di una comunità che sa amarsi. ”Che questi giorni siano caratterizzati da meno schermi e più sguardi», ha esortato, proponendo di vivere l’incontro attraverso cinque atteggiamenti chiave: cercare, ascoltare, conoscere, incontrare e condividere, lontano da ogni logica di competizione.

Questa comunione si è resa tangibile fin dalle prime ore nella diversità dei partecipanti. L’unità di fede, di spirito e di slancio apostolico si intreccia armoniosamente con la grande varietà di caratteri, interessi e opinioni che confluiscono nell’evangelizzazione su Internet.

Analogamente a come l’unità in Dio sia l’Amore personale infinito — lo Spirito Santo —, tutte le espressioni di unità e diversità sono chiamate ad essere animate dalla carità.

Unità e diversità

Solo grazie a quell'amore soprannaturale, anche i punti di vista opposti e i limiti personali smettono di essere motivo di divisione per diventare una ricchezza condivisa.

Allo stesso modo, la preghiera reciproca, vissuta nell’unità della Chiesa, orienta questi giorni verso l’orizzonte tracciato dal Signore: “Che tutti siano uno; come Tu, Padre, sei in me e io in Te” (Gv 17, 21).

Comunione oltre lo schermo

L’inizio dell’incontro si è concluso con la celebrazione della Santa Messa presieduta da monsignor Daniel Francisco Blanco Méndez, vescovo ausiliare di San José e coordinatore del centro di comunicazione del CELAM. Nella sua omelia, ha messo in guardia dalla tentazione di sostituire Cristo con la propria immagine o con la tirannia delle metriche e dei “like”. 

La tecnologia è uno strumento prezioso, ma il fulcro indiscusso rimane Gesù. Partendo da questo presupposto, “Atti 29” dà il via a una settimana decisiva per rinnovare l’impegno a creare comunione e a condurre, al di là dello schermo, all’incontro vivo con il Signore.

Vaticano

Il Papa collega le guerre al degrado ambientale

Nel suo messaggio in occasione della Giornata per la cura del creato 2026, Papa Leone XIV invita a trasformare le armi in aratri, mettendo in relazione le guerre e la crisi ecologica.

Paloma López Campos-20 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

In occasione dell’XI Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, Papa Leone XIV ha reso pubblico il suo messaggio per il prossimo 1° settembre, in cui chiede che le risorse destinate alle guerre vengano reindirizzate verso la tutela del pianeta e lo sviluppo umano integrale.

L'impatto ecologico dei conflitti armati

All’insegna dello slogan ispirato al profeta Isaia, «Delle loro spade forgeranno aratri» (Is 2, 4), il Pontefice denuncia che il mondo odierno è immerso in sforzi finalizzati alla violenza, mentre lo squilibrio della natura si accelera.

Nel documento, firmato il 15 agosto, Leone XIV avverte che la guerra provoca una «distruzione sociale ed ecologica che perdura per generazioni». Come spiega, i conflitti armati e il degrado ambientale creano circoli viziosi che contaminano risorse essenziali come l’aria e l’acqua, minando la sicurezza alimentare e perpetuando la povertà. Per questo motivo, egli afferma che la guerra costituisce «un antitestimonio del Vangelo della pace» e rappresenta un fallimento non solo politico, ma «anche morale e spirituale».

La causa profonda della crisi ambientale

Il Santo Padre sottolinea che le discordie, la violenza e il danno ecologico non sono semplicemente dovuti a strutture imperfette, ma sono il «sintomo di una profonda dicotomia radicata nell’umanità stessa».

Richiamando Benedetto XVI, il Papa ricorda che «i deserti esterni si moltiplicano nel mondo, perché si sono estesi i deserti interiori». In questo senso, sostiene che una pace duratura e un’autentica conversione ecologica richiedono una profonda trasformazione del cuore umano, luogo in cui si svolge la lotta «tra l’amore e l’indifferenza, la verità e l’illusione, la giustizia e l’ingiustizia».

Reindirizzare l'energia bellica

Leone XIV lancia un appello alla comunità internazionale affinché immagini un mondo in cui gli sforzi dedicati alla distruzione bellica siano convogliati verso la «lotta alla povertà, la tutela della dignità umana e la riconciliazione dei popoli divisi».

Sottolinea inoltre che i veri strumenti per costruire la pace non sono le armi, bensì «la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore».

«Avanzeremo lentamente ma con passo deciso, dal deserto verso il giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace», conclude il Pontefice nel suo messaggio.

Per saperne di più
Educazione

Il direttore per l’istruzione della USCCB riflette sulla situazione delle scuole cattoliche all’inizio dell’anno scolastico

Il direttore per l’istruzione della USCCB analizza le sfide che le scuole cattoliche devono affrontare e sottolinea il ritorno alle metodologie didattiche tradizionali, la libertà educativa e il ruolo dei genitori.

OSV / Omnes-20 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Con l’inizio del nuovo anno scolastico ormai alle porte, OSV News ha chiesto a John DeJak, direttore del Segretariato per l’Educazione Cattolica della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, di fornire una panoramica sull’istruzione cattolica nel Paese. In qualità di ex insegnante e amministratore che ha lavorato sia in scuole diocesane che indipendenti dalla fine degli anni ’90, DeJak si trova in una posizione privilegiata per valutare la situazione delle circa 5.800 scuole cattoliche del Paese, che accolgono quasi 1,7 milioni di studenti. L’intervista è stata modificata per motivi di brevità e chiarezza.

Descriva il suo ruolo. In che modo fornisce consulenza ai vescovi in materia di educazione cattolica?

–Sono il principale funzionario del Comitato per l’Educazione Cattolica dei Vescovi, e la mia competenza abbraccia l’istruzione cattolica dalla scuola dell’infanzia fino all’ultimo anno delle scuole superiori in tutti gli Stati Uniti, con particolare attenzione ai contesti istituzionali, compresa l’istruzione superiore cattolica, ovvero tutte le nostre università e i nostri college cattolici, nonché alle politiche pubbliche ad essa correlate.

Ho altri tre collaboratori e consulenti che mi assistono, e mi confronto con il vescovo David O’Connell diverse volte alla settimana. È il vescovo della diocesi di Trenton, ex presidente della Catholic University of America e presidente del Comitato per l’Educazione Cattolica della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB). Il mio lavoro consiste nel dare attuazione alle sue priorità — e a quelle degli altri vescovi del comitato — in linea con la missione dell’USCCB.

Quali sono le nuove tendenze e quali continuano a prevalere nell'educazione cattolica?

– Il comitato dei vescovi si è concentrato su diverse questioni che sono rimaste di attualità durante i mandati di diversi presidenti.

Prima del vescovo O’Connell, il vescovo (Thomas) Daly (di Spokane) aveva mostrato grande interesse per l’evangelizzazione di coloro che non appartengono a nessuna religione o che si sono allontanati dalla Chiesa, con particolare attenzione ai giovani e ai giovani adulti.

Secondo lui, dall’analisi dei dati emerge che molti dei nostri giovani abbandonano la Chiesa all’età di 13 o 14 anni. Considerano la cresima come una sorta di «diploma» della Chiesa e non vi mettono più piede. Dobbiamo riflettere su questa situazione: cosa stiamo facendo bene e cosa ci manca?

Questo è uno dei settori — una revisione della pedagogia e della pratica cattolica alla luce di ciò che la Chiesa ha sempre fatto — su cui il comitato lavora da diversi anni.

Un altro aspetto importante è l’attenzione rivolta all’inclusione degli studenti con disabilità nelle nostre scuole cattoliche. Negli ultimi 10 anni, grazie al sostegno e all’incoraggiamento dei vescovi, sono stati compiuti notevoli progressi nel modo in cui ci prendiamo cura di tutti i nostri fedeli cattolici. Si tratta di un imperativo.

Un’altra tendenza emersa con la pandemia di COVID-19 — ed esacerbata dai telefoni cellulari e dall’onnipresenza della tecnologia — è il problema della salute mentale degli studenti. Sebbene la disgregazione familiare abbia un ruolo, si osservano anche picchi di depressione e pensieri suicidi come conseguenza di queste nuove tecnologie e dei social media, in una sorta di cultura dell’irrealtà.

Sembra che ci sia un aumento delle scuole cattoliche indipendenti che operano al di fuori della supervisione delle diocesi. Si tratta di una benedizione o di una sfida?

–La Chiesa ha sempre sostenuto che i genitori possano scegliere l'ambiente e la scuola che meglio si adattino alle loro circostanze e a quelle dei propri figli.

Alcuni optano per l'istruzione domiciliare. Altri scelgono la scuola pubblica. Altri ancora scelgono le scuole private. Tuttavia, i genitori cattolici hanno l'obbligo di educare i propri figli alla fede.

Questo rinnovamento dell’educazione cattolica — di cui fanno parte alcune scuole indipendenti — è, in realtà, il recupero di una visione coerente della realtà, nata dal cuore della Chiesa. Aiuta gli studenti a capire da dove vengono, dove stanno andando e perché sono qui. Ed è proprio questo che l’educazione cattolica ha sempre fatto.

Credo che abbia avuto un effetto stimolante su molte delle nostre scuole diocesane, e anche sulle scuole degli ordini religiosi, quindi nel complesso è stato positivo.

Anche l’istruzione cattolica sembra attraversare una fase di sperimentazione, con l’affermarsi delle scuole classiche, delle microscuole e dell’istruzione ibrida a casa. Cosa ci dicono questi modelli emergenti in merito all’innovazione?

–Ciò che fanno queste nuove scuole è riconoscere la realtà storica secondo cui, purtroppo, le influenze secolarizzanti – l’educazione progressista iniziata quasi contemporaneamente alla fondazione del sistema scolastico parrocchiale da parte dei nostri vescovi – si sono imposte nei dipartimenti di scienze dell’educazione delle università e nei centri in cui venivano formati molti docenti. Lì vigono presupposti che contraddicono una visione cattolica coerente del mondo.

È inevitabile non aver avuto accesso a certe cose né aver ricevuto una formazione specifica, ma è nostro dovere comprenderlo e cercare di correggere la rotta. Credo che i genitori stiano prendendo coscienza dell’impatto di queste influenze secolari, e ciò si riflette nei tassi di abbandono scolastico.

Quindi, lei considera questa sperimentazione non solo innovativa, ma anche una sorta di ritorno alle origini?

–Sì, esattamente. Dio suscita i santi per le epoche in cui ce n’è bisogno. Credo che qui stia accadendo qualcosa di simile per quanto riguarda la rivalutazione delle pedagogie tradizionali. Si tratta di risvegliare l’immaginazione sacramentale di questi bambini, affinché quando guardano il mondo, sappiano che non è solo questo. C’è qualcosa di più profondo e soprannaturale dietro a tutto ciò. Dio sta dando vita a tutto questo.

In che modo l’istruzione domiciliare in generale si inserisce nel panorama dell’educazione cattolica?

–Le persone scelgono l’istruzione domiciliare per diverse ragioni, alcune di natura economica, altre di natura filosofica. Essa costituisce parte integrante dell’educazione cattolica ed è un diritto dei genitori prendere tale decisione, tenuto conto delle loro circostanze. La Chiesa ha sempre sottolineato la necessità delle scuole perché sa che i genitori non possono fare tutto, ma certamente non si oppone alla scelta dei genitori di educare i propri figli a casa.

La libertà di scelta della scuola continua a essere una questione politica molto dibattuta. Come si inserisce nel panorama attuale e nel futuro delle scuole cattoliche?

–La libertà di scelta scolastica è una questione fondamentale per i vescovi, in particolare il credito d’imposta federale per le borse di studio, noto anche come Credito d’imposta per la libertà educativa, che faceva parte della legge «One Big Beautiful Bill» approvata lo scorso anno. Si tratta di un’opportunità per i contribuenti di donare $1.700 a un’organizzazione che eroga borse di studio e di vedere tale donazione considerata come credito d’imposta.

Ha un grande potenziale se la Chiesa saprà cogliere questa opportunità, poiché consente ai genitori e alle famiglie di richiedere borse di studio. Si tratta di fondi privati, non federali, e permette loro di scegliere la scuola che preferiscono, che può essere una scuola cattolica. .

Questo restituisce davvero il potere ai genitori in quanto primi e principali educatori. Consentirebbe a un maggior numero di famiglie di accedere alle scuole cattoliche e potrebbe rivelarsi un cambiamento epocale se le persone ne approfittassero, a condizione che la comunicazione sia efficace e che se ne conosca l’esistenza.

E, in definitiva, questa è un'occasione per salvare più vite.

L'autoreOSV / Omnes

Argomenti

Perché il Papa chiede di rispettare i testi e i riti liturgici approvati?

Il 20 maggio di quest'anno, Leone XIV ha annunciato una serie di catechesi sulla liturgia. In particolare, sul primo documento del Concilio Vaticano II, la costituzione Sacrosanctum Concilium (SC). Il mercoledì successivo, ha chiesto rispetto per i testi e i riti liturgici approvati. Ora lo ha fatto di nuovo.  

Francisco Otamendi-20 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

A prescindere da altre considerazioni degli analisti vaticani, come il concistoro dei cardinali previsto per la fine di giugno, che alla fine non ha affrontato la questione liturgica, resta il fatto che il Papa ha annunciato a sorpresa il 20 maggio  che segnava l’inizio di un nuovo ciclo di catechesi nelle Udienze. Questa volta sul tema della Sacra Liturgia.

Il Papa ha sottolineato, tra l’altro, che la liturgia “tocca il cuore stesso di questo mistero (il mistero di Cristo). È al tempo stesso lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria vita. Nella liturgia, infatti, si compie l’opera della nostra Redenzione” (SC, 2).

E ha citato sant’Agostino, come ieri, 19 agosto, il quale ha scritto che, celebrando l’Eucaristia, la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio nello Spirito” (Ef 2,22). Questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione. 

Tre riflessioni del Santo Padre nel mese di maggio

Il mercoledì successivo, 27 maggio, il Pontefice ha affrontato, tra gli altri, tre argomenti, affermando quanto segue:

1.- Elementi dell'istituzione divina.

“Il Concilio ha affermato che il legittimo progresso nella liturgia deve preservare anche la sana tradizione e che ‘alcuni elementi della liturgia non possono mai cambiare perché sono di istituzione divina’”.

2.- “Preservare la tradizione e l’apertura al progresso legittimo”

“Per favorire l’accesso dei fedeli alla ricchezza dei doni di grazia elargiti dalla sacra liturgia, la Costituzione Sacrosanctum Concilium indica, quindi, con una formula molto efficace la direzione da seguire: ‘Conservare la tradizione e aprirsi al legittimo progresso’» (SC, 23)”.

3.- Rispetto dei testi e delle norme liturgiche

“In particolare, esorto tutti i sacerdoti a rispettare i testi e le norme liturgiche con apertura, umiltà, fiducia nella grandezza di Dio e con sincera fedeltà alla comunione ecclesiale”.

Leone XIV alla conferenza liturgica nell'abbazia di Mount Angel (Oregon)

Già in estate, parallelamente alle sue catechesi sulla liturgia (con quella di ieri, sono sette sessioni), Leone XIV ha reso pubblica una Lettera in occasione del Convegno liturgico che si tiene nell’abbazia di Mount Angel (Oregon, Stati Uniti). È datata 29 giugno e potete consultarla qui.

A proposito di ciò di cui stiamo parlando, il Papa ha scritto al cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sottolineando tre aspetti.

Richieste del Papa: formazione liturgica

Da un lato, riprende l’enfasi posta da Papa Francesco nel suo Lettera Desiderio Desideravi, sulla necessità di una formazione attenta e continua sia del clero che dei laici, di tutto il Popolo di Dio, per rivitalizzare la vita liturgica della Chiesa universale (cfr. n. 38). 

In seguito, Leone XIV ricorda che non dobbiamo ‘escludere la priorità nella formazione di coloro che, in virtù del sacramento dell’Ordine sacro, sono chiamati a essere mistagoghi, cioè a prendere per mano i fedeli e ad accompagnarli nella conoscenza dei santi misteri’ (ibidem).

Il Pontefice sottolinea che “le prime occasioni concrete per la formazione liturgica si presentano nella nostra consuetudine di riunirci ogni domenica per celebrare l’Eucaristia”.

Nuovo promemoria sulla fedeltà ai testi e ai riti approvati

E aggiunge che “per promuovere una celebrazione degna dei sacri misteri, dobbiamo sottolineare la necessità di attenersi ai testi e alle istruzioni approvati”. 

A questo proposito sottolinea che nelle sue recenti catechesi su Sacrosanctum Concilium , “ho richiamato l’attenzione sul rispetto che tutti coloro che sono chiamati a preparare la celebrazione dei divini misteri, e i sacerdoti in particolare, devono mostrare nei confronti dei riti promulgati da Papa San Paolo VI e da Papa San Giovanni Paolo II».

Leone XIV celebra la Messa nella Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, in Italia, il 6 agosto 2026, festa della Trasfigurazione del Signore. (Foto di OSV News/Mario Tomassetti, Vatican Media).

Motivi di tale insistenza

Chiunque può dedurre che l’insistenza del Papa sul rispetto, da parte soprattutto dei sacerdoti, dei testi, delle istruzioni e dei riti approvati dalla Chiesa non sia casuale. Se il Vicario di Cristo insiste su questo punto, ci devono essere dei motivi, ed è logico pensare che al Romano Pontefice giungano informazioni da tutto il mondo.

Ad esempio, potrebbe capitare che non siano rari gli interventi del celebrante, oppure l’omissione di parole o frasi nei testi dell’Eucaristia, o ancora l’introduzione di riti non previsti. In termini colloquiali, potremmo definirli improvvisazione o creatività, talvolta motivati da situazioni di tensione in materia di migrazione, ad esempio a causa di guerre e conflitti, o di altro tipo.

I familiari e gli amici di chi scrive stanno constatando quest’estate questo genere di fatti, in particolare nelle preghiere eucaristiche della Messa, specialmente nel rito della Comunione, e in misura minore nelle parole della Consacrazione.

Si ostacola quindi la creatività del celebrante?

La Costituzione Sacrosanctum Concilium Il Concilio Vaticano II, come spiega Papa Leone XIV nelle sue catechesi, stabilisce che la sacra liturgia sia di competenza della Gerarchia. Si tratta dell’autorità della Chiesa, come previsto dal numero 22, secondo quanto riferisce a Omnes un esperto di liturgia, che sottolinea il paragrafo 3: 

“Pertanto, nessun altro, nemmeno un sacerdote, osi, di propria iniziativa, aggiungere, togliere o modificare alcunché in materia liturgica”.

“Si tratta di un’affermazione forte”, aggiunge questo esperto. “La liturgia non è di proprietà del sacerdote che la presiede, ma la regolamentazione della liturgia spetta all’autorità della Chiesa”.

“Potrebbe sembrare che il sacerdote possa permettersi certe libertà, ma non è così. In questo deve attenersi a quanto afferma la Chiesa”.

Questi cambiamenti rendono instabile la liturgia e, non di rado, la snaturano

Le stesse fonti richiamano l'articolo 59 dell'Istruzione Redemptionis sacramentum, del 2004, approvata da Papa Giovanni Paolo II e firmata dal cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino (2002-2008).

Il testo recita: “Cessi quella pratica riprovevole per cui sacerdoti, diaconi o fedeli laici modificano e alterano a proprio piacimento, qua e là, i testi della sacra Liturgia che essi stessi pronunciano. Quando agiscono in questo modo, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne snaturano il senso autentico”.

Infine, il liturgista cita anche il punto 51 dell’Istruzione. Questo punto stabilisce che “si possono utilizzare solo le Preghiere Eucaristiche contenute nel Messale Romano o quelle che sono state legittimamente approvate dalla Sede Apostolica (…). E aggiunge: “Non si può tollerare che alcuni sacerdoti si arroghino il diritto di comporre preghiere eucaristiche”, né di modificare il testo approvato dalla Chiesa, né di utilizzarne altri, composti da privati”.

I sacerdoti hanno un margine di creatività 

“La Chiesa non vieta ai sacerdoti di essere creativi, ma la creatività sacerdotale, che ha la sua ragion d’essere, non consiste nel modificare ciò che la Chiesa ha ricevuto e stabilito per la celebrazione dell’Eucaristia”.

“Il sacerdote ha ampio margine di manovra per preparare una buona omelia, scegliere tra le opzioni offerte dal Messale in base al tipo di Messa da celebrare, curare la musica, ecc.”, sottolinea l’esperto interpellato, “ma quando si tratta del testo stabilito dalla Chiesa, in particolare della Preghiera eucaristica, non può diventare autore del testo”.

“La fedeltà alle norme liturgiche non è una questione di rubricismo o di mania, ma di fedeltà al ministero ricevuto”, conclude.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vangelo

Le chiavi del Regno. XXI domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXI domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 23 agosto 2026.

Vitus Ntube-20 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La chiave per comprendere la liturgia di oggi è, proprio, la chiave. È l’immagine che collega la prima lettura al Vangelo e che ci apre al suo significato più profondo. Nel nostro mondo moderno, la chiave tradizionale può sembrare in via di obsolescenza. Le chiavi fisiche vengono sempre più sostituite da credenziali digitali: telefoni, scanner biometrici, riconoscimento facciale e impronte digitali. Tuttavia, anche se la tecnologia cambia, la realtà fondamentale rimane la stessa. Le chiavi continuano a garantire l’accesso; continuano ad aprire e chiudere le porte.

Nel Vangelo troviamo la famosa scena della confessione di fede di Pietro. Dopo la sua risposta: “Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente”, Gesù gli affida una missione: “Ti darò le chiavi del regno dei cieli; ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".

Confezionando le chiavi a Pietro, Gesù gli affida la missione di condurre le persone verso Cristo e di aprire loro la via della salvezza. Pietro non solo riceve le chiavi, ma viene anche costituito come la roccia su cui Cristo edificherà la sua Chiesa. Entrambe le immagini sono intimamente legate. La roccia simboleggia stabilità e fermezza; le chiavi simboleggiano autorità e servizio.

Una scena simile compare nella prima lettura. Ad Eliakim viene affidata la chiave del palazzo di Davide. Gli viene conferita l’autorità sulla casa reale: “Si aprirà e nessuno lo chiuderà; si chiuderà e nessuno lo aprirà”. Proprio come Pietro, anche Eliaquin viene descritto come un sostegno saldo, “un paletto in un luogo sicuro".

Ma cosa ci dicono esattamente queste chiavi riguardo a Pietro, al papato e alla Chiesa? Una bella risposta si trova nel Purgatorio di Dante. Nel Canto IX, quando Dante giunge davanti alla porta del Purgatorio, un angelo apre la porta utilizzando due chiavi affidate a San Pietro: una d’oro e l’altra d’argento. La chiave d’oro simboleggia l’autorità della Chiesa di perdonare i peccati e di dispensare la misericordia di Dio. La chiave d’argento simboleggia la saggezza, il discernimento e la comprensione necessari per aprire il cuore umano. La chiave d’oro è la più preziosa delle due, ma non può svolgere efficacemente la sua funzione senza la chiave d’argento. L’angelo spiega che l’istruzione ricevuta per l’uso delle chiavi è quella di aprire piuttosto che chiudere, purché si chieda umilmente misericordia.

Questa immagine esprime in modo ammirevole la missione della Chiesa. Le chiavi non vengono consegnate per tenere le persone fuori, ma per farle entrare. Sono strumenti che danno accesso a Cristo. La Chiesa ha ricevuto da Cristo la missione di aprire i tesori del Vangelo, proclamare la verità e condurre tutti i popoli all’incontro con Cristo.

Cultura

L’umanità di Cristo. Pompeo Batoni, Il Sacro Cuore di Gesù

L'opera di Pompeo Batoni "Il Sacro Cuore di Gesù" è diventata l'immagine più influente di questa devozione, unendo bellezza artistica e profondo simbolismo spirituale. Attraverso di essa, Cristo si presenta come amore vivo e vicino al credente.

Eva Sierra e Antonio de la Torre-20 agosto 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

COMMENTO ARTISTICO

Questa immagine di Cristo è una delle rappresentazioni più diffuse di Gesù in tutto il mondo. Presenta alcune somiglianze con Cristo che benedice, di Antonello da Messina (di cui abbiamo parlato in precedenza), dipinto tre secoli prima, soprattutto per la sua semplicità compositiva e per il modo diretto con cui Cristo si rivolge allo spettatore. Su uno sfondo scuro, Gesù appare come una figura giovane, serena e compassionevole, con lo sguardo fisso su chi contempla l’opera. Batoni segue la simbolica tradizionale dei colori nella rappresentazione di Cristo: la tunica rossa allude al sangue e al martirio, mentre il mantello blu evoca l’acqua, il cielo e la divinità. Questa combinazione è stata utilizzata per secoli per esprimere contemporaneamente l’umanità e la divinità di Cristo.

La rivelazione dell’amore di Cristo

Mentre nell’opera di Messina Cristo appare mentre benedice, Batoni sceglie di rappresentare un momento profondamente devozionale: Gesù che offre il suo Sacro Cuore. Cristo regge il proprio cuore in fiamme con la mano sinistra e, con la mano destra, sulla quale si nota chiaramente la ferita del chiodo, ci indica e ci invita a seguirlo. Il cuore è raffigurato con grande dettaglio: sanguina da una ferita, è circondato da una corona di spine e sormontato da una croce, elementi che simboleggiano la sofferenza redentrice e l’amore eterno di Cristo per l’umanità.

Nel Vangelo di Giovanni si legge: “uno dei soldati gli trafisse il fianco con una lancia” (Gv 19, 34). La tradizione cristiana e i Padri della Chiesa interpretano che la lancia abbia raggiunto il cuore di Cristo. Batoni rappresenta visivamente questa interpretazione teologica. Il Sacro Cuore esprime l’amore illimitato di Gesù e ci chiama a rispondere con amore nella nostra vita quotidiana. La vocazione cristiana consiste nel conformare i nostri cuori al Cuore di Cristo: cuori pieni di misericordia, dedizione e compassione. La mano tesa di Gesù, raffigurata in scorcio verso lo spettatore, ci invita a contemplare il suo Cuore e a ricordare il sacrificio che Egli ha compiuto per amore dell’umanità.

Dalla visione mistica al modello artistico

L’opera di Batoni è strettamente legata alle visioni di Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), la religiosa francese che promosse la devozione al Sacro Cuore. Ella descrisse il Cuore di Gesù come “un trono di fiamme, più splendente del sole, trasparente come il cristallo, con questa adorabile ferita”. Era circondato da una corona di spine, simbolo della sofferenza causata dal peccato, e coronato da una croce, segno del peso della Passione assunta fin dall’Incarnazione. Batoni, con grande creatività, traduce visivamente questa descrizione e, al contempo, umanizza il volto di Cristo, rendendolo vicino e accessibile.

Gesù è raffigurato di profilo a tre quarti, con lo sguardo fisso sullo spettatore. Questo sguardo intenso funge da invito a meditare sulla sua sofferenza redentrice. La luce si irradia dal suo cuore e illumina parzialmente il suo volto, mentre l’altra metà rimane in ombra. Questa dualità simboleggia lo stato dell’anima quando si allontana dall’amore e dalla grazia di Cristo.

Pompeo Batoni fu un rinomato pittore italiano, famoso per i suoi ritratti della nobiltà europea, in particolare degli inglesi che nel XVIII secolo intraprendevano il Grand Tour. Tuttavia, ricevette anche importanti commissioni religiose, e questo dipinto divenne la sua opera devozionale più influente. Il Sacro Cuore di Gesù Quella di Batoni raggiunse un’enorme popolarità e divenne l’immagine ufficiale della devozione al Sacro Cuore, plasmando la spiritualità cattolica in numerosi paesi.

Il dipinto è ancora oggi esposto sull’altare della cappella laterale nord della chiesa del Gesù a Roma, dove continua a ispirare preghiera, contemplazione e gratitudine per l’amore infinito di Cristo.

COMMENTO CATECHETICO 

L’Incarnazione del Figlio di Dio, come illustrato nel numero precedente di questa serie, implica che il Verbo, la seconda persona della Santissima Trinità, consustanziale al Padre nella sua natura divina, assuma una natura umana: l’Umanità di Gesù Cristo, che è così Dio perfetto e Uomo perfetto. In questo numero approfondiremo ulteriormente la comprensione e l’espressione dell’Umanità del Signore, argomento che è stato trattato brevemente nel numero precedente.

Questa Umanità trova una rappresentazione particolarmente significativa nel Sacro Cuore di Gesù Cristo, dove l’amore di un cuore umano si unisce all’Amore di una persona divina, costituendo così l’organo centrale dell’Umanità di Cristo e lo spazio in cui lo stesso Amore divino si dona a noi in un amore umano, quello del Figlio di Dio fatto uomo. Per questo la contemplazione del Cuore di Cristo, così espressivamente raffigurata da Batoni nella sua tela del Gesù, è una via sicura per approfondire la conoscenza dell’Umanità del Signore. Da qui deriva che Batoni sottolinei i tratti umani di Cristo per renderlo vicino e accessibile. A sua volta, come insegnò con particolare grazia Santa Teresa d’Avila, l’Umanità di Cristo è la via sicura e piacevole per una vera vita di preghiera, poiché è la Via che ci conduce a Dio. Per questo motivo, una comprensione errata dell’Umanità del Signore, nel corpo e nell’anima, costituisce un grave ostacolo alla vera conoscenza di Dio e al corretto sviluppo della vita spirituale. Nel corso della storia sono emersi errori che hanno oscurato, ridotto o distorto i tratti della natura umana del Figlio di Dio. Poiché questi errori, pur essendo antichi, continuano a presentarsi anche oggi, sebbene in forme diverse, è opportuno conoscerli per non cadere in essi e giungere così a una comprensione dell’umanità di Cristo che ci avvicini veramente all’identità umana del Signore e al suo Sacro Cuore.

Vero Dio e vero Uomo

Uno dei primi errori è stato quello di confondere l’umanità di Cristo con Cristo stesso, ovvero di ridurlo al mero personaggio umano di Gesù di Nazaret, un uomo comune adottato come Figlio da Dio nel suo battesimo. Questo errore, l’adopzionismo, presuppone che l’umanità di Cristo sia mero portavoce e attore di Dio, ma non sia personalmente unita a Dio stesso. Ogni volta che parliamo di Gesù di Nazaret come di un semplice uomo, o di un semplice profeta, o di un maestro umano di saggezza, si ricade così nel più antico degli errori.

Questo errore, a sua volta, ha suscitato la reazione opposta: Gesù Cristo è talmente divino che la sua natura umana, in particolare il suo corpo, è solo apparenza, non è un vero essere umano. Questo docetismo, quindi, implicherebbe che non sia possibile rappresentare, e tanto meno dipingere, Dio in Gesù Cristo, poiché il suo corpo non è reale; si potrebbe accedere a Lui solo attraverso la meditazione spirituale e astratta, come a un’idea non accessibile ai sensi. Nulla è più appropriato per rispondere a questo errore delle parole di Santa Teresa d’Avila: “Riuscivo a pensare a Cristo solo come uomo; eppure non sono mai riuscita a immaginarlo dentro di me. Per questo motivo ero così affezionata alle immagini. Sfortunati coloro che, per colpa loro, perdono questo bene! Sembra proprio che non amino il Signore, perché se lo amassero, sarebbero felici di vedere il suo ritratto” (Vita 9, 6). È proprio questa esperienza a giustificare e a conferire tanto valore a dipinti come quello di Batoni che stiamo ammirando.

Nell’arianesimo si riteneva che l’umanità di Cristo fosse reale e che fosse unita alla divinità, ma non alla divinità piena, inaccessibile ed esclusiva del Padre, bensì a una divinità di secondo ordine, che sarebbe propria del Figlio. Pertanto, l’umanità di Cristo non sarebbe una via verso Dio, ma ci lascerebbe solo alle soglie della divinità, poiché il Figlio non sarebbe Dio consustanziale al Padre, della sua stessa natura divina, come affermiamo nel Credo. Con una semplice frase, «Gesù Cristo è vero Uomo e vero Dio», la Chiesa ci immunizza contro questi tre errori, che continuano ad essere più frequenti di quanto sembri.

Una persona con due nature

Il rapporto tra la vera umanità di Gesù Cristo e la sua piena divinità non è facile da comprendere; per questo motivo, un eccesso di razionalità o di attenzione alle peculiarità culturali di ogni epoca può portare a squilibri nella sua concezione. Il nestorianesimo, ad esempio, sosteneva che l’umanità di Cristo si realizzasse in una persona umana, Gesù di Nazareth, mentre la sua natura divina risiedesse nel Figlio di Dio. Ci sarebbe quindi un rapporto del credente con la persona di Gesù e un altro con la persona del Figlio, una distorsione che può verificarsi quando a volte preghiamo Gesù come uomo e altre volte ci rivolgiamo al Figlio come Dio. D’altra parte, il monofisismo riteneva che l’umanità di Cristo, pur non essendo fittizia, risultasse come dissolta e inesistente nell’infinito della divinità del Verbo, un po’ come quando si contempla Cristo solo nella sua maestà divina, dimenticando l’umiltà e la mitezza proprie del Cuore umano del Figlio di Dio (Mt 11, 29).

Non è nemmeno facile considerare l’Umanità di Gesù come un’esistenza umana concreta e, soprattutto, completa. L’apolinismo vedeva l’Umanità del Signore come mera corporeità, poiché la sua anima, o spirito, era il Verbo divino. Se così fosse, sarebbe difficile spiegare come Gesù crescesse in una vera conoscenza umana della realtà (Lc 2, 52). D’altra parte, il monotelismo privava l’umanità di Cristo della sua volontà, poiché l’unica volontà in Lui era quella divina del Figlio di Dio. Pertanto, i suoi atti di obbedienza al Padre e di dedizione al servizio degli uomini perdono il loro valore di esempi per ogni volontà umana, poiché scaturivano da una volontà puramente divina.

Si dimentica così, come talvolta accade oggi, che Gesù Cristo ha un’anima completamente umana, con conoscenza umana e volontà umana, unite alla Saggezza e alla Volontà del Verbo nella persona del Figlio. Per questo rimane attuale la formula con cui il Concilio di Calcedonia definiva il rapporto tra le due nature, umana e divina, nell’unica persona del Figlio di Dio, come spiegato nel numero precedente.

Una formula che, in un certo senso, è presente anche nelle parole con cui il Concilio Vaticano II ci lascia questa eccellente riflessione sulla vera umanità di Cristo, sulla quale possiamo meditare affinché la nostra concezione dell’umanità di Cristo sia completa e vera: “Il Figlio di Dio ha operato con mani umane, ha pensato con intelligenza umana, ha agito con volontà umana, ha amato con cuore umano. Nato dalla Vergine Maria, è diventato veramente uno di noi, tranne che nel peccato” (Gaudium et Spes 22).

Titolo dell'opera: Sacro Cuore di Gesù
Autore: Pompeo Batoni
Secolo: XVIII
Materiale: Olio su tela
Posizione: Chiesa del Gesù, Roma
L'autoreEva Sierra e Antonio de la Torre

Storica dell'arte e dottoressa in Teologia

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Vaticano

Il Papa esalta la musica sacra, simbolo della comunione ecclesiale

Durante l’udienza di questo mercoledì, Papa Leone XIV ha affermato che la tradizione musicale della Chiesa universale costituisce un tesoro di inestimabile valore. La musica fa parte dell’azione liturgica e non è un semplice ornamento, e il canto favorisce la comunione ecclesiale, ha sottolineato.

Francisco Otamendi-19 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La musica fa parte dell’azione liturgica e non è un semplice ornamento della celebrazione. La tradizione musicale della Chiesa universale costituisce un tesoro di inestimabile valore che favorisce la comunione, ha sottolineato il Santo Padre nella catechesi di questo mercoledì di agosto nella Basilica di San Pietro, alla presenza di cinquemila fedeli e pellegrini.

Tra questi, hanno salutato il Papa con particolare gioia i fedeli provenienti dal Libano, quando il Pontefice ha menzionato il loro Paese nel messaggio rivolto ai pellegrini di lingua araba, i polacchi, come di consueto, e quelli di lingua inglese e spagnola, anch’essi solitamente più chiassosi.

La musica sacra, intimamente legata all'azione liturgica, non è un semplice ornamento

Leone XIV ha proseguito questo mercoledì nella Pubblico la sua catechesi incentrata sulla Costituzione *Sacrosanctum Concilium* (SC) del Concilio Vaticano II, e in particolare sul sesto capitolo, dedicato alla musica sacra. 

Il suo intervento è iniziato con un riferimento al n. 112 del documento. “La tradizione musicale della Chiesa universale costituisce un tesoro di inestimabile valore, che si distingue dalle altre espressioni artistiche, soprattutto perché il canto sacro, unito alle parole, costituisce una parte necessaria o integrante della liturgia solenne”.

E ha proseguito: “La musica sacra, quindi, sarà tanto più santa quanto più sarà intimamente unita all’azione liturgica, sia che esprima con maggiore delicatezza la preghiera o favorisca l’unanimità, sia che arricchisca la maggiore solennità dei riti sacri” (ibid.). 

Qui troviamo il fulcro dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già sottolineata da San Pio X nel Motu Proprio *Inter sollicitudines* (22 novembre 1903). “Infatti, la musica fa parte dell’azione liturgica e non è un mero ornamento della celebrazione”, ha sottolineato il Papa.

Sant’Agostino: “Cantare è proprio di chi ama”

Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, mettendo il proprio cuore in sintonia con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato, ha proseguito il Papa nella sua riflessione.

È proprio la musica a esprimere la dimensione affettiva della preghiera, come afferma sant’Agostino: ‘Cantare amantis est’, ovvero ‘cantare è proprio di chi ama’ (Sermo 336,1). “Questo è molto importante, perché aiuta ad aprire il cuore all’azione di Dio nella grazia e a lasciarsi plasmare da essa”.

“Il canto, inoltre, favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia, le voci contribuiscono a unire gli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Così diventa un’epifania della Chiesa, manifestazione tangibile della comunione che appartiene alla sua natura”, ha sottolineato Leone XIV.

Alcune esigenze del canto sacro

Il Papa ha menzionato anche alcuni requisiti, che derivano dalla profonda rilevanza teologica del canto sacro, come parte integrante dell'azione liturgica.

La prima è che, al di là delle mode o delle sensibilità personali degli autori, deve rispondere a tutti i livelli a ciò che risulta più appropriato per il momento della celebrazione. 

Inoltre, ha affermato il Pontefice, “la forma, specialmente nel suo aspetto melodico, deve essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facile da eseguire, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr. SC, 121)”. 

Per lo stesso motivo, “il Concilio raccomanda che i testi siano adeguati, profondi e, al tempo stesso, di facile comprensione, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa”.

Partecipazione attiva dei fedeli

Il Papa ha messo in evidenza un passaggio di Benedetto XVI tratto dalla sua esortazione *Sacramentum caritatis*, analizzando l’ampio spazio che la *Sacrosanctum Concilium* dedica alla partecipazione attiva dei fedeli (cfr. n. 114). 

Questa “deve essere compresa […] partendo da una maggiore consapevolezza del mistero che si celebra e del suo rapporto con la vita quotidiana” (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno ‘spirito di continua conversione che deve caratterizzare la vita di ogni fedele’ (ibid., 55). 

Modalità specifiche

Il Santo Padre ha inoltre ricordato il modo concreto in cui tale partecipazione dei fedeli può realizzarsi attraverso il ruolo specifico della musica sacra, secondo la SC:

“Si incoraggeranno le acclamazioni del popolo, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti” e “un silenzio sacro” (SC, 30), con un’esortazione “a ciascuno, ministro o semplice fedele, a svolgere ‘tutto e solo ciò che gli compete per la natura dell’azione e le norme liturgiche’ (SC, 28) nell’armonioso equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio. 

Canto gregoriano, senza escludere altri generi

Il Concilio attribuisce inoltre grande importanza al Canto gregoriano, senza escludere dalla celebrazione altri generi di musica sacra, ha ricordato il Papa.

Per quanto riguarda l’inculturazione, anche nell’ambito della musica sacra, il Papa ha sintetizzato quanto stabilito dalla SC: si sottolinea, in particolare, “in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerne pienamente conto, come parte della vita religiosa e sociale delle persone“. Per questo motivo si raccomanda, da un lato, di mettere in pratica in tutti un’adeguata ”educazione al senso religioso“ (SC, 119) e, dall’altro, ”per quanto possibile […] possano promuovere la musica tradizionale del proprio popolo, sia nelle scuole che nelle celebrazioni sacre» (ibid.). 

Formazione e pratica nei seminari, nei noviziati e nei centri di studio

Infine, in una catechesi un po’ più ampia rispetto agli altri mercoledì, il Papa ha affermato che il compositore di musica sacra deve conoscere e preservare il patrimonio musicale della Chiesa, citando San Giovanni Paolo II, “Quirógrafo sulla musica sacra”, 22 novembre 2003, 3). 

Ha inoltre ribadito la raccomandazione dei Padri conciliari di “promuovere la formazione e la pratica della musica sacra ‘nei seminari, nei noviziati dei religiosi di entrambi i sessi e nelle case di studio, nonché negli altri istituti e scuole cattoliche’ (SC, 115) e di garantire ai musicisti e ai cantori una solida formazione liturgica (cfr. ibid.). 

L'autoreFrancisco Otamendi

Famiglia

Paloma e Juan Luis, genitori di un figlio con disabilità: “Sergio è il nostro angelo»

Paloma e Juan Luis scoprono in Sergio, il loro figlio con disabilità, un «angelo» che ha insegnato loro a vivere il presente, ad essere grati per ciò che hanno e a crescere nell’amore familiare.

Álvaro Gil Ruiz-19 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Paloma e Juan Luis hanno quattro figli. Uno di loro, dicono, è un “angelo». Quando arrivano dal Cielo, non hanno le istruzioni sottobraccio: bisogna imparare a conoscerli, e ci vuole un po’ di tempo, ma alla fine tutti tendono a mostrare grande affetto e diventano qualcosa di molto speciale per la famiglia, in questo caso Sergio. 

Tutto è iniziato nel 1997, quando aspettavano il loro terzo figlio. La gravidanza è andata bene, ma il parto ha avuto delle complicazioni e il bambino è rimasto senza ossigeno per un po“, il che ha causato un grave ritardo dello sviluppo e un disturbo comportamentale. Allora, perché chiamarlo ”angelo“ se le prospettive non erano affatto rosee? C’è una spiegazione per tutto. All’inizio non è stato affatto facile, poiché comportava una grande responsabilità, un po” di senso di colpa e molta incertezza, ma col tempo tutto è andato al posto giusto per questo “angelo” e ora è una grande gioia per questa famiglia felice. Abbiamo avuto modo di intervistare i due protagonisti di questa meravigliosa e commovente storia, che riportiamo di seguito. 

Paloma e Juan Luis, come ha cominciato ad allargarsi la famiglia?

–Entrambi volevamo mettere su una famiglia, anche se non eravamo d’accordo sul numero dei figli: Juan Luis voleva una famiglia numerosa, ma io non ne ero così sicura 

Quando la nostra prima figlia stava per raggiungere l'età scolare, l'abbiamo portata a Senara (opera dell'Opus Dei) e lì Juan Luis ha scoperto la sua vocazione come soprannumerario.

A 5 anni è nata la nostra seconda figlia, poi Sergio e, dopo Sergio, un quarto figlio.

Dal punto di vista economico andava tutto molto bene: un buon lavoro, una bella casa e, per di più, godevamo di buona salute.

Paloma, com’è stato l’arrivo di Sergio? Che cosa ha significato per voi? Come vi siete sentiti all’inizio?

–L’arrivo di Sergio è stato motivo di grande gioia perché era il nostro terzo figlio, un maschio dopo due bambine, ed eravamo molto emozionati, ma alla nascita ci siamo resi conto che qualcosa non andava. In seguito abbiamo saputo che durante il parto si era verificata una sofferenza fetale, e questo ha comportato che Sergio rimanesse ricoverato per 12 giorni in terapia intensiva.

Il primo anno è stato molto difficile, con continue visite da diversi pediatri; sapevamo che qualcosa non andava, ma nessun medico ci diceva cosa.

Mi sentivo completamente sopraffatta, mi chiedevo solo perché e cosa ne sarebbe stato di lui; mi sentivo molto frustrata e, soprattutto, molto impotente, sull’orlo di una depressione; a ciò si aggiungeva il fatto che non riusciva a nutrirsi ed era denutrito, fu necessario praticargli una gastrostomia provvisoria per sei mesi, che gli è rimasta per 10 anni.

Ero così preoccupata per il futuro che non vivevo il presente; per molto tempo non me lo sono goduto. Anzi, quando qualcuno mi diceva che era un dono, mi ribolliva il sangue.

Ma grazie a Dio un giorno qualcosa è scattato dentro di me e mi sono resa conto che non potevo andare avanti così, che non aiutavo affatto né mio figlio né il resto della mia famiglia, e tutto è cambiato: non mi sentivo più in un buco nero

E tu, Juan Luis, come l'hai presa? Cosa ne hanno pensato i tuoi figli?

–Pensavo che Dio mi volesse poco bene, perché ci andava tutto a meraviglia e quando è arrivato Sergio è stato un dono ricevere questa responsabilità di prenderci cura di un angelo.

Durante quel primo anno, ho fatto quello che faceva Santa Monica con suo figlio: parlare a Dio più di Paloma e a Paloma meno di Dio

In quel periodo le nostre figlie erano piccole, non capivano bene cosa stesse succedendo, ma confrontavano lo sviluppo del loro fratellino con quello degli altri bambini o dei loro cugini e si accorgevano che lui non faceva le stesse cose.

Paloma, cosa avete imparato in questo periodo? Cosa vi ha dato il fatto di vivere con un angelo?

–In questo periodo abbiamo imparato a goderci il momento, non facciamo progetti a lungo termine, viviamo alla giornata e rendiamo grazie a Dio per ciò che abbiamo, senza pensare a ciò che ci manca. 

Vivere con lui ci ha fatto crescere e ci ha resi persone migliori; ha cambiato il nostro modo di vedere la vita e di viverla.

Juan Luis, perché Sergio è un angelo per voi?

–Il suo arrivo ha illuminato la nostra vita in modo unico; la sua disabilità non pone limiti, ma ci apre nuove strade verso una maggiore sensibilità e un amore più profondo; con lui impariamo a festeggiare ogni piccolo progresso, a guardare il mondo con occhi diversi e a scoprire la forza che nasce dall’affetto. Ecco perché è il nostro angelo: senza nemmeno volerlo, ci rende ogni giorno persone migliori.

Juan Luis, com’è la vostra famiglia adesso? Quali momenti di gioia vi regala Sergio?

–Siamo una famiglia molto unita, ruotiamo tutti attorno a Sergio. La gioia di ogni giorno sta nel prendersi cura di lui e stargli accanto, perché, a causa delle sue esigenze particolari, ci sono molte cose in cui non è in grado di cavarsela da solo

Paloma, che consiglio daresti a tutti coloro che si trovano di fronte a una sorpresa come la vostra, ma sono meno preparati sotto tutti i punti di vista?

–È molto difficile dare un consiglio a qualcuno, perché ognuno affronta ciò che gli capita in modo diverso.

Mi ha aiutato molto vedere come Juan Luis affrontava la situazione, e avvicinarmi a Dio mi ha dato maggiore sicurezza e tanta pace interiore

Credo che la chiave sia cercare l'amore della famiglia nella cerchia più stretta e il sostegno professionale degli specialisti del caso; col passare del tempo, tutto troverà il proprio ritmo.

Evangelizzazione

Libano: la Valle Santa

Questa valle è il baluardo della Chiesa maronita. Per secoli, in tempi di persecuzioni e instabilità, i maroniti si sono letteralmente trincerati a Qadisha, costruendo monasteri, cenobi ed eremi dove hanno conservato testi, liturgie e memorie; ed è da qui che è scaturita quell’identità nazionale libanese che ha plasmato il Paese nei secoli successivi.

Gerardo Ferrara-19 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Al Libano Gli abbiamo già dedicato diversi articoli: un paese piccolo ma con un patrimonio culturale, umano e religioso vastissimo. Ora, proprio come ho fatto con alcuni santuari siriani che ho avuto il privilegio di visitare proprio durante quel viaggio del 2008, vorrei scrivere del suo cuore: la valle di Qadisha e i suoi monasteri.

Il Libano al mattino

Le mattine libanesi hanno quei profumi e quei sapori che non si dimenticano facilmente. Se poi vi svegliate in montagna, con un panorama mozzafiato di fronte a voi, dalle propaggini meridionali del porto di Beirut a sud fino alla costa di Jounieh a nord, il risveglio è ancor più piacevole.

Il clacson suona e due Range Rover neri, pieni di libanesi vocianti, vengono a ricordarvi il programma della giornata: colazione con kanafeh, poco fuori Beirut, visita ai cedri della Foresta dei cedri di Dio (Arz ar-Rabb), arrivo nella valle santa e visita ai monasteri.

Il viaggio

In Libano anche le automobili hanno personalità: da targhe personalizzate a motori ruggenti pronti ad affrontare le terribili salite e i dislivelli che qui, nel giro di una decina di km, vi portano dal mare a 2000 m in montagna, tra curve, stradine e crocicchi.

E non c’è da aspettarsi che il viaggio sia leggero, se v’imbottiscono come tacchini ogni due per tre e la vostra testa si gira continuamente a guardare i paesaggi meravigliosi, le montagne, il mare che fa capolino tra una curva e l’altra e i villaggi arroccati.

Neppure c’è d’aspettarsi che il nutrito gruppo di escursionisti, tutti libanesi oltre al sottoscritto, divisi in tre fuoristrada, proceda in modo ordinato e preciso. Ognuno fa soste dove vuole e tutto il tempo che vuole, mentre visitate qualcosa perdete di vista le altre due auto e magari scoprite che una vi ha preceduto alla tappa successiva, l’altra è ancora ferma all’ultimo autogrill.

I cedri

Prima tappa: una delle due maggiori riserve naturali libanesi dedicate ai cedri. Questa si chiama Arz ar-Rabb. È un luogo meraviglioso, simbolo di un Paese un tempo completamente ricoperto da foreste di cedri che, nei millenni, sono stati utilizzati anche per il Tempio di re Salomone e hanno contribuito, assieme alla porpora, alla prosperità dei fenici. Oggi non rimane molto, ma quello che contempliamo, all’ombra di questi immensi alberi, è un anticipo del paradiso.

“Qui non ti tocca nessuno! Sei in zona nostra!”, mi sorride un amico della zona, da secoli roccaforte maronita, dandomi una pacca sulla spalla. E già solo in quella frase percepisco la realtà del Libano, fatta di pace e convivenza ma anche di guerre e di trinceramenti nella propria identità etnica e religiosa. E tutto si alterna, si accumula, si assimila, ma non si dimentica.

La Valle di Qadisha

Si dice, in Libano, che la nebbia che si alza dalla Valle di Qadisha sia in realtà l’incenso che si leva dai suoi monasteri. E, in un certo senso, Qadisha è questo: una valle santa (qadisha, in aramaico, vuol dire appunto “santa”), letteralmente solcata nel fianco della montagna, che si apre come una caverna di tesori.

Qui, secoli di vita monastica maronita hanno plasmato non solo il paesaggio spirituale, ma anche quello materiale, lasciando un’impronta visibile nei terrazzamenti coltivati, nelle case aggrappate alla roccia e nei sentieri che collegano eremi e cenobi, esattamente come nel Monte Athos.

Un dettaglio che salta spesso agli occhi, per chi visita chiese e monasteri maroniti, è la presenza mista di cenobi ed eremi. Un cenobio (dal grecokoinós bios,“vita comune”) indica una forma di condivisione della vita e della preghiera tra due o più monaci. L’eremo è invece il rifugio in cui alcuni monaci si ritirano per periodi di preghiera più intensa, talvolta per il resto della vita, pur continuando a ricevere pellegrini e devoti.

Questa valle è il baluardo della Chiesa maronita. Questa, di rito siro-antiocheano e in comunione con Roma, nacque proprio tra queste montagne, seguendo le orme di san Marone, monaco siriaco del IV-V secolo. Per secoli, in tempi di persecuzioni e instabilità, i maroniti si trincerarono letteralmente a Qadisha, costruendo monasteri, cenobi ed eremi dove conservarono testi, liturgie e memorie; ed è da qui che è scaturita quell’identità nazionale libanese che ha forgiato il Paese nei secoli successivi.

I monasteri della valle

Dopo i cedri, la macchina in cui viaggio è la prima (e l’unica, per diverse decine di minuti!) ad arrivare al primo monastero che visitiamo: Deir Qannoubin, il luogo forse più peculiare per la Chiesa maronita. Un monaco mi spiega che qui, tra il 1440 e il XIX secolo, risiedettero i patriarchi della Chiesa maronita (oggi la sede ufficiale è a Beirut, mentre quella estiva a Dimane, sempre nella valle). Nelle cappelle Di Deir Qannoubin, come cullati nel ventre della roccia, si trovano le sepolture di numerosi patriarchi maroniti.

Entriamo per un momento di raccoglimento, poi ripartiamo prima degli altri. “Ci raggiungeranno!”, mi spiegano quelli della macchina in cui viaggio.

Così, ci dirigiamo verso Deir Mar Licha, altro centro monastico della valle, in cui è evidente, dalla natura rigogliosa circostante, che il monachesimo vero non è una fuga mundi, bensì, direi io, vera intelligentia mundi, uno stare e comprendere più in profondità il creato e contribuire a darvi forma: ne sono l’esempio, oltre alle celle, gli orti, i sentieri, i terrazzamenti che mi ricordano anche quelli dei monasteri benedettini di Subiaco, nei pressi di Roma.

Non può mancare inoltre una tappa a Qozhaya (il cui nome, in aramaico, significa “tesoro della vita”). Questo monastero non è noto solamente per l’antichità della sua costruzione, ma anche perché, dal 1584, grazie a un ex alunno del Collegio Maronita di Roma, ospitò la prima tipografia del Medio Oriente. Ciò che fa capire che il suo tesoro è anche la custodia e la diffusione della cultura.

Si continua per Dimane (e ricordo che, viaggiando, le mie domande sul perché non facessimo tutti un’unica, ordinata comitiva suscitavano più sorpresa che indignazione, così come le mie richieste di fermarci un po’ di più in un monastero). Qui si trova la residenza estiva del patriarca maronita, come un faro sulla valle.

La sosta sotto la cascata

Finalmente, il gruppo dei tre fuoristrada è riuscito a riunirsi per la cosa più importante: il pranzo!

E infatti, tra un monastero e l’altro, ci fermiamo all’ombra di una cascatella per consumare un ricco pasto libanese in un ristorante locale.

I tavoli di legno sotto gli alberi, le tovaglie di carta e le sedie un po’ sgangherate, con il ruscello sotto di noi ad accompagnare la sfilata di hummus, tabbouleh, fattoush, carne alla griglia, pane caldo e pomodori, sono la giusta cornice a un modo di vivere, quello mediterraneo e libanese, che è un continuo intreccio tra sacro e profano, riso e pianto, discussioni polemiche e abbracci e sorrisi.

E alla fine di quella giornata di agosto del 2008 mi è rimasta certamente la confusione di un gruppo disordinato, della fretta di correre da un monastero all’altro (con la mia ostinazione a deviare dal programm), di cedri millenari e cibarie di ogni genere, ma anche la nostalgia di un Paese che spero di poter visitare presto nuovamente e a cui auguro di essere sempre, come l’ha definito papa Francesco, un messaggio di pace e al suo popolo di mantenere la “dignità della fede, la nobiltà della speranza. Come la dignità e la nobiltà del cedro, simbolo del Paese!”.

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Vaticano

Leone XIV ha ormai le sue monete vaticane

La Città del Vaticano conia nuove monete con l’effigie di Papa Leone XIV e commemora inoltre l’800° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi.

OSV / Omnes-18 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Attenzione, numismatici. La Zecca dello Stato della Città del Vaticano ha emesso una nuova serie di monete per commemorare il pontificato di Papa Leone XIV e l’Anno Giubilare di San Francesco d’Assisi.

Il primo ritratto papale in quasi un decennio

La prima serie di monete in euro del pontificato di Papa Leone XIV raffigura sia il volto che lo stemma del 267° successore di Pietro. La serie comprende anche una moneta commemorativa speciale da cinque euro che raffigura il momento in cui San Francesco rinunciò ai suoi beni terreni davanti al vescovo di Assisi, per commemorare l’800° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi; sul rovescio è raffigurato il volto di Papa Leone XIV.

È la prima volta in quasi un decennio che il Vaticano emette monete con il ritratto di un Papa. Nel 2017, Papa Francesco aveva chiesto che il suo ritratto non comparisse più sulle monete vaticane, rendendo il Vaticano, all’epoca, l’unico Stato emittente di euro a non riportare l’immagine del proprio capo di Stato sulle monete in circolazione.

Da oggetto da collezione a moneta di uso quotidiano

L'euro è diventato la moneta ufficiale della Città del Vaticano nel 2002. Secondo Coins Weekly, le monete in euro del Vaticano raggiungono prezzi molto elevati per i collezionisti a causa delle tirature limitate e dell'elevata domanda per le tirature più ridotte tra tutte le monete in euro.

L'attuale serie di monete commemorative, il cui valore nominale è di 3,88 euro, è in vendita a 39 euro (circa 45 dollari) sul sito web ufficiale dell'Ufficio Numismatico del Vaticano. Nel 2009, il Vaticano ha deciso di mettere in circolazione almeno il 51 % delle monete coniate al loro valore nominale, anziché destinarle esclusivamente al mercato del collezionismo; ciò ha portato i negozi di souvenir dei Musei Vaticani e altri esercizi commerciali del microstato a iniziare a dare come resto le monete da 50 centesimi con lo stemma papale.

Suor Raffaella Petrini, una suora francescana dell’Eucaristia che presiede il Governo dello Stato della Città del Vaticano, ha recentemente descritto la Zecca dello Stato della Città del Vaticano come «non solo un luogo di produzione, ma anche un deposito di memoria storica ed economica perché, attraverso i processi di incisione, fusione e conio, crea monete che imprimono nel metallo un messaggio dal significato universale».

Un progetto che richiama Luigi XIV

Sulle nuove monete vaticane da due euro compaiono gli elementi distintivi dello stemma di Papa Leone XIV: un giglio, simbolo di purezza e devozione mariana, e un cuore fiammeggiante trafitto da una freccia su un libro aperto, emblema della spiritualità agostiniana.

Il disegno delle nuove monete del Vaticano è opera dell’artista italiana Daniela Longo, che ha disegnato anche le monete dedicate a Papa Francesco e a Benedetto XVI, nonché le monete speciali della «sede vacante» emesse nel 2005 in seguito alla morte di Giovanni Paolo II. La «sede vacante» è il periodo in cui la sede di Roma rimane vacante prima dell’elezione di un nuovo Papa.

L'autoreOSV / Omnes

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A cuore aperto. Come insegnare che Dio si prende cura di noi e ci ama?

Il Sacro Cuore di Gesù si presenta come una risposta al desiderio di insegnare e sperimentare l’amore di Dio, un’esperienza che il documentario su santa Margherita Maria Alacoque porta sul grande schermo.

18 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

È sempre una sfida avvicinare gli studenti alle grandi domande dell’esistenza. Tra queste, la domanda sull’amore è senza dubbio la più difficile. Per questo, in questi giorni, ho apprezzato moltissimo l’invito a partecipare alla anteprima del documentario Sacro Cuore: il suo regno non avrà fine.

          L'incontro aveva quell'atmosfera festosa tipica delle Giornate Mondiali della Gioventù o degli incontri con il Papa: tra sacerdoti, religiosi e suore, circa 200 persone hanno riempito la sala cinematografica. Ci siamo seduti, hanno spento le luci e una giovane influencer ci ha fornito il contesto. “Questo film ha riscosso un successo straordinario in Francia. Si aspettavano pochi spettatori, ma alla fine ne sono arrivati mezzo milione. Da allora, il lungometraggio sta facendo il giro del mondo. Nei cinema cileni uscirà questo giovedì 20 agosto”.

Qual è la trama? Santa Margherita Maria Alacoque (suora dell’Ordine della Visitazione a Paray-le-Monial, XVII secolo) ricevette in dono una scintilla del Cuore di Gesù. Grazie a quella grazia, poté sperimentare sulla propria pelle qualcosa dell’amore che Dio nutre per gli uomini. Intorno a questo tema si intrecciano le testimonianze di persone che hanno vissuto un cambiamento nella propria vita a seguito dell’incontro con il Signore.

Dopo un’ora e mezza, siamo usciti emozionati, ascoltando commenti di ogni tipo. “Che voglia che venissero a vederlo gli studenti che si preparano alla Cresima”, hanno commentato i cappellani di una scuola. “Hai pianto?”, si chiedevano altri, tra confidenza e battute. Da parte mia, sono uscito piuttosto in silenzio, un po’ sconvolto; sono salito sulla metropolitana per tornare a casa e non sono riuscito a leggere nemmeno una riga sul mio Kindle. Ero come sotto shock… È possibile vivere così, come San Giovanni adagiato sul petto di Gesù, giorno e notte? Non sono riuscito a togliermi quella domanda dalla testa…

Oltre a questo, so che qui c’è un tesoro per le mie lezioni: come insegnare che Dio si prende cura di noi e ci ama? Il Sacro Cuore di Gesù è, senza alcun dubbio, una risposta potente.

L'autoreJuan Ignacio Izquierdo Hübner

Avvocato presso la Pontificia Università Cattolica del Cile, Licenza in Teologia presso la Pontificia Università della Santa Croce (Roma) e Dottorato in Teologia presso l'Università di Navarra (Spagna).

Evangelizzazione

La Giordania si prepara a celebrare il 2.000° anniversario del battesimo di Gesù nel 2030

La Giordania ha annunciato l'avvio dei preparativi per la storica celebrazione del 2.000° anniversario del battesimo di Gesù nel 2030, nel luogo in cui ebbe luogo, a Betania, oltre il Giordano, noto anche come Al-Maghtas.  

OSV / Omnes-18 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

– Dale Gavlak, Amman (Giordania), OSV News

La Giordania ha dato il via ai preparativi per celebrare, tra quattro anni, i duemila anni del Battesimo del Signore, nel 2030, proprio nel luogo in cui san Giovanni Battista battezzò Gesù Cristo, a Betania, come riportato nel Vangelo (Gv 1, 28-34).

Ad oggi, quattro papi hanno visitato questo luogo di grande importanza religiosa: San Paolo VI nel 1964, seguito da San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Giordania È l'unico Paese ad aver accolto i quattro papi, i quali hanno riconosciuto l'importanza di quel luogo.

Il 28 gennaio 2023, alcuni pellegrini fanno il bagno sulla riva israeliana del fiume Giordano, con vista sulla Giordania, in uno dei luoghi tradizionalmente considerati il sito del Battesimo di Cristo (Foto di OSV News/Tom Tracy).

Il 12 agosto il primo ministro giordano, Jafar Hassan, ha firmato i accordi per avviare i lavori di urbanizzazione dei terreni adiacenti al Luogo del Battesimo, al fine di commemorare il secondo millennio del battesimo di Cristo nel 2030, per ordine del re Abdallah II di Giordania.

Realizzazione di un museo del Battesimo e altre iniziative

I progetti, con un budget complessivo di 120 milioni di dollari, prevedono la costruzione di un museo dedicato al Battesimo e di un villaggio per pellegrini e visitatori, nonché la realizzazione di sentieri ecologici nei pressi del sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità, in linea con le raccomandazioni dell’Unesco per la conservazione del luogo.

Il re Abdullah e il suo governo stanno collaborando con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, e con il Consiglio dei leader della Chiesa in Giordania, di cui fa parte anche il vescovo ausiliare Iyad Twal, vicario patriarcale latino in Giordania. Allo stesso tempo, coordinano idee e iniziative con chiese e istituzioni cristiane di tutto il mondo.

Sono attesi milioni di pellegrini

Gli organizzatori hanno dichiarato di aspettarsi l'arrivo di milioni di pellegrini cristiani e di altri partecipanti a Giordania per partecipare a questa storica commemorazione del Luogo del Battesimo, il punto di partenza della missione terrena di Cristo dopo il suo battesimo nel fiume Giordano.

In una fotografia d’archivio si vedono dei rosari esposti in un negozio di souvenir mentre alcuni pellegrini cristiani ortodossi si recano alla messa in un luogo di battesimo sulle rive del fiume Giordano. (Foto di OSV News/Muhammad Hamed, Reuters).

‘Un segno profetico di unità’

Durante un incontro tenutosi il 18 maggio con il re Abdullah e i religiosi del Paese, il cardinale Pizzaballa ha sottolineato che “il battesimo del Signore non è solo un evento storico del passato, ma un momento eterno che continua a interpellare ciascuno di noi”.

“In essa vediamo l’umiltà del Figlio di Dio che entrò nelle acque del Giordano per santificare il creato e aprire a tutti noi la via della salvezza”, ha affermato il cardinale. 

“Il battesimo segna l’inizio: l’inizio della missione di Cristo e l’inizio della nostra nuova vita in essa”, ha affermato.

Un sacerdote porta i Vangeli mentre i concelebranti entrano in processione per la Messa nella chiesa cattolica del Battesimo di Cristo a Betania oltre il Giordano, vicino ad Amman, il 9 gennaio 2026. (Foto di OSV News/Alaa Al Sukhni, Reuters).

Non solo un ricordo del passato, ma un segno profetico di unità, pace e fede viva

Riconoscendo l’opera del re Abdullah come custode dei luoghi sacri cristiani e il suo impegno per la pace, il cardinale Pizzaballa ha affermato che, attraverso la commemorazione del battesimo di Cristo, “possiamo fare del 2030 non solo un ricordo del passato, ma un segno profetico di unità, pace e fede viva per il mondo intero”. 

“Che Dio ci accompagni tutti in questo percorso di preparazione a questo importante evento”, ha aggiunto.

Jafar Hassan, primo ministro della Giordania, ha sottolineato il messaggio di convivenza, rispetto per il prossimo, pace, amore e fratellanza umana della Giordania. Ha inoltre affermato che il secondo millennio dal Battesimo di Gesù Cristo riflette la posizione storica e religiosa della Giordania e il suo ruolo di meta mondiale del pellegrinaggio cristiano. 

Hassan ha affermato che il governo sta mobilitando tutte le risorse disponibili per sostenere l'evento, descrivendolo come un'opportunità per rafforzare la posizione della Giordania come terra di patrimonio religioso e meta mondiale per i pellegrini cristiani.

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Dale Gavlak scrive per OSV News da Amman, in Giordania.

Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News. È possibile consultarle qui.

L'autoreOSV / Omnes

Vaticano

Leone XIV denuncia le ingiustizie sociali e invoca la pace

Leone XIV sostiene la soluzione dei due Stati nel conflitto in Cisgiordania, denunciando al contempo le ingiustizie sociali.

Redazione Omnes-17 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Durante la recita del Angelus Il 16 agosto, a Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha riflettuto sul brano evangelico della donna cananea per denunciare le ingiustizie sociali e lanciare un forte appello per la pace internazionale.

Nel suo discorso, il Pontefice ha sottolineato che dalla figura della donna cananea si imparano «l’umiltà e la determinazione», ricordando che grazie alla fede si comprende che «la tavola di Dio è imbandita per tutti e che a nessuno spettano le briciole».

Il Papa ha affermato che «sono intollerabili le disuguaglianze, le discriminazioni e le barriere che calpestano la dignità di tanti figli e figlie di Dio». Ha inoltre invitato la Chiesa a non temere di «comunicare la pace di Cristo oltre i confini già tracciati».

Appello urgente a favore della soluzione dei due Stati in Palestina

Dopo la recita dell’Angelus, il Santo Padre ha rivolto la propria attenzione alla situazione del conflitto in Medio Oriente. Leone XIV ha ribadito la propria condanna per le sofferenze della popolazione civile: «Ribadisco il mio appello affinché cessino i ripetuti atti di violenza contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania".

Di fronte a questa escalation, ha esortato i diplomatici e le istituzioni globali ad agire con rapidità: «Chiedo con urgenza alla comunità internazionale di garantire il progresso della soluzione dei due Stati, a favore di una pace giusta e duratura».

Lo sport come motore di pace e saluto ai pellegrini

Il Papa ha anche accennato ai Giochi del Mediterraneo che inizieranno questa settimana a Taranto, con la partecipazione di atleti provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa. Il Pontefice ha auspicato che questo evento sportivo diventi «un presagio di pace e fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero».»

 Infine, ha rivolto alcune parole di affetto ai fedeli presenti e ha impartito la sua benedizione ai partecipanti al pellegrinaggio al Santuario di Piekary Śląskie, nell’Alta Slesia.

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Evangelizzazione

Rhoda Wise, casalinga dell’Ohio e mistica con le stigmate, vicina agli altari

Rhoda Wise, residente in Ohio, era una laica, moglie e madre adottiva, ma anche una mistica stigmatizzata. Dopo una vita costellata di avversità, potrebbe ora essere dichiarata venerabile dalla Chiesa.

OSV / Omnes-17 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

– Anna Dougherty, OSV News

La causa di canonizzazione di Wise ha compiuto un passo importante il 7 luglio, quando la diocesi di Youngstown, nell’Ohio (Stati Uniti), ha annunciato che la “positio” ufficiale — un documento esaustivo che descrive in dettaglio la sua vita virtuosa e i presunti miracoli — era stata presentata al Dicastero per le Cause dei Santi del Vaticano.

Il Dicastero esaminerà la sua vita, stabilirà se debba essere dichiarata venerabile e dovrà raccomandare al Papa di procedere a tale dichiarazione.

La vita di Wise

Wise è stata dichiarata serva di Dio nel 2017, quando il defunto vescovo George V. Murry di Youngstown ha avviato la sua causa di canonizzazione. È nata nel 1888 in una famiglia protestante di modeste condizioni economiche, secondo quanto riportato dal programma dell’EWTN “They Might Be Saints” (Potrebbero essere dei santi), trasmesso il 7 luglio 2022. Ha vissuto una vita piena di avversità, tra cui l'infertilità, la perdita di una delle sue due figlie adottive e un marito alcolizzato che non riusciva a mantenere un lavoro. 

Negli anni ’30, Wise soffrì di diversi problemi di salute, tra cui una cisti ovarica di 18 chili e una frattura al piede che non guarì correttamente. Durante uno dei suoi ricoveri in ospedale, strinse amicizia con le Suore della Carità di Sant’Agostino, che le insegnarono a recitare il rosario e le parlarono di Santa Teresa di Lisieux, verso la quale finì per nutrire una grande devozione. Secondo il suo diario, fu accolta nella Chiesa cattolica il 1° gennaio 1939.

Guarita miracolosamente dopo aver avuto una visione di Cristo e di Santa Teresa

L'8 maggio 1939, i medici del Mercy Hospital di Canton, nell'Ohio, la dimisero per lasciarla morire a casa. La dolorosa ferita all'addome, causata da un intervento chirurgico addominale, si era infettata e diversi tentativi chirurgici di asportare un ascesso erano falliti. Poco dopo il suo ritorno a casa, iniziò ad avere visioni di Cristo e, in seguito, di Santa Teresa.

Dopo aver avuto una visione di Cristo e di Santa Teresa il 28 giugno 1939, scrisse nel suo diario di essere stata guarita miracolosamente. 

“Sono rimasto stupito nello scoprire che la ferita all’addome si era completamente rimarginata”, ha scritto. “La gioia dei miei familiari e amici è stata immensa, e nei giorni successivi molte persone sono venute a trovarmi a casa mia”.

Secondo il sito web della Casa e della Grotta di Rhoda Wise, Continuò ad avere visioni fino alla sua morte, avvenuta nel 1948, e a partire dal Venerdì Santo, 3 aprile 1942, manifestò le stigmate ogni primo venerdì del mese, dalle ore 12:00 alle ore 15:00, fino al 1945.

Stigmi sulla fronte, sulle mani e sui piedi

Le stigmate sanguinanti comparvero sulla fronte di Wise e continuarono a manifestarsi e a sanguinare a intervalli regolari nei due anni successivi. Nel 1943, oltre che sulla fronte, comparvero stigmate sanguinanti anche sulle mani e sui piedi. Molti visitatori della casa di Wise furono testimoni di queste stigmate.

Man mano che la sua fama di santità si diffondeva, molti visitatori accorrevano per parlare con lei e pregare davanti alla sua casa, che ancora oggi è meta di pellegrinaggio. 

Ryan Schweitzer, che dall’autunno del 2023 ricopre il ruolo di vicedirettore della struttura e dell’organizzazione senza scopo di lucro Wise a Canton, ha affermato che solo nel 2025 la struttura ha accolto 5.500 visitatori provenienti da 19 paesi. La guarigione, sia fisica che spirituale, è un fenomeno comune nella struttura, ha affermato Schweitzer. 

Il Signore gli disse che lì sarebbero avvenuti molti miracoli

“Nostro Signore aveva detto a Rhoda che qui, in questo luogo, ci sarebbero stati molti altri miracoli, molti più miracoli meravigliosi di quelli che lei aveva vissuto, e Nostro Signore ha mantenuto la sua parola”, ha dichiarato Schweitzer a OSV News.

Nel 2018, al dottor Mark Shoag è stato diagnosticato un sarcoma di stadio 4 e gli sono stati dati sei mesi di vita. Mentre la chemioterapia devastava il suo corpo, sua moglie, Betsy Shoag, gli leggeva il diario di Wise, secondo quanto riportato dal programma di EWTN.

Un giorno, poiché Mark era troppo debole per alzarsi dal letto, Betsy portò la sua camicia a casa dei Wise per pregare affinché avvenisse un miracolo. Al suo ritorno, trovò Mark sveglio che chiedeva il permesso di uscire di casa. 

“Sono passato dal credere che la scienza potesse spiegare tutto al credere che… i miracoli esistano”, ha detto Mark, che è sopravvissuto otto anni in più del previsto prima di morire nel 2024.

“Senza Rhoda Wise, Madre Angelica, fondatrice di EWTN, non sarebbe mai esistita»

EWTN trae origine da un miracolo avvenuto a casa di Wise. 

Secondo EWTN, quando era adolescente, Madre Angelica —all’epoca Rita Antoinette Rizzo— fu portata da Wise nella speranza di guarire da un dolore allo stomaco debilitante causato da una rara patologia chiamata ptosi gastrointestinale. .

Il programma di EWTN su Wise racconta che Rhoda consigliò a Rita di recitare una novena, al termine della quale il suo disturbo allo stomaco scomparve improvvisamente. Questo miracolo cambiò il corso della sua vita, spingendola a prendere i voti e, in seguito, a fondare EWTN. 

Rita entrò a far parte della congregazione delle Clarisse dell'Adorazione Perpetua, assumendo il nome di Suor Maria Angelica dell'Annunciazione, e nel 1981 fondò quella che oggi è un'organizzazione cattolica nel campo dei media di portata mondiale.

“Se Rhoda Wise non fosse esistita, Madre Angelica non sarebbe esistita, perché le sue guarigioni l’hanno condotta alla sua vocazione e all’EWTN”, ha affermato Karen Sigler, che dirige il Santuario di Rhoda Wise.

Prossimi passi

Padre John Sheridan, della diocesi di Youngstown e referente per la causa di Wise, ha affermato che la “positio” di Wise sarà esaminata da due commissioni vaticane: la commissione teologica e la commissione storica. 

“La commissione storica valuterà la vita e l’epoca in cui visse Rhoda Wise, cresciuta nell’Ohio, negli Stati Uniti, a partire dal decennio del 1880, e che visse la Grande Depressione e la Prima e la Seconda Guerra Mondiale”, ha dichiarato padre Sheridan a OSV News. “I teologi analizzeranno le affermazioni secondo cui fosse una mistica e avesse sperimentato le stigmate”.

Queste commissioni presenteranno raccomandazioni separate ai vescovi, ai cardinali e agli esperti che compongono il Dicastero per le Cause dei Santi. Il dicastero potrà quindi raccomandare al Papa di dichiararne le virtù eroiche e che la Chiesa gli conferisca il titolo di venerabile.

Le fasi successive del processo di canonizzazione sono la beatificazione e la canonizzazione. In generale, ogni fase richiede che sia stato accertato un miracolo avvenuto per intercessione di Wise.

Potrebbe essere la patrona di chi lotta contro le dipendenze

Se un giorno dovesse essere canonizzata, padre Sheridan ha osservato che potrebbe diventare la patrona di chi lotta contro le dipendenze, dato che suo marito alla fine è guarito dall’alcolismo. Potrebbe anche essere la patrona delle casalinghe o delle madri adottive. 

“Rhoda Wise incarna la virtù della pazienza e della perseveranza”, ha affermato Sheridan. “Ha vissuto in povertà e, sebbene molte persone si recassero a casa sua, non ha mai cercato di arricchirsi. Ha continuato a vivere nella stessa umile dimora e a condurre una vita di estrema povertà. Credo che ci sia qualcosa di bello in questo”.

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Anna Dougherty scrive per OSV News dal Texas.

Queste informazioni sono state pubblicate originariamente su OSV News e sono disponibili per la consultazione. qui.

L'autoreOSV / Omnes

Libri

“Dialoghi sulla fede” (2025), una conversazione tra Martin Scorsese e Antonio Spadaro 

Il famoso Martin Scorsese parla di fede e preghiera in "Dialoghi sulla fede", una conversazione con Antonio Spadaro.

Andrés Cárdenas Matute-17 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Quando Martin Scorsese era bambino, aiutava durante la Messa padre Francis Principe, una figura importante nella sua vita. Dopo la benedizione, il piccolo Martin si chiedeva: “Perché la vita può continuare come prima dopo ciò che è appena accaduto? Perché il Corpo e il Sangue di Cristo non hanno commosso il mondo?”.

Lo racconta in una conversazione con Antonio Spadaro, sacerdote e saggista, in Dialoghi sulla fede (ESPASA, 2015). Si parla molto della filmografia dell’autore di “Ragazzo selvaggio” (1980); forse in modo più approfondito di “Silenzio” (2016), “Killers of the Flower Moon” (2023) e, di tanto in tanto, di “L’ultima tentazione di Cristo” (1988). Scorsese dedica alcune righe ai fratelli Dardenne perché “realizzano film di suspense spirituale” su persone che “non sembrano né buone né cattive, sono semplicemente persone”; e regala al sacerdote – mesi prima che lo stesso Papa Leone XIV lo raccomandasse a tutti – una copia de “La pratica della presenza di Dio”, di fratello Lorenzo: “Quando ero piccolo mi chiedevo: ‘A cosa serve pregare? Cosa significa pregare per qualcosa? Perché si fa tra le quattro mura di una chiesa?’ Fratel Lorenzo dava le risposte. Tutta la sua vita è preghiera”.

C’è un aspetto che interessa a Spadaro, come a chiunque si interessi alle storie, ed è il tema della libertà: la profondità delle storie dipenderà dal modo in cui si concepisce la libertà dal punto di vista antropologico. La conversazione verte sulla scrittrice Marilynne Robinson, finché il sacerdote chiede senza giri di parole: “Credi nella predestinazione di un personaggio?‘ ’Ovviamente, in quanto autori di opere di finzione, sappiamo cosa faranno i nostri personaggi. Ma quando si tratta di trovare il modo di raccontare le storie, è importante tenere presente il mistero dell’umanità. Perché fanno ‘quello’ invece che ‘l’altro’? La libertà umana ha senza dubbio un ruolo importante nei miei film; altrimenti, non parleremmo di redenzione. Quando padre Principe ci diceva ”non dovete vivere così’, in realtà ci stava dicendo che c’era un altro percorso spirituale che non solo ci avrebbe portato via dal quartiere, ma ci avrebbe aperto i cuori e le menti. Ci insegnava che avevamo la libertà di scegliere».

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FirmeBryan Lawrence Gonsalves

Il boom dell'esternalizzazione della gravidanza

La maternità surrogata sta diventando sempre più comune, soprattutto grazie a celebrità, politici e personaggi pubblici con un elevato potere d’acquisto, che spesso la descrivono apertamente come un percorso di emancipazione e trasformazione verso la genitorialità.

17 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La maternità surrogata è un accordo in base al quale una donna porta avanti la gravidanza e dà alla luce un bambino per conto di un’altra persona o di una coppia, che diventano i genitori legali del minore. La Chiesa cattolica si è opposta sistematicamente a questa pratica; il Papa Francesco si è espresso contro di essa e Papa Leone XIV ha ribadito tali preoccupazioni a gennaio, seguito dall’intervento della Santa Sede alle Nazioni Unite a marzo. A giugno, anche diversi governi hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alla maternità surrogata dinanzi al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Nonostante questi avvertimenti, la maternità surrogata sta diventando sempre più una pratica comune, soprattutto grazie a celebrità, politici e personaggi pubblici con un elevato potere d’acquisto, che spesso la descrivono apertamente come un percorso di emancipazione e trasformazione verso la genitorialità.

Ancora più sconcertante è il fatto che la maternità surrogata sia ormai un settore multimiliardario in cui persone con notevoli risorse finanziarie possono pagare delle donne, spesso provenienti da contesti più modesti, affinché portino a termine la gravidanza dei propri figli. Ciò solleva interrogativi non solo sulla moralità della maternità surrogata in sé, ma anche sulla ricchezza, sul potere, sulla dignità delle donne, sulla mercificazione dei bambini e sul tipo di società che stiamo costruendo attorno alla maternità.

Nessuno può conoscere le circostanze che stanno alla base di ogni decisione di ricorrere alla subrogazione. Possono entrare in gioco l’infertilità, complicazioni mediche o altre circostanze profondamente dolorose. Ma man mano che questa pratica va oltre i casi eccezionali e diventa sempre più comune, c’è una domanda che merita maggiore attenzione: cosa succede quando i ricchi possono affidare gli oneri fisici della gravidanza a donne con minori possibilità economiche?

Quando la gravidanza diventa una merce

Hollywood è stata per anni una delle vetrine più in vista della maternità surrogata. Una rapida ricerca rivelerà innumerevoli esempi di attori, modelle e altre figure pubbliche che hanno accolto i propri figli grazie a questa pratica. Quella che un tempo era generalmente considerata una soluzione eccezionale in caso di gravi condizioni mediche, si presenta sempre più spesso come una normale opzione riproduttiva. Non se ne discute più esclusivamente nel contesto dell’infertilità.

Inoltre, la popolarità della cosiddetta “maternità surrogata sociale” rende questo cambiamento particolarmente evidente. In questi casi, si ricorre alla maternità surrogata per motivi professionali, sociali o estetici. Alla base di tutto ciò c’è la percezione che la gravidanza non si concili bene con una carriera professionale, sia perché si non desiderano i cambiamenti fisici associati alla gestazione, sia perché prendersi una pausa dal lavoro potrebbe significare perdere opportunità.

Qualunque siano le circostanze individuali, l’ascesa della maternità surrogata rischia di considerare le realtà fisiche della gravidanza come ostacoli da superare con il denaro e la tecnologia, anziché come realtà alle quali la società dovrebbe adattarsi, sostenendo e prendendosi cura delle donne incinte. Ciò riflette anche un problema più profondo della nostra cultura moderna, che spesso misura il valore di una persona in base alla sua produttività. In questo modo, la gravidanza viene considerata improduttiva, poiché richiede tempo, energia e sacrificio, e la maternità può alterare temporaneamente le prospettive lavorative e finanziarie di una donna.

Quello a cui stiamo assistendo è un sistema in cui le famiglie benestanti hanno sempre più spesso la possibilità di far ricadere su qualcun altro i costi e gli oneri fisici della gravidanza. La maternità surrogata viene spesso presentata come un progresso e come espressione di autonomia riproduttiva. Il linguaggio della libera scelta risulta allettante, ma può nascondere una realtà più cruda: la libertà di una parte può dipendere dalla vulnerabilità economica di un’altra.

Il paradosso fondamentale della surrogazione

Con la maternità surrogata, gli oneri della gravidanza non scompaiono, ma vengono trasferiti. La gravidanza non diventa meno impegnativa solo perché un’altra persona è disposta a portarla a termine. I rischi fisici, i controlli medici, il dolore e le possibili complicazioni vengono semplicemente assunti dal corpo di un’altra donna.

Lo squilibrio di potere diventa ancora più preoccupante quando gli accordi contrattuali stabiliscono cosa una madre gestante possa mangiare, bere o fare durante la gravidanza, oppure quando i futuri genitori esigono l’interruzione della gravidanza perché al bambino è stata diagnosticata una disabilità o una patologia. Qualunque siano le circostanze di ogni singolo caso, queste eventualità evidenziano la facilità con cui la gravidanza può diventare oggetto delle clausole di un contratto.

Per questo motivo non si può ignorare la dimensione della disuguaglianza sociale ed economica legata alla maternità surrogata. La questione non è se le persone che ricorrono alla maternità surrogata desiderino sinceramente avere figli. Indubbiamente, molte lo desiderano. La questione è perché siano così sistematicamente le donne con minori risorse economiche a sopportare il carico fisico, mentre chi dispone di maggiori capacità finanziarie può affidare ad altre la gravidanza.

Così come le guerre sono un fenomeno antico e mandano i giovani a combattere e a morire, la surrogazione è il modo in cui i ricchi si distanziano dagli oneri fisici della gravidanza, scaricandoli su chi proviene da contesti più modesti.

Quando ciò accade, gli abusi subiti dalle madri gestanti vengono ignorati e scompaiono dal dibattito pubblico. Mentre l’attenzione si concentra naturalmente sui futuri genitori e sul loro desiderio di formare una famiglia, la donna che porta realmente il bambino nel proprio grembo diventa quasi invisibile, ridotta al mero mezzo attraverso il quale viene soddisfatto quel desiderio. Il suo corpo rischia di trasformarsi, di fatto, in un’infrastruttura al servizio della famiglia di qualcun altro.

La guerra in Ucraina ha messo in luce questa dinamica in modo particolarmente evidente. Quando la Russia ha invaso il Paese, i media internazionali hanno riportato la notizia di genitori intenzionali che non potevano andare a prendere i bambini nati tramite maternità surrogata perché questi ultimi erano rimasti in Ucraina. Il linguaggio utilizzato era spesso di un carattere mercantile sconcertante, che inquadrava la crisi dal punto di vista dei genitori che non potevano riavere i bambini che avevano commissionato, mentre le donne che li avevano portati in grembo ricevevano molta meno attenzione. Ciò ha rivelato con quanta facilità la madre gestante possa scomparire completamente dalla narrazione.

La politica della dinamica riproduttiva

Il settore della maternità surrogata si nutre di un flusso costante di donne povere e vulnerabili che, a causa delle difficili condizioni economiche, decidono di diventare madri surrogate. In sostanza, questo sistema trasforma i corpi delle donne in un mercato, e vediamo come ciò avvenga in tutto il mondo in paesi come l’India, la Thailandia, il Nepal e, negli ultimi anni, la Nigeria e la Georgia.

È possibile che stiamo assistendo alla nascita di una nuova classe riproduttiva, in cui chi possiede una ricchezza sufficiente può sottrarsi alle esigenze fisiche della gravidanza, mentre le donne con minori possibilità economiche se ne fanno carico. In California, un accordo di maternità surrogata può facilmente superare i 150.000 dollari, una volta inclusi i trattamenti di fertilità, l’assistenza medica, gli onorari legali, le agenzie e il compenso. Non si tratta di una spesa di consumo ordinaria. È un settore accessibile principalmente a persone con un notevole potere d’acquisto.

Per gran parte della storia dell’umanità, la gravidanza è stata una delle poche realtà biologiche in grado di superare le barriere di classe. Le donne vivevano livelli di assistenza sanitaria e condizioni di vita molto diversi, ma la gravidanza in sé non poteva essere semplicemente trasferita a un’altra persona. Con la maternità surrogata, questa realtà cambia.

Questo cambiamento è particolarmente significativo nella nostra cultura moderna, che esercita un’enorme pressione sul corpo delle donne. Hollywood e gran parte dell’industria dell’intrattenimento in generale premiano la giovinezza, la magrezza, la bellezza e la costante disponibilità professionale. La gravidanza può stravolgere tutto questo. Ecco perché i ricchi possono permettersi un accordo in cui il corpo di un’altra donna si fa carico dei costi fisici della riproduzione, mentre il sistema economico che rende difficile conciliare la gravidanza con il lavoro rimane praticamente immutato.

Questo è capitalismo tossico, una mancanza di moralità etica e un disprezzo per i valori umani innati, che nel loro insieme si fanno strada fino al grembo materno stesso.

Costruire una cultura della vita

Dovremmo invece impegnarci a promuovere una cultura della vita che dia davvero priorità alla famiglia. In una società che valorizzi sinceramente la maternità, la gravidanza non dovrebbe essere vista come un peso o un ostacolo professionale che le donne debbano cercare di evitare. Ciò implica servizi di assistenza all’infanzia accessibili, condizioni di lavoro sicure e una protezione sociale significativa per le famiglie.

Il desiderio di avere un figlio è profondamente umano e l’infertilità può causare una profonda sofferenza. Ma un desiderio nobile non rende moralmente giusto qualsiasi mezzo utilizzato per soddisfarlo. Anziché costruire una società in cui i ricchi possano affidare la gravidanza a donne più povere, dovremmo costruirne una in cui la maternità sia sostenuta, protetta e valorizzata.

La visione cattolica parte da un principio semplice: né la madre né il bambino esistono per soddisfare i desideri di un’altra persona. Entrambi possiedono una dignità intrinseca conferita da Dio. La questione, quindi, non è solo se la tecnologia ci consenta di affidare la gravidanza a terzi, ma se questo sia il tipo di società che dovremmo voler costruire.

L'autoreBryan Lawrence Gonsalves

Giornalista e saggista nato negli Emirati Arabi Uniti e residente in Lituania. Collabora con Omnes, EWTN News e CNA Deutsch.

Evangelizzazione

L'attivista pro-vita Paul Vaughn racconta il suo percorso dall'evangelismo al cattolicesimo in occasione della Pasqua

Paul Vaughn, attivista pro-vita e padre di 11 figli, dopo anni di riflessioni sulla propria fede è passato dalla guida di comunità protestanti alla Chiesa cattolica insieme alla moglie e a quattro dei suoi figli.

OSV / Omnes-16 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Man mano che la sua famiglia cresceva fino a contare 11 figli, Paul Vaughn si è abituato al fatto che la gente desse per scontato che lui e sua moglie Bethany fossero cattolici.

Ora lo sono.

Durante la Veglia pasquale di quest’anno, questo attivista pro-vita di 59 anni di Centerville (Tennessee), Bethany Vaughn e quattro dei suoi figli sono passati dal cristianesimo protestante evangelico alla piena comunione con la Chiesa cattolica nella parrocchia di Santa Caterina da Siena, nella vicina città di Columbia.

Paul Vaughn ha spiegato a OSV News che, come per tanti altri, il suo percorso verso la pienezza della fede cattolica è stato un cammino tortuoso, nel corso del quale aveva precedentemente ricoperto ruoli di leadership in una congregazione battista riformata e in una congregazione presbiteriana indipendente che lui stesso aveva contribuito a fondare.

Impegno a favore della difesa della vita

Anche il procedimento giudiziario a carico dell’attivista pro-vita, ora concluso con un accordo con il governo federale — annunciato il 28 luglio — per oltre un milione di dollari provenienti da un fondo di risarcimento del Dipartimento di Giustizia, ha avuto i suoi alti e bassi.

Vaughn è stato uno dei 23 attivisti graziati dal presidente Donald Trump nel gennaio 2025, dopo essere stato condannato per aver violato la legge federale sul libero accesso agli ingressi delle cliniche (FACE Act). Il 5 marzo 2021, Vaughn aveva partecipato a una manifestazione che aveva bloccato l’ingresso di una clinica abortiva a Mount Juliet, un sobborgo di Nashville.

Vaughn non è stato condannato al carcere, ma a tre anni di libertà vigilata dopo sei mesi di arresti domiciliari.

«Il processo è la punizione», ha affermato. Oltre a doversi presentare davanti a un agente di libertà vigilata, Vaughn ha spiegato che doveva dichiarare i propri redditi e che non poteva viaggiare per motivi di lavoro — in qualità di comproprietario di una piccola azienda fornitrice di servizi Internet — senza autorizzazione.

Lui e Bethany si trovavano alla Marcia Nazionale per la Vita del 2025 a Washington quando sono state annunciate le grazia. Ha definito l'evento «un grande momento ecumenico a favore della vita. Tutti si sono fermati e si sono uniti in uno stesso spirito».

Si prevedono ulteriori accordi da parte del Dipartimento di Giustizia. Vaughn e alcuni degli altri attivisti pro-vita sono stati rappresentati dalla Thomas More Society, uno studio legale specializzato in libertà religiosa con sede a Chicago.

Paul, originario dell’Arkansas, e Bethany, originaria del Texas, si sono conosciuti negli anni Novanta mentre offrivano consulenza sul marciapiede davanti alle cliniche abortive, dopo aver prestato servizio nella Marina al termine delle scuole superiori e mentre lavorava per IBM. Col tempo, è diventato presidente di Personhood Tennessee.

Gli undici figli dei Vaughn hanno un’età compresa tra i 31 e i 5 anni, e sei di loro sono già sposati. Paul Vaughn ha spiegato che la dimensione della sua famiglia non è stata il risultato di alcun piano dettagliato.

Cosa vi ha portato al cattolicesimo?

«Non siamo grandi pensatori teologici. Dio ha detto che i figli sono una benedizione. Che la famiglia sia la cosa più importante, impegnandoci a fare la cosa giusta e a goderci questa benedizione», ha affermato.

Avevano sempre avuto amici cattolici nel movimento pro-vita, ma Vaughn ha affermato che la decisione di convertirsi alla fede cattolica è iniziata «probabilmente quattro o cinque anni fa. Abbiamo iniziato a notare molte carenze nella gestione della nostra chiesa e nel nostro percorso spirituale«.

A quel tempo era uno dei tre anziani della sua congregazione battista, che costituiva una congregazione presbiteriana indipendente.

«Ci siamo semplicemente resi conto che il modello di chiesa indipendente non funzionava. Non c’era coerenza per quanto riguarda le pratiche di culto», ha spiegato.

«I protestanti», ha osservato, «hanno dei complessi nei confronti del Papa e di Maria: non capiscono in cosa credono, ma sanno che dovrebbero averli».

La gioia della conversione

Entrare a far parte della Chiesa cattolica, ha detto, gli ha procurato «una gioia incredibile».

Ha affermato: «Certamente, non me ne sono pentito affatto. L’attenzione è tutta rivolta al nostro rapporto con Cristo e alla crescita nella grazia insieme a Lui».

Traduzione effettuata con la versione gratuita del traduttore DeepL.com

Kurt Jensen scrive per OSV News da Washington.

L'autoreOSV / Omnes

Quando il sonno della ragione terrorizza

Dobbiamo accettare che la bellezza, la bontà e la verità possano rivelarsi quando smettiamo di cercare di dominare l'esperienza.

16 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Quando guardiamo qualcosa, la prima cosa che facciamo, consciamente o inconsciamente, è chiederci se conosciamo ciò che abbiamo davanti, a cosa assomiglia o cosa ci ricorda. Questo riconoscimento attiva emozioni associate allo stimolo. Successivamente costruiamo una nostra narrazione e valutiamo l’esperienza.

Il mondo non è neutro. Entra in noi attraverso i sensi e suscita una reazione. La mente identifica un’emozione e, attraverso la memoria e l’intelligenza, la trasforma in un sentimento e la interpreta. Come sottolinea Byung-Chul Han, “i sentimenti sono narrativi. Le emozioni sono impulsive”. (“La salvezza del bello”).

Di fronte a uno stimolo proviamo piacere o dolore e, quasi automaticamente, emerge la possibilità di affrontarlo o di fuggire. Interpretiamo la realtà dal nostro punto di vista e, partendo da lì, regoliamo il nostro comportamento e il nostro rapporto con gli altri e con il mondo. Prestare attenzione a questo processo introduce una pausa tra lo stimolo e la reazione e ci permette di decidere se reagire o rispondere.

La paura e i limiti della ragione

La paura è una delle emozioni più primitive e si manifesta quasi immediatamente in risposta a determinati stimoli. La paura del buio è una delle prime paure che proviamo. Laddove manca la comprensione, l’immaginazione può colmare il vuoto con delle minacce. La ragione agisce allora come una luce che permette di distinguere e comprendere l’ignoto.

Ma ci sono esperienze, come la morte o il dolore, alle quali la ragione non sempre trova una risposta. Di fronte a ciò che ci travolge, possiamo fuggire, nasconderci o arrenderci.

Fuggire è la reazione più istintiva. Nascondersi significa proteggersi, indossare maschere, interpretare ruoli o erigere barriere. La terza possibilità è arrendersi. Ciò non significa rinunciare, ma riconoscere che ci troviamo di fronte a qualcosa che va oltre il nostro controllo e accettare i limiti della nostra capacità di comprensione.

La contemplazione dell'arte e la convivenza degli opposti

Qualcosa di simile accade di fronte a un’opera d’arte. Quando ci troviamo davanti a essa, cerchiamo di identificarla, di capire cosa raffigura, cosa significa, a cosa assomiglia o come è stata realizzata. La mente cerca rapidamente di elaborare una spiegazione e di chiudere l’esperienza. Contemplarla significa lasciare che l’opera agisca su di noi prima di affrettarci a interpretarla.

L’arte può fare qualcosa di diverso con ciò che ci spaventa. Illumina perché gioca con l’ombra, con ciò che è spezzato e con ciò che è brutto, senza nasconderli né rifuggirli. Li osserva e li trasforma, facendo coesistere il bello e il terribile, la luce e l’oscurità, ciò che comprendiamo e ciò che rimane un interrogativo. Cerca così un’unità perduta tra gli opposti.

Lasciarsi conquistare da un’opera d’arte non significa rinunciare alla ragione, ma permettere che essa intervenga in un secondo momento. Accettare che non tutto debba essere interpretato. Soffermarsi davanti a ciò che non comprendiamo può far nascere una domanda e trasformarsi in una forma di conoscenza.

Il rumore digitale e il valore del silenzio

Per questo abbiamo bisogno di una pausa. E la pausa richiede silenzio.

Viviamo in un’epoca in cui il silenzio mette a disagio. Immagini, parole, notifiche e informazioni riempiono ogni vuoto. Gli algoritmi individuano ciò che attira la nostra attenzione e la paura, l’indignazione e il confronto sono spesso più efficaci della calma nel trattenerla. Anche se crediamo di scegliere ciò che vediamo, possiamo rimanere intrappolati in narrazioni che alimentano le nostre paure, polarizzano il nostro sguardo e erigono muri tra noi e gli altri.

In quel vuoto possiamo ritrovare la distanza necessaria per osservare ciò che ci sta influenzando, in cosa crediamo e verso dove viene convogliata la nostra attenzione. Laddove il rumore cerca di provocare una reazione immediata, il silenzio introduce una pausa. E in quella pausa possiamo guardare di nuovo.

Imparare ad ascoltare: lezioni dalla brezza e dall’acqua

Il racconto di Elia nel Primo Libro dei Re lo esprime con forza. Il profeta esce dalla caverna e cerca Dio nel vento, nel terremoto e nel fuoco. “Ma il Signore non era” lì. Poi giunge “il sussurro di una brezza leggera” ed è lì che Elia riconosce la sua presenza.

L’essenziale non sempre si impone con forza. A volte richiede di fermarsi, ascoltare e rimanere.

Qualcosa di simile accade a Pietro quando cammina sull’acqua. Finché tiene lo sguardo fisso su Cristo, va avanti. Ma quando sente il vento e ha paura, smette di affidarsi a Lui. Cerca di prendere il controllo e comincia ad affondare. La paura ha spostato la sua attenzione verso il cuore, alla ricerca di fondamenti nella ragione.

Elia e Pietro ci parlano, in modi diversi, di uno stesso atteggiamento: imparare ad ascoltare. Non tutto ciò che è importante richiede la nostra attenzione con clamore. Alcune cose si possono percepire solo quando facciamo silenzio.

La rivelazione dell'essenziale senza dominazione

Contemplare richiede di fare silenzio. Rimanere di fronte a ciò che non comprendiamo significa accettare che la bellezza, la bontà e la verità possano rivelarsi quando smettiamo di cercare di dominare l’esperienza.

L'autorePeca Macher

Peca Macher è architetto e curatrice d'arte, fondatrice di Präsenz, un progetto che integra arte, educazione e leadership consapevole attraverso la pausa, lo sguardo e l'ascolto. Con oltre 25 anni di esperienza nella gestione e nella riflessione culturale, scrive e fa ricerca sulla memoria, sull'esperienza estetica e sull'arte come strumento di trasformazione personale e sociale. È autrice del libro Präsenz. L'arte come strumento di trasformazione umana ed educativa.

Vaticano

Il Papa celebra l'amore e la purezza dell'anima in occasione dell'Assunzione di Maria

Leone XIV è tornato a Castel Gandolfo per celebrare la solennità dell’Assunzione della Vergine Maria. La glorificazione di Maria in anima e corpo ci insegna che la nostra vera bellezza consiste nel mostrare anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine, ha affermato in una bella omelia.

Francisco Otamendi-15 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Il Santo Padre Leone XIV, durante la Messa dell’Assunzione della Vergine Maria celebrata nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanueva, a Castel Gandolfo, ha reso omaggio all’amore e alla purezza dell’anima della Madre di Dio e nostra Madre. L’Eucaristia è stata concelebrata con il vescovo di Albano e il parroco agostiniano, e si è conclusa con un’antifona mariana.

Nella sua omelia, ha invitato a seguire la luce del Risorto guardando a Maria, che “Dio ha coronato di gloria nell’anima e nel corpo, e che ci ha donato come Madre, guida, compagna di viaggio e protettrice sul cammino verso il Cielo”.

Assunta in corpo e anima alla gloria celeste

«È con grande gioia che anche quest’anno celebro insieme a voi la Solennità dell’Assunzione», ha esordito il Papa nell’omelia della Massa, in cui ha illustrato la dottrina del Magistero della Chiesa riguardo alla festa di oggi.

Che “Maria, terminato il corso della sua vita terrena, è stata assunta in corpo e anima alla gloria celeste” (Pio XII, Cost. apost. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950), e ci indica, in questo Mistero, il compimento della pienezza di grazia che Dio le ha donato nel suo Immacolato Concepimento”.

Per questo motivo, molte opere d’arte la raffigurano, alla fine della sua vita terrena, come una bellissima giovane che si eleva fisicamente dalla terra verso il cielo, ha proseguito il Pontefice. 

“Si ispirano alla scena descritta nel brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato nella prima lettura: ‘Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi (Ap 12,1), a significare che nel cuore di Maria si incontrano il cielo e la terra, il tempo e l’eternità”.

In questo modo, il Papa ha avviato una riflessione profonda e bella sull’amore. “Che cosa abbiamo in comune con la meravigliosa fanciulla raffigurata nelle nostre pale d’altare?”, si è chiesto. 

L'Assunzione della Vergine Maria (Beato Angelico).

La vera bellezza porta i segni dell'amore

“Per comprenderlo dobbiamo tenere insieme i due segni che abbiamo menzionato: il corpo incorruttibile della Madre di Dio e il suo cuore immacolato. È la purezza dell’anima, infatti, che in Maria ―come in noi―, per grazia di Dio, illumina e trasfigura l’intera persona, conducendola alla gloria del Cielo”, ha sottolineato il Papa.

“La glorificazione di Maria nell’anima e nel corpo ci insegna che la nostra vera bellezza non consiste nel nascondere i segni del tempo che passa, ma nel mostrare anche nella nostra carne i segni dell’amore che non ha fine» (cfr. 1 Cor 13,8)”.

Rivedere i principi edonistici e consumistici

Il Santo Padre ha poi invitato a rivedere molti dei canoni estetici, prevalentemente di tipo edonista e consumistico, che il mondo ci impone. E a incontrare “persone il cui volto è segnato dagli anni e dalle sofferenze, ma capaci di irradiare serenità, benevolenza e pace intorno a sé; così come se ne possono osservare altre, forse attraenti esteriormente, ma dure e fredde interiormente”.

È facile capire dove risiede la vera bellezza e dove, invece, c’è ancora bisogno di conversione, perdono e guarigione, ha affermato Leone XIV.

Dove trovare la bellezza divina

Il Successore di Pietro, seguendo anch’egli l’esempio di sant’Agostino, ha indicato la via: “Se desideriamo davvero scoprire e coltivare la bellezza divina che ci circonda e per la quale siamo stati creati, nonché diffonderla intorno a noi, dobbiamo imparare a leggerla sia nel volto tenero di un bambino che nelle rughe di un anziano. Nella vivacità di un giovane come nella compostezza di un adulto, negli addobbi festivi come nell’abbigliamento e negli strumenti di lavoro”. 

Ascoltare storie d’amore, il “più bel ornamento dell’uomo”

«Dobbiamo ascoltare le storie d’amore uniche che ciascuna di queste realtà ci racconta, riconoscendole come piccoli bagliori nel cielo», ha esortato.

“L’amore è l’ornamento più bello dell’uomo: l’amore che trasfigura, trasforma, nobilita ed eleva; che ci rende leggeri, liberi, vicini a Dio, anche attraverso gli alti e bassi della vita”, ha affermato il Santo Padre.

Il miracolo che Maria ha vissuto nel suo cuore

Il miracolo che Maria, la fanciulla di Nazareth, ha vissuto nel suo cuore innocente e che l’ha condotta alla gloria del Cielo, è l’incontro tra gli estremi, come lei stessa testimonia nelle parole ispirate del Magnificat, che abbiamo ascoltato nel Vangelo (cfr. Lc 1,46-55). 

In questo canto, ha sottolineato il Papa, “attraverso le umili espressioni della sua fede, la Madre del cielo ci parla in modo semplice di grandi misteri. Dio che in lei si fa uomo per salvare gli uomini, (…), la sua condizione di «umile serva», quella “piccola dimensione” in cui anche noi possiamo incontrare il Signore, come diceva san Paolo VI. 

Il mistero di oggi: la vera carità: scene di vita familiare

Non dobbiamo cercare lontano la sublimità del Mistero che celebriamo. Possiamo trovarla là dove c’è vera carità, ha sottolineato Leone XIV, descrivendo scene familiari a tutti:

“Negli occhi di un padre e di una madre che tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanchi ma felici di stare con i propri figli. Nei volti dei nonni e delle nonne che, nonostante le difficoltà dell’età, ritrovano energie inaspettate nel prendersi cura dei nipoti. O anche nell’impegno dei giovani che si sforzano di crescere integri e onesti, pronti anche ad andare controcorrente rispetto a “ciò che fanno tutti”. Infine, nell’opera di tanti uomini e donne che ogni giorno, con fede e dedizione, contribuiscono a portare un po” di Cielo sulla terra e la terra verso il Cielo». 

Il volto meraviglioso dell’Assunzione, quello delle persone che ci stanno accanto

Il Papa ha precisato ulteriormente il suo pensiero: “Il volto meraviglioso dell’Assunzione è unico, supera ogni possibile rappresentazione e, tuttavia, allo stesso tempo ci è familiare: è quello delle persone che ci stanno accanto, anche in questo momento, dei fratelli e delle sorelle con cui condividiamo, nella fede, l’offerta quotidiana della nostra vita”. 

Per questo, ha concluso il Pontefice, nella donna dell’Apocalisse la comunità dei credenti riconosce se stessa, e il Concilio Vaticano II descrive Maria come ‘immagine e principio della Chiesa, […] segno di certa speranza e di consolazione’ (Cost. dogm. Lumen gentium, 68). Nella sua santissima umanità, per grazia di Dio, c’è anche la nostra; siamo chiamati a vivere la sua stessa pienezza di vita e a condividere la sua stessa gloria”.

Angelus: l'Assunzione, festa di grande importanza

Al termine della Santa Messa, Leone XIV ha guidato la recita della preghiera mariana del Angelus dalla piazza della Libertà di Castel Gandolfo, alla presenza di numerosi fedeli italiani e provenienti da altri paesi

All’inizio del suo discorso, il Papa ha sottolineato che l’Assunzione della Beata Vergine Maria è “una festa di grande importanza, sia per la teologia cattolica che per la pietà popolare; infatti, è una celebrazione molto apprezzata in molte comunità, specialmente laddove la cattedrale o la chiesa parrocchiale sono dedicate a Nostra Signora dell’Assunzione”.

Due rappresentazioni iconografiche: la ‘Dormizione’ della Madre di Dio e la Vergine in cielo

Per contemplare questo mistero della fede, possiamo ricorrere ai due modelli iconografici con cui, nel corso dei secoli, gli artisti lo hanno rappresentato e espresso.

Il primo, il più antico, che rimase l’unico per quasi un millennio, è quello della “Dormizione” della Madre di Dio: ella appare distesa su una bara, addormentata nella morte; intorno a lei ci sono gli apostoli, che la venerano commossi in preghiera; al centro, in piedi, si trova Gesù risorto, che tiene tra le braccia l’anima di Maria, come una bambina appena nata. 

In secondo luogo, l’iconografia più recente, sviluppatasi successivamente in Occidente, ci mostra invece la Vergine Maria a figura intera, in cielo, avvolta dalla luce, spesso circondata da angeli e santi. 

La pienezza della vita “ci attende anche noi, alla fine dei tempi”

Alcuni artisti hanno unito entrambi gli schemi, ha spiegato il Santo Padre, raffigurando in alto la Vergine gloriosa e in basso la sua tomba vuota, spesso ricolma di fiori di vari colori, e gli apostoli con lo sguardo rivolto verso di lei, in cielo. Questo secondo modello mette in risalto la verità secondo cui Maria è stata assunta in corpo e anima, cioè nella totalità della sua persona. 

La pienezza di vita, che oggi ammiriamo con gioia in Maria, “ci attende anche noi, alla fine dei tempi‘, ha sottolineato Leone XIV, quando, come dice san Paolo, Cristo risorto ’trasformerà il nostro corpo umile, secondo il modello del suo corpo glorioso” (Fil 3,21), rivestendo ciò che è corruttibile di incorruttibilità e ciò che è mortale di immortalità (cfr. 1 Cor 15,54)».

L'autoreFrancisco Otamendi

Maria, l'eclissi e la cecità dell'amore

La devozione a Maria ci conduce a Cristo, ma mettere la Vergine al centro può farci perdere di vista il «Sole che sorge dall’alto».

15 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Qualche anno fa, una nota marca di alimenti per l’infanzia ha sottoposto un gruppo di bambini a un curioso test per dimostrare che il senso della bellezza cambia dall’infanzia all’età adulta. A tal fine, i bambini venivano fatti accomodare uno alla volta davanti a un tavolo pieno di ritratti di donne e veniva loro chiesto di scegliere quella più bella. Le immagini ritraevano, per la maggior parte, modelle pubblicitarie, ma tra queste spiccava quella di una signora, diciamo, piuttosto comune. Sorprendentemente, tutti i bambini ritenevano che la donna più bella fosse proprio quella meno appariscente secondo gli standard di bellezza delle riviste di moda. La spiegazione non aveva nulla a che vedere con un cambiamento nella percezione tra bambini e adulti, ma piuttosto con il fatto che la foto della donna scelta come la più bella era, in realtà, quella della madre del bambino a cui spettava fare il test. 

Con le mamme tendiamo spesso a esagerare e a lasciarci accecare dall’amore. La nostra mamma è la più bella, ma prepara anche la migliore tortilla di patate e il miglior riso. E le polpette? La propria mamma è spesso insuperabile in quasi tutto e ci fa perdere l’obiettività così tante volte. 

Anche nei confronti della nostra Madre celeste, la Vergine, commettiamo degli eccessi, non per cattiva intenzione ma per eccesso di affetto, ed è bene renderlo noto e stare attenti a non sbagliare noi stessi né indurre in errore chi ci osserva dall’esterno. 

In questi giorni in cui in tutto il mondo cattolico si celebrano le feste dell’Assunzione, che riuniscono milioni di fedeli, possiamo ricordare ciò che il Catechismo ci dice sul culto di Maria. Esso afferma che Ella «è giustamente onorata dalla Chiesa con un culto speciale. E, in effetti, fin dai tempi più antichi, la Santissima Vergine è venerata con il titolo di «Madre di Dio», sotto la cui protezione si rifugiano i fedeli supplicanti in tutti i loro pericoli e bisogni»; sebbene ci avverta anche che «questo culto […] pur essendo del tutto singolare, è essenzialmente diverso dal culto di adorazione che si rende al Verbo incarnato, così come al Padre e allo Spirito Santo». Anche se, aggiunge, «lo favorisce in modo molto potente». Ecco la chiave del famoso «Ad Jesum per Mariam» (A Gesù attraverso Maria), che ci spiega come la devozione a Maria sia un ottimo cammino per giungere al vero Dio. 

Quando la devozione si limita a Maria

Tuttavia, permangono ancora manifestazioni di religiosità popolare che si fermano al «per Mariam» senza arrivare all«»ad Jesum« e a ciò che comporta il diventare suoi seguaci. Ci sono anche coloro che, nonostante il Concilio ci abbia ribadito che »non bisogna attendere un’altra rivelazione pubblica prima della gloriosa manifestazione di nostro Signore Gesù Cristo», dedicano più tempo a seguire presunte nuove rivelazioni della Vergine che a meditare il Vangelo, luogo in cui Cristo si rende autenticamente presente, il Verbo Incarnato. È Lui la Parola che bisogna ascoltare.

Mettere Maria prima di Dio può portarci a fare la fine di coloro che, nonostante gli avvertimenti, mercoledì scorso hanno guardato l’eclissi solare senza la dovuta protezione e sono finiti al pronto soccorso. È vero che Maria, come la luna, è più dolce da guardare, più piacevole, perché è più vicina. Il culto mariano è più accattivante perché la fanciulla di Nazareth è una di noi, ma non dimentichiamo che il suo splendore è solo un riflesso della luce del «Sole che sorge dall’alto». Se ci ostiniamo ad assimilarla a Dio al punto da farci nascondere il suo volto, rischiamo di rimanere accecati, cioè di finire per credere in qualsiasi cosa tranne che nel vero Dio rivelato in Gesù Cristo. 

La luna che indica la via verso il cielo

L’identificazione della Vergine (o della sua figura archetipica, la Madre Chiesa) con la luna, il famoso «mysterium lunae», risale ai primi secoli del cristianesimo. La «donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi» dell’Apocalisse, che la Vergine di Guadalupe incarna così bene, è Maria rivestita di Cristo per i Padri della Chiesa. La luna, con i suoi cicli, è anche immagine dello scorrere del tempo. Pertanto, ponendola sopra di essa, ci viene mostrata una donna che trascende il tempo, poiché prima ancora di venire all’esistenza era già stata scelta (Immacolata Concezione) e, dopo il suo passaggio sulla terra, vive già per sempre in corpo e anima in cielo (Assunzione).

Anche Papa Francesco ci ha regalato un’altra immagine lunare di Maria proprio nel giorno dell’Assunzione. Ha detto che, proprio come il primo uomo che ha messo piede sul nostro satellite affermò che «questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità», così anche la piccola Maria, con la sua Assunzione, ha compiuto il primo passo di una di noi in cielo, aprendo così, insieme a lei, la strada a tutta l’umanità.

Quindi, congratuliamoci per questo piccolo grande passo che stiamo festeggiando in questi giorni e non dimentichiamo gli occhiali protettivi quando contempliamo il mistero di una madre che amiamo alla follia, per non rischiare di rimanere accecati dalla sua bellezza.

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

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Iniziative

MerydeMaria, gioielli cattolici realizzati da una giovane imprenditrice: «La Vergine Maria è la protagonista assoluta»

La giovane catalana Meritxell Abadia ha trasformato la propria conversione in un progetto di evangelizzazione attraverso gioielli benedetti e i social media.

Teresa Aguado Peña-15 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

A soli 22 anni, Meritxell Abadia (Mery), studentessa di Pubblicità e Marketing, ha avviato MerydeMaría, un marchio di gioielleria nato con uno scopo ben preciso: avvicinare le persone a Dio attraverso la bellezza, i social media e alcuni gioielli benedetti in diversi santuari mariani.

La sua storia è legata a quella della sua conversione. Pur essendo cresciuta in una famiglia cattolica, Mery racconta di aver avuto una fede superficiale. L’adolescenza, i problemi personali e alcune relazioni l’hanno portata ad allontanarsi da Dio fino a toccare il fondo. È stato allora che, una mattina, è entrata nella chiesa del suo paese insieme alla madre e alla nonna. Lì, davanti al Santissimo, ha provato una pace che non provava da anni.

«Ho sentito che Dio mi stava aspettando dietro la chiesa e mi diceva: »Finalmente sei qui”», ricorda. Da allora Meritxell racconta come ha iniziato a guarire, a lasciarsi alle spalle ambienti che non le facevano bene e ad affidarsi a Dio. Da quell’esperienza è nato MerydeMaría, un progetto che intende mettere le proprie conoscenze e la propria creatività al servizio dell’evangelizzazione. «Io sono solo lo strumento, ma sono loro il vero motore di tutto questo», afferma, riferendosi a Dio e alla Vergine Maria.

In questa intervista, Meritxell racconta la sua conversione, la nascita di MerydeMaría e il suo modo di intendere l'evangelizzazione.

Com'è stata la tua vita prima e dopo l'incontro personale con Dio?

–L’incontro con Dio ha cambiato il mio modo di intendere la vita: mi ha portato a riconsiderare il lavoro, alcune amicizie e il modo in cui tratto gli altri, ma anche me stessa. Ho adottato nuove abitudini, come la preghiera, e ho imparato a cercare ciò che mi avvicina al Signore.

È stato un percorso costellato di paure e difficoltà, anche all’interno della mia stessa famiglia, perché le persone possono avere una certa immagine di te e aspettarsi che tu rimanga sempre la stessa. Ma possiamo cambiare, ascoltare il Signore ed evolverci. Per me, la conversione è stata proprio questo percorso di trasformazione.

Com'è stato conciliare il tuo lavoro con la tua fede?

–Quando mi sono convertito, mi sono chiesto quale fosse il mio contributo attraverso il mio lavoro. La mia attività andava bene e mi fruttava dei soldi, ma non mi appagava più. Attraverso la preghiera ho affidato tutto nelle mani di Dio e ho capito che mi stava chiamando a uno scopo diverso.

Avevo sempre lavorato con i gioielli, quindi ho capito che potevo farlo ispirandomi alla fede. È nata così l’idea di creare gioielli cattolici, realizzati in Spagna e benedetti in diversi santuari. Tutto è nato dalla preghiera e, col tempo, ho potuto reinvestire i proventi del marchio per recarmi in quei luoghi, benedire i gioielli e vivere personalmente quell’esperienza.

Per me, MerydeMaria non è solo una collezione di gioielli, ma anche la mia stessa evoluzione nella fede. Per poterla trasmettere agli altri, devo prima viverla io stessa. Inoltre, credo che un gioiello possa essere qualcosa di bello che susciti interesse per la fede e dia adito a conversazioni su Dio.

Che ruolo ha la Vergine nella tua vita e in MerydeMaria?

–La Vergine è sempre stata molto presente nella mia vita. Fin da piccola sono andata spesso al Pilar di Saragozza e ho sempre portato con me il nastro del Pilar, quindi è la devozione a cui mi sento più legata.

La Vergine è molto presente per me, sia nella mia vita che nel nome stesso del marchio. “Mery” deriva dal mio nome e “María” è la Vergine, che è la protagonista assoluta di MerydeMaria. Per me, il nome esprime proprio questo: che tutto avvenga secondo la parola di Dio.

Col tempo ho scoperto la ricchezza delle diverse invocazioni. So che tutte rappresentano la stessa Vergine Maria, ma ognuna mi ricorda un aspetto diverso della sua storia e della sua missione. Fatima, ad esempio, mi parla di preghiera e di pace; Lourdes mi trasmette speranza e fiducia in mezzo alla sofferenza.

Parlo con la Madonna ogni giorno. La sento come mia madre e come la grande intercessora che porta le nostre richieste al Signore. Visitare i suoi santuari e conoscere la storia di ogni sua dedicazione ha fatto crescere molto la mia devozione e mi ha aiutato ad avvicinarmi di più a lei.

Portate tutti i gioielli nei santuari mariani…

–Sì. Per me era importante non parlare delle dedicazioni alla Vergine senza aver prima conosciuto i suoi santuari e le loro storie. Per questo, ogni volta che è stato possibile, ho portato i gioielli in questi luoghi per farli benedire e vivere in prima persona l’esperienza che rappresentano.

Quando non è stato possibile recarmi in un santuario, ho cercato altri modi per benedirli, come portarli in una cattedrale o usare l’acqua santa. L’obiettivo è che tutti i gioielli siano benedetti, sia in un santuario, sia da un sacerdote, sia con l’acqua santa.

Come hanno accolto i giovani il vostro lavoro di evangelizzazione sui social?

–Nella preghiera chiedevo al Signore e alla Vergine di avvicinare MerydeMaria alle persone che hanno bisogno di conoscerla. È così che è nata anche l’idea di utilizzare i social non solo per mostrare i gioielli, ma anche per offrire qualcosa in più ed evangelizzare.

Ho iniziato a condividere storie su patroni come Fatima, date importanti per la Chiesa e anche situazioni quotidiane legate alla fede. In fin dei conti, siamo giovani e tutti possiamo provare paure, dubbi o momenti in cui non capiamo cosa Dio ci stia chiedendo. Cerco di trasmettere queste esperienze nei miei post affinché altre persone possano identificarsi.

L'accoglienza è stata molto positiva. Ricevo messaggi da persone che mi raccontano che un mio post le ha aiutate a comprendere meglio una situazione che stavano vivendo. Per me, anche se un post raggiunge molte persone, se aiuta davvero tre di loro, ha già raggiunto il suo scopo.

Cosa pensi che i giovani abbiano bisogno di sentire? 

–I giovani hanno bisogno di sentire parole di speranza e, soprattutto, la frase di Papa Leone XIV: «Alza lo sguardo», che mi ha fatto riflettere molto.

Tutti abbiamo delle difficoltà e una croce da portare, ma dobbiamo cercare di affrontare la vita con fiducia, amore e speranza. I social media possono generare frustrazione mostrando un’immagine idealizzata della vita, quando in realtà tutti attraversiamo momenti difficili.

La fede non promette che tutto andrà per il meglio né che non dovremo affrontare prove difficili. Ci ricorda che Dio è presente anche in quelle prove e che la nostra vita ha uno scopo. Per questo, il mio messaggio ai giovani è di avere fiducia e di non perdere la speranza.

Risorse

Il giorno in cui il Cielo rimase senza fiato

L'autore propone un breve racconto sull'Assunzione della Santissima Vergine Maria e sulla sua incoronazione a Regina di tutto il creato.

Eloy Asenjo Carpintero-15 agosto 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

In una piccola casa di Efeso il tempo sembrava essersi fermato. Già da molti anni Maria era il faro della Chiesa nascente; era lei che cercava i discepoli uno per uno per consolarli e si prendeva cura di tutti loro con la tenerezza di una chioccia verso i propri pulcini, ma le forze, a poco a poco, cominciavano a venirle meno.

Quel 15 agosto l’alba sorse come in qualsiasi altro giorno. Vedendo che Maria tardava a scendere, una delle sante donne salì con cautela nella sua stanza e la trovò a letto, con il volto più bello e sereno che si potesse immaginare, come immersa in un sonno profondo. Avvicinandosi e toccandole delicatamente il fianco, non ottenne alcuna risposta.

«Juan, vieni subito!» sussurrò con le lacrime agli occhi. 

Ben presto la casa si riempì completamente. I discepoli, i vicini e una schiera di bambini che volevano sinceramente bene a Maria accorsero di corsa. Ma lì non c’era freddo, né paura, né odore di morte. C’era una luce soffusa che avvolgeva la stanza e una pace così profonda che si poteva quasi toccare. In mezzo a un silenzio sacro, rotto solo da qualche sospiro o dal tenero «tirarsi su il naso» dei più piccoli, Maria aprì gli occhi. Sorrise, cercò lo sguardo di ciascuno per salutare e cominciò a elevarsi. Gesù aveva deciso di portarla via in corpo e anima. Colei che era stata preservata dal peccato era ora preservata dalla corruzione della morte. Se ne andava in Paradiso, sì, ma per poter essere contemporaneamente al fianco di ciascuno dei suoi milioni di figli sulla Terra.

Mentre il mondo si riempiva di una gioia mistica, in Cielo si scatenò un caos benedetto, perché l’arrivo di Maria colse gli angeli completamente alla sprovvista.

«Ma come, è già qui?!» esclamò San Gabriele correndo per i corridoi celesti con una mazzetta di pergamene sotto il braccio.

Il comitato di benvenuto era completamente sopraffatto. Non c’era tempo per provare una nuova sinfonia; i telai celesti non riuscivano a stare al passo con i milioni di ordini di abiti da cerimonia, e le cuoche correvano dalla dispensa ai fornelli con le mani sui capelli, perché non c’era tempo per preparare nulla degno di Lei.

Gabriel, che provava un’infatuazione totale per Maria sin dal giorno dell’Annunciazione, deglutì. Sapeva che per convincere San Michele, l’inflessibile capo delle milizie celesti, doveva presentarsi con un argomento solido e indiscutibile; per questo, prima di andare a cercarlo, corse verso i grandi hangar di luce per parlare con San Raffaele, il direttore del dipartimento dei Custodi.

—Rafael, la Madre è arrivata e quassù è tutto improvvisato! —esclamò Gabriel senza fiato. — Se ci presentiamo a Michele, ci dirà che il protocollo è sacro. Ma se tu vieni con me e gli spieghi l’immenso dispiegamento di forze che le tue guardie devono preparare in suo onore, non potrà rifiutarsi. Per Lei non possiamo fare le cose alla bell’e meglio!

Raffaele, il cui sguardo trasudava sempre una pace e una saggezza infinite, sorrise immediatamente e annuì. Con il peso dei due arcangeli uniti, andarono incontro a San Michele. Gli comunicarono la loro profonda preoccupazione e, con grande sorpresa di Gabriele, l’intervento di Raffaele e la logica della situazione indussero Michele ad abbandonare la sua consueta rigidità.

«Avete ragione», annuì Miguel con fermezza. «Quando si tratta di Lei, non possiamo improvvisare. Venite con me a esporre le vostre argomentazioni al Comando».

I tre Arcangeli si fecero coraggio e bussarono alla porta della Santissima Trinità. Appena entrarono, Dio Padre, Gesù e lo Spirito Santo li guardarono divertiti, poiché a Loro, ovviamente, nulla aveva colto di sorpresa.

«Non c’è tempo, vero?» disse il Padre, rompendo il silenzio con un sorriso. «No, Signore, perché è Lei!» esclamò Gabriel con il cuore in gola.

Gesù intervenne, facendo l’occhiolino a Gabriele per assicurargli che avrebbe parlato con sua Madre e le avrebbe chiesto scusa per non averla avvisata prima della sua Incoronazione, mentre lo Spirito Santo concedeva una proroga di un’intera settimana. I tre arcangeli tirarono un sospiro di sollievo. Per la prima volta nella storia dell’eternità, san Michele convocò una riunione d’urgenza per modificare i piani e, quando comunicò a tutti gli angeli che l’Incoronazione sarebbe stata rinviata di sette giorni affinché tutto fosse perfetto, l’intero Cielo esplose in un applauso. Solo Maria poteva compiere il miracolo di rendere San Michele più flessibile!

Sono stati sette giorni di attività frenetica. Mentre i cori provavano e San Michele organizzava le procedure, Maria passeggiava felice, assaporando la grandiosità della sua nuova dimora. Ha vissuto incontri che hanno fatto piangere di gioia il Cielo: ha abbracciato san Giuseppe, i suoi genitori Gioacchino e Anna, e sua cugina Elisabetta. Ma, senza dubbio, uno dei momenti più commoventi fu l’incredibile merenda che organizzò con i Santi Innocenti: un’immensa assemblea di bambini a cui l’orrore dell’aborto aveva impedito di vedere la luce del giorno sulla Terra. A quelle anime innocenti e pure, che non sono mai nate, Maria ha riservato un amore traboccante, riempiendole di coccole, baci e carezze, facendo loro sentire il calore della Madre che il mondo aveva loro negato.

Tuttavia, ciò che affascinò maggiormente Maria durante quei sette giorni di tregua non furono i palazzi d’oro, bensì gli immensi hangar inondati di luce dove lavoravano gli Angeli Custodi. San Raffaele, grato di aver fatto parte del corteo che era riuscito a fermare il tempo, la accolse inchinandosi profondamente.

—Mamma —le disse con voce melodiosa—, so che il tuo corpo è qui, ma il tuo cuore è ancora laggiù, che batte per i tuoi figli. Lascia che ti mostri come funziona il tuo esercito.

Rafaele guidò Maria attraverso infinite legioni di angeli, che si preparavano in sezioni millimetriche. Maria osservava quella frenetica attività con occhi stupiti e un desiderio protettivo che le infiammava l’anima. San Raffaele le indicò innanzitutto una sezione in cui gli angeli esaminavano mappe ricche di fili dorati, spiegandole che erano i custodi dei giovani, dei bambini e degli adolescenti. La loro missione era quella di sussurrare loro all’orecchio nel bel mezzo delle tempeste dell’adolescenza, custodirne l’innocenza e aiutarli a scoprire la splendida vocazione che Dio aveva pensato per ciascuno di loro.

Maria si avvicinò a uno di quei giovani guardiani che stava affilando le sue ali invisibili prima di partire per la Terra, e gli toccò la spalla con divina tenerezza: 

«Quando mio figlio soffrirà perché dubita della sua strada», sussurrò Maria all’angelo, «digli che sono io stessa a sostenerlo. Non lasciare che inciampi».

San Raffaele la condusse quindi in un’ala immensa che brulicava di attività, con quattro intere legioni incaricate di custodire uomini e donne con vocazione matrimoniale, una sezione in cui San Gabriele gli dava una mano coordinandoli. Rafael le spiegò che il loro compito era estremamente arduo: mantenere vivo il fuoco dell’amore quotidiano, infondere pazienza nelle notti di stanchezza, sanare le ferite dell’orgoglio e proteggere le famiglie della Terra. Maria, commossa nel ricordare la propria casetta di Nazareth, pensò che attraverso di loro Lei stessa sarebbe entrata nelle cucine, nei salotti e nelle notti insonni di ogni famiglia per essere la Pacificatrice.

Proseguirono nel loro cammino e Rafael gli mostrò le due legioni incaricate di custodire coloro che si dedicavano a Dio nel celibato apostolico, e altre due dedicate alle famiglie dei religiosi, i cui angeli indossavano i colori delle vesti terrene. Infine, contemplarono gli arcangeli ministeriali, quelli il cui unico scopo era assistere i sacerdoti e i diaconi all’altare.

Di fronte a questo meraviglioso spettacolo, Maria comprese la grandezza dell’Amore Divino. Gli angeli erano i ponti, ma Lei sarebbe stata la mappa. Guardando san Raffaele, Maria sorrise con una determinazione celeste:

—Rafael, il tuo dipartimento avrà molto lavoro da fare. Perché d’ora in poi, ogni preghiera, ogni Ave Maria e ogni lacrima che i miei figli verseranno sulla Terra, diventerà un ordine diretto per voi. Sarete le mie mani e i miei piedi laggiù.

Rafael, commosso dalla genialità della sua nuova Regina, annuì con entusiasmo, assicurandole che erano tutti pronti e che aspettavano solo la sua corona per iniziare a volare sotto i suoi ordini.

E così arrivò il grande giorno. Un sentiero luminoso, come il riflesso della luna sul mare calmo, si estendeva dalla casa di Maria fino a una scalinata fiorita dove attendeva la Trinità. Il Cielo era un oceano di colori: i martiri erano vestiti di rosso, le vergini di blu e i santi di un bianco purissimo, e alcuni di loro portavano una bellissima bordatura verde che correva lungo i bordi, le maniche e i colletti delle loro tuniche. Erano i santi laici, «i santi della porta accanto».

Questo dettaglio cromatico racchiude un significato profondo: mentre i grandi santi degli altari brillavano per miracoli o martiri straordinari, essi rappresentavano la santità della vita quotidiana. Il bianco delle loro vesti proclamava la purezza del loro battesimo, ma il verde era il colore della speranza e del tempo comune sulla Terra: quello delle giornate di lavoro invisibile, quello della pazienza nelle veglie e quello della fedeltà nascosta in famiglia.

Erano le madri e i padri che hanno reso sacra la tavola da pranzo, i professionisti che hanno lavorato con onestà e i semplici vicini che hanno teso una mano in silenzio; anime che non hanno vissuto ai margini del mondo, ma che sono state il riflesso dell’Amore di Dio nel cuore dei propri quartieri, camminando al fianco di ciascuno di noi.

Alle dodici in punto le campane risuonarono e iniziò a risuonare l’Angelus mentre il corteo si metteva in marcia. Per prime sfilavano madri e nonne che spargevano rosmarino; poi, giovani vergini che profumavano l’aria con fiori d’arancio. Poco prima che apparisse Maria, avanzò quel gruppo benedetto di bambini e bambine vestiti di rosso: i Santi Innocenti che Maria aveva consolato giorni prima, che ora camminavano con un immenso sorriso celestiale, spargendo allegri petali di gelsomino lungo il percorso.

Quando Lei apparve, la musica si interruppe per un istante e l’intero Cielo trattenne il respiro, poiché nessuno aveva mai visto tanta bellezza. Maria indossava un abito bianco così radioso da sembrare «vestita di sole», uno splendore che illuminava senza ferire gli occhi. Indossava un mantello blu dell’Immacolata e una pettinatura semplice impreziosita da ornamenti che brillavano come la luna e le stelle.

Appena la vide, l’orchestra iniziò a suonare una versione celestiale e maestosa del Magnificat. Maria, commossa da tanto amore, cominciò a salire la scalinata, mentre i serafini lanciavano petali di rosa e inondavano l’aria con il loro profumo. Giunta in cima, si prostrò in adorazione.

Gesù si alzò, le prese delicatamente la mano e la fece voltare in modo che potesse guardare tutto il suo popolo. Il Padre si collocò alla sua destra, Gesù alla sua sinistra e lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, sbatté le ali proprio dietro la sua testa. San Michele si fece avanti portando una splendida corona con dodici stelle e, in quell’istante, tutto il Cielo si inginocchiò a terra. Le voci di milioni di angeli e santi tuonarono all’unisono recitando le litanie: «Madre di Dio! Porta del Cielo! Regina degli Angeli! Regina della Pace!». 

La Trinità gli posò la corona sul capo e il Cielo esplose in un applauso. I fuochi d’artificio più grandiosi mai visti disegnarono luci incredibili nel firmamento celeste, chiudendo lo spettacolo con una silhouette che fece piangere di commozione tutti: un rosario gigante disegnato con stelle di luce.

E così ebbe inizio la grande sfilata! San Michele si mise in marcia dietro alcune maestose bandiere recanti gli attributi della Regina, seguito dai suoi arcangeli ministri. Dietro di loro marciavano le legioni dei religiosi e dei consacrati. Poi, San Gabriele guidò con passo deciso le quattro legioni dei custodi del matrimonio. E a chiudere la sfilata, con uno splendore gioioso e pieno di speranza, apparve San Raffaele alla guida dei custodi dei giovani e dei bambini.

Passando davanti al trono di Maria, Rafael alzò il suo bastone da viandante e tutti gli angeli custodi spiegarono le ali all’unisono, porgendo un saluto affettuoso e solenne. Sapevano che, da quel momento in poi, le loro missioni sulla Terra avrebbero avuto il profumo e il sostegno della Regina del Cielo.

Al termine della grande «Salve Regina», cantata con un entusiasmo tale da far tremare le stelle, ebbe inizio il banchetto. Ma Maria, fedele al suo stile di Madre, non si sedette sul suo trono. Con il suo imponente abito di sole e il mantello blu, cominciò a passeggiare tra i tavoli. Assaggiava un boccone da ogni piatto, rideva con san Raffaele commentando le prossime «strategie di protezione» per il giorno seguente sulla Terra e, con il suo dolce sguardo, si assicurava che nessuno dei suoi figli, né in Cielo né sulla Terra, si sentisse mai più solo.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Leone XIV chiede di proteggere i minori sfollati

Papa Leone XIV ha pubblicato il suo messaggio in occasione della 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, concentrandosi sui minori sfollati.

Paloma López Campos-14 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Papa Leone XIV ha pubblicato il suo messaggio per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si terrà il prossimo 27 settembre 2026. Con lo slogan “Anche solo uno di questi piccoli”, il Pontefice lancia un appello affinché si presti particolare attenzione ai minori coinvolti nei flussi migratori, definendoli “i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali».

Nel documento, datato 11 agosto 2026, il Papa denuncia che milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare le proprie terre a causa di guerre, povertà, violenza e disastri ambientali. Leone XIV mette in guardia dalle molteplici tragedie che questi minori devono affrontare, tra cui la separazione dalle loro famiglie, “le morti lungo i percorsi migratori, la tratta di esseri umani, il reclutamento nei conflitti armati”, la violenza sessuale e i matrimoni forzati. Di fronte a questo scenario, avverte che i minori migranti rischiano facilmente di essere “relegati nell’invisibilità, in assenza di adulti che li proteggano”.

La dignità dei minori

Ricordando il messaggio di Papa Francesco del 2017, Leone XIV ribadisce che questi bambini si trovano indifesi perché sono “minori, stranieri e indifesi». Tuttavia, spicca anche la luce della solidarietà offerta da famiglie, educatori, volontari e comunità che non distolgono lo sguardo e “si dedicano a curare le ferite invisibili di questi piccoli».

Ispirandosi al Vangelo, il leader religioso invita la società a superare l’indifferenza e a non ridurre gli esseri umani a semplici dati statistici. Sottolinea che ogni bambino possiede una dignità infinita e che accogliere un minore migrante costituisce un atto di umanità e di fede.

Il messaggio si conclude con un forte appello alla responsabilità collettiva articolato su diversi livelli: a livello personale ed ecclesiale, chiede alle comunità cristiane di fare dell’ospitalità “una pratica pastorale costante” e di integrare i rifugiati e gli immigrati, prevenendone la solitudine e l’emarginazione.

Nel dialogo interreligioso, incoraggia le diverse confessioni a collaborare alla creazione di reti di protezione per evitare il “rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremisti”. E esorta le istituzioni civili a riaffermare “l’interesse superiore del minore” e ad adottare strumenti giuridici efficaci di protezione, “promuovendo il ricongiungimento familiare».

Tutela dei diritti umani

Su quest’ultimo punto, Papa Leone XIV cita il suo recente discorso al Parlamento spagnolo a Madrid, pronunciato l“8 giugno 2026, per chiedere che si cambi l’orientamento del dibattito: ”dalla semplice gestione dei flussi migratori“ alla tutela dei diritti umani attraverso una ”risposta coordinata, solidale ed efficace».

Infine, il Pontefice sottolinea la necessità di intervenire nei paesi di origine per eliminare le cause della fuga e affida i minori migranti alla protezione materna della Vergine Maria.

Evangelizzazione

Miracoli della Vergine Maria e natura: ‘il sole ha danzato’, nevicate, fiori…

In occasione delle apparizioni più note della Vergine Maria, si sono verificati eventi inspiegabili e miracolosi legati alla natura. La ‘danza del sole’ a Fatima, i fiori in inverno sul Tepeyac (Guadalupe) o la nevicata del 5 agosto del 358 a Roma.

Francisco Otamendi-14 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel corso della storia della Chiesa, alcune apparizioni della Vergine Maria sono state associate a eventi straordinari che, nel linguaggio popolare, vengono spesso definiti ‘miracoli della Vergine’ e sono legati a fenomeni naturali.

A volte si nota una certa riluttanza a usare il termine “miracoli”, anche nel linguaggio ecclesiale. Tuttavia, i miracoli di Gesù riportati nei Vangeli furono davvero numerosi. 

Basta leggere, già nel capitolo 8 di San Matteo, i primi tre che l’evangelista cita: le guarigioni di un lebbroso, di un servo del centurione e della suocera di Pietro. Prima di questi eventi si erano verificati la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana e la pesca miracolosa, seguiti poi dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dalla resurrezione di Lazzaro e da una lunga serie di altri eventi.

Con il miracolo delle nozze di Cana (magnifico l’episodio di *The Chosen* dedicato a questo tema), che san Giovanni narra all’inizio del capitolo 2, ha inizio la manifestazione della gloria del Figlio di Dio. “A Cana di Galilea Gesù compì il primo dei segni (miracoli) con cui manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in Lui”, scrive san Giovanni. E lì c’era sua Madre, la Santissima Maria, che collaborava all’opera salvifica di Gesù.

Gli eventi straordinari verificatisi in occasione delle apparizioni della Vergine Maria non sono stati formalmente dichiarati miracoli dalla Chiesa, ma possiamo rilevare un elemento comune a molti di essi: riguardano la natura, il sole, la neve, i fiori… Vediamone brevemente alcuni.

Papa Leone XIV all’uscita da Santa Maria Maggiore a Roma (Foto: CNS/Vatican Media).

La neve di agosto a Santa Maria Maggiore a Roma

Uno dei racconti mariani più antichi di questo genere è ambientato a Roma, nel IV secolo. Così ha raccontato Gerardo Ferrara.

“Secondo la tradizione, la fondazione di Santa Maria Maggiore ha origine da un sogno e culmina con una nevicata, evento di per sé già raro a Roma, per di più nel mese di agosto dell’anno 358, sotto il pontificato di papa Liberio (motivo per cui la basilica è anche chiamata “liberiana”). La Vergine apparve in sogno contemporaneamente al Papa e a un patrizio romano di nome Giovanni, ordinando loro di costruire una chiesa nel luogo in cui, il giorno seguente, avrebbero trovato la neve. E la mattina del 5 agosto, sul colle Esquilino, uno dei sette colli di Roma, la neve era davvero lì.

Il ricordo della neve di agosto vive ancora oggi in una celebrazione: ogni 5 agosto, nella basilica si celebra la “Vergine delle Nevi”, con una pioggia di petali bianchi che cade dall’alto della cupola durante la messa, simile a quella di petali rossi al Pantheon a Pentecoste”.

Fatima: il sole che “danzò” nel 1917

Forse nessun altro fenomeno legato a un'apparizione mariana ha raggiunto tanta notorietà quanto il cosiddetto ‘miracolo del sole’ di Fatima. Il 13 ottobre 1917, durante l’ultima delle apparizioni della Madonna ai tre pastorelli — Lucia dos Santos e i suoi cugini Francisco e Jacinta Marto, ora canonizzati—, alla Cova da Iria si radunò una folla che il Santuario di Fatima stima tra le 50.000 e le 70.000 persone.

Lucia aveva annunciato che quel giorno si sarebbe verificato un segno. Dopo l’apparizione, si verificò il fenomeno che in seguito sarebbe stato conosciuto come la ‘danza’ o il ‘ballo del sole’. Il resoconto del quotidiano portoghese O Século, pubblicato il 15 ottobre 1917, descrive come il sole sembrasse tremare ed effettuare movimenti bruschi che gli osservatori considerarono straordinari. Lo stesso Santuario di Fatima riporta la testimonianza dell’epoca e stima in circa 70.000 il numero delle persone presenti.

Manuel Fernando Sousa e Silva menziona, tra le altre cose, il nome dell’autore: il giornalista Avelino de Almeida, non credente, nel suo libro della collana Homo Legens intitolato ‘I pastorelli di Fatima’. Inoltre, riporta le testimonianze degli scienziati che si sono recati sul posto. Ricardo Cardoso ha illustrato su Omnes gli aspetti salienti di queste apparizioni, basandosi sui racconti di Suor Lucia (‘Memorie di Suor Lucia”)').  

Il fenomeno solare, unito al messaggio della Madonna

Si potrebbe affermare che, a Fatima, il segno, ovvero il fenomeno solare, fosse legato al messaggio della Vergine: preghiera, conversione e penitenza, e in modo del tutto particolare la recita quotidiana del Rosario. 

È significativo che il fenomeno sia stato osservato da una folla. È proprio questa circostanza a spiegare gran parte dell’importanza storica di Fatima. E soprattutto, il fatto che la Madonna avesse promesso più volte che in ottobre avrebbe compiuto un miracolo affinché tutti credessero nell’autenticità delle apparizioni, scrive Sousa.

La Vergine di Guadalupe appare all'indigeno Juan Diego (Wikimedia commons).

Guadalupe: i fiori di dicembre e l’immagine sulla tilma

Secondo il tradizione guadalupana, nel dicembre del 1531 la Vergine Maria apparve più volte all’indigeno Juan Diego Cuauhtlatoatzin, oggi canonizzato, sul colle del Tepeyac (Messico). Durante quelle apparizioni, la Vergine gli chiese di recarsi dal vescovo frate Juan de Zumárraga per chiedergli di costruire un tempio in quel luogo e di trasmettere il suo messaggio d’amore. Il vescovo chiese un segno come prova dell’autenticità del messaggio.

Nell'apparizione successiva, la Beata Madre Maria di Guadalupe incaricò Juan Diego di tagliare le rose di Castiglia che erano miracolosamente fiorite sul Tepeyac - cosa impossibile in quell'epoca, in quel dicembre e in quel luogo - e di portarle al vescovo avvolte nella sua tilma. 

Quando la dispiegò davanti a frate Juan de Zumárraga, i fiori caddero e l’immagine della Vergine Maria rimase impressa in modo prodigioso sulla tilma di Juan Diego, rivelando il suo volto e la sua figura. Di fronte a questo segno, il vescovo credette e ordinò di costruire il tempio richiesto, dando origine alla profonda devozione a Guadalupe in Messico, in tutta l’America e nel mondo. 

D'altra parte, esistono numerosi fatti, almeno nove, che gli esperti hanno concluso essere sciientificamente inspiegabili, analizzando l’ayate o tilma dell’indigeno Juan Diego, su cui era impressa l’immagine della Madonna. Queste conclusioni riguardano la tilma stessa e, soprattutto, gli occhi della Madonna.

Lourdes: la fonte che sgorgò dalla roccia

A Lourdes, l’11 febbraio 1858, la Vergine apparve per la prima volta a Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle. Le apparizioni proseguirono fino al 16 luglio e furono diciotto in totale. Nel 1862, il vescovo di Tarbes, monsignor Bertrand-Sévère Laurence, riconobbe ufficialmente l’autenticità delle apparizioni al termine di un’indagine.

Uno dei momenti decisivi ebbe luogo il 25 febbraio. Secondo la testimonianza di Bernadette, la Signora le indicò di bere e di lavarsi in un punto della grotta. La giovane scavò con le mani nel terreno e cominciò a sgorgare acqua. Quella sorgente divenne in seguito uno dei simboli caratteristici di Lourdes e la fonte dell’acqua utilizzata dai pellegrini.

Le guarigioni

Lourdes presenta una caratteristica eccezionale: le guarigioni. Sin dai tempi delle apparizioni sono stati segnalati migliaia di casi di persone che affermano di aver riacquistato la salute dopo essersi recate al santuario. Per studiarli, nel 1883 fu istituito l’Ufficio delle Constatazioni Mediche, proprio con lo scopo di sottoporre le presunte guarigioni a un’indagine medica rigorosa e collegiale.

È importante usare prudenza. Non tutte le guarigioni avvenute a Lourdes sono considerate miracolose dalla Chiesa. Il Santuario riporta attualmente oltre 7.000 casi di guarigione registrati e 70 riconosciuti come miracolosi dalla Chiesa. La procedura prevede che i medici stabiliscano che la guarigione non sia spiegabile con le conoscenze mediche attualmente disponibili e che presenti le caratteristiche richieste per essere considerata straordinaria, duratura e completa. Spetta poi all’autorità ecclesiastica competente pronunciarsi sul suo carattere miracoloso.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Cultura

Dal Messico al Vaticano: i santuari cattolici che attirano milioni di persone ogni anno

Dal Messico a Gerusalemme, in tutto il mondo sono sparsi santuari e templi cattolici che accolgono milioni di visitatori ogni anno.

Paloma López Campos-14 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Che sia per sincera devozione, per ammirazione architettonica o per la semplice curiosità di assistere a fenomeni culturali di massa, il turismo religioso muove le masse in tutto il pianeta.

Da Città del Messico a Gerusalemme, ecco i santuari cattolici più visitati del pianeta, la storia che li caratterizza e le impressionanti cifre relative al numero di visitatori che registrano.

Basilica di Nostra Signora di Guadalupe (Città del Messico)

Con un numero di visitatori compreso tra i 18 e i 20 milioni all'anno, è la regina indiscussa dei pellegrinaggi mariani. Situata ai piedi del colle del Tepeyac, la sua storia risale al 1531, quando la Vergine Maria apparve all'indigeno Juan Diego.

L'immagine miracolosamente impressa sulla sua tilma (coperta) è oggi l'oggetto di fede più venerato delle Americhe. Ogni 12 dicembre, il complesso accoglie un'enorme marea umana di devoti che arrivano a piedi, in bicicletta o in ginocchio per cantarle “Las Mañanitas”.

Immagine della Vergine di Guadalupe (Foto CNS / Paul Haring)

Basilica di San Pietro e il Vaticano (Città del Vaticano)

È il centro nevralgico e spirituale della Chiesa cattolica. Accoglie tra i 15 e i 18 milioni di visitatori all’anno. Costruita sulla tomba dell’apostolo San Pietro, l’attuale basilica — opera di artisti come Michelangelo e Bernini — è sia un tempio sacro sia uno dei più importanti musei a cielo aperto dell’umanità.

Tra le udienze papali del mercoledì e le code infinite per ammirare la “Pietà”, il Vaticano è un continuo brulicare di fede e turismo.

Piazza San Pietro in Vaticano (Foto CNS / Vatican Media)

Santuario Nazionale di Nostra Signora di Aparecida (Brasile)

L'America Latina stabilisce nuovamente un record con la seconda basilica più grande al mondo per superficie, seconda solo a San Pietro. Questo tempio accoglie tra i 12 e i 13 milioni di visitatori all'anno.

La sua storia ebbe inizio nel 1717, quando tre pescatori ripescarono dalle acque del fiume Paraíba do Sul una piccola statua in terracotta della Vergine. Oggi, la patrona del Brasile è venerata in un gigantesco complesso monumentale nello Stato di San Paolo, in grado di accogliere contemporaneamente decine di migliaia di fedeli.

Esterno della cattedrale di Nostra Signora di Aparecida (Foto OSV News / Carla Carniel, Reuters)

Notre-Dame e Sacré-Cœur (Parigi, Francia)

Parigi non vive solo della Torre Eiffel. La Basilica del Sacré-Cœur, che domina la collina di Montmartre, attira moltissime persone grazie al panorama che offre e all’adorazione eucaristica ininterrotta che vi si svolge dalla fine del XIX secolo.

Da parte sua, la mitica Cattedrale di Notre-Dame, dopo il devastante incendio del 2019, ha ritrovato il suo splendore, attirando oltre 10 milioni di visitatori nel primo anno dalla riapertura e confermando il suo status di gioiello del gotico universale.

Ciascuno di questi due templi accoglie tra i 10 e i 12 milioni di visitatori all'anno.

Basilica del Sacré-Cœur in Francia (Foto OSV News / Stefan Wermuth, Reuters)

Santuario di San Pio da Pietrelcina (San Giovanni Rotondo, Italia)

C'è un piccolo angolo della Puglia che è diventato un vero e proprio fenomeno di massa grazie a Padre Pio, un frate cappuccino famoso per le sue stigmate, i suoi doni mistici e la sua dedizione al confessionale nel corso del XX secolo. La sua tomba e la moderna chiesa progettata da Renzo Piano accolgono un flusso incessante di pellegrini in cerca di conforto o miracoli, arrivando a raggiungere i 7 milioni di visitatori all’anno.

Papa Francesco prega davanti alle spoglie di Padre Pio conservate nel suo santuario (Foto CNS / per gentile concessione del Santuario di San Pio da Pietrelcina)

Santuario di Nostra Signora di Lourdes (Francia)

Nel 1858, una giovane pastorella di nome Bernadette Soubirous affermò di aver visto la Vergine nella grotta di Massabielle. Da lì sgorgò una sorgente alla quale vengono attribuite proprietà miracolose.

Oggi Lourdes è la meta per eccellenza per i malati e le persone con disabilità di tutto il mondo, nota soprattutto per le sue processioni con le fiaccole e i bagni nell’acqua benedetta. Ogni anno accoglie circa 6 milioni di persone.

Facciata del Santuario di Nostra Signora di Lourdes (Foto CNS / Paul Haring)

Santuario di Nostra Signora di Fatima (Portogallo)

Nel pieno della Prima guerra mondiale (1917), tre bambini pastori affermarono di aver assistito alle apparizioni della Vergine e ai celebri «tre misteri di Fatima». L’enorme spianata del santuario, grande il doppio di Piazza San Pietro, colpisce particolarmente nelle notti di maggio e ottobre, quando migliaia di candele accese illuminano l’oscurità. Ecco perché ogni anno accoglie quasi 6 milioni di pellegrini.

Processione al santuario della Vergine di Fatima (Foto OSV News / Pedro Nunes, Reuters)

Cattedrale di Santiago de Compostela (Spagna)

Meta finale dello storico Cammino di Santiago, questa cattedrale dal IX secolo custodisce la tomba dell'apostolo Giacomo il Maggiore.

Sebbene attiri turisti tradizionali, la sua particolarità risiede nelle migliaia di pellegrini che percorrono a piedi centinaia di chilometri da diverse località d’Europa per abbracciare il Santo e vedere volare il famoso Botafumeiro. Complessivamente, si contano quasi 5 milioni di visitatori all’anno.

I pellegrini arrivano alla cattedrale di Santiago de Compostela (Foto OSV News / Felix Ordonez, Reuters)

Chiesa del Santo Sepolcro (Gerusalemme, Terra Santa))

Dal punto di vista teologico, non esiste luogo più sacro per la cristianità. La basilica racchiude il colle del Golgota (dove Gesù fu crocifisso) e il sepolcro vuoto della Resurrezione.

La sua custodia è condivisa tra diverse confessioni religiose (cattolici francescani, ortodossi greci, armeni, tra gli altri), il che la rende un affascinante — e talvolta complesso — mosaico di tradizioni e liturgia.

Ogni anno, il Santo Sepolcro accoglie tra i 2 e i 4 milioni di visitatori.

Facciata della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
Facciata della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
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Evangelizzazione

I santi di Auschwitz: Kolbe, Stein, i salesiani… L’obiettivo: l’educazione

Educare i giovani era “pericoloso” per l’occupante nazista. Per questo motivo, Auschwitz-Birkenau – nome tedesco della città polacca di Oświęcim – e Dachau furono grandi campi di sterminio e di internamento. Oltre a Massimiliano Kolbe, la cui festa viene celebrata dalla Chiesa il 14 agosto, e a Edith Stein, ci sono altri santi di Auschwitz.

Francisco Otamendi-13 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Una notte del 1941, un prigioniero fuggì dal campo di concentramento di Auschwitz e, secondo i nazisti, per ogni uomo evaso ne dovevano morire dieci. La prima scelta ricadde sul sergente polacco Franciszek Gajowniczek, di 41 anni. Nel silenzio generale, l’uomo iniziò a piangere e a dire: “Mio Dio, ho una moglie e dei figli. Chi si prenderà cura di loro?”. Massimiliano Kolbe si offrì di sostituirlo, dicendo: “Mi offro di prendere il posto di quest’uomo, sono un sacerdote cattolico e polacco, e non sono sposato”.

L'ufficiale acconsentì e padre Kolbe fu condotto, insieme agli altri nove, in una cella dove non avrebbero ricevuto né acqua né cibo. Il secondo o terzo giorno alcuni cominciarono a morire. Nel frattempo, da quella prigione si udivano preghiere e canti dedicati alla Vergine.

Il 14 agosto 1941

I tedeschi avevano un guardiano polacco incaricato di portare via i cadaveri di coloro che morivano e di svuotare la latrina collocata nella cella. Lui stesso lo ha raccontato, e la sua testimonianza è conservata negli archivi dei tribunali e in quelli del Vaticano. Kolbe e altri tre resistettero fino al giorno quindici, ha raccontato Pedro Estaún. Il comandante aveva bisogno della cella per un nuovo gruppo di condannati e ordinò al medico del campo che un’iniezione di acido fenico spegnesse l’ultimo battito delle loro vite. Era il 14 agosto 1941. Kolbe aveva 47 anni.

L'offerta di Kolbe non fu un atto eroico isolato. La sua vita fu piena di abbandono a Dio. All’età di tredici anni entrò nel seminario dei Frati Minori Conventuali a Leopolis. Nel 1931, il Papa chiese dei missionari per evangelizzare l’Asia. Massimiliano si offrì volontario e fu inviato in Giappone, dove rimase per cinque anni. 

Sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau nel 1945 a Oswiecim, in Polonia, dove si stima siano morte più di un milione di persone (Foto OSV News/Yad Vashem Archives via Reuters).

Nel campo di sterminio nazista fu assegnato ai lavori forzati, e subì, come i suoi compagni, umiliazioni, percosse, insulti, morsi dei cani, getti d’acqua gelida quando era divorato dalla febbre, dalla sete, dalla fame, andavene e venivane trascinando cadaveri dalle celle al forno crematorio… Auschwitz era l’anticamera dell’inferno, racconta Estaún.

Beatificato da san Paolo VI, canonizzato da san Giovanni Paolo II

Papa San Paolo VI lo dichiarò beato nel 1971. Tra i pellegrini giunti dalla Polonia c’era un anziano di nome Franciszek Gajowniczek: era l’uomo per il quale Kolbe aveva offerto la propria vita trent’anni prima. 

Anni dopo, san Giovanni Paolo II, dopo la sua elezione a Pontefice, visitò Auschwitz e disse: “Massimiliano Kobe ha agito come Gesù: non ha subito la morte, ma ha donato la vita”. Il 10 ottobre 1982, il Papa polacco lo canonizzò davanti a una folla riunita in Piazza San Pietro.

Il Museo Statale di Auschwitz, dove furono deportate circa 1,3 milioni di persone e circa 1,1 milioni furono uccise, riporta che nel campo furono sterminati fino a 149 sacerdoti e religiosi cattolici di sesso maschile, appartenenti a 23 diverse congregazioni religiose, oltre a sacerdoti diocesani.

Altrettanto famosa quanto Massimiliano Kolbe, se non di più, è la suora carmelitana Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), di cui ha parlato lo scorso 9 l’argentina Irene Chikiar, autrice della biografia “Edith Stein. Ebrea. Filosofa. Santa”, in un’intervista intitolata “La Santa Teresa del nostro tempo”.

Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi (al centro), presso il Santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia, in Polonia, il 6 giugno 2026, mentre concelebra la messa di beatificazione di nove sacerdoti salesiani polacchi uccisi nei campi di concentramento nazisti tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. (Foto di OSV News/Per gentile concessione di Malgorzata Latawiec).

Leone XIV: “vittime della persecuzione dei regimi totalitari”

Nove sacerdoti salesiani polacchi, uccisi ad Auschwitz e a Dachau, sono stati beatificati nel Santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia, durante una Messa presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, il 6 giugno di quest’anno. 

Durante la cerimonia è stato sottolineato non solo il loro martirio, ma anche il loro operato come educatori, pastori e mentori dei giovani.

Papa Leone XIV, dopo la recita dell’Angelus del 14 giugno, ha ricordato i nuovi beati, e disse: “Sono stati tutti beatificati come martiri, in quanto vittime della persecuzione da parte di regimi totalitari a causa della loro fedeltà a Cristo”.

“Hanno dato la vita per educare i giovani, e proprio per questo rappresentavano un pericolo per l’occupante”, ha dichiarato a OSV News padre Dariusz Bartocha, superiore provinciale della Provincia Salesiana di Cracovia. 

Distruggere l'istruzione 

Padre Bartocha ha affermato che le autorità di occupazione naziste consideravano il clero, gli insegnanti e gli intellettuali polacchi come ostacoli ai loro piani volti a distruggere l'identità nazionale e a reprimere la resistenza. 

Infatti, Dachau divenne il principale campo di concentramento per il clero cattolico incarcerato. Secondo l’Istituto della Memoria Nazionale della Polonia, durante la guerra vi furono rinchiusi quasi 2.800 ecclesiastici, tra cui circa 1.780 polacchi. L’età di questi ecclesiastici variava dai 30 ai 60 anni. Alcuni erano parroci, altri insegnanti, docenti di seminario, amministratori scolastici e responsabili della pastorale giovanile. 

I veri vincitori

Per padre Pierluigi Cameroni, postulatore generale dei salesiani, l’importanza dei nuovi martiri va ben oltre la storia della guerra. 

Citando la descrizione che San Giovanni Paolo II fece dei martiri del XX secolo come “soldati anonimi nella grande causa di Dio”, padre Cameroni ha dichiarato a OSV News che i nove salesiani dimostrano che “quando la morte sembra aver trionfato, i veri vincitori sono coloro che, soffrendo per la fede, partecipano in modo straordinario alla Croce di Cristo e aderiscono al suo piano di salvezza”. 

Stanislawa Leszczynska, ostetrica ad Auschwitz

Tra le persone su cui la Chiesa ha potuto concentrare la propria attenzione figurano anche donne sposate e con figli, come la matrona Stanislawa Leszczynska.

Poiché i nazisti giustiziavano le donne incinte, Stanislawa ha dovuto improvvisare una “sala parto” vicino alle caldaie, piene di insetti e umidità. 

Quel luogo divenne, tuttavia, la salvezza di migliaia di madri e bambini non ancora nati. La fede cattolica dell’ostetrica la spinse a battezzare ogni neonato tracciando il segno della croce sulla fronte. “Mutti”, così la chiamavano, rimase ad Auschwitz fino alla liberazione da parte delle truppe sovietiche il 26 gennaio 1945; morì nel 1974 e la sua causa di canonizzazione è stata avviata nella diocesi di Lodz.

L'autoreFrancisco Otamendi

Esperienze

Perché prestare servizio? L’esperienza di Dio tra i giovani del campo dell’Ordine di Malta

Oltre 550 giovani provenienti da 25 paesi si riuniscono a Javier per prestare servizio alle persone con disabilità e scoprire, attraverso il servizio, un modo concreto per incontrare Dio.

Teresa Aguado Peña-13 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

La scorsa settimana il Castello di Javier è stato il punto di incontro per oltre 650 giovani provenienti da 24 paesi. Giovani con disabilità e volontari di età compresa tra i 18 e i 35 anni, insieme a assistenti (assistenti volontari) hanno partecipato al 41° Campo estivo internazionale della Ordine di Malta. Dal 3 al 10 agosto si è svolto così un incontro che ogni anno crea una comunità in cui il servizio al prossimo è anche un modo per incontrare Dio.

Il luogo del campo è stato scelto, non a caso, proprio dove nacque san Francesco Saverio, uno dei grandi missionari del XVI secolo e cofondatore della Compagnia di Gesù. La sua vita dedicata all’evangelizzazione e al servizio è fonte d’ispirazione per un’edizione il cui motto è stato «Surge et ambula», «Alzati e cammina».

Una comunità, non un progetto assistenziale

L'arcivescovo di Pamplona, mons. Florencio Roselló, ha inaugurato ufficialmente il campo estivo e ha spiegato ai partecipanti il significato del motto di questa edizione.
«Questo non è uno slogan motivazionale, non è qualcosa di teorico», ha sottolineato. L’obiettivo, ha aggiunto, «non è eliminare la fragilità, ma garantire che nessuno vi rimanga intrappolato».

Il Gran Commendatore dell’Ordine ha voluto sottolineare che il Campo di Malta non deve essere inteso come un progetto assistenziale, ma come «una comunità temporanea in cui ci aiutiamo a vicenda», ha affermato. Un’esperienza che, a suo avviso, finirà per trasformare chi vi partecipa «molto più di quanto possiate immaginare».

In questi giorni, insieme al Gran Commendatore, hanno partecipato il Gran Ospedaliero, Josef D. Blotz, e il prelato dell’Ordine, monsignor Luis Manuel Cuña Ramos. Anche Papa Leone XIV ha voluto essere presente con un messaggio rivolto ai giovani. Il Pontefice ha espresso la sua vicinanza spirituale e ha auspicato che la settimana fosse «un’occasione per contemplare la bellezza di Dio, stringere amicizie e rafforzare il senso di responsabilità cristiana». Inoltre, li ha incoraggiati a rispondere con generosità alla chiamata del Signore nel servizio al prossimo e a contribuire a costruire «percorsi di autentica fratellanza e pace» nelle loro comunità.

Quest’anno hanno partecipato giovani provenienti da 24 paesi e in questi giorni si sono parlate più di 14 lingue. Per la prima volta sono rappresentati il Perù, il Messico e l’Estonia, mentre il Libano torna dopo due anni di assenza a causa del conflitto che continua nel paese. Dal 1984, l’incontro riunisce ogni estate giovani con disabilità e volontari provenienti da diverse parti del mondo. Quest’anno, inoltre, le giornate sono state caratterizzate da un ritorno alle origini dell’Ordine di Malta e alla spiritualità, con un’attenzione particolare alla vita sacramentale, alla celebrazione della Messa quotidiana e a lunghi momenti di adorazione del Santissimo, come ha sottolineato per Omnes il sacerdote Pablo Lora, cappellano dell’Ordine di Malta e uno dei venti sacerdoti che hanno accompagnato i giovani.

«Con la mente rivolta al Cielo»

Per Juan Martínez Luque, questo non è il primo campo. Ha partecipato al primo, tenutosi a Roma, «solo per aggiungerlo al curriculum». Ma quella prima esperienza lo ha segnato: «L’esperienza del primo anno è stata così positiva che ormai sono già cinque anni che ci vado», racconta.

Per lui, il campo rappresenta un’occasione per fermarsi e guardare alla propria vita con occhi diversi. Il contatto con le famiglie e con le persone con disabilità gli fa prendere coscienza dello sforzo che comporta affrontare determinate situazioni e lo porta a sentirsi «molto grato per ciò che abbiamo». Il servizio, spiega, permette di uscire dalla routine e scoprire altre realtà.

Ed è proprio in quel servizio che Juan afferma di incontrare Dio. «Assolutamente, sempre», risponde quando gli viene chiesto se scopre Dio durante il campo. Lo percepisce soprattutto nella vicinanza che c’è tra tutti i partecipanti. Juan assicura che da ogni campo si torna «con la mente rivolta al Cielo».

Pregare mentre si lavora

Anche Lucía Roca de Togores si è recata a Javier spinta da un legame personale. Sua sorella partecipa al campo e per lei era importante accompagnarla in un’esperienza che sapeva significare molto. Tra i ricordi che porta con sé c’è una conversazione con Guedal, un’ospedaliera dell’Ordine, in cui hanno parlato di come chi riceve assistenza possa finire per insegnare di più a chi presta servizio.

Dopo un anno e mezzo di preparativi, ammette che il lavoro è stato intenso. Tuttavia, proprio in mezzo a quella stanchezza scopre una dimensione spirituale: «È lì che si vede davvero come Dio opera in questo servizio che stiamo svolgendo, per quanto sia duro».

Il campo, dice, è «pieno di spiritualità, ma anche pieno di lavoro». È proprio nel mezzo di quel lavoro che Lucía afferma di incontrare Dio. Parlare con coloro che assiste è per lei «un modo per parlare con Dio».

Perché servirlo?

L’esperienza descritta dai giovani si ricollega direttamente al carisma dell’Ordine di Malta stesso. Monsignor Luis Manuel Cuña Ramos spiega che fede e servizio sono indissolubilmente legati nell’identità dell’Ordine. Il suo carisma originario si esprime nella difesa della fede e nel servizio ai poveri e ai malati, che tradizionalmente vengono definiti «signori poveri» e «signori malati».

La differenza, spiega il prelato, sta nello sguardo. «Attraverso la fede, attraverso la preghiera, il Signore ci dona la capacità di vedere in chi è malato, in chi è povero, nel pellegrino, Gesù stesso». Per questo, sottolinea, l’Ordine non si limita semplicemente alla filantropia: «Noi facciamo carità».

La preghiera e il servizio si alimentano a vicenda. Per poter riconoscere Cristo nell’altro, occorre innanzitutto l’incontro con Lui attraverso la Parola di Dio e la preghiera. E quell’incontro permette poi di «pregare mentre si lavora», come spiegava Lucia.

Per Cuña Ramos, il servizio cristiano nasce anche da un’esperienza precedente di amore ricevuto. Un giovane può iniziare a servire perché si sente chiamato, ma continua perché scopre la gioia di donarsi. «Non lo si fa per lavoro, non lo si fa per obbligo», afferma. Se fosse così, finirebbe per abbandonarlo. Alla domanda sul perché servire, la risposta ultima è una sola: «Il Signore».

Il prelato lo spiega ricorrendo a un aneddoto su una suora di Madre Teresa di Calcutta. Dopo averla vista medicare le ferite di un moribondo, un giornalista le disse che lui non l’avrebbe fatto nemmeno per un milione di dollari. La risposta della suora fu: «Neanch’io».

Ecco, spiega monsignor Cuña Ramos, il segreto: «Farlo perché ci sentiamo amati, perdonati, apprezzati e desiderati da Dio». Chi si sente amato può trasmettere agli altri lo stesso amore ricevuto.

Il futuro dell'Ordine di Malta

Il campo rappresenta anche una prospettiva per il futuro dell’Ordine di Malta. Secondo il suo prelato, questi incontri consentono ai giovani provenienti da diversi paesi di scoprire che, pur provenendo da culture diverse, condividono lo stesso carisma e lo stesso desiderio di servire il Signore nei poveri e nei malati.

«È un’esperienza di Chiesa, di cattolicità», afferma. Ed è anche un’occasione affinché chi vi partecipa scopra la propria possibile vocazione all’interno dell’Ordine stesso: «Loro sono il futuro dell’Ordine». Da questi incontri, spiega, possono nascere future vocazioni a cavalieri, dame, membri dell’Ordine o cappellani.

Ma il futuro può anche assumere un’altra forma. Con umorismo, monsignor Cuña Ramos parla di una reinterpretazione dell’acronimo del Sovrano Ordine Militare di Malta: «Sovrano Ordine Matrimoniale di Malta». Nei campi, spiega, molti giovani si conoscono perché condividono lo stesso carisma e lo stesso modo di concepire la vita, compreso il matrimonio e l’amore intesi come servizio.

Da questi incontri sono nate anche famiglie legate all’Ordine, che a loro volta possono diventare «giovani evangelizzatori e famiglie evangelizzatrici».

Vangelo

La prova della fede: alzare l’asticella. XX domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XX domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 16 agosto 2026.

Vitus Ntube-13 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Oggi ci viene presentata una scena evangelica che rivela un aspetto di Gesù a cui non siamo abituati. A prima vista, può sorprenderci e persino sconcertarci. Tuttavia, riflettendoci più a fondo, scopriamo una preziosa lezione sulla fede e sull’apertura di Dio verso tutti i popoli, le razze e le nazioni.

Il Vangelo racconta la prova di fede di una donna straniera. È come se Gesù alzasse progressivamente l’asticella per vedere fino a che punto possa arrivare la sua fede. La scena ricorda una gara di salto in alto: ogni volta che l’asticella viene alzata, l’atleta riesce a superare il nuovo limite. È proprio ciò che accade nel Vangelo di oggi.

Per tre volte la donna si trova di fronte a quello che sembra essere un rifiuto. Innanzitutto, viene ignorata. Con rispetto, esclama: “Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è posseduta da un demone molto malvagio”. Tuttavia, Gesù non le risponde nemmeno con una sola parola. Senza perdersi d’animo, lei insiste. Attraverso i discepoli — che si fanno suoi intercessori — continua a supplicare. Ma anche il loro intervento riceve un’altra risposta scoraggiante: “Sono stato mandato solo alle pecore smarrite d’Israele".

Arriva quindi la prova finale, la più difficile di tutte. Gesù gli dice: “Non è giusto prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini”. Molti se ne sarebbero andati feriti e offesi. Ma questa donna si rifiuta di arrendersi. Con ammirevole umiltà risponde: “Hai ragione, Signore; ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei padroni”. In quel momento supera la prova più ardua. Ha superato tutte le prove di fede. La sua perseveranza, la sua umiltà e la sua fiducia conquistano il cuore di Cristo. Non solo sua figlia viene guarita, ma riceve anche uno dei più grandi elogi pronunciati da Gesù: “Donna, quanto è grande la tua fede!”. Vediamo così che Dio non è indifferente ai nostri bisogni né alle nostre suppliche. Il Vangelo ci incoraggia a continuare a chiedere con umiltà e perseveranza.

Ciò che rende ancora più impressionante la fede di questa donna è il fatto che sia straniera: una cananea. Tuttavia, grazie alla sua fede, smette di essere un’estranea. È interessante notare che la donna cananea rimanga anonima. Non conosciamo il suo nome. Non possiamo invocarla per nome come facciamo con Maria Maddalena, Marta o Veronica. Tuttavia, è proprio il suo anonimato a dirigere la nostra attenzione verso ciò che conta davvero: la fede. Lei viene ricordata non per la sua condizione sociale o per i suoi successi, ma per la sua fede. Nella sua fede contempliamo il dono irrevocabile di Dio, un dono aperto a tutti.

Vaticano

Leone XIV visiterà la Repubblica di San Marino e Rimini nel corso di un'intensa giornata pastorale il 22 agosto

Il Papa Leone XIV visiterà la Repubblica di San Marino e Rimini il prossimo 22 agosto, in un viaggio di un giorno con un programma fitto di impegni.

Paloma López Campos-12 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Papa Leone XIV effettuerà una visita pastorale nella Repubblica di San Marino e nella città italiana di Rimini sabato prossimo, 22 agosto 2026. Nel corso della giornata, il Pontefice parteciperà anche al «Meeting per l’amicizia tra i popoli».

Giornata istituzionale e religiosa a San Marino

Il ordine del giorno Il viaggio del Santo Padre inizierà di buon’ora, con il decollo previsto per le ore 8:00. Alle 9:00 del mattino, il Papa atterrerà all’aerodromo di Torraccia, da dove si recherà in Piazza della Libertà a San Marino. Lì sarà accolto alle 9:45 con gli onori militari e l’esecuzione degli inni ufficiali, prima di entrare nel Palazzo Pubblico insieme ai Capitani Reggenti.

All’interno, dopo la presentazione dei Segretari di Stato, il Papa terrà un colloquio privato e firmerà il Libro degli Ospiti Illustri nella Sala del Consiglio dei XII. Successivamente, alle 10:40, terrà un incontro nella Sala del Consiglio Grande e Generale. Alle 11:15, Papa Leone XIV si affaccerà al balcone centrale del Palazzo Pubblico per salutare e impartire la sua benedizione ai fedeli radunati in piazza.

La visita a San Marino proseguirà nella Basilica alle 11:45, dove sarà accolto dal Vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Domenico Beneventi, e dal rettore della Basilica, Don Marco Mazzanti. All’interno della Basilica, il Papa parteciperà all’adorazione del Santissimo Sacramento e alla venerazione delle reliquie di San Marino insieme a sacerdoti e rappresentanti diocesani. Dopo un ultimo saluto ai fedeli all’esterno della Basilica e il commiato dalle autorità, il Pontefice decollerà da San Marino alle 12:45.

Prima di arrivare a Rimini, il programma prevede una tappa a carattere strettamente privato a Pennabilli, dove il Papa farà visita alla comunità delle suore agostiniane del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Pomeriggio al «Meeting» e Messa affollatissima a Rimini

Alle ore 14:45, il Papa arriverà all’eliporto della Fiera di Rimini per partecipare al «Meeting per l’Amicizia tra i Popoli». Il suo programma inizierà alle ore 15:00 con la visita alle mostre dedicate a Sant’Agostino e a Leon Harmel. Successivamente, alle ore 15:30, saluterà i partecipanti al «Villaggio Ragazzi» e terrà un grande incontro nell’Auditorium Principale alle ore 16:00.

L'ultima tappa del viaggio si svolgerà nel centro della città di Rimini. Alle ore 17:30, il Santo Padre si recherà nella Cattedrale per un commovente incontro con i malati, le persone con disabilità e le persone in condizioni di povertà assistite dalla Caritas.

Il momento culminante della visita pastorale avrà luogo al Porto di Rimini, dove alle 18:30 presiederà una solenne concelebrazione eucaristica. Al termine della messa, alle ore 20:00, Papa Leone XIV saluterà le autorità e decollerà per tornare in Vaticano, dove è previsto l’atterraggio alle ore 21:00.

Per saperne di più
Vaticano

Leone XIV esorta a partecipare alla Messa di domenica, non solo virtualmente

Durante l’udienza generale di questo mercoledì, il Santo Padre ha esortato le migliaia di pellegrini presenti nella Basilica di San Pietro a santificare la domenica partecipando alla Santa Messa, “non solo assistendo virtualmente”. Ha pregato nuovamente per le vittime del terremoto in Colombia e ha ricordato la solennità dell’Assunzione della Vergine Maria.

Redazione Omnes-12 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Di fronte a oltre cinquemila fedeli riuniti nella Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ha consacrato la Pubblico di mercoledì sull’Anno liturgico, nel commentare la Costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ del Concilio Vaticano II. 

Nel suo discorso pronunciato in diverse lingue, il Pontefice ha affermato che “per santificare la domenica è indispensabile celebrare l’Eucaristia”, poiché l’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo implicano, secondo i Padri conciliari, la riunione festiva dei fedeli. 

Nel suo discorso ai pellegrini di lingua portoghese, ad esempio, ha esortato a “santificare la domenica partecipando alla Santa Messa, non solo assistendo virtualmente”

Questa assemblea “non può essere sostituita da una presenza meramente virtuale, né si riduce a un incontro meramente passivo”, ha sottolineato. L’assemblea liturgica si realizza, infatti, attraverso la partecipazione attiva dei fratelli e delle sorelle, riuniti insieme per “rendere grazie a Dio, che li ha fatti rinascere alla viva speranza grazie alla risurrezione di Gesù Cristo dai morti”.

Fondamento dell'Anno liturgico, la domenica

“L’anno liturgico va inteso come un costante rinnovamento dell’opera di salvezza che Cristo compie nella storia. Nel corso di questo ciclo temporale, la Chiesa rimane in contatto con l’azione redentrice del Signore, affinché i fedeli possano riempirsi della grazia della salvezza”.

Leone XIV citò Papa Pio XII nell'enciclica Mediator Dei, quando scrisse che l’anno liturgico “non è una rappresentazione fredda e inerte” del passato né la “ricreazione di una realtà di altri tempi”, ma è “Cristo stesso che persevera nella sua Chiesa” e prosegue il suo “cammino di misericordia” affinché “le anime degli uomini entrino in contatto con i suoi misteri”, che sono presenti e operano costantemente.

In seguito, il Papa ha sottolineato che l’incontro con Gesù, che è morto e risorto per noi, è lo scopo che la Chiesa persegue e il fulcro di ogni celebrazione. I padri conciliari hanno posto come fondamento dell’anno liturgico la domenica, il “dies Domini”, “il giorno del Signore”. 

San Giovanni Paolo II ha insegnato nella sua Lettera apostolica ‘Dies Domini’ che la domenica è il giorno del Signore, il giorno della Chiesa, il giorno dell’uomo e, infine, “il giorno dei giorni”, poiché la domenica è la Pasqua settimanale. 

“Anche in quelle lingue in cui ha prevalso il riferimento al ‘giorno del sole’ (Domenica, Domenica), si intravede il legame con Cristo: «Cristo è il vero »sole di giustizia” che illumina ogni uomo!», ha affermato il Papa.

Leone XIV ha ricordato all’inizio della sua catechesi che il termine “anno liturgico”, utilizzato per definire la successione annuale delle celebrazioni cristiane, è stato diffuso nella Chiesa dal Servo di Dio, l’abate Prosper Guéranger (1805-1875), e da allora è stato definito e spiegato dal magistero pontificio.

Assunzione della Beata Vergine Maria e commemorazione dei martiri e dei santi

Prima di concludere la catechesi, il Successore di Pietro ha ricordato come ogni celebrazione si sia progressivamente aggiunta all’anno liturgico, intrecciando “la fede e la devozione della Chiesa”: la celebrazione della Pasqua settimanale a partire dal II secolo d.C.; poi la Pasqua annuale, “la massima solennità”; la Pentecoste a 50 giorni…

“Lo sviluppo successivo del ciclo natalizio, modellato sul ciclo pasquale, ci ha permesso di rivivere i misteri dell’Incarnazione del Verbo di Dio, della sua nascita e della sua manifestazione al mondo”.  

Allo stesso modo, l’inserimento della venerazione della Santissima Vergine Maria e della memoria dei martiri e degli altri santi. E ha sottolineato che “l’anno liturgico rappresenta così, in forma sacramentale, la pedagogia della storia della salvezza, guidando i fedeli dall’attesa del Messia alla pienezza del Mistero Pasquale e all’anticipazione della gloria futura».  

Assunzione della Vergine, San Massimiliano Kolbe

Nel suo discorso ai pellegrini polacchi, il Papa ha ricordato la solennità dell’Assunzione di Maria, che la Chiesa celebrerà il prossimo 15 agosto, e la festa di san Massimiliano Kolbe, che si celebra il giorno precedente.

“Agosto è un mese ricco di importanti ricorrenze per voi. Per intercessione di Maria, il 15 agosto 1920 fu ottenuta la vittoria nella battaglia di Varsavia, che cambiò il corso della storia polacca ed europea. Nella vigilia dell’Assunzione, celebriamo la memoria liturgica di San Massimiliano Maria Kolbe, che offrì la propria vita per un compagno di prigionia nel campo nazista tedesco di Auschwitz. Possa il ricordo di questi eventi guidarci lungo il cammino di pace indicato dall’Immacolata Concezione. La mia benedizione a tutti!” 

Solidarietà con i colombiani e le colombiane

Rivolgendosi ai pellegrini di lingua spagnola, il Santo Padre ha ribadito la sua “solidarietà con i colombiani e le colombiane che hanno subito le conseguenze del recente terremoto, il quale ha causato numerose vittime e feriti, oltre a ingenti danni materiali. Mentre prego il Signore affinché i peccatori subiscano la vergogna eterna, assicuro le mie preghiere alle loro famiglie e a tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che sono impegnati nelle operazioni di soccorso e assistenza alle vittime”.

Dopo la benedizione finale, il Papa ha affermato che “tra pochi giorni celebreremo la solennità dell’Assunzione della Santissima Vergine Maria. Mi fa piacere esortarvi a rivolgere costantemente le vostre preghiere alla Madre di Dio, seguendo il suo esempio nell’abbracciare pienamente la vocazione alla vicinanza al Signore e alla cura per il prossimo. La mia benedizione a tutti!”.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

La «tecnologia per il disarmo» sarà il tema della prossima Giornata Mondiale della Pace

Per la Giornata Mondiale della Pace del 2027, Papa Leone XIV ha scelto come motto: "Disarmare la tecnologia, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva".

OSV / Omnes-12 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

L«11 agosto il Vaticano ha annunciato che il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace del 2027 verterà sul tema del »disarmo tecnologico» e sulla responsabilità morale dei leader politici.

Il tema sarà «Disarmare la tecnologia, servire la pace. La politica come responsabilità preventiva», secondo il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale del Vaticano.

«Sua Santità desidera richiamare l’attenzione sulla responsabilità morale di coloro che sono chiamati a servire nella sfera pubblica ed esorta tutti a difendere la dignità della persona umana e a contribuire alla costruzione della pace, a partire dal «disarmo tecnologico»», ha affermato il dicastero in un comunicato.

La Giornata mondiale della pace si celebra ogni anno il 1° gennaio, solennità di Maria, Madre di Dio. Il Papa invia un messaggio per l’occasione, che il Vaticano trasmette ai governi di tutto il mondo.

I rischi di affidare la guerra all'intelligenza artificiale

Ispirandosi all’enciclica di Papa Leone XIV, «Magnifica Humanitas», sull’etica dell’intelligenza artificiale e sulla tutela della persona umana, il messaggio conterrà un monito sui rischi che comporta affidare le decisioni militari all’intelligenza artificiale.

L'annuncio arriva dopo che diversi premi Nobel, ispirati dall'enciclica del Papa, si sono riuniti a Roma il 16 luglio per firmare una dichiarazione in cui sollecitavano la stipula di un trattato mondiale che vietasse l'uso dell'intelligenza artificiale nei sistemi di lancio nucleare.

Tutela della responsabilità umana

«Papa Leone XIV lancia un appello accorato alla comunità internazionale affinché promuova accordi comuni in grado di salvaguardare la responsabilità umana e i principi umanitari in situazioni in cui sono in gioco la vita umana e la convivenza pacifica tra i popoli», si leggeva nel comunicato.

Sarà la sessantesima Giornata Mondiale della Pace, una tradizione istituita da Papa Paolo VI, ispirata all’enciclica «Pacem in Terris» di Papa Giovanni XXIII.

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Courtney Mares è redattrice per il Vaticano di OSV News. Seguitela su X @catholicourtney.

L'autoreOSV / Omnes

Evangelizzazione

Diane Foley: «Non avrei potuto sopportare l'omicidio di nostro figlio senza la mia fede in Dio»

Diane Foley, madre del giornalista James W. Foley, racconta in Madre americana (Albada) come la fede l'abbia sostenuta dopo l'omicidio di suo figlio e l'avesse spinta a incontrare uno degli uomini coinvolti nella sua morte: "Volevo dargli l'opportunità di sfogarsi e di giustificarsi"

Teresa Aguado Peña-12 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Diane Foley è, come lei stessa afferma, prima di tutto una madre. Madre del giornalista statunitense James W. Foley, rapito in Siria nel 2012 e ucciso dallo Stato Islamico due anni dopo. Ma la storia di Diane non è stata segnata solo dalla perdita, bensì anche da un percorso di fede, perdono e ricerca della verità che l’ha portata persino a trovarsi faccia a faccia con uno degli uomini coinvolti nella morte di Jim.

Fondatrice della Fondazione in memoria di James W. Foley, un’organizzazione impegnata a difendere la sicurezza dei giornalisti e a sostenere i cittadini statunitensi rapiti o detenuti ingiustamente all’estero, Diane ha trasformato la propria sofferenza in un appello alla speranza.

Nell’ottobre del 2021 ha incontrato Alexanda Kotey, uno dei membri del gruppo jihadista noto come «i Beatles», per ascoltarlo e parlargli di suo figlio.

Quell'esperienza, vissuta insieme allo scrittore irlandese Colum McCann, è stata raccontata in Madre americana (Albada), un libro che non è solo il racconto di una tragedia, ma una riflessione sul dolore, sulla dignità, sulla misericordia e sulla possibilità di continuare ad amare dopo l’orrore. «Sono una madre. Tutto qui, ed è più che sufficiente», afferma Diane nelle pagine del libro.

Ricevuta in udienza da Papa Leone XIV, Diane Foley ha raccontato in numerose occasioni come la fede e la preghiera siano state il sostegno che le ha permesso di superare la prigionia e l’omicidio di suo figlio. In questa intervista, ricorda Jim come un uomo dedito alla verità, alla pace e al servizio del prossimo, e racconta come la misericordia possa aprire una via anche nel mezzo della sofferenza più profonda.

Nel libro affermi che, prima di tutto, sei una madre. Come è cambiato il significato della maternità dopo tutto quello che hai vissuto con James?

– La maternità è stata e continua ad essere uno dei doni più belli della mia vita. Ho sempre amato i bambini e mi sento profondamente fortunata ad aver avuto cinque figli sani.

Il dono della maternità non ha fatto altro che rafforzarsi con il passare degli anni, con l’arrivo degli affettuosi coniugi dei nostri figli ormai adulti e con l’arrivo di ciascuno dei nostri otto amati nipoti. Ora abbiamo nipoti di età compresa tra i 6 mesi e i 19 anni.

James continua a ispirarmi a provare una profonda gratitudine per la famiglia, indipendentemente dalle difficoltà che ogni famiglia deve affrontare.

Durante il rapimento di James, come sei riuscito a sopportare l’incertezza senza perdere la speranza?

– Sono riuscito a superare quella situazione grazie alla mia profonda fede in un Dio amorevole e misericordioso e al sostegno della mia famiglia e dei miei amici.

Jim è tornato dalla sua ingiusta detenzione in Libia, per grazia di Dio, e così ho mantenuto viva una profonda speranza per tutto il periodo della sua prigionia in Siria.

Al momento del rapimento di Jim in Siria, stavo scrivendo la quattordicesima nota degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, cosa che mi è stata di grande aiuto.

Nel libro si percepisce una tensione costante tra il bisogno di giustizia e il desiderio di non lasciarsi sopraffare dall’odio. Come hai imparato a convivere con queste due realtà?

–Entrambe queste realtà fanno parte della mia fede. Dio giudica, ma offre sempre la sua infinita misericordia, il suo amore e il suo perdono.

Cosa ti ha spinto a incontrare Alexanda Kotey, uno degli uomini coinvolti nel rapimento e nell’omicidio di tuo figlio? C’è stato un momento in cui hai pensato che non saresti stata in grado di farlo?

–Kotey si era offerto di parlare con le vittime, dimostrandosi così aperto al dialogo. Sapeva che Jim si sarebbe incontrato con lui per cercare di capire perché fosse diventato un jihadista e avesse fatto del male a così tante persone. Voleva dargli l’opportunità di sfogarsi e di giustificarsi; e sperava che ascoltasse anche ciò che io volevo raccontargli su Jim. Inoltre, sperava che ci dicesse dove fosse stato sepolto Jim. Era curioso e sperava di sapere qualcosa sugli ultimi giorni di Jim.

La mattina del primo incontro con lui, ho cominciato a perdere il coraggio di affrontarlo e ho dovuto inginocchiarmi e pregare, implorando la misericordia e la grazia di Dio. Ho dovuto pregare prima di ciascuno dei tre incontri con Kotey.

Durante quell’incontro, hai scoperto qualcosa sul male, sul perdono o sulla persona che avevi di fronte che non avresti mai immaginato?

– Innanzitutto, mi ha sorpreso che le venti persone presenti nella sala sembrassero svanire; mi sembrava che stessimo parlando solo io e Kotey.  Alexanda aveva molto da raccontare sul suo odio verso l’Occidente e su come tutto ciò che aveva fatto fosse stato compiuto in qualità di soldato fedele all’ISIS. Ha cercato di giustificare le sue azioni e di minimizzare il suo ruolo nel rapimento e nella tortura di Jim. Ha anche espresso un profondo rammarico per il mio dolore di madre in ogni occasione, sia di persona che nelle tre lettere successive. Tuttavia, non si è mai scusata per ciò che ha fatto a Jim.

Ho avvertito la presenza dello Spirito Santo quando mi sono stupito della grande compassione che provavo per lui. Ha la stessa età di uno dei nostri figli più piccoli. Tutti commettiamo errori e abbiamo bisogno di perdono. L’odio fa del male a tutti… Il suo odio e l’omicidio di Jim e di tanti altri hanno causato un dolore e una perdita terribili a noi, le vittime, ma anche a lui stesso. È molto probabile che Kotey non rivedrà mai più le sue quattro figlie piccole, sua moglie, sua madre né la sua vecchia casa nel Regno Unito; ha quindi perso la sua libertà e gran parte della sua vita. L’odio causa dolore e perdita a tutte le persone coinvolte.

Che ruolo ha avuto la fede nel corso della tua carriera?

–La mia fede ha svolto un ruolo fondamentale negli ultimi 12 anni. Non sarei riuscita a sopportare l’orribile omicidio di nostro figlio maggiore senza la mia fede in Dio e nella bontà degli altri.

Dopo la morte di James, hai fondato la Fondazione James W. Foley Legacy. Cosa hai imparato sostenendo altre famiglie che stanno vivendo la terribile esperienza di un rapimento o di un’ingiusta detenzione?

–Ho imparato che incanalare il mio dolore per sostenere altre famiglie i cui cari sono stati rapiti o detenuti ingiustamente all’estero, nonché per proteggere i giornalisti, mi ha dato conforto e gioia.  Inoltre, la sfida che Jim mi ha lanciato, quella di avere coraggio morale e di essere d’ispirazione per gli altri, mi ha stimolata e ispirata a perseverare e a mantenere viva la speranza.

Quale messaggio o insegnamento speri che i lettori traggano dalla lettura, una volta chiusa l'ultima pagina di Madre americana?

–Spero che la vita di Jim sia di ispirazione per altri, affinché mettano il proprio talento e la propria vita al servizio degli altri.

Spero inoltre che i lettori riflettano su quanto possano essere importanti, nelle loro vite, la fede in Dio e l’appartenenza a una comunità di fede. Sono certa che senza la mia fede, la mia comunità di fede e la gentilezza degli altri non sarei riuscita a sopportare la prigionia e l’omicidio di Jim, né avrei avuto la forza di creare la Fondazione James W. Foley Legacy.

Ognuno di noi ha l'opportunità di portare speranza e amore agli altri ogni giorno.

Una madre americana. Il coraggio di fronte al terrorismo

Autore: Colum McCann
Editoriale: Albada
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 316
Libri

Dio è più grande di un drago?

Quando un bambino piccolo si chiede quanto sia grande Dio, suo padre ha la risposta: lo scopriremo insieme. Il poliedrico attore, regista e produttore cinematografico David Henrie, sua moglie María e la casa editrice hanno iniziato a promuovere il libro ‘Is God Bigger Than a Dragon?’, anche se l’uscita ufficiale è prevista per novembre.  

Francisco Otamendi-12 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

‘Is God Bigger Than a Dragon?’ (Dio è più grande di un drago?) è un libro illustrato cristiano scritto da David Henrie e da sua moglie María, dedicato all’amore di Dio. Perfetto per la lettura di fiabe prima di andare a dormire, come regalo di battesimo (e non solo) e per i momenti di lettura della Bibbia in famiglia, afferma la casa editrice Ascension Press.

Il 6 agosto, @DavidHenrie ha pubblicato su X un post con il seguente messaggio: “Sono davvero entusiasta di poter finalmente condividere qualcosa a cui io e María abbiamo lavorato… il nostro primo libro per bambini, ’È Dio più grande di un drago?”. L’ho appena annunciato su @GMA (Good Morning America)».

Una storia che stimoli l'immaginazione

“Il libro è stato ispirato dalle domande che i nostri stessi figli ci pongono su Dio, sulla fede e sul mondo che li circonda”, ha aggiunto Henrie. «Volevamo creare una storia che stimolasse l’immaginazione, indirizzasse le famiglie alle Scritture e ricordasse ai bambini che, per quanto grandi possano essere le loro paure, Dio è più grande».”

Per la famiglia è stata “un’esperienza speciale”, ha commentato l’attore, famoso soprattutto per il ruolo di Justin Russo al fianco di Selena Gomez nella serie Disney ‘I maghi di Waverly Place’, e per la serie ‘Seeking Beauty’ (‘Alla ricerca della bellezza’), che ha ideato e condotto in collaborazione con EWTN Studios.

Sul suo account Instagram, il messaggio di @davidhenrie, accompagnato da alcune foto, era simile e conteneva anche un riferimento commerciale. “Non vediamo l’ora che tu lo legga questo novembre. Prenota il libro su Amazon. Sto creando una chat di gruppo per tutti coloro che ne faranno richiesta in anticipo su Instagram, e ti aggiungerò alla nostra chat affinché tu possa saperne di più sul libro e sul movimento @Ascension Press”.

David Henrie ha presentato il libro nel famoso programma mattutino ‘Good Morning America’, della rete televisiva statunitense ABC.

Informazioni sul libro: avvicinare la Bibbia alla famiglia

Realizzato in collaborazione con la casa editrice responsabile del podcast in vetta alle classifiche ‘La Bibbia in un anno’ (con padre Mike Schmitz), ‘Dio è più grande di un drago?’ offre a genitori, nonni e a tutta la famiglia una preziosa risorsa per avvicinare i bambini dai 3 ai 7 anni alla Bibbia e avviare conversazioni sulla fede in famiglia. 

È illustrato da Adam Gustavson, autore di illustrazioni per oltre 30 libri per bambini, oltre che per manifesti, riviste e murales.

María Cahill Henrie

María Cahill Henrie è appassionata di fede e famiglia. Nel 2011 è stata incoronata Miss Delaware e ha intrapreso una carriera nel mondo dello spettacolo. Nel 2017 ha sposato David Henrie e insieme hanno iniziato il loro percorso nella fede cattolica e nella vita familiare. Hanno tre figli.

Il suo primo libro racconta la storia di un bambino che chiede a suo padre se Dio sia più grande delle balene, dei dinosauri, dei draghi, dei monster truck e persino della città di New York. 

Jonathan Roumie: “La saggezza senza tempo delle Scritture”

Uno dei sostenitori più noti del libro di David e María Henrie è Jonathan Roumie, protagonista di ‘The Chosen’. La casa editrice cattolica Ascension Press lo include come raccomandazione in evidenza: 

“David e María trasmettono in modo splendido e poetico la saggezza senza tempo delle Scritture in un libro di racconti accogliente, accessibile e incentrato sulla famiglia, rivelando ai bambini l’immensità dell’amore di Dio per loro”, ha scritto Jonathan Roumie.

David Henrie e sua moglie, María, insieme all'arcivescovo di Los Angeles, mons. José H. Gomez, in una foto pubblicata sul suo account Instagram @davidhenrie.

Li ha presentati l'arcivescovo di Los Angeles

A gennaio di quest’anno, l’attore David Henrie ha annunciato su Instagram che l’arcivescovo di Los Angeles, José H. Gómez, gli ha presentato sua moglie, María. Ha poi pubblicato un video in cui appare insieme a María e all’arcivescovo José Gómez durante la prima con red carpet della serie originale di EWTN+, ‘Seeking Beauty’, secondo quanto riportato ChurchPop, il quotidiano colombiano «Razón y Fe» e altri.

“Grazie, arcivescovo Gómez, per avermela presentata!”, ha scritto David Henrie riferendosi a sua moglie María, dopo la prima della sua serie su EWTN+, ‘Alla ricerca della bellezza’, secondo quanto riportato da Jacqueline Burkepile.

L'autoreFrancisco Otamendi

America Latina

Il Papa esprime la sua vicinanza e le sue preghiere in seguito al terremoto in Colombia

Il Santo Padre Leone XIV ha inviato un telegramma di condoglianze all’arcivescovo di Cartagena e presidente della Conferenza Episcopale Colombiana, monsignor Munera Correa, nel quale prega ed esprime la propria vicinanza alle vittime e a tutte le persone colpite dal terremoto in Colombia.  

Redazione Omnes-11 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

In un telegramma In una lettera firmata dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, Papa Leone XIV ha espresso le sue condoglianze e le sue preghiere per le vittime, per tutti i feriti e le persone colpite, nonché per l’intero popolo colombiano, a seguito del terremoto verificatosi lunedì nel Paese.

Il testo del telegramma recita: “Il Santo Padre, profondamente addolorato nell’apprendere la dolorosa notizia del terremoto che ha gravemente colpito diverse zone della Colombia, causando vittime e numerosi feriti, oltre a gravi danni materiali, anche a molte chiese, offre le sue preghiere per il riposo eterno dei defunti, ed eleva al Signore le sue preghiere per la pronta guarigione delle persone colpite da questa tragedia”.

Il cardinale Parolin chiede inoltre al presidente della Conferenza episcopale colombiana di trasmettere “le sentite condoglianze di Sua Santità Leone XIV ai familiari che, in questo momento di profondo dolore, piangono la perdita dei propri cari”.

Inoltre, il Segretario di Stato vaticano assicura la “vicinanza spirituale” del Papa ed “esprime la propria gratitudine a tutti coloro che, con generosa dedizione, sono impegnati nelle operazioni di ricerca, soccorso e assistenza alle vittime”.

Chiedi i doni della forza e della speranza

Infine, “per intercessione della Beata Vergine Maria”, il Santo Padre “chiede al Signore di effondere sul caro popolo colombiano i doni della forza spirituale e della speranza cristiana, e impartisce loro di cuore la benedizione apostolica”.

Il terremoto di lunedì in Colombia, un mese e mezzo dopo Venezuela, ha causato finora circa 130 morti, oltre cinquecento feriti e numerosi dispersi.

Il dato non include i morti e i feriti registrati nei comuni e nelle località limitrofe, dove si sono verificati anche crolli di edifici e danni a ospedali, aeroporti, servizi pubblici e sistemi di trasporto.

La Chiesa in Colombia: un’unica famiglia nelle avversità

L'episcopato colombiano ha espresso ha inoltre espresso la propria vicinanza alle vittime del terremoto, di magnitudo 7,4, e ha invitato a rispondere all'emergenza con solidarietà, responsabilità e fratellanza. 

Il cardinale Luis José Rueda Aparicio, primate della nazione, ha invitato a trasformare la tragedia in un’occasione per “ricostruirci partendo dal cuore” e superare le divisioni.

Si dà il caso che, appena quattro giorni fa, il nuovo presidente della Repubblica, Abelardo de la Espriella, abbia assunto la carica per il mandato 2026-2030.

L'autoreRedazione Omnes