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José Molero: “L’importante è mettere nelle mani di ogni bambino la storia giusta al momento giusto”

In questa intervista, lo scrittore José Molero illustra gli elementi fondamentali affinché giovani e adulti apprezzino e traggano piacere dalla lettura.

Maria José Atienza-11 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

José Molero (Alfacar, Granada, 1937), detto Pepe, ha avuto una vita ricca e felice, ma soprattutto sorprendente, specialmente in gioventù. Questo ingegnere minerario originario di Granada, al quale ha dedicato i suoi primi anni di vita professionale, è poi approdato all’insegnamento, ambito in cui, oltre a una dedizione e a un talento innegabile, ha anche mosso i primi passi come scrittore. Concentrandosi sulla letteratura per ragazzi, sebbene con qualche “tentativo” poetico, 

Il suo ultimo libro Ariadna e la foresta dei sussurri, pubblicato dalla casa editrice Strogoff, si addentra in una foresta magica, piena di voci e personaggi attraverso i quali una bambina, Ariadna, va svelando le questioni essenziali della vita: l’amicizia, il rispetto, la solidarietà… 

Molero sottolinea, in questa conversazione con Omnes, che oggi il nemico non è “la scarsità di libri — se ne pubblicano più che mai —, bensì la dittatura della distrazione”. 

Ingegnere minerario, docente… Come è arrivato alla letteratura per bambini e ragazzi? 

–Credo di esserci arrivato in modo molto naturale, anche se già durante gli anni del liceo scrivevo racconti brevi e mi divertivo a inventare storie. Quando ho scelto un percorso di studi prevalentemente tecnico, la creazione letteraria è passata in secondo piano.

La vera svolta è arrivata anni dopo, quando ho iniziato a insegnare. Il contatto quotidiano con gli studenti mi ha restituito la voglia di scrivere e, quasi senza rendermene conto, ho scoperto che la letteratura per l’infanzia e per ragazzi era uno strumento straordinario per stimolare la curiosità, trasmettere valori e infondere il gusto per la lettura. Da allora, ho pubblicato più di 500 racconti brevi e alcuni romanzi per ragazzi.

Col tempo ho capito che insegnare e scrivere sono due attività che si alimentano a vicenda. La convivenza con bambini e adolescenti mi ha permesso di conoscere meglio il loro modo di pensare, le loro preoccupazioni e il loro senso dell’umorismo, e tutto questo ha trovato spazio nelle mie storie. Così, quello che era iniziato come un hobby giovanile ha finito per diventare uno degli aspetti più appassionanti della mia vita.

Lei insegna da molti anni: come è cambiato l’approccio alla lettura da parte dei più giovani? 

–Credo che non si sia mai letto tanto quanto adesso, almeno se consideriamo la quantità di parole che ogni giorno ci passano davanti agli occhi. Basta guardarci mentre siamo incollati agli schermi dei nostri cellulari: messaggi istantanei, video sottotitolati, notizie in continuo aggiornamento… 

Oggi il grande nemico non è affatto la scarsità di libri — se ne pubblicano più che mai —, bensì la dittatura della distrazione. Viviamo sottoposti a un flusso costante di stimoli che ci spingono a passare rapidamente da un contenuto all’altro e che rendono sempre più difficile quella lettura pacata, riflessiva e silenziosa che un buon libro richiede e che lascia un segno indelebile. 

Per questo incoraggiavo sempre i miei studenti a dedicare almeno dieci minuti al giorno alla lettura. Non proponevo loro di iniziare dai grandi classici né di trasformare la lettura in un obbligo, ma di scoprire il piacere di aprire un libro di propria iniziativa. Quando questa piccola abitudine si consolida, tutto il resto viene quasi da sé: aumenta la capacità di concentrazione, si arricchisce il vocabolario, migliora l’espressione e, soprattutto, si amplia il modo di comprendere la realtà. 

Ritengo che ogni bambino o ogni giovane che scopre il piacere della lettura rappresenti una piccola vittoria contro la superficialità dei nostri tempi. E questa scoperta non avviene quasi mai per caso. Dietro c’è spesso un genitore che all’inizio legge insieme ai figli o un insegnante che consiglia un libro con entusiasmo. È lì che inizia, quasi sempre, il vero viaggio di un lettore; un viaggio che, quando viene intrapreso sul serio, dura tutta la vita.

Esistono storie «imperdibili»? Quali titoli ritiene indispensabili in una biblioteca di famiglia?

–Non credo che esistano storie infallibili, perché ogni lettore è diverso, così come non esistono elenchi definitivi di libri. Piuttosto che cercare il libro perfetto, l’importante è mettere nelle mani di ogni bambino la storia giusta al momento giusto.

In una biblioteca di famiglia, tuttavia, ritengo invece indispensabili i grandi classici —Il piccolo principe, Alice nel Paese delle Meraviglie, Peter Pan, Pinocchio, Il mago di Oz…— perché hanno resistito al passare del tempo e continuano a emozionare generazioni di lettori. Accanto a queste, è opportuno includere magnifiche opere contemporanee come Le Cronache di Narnia, libri di poesia —l’incontro con la poesia è fondamentale durante l’infanzia—, romanzi d’avventura che alimentino la curiosità, l’immaginazione e il desiderio di continuare a scoprire il mondo.

Ma, al di là di qualsiasi elenco di titoli, il libro migliore è quello che, una volta terminato, suscita in un bambino il desiderio di aprirne un altro. È lì che nasce la vera abitudine alla lettura e, con essa, il viaggio che potrà accompagnarlo per tutta la vita.

Al giorno d'oggi molti genitori si sentono «smarriti» di fronte all'ampia offerta di letteratura per l'infanzia e per ragazzi. Come scegliere libri di buona qualità letteraria che trasmettano una visione retta del mondo e dell'uomo? 

–È una domanda molto pertinente, perché non ci sono mai stati così tanti libri per bambini e ragazzi come oggi, eppure proprio questa abbondanza può disorientare molte famiglie. Il mio primo consiglio è di non lasciarsi influenzare dalle mode né dalle classifiche dei libri più venduti. Un buon libro non è necessariamente quello che vende di più né quello che beneficia di una campagna di marketing non quella più accattivante, ma quella che rimane impressa nella memoria del lettore dopo aver chiuso il libro.

È bene cercare opere ben scritte, con un linguaggio curato, personaggi credibili e trame intelligenti. Ma la qualità letteraria, pur essendo indispensabile, non basta. I libri educano anche la sensibilità e aiutano a costruire un modo di guardare il mondo. Per questo è importante che trasmettano una visione piena di speranza — tanto necessaria al giorno d’oggi — dell’essere umano, in cui valori come l’amicizia, la verità, la generosità, l’impegno, il buon umore, la responsabilità o il perdono siano incarnati nella vita dei personaggi e non presentati come un sermone.

Consiglierei inoltre ai genitori di non cercare di orientarsi da soli tra migliaia di novità. Vale la pena affidarsi al giudizio di bravi insegnanti, bibliotecari e piattaforme digitali come Delibris o istituzioni e testate di riconosciuto prestigio. E, ogni volta che è possibile, leggere insieme ai propri figli o, almeno, interessarsi ai libri che leggono. Condividere una storia e discuterne è uno dei modi migliori per educare.

In definitiva, un buon libro non indottrina, ma non è nemmeno moralmente neutro: ogni racconto o poesia trasmette una determinata visione dell’uomo e della vita. La migliore letteratura non impartisce lezioni, ma offre spunti di riflessione. So per esperienza che un bambino impara molto di più da un personaggio ammirevole che da un discorso brillante.

La letteratura per l'infanzia e per ragazzi: cosa può insegnarci, a noi adulti? 

–La letteratura per l’infanzia e per ragazzi può insegnare molto agli adulti perché non sminuisce i grandi temi della vita, ma li rende più trasparenti. I bambini conservano quella capacità di stupirsi che noi adulti perdiamo quasi senza rendercene conto. Ecco perché, quando uno scrittore riesce davvero a raggiungere un bambino, sta anche gettando un ponte verso il lettore adulto.

I migliori libri per bambini non hanno due livelli di lettura: uno per i bambini e un altro per gli adulti. Hanno un’unica verità, raccontata con tale profondità e semplicità che chiunque può commuoversi leggendola. Parlano di amicizia, paura, perdita, speranza o amore con un’autenticità che spesso ci manca in molti libri scritti esclusivamente per adulti.

Non è un caso che alcuni dei grandi classici della letteratura per l'infanzia continuino ad accompagnarci per tutta la vita. Platero e io, ad esempio, non è mai stato concepito da Juan Ramón Jiménez come un libro esclusivamente per bambini. Infatti, nella prefazione ammette di averlo scritto «…non so per chi…», chiarendo che era rivolto a qualsiasi lettore capace di commuoversi. Lo stesso vale per Il piccolo principe e con tante altre opere che, col passare del tempo, hanno finito per conquistare lettori di tutte le età.

Questo dimostra che i grandi libri non hanno età; hanno lettori. E forse questa è una delle principali lezioni della buona letteratura per l’infanzia: ricordarci che crescere non significa perdere la capacità di meravigliarci, ma conservarla. Un adulto che condivide un buon libro con un bambino non solo gli sta insegnando a leggere, ma sta anche riscoprendo, quasi senza rendersene conto, un modo più puro, più libero e più umano di guardare il mondo.

Cosa offre il suo ultimo libro di racconti, Adriana e il Bosco dei Sussurri?

–Il mio ultimo libro, Adriana e il Bosco dei Sussurri, rappresenta, in un certo senso, la concretizzazione di tutto ciò di cui vi ho parlato finora riguardo alla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza. Raccolta di quindici racconti che hanno come protagonista Adriana — anche se potrebbe trattarsi di qualsiasi bambino o bambina — durante le sue avventure in un bosco dove la fantasia diventa un percorso alla scoperta della realtà.

Ogni avventura rappresenta una sfida diversa e offre al lettore la possibilità di crescere insieme alla protagonista. Si nota un chiaro omaggio ad alcuni dei grandi classici della letteratura per l’infanzia e per ragazzi, a partire da Il Le cronache di Narnia, da C. S. Lewis fino a personaggi e miti come Merlino o re Mida, perché le grandi storie non smettono mai di dialogare tra loro e continuano ad avere molto da dire ai lettori delle diverse generazioni.

Ho voluto scrivere un libro in cui l'avventura, l'umorismo, il mistero e l'immaginazione non fossero un semplice intrattenimento, ma il filo conduttore per affrontare temi fondamentali: il bene e il male, la paura e il coraggio, l'amicizia, la solidarietà, l'importanza di saper ascoltare e la capacità di lasciarsi incantare dalla bellezza della natura.

Se, chiudendo il libro, un bambino sente il desiderio di continuare a leggere e, inoltre, si pone qualche domanda importante sulla vita, riterrò che l’obiettivo sia stato raggiunto. 

Come autore, mi riempie di soddisfazione constatare che Adriana e il Bosco dei Sussurri sta conquistando sia i piccoli lettori che gli educatori e le famiglie.

Adriana e il Bosco dei Sussurri

Autore: José Molero Fernández
Editoriale: Strogoff
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 180

L'immenso potere di un “ti voglio bene”

L'amore non deve solo essere provato, ma anche espresso: la psicologia, le neuroscienze e la fede cristiana spiegano perché sentire un «ti voglio bene» possa rafforzare i legami e guarire il cuore.

11 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

María aveva passato tutto il pomeriggio a preparare la cena. Quel giorno compiva cinquant’anni. I suoi figli arrivarono uno dopo l’altro, la abbracciarono con affetto, le regalarono dei fiori e cominciarono a chiacchierare. Suo marito arrivò poco dopo. Le diede un bacio sulla fronte e le disse: “Che bello che la cena sia già pronta”. Durante la cena parlarono di lavoro, di politica e dei nipoti. Alla fine della giornata, Maria sorrise, rese grazie a Dio… ma, quando andò a coricarsi, una lacrima le scivolò lungo la guancia. Non era ingratitudine. Aveva sperato di sentire una frase che non era mai arrivata: “Ti voglio bene”.”

Suo marito l'amava sinceramente. Avevano condiviso trent'anni di vita. Lui lavorava, era responsabile e non le aveva mai mancato di nulla. Tuttavia, lei aveva bisogno di sentirsi dire ciò che lui riteneva ovvio.

Quante storie simili esistono? Genitori che non dicono mai al proprio figlio quanto lo amano perché credono che “gli dia alla testa”. Figli adulti che non esprimono mai il proprio affetto perché si vergognano. Amici che si salutano senza sapere che quella sarà l’ultima volta che si vedranno. Coppie sposate in cui l’amore esiste, ma rimane nascosto dietro la routine.

Perché due parole così semplici hanno una forza così grande? Perché l’essere umano è stato creato per amare… ma anche per sentirsi amato.

La psicologia contemporanea lo conferma. Lo psichiatra Daniel Siegel, uno dei massimi esperti di neurobiologia interpersonale, spiega che il nostro cervello non si sviluppa in modo isolato. Si plasma letteralmente all’interno delle relazioni affettive. La qualità dei legami modifica le connessioni neurali che regolano le nostre emozioni, la nostra capacità di fidarci e persino il nostro modo di affrontare la sofferenza.

Il neuropsichiatra Allan Schore ha dimostrato che le ripetute esperienze di affetto durante l’infanzia influenzano lo sviluppo dell’emisfero destro, responsabile della regolazione emotiva. In altre parole, il cervello impara a sentirsi al sicuro quando sperimenta l’amore espresso. Non basta amare. L’amore deve essere percepito.

Le ricerche del dottor John Gottman, condotte dopo aver seguito per decenni migliaia di coppie sposate, dimostrano che le coppie più felici non sono quelle che non hanno mai conflitti, bensì quelle che mantengono una percentuale molto elevata di interazioni positive. Tra queste spiccano le espressioni verbali di affetto, ammirazione e gratitudine. Le parole rafforzano il legame perché ricordano costantemente all’altro: “sei ancora importante per me”.

Anche le neuroscienze spiegano questo fenomeno. Quando una persona ascolta parole sincere d’amore, il cervello rilascia ossitocina, un ormone legato all’attaccamento, alla fiducia e alla cooperazione. Il neuroeconomista Paul Zak ha dimostrato che livelli più elevati di ossitocina favoriscono l’empatia, riducono la sfiducia e rafforzano i legami sociali. Allo stesso tempo, diminuisce il livello di cortisolo, il principale ormone dello stress.

Un “ti voglio bene” sincero non solo emoziona, ma rassicura anche il cervello. Ma possiamo andare ancora più in profondità.

Lo psichiatra Viktor Frankl sosteneva che l’esperienza più elevata dell’essere umano consista nello scoprire il valore unico e irripetibile di un’altra persona. Amare significa intravedere nell’altro possibilità che forse lui stesso non riesce ancora a vedere. Quando diciamo “ti voglio bene”, stiamo implicitamente dicendo: “La tua esistenza ha un valore immenso per me”. Questo spiega perché l’assenza di quelle parole lasci ferite così profonde.

Molti adulti ricordano perfettamente che a casa loro non sono mai mancati né il cibo, né i vestiti, né l’istruzione. Tuttavia, sono cresciuti con una dolorosa domanda che li tormentava interiormente: “Sono davvero importante per qualcuno?”

La filosofa Edith Stein ha scritto che una persona riesce a conoscere pienamente se stessa solo quando viene guardata con amore. La nostra identità si risveglia sotto lo sguardo amorevole dell’altro. Prima quello dei nostri genitori; poi quello di chi cammina al nostro fianco e, infine, quello di Dio.

San Giovanni Paolo II ha sviluppato questa stessa idea dal punto di vista dell’antropologia cristiana: l’essere umano non può comprendere appieno se stesso se non attraverso l’amore. Siamo stati creati per la comunione. Ecco perché l’isolamento ferisce così profondamente e la parola d’amore possiede una tale capacità di guarire.

San Tommaso d’Aquino definiva l’amore come “volere il bene dell’altro” (velle bonum alteri). Questa volontà deve tradursi in azioni, certamente, ma anche in parole. Perché le parole rendono visibile l’invisibile. Sono il ponte tra il cuore e chi spera di essere amato.

Dio stesso ha voluto rivelarsi in questo modo. L’intera storia della salvezza può essere intesa come la storia di un Dio che continua a dire all’uomo: “Ti amo”. Sul Giordano risuona la voce del Padre: “Questo è il mio Figlio prediletto” (Mt 3,17). Gesù ribadisce più volte ai suoi discepoli: “Li ho amati” (Gv 15,9). E san Giovanni riassume l’identità cristiana con una frase straordinaria: “Abbiamo conosciuto l’amore che Dio ci ha dimostrato e abbiamo creduto in lui” (1 Gv 4,16).

Prima di chiederci di amare, Dio ci fa capire che siamo amati. Forse è proprio lì che sta il segreto. Le parole d’amore non creano l’amore, ma lo rivelano, lo rafforzano e lo rendono credibile.

Non pensiamo mai che gli altri “lo sappiano già”. Forse lo intuiscono, ma il cuore umano ha bisogno di sentirlo dire. Un bambino che sente spesso “ti voglio bene” sviluppa un’autostima più solida. Un adolescente trova un rifugio dalla pressione del mondo. Una coppia rafforza il proprio legame. Un nonno scopre di essere ancora importante. Un amico ritrova la speranza.

Non sappiamo quale sarà l’ultima conversazione con le persone che amiamo. Per questo è bene non lesinare le parole. Forse oggi una persona a noi cara non ha bisogno di un consiglio, di una correzione o di un regalo. Forse sta solo aspettando di sentire, dalle nostre labbra, quelle due parole che hanno il potere di calmare la mente, rafforzare il cuore e ricordarle che la sua vita vale la pena:

“Ti voglio bene.”

Vangelo

Il Cielo è il luogo in cui si trova Dio. L'Assunzione di Maria (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture dell'Assunzione di Maria (A) relative al 15 agosto 2026.

Vitus Ntube-11 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Oggi la Chiesa celebra la grande solennità mariana dell’Assunzione: “che l’Immacolata Madre di Dio, Maria sempre vergine, dopo aver compiuto il corso della vita terrena, è stata assunta in corpo e anima alla gloria celeste”. Definita dogma da Papa Pio XII il 1° novembre 1950, questa verità di fede continua a dare abbondanti frutti spirituali nella vita della Chiesa.

Il Vangelo di oggi ci aiuta a comprendere perché Maria sia stata assunta al cielo. Due virtù risaltano in modo particolare: la sua umiltà e la sua fede. Durante la sua visita a Elisabetta, Maria intona il Magnificat, un inno che svela il segreto della sua grandezza. Maria non si esalta; riconosce che è Dio ad aver compiuto grandi opere in lei. Si definisce l’umile serva del Signore. “Ha guardato all’umiltà della sua serva”, afferma, e “esalta gli umili".

Maria non si è elevata da sola al cielo; è stato Dio a elevarla. La sua umiltà l’ha resa ricettiva alla grazia e all’azione di Dio. I superbi cercano di esaltare se stessi e, così facendo, diventano incapaci di essere elevati da Dio. Gli umili, invece, si lasciano elevare da Lui.

G. K. Chesterton una volta scrisse che “Gli angeli possono volare perché non si prendono troppo sul serio”. L’orgoglio ci appesantisce; l’umiltà ci mette le ali. Non è un caso che Beato Angelico dipingesse gli angeli con una straordinaria leggerezza, quasi come farfalle. L’Assunzione ci ricorda che Dio esalta gli umili ed eleva coloro che si affidano completamente alle sue mani.

Anche la fede di Maria è fondamentale nella celebrazione odierna. Papa Benedetto XVI ha osservato che la vera grandezza di Maria risiede nella sua fede. Ancor prima che Maria intonasse il Magnificat, Isabel aveva già riconosciuto questa grandezza: “Benedetta sei tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”. Ma Isabella va ancora oltre e individua la ragione più profonda della beatitudine di Maria: “Beata colei che ha creduto, perché si adempirà ciò che le ha detto il Signore".

La fede di Maria fu un’adesione totale al piano di Dio, un completo abbandono di sé nelle Sue mani. La sua fede permise alla grandezza di Dio di agire in lei. Poiché credette, Dio compì meraviglie nella sua vita, che culminarono nella sua assunzione alla gloria del Cielo.

Maria è stata assunta in cielo per stare con Dio per sempre. Il Cielo è il luogo dove si trova Dio. Stare in Cielo significa stare con Dio. E in Dio c’è posto per tutti noi. Nel celebrare questa solennità, possiamo chiedere alla Madonna di intercedere per noi, affinché possiamo crescere nell’umiltà e nella fede, atteggiamenti che permettono a Dio di compiere grandi cose nella nostra vita.

Evangelizzazione

Le lacrime di San Lorenzo: quando le stelle ricordano un martire

Ogni agosto le Perseidi illuminano il cielo, mentre la tradizione cristiana le associa alle lacrime versate da San Lorenzo durante il suo martirio.

Teresa Aguado Peña-10 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ogni agosto si verifica uno degli spettacoli astronomici più famosi dell’anno. Si tratta delle Perseidi, una pioggia di meteore che raggiunge il picco di attività intorno al 10-13 agosto e che, in Spagna e in altri paesi di tradizione cristiana, viene chiamata «le lacrime di San Lorenzo». La coincidenza con la festa del santo, che la Chiesa celebra il 10 agosto, ha dato origine a una tradizione che da secoli unisce il ricordo di un martire alle stelle che sembrano cadere dal cielo.

Le Perseidi sono particelle di polvere e altri detriti lasciati dalla cometa Swift-Tuttle che la Terra attraversa ogni anno nel suo percorso attorno al Sole. Quando queste particelle entrano nell’atmosfera ad alta velocità, si riscaldano, si disintegrano e producono quei bagliori luminosi che dalla Terra vediamo come stelle cadenti. Il loro radiante, ovvero il punto del cielo da cui sembrano provenire, si trova nella costellazione di Perseo. Da qui deriva il loro nome astronomico: Perseidi.

Ma la scienza non spiega l'origine del nome popolare «lacrime di San Lorenzo». Per comprenderlo, occorre rivolgere lo sguardo alla storia di un giovane diacono della Chiesa di Roma, la cui memoria è rimasta legata a quella notte d'agosto.

Un diacono al servizio dei poveri

San Lorenzo fu diacono di Roma e uno degli uomini più vicini a papa Sisto II. In qualità di arcidiacono, tra le sue responsabilità figuravano l’amministrazione dei beni della Chiesa e l’assistenza alle persone più bisognose. Si occupava di assistere i malati e di prendersi cura degli orfani, delle vedove e delle persone emarginate. Lorenzo divenne una figura molto amata a Roma e, anche dopo la sua morte, fu immediatamente oggetto di venerazione popolare.

Secondo la tradizione, durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano, nell’anno 258, papa Sisto II fu arrestato e giustiziato insieme a diversi suoi diaconi. Lorenzo fu arrestato poco dopo. Il prefetto di Roma gli intimò allora di consegnare i beni della Chiesa.

Il diacono chiese qualche giorno per raccoglierli. Ma, secondo la tradizione, impiegò quel tempo a distribuire ai poveri i beni di cui era responsabile. Quando tornò al cospetto delle autorità, non lo fece con ricchezze né tesori materiali. Era accompagnato da una moltitudine di persone bisognose che la Chiesa aiutava. Indicandole, Lorenzo avrebbe allora pronunciato una delle frasi più celebri associate alla sua figura: «Questi sono i tesori della Chiesa».

Lorenzo fu condannato a morire bruciato su una graticola di ferro, subendo una morte lenta e straziante. Si narra che, nel pieno del martirio, abbia esclamato: «Giratemi, da questa parte sono già cotto». Le sue lacrime, recita la leggenda, sono le «stelle» che nelle prossime notti cadranno dal cielo.

Perché «lacrime di San Lorenzo»?

Secondo un’antica tradizione cristiana, le stelle cadenti che appaiono nel cielo nei giorni intorno alla festa di San Lorenzo sarebbero le sue lacrime, versate dal cielo in ricordo del suo martirio. Un’altra tradizione parla di piccole particelle o «lapillis» provenienti dalle fiamme della graticola su cui fu bruciato.

Così, l’immagine delle lacrime di un santo che sembrano cadere sulla terra ha trasformato un fenomeno celeste in un’espressione della memoria cristiana di Lorenzo.

San Lorenzo è, inoltre, uno dei martiri più noti della Chiesa di Roma. Il suo culto è documentato fin dal IV secolo e la sua figura è rimasta legata alla città di Roma e alla tradizione cristiana.

Ciò che cade davvero dal cielo

Le Perseidi non sono quindi stelle cadenti né lacrime trasformate in luce. Sono meteore generate da particelle che penetrano nell'atmosfera terrestre a velocità molto elevate.

Ogni anno, intorno al 12 agosto, la Terra attraversa la zona dello spazio in cui si trovano i detriti lasciati dalla citata cometa Swift-Tuttle. Questa cometa, composta da polvere e ghiaccio, segue un’orbita attorno al Sole che impiega circa 133 anni a completare. Il suo ultimo passaggio vicino al Sole è avvenuto nel 1992 e il prossimo è previsto per il 2126.

Quando le minuscole particelle di quello sciame entrano nell’atmosfera, l’attrito con i gas atmosferici ne provoca il riscaldamento e la disintegrazione. Il bagliore che vediamo dalla superficie terrestre è ciò che chiamiamo meteoro. Per questo motivo, anche se comunemente parliamo di «stelle cadenti», non stiamo vedendo delle stelle: stiamo osservando la scia luminosa prodotta da minuscoli frammenti di materiale cometario.

FirmeBryan Lawrence Gonsalves

Che fine ha fatto il ristorante dei lavoratori? 

La scomparsa dei ristoranti semplici e convenienti riflette una società in cui mangiare fuori non è più una necessità quotidiana, ma sta diventando, sempre più, un lusso.

10 agosto 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Qualche settimana fa ho chiamato l'unico ristorante messicano della mia città che pubblicizzava un vassoio per le feste. Stavo organizzando un piccolo incontro con gli amici e mi piaceva l'idea che ognuno si preparasse i propri tacos.

Ho chiesto se offrissero cibo da asporto. La mia idea era quella di fare l'ordine, andare lì di persona, pagare, ritirarlo e andarmene. «No», mi hanno risposto. «Serviamo solo all'interno del locale».

Deluso, ho iniziato a cercare delle alternative. Ero sicuro che qualche altro ristorante messicano della città avrebbe offerto qualcosa di simile. Nessuno lo faceva.

Mi sono invece imbattuto in un menu dopo l’altro che applicava prezzi esorbitanti per quello che dovrebbe essere un pasto normale. I burritos che un tempo, quando ero studente universitario, costavano tre euro, ora ne costano nove. Altri ristoranti chiedevano quasi venti euro per un piatto di enchiladas.

Venti euro?! Incredibile! La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quasi: «Speriamo che quelle enchiladas curino il cancro, se costano così tanto».

Non è stata solo la sorpresa per il prezzo elevato e la quantità esigua. Mi ha fatto chiedere che fine avessero fatto i ristoranti che esistevano semplicemente per sfamare la gente.

Quando andare a mangiare fuori diventa un lusso

Ammetto che forse la mia sorpresa deriva dal fatto che tendo a essere un po’ fuori moda. Quando vado al ristorante, non cerco pareti con mattoni a vista, lampade artigianali, piatti in ceramica fatti a mano né menu sofisticati. Non mi interessa particolarmente se l’arredamento è stato progettato da architetti scandinavi o se il cameriere spiega la provenienza di ogni ingrediente.

Voglio semplicemente un pasto economico che sia buono e mi sazi. Sotto molti aspetti, ho quelli che si potrebbero definire solo gusti da gente comune. Un esempio è che bevo caffè solubile economico, di quel tipo che i veri appassionati di caffè, come la mia fidanzata, probabilmente si rifiuterebbero di riconoscere come caffè vero e proprio. Vivo per mangiare, piuttosto che mangiare per vivere. Se un pasto è economico, saziante e piacevole, sono felice.

Tuttavia, a un certo punto, i ristoranti sembrano essersi dimenticati di persone come me.

Mangiare fuori viene percepito sempre meno come un modo per nutrirsi e sempre più come l’acquisto di un’esperienza. I ristoranti sembrano competere in termini di estetica, immagine di marca, esclusività e capacità di continuare ad aumentare i prezzi senza allontanare i clienti. Il cibo in sé passa quasi in secondo piano. Nel frattempo, la gente comune della classe operaia si chiede quando un burrito sia diventato un capriccio di lusso.

Una lezione da Varsavia

Ogni volta che ci penso, la mia mente torna a un viaggio che ho fatto a Varsavia quando frequentavo ancora l’università. Un amico polacco mi portò in un ristorante vietnamita nascosto in una strada qualsiasi. Non era il tipo di locale che sarebbe mai apparso nelle guide turistiche o sui post di Instagram. Se non prestavi attenzione mentre camminavi per strada, ti perdevi l’ingresso del ristorante. 

I tavoli erano di plastica bianca da quattro soldi, il menu consisteva in un semplice foglio di carta plastificato e l’arredamento era praticamente inesistente.

Al bancone era seduta una ragazzina vietnamita, di circa undici anni, intenta a fare i compiti in silenzio. Il mio amico ha fatto l’ordine in polacco e lei ha risposto con disinvoltura, prima di incassare e tornare ai suoi problemi di matematica.

I suoi genitori cucinavano nella cucina che si trovava alle sue spalle. Quando il pranzo fu pronto, suonò un campanellino e ci invitò a prendere le nostre ciotole.

Per cinque euro mi hanno servito un’enorme ciotola di spaghetti vietnamiti fumanti. Erano freschi, deliziosi e, per me, uno studente universitario senza soldi e senza lavoro, erano semplici e sazianti.

Non c'è stato né spettacolo né drammaticità, né alcun tentativo di venderci una «esperienza». Niente rappresentazioni teatrali. Solo una famiglia di immigrati vietnamiti laboriosa che provvedeva al sostentamento della propria comunità.

A distanza di anni, non ricordo quasi più nulla di quella giornata a Varsavia. Non ricordo i luoghi che ho visitato né le persone che ho conosciuto, né tantomeno com’è andata quella giornata, ma ricordo bene quei noodles e quel ristorante vietnamita.

La scomparsa della quotidianità

Che fine hanno fatto posti come quello? Un tempo c’erano in quasi tutte le città. Piccole attività a conduzione familiare dove il proprietario conosceva i clienti abituali per nome. Ristoranti che non aspiravano a ottenere stelle Michelin, ma che cercavano semplicemente di offrire del buon cibo a prezzi onesti.

Questi locali accoglievano studenti con un budget limitato e offrivano un pasto ai lavoratori edili in cerca di un pranzo veloce. Accoglievano giovani famiglie che desideravano godersi una semplice serata fuori. Offrivano ai pensionati con poche risorse l’opportunità di mangiare qualcosa a prezzi accessibili senza preoccuparsi del proprio portafoglio. In generale, aiutavano persone che desideravano semplicemente un pasto decente senza doversi chiedere se avessero appena speso metà del proprio budget per la spesa.

Al giorno d'oggi, molti di questi locali sembrano scomparire. Senza dubbio, alcuni sono stati costretti a chiudere a causa dell'aumento degli affitti, dell'inflazione, dell'aumento dei costi del lavoro o della concorrenza delle grandi catene.

Le città tendono ad essere sempre più piene di ristoranti pensati per occasioni speciali piuttosto che per la vita di tutti i giorni. Ristoranti in cui è possibile recarsi solo su prenotazione, con interni curati nei minimi dettagli e dove i prezzi elevati sono considerati la norma.

Non c'è nulla di intrinsecamente negativo nell'alta cucina. Il problema sorge quando la gastronomia di tutti i giorni inizia a scomparire del tutto. Ogni società ha bisogno di luoghi in cui la gente comune possa ritrovarsi senza sentirsi esclusa a causa dei prezzi. 

Una prospettiva cattolica

Questo va ben oltre il semplice cibo. I ristoranti sono sempre stati luoghi in cui le comunità si riuniscono e, così facendo, uniscono un quartiere. 

La vita economica non dovrebbe mai esistere al solo scopo di massimizzare i profitti. I mercati sono preziosi strumenti, ma sono pessimi padroni. Le imprese cercano, naturalmente, di guadagnarsi da vivere, e non c’è nulla di immorale nel realizzare profitti. Tuttavia, il profitto deve rimanere la ricompensa per il servizio reso alla società, non il fine ultimo della società stessa.

Quando le aziende non possono più permettersi di rivolgersi alla gente comune o decidono di non farlo, si perde qualcosa di prezioso.

La Chiesa insegna da tempo che l’economia esiste per la persona umana, e non il contrario. Papa San Giovanni Paolo II, nella *Laborem Exercens*, ci ha ricordato che il lavoro possiede dignità perché è al servizio delle persone e delle famiglie. Allo stesso modo, la Chiesa insegna che la società deve essere orientata al bene comune, garantendo che la gente comune possa partecipare pienamente alla vita economica e sociale.

Il piccolo ristorante vietnamita di Varsavia incarnava molti di quei principi senza mai predicarli. Lì c’era una famiglia che lavorava unita al servizio del proprio quartiere; praticava prezzi accessibili alla gente comune; il loro lavoro non era affascinante, ma era dignitoso e, senza dubbio, una santificazione degna di per sé quando veniva offerto a Dio. Non vendevano nemmeno una sensazione di esclusività o lusso, ma offrivano ospitalità a modo loro.

I Vangeli descrivono ripetutamente Cristo seduto a tavola. Cenava con pescatori, esattori delle tasse e peccatori, e quando sfamò le folle, non lo fece con prelibatezze stravaganti, ma con pane e pesce, il cibo semplice della gente comune. 

Nella Galilea del I secolo, il pane d’orzo e il pesce del Mare di Galilea costituivano l’alimentazione di base dei braccianti, dei pescatori e dei poveri. Anche dopo la sua risurrezione, Cristo preparò per i suoi discepoli una colazione a base di pane e pesce su un fuoco di carbone sulla riva, riunendosi ancora una volta con loro nel mezzo della loro vita lavorativa quotidiana.

L'Ultima Cena ricorda ai cristiani che un pasto condiviso è più di un semplice mezzo per placare la fame; è un’espressione di comunione, fratellanza e ospitalità. Non è un caso che molti degli incontri di Cristo con gli altri abbiano avuto luogo attorno al cibo, 

La tradizione cristiana ha compreso da tempo che accogliere gli altri a tavola è uno degli atti di carità più semplici e profondi. 

Ciò che abbiamo perso

Non credo che tutti i ristoranti debbano essere economici. Ci sarà sempre spazio per l’alta cucina, per gli chef ambiziosi e per l’arte culinaria. Ma dovrebbe esserci spazio anche per il lavoratore, per lo studente con 10 euro in tasca, per una giovane famiglia che festeggia un compleanno, per un pensionato che vuole semplicemente un pasto caldo senza preoccuparsi del conto e per un gruppo di amici che si ritrovano a mangiare dei tacos senza dover prenotare un tavolo con settimane di anticipo.

Forse ciò che mi manca non è affatto il cibo messicano a buon mercato, forse mi manca una società che lasciava spazio alla gente comune.

Il piccolo ristorante vietnamita di Varsavia non aveva arredi di design, né un marchio raffinato, né un'immagine curata nei minimi dettagli. Tuttavia, possedeva qualcosa di sempre più difficile da trovare: lavoro onesto, prezzi equi, ospitalità genuina e cibo che accoglieva tutti a braccia aperte.

Questi sono i tesori nascosti che le nostre città possedevano un tempo e non posso fare a meno di chiedermi se, nella nostra ricerca della raffinatezza, abbiamo dimenticato la semplice virtù di nutrire bene i nostri vicini.

L'autoreBryan Lawrence Gonsalves

Giornalista e saggista nato negli Emirati Arabi Uniti e residente in Lituania. Collabora con Omnes, EWTN News e CNA Deutsch.

Vaticano

Il Papa pone i giovani (e le guerre) al centro della sua attenzione

Sulla scia delle notizie relative alla GMG in Corea del Sud e all’incontro ad Assisi, Leone XIV ha nuovamente puntato i riflettori sui giovani durante l’Angelus, affinché si lascino ispirare da santi come san Domenico, santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), san Lorenzo o santa Chiara d’Assisi. Ha inoltre lanciato un appello urgente per la pace in Sudan, Ucraina e Russia.

Francisco Otamendi-9 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

In questo periodo estivo, il Papa ha rivolto nuovamente un’attenzione particolare ai giovani. Ai giovani e alle guerre.

Nel Angelus in occasione di questa XIX Domenica del Tempo Ordinario, dopo aver salutato i giovani della Comunità Santa Maria Maddalena della diocesi di Milano, ha affermato che “la presenza di tanti gruppi di giovani, che decidono di dedicare alcuni giorni delle loro vacanze ad attività formative e di condivisione, è un segno di speranza; così come lo è stato l’incontro dei giovani francescani, con i quali ho avuto il piacere di incontrarmi giovedì scorso ad Assisi”.

Santi e sante: conoscere testimoni esemplari del Vangelo

Ha poi esortato con forza i giovani a lasciarsi “ispirare dai testimoni esemplari del Vangelo” che il calendario liturgico ci propone in questi giorni.

E ha fatto riferimento ad “alcune meravigliose figure di santi e sante che vi invito a conoscere meglio: ieri, il grande san Domenico, fondatore dei Frati Predicatori; oggi, santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, carmelitana assassinata ad Auschwitz e compatrona d’Europa; domani, san Lorenzo, diacono della Chiesa di Roma; dopodomani, santa Chiara d’Assisi, che abbandonò una vita agiata per seguire Gesù, povero e umile, seguendo l’esempio del suo concittadino san Francesco. Cari giovani, lasciatevi ispirare da questi testimoni esemplari del Vangelo!”.

Nella tempesta di Gennesaret: Gesù non ci abbandona

Prima della recita dell’Angelus, il Successore di Pietro ha commentato il Vangelo di questa domenica, che ci parla di “Gesù che, sul lago di Galilea, camminando sulle acque, si unisce ai discepoli nel mezzo di una tempesta (cfr. Mt 14,22-33).

Verso la fine della notte, Gesù va loro incontro sulle acque agitate, e loro, spaventati, lo scambiano per un fantasma (v. 26). Ma Lui dice loro: ‘¡Coraggio!, ’Sono io, non abbiate paura!» (v. 27). 

La presenza del Signore cambia tutto, ha detto il Papa. “Pietro riesce persino a fare qualche passo sulle onde verso di Lui; poi si spaventa, comincia ad affondare e Gesù lo salva. Quando il Maestro sale sulla barca, la tempesta si placa, e allora dal cuore dei discepoli sgorga spontaneamente la professione di fede: ‘Tu sei davvero il Figlio di Dio’ (v. 33)”.

“Non lasciarci travolgere dal successo”

Questo miracolo ci insegna qualcosa di importante, ha sottolineato il Pontefice. “Innanzitutto, a non lasciarci trasportare dal successo e a non essere mai presuntuosi; e, allo stesso tempo, a non disperare, nemmeno nei momenti di oscurità, quando ci sentiamo impotenti di fronte ai problemi e, nonostante i nostri sforzi, ci sembra di andare più indietro che avanti”. 

“In ogni circostanza, Gesù non ci abbandona e, se lo accogliamo con umiltà nella barca della nostra vita — attraverso la preghiera, i sacramenti e l’ascolto della sua Parola —, in Lui troveremo la pace, la luce e la forza per il nostro cammino”.

Sudan, Ucraina, Russia

Dopo la recita dell’Angelus, il Santo Padre ha espresso la propria vicinanza a tutti gli abitanti del Sudan, in particolare alla città di El Obeid, ha rinnovato il proprio appello alle autorità affinché garantiscano corridoi umanitari alla popolazione civile, ed ha esortato la comunità internazionale a sostenere gli sforzi volti a ottenere un cessate il fuoco immediato. 

Infine, ha esortato alla preghiera, “chiedendo al Signore di sostenere chi soffre, di convertire i cuori di chi semina violenza e di concedere la pace tanto agognata”.

Sulla stessa linea, ha rivelato che continuano a giungergli notizie dolorose su persone innocenti uccise e ferite in Ucraina e in Russia. Gli episodi tragici si susseguono, anzi, si moltiplicano, causando un numero sempre maggiore di vittime civili, tra cui anche bambini. 

La guerra non fa che generare altra guerra e un'enorme sofferenza

”Esprimo la mia solidarietà alle famiglie delle vittime, ai feriti e a tutti coloro che soffrono a causa del conflitto in corso», ha affermato Leone XIV.  

“Di fronte a tanto dolore, rinnovo un appello accorato affinché venga rispettato il diritto umanitario e entrambe le parti pongano fine agli attacchi contro obiettivi civili. La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze. È ora di fermare la spirale di violenza e di dare spazio alla diplomazia e al dialogo per spianare la strada verso la pace”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Libri

Edith Stein, la Santa Teresa dei nostri tempi

In una biografia definitiva, Irene Chikiar analizza la vita di Santa Teresa Benedetta della Croce come un percorso alla ricerca di un senso.

José María Navalpotro-9 agosto 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Il 9 agosto si celebra la festa di una delle più grandi sante europee contemporanee: Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein. Filosofa di spicco e allieva di Husserl, ebrea, convertita al cattolicesimo, carmelitana e martire della persecuzione nazista nel campo di concentramento di Birkenau. È una delle patronesse d’Europa. Probabilmente la migliore analisi biografica mai realizzata su di lei si trova nella monumentale biografia Edith Stein. Ebrea. Filosofa. Santa, pubblicata da Taurus nel 2025 e scritta dall'argentina Irene Chikiar Bauer. 

L'autrice del libro ha conseguito il dottorato in Lettere presso l'Università Nazionale di La Plata, in Argentina, ha conseguito un master in Sociologia della Cultura e Analisi Culturale ed è docente presso l'Università di San Martín e quella di San Antonio de Areco; è inoltre autrice di un'altra biografia esaustiva su Virginia Woolf. Si occupa di Omnes a Madrid per presentare l’opera dedicata a una figura filosofica e religiosa di prim’ordine.

Cosa la affascina del profilo di Edith Stein? Perché ha iniziato a interessarsi alla sua figura? 

–Quando Giovanni Paolo II la canonizzò nel 1998, venni a conoscenza di questa donna. Trovo impressionante il suo percorso, che va dall’ebraismo all’allontanamento dalla fede dei suoi genitori all’età di 13 anni. Si considerava agnostica, si dedicava allo studio, amava la letteratura e la storia. Poi scopre la filosofia, si pone le grandi domande dell’essere umano, che sono le grandi domande filosofiche, ma incentrate piuttosto sull’esperienza, sulla conoscenza delle cose e di sé stessi. È attraverso questo percorso che giunge alla conversione.

Mi sembra una figura fondamentale per la nostra epoca, un’epoca che separa la ragione dalla religione, soprattutto tra la gente comune. 

E lei sceglie la via religiosa, quando non le permettono più di fare l’insegnante né la conferenziera, nonostante il successo che aveva ottenuto; aveva sempre desiderato diventare carmelitana e, quando quel percorso viene interrotto, pensa che sia giunto il momento di realizzare il suo desiderio: entrare nel Carmelo.

Ha molte caratteristiche che la rendono speciale. Nel libro, ad esempio, viene messo in risalto il suo femminismo pionieristico.

–Virginia Woolf, protagonista della mia altra voluminosa biografia precedente, è anch’essa una pioniera e una precursora del femminismo, ma non si definiva tale. Ed è del 1882. Edith nasce nove anni dopo, ma a differenza di Virginia Woolf, lei frequenta l’università, ed è lì che scopre di essere femminista, perché ritiene che le donne debbano avere gli stessi diritti degli uomini. Alcune sue amiche studiano all’università, ma si interrogano sulla loro “doppia vocazione”: cosa succederà se si sposeranno? Dovranno rinunciare a tutto? Molte non ritenevano compatibile avere una famiglia con l’avere una professione. Lei si schiera decisamente a favore della possibilità di conciliare entrambe le cose. In questo senso si considerava una femminista e lo afferma apertamente. 

È anche un'attivista politica, poiché milita nella Repubblica di Weimar. Ovviamente rimane presto delusa, perché sostiene che per fare politica sia necessario avere una coscienza salda e la pelle dura. 

Da quel momento in poi si dedica completamente alla filosofia, e attraverso la filosofia. In questa fase della fenomenologia ha luogo il suo percorso verso la conversione. Non è l’unico caso, poiché anche Husserl si era convertito al cristianesimo, e Adolf Reinach, una personalità eccezionale che era il primo assistente di Husserl, si convertì a sua volta. Ci sono conversioni legate a una convinzione intima, in momenti davvero tragici. Questo, per la nostra epoca, per le persone che non hanno un’esperienza religiosa, è estremamente sorprendente. Vedono persone che vivono esperienze davvero terribili e, invece di provare risentimento verso la vita e abbandonare tutto, trovano questa esperienza religiosa e la ricerca del trascendente.

In qualità di infermiera

Edith Stein, durante la Prima guerra mondiale, lavorò come infermiera: in che modo questo lavoro la influenzò? 

–È fondamentale. Non sopporta l’idea che, mentre Reinach e tutti i suoi amici maschi sono in guerra, lei non possa fare nulla. Si offre come infermiera. Prima va alla clinica dove sua sorella Erna è medico, segue un corso di formazione e poi parte.

Questo è estremamente importante per le infermiere. Infatti, dedica la parte più ampia della sua autobiografia al periodo in cui ha lavorato come infermiera, e lo fa con grande precisione. Scrive con grande dedizione di cosa significhi quel lavoro. Ha una tale empatia verso i malati che credo che quell’esperienza le sia stata molto utile quando ha scritto la sua tesi sull’empatia. Per via di ciò che ha vissuto in quel contesto: ha dovuto curare malati che non riescono nemmeno a parlare, che devono comunicare con lo sguardo, oppure ha malati che non parlano la sua lingua, 

Il tema dell'empatia in Stein è qualcosa di molto moderno, nel senso che oggi è di grande attualità, non è vero? 

–L’empatia è una parola molto usata ma poco messa in pratica. Edith Stein si oppone alle opinioni precedenti secondo cui l’empatia consistesse nel provare lo stesso sentimento dell’altro; lei sostiene invece che non sia così, ma che si tratti piuttosto di provare ciò che prova l’altro, pur sapendo che quel sentimento appartiene all’altro. Questa è la vera comunicazione, il resto è contagio. Tale empatia richiede anche una scelta etica, e in questo Edith Stein è stata una maestra.

Ha sempre preso decisioni etiche nei confronti degli altri, e lei afferma che “lo scopo dell’uomo è che la sua voce risuoni insieme a quelle degli altri”. 

C’è anche un aspetto molto interessante nel modo in cui non rinnega mai il proprio ebraismo, in un’epoca in cui in Germania imperversava una propaganda antiebraica tremenda. In qualità di docente e conferenziera, ormai cattolica, pronuncia questa frase: “Il Signore ha scelto un popolo per nascere in esso, durante la sua vita terrena ha parlato la lingua di questo popolo, ha pensato con le sue metafore e le sue immagini, ne ha osservato i costumi, gli ha dedicato tutte le sue energie e ha affidato a ogni popolo una missione su questa terra e per l’eternità, e a ciascuna persona una missione all’interno di questo popolo”. È una donna ecumenica, all’avanguardia, incredibile.

È una figura di primo piano, ma forse non so se sia sufficientemente conosciuta. 

–È poco conosciuta, tranne che nel mondo cattolico, in particolare tra i carmelitani, perché quando entra nel Carmelo non le interessa più essere una filosofa di fama. Poi arriva il nazismo, la uccidono e nessuno ha voluto ricordarsi di lei.

Sono davvero soddisfatto di aver portato questa personalità presso una casa editrice come Penguin (Taurus), che è una casa editrice di livello mondiale e non è un marchio religioso.

A me è stato di enorme aiuto un libro di Alasdair MacIntyre, perché anche lui, dal punto di vista filosofico, scrive dell’importanza di Stein e di molte delle sue intuizioni, che, se avesse potuto continuare a svilupparle in ambito filosofico, chissà dove sarebbero arrivate, e che in seguito sono state sviluppate anche dalla fenomenologia. Lei presenta grandi anticipazioni, come il tentativo di conciliare la fenomenologia con san Tommaso d’Aquino.

È anche un ponte tra fede e ragione, no? 

–È proprio questo che mi ha colpito così tanto. Una persona che abbandona la fede dei propri genitori, che si dichiara agnostica, che si dedica allo studio con grande dedizione, brillante, e che considera la ragione come il valore supremo, giunge al percorso religioso e a quella conciliazione tra conoscenza e spiritualità, che non si escludono a vicenda. È davvero sorprendente.

Alla fede attraverso la ragione

Lei giunge alla fede attraverso la ragione…

–Sì, parte dall’agnosticismo. Allora, come è arrivata a questa esperienza religiosa e con una tale profondità? Quando Edith Stein scrive la sua autobiografia, il nazismo è già all’apice del potere, e i suoi confessori, l’ambiente cattolico, le chiedono di scrivere la sua storia perché è il modo in cui, secondo loro, si può cercare di contrastare l’orribile propaganda nazista.

Quindi lei scrive per mostrare la realtà della famiglia ebrea, che non aveva nulla a che vedere con ciò che mostrava la propaganda nazista. Ma scrivendo anche in quel contesto, ci sono molte cose che lei non avrà detto. 

Perché si è convertita leggendo Santa Teresa? 

–Quando comincia a riflettere su una figura trascendente, su Dio, dice: «Il mio cammino mi porterà verso il cristianesimo», ma non sa se diventerà luterana, come la maggior parte dei tedeschi, o cattolica. Sulla scia di Edith Stein, non si limita ad aspettare di vedere cosa succederà, ma si mette a leggere tutto ciò che può: teologia luterana, cattolica… A un certo punto, le capita tra le mani il libro di Teresa d’Avila, Il Libro della Vita. E capisce che quella è la sua strada, e vuole diventare carmelitana. Perché? Una delle cose che Teresa non dice è che suo nonno era ebreo. Quando si legge il Libro della Vita, si vede che Teresa ripete continuamente che ciò che conta è come ci si comporta nel mondo, i fatti, non da dove si proviene. 

Per me Edith Stein è la Santa Teresa dei nostri tempi, anche se il contesto è diverso, perché non viviamo in una società religiosa. Santa Teresa e San Giovanni vivevano in una società molto religiosa, avevano moltissimi nemici, ma anche moltissimi seguaci; per questo poterono attuare una riforma e fondare conventi. Edith Stein arriva nel XX secolo, in un’epoca caratterizzata, dopo il positivismo, dal primato della ragione.

È davvero incredibile che, nonostante tutto, lei abbia ripreso il cammino della spiritualità. 

Va inoltre sottolineato che San Giovanni della Croce e Santa Teresa, per quanto avessero avuto moltissimi nemici, alla fine della loro vita erano circondati da persone che li amavano. Edith Stein muore da sola in un campo di concentramento, circondata da vittime come lei. 

Avrebbe potuto evitare il suo martirio? 

–Avrebbe potuto fuggire. A un certo punto, le Carmelitane in Germania, per proteggerla, proposero di mandarla in Olanda, ma quando scoppiò la guerra e i nazisti invasero l’Olanda, cercarono di portarla via da lì. Cercarono di portarla in Svizzera, ma una delle sue sorelle, che si era anch’essa convertita, lavorava come portinaia nel convento, ed Edith Stein si rifiutò di andarsene senza di lei. A causa di questi ritardi, alla fine i nazisti la portarono via, per rappresaglia alla lettera dei vescovi olandesi contro il nazismo, nel contesto di una vendetta che consisteva nel dare la caccia a tutti gli ebrei che si erano convertiti, o a molte persone che avevano sposato ebrei. Sono le prime deportazioni nei campi di concentramento per gli ebrei. È lì che la uccidono, a Birkenau.

Qual è il suo aspetto più degno di nota?

–Il nome che sceglie al momento dell’ingresso in convento è significativo. Sceglie Teresa, ovviamente in onore di Teresa d’Avila; Benedetta, perché ha trascorso molto tempo con i benedettini (molti si chiedevano perché non fosse diventata benedettina) e della Croce. Nel suo nome c’è tutto: c’è quella coerenza e quell’etica. 

Ciò che colpisce di Edith Stein, ciò che commuove di lei, è proprio quella ricerca di senso. Molte biografie cattoliche l’hanno descritta come una ricercatrice della verità. Ma da una prospettiva più laica, è una ricercatrice del senso della vita.

Edith Stein. Ebrea. Filosofa. Santa

Autore: Irene Chikiar Bauer
Editoriale: Toro
Anno di pubblicazione: 2025
Pagine: 768
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Ecologia integrale

Acutis AI: ecco come Luigi XIV vorrebbe che vivessimo la rivoluzione dell’IA

Peter Cooney, cofondatore di Acutis AI, analizza l'enciclica Magnifica Humanitas e spiega perché Papa Leone XIV invita ad affrontare senza timore le sfide dell'intelligenza artificiale.

OSV / Omnes-9 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

L'intelligenza artificiale sta rapidamente portando alla fine del mondo così come lo conosciamo, ma Papa Leone XIV ha un messaggio urgente per tutti: non fuggite dal cambiamento che l'IA comporta; affrontatelo invece a testa alta.

Questa è stata solo una delle conclusioni emerse da una conferenza tenutasi il 1° agosto presso il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II a Washington, dove è stata analizzata la recente enciclica del Papa «Magnifica Humanitas: »Sulla tutela della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale». Peter Cooney, cofondatore della piattaforma web Acutis AI — che prende il nome da San Carlo Acutis ed è stata concepita come alternativa cattolica ai sistemi di IA convenzionali, offrendo risposte basate sull’insegnamento della Chiesa — ha illustrato ai presenti l’ampio documento di Papa Leone XIV.

«Inizia con forza: l’umanità si trova di fronte a una decisione cruciale. Va dritto al sodo. Se guardiamo ad altre encicliche, di solito iniziano con un tono molto più pacato», ha detto Cooney, 21 anni, studente dell’ultimo anno di Economia all’Università di Dallas. «Quindi credo che ciò che Papa Leone ci stia dicendo sia: questo è importante; ascoltate; prestate attenzione». E ci sono ottime ragioni per farlo, vista la rapidità con cui l’intelligenza artificiale si sta diffondendo in tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Una tecnologia senza precedenti

Cooney ha sottolineato che il 30 novembre 2022 è stato annunciato il lancio di ChatGPT, un chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa, sulla piattaforma social Twitter, ora nota come X. In cinque giorni aveva già superato il milione di utenti; oggi, a meno di quattro anni di distanza, conta oltre un miliardo di utenti attivi al mese. «Questa è la tecnologia in più rapida crescita che abbiamo mai visto al mondo», ha affermato Cooney. «E credo che ci siano alcuni aspetti di questa tecnologia che la distinguono da quelle del passato».

Tra queste differenze, ha affermato, figurano la diversità degli utenti dell’IA (dai bambini ai militari); la concentrazione della proprietà dell’IA (Cooney ha stimato che meno di 10 aziende detengono il 95% del mercato attuale); e la corsa competitiva all’IA tra Stati Uniti e Cina (con l’obiettivo di trasformare questa potente tecnologia in un’arma). «Ciò a cui assistiamo è che poche aziende in due delle nazioni più potenti del mondo competono per creare i modelli di IA più avanzati al fine di ottenere un vantaggio militare», ha sottolineato Cooney. «E quella stessa tecnologia è presente nei Chromebook dei bambini nelle loro aule. Questo è il mondo verso cui si sta dirigendo il Santo Padre».

Ciononostante, la Chiesa cattolica non è priva di risposte. Con questa enciclica, Papa Leone XIV ha «affermato la Chiesa come autorità morale in materia», ha affermato Cooney. «Il che offre ai leader del settore tecnologico ottimi motivi per leggere il resto di ciò che ha da dire».

I tre pericoli dell'intelligenza artificiale

Secondo Cooney, il pontefice evidenzia tre pericoli specifici legati all’intelligenza artificiale: la facilità con cui si ottengono risultati; la sua apparente obiettività, che in realtà non esiste; e la sua capacità di simulare la comunicazione umana.

Sebbene l’IA possa essere davvero utile, «se smettiamo di riflettere sulle cose e ci limitiamo a delegare tutto all’IA, perderemo la capacità di pensare», ha osservato Cooney, «che è una parte fondamentale di ciò che ci rende umani». Ha inoltre confermato che, nel caso dell’IA, «ogni risposta si basa sulla probabilità. In sostanza, si tratta di effettuare calcoli matematici e individuare la probabilità più alta che la parola successiva sia quella corretta», ha affermato Cooney. «L’IA non è neutrale».

Per quanto riguarda la comunicazione umana, Cooney ha aggiunto: «Se non stiamo attenti, rischiamo che l’IA ci privi gradualmente delle nostre relazioni umane… può compromettere le relazioni umane».

La posta in gioco

Cooney ha osservato che Papa Leone XIV afferma che queste minacce mettono a repentaglio la verità, il lavoro e la libertà.

La verità, perché l’IA aggrava il problema della disinformazione grazie alla sua capacità di manipolare immagini o video; il lavoro, perché l’uso dell’IA per sostituire i dipendenti compromette la loro dignità umana; e la libertà, perché è facile avere la sensazione di scegliere quando in realtà le proprie decisioni sono fortemente influenzate dall’IA.

Tuttavia, Cooney ha confermato che Papa Leone non perde la speranza. «Non dice di nasconderci dall’IA né di fuggirla. Riconosce tutti i pericoli e lo stato di confusione e paura che regna nel mondo», ha affermato Cooney. «Ma ci esorta a costruire. Dice che, nonostante questa spirale discendente, possiamo anche intravedere gran parte dell’umanità che si sforza… di costruire la città santa».

Non fuggire, ma costruire

L'esortazione di Papa Leone XIV, «Magnifica Humanitas», in cui si invita le persone ad assumere il proprio ruolo di discepoli di Gesù Cristo in un«»era di trasformazione digitale», è senza dubbio suggestiva.

«Non temiamo di sporcarci le mani nel «cantiere» del nostro tempo», scrive Papa Leone XIV nell’enciclica. Ha esortato le persone a «non essere spettatori passivi delle fratture sociali e culturali, né semplici commentatori di ciò che va in pezzi, ma uomini e donne disposti a entrare nel vivo della storia —laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, mezzi di comunicazione, istituzioni e comunità locali— per ricostruire ciò che è crollato e proteggere ciò che è minacciato».

Secondo Cooney, l’appello di Papa Leone agli uomini e alle donne di oggi «è quello di costruire senza paura, proteggere i nostri figli e affidare tutto a Maria».

Discepoli di Cristo nell'era digitale

Per rispondere all'appello di Papa Leone, Cooney ha avanzato tre suggerimenti personali. «Non possiamo avere paura dell'IA. Dobbiamo imparare a usarla, e imparare a usarla bene», ha affermato.

Ha inoltre esortato i genitori a «parlare con i propri figli e con le loro scuole per capire come viene utilizzata l’intelligenza artificiale. Poiché viene utilizzata praticamente in tutte le scuole… è importante che ne comprendano il funzionamento e i problemi che a volte comporta». Infine, Cooney ha consigliato la preghiera. «Direi di provare a recitare ogni giorno qualche Ave Maria per la pace nel mondo», ha detto, «affinché il mondo possa risolvere questa situazione insieme».

La corrispondente di OSV News, Kimberley Heatherington, ha riferito da Washington.

L'autoreOSV / Omnes

Cultura

Nascosti per secoli: come sono stati ritrovati i sermoni di sant’Agostino recentemente identificati

Dopo essere rimasti nascosti per secoli, un gruppo di ricerca ha identificato due nuovi sermoni di sant’Agostino.

Agenzia di stampa OSV-9 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

– OSV News / Katarzyna Szalajko

Due sermoni di sant'Agostino finora sconosciuti sono stati individuati in un manoscritto del XII secolo conservato in Polonia, offrendo ai ricercatori una nuova e insolita prospettiva sulla mente di uno dei più grandi teologi del cristianesimo, a oltre 1.600 anni di distanza dalla loro predicazione.

La scoperta è stata effettuata in un manoscritto del XII secolo conservato nella biblioteca diocesana di Pelplin, nel nord della Polonia, al termine di quasi due anni di ricerche condotte da esperti di Germania e l'Austria. Le omelie, che saranno pubblicate in un'edizione critica alla fine del 2026, trattano dell'incontro di Saul con la veggente di Endor nel Libro di Samuele.

Il manoscritto era catalogato da molto tempo nella collezione della biblioteca, ma nessuno lo aveva studiato in modo approfondito prima della recente collaborazione con ricercatori tedeschi e austriaci, come ha spiegato a OSV News padre Jan Walkusz, direttore della biblioteca diocesana di Pelplin.

“Solo le recenti ricerche condotte da esperti di Bad Doberan, Würzburg e Vienna hanno dimostrato che il manoscritto contiene due sermoni finora sconosciuti del Vescovo di Ippona”, ha affermato il sacerdote.

Come è iniziata la rigorosa ricerca accademica

La storia è iniziata con una telefonata.

“Nel 2024 mi ha contattato Paul Nebauer, di Bad Doberan… il quale aveva rinvenuto un manoscritto medievale contenente sermoni attribuiti ad Agostino nella biblioteca diocesana di Pelplin”, ha dichiarato a OSV News Christian Tornau, latinista e docente presso l’Università Julius-Maximilians di Würzburg.

“Mi ha chiesto aiuto per l’identificazione e la traduzione dei testi”, ha aggiunto il professore.

Nebauer, membro dell’Associazione del Monastero di Bad Doberan, ha dedicato anni alla ricerca di manoscritti medievali dell’antica abbazia cistercense. La sua biblioteca fu distrutta durante la Guerra dei Trent’anni nel XVII secolo.

Durante le sue visite di ricerca a Pelplin nel 2024 e nel 2025, Nebauer individuò sei manoscritti la cui provenienza era chiaramente Bad Doberan. Un volume attirò immediatamente la sua attenzione.

Due parole chiave hanno attirato l'attenzione del ricercatore

“All’inizio, il breve indice forniva poche informazioni sul contenuto”, ha dichiarato Nebauer a OSV News. “Sono state solo le parole chiave ‘Phytonissa’ e ‘Resuscitatio Samuelis’ ad attirare la mia attenzione sulla storia biblica della strega (indovina) di Endor”.

Nel primo Libro di Samuele, capitolo 28, il re Saul consulta una indovina che evoca il profeta Samuele prima della sua battaglia finale contro i Filistei. Questo episodio ha rappresentato a lungo una sfida per gli esegeti cristiani, poiché sembra mostrare una maga che esercita potere su uno dei profeti di Dio.

Nebauer “trovò il testo davvero insolito: parole del genere provenienti da sant’Agostino?”, ricordò. Rendendosi conto che il manoscritto richiedeva l’analisi di un esperto, contattò Tornau. Il manoscritto del XII secolo fu copiato a Bad Doberan, probabilmente sulla base di un manoscritto oggi perduto proveniente dall’abbazia di Amelungsborn.

Due nuovi sermoni mai identificati prima d'ora

Padre Walkusz ha spiegato che il manoscritto è giunto a Pelplin grazie ai monaci cistercensi. Quando i monaci di Bad Doberan fondarono un’abbazia filiale a Pelplin nel XIII secolo, “era consuetudine tra i cistercensi dotare la nuova comunità dei libri liturgici e teologici necessari”, ha dichiarato a OSV News. “È così che questo volume, contenente le omelie di sant’Agostino, insieme ad altri manoscritti provenienti da Bad Doberan, è giunto a Pelplin”.

Dei sei sermoni conservati nel manoscritto, quattro erano già noti agli esperti, mentre due non erano mai stati identificati.

“Naturalmente, l’idea di aver trovato nuovi sermoni di Agostino ci ha affascinato”, ha dichiarato Tornau a OSV News, “ma ben presto ci siamo mostrati scettici perché in alcuni passaggi i sermoni non sembravano essere stati redatti da Agostino”. Il team, al quale si sono uniti i ricercatori Dorothea Weber e Clemens Weidmann del Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL) di Vienna, ha trascorso quasi due anni a trascrivere e analizzare i testi, anche durante una scuola estiva nel 2025 alla quale hanno partecipato circa 20 specialisti.

“Lavoro filologico continuativo” per quasi 2 anni

“Il nostro verdetto finale, secondo cui si tratta effettivamente di testi autentici, è il risultato di un lavoro filologico costante durato quasi due anni”, ha affermato Tornau.

Gli esperti hanno basato la loro conclusione su prove liturgiche, linguistiche e teologiche che indicano in modo coerente la paternità di sant’Agostino. Clemens Weidmann, del CSEL, che ha collaborato anche alla cura dell’edizione, ha sottolineato che l’attribuzione del manoscritto a sant’Agostino era solo il punto di partenza. “Tuttavia, questo da solo non basta a dimostrare la paternità di Agostino, poiché nei manoscritti gli vengono falsamente attribuiti molti sermoni non autentici”, ha dichiarato a OSV News.

“Poiché il predicatore risulta così indistinguibile da Agostino, riteniamo metodologicamente sicuro attribuire la paternità ad Agostino piuttosto che inventare un ‘allievo’ o un ‘seguace’ anonimo”, ha spiegato Tornau a OSV News. “Nessun discepolo né autore di epoche successive avrebbe potuto conoscere così bene lo stile e il pensiero di Agostino da poter redigere un ‘sermone agostiniano’ che riunisse così tanti tratti stilistici presenti in tutta la sua opera”, ha aggiunto Weidmann a OSV News.

Ricchezze culturali e religiose della collezione di Pelplin

Padre Walkusz ha affermato che la scoperta mette in luce anche l’importanza della stessa collezione di Pelplin. “La scoperta di questi sermoni dimostra senza ombra di dubbio che i fondi accuratamente conservati a Pelplin racchiudono enormi ricchezze culturali e religiose, accessibili ai ricercatori di tutto il mondo”, ha dichiarato a OSV News.

“Le nuove scoperte di opere della tarda antichità suscitano sempre grande scalpore”, ha dichiarato a OSV News la Weber, docente in pensione e studiosa di lunga data di Agostino presso il CSEL. I sermoni recentemente identificati offrono inoltre una visione insolitamente personale di sant’Agostino come predicatore, ha sottolineato.

“È davvero affascinante vedere come Agostino spiegasse alla congregazione perché non avesse avuto modo di preparare il brano biblico su cui avrebbe dovuto predicare”, ha spiegato Weber a OSV News. “Inizialmente ha cercato di guadagnare un po” di tempo per organizzare le sue idee e, nonostante l’improvvisazione, è riuscito a mantenere la sua consueta brillantezza stilistica e una struttura chiara nella sua complessa argomentazione», ha aggiunto.

I sermoni vertono su uno degli episodi più controversi dell’Antico Testamento. Secondo Tornau, gli antichi interpreti cristiani proponevano generalmente due spiegazioni per l’incontro di Saul con Samuele: o Dio permise al profeta di apparire nonostante le azioni della maga, oppure Saul fu ingannato da uno spirito maligno che si spacciò per Samuele. Anziché insistere sul fatto che solo una delle due interpretazioni sia corretta, sant’Agostino esamina minuziosamente entrambe.

Ciò di cui parla sant’Agostino nei suoi sermoni

“Nei nuovi sermoni, Agostino analizza entrambe le opzioni con i loro pro e contro, e conclude che entrambe sono accettabili perché nessuna delle due è in contrasto con la fede cristiana”, ha spiegato Tornau a OSV News.

“Questa apertura a interpretazioni divergenti delle Scritture è una caratteristica tipica di Agostino in generale”.

Weber ha sottolineato che tale approccio distingue sant'Agostino da molti altri autori cristiani dei primi secoli.

“L’obiettivo di Agostino non è quello di imporre un’unica interpretazione ‘corretta’, bensì di esplorare la gamma delle possibili interpretazioni che rientrino nel quadro della dottrina della Chiesa”, ha affermato. “Non sono molti i sermoni di Agostino che adottano un approccio così sistematico di fronte a un problema esegetico e che, di conseguenza, richiedono un elevato livello di impegno intellettuale da parte del pubblico”.

Sant'Agostino “risolve la questione in modo davvero elegante”

Nebauer ritiene che proprio questa apertura sia ciò che rende i sermoni recentemente scoperti rilevanti ai giorni nostri. “Il tema della ‘strega di Endor’ rappresenta una sfida per la fede in Dio”, ha dichiarato a OSV News. “Tuttavia, sant’Agostino risolve la questione in modo molto elegante”.

“Offre diverse interpretazioni possibili, si astiene dal formulare un giudizio definitivo e permette ai suoi ascoltatori di trarre le proprie conclusioni”. I ricercatori sottolineano che il contributo teologico più sorprendente emerge verso la fine dei testi appena identificati. “L’elemento più rilevante dei nuovi sermoni è l’idea che Saul, dopo aver ascoltato la profezia di Samuele, possa essersi pentito ed essere stato redento”, ha spiegato Tornau a OSV News.

“È indicativo dell’indipendenza di giudizio di Agostino e della sua disponibilità a ritenere che tutti, anche coloro che sembrano più malvagi, siano in grado di salvarsi attraverso la grazia di Dio”, ha affermato Tornau a OSV News. “Ciò coniuga l’onestà intellettuale e l’umiltà episcopale in modo straordinario e profondamente agostiniano”.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su OSV News. Lo ripubblichiamo su Omnes con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale in inglese QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

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Evangelizzazione

Da detenuto a diacono: Robert Ehnow ha trovato Dio in carcere

Robert Ehnow è passato dal scontare una pena detentiva all’ordinazione diaconale e a dedicare la propria vita all’accompagnamento dei detenuti, convinto che la giustizia non si esaurisca nella punizione, ma debba aprire la strada al perdono e alla riabilitazione.

Charlie Camosy / OSV News-8 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Come si passa dal scontare una pena in carcere ad avere un rapporto più intimo con Dio? Robert Ehnow, direttore dell’Ufficio per la Vita, la Pace e la Giustizia della Diocesi cattolica romana di San Diego, si trova in una posizione privilegiata per rispondere a questa domanda, poiché, dopo aver scontato la pena in carcere, nel 2025 è stato ordinato diacono e ha iniziato a lavorare nel ministero penitenziario. Recentemente ha parlato con Charles Camosy di OSV News della sua esperienza e di ciò che i cattolici dovrebbero sapere sul sistema penitenziario. 

Posso chiederti qualcosa sulla tua storia e su come ti ha portato a scrivere un libro intitolato «Tutte le cose nuove: un viaggio dalla fragilità alla rinascita»?

—La mia storia inizia davvero dopo il mio congedo dal Corpo dei Marines nel 2008; ho avuto una carriera di successo durata vent’anni come ufficiale del Corpo dei Marines. Io e mia moglie abbiamo acquistato un’attività quando mi sono congedato dal Corpo, e l’attività ha funzionato molto bene per tre anni.  

Guadagnavo più soldi di quanti avrei mai potuto immaginare, e il mio obiettivo era guadagnarne ancora di più. Immagino si possa dire che, in quel momento della mia vita, la mia bussola morale non puntasse verso nord. Nel gennaio 2011, 25 agenti federali hanno perquisito la mia casa e la mia attività, informandomi che ero oggetto di un'indagine federale. 

In un istante, la mia vita è cambiata completamente. Nel decennio successivo, ho dovuto affrontare un’accusa formale, un processo federale, la detenzione, il fallimento della mia azienda, il fallimento personale e numerose cause civili. Il momento difficile che io e mia moglie stavamo attraversando coincise con il momento in cui Dio ci chiamava non solo ad avvicinarci di più a Lui, ma anche a prepararci a servire Lui e la Sua Chiesa. Sia io che Colette eravamo distrutti e umiliati, ma grazie alla grazia di Dio siamo riusciti a superare la nostra sofferenza e il nostro dolore per trasformarci in qualcosa di nuovo; da qui il titolo del libro: «Tutte le cose nuove».

Quando ho iniziato a lavorare per la diocesi di San Diego nel 2018, ho cominciato a raccontare la mia storia personale sulla mia esperienza con i sistemi giudiziari penale e civile. Molti mi hanno incoraggiato a scrivere un libro, ma non mi sentivo pronto perché la mia storia non era ancora finita. Colette e io non siamo usciti dalla nostra «valle» fino al 2020, e poi la pandemia di COVID-19 ha regalato a tutta l’umanità una «valle» diversa. 

È stato proprio durante questo periodo di pandemia da COVID che Dio mi ha chiamato a prendere in considerazione la possibilità di farmi ordinare diacono nella Chiesa, e ho iniziato la mia formazione diaconale nell’estate del 2020. Il percorso di formazione per diventare diacono dura cinque anni e, a dire il vero, nutrivo seri dubbi sulle mie capacità e sul mio impegno nel diventare diacono. Sono stati mia sorella Colette, il mio parroco e altre persone a incoraggiarmi a prendere le cose con calma, un anno alla volta.  

Quando fui ordinato nel maggio del 2025, la mia storia di crescita personale, dalle avversità alla rinascita, era giunta al termine, e fu proprio allora che terminai anche la bozza di «Tutte le cose nuove». Non fu una mia decisione, ma quella di Dio a permettermi di terminare il libro dopo la mia ordinazione.

Parlerò con te della tua storia e del tuo libro in un webinar il 10 agosto, che è anche la festa di San Massimiliano Kolbe. Che cosa ha a che fare la sua storia con la tua?

—Quando ero in carcere, ho visto un documentario su San Massimiliano Kolbe. Ho seguito la sua storia e ho scoperto che era il santo patrono dei carcerati. Ho iniziato a chiedere la sua intercessione e gli ho chiesto di guidarmi verso un rapporto migliore con Dio. 

Sono uscito di prigione nel 2015 e, per un paio d’anni, quando sono tornato all’università per completare il mio dottorato, mi sono allontanato da San Kolbe nella mia vita di preghiera. Nel luglio del 2018 ho iniziato a lavorare nella diocesi, dirigendo il ministero diocesano per le carceri e i penitenziari. Il mese successivo, in agosto, uno dei miei colleghi mi ha regalato un’icona di San Massimiliano Kolbe per ispirare il mio lavoro nelle carceri e nei penitenziari. 

L’icona di Padre Kolbe è ancora appesa all’ingresso del mio ufficio; è un promemoria della sacralità del nostro lavoro e del sacrificio che egli compì affinché un altro potesse vivere. Padre Kolbe è un santo moderno che ha offerto volontariamente la propria vita per un altro, un esempio di dedizione incondizionata, alla maniera di Cristo. All’inizio del mio ministero nella diocesi, ho chiesto nuovamente a Padre Kolbe di guidarmi e di intercedere presso il Signore affinché il nostro ministero potesse avere successo.  

Nel capitolo 2 di «Tutte le cose nuove», racconto la storia di San Kolbe e di come la sua storia, insieme a quella di altri santi, mi abbia offerto guida e ispirazione durante la mia detenzione e, in seguito, nel lavoro che svolgo a favore dei detenuti della diocesi.

In che modi si manifestano oggi le idee che la interessano?

—Nessuno vuole finire in prigione, ma è anche un luogo che offre numerose opportunità di crescita, soprattutto spirituale. La mia fede cattolica non solo è rimasta salda, ma è cresciuta in modo esponenziale durante la mia detenzione.  

Durante la mia detenzione ho letto avidamente, e quelle letture mi hanno portato a riflettere profondamente su temi che mi preoccupavano, in particolare la giustizia. Avevo infranto la legge e ho dovuto rispondere delle mie azioni. A mio avviso, il processo che ho vissuto all’interno del sistema non era incentrato tanto sulla giustizia quanto sulla punizione e sulla vendetta. 

Sulla base della mia esperienza personale all’interno del sistema e delle mie ricerche successive alla detenzione, ho scoperto che il nostro sistema giudiziario raramente è in linea con i nostri valori di cittadini e cristiani. Gesù è la giustizia perfetta. La giustizia di Dio non si concentra esclusivamente sulla punizione. La responsabilità e la punizione sono elementi della giustizia, ma dovrebbero essere sanzioni che conducono alla riabilitazione.  

La giustizia divina è incentrata sul ripristino delle relazioni e sulla riparazione del danno causato. Dio perfeziona la giustizia attraverso l’amore, la misericordia e il perdono. Credo che dovremmo impegnarci per orientare il nostro sistema giudiziario verso il modello divino, in cui la misericordia e il perdono offrono l’opportunità di una vera riconciliazione e di un vero ripristino.

Come spesso accade con molti problemi, questi sembrano così grandi e radicati che può risultare difficile capire da dove cominciare per cercare di apportare un cambiamento. In che modo le persone che sono state toccate dalla tua storia e dal tuo impegno a favore di questa causa potrebbero affrontare questa questione nella propria vita? 

— «Tutte le cose nuove» mira a trasformare i cuori. Tutti commettiamo errori e tutti restiamo al di sotto dell’ideale che Dio ha per noi. Tuttavia, Dio ci ama nonostante i nostri errori e i nostri peccati. Troppo spesso condanniamo gli altri e sembra che non ci importi se esista una via verso il perdono e la riconciliazione. Come cattolici, viviamo nel mondo, ma non siamo di questo mondo. 

Idealmente, la giustizia secondo noi dovrebbe essere in linea con la giustizia di Dio, in cui la responsabilità e la punizione possono essere necessarie, ma la misericordia, il perdono e la riconciliazione sono gli esiti finali auspicati.  

Credo che per tutti noi che riflettiamo o ci preoccupiamo della giustizia, tutto inizi con un cambiamento di prospettiva e un riorientamento verso la giustizia divina. Una volta compresa la giustizia secondo il disegno di Dio, possiamo iniziare a difenderla e a educare gli altri al riguardo.

Charles Camosy tiene corsi di teologia morale e bioetica presso l’Università Cattolica d’America a Washington.

L'autoreCharlie Camosy / OSV News

Cultura

Scienziati cattolici: Enrique Gutiérrez Ríos

Enrique Gutiérrez è stato un grande chimico nato a Madrid che è arrivato a ricoprire la cattedra di Chimica inorganica.

Ignacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa-8 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Enrique Gutiérrez Ríos (12 dicembre 1915 – 8 agosto 1990) è stato un chimico nato a Madrid che, nel 1940, iniziò la sua tesi di dottorato presso l’Istituto di Edafologia sotto la guida di padre José María Albareda, il quale ebbe una grande influenza sulla sua formazione scientifica e amministrativa. In seguito ricoprì la cattedra di Chimica inorganica presso le università di Granada e della Complutense di Madrid. In quest’ultima fu rettore (1964–1967).

La sua carriera scientifica è stata inoltre strettamente legata al CSIC, dove ha ricoperto diversi incarichi: direttore della Stazione Sperimentale del Zaidín di Granada (1954–1957) e dell’Istituto di Chimica Organica «Elhuyar» (1983–1984), vicepresidente (1967–1971) e presidente (1973–1974).

Ha inoltre ricoperto importanti incarichi in diverse istituzioni: è stato presidente della Reale Società Spagnola di Fisica e Chimica (1966–1970) e del Consiglio Nazionale dell’Istruzione (1968). Ha inoltre conseguito il dottorato honoris causa presso l’Università di Granada nel 1972 e ha ricevuto il Premio individuale per la ricerca del Patronato Juan de la Cierva (1948), i premi Francisco Franco per le Scienze (1966) e José María Albareda (1969), nonché la Gran Croce dell’Ordine Civile di Alfonso X il Saggio. Inoltre, è stato membro delle Accademie Reali di Farmacia e di Scienze Esatte, Fisiche e Naturali, e ha ricoperto incarichi di rilievo in ambito governativo e scientifico: è stato presidente della Commissione consultiva per la ricerca scientifica e tecnica della Presidenza del Governo, consigliere del Regno per le Università spagnole e direttore dell’Istituto di Chimica Inorganica «Elhuyar» del CSIC.

Come ricercatore, si è dedicato alla chimica inorganica strutturale, con particolare attenzione alle argille, alle bentoniti e alle montmorilloniti, introducendo tecniche innovative come la cristallografia a raggi X per la caratterizzazione termica e strutturale dei silicati. Ha pubblicato oltre 150 articoli su riviste nazionali e internazionali, ha ottenuto brevetti su minerali e composti interlaminari e ha scritto libri fondamentali come Chimica inorganica, che ha influenzato diverse generazioni di chimici. Inoltre, ha dimostrato interesse per la divulgazione scientifica e la cultura, pubblicando diverse opere e biografie di personalità scientifiche spagnole.

Per quanto riguarda la sua fede, entrò a far parte dell’Opus Dei nel 1954, al quale rimase fedele fino alla sua morte, avvenuta a Madrid. Era sposato e aveva sei figli.

L'autoreIgnacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa

Università Pubblica di Navarra e SCS-Spagna / Ricercatore del CSIC.

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Ecologia integrale

Dove non c'è Dio?

Di fronte alla cultura dello scarto, è necessario rivendicare il valore di ogni vita e il dovere di accompagnare con tenerezza coloro che soffrono di più.

Eloy Asenjo Carpintero-8 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Da un punto di vista strettamente scientifico, risulta sempre più difficile sostenere la teoria secondo cui siamo un mero incidente cosmico, un semplice prodotto del caso. Almeno nell’immediato, siamo il frutto dell’amore di un uomo e di una donna che ci hanno amato, ci amano e ci ameranno a prescindere da ciò che siamo stati, siamo o diventeremo. Ma per noi che, inoltre, guardiamo il mondo con gli occhi della fede, la prospettiva si allarga all’infinito: sappiamo di essere il sogno di un Dio che è Padre. Un Padre che, come chiunque ami i propri figli, ha progettato per noi una sorta di «romanzo» in cui siamo chiamati a essere i veri protagonisti.

A volte decidiamo di uscire dal copione e ignoriamo la chiamata. Tuttavia, ciò che è veramente rivoluzionario in questo Autore è che non chiude mai il libro. Come ha ricordato Papa Leone XIV nella sua recente e commovente visita al Centro Penitenziario di Brians 1, gli errori commessi non ci definiscono. Dio aspetta sempre.

Se la nostra esistenza ha un valore così grande, se ogni persona è una mappa di dignità unica e irripetibile, in quale momento ci siamo illusi di avere il diritto di giocare a fare i padroni della vita e della morte?

Dov’è Dio nella sofferenza?

È vero che la vita è dura. Ci riserva battute d’arresto, stravolge i nostri piani e ci mette di fronte a situazioni che, a prima vista, possiamo solo definire negative. Nel bel mezzo del naufragio, quando il dolore si fa più intenso, la tentazione umana è quella di cadere nella disperazione, nell’indifferenza o nel rimprovero, lanciando nell’aria l’eterna domanda: «Dov’è Dio?». Io preferisco ribaltare la questione ricorrendo a una vecchia lezione che mia madre mi ha insegnato fin da quando ero bambino: la vera domanda che dovremmo porci è: «Dove non c’è?».

È nella fragilità, nel vulnerabile, in chi non ha voce. Per questo, di fronte al panico causato da una gravidanza a rischio o alla diagnosi di una malattia grave e terminale, la risposta di una società matura e compassionevole non può mai essere la via d’uscita più facile. In sintonia con l’intenzione di preghiera che il Santo Padre ci propone per questo mese di luglio, la vera sfida è chiedere al Signore della vita di «guarire i nostri cuori dall’indifferenza» per imparare a «sostenere con tenerezza la fragilità e difendere con coraggio chi non ha voce». Cadere nella cultura dello scarto attraverso l’aborto o l’eutanasia non è un segno di progresso, ma di resa.

Noi che ci siamo trovati di fronte a quei bivi conosciamo bene il peso della realtà: la paura e il dolore iniziali di fronte all’incertezza di una gravidanza sono immensi. Ma quanti sono quelli che parlano dell’altra realtà, quella dell’immensa gioia e della profonda pace che inondano una madre e una famiglia quando, superando le previsioni avverse e le pressioni dell’ambiente circostante, decidono coraggiosamente di portare a termine quella gravidanza? Non c’è trionfo umano più grande che scoprire che la vita, anche se accompagnata da difficoltà, si fa sempre strada se le viene data un’opportunità.

Accompagnare fino all'ultimo respiro

La stessa verità vale anche per l’altro estremo della nostra esistenza. L’ho vissuto sulla mia pelle proprio in queste due settimane, con la scomparsa di mio fratello Javier. Se avessimo scelto la via dello scarto, le leggi del freddo pragmatismo avrebbero privato tutta la famiglia di qualcosa di sacro: più di una settimana di emozioni condivise, di addii necessari, di perdoni
confortanti e, paradossalmente, fonte di immensa gioia per il dono della sua vita e per la possibilità di accompagnarlo, grazie a un’assistenza palliativa di qualità, fino al suo ultimo respiro.

Il rispetto per la vita umana non è un concetto astratto da laboratorio né un dibattito ideologico in un’arena politica; è la difesa del mistero che abita in ogni persona dal suo primo istante fino al suo ultimo respiro sulla terra. Amare la vita come la ama Dio significa abbracciarla nella sua interezza, con la sua luce e con le sue crepe. Significa proclamare, con la tenace testimonianza dei nostri gesti quotidiani, che la fragilità non si elimina: si sostiene.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

Stati Uniti

Il Kansas inaugura un nuovo seminario a Wichita dopo 20 anni di lavoro

Una diocesi del Kansas inaugurerà il proprio seminario alla fine di agosto, realizzando così un sogno che andava maturando da oltre due decenni.

OSV / Omnes-8 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

- Gina Christian, Notizie OSV

La diocesi di Wichita, in Kansas, ha annunciato il 6 agosto che il vescovo Carl A. Kemme istituirà formalmente il Seminario San Filippo Neri. Il nome deriva dal sacerdote del XVI secolo e fondatore della Congregazione dell’Oratorio, che contribuì a dare nuovo slancio sia al clero che alla Chiesa durante la Controriforma.

Il direttore del seminario era “noto per il suo spirito gioioso, la sua profonda santità e la sua dedizione alla formazione dei sacerdoti e all’evangelizzazione attraverso un’amicizia autentica”, ha dichiarato il vescovo Kemme in un comunicato della diocesi.

A partire dal 26 agosto, il nuovo seminario sostituirà la Casa di Formazione di San Giuseppe, inaugurata dal vescovo Kemme nel 2017 “per offrire una formazione locale ai seminaristi universitari”, secondo quanto riferito dalla diocesi.

Padre Chad Arnold, sacerdote diocesano che dirige la casa di formazione dal 2023, è stato nominato rettore fondatore del Seminario San Filippo Neri. I sacerdoti diocesani padre Garett Burns e padre Michael Brungardt sono stati nominati rispettivamente vicerettori per la formazione pastorale e per la formazione accademica.

20 anni di pianificazione e sviluppo e frasi

L'inaugurazione del seminario segna il culmine di oltre 20 anni di pianificazione e sviluppo del progetto. Secondo il sito web del seminario, il progetto era rimasto addirittura “accantonato” per oltre un decennio, dopo che all’inizio degli anni 2000 erano state condotte le discussioni iniziali e gli studi di fattibilità.

Il vescovo Kemme riprese l’idea nel 2017 e inaugurò la Casa di Formazione San José come programma biennale. Il numero iniziale di sette seminaristi raddoppiò ben presto, salendo a 16, il che spinse la diocesi ad acquistare un convento per ospitarli e ad ampliare il team di formazione.

Il vescovo Carl A. Kemme di Wichita, in una fotografia senza data (Foto di OSV News/Per gentile concessione della diocesi di Wichita).

Nel 2019 la casa di formazione era diventata un vero e proprio seminario universitario quadriennale, collaborando con la Newman University di Wichita nella formazione dei seminaristi. Nel pieno della pandemia di Covid-19, la prima classe di laureati della diocesi del Kansas — cinque in totale — ha completato il programma nel 2020.

42 uomini si preparano al sacerdozio

I primi sacerdoti del programma sono stati ordinati nel 2024; ad oggi sono in totale 10, e tre diocesi del Kansas —Wichita, Salina e Dodge City — saranno seguite dal futuro seminario.

“Quello che era iniziato con sette seminaristi è diventato oggi una fiorente comunità di 42 uomini che si preparano al sacerdozio e prestano servizio in tre diocesi del Kansas”, ha affermato la diocesi nel suo comunicato stampa.

“La crescita di questo programma è stata possibile grazie alle preghiere, alla generosità e ai sacrifici di innumerevoli fedeli cattolici di tutta la nostra diocesi”, ha affermato padre Arnold. “Questo risultato appartiene a tutta la famiglia diocesana. Siamo profondamente grati a tutti coloro che hanno sostenuto le vocazioni sacerdotali e hanno contribuito a rendere possibile questo giorno”.

“La fondazione del Seminario San Filippo Neri rappresenta un momento di profonda gratitudine per la diocesi di Wichita”, ha dichiarato il vescovo Kemme. “Essa riflette le abbondanti benedizioni del Signore sui nostri sforzi volti a promuovere le vocazioni sacerdotali ”e il nostro impegno a formare sacerdoti santi, gioiosi e fedeli che serviranno il popolo di Dio nelle generazioni a venire».

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Gina Christian è una giornalista multimediale di OSV News. Potete seguirla su X @GinaJesseReina

Queste informazioni sono state pubblicate originariamente su OSV News. Potete leggerle qui qui.

L'autoreOSV / Omnes

Vaticano

Ecco come si svolgerà la visita di Papa Leone XIV in Francia

Il Papa Leone XIV visiterà Parigi, Lourdes e Metz dal 25 al 28 settembre in un viaggio che prevede un incontro privato con le vittime di abusi e il cui logo si ispira ai rosoni delle cattedrali gotiche francesi.

Teresa Aguado Peña-7 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Santa Sede ha reso noto il programma del viaggio apostolico che Papa Leone XIV compirà in Francia dal 25 al 28 settembre, una visita che comprenderà incontri con le principali autorità del Paese, un intervento presso la sede dell’UNESCO, celebrazioni liturgiche a Parigi, Lourdes e Metz, nonché diversi momenti di incontro con giovani, vescovi, religiosi e persone in condizioni di vulnerabilità. Nel corso dei quattro giorni di viaggio, il Pontefice pronuncerà nove discorsi e quattro omelie, oltre a presiedere diverse celebrazioni e momenti di preghiera.

Il Vaticano ha inoltre annunciato che, durante il suo soggiorno in Francia, il Pontefice avrà un incontro privato con diverse vittime di abusi commessi all’interno della Chiesa. Come precisato dalla Santa Sede, saranno le stesse vittime a partecipare alla preparazione di tale incontro, i cui dettagli saranno resi noti in seguito. Di seguito, l’itinerario completo del viaggio apostolico del Santo Padre.

Venerdì 25 settembre

Roma – Parigi – Saint-Denis – Parigi

  • 07:50 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Roma-Fiumicino alla volta di Parigi.
  • 10:00 Arrivo all'aeroporto internazionale di Parigi-Orly. Cerimonia di benvenuto.
  • 11:00 Visita al presidente della Repubblica al Palazzo dell’Eliseo.
  • 11:45 Incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico al Palazzo dell’Eliseo.
  • 15:00 Visita alla sede dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO).
  • 17:15 Celebrazione dei Vespri con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e i seminaristi nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi.
  • 21:00 Veglia di preghiera con i giovani allo Stade de France, a Saint-Denis.

Sabato 26 settembre

Parigi – Lourdes

  • 09:00 Visita al centro di assistenza e integrazione sociale Maison Bakhita.
  • 10:15 Incontro con i membri dell’Assemblea sinodale provinciale, i catecumeni e i neofiti presso l’Istituto Cattolico di Parigi.
  • 15:00 Santa Messa in Piazza della Concordia.
  • 17:45 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Parigi-Orly alla volta di Lourdes.
  • 19:05 Arrivo all'aeroporto internazionale di Tarbes-Lourdes-Pyrénées.
  • 19:40 Preghiera nella Grotta delle Apparizioni di Massabielle, nel Santuario di Nostra Signora di Lourdes.

Domenica 27 settembre

Lourdes

  • 09:00 Incontro con i vescovi della Conferenza Episcopale Francese nell’emiciclo di Santa Bernadetta del Santuario di Nostra Signora di Lourdes.
  • 11:00 Santa Messa nella radura del Santuario di Nostra Signora di Lourdes.
  • 15:30 Incontro con il personale e gli ospiti dell’Accueil Notre-Dame, presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes.
  • 16:45 Incontro privato con le religiose di vita contemplativa presso il Monastero del Carmelo di Lourdes.
  • 21:00 Recita del Santo Rosario e processione con le fiaccole presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes.

Lunedì 28 settembre

Lourdes – Metz – Roma

  • 07:40 Partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Tarbes-Lourdes-Pyrénées alla volta di Metz.
  • 09:20 Arrivo all'aeroporto internazionale di Metz-Nancy-Lorraine.
  • 10:00 Incontro interreligioso presso il Centro Congressi Robert Schuman di Metz.
  • 11:00 Incontro «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», presso il Centro Congressi Robert Schuman di Metz.
  • 16:00 Santa Messa nella cattedrale di Santo Stefano.
  • 18:30 Cerimonia di saluto all'Aeroporto Internazionale di Metz-Nancy-Lorraine.
  • 19:00 Partenza in aereo per Roma.
  • 20:50 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Roma-Fiumicino.

Logo e motto del viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Francia

Logo del viaggio del Papa Leone in Francia

Il logo del viaggio apostolico del Santo Padre in Francia raffigura una vetrata circolare, che richiama i rosoni delle cattedrali gotiche e simboleggia la bellezza della comunione e dell’unità della Chiesa. Al centro, l’arco ogivale e la croce esprimono le dimensioni apostolica e liturgica della visita. La colomba, che aleggia al centro dell’immagine, simboleggia lo Spirito Santo e porta un ramo d’ulivo come segno di pace per tutta l’umanità. I colori blu, bianco e rosso rappresentano la Francia e si intrecciano con i colori del Vaticano per dare origine all’arancione della luce e al verde della speranza, mettendo in risalto la dimensione spirituale della visita.

Il motto scelto: «Affinché il mondo abbia la vita» (cfr. Gv 6, 51), è un invito a riconoscere il dono più grande che ci ha concesso Cristo Salvatore. È anche un richiamo alla speranza e alla comunione, che ci spinge a superare le divisioni per condividere la pace, la riconciliazione e la fraternità, segni di vita nuova nel mondo. Queste parole di Gesù esprimono anche l’atteggiamento con cui la Chiesa in Francia accoglie la visita del Santo Padre, ovvero con gioia, apertura e un profondo desiderio di testimoniare il dono della vita che viene da Dio.

Mondo

Il progetto che mira a impedire che migliaia di donne continuino a partorire in casa

La ristrutturazione del Centro sanitario di Malaika consentirà di fornire assistenza in condizioni di sicurezza a circa 2.000 donne e di ridurre la mortalità materna e infantile in una delle zone più povere della Repubblica Democratica del Congo.

Teresa Aguado Peña-7 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La nascita di un figlio continua a essere, per molte famiglie, un momento segnato dalla paura nelle zone rurali di Isangi, nella provincia di Tshopo (Repubblica Democratica del Congo). La mancanza di infrastrutture sanitarie, le lunghe distanze dai centri sanitari e la povertà costringono numerose donne a partorire nelle proprie case o in condizioni estremamente precarie, senza assistenza professionale ed esposte a complicazioni che mettono in pericolo sia la loro vita che quella dei loro bambini.

In questa regione, la mortalità materna e infantile rimane elevata. Molti di questi decessi potrebbero essere evitati con un'assistenza adeguata durante la gravidanza e il parto. Tuttavia, il progressivo deterioramento del Centro sanitario Malaika, gestito dall'Ufficio diocesano per le opere mediche (BDOM) di Isangi, ha ridotto notevolmente la sua capacità di assistere le donne incinte. Quello che per anni è stato un punto di riferimento per le famiglie più vulnerabili ha finito per perdere gran parte della propria attività a causa del degrado delle strutture e della mancanza di attrezzature.

Per porre rimedio a questa situazione, Harambee Spagna e Harambee Svizzera, in collaborazione con la diocesi di Isangi, hanno avviato il progetto «Nascere con dignità», un’iniziativa volta a ristrutturare e attrezzare la sala parto del Centro sanitario di Malaika. L’intervento prevede il completo rinnovamento delle strutture, l’acquisto di attrezzature ostetriche, la formazione del personale sanitario e un programma di sensibilizzazione volto a incoraggiare le donne a recarsi presso il centro anziché partorire a casa.

L'obiettivo è migliorare l'assistenza al parto per circa 2.000 donne, ridurre la mortalità materna e neonatale e restituire alla struttura il suo ruolo di luogo sicuro per la nascita di una nuova vita.

Suor Agathe Franka, direttrice dell’Ufficio diocesano per le opere mediche (BDOM) di Isangi, illustra la realtà in cui vivono le donne di questa regione e come sperano che questo progetto possa cambiare il futuro di migliaia di famiglie.

Cosa vivono le donne delle zone rurali di Isangi quando arriva il momento di partorire?

–Da un lato, nelle zone rurali, solo un numero esiguo di donne partorisce presso centri sanitari, ambulatori o ospedali. Di solito si tratta di donne i cui mariti o familiari dispongono di alcune risorse economiche che consentono loro di sostenere le spese necessarie e, nella maggior parte dei casi, sono donne che vivono in zone dove è ancora possibile trovare una struttura sanitaria in grado di fornire servizi relativi al parto.

D'altra parte, la grande maggioranza delle donne delle zone rurali partorisce al di fuori della sala parto e al di fuori delle strutture sanitarie. Le ragioni sono, tra le altre: le difficoltà a raggiungere d’urgenza l’ospedale a causa della distanza e delle condizioni della strada, e la povertà economica (si preferisce ricorrere a un’ostetrica che non chieda molto per i propri servizi). A volte la donna arriva con un solo indumento da indossare e non ha preparato nulla, né vestiti né articoli per la maternità, per il neonato. La maggior parte delle donne corre grandi rischi: il letto da parto non è comodo e il parto avviene per terra, su una stuoia, su un tavolo o su un materassino.

Va sottolineato che lo Stato congolese ha introdotto l'assistenza materna gratuita e ha vietato i parti in casa.

Come si può notare, nelle zone rurali le conseguenze derivanti da un’assistenza materna inadeguata sono: emorragie, lacerazioni del collo dell’utero, infezioni, complicazioni post-parto, mortalità infantile…

Quali conseguenze concrete stanno avendo i parti senza assistenza professionale sulla mortalità materna e neonatale nella zona?

–Le conseguenze dei parti senza assistenza professionale sono molto gravi sia per le madri che per i neonati. Spesso le gravidanze ad alto rischio non vengono individuate in tempo né vengono prese le precauzioni necessarie per evitare complicazioni come la rottura uterina. In caso di emorragia, inoltre, spesso mancano i farmaci adeguati per trattarla. Si riscontra anche una carenza di conoscenze e di materiale per eseguire manovre di rianimazione quando il neonato presenta difficoltà respiratorie, nonché una conoscenza insufficiente dello svolgimento del parto e dell’uso di strumenti di base come il partogramma. A ciò si aggiungono pratiche inadeguate, come la rottura delle acque prima che la cervice si sia completamente dilatata, il che può provocare lacerazioni, il trasferimento tardivo in un centro ospedaliero quando insorgono complicazioni e la mancanza di igiene e di materiale sanitario adeguato, fattori che aumentano la mortalità materna e infantile.

Che significato aveva in passato il Centro sanitario Malaika per le famiglie di Isangi e cosa si aspettano dalla sua ristrutturazione?

–In passato, il centro Malaïka svolgeva un ruolo molto importante per le famiglie di Isangi nell’assistenza alle famiglie vulnerabili, tra cui donne incinte, bambini malnutriti, malati di lebbra e donne e uomini che avevano difficoltà ad accedere ad altri servizi di assistenza sanitaria di base.

Grazie alla ristrutturazione (per quanto riguarda la sala parto), molte donne saranno felici di partorire in condizioni ottimali. Questa gioia è condivisa anche da tutta la loro famiglia. Riteniamo che il tasso di mortalità infantile diminuirà e che le complicazioni post-parto scompariranno. Inoltre, ciò potrà comportare un'enorme riduzione dei parti in casa e un aumento del numero di donne che si recano al centro per partorire. Saranno felici di partorire in condizioni adeguate.

Come si può fare in modo che le donne abbiano fiducia nella struttura e scelgano di partorire con l'assistenza di professionisti anziché a casa?

–Ciò sarà possibile grazie ad alcuni aspetti e a determinate pratiche del centro. Infatti, è possibile conquistare la fiducia delle donne offrendo un’accoglienza calorosa alle pazienti, sensibilizzandole adeguatamente durante le visite prenatali (CPN) e mostrando loro, o permettendo loro di constatare di persona, come la sala parto sia ora ben attrezzata e che l’igiene e il benessere siano le priorità di tale centro. Un altro aspetto importante è anche quello di offrire una tariffa accessibile (se necessario).

Come si farà a garantire che il progetto sia sostenibile nel tempo?

–Garantiamo la sostenibilità del progetto attraverso il coinvolgimento della comunità locale. A tal fine, l’Ufficio Diocesano per le Opere Sanitarie si adopererà per mobilitare la comunità affinché si assuma la responsabilità del progetto. In questo modo, l’apertura di una farmacia, l’allevamento di polli e maiali, l’agricoltura e i proventi di questo centro potranno contribuire alla sostenibilità del progetto.

Se dovesse spiegare in una sola frase perché questo progetto è necessario, cosa direbbe a una persona che sta pensando di sostenerlo?

–«Grazie a questo progetto, miglioreranno le condizioni del parto, il che ridurrà il tasso di mortalità infantile e materna, nonché il numero di parti in casa; ciò rappresenta un grande sollievo per la comunità di Isangi e un motivo di speranza».

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Mondo

Il primo ministro laburista Burnham punta sulle cure palliative

Il nuovo primo ministro britannico, Andy Burnham, Cattolico e laburista, ha lanciato un appello affinché i servizi di cure palliative ricevano finanziamenti adeguati. I leader cattolici hanno espresso la loro soddisfazione.

OSV / Omnes-7 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

– Andy Drozdziak, OSV News

I vescovi del Regno Unito e i responsabili delle organizzazioni cattoliche hanno accolto con favore il sostegno del nuovo primo ministro cattolico, Andy Burnham, alle cure palliative. Inoltre, le organizzazioni caritative cattoliche sono state incoraggiate ad attingere alla propria fede per sostenere i poveri e adottare misure contro la crisi climatica.

L'arcivescovo John Sherrington di Liverpool, vescovo responsabile per le questioni relative alla vita presso la Conferenza Episcopale d'Inghilterra e del Galles, ha espresso pubblicamente il proprio sostegno all'appello di Burnham affinché “i servizi di cure palliative ricevano finanziamenti adeguati”.

Un sostegno significativo alle cure palliative

Il primo ministro Burnham ha affermato che è necessario “correggere” il finanziamento delle cure palliative e dell’assistenza sociale, affinché le persone vulnerabili possano avere “tranquillità” riguardo all’assistenza che ricevono alla fine della loro vita.

“È estremamente significativo che il Primo Ministro abbia ribadito la propria posizione sulla necessità di un’adeguata assistenza palliativa e sociale prima della seconda lettura (a settembre) del disegno di legge sugli adulti affetti da malattie terminali (in fase terminale), che presenta gravi lacune”, ha affermato l’arcivescovo Sherrington in un comunicato del 29 luglio. 

Un’altra votazione sull’eutanasia l’11 settembre

Dopo il fallimento del primo tentativo di legalizzare l'eutanasia al Parlamento britannico la scorsa primavera, è previsto che un nuovo tentativo per presentare il disegno di legge l'11 settembre.

“Le persone in fin di vita sono vulnerabili e hanno bisogno di cure compassionevoli e di accompagnamento spirituale fino al loro ultimo respiro”, ha affermato l’arcivescovo Sherrington, esortando i parlamentari a “votare contro questa pericolosa legge” durante la seduta dell“11 settembre ”e a lavorare insieme per garantire che i nostri servizi di cure palliative e sociali possano essere considerati esempi di assistenza veramente dignitosa alla fine della vita per tutti».

“Abbiamo sempre sostenuto la necessità di un investimento significativo nelle cure palliative e nell’assistenza di fine vita come approccio adeguato a tutelare la dignità di tutti nella fase terminale della vita, e ci siamo opposti a un disegno di legge che mira a legalizzare il suicidio assistito”, ha aggiunto l’arcivescovo Sherrington.

Burnham: “La dottrina sociale della Chiesa cattolica è alla base della mia politica”

Burnham, il primo primo ministro britannico di origine cattolica, ha parlato a lungo dell’influenza che la sua fede esercita sulla sua visione politica, affermando: “La dottrina sociale cattolica è alla base della mia politica”.

Non appena Burnham ha assunto la carica di primo ministro, hanno cominciato ad arrivare messaggi che lo esortavano a mettere in pratica la sua fede.

La sua influenza cattolica: porre fine alla povertà estrema 

L'influenza cattolica di Burnham è emersa chiaramente già prima della sua nomina, poiché poche ore prima di assumere l'incarico ha visitato The Passage, un'organizzazione benefica a favore dei senzatetto con sede a Londra. I valori e la filosofia di The Passage traggono ispirazione dagli insegnamenti e dall’esempio di San Vincenzo de“ Paoli. Durante il suo discorso inaugurale come primo ministro, Burnham ha promesso di ”porre fine al fenomeno dei senzatetto nel nostro Paese».

“Si tratta di porre i valori e gli standard corretti al centro dell’amministrazione”, ha affermato il 20 luglio.

Caritas Salford è un’organizzazione benefica che aiuta le persone senza fissa dimora e in condizioni di povertà nella Grande Manchester e nel Lancashire, dove Burnham è stato sindaco. Burnham, che in passato è stato chierichetto, ha ricoperto in precedenza le cariche di segretario alla Cultura e segretario alla Salute prima di assumere la carica di sindaco nel 2017.

Riferendosi alle sue interazioni con Burnham, il direttore Patrick O’Dowd ha dichiarato a OSV News che “Andy Burnham ha visitato il nostro centro diurno Cornerstone a Manchester, che offre sostegno alle persone senza fissa dimora o a rischio di perdere la propria casa”. 

O’Dowd ha elogiato l’impegno di Burnham a porre fine alla povertà, descrivendo Burnham come «un leader che è senza dubbio consapevole dell’importanza della dottrina sociale cattolica».

Chiedono aiuto urgente per i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà

Caritas Salford chiede un aiuto urgente per i bambini che vivono in condizioni di estrema povertà, dopo che dati recenti hanno rivelato che molti bambini vivono in condizioni precarie e vanno a scuola con le scarpe bucate. 

O’Dowd ha dichiarato: “Troppo spesso vediamo famiglie che vivono in case fredde e umide. Vogliamo che Andy Burnham promuova un cambiamento rapido e che le persone siano al centro delle decisioni che prenderà”.

Nell’ottobre del 2025, durante una conferenza tenuta dal gruppo di esperti religiosi Theos, Burnham ha sostenuto la necessità di un nuovo modo di fare politica basato sui pilastri della “fiducia, della comunità, della fede, delle convinzioni e della connessione”. 

Porre fine al fenomeno dei senzatetto non è l’unico tema che i cattolici desiderano che il nuovo primo ministro affronti dal suo punto di vista cattolico. L’organizzazione cattolica britannica di assistenza CAFOD esorta Burnham ad attingere alla sua fede cattolica per adottare misure decisive di fronte alla crisi climatica e sostenere i paesi più poveri.

Nel febbraio 2025, il governo ha annunciato che il bilancio destinato agli aiuti esteri sarebbe stato ridotto dallo 0,5% allo 0,3% del prodotto nazionale lordo, aggiungendo in seguito che i fondi così risparmiati sarebbero stati destinati a finanziare la spesa per la difesa. 

“La questione degli aiuti esteri è fondamentale”

Neil Thorns, direttore del dipartimento di sensibilizzazione e formazione di CAFOD, ha dichiarato a OSV News il 22 luglio: “La questione degli aiuti esteri è fondamentale. Vogliamo che venga ripristinato il bilancio destinato agli aiuti. Per noi, in quanto cattolici, è un’espressione della nostra solidarietà verso i nostri fratelli e le nostre sorelle”. 

Thorns ha aggiunto che Burnham dovrebbe concentrarsi sulle «questioni relative alla riforma finanziaria» e consentire ai «paesi di impegnarsi affinché il loro futuro sia prospero».

In un lettera Nella lettera del 16 luglio indirizzata a Burnham, CAFOD ha promesso, insieme ad altre organizzazioni caritative religiose, di “lavorare fianco a fianco con lei al servizio del bene comune”.

La lettera esortava Burnham a “porre il clima e la natura al centro della missione del suo governo” e a garantire “energia pulita e accessibile”. CAFOD ha inoltre chiesto a Burnham di “assumere con determinazione la presidenza del G20, adottando misure in materia di debito, fiscalità e flussi finanziari illeciti”.

Proposta dei creditori privati e alleggerimento del debito

Concentrandosi sulla riduzione del debito, CAFOD chiede al governo di approvare una legge che obblighi i creditori privati a partecipare alla riduzione del debito alle stesse condizioni degli altri creditori, affinché non possano più trarre enormi profitti dai paesi che lottano contro debiti insostenibili. 

Thorns ha dichiarato a OSV News che la crisi del debito “sta colpendo quei paesi a basso reddito e impedisce loro di investire nella lotta ai cambiamenti climatici, nella sanità e nell’istruzione. Burnham deve davvero guardare oltre i nostri confini nazionali e vedere il mondo come ci insegna la dottrina sociale della Chiesa cattolica: come riconosci i tuoi fratelli e le tue sorelle in tutto il mondo?””

Anche le organizzazioni caritative cattoliche nutrono la ferma speranza che Burnham possa avere un impatto sulle questioni relative alla giustizia. Il gruppo cattolico per la giustizia Caritas Social Action Network (CSAN) ha invitato Burnham a discutere su come “costruire comunità prospere”, mentre il Servizio Gesuita per i Rifugiati del Regno Unito ha esortato il primo ministro britannico a “costruire un sistema di asilo umano”.

Il rispetto della dignità della persona in un momento decisivo

Nel suo messaggio di congratulazioni del 20 luglio, l’arcivescovo Richard Moth di Westminster, presidente della Conferenza episcopale, ha chiesto a Burnham di “rispondere con sincera attenzione e rispetto per la dignità della persona, per i bisogni delle famiglie, degli emarginati e dei più vulnerabili”.

Nel frattempo, il vescovo Peter Collins, dell’East Anglia, ha definito la ripresentazione del disegno di legge sugli adulti affetti da malattie terminali (cure palliative) un “momento decisivo per il nostro Paese” e ha sollecitato lo stanziamento di maggiori risorse a favore dei servizi di cure palliative. 

Il vescovo Collins ha affermato che il disegno di legge “lascia irrisolte molte questioni relative alla sua applicazione pratica e alle sue profonde implicazioni per le persone con disabilità o in condizioni di vulnerabilità”.

“Anziché prendere in considerazione il suicidio assistito, la nostra società dovrebbe affrontare la necessità di istituire e finanziare un sistema universale di cure palliative su tutto il territorio nazionale”, ha aggiunto il vescovo.

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Andy Drozdziak scrive per OSV News da Barnard Castle, in Inghilterra.

Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

L'autoreOSV / Omnes

Mondo

Leone XIV ai giovani ad Assisi: “L’Europa e il mondo cercano in voi nuovi santi”

Oltre duemila giovani hanno accolto Papa Leone XIV ad Assisi, al termine della giornata ‘GO! Franciscan Youth Meeting’. Il Santo Padre li ha invitati a cercare la santità, a “costruire la civiltà dell’amore” e ad essere “artigiani di pace”.  

Redazione Omnes-6 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Nella solennità della Trasfigurazione del Signore, nell’ambito della visita pastorale del Pontefice in occasione del 800° anniversario In occasione dell’anniversario della morte di san Francesco, Papa Leone XIV ha invitato ad Assisi oltre duemila giovani a puntare sulla “civiltà dell’amore” e li ha incoraggiati dicendo: “Cari giovani, oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi”.

“Abbiate il coraggio di credere nella parola del Vangelo, siate profondamente umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate la sorella povertà!”, ha dichiarato il Santo Padre ai giovani in Piazza Santa Maria degli Angeli (Assisi).

Il titolo del loro incontro —Go!— è una missione, un invio lungo sentieri di cui non abbiamo mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito e seguendo il Risorto là dove ha voluto precederci, ha aggiunto il Papa.

“Go! Andate! Anzi, ancora meglio: andiamo! Let’s go! Verso i luoghi emarginati, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio.”.

“Scommettete, cari giovani”, li ha poi incoraggiati, “alla civiltà dell’amore, di cui avete scorto i primi germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura — a immagine di Cristo — innumerevoli artefici di pace, impegnati anche oggi al servizio della vita nei più tragici scenari di morte”.

Risposte a Karolina, di Zagabria, o a Giovanni, di Bologna

Ad esempio, a Karolina, di Zagabria, che ha chiesto come rimanere fedeli al Vangelo senza perdere la gioia e la semplicità del carisma francescano, il Papa ha ricordato la presenza francescana nei Balcani. E le ha detto che tale presenza ha favorito per secoli il dialogo tra cattolici, ortodossi e musulmani, anche in una regione recentemente segnata dalla guerra e dalle divisioni. In tale contesto, ha invitato i giovani a diventare autentici artefici di riconciliazione. “Ai cristiani sarà chiesto sempre più spesso di diventare artefici di pace”.

Ciò che ha sostenuto il Papa: non ha mai camminato da solo

Giovanni, di Bologna, ha espresso il timore che molti giovani provano di fronte agli impegni che durano tutta la vita e ha chiesto al Papa cosa lo avesse sostenuto nel suo percorso vocazionale.

Leone XIV ha sottolineato che l’attuale contesto culturale alimenta l’incertezza e l’illusione che sia sempre possibile rimandare le decisioni importanti. Tuttavia, proprio per questo motivo, assumersi un impegno definitivo costituisce oggi “l’atto più rivoluzionario”.

“Prendere una decisione per sempre non ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande», ha affermato il Pontefice, perché l’amore autentico è sempre un cammino di uscita da sé stessi, percorso insieme a Dio.

Leone XIV ha ricordato di non aver mai camminato da solo. “Il Signore non mi ha mai abbandonato: mi ha sempre accompagnato”, ha rivelato, ricordando la sua vocazione: sacerdote, religioso agostiniano, missionario e Successore di Pietro.

Omelia della Messa: la trasfigurazione di tanti…

Alle ore 10.30, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli alla Porziuncola, il Santo Padre ha presieduto la Santa Messa con i partecipanti all’incontro ‘GO! Franciscan Youth Meeting 2026’. 

La festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche carico di interrogativi sul presente e sul futuro, ha esordito il Santo Padre in l'omelia.

Oggi contempliamo Gesù che si trasfigura proprio nel dialogo con il Padre, con coloro che lo hanno preceduto, Mosè ed Elia, e con i suoi contemporanei, i discepoli. (…) La Chiesa esiste per introdurci in questa dinamica di ascolto e di scelta, nella quale comprendiamo per chi vivere e come vivere, ha aggiunto. 

“Siamo ad Assisi, una città in cui, da secoli, giungono numerosi pellegrini — e oggi anche noi — perché qui tutto ci sussurra che la nostra vita può trasformarsi, irradiare luce, risanare il mondo. 

”È qui che è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e di altre migliaia di giovani: hanno accolto il Vangelo senza riserve — diremmo noi: senza compromessi — e la vita di Gesù è ricominciata in loro».

“Vediamo la sua aurora nei santi canonizzati, come san Francesco e santa Chiara”

La mattina di Pasqua, ha affermato il Papa, “è la luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre intorno a noi, e talvolta dentro di noi, regna ancora l’oscurità». 

”Ne vediamo l’alba nei santi canonizzati, come san Francesco e santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che rispondono al male con il bene. Non siamo soli!», ha sottolineato il Successore di Pietro.

In questi giorni ne hanno fatto esperienza: si sono incontrati e ascoltati a vicenda, superando il frastuono delle voci contrastanti e sovrapposte per dedicarsi all’arte della conversazione. 

Tentazioni, incomprensioni: affidarsi a Dio

Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi, ci ha messi in guardia dalla “tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore». Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri (Evangelii gaudium, 270), ha ricordato Leone XIV.

Potremmo persino non essere compresi dai nostri stessi familiari, come accadde a san Francesco. (,,,) “Affidarsi a Dio significa ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da amare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare”.

Assisi, meta ambita dai pellegrini

Al suo arrivo ad Assisi, il Papa è stato accolto con un messaggio di benvenuto pronunciato da fr. Marco Vianelli, ministro provinciale dei Frati Minori dell’Umbria e della Sardegna, il quale ha ricordato che “qui, alla Porziuncola, san Francesco comprese la sua vocazione; qui accolse i primi frati; qui, santa Chiara consacrò la sua vita al Signore; qui fiorì l’indulgenza del Perdono di Assisi, segno della misericordia senza limiti di Dio. Oggi, questa stessa grazia continua ad attirare pellegrini da ogni parte del mondo”.

L'autoreRedazione Omnes

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Cinque momenti per pregare ‘al volo’

È possibile, e più facile di quanto si pensi, coltivare l’abitudine di pregare nei periodi più frenetici, sia per voi che per i vostri figli.

Agenzia di stampa OSV-6 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

– OSV News / Colleen Pressprich

Come cattolici, siamo chiamati a rivolgere costantemente il nostro cuore al Signore. Come genitori, spetta a noi insegnare ai nostri bambini a farlo. Può sembrare impossibile, soprattutto durante l'estate.

So che per noi questo è un periodo ancora più frenetico rispetto all'anno scolastico. Tra campi estivi, sport e la squadra di nuoto, siamo sempre di corsa e raramente abbiamo lo stesso programma da una settimana all'altra.

Questo può rendere difficile trovare il giusto ritmo, soprattutto al momento della preghiera.

Ma è possibile, e più facile di quanto si pensi, coltivare l’abitudine alla preghiera nei periodi più frenetici, sia per voi che per i vostri figli.

Ecco cinque momenti per introdurre la preghiera nella vita quotidiana della vostra famiglia quest’estate, che approfondiranno la vostra vita di preghiera e saranno facili da mantenere quando ricomincerà l’anno scolastico. Noterete infatti che si tratta di momenti “al volo”. Ciò comporta un ulteriore vantaggio: pregare in auto significa avere meno distrazioni. Il tempo trascorso in auto offre l’occasione per conversazioni significative, permette ai nostri figli di porci domande e ci aiuta a comprendere meglio i loro cuori.

Nel pensare di integrare questi piccoli momenti di preghiera nel corso della giornata, tenete presenti le parole di san Paolo VI, che scrisse: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”.

Che cosa c’entra tutto questo con la preghiera in famiglia? Significa che probabilmente dovrete uscire un po’ dalla vostra zona di comfort. So che io ho dovuto farlo. Pregare ad alta voce spesso non ci viene naturale, ma è il modo migliore per insegnare ai figli. All’inizio può risultare scomodo, ma vi prometto che darà i suoi frutti.

Preghiera quando si passa davanti a una chiesa cattolica

Ogni volta che la nostra famiglia passa in auto o a piedi davanti a una chiesa cattolica, ci facciamo il segno della croce e recitiamo questa breve preghiera: “Gesù, ti amo”.

Riconoscere Cristo veramente presente nel tabernacolo rafforza nei nostri figli l’idea che l’Eucaristia sia la fonte e il culmine della nostra fede, e li aiuta a comprendere l’importanza e la centralità della nostra fede nell’Eucaristia. Sebbene possa sembrare una cosa semplice, questa pratica ha dato origine a molte conversazioni con i nostri figli. Ci ha offerto l’opportunità di spiegare loro la teologia eucaristica, le differenze tra le varie confessioni religiose e persino l’importanza di farsi il segno della croce con riverenza, che è di per sé una preghiera potente.

Preghiera quando si sentono le sirene

Ogni volta che la nostra famiglia sente una sirena, interrompiamo quello che stiamo facendo e diciamo: “Caro Gesù, ti prego, aiuta i paramedici, i poliziotti, i vigili del fuoco e tutte le persone che stanno per soccorrere”.

Breve e concisa, questa preghiera mostra ai nostri figli l’importanza di guardare oltre se stessi, di percepire i bisogni degli altri e di affidarli alla preghiera. Nel corso degli anni, abbiamo constatato che i nostri figli si rendono conto quando gli altri sono nel bisogno e ci chiedono di unirci a loro nella preghiera. Spesso mi stupisce ciò che i loro occhi vedono e che io avrei potuto trascurare. L’intercessione è diventata un’abitudine.

Preghiera quando incontriamo una persona senza fissa dimora

La nostra famiglia ha l'abitudine di pregare per le persone senza fissa dimora che incontriamo durante i nostri spostamenti. Se è sicuro farlo, ci fermiamo e chiediamo loro il nome, in modo da poter pregare per loro in modo specifico.

Come cattolici, crediamo nella dignità e nel valore intrinseci di ogni persona. Fermarci abbastanza a lungo da vedere davvero le persone ai margini della società, dedicare del tempo a riconoscerle come individui e offrire una preghiera per loro offre ai nostri figli una testimonianza potente e plasma il modo in cui trattano gli altri. Abbiamo avuto conversazioni meravigliose con i nostri figli sulle opere di misericordia corporali e spirituali e sulla dottrina sociale della Chiesa, e abbiamo visto i nostri figli crescere nell’amore e nel rispetto verso tutte le persone che incontrano.

Preghiera da recitare quando si passa davanti a un cimitero

Ho imparato questa abitudine da mia nonna. Quando passiamo in auto accanto a un cimitero, recitiamo un’Ave Maria per le anime di coloro che vi sono sepolti e che si trovano ancora in stato di purificazione nel Purgatorio. Le anime del Purgatorio non possono pregare da sole, ma dipendono dalle preghiere degli altri. Questa semplice abitudine ci ha permesso di spiegare la comunione dei santi in modo concreto e tangibile ai nostri figli, e ha offerto loro l’opportunità di pregare per coloro che forse non hanno più nessuno che preghi per loro.

Preghiera davanti alla bellezza

L’ultimo momento in cui cerchiamo di integrare la preghiera nella nostra vita quotidiana è quando ammiriamo qualcosa di bello nel mondo naturale. In quei momenti, rivolgiamo ad alta voce una preghiera di gratitudine per qualsiasi cosa. “Grazie, Gesù, per questo tramonto così suggestivo”. “Grazie, Padre, per il profumo dell’erba appena tagliata”.

Esprimete ad alta voce tutto ciò per cui vi sentite grati. Questo è stato l’aspetto che mi ha dato più difficoltà a mettere in pratica con disinvoltura, ma ha dato anche così tanti frutti nei miei figli che sono grato di aver superato l’imbarazzo dei miei primi tentativi.

Preghiera al volo

Coltivare una vita di preghiera in famiglia Non deve per forza essere complicato. Questi piccoli momenti vissuti al volo si trasformeranno in conversazioni più profonde, in momenti di preghiera più lunghi e in una comprensione più viva del dono che rappresenta la nostra fede cattolica.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su OSV News. È riprodotto su Omnes previa autorizzazione. È possibile leggere l'originale in inglese QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

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Evangelizzazione

«È bello che siamo qui»: Una riflessione sulla Trasfigurazione di Gesù

La Trasfigurazione rivela chi è Gesù e mostra come la preghiera permetta di addentrarsi nel mistero della gloria di Dio.

OSV / Omnes-6 agosto 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Ogni anno, la Chiesa cattolica celebra la festa della Trasfigurazione il 6 agosto. Il racconto della Trasfigurazione di Gesù è riportato nei tre Vangeli sinottici (cfr. Mc 9,2-10; Mt 17,1-8; Lc 9,28-36). Quasi tutti i biblisti e gli scrittori spirituali concordano sull’importanza di questa affascinante storia. Concordano inoltre sul fatto che essa sfidi quasi ogni interpretazione.

Il celebre studioso biblico Julius Wellhausen (1884-1918) fu il primo a ipotizzare che questo racconto fosse in origine la descrizione di un’apparizione di Gesù risorto. Egli suggerì che il racconto trattasse originariamente dell’apparizione del Crocifisso ai tre discepoli. Questa teoria è stata molto diffusa per molti anni, ma attualmente non è sostenuta dalla maggior parte dei commentatori.

Il contesto in cui si inserisce la storia è lo stesso in tutti i Vangeli ed è piuttosto facile da descrivere. Gesù chiede ai suoi discepoli chi credono che egli sia. Tutti rispondono allo stesso modo: il Messia. Allora Gesù spiega cosa ciò significhi, pronunciando la prima delle sue tre predizioni sulla Passione, ponendo l’accento sulla sua sofferenza, morte e risurrezione. I discepoli non riescono a comprendere l’idea del Messia associata alla sofferenza e alla morte. È a questo punto che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, li conduce su un alto monte e si trasfigura davanti a loro.

Il vero scopo del racconto della Trasfigurazione è quello di rivelare la vera identità di Gesù. È quasi come se ciascuno dei tre evangelisti l’avesse svelata gradualmente man mano che narrava la propria storia. All’improvviso, nel bel mezzo del racconto, smettono di parlare e ci mostrano visivamente questo evento straordinario in cui Gesù si trasforma in modo spettacolare.

È come una visione apocalittica che ci invita a scoprire chi è veramente Gesù e a intravedere la sua gloria futura. Tuttavia, questo evento della Trasfigurazione inizia e finisce in un attimo. Tutto torna rapidamente alla normalità.

Tuttavia, ci rimangono alcune domande importanti. Che cosa è appena successo? Che cosa abbiamo appena visto e sentito?
I tre Vangeli sinottici offrono una prospettiva particolare su queste domande, così come sul significato della storia della Trasfigurazione. Coincidono persino sui punti principali del racconto. Tuttavia, dobbiamo prestare attenzione ai dettagli forniti da ciascun evangelista.

Marchio

Marco fornisce la trama di base che Matteo e Luca seguono fedelmente. La trasfigurazione viene presentata come una rivelazione rivolta ai discepoli per approfondire la loro comprensione dell’identità di Gesù. Il tema della vera identità di Gesù è ricorrente in tutto il Vangelo di Marco. Con la Trasfigurazione, la cristologia di Marco si sviluppa ulteriormente. Accanto a Gesù trasfigurato compaiono Mosè ed Elia che conversano con lui. Pietro non riesce a comprendere il significato di tutto ciò, ma suggerisce di costruire tre capanne: una per Gesù, una per Mosè e un’altra per Elia.

I discepoli erano terrorizzati, ma forse pensarono che ciò fosse simile alla festa dei Tabernacoli, che celebrava la consegna della Legge a Mosè sul Monte Sinai, nonché il suo viaggio attraverso il deserto (cfr. Lv 23,34-44).

A questo punto della storia, una misteriosa nuvola li avvolge tutti e una voce dice: «Questo è il mio Figlio prediletto. Ascoltatelo». (Ciò è simile all’esperienza vissuta da Mosè in Esodo 24,15-16: «Mosè salì sul monte. Allora la nuvola coprì il monte. La gloria del Signore si posò sul monte Sinai. La nuvola lo coprì per sei giorni, e il settimo giorno, dal mezzo della nuvola, chiamò Mosè»). Questa voce divina afferma l’identità di Gesù come Figlio di Dio, Messia e Figlio dell’Uomo che deve venire. Ai discepoli viene dato il comando di «ascoltarlo!».

Non appena la voce si fosse spenta, la visione sarebbe terminata e tutto sarebbe tornato alla normalità. Mentre scendevano tutti dalla montagna, Gesù ordinò ai discepoli di non raccontare a nessuno ciò che avevano vissuto fino a dopo la risurrezione. Solo allora si sarebbe compreso il vero significato della Trasfigurazione. .

Matteo

Matteo interpreta la Trasfigurazione come una visione apocalittica rivolta ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Questo tono apocalittico, che sottolinea la natura di Gesù come Figlio dell’Uomo, si basa in parte su Daniele 7,9 e 10,6. Matteo sottolinea inoltre la sovranità di Gesù (cfr. Mt 17,4).

Inoltre, aggiunge il dettaglio che il volto di Gesù risplendeva come il sole e che le sue vesti erano di un bianco abbagliante. La versione di Matteo, simile a quella di Marco, include Mosè ed Elia che conversano con Gesù. Molti commentatori interpretano Mosè come simbolo della Legge ed Elia come simbolo dei profeti. Insieme, la Legge e i profeti costituiscono la pienezza della rivelazione divina.

In Matteo 5,17-19, Gesù proclamò di essere venuto per adempiere la Legge e i Profeti, e non per abolirli. Qui, nella Trasfigurazione, si vede che Gesù non solo adempie la Legge e i Profeti, ma li supera. La versione di Matteo sulla Trasfigurazione aggiunge alcuni dettagli alla fine. I discepoli cadono a terra quando sentono la voce proveniente dalla nuvola. Gesù placa il loro timore toccandoli e incoraggiandoli a non avere paura.

Luca

Anche la versione di Luca è simile a quella di Marco, ma presenta alcune particolarità. Innanzitutto, la Trasfigurazione viene descritta come un’esperienza vissuta sia da Gesù che dai discepoli. Per Luca, la preghiera riveste un’importanza fondamentale. Nel Vangelo di Luca, quasi tutti gli aspetti salienti del ministero di Gesù sono preceduti dalla preghiera. Pertanto, Gesù porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte per pregare (cfr. Lc 9,28).

Durante la preghiera, il volto di Gesù si trasforma e le sue vesti diventano di un bianco splendente. Per Luca, la trasfigurazione di Gesù è un’esperienza di preghiera. Nel descrivere ciò che accade a Gesù e alle sue vesti, Luca non utilizza il termine «trasfigurazione» (in greco, «metamorfosi»). Si riferisce invece al volto e alle vesti di Gesù come trasformati.

Luca menziona anche la presenza di Mosè ed Elia, che conversano con Gesù. Sebbene anche Marco e Matteo descrivano Mosè ed Elia mentre parlano con Gesù, non rivelano il contenuto di tale conversazione. Luca, invece, ci informa che parlavano della dipartita di Gesù (in greco, «esodo»), che stava per compiersi a Gerusalemme (cfr. Lc 9,31). Questo, ovviamente, è un riferimento alla sua morte, intesa come un nuovo atto redentore, proprio come il primo Esodo dell’antichità. Sebbene i discepoli siano descritti come profondamente addormentati, si risvegliano completamente alla vista di Mosè ed Elia. Ancora una volta, la misteriosa nuvola li avvolge tutti e la voce divina afferma: «Questo è il mio Figlio eletto; ascoltatelo» (9,35). Gesù sostituisce sia Mosè che Elia.

Secondo Luca, Gesù è un profeta potente nelle opere e nelle parole. È il profeta simile a Mosè, menzionato in Deuteronomio 18,15. Pertanto, il racconto di Luca sulla Trasfigurazione conferma il riconoscimento iniziale di Pietro secondo cui Gesù è il Messia e, inoltre, approfondisce il significato di tale messianismo. È un esodo che attraversa la sofferenza e la morte per raggiungere la gloria.

Possibili significati

La maggior parte dei commentatori e degli studiosi concentra il significato del racconto della Trasfigurazione sull’incontro tra Gesù, Mosè ed Elia. Come accennato in precedenza, Mosè simboleggia la Legge ed Elia i profeti. Gesù, posto tra i due, simboleggia il modo in cui adempie la Legge e i profeti, o addirittura come li supera. Ciò è confermato dalla voce che risuona dalla nuvola, che indica l’identità di Gesù come Figlio prediletto di Dio. E proprio in virtù di questa filiazione, dobbiamo ascoltare Gesù.

Un altro modo di interpretare la Trasfigurazione è considerarla un incontro mistico in cui l’identità di Gesù si rivela attraverso questa «nube di mistero». Al centro dell’incontro ci sono Gesù, Mosè ed Elia. Dall’esterno, a osservare, ci sono Pietro, Giacomo e Giovanni. La sfida per tutti loro non è decifrare il significato della nuvola, ma semplicemente addentrarsi in essa.

In altre parole, l’incontro è l’essenziale. Da questa prospettiva, la Trasfigurazione fa parte dell’identità di Gesù, non ne è solo il risultato. Questa ricerca di identità non può ridursi a un nome. Ricordiamo il tentativo infruttuoso di Mosè di scoprire il nome di Dio. «Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Questo è ciò che dirai agli Israeliti: IO SONO mi ha mandato da voi”» (Esodo 3,14). L’identità di Gesù è intimamente legata a questa nuvola. La nuvola è la presenza stessa di Dio. La Trasfigurazione di Gesù è un invito a entrare in questa misteriosa nuvola e a sperimentare la gloria di Dio. Ecco come si manifesta la gloria di Dio: una grande nuvola splendente.

Questa esperienza risponde alle due domande poste in precedenza nella descrizione della Trasfigurazione: Che cosa è appena accaduto? Che cosa abbiamo visto e udito? Ciò che è appena accaduto è che i discepoli sono entrati nella nuvola sacra e, così facendo, hanno sperimentato la pienezza di Gesù contemplando la gloria di Dio. Questo è Gesù nella realtà. Tutto ciò trova conferma nella voce divina che ribadisce la vera identità di Gesù.

Entriamo nel mondo del cloud

Si è tentati di pensare che la sfida posta dal racconto della Trasfigurazione consista nel decifrare i simboli e nel trovare il significato dei personaggi e della nuvola. Ciò viene interpretato come parte della ricerca della vera identità di Gesù. Il problema di questo approccio è che non ci permetterà mai di andare oltre i limiti del racconto. Da questa prospettiva, non scopriremo mai la vera identità di Gesù.

La vera sfida della Trasfigurazione sta nell’entrare nella nuvola. Una volta entrati, scopriremo Gesù, Mosè ed Elia, e la pienezza della gloria di Dio. E come possiamo entrare in quella nuvola? Ritengo che l’approccio di Luca possa fornire la chiave. E quella chiave è la preghiera.

Ricordate che, per Luca, l’intero evento della Trasfigurazione fu un’esperienza di preghiera. Fu attraverso la preghiera che Luca comprese il significato di questo nuovo esodo che Gesù stava intraprendendo. E fu attraverso la preghiera che Pietro, Giacomo e Giovanni riuscirono a vincere la loro paura ed entrare nella nuvola divina. Solo allora potremo dire con Pietro: «Maestro, che bello stare qui!» (Lc 9,33). Una volta entrati, alla presenza della gloria di Dio, anche noi potremo udire la voce che dice: «Questo è il mio Figlio prediletto; ascoltatelo».

Di Eugene Hensell, OSV News

Eugene Hensell è un monaco benedettino dell’Abbazia di St. Meinrad a St. Meinrad, nell’Indiana, e professore associato di Sacra Scrittura presso il Seminario e la Scuola di Teologia di St. Meinrad.

L'autoreOSV / Omnes

Ecologia integrale

Investire secondo la dottrina sociale della Chiesa cattolica, quattro anni dopo la pubblicazione di *Mensuram Bonam*.

Una gestione finanziaria basata sui valori cattolici può andare di pari passo con un solido rendimento economico. A quattro anni dalla pubblicazione di *Mensuram Bonan*, investire è parte integrante della sequela di Cristo.

Michele Mifsud-6 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

I responsabili delle istituzioni cattoliche — sacerdoti, vescovi, tesorieri e laici impegnati — si assumono un’importante responsabilità: gestire le risorse finanziarie loro affidate in modo da tutelare la missione della Chiesa, rispecchiare la dottrina sociale cattolica e garantire la vitalità a lungo termine delle opere ecclesiali.

Per molti, tuttavia, questa responsabilità è accompagnata da una domanda ricorrente: è possibile investire in modo coerente con la fede cattolica senza rinunciare alla redditività finanziaria?

Per anni, questa questione ha suscitato incertezze e dubbi. Spesso si dava per scontato che un portafoglio costruito secondo principi etici e religiosi avrebbe inevitabilmente prodotto risultati inferiori rispetto a quelli degli investimenti convenzionali. Tuttavia, l’esperienza pratica ci mostra una realtà diversa.

Da un’analisi dell’esperienza maturata da alcune organizzazioni specializzate da decenni negli investimenti coerenti con la fede emerge che l’adesione ai principi della Dottrina sociale della Chiesa non ha comportato, storicamente, rendimenti a lungo termine inferiori. Al contrario, una gestione finanziaria basata sui valori cattolici può andare di pari passo con una solida redditività economica.

In altre parole, la buona amministrazione e la fedeltà al Vangelo non sono realtà contrapposte; fanno parte della stessa missione.

Perché è importante per la Chiesa

Le decisioni finanziarie rappresentano una forma concreta di testimonianza. Quando gli investimenti di una diocesi, di una congregazione religiosa o di un’istituzione cattolica non sono in linea con gli insegnamenti della Chiesa, si perde un’importante occasione per predicare con l’esempio.

Al contrario, quando i responsabili della Chiesa comprendono come funziona l’investimento coerente con la fede, aumenta la loro capacità di spiegare e promuovere queste scelte all’interno delle loro comunità. Si crea così un circolo virtuoso: la comprensione rafforza la fiducia, e la fiducia favorisce la generosità e la partecipazione.

Riconoscere che le differenze di rendimento a breve termine non compromettono necessariamente la competitività a lungo termine permette inoltre di considerare la gestione finanziaria come una vera e propria forma di leadership pastorale. Questa consapevolezza infonde nei responsabili la fiducia necessaria per agire con convinzione.

Mensuram Bonam: un appello alla coerenza

Nel 2022, la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali ha pubblicato il documento *Mensuram Bonam*, in cui invitava la Chiesa e tutti i fedeli ad allineare le proprie decisioni di investimento ai principi della fede cattolica.

Il documento ci ricorda che la missione della Chiesa non si esaurisce alle porte delle nostre chiese. Al contrario, permea tutte le dimensioni della vita cristiana, compreso il modo in cui gestiamo le risorse economiche che ci sono state affidate.

Investire, quindi, non è un’attività neutra né meramente tecnica. È parte integrante della sequela di Cristo. Attraverso le nostre decisioni finanziarie, possiamo rendere testimonianza al Vangelo, difendere la dignità umana e promuovere il bene comune.

Le linee guida fornite in *Mensuram Bonam* coincidono inoltre, nelle linee generali, con quelle elaborate da diverse Conferenze Episcopali nazionali — tra cui quelle degli Stati Uniti, della Germania, dell’Italia e dell’Austria —, poiché tutte attingono alla stessa fonte: il Vangelo, la dottrina sociale della Chiesa e la tradizione cattolica.

I tre pilastri di un investimento coerente con la fede

Mensuram Bonam individua tre dimensioni fondamentali dell’investimento cattolico: l’impegno, il miglioramento e le esclusioni.

Impegno: promuovere il bene comune attraverso il dialogo

L'impegno consiste nell'utilizzare la propria posizione di investitore per promuovere un comportamento aziendale più responsabile.

Ciò avviene attraverso il dialogo diretto con le imprese e l’esercizio dei diritti di voto degli azionisti. In questo modo, gli investitori cattolici possono contribuire a orientare le politiche aziendali verso un maggiore rispetto della dignità umana, una gestione responsabile dell’ambiente e il bene comune.

Miglioramento: dare priorità alle migliori pratiche aziendali

Il miglioramento consiste nel dare la priorità, a parità di condizioni, alle imprese che dimostrano di adottare pratiche sociali, ambientali e di governance più solide.

L'obiettivo non è quello di sacrificare il rendimento, bensì di individuare opportunità di investimento che coniughino la qualità finanziaria con la responsabilità etica.

Esclusioni: evitare di collaborare con attività incompatibili con la fede

Il terzo pilastro — le esclusioni — è forse il più noto e, al tempo stesso, quello che suscita maggiore preoccupazione.

Consiste nell’evitare investimenti in aziende coinvolte in attività incompatibili con la dignità umana e la dottrina della Chiesa, come quelle legate all’aborto o alla produzione di armi di distruzione di massa.

È qui che sorge la domanda più frequente: quale impatto finanziario comporta l’esclusione di determinate società dall’universo di investimento?

Il mito della minore redditività

Per molti anni è stato difficile rispondere a questa domanda.

I confronti tradizionali si basavano su indici di mercato generali che includevano tutte le società quotate in borsa, comprese quelle le cui attività erano in contrasto con i valori cattolici. In larga misura, non erano disponibili strumenti adeguati per misurare l’impatto reale delle esclusioni sulla redditività.

In mancanza di dati chiari, molti sono giunti alla conclusione che restringere l'universo di investimento avrebbe necessariamente comportato una minore redditività.

Un’altra sfida ha rafforzato questa percezione. Individuare le aziende che violano i principi fondamentali della dottrina cattolica richiede conoscenze specialistiche, ricerche costanti e un continuo discernimento etico, competenze che raramente fanno parte della formazione standard dei sacerdoti e degli amministratori della Chiesa.

Non sorprende quindi che le preoccupazioni relative al rendimento continuassero a rappresentare uno dei principali ostacoli a un investimento coerente con la fede.

Una conclusione rassicurante

L'esperienza pratica e i dati analizzati da professionisti specializzati portano a una conclusione incoraggiante: è possibile investire in modo coerente con la fede cattolica e, al contempo, ottenere rendimenti paragonabili a quelli del mercato in generale.

Le analisi comparative tra gli indici cattolici e gli indici di mercato convenzionali indicano che, storicamente, l'esclusione delle società incompatibili con i principi della Chiesa non ha impedito agli investitori di ottenere risultati competitivi nel lungo periodo.

L'esperienza dei portafogli reali gestiti secondo criteri cattolici conferma inoltre che un buon rendimento finanziario può coesistere con una rigorosa adesione alla Dottrina sociale della Chiesa.

Per i leader della Chiesa, ciò significa guardare al futuro con fiducia. La fedeltà al Vangelo non implica rinunciare alla buona gestione delle risorse. Al contrario, una gestione finanziaria coerente con la fede può diventare un’espressione tangibile della testimonianza cristiana, in grado di sostenere la missione della Chiesa oggi e per le generazioni future.

L'autoreMichele Mifsud

Economo generale aggiunto della Congregazione della Missione dei Padri Vincenziani, consulente finanziario e di investimento registrato.

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Vangelo

Riconoscere il Dio che passa. XIX domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XIX domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 9 agosto 2026.

Vitus Ntube-6 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La liturgia di oggi è dominata dal tema della presenza di Dio — il Dio che passa — e dalla nostra capacità di riconoscerlo. Il Vangelo è la continuazione del racconto di domenica scorsa sulla moltiplicazione dei pani. Dopo aver sfamato la folla, Gesù congeda la gente e manda i discepoli avanti su una barca, mentre Lui rimane indietro a pregare. Durante la notte, mentre i discepoli lottano contro il vento contrario e le onde, Gesù viene verso di loro camminando sul mare, ma loro non riescono a riconoscerlo.

Cristo, che passa accanto a loro, viene scambiato per un fantasma. Camminando maestosamente sulle onde, Gesù manifesta la sua sovranità sulle forze della natura. Ai discepoli spaventati dice: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Invita persino Pietro a partecipare al suo potere, esortandolo a camminare sulle acque.

L’esperienza dei discepoli non è molto diversa dalla nostra. Appena poche ore prima avevano assistito alla gioia e all’abbondanza del miracolo dei pani. Eppure, ora la barca si trova “sballottata dalle onde” e lottando contro il vento.

Quante volte succede anche questo nella nostra vita? Un momento prima sperimentiamo le benedizioni e la vicinanza di Dio; quello dopo ci sentiamo sopraffatti da difficoltà, angosce, delusioni o sofferenze. La barca della nostra vita sembra sul punto di naufragare. In quei momenti facciamo fatica a riconoscere Cristo che viene verso di noi. Confondiamo la sua presenza con qualcos’altro.

La prima lettura ci offre una profonda lezione su come riconoscere la presenza di Dio. A Elia viene ordinato: “Esci e resta in piedi sul monte davanti al Signore”. Ci fu un uragano, un terremoto, un incendio, ma Dio non era in nessuno di essi. Alla fine, Elia udì il sussurro di una leggera brezza. Allora si coprì il volto, perché riconobbe che il Signore era presente.

Il Dio che si è rivelato nella tempesta è lo stesso che si rivela in un leggero sussurro. Corriamo il rischio di pensare che la presenza di Dio si trovi solo nell’eccezionale, ma Dio si lascia trovare anche nel silenzio.

Ci vuole silenzio per ascoltare un sussurro. È nel silenzio che incontriamo Dio. Dio si manifesta quando eliminiamo le distrazioni, i venti e le onde della cultura digitale che ci logorano fisicamente e mentalmente.

Come Pietro, dovremmo pregare continuamente: “Signore, se sei proprio tu…”. E il Signore ci concederà la grazia di riconoscerlo, di avere fiducia in Lui e di andare verso di Lui anche in mezzo alle tempeste.

Mondo

L'Uruguay, l'Argentina e il Perù accoglieranno Papa Leone XIV a novembre

La Santa Sede ha confermato il prossimo viaggio di Leone XIV in tre nazioni latinoamericane. Sarà il sesto viaggio apostolico del Papa, che torna in Perù, dove un tempo era vescovo.

Redazione Omnes-5 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

«Il Santo Padre Leone XIV compirà un viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù dal 6 al 17 novembre 2026, accogliendo l’invito dei capi di Stato e delle autorità ecclesiastiche di tali paesi, Sua Santità visiterà Montevideo, Paysandú e Florida dal 6 all»8 novembre; Buenos Aires, Córdoba e Luján dall’8 all’11 novembre; e Lima, Chiclayo, Cuzco e Pucallpa dall’11 al 17 novembre».

Con questo breve comunicato, la Santa Sede ha confermato il prossimo viaggio di Leone XIV che, dopo il suo prossimo viaggio in Francia, previsto per settembre, attraverserà l’Atlantico per mettere piede, per la prima volta in qualità di successore di Pietro, sul continente americano.

Sebbene il programma del viaggio non sarà reso noto fino a circa un mese prima della partenza, si prevede che questo viaggio papale sarà uno di quelli che attirerà il maggior numero di persone in una terra ben nota a Papa Leone XIV. Non a caso, Robert Prevost ha vissuto per un anno (1986-1987) come missionario nella missione agostiniana di Chulucanas, nella regione di Piura, in Perù, e, dopo aver risieduto negli Stati Uniti per motivi pastorali, nel 1988 tornò in Perù, presso la missione agostiniana di Trujillo, zona in cui rimase per 10 anni.

Il 3 novembre 2014, Papa Francesco lo ha nominato amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo, di cui è stato nominato vescovo titolare un anno dopo. È rimasto in carica fino al 2023, quando si è trasferito a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

In qualità di priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, Robert Prevost si è recato anche in Uruguay nel 2011. Inoltre, nell’ambito del suo mandato all’interno dell’Ordine, ha avuto modo di recarsi in Argentina in diverse occasioni, durante le quali ha visitato varie comunità agostiniane, come nel 2004, quando ha potuto conoscere l’opera degli agostiniani in province quali Catamarca, Córdoba, Mendoza e Salta, e nel 2013 ha visitato Buenos Aires e La Plata, dove ha partecipato alla messa di ordinazione episcopale di monsignor Alberto Bochatey nella chiesa di Sant’Agostino, nel quartiere di Palermo.

Vaticano

Leone XIV: “Ai nostri giorni, la preghiera può sembrare una cosa inutile”

Nella sua catechesi di questo mercoledì, il Papa ha esortato a riscoprire la preghiera nella sua vera essenza. Il Pontefice ha ricordato il valore dell“”Eucaristia e della Liturgia delle Ore“ come ”il soffio vitale della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo».

Redazione Omnes-5 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La Basilica di San Pietro ha ospitato la catechesi di Papa Leone XIV in questo primo mercoledì di agosto, a causa delle elevate temperature registrate oggi nella Città Eterna. Il Papa ha ripreso la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC) soffermandosi, in questa giornata, sulla “dimensione ecclesiale della preghiera »liturgica».

 Come primo punto, il pontefice ha ricordato che “è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare” e ha affermato che 
“Ai nostri giorni, in contesti dominati da una mentalità incentrata sull’efficienza e sul consumismo, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e irrisorio”, persino “una forma di evasione”. 

Il pontefice ha inoltre sottolineato il fatto che “in molte famiglie cristiane la preghiera non viene più trasmessa, mentre numerose persone corrono il rischio di confonderla con una tecnica in più, di natura psicologica e orientata al benessere personale”. Realtà che mettono ancora più in evidenza la necessità di scoprire la verità della preghiera cristiana.

Il Papa ha voluto, a questo proposito, attualizzare il contenuto della *Sacrosanctum Concilium*, sottolineando come questa Costituzione Apostolica avesse colto questa necessità della preghiera. La preghiera liturgica è lo spazio di incontro tra Dio e ciascuno di noi, ha spiegato il Papa.

«Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” indica l’intera liturgia. Questa prospettiva è determinante, perché ha guidato la riforma liturgica ponendola come asse portante della partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia si presenta innanzitutto come luogo di incontro, di iniziativa di Dio che si fa vicino all’umanità nel suo Figlio», ha affermato.

A questo proposito, il Papa ha indicato la Liturgia delle Ore come la preghiera liturgica fondamentale della Chiesa, che «deve essere accolta e vissuta sempre più nella vita quotidiana dei battezzati e delle comunità. A tante persone che desiderano imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana».

Una Liturgia delle Ore che, come ha sottolineato il Papa, è legata all’Eucaristia e nella quale «ogni ora è un atto di speranza: durante il nostro pellegrinaggio terreno vegliamo insieme a tutta la Chiesa in attesa del glorioso ritorno del Signore».


Evangelizzazione

Santa Maria Maggiore: la casa di tutti

Santa Maria Maggiore è il tempio mariano più antico dell’Occidente. Il 5 agosto si celebra la ricorrenza della sua fondazione.

Gerardo Ferrara-5 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Chi vive a Roma sa quanto eccezionale sia veder cadere la neve. Sulla straordinarietà di questo evento è stata scritta una canzone meravigliosa, La nevicata del ’56. Il testo originale è di un grande cantore di Roma, Franco Califano, ma l’ha resa celebre una delle più grandi interpreti della musica italiana: Mia Martini.

Ti ricordi una volta, si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera La fontana cantava e quell’acqua era chiara, dimmi che era così C’era sempre un gran sole e la notte era bella, com’eri tu C’era pure la luna, molto meglio di adesso, molto più di così Com’è, com’è, com’è che c’era posto pure per le favole? E zitta, zitta poi, la nevicata del ’56 Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida Tu mi dici di sì: l’hai più vista così? Che tempi quelli! 

E, tra sogno e verità, proprio così nacque quella casa, la prima della Madre di Dio in Occidente e la casa di tutti i suoi figli, con l’idea di rendere Roma e i suoi figli tutti candidi, puliti e lucidi come solo una madre sa fare.

Secondo la tradizione, infatti, la fondazione di Santa Maria Maggiore parte da un sogno e arriva a una nevicata, già di per sé cosa rara a Roma, e per giunta nel mese di agosto, nel 358, sotto il pontificato di papa Liberio (per questo la basilica è anche detta “liberiana”). La Vergine sia apparsa in sogno simultaneamente al papa e a un patrizio romano di nome Giovanni, ordinando loro di costruire una chiesa nel luogo in cui, il giorno dopo, avrebbero trovato la neve. E il mattino del 5 agosto, sul Colle Esquilino, uno dei sette colli di Roma, la neve c’era davvero.

Il ricordo della neve di agosto sopravvive ancora oggi in una celebrazione: ogni 5 agosto, nella basilica si commemora la “Madonna della Neve”, con una pioggia di petali bianchi che cade dall’alto della cupola durante la messa, simile a quella di petali rossi al Pantheon a Pentecoste.

La fine di un mondo

Negli articoli su Guadalupe abbiamo visto come la Vergine sia letteralmente giunta in soccorso di un popolo, anzi, di due, che non avevano più speranze. Si era in un momento in cui le antiche tradizioni decadevano, l’universo, così come lo si era immaginato, cessava di esistere e non vi era più motivo di credere nel futuro.

Così era all’epoca in cui Roma stava ormai esaurendo il suo ruolo di capitale di un vastissimo impero e si accingeva a divenire poco più di un villaggio; gli antichi dei erano progressivamente abbandonati, una nuova fede, non più perseguitata, stava emergendo e nuove autorità, civili e religiose, emergevano dalle catacombe.

E sebbene gli storici discutano sull’episodio della neve e la maggior parte di essi attribuisca la fondazione effettiva a papa Sisto III piuttosto che a Liberio, è certo che si tratta di un monumento antichissimo: Sisto lo fece innalzare tra il 432 e il 440, subito dopo il Concilio di Efeso del 431, che definì Maria Theotokos, Madre di Dio, contro le tesi di Nestorio, che voleva limitare il titolo a Christotokos, Madre di Cristo. Un dogma che proclamava Maria madre di Dio e, nel Figlio, di tutti gli uomini.

Delle quattro basiliche papali di Roma, Santa Maria Maggiore è l’unica a conservare intatto il proprio impianto paleocristiano: stessa pianta, stesse navate, stessi mosaici del V secolo ancora al loro posto. E fu in qualche modo la risposta architettonica alla definizione dogmatica, oltre che la “rifondazione” di un mondo, un nuovo axis mundi basato non già sulla religione pagana, bensì su una teofania cristiana. Fu poi non solo un tempio, ma una casa per la Madre e i suoi figli, che qui l’avrebbero venerata anche come Salus populi romani.

La basilica: mosaici, icone e un po’ del Nuovo Mondo

I mosaici, caratteristica principale della basilica, sono visibili sin dall’antica facciata, parzialmente coperta da quella più recente. Entrando, poi, non si può che rimanere stupiti da quelli della navata centrale.

Furono realizzati sotto papa Sisto III, tra il 432 e il 440, e sono tra i più antichi mosaici cristiani esistenti al mondo, tra l’altro ancora al loro posto originario.

I pannelli della navata sono del V secolo e vi sono raffigurate scene veterotestamentarie: Abramo, Mosè, Giosuè, la vita di Giacobbe, tutto su fondi dorati: un vero e proprio catechismo visivo per una popolazione in gran parte illetterata.

Sull’arco trionfale si notano l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, e Maria vi appare già come regina in trono, vestita di porpora e oro, in risposta alla proclamazione del dogma di Efeso.

Sul soffitto, Pinturicchio progettò, su incarico di papa Alessandro VI Borgia alla fine del Quattrocento, un lacunare realizzato con oro donato, secondo la tradizione, dai Re Cattolici di Spagna: il primo oro giunto dall’America, portato da Colombo al suo ritorno. Ogni volta che accompagno gruppi latinoamericani a Santa Maria Maggiore, do loro il benvenuto a casa proprio sotto quell’oro che viene dal loro continente e che sta lassù, a quaranta metri d’altezza, a illuminare la casa della loro Madre.

L’abside ha un mosaico che risale al XIII secolo ed è opera di Jacopo Torriti: l’Incoronazione della Vergine.

La cripta sotto il presbiterio, chiamata Cappella del Presepe, custodisce quello che si identifica come il frammento più antico del presepe: cinque assi di legno di sicomoro, in una teca d’argento, le tavole della mangiatoia di Betlemme.

La “Salus Populi Romani”: salvezza di tutti

Nella Cappella Paolina si conserva una delle icone mariane più venerate della storia cristiana: la Salus Populi Romani, “Salvezza del popolo romano”. La tradizione la vuole dipinta da san Luca evangelista su un tavolo della casa della Vergine, portata poi a Roma da san Pietro. Gli studiosi la datano invece tra il VI e il XIII secolo. Chiunque ne sia l’autore, il fervore dei fedeli e dei papi nei suoi confronti è enorme. Papa Francesco, ad esempio, qui si raccoglieva ad ogni partenza e rientro dai viaggi apostolici e vi ha voluto essere sepolto, non lontano dalla sua icona preferita.

Vale la pena soffermarsi sul termine “romani”. Esso non indica soltanto gli abitanti di Roma, bensì tutti i battezzati nella fede della Chiesa cattolica romana, ma anche ogni uomo e ogni donna che si rivolge a Maria come madre. È la salvezza del popolo universale, di chi ha affiliazione e di chi non ce l’ha, di chi arriva in basilica con il vociare di un gruppo organizzato e di chi ci entra da solo, in silenzio, magari portando il peso di qualcosa che non riesce a dire ad alta voce.

La Salus Populi Romani è una figura che guarda verso il basso, verso chi è piccolo, chi è malato, chi è pellegrino, a Roma e nel mondo.

L'esterno barocco e la colonna di Majenzio

La facciata visibile oggi risale al XVIII secolo ed è opera di Ferdinando Fuga. La colonna che s’innalza di fronte alla facciata, invece, alta quasi quindici metri, con una statua della Vergine in cima, proviene dalla Basilica di Massenzio, nel Foro Romano, unica colonna superstite di quell’edificio. Fu trasferita qui nel 1614 da papa Paolo V. Le porte di bronzo della navata centrale provengono invece dal Foro di Nerva, portate qui nel 1574.

Sub tuum praesidium

Vale la pena concludere con la preghiera forse più antica scritta in onore di Maria, conservata su un papiro egiziano datato intorno al 250 dopo Cristo:

Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta

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Stati Uniti

Un tribunale tutela le suore dalla legge sul suicidio assistito dello Stato di New York

A seguito della causa intentata da diversi ordini religiosi presenti a New York, un tribunale li tutela dalla nuova legge sul suicidio assistito.

Agenzia di stampa OSV-5 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– OSV News / Kate Scanlon

Il 30 luglio un giudice federale ha concesso una sospensione temporanea a quattro congregazioni religiose e a strutture sanitarie cattoliche dall’applicazione di una legge dello Stato di New York che consente ai medici di aiutare gli adulti affetti da malattie terminali a morire tramite suicidio.

Le congregazioni cattoliche — le Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, le Suore Domenicane di Hawthorne, le Suore Missionarie di San Benedetto e le Piccole Suore dei Poveri — hanno citato in giudizio lo Stato il 17 luglio, sostenendo che la legge li avrebbe obbligati a facilitare tali decessi dei propri pazienti, in violazione della loro fede.

“Le famiglie ci affidano i loro cari perché sanno che le nostre case saranno luoghi di tenerezza, dignità e cura fedele”, ha affermato madre Mary Rose Heery, priora generale delle Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, in un comunicato del 31 luglio. “Siamo grate di poter continuare a onorare questa fiducia e di rimanere al fianco di ogni ospite fino alla fine”.

Termine ultimo per la risposta del procuratore generale di New York

L'ordinanza restrittiva temporanea emessa dal giudice distrettuale degli Stati Uniti Anne M. Naracci fissa inoltre al 20 agosto il termine entro il quale il procuratore generale di New York, Letitia James, dovrà rispondere alla mozione d'urgenza.

L'ufficio di James non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento da parte di OSV News.

I sostenitori del suicidio assistito da medici sostengono che questa pratica tuteli l'autonomia delle persone che soffrono o sono affette da malattie terminali nei loro ultimi giorni, ma gli oppositori ritengono che essa ignori la dignità della vita umana e renda i malati o i morenti vulnerabili alla coercizione, oltre ad altre preoccupazioni.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica condanna esplicitamente la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito da medici definendoli “moralmente inaccettabili” e una violazione del Quinto Comandamento: “Non uccidere”.

La governatrice Kathy Hochul, democratica dello Stato di New York e cattolica, ha firmato la legge sull’assistenza medica alla morte a febbraio, sostenendo di aver “garantito” durante l’iter legislativo delle misure di salvaguardia che assicurassero “l’integrità della decisione del paziente e la preparazione delle strutture sanitarie”. I vescovi cattolici dello Stato sono stati tra coloro che si sono opposti alla legge, che autorizza i newyorkesi affetti da malattie terminali e con meno di sei mesi di vita a richiedere il suicidio assistito da medici.

“Costringere le suore a partecipare a un suicidio è illegale e ingiusto”

“Obbligare le suore cattoliche a partecipare a un suicidio — e privare i newyorkesi della possibilità di ricevere un’assistenza fedele e che affermi la vita — è al tempo stesso illegale e ingiusto”, ha affermato Mark Rienzi, presidente di Becket, uno studio legale specializzato in libertà religiosa e principale consulente legale dei ministeri sanitari, in un comunicato del 31 luglio.

“Questo accordo tutela le sorelle e coloro che si prendono cura di loro, mentre lottiamo per porre fine una volta per tutte al ”mandato di suicidio” di New York», ha affermato.

Il vescovo John O. Barres di Rockville Centre, New York, ha dichiarato in un comunicato diffuso tramite Becket: “Questo accordo rappresenta un primo passo importante verso la tutela della libertà religiosa”.

“New York non può obbligare la Chiesa a rispondere alla sofferenza con il suicidio o ad abbandonare i malati e i morenti proprio quando hanno più bisogno di cure”, ha sottolineato. “Fino a quando la nostra battaglia legale non sarà risolta, questo accordo temporaneo garantisce ai nostri ministeri la libertà di servire ogni paziente secondo il Vangelo. Continuiamo ad affermare che ogni vita umana è sacra e degna di amore fino al suo naturale termine”.

Una legislazione in materia di sanità pubblica “errata”

Sempre il 31 luglio, la Conferenza Cattolica dello Stato di New York ha presentato un commento pubblico al Dipartimento della Salute dello Stato, definendo la Legge sull’assistenza medica alla morte “la normativa in materia di sanità pubblica più importante — e più sbagliata — degli ultimi anni”.

Hanno sostenuto che le norme proposte dallo Stato per l’attuazione della legge non riescono a “garantire un adeguato controllo della pratica dell’assistenza medica alla morte (MAID, dall’acronimo inglese)” e non riescono a “colmare le lacune nelle disposizioni relative alla tutela della coscienza contenute nella legge sul MAID”.

La causa intentata dalle organizzazioni cattoliche contro la legge sul suicidio assistito si aggiunge alle numerose cause intentate da suore cattoliche contro le recenti leggi dello Stato di New York.

All’inizio di quest’anno, le Suore Domenicane di Hawthorne, che gestiscono un programma di cure palliative con 42 posti letto destinato a persone indigenti in fin di vita, hanno impugnato una legge che introduceva requisiti relativi agli adeguamenti di identità di genere per i residenti delle case di riposo.

New York è uno dei 13 Stati, oltre al Distretto di Columbia, che hanno legalizzato il suicidio assistito. L'entrata in vigore della legge statale è prevista per il 5 agosto.


Questa notizia è stata pubblicata per la prima volta su OSV News. La ripubblichiamo su Omnes previa autorizzazione. È possibile leggere la notizia originale in inglese QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

FirmeAntonio Ruiz Valverde

Il favore che non volevo fare

Quell’uomo non sa che il modo in cui mi ha assistito mi ha aiutato a pregare meglio, né che la sua diligenza mi ha fatto guardare il mio amico con occhi diversi. Probabilmente non lo saprà mai. Forse molte persone passano così nella nostra vita: senza sapere di essere strumenti di grazia.

4 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono giorni in cui il Signore non entra nella nostra vita dalla porta principale, ma attraverso uno sportello amministrativo, un appuntamento che non si concretizza o una cartella di documenti che qualcuno ci affida con più urgenza di quanto ci aspettassimo.

Un collega stava per trasferirsi in quella zona con la sua famiglia. Doveva affrontare tutte le difficoltà tipiche di un trasloco con dei bambini: casa, scuola, pratiche burocratiche, scadenze.

—Antonio, ti dispiacerebbe darmi una mano con questo?

—No, amico. Certo che no.

L'ho detto sul serio. Poi sono arrivati i documenti, le autorizzazioni e le istruzioni. La pratica ha cominciato a occupare un'intera mattinata nei miei pensieri. Sono entrato sul sito del Comune. Il primo appuntamento disponibile era quasi venti giorni dopo.

In mezzo c’erano le mie vacanze in famiglia, già pagate, e la stanchezza di un anno lungo. E mi risuonava nelle orecchie la voce del mio compagno:

—È che bisogna farlo il prima possibile. Altrimenti, i bambini potrebbero non riuscire a entrare a scuola.

Non ha detto nulla di offensivo. Ma ho avuto la sensazione che una parte della sua urgenza si fosse appena insinuata in casa mia.

Ho iniziato a fare i conti. A confrontare le cose. A difendermi dentro di me.

«Io, quando ho dovuto farlo, mi sono mosso. Ho preso un aereo, ho sbrigato la pratica e sono tornato. Non ho scaricato quella responsabilità su qualcun altro».

Quel pensiero conteneva un fondo di verità e una buona dose di buon senso. È facile parlare di amicizia e di disponibilità. Poi arriva un favore che non rientra nei propri piani e viene alla luce la vera misura del cuore.

Dopo pochi giorni mi sono recato in Comune. Non avevo un appuntamento. Sono andato lì per spiegare la situazione. All’ingresso, un impiegato accoglieva chi arrivava.

—Buongiorno. Mi trovo in una situazione un po’ urgente.

—Mi dica.

Gli ho raccontato l'essenziale: un collega di servizio in quella zona, diversi figli, una scuola, una scadenza che avrebbe potuto complicare tutto.

L'uomo mi ascoltò senza interrompermi. Guardò lo schermo.

—Al momento non posso fissarle un altro appuntamento. Ma mi lasci controllare. Se dovesse esserci qualche posto libero, cercherò di spostarle l'appuntamento.

—Le sarei davvero molto grato.

—Non le prometto nulla, ma ci darò un'occhiata.

E lo disse in un modo tale che bastava per credergli.

Sono uscito senza aver risolto nulla. Quell’uomo avrebbe potuto liquidarmi con un «Deve aspettare». Avrebbe avuto ragione. Invece, si è fermato e per qualche minuto ha fatto proprio un problema che non lo riguardava.

A metà mattina è arrivato il postino.

L'appuntamento era stato anticipato di una settimana.

Rimasi a fissare lo schermo. Non stavo più calcolando il danno. Stavo rendendo grazie.

Allora capii che ero andato in Comune pensando di fare un favore a un amico, ma il Signore mi aveva condotto lì per fare qualcosa anche con me.

Prima mi ha fatto vedere i miei conti, i miei giudizi e la mia difficoltà ad amare quando l’amore mette tutto sottosopra. Poi mi ha mostrato, nella semplice diligenza di quell’impiegato, una forma concreta di santificazione del lavoro. Non ci sono state parole religiose. Solo un uomo che faceva bene ciò che doveva fare, con umanità e affetto.

A volte la comunione dei santi assomiglia proprio a questo.

Un padre preoccupato chiede aiuto in modo imperfetto. Un amico accetta, anche se deve fare uno sforzo. Un lavoratore ascolta ancora per un minuto. Una famiglia tira un sospiro di sollievo. E Dio, in silenzio, unisce quelle piccole fedeltà per sostenerci.

Ho pensato anche al mio compagno con maggiore benevolenza. Avevo capito chiaramente cosa comportasse per me la sua richiesta; non avevo considerato allo stesso modo cosa comportasse per lui quel cambiamento. I figli possono renderci insistenti, goffi, persino inopportuni. Non sempre per egoismo, ma per amore.

Questo non significa che la carità imponga di vivere senza ordine. Anche la mia famiglia, il mio riposo e i miei doveri contavano. Se fosse stato necessario, avrei potuto porre un limite. Ma c’è un’enorme differenza tra porlo con serenità e porlo con risentimento. Il problema non era solo la gestione, ma la durezza che si era insediata dentro di me.

Il Signore è stato discreto. Non mi ha dato una lezione dall’esterno. Mi ha permesso di osservare una piccola scena: una cartellina, un appuntamento fissato in precedenza, un impiegato che ascolta, un’e-mail che arriva a metà mattina.

Forse la santità inizia spesso proprio così: non quando compiamo un gesto eroico, ma quando smettiamo di difenderci interiormente e permettiamo che una piccola contrarietà si trasformi in un’occasione per amare.

Quell’uomo non sa che il modo in cui mi ha assistito mi ha aiutato a pregare meglio, né che la sua diligenza mi ha fatto guardare il mio amico con occhi diversi. Probabilmente non lo saprà mai. Forse molte persone passano così nella nostra vita: senza sapere di essere strumenti di grazia.

E forse anche noi possiamo esserlo, anche quando il nostro “sì” è misto a stanchezza, calcolo o protesta interiore. Dio non aspetta che il cuore sia perfettamente puro per operare attraverso di esso. A volte lo purifica mentre agisce, mentre obbedisce, mentre compie quel favore che non voleva fare.

Alla fine, mi sono ritrovato a rendere grazie per tutto: per l’amico, per le mie resistenze, per quel dipendente e per il Signore, che continua a impegnarsi per renderci santi attraverso le piccole cose.

Anche su appuntamento.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

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Libri

Un teologo illustra il suo nuovo libro, «Una guida cattolica per essere umani», in tempi di confusione

Il teologo John S. Grabowski avverte che l’intelligenza artificiale e il progresso tecnologico hanno aggravato la nostra confusione riguardo all’identità umana e individua in Cristo la chiave per comprendere chi siamo e quale sia la nostra vera dignità.

OSV / Omnes-4 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La società sta dimenticando cosa significa essere umani? In quest’era caratterizzata dall’intelligenza artificiale e dalle nuove tecnologie, John S. Grabowski, professore di teologia morale ed etica presso l’Università Cattolica d’America, presenta il suo nuovo libro: «Una guida cattolica per essere umani». Recentemente ha parlato con Charles Camosy di OSV News di come l’identità in Cristo affronti la mancanza di autoconoscenza e la confusione che regna nel mondo riguardo alla nostra stessa umanità.

Si potrebbe pensare che un libro che funga da guida per «essere umani» sia una cosa strana. Essere umani non è forse semplicemente ciò che fanno gli esseri umani? Perché abbiamo bisogno di una guida?

–Sarebbe comprensibile pensare che questo argomento e un libro a esso dedicato siano piuttosto strani. Dopotutto, non dobbiamo fare nulla per essere umani; è semplicemente ciò che siamo. Perché dovremmo aver bisogno di una sorta di guida?

Ma, in realtà, siamo profondamente confusi su cosa significhi essere umani. Più di 60 anni fa, i padri del Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale sulla Chiesa «Gaudium et Spes», hanno sottolineato che, nonostante le nostre crescenti conoscenze scientifiche e competenze tecnologiche, non comprendiamo noi stessi. Di conseguenza, non sappiamo come rapportarci a queste tecnologie né come utilizzarle correttamente. Il passare dei decenni e la comparsa di tecnologie nuove e ancora più potenti non hanno cambiato questa situazione. Anzi, l’hanno aggravata.

La verità è che non possiamo comprendere appieno noi stessi senza la rivelazione che Dio ci fa di sé in Gesù Cristo. Lo stesso documento del Concilio sottolinea: «Cristo, l’ultimo Adamo, attraverso la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso e ne chiarisce la suprema vocazione».

Si sta diffondendo sempre più l’idea che i grandi modelli linguistici (le cosiddette intelligenze artificiali) possano essere una sorta di persone. Come dovrebbero Cattolici Cosa ne pensate di questo tipo di discorso?

–Questo è un esempio perfetto del problema individuato dal Concilio. Poiché non siamo sicuri di cosa significhi realmente essere umani e quale sia il nostro fine ultimo, le potenti macchine in grado di generare e elaborare dati meglio di noi ci sembrano molto umane. Questo, a sua volta, tende a generare o un ottimismo esagerato, secondo cui l’IA risolverà i nostri problemi, oppure una paura smisurata che essa ci domini e ci riduca in schiavitù. Pensate a tutti i film che Hollywood ci ha proposto nel corso degli anni, giocando proprio su queste paure.

Ma, come sottolinea Papa Leone XIV nella «Magnifica Humanitas»: «Le cosiddette intelligenze artificiali non provano esperienze, non possiedono un corpo, non provano gioia né dolore, non maturano attraverso le relazioni e non conoscono dall’interno il significato dell’amore, del lavoro, dell’amicizia o della responsabilità». Sono prive della capacità di provare empatia o di formulare giudizi morali. Sebbene siano «strumenti utili», non sono — né possono essere — persone. Sono prive delle capacità e della natura relazionale che costituiscono l’essenza della persona. Possono essere solo qualcosa, non «qualcuno».

Il semplice fatto che questa sia anche solo una domanda rivela quanto siamo profondamente confusi riguardo a noi stessi.

A proposito di tecnologia, il suo libro mette in guardia da ogni tipo di distorsione tecnologica che altera la nostra natura di esseri umani quando si tratta della creazione di nuova vita umana. Perché questo argomento ha attirato in modo così particolare la sua attenzione?

– Credo che ci siano due ragioni. Una più pratica; l’altra, più sostanziale.

Da un punto di vista pratico, nel corso degli anni mi sono occupato principalmente, sia nell’insegnamento che nella scrittura, di matrimonio, famiglia e sessualità. Ritengo quindi di essere più in sintonia con gli errori che la nostra cultura commette su questi temi, proprio perché è su questi che tendo a concentrarmi.

Ma a un livello più profondo, credo che un tema ricorrente nelle Scritture sia che, quando perdiamo di vista chi è Dio, ciò si manifesta in una comprensione distorta della sessualità. Al contrario, le pratiche sessuali disordinate offuscano facilmente le nostre menti, induriscono i nostri cuori e ci allontanano dal nostro Creatore. Ecco perché la Chiesa ritiene che il peccato sessuale sia sempre grave, non per una mentalità puritana sottesa.

La differenza sessuale e la fertilità sono profondamente radicate nella nostra identità di persone. Non sono meramente biologiche o superficiali. Dopotutto, quando mettiamo al mondo dei figli, collaboriamo con Dio nella sua opera creativa di creare esseri umani a sua immagine e somiglianza. Non è qualcosa da prendere alla leggera. I nostri corpi, sessualmente differenziati, sono fatti per dare vita ed esprimere amore.

Purtroppo, la nostra cultura tende a considerare il sesso in termini di svago piuttosto che di amore e procreazione. La fertilità viene spesso vista come una malattia da curare con mezzi meccanici, chimici o chirurgici, anziché come un dono e una benedizione. Quando si cercano o si desiderano dei figli, a volte questi vengono visti come ornamenti o accessori per la felicità degli adulti. Alcune persone ricorrono all’industria della fertilità per farsi aiutare a ottenere «figli su misura», realizzati secondo specifiche relative a sesso, razza e capacità.

I moderni trattamenti contraccettivi e di fertilità condividono una spinta comune con il transumanesimo. Cerchiamo di superare la nostra natura invece di comprenderla e di vivere in armonia con essa. Abbiamo bisogno dell’umiltà necessaria per cercare e cercare di vivere secondo il disegno di Dio per noi come uomini e donne incarnati, non di trovare mezzi tecnologici per rifarci a nostra immagine.

Concludiamo con una nota più positiva. Dove vede maggiori possibilità che questa visione dell’essere umano metta radici nella nostra cultura?

– Credo che la chiave sia l’evangelizzazione. Se è vero che «quando si dimentica Dio… la creatura stessa diventa incomprensibile», allora è anche vero che conoscere Dio e il suo disegno ci aiuta a scoprire noi stessi, la nostra vera dignità e il nostro destino. Il vero umanesimo ha Dio al centro. Il fatto che sentiamo e vediamo notizie di un numero crescente di persone che si avvicinano alla Chiesa in luoghi dove la fede sembrava essere in declino è, senza dubbio, motivo di speranza.

Penso anche alla crescente consapevolezza dei potenziali danni causati dagli schermi e dai social media, che spesso vengono utilizzati come sostituti dell’interazione e del contatto umano reale.

Infine, percepisco negli studenti a cui ho il privilegio di insegnare un profondo desiderio di amicizia, di amore duraturo e della bellezza del matrimonio o della vita consacrata. Sono consapevoli della devastazione che la rivoluzione sessuale ha causato nella cultura e del carattere distruttivo delle relazioni occasionali e della pornografia. Sanno che c’è qualcosa di più per loro e lo desiderano.

Di Charles Camosy, OSV News

Charles Camosy tiene corsi di teologia morale e bioetica presso l’Università Cattolica d’America a Washington.

L'autoreOSV / Omnes

Famiglia

Sedi piene e culle vuote

Non possiamo tralasciare il fatto che, nel mese di giugno, Papa Leone XIV abbia voluto fare tappa in Spagna, pur a rischio di non poter dare inizio alle celebrazioni con puntualità, per benedire centinaia di neonati e bambini piccoli.

Eloy Asenjo Carpintero-3 agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo il Viaggio apostolico In occasione della visita di Papa Leone XIV in Spagna, la cronaca ufficiale parlò di un successo clamoroso: piazze gremite, stadi stracolmi, un Congresso dei Deputati che si abbandonò a un’ovazione storica e una marea di giovani che acclamavano il Pontefice ad ogni tappa del suo percorso.

La Spagna ha dimostrato, ancora una volta, un calore e una capacità di mobilitazione eccezionali. Tuttavia, al di là dell’euforia collettiva e dei flash delle macchine fotografiche, questo viaggio ci ha lasciato una diagnosi clinica, scomoda e devastante, sulla nostra stessa realtà.

Il paradosso è tanto innegabile quanto preoccupante: Leone XIV si trovò di fronte a un Paese con piazze affollate, ma culle vuote; una società capace di riempire fino all’inverosimile le chiese per ascoltare parole di speranza, ma immersa nel peggiore inverno demografico ed esistenziale della sua storia.

Nel corso delle sue omelie, dei suoi discorsi e degli incontri con i settori più disparati, il Papa non è venuto qui per deliziarci con le sue parole. Con l’acume di chi sa leggere nell’anima dei popoli, ha intessuto un messaggio comune che collega l’emiciclo ai quartieri periferici e le grandi cattedrali ai centri di assistenza sociale. Il suo motto, “Alzare lo sguardo”, è stato in realtà un rimedio radicale alla stanchezza esistenziale di una Spagna che sembra aver dimenticato come guardare al domani.

L'illusione della folla

Sarebbe un errore giornalistico e sociologico limitarci esclusivamente all’estetica delle masse. Il Papa ha elogiato nelle sue omelie le profonde radici spirituali della nostra cultura e la vitalità di una fede popolare che si rifiuta di scomparire. Ma subito dopo, ha controbilanciato quell’elogio con un severo monito di fronte al vuoto esistenziale che minaccia le fondamenta della nostra convivenza. A che serve riempire una piazza oggi se domani non ci saranno generazioni a cui passare il testimone della vita? 

L'inverno demografico spagnolo non è solo un problema di numeri, di pensioni o di statistiche economiche; è, innanzitutto, un sintomo spirituale. Una società che smette di avere figli è una società che ha paura del futuro, che ha sostituito l'audacia della speranza con la comodità del presente o con la paralisi del nichilismo.

Nei suoi incontri con i giovani, il Papa ha individuato con precisione questo virus della disconnessione reale: una gioventù iperconnessa agli schermi ma profondamente sola, anestetizzata dal rumore degli algoritmi e priva di progetti per cui valga la pena rischiare una vita intera. Il Papa ha chiesto loro una «rivoluzione della realtà», ricordando loro che l’esistenza umana non si esaurisce in una vetrina digitale, ma si consuma e si nobilita nell’incontro in carne e ossa con l’altro.

Una crisi di sovranità interna

Questa stanchezza esistenziale si riflette direttamente sulle nostre istituzioni, chiudendo il cerchio di ciò che il Pontefice ha denunciato davanti ai legislatori. Quando una società perde la forza di generare il futuro, le sue leggi finiscono per rispecchiare quella stessa decadenza.

Al Congresso dei Deputati, Leone XIV ha messo in guardia dal pericolo di uno Stato onnipotente che, sotto la bandiera di un positivismo giuridico assoluto, finisce per invadere lo spazio più intimo delle persone: la libertà di coscienza.

È qui che il viaggio ha raggiunto la sua massima coerenza antropologica. Il Papa ha ricordato che una vera democrazia non si costruisce sulla base di maggioranze aritmetiche che impongono verità di laboratorio, bensì custodendo il santuario interiore in cui ogni individuo elabora la propria esistenza.

Se svuotiamo la coscienza dei cittadini, se la sottoponiamo alla coercizione invisibile della correttezza politica o dell’ingegneria sociale, ciò che rimane non è una società libera, ma una landa desolata dal punto di vista morale. Una legge — ci ha ricordato in modo implacabile — non è giusta per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; lo è quando può guardare negli occhi la dignità intrinseca della persona senza vergognarsi.

Il tema dell'esame finale 

Il passaggio di Leone XIV attraverso Spagna ha messo le carte in tavola. Ci ha ricordato che il vero progresso di una nazione non si misura in base alla sua avanguardia tecnologica o ai suoi indicatori macroeconomici, ma in base alla sua capacità di proteggere la vita e la dignità nei momenti di maggiore fragilità.

Lo abbiamo visto nei suoi gesti e nelle sue parole rivolte ai malati e agli emarginati, dove il Papa ha messo in luce il fallimento di un benessere materiale che preferisce liquidare la sofferenza o nasconderla piuttosto che accompagnarla e renderla più umana.

Le piazze affollate di questi giorni sono state un bellissimo miraggio di vitalità, ma la realtà ci attende quando si spengono le luci. La Spagna si trova di fronte allo specchio delle proprie contraddizioni: un popolo dotato di un immenso patrimonio spirituale che, tuttavia, languisce nella trasmissione della vita e della speranza.

«Alzare lo sguardo» non è, quindi, un invito all’idealismo astratto. È un appello urgente a un profondo rinnovamento morale. Se i leader politici, le istituzioni e gli stessi cittadini che hanno acclamato il Papa non sono disposti a correggere la rotta, a legiferare a favore delle persone in carne e ossa e a restituire alle famiglie la fiducia nel futuro, gli applausi di quei giorni si trasformeranno nell’eco amara di una società che ha applaudito se stessa mentre contemplava, in silenzio, le proprie culle vuote.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Una diversità che arricchisce

Chi possiede un carisma all’interno della Chiesa non deve esserne orgoglioso, poiché i doni ricevuti non sono destinati all’esaltazione personale né al beneficio individuale, ma a tendere le mani in un gesto di servizio.

3 agosto 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Una persona che ha una vocazione specifica all’interno della Chiesa cattolica possiede un carisma. Un carisma è un dono gratuito del Spirito Santo per l'edificazione della comunità, il bene delle persone e la risposta ai bisogni del mondo.

I diversi carismi arricchiscono la Chiesa: quello ignaziano, quello contemplativo, quello francescano, quello cistercense, quello benedettino, quello agostiniano, Comunione e Liberazione, i Focolari, i Carmelitani, La Consolata e l’Opus Dei.

Chi possiede un carisma all’interno della Chiesa non deve esserne orgoglioso, poiché i doni ricevuti non sono destinati all’esaltazione personale né al beneficio individuale, ma a tendere le mani in un gesto di servizio.

Il Papa Leone È agostiniano e cita spesso sant'Agostino, poiché, quando i carismi vengono vissuti con umiltà e messi al servizio degli altri, promuovono la pace.

È bene che chi possiede un carisma lo approfondisca per viverlo intensamente; questo gli darà un profondo senso di sicurezza, perché è proprio lì che Dio lo vuole.

Esiste il pericolo, sottolineato da Papa Francesco (gesuita), dell’autoriferimento. Per questo è necessario guardare verso un orizzonte più ampio e rispondere alle sfide che scaturiscono dall’incontro con l’amore di Dio che si riversa su di noi.

La pace all’interno della Chiesa è l’armonia dello Spirito Santo, poiché, come diceva san Paolo, esistono diversi doni che provengono dallo stesso Spirito.

La diversità arricchisce e rende la Chiesa universale e capace di accogliere tutti.

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Vaticano

León XIV chiede che si trovino soluzioni di pace, stabilità e giustizia per Ceuta 

Il pontefice ha fatto riferimento al terribile dramma che sta devastando la città autonoma di Ceuta, in seguito all’ingresso invasivo di oltre 50.000 persone nel territorio spagnolo.

Maria José Atienza-2 agosto 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Papa ha voluto soffermarsi su questa nuova crisi nei saluti finali al termine della preghiera dell’Angelus, la prima che recita nuovamente a Roma dopo la pausa estiva a Castel Gandolfo. 

Il pontefice ha affermato di seguire “con preoccupazione l’allarmante situazione a Ceuta, pregando Dio, per intercessione della Madonna d’Africa, affinché si possano trovare soluzioni di pace, stabilità e giustizia”. 

Nel commento al Vangelo, il Papa ha voluto sottolineare che i segni di Gesù, che leggiamo nel Vangelo, “manifestano la sua speciale dedizione per noi, ovvero la salvezza che Egli porta al mondo. Il Signore si presenta come Colui che dà senso alla vita, liberandola dal male e dal peccato”. 

Leone XIV ha spiegato che Cristo, quando guarisce i sordi e i ciechi, “mostra la splendida opera di redenzione che si compie in lui” e che, sfamando miracolosamente le folle e persino con il cibo, “dimostra che il dono del Signore è universale e che la sua Provvidenza verso di noi non viene mai meno”. 

Il Papa ha affermato che “l’accumulo e lo spreco, invece, sono le due facce dello stesso male: l’avidità. Questa malattia dell’anima porta a perdere il senno perché inebria di ricchezze, al punto da dimenticare coloro che piangono per la fame e gridano per la sete”. 

Una dimenticanza fin troppo frequente nella nostra società, di fronte alla quale il Pontefice ha esortato: “Mentre assaporiamo la grazia dell’Eucaristia, impegniamoci a testimoniarne la bellezza nei nostri gesti quotidiani, a cominciare dalla benedizione della tavola, quando condividiamo il pane in famiglia e tra amici. In compagnia di Gesù, anche le vacanze possono diventare un momento di serena fratellanza, includendo coloro che sono al nostro fianco e si trovano in difficoltà”.

Al termine della preghiera mariana, Leone XIV ha accennato, oltre alla preghiera per Ceuta, alla necessità di continuare a pregare per la pace, “affinché cessino le guerre nel mondo e si trovino soluzioni diplomatiche ai conflitti”, e ha voluto riportare al centro dell’attenzione le principali vittime di queste situazioni: “i più deboli e indifesi: i bambini, gli anziani e i malati”. 

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FirmeOnésimo Díaz

San Giovanni Paolo II, a vent’anni dalla sua dipartita

San Giovanni Paolo II ha segnato un’epoca con il suo carisma. L’esperienza vissuta durante la persecuzione gli ha permesso di denunciare le ingiustizie e di guidare la Chiesa verso il terzo millennio, esercitando un’influenza notevole sulla fine della Guerra Fredda, nonostante fosse stato vittima di un attentato nel 1981.

2 agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel romanzo I sandali del pescatore (1963), lo scrittore australiano Morris West prevede l'elezione di un pontefice slavo in un mondo sull'orlo della terza guerra mondiale. Dopo diciassette anni di prigionia in un gulag, un sacerdote slavo viene liberato e, poco dopo, elevato alla sede di San Pietro. Cinque anni dopo, quest’opera semplice e divertente viene liberamente adattata in un film omonimo, I sandali del pescatore (1968), diretto da Michael Anderson e interpretato da Anthony Quinn. 

Nel 1978 questa profezia si avverò, interrompendo la tradizione dei papi italiani durata cinque secoli. Inoltre, quell’anno ci furono tre papi. Dopo la morte di Paolo VI, la sede petrina fu occupata dal patriarca di Venezia, Albino Luciani (1912-1978), un uomo semplice, cresciuto in una famiglia cristiana e umile, il maggiore di quattro fratelli. Il pontificato di Giovanni Paolo I durò trentatré giorni. Non ebbe il tempo di scrivere un’enciclica, né tantomeno di trasferire i suoi libri e le sue cose in Vaticano. Il “papa sorridente” morì improvvisamente il 29 settembre 1978. Ancora una volta, i padri conciliari si riunirono per votare. Nel conclave nominarono come successore il cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla, che assunse il nome di Giovanni Paolo II. 

Con i piedi per terra

Il giorno dell’elezione, il cardinale primate di Polonia Stefan Wyszynski rivolse alcune parole profetiche al pontefice appena eletto: “Il compito del nuovo papa consisterà nel condurre la Chiesa nel terzo millennio”. Un’altra profezia che si è avverata. 

Sempre il giorno stesso dell’elezione, Giovanni Paolo II lanciò il messaggio “Non abbiate paura” in un momento in cui il mondo sembrava sull’orlo della terza guerra mondiale (come in I sandali del pescatore). In quei giorni, l’Europa attraversava una profonda crisi economica e il processo di scristianizzazione in Occidente si stava accelerando. La Chiesa cattolica subiva ancora le conseguenze del periodo postconciliare.

Fu così eletto un papa polacco profondamente preoccupato per i problemi della società contemporanea. La Polonia non aveva subito il processo di crescente secolarizzazione dei paesi occidentali, ma aveva invece vissuto la persecuzione religiosa negli ultimi anni. Nelle sue encicliche, il papa polacco denunciò le disparità tra paesi poveri e ricchi, criticò i sistemi marxista e capitalista e propose idee – attingendo alla teologia morale e all’antropologia cristiana – a favore di un mondo del lavoro e dell’economia a misura dell’essere umano e non degli Stati e delle multinazionali. 

Riflessioni umanistiche

Un altro tratto distintivo di questo pontefice fu la sua formazione filosofica: profondo conoscitore dei grandi maestri, da Tommaso d’Aquino a Max Scheler, ciò lo portò ad affrontare in modo approfondito questioni antropologiche. Nell’enciclica Fides et ratio (1998) spiegò che ragione e fede dovrebbero andare di pari passo perché non sono in contrasto tra loro. Successivamente, ricordò l’esistenza di verità che vanno al di là della ragione, ovvero che possono essere raggiunte solo attraverso la fede. Da un lato, la fede andrebbe oltre la ragione, fungendo da complemento, senza distruggere né sostituire la capacità razionale dell’essere umano. Dall’altro lato, la ragione svolgerebbe un ruolo fondamentale nell’accesso alla verità attraverso la filosofia, che contribuirebbe a risolvere non pochi interrogativi dell’esistenza umana. 

La sua abilità oratoria e gestuale, acquisita negli anni della giovinezza quando dedicava parte del suo tempo al teatro e alla letteratura, si è manifestata in interventi e discorsi, come quello pronunciato sui diritti umani e la libertà all’ONU nel 1995. Chiese rispetto per ogni persona, per la famiglia, per ogni popolo, e propose un nuovo ordine mondiale governato dall’equilibrio tra il particolare (famiglia e popolo) e l’universale (Stati e organismi internazionali). Concluse il suo intervento con un appello: unire gli sforzi per superare la paura del futuro e costruire così una civiltà fondata sull’amore e sulla libertà. 

In sintesi, tra le caratteristiche più distintive di questo pontefice va sottolineata la sua origine slava, che ha conferito un carattere innovativo al papato, legato per oltre quattro secoli alla specificità italiana, la sua formazione umanistica di una persona legata fin dalla giovinezza al teatro, alla poesia e alla filosofia, e la sua capacità di apertura e dialogo di fronte alle grandi sfide del mondo odierno. Stanislao Dziwisz, suo segretario personale dal 1966 al 2005, ha sintetizzato in tre tratti la sua personalità poliedrica: uomo di lettere, uomo di pietà e uomo di dialogo.

Quest’uomo buono e magnanimo si rivelò una figura scomoda per alcuni. Il 13 maggio 1981, il turco Ali Agca sparò al Papa mentre salutava i fedeli riuniti in Piazza San Pietro. Fino a quel giorno, quell’assassino non aveva mai fallito nei suoi attentati. Tutto sembra indicare che la polizia segreta bulgara, e probabilmente anche il KGB, abbiano orchestrato l’attentato che ferì, ma non uccise, il pontefice.

Un Papa autentico

Con i suoi viaggi, i suoi scritti, i suoi gesti, Giovanni Paolo II è stato un papa che ha segnato un’epoca nella storia della Chiesa e nella storia dell’umanità. In una certa misura ha influenzato gli eventi recenti durante i suoi quasi ventisette anni di pontificato, diventando il secondo papa più longevo della storia, dopo i 32 anni di Pio IX. È stato il papa che ha vissuto la fine della Guerra Fredda e l’inizio della minaccia islamista radicale. È stato il papa che ha pregato ad Assisi insieme ai rappresentanti di altre religioni. È stato il papa che ha indetto una giornata del perdono (12 marzo 2000) per gli episodi poco edificanti della storia della Chiesa (divisioni, violenze, ecc.), per l’uso di metodi tutt’altro che evangelici nella diffusione della verità e per i peccati commessi contro i diritti umani. È stato il papa che ha ricevuto l’omaggio di oltre duecento capi di Stato ai suoi funerali. Alcuni sono arrivati a descriverlo come il papa che ha cambiato il corso della storia. Sono già trascorsi vent’anni dalla sua morte, avvenuta nel 2005, e ne passeranno molti altri prima di poter accedere alla preziosa documentazione conservata negli archivi vaticani per scoprire la magnanimità di uno dei grandi pontefici della storia dell’umanità

La rivista non si è sbagliata Tempo quando lo nominò “personaggio dell’anno” nel 1994. Giovanni Paolo II seppe attirare i giovani di tutto il mondo e catturò l’attenzione dei media di ogni tipo. Fu senza dubbio una figura carismatica. 

Il regista polacco Krzysztof Kieślowski, poco prima di morire, ha portato a termine una trilogia intitolata Tre colori, in omaggio ai principi della Rivoluzione francese e alla bandiera tricolore. Rosso (1994) è il terzo film, un inno alla fratellanza. Il film inizia con l’apparizione di una giovane modella, molto bella (interpretata da Irène Jacob), che investe il cane di un vedovo ormai in pensione. Quest’uomo anziano e solitario si innamora platonicamente di lei perché gli ricorda il suo primo amore. Ha così inizio una curiosa relazione, che cambierà le loro vite, alla ricerca della felicità. Rosso conclude la trilogia con un inno alla comprensione e alla carità, anche tra persone apparentemente antitetiche. In questo film, come nelle altre parti della trilogia, il regista polacco osa affrontare i temi fondamentali di ogni essere umano, come l’amore, in un contesto aperto alla trascendenza.

Con tutte le differenze del caso, la vita di Giovanni Paolo II potrebbe essere paragonata a quella della protagonista di Rosso, una persona buona, che cerca sempre di aiutare gli altri. Speriamo che l’eredità di questo santo papa possa prendere vita nel mondo polarizzato dei nostri giorni.

L'autoreOnésimo Díaz

Ricercatore presso l'Università di Navarra e autore del libro Storia dei Papi nel XX secolo

Risorse

Chi erano gli apostoli di Gesù

Esistono ancora oggi degli “apostoli”? Sì, come afferma il Catechismo al punto 863, tutta la Chiesa è apostolica ed è inviata da Cristo stesso.

Alejandro Vázquez-Dodero-2 agosto 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Quando parliamo dell’apostolo di Gesù, ci riferiamo al testimone scelto e inviato in missione da Cristo stesso, il quale, all’inizio del suo ministero pubblico, avrebbe scelto alcuni che sarebbero stati il fondamento della Chiesa che intendeva fondare.

Ci riferiamo principalmente ai 12 Apostoli, anche se è vero che Gesù, nei primi tempi della Chiesa, scelse una serie di discepoli, tra cui anche donne, ai quali avrebbe trasmesso in modo più completo e diretto la Parola che era venuto a predicare.

Il termine greco “apostoloi” significa proprio questo: “inviato”. Inviato a cosa? A proclamare il regno di Dio che avrebbero udito dalla bocca di Cristo stesso.

Il Signore, scegliendo alcuni, indica loro ciò che devono fare, come riporta il Vangelo di san Matteo (28, 19): “Andate dunque e fate discepoli tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”.

Va sottolineato che questi eletti erano persone comuni dell’epoca, piuttosto semplici, molti dei quali pescatori che vivevano alla giornata e senza una posizione sociale di rilievo.

Erano quindi umili e, potremmo dire, fiduciosi nel Maestro, che seguivano con un atteggiamento di totale abbandono. E se commettevano errori – perché avevano dei difetti, erano fragili, come lo stesso Pietro che arrivò a rinnegare Gesù – tornavano con lo spirito rinnovato. Uomini che amavano Cristo, almeno a parole.

Ma oggi esistono ancora degli “apostoli”? Sì, e questo è quanto riporta il Catechismo al punto 863, sottolineando che “Tutta la Chiesa è apostolica in quanto è «inviata» al mondo intero; tutti i membri della Chiesa, sebbene in modi diversi, partecipano a questo invio”.

Seguire Cristo – ed è questo che significa essere cristiani – significa già accogliere la missione apostolica e abbracciare il mandato del Signore quando dice: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ”a tutto il creato» (Mc 16, 15). Pertanto, ogni cristiano, in quanto tale, è apostolo, poiché è chiamato a proclamare la Parola di Dio, cosa che farà fondamentalmente con l’esempio della propria vita. Questo perché la Redenzione o la Salvezza dell’uomo è ancora in atto, e Gesù non ha fatto altro che darne inizio.

I 12 Apostoli e i loro successori, i vescovi

In senso generale, abbiamo appena visto che si è apostoli per il semplice fatto di essere cristiani, e che quei primi discepoli del Maestro erano quindi apostoli, e che oggi, e non solo ventuno secoli fa, qualsiasi cristiano è apostolo.

Ora, in senso stretto potremmo dire che gli Apostoli sono i 12 chiamati direttamente da Gesù, i quali ricevono e partecipano alla sua missione e sono testimoni delle sue parole e delle sue azioni.

Oltre ad essere stati testimoni oculari della vita di Gesù, ciò che contraddistingue gli Apostoli è soprattutto il loro compito pastorale di predicazione, governo e amministrazione dei sacramenti.

Simone Pietro fu l'apostolo che il Signore nominò capo della Chiesa e che noi conosciamo come il primo Papa. Predicò principalmente ai giudei e subì il martirio a Roma.

Andrés, fratello di Pietro, fu dapprima discepolo di Giovanni Battista, poi seguì Cristo e gli presentò suo fratello Pietro.

Santiago, figlio di Zebedeo, detto il Maggiore e fratello dell’apostolo Giovanni, fu presente ai principali miracoli compiuti dal Signore. Secondo la tradizione, avrebbe predicato il Vangelo ai confini dell’Occidente, dove la Vergine gli sarebbe apparsa a Saragozza, incoraggiandolo a proseguire la sua opera di evangelizzazione.

Giovanni, fratello di Giacomo, “il discepolo prediletto di Gesù” (cfr. Gv 13, 23), fu l’unico tra gli Apostoli a trovarsi ai piedi della Croce insieme alla Vergine e ad altre donne devote, e fu proprio lui a ricevere l’incarico di prendersi cura della Madre del Redentore. Secondo la tradizione, era il più giovane degli Apostoli e andò a evangelizzare l’Asia Minore. È riconosciuto come l’autore del quarto Vangelo del canone, delle tre lettere che portano il suo nome e del libro dell’Apocalisse.

Felipe, nato a Betsaida, avrebbe predicato il Vangelo in Asia Minore e in Medio Oriente.

Bartolomeo, noto anche come Natanaele, predicò il Vangelo in India, dove lasciò una copia del Vangelo di Matteo in aramaico e ricevette la corona del martirio.

Matteo, noto anche come Levi, quando Gesù lo chiamò esercitava la professione di esattore delle tasse. È riconosciuto come l'autore del Vangelo che apre il Nuovo Testamento. Secondo la tradizione, predicò in molti luoghi, tra cui l'Etiopia, dove morì martire.

Tommaso, noto anche come Didimo, il quale, secondo la tradizione, evangelizzò l’India, dove subì il martirio.

Santiago, figlio di Alfeo, fu a capo della Chiesa di Gerusalemme, dove partecipò a quello che è riconosciuto come il primo concilio, e morì martire. È considerato l'autore di una lettera del Nuovo Testamento.

Tadeo, noto anche come Lebeo o Giuda, figlio di Giacomo, è quell’apostolo che durante l’Ultima Cena chiese al Signore perché si manifestasse ai suoi discepoli e non al mondo.

Simone, noto anche come lo Zelota, il quale, secondo la tradizione occidentale, così come riportato nella liturgia romana, si unì in Mesopotamia a san Simone ed entrambi predicarono per diversi anni in Persia, dove furono martirizzati.

Giuda Iscariota, che in seguito tradì il Signore, fu sostituito da Mattia per ricoprire il suo ruolo di testimone della risurrezione di Cristo.

Questo è il cosiddetto “collegio apostolico”, che giunge al termine con la morte dell’ultimo degli Apostoli. Ma quel collegio continuerà attraverso i vescovi, che a partire da quella che potremmo definire la seconda generazione continuano a esercitare il ministero affidato da Gesù ai Dodici. A questo chiamiamo “successione apostolica” o continuazione degli Apostoli nella storia della Chiesa.

Certamente i vescovi non sono stati testimoni oculari della vita di Cristo, ma per opera dello Spirito Santo ereditano dagli Apostoli i loro compiti pastorali, e in questo modo Cristo stesso raggiunge tutto il popolo di Dio attraverso la Parola, i sacramenti e i compiti di governo a cui ci riferivamo.

La preghiera in estate

La preghiera può consistere nel rimanere in silenzio accanto a Dio e in pace, sapendosi amati, senza bisogno di molte parole.

1° agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Come ogni giorno, anche oggi la misteriosa coppia di anziani si è sistemata accanto a noi sulla spiaggia. Arrivano in silenzio, posano le loro cose, piantano l’ombrellone, aprono le sedie e si siedono tranquillamente a contemplare il mare, senza scambiarsi una sola parola. 

Verso mezzogiorno, come sempre nel silenzio più assoluto, si preparano a prendere l’aperitivo, che organizzano con una coreografia millimetrica. Lui tira fuori dal frigo due bibite e, dopo aver chiuso lo sportello, lo copre con una piccola tovaglia a quadretti verdi e bianchi. Lei dispone sul tavolino improvvisato ciò che capita: a volte piccoli panini al tonno; altre volte, fette di salumi o formaggio con crostini di pane. Oggi sembra che abbiano portato della frutta sbucciata e tagliata a pezzetti, che infilzano con due piccole forchette di plastica.

Il pasto si svolge senza che si senta loro pronunciare una sola parola. Come ogni giorno, ogni boccone, ogni sorso di bevanda avviene con cadenza misurata. Prima uno, poi l’altro. Non si interrompono, non infilzano contemporaneamente il loro pezzo di frutta, non c’è conversazione, né tantomeno uno scambio di sguardi. Finito il pasto, come se si riavvolgesse un film al rallentatore, tutto torna al suo posto come all’inizio, con loro due che contemplano l’orizzonte infinito del mare, che oggi è piatto. Non li ho mai visti tirare fuori il cellulare per controllare le notifiche né leggere un giornale o una rivista per intrattenersi. 

Che isolamento – penso –, che mancanza di comunicazione tra loro! Non ci saranno argomenti di cui informarsi o questioni di cui parlare? Gli incendi, il cambiamento climatico, la guerra, la corruzione politica, l’ultimo pasticcio del cognato, quanto costa tutto, l’ultima mossa subdola della vicina, i voti del nipote o il problema sul lavoro della nuora. Perché non parlano? Sicuramente non vanno d’accordo. Sono così stanchi l’uno dell’altro che preferiscono tacere pur di non litigare. Di sicuro, da giovani, non smettevano mai di chiacchierare e si scambiavano sguardi appassionati; ma ora, guardali, che tristezza! O forse nemmeno quello, forse sono stati così insipidi fin dall’inizio, ognuno preoccupato solo delle proprie cose. Si sono sposati per non rimanere soli, perché era l’usanza dell’epoca, ma in realtà non si piacevano né si volevano bene. 

A proposito, eccoli che arrivano. Come ogni giorno, poco dopo lo spuntino, erano usciti da sotto l’ombrellone per fare un bagno veloce e ora tornano alla tranquillità delle loro sedie pieghevoli. 

Ma… Un momento! Lui le ha teso la mano e lei l’ha afferrata. Sarà possibile? Mi alzo un po’ per vedere meglio e teso l’orecchio nel caso dicessero qualcosa. E il miracolo avviene:

—Mari Carmen, – esordisce lui – che bella vacanza sto trascorrendo con te.

«Anch’io con te, Ramón», risponde la moglie.

—Sai una cosa? La cosa che mi piace di più al mondo è stare insieme. Anche se non facciamo niente di interessante, anche se veniamo in spiaggia solo per passare un po’ di tempo e parliamo a malapena, ma farlo insieme a te… mi piace da morire!

—Anche a me succede lo stesso – risponde lei guardandolo con affetto –. Dopo tanti anni insieme, cosa potremmo mai dirci? Tu sai già cosa voglio e io so già cosa pensi prima ancora che tu lo dica. Mi basta starti accanto per essere felice e godermi le cose più semplici.

—Ti voglio bene, Mari Carmen.

—Anch’io a te, Ramón.

Hanno concluso la conversazione e hanno continuato a camminare tenendosi per mano, con lo sguardo rivolto verso l'infinito blu. 

Con aria un po« stupida, rifletto su quanto io sia ficcanaso e mi viene in mente un’intervista sulla preghiera contemplativa che ho letto qualche giorno fa. Spiegava che i grandi maestri della preghiera non la intendevano tanto come una conversazione (perché tante volte Dio »non risponde»), quanto piuttosto come un stare a tu per tu con Colui che sappiamo ci ama.

Mentre seguo lo sguardo di Ramón e Mari Carmen, ammiro la bellezza del cielo, del mare e di una piccola barca da pesca che passa, lentamente, proprio davanti a noi. Riposo, vacanze, silenzio, natura, presenza. Stare con te, Signore.

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

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Cultura

“Sembra quasi che la modernità si sia soffocata con l’arte religiosa”

La pittrice e scultrice Matilde Olivera riflette su come ogni forma d’arte, anche quella profana, possa trasformarsi in preghiera.

José María Navalpotro-1° agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Se secoli fa l’arte religiosa era una delle espressioni predominanti, oggi è diventata quasi una nicchia. Solleva interrogativi su come affrontare i temi sacri da una prospettiva moderna senza cadere in eccessi incomprensibili o, d’altra parte, fuori dal tempo. Matilde Olivera (Madrid, 1987) è una pittrice e scultrice che ha realizzato opere religiose, oltre a un numero considerevole di opere prive di questa connotazione. È un’artista che sa il fatto suo e che si preoccupa di conferire un significato profondo alla propria arte. 

Qualche giorno fa Matilde Olivera ha tenuto uno dei laboratori presso il Osservatorio dell'invisibile, di Javier Viver. Laureata in Belle Arti presso l’Università Complutense di Madrid e con studi di filosofia e teologia presso l’Università Ecclesiastica di San Dámaso, Matilde ha completato la sua formazione presso alcune accademie d’arte di Firenze.

Le sue opere sono esposte nel Santuario di Fatima, nel Palazzo Los Serrano di Ávila, presso la Fondazione Banco Santander di Madrid, nonché in diverse parrocchie (in particolare nella sua, San Juan Crisóstomo, a Madrid), scuole, musei e altre istituzioni. 

I progetti su commissione di arte sacra costituiscono una parte importante del suo lavoro. E nella sua opera di carattere più personale cerca non tanto di riprodurre esattamente ciò che vede, quanto piuttosto di “cogliere l’essenza che traspare dalle forme, trovare il vero carattere di ogni motivo”, per dirla con le parole di Rodin. A tal fine utilizza linguaggi provenienti sia dal mondo della figurazione che da quello dell’astrazione e si avvale sia della pittura che della scultura.

Secoli fa era la Chiesa a dettare lo stile artistico delle proprie costruzioni. Non si è forse persa in un certo senso quella modernità, a favore di formule classiche o talmente all’avanguardia da farne perdere il significato?

–Sì, credo che si sia verificato un po’ un eccesso in entrambi i sensi. È come se la Chiesa avesse perso il filo in questo ambito, e si trovasse spaesata e senza sapere cosa fare. Perché, da un lato, ha il complesso di voler essere al passo con i tempi, di voler abbracciare gli artisti contemporanei, di abbracciare ciò che si fa in questo momento.

Cosa succede? Che gran parte di quella che è stata la deriva dell’arte contemporanea si allontana, nei principi filosofici, dal messaggio evangelico. E, a mio avviso, i due sono in pieno contrasto. Una banana incollata al muro, ad esempio, non può mai essere un mezzo… Mai, per quanto mi è dato di capire. Ci sono certi linguaggi e certe forme artistiche che si scontrano, nel concetto e nell’essenza, con il Vangelo e con una concezione antropologica cristiana. E anche con ciò che è l’arte.

E allora…

–Sono in molti a ritenere che, in effetti, ciò non sia adatto alla realizzazione di arte sacra, e quindi optano per ciò che conoscono e realizzano remake, banali rivisitazioni di stili del passato. Non ha senso realizzare sculture del XVIII secolo o imitazioni del XVIII secolo nel bel mezzo del XXI secolo. È come se il moderno si fosse bloccato. L’unico che è riuscito a superare questo blocco, almeno in architettura, è stato Gaudí, che rappresenta un esempio davvero paradigmatico.

Ci sono anche casi davvero singolari che fanno eccezione nelle arti figurative in generale, nella pittura, nella scultura. Persone che hanno saputo portare avanti la tradizione e, tuttavia, essere figli del proprio tempo. Questa è la mia aspirazione.

Non so se ci riuscirò o meno, ma è proprio quella la direzione verso cui ho intuito che si debba andare. Che ci sia spazio per essere figli del proprio tempo, per fare cose che non siano una semplice imitazione di stili del passato, ma che allo stesso tempo mantengano una tradizione simbolica e iconografica secolare, che trasmetta un messaggio e sia riconoscibile da tutti. 

Non so se sia essenziale, o se sia addirittura necessario, che l’artista che si occupa di opere sacre sia credente. Cosa ne pensa? 

–Non ho un’opinione troppo rigida.

Abbiamo l’esempio di persone dotate di una fede incrollabile e di ottime intenzioni che compiono veri e propri orrori tali da farti perdere la fede. Di fronte a questo, e a un’opera di pregio artistico, ben realizzata, creata da un ateo irriducibile, preferisco la seconda. È evidente che essere credente aiuta, perché devi comprendere ciò che stai facendo e devi metterci un po’ dell’anima.

È assolutamente necessario essere credenti? Forse no, ma è necessario mettersi nei panni di una persona che è credente. È come per un attore: si può interpretare un serial killer senza esserlo. Ci si cala nel ruolo e si assume qualcosa che in principio è del tutto estraneo. Se l’artista è in grado di assumere una fede che non possiede o di arrivare a comprenderla, mi sembra che sia possibile e, anzi, che sia più auspicabile per un buon artista. 

Un artista privo di ego, capace, nel suo ateismo, di accogliere la possibilità di una fede che gli è estranea. Lo preferisco alla persona benintenzionata della parrocchia che realizza qualcosa su misura, di cattivo gusto, kitsch. 

Le risorse sono quasi sempre scarse, ma non si potrebbe forse pensare che a volte nella Chiesa contemporanea si sia un po’ lesinato sul versante artistico?

–Credo che si tratti di un cambiamento di mentalità molto tipico della nostra epoca. Non attribuiamo più lo stesso valore alle cose a lungo termine. Un tempo ci volevano secoli per costruire una cattedrale e chi la commissionava non la vedeva mai completata, ma a lui non importava. Questo ormai non esiste più. È proprio un cambiamento di mentalità. 

Anche per quanto riguarda i soldi. Probabilmente anche per un complesso e per paura del giudizio altrui. Il parroco di qualsiasi posto pensa che finirà su tutti i giornali perché, invece di dare soldi ai poveri o allestire una mensa, va a spendere non so quanti soldi per realizzare una pala d’altare. Anche per una reale carenza di fondi. Ci sono parrocchie in cui la priorità è prima di tutto riparare le infiltrazioni. Ci sono certe cose che hanno la precedenza. 

Lei si dedica all’arte sacra, ma non solo. Com’è il dialogo con l’arte profana?

–Dipende molto dall’apertura mentale delle persone. In realtà non faccio molta distinzione tra arte sacra e arte profana. Per me è più o meno la stessa cosa. Il modo di affrontare un’opera non differisce realmente nell’esecuzione, nel processo, in tutto. Anche il mio modo di trasformarla in preghiera è lo stesso. Che il mio lavoro sia ciò che offro o che sia per dare maggiore gloria a Dio.

Per me un rilievo raffigurante delle foglie è la stessa cosa di un rilievo raffigurante la Vergine. Poi c’è la differenza a seconda di chi lo contempla e di quale significato vi cerchi chi lo osserva. A livello personale, per me non c’è alcuna differenza.

Qualche collega, a un certo punto, mi ha detto che mi ero dato la zappa sui piedi mettendomi così in evidenza, perché realizzo arte sacra e allo stesso tempo cerco di esporre nelle gallerie. Mi suggeriva che questo sarebbe stato un ostacolo, dato che molte persone non avrebbero voluto avere nulla a che fare con me, perché, diciamo, la punta di diamante dell’avanguardia o del movimento artistico è piuttosto in contrasto con una fede così dichiarata. 

Ma io credo che sia il contrario.

In effetti, proprio il fatto di dire che realizzo statue di vergini e santi mi ha aperto molte porte a livello professionale. Ho fiducia in Dio e nelle commissioni che ricevo, perché è Lui a mandarmele. 

Ha appena detto che prega quando crea un’opera d’arte, e non necessariamente in senso religioso. Prega mentre lavora?

–Beh, in quel preciso istante forse non ne sono consapevole; non sto pensando al fatto che sto pregando, ma è un po’ come diceva Santa Teresa, che Dio si trova tra i pentole. Insomma, se stai preparando da mangiare o stai lavando il pavimento, non importa quale attività umana tu stia svolgendo: ciò che conta è l’amore e l’intenzione che ci metti.

Poi vai a Messa e offri a Dio tutto ciò che hai fatto durante la giornata. Questo fa parte della tua vita di preghiera, in un modo non proprio consapevole, come dire “sto meditando mentre dipingo”. No, mentre dipingo sto pensando a quale colore devo usare. Sto trasformando il lavoro in preghiera. Ecco perché per me non fa differenza se si tratta dell’una o dell’altra cosa.

Mondo

Secondo festival per i giovani a Medjugorje dopo il «nihil obstat»

Il 37° Festival Internazionale della Gioventù si terrà dall«1 al 6 agosto all’insegna del motto »Alla fonte! – Nella Scuola della Vergine» e riunirà nuovamente migliaia di pellegrini provenienti da circa 80 paesi in uno dei più grandi raduni giovanili di preghiera al mondo.

Teresa Aguado Peña-1° agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Decine di migliaia di pellegrini provenienti da oltre 70 paesi parteciperanno dal 1° al 6 agosto alla 37ª edizione del Mladifest, il Festival Internazionale della Gioventù di Medjugorje, che ogni estate trasforma questa parrocchia della Bosnia-Erzegovina in uno dei principali centri di pellegrinaggio giovanile del mondo.

Fondato nel 1989 dal frate francescano Slavko Barbarić, l’incontro è nato come iniziativa volta ad aiutare i giovani ad approfondire la propria vita di fede attraverso la preghiera e i sacramenti. Tre decenni dopo, il festival è diventato l’evento più frequentato di Medjugorje e riunisce ogni anno pellegrini provenienti dai cinque continenti.

"Il nihil obstat »del Vaticano»

L'edizione di quest'anno è la seconda che si tiene dopo la pubblicazione, nel settembre 2024, della nota da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede La Regina della Pace, con la quale ha concesso il nihil obstat all'esperienza pastorale di Medjugorje. Il documento riconosceva gli abbondanti frutti spirituali legati al santuario e incoraggiava i pellegrinaggi, pur senza pronunciarsi sull'autenticità delle presunte apparizioni mariane.

Il Vaticano ha quindi invitato i pellegrini ad “accettare che i pellegrinaggi non si compiono per incontrare presunti veggenti, ma per incontrare Maria, Regina della Pace, e, fedeli all’amore che lei nutre per suo Figlio, incontrare Cristo e ascoltarlo nella meditazione della Parola, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’adorazione eucaristica”.

«Alla fonte!»: sei giorni di preghiera e incontro

Il motto scelto per questa edizione è «Ad fontem! Alla fonte! – Nella Scuola della Vergine».

Il programma avrà inizio il 1° agosto con il Rosario, l’inaugurazione ufficiale e la Santa Messa. Nei giorni successivi sono in programma catechesi, le famose testimonianze, l’adorazione eucaristica, le celebrazioni penitenziali, la tradizionale processione con l’immagine della Vergine, la preghiera con le candele davanti alla Croce del monte Križevac e la Messa conclusiva all’alba del 6 agosto.

Come ogni anno, il festival ha inizio con la coloratissima Sfilata Internazionale, in cui migliaia di giovani provenienti dai cinque continenti sfilano per le vie di Medjugorje sventolando le bandiere dei propri paesi. La musica e la danza si alternano ai momenti di preghiera, mentre i pellegrinaggi al Podbrdo e al Križevac, gli spettacoli teatrali e gli spazi di incontro con associazioni e movimenti cattolici completano un programma pensato per favorire sia la convivenza che la vita spirituale.

Il Papa ha invitato i giovani a cercare incontri autentici

In occasione dell’edizione del 2025, Papa Leone XIV ha inviato un messaggio ai partecipanti in cui ha presentato il festival come un’occasione per imparare a camminare insieme agli altri e scoprire che la fede non si vive mai da soli. Senza fare riferimento alle presunte apparizioni di Medjugorje, il Pontefice ha incentrato la sua riflessione sul valore dell’incontro e della comunità.

Prendendo come esempio la visita della Vergine Maria alla cugina Elisabetta, Leone XIV ha ricordato che la vita cristiana è un cammino condiviso. «Nel cammino della vita non camminiamo mai da soli», ha scritto. «Il nostro viaggio è sempre intrecciato con quello degli altri: siamo fatti per l’incontro, per camminare insieme e scoprire un destino comune».

Il Papa ha anche messo in guardia dal rischio di sostituire le relazioni personali con la tecnologia. «Nessun algoritmo potrà mai sostituire un abbraccio, uno sguardo, un incontro reale, né con Dio, né con i nostri amici, né con la nostra famiglia», ha affermato, incoraggiando i giovani a cogliere l’occasione del Mladifest per conoscersi, condividere la fede e costruire amicizie autentiche.

Ha inoltre ricordato che coloro che giungono a Medjugorje da decine di paesi scoprono che esiste «un linguaggio più forte di qualsiasi barriera: il linguaggio della fede, alimentato dall’amore di Dio». Per questo li ha esortati ad aprire il cuore alla chiamata di Dio e, se qualcuno sente la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata, a non aver paura di rispondere con generosità.

Un festival che continua a crescere

Gli organizzatori presentano il Mladifest come una scuola di preghiera per le nuove generazioni. Ogni giornata è incentrata sul Rosario, sull’Eucaristia, sull’adorazione e sulle testimonianze di conversione, accompagnate da un coro e da un’orchestra internazionale composti da giovani provenienti da numerosi paesi.

Chi non potrà recarsi in Bosnia-Erzegovina potrà seguire i festeggiamenti attraverso i canali ufficiali di Media Mir Medjugorje, che trasmetteranno integralmente il festival. Inoltre, il programma del Mladifest viene tradotto e trasmesso in diciannove lingue, tra cui lo spagnolo, numerose lingue slave, ma anche il coreano, l’ungherese, il cinese cantonese, il cinese mandarino e l’arabo.

Ecco com'è andata la 36ª edizione del Mladifest:

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Vaticano

Nuova legge fondamentale per lo Stato del Vaticano: maggiore precisione tecnica e organizzativa per il governo di Leone XIV

La nuova legge, che entra in vigore con effetto immediato, riorganizza il potere esecutivo, ristruttura il potere giudiziario e precisa diversi articoli normativi nell'ambito legislativo dello Stato del Vaticano.

Maria José Atienza-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

L'Ufficio Stampa della Santa Sede ha reso nota, questa mattina, la nuova Legge fondamentale dello Stato del Vaticano.

In una nota esplicativa, il Governatorato della Città del Vaticano sottolinea che tale rinnovamento era necessario a causa delle «nuove esigenze di governo e di alcune importanti modifiche normative intervenute negli ultimi anni».

Con questa promulgazione, Leone XIV abroga l'ultima Legge Fondamentale, firmata da Papa Francesco il 13 maggio 2023, e introduce una maggiore precisione tecnica e organizzativa attraverso la riorganizzazione della funzione esecutiva.

La nuova legge definisce esplicitamente la leadership e la capacità di delega del Presidente del Governo, individua gli organi della funzione giudiziaria e conferisce maggiore flessibilità alla funzione legislativa, prevedendo la delega eccezionale di leggi da parte del Papa e la partecipazione facoltativa dei consiglieri.

Attività legislativa

Per quanto riguarda l’attività legislativa, la nuova legge sottolinea che «la funzione legislativa, salvo nei casi in cui il Sommo Pontefice intenda riservarsela o delegarla in via eccezionale a un altro organo, è esercitata dalla Commissione Pontificia per lo Stato della Città del Vaticano». La legge del 2023 prevedeva solo la possibilità che fosse esercitata dal Papa o dalla Commissione Pontificia per lo Stato della Città del Vaticano».

Per quanto riguarda la partecipazione alle riunioni della Commissione Pontificia, il nuovo testo precisa che il vicesegretario partecipa «se viene designato» e consente al Presidente della Commissione Pontificia di invitare anche il Consigliere generale. La legge precedente prevedeva la partecipazione del Segretario e del Vice Segretario in qualità di consulenti.

Inoltre, viene modificato un punto relativo all’interpretazione delle leggi da parte del Presidente della Pontificia Commissione, il quale ora «potrà presentare al Comitato una richiesta di parere su una questione giuridica che non richieda un’interpretazione autentica», mentre nella legge precedente tale richiesta doveva provenire da un’istituzione della Santa Sede.

Cambiamento evidente nella funzione esecutiva

È proprio il ruolo esecutivo del governo quello che subisce i cambiamenti più significativi rispetto alla legge del 2023, poiché il nuovo testo ridefinisce profondamente la ripartizione delle responsabilità tra il presidente del governo, il segretario generale e il sottosegretario generale.

A tal proposito, la nuova legge aggiunge un intero articolo dedicato a definire che il Presidente garantisce la governance dello Stato, stabilisce le linee guida amministrative e relative al personale e introduce la possibilità di delegare funzioni esecutive al Segretario Generale o al Vice Segretario Generale.

La Legge XIV definisce inoltre le modalità di nomina del Segretario Generale, che viene nominato dal Sommo Pontefice su proposta del Presidente, per un mandato di 5 anni. Stabilisce inoltre che egli sia responsabile della custodia e dell’apposto del sigillo ufficiale dello Stato e che agisca secondo le direttive del Presidente.

La nuova legge prevede inoltre l'eventuale istituzione della figura del vicesegretario/adjunto, precisando che non si tratta di una carica strettamente obbligatoria.

Potere giudiziario

Per quanto riguarda l’attività giudiziaria, la nuova legge specifica chiaramente gli organi giudiziari che esercitano la funzione giudiziaria nello Stato del Vaticano: il Tribunale, la Corte d’Appello, il Tribunale di Cassazione e la Procura (per le indagini e il procedimento penale), facendo riferimento diretto alla Legge sul Potere Giudiziario per quanto riguarda la loro personalità giuridica.

A questo proposito, si discosta nettamente dalla formulazione della legge precedente, che faceva riferimento, in modo vago, a «gli organi istituiti nell’ambito del sistema giudiziario e ad altri organi ai quali la legge attribuisce competenze in materia specifica».

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Evangelizzazione

Nasce «Un minuto per guidare», un’iniziativa che porta la leadership ispirata al Vangelo sui social media

Ogni mattina, una riflessione di appena un minuto invita a scoprire come il perdono, la verità e la riconciliazione possano trasformare il modo di guidare le persone, i team e le comunità.

Redazione Omnes-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ogni giorno migliaia di persone fruiscono di contenuti sulla leadership. La maggior parte di essi verte sulla produttività, sull’influenza o sul successo professionale. «Un minuto per guidare» nasce con un’idea diversa: fermarsi per appena sessanta secondi per scoprire cosa può insegnarci il Vangelo su come guidare le persone e costruire relazioni autentiche.

L'iniziativa propone una breve riflessione quotidiana ispirata agli insegnamenti di Gesù Cristo e al libro «70 per 7. Guidare all’insegna del perdono, della verità e della riconciliazione», dell’autore Santiago José Portas Alés, convinto che il Vangelo rappresenti una delle più grandi scuole di leadership mai scritte.

Ogni pubblicazione propone un’idea semplice e profondamente pratica da applicare sul lavoro, in azienda, a scuola, nella pubblica amministrazione, in famiglia o in qualsiasi ambito in cui si abbia una responsabilità nei confronti degli altri. L’obiettivo non è quello di offrire formule di gestione, ma di aiutare a scoprire che la leadership inizia molto prima di ricoprire una carica: inizia quando una persona impara a servire, ad ascoltare, a correggere con carità, a perdonare senza rinunciare alla verità e a infondere fiducia.

Il seguito di un libro che ha già suscitato interesse

L'iniziativa nasce come prosecuzione del libro «70 per 7. »Guidare attraverso il perdono, la verità e la riconciliazione», un’opera che propone una rilettura di diversi brani del Vangelo dal punto di vista della leadership e che, sin dalla sua pubblicazione, ha suscitato un crescente interesse tra dirigenti, docenti, sacerdoti, religiosi, imprenditori e laici impegnati.

Lungi dall’essere un trattato di gestione aziendale, il libro individua sette grandi doti di leadership presenti nella vita e negli insegnamenti di Gesù: il perdono, la verità, la riconciliazione, l’umiltà, la correzione fraterna, la vocazione al servizio e il discernimento. Valori che ancora oggi risultano essenziali per costruire organizzazioni più umane e relazioni più solide.

Il successo riscosso dall’opera ha permesso a «70 volte 7» di affermarsi come un vero e proprio manuale di leadership ispirato al Vangelo, in grado di gettare ponti tra la fede e la vita professionale, offrendo una proposta innovativa a chi desidera esercitare le proprie responsabilità in una prospettiva profondamente umana e cristiana.

Lo stesso messaggio, adattato al linguaggio dei social media

Con «Un minuto per guidare», lo stesso messaggio viene ora adattato al linguaggio agile dei social media. Ogni mattina viene pubblicata un’immagine accompagnata da una breve riflessione, pensata per essere letta in appena un minuto, con l’intento di accompagnare l’inizio della giornata e offrire un’ispirazione concreta per vivere la leadership alla luce dei valori del Vangelo.

In un’epoca caratterizzata dalla polarizzazione, dalla rapidità e dalla difficoltà di creare spazi di incontro, questa iniziativa intende ricordare che la leadership più trasformativa rimane quella che nasce dal servizio, rafforza la fiducia, cerca la verità e rende possibile il percorso della riconciliazione.

Più che un semplice profilo sui social media, «Un minuto per guidare» aspira a diventare una comunità di persone convinte che la leadership non consista solo nel raggiungere obiettivi, ma nell’aiutare a crescere coloro che camminano al nostro fianco.

Vaticano

Leone XIV al concerto di Andrea Bocelli: La bellezza della musica ci indica Dio

Quando si cerca la bellezza, ha sottolineato il Papa, "non scopriamo solo qualcosa, ma Qualcuno. Incontriamo Dio, il nostro Creatore".

OSV / Omnes-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Courtney Mares, OSV

Il 29 luglio, al calar della sera sui Giardini Pontifici di Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha ascoltato Andrea Bocelli dirigere 164 giovani voci in un inno, il che ha portato il Papa a riflettere su come la bellezza possa condurci a Dio.

«La bellezza della musica ci invita a incontrare Colui che è la bellezza stessa», ha commentato il Papa dopo l’esibizione del coro internazionale di bambini insieme al tenore nei giardini Borgo Laudato si’ del Vaticano.

«È significativo che la Sacra Scrittura e la Liturgia della Chiesa parlino di «cori di angeli e santi» quando descrivono la gioia del cielo», ha aggiunto, «non perché stiano letteralmente cantando tutto il tempo, ma perché, uniti nell’amore, contemplano Dio insieme e trovano in Lui la pienezza della felicità».

Il Papa si è seduto di fronte al coro mentre Bocelli dirigeva bambini e adolescenti provenienti dalla Terra Santa, dall’Uganda e dall’Italia nell’esecuzione di «Amazing Grace», l’ultimo brano della serata. Il tenore italiano ha inoltre interpretato per il Papa l’inno latino «Panis Angelicus».

‘L’esperienza della bellezza’

Il coro di bambini era composto dai partecipanti al programma «Voices Of» della Fondazione Andrea Bocelli, che unisce il canto corale a laboratori didattici rivolti ai bambini delle comunità colpite dalla povertà, dai conflitti o da un accesso limitato all’istruzione.

«Miei cari giovani amici, mentre cantavate, vi siete resi conto di come la musica ci trasportasse tutti verso un’esperienza nuova, qualcosa di più grande di quanto chiunque di noi potesse creare da solo? Questa è l’esperienza della bellezza», disse Papa Leone al coro.

«Quando si cerca la bellezza», ha aggiunto il Papa, «non scopriamo solo qualcosa, ma Qualcuno. Incontriamo Dio, il nostro Creatore».

I giovani cantanti, di età compresa tra gli 8 e i 19 anni, sono arrivati da Betlemme e Gerusalemme, dal villaggio ugandese di Nabikabala e dalle città italiane di Napoli e Camerino per partecipare allo spettacolo, il momento clou di un programma di 10 giorni in Italia patrocinato dalla fondazione benefica. I membri del coro di Haiti non hanno potuto partecipare al viaggio a causa dell’instabilità che sta attraversando il Paese, secondo quanto riferito dagli organizzatori.

«Continuate a coltivare i doni che Dio vi ha dato e lasciate che vi guidino verso di Lui», ha detto Papa Leone ai giovani cantanti. «Lui è tutto ciò che cerchiamo nella vita, l’unico che può placare i nostri cuori inquieti».

“Ricordate che siete stati creati per grandi cose e che questo mondo non basta a placare la vostra sete di senso e di felicità”, disse.

Parte del giubileo di San Francesco

La serata dedicata alle esibizioni musicali e alla preghiera, tenutasi nei giardini di Borgo Laudato si’, nei pressi della residenza estiva papale dove Papa Leone ha trascorso gran parte del mese di luglio, faceva parte delle celebrazioni dell’anno giubilare che commemoravano il 800° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi.

Suor Alessandra Smerilli, che Papa Leone XIII ha recentemente nominato prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha letto ad alta voce il poema di San Francesco del 1225, «Il Cantico delle Creature», che loda il creato di Dio, mentre altri membri della Curia Romana hanno letto estratti dagli scritti dei papi precedenti e brani delle Scritture, intervallati da canti sotto i pini romani del giardino.

Al concerto hanno partecipato circa 500 dipendenti dei Dicasteri della Santa Sede, del Governo dello Stato della Città del Vaticano e degli uffici della Curia Romana. Era presente anche l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, che dopo il concerto ha scambiato qualche parola con il Papa.

Al termine dell'esibizione, i bambini del coro hanno offerto a Papa Leone XIV dei doni provenienti dai loro paesi d'origine. Successivamente, i cardinali e i membri della Curia sono stati invitati a una cena di benvenuto nei giardini al tramonto.

Il cardinale Fabio Baggio, direttore generale del Centro Laudato Si’ per l’Istruzione Superiore, ha affermato che l’evento rifletteva la missione di Borgo Laudato Si’ come «un luogo in cui la fede si trasforma in incontro e la pace si costruisce prendendosi cura delle persone, delle comunità e del creato».

“Affidiamo questo ‘Canto della Pace’ al Signore, affinché il canto che oggi risuona da questo luogo raggiunga i cuori, superi i confini e diventi un seme di speranza per il mondo”, ha affermato il cardinale.

L'autoreOSV / Omnes

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Evangelizzazione

I 10 eventi cattolici che hanno attirato il maggior numero di fedeli nella storia

Quali sono gli eventi cattolici che hanno riunito il maggior numero di fedeli nel corso della storia? Ecco un elenco degli eventi della Chiesa che hanno registrato la maggiore affluenza di fedeli in tutto il mondo.

Teresa Aguado Peña-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Ai tempi di Gesù Cristo, la fede riuniva folle attorno alle sue parole. Duemila anni dopo, è ancora in grado di mobilitare milioni di persone. Una processione, un pellegrinaggio, un Giornata Mondiale della Gioventù oppure la celebrazione insieme a un Papa può trasformare strade, piazze e santuari in teatri di raduni straordinari. Alcuni di essi hanno addirittura riunito più di dieci milioni di persone.

Ecco la particolare «top ten» delle grandi folle del cattolicesimo contemporaneo: dieci eventi che dimostrano la capacità di mobilitazione della Chiesa e la forza di una fede che, in alcune parti del mondo, continua a riempire le strade a perdita d’occhio.

1. Festa della Madonna di Guadalupe in Messico (2025)

La festa della Vergine di Guadalupe a Città del Messico è in testa alla classifica con 12,8 milioni di pellegrini registrati durante i giorni principali della festa del 2025.

Il dato si riferisce all'affluenza complessiva alla Basilica di Guadalupe, non a una folla riunita contemporaneamente. Il 12 dicembre, milioni di fedeli si recano a Tepeyac per celebrare la patrona del Messico e commemorare le apparizioni della Vergine a san Juan Diego nel 1531.

©OSV News foto/Felipe Courzo, Reuters

2. Festa del Nazareno Nero a Manila (2026)

Le celebrazioni del Nazareno Nero di Manila hanno riunito 9.640.290 persone nel 2026, secondo i dati ufficiali raccolti da fonti ecclesiastiche. La cifra comprende la partecipazione alle messe della novena e alla grande processione della Traduzione.

La processione consiste nel trasportare una statua di Cristo che porta la croce fino alla chiesa di Quiapo. Nel 2026, la Traduzione è durata 30 ore e 50 minuti, diventando la più lunga nella storia di questa ricorrenza.

©OSV News foto/Lisa Marie David, Reuters

3. Messa celebrata da Papa Francesco al Rizal Park di Manila (2015)

Il 18 gennaio 2015, tra 6 e 7 milioni di persone si sono recate al Rizal Park di Manila per partecipare alla Messa celebrata da Papa Francesco durante la sua visita nelle Filippine.

La folla si è sparpagliata nel parco, nelle strade circostanti e lungo il percorso del Pontefice. La celebrazione è diventata uno dei più grandi raduni mai registrati in occasione della visita di un Papa.

© Foto CNS/Aeronautica Militare delle Filippine/Immagine fornita tramite Reuters

4. Giornata Mondiale della Gioventù di Manila (1995)

La Messa di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù del 1995, presieduta da san Giovanni Paolo II a Manila, ha riunito oltre 4 milioni di persone.

La celebrazione si è svolta proprio nel Rizal Park, dove, due decenni dopo, Francesco avrebbe radunato tra i sei e i sette milioni di fedeli. La GMG di Manila è stata per anni uno dei più grandi raduni della storia della Chiesa.

5. Funerali di San Giovanni Paolo II a Roma (2005)

Visita 2 e 4 milioni persone si sono recate a Roma dopo la morte di San Giovanni Paolo II per dare l'ultimo saluto al Pontefice nell'aprile del 2005.

La folla ha cominciato ad affluire nei giorni in cui le spoglie del Papa sono rimaste esposte nella Basilica di San Pietro, raggiungendo il culmine durante i funerali dell'8 aprile.

La cifra si riferisce all'insieme dei pellegrini che si sono recati a Roma in quei giorni, non solo a coloro che hanno partecipato alla messa funebre.

6. Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro, in Brasile (2013)

La cerimonia di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro ha riunito circa 3,7 milioni di persone sulla spiaggia di Copacabana nel luglio 2013.

È stata la prima Giornata Mondiale della Gioventù internazionale di Papa Francesco e uno dei grandi eventi del suo primo anno di pontificato. La folla ha partecipato alla veglia e alla Messa conclusiva in riva all’Atlantico.

I pellegrini affollano la spiaggia di Copacabana mentre Papa Francesco celebra la Messa di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù il 28 luglio a Rio de Janeiro. Durante la celebrazione, il Papa ha invitato i circa 3 milioni di presenti a diventare missionari senza frontiere. (Foto CNS/Paulo Whitaker, Reuters) (28 luglio 2013) Vedi Messa della Giornata Mondiale della Gioventù, 28 luglio 2013.

7. Festa del Santo Niño di Cebu nelle Filippine (2014)

Alcuni 3,2 milioni Nel 2014, tante persone hanno partecipato alla processione del Santo Niño di Cebu, una delle principali celebrazioni religiose delle Filippine.

La processione fa parte del Sinulog, festa dedicata al Bambino Gesù che ogni gennaio riempie le strade di Cebu. Questa devozione è legata ai primi momenti dell'evangelizzazione dell'arcipelago.

8. Processione della Divina Pastora a Barquisimeto, Venezuela (2018)

La processione della Divina Pastora ha riunito più di 3 milioni di persone nel 2018, diventando così una delle più grandi manifestazioni mariane dell’America Latina.

Ogni 14 gennaio, l'immagine parte dal santuario di Santa Rosa e percorre diversi chilometri fino a Barquisimeto. Migliaia di fedeli partecipano per pregare, accompagnare la Vergine e adempiere alle promesse fatte.

9. Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia, in Polonia (2016)

La cerimonia conclusiva della GMG di Cracovia ha riunito nel 2016 tra 2,5 e 3 milioni di persone, secondo le diverse stime diffuse.

La Giornata si è svolta nella terra natale di San Giovanni Paolo II e durante l’Anno della Misericordia. L’incontro ha riunito giovani provenienti da quasi tutto il mondo e si è concluso al Campus Misericordiae con Papa Francesco.

10. Pellegrinaggio dei giovani a Luján, in Argentina (2013)

Il pellegrinaggio giovanile a piedi verso Luján ha riunito circa 2,5 milioni di persone nel 2013.

I pellegrini hanno percorso a piedi circa 60-70 chilometri da Buenos Aires fino alla Basilica di Nostra Signora di Luján, patrona dell’Argentina. La cifra corrisponde al numero complessivo di coloro che hanno compiuto il percorso e sono giunti progressivamente al santuario.

Le Filippine, protagonista delle grandi folle

Le Filippine spiccano in modo particolare in questa classifica: tre dei dieci eventi si sono svolti in questo Paese asiatico, mentre un altro riguarda una celebrazione filippina tenutasi a Cebu. La Messa di Francesco a Manila, la GMG del 1995 e il Nazareno Nero del 2026 dimostrano la straordinaria capacità di mobilitazione della religiosità cattolica filippina.

Il Messico, dal canto suo, occupa il primo posto della classifica con Guadalupe. Il Venezuela e l’Argentina completano la presenza latinoamericana con le processioni della Divina Pastora e il pellegrinaggio a Luján.

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Risorse

La Sindone e il segno di Giona 

La Sacra Sindone funge da riflesso contemporaneo del «segno di Giona», sfidando la ragione e racchiudendo in un’unica tela silenziosa sia la sofferenza della Passione che la vittoria della Resurrezione.

Bernardo Hontanilla Calatayud-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 12 minuti

L'umanità ha sempre cercato segni e simboli che le consentissero di soddisfare e placare il proprio intelletto e di comprendere il senso della propria esistenza. La Bibbia dimostra che questa ricerca ha costantemente accompagnato la storia della salvezza.

Il popolo d’Israele chiedeva segni per riconoscere l’opera di Dio. Mosè compì prodigi davanti al faraone; Elia fece scendere il fuoco dal cielo; Isaia annunciò segni a conferma delle promesse divine e, quando giunse Gesù, essi non cercavano più un segno per credere, ma miracoli che confermassero le loro stesse aspettative. E Lui, ancora una volta, glieli concesse.

Tuttavia, i Vangeli raccontano di occasioni in cui gli scribi e i farisei chiedevano a Gesù una prova definitiva della sua autorità. Avevano assistito a guarigioni, esorcismi, moltiplicazioni dei pani e risurrezioni, ma nulla era mai abbastanza. Chiedevano sempre un segno ancora più spettacolare. La risposta di Gesù è sorprendente: “Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno, ma non le sarà dato altro segno se non quello del profeta Giona” (Matteo 12,39). Perché proprio Giona? Perché non la manna del deserto, l’attraversamento del Mar Rosso o il fuoco del Carmelo?

Il segno definitivo non sarà un miracolo spettacolare compiuto davanti a una folla, ma un evento che potrà comprendere solo chi è disposto a credere: la morte e la risurrezione del Figlio di Dio. È possibile che, proprio come a quella generazione di miscredenti, sia stato dato un segno a ogni generazione?

Il segno di Giona: molto più di tre giorni nel sepolcro

Quando Gesù menziona il profeta Giona, molte persone ricordano immediatamente l’episodio del grande pesce. Giona fu gettato in mare e inghiottito da un enorme pesce, nel cui ventre rimase per tre giorni e tre notti. In seguito fu miracolosamente riportato sulla terra per compiere la missione che aveva rifiutato. Gesù traccia un parallelo molto chiaro: “Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del grande pesce, così il Figlio dell’uomo rimarrà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Matteo 12,40).

Per secoli questo paragone è stato interpretato esclusivamente come un riferimento cronologico. Tuttavia, probabilmente Gesù intendeva dire molto di più. Nella mentalità biblica, il mare rappresenta il caos, il potere della morte e le forze del male. Scendere nelle sue profondità equivale simbolicamente a scendere nello Sheol, il regno dei morti. Giona compie una vera e propria discesa nella morte per tornare in vita. Cristo percorrerà quella stessa strada, ma in modo definitivo. Ecco perché il segno di Giona non consiste solo nel rimanere tre giorni in un sepolcro. Il vero segno è uscirne vittorioso.

È significativo che Gesù non abbia mai offerto una dimostrazione pubblica della sua risurrezione a coloro che gli chiedevano prove. Non apparve nel Tempio davanti al Sinedrio, né si presentò davanti a Pilato o a Erode. Si manifestò solo a coloro che erano disposti ad accoglierlo.

Questa pedagogia divina permea l’intera Scrittura. Dio raramente elimina del tutto lo spazio per la fede. Anche i miracoli più grandi lasciano margine all’accettazione o al rifiuto. È accaduto con le piaghe d’Egitto, con l’attraversamento del Mar Rosso o con la risurrezione di Lazzaro, ed è accaduto anche con il sepolcro vuoto. Gli stessi fatti hanno suscitato reazioni completamente diverse. Alcuni hanno creduto dopo aver visto le prove, altri hanno cercato spiegazioni alternative.

I Vangeli descrivono con grande realismo questa varietà di reazioni. Maria Maddalena pensò inizialmente che qualcuno avesse rubato il corpo. I discepoli ebbero dei dubbi. Tommaso pretese di toccare le ferite. I sacerdoti diffusero la versione secondo cui i discepoli avevano rubato il cadavere. Non esiste un racconto che descriva l’istante esatto della risurrezione. Ciò che i primi testimoni trovano è un sepolcro vuoto e due dettagli: i teli ripiegati e il sudario arrotolato a parte.

Se qualcuno avesse rubato il cadavere, difficilmente si sarebbe fermato a rimuovere i teli funerari. Tuttavia, Giovanni presta particolare attenzione a questo fatto e scrive una frase brevissima: “Vide e credette”. Ma cosa vide esattamente? Forse gli bastò la disposizione dei teli piegati e disposti verticalmente, oppure qualcosa di impresso sul telo che gli ricordasse un segno simile presente sulle vesti di Gesù quando scese dal monte Tabor. O forse scoprì qualcosa di impossibile da descrivere a parole.

Qualunque sia la risposta, quei teli occupano un posto importante nel racconto evangelico. Non sono un semplice dettaglio secondario. Costituiscono la prima testimonianza materiale del sepolcro vuoto. Se la Sindone di Torino fosse davvero uno di quei teli, acquisirebbe un significato straordinario. Sarebbe l’unico oggetto ad essere stato presente sia alla morte che alla risurrezione di Gesù. Ed è proprio qui che riaffiora la forza del segno di Giona. 

La Sindone: un’immagine che sfugge a ogni classificazione

Duemila anni dopo, molti cristiani ritengono che esista un oggetto che sembra costituire davvero un segno: la Sindone di Torino. Per milioni di credenti, essa rappresenta una sorta di «quinto Vangelo», come affermò già San Giovanni Paolo II. A prescindere dalle discussioni sulla sua autenticità storica, la Sindone rappresenta un fenomeno straordinario. Si tratta di un telo che riproduce l’immagine frontale e dorsale di un uomo, con ferite compatibili con il racconto evangelico della Passione.

L'immagine sul corpo, di origine diversa rispetto alle macchie di sangue, continua a sconcertare fisici, chimici, medici e storici perché non si è ancora riusciti a spiegarne la formazione. Ma forse la questione più interessante non è come sia apparsa quell'immagine, bensì cosa raffiguri.

Da quando si è iniziato a studiarlo con metodi scientifici moderni, ogni disciplina ha contribuito a comporre una parte del puzzle. I medici hanno analizzato il sangue, i segni delle ferite e i tratti del viso; i fisici, l’origine della formazione dell’immagine; i chimici, le fibre di lino; gli storici, il suo percorso documentario; un fotografo, alla fine del XIX secolo, scoprì che il negativo fotografico rivelava un corpo sorprendentemente definito; in seguito si scoprì che era tridimensionale, il che significava che in realtà il negativo era un vero e proprio positivo fotografico.

Tuttavia, dopo decenni di ricerche, la Sindone continua a sfuggire a una spiegazione definitiva. Vi sono questioni controverse, come la datazione al radiocarbonio del 1988, successivamente messa in discussione da diversi ricercatori a causa della contaminazione del lino con il cotone rinvenuto in una zona riparata in seguito a un incendio avvenuto nel XVI secolo, che era servito come campione per l’analisi del C14.

Altre rimangono ancora da chiarire, come il meccanismo preciso attraverso il quale si è formata l’immagine corporea. È interessante la scoperta che i coaguli di sangue (pre e post mortem) fossero presenti prima della formazione dell’immagine corporea (A. Adler e J. Heller, 1981); tale immagine, grazie ai tratti del viso e ad altri segni, indica che si tratta di un corpo vivo in posizione eretta (B. Hontanilla, 2020, 2022; G. Lavoie, 2023). 

La Sindone di Torino è una testimonianza silenziosa che permette di contemplare in un unico sguardo la sofferenza, la morte e la resurrezione, anche se resta ancora da stabilire se l’immagine si sia formata in modo naturale (avendo realmente ricoperto il corpo di Gesù) o in modo artificiale (qualcun altro abbia voluto raffigurarlo).

In ogni caso, può essere interpretata come una rappresentazione visibile del segno di Giona annunciato da Cristo. Non intende sostituirsi alla fede né dimostrare matematicamente la risurrezione, ma invita piuttosto a porsi una domanda che rimane attuale oggi come lo era venti secoli fa: e se davvero la tomba fosse rimasta vuota?

L’importante è distinguere tra i dati accertati e le interpretazioni: la scienza descrive il fenomeno; la fede ne propone un significato. È proprio qui che risiede l’interesse dell’opera. Non obbliga a credere, ma non si lascia nemmeno ridurre facilmente a una spiegazione semplice.

La prima cosa che colpisce osservando l’immagine è che essa non trasmette solo sofferenza. Se questo fosse stato il suo unico contenuto, basterebbe considerarla come il ritratto di un giustiziato dall’Impero romano e non costituirebbe la testimonianza completa di alcun Vangelo. Ma c’è qualcosa di più. L’immagine del corpo sembra fermare il tempo in un evento sconvolgente. Non rappresenta l’istante della morte, ma un momento immediatamente successivo, quando il corpo non è più presente. È come se la tela avesse conservato la memoria di un evento irripetibile, lasciando l’immagine di una persona viva in posizione eretta: si intravedono i tratti del viso, i capelli ricadono sulle spalle e non sulla lastra di pietra, e c’è una certa distanza tra la schiena e i glutei rispetto al sudario.

Da un punto di vista cristiano, ciò assume un profondo significato simbolico. La Passione, la morte e la Resurrezione non sono tre episodi isolati, ma un unico mistero racchiuso in un unico oggetto. 

La questione è se sia falsa (opera di un artista) o vera (se abbia realmente avvolto il corpo di Cristo). Ancora una volta, non ci sono altre opzioni. In realtà, una risposta affermativa non cambia nulla. La fede cristiana non è mai dipesa da una reliquia. Per secoli, milioni di persone hanno creduto nel Cristo risorto senza averne mai sentito parlare. Ma sarebbe anche avventato affermare che la Sindone sia priva di interesse proprio perché solleva interrogativi ancora irrisolti. La sua forza sta nel fatto che invita a indagare e, al tempo stesso, invita a contemplare. 

Il giardino dove tutto è ricominciato

I Vangeli collocano il primo incontro tra Maria Maddalena e Gesù risorto in un giardino. Questo dettaglio potrebbe sembrare secondario, ma non lo è. San Giovanni è solito infondere simbolismo in ogni scena del suo racconto. In realtà, la storia dell’umanità è iniziata in un giardino: l’Eden. Lì il peccato ha spezzato la comunione tra Dio e l’uomo.

Anche il racconto della Resurrezione ha inizio in un giardino, dove quella comunione comincia a ristabilirsi. Maria Maddalena arriva prima dell’alba, quando era ancora buio. Porta con sé il peso del lutto, della delusione e del silenzio del sabato. Quando scopre il sepolcro vuoto, la sua prima reazione non è di fede, ma di smarrimento: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’abbiano posto”. È una reazione profondamente umana. Quando la sofferenza ci colpisce, tendiamo spesso a cercare prima di tutto spiegazioni naturali, piuttosto che accettare che Dio possa agire in modo inaspettato.

Dopo che Pietro e Giovanni sono tornati a casa, Maria rimane lì, piangendo. Anche questo dettaglio è importante. Giovanni se ne va con il privilegio di credere per convinzione, mentre a Maria è concesso di credere per evidenza. Ed è proprio in quel momento che avviene l’incontro. Gesù è davanti a lei, ma Maria non lo riconosce. Lo scambia per il giardiniere. Non è un caso che il Risorto appaia proprio sotto le sembianze di un giardiniere.

Nella Genesi, Dio colloca l’uomo nel giardino dell’Eden affinché lo coltivi e lo custodisca. Dopo il peccato, quel giardino va perduto. Ora, il nuovo Adamo riappare in un giardino, dando inizio a una nuova creazione. La Resurrezione non consiste solo nel fatto che un uomo torni a vivere: è l’inizio di una nuova umanità.

La tela come testimone silenzioso

Mentre Maria corre ad annunciare di aver visto il Signore, i teli rimangono nel sepolcro. Non parlano. Non predicano. Non compiono miracoli. Rimangono semplicemente lì. In seguito passeranno di mano in mano. Questa discrezione risulta profondamente coerente con il modo di agire di Dio. Egli non si impone solitamente con spettacoli irresistibili, ma preferisce lasciare segni che possano essere accolti liberamente. La Sacra Sindone è un segno silenzioso che rimanda costantemente all’evento pasquale. Non sostituisce il Vangelo, ma invita a tornare ad esso. Non crea la fede, ma può risvegliarla o rafforzarla.

Se fosse stato davvero a contatto con il corpo di Cristo, avrebbe accompagnato il momento più decisivo della storia umana. E, anche se qualcuno non condividesse questa convinzione, rimane comunque un oggetto che invita a porre la grande domanda della Pasqua: cosa accadde realmente in quel sepolcro? E forse è proprio lì che risiede la forza duratura del segno di Giona.

Perché è così difficile credere?

Se la Resurrezione costituisce l’evento centrale del cristianesimo, è lecito chiedersi perché continui a essere così difficile accettarla. Questa difficoltà non è dovuta solo alla mancanza di informazioni. L’essere umano interpreta la realtà attraverso convinzioni, esperienze e aspettative preesistenti.

Quando un evento mette profondamente in discussione il nostro modo di comprendere il mondo, la reazione spontanea è spesso quella di cercare una spiegazione compatibile con ciò in cui già crediamo. Il cervello umano è evolutivamente programmato per dare priorità agli stimoli negativi. La paura e il dolore sono segnali di allarme che garantiscono la sopravvivenza; la felicità e la vittoria, al contrario, vengono solitamente elaborate come stati di riposo che non richiedono la stessa attenzione biologica.

Per questo motivo, è più facile per l’osservatore soffermarsi sulla tragedia della tortura visibile sulla tela piuttosto che cogliere ciò che l’immagine corporea implica: che la morte è stata sconfitta. L’essere umano possiede una capacità innata di elaborare il lutto, ma è terrorizzato dalla possibilità del soprannaturale perché lo porta fuori dalla sua zona di controllo. 

La scienza moderna si basa sul principio secondo cui i morti non risorgono. Si tratta di un postulato fondamentale per la stabilità del pensiero razionale. Accettare che la Sindone possa essere il risultato di una resurrezione significherebbe far crollare l’intero sistema di credenze materialista.

Per molti è preferibile considerare il dipinto come una frode medievale — nonostante la tecnica con cui è stato realizzato non esistesse all’epoca né sia stato possibile riprodurla oggi — piuttosto che accettare una realtà che sfida le leggi della termodinamica e della biologia. La Resurrezione non è semplicemente un fenomeno straordinario, ma un evento che supera i confini abituali dell’esperienza umana. Tutti conosciamo la morte; nessuno può osservare di persona la vittoria definitiva su di essa. Per questo la Resurrezione richiede un cambiamento di prospettiva piuttosto che un semplice accumulo di prove.

Inoltre, questo modo di pensare negativo si insinua anche nel credente. È il rischio di ridurre il cristianesimo al Venerdì Santo; ciò che potremmo definire il cristiano essenzialmente “quaresimale”. Spesso i cristiani contemplano soprattutto la sofferenza di Cristo. Le immagini della Passione occupano un posto centrale nell’arte, nella liturgia e nella devozione popolare. Ciò è comprensibile. La Croce manifesta fino a che punto si spinge l’amore di Dio.

Tuttavia, il cristianesimo non si esaurisce sul Calvario. San Paolo lo ha espresso con estrema chiarezza: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede» (1 Corinzi 15,14). La Risurrezione non è un lieto fine aggiunto alla fine del Vangelo. È l’evento che dà senso a tutto ciò che l’ha preceduto. Senza di essa, la Croce sarebbe semplicemente un’ingiusta esecuzione romana di un uomo buono. Con essa, la Croce diventa l’atto sacramentale capace di vincere definitivamente il peccato e la morte. Tuttavia, il nostro cervello non è in grado di cogliere gli aspetti positivi in contesti in cui sono presenti anche elementi negativi e plausibili. 

Ma forse l’ostacolo maggiore alla fede non è di natura intellettuale né risiede nella capacità di vedere. In qualunque epoca, l’essere umano tende a opporre resistenza a ciò che potrebbe trasformare la sua vita. La Resurrezione non mira a soddisfare la nostra curiosità, ma a trasformare la nostra esistenza.

Ci sono persone che decidono semplicemente di non credere, nonostante le prove. Questa chiusura mentale, difficilmente spiegabile anche per una mentalità scientifica, è una scelta volontaria che impedisce a tutti i costi che qualsiasi riferimento a Dio possa influire sul proprio stile di vita.

Imparare a vedere e a guardare

I Vangeli ribadiscono più volte che vedere non significa sempre comprendere. Molti assistettero ai miracoli di Gesù e rimasero indifferenti. Altri riconobbero il Messia in gesti apparentemente insignificanti. Il problema non era la vista, ma lo sguardo. Questa idea permea l’intero testo biblico. I profeti denunciavano un popolo che aveva occhi, ma non vedeva; orecchie, ma non ascoltava. Gesù riprese proprio questo insegnamento quando spiegò le parabole. Non bastava ascoltare le parole; era necessario aprire il cuore.

Qualcosa di simile accade con la Sindone. C’è chi vede in essa solo un reperto archeologico che raffigura esclusivamente la Passione e la morte di Gesù. Non riescono a cogliere i tratti anatomici di una persona viva, ostacolati dal pregiudizio scientifico secondo cui i morti non risorgono. Senza questa capacità di vedere è difficile guardare con occhi diversi, anche se ciò che conta davvero rimane comunque l’atteggiamento interiore di chi osserva.

A questo proposito, risulta particolarmente suggestiva una riflessione attribuita a Papa Francesco: “Solo certe realtà della vita si vedono con gli occhi pieni di lacrime”. La frase non intende contrapporre la scienza all’emozione, ma ricordare che esistono dimensioni dell’esistenza che si rivelano pienamente solo quando l’essere umano accetta la propria vulnerabilità. 

Il messaggio di Giona per i nostri tempi

Ogni epoca cerca i propri segni. Il mondo contemporaneo dispone di tecnologie che solo un secolo fa sarebbero sembrate miracolose. Possiamo osservare galassie situate a miliardi di anni luce di distanza, sequenziare il genoma umano o comunicare istantaneamente con qualsiasi luogo del pianeta. Eppure, le grandi domande rimangono immutate. Forse è per questo che la figura di Cristo continua a interpellare anche chi non si considera credente. La sua Resurrezione non offre semplicemente una speranza per l’aldilà, ma propone un nuovo modo di comprendere la vita presente.

Se la morte è stata vinta, allora il male non ha l’ultima parola. Se l’amore ha trionfato sull’odio, allora il perdono smette di essere ingenuità per diventare una forza trasformatrice. Se Gesù vive, la storia umana non procede verso l’assurdo, ma verso un compimento. Il segno di Giona rimane attuale perché continua a porre la stessa alternativa di duemila anni fa: considerare il sepolcro vuoto come un enigma irrisolvibile o come l’inizio di una nuova creazione.

I primi discepoli non hanno cambiato il mondo perché hanno trovato una tomba vuota, ma perché si sono convinti che Cristo fosse vivo. La tela, se davvero è autentica, sarebbe semplicemente la testimone silenziosa di quella realtà. Tuttavia, non basta sapere che certi fatti sono avvenuti. La loro conoscenza è molto importante, ma ciò non ci salva. Anzi, tale conoscenza potrebbe riempirci di superbia, a volte di molta superbia.

Viviamo in un’epoca in cui non basta sapere – esistono veri e propri “consumatori di religione” – né accontentarci di non fare il male. Siamo in un momento in cui non ci viene più chiesto di imparare a fare il bene (Isaia 1, 17), ma di farlo. E questa richiesta è talmente radicale che Giacomo osa affermare: «Chi sa come fare il bene e non lo fa, commette peccato» (Giacomo 4, 17).

A cinque delle sette chiese menzionate nell’Apocalisse viene detto di convertirsi, mentre ad altre due viene chiesto di rimanere fedeli. È necessario convertire il cuore a Dio. La Sindone di Torino è davvero un segno che diventa un dono per la comprensione e può renderci simili a Mosè, che contemplò Dio faccia a faccia. Non tutte le generazioni hanno avuto questo privilegio. Può anche lasciarci completamente indifferenti, ma “se non ci convertiamo, periremo tutti allo stesso modo” (Luca 13, 3). 

In una cultura abituata a esigere risposte immediate, la Sindone di Torino invita a percorrere una strada diversa: osservare, interrogarsi, indagare e, infine, decidere. Come accadde a Pietro e Giovanni quella mattina di Pasqua, ogni generazione deve entrare nuovamente nel sepolcro e confrontarsi con lo stesso interrogativo: che significato ha un luogo in cui, dove avrebbe dovuto esserci un cadavere, rimangono solo alcune tele? La risposta non può essere imposta dall’esterno. Ogni persona deve trovarla nel dialogo tra ragione, storia, fede e umiltà.

Per il credente, quelle tele raccontano di un’assenza che è, paradossalmente, la più grande delle presenze, e forse questa continua ad essere, anche oggi, il segno più eloquente: una speranza che, da venti secoli, continua a trasformare la storia. Il “segno di Giona” non fu un prodigio contemplato da una folla, ma un evento che trasformò la storia dal silenzio di un sepolcro. Il Sudario, contemplato da questa prospettiva, può essere inteso come un’eco di quell’alba, uno specchio in cui il credente può contemplare, in modo singolare, il dramma della Passione, la morte e lo splendore della Resurrezione.

L'autoreBernardo Hontanilla Calatayud

Membro titolare della Real Academia Nacional de Medicina de España (Accademia Nazionale di Medicina Spagnola).

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America Latina

Il turismo religioso attira 400 milioni di viaggiatori… e l’America è la grande dimenticata 

El Salvador ospita un congresso internazionale storico sul turismo religioso, nel corso del quale viene presentato il nuovo Itinerario di Leone XIV in Perù.

José María Navalpotro-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni anno, tra i trecento e i quattrocento milioni di persone intraprendono un viaggio – un pellegrinaggio – per motivi religiosi. Il turismo religioso è uno dei segmenti del settore turistico che registra il maggior volume di visitatori. In particolare, in America ci sono 3.000 santuari cattolici catalogati, centinaia di itinerari attivi e la più grande popolazione cattolica del pianeta, ma mancano politiche pubbliche coordinate, dati sistematici e prodotti strutturati. Questa è una delle conclusioni del Congresso Internazionale sul Turismo Religioso “Terra di fede viva – ”El Salvador 2026”, tenutosi in questa nazione centroamericana, un paese che sta registrando una forte crescita in questo settore.

Il paradosso è che in questo settore, “in America siamo invisibili, nessuno ci vede”, come ha affermato Adrián Lomello, argentino, coordinatore per l’America della Rete Mondiale del Turismo Religioso. Ha fornito alcune cifre: “Secondo l’UNWTO, ogni anno nel mondo si registrano 300-400 milioni di turisti religiosi, con un impatto economico di 18.000 milioni di dollari; 22 milioni di visitatori all’anno a Guadalupe, 12 milioni ad Aparecida (Brasile), 7 milioni a Luján (Argentina)…”. E anche in luoghi più modesti, come “la festa della Vergine di La Tirana in Cile, che riunisce 250.000 persone in un paese di 15.000 abitanti”.

È significativo che il 20% dei siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità sia legato al patrimonio religioso (non solo cattolico, ovviamente) e che circa l’80% degli elementi del patrimonio immateriale sia collegato a pratiche religiose. 

Un esempio dell’interesse per il turismo religioso è proprio il Paese ospitante del congresso, El Salvador. La sua ministra del Turismo, Morena Valdez, ha affermato che sette anni fa un evento del genere era impensabile in quel Paese: nel centro storico “ti dicevano: non scendere dall’auto”. Le cifre relative alla forte crescita del turismo sono: 4,1 milioni di visitatori internazionali nel 2025, 2,5 milioni a giugno 2026, oltre 3.600 milioni di dollari in valuta estera e più di 340.000 posti di lavoro. 

Secondo la ministra, “il processo di pace e sicurezza che stiamo vivendo ora in El Salvador è un miracolo di Dio». Il suo obiettivo è trasformare l’El Salvador in un punto di riferimento per il turismo religioso “non solo nella regione centroamericana, ma in tutta l’America Latina”.

Il percorso di Luigi XIV

Il I Congresso Internazionale sul Turismo Religioso “Terra di Fede Viva – El Salvador 2026” si è svolto nel mese di luglio per tre giorni presso la Biblioteca Nazionale di El Salvador, organizzato dal Think Tank su turismo e società (TSTT) e la Rete mondiale del turismo religioso. 

Nel corso dell’incontro, tra le altre iniziative, è stato presentato il nuovo itinerario “Caminos del Papa León XIV” in Perù. Si tratta del primo itinerario turistico-religioso promosso dallo Stato, che collega le quattro regioni del percorso pastorale del Papa —Piura, La Libertad, Callao e Lambayeque—, con 29 attrazioni turistiche e 10 strutture complementari. Lo Stato ha investito 10 milioni di soles (circa 2,5 milioni di euro). 

Il percorso intreccia fede, archeologia e natura: la Cattedrale di Chiclayo, il Santuario di Nostra Signora della Pace —che il Papa visiterà dal 10 al 14 novembre—, la Croce di Chalpón de Motupe, con un milione di visitatori all’anno; il Divino Niño del Milagro di Eten —candidata a diventare la sesta città eucaristica del mondo—, la cappella di Santo Toribio de Mogrovejo nel tricentenario della sua canonizzazione, la foresta di Pómac, il Museo delle Tombe Reali di Sipán — il «Tutankhamon d’America» — e la località balneare di Pimentel. 

Altre iniziative

Durante l'evento è stato inoltre presentato il primo Forum iberoamericano delle città con santuari mariani, un'iniziativa civile che si terrà a Luján, in Argentina, il 19 e 20 ottobre prossimi, che riunirà 23 sindaci e 23 vescovi delle diocesi con santuari mariani nazionali. 

Mario Maldonado Samayoa, ex viceministro del Patrimonio Culturale ed ex rappresentante del Guatemala presso l’UNESCO, ha ricordato a sua volta la Settimana Santa del suo Paese, dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO nel 2022, che il Venerdì Santo mobilita 7.000 persone in un corteo di oltre 12 ore, sostenuto da 42 commissioni di volontari che lavorano gratuitamente. In questa regione centroamericana è stata annunciata la candidatura regionale della devozione ai Cristi di Esquipulas —presente in El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama—, la cui iscrizione è prevista per dicembre. 

Come altro punto di spicco del turismo religioso in America, Fabián Rojas, sindaco di Zipaquirá (Colombia), ha ricordato il suo impegno, in collaborazione con la diocesi, per promuovere la Cattedrale di Sale, “la prima meraviglia della Colombia”. Ha annunciato il congresso colombiano sul turismo religioso, che si terrà “a 180 metri sotto terra”.

Non poteva mancare un riferimento a la Basilica di Guadalupe, il santuario più visitato al mondo con 22 milioni di pellegrini all’anno, in grado di accogliere sette milioni di persone in tre giorni e che dà lavoro a oltre 400 persone. 

Più che visitare luoghi sacri

Al termine del congresso, i partecipanti hanno firmato il cosiddetto “Manifesto di San Salvador, per un turismo religioso che umanizza, trasforma e sviluppa i territori”. “Non si tratta solo di visitare luoghi sacri, ma di partecipare a esperienze che mettono in contatto l’essere umano con il trascendente, con la memoria storica dei popoli e con la ricchezza simbolica delle loro tradizioni”, afferma il testo. 

Avverte: “Lo sviluppo economico non deve prevalere sull’essenza spirituale di questa pratica. L’eccessiva commercializzazione dei luoghi sacri ne mette a rischio il significato profondo. È necessario stabilire modelli di gestione che promuovano il rispetto per la sacralità, evitando che i luoghi di culto si trasformino in semplici prodotti turistici privi di significato”. 

“Riconosciamo l’importanza della dimensione spirituale come elemento centrale del turismo religioso. Al di là dei suoi effetti tangibili, essa offre alle persone la possibilità di fermarsi, riflettere e ritrovare l’essenziale. In un contesto globale caratterizzato dalla rapidità e dalla frammentazione, questi spazi di silenzio e contemplazione assumono un valore inestimabile”. 

La dichiarazione distingue tra turismo religioso e pellegrinaggio. “Il pellegrinaggio implica una motivazione esplicitamente spirituale, caratterizzata dal sacrificio, dalla devozione e dal cammino inteso come esperienza trasformativa. Il turismo religioso, invece, abbraccia una realtà più ampia che include motivazioni culturali e storiche. Entrambi i fenomeni, lungi dall’essere in contrasto, possono completarsi a vicenda e arricchire l’esperienza del visitatore”. 

Infine, spiega, “questo Manifesto di San Salvador si propone come un invito a ripensare il turismo religioso in una prospettiva integrale, etica e umanistica”. 

Evangelizzazione

Quattro voci per riflettere sulla conversione

Le conversioni non sono più casi isolati: i battesimi di adulti sono in aumento nei paesi vicini, i giovani convertiti sono sempre più numerosi e l’argomento è approdato nei libri, sulla stampa e al cinema. A questa realtà ha dedicato la sua serata principale l’Osservatorio dell’Invisibile: dopo la proiezione del documentario "Converso", il suo regista, David Arratibel, agnostico, ha dialogato con quattro credenti che hanno abbracciato la fede, o vi sono tornati, in diverse fasi della loro vita.

Inmaculada Sancho-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel 2017 David Arratibel ha diretto “Converso”, un documentario in cui cerca di capire, attraverso le conversazioni con sua madre, le sue sorelle e suo cognato, perché tutta la sua famiglia abbia abbracciato una fede che lui non condivide. Nove anni dopo, il film è stato proiettato al Real Colegio Alfonso XII di El Escorial, nell’ambito della VI edizione dell’Osservatorio dell’Invisibile, la scuola estiva di arte e spiritualità che la Fondazione Vía del Arte, diretta dallo scultore Javier Viver, ha organizzato presso il Real Monasterio, con l’aria come tema di fondo.

L'evento ha riunito circa 150 partecipanti, suddivisi in laboratori di musica, scultura, danza e scrittura, tra gli altri. Ogni pomeriggio si sono ritrovati per attività comuni, come la proiezione e il dibattito di questa serata.

Il film è stato seguito da una tavola rotonda. Accanto al regista si sono sedute le quattro persone che hanno intrapreso un percorso diverso da quello del suo scetticismo, tre delle quali sono docenti dei laboratori dell’Osservatorio: l’attore Lluís Homar ha diretto quello di teatro; il filosofo Fabrice Hadjadj, quello di scrittura; e la curatrice d’arte Maider Montalbán Errasti, quello di curatela, mentre Ernesto Castro, anch’egli filosofo, ha partecipato in qualità di ospite.

Una parola

La moderatrice ha dato il via alla discussione chiedendo a ciascun ospite di riassumere in una sola parola cosa significasse per lui la conversione. Homar, che ha ricevuto una solida educazione cattolica e si è allontanato dalla fede durante l’adolescenza, non ha avuto bisogno di più di tre parole: “Il ritorno a casa”. Castro, battezzato e cresimato da adulto durante l’ultima Veglia Pasquale, ha risposto citando Lope de Vega e il suo sonetto “domani apriremo”: “Non dire domani”. Montalbán ha scelto “armonizzare”: la prima conversione consiste nel trovare il tono giusto, come nel canto gregoriano, e ciò che segue è un esercizio costante di armonizzazione attraverso i sacramenti.

Hadjadj, nato in una famiglia ebrea e atea, ha scartato l’idea del “ritorno a casa”: i suoi genitori, ha raccontato, hanno vissuto la sua conversione al cristianesimo come un tradimento. Per lui, seguire Cristo è “un’intensificazione del dramma della vita”: “Più gioia e più angoscia, più mani aperte e più chiodi nelle mani‘. La sua esistenza precedente, ha affermato, assomigliava alle perline di un rosario che si è spezzato; la conversione è stata la scoperta del filo che trasforma i frammenti in una storia. Arratibel, dal canto suo, ha fatto propria l’etimologia che dà il titolo al suo film: ’”Converso” da conversare: cercare di capirci per cercare di comprendere».

Ciò che separa

Il regista ha messo sul tavolo l’esperienza che permea il suo documentario e che, come ha confessato, lo ha fatto riflettere e soffrire: la distanza che la conversione dei suoi cari ha creato all’interno della famiglia. Una distanza che egli descriveva come “una sorta di barriera molto sottile”, quasi impercettibile, compatibile con l’affetto: “Ci vogliamo bene, ci amiamo, ma c’è ancora qualcosa che ci separa”. Non parlava di ostilità né di rimprovero, ma della sensazione che la propria “tribù” abbia cambiato codice, quasi lingua. E ha portato un esempio familiare: la Bibbia che gli ha regalato sua sorella con un biglietto —“voglio che tu sia felice”— gli è sembrato un gesto d’amore con un pizzico di condiscendenza, fatto da una posizione alla quale ci si aspetta che lui arrivi un giorno.

Homar ha risposto attingendo alla propria esperienza personale: ottavo di una famiglia in cui cinque fratelli hanno smesso di praticare la fede, è l’unico ad aver ritrovato la strada della fede, e un anno fa ha celebrato il proprio matrimonio in chiesa alla presenza di tutti i fratelli. Nel suo caso, ha affermato, il legame fraterno creato dai suoi genitori ha più peso della linea di demarcazione tra credenti e non credenti, e lui stesso cerca di fungere da punto d’incontro tra le due parti.

La replica più significativa è arrivata da Hadjadj, che ha invertito il significato della separazione: Dio crea il mondo separando, e la distanza che preoccupa Arratibel è anche la condizione affinché l’altro appaia come altro. Al direttore ha dedicato una delle frasi della serata: “Voglio la tua coerenza, più che la tua conversione”. E ha concluso con una massima: “La comunione si trova nella verità, non nell’affetto”. Il dramma del cristianesimo, ha aggiunto, non deriva dalla persecuzione ma dall’amore, perché più si ama, più si è esposti alla ferita.

Montalbán ha proposto di rileggere una delle scene centrali del film, la conversazione del regista con sua madre, per quello che è in termini cattolici: un esame di coscienza, con richiesta di perdono inclusa per il peccato di superbia. La sua stessa conversione, ha raccontato Maider, è iniziata sedendosi nell’ultima panca di una chiesa di Bilbao con un atteggiamento da osservatrice — “vediamo cosa succede a questi qui” — e ha riconosciuto che quella posizione di superiorità morale nei confronti dei credenti esiste anche oggi, sebbene i convertiti ne parlino poco. 

Castro, dal canto suo, ha ricordato il primo commento di sua madre, atea, dopo il suo recente battesimo: “Non c’è di che”. Riteneva che il fatto di non averlo battezzato da bambino gli avesse permesso di dire «sì» in modo consapevole e da adulto.

“Pregherò per te”

Il convegno ha trovato il suo secondo punto focale in un altro film, “Los domingos”, di Alauda Ruiz de Azúa, che racconta la storia di un’adolescente che riflette sulla vocazione religiosa all’interno di una famiglia secolarizzata. Arratibel ha raccontato di essere uscito sconvolto dalla proiezione: in quel film ha ritrovato il “pregherò per te” che aveva sentito decine di volte nei colloqui di “Converso” e nel quale percepisce un rapporto non orizzontale tra chi prega e colui per cui si prega.

Quella frase ha diviso i presenti al tavolo. Homar, credente, la ritiene superflua nelle parole del personaggio: “Io l’avrei risolta con uno sguardo”. Montalbán, invece, l’ha difesa contro quella che definisce la trasformazione della bontà in buonismo, e ha ribattuto con una domanda: vale la pena esaminare anche quanto paternalismo eserciti il non credente sul credente, e quali dogmi di fede secolare — la religione delle esperienze, la teologia del progresso — agiscono in coloro che si rammaricano di ciò che la giovane “si perderà”. 

Castro ha spostato il dibattito sul piano del linguaggio: se c’è qualcosa che accomuna la religione e l’arte è proprio la lotta contro i cliché, e il problema del “pregherò per te” non è la preghiera in sé, ma la frase fatta: “La vera carità sarebbe stata che avessero pregato per te senza dirtelo”. 

Hadjadj ha chiuso il cerchio con una riflessione: per lui, anche un semplice “buongiorno” può essere una benedizione, perché l’essenza della parola non sta in ciò che esprime, ma nel tono e nell’intenzione. Il dibattito è poi proseguito con gli interventi degli studenti.

Il filosofo francese ha concluso sottolineando che la Chiesa non è un club, ma accoglie l’alterità senza assorbirla, e per questo è opportuno diffidare della fusione, “che non è confusione”. Un’idea che si ricollega all’immagine che apre e chiude “Converso”: l’organo musicale riparato dal cognato del direttore, metafora di una Chiesa in cui l’aria che scorre nelle canne è ciò che anima ogni membro per formare un’armonia. Cantare senza lo strumento, disse un tempo Arratibel, significa cercare quell’armonia partendo dal corpo. In un numero dell’Osservatorio dedicato proprio all’aria, la metafora ha trovato il suo posto.

L'autoreInmaculada Sancho

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Libri

L'avventura della grazia

Questa recensione analizza la biografia di sant'Agostino scritta da Giuliano Vigini, sottolineando l'attualità della sua teologia sulla grazia, la carità e la conversione nel pensiero contemporaneo.

José Carlos Martín de la Hoz-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Prima di iniziare questa recensione dell’opera di Giuliano Vigini (Milano, 1946), è opportuno precisare che si tratta dell’edizione spagnola del magnifico profilo biografico di sant’Agostino (354-430) redatto dal professor Giuliano Vigini nel 2025 in Italia e ora pubblicato in Spagna sotto l’egida delle Ediciones San Pablo.

L'opera è stata pubblicata con una prefazione di Benedetto XVI, ma, non essendo datata, non sappiamo quando sia stata scritta né per quale motivo. È logico pensare che possa trattarsi di alcune riflessioni su sant'Agostino redatte per un'altra opera che forse non fu pubblicata all'epoca.

Quest’opera, come ci spiega l’autore nell’introduzione, è stata concepita come una sintesi di tutti i contributi emersi nella storia della teologia recente nel biennio 1986-1987, in occasione del XVI centenario del battesimo di sant’Agostino. Fu proprio San Giovanni Paolo II a pubblicare in tale occasione la lettera apostolica Agostino di Ippona, incoraggiando il popolo cristiano ad approfondire gli insegnamenti di questo grande dottore della Chiesa.

L'impronta agostiniana nel pontificato

Proprio dall’arrivo di León XIV alla Sede di Pietro, i riferimenti a sant’Agostino sono costanti sia nelle sue encicliche che nei suoi discorsi e nelle catechesi del mercoledì. Non dimentichiamo le parole che pronunciò in Piazza San Pietro l«8 maggio 2025, al momento della sua elezione al papato: »Sono agostiniano, figlio di sant’Agostino».

Ovviamente, noi cristiani riteniamo che lo Spirito Santo voglia che meditiamo per alcuni anni sugli insegnamenti del maestro di Ippona, proprio come abbiamo fatto con la teologia di Benedetto XVI o con il dono del discernimento degli spiriti di sant’Ignazio di Loyola durante il pontificato di Francesco.

Le Confessioni e la dinamica dell'amore

I dati fondamentali della biografia di sant’Agostino ci sono noti grazie a un’opera autobiografica intitolata Le confessioni, un'opera fondamentale del pensiero cristiano, filosofico e teologico, più volte ristampata nel corso della storia. Non possiamo non suggerire al lettore di rileggerla nell'edizione curata dal famoso poeta e scrittore maiorchino Pedro Antonio Urbina.

A Le confessioni, sant'Agostino espone con estrema crudezza lo scontro tra l'amore erotico (eros) e l'amore di agapè, come sintetizzava Benedetto XVI nella sua prima enciclica, Deus caritas est, uno dei migliori trattati mai scritti sulla dinamica dell’amore e sulla chiamata alla santità nello sviluppo del vero amore come motore della felicità.

4. Il dottore della grazia di fronte alle deviazioni teologiche

Tutta questa dottrina dell’amore come via verso la felicità va integrata con i numerosi testi che sant’Agostino compose nella sua polemica contro Pelagio. Infatti, Pelagio, monaco britannico contemporaneo di Agostino, era convinto che la santità potesse essere raggiunta solo con la costanza e uno sforzo personale costante e tenace.

Certamente, nella vita cristiana delle virtù e delle beatitudini, sant’Agostino — facendo eco al magistero perenne della Chiesa — ci ha ricordato che, in quest’opera di santità, l’iniziativa parte sempre da Dio: la grazia ci accompagna, sostiene e porta a compimento le virtù e le beatitudini. Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare che l’uomo deve mettere da parte la propria libertà affinché esistano atti umani in cui si uniscano l’intelletto e la volontà: «Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te» (Sermone 169, 11).

Va ricordato che sant’Agostino è passato alla storia della teologia come il «dottore della grazia» e che la sua dottrina è stata fondamentale per risolvere la controversia tra libertà e grazia, sia con Pelagio che, successivamente, con i luterani e, infine, con i giansenisti (p. 147).

La carità e l'eredità mistica della conversione

Va inoltre sottolineato che sant’Agostino è entrato nella storia della spiritualità grazie ai suoi importanti contributi alla «teologia della carità», che trovano eco nei grandi mistici sia del Secolo d’Oro spagnolo che in altri autori della storia —il maestro Eckhart e la Scuola renano-fiamminga di spiritualità—, che troverà il suo culmine nel trattato di Tommaso da Kempis, L'imitazione di Cristo (p. 137).

Basta osservare attentamente lo stemma papale di Leone XIV, con il cuore ardente, per ricordare come sia le opere di sant’Agostino sia gli insegnamenti del Santo Padre ci guidino a crescere nell’amore per Dio e per le anime. Basta leggere attentamente i testi e i discorsi del Santo Padre durante il suo viaggio in Spagna per constatare che il comandamento della carità rimane il compendio del cristianesimo: dobbiamo vivere quotidianamente l’esperienza di Dio come sant’Agostino (p. 78).

Ovviamente, non possiamo perdere l’occasione di citare l’esempio di santa Monica: la madre devota, amorevole e fiduciosa sia nel potere della grazia di Dio sia nella capacità di suo figlio di tornare alla vera fede, sebbene egli fosse certamente lontano da essa e in preda alle passioni umane. La profonda e radicale conversione di sant’Agostino e la sua apertura alla grazia le hanno permesso di avere la gioia di vederlo radicato nella fede e avviato sulla via della santità (p. 66).

Impatto intellettuale e rilevanza contemporanea

Certamente, sant’Agostino era più neoplatonico che aristotelico, così come il teologo Ratzinger era più agostiniano che tomista. Infatti, la tesi di dottorato del professor Ratzinger era intitolata Il popolo e la casa di Dio nella dottrina di sant’Agostino sulla Chiesa. Dobbiamo inoltre ricordare che la sua tesi di abilitazione all’insegnamento universitario era La teologia della storia secondo san Bonaventura, che contiene una solida base teorica e prospettive teologiche tratte dall’opera del vescovo di Ippona.

La lettura di questo interessante profilo del dottore di Ippona ci fornirà inoltre le chiavi di lettura della teologia agostiniana che, senza dubbio, arricchirà il dibattito teologico del nostro tempo e il dialogo con il pensiero postmoderno in cui viviamo.


Giuliano Vigini, Sant'Agostino. L'avventura della grazia e della carità

Autore: José Carlos Martín de la Hoz
Editoriale: San Paolo
Anno: 2026
Numero di pagine: 200

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    Mondo

    Seoul 2027: la GMG come risposta alla crisi demografica della Corea del Sud

    Dal 3 all’8 agosto 2027, la capitale sudcoreana ospiterà la prima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà in Corea, un evento all’insegna della speranza in una Chiesa che cresce pur affrontando la sfida dell’invecchiamento e della crisi demografica.

    Teresa Aguado Peña-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    La Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) di Seul 2027 ha già date, motto, santi patroni e un programma che promette di trasformare la Corea del Sud nel centro della Chiesa dei giovani. Dal 3 all’8 agosto 2027, milioni di pellegrini sono chiamati a partecipare alla prima GMG celebrata in Corea e alla seconda in Asia, dopo quella di Manila del 1995.

    L'incontro, indetto dal Papa, avrà come motto «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33), un invito rivolto ai giovani a vivere la fede con speranza e ad affrontare con coraggio le sfide del mondo odierno.

    Date e programma

    La GMG si terrà dal 3 all«8 agosto 2027, mentre le tradizionali »Giornate nelle diocesi» si svolgeranno dal 29 luglio al 2 agosto. Durante quei giorni, i pellegrini vivranno a contatto con le famiglie e le comunità delle 15 diocesi della Corea, partecipando ad attività parrocchiali e culturali prima di recarsi a Seul.

    Si prevede che la Messa di chiusura presieduta da Papa Leone XIV riunisca circa un milione di persone.

    Un logo ispirato alla tradizione coreana

    Il logo ufficiale, disegnato da Jin Su-hyeon, combina una croce con il carattere coreano «ieung» (ㅇ) al centro.

    Le pennellate rosse e blu rappresentano, rispettivamente, il martirio dei cristiani coreani e l'energia della gioventù. Il cerchio centrale simboleggia la vittoria di Cristo, mentre il colore nero evoca il futuro aperto che attende i giovani.

    Inoltre, la parola «Seoul», scritta in hangul, forma visivamente le lettere WYD (World Youth Day), unendo l’identità coreana alla dimensione universale dell’incontro.

    Cinque santi per accompagnare i giovani

    Il Comitato Organizzatore Locale ha scelto cinque santi patroni che rappresentano diversi aspetti della vita cristiana e fungeranno da modelli durante la preparazione spirituale della Giornata:

    • San Giovanni Paolo II, fondatore delle Giornate Mondiali della Gioventù.
    • San Andrea Kim Taegon e i suoi compagni martiri, simbolo della Chiesa coreana.
    • Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona dei migranti.
    • Santa Giuseppina Bakhita, testimone di speranza e libertà.
    • San Carlo Acutis, punto di riferimento per l’evangelizzazione nell’era digitale.

    Il processo di selezione ha previsto una consultazione con giovani coreani, operatori pastorali e formatori, prima della decisione definitiva del Comitato Organizzatore.

    Tre momenti speciali con Papa Leone XIV

    Durante l'incontro primaverile dei vescovi degli Stati Uniti, tenutosi nel giugno del 2026, il vescovo ausiliare di Seul Paul Kyung Sang Lee, coordinatore generale della GMG, ha anticipato che sono già in programma tre eventi speciali con il Papa Leone XIV:

    • un incontro con persone che vivono situazioni di difficoltà;
    • un dialogo interreligioso;
    • e una preghiera per la pace nel mondo.

    Il vescovo ha ricordato che, dopo la guerra di Corea (1950-1953), «la Corea era uno dei paesi più poveri del mondo. In 80 anni è passata dalla devastazione alla rinascita. Le difficoltà non hanno avuto l’ultima parola. La speranza può rinnovare e guarire una nazione».

    Secondo le stime presentate in occasione di tale riunione, tra i 10.000 e i 15.000 giovani statunitensi parteciperanno al pellegrinaggio.

    Corea del Sud, uno dei tassi di natalità più bassi al mondo

    La scelta di Seul riveste un grande significato per la Chiesa in Asia. Sebbene i cattolici continuino a essere una minoranza nella Corea del Sud, la comunità ha registrato una crescita costante negli ultimi decenni. Secondo le statistiche pubblicate dalla Conferenza Episcopale Coreana, alla fine del 2025 il Paese ha superato per la prima volta i sei milioni di cattolici (6.006.832), una cifra che è sei volte superiore a quella registrata nel 1975, quando appena un milione di coreani professava la fede cattolica.

    Questa crescita, tuttavia, va di pari passo con importanti sfide pastorali. La Chiesa coreana risente degli effetti della crisi demografica che sta attraversando il Paese, il cui tasso di fertilità si è attestato a 0,80 figli per donna nel 2025, uno dei più bassi al mondo. L’invecchiamento della popolazione si riflette anche nelle parrocchie: quasi tre cattolici su dieci (28,9 %) hanno 65 anni o più, costituendo così la fascia d’età più numerosa.

    Anche la pratica religiosa ha subito un calo nell’ultimo decennio. Attualmente, solo circa il 15 % dei cattolici partecipa abitualmente alla messa domenicale, contro il 20,7 % registrato nel 2015. Allo stesso modo, le vocazioni sacerdotali e religiose continuano a diminuire. Nel 2025 sono stati ordinati solo 70 nuovi sacerdoti, contro i 121 di un decennio prima, mentre il numero dei seminaristi e dei religiosi ha continuato a ridursi.

    Un'opportunità per la Chiesa coreana

    Proprio in questo contesto, la Giornata Mondiale della Gioventù del 2027 è vista dalla Chiesa coreana come un’opportunità per dare nuovo slancio alla pastorale giovanile. Nel 2022, l’arcivescovo della capitale, Peter Soon-taick Chung, ha sottolineato che l’incontro potrebbe diventare «un’ottima occasione per riunire i giovani attorno a un progetto che li renda protagonisti» e un’occasione privilegiata per condividere i valori del Vangelo con la società coreana.

    La Chiesa in Corea vanta inoltre una storia singolare. A differenza della maggior parte dei paesi, il cattolicesimo è nato grazie all’iniziativa dei laici, che hanno conosciuto la fede attraverso libri provenienti dalla Cina e hanno iniziato a formare comunità cristiane prima dell’arrivo dei primi sacerdoti. In seguito, rischiando persino la vita, attraversavano il confine per far arrivare sacerdoti in grado di amministrare i sacramenti. Quella comunità nascente è stata segnata dalla testimonianza di migliaia di martiri, un’eredità che continua a definire l’identità della Chiesa coreana e che rende Seul un luogo particolarmente significativo per ospitare la prossima Giornata Mondiale della Gioventù.

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    Vangelo

    Un pranzo gratis? XVIII domenica del tempo ordinario (A)

    Vitus Ntube ci illustra le letture della XVIII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 2 agosto 2026.

    Vitus Ntube-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    La liturgia di oggi è incentrata sul tema del cibo. Nel Vangelo troviamo il noto miracolo della moltiplicazione dei pani, mentre nella prima lettura il profeta Isaia ci invita a un banchetto offerto gratuitamente da Dio. 

    Nutrire cinquemila persone sarebbe senza dubbio un’impresa straordinaria. Tuttavia, se dovessimo organizzare un picnic per una folla del genere, non riterremmo sufficienti solo qualche pagnotta e qualche pesce. Probabilmente aggiungeremmo formaggio, prosciutto, bevande, frutta e altro ancora. Ma a cosa servono tutte queste cose se non riescono a placare la fame più profonda del cuore umano? È questa la domanda che pone il profeta Isaia: “Perché spendere soldi per ciò che non nutre e il proprio stipendio per ciò che non sazia?»”È una domanda che richiede una seria riflessione. Cosa ci soddisfa davvero? O meglio ancora, chi può soddisfarci?»

    C'è un detto popolare secondo cui “non esiste nulla di simile a un pranzo gratis”. Il proverbio ci ricorda che nulla è gratis. Tuttavia, Isaia proclama qualcosa di sorprendente: che Dio invita gli affamati e gli assetati a ricevere senza pagare. Le cose più importanti della vita non si possono comprare. La nostra stessa esistenza è un dono. L’aria che respiriamo, la luce del sole che ci riscalda, l’acqua che ci sostiene: tutto ci è stato dato gratuitamente. 

    Il Vangelo ci presenta Gesù, che sfama gratuitamente la folla. Il miracolo non rivela semplicemente la moltiplicazione del pane, ma la generosità di Colui che lo dona. Solo Gesù può saziare la fame più profonda dell’essere umano, e lo fa gratuitamente.

    Siamo invitati a vivere secondo questa generosità divina. Avendo ricevuto gratuitamente da Dio, siamo chiamati a donare gratuitamente agli altri. Quando i discepoli suggeriscono di congedare la folla, Gesù risponde: “Non c’è bisogno che ci andiate, date loro da mangiare voi stessi”. 

    Non siamo chiamati semplicemente a donare noi stessi, ma a donare attraverso Cristo. Siamo chiamati a mettere ciò che abbiamo nelle mani di Cristo. Il poco che offriamo può sembrare insignificante, ma una volta affidato a Lui diventa sufficiente. 

    Il contesto del miracolo rivela qualcosa di ancora più profondo riguardo alla generosità di Gesù. Il miracolo avviene poco dopo la morte di Giovanni Battista. Dopo aver appreso della morte di suo cugino, Gesù si ritirò in un luogo solitario. Tuttavia, quando vide la folla, ne ebbe compassione. Egli dona non dall’abbondanza, ma dalla propria perdita. Nel mezzo del proprio dolore, percepisce i bisogni degli altri. Come ci dice san Paolo: “Pur essendo ricco, si è fatto povero per voi, per arricchirvi con la sua povertà". 

    Famiglia

    Cosa può insegnarti il miglior ristorante di New York per essere più felice d’estate

    Il vero riposo estivo non dipende dalla destinazione né dall’itinerario perfetto, ma dalla magia dell’imprevisto.

    Javier García Herrería-29 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Will Guidara ha guidato per anni l’Eleven Madison Park, uno dei ristoranti più prestigiosi al mondo. Sotto la sua guida, il locale ha ottenuto tre stelle Michelin ed è stato nominato nel 2017 il miglior ristorante del mondo. Lì ha imparato una lezione che non riguardava solo la cucina, ma qualcosa di molto più umano: la differenza tra fare bene le cose e far sentire speciale qualcuno.

    Guidara racconta che l’eccellenza tecnica non bastava. Il ristorante poteva offrire un servizio impeccabile, piatti perfetti e un’esecuzione senza errori, eppure non essere all’altezza. Il vero salto di qualità avveniva quando il team si chiedeva di cosa avesse bisogno quella persona in particolare per andarsene soddisfatta. Non si trattava di lusso, ma di prestare attenzione a come sorprenderla.

    Era così che nascevano i piccoli gesti: un piatto improvvisato per un bambino che non trovava nulla nel menu, una candela accesa all’ultimo momento per un anniversario di cui nessuno aveva parlato, un biglietto scritto a mano che richiamava alla mente una conversazione precedente. Dettagli apparentemente insignificanti che trasformavano una cena in un’esperienza memorabile.

    Scenario contro contenuto: la trappola delle aspettative

    Viaggiare, andare al mare o prenotare un hotel di charme equivale a riuscire a trovare un tavolo in un ristorante di alto livello a New York. È senza dubbio una cornice meravigliosa, ma non è altro che un semplice scenario. Confondere il programma delle vacanze con il vero riposo è l’errore in cui cadiamo più spesso: diamo per scontato che, per il semplice fatto di cambiare aria, la felicità arrivi automaticamente.

    Chi andava al ristorante di Guidara lo faceva già per vivere un’esperienza speciale; il cibo sublime era dato per scontato. Tuttavia, il vero salto di soddisfazione non derivava dal menu, bensì dall’imprevisto. In estate accade esattamente la stessa cosa. Il viaggio organizzato è la cornice, ma il vero contenuto — ciò che rinnova davvero l’anima — si intreccia ai margini di quanto previsto, nella capacità di uscire dal copione per concentrarsi sulla persona che abbiamo accanto.

    L'imprevisto allontana la fretta e regala un vero momento di relax

    Perché i piccoli imprevisti affettuosi ci fanno riposare più di una giornata al mare pianificata nei minimi dettagli? Perché la stanchezza accumulata nel corso di un intero anno non è solo fisica, ma anche mentale. Siamo esausti per aver dovuto gestire, coordinare, prendere decisioni e rispettare gli impegni.

    Quando qualcuno ci sorprende con un gesto inaspettato, ci regala l’esperienza della generosità. Impegnarsi a pensare a come sorprendere le persone a cui teniamo di più alleggerisce la vita dell’altro e gli trasmette il messaggio più confortante che esista: «Ho pensato a te al di là di ogni previsione». Per questo motivo, un figlio ricorderà più a lungo una gita notturna a sorpresa, con le torce e i suoi genitori, piuttosto che l’ennesimo pomeriggio trascorso in piscina, tra pisolini e cartoni animati sul tablet.

    Iniziative

    Alcuni giornalisti lanciano un’iniziativa per consegnare al Papa Leone XIV le lettere dei sopravvissuti al terremoto in Venezuela

    I giornalisti del Vaticano lanciano un’iniziativa per far pervenire a Papa Leone XIV le lettere dei sopravvissuti ai terremoti in Venezuela.

    Agenzia di stampa OSV-29 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    – OSV News / Junno Arocho Esteves

    A partire dal pontificato di san Paolo VI, i giornalisti che seguono le notizie dal Vaticano hanno avuto il privilegio unico di avere accesso diretto al Vicario di Cristo a 30.000 piedi di altitudine.

    Seguendo una tradizione adottata dai suoi predecessori, Papa Leone XIV si assicura di percorrere lo stretto corridoio della cabina e di salutare i giornalisti uno per uno, scambiando strette di mano, doni o lettere personali.

    Quando Papa Leone XIV intraprenderà la sua visita apostolica a Francia A settembre, quattro giornalisti del Vaticano sperano di poter approfittare di quel breve momento per trasmettere al Pontefice le preghiere, il dolore e le fragili speranze del popolo venezuelano.

    I giornalisti venezuelani Lola Gómez, Daniel Cáceres e José Arnaldo Mujica, insieme al giornalista costaricano Jovel Álvarez, hanno lanciato “Lettere al Papa”, un’iniziativa volta a raccogliere le lettere dei venezuelani e delle squadre di soccorso colpiti dai due terremoti che hanno devastato il Paese il 24 giugno.

    Un modo per sostenere la propria patria

    In un’intervista rilasciata a OSV News il 23 luglio, Gómez, fotoreporter del Catholic News Service nata a Caracas, ha affermato che lei e i suoi colleghi giornalisti stavano cercando modi per sostenere la loro patria.

    “Quando sei lontano dal tuo Paese, senti di dover fare qualcosa”, ha affermato. “E abbiamo pensato: visto che siamo qui in Vaticano a seguire Papa Leone e che a settembre ci sarà un viaggio apostolico, perché non apriamo un canale dedicato ai venezuelani sopravvissuti ai terremoti e alle persone che hanno contribuito al loro salvataggio?”.

    Anziché gestire complesse impostazioni di posta elettronica o posta tradizionale, i giornalisti hanno creato un modulo Google per offrire un’opzione “più semplice” che consentisse ai venezuelani di “condividere i propri sentimenti, pensieri o domande” — oltre alle foto — con il Papa.

    Il modulo accetterà invii fino al 15 agosto. Le lettere saranno raccolte in un unico volume e consegnate a Papa Leone a bordo del volo papale il 25 settembre.

    Secondo fonti ufficiali venezuelane, il numero dei morti a seguito dei terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 che hanno scosso lo stato settentrionale di La Guaira ha superato quota 5.300. Migliaia di persone sono ancora senza casa, mentre gli operatori umanitari proseguono le operazioni di soccorso.

    Caritas Venezuela ha recentemente comunicato che il consumo degli aiuti locali sta superando le quantità ricevute, il che ha portato a lanciare appelli per raccogliere donazioni in denaro al fine di facilitare gli acquisti sul territorio in base alle mutevoli esigenze.

    La scrittura come strumento per elaborare il trauma

    Gómez ha dichiarato a OSV News che dare ai sopravvissuti e alle squadre di primo intervento la possibilità di scrivere, anziché inviare un messaggio video o audio, rappresenta per loro un modo catartico per elaborare il trauma che stanno vivendo.

    “Quando si esprimono a parole i propri sentimenti e pensieri, questo aiuta a elaborare ciò che si è vissuto”, ha spiegato, aggiungendo che la pubblicazione di un volume antologico consentirà a Papa Leone di leggere i testi “anche in aereo, se avrà tempo”.

    “Con le lettere, credo che sia più intimo”, ha osservato. “Si crea un momento privato tra le vittime o le persone che vogliono condividere i propri sentimenti e il Papa”.

    La risposta alla campagna è cresciuta costantemente e, secondo Gómez, fino al 23 luglio gli organizzatori avevano ricevuto decine di lettere dalle regioni colpite di tutto il Venezuela. L’iniziativa ha suscitato l’interesse non solo dei sopravvissuti locali, ma anche delle squadre internazionali di pronto intervento dispiegate nel Paese a seguito del disastro.

    Secondo quanto da lui riferito, Álvarez è stato contattato direttamente dai soccorritori costaricani che hanno prestato servizio sul campo in Venezuela per chiedergli come inviare le loro testimonianze.

    “La prima chiamata che abbiamo ricevuto… Jovel, che è originario del Costa Rica, ha ricevuto una chiamata dai soccorritori costaricani che hanno operato in Venezuela dopo i terremoti”, ha detto Gómez, aggiungendo che il team si aspetta che le spedizioni aumentino prima della scadenza.

    “Quindi aspettiamo altre lettere, ma finora ne abbiamo ricevute 52 da tutte le zone del Venezuela che sono state colpite”, ha affermato.

    Pur sottolineando che l’iniziativa è frutto di uno sforzo collettivo insieme ai suoi colleghi giornalisti, Gómez ha affermato che in ogni viaggio papale “cerca sempre di portare il Papa in Venezuela”, nella speranza che le lettere personali avvicinino il pontefice ai suoi connazionali che soffrono.

    “Vogliamo che sentano di non essere soli in questo percorso”, ha affermato Gómez. “La fede è fondamentale per continuare a percorrere questo terribile percorso che stanno affrontando per ricostruire le loro vite, e non dovrebbero sentirsi come se lo stessero affrontando da soli”.


    Questa notizia è stata pubblicata per la prima volta in inglese su OSV News. La riproduciamo su Omnes con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

    L'autoreAgenzia di stampa OSV

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    Famiglia

    Juanchi, affetto da sclerosi multipla: “Ho imparato che si impara ad amare attraverso la sofferenza”

    Intervista a Juanchi e Carla, una coppia con tre figli che affronta ogni giorno la sclerosi multipla di cui lui soffre.

    Álvaro Gil Ruiz-29 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

    Juan Chimeno è originario di Madrid e vive a Saragozza. Ha una laurea in Giurisprudenza ed è padre di tre figli. Ha mosso i primi passi alla Europa Press, per poi passare alla Mediapro. Ha ricoperto per diversi anni la carica di funzionario a tempo determinato presso i tribunali di primo grado e d’istruzione. Successivamente ha lavorato per un anno presso AXA, per poi tornare in tribunale. Ama la musica, suona la chitarra, è stato cantante in tre gruppi ed è compositore. Durante gli studi universitari ha iniziato a lavorare come disc jockey e ha suonato a matrimoni e feste. 

    Nel 2008 gli è stata diagnosticata la sclerosi multipla, anche se già da anni si sospettava che ne fosse affetto, dato che la prima recidiva risale al 2001, ma i sintomi hanno cominciato a manifestarsi solo nel 2007. È stato un duro colpo per tutta la famiglia e gli amici, ma già da allora era chiaro che “Juanchi” (come lo chiamano gli amici) non si sarebbe lasciato sopraffare dallo sconforto.

    Le sue convinzioni lo hanno portato a dare una svolta alla sua vita. Ciò ha portato alla sua famiglia molta serenità nei momenti di sconforto e una grande gioia. Questa limitazione si è rivelata una benedizione, per quanto possa sembrare una contraddizione, perché ha fatto emergere il meglio di lui.

    Ha dimostrato loro che, come dice Marian Rojas: «La felicità non sta in ciò che ci accade, ma nel modo in cui interpretiamo ciò che ci accade». È riuscita a essere felice e a rendere felici i suoi cari. 

    Tanto che la sua “ragazza” di Saragozza, Carla, che aveva conosciuto nel 2007, continuava ad amarlo perdutamente, e si sono sposati nel 2011. Vivono a Saragozza dal 2010. Attualmente hanno tre figli, due maschi e una femmina: Álvaro di 8 anni, Jacobo di 6 e la piccola Marianita di 3 anni. Juanchi è in pensione dal 2017, poiché è in invalidità lavorativa totale, e si dedica alla sua famiglia e a farsi accudire. 

    Come vi siete conosciuti? Come avete iniziato a frequentarvi? 

    – Juanchi: Ci siamo conosciuti tramite amici comuni che quell’estate avevano fatto volontariato a Nairobi con le Suore di Madre Teresa. Abbiamo iniziato a frequentarci perché lei mi ha mandato un SMS e io ho pensato: “Ehi, questa ragazza sembra interessante”, così abbiamo iniziato a parlare e parlare, che è il modo migliore per conoscersi, e alla fine, grazie a un amico, mi sono fatto coraggio e le ho chiesto ufficialmente di uscire con me.

    Abbiamo avuto una relazione a distanza per 4 anni. È stata dura, davvero dura, perché non era così facile vedere la persona che amavo: dovevamo prendere un treno per poterci vedere solo per un giorno e mezzo, il che è davvero troppo poco, e c’erano fine settimana in cui non potevamo vederci. Ma ne è valsa comunque la pena, perché così si apprezzano molto di più le cose.

    Juanchi, che tipo di formazione hai? Di cosa ti occupi? Quali sono i tuoi sogni?

    – Ho studiato Giurisprudenza alla Complutense e, alcuni anni dopo, ho conseguito un MBA all’ICADE. Entrambi mi hanno aiutato molto a formare la mia mentalità e ad ampliare i miei orizzonti, soprattutto per l’impegno che richiedono e per le materie che trattano.

    Attualmente mi dedico alla riabilitazione fisica e alla mia famiglia. Nel 2016 lavoravo come addetto alle pratiche processuali presso il Decanato di Plaza Castilla e, grazie a Dio, sono stato ammesso a una sperimentazione clinica presso l’Hospital Clínic di Barcellona. Questo mi ha portato a ripensare alla mia vita e ho deciso di richiedere l’invalidità lavorativa; grazie a Dio e all’intercessione di Don Isidoro Zorzano, mi è stata concessa l’invalidità totale.

    A dire il vero, i miei sogni si limitano alla mia cerchia più stretta: mia moglie, i miei figli, la mia guarigione, gli amici, avvicinare a Dio le persone che conosco e la musica, anche se ultimamente, a parte le lezioni di canto, l’ho un po’ trascurata.

    E tu, Carla, cosa hai studiato? Di cosa ti occupi professionalmente? Quali progetti hai in mente?

    – Ho studiato a Sansueña, in una scuola del Fomento, e ho deciso che anche i nostri figli studieranno lì.

    Successivamente ho studiato Farmacia presso l’ Università di Navarra, a Pamplona, un posto dove mi piacerebbe che i miei figli andassero a studiare perché è una parte molto importante della mia vita. 

    Lavoro in una farmacia con due dei miei fratelli; ci sono momenti molto belli e altri un po’ meno, ma mi piace tantissimo lavorare con loro. 

    I miei progetti professionali riguardano la farmacia, dato che è l'attività di famiglia; ci impegniamo ogni giorno affinché vada alla grande.

    Carla, quando hai ricevuto la diagnosi di Juanchi? Come sono stati quei primi momenti?

    – Una cosa che non dimenticherò mai è quando abbiamo detto a mia madre che stavamo per sposarci e proprio quel giorno ci è stata comunicata la diagnosi definitiva della sua malattia. Mia madre mi disse… ”Sei sicura di volerlo sposare? È una malattia molto grave. Dovrai occuparti di tutto e lavorare sodo per garantirgli una buona qualità di vita”. La verità è che io risposi: “Beh, e allora?”.

    Ma mia madre sapeva bene cosa stava dicendo; tuttavia, in quel momento pensai: “Beh, allora gli darò una mano”. Non so se sia stato un gesto inconsapevole o meno, ma ancora oggi lui si occupa delle sue cose e io faccio tutto il resto, tranne il pranzo, che lo prepara lui per tutta la famiglia. E quando devo occuparmi delle mie cose, oltre a tutto il resto, mi ritrovo a dire… “Mia madre aveva proprio ragione”, ahahah.

    Ma la vita va vissuta giorno per giorno! E, soprattutto, bisogna affidarsi completamente ai piani di Dio, che vanno come vanno e basta.

    Juanchi, com'è la tua vita di tutti i giorni? Come superi i momenti di sconforto? 

    – Vado diversi giorni alla riabilitazione, alla fisioterapia e alla terapia occupazionale. Preparo il pranzo e la cena per la mia famiglia (come ha detto Carla). Inoltre faccio la spesa e mi occupo delle faccende domestiche.

    Ci sono giorni in cui non esco di casa e, a dire il vero, la giornata mi sembra interminabile, ma vabbè, penso sempre che ci sarà un domani in cui potrò uscire.

    C’è molto da dire sui momenti di depressione. Prima di ammalarmi, ero un tipo molto irrequieto. I miei amici di Madrid mi conoscono e sanno che non smettevo mai di fare progetti. Passavo la maggior parte della giornata fuori casa e all’improvviso mi è venuta questa malattia. La perdita di mobilità non è stata improvvisa, ma graduale. All’inizio camminavo male, poi andavo piano, infine inciampavo in qualsiasi ostacolo sul pavimento. Anni dopo ho iniziato a usare il bastone e a un certo punto ho deciso che per muovermi per strada era meglio usare la sedia a rotelle.

    Non sono una di quelle persone che rimangono troppo abbattute o paralizzate quando ricevono una brutta notizia di questo tipo, o subiscono un duro colpo. Cerco di capire come andare avanti e di non rimanere bloccata di fronte alla sventura o alla contraddizione che mi sta capitando. Spesso faccio l’esempio del limone. In questa vita bisogna “trasformare il limone in limonata”. Non soffermarti sull’amarezza delle cose che ti capitano nella vita, dai loro una svolta e trasforma in limonata ciò che ti fa soffrire. La sofferenza non scompare, ma il tuo atteggiamento può cambiare. Non è immediato, richiede impegno, ma il risultato è una limonata fresca e deliziosa che rallegra la vita.

    Affido i momenti difficili nelle mani del Signore, la mia forza, il mio baluardo; senza di Lui non sono nulla, e quello che faccio è distrarmi pensando ad altre cose. Ma, in altre occasioni, ho momenti di sconforto ancora più profondi, e tutto ciò che di negativo sembra diventare sempre più grande, come se mi trovassi in un abisso dal quale fosse impossibile uscire.

    Anche quando mi sento giù, so che, grazie a Dio, non sono solo. In quei momenti cerco un momento per parlare con un sacerdote e, dopo aver parlato con lui, mi confesso. E grazie a questo ritrovo le forze e riprendo la lotta della vita. Per me (e immagino anche per molti altri) la vita è cadere e rialzarsi.

    Mi sento amato da Dio, ma mi sono reso conto che Dio non può interferire con la nostra libertà. Egli vuole che lo amiamo liberamente, senza che nulla né nessuno ci obblighi. Dio, che può tutto (è onnipotente), non può interferire con la nostra libertà (nessuno vorrebbe essere amato contro la propria volontà) ed è molto importante farlo sapere affinché tutti comprendano quanto Dio ci ama, l’infinito rispetto che nutre per il nostro libero arbitrio e la misericordia che ha verso di noi, che commettiamo azioni terribili.

    Juanchi, è comprensibile che questa esperienza ti abbia portato a conoscere in prima persona la nostra fragilità, la nostra vulnerabilità e i nostri limiti personali. Come metti in relazione questa realtà con Dio? Come si conciliano l’umanità e la trascendenza?

    – Sono un umile servitore che cerca di parlare di Dio a tutti, perché Lui mi ha fatto capire che, nonostante la mia debolezza e le mie miserie, mi ama infinitamente e che non mi costringerà ad amarlo, ma vuole che io lo ami liberamente.

    Ho anche visto che Dio si affida ai deboli e ai malati affinché si manifestino il suo amore per noi, la sua onnipotenza e la sua misericordia. Fu proprio a san Lorenzo che le autorità romane chiesero di consegnare i beni della Chiesa dopo la morte di papa Sisto II. Egli si presentò davanti al prefetto romano insieme ai poveri, ai malati, ai ciechi, agli storpi, alle vedove e ai bisognosi di cui si prendeva cura, affermando che loro erano il vero tesoro della Chiesa. Affinché la mano del Signore fosse ancora più evidente, sono nato un 10 agosto, giorno di San Lorenzo, e proprio quel giorno è venuto a mancare mio padre all’età di 67 anni.

    Nel mio caso, l'umanità e la trascendenza si intrecciano nella vita quotidiana, nel giorno a giorno.

    La croce che porto è una croce quotidiana e questo mi ha aiutato ad andare oltre e a rendermi conto che proviene da Dio e che devo ringraziarlo per questo, anche se pensarlo è una follia. Molti penseranno: “Come puoi dire ‘ringrazio Dio per questa croce’? Dovresti pensare esattamente il contrario: ‘Perché Dio mi ha punito con questa sventura?’”.

    Di recente, una ragazza che conosco, María Mora Figueroa, scomparsa ad aprile, mi diceva: “Dio affida a ciascuno ciò che siamo in grado di sopportare meglio”. Mi ci è voluto del tempo per rendermi conto che la croce che il Signore mi aveva donato mi ha reso una persona migliore. Prima, la mia vita quotidiana non mi aiutava ad essere così profondo. Pensavo di essere un buon cristiano, ma correvo da una parte all’altra senza prestare attenzione, senza rendermi conto di ciò che conta davvero.

    Ora che riesco a malapena a camminare, noto un’infinità di cose che prima non vedevo. Sono grato a Dio per la croce che mi ha dato, anche se devo sopportarla ogni giorno e mi dà fastidio. Ho anche imparato che si impara ad amare attraverso la sofferenza, anche se questo argomento meriterebbe un’altra intervista.

    Tutto ciò non mi impedisce di riconoscere che sono un peccatore e che continuo a lottare giorno dopo giorno, perché i peccati ne ho molti e perché, anche se si ha una croce da portare, bisogna continuare a lottare come chiunque altro. 

    Carla, ti chiederanno: “Come hai fatto ad avere tanto coraggio da sposarti?”. E tu risponderai che l’amore è al di sopra di tutto. Ma l’amore si costruisce giorno dopo giorno. Cosa diresti a chi sta vivendo una situazione simile?

    – Sinceramente, io sono un po’ all’antica. Non sono molto affettuosa, quindi quello che posso dirti è che mi è stato insegnato a rispettare e a impegnarmi con educazione e rispetto. Juanchi è esattamente l’opposto ed è per questo che ci completiamo a vicenda. Come hai giustamente detto, l’amore si forgia giorno dopo giorno, il legame si costruisce giorno dopo giorno e non è tutto così meraviglioso come sembra. Almeno nel mio caso.

    Come ben sappiamo tutti, all’inizio è tutto fantastico e meraviglioso, poi però le cose si raffreddano: ecco perché bisogna curarle, e anche molto! La vita è molto dura, soprattutto se ti capita una cosa del genere. O impari a essere positivo e ad affrontarla nel miglior modo possibile, oppure crolli. Sono una farmacista e so che ci sono milioni di cose che possono aiutarti a stare bene. Ma quella non è la soluzione. Bisogna affidarsi molto a Dio ed essere positivi. Nessuno ti regala nulla, ognuno di noi deve lottare per ottenerlo.

    Carla, quanto tempo ci è voluto prima che nascesse il primo figlio? Come è nata la decisione così generosa di diventare genitori di tre figli? 

    – Sia Juanchi che io proveniamo da famiglie numerose. E a entrambi piaceva l’idea di avere dei figli. Non sapevamo se sarebbe stato possibile o, nel caso lo fosse stato, quanti ne avremmo avuti. Adoriamo i bambini e averne non è affatto una cosa da poco. È una grande responsabilità e bisogna impegnarsi ogni giorno affinché diventino persone educate e perbene. È una lotta continua.

    Ci sono voluti 7 anni per avere il nostro primo figlio e abbiamo ricevuto aiuto dall’Associazione spagnola di Naprotecnologia. Ora abbiamo tre figli. L'aiuto dei miei genitori e dei miei fratelli, che vivono a Saragozza, è stato fondamentale e gliene siamo molto grati. La famiglia di Juanchi vive a Madrid e anche loro ci hanno aiutato moltissimo.

    A quali progetti state lavorando?

    – Carla: Credo che la cosa più importante sia educare i nostri figli ai valori e godersi ogni momento della vita. 

    A entrambi piace tantissimo viaggiare, ed è ancora possibile farlo con lui. Ogni estate facciamo un viaggio in famiglia e l’ultimo è stato a Roma durante l’anno giubilare e ci siamo divertiti moltissimo. Siamo partiti con un gruppo molto numeroso e viaggiare con Juanchi e altre persone è faticoso, ma è possibile. 

    Quali messaggi volete trasmettere alla società? 

    – Due: “fai di necessità virtù” e confessati più spesso. Dio ricompensa l’umiltà di riconoscere i propri peccati, davanti a un sacerdote, con una pace autentica, che in questo mondo non si trova da nessuna parte.

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    Mondo

    Ripristinata l'immagine di Medjugorje e arrestato l'autore dei gravi atti vandalici

    Il santuario di Medjugorje è stato oggetto di gravi atti di vandalismo, tra cui scritte contro la Vergine e i veggenti, oltre a un incendio doloso appiccato sull’altare.

    OSV / Omnes-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Di Junno Arocho Esteves, OSV / Omnes (Notizia aggiornata).

    In un comunicato pubblicato il 28 luglio, la chiesa parrocchiale della città ha dichiarato di aver appreso la notizia dell’atto vandalico «con grande tristezza» e di essere al lavoro per ripulire e riparare i danni «affinché tutti gli spazi siano nuovamente adeguatamente preparati per la preghiera».

    «Preghiamo per la conversione dei cuori di coloro che hanno commesso questo atto, affinché il Signore li tocchi con la sua grazia e li guidi sulla via del bene», ha affermato la parrocchia.

    Graffiti realizzati con bombolette spray e messaggi contro i sensitivi

    Secondo quanto riportato dai media locali, la polizia della vicina città di Citluk ha ricevuto una segnalazione alle 4:30 del mattino del 28 luglio, secondo cui diverse statue della Vergine Maria, conosciuta come «Gospa» o «Nostra Signora» in croato, erano state vandalizzate.

    Nelle fotografie pubblicate dal portale di notizie bosniaco online bljesak.info, si vede il vandalo che ricopre alcune parti della statua con vernice spray nera, insieme a diverse scritte blasfeme contro la Vergine Maria.

    Una delle immagini che è stata vandalizzata. Foto: OSV News photo/per gentile concessione del Consiglio interreligioso della Bosnia-Erzegovina

    Tra le altre scritte lasciate dal vandalo c'erano «Medjugorje è un inganno», «diavolo» e «solo Gesù», dipinte con la bomboletta spray in diverse zone.

    La polizia ha inoltre rinvenuto uno striscione con i nomi di battesimo dei sei presunti veggenti: Vicka Ivankovic-Mijatovic, Mirjana Dragicevic-Soldo, Marija Pavlovic-Lunetti, Ivan Dragicevic, Ivanka Ivankovic-Elez e Jakov Colic. Sotto i loro nomi c’era un messaggio scritto in polacco che recitava: «To oszusci, mam dowody» («Sono dei truffatori, ho le prove»).

    Incendio doloso all'altare della chiesa di San Jaime

    Circa 30 minuti dopo che la polizia era stata informata dell'atto vandalico, è scoppiato un incendio sull'altare della chiesa di St. James. Un video ripreso da una telecamera di sicurezza e pubblicato su X mostrava un uomo che versava un liquido infiammabile intorno all'altare e gli dava fuoco.

    Il Consiglio interreligioso della Bosnia-Erzegovina ha affermato che gli atti di vandalismo costituiscono «un grave affronto» nei confronti dei cattolici e «un attacco alla pace, al rispetto reciproco e alla dignità di tutte le persone in Bosnia-Erzegovina».

    Risposta della parrocchia: preghiera, perdono e prosecuzione del culto

    Il Consiglio ha inoltre elogiato la reazione della chiesa di St. James, affermando che il suo appello ai pellegrini affinché rispondessero al male con la preghiera e il digiuno era «una testimonianza di fede, responsabilità e vero impegno per la pace».

    «Tuttavia, il perdono non esonera l’autore del reato dalla propria responsabilità né le istituzioni competenti dall’obbligo di fare piena luce su questo caso», ha dichiarato. «Dobbiamo rispondere alla profanazione dei luoghi sacri con una condanna unanime, la tutela del diritto di ogni persona a professare liberamente la propria fede e un impegno ancora più fermo a favore di una società improntata alla pace, al rispetto reciproco e al perdono».

    Un restauro da record

    La rapida mobilitazione della comunità parrocchiale, dei giovani della Comunità Cenacolo e di numerosi volontari ha permesso di riparare in poche ore i danni causati da un recente atto vandalico a Medjugorje. Grazie a questo sforzo congiunto è stato possibile rimuovere le scritte in vernice nera che ricoprivano il volto e le mani della statua della Regina della Pace, nonché ripristinare l’altare esterno della parrocchia di San Giacomo, danneggiato da un incendio doloso.

    Grazie a questo efficace intervento, il programma di preghiera serale si è svolto con assoluta normalità, trasmettendo un chiaro messaggio di serenità e accoglienza di fronte alla violenza.

    Restauro dell'immagine. Foto: Centro Medjugorje

    A tre giorni dal Mladifest

    Il rapido ripristino degli spazi si è rivelato fondamentale per il santuario, che si appresta ad ospitare il 37° Mladifest, il Festival Internazionale dei Giovani, uno degli eventi giovanili più frequentati della Chiesa cattolica, che ogni estate riunisce oltre 60.000 persone.

    Con la pulizia del complesso e il proseguimento delle sue normali attività, Medjugorje ribadisce la propria missione spirituale senza trascurare l’attenzione riservata alle migliaia di pellegrini che si radunano in questo luogo in occasione di queste date così significative.

    Arrestato un sospettato

    Da parte sua, la polizia della Bosnia-Erzegovina è intervenuta rapidamente per fare luce sui fatti, identificando e arrestando il presunto responsabile. La Procura si occuperà del caso a carico di un cittadino polacco di 31 anni, accusato di aver danneggiato o demolito edifici religiosi, un reato di vandalismo che, secondo la legislazione bosniaca, prevede pene detentive comprese tra sei mesi e cinque anni.

    L'autoreOSV / Omnes

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    Cinema

    La nuova stagione di “The Chosen” arriva il 17 novembre

    Il 17 novembre 2026 arriverà in Spagna la sesta stagione di "The Chosen" su "acontra+", con la messa in onda in anteprima dei primi due episodi proprio quel giorno.

    Paloma López Campos-28 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

    La piattaforma “acontra+” annuncia che la sesta stagione di “The Chosen” arriverà in Spagna il 17 novembre 2026. Composta da sei episodi, in questa stagione Dallas Jenkins accompagna gli spettatori attraverso le ultime ore di Gesù prima della Passione.

    Come gran finale di stagione, e per sottolinearne l’importanza, il momento della Crocifissione sarà proiettato per la prima volta nelle sale cinematografiche come lungometraggio.

    I primi due episodi saranno disponibili su “acontra+” il 17 novembre, dopodiché verrà pubblicato un nuovo episodio ogni martedì.

    Sebbene il trailer ufficiale non sia ancora stato pubblicato, il team di «The Chosen» ha messo a disposizione dei fan della serie di successo un “teaser trailer” più breve con le prime immagini della nuova stagione:

    La serie biblica di grande successo

    “The Chosen” ha già totalizzato oltre 300 milioni di spettatori, affermandosi come una delle più grandi produzioni bibliche della storia. Inoltre, trattandosi di una produzione indipendente, è già considerata uno dei grandi successi dell’ultimo decennio.

    I suoi protagonisti sono ormai ben noti, e spicca in particolare la performance di Jonathan Roumie, che interpreta Gesù. Il cast è stato persino ricevuto da Papa Francesco nel 2021 e da Papa Leone XIV nel 2025.

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