Vaticano

In cosa investe la «banca del Vaticano»? Lo spiega l’IOR nel suo nuovo rapporto

L’Istituto per le Opere di Religione (IOR) del Vaticano ha registrato un utile netto di 51 milioni di euro nel 2025 e ribadisce il proprio impegno a favore di una gestione finanziaria trasparente, responsabile e basata sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

Teresa Aguado Peña-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

L'Istituto per le Opere di religione (IOR), noto come la «banca del Vaticano», ha pubblicato martedì il proprio Rapporto di sostenibilità 2025, in cui si evidenzia un utile netto di 51 milioni di euro e un aumento del valore economico generato fino a 67,6 milioni di euro, rispetto ai 50 milioni registrati l’anno precedente. Il documento sottolinea inoltre l’impegno dell’Istituto a favore di una gestione finanziaria trasparente e responsabile, ispirata alla Dottrina Sociale della Chiesa.

Il rapporto illustra i progressi compiuti nel corso del 2025 nell’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nell’attività dell’Istituto. Secondo l’IOR, la sua politica di investimento continua a ispirarsi ai principi della fede cattolica, escludendo gli investimenti in imprese le cui attività sono considerate dannose per la vita umana, l’ambiente, la società o il buon governo. In questo contesto, tutte le linee di gestione patrimoniale sono risultate pienamente compatibili con i principi etici cattolici e hanno ottenuto rendimenti lordi positivi.

Maggiori vantaggi per la missione

In ambito economico, l’Istituto spiega che il valore generato è stato distribuito principalmente tra il Santo Padre (36 %), i dipendenti (23 %) e i fornitori (14 %), mentre il resto è stato destinato a rafforzare il patrimonio dello IOR per garantirne la solidità e la sostenibilità a lungo termine. Inoltre, la gestione degli attivi affidati ha permesso di generare circa 142,5 milioni di euro di valore, contribuendo alla missione sociale e finanziaria dell’Istituto al servizio della Chiesa universale.

Il rapporto pone inoltre l’accento sulla formazione del personale. Nel corso del 2025, l’IOR ha erogato oltre 2.700 ore di formazione tecnica e specialistica ai propri dipendenti, comprese 300 ore dedicate alla conformità normativa, alla gestione dei rischi e all’audit, oltre alla formazione religiosa. Ha inoltre portato avanti un programma di educazione economico-finanziaria rivolto a 300 clienti, con l’obiettivo di promuovere una cultura finanziaria coerente con i principi etici cattolici.

Digitalizzazione e sostenibilità ambientale

In ambito ambientale, l’Istituto sottolinea l’impulso dato alla digitalizzazione attraverso lo sviluppo del servizio di banca online «IORPortal» e la digitalizzazione completa della documentazione archiviata. Queste misure hanno consentito di ridurre del 37 % l’acquisto di carta nel corso dell’anno, mentre la totalità dei rifiuti prodotti è stata destinata a processi di recupero.

L’IOR conclude che la pubblicazione del Rapporto di sostenibilità 2025 riflette la sua volontà di integrare la responsabilità economica, la cura delle persone e la tutela dell’ambiente in un modello finanziario orientato alla creazione di valore sostenibile e coerente con la Dottrina sociale della Chiesa. Attualmente, l’Istituto fornisce servizi bancari e di investimento a oltre 12.000 clienti legati alla Chiesa cattolica in più di 110 paesi.

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Evangelizzazione

“Il massimo che può fare il direttore spirituale è suggerire, porre domande, ma chi decide è colui che viene guidato”

Intervista a Manoel Augusto Santos, sacerdote di Porto Alegre (Brasile), che ha appena pubblicato un Manuale di direzione spirituale.

Javier García Herrería-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

In un’epoca caratterizzata dall’iperconnessione, dalle crisi di identità e dalla costante ricerca di risposte immediate, prendersi cura della propria vita interiore è diventata una sfida controcorrente. Come trovare la pace, discernere la volontà di Dio nella vita quotidiana e progredire verso la santità in mezzo al frastuono quotidiano? Per rispondere a questa domanda, la Chiesa custodisce da secoli un tesoro immenso: la direzione spirituale.

Per approfondire questo percorso, oggi parliamo con padre Manoel Augusto Santos, sacerdote dell’arcidiocesi di Porto Alegre (Brasile), ordinato nel 1990. Padre Manoel è ingegnere chimico e ha conseguito il dottorato in Teologia presso l’Università di Navarra. Nel corso del suo ministero, oltre alla sua attività di docente universitario, ha servito direttamente la Chiesa universale in Vaticano, in qualità di funzionario della Congregazione per il Clero.

Ha raccolto tutta questa visione, sia teologica che di prima linea pastorale, nel suo nuovo libro: Manuale di direzione spirituale (Rialp), una guida pratica e didattica pensata sia per coloro che hanno il delicato compito di guidare le anime, sia per i fedeli che desiderano trarre il massimo beneficio da questo strumento di santificazione.

Cosa l'ha spinta a raccogliere la sua esperienza in un manuale?

–Dopo aver tenuto un corso sulla direzione spirituale, organizzato dalla Conferenza Episcopale Nazionale del Brasile, rivolto ai rettori e ai direttori spirituali dei seminari della Regione Nord-Est III, il rettore del seminario principale di quella regione, a nome dei partecipanti, mi ha chiesto di mettere per iscritto quanto avevo esposto.

A chi è rivolto principalmente questo libro?

–Questo libro è rivolto ai direttori spirituali e a coloro che ricevono la direzione spirituale, a chi desidera diventare direttore spirituale e persino a chi desidera essere un buon allievo.

Se dovesse riassumere la tesi principale del suo manuale in una sola frase, quale sarebbe?

–L’essere umano non nasce già formato, ma si forma, con la grazia di Dio e, in modo eccellente, con l’aiuto della direzione spirituale.

Quali sono gli errori più comuni o i pericoli che un direttore spirituale deve evitare?

–La superficialità, la mancanza di sincerità e la scarsa dedizione da parte del subordinato. Il fatto che il dirigente non prenda sul serio il fatto di essere un essere umano; la necessità di essere un buon subordinato per essere un buon dirigente; la tentazione di dominare e dare ordini, e l’autosufficienza da parte del dirigente.

Si ha l’impressione che, negli ultimi decenni, la Chiesa stia cambiando il proprio approccio alla direzione spirituale, passando, per così dire, da una prospettiva di cieca obbedienza al direttore spirituale a un accompagnamento che promuova la libertà interiore orientata alla volontà di Dio. È corretta questa analisi?

–Sì, non si deve cercare di creare robot telecomandati, privi di capacità di scelta e di opinione, basati sull’obbedienza, ma formare anime dotate di discernimento, che sappiano fare uso della libertà. Il massimo che può fare il direttore è suggerire, mettere in discussione, richiamare l’attenzione, ma chi decide è chi viene guidato, con tutta la responsabilità che ne deriva.

Oggigiorno, molte persone ricorrono all’intelligenza artificiale per chiedere consigli sulla salute o sullo sviluppo personale. Alcune lo fanno anche in relazione alla propria vita spirituale. Cosa ne pensa di questo fenomeno?

–L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nella vita accademica, giuridica, medica, familiare e così via. Ed è arrivata per restare. Stiamo già vivendo ciò che fino a pochi anni fa era fantascienza. È inutile voler tornare indietro nel tempo. Si può utilizzare con prudenza e discernimento, senza smettere di cercare fonti altamente affidabili. Cosa ci riserva il futuro?

Oggigiorno si parla sempre più spesso di abusi spirituali. Cosa ne pensa di questo fenomeno? Viene contestualizzato in modo adeguato?

–È un problema complesso. Senza dubbio, si sono verificate una serie di situazioni che avrebbero dovuto essere evitate attraverso la formazione e non solo con gli ordini. C’è anche buona volontà, ma manca maturità umana e spirituale.

A chi non ha mai avuto un direttore spirituale e sente il desiderio di cercarne uno, che consiglio darebbe per compiere quel primo passo?

–Pregare chiedendo allo Spirito Santo la luce per riconoscere una persona dotta e santa, e affinché lui stesso prenda sul serio la direzione spirituale.


Manuale di direzione spirituale

Autore: Manoel Augusto Santos
Editoriale: Rialp
Anno: 2026
Numero di pagine: 372
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Vaticano

Papa Leone ai giovani: «Gesù non vuole che siate fannulloni»

Il Papa ha incoraggiato i giovani a fare un uso responsabile dei social media e a chiedersi quale sia la missione che Dio ha in serbo per le loro vite.

OSV / Omnes-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

In un videomessaggio del 25 luglio, Papa Leone XIV ha esortato i giovani a non diventare «tele-dipendenti», aggiungendo che la Chiesa ha bisogno della loro energia missionaria e della loro «santa ribellione».

«Gesù non vuole che siate ‘giovani fannulloni’, compiacenti o che vi accontentiate della comodità del ‘si è sempre fatto così'», ha affermato Papa Leone, citando la frase in spagnolo che Papa Francesco ha utilizzato durante il suo discorso alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 a Cracovia.

La Chiesa ha bisogno di giovani missionari

In un videomessaggio in spagnolo inviato ai giovani di Chota e Cutervo, in Perù, in occasione della celebrazione della loro seconda Giornata Diocesana della Gioventù, il Papa ha esortato i giovani a «sentire la chiamata a essere missionari nelle loro scuole, nelle loro università, nelle loro strade e nei loro campi».

«La Chiesa ha bisogno della vostra santa ribellione, della vostra energia pura e del vostro desiderio di trasformare le situazioni di sofferenza in spazi di speranza», ha affermato il Papa. «Servite con gioia, specialmente i più dimenticati, perché è lì che si trova il volto sofferente di Gesù».

È stato uno dei tre messaggi video che Papa Leone XIV ha inviato agli incontri giovanili di tutto il mondo nel corso del fine settimana.

In un videomessaggio del 26 luglio rivolto al Festival Aleluya di Fortaleza, in Brasile, Papa Leone XIV ha citato l’esempio di San Carlo Acutis, incoraggiando i giovani a non perdere mai lo «zelo missionario indispensabile per trasformare questo mondo, che ha un disperato bisogno del Vangelo».

L'uso corretto della tecnologia

«Al giorno d’oggi, ci sono ancora molte persone che hanno bisogno di sapere che è Gesù a rispondere ai loro desideri più profondi, rivelando agli esseri umani la verità su se stessi», ha affermato in portoghese. «Proclamate quindi con coraggio che una vita senza Cristo è una vita senza grazia. Egli è la via, la verità e la vita; è Lui che dà senso all’esistenza e a tutte le cose».

«Ispiriamoci all’esempio di San Carlo Acutis: egli ci mostra come mantenere Cristo sempre al centro, anche nel nostro uso della tecnologia», ha detto Papa Leone ai giovani brasiliani, esortandoli a utilizzare i social media e l’intelligenza artificiale «in modo moderato e disciplinato», e avvertendo che tali strumenti possono trascinare le persone in «un mondo irreale dove l’effimero, le mere apparenze e l’inganno finiscono per prendere il posto dei veri valori e di ciò che conta davvero».

Entusiasmo

Il Papa ha riconosciuto che l’entusiasmo che si prova in una festa come l’Alleluia può svanire col tempo, e ha affermato che per mantenerlo è necessario rimanere alla presenza di Dio attraverso la preghiera, con «costanza, perseveranza e la ferma certezza che il Padre celeste non ci abbandona mai».

Citando Papa Benedetto XVI, ha aggiunto: «Non abbiate paura di Cristo! Lui non vi toglie nulla e vi dà tutto».

In un terzo videomessaggio, inviato ai giovani riuniti a Lamego, in Portogallo, in occasione della seconda Giornata Nazionale della Gioventù «Rallegrati», Papa Leone ha riflettuto sui suoi recenti incontri con i giovani cattolici, dal Giubileo della Gioventù a Roma fino a una veglia giovanile durante il suo viaggio apostolico in Spagna, ed ha espresso la sua trepidante attesa per la Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Seul, in Corea del Sud, nell’agosto del 2027.

«È sempre speciale stare con i giovani, perché l’entusiasmo della vostra fede è contagioso!», ha detto il Papa.

Papa Leone ha incoraggiato i giovani a «incanalare la loro inquietudine affinché, nei momenti di preghiera e di silenzio, nel dialogo con Dio, possano chiedergli: “Signore, cosa vuoi che io faccia nella Chiesa e nel mondo? Qual è la mia vocazione? Mi chiami a formare una famiglia attraverso il matrimonio? Oppure mi chiami piuttosto alla vita sacerdotale? O alla vita religiosa?”

«Non abbiate paura dell’inquietudine che provate! Sfruttate al massimo questo impulso per avvicinarvi ancora di più a Cristo e rendere testimonianza ai valori del Vangelo», ha detto il Papa.

Di Courtney Mares, Notizie OSV

L'autoreOSV / Omnes

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È facile conoscere Gesù

Leggere la vita di Gesù in soli cinque minuti al giorno è molto più facile di quanto sembri. Scopri come ripercorrere i quattro Vangeli per intero in meno di tre mesi con questo semplice metodo.

28 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Forse abbiamo pensato che leggere il Vangelo fosse una cosa molto complicata perché è molto lungo, e che non avremmo mai avuto il tempo di leggere tutti e quattro i racconti per intero. Ma le apparenze ingannano.

Possiamo iniziare a leggere il Vangelo secondo Marco, che è il più breve di tutti. È composto da sedici capitoli, tutti di lunghezza molto simile. Ho fatto la prova: se si dedicano solo cinque minuti alla lettura di un capitolo al giorno, in appena sedici giorni si sarà letta l’intera vita di Gesù. In questo modo conosceremo i suoi miracoli, le sue parabole, la sua predilezione per i peccatori e chi erano gli apostoli. Infine, scopriremo anche quanto ci ama nell’Eucaristia, e attraverso la sua Passione, Morte e Risurrezione, fino al momento in cui ci saluta con l’Ascensione. Ma, allo stesso tempo, rimane nell’Eucaristia, ci dona sua Madre come nostra Madre e ci invia lo Spirito Santo.

Allo stesso modo, anche gli altri tre Vangeli ci mostrano l’essenziale, ciascuno con le proprie caratteristiche. Quello con il maggior numero di capitoli è quello di san Matteo, con ventotto; san Luca ne ha ventiquattro e san Giovanni ventuno. In altre parole, se sommiamo i capitoli dei quattro Vangeli, si ottiene un totale di ottantanove.

Se continuiamo a leggere —dopo San Marco— Cinque minuti al giorno: in meno di tre mesi avremo letto tutto ciò che Gesù vuole da noi attraverso i quattro evangelisti. E più volte li leggeremo, meglio conosceremo Gesù. Leggere i Vangeli è sempre la scelta migliore perché sono i libri più importanti, essendo ispirati da Dio. Ancora una volta: ciò che è buono, se breve, è doppiamente buono.

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Evangelizzazione

Francisco Garcés: un missionario nel deserto di Sonora

La storia poco conosciuta del missionario Francisco Garcés è ricca di racconti avvincenti che egli ha vissuto mentre annunciava il Vangelo.

Agenzia di stampa OSV-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

– OSV News / Jeremy Beer

L'entusiasmo per le missioni fu un fenomeno che si diffuse in tutta Europa durante il pio XVII secolo.

Eusebio Kino nacque otto anni dopo il suo compagno, il sacerdote ed esploratore Jacques Marquette, nel Tirolo italiano. Proprio come il famoso padre Marquette, entrò nell’ordine dei gesuiti da giovane e ben presto sentì un intenso desiderio di diventare missionario. Inviato a Città del Messico nel 1681, questo sacerdote energico, affascinante e di bell’aspetto fondò ben due dozzine di missioni in Bassa California, Sonora e nell’odierno Arizona prima della sua morte, avvenuta nel 1711. È stato dichiarato “venerabile” nel 2020.

Ma Kino, che trascorse poco tempo all’interno dei confini degli attuali Stati Uniti, non è il protagonista di questo racconto, bensì il suo successore più capace nella remota missione di San Xavier del Bac: un frate francescano di nome Francisco Garcés.

Originario della provincia spagnola dell’Aragona, padre Garcés giunse nel 1768 a San Xavier, situata a poche miglia a sud di Tucson. Nei successivi otto anni intraprese una serie di incredibili viaggi — che gli spagnoli chiamavano “entradas” — verso le terre sconosciute (almeno per gli europei) situate a nord e a ovest.

Proprio come padre Marquette, ha lasciato una preziosa testimonianza documentaria delle terre che ha scoperto e delle popolazioni indigene che ha incontrato. Proprio come padre Marquette, ha lasciato anche un’eredità di relazioni pacifiche e di grande rispetto nei confronti delle popolazioni indigene del sud-ovest.

Collaborazione con San Junípero Serra

Le prime due “spedizioni” di padre Garcés lo condussero verso nord, fino al fiume Gila. Man mano che avanzava verso ovest, scoprì, grazie alle popolazioni amichevoli che vivevano in quella zona — popoli oggi conosciuti come O’odham e Piipaash —, che esistevano rapporti commerciali e di comunicazione con gli indigeni che vivevano lungo la costa della California, dove il suo conoscente e confratello francescano Junípero Serra aveva recentemente iniziato a fondare missioni.

Questo era importante, poiché gli spagnoli non conoscevano una via terrestre per raggiungere l'Alta California partendo dal confine nord-occidentale della Nuova Spagna — gli attuali Sonora e Arizona.

Per questo motivo, padre Garcés si mise alla ricerca di una di esse. Nell’estate del 1771, viaggiando con scarse provviste, senza altri spagnoli e con guide indigene che andava assumendo lungo il percorso, si fece strada in sella a un mulo attraverso il deserto rovente e arido della Sonora fino a raggiungere la confluenza dei fiumi Gila e Colorado.

Fu accolto da un uomo che gli spagnoli conoscevano come Salvador Palma, un potente capo degli indigeni quechua che controllavano la zona. Contro il consiglio dei suoi gentili ospiti, padre Garcés proseguì verso ovest attraverso un territorio ancora più inospitale fino a scorgere la catena montuosa che, come giustamente intuì, si frapponeva tra lui e la costa.

Tre anni dopo, padre Garcés ripeté l'impresa, questa volta in qualità di guida principale di una spedizione ufficiale composta da 20 soldati guidati da un ufficiale militare di frontiera di nome Juan Bautista de Anza.

Sopravvivendo a stento grazie soprattutto all’acqua trovata in giare situate in remote zone montuose, la spedizione di Anza riuscì a farsi strada dal presidio spagnolo di Tubac, in Arizona, fino a Yuma, e da lì alla Missione di San Gabriel, alle porte dell’odierna Los Angeles, dove quegli uomini emaciati, sporchi e laceri furono accolti con gioia da quattro frati vestiti di stracci. Padre Garcés celebrò la Pasqua del 1774 con San Junípero Serra alla Missione di San Diego prima di tornare a San Xavier del Bac.

Esplorazione in solitaria

Il successo della spedizione di Anza spinse la Spagna a organizzarne un’altra nel 1775. Questa volta, Anza avrebbe guidato quasi 300 uomini, donne e bambini verso Monterrey e San Francisco per diventare i primi veri coloni europei dell’Alta California. Padre Garcés lasciò quella spedizione a Yuma. Da lì intraprese un viaggio di esplorazione in solitaria davvero straordinario, che rese comprensibile per la prima volta agli occhi degli europei gran parte di ciò che oggi conosciamo come il sud-ovest degli Stati Uniti.

Il suo obiettivo era individuare un percorso migliore sia da Sonora a Monterrey che da Monterrey al Nuovo Messico. Nei dieci mesi successivi, percorse il fiume Colorado fino alla sua foce, poi risalì il fiume fino alle vicinanze dell’odierna Laughlin, in Nevada (stato in cui fu il primo europeo a mettere piede), attraversò poi l’inesorabile deserto del Mojave fino alla Missione di San Gabriel, si addentrò nella grande Valle Centrale della California passando per l’odierna Bakersfield, tornò indietro attraverso il Mojave e l’Arizona nord-occidentale fino al Grand Canyon (dove compì una discesa da brivido per visitare gli Havasupai, che vivevano, allora come oggi, vicino alle famose cascate che portano il loro nome) e proseguì più a est fino al villaggio hopi di Oraibi, prima di tornare infine a San Xavier del Bac.

In generale, padre Garcés trovò sia una grande apertura verso il Vangelo (scoprì che uno stendardo raffigurante da un lato la Vergine con il Bambino e dall’altro un uomo che subiva i tormenti dell’inferno era straordinariamente efficace nel trasmettere il suo messaggio fondamentale) sia un’ospitalità salvifica (spesso portava con sé pochissimo cibo, se non addirittura nulla).

L'ospitalità degli indigeni non era riservata esclusivamente agli esseri umani. Un giorno, il suo mulo rimase impantanato nel fango. Gli indiani Cocopah presso cui alloggiava “corsero tutti in suo aiuto, lo tirarono fuori a braccia e lo portarono vicino al fuoco per riscaldarlo”.

Scambio di un cavallo in cambio della libertà delle schiave

Il diario di padre Garcés è pieno di episodi confortanti come questo. Tuttavia, c’era anche molta oscurità. Lungo il fiume Colorado, ad esempio, padre Garcés si imbatté in un gruppo di Chemehuevi che portavano con sé due bambine Halchidhoma catturate come schiave. La schiavitù era praticata in tutta l’America indigena e, sebbene fosse illegale, gli spagnoli di frontiera incoraggiavano questo commercio acquistando e detenendo spesso schiavi, una pratica che religiosi come padre Garcés dedicarono molto tempo e inchiostro a denunciare e criticare. Per quanto riguarda le bambine halchidhoma, padre Garcés consegnò un cavallo in cambio della loro libertà.

La guerra intertribale era endemica quanto la schiavitù tra le tribù. Umile e tenace al tempo stesso, padre Garcés possedeva un talento speciale nel conquistare la fiducia e l’amicizia degli indigeni (uno dei suoi confratelli affermò che padre Garcés era “così portato per andare d’accordo con gli indiani e muoversi tra loro che sembrava quasi un indiano lui stesso”), e ovunque andasse cercava, a volte con successo, di negoziare accordi di pace. Sognava di fondare una dozzina o più di nuove missioni nell’odierno Arizona e nella California meridionale, non solo per salvare le anime dei nativi, ma anche per diffondere quelle che egli considerava le evidenti benedizioni della civiltà spagnola, in primo luogo la pace civile.

Non era destino che andasse così. Il mancato rispetto delle promesse spagnole, una leadership militare avventata e i timori dei Quechua provocarono una rivolta a Yuma nel luglio del 1781, durante la quale padre Garcés e altri tre frati, insieme ad altri 127 spagnoli, furono uccisi.

Il monumento a padre Garcés che oggi si erge lungo il fiume Colorado, di fronte alla Missione Indigena di San Tomás, è più imponente di quello dedicato a padre Marquette a St. Ignace, nel Michigan. Tuttavia, è ancora meno visitato.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in inglese su OSV News. Lo ripubblichiamo su Omnes con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

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Spagna

Mons. Alejandro Arellano presiederà la Giornata della Famiglia a Torreciudad, in attesa della decisione del Vaticano

Il Santuario punta anche sulla testimonianza di una coppia di missionari digitali, sulla scia del successo riscosso lo scorso anno con Nachter e Rose.

Javier García Herrería-27 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Santuario di Torreciudad si prepara ad accogliere la 34ª edizione della Giornata Mariana della Famiglia, un evento festivo che ogni anno riunisce migliaia di famiglie in una giornata di preghiera, convivialità e devozione sotto la protezione della Vergine Maria.

L'edizione di quest'anno vedrà la presenza di una figura di particolare rilievo ecclesiastico: la Messa principale e le cerimonie più importanti saranno presiedute da mons. Alejandro Arellano Cedillo, arcivescovo titolare di Bisuldino e decano del Tribunale della Rota Romana.

Una figura chiave nel momento decisivo del Santuario

La partecipazione di mons. Arellano a questo evento di massa suscita particolare interesse in ragione dell’incarico che ricopre per mandato diretto della Santa Sede. Il prelato è stato nominato Commissario Pontificio Plenipotenziario per il complesso di Torreciudad con il compito di istruire e risolvere la controversia giuridica e amministrativa tra la diocesi di Barbastro-Monzón e la Prelatura dell’Opus Dei in merito allo status canonico e alla regolarizzazione del santuario.

Mentre le parti coinvolte e la comunità ecclesiale attendono la sentenza definitiva e la proposta di risoluzione elaborata dal giurista di Toledo, la presenza di Arellano in qualità di celebrante principale sottolinea il clima di normalità istituzionale, di vicinanza pastorale e di incontro con i fedeli che caratterizza la vita quotidiana del santuario mariano.

Un programma ricco di eventi per tutta la famiglia

Il programma del 12 settembre avrà inizio alle ore 9:00 con l’apertura dell’area e le confessioni, per poi proseguire a mezzogiorno con la preghiera, le tradizionali offerte e la Santa Messa solenne delle ore 12:30, seguita dal commovente momento in cui i bambini si presenteranno alla Vergine.

Dopo la pausa pranzo, il pomeriggio unirà la musica all’esibizione del Coro del Colegio Alborada e al dibattito sul fidanzamento e sul matrimonio «Parliamo d’amore… davvero», tenuto da Quique Mira e María Lorenzo, e la recita del Santo Rosario con l'Esposizione Solenne che chiuderà la giornata alle ore 17:00.

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La trappola del vittimismo: perché il credente si sente più perseguitato di quanto non lo sia in realtà?

C’è molto da imparare da convertiti come Ana Iris Simón o Ernesto Castro e dal modo nuovo con cui guardano a molti aspetti del cristianesimo.

27 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La settimana scorsa, al Osservatorio dell'invisibile, Ernesto Castro raccontava con la sua consueta ironia la sua esperienza dopo il recente battesimo. Si aspettava, diceva, ostilità, sospetti, qualche tipo di attacco all’altezza del passo che aveva appena compiuto. Invece, si è ritrovato di fronte a una vita quotidiana che continuava a scorrere esattamente come prima. Scherzava dicendo che stava ancora aspettando “gli stigmi”, chiedendosi con tono scherzoso cosa avesse fatto di male per non essere perseguitato.

Qualche mese prima, Ana Iris Simón —anch’essa convertita da poco, cresciuta in una famiglia atea— raccontava qualcosa di simile nel Congresso Cattolici e vita pubblica. Ciò che la sorprendeva era il pessimismo che spesso riscontrava tra i credenti, poiché percepiva un discorso cupo e privo di speranza che contrastava con ciò che lei stessa provava. Provenendo da un ambiente ateo che descriveva come “freddo”, la comunità di fede le appariva, al confronto, accogliente.

Entrambe le testimonianze evidenziano lo stesso paradosso: chi fa parte da tempo di una comunità — sia essa religiosa, politica o di qualsiasi altro tipo — tende a sentirsi più sotto assedio e a percepire l’ambiente circostante in modo più cupo rispetto a chi è appena arrivato. Il nuovo arrivato, con il suo sguardo fresco e incontaminato, coglie con maggiore nitidezza sia gli aspetti positivi del luogo sia la sproporzione del pessimismo ambientale. Non si tratta di un’impressione isolata di due intellettuali convertiti, bensì di un fenomeno che la psicologia sociale documenta ormai da decenni.

L'adattamento cancella ciò che c'è di buono e lascia ciò che c'è di cattivo

Il primo meccanismo rilevante è l’adattamento edonistico di Harry Helson: quando uno stimolo rimane costante, smette di suscitare la stessa risposta emotiva. Per chi ha trascorso tutta la vita in una comunità, gli aspetti positivi dell’appartenenza ad essa — il conforto, il senso, la compagnia — sono diventati invisibili per abitudine. 

Ciò che invece continua a risaltare sono gli attriti, le critiche esterne e i conflitti. Il neofita, non essendo abituato a molte cose, percepisce il contrasto in tutta la sua pienezza: nota il calore dell’ambiente con la stessa intensità con cui un veterano non lo nota più.

Il bias di negatività: le cose negative hanno più peso

A ciò si aggiunge quanto scoperto da Roy Baumeister e dai suoi colleghi: gli eventi, i commenti o le minacce negative lasciano un’impronta psicologica più profonda e duratura rispetto a quelli positivi di pari entità.

Questo pregiudizio negativo fa sì che una critica ostile alla fede, o una notizia negativa sull’istituzione, abbia un peso molto maggiore nella memoria e nell’umore collettivo rispetto a decine di interazioni neutre o gentili. Chi è esposto da anni a questo continuo stillicidio di negatività — dibattiti, titoli dei giornali, commenti sui social — accumula una sensazione di assedio che non corrisponde necessariamente alla frequenza reale dell’ostilità, ma alla sua intensità emotiva.

Vedere nemici dove l'altro vede indifferenza

Esiste inoltre un fenomeno ampiamente documentato denominato “effetto dei media ostili”, descritto originariamente da Vallone, Ross e Lepper nel 1985. Nel loro classico esperimento, sostenitori e oppositori di una stessa causa guardavano lo stesso materiale informativo ed entrambe le parti, in modo simmetrico, lo percepivano come di parte contro la propria posizione.

Ecco perché le sensazioni suscitate da una stessa partita di calcio sono così diverse tra le due squadre. Capiamo ora perché gli argentini si sono sentiti trattati ingiustamente ai Mondiali?

Se si applica questo pregiudizio alle questioni di fede, si capisce come più una persona si identifichi con il proprio gruppo, più tenda a interpretare l’atteggiamento generale circostante — il tono del dibattito pubblico, la cultura popolare, la società laica — come sistematicamente ostile, anche se in realtà quella società è per lo più indifferente. 

La distruzione di un cuore cristiano

Nessuno di questi meccanismi implica che l’ostilità nei confronti dei credenti non esista, né che le critiche alla Chiesa siano prive di fondamento in alcuni casi. Ciò che questi esperimenti suggeriscono è che l’intensità con cui si percepisce l’assedio non è un indicatore affidabile della reale temperatura dell’ambiente, bensì il risultato di una serie di pregiudizi cognitivi — adattamento, negatività, identificazione di gruppo — che agiscono con maggiore forza quanto più a lungo si rimane all’interno. 

Ecco perché, paradossalmente, a volte ci vuole lo sguardo di chi è appena arrivato per ricalibrare quello di chi vive lì da sempre. 

Vale la pena soffermarsi su un aspetto che non è solo un problema di percezione errata, ma un problema spirituale: questi stessi pregiudizi, quando si radicano nel cuore, rendono materialmente più difficile vivere l’essenza del messaggio cristiano.

Il comandamento di amare il prossimo presuppone, come minimo, considerare il prossimo come qualcuno capace di essere amato e di amare. Ma se i pregiudizi negativi hanno finito per creare la sensazione che quel prossimo specifico — il vicino di casa laico, il collega di lavoro che ti prende in giro, la cultura ambientale in generale — sia fondamentalmente ostile, allora l’amore per il prossimo smette di essere percepito come un comandamento impegnativo e comincia a essere vissuto come qualcosa di direttamente in contraddizione con la propria sopravvivenza emotiva. 

Il pregiudizio non annulla il comandamento, ma lo rende psicologicamente più difficile da rispettare in un modo che probabilmente non corrisponde alla realtà.

Qualcosa di simile accade con la gioia e la speranza, che nella tradizione cristiana non sono un elemento facoltativo, ma un segno distintivo —san Paolo insiste sulla gioia persino in carcere—. Se l’attenzione è costantemente catturata dagli episodi di rifiuto, quei pochi momenti vividi di ostilità finiscono per pesare sulla memoria molto più dei mille momenti neutri o positivi che ci circondano. Il risultato è un cristiano che, senza volerlo, vive immerso in uno stato d’animo difensivo e cupo, esattamente l’opposto di ciò che la sua stessa fede gli chiede di incarnare davanti agli altri. 

La disperazione che Ana Iris Simón percepiva entrando negli ambienti ecclesiali è la conseguenza diretta del fatto che questi pregiudizi, se non corretti, finiscono per occupare il posto che dovrebbe spettare alla speranza.

Nulla di tutto ciò costituisce un’accusa né un motivo di colpa: si tratta di pregiudizi umani, comuni a qualsiasi gruppo e, in quanto tali, non si risolvono con la forza di volontà, ma con la consapevolezza della loro esistenza. 

Proprio per questo lo sguardo di chi si è convertito da poco —quello di un Ernesto Castro che si aspetta di trovare segni di emarginazione e invece non li trova, quello di un’Ana Iris Simón che trova calore— può fungere da utile spunto per chi fa parte della comunità da tempo: un promemoria del fatto che il prossimo, visto senza il filtro accumulato da anni di pregiudizi, è spesso molto più gentile di quanto la memoria selettiva voglia far credere.

L'autoreJavier García Herrería

Editore di Omnes. In precedenza, ha collaborato con diversi media e ha insegnato filosofia a livello di Bachillerato per 18 anni.

Evangelizzazione

La svolta cattolica è reale?

Notizie sui battesimi, film sulla vocazione o canzoni che anelano alla trascendenza. L’uomo sta tornando a cercare Dio? Perché si parla di “svolta cattolica”? Cosa è cambiato nell’uomo da spingerlo ad aprirsi alla possibilità di Dio?

Mariano Crespo-27 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Da alcuni mesi sulla stampa del nostro Paese si discute di una presunta “svolta cattolica”. Questa sarebbe avvalorata da diversi fatti, come ad esempio il significativo aumento dei battesimi di adulti in Francia. Secondo un rapporto della Conferenza Episcopale Francese (CEF), nel 2025 sono stati 17.800 i catecumeni (adulti e adolescenti) che hanno ricevuto il battesimo in quel Paese durante il periodo pasquale, il che rappresenta un aumento del 45 % rispetto al 2024. Questi risultati sarebbero i più alti mai registrati dalla creazione di questa indagine da parte della CEF più di vent’anni fa (nel 2002). D’altra parte, si conferma e si rafforza in modo molto significativo una tendenza già osservata nello studio dello scorso anno: la quota crescente, e ormai maggioritaria, di giovani tra l’insieme dei catechumeni. Nel nostro Paese questa svolta sarebbe illustrata dal boom di determinati movimenti ecclesiali rivolti fondamentalmente ai giovani e, più recentemente, dal successo del film Domenica, incentrata su una ragazza di 17 anni che sta seriamente valutando l'idea di abbracciare la vita religiosa di clausura.

Queste e altre circostanze hanno portato sociologi e pensatori a sostenere che ci troviamo di fronte a una sorta di “rinascita” del cattolicesimo. Ciò avverrebbe dopo anni in cui professare questa fede era considerato una scelta privata, paragonabile a una preferenza soggettiva e, quindi, irrazionale, che era persino oggetto di scherno e derisione. In questo modo, sembrerebbe che la diagnosi di Byung-Chul Han all’inizio del suo libricino su Dio, in cui si sostiene che “non è Dio che è morto, ma l’essere umano al quale Dio si rivelava”, sia eccessivamente pessimista.

Ritrovare Dio

Comunque sia, ciò che è certo è che, ben prima che si parlasse di questa “svolta cattolica”, abbiamo assistito, nell’ambito del pensiero, a una sorta di “svolta teologica” o a un rinnovato interesse per la questione di Dio e per il fenomeno religioso. Certamente, in gran parte di ciò che, in termini generali, viene definito “Modernità”, si è verificata una sorta di autolimitazione o automutilazione della ragione stessa, poiché essa era concentrata esclusivamente nell’ambito delle scienze empiriche. Quando oggi parliamo di una dimostrazione razionale o di una dimostrazione scientifica, automaticamente tutti pensiamo al lavoro che, ad esempio, si svolge in un laboratorio. Tuttavia, si è sempre più affermata la considerazione – peraltro genuinamente cattolica – della necessità di un ampliamento del raggio d’azione della ragione, come ha sostenuto Josef Ratzinger/Benedetto XVI sia nella sua opera teologica che nel suo ministero petrino.

In questo contesto, importanti correnti filosofiche si sono aperte alla riflessione sul “fenomeno” Dio, analizzando il modo in cui ci si presentano Dio e le “cose di Dio”. Certamente, come ha già sottolineato il teologo Joseph Ratzinger nel suo Introduzione al cristianesimo, tra Dio e l’uomo c’è un abisso infinito. Siamo stati creati in modo tale che i nostri occhi possano vedere solo ciò che non è Dio. Dio resterà sempre al di fuori del nostro campo visivo. Tuttavia, come riconosce lo stesso Ratzinger, l’atteggiamento espresso nella parola credo significa “una forma primaria di rapportarsi all’essere, all’esistenza, a sé stessi e a tutto ciò che è reale”. È una scelta attraverso la quale si afferma che nel profondo dell’esistenza umana “c’è un punto che non può essere sostenuto né supportato dal visibile e dal comprensibile”. In questo modo, la fede cristiana considera l’invisibile più reale del visibile.

Tuttavia, è lecito chiedersi, insieme a sant’Agostino, fino a che punto “le cose invisibili di Dio siano comprese e viste attraverso le cose create”? Pensatori contemporanei come Jean-Luc Marion, tra gli altri, hanno sottolineato ciò che hanno definito “il paradosso fenomenologico”. Con questa espressione il filosofo francese si riferisce all’apparente contraddizione dell“”apparire di ciò che è preeminentemente inapparente, la visibilità dell’invisibile in quanto tale e che rimane tale nella sua visibilità». La questione centrale che qui si pone è: che cosa vediamo dell’invisibile? O, in altre parole, che cosa ci viene mostrato dell’invisibile nel visibile? 

Quanto sopra evidenzia che il regno dei fenomeni è molto più ampio di quello delle entità percepibili. Come sottolinea Jean-Yves Lacoste, “apparire” è più che “essere presenti ai nostri sensi”. Infatti, arriva addirittura ad affermare che “percepiamo più di quanto i nostri sensi ci consentano di percepire”. Ciò sta alla base dell’esperienza religiosa, nella misura in cui in essa il cuore dell’uomo può avvertire al tempo stesso la presenza e l’assenza di Dio. 

Una presenza “nel cuore”

In questo modo, la filosofia contemporanea si apre a modalità di “donazione” diverse dalla rappresentazione, in cui anche l’assente svolge un ruolo. È a questo che si riferisce Lacoste quando afferma che il Dio “sensibile al cuore” è al tempo stesso presente e assente, percepito e non percepito. Come ricorda questo autore, Dio è infinitamente più grande di tutto ciò che sentiamo e sappiamo di Lui. Tuttavia, ciò che non sentiamo e non sappiamo di Dio non è, in realtà, una mancanza, un’assenza, ma un “surplus”, una “presenza eccessiva”. Ciò non significa che dobbiamo mettere tra parentesi ciò che sappiamo di Dio. Questo essere infinitamente più grande di Dio rispetto alla nostra conoscenza di Lui mette in evidenza che la Sua presenza non è una presenza alla stregua di un oggetto della rappresentazione. Si tratta di una presenza al “cuore”.

Di conseguenza, questa “svolta cattolica” o, almeno, “svolta cristiana” che sembra osservarsi in alcune delle correnti filosofiche più rilevanti degli ultimi decenni va di pari passo con un recupero dell’affettività come elemento centrale, insieme alla ragione e alla volontà. Di fronte a una certa tradizione che ritiene che la sfera affettiva debba essere esclusa dall’ambito spirituale, riducendola al campo delle sensazioni corporee, degli stati emotivi o delle passioni, la filosofia contemporanea ha rivalutato il ruolo determinante che questa sfera svolge nella persona umana. Si è infatti arrivati ad affermare che, in molti ambiti, è il cuore a costituire il nostro vero io.

In sintesi, la “svolta cattolica” che sembra emergere in importanti sviluppi del pensiero contemporaneo si è concentrata sulla peculiarità dell’esperienza religiosa. In essa l’essere umano si apre con amore a un Dio personale che lo abbaglia, ma che, allo stesso tempo, percepisce come vicino. A questo si riferiva Pascal quando scriveva: “Mentre, parlando delle cose umane, si dice che bisogna conoscerle prima di amarle – cosa che è diventata un proverbio –, i santi, al contrario, parlando delle cose divine, dicono che bisogna amarle per conoscerle, e che non si entra nella verità se non attraverso la carità”.

L'autoreMariano Crespo

Direttore accademico del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea. Università di Navarra

Vocazioni

Ti presentiamo quattro suore che dedicheranno la loro vita a Dio nel 2026

Quattro donne che si dedicheranno completamente a Dio nella vita religiosa hanno storie simili. La preghiera, i sacramenti e l’adorazione hanno svolto un ruolo fondamentale nella loro decisione.

Agenzia di stampa OSV-26 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

– OSV News / Katie Yoder

Suor Catherine Lucia Phoebe Addington, delle Figlie di San Paolo, ricorda ancora la prima volta che entrò nella cappella di un convento quando frequentava la quarta elementare.

“Ho visto la lampada del santuario accesa e questo mi ha lasciata assolutamente sbalordita”, ha commentato riferendosi alla sua visita alla residenza delle suore che insegnavano nella sua scuola. “Ho detto: ‘Un attimo, le suore possono vivere con Gesù? Non lo sapevo… Iscrivetemi!’”.

Suor Phoebe è una delle quattro religiose che pronunceranno i voti nel 2026 e che hanno raccontato a OSV News la storia della loro vocazione e ciò che le ha spinte a dedicare la propria vita a Dio. I loro percorsi sono diversi: alcune sono cresciute frequentando regolarmente la Messa, altre no. Alcune sapevano di essere chiamate alla vita religiosa, mentre altre hanno percorso un cammino più complesso. Una di loro ha temporaneamente abbandonato la Chiesa prima di entrare a far parte della propria comunità. Un’altra desiderava già diventare religiosa fin da piccola.

Anche le loro storie presentano delle somiglianze. La preghiera, i sacramenti e l’adorazione hanno svolto un ruolo fondamentale. Molte di loro sono state attratte dall’amore incondizionato di Dio e dalla gioia che vedevano nei cattolici che le circondavano.

Tutti loro volevano dedicarsi completamente a Dio.

Creati per qualcosa di più

Suor María Trinity è entrata a far parte della Congregazione delle Suore Domenicane di Santa Cecilia a Nashville, nel Tennessee, dopo essere cresciuta a Gaithersburg, nel Maryland. I suoi genitori sono giunti negli Stati Uniti durante la guerra civile libanese e hanno cresciuto le loro tre figlie nella Chiesa greco-cattolica melchita.

“Ricordo che, quando ero più giovane, avevo la sensazione di essere destinata a qualcosa di più grande di ciò che questo mondo potesse offrirmi”, ha detto la sorella, di 30 anni.

Man mano che cresceva, la sua famiglia smise di andare a Messa con tanta regolarità. Sentiva che le mancava qualcosa e ritrovò la fede durante il terzo anno delle scuole medie, dopo aver partecipato a un progetto di volontariato in una chiesa cattolica locale.

In quel periodo partecipò anche a un raduno giovanile della Marcia per la Vita, durante il quale fu chiesto a chi stesse pensando di dedicarsi alla vita religiosa di alzarsi in piedi. Il cuore gli batteva forte.

“Non avevo affatto pensato alla vita religiosa”, ha detto. “Dentro di me mi dicevo: ‘No, no, no’”.

“Desiderio radicale” di proclamare l’amore di Dio

Suor María Trinidad ha abbracciato la fede mentre studiava ingegneria meccanica e informatica all’Università del Maryland. I suoi amici del centro studentesco cattolico le hanno parlato dei sacramenti. Frequentava la Messa, l’adorazione, la confessione, gli studi biblici e la direzione spirituale. Conobbe alcune suore e pregava insieme ai frati domenicani.

Un momento decisivo si è verificato durante l’adorazione in un ritiro di silenzio. Ha sentito Dio chiamarla affinché si donasse completamente a Lui. Quel momento è arrivato dopo che aveva partecipato anche alle Giornate della Gioventù di Steubenville e ai viaggi missionari di FOCUS.

“Ho iniziato a provare un intenso desiderio di proclamare la verità dell’amore di Dio e di come questo mondo stia volgendo al termine, ma l’amore di Dio non svanisce mai, mai”, ha detto. “Mi sono reso conto che il Signore non aveva bisogno di ciò che io potessi fare per Lui, ma che semplicemente mi voleva così come ero”.

Quando andò a trovare le suore domenicane durante il suo ultimo anno di liceo, si sentì in pace. È entrata nell’ordine nel 2018, all’età di 23 anni, e attualmente insegna alle scuole superiori in un collegio cattolico di Oak Ridge, nel Tennessee. Presterà i voti perpetui il 25 luglio.

“Qualcosa che mi agita il cuore”

Quando suor Concepción Medina, delle Suore Francescane della Carità Cristiana, aveva circa due anni, confidò a sua zia che voleva diventare suora.

Nata e cresciuta nel New Mexico, è cresciuta in un ambiente culturalmente cattolico insieme ai suoi cinque fratelli. Ha ricevuto i sacramenti, ma non frequentava spesso la chiesa. Ha vissuto un momento decisivo nel corso di una serie di piccoli momenti lungo il suo percorso verso la vita religiosa. 

“Mi sono resa conto che, nel corso della mia vita, Dio mi aveva sempre ispirato nel cuore affinché fossi solo sua”, ha detto la sorella, di 32 anni.

La spintarella di San Francesco

Quando avevo poco più di vent’anni, ricordo di aver provato “quella profonda sensazione di sapere” mentre cantavo il “Kyrie” durante la Messa.

“Sapevo con ogni fibra del mio essere che Dio mi stava chiamando alla vita religiosa e mi chiedeva di essere esclusivamente sua… Mi sono sentita a pezzi”, ha affermato. “Questa sensazione di desolazione, ovviamente, è andata cambiando col tempo e, in realtà, era dovuta al mio stesso egoismo”. 

Dio le fece capire chiaramente che doveva entrare a far parte della congregazione delle suore francescane.

“Dopo essere venuta qui in visita, il Signore ha mandato san Francesco a guidarmi sulla retta via”, ha detto, aggiungendo che vedeva immagini e statue del santo ovunque. “È stato solo quando ho ceduto e sono tornata a visitare questo luogo che ho provato un profondo senso di pace riguardo a tutto”. 

È entrata nell'ordine all'età di 24 anni. Attualmente si trova a Manitowoc, nel Wisconsin, presso la casa madre delle suore. È infermiera e si prende cura delle suore nell'infermeria. Presterà i voti perpetui il 2 agosto, durante l'Anno Giubilare di San Francesco d'Assisi.

“Posso donarmi completamente a Gesù”

Suor Joseph Lucia, della Congregazione delle Suore Domenicane di Maria, Madre dell’Eucaristia, ha parlato dalla casa madre del suo ordine ad Ann Arbor, nel Michigan. È una dei sette fratelli ed è cresciuta nella fede cattolica a Spartanburg, nella Carolina del Sud.

Questa ragazza di 28 anni ha raccontato che la prima volta in cui ha preso seriamente in considerazione la vocazione religiosa è stato durante la cresima, quando frequentava il terzo anno delle scuole medie. Il vescovo ha tenuto un discorso sulle vocazioni e ha detto che pregava affinché il suo gruppo di cresima seguisse lo Spirito Santo.

“Ricordo che pensavo e pregavo: ‘Gesù, se vuoi che diventi suora, lo farò, devi solo dirmelo’”, ha detto.

Ha iniziato a considerare più seriamente la vita religiosa alla fine del suo primo anno all’Università di Clemson, mentre studiava infermieristica e spagnolo. Ha intrapreso il suo percorso di discernimento quando sua sorella maggiore è entrata a far parte della congregazione delle Suore Domenicane.

“Questo mi ha davvero spinto a riconsiderare la questione, pensando: ‘Mio Dio, è davvero questo ciò a cui mi stai chiamando?’”, ha detto, ricordando la gioia di sua sorella.

La sua devozione per l’Eucaristia e per Maria l’ha portata a entrare nell’ordine delle suore domenicane. Il suo amore per entrambe è cresciuto durante gli anni dell’università, quando partecipava quotidianamente alla Messa e dedicava tempo alla preghiera e all’adorazione. Inoltre, si rese conto di essere attratta dalla spiritualità domenicana dopo che alcuni frati domenicani fecero visita al suo istituto scolastico.

A 21 anni ha lasciato l'università per entrare in convento. Attualmente insegna in una scuola cattolica di Findlay, nell'Ohio. Il 28 luglio pronuncerà i voti perpetui.

“Posso donarmi completamente a Gesù in risposta all’amore assoluto che mi ha dimostrato”, ha affermato riferendosi al suo ruolo di sposa di Cristo. “Posso essere un segno visibile di quanto Gesù ami la sua Chiesa, di quanto Gesù ami ogni singola anima”.

“Senso di appartenenza a Dio”

Suor Phoebe è cresciuta ad Alexandria (Virginia), dove ora vive come Figlia di San Paolo. Da bambina, era solita recarsi alla libreria della congregazione in quella città. Ora presta servizio lì come suora.

È cresciuta nella fede cattolica insieme alle sue due sorelle e ha frequentato la scuola della sua parrocchia. Questa suora, di 32 anni, ha sperimentato “quel senso totale e istintivo di appartenenza a Dio” per tutta la sua vita. Allo stesso tempo, ci sono stati alcuni momenti rivelatori lungo il suo cammino verso la vita religiosa. Le piaceva molto conoscere le vite dei santi mentre si preparava alla cresima e si rese conto che molti di loro erano suore.

Il suo percorso non è stato facile: a 18 anni ha abbandonato la Chiesa perché si è sentita scandalizzata dalla crisi degli abusi. In quel periodo, alcuni amici cristiani ortodossi l’hanno invitata nella loro chiesa.

“Ogni giorno mi ispira la testimonianza dei miei amici ortodossi, che vedendo una persona in difficoltà le hanno detto: ‘Senza alcuna pressione, non sei obbligato a entrare nella nostra chiesa; vogliamo solo che tu sappia che sei il benvenuto a pregare qui, se questo ti aiuta a rimanere vicino a Gesù’”, ha affermato.

È tornata alla Chiesa cattolica tre anni dopo, quando, tra le altre cose, Papa Francesco ha visitato gli Stati Uniti nel 2015. Il suo messaggio sull’importanza di tendere la mano agli emarginati l’ha commossa personalmente.

“Ha un piano”

Le Figlie di San Paolo, la cui missione è far conoscere Cristo, le hanno insegnato a pregare durante il suo percorso di discernimento. Attraverso la preghiera, si è innamorata di Cristo. È entrata a far parte della congregazione nel 2021, all’età di 27 anni, dopo aver conseguito un dottorato in letteratura spagnola e traduzione presso l’Università della Virginia. Ha pronunciato la prima professione il 14 febbraio, giorno di San Valentino.

“Ci sono molte persone che, per un motivo o per l’altro, si dicono: ‘Non posso essere felice’”, ha affermato. “Dio ti ama così come sei, ha un piano per te e quel piano è migliore di quanto tu possa immaginare”.

Le quattro sorelle hanno offerto i loro consigli alle giovani che stanno attraversando un periodo di discernimento. Hanno raccomandato di lasciarsi guidare da Dio e di trascorrere del tempo con le religiose. Hanno suggerito di pregare, leggere la Bibbia e ricevere i sacramenti. Hanno incoraggiato le donne ad avere fiducia in Dio.

“Soprattutto — disse suor Concepción Medina —, innamorati senza riserve di Dio e tutto andrà al suo posto”.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su OSV News. Viene ripubblicato su Omnes previa autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale in inglese QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

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Stati Uniti

A distanza di 50 anni, il convegno di Steubenville continua a suscitare vocazioni e a rafforzare la fede

Quest'estate, l'università cattolica celebra il 50° anniversario della conferenza di Steubenville, che ha cambiato la vita di molte persone.

Angelus News-26 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

– Ángelus News / Francesca Pollio Fenton | Catholic News Agency

Nel 1976, l’Università Francescana di Steubenville ha organizzato il suo primo convegno giovanile nel proprio campus di Steubenville, nell’Ohio. Quest’estate, l’università cattolica festeggia il 50° anniversario di un convegno che ha cambiato la vita di molte persone.

Sin dalla loro istituzione, le giornate dedicate ai giovani hanno aiutato più di un milione di giovani a incontrare Gesù Cristo attraverso incontri dinamici, la Messa, l’adorazione eucaristica, la confessione, la preghiera e la vita in comunità.

L'idea di organizzare una conferenza per i giovani è nata dopo che padre Michael Scanlan, TOR, ex rettore dell'Università Francescana, aveva tenuto una conferenza per i sacerdoti e aveva chiesto loro cosa potesse fare l'università per loro. Qual è stata la loro risposta? Desideravano un evento rivolto ai giovani, in particolare agli adolescenti. L’anno successivo si tenne la prima conferenza per i giovani.

“È davvero una bellissima testimonianza della fedeltà di Dio”, ha dichiarato a EWTN News padre Dave Pivonka, TOR, attuale rettore dell’Università Francescana.

“L’altro giorno pensavo che gli adolescenti che hanno partecipato alle prime giornate giovanili abbiano ormai più di 60 anni, quasi 70”, ha aggiunto. “Questo significa quindi mezzo secolo di giovani i cui cuori sono stati toccati, che hanno incontrato Gesù nei sacramenti, che Lo hanno incontrato nella comunità dei giovani riuniti… È semplicemente una pietra miliare straordinaria per i giovani. Ora, il fatto che l’Università Francescana abbia potuto farne parte e che abbiamo avuto la lungimiranza di poter offrire questa opportunità, credo sia anche una grande grazia per noi”.

La conferenza del 2026

Quest'estate, l'Università Francescana ha organizzato quattro conferenze che hanno registrato il tutto esaurito nel proprio campus di Steubenville, oltre ad altre 15 conferenze tenutesi in diverse città degli Stati Uniti.

Tra i relatori della conferenza per i giovani di quest’estate figurano padre Mike Schmitz, conduttore del podcast “The Bible in a Year”; Chris Stefanick, autore, conferenziere e conduttore televisivo; padre Leo Patalinghug, autore, conduttore di podcast e sacerdote dell’Arcidiocesi di Baltimora; Katie Prejean McGrady, autrice e conduttrice radiofonica cattolica; Paul J. Kim, relatore, autore e musicista; e molti altri ancora.

Brian Kissinger, direttore esecutivo delle conferenze della Franciscan University, ha dichiarato a EWTN News che “al centro delle nostre conferenze, al centro di questa esperienza per i giovani, c’è il Santissimo Sacramento”.

Ha spiegato che cercano anche di rendere le conferenze “il più esclusive possibile”.

“Sappiamo che gli adolescenti provengono da un milione di contesti diversi — non solo dal punto di vista geografico, ma anche emotivo, spirituale e catechistico. Alcuni hanno ricevuto un’ottima formazione e provengono da famiglie cattoliche piene d’amore; altri non sono cattolici, ma sono semplicemente venuti accompagnati dai loro amici cattolici”, ha spiegato. “Per questo ci impegniamo davvero affinché il fine settimana risulti il più accogliente possibile, per predicare il messaggio del Vangelo, che non cambia mai, ma affrontando sempre la presentazione del ‘kerigma’ partendo dal presupposto che un adolescente non conosca tutta la storia”.

Secondo Kissinger, uno dei momenti più suggestivi della conferenza si verifica durante la Messa di chiusura, quando il sacerdote che la presiede invita i giovani, sia uomini che donne, ad avvicinarsi se durante il fine settimana hanno sentito la chiamata di Dio al sacerdozio o alla vita religiosa.

Secondo l’indagine del 2026 condotta dal Centro di Ricerca Applicata all’Apostolato (CARA) tra i sacerdoti appena ordinati, il 18 % dei sacerdoti ordinati quest'anno ha partecipato a una conferenza per giovani presso l'Università Francescana di Steubenville durante il proprio percorso vocazionale.

Altri studi condotti da CARA hanno rivelato che il 21 % delle suore e il 15 % dei frati che avevano recentemente professato i voti perpetui avevano anch’essi partecipato a un raduno giovanile francescano. Complessivamente, il 18 % dei religiosi e delle religiose di recente professione ha dichiarato di aver partecipato a un incontro giovanile a Steubenville, più che a qualsiasi altro incontro cattolico di questo tipo negli Stati Uniti.

Allora, qual è il segreto del successo della Conferenza dei giovani di Steubenville tra i giovani cattolici?

“La gente mi chiede spesso: ‘Qual è il segreto del successo di questi incontri?’. Ma, sinceramente, non c’è nulla di complicato”, ha affermato Pivonka. “Quello che facciamo è riunire i giovani e offrire loro un ambiente in cui possano incontrare Gesù. Lo facciamo attraverso i sacramenti. Lo facciamo attraverso l’adorazione. Lo facciamo attraverso il sacramento della riconciliazione. Lo facciamo attraverso il culto. E lo facciamo al meglio delle nostre possibilità, per abbattere, in un certo senso, le barriere che potrebbero esistere tra loro e quell’incontro”.

“Mi piacerebbe poter dire che c’è un ingrediente segreto, ma in realtà si tratta semplicemente di creare un ambiente che favorisca l’incontro tra i giovani”, ha aggiunto.

“Non credo nemmeno a quella storia secondo cui ‘i giovani non sono ferventi o che non si possano proporre loro delle sfide’”, ha proseguito. “Voglio dire che presentiamo gli insegnamenti della Chiesa senza alcuna esitazione. E quello che stiamo constatando è che i giovani rispondono positivamente a questo”.

Da assistente riluttante a discepolo entusiasta

Elizabeth Feulner, una studentessa diciottenne di Syracuse (New York), ha partecipato a due conferenze per giovani a Steubenville.

In un'intervista con EWTN News, ha raccontato di essere stata costretta a partecipare alla conferenza durante il suo primo anno. Il gruppo giovanile della sua parrocchia era appena stato avviato e sua madre aveva ricevuto un'e-mail dal responsabile del gruppo in cui le forniva i dettagli sulla conferenza.

“Mia madre mi ha detto: ‘Devi andarci. Sembra un’occasione fantastica. Magari avessi avuto qualcosa del genere quando avevo la tua età’. E io le ho risposto: ‘Beh, è con pochissimo preavviso; non so se sarà proprio quello che mi piacerà di più’. Quindi il primo anno non è stata proprio una mia decisione”, ha spiegato Feulner.

Tuttavia, ripensando a quella prima esperienza, ha affermato che l’ha aiutata a “crescere nel mio rapporto personale con Gesù e a manifestarlo più apertamente, oltre che ad avere fiducia in questo aspetto in molti modi nella mia vita”.

Ha sottolineato che il fatto di aver frequentato da sola il primo anno le ha permesso di “sedermi davvero lì e sentire la presenza di Gesù, così come la sua opera nella mia vita”, il che a sua volta l’ha motivata a cercare relazioni “centrate su Dio” una volta tornata a casa.

Feulner ha ricordato il momento che lo ha colpito di più durante quella prima conferenza: l’adorazione eucaristica.

Quell'anno partecipò alla conferenza con un ginocchio lussato e dovette camminare con le stampelle. La funzione si teneva nel pomeriggio, ma durante il giorno aveva camminato molto, soffriva molto e, quando arrivò il pomeriggio, era esausta.

“Ero seduta lì durante l’adorazione; mi sentivo molto commossa e l’ostensorio si è fermato proprio sopra di me, e per un attimo mi è sembrato che ci fossimo solo io e Dio, e Lui mi ha detto: ‘Ti vedo e sono qui’”, ha raccontato.

“Credo che quel momento mi abbia dimostrato — e ho continuato a cercare di lasciarmi dimostrare — che Lui è sempre lì”, ha aggiunto. “E quella Sua presenza fisica lì, che mi guarda attraverso l’ostensorio, è come se fossimo solo Lui ed io. E questo ha continuato a plasmare il modo in cui vedo il mio rapporto con Dio, specialmente nei momenti difficili e nel corso di tutta la mia vita”.

Quando Feulner ha partecipato quest'anno, ha raccontato di avere una prospettiva completamente diversa e di sentirsi immensamente grata per tutto ciò che Dio aveva fatto nella sua vita da quando aveva partecipato per la prima volta l'anno precedente.

Da allora è stato creato il suo gruppo giovanile e, grazie a questo, ha stretto amicizie incentrate su Cristo; il suo fidanzato, con cui sta insieme da due anni, si è convertito al cattolicesimo, e la sua sorella minore ha potuto partecipare alla conferenza insieme a lei quest’anno.

“Mi sono sentita così grata per quest’ultimo anno e per la comunità che, sinceramente, non avrei mai pensato di poter avere quando ero giovane”, ha detto. “Quest’ultimo anno è stato fondamentale per poter finalmente contare su una comunità in Cristo, nella mia fede e su amicizie che sono semplicemente indissolubili”.

Feulner ha affermato di sperare che i partecipanti alla Conferenza dei giovani di Steubenville vivano “ad un certo punto un’esperienza che dimostri loro di essere degni del Suo amore, indipendentemente da ciò che hanno fatto, e che sappiano che Lui li vede —sia che abbiano vissuto quel momento di adorazione sia che non l’abbiano fatto—, che li vede davvero ogni giorno e in tutto ciò che vivono, e che li ama non nonostante ciò, ma proprio per questo”.


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L'autoreAngelus News

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Cultura

La Sainte-Chapelle in cemento armato

I fratelli Perret hanno rivoluzionato l'arte sacra utilizzando il cemento armato a vista nella progettazione della chiesa di Le Raincy (1923), uno spazio funzionale, economico e inondato di luce, realizzato dopo la Grande Guerra.

Javier Ortiz-Echagüe-25 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel 1923 fu inaugurata a Le Raincy, nei pressi di Parigi, una chiesa che alcuni contemporanei non sapevano bene come interpretare. Costruita interamente in cemento armato, ricordava più il mondo industriale che ciò che ci si aspettava da un edificio cristiano. Non era solo una questione di stile. La Prima guerra mondiale aveva distrutto centinaia di chiese e la ricostruzione costringeva a ripensare metodi, costi e forme. Il cemento armato si presentava allora come una soluzione rapida ed economica, anche se molti continuavano a considerarlo inadatto a un tempio.

Una chiesa per il XX secolo

I suoi architetti furono Auguste e Gustave Perret, pionieri nell’uso del cemento nell’architettura moderna. Ma l’ambizione dei Perret non era quella di rompere con la tradizione, bensì di portarla avanti con nuovi mezzi. Uno dei loro principi era la sincerità costruttiva: un edificio doveva esprimere con chiarezza la propria struttura. Fino ad allora, gli edifici signorili nascondevano il cemento sotto strati di pietra o stucco. A Le Raincy, invece, esso appare a vista, trattato come un materiale nobile.

Il dibattito suscitato dal progetto è eloquente. Sul quotidiano comunista *L’Humanité*, Jacques Mesnil lo descrisse come un edificio incoerente e arbitrario, al punto da annunciarne ironicamente il proprio fallimento come tempio: “Forse i Perret hanno agito in questa circostanza come uomini accorti che hanno pensato che, in vista della prossima Rivoluzione, valesse meglio concepire una chiesa in modo che potesse trasformarsi in pochi anni in un cinema, o addirittura in una sala da ballo”, scriveva il 17 agosto 1923. Nei media cattolici, invece, l’accoglienza fu ben diversa. In un testo precedente, apparso su *La Croix* del 7 settembre 1922, A. Fulcran la considerava un modello di costruzione economica e funzionale. “L’architettura moderna nascerà da tentativi logici come la chiesa di Le Raincy, non dalle fantasie di artisti che cercano una forma nuova sulla carta”, affermava.

La discussione era già in corso da tempo. Nel 1914, Léonce Marraud (con lo pseudonimo di Faber) aveva sollevato la questione su *La Vie et les Arts liturgiques*: se si fosse dovuto ricostruire Notre-Dame, non avrebbe avuto senso farlo “alla maniera di Viollet-le-Duc”; prima di scegliere tra stile romanico, gotico o bizantino, bisognava interrogarsi sulla “funzione attuale di una chiesa”, che non poteva ridursi né a un monumento storico né a un semplice locale funzionale.

Una Sainte-Chapelle moderna

La chiesa dei Perret sembrava rispondere a tale problema fin dalla sua stessa costruzione. La sua forma è sorprendentemente semplice. Una serie di colonne molto sottili sostiene le volte, mentre le pareti si riducono a un reticolo di cemento perforato da una moltitudine di piccole finestre. L’edificio si presenta come una struttura leggera avvolta da un’immensa superficie di vetro. L’effetto ricorda le grandi chiese gotiche, dove le pareti scompaiono per lasciare spazio alla luce delle vetrate. Tuttavia, non vi è un solo arco a sesto acuto. La volta è a botte ribassata, quasi piana. Il riferimento storico non deriva dalla forma, ma dalla luce. Paul Jamot, in un testo pubblicato dalla Gazette des Beaux-Arts nel 1923, lo riassunse con una formula che avrebbe fatto storia: Le Raincy era “la Sainte-Chapelle del cemento armato”.

Foto: Wikimedia Commons

Ma l’essenziale non era solo l’innovazione tecnica. Liberando le pareti dalla loro funzione portante, il cemento armato consentiva di organizzare l’interno come uno spazio luminoso, aperto e unitario. A differenza di molte chiese storiche, piene di cappelle laterali e angoli bui, qui lo sguardo non si disperde: tutto conduce verso l’altare. Fulcran riteneva che tale efficacia visiva fosse il risultato fondamentale: “Tutti vedranno l’altare da qualsiasi punto, e l’espediente di un pavimento in pendenza, come negli anfiteatri, contribuirà ulteriormente a garantire questa buona visibilità”. Mesnil interpretava lo stesso espediente in modo esattamente opposto. Per lui, la chiesa era concepita “come una sorta di sala teatrale”, dove i sacerdoti apparivano “come attori su un palcoscenico” e i fedeli come spettatori attenti a
le sue “gesti e grida”.

Vetrate e memoria della guerra

L'interno è dominato dalle vetrate progettate da Maurice Denis, figura centrale del simbolismo e della rinascita dell'arte religiosa in Francia. Denis cercava di dimostrare che l'arte cristiana potesse avvalersi di linguaggi contemporanei senza perdere la propria dimensione spirituale. Questa preoccupazione sfociò nel 1919 nella fondazione degli Ateliers d’Art Sacré (Atelier d’Arte Sacra) insieme a Georges Desvallières. L’obiettivo non era solo quello di creare una scuola di stile moderno, ma anche di restituire all’arte religiosa una dimensione collettiva e liturgica, così come immaginavano fosse avvenuto nelle grandi cattedrali medievali. A Le Raincy, questa aspirazione assunse una forma concreta: Denis realizzò i cartoni delle scene figurative, mentre Marguerite Huré realizzò le vetrate con la collaborazione di giovani artisti legati agli Ateliers.

Le grandi finestre si estendono lungo tutto il perimetro dell’edificio, formando una gamma cromatica che va dal giallo al blu intenso del presbiterio. Al centro di molte di esse è raffigurata una scena figurativa: episodi della vita della Vergine, ma anche un'immagine inaspettata, la battaglia dell'Ourcq, combattuta nelle vicinanze durante la Prima guerra mondiale. Le Raincy era, in parte, un monumento commemorativo legato alla battaglia della Marna e all’episodio dei taxi che trasportarono le truppe francesi al fronte nel settembre del 1914. Da qui il soprannome popolare di “Saint-Taxi”, ripreso con ironia dalla stampa dell’epoca.

La vetrata dedicata alla vittoria dell’Ourcq incarnava proprio quel mix che Mesnil riteneva intollerabile. La Vergine appare su uno scenario di guerra moderna, tra soldati, veicoli militari ed esplosioni. Per Mesnil, ciò trasformava il progetto di Denis in una forma di propaganda religiosa rivestita di patriottismo conservatore. Ma quella tensione spiega anche l’unicità storica di Le Raincy. La chiesa cercava di rispondere a una domanda del dopoguerra europeo: come costruire uno spazio sacro in una società attraversata dall’industrializzazione, dalla guerra moderna e dalla frammentazione culturale.

Un omaggio a Dio nel XX secolo

Uno degli artisti che collaborarono alla realizzazione delle vetrate fu Pierre-Charles-Marie Couturier, all’epoca un venticinquenne ancora sconosciuto, che espresse il proprio entusiasmo in una lettera dell’epoca. La chiesa gli aveva suscitato “la gioia che si può provare
un artista e un cristiano nel contemplare nella Casa di Dio il frutto di alcuni sforzi che, per la prima volta, sono degni di Essa”. Sebbene la mancanza di risorse avesse costretto a semplificare la decorazione, l’insieme gli sembrava “estremamente moderno”, di una “compostezza e una solennità davvero confortanti”. E questa era ben più di una reazione individuale. “Per noi giovani artisti — scriveva — vediamo in essa il primo risultato degli sforzi e delle dottrine che abbiamo amato e difeso contro venti e maree. L’omaggio dell’arte del XX secolo a Nostro Signore e alla Madonna: che bella gioia!”. Col tempo, Couturier sarebbe diventato una figura determinante del rinnovamento dell’arte sacra in Francia, difensore della collaborazione tra la Chiesa e gli artisti d’avanguardia.

La chiesa dei Perret lascia in eredità un messaggio semplice ma esigente: la bellezza non si eredita né si identifica con uno stile storico. Si conquista con le tecniche e le domande del proprio tempo. Lì, i nuovi materiali hanno permesso di riscoprire uno dei principi più antichi dell’architettura sacra: costruire significava anche organizzare la luce.

L'autoreJavier Ortiz-Echagüe

Docente del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea

Famiglia

I cattolici e il fenomeno sempre più diffuso del “divorzio in età avanzata”

La Chiesa cattolica deve affrontare un fenomeno in crescita: il divorzio tra coppie anziane.

Angelus News-25 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

– Angelus news / Elise Ureneck

I Beauparlant sembravano proprio il tipo di famiglia cattolica che ogni parrocchia sogna: sei figli, assidui frequentatori della Messa settimanale e profondamente devoti alla loro fede. Allison, che all’epoca aveva 46 anni, e Ted, di 50, erano sposati da 19 anni. Pochissimi tra coloro che li conoscevano avrebbero potuto prevedere che si stesse profilando una crisi.

Le parrocchie, i servizi pastorali e i tribunali stanno affrontando questa realtà man mano che si presenta. Poiché la maggior parte di questi matrimoni è durata diversi decenni, la loro fine ha ripercussioni sui figli adulti, sui nipoti, sul resto della famiglia e sugli amici.

Per quanto riguarda il divorzio, la Chiesa si è concentrata principalmente sulla prevenzione (attraverso i programmi di preparazione al matrimonio “Pre-Cana”) e sull’affrontare la questione della nullità, che viene risolta dai suoi tribunali.

Tuttavia, l’aumento dei tassi di divorzio nel lungo periodo evidenzia che ciò è ben lungi dall’essere sufficiente: ci sono più coppie che hanno bisogno di aiuto durante gli anni centrali del matrimonio, nonché di una valutazione della situazione quando giungono a un punto di rottura.

Il divorzio nella terza età: i dati

Un rapporto dell’Istituto di Studi sulla Famiglia del 2025 stima ora che il tasso di fallimento dei primi matrimoni sia pari al 40 % — il che, di fatto, rappresenta un miglioramento rispetto agli anni precedenti — e i matrimoni dell’inizio del XXI secolo durano già più a lungo rispetto a quelli della generazione precedente.

Tuttavia, c'è un gruppo che continua a rappresentare l'eccezione.

Le coppie statunitensi di età superiore ai 50 anni divorziano a un tasso doppio rispetto a quello registrato nel 1990, mentre i tassi di divorzio tra gli statunitensi di età superiore ai 65 anni sono triplicati. Nel 2019, circa il 36 % di tutti i divorzi riguardava persone di età pari o superiore a 50 anni. Tale cifra, per ora, rimane stabile.

Nel suo libro “Generazioni: Le vere differenze tra la Generazione Z, i millennial, la Generazione X, i baby boomer e la generazione silenziosa, e cosa significano per il futuro degli Stati Uniti” (Atria Books), la psicologa Jean Twenge ipotizza che l’aumento del tasso di divorzi tra i baby boomer sia legato alla loro convinzione che il matrimonio debba andare “oltre il dovere per soddisfare le più elevate aspettative di piacere sessuale e di compagnia”.

Lasciando da parte i problemi gravi —gli abusi, le coercizioni, un’unione contratta senza vera libertà—, molti decidono di porre fine alla propria relazione quando il matrimonio non soddisfa più quelle elevate aspettative, a volte dopo decenni di scarsa comunicazione e allontanamento.

E, come ha recentemente analizzato “The Wall Street Journal”, il costo del divorzio dopo i 50 anni è elevato: il calo del tenore di vita e la divisione dei beni lasciano molti in una situazione peggiore, così come il deterioramento delle relazioni sociali e la perdita di un partner con cui affrontare il peggioramento delle condizioni di salute e l’invecchiamento.

In generale, il tasso di divorzi tra i cattolici che frequentano la Messa la domenica è inferiore a quello della popolazione generale, ma la frequenza alla Messa da parte dei “baby boomers” è in costante calo da decenni, fino a attestarsi al 30 % negli ultimi anni. Solo il 22 % della Generazione X, che ora ha circa 50 anni, frequenta la Massa ogni settimana.

Sebbene il divorzio venga spesso presentato come una decisione personale, gli studi nel campo delle scienze sociali sono chiari: i suoi effetti si protraggono per diverse generazioni, influenzando sia i figli che i nipoti che al momento della separazione non erano nemmeno ancora nati.

Uno studio storico condotto nel 2005 ha rivelato che il divorzio riduce il livello di istruzione, aumenta i conflitti coniugali e indebolisce i legami tra genitori e figli nel caso dei nipoti di chi ha divorziato. Una coppia che oggi divorzia moltiplica per oltre due la probabilità che i propri nipoti facciano lo stesso un giorno.

Le cause dell'infelicità coniugale o della separazione

Cosa spinge così tante coppie di mezza età e in età avanzata a divorziare?

Per molti, il “nido vuoto” è un fattore importante. Quando il figlio più piccolo se ne va di casa, molte coppie fanno fatica a ritrovare l’equilibrio come marito e moglie.

“Anche la bellezza di crescere i figli può portare a concentrarsi esclusivamente su di loro, a scapito del matrimonio”, ha affermato padre Jack Dickinson, vicario giudiziario della diocesi di Portland, nel Maine.

In qualità di parroco ed esperto di diritto canonico, Dickinson si occupa sia di preparare le coppie al matrimonio sia di presiedere il tribunale che esamina le richieste di annullamento.

“Insisto sulla necessità che le coppie mettano il loro rapporto con Dio al di sopra del loro matrimonio”, ha affermato. Dando priorità al loro rapporto rispetto ad altri impegni, compresi quelli professionali, “creano lo spazio necessario per conoscere e amare il proprio coniuge, e per essere conosciuti e amati da lui o lei”.

Mantenere un rapporto di amicizia con il proprio partner è fondamentale affinché il matrimonio continui a essere solido una volta raggiunta la metà del percorso.

Ester Munt-Brooks, relatrice cattolica di “Faith with Joy Talks”, sottolinea quanto sia importante che le coppie mantengano viva la curiosità reciproca.

Lei e suo marito, Arthur Brooks, docente ad Harvard e autore di best seller, da decenni conducono nei parrocchie i programmi di preparazione al matrimonio “Pre-Cana” e di accompagnamento coniugale, arricchendo il loro ministero con prospettive teologiche e delle scienze sociali sulla felicità.

“Ci sono sempre altre cose che si possono scoprire sull’altra persona”, ha detto. “Quando ci sentiamo a nostro agio, diamo per scontate certe cose dei nostri coniugi. Ma dovremmo fermarci a chiederci: ‘Perché lui (o lei) fa questo?’”.

“Dovremmo continuare a porre domande”, disse lei.

Anche i cambiamenti a livello di salute, in particolare la trasformazione radicale che le donne vivono durante il passaggio da una fase decennale alla menopausa, influiscono sui conflitti coniugali.

Caroline Gindhart, infermiera specializzata certificata presso il Centro medico dell’Università di Pittsburgh, nel dipartimento di Salute femminile “Divine Mercy”, ha sottolineato che, sebbene alcune donne superino la perimenopausa senza problemi, per altre essa comporta un cambiamento in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana.

“I cambiamenti ormonali provocano vampate di calore, insonnia, sbalzi d’umore, aumento di peso, dolore durante i rapporti sessuali e calo del desiderio”, ha affermato, e tutto ciò può mettere a dura prova l’intimità e la comunicazione coniugale proprio nel momento in cui la sindrome del nido vuoto sta già ridefinendo l’identità della donna.

A distanza di alcuni anni dall’aver superato quel cambiamento, una coppia può trovarsi ad affrontare la sfida rappresentata dalla crisi d’identità del marito al momento del pensionamento. Una volta rimasti senza lavoro, molti si rendono conto di aver perso non solo un’occupazione, ma anche la loro principale fonte di significato, routine e senso di appartenenza.

“Credo che quando hai tra i venti e i trent’anni, ti senti un po” invincibile e vai semplicemente avanti. Si va avanti spinti dall’energia“, ha detto Allison Beauparlant. ‘Quando si arriva ai quaranta e ai cinquanta, si comincia a pensare: ’Cos’è la mia vita? È tutto qui?”».

Le prime righe

L’aumento dei divorzi tra gli anziani continuerà, o si tratta di un’anomalia generazionale? I dati non sono conclusivi. Nel frattempo, i cattolici sono tra coloro che cercano di contribuire a invertire la tendenza, coppia per coppia e persona per persona.

Gindhart ha affermato che i professionisti della Naprotecnologia, tra cui figurano molti cattolici, sono all’avanguardia nei nuovi interventi volti ad aiutare le donne durante la menopausa.

Secondo Gindhart, la terapia ormonale sostitutiva “può rivelarsi molto efficace in alcune donne”. A differenza degli ormoni sintetici cancerogeni somministrati alle donne in passato, la terapia attuale utilizza ormoni bioidentici per sostituire quelli che vengono persi.

“Abbiamo constatato che molte relazioni migliorano quando una donna riesce a gestire meglio i propri sintomi”, ha affermato.

Quando il loro matrimonio era al punto più basso, Ted e Allison hanno partecipato a un ritiro di fine settimana organizzato da “Marriage Rediscovery” (precedentemente noto come “Retrouvaille”), che ora è un’associazione privata di fedeli riconosciuta canonicamente.

“Quelle 48 ore del 2012 hanno cambiato tutto”, ha detto Ted. “Siamo diventati relatori e abbiamo già raccontato la nostra storia più di 60 volte in 15 stati diversi”.

“‘Marriage Rediscovery’ è come gli ‘Alcolisti Anonimi’ per le coppie in crisi”, ha affermato Allison. “Il motivo per cui gli Alcolisti Anonimi funzionano è che le persone continuano a frequentarli. Non è una soluzione una tantum. Serve un sostegno costante”.

Dopo un primo ritiro, i partecipanti ricevono un accompagnamento attraverso incontri in presenza o online in piccoli gruppi per tutto il tempo necessario.

Dopo aver assistito alla separazione dei suoi genitori, Meola intuì che c’erano altre persone come lui che avevano bisogno di aiuto per gestire la rabbia, l’ansia e il timore di non riuscire a mantenere un impegno vocazionale per tutta la vita.

“La maggior parte dei figli di genitori divorziati non inizia ad affrontare il proprio trauma fino all’età adulta”, ha affermato. “A volte, l’unica cosa di cui si ha bisogno è qualcuno che ti ascolti, che condivida il tuo dolore e che ti aiuti a compiere il passo successivo nel tuo cammino di fede e nella tua vocazione”, ha aggiunto.

Nel 2020, il ministero di Meola, basato su piccoli gruppi di pari e rivolto ai figli adulti di genitori divorziati, è diventato un’organizzazione nazionale senza scopo di lucro nota come “Life-Giving Wounds”. Il ministero è attualmente presente in 31 diocesi. La richiesta è così elevata che Meola si è prefissato l’obiettivo di aprire 50 gruppi universitari nei prossimi cinque anni.

Il ministero aiuta i partecipanti ad affrontare i comportamenti di autoprotezione che hanno sviluppato in risposta al divorzio dei propri genitori — abitudini che all’epoca li hanno aiutati a sopravvivere, ma che ora interferiscono con le loro relazioni da adulti.

“Abbiamo visto persone ritrovare la fede. Abbiamo visto persone che avevano rinunciato al matrimonio riuscire a sposarsi. Abbiamo aiutato sacerdoti e religiosi che avevano difficoltà a rimanere fedeli alla propria vocazione”, ha affermato.

In un recente discorso alla Rota Romana, Papa Leone XIV ha esortato i canonisti a non concedere l’annullamento alle coppie divorziate, definendolo una “falsa misericordia”, cosa che viene accolta con favore da chi opera in prima linea.

Dickinson ha sottolineato che, in quanto canonista di formazione, il Papa è consapevole del problema che comporta l’adozione di un approccio poco rigoroso nel giudicare la validità del matrimonio.

“Un giudice canonico potrebbe ritenere che una persona divorziata abbia avuto una vita difficile e che, pertanto, meriti l’opportunità di vivere un matrimonio sano, dichiarandola libera di contrarre matrimonio”. Tuttavia, ha proseguito, “il Santo Padre sta aiutando tutta la Chiesa a riconoscere che l’istituzione del matrimonio è più grande di ciascuno di noi”.

I Beauparlant sperano che diminuisca lo stigma associato alla richiesta di aiuto. “Notiamo molti problemi ricorrenti, come la gestione del denaro, l’infedeltà, il passare troppo tempo sui social media, la pornografia e le dipendenze”, ha affermato Ted. “Ma una coppia che lavora sodo e che ha Dio nella propria vita ha maggiori possibilità di seguire il programma e di farcela”.

Quando è stato chiesto loro cosa desse loro speranza, Allison ha parlato di una coppia di circa 80 anni che aveva recentemente partecipato a un ritiro di fine settimana.

“Ci hanno raccontato che, in sostanza, avevano sopportato un matrimonio infelice per più di 50 anni e che volevano solo ‘fare le cose per bene’ prima che tutto finisse”, ha detto. “Vedi? Non è mai troppo tardi”.


Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Angelus News. Lo ripubblichiamo su Omnes con il permesso dell'autore. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

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Libri

«I comandamenti di Gesù Cristo», un piccolo gioiello spirituale

González de Ponshierro pubblica un'opera originale che pone l'accento sui precetti di Gesù Cristo al di là dei 10 comandamenti di Mosè.

Javier García Herrería-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Sapreste elencare i comandamenti di Gesù Cristo? La maggior parte dei cristiani, se interrogata, reciterebbe senza esitazione i Dieci Comandamenti della Legge di Mosè. Ma pochi saprebbero rispondere a quell’altra domanda, ben meno ovvia: cosa comandò esattamente Gesù a coloro che decidevano di seguirlo? Da questa lacuna, curiosamente diffusa tra i credenti praticanti, nasce I comandamenti di Gesù Cristo, il nuovo libro di Miguel González de Ponshierro, già disponibile su Amazon.

Un'idea semplice, quasi scomoda

Il libro prende le mosse da un aneddoto vero: durante una conferenza sulla vita cristiana, il relatore descrive un uomo onesto, generoso, fedele alla propria famiglia e senza vizi apparenti, e chiede al pubblico se lo considerino un buon cristiano. Quasi tutti rispondono di sì. La sorpresa arriva quando viene rivelato che quell’uomo esemplare è, in realtà, un ebreo praticante: osserva la Legge di Mosè, ma non ha mai sentito parlare dei comandamenti di Gesù Cristo.

Partendo da questa distinzione – tra l’Antica Alleanza e la Nuova – l’autore traccia un percorso che unisce il racconto personale, il dialogo tra amici e, soprattutto, un lavoro di ricerca attraverso i ventisette libri del Nuovo Testamento per comporre un elenco di cinquanta precetti tratti dalle parole stesse di Gesù, organizzati in tre blocchi: il rapporto con Dio, il rapporto con gli altri credenti e il rapporto con il mondo.

In totale, vengono illustrati ben 50 comandamenti che concretizzano, per il cristiano, i 10 comandamenti delle tavole della Legge.

Cosa offre di nuovo

In un panorama editoriale dedicato alla spiritualità, ricco di riedizioni di classici e di manuali di auto-aiuto con una patina religiosa, I comandamenti di Gesù Cristo propone qualcosa di diverso: uno strumento pratico e ben strutturato, redatto in prima persona dallo stesso Gesù – una figura retorica, spiega il libro, già utilizzata dai Padri della Chiesa e dagli scrittori spirituali medievali – affinché ogni comandamento possa essere letto come se fosse Cristo stesso a spiegarlo direttamente al lettore di oggi.

Tra i suoi contributi più significativi:

  • Distingue chiaramente la Legge del timore dalla legge dell'amore. Il libro sottolinea che i comandamenti cristiani non sono vincolanti per paura della punizione, ma sono manifestazioni di un rapporto filiale con Dio. Questa idea, che permea l’intera opera, offre un’alternativa all’immagine di Dio come «giudice» che molti lettori riconosceranno dalla propria educazione religiosa.
  • Traduci la dottrina in un linguaggio accessibile. Aneddoti di vita quotidiana – un ciclista, un imprenditore che perde un volo, una madre con il suo bambino – fungono da ponte tra i testi biblici e la vita di tutti i giorni, allontanando il libro dal tono accademico tipico di questo genere di saggi.
  • Rivendica una spiritualità gioiosa. Uno dei passaggi più discussi del libro sostiene che «non esistono santi dal volto triste» e mette in discussione la tradizione di raffigurare i santi con un’espressione di sofferenza, proponendo un’esperienza di fede caratterizzata dal buon umore e dalla fiducia, non dal senso di colpa.
  • Metti in ordine in un elenco di facile consultazione ciò che finora era sparso qua e là. Il contributo più pratico del libro è anche il più semplice: raccogliere in cinquanta punti, raggruppati per temi, ciò che qualsiasi credente potrebbe rintracciare da sé nel Nuovo Testamento, ma che praticamente nessuno fa.

Autopubblicato, ma di qualità

I comandamenti di Gesù Cristo Si tratta di un’opera autopubblicata su Amazon, un fatto che lo stesso autore non nasconde e che vale la pena sottolineare: si tratta di autopubblicazione, non di un’edizione a cura di una grande casa editrice religiosa. Tuttavia, il risultato smentisce il pregiudizio comune nei confronti delle opere autopubblicate. Forse l’unico inconveniente è la dimensione dei caratteri, che risulta un po’ piccola. Un problema che può essere risolto acquistando la versione digitale al prezzo di 3 € (gratuita per i clienti Amazon).

Il testo si distingue per la struttura e lo stile curati, una solida teologia e una presentazione fresca e rinnovata della dottrina cristiana, il che lo rende una vera sorpresa per il lettore.

Non occorre essere un esperto di teologia per avvicinarsi a quest’opera: il suo tono colloquiale e la struttura articolata in brevi capitoli la rendono accessibile sia a chi desidera approfondire la propria fede, sia a chi è semplicemente incuriosito da una domanda che, dopo aver letto il libro, risulta difficile ignorare: se un cristiano non conosce i comandamenti di Cristo, in che senso può dire di seguirlo?


I comandamenti di Gesù Cristo

Autore: Miguel González de Ponshierro
Editoriale: Amazon
Anno: 2026
Numero di pagine: 173
Prezzo: 12,48 €
Spagna

Rivedremo la coppa alla Conferenza Episcopale?

Ricordiamo la visita effettuata nel 2010 dall’allora commissario tecnico della nazionale spagnola, Vicente del Bosque, e dal presidente della Federazione calcistica spagnola (RFEF), Ángel María Villar, alla Conferenza episcopale spagnola dopo la vittoria ai Mondiali contro l’Olanda.

Teresa Aguado Peña-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel novembre 2010, la Coppa del Mondo che la nazionale spagnola aveva conquistato in Sudafrica ha fatto una tappa davvero speciale. L’allora commissario tecnico della nazionale, Vicente del Bosque, e il presidente della Federazione calcistica spagnola (RFEF), Ángel María Villar, portarono il trofeo presso la sede della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), dove furono accolti dal cardinale Antonio María Rouco Varela, all’epoca arcivescovo di Madrid e presidente della CEE.

I pregi della selezione

Villar ha chiesto al cardinale Rouco di intercedere presso Papa Benedetto XVI affinché la nazionale potesse portargli la Coppa del Mondo e ha affermato che «il calcio e la fede vanno di pari passo». Il presidente della Federazione ha inoltre difeso le radici cristiane della Spagna e ha sottolineato che il trionfo di quella squadra era stato ottenuto grazie a «molte qualità» che, a suo avviso, i vescovi «insegnano e mettono in pratica», quali «il sacrificio, il lavoro di squadra, la solidarietà, il superamento dei propri limiti e, soprattutto, l’umiltà». Ha così sottolineato che il calcio è «al servizio della società» e che è «uno strumento meraviglioso per la formazione equilibrata dell’essere umano».

Da parte sua, Rouco Varela ha sottolineato le «virtù umane e cristiane» che, a suo avviso, erano emerse in quella squadra. Il cardinale ha sottolineato in particolare lo spirito di squadra, la collaborazione e l’umiltà con cui i giocatori avevano accolto la vittoria. Ha inoltre ricordato ai campioni che, se avevano chiesto ai vescovi di pregare per loro, anche loro stessi dovevano pregare. «Non solo quando fanno il segno della croce entrando in campo», ha aggiunto, pur riconoscendo che ai vescovi piaceva che lo facessero.

Da parte sua, Vicente del Bosque ha sottolineato che, a suo avviso, il calcio non è solo una questione di vittorie, ma serve anche a trasmettere «l’etica e la condotta personale».

L'incontro si è concluso inoltre con un riferimento alla Vergine dell'Almudena. Rouco Varela ha ricordato ai responsabili della nazionale che non erano passati con la Coppa dalla cattedrale di Madrid e li ha avvertiti: «Se non vanno a trovare la Vergine, sono nei guai».

La Coppa, di nuovo davanti ai vescovi spagnoli

Ora, sedici anni dopo, la Spagna è di nuovo campione del mondo. La nuova nazionale, guidata da Luis de la Fuente, ha conquistato ancora una volta il trofeo più importante del calcio internazionale. Rimane quindi una domanda aperta: rivedremo la Coppa del Mondo nella Conferenza Episcopale Spagnola? Regaleranno a Luis Argüello la maglia della nazionale come fecero allora con il cardinale Rouco Varela?

Cultura

“La svolta cattolica è reale e sorprendente”

La presenza dei credenti nella società è stata il tema centrale dei corsi estivi del CEU.

José María Navalpotro-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“La svolta cattolica è reale e sorprendente, e ci sono dati che lo dimostrano”, affermava qualche giorno fa a El Escorial il giornalista e storico José Francisco Serrano Oceja. Dopo l’apoteosi rappresentata dalla visita del Papa, questa realtà sembrava ormai un dato di fatto, ma si potrebbe pensare che forse ci sia un po“ di eccessivo ottimismo in tale affermazione. Tuttavia, sono sempre più numerosi i dati che attestano la cosiddetta ”rinascita religiosa».

Questo tema, insieme alla presenza dei cattolici nella società, è stato al centro di diversi corsi estivi organizzati dall’Università CEU San Pablo a El Escorial. “Abbiamo vissuto un periodo storico in cui ci siamo allontanati da Dio, ma sembra che le cose stiano cambiando”, ha confermato Teresa Herranz, amministratrice delegata di “El Adelantado de Segovia”.

Jose Francisco Serrano, nel corso di una tavola rotonda sul tema “Fede e vita pubblica, una questione di coerenza”, ha spiegato che tale svolta cattolica trova riscontro nei dati di uno studio condotto quest’anno dalla Fondazione Pluralismo e Convivenza, che fa capo al Ministero della Presidenza. Il cambiamento verso il cattolicesimo, secondo i sondaggi, si registra soprattutto nella fascia degli uomini tra i 18 e i 32 anni. “Si tratta di una novità storica”, ha sottolineato Serrano, poiché finora erano solitamente le donne ad essere più vicine alla religione.

A questo proposito, è opportuno ricordare che nel Rapporto Giovani spagnoli 2026, la decima edizione dello studio generale sulla gioventù condotto dalla Fondazione SM, mostra che la religione sta guadagnando terreno come valore importante per i giovani. Da una posizione marginale, raggiunge il livello di importanza più alto mai registrato da quando vengono redatti questi rapporti: attualmente, il 38,4 % dei giovani considera la fede “abbastanza o molto importante” nella propria vita.

Inoltre, la percentuale di giovani che si identificano come cattolici — compresi i non praticanti — passa dal 31,6 % del 2020 al 45 % del 2025, mentre diminuiscono le posizioni esplicitamente non religiose (agnostici e non credenti).

Nel corso di un’altra tavola rotonda tenutasi nell’ambito del corso del CEU “Un progetto di bene comune per la Spagna‘, Pablo Sánchez Garrido, segretario per le cause di canonizzazione dell’Associazione Nazionale dei Propagandisti, ha fornito ulteriori precisazioni su tali dati. Ha avvertito che, sebbene si registri una rinascita della religiosità, altri dati continuano a destare preoccupazione, come quelli relativi al calo dei matrimoni canonici, alla pratica dei sacramenti e al numero di casi di aborto ed eutanasia. Tuttavia, ha aggiunto a titolo di osservazione: ’Il fatto che questa rinascita della fede preoccupi quotidiani come ”El País” non è una cosa negativa».

Contro il clericalismo

Serrano, docente di Giornalismo all’Università CEU San Pablo, storico e editorialista, ha sottolineato nel suo intervento la necessità di coerenza da parte dei cattolici. “Crediamo davvero nel Concilio Vaticano II? Esso parla dell’autonomia delle realtà temporali, della presenza del cristiano nella società, della sua vocazione all’apostolato, che nasce dalla sua condizione di battezzato”. Tuttavia, ha ammesso, “non so se questa consapevolezza sia davvero penetrata”. 

Ha spiegato che continua a esistere un clericalismo, che consiste in una situazione in cui “i fedeli sono stati ”espropriati“. In altre parole, vivevamo comodamente in un regime di cristianità, in cui la società era religiosa per inerzia. Ma quella situazione non esiste più”. Ha riconosciuto che la società spagnola continua ad avere radici cattoliche, «ma è giunto il momento dei laici, nell’ambito dell’autonomia dell’azione del laicato».

Serrano ha sottolineato due aspetti che ha imparato riguardo all’impegno nella vita pubblica in quanto credente: “In primo luogo, che la vita cristiana è un continuo ‘nunc coepi’, un ricominciare da capo”; e in secondo luogo, che l’importante è stringere amicizie. Innanzitutto, diventare amici di Dio. E creare un mondo di amicizia”.

Coerenza cristiana

In quell’occasione è intervenuto anche il giornalista e regista Borja Martínez-Echevarría, il quale ha affermato di sperare che il cosiddetto “momento cattolico” contribuisca a “liberarci dal clericalismo”.

Ha inoltre sottolineato che, quando si parla di scarsa pratica religiosa, occorre tenere conto di alcuni dati che sfumano tale affermazione, come ad esempio il fatto che solo nel comune di Madrid si celebrino più di mille messe la domenica.

Parlando della coerenza tra fede e vita pubblica, ha illustrato la sua esperienza personale. Dopo essersi dedicato al giornalismo, ora realizza film (è regista, ad esempio, di un documentario su Medjugorje e di un altro su Eugenia, una bambina affetta da paralisi cerebrale), spinto da una missione evangelizzatrice. Il suo ultimo film, infatti, è incentrato sulla guarigione dall’aborto. “Certamente come investimento è stato un disastro”, ha ammesso. Tuttavia, “ho ricevuto un messaggio su WhatsApp da una ragazza cattolica che era rimasta incinta e il film l’aveva aiutata a non abortire. Questo ripaga di tutto”, ha assicurato.

Teresa Herranz, amministratrice delegata di “El Adelantado de Segovia”, ha parlato delle difficoltà che si incontrano nell’ambiente per mantenere una coerenza cristiana. Nel suo caso, ha ricordato, quando ha assunto la guida del quotidiano, ha dovuto affrontare la resistenza di alcuni redattori, che sono arrivati al punto di denunciarla all’associazione della stampa, accusandola di censura, proprio per aver cercato di correggere il clima anticattolico che regnava. Afferma di aver portato avanti il suo progetto, senza curarsi dell’opposizione.

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Risorse

Legiferare nell'era moderna

Solo di fronte allo specchio della dignità umana sarà possibile legiferare in modo autenticamente giusto, sano e veramente libero.

Eloy Asenjo Carpintero-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La visita del Papa Leone XIV in Spagna Il mese di giugno ci ha regalato un evento parlamentare che va oltre la semplice cronaca politica o il protocollo diplomatico. Il suo discorso alle Cortes spagnole, coronato da una standing ovation impressionante durata oltre sette minuti, richiede una riflessione approfondita.

In un panorama legislativo caratterizzato dall’urgenza del dibattito partitico, il Pontefice ha scelto di alzare l’asticella e di addentrarsi nel terreno dei fondamenti, incentrando il suo discorso su un trittico che costituisce la spina dorsale della civiltà occidentale: la Libertà, le Leggi e la Democrazia, sotto l’imperativo e imprescindibile ombrello della Dignità Umana. 

Il fulcro del suo monito ha puntato direttamente alle fondamenta di una convivenza pacifica e plurale. Per il Papa, la salute di una democrazia si misura dal modo in cui il potere politico si ferma davanti alla soglia dell’intimità del cittadino, sottolineando testualmente: “Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

Questa dichiarazione definisce il rispetto dell'interiorità non come una concessione di favore da parte dello Stato, bensì come un bene fondamentale che le istituzioni devono tutelare attivamente, e non solo tollerare con rassegnazione.

Paradossalmente, in una società ossessionata dalla protezione dei propri dati digitali, spesso trascuriamo il vero fondamento di ogni forma di privacy. Se proteggiamo con tanto zelo le nostre tracce sui social, dovremmo impegnarci infinitamente di più a salvaguardare la libertà di coscienza.

Il labirinto antropologico: la coscienza di fronte alle coscienze

Per comprendere appieno la portata del messaggio papale è indispensabile condurre uno studio antropologico serio che impedisca di cadere in un errore comune: confondere la «libertà di coscienza» con «la libertà delle coscienze». Anche se può sembrare una mera sottigliezza semantica, la distanza concettuale è abissale. 

La libertà di coscienza, intesa al singolare, opera come principio ontologico legato alla natura stessa dell’essere. Essa definisce la capacità intrinseca dell’essere umano di possedere un santuario interiore inviolabile. Il suo nucleo è la facoltà di discernere il bene e il male, consentendo all’individuo di aderire a una visione del mondo senza che alcun agente esterno possa imporre tale pensiero intimo. Da questa prospettiva, l’essere umano è un soggetto sovrano, dotato di ragione e di dignità radicale. Si tratta di una libertà «di diritto» che ogni essere umano possiede per il solo fatto di nascere, e che costituisce il motore della sua responsabilità morale.

Tuttavia, lo scenario cambia quando il linguaggio si incarna nella libertà delle coscienze. Qui l’antropologia abbandona l’astrazione e volge lo sguardo alle persone reali. Passiamo dalla teoria giuridica alla pratica quotidiana, caratterizzata dalla diversità culturale e dalla fragilità umana. A questo livello, il fulcro è il diritto di ogni singola coscienza — la tua, la mia, quella del vicino, … — di esistere, di sbagliare, di esprimersi e di convivere nello spazio comune.

Questa visione riconosce che la coscienza non nasce dal nulla; è condizionata dall’educazione, dalla lingua, dai traumi e dalla cultura. Implica quindi accettare che l’essere umano sia plurale e fallibile.

Entrambe le dimensioni sono indissolubilmente legate: dal punto di vista antropologico, la prima costituisce il fondamento della seconda. È impossibile difendere la libertà di coscienza senza credere prima nella dignità della coscienza individuale. Ma la prima si riduce a carta straccia se non si concretizza nella seconda: un rispetto attivo verso il modo in cui ogni singolo individuo vive la propria esistenza. È il passo etico che porta dall’applaudire un articolo astratto della Costituzione al difendere il diritto del proprio vicino di vivere secondo le proprie convinzioni, anche se non coincidono con le proprie.

La misura che va oltre la politica e la grandezza della legge 

Papa Leone XIV proseguì il suo discorso rivolgendosi al potere legislativo contro le visioni riduzionistiche dell’autonomia personale: “Senza confondere il piano giuridico con quello morale, è opportuno ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo essere liberi da costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo motivo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata”.

Questo grave appello invita gli onorevoli deputati a non desistere dalla ricerca della verità nell’attività legislativa. Lungi dall’essere dogmatico, il Pontefice li ha incoraggiati partendo dall’empatia di sapere che i legislatori e i gruppi parlamentari, in quanto esseri umani, sono soggetti fallibili che possono sbagliare. Guardando verso il lucernario che corona l’emiciclo del Congresso, ha lanciato un potente monito: “Quella luce che viene dall’alto può ricordarci che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera”.

Richiamando alla mente i dipinti sulla parete principale, raffiguranti il Decalogo e il Vangelo, e salvaguardando la laicità istituzionale, Leone XIV sostenne che: “…questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana”. In quella scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone dei limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto nel rispetto della sua dignità e che la vita umana non può mai essere trattata come una merce».

Questa premessa smonta il positivismo giuridico assoluto. Una legge non raggiunge la sua grandezza morale per il semplice fatto di essere stata approvata da una maggioranza aritmetica. La sua vera grandezza si dimostra quando, oltre ad essere valida nella forma, è in grado di presentarsi dinanzi alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi. 

Un imperativo etico: alzare lo sguardo

Il discorso si è concluso con l’invito che ha dato il titolo al suo viaggio: “Alzare lo sguardo”. Non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione e ogni voto parlamentare ha un impatto su esseri umani in carne e ossa, specialmente sui più vulnerabili che non hanno voce.

Avere una visione di ampio respiro significa guardare in profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo motivo, le risposte tecniche e le riforme legislative sono inutili senza un rinnovamento morale. La conseguenza pratica per gli onorevoli deputati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, è l’esigenza etica di mantenere un atteggiamento aperto e disposto a correggere le leggi che lo richiedono. Solo allo specchio della dignità umana sarà possibile realizzare una società democratica autenticamente giusta, sana e veramente libera.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Il Vaticano risponde alle voci sulla presunta assoluzione di Rupnik

Il Vaticano ha smentito categoricamente le voci relative a un'assoluzione, definendole false, e ha ribadito che il processo canonico prosegue nella fase di revisione.

OSV / Omnes-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

Paulina Guzik, OSV News / Omnes

Il Vaticano ha smentito le notizie secondo cui l’ex padre gesuita Marko Rupnik sarebbe stato assolto nel processo penale vaticano a suo carico. In un comunicato del 22 luglio, il Vaticano ha dichiarato che le voci sull’assoluzione sono «del tutto infondate» e ha confermato che il processo canonico è ancora in corso. Le autorità hanno precisato che i giudici stanno ancora esaminando le prove fornite dalle diocesi, dai gesuiti, dalle presunte vittime e dai resoconti dei media. 

Il comunicato stampa è stato diffuso il giorno dopo che Laura Sgrò, avvocata civilista e canonista che rappresenta cinque donne che hanno accusato padre Rupnik di abusi, avesse rimproverato il Dicastero per la Dottrina della Fede della Santa Sede, affermando che né lei né le sue assistite disponevano di informazioni sul caso e che non era stato loro comunicato se il processo fosse addirittura iniziato.

L'esame del caso è ancora in corso

Il 20 luglio, il sito web italiano Messainlatino.it ha riferito che padre Rupnik, un noto artista di mosaici accusato di aver abusato di diverse donne, potrebbe essere stato assolto.

“INCREDIBILE! Abbiamo appreso da fonti attendibili e autorevoli che il processo penale in corso in Vaticano contro padre Marko Ivan Rupnik si è concluso a suo favore”, riportava il sito web. .

Il 22 luglio, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato ai giornalisti che “in merito ad alcune notizie apparse sui media negli ultimi giorni, ribadisco che le notizie relative a qualsiasi decisione dei giudici che presiedono il caso del reverendo Marko Ivan Rupnik sono del tutto infondate”, e che “l’esame del caso è ancora in corso, e la commissione sta esaminando la documentazione fornita dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa”.

Il comunicato risponde non solo alle recenti richieste dei media — tra cui quella inviata da OSV News il 21 luglio al prefetto della DDF, il cardinale Víctor Manuel Fernández — ma anche alle domande sollevate nella lettera di Sgrò.

Il 21 luglio, Sgrò ha dichiarato a OSV News di non aver ricevuto alcuna conferma dal Vaticano in merito all’inizio del processo. Ha inviato una lettera, datata 21 luglio, al cardinale Fernández chiedendo questa o altre informazioni. Il comunicato stampa del Vaticano del 22 luglio ha confermato, sia a lei che ai suoi clienti, che il processo è in corso.

Nel suo comunicato stampa del 22 luglio, Bruni ha dichiarato che “Nel corso del procedimento, come in qualsiasi procedimento giudiziario, non sarà possibile divulgare alcuna informazione sull’indagine in corso per rispetto del procedimento stesso e per evitare di arrecare danno a tutte le parti coinvolte, come è avvenuto negli ultimi giorni. Se la commissione dovesse ritenere di aver bisogno di ulteriori informazioni, adotterà di propria iniziativa le misure necessarie per ottenerle”.

Diritto all'informazione

A seguito del vertice sulla protezione organizzato in Vaticano da Papa Francesco nel febbraio 2019, l’arcivescovo Charles Scicluna di Malta ha dichiarato al *National Catholic Reporter* che «le vittime che presentano una denuncia hanno il diritto di sapere come viene gestita».

“Abbiamo una legge e un sistema che consentono alle persone di denunciare abusi o comportamenti scorretti, ma esse hanno anche il diritto di sapere che fine fanno le loro denunce”, ha affermato. Dal 2018, l’arcivescovo Scicluna ricopre la carica di segretario aggiunto della DDF. 

Sette anni dopo il vertice, Papa Leone XIV, durante il primo concistoro straordinario tenutosi a Roma il 7 e l«8 gennaio, ha condannato con forza la mancanza di accoglienza da parte della Chiesa nei confronti delle vittime di abusi sessuali, definendola uno »scandalo» che aggrava la loro sofferenza.

La porta della Chiesa “era chiusa” e le vittime “non sono state accolte”, ha detto il Papa ai cardinali. L’abuso in sé “provoca una ferita profonda che forse durerà per tutta la vita”, ha detto il Papa, “ma spesso lo scandalo nella Chiesa è dovuto al fatto che la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte con la vicinanza di pastori autentici”. 

Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha affermato che i suoi clienti si sentono “abbandonati e traditi” e “vittime, ancora una volta, di un sistema che non li ha mai accolti, protetti né consolati”.

Sgrò ha affermato di non aver più avuto notizie dalla DDF dal luglio 2025, quando il Vaticano ha ufficialmente nominato i giudici incaricati del processo canonico contro padre Rupnik. Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha sostenuto che le vittime non sono state ascoltate dai giudici né hanno ricevuto alcuna comunicazione, e che l’avvocato aveva già scritto al prefetto «più volte, senza ottenere risposta».

Sotto pressione per ottenere delle risposte

Il sacerdote e artista sloveno, caduto in disgrazia, il cui laboratorio ha realizzato mosaici di grande rilievo per oltre 200 santuari e chiese in tutto il mondo, è accusato di aver abusato sessualmente, spiritualmente e psicologicamente di più di due dozzine di donne.

Il 21 luglio, OSV News ha inviato una richiesta di commento al cardinale Fernández e a Bruni, direttore dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, chiedendo informazioni sullo stato del caso di padre Rupnik, su cosa sia successo dopo l’annuncio personale del cardinale Fernández relativo alla costituzione del tribunale dei giudici nel luglio 2025 e se il processo sia già iniziato.

OSV News ha inoltre chiesto alla DDF se l’abolizione del termine di prescrizione, concessa da Papa Francesco, si applichi a tutti i reati in questione o solo ai «delicta graviora», e se il processo a padre Rupnik sia un procedimento giudiziario o se si svolga esclusivamente per decreto extragiudiziale, ovvero attraverso canali amministrativi.

“Delicta graviora” (in latino, “reati più gravi” o “delitti più gravi”) è un termine tecnico del diritto canonico che indica una categoria specifica di reati canonici riservati alla competenza del Dicastero per la Dottrina della Fede a causa della loro eccezionale gravità. 

Tra questi delitti rientrano i crimini contro la fede (eresia, scisma e apostasia), alcune offese contro l’Eucaristia e il sacramento della penitenza, nonché i reati sessuali contro minori e persone che di norma sono prive dell’uso della ragione. I comportamenti sessuali inappropriati tra adulti nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali non vengono generalmente classificati come tali, a meno che non comportino un crimine contro il sacramento della penitenza, secondo quanto spiegato dai canonisti consultati da OSV News.

Sebbene né il prefetto della DDF né l’ufficio stampa della Santa Sede abbiano risposto direttamente alle domande di OSV News, la dichiarazione di Bruni del 22 luglio recitava: “Questo procedimento penale canonico è di natura giudiziaria e, come indicato in precedenza, non è soggetto a termini di prescrizione per alcun reato e può determinare la colpevolezza o l’innocenza in conformità con il Diritto Canonico”.

Il comunicato aggiunge che “il Diritto Canonico ha l’autorità di giudicare e di infliggere sanzioni nelle questioni interne alla Chiesa, mentre il reverendo Marko Ivan Rupnik ”rimane soggetto alle leggi dei paesi in cui potrebbero essere stati commessi dei reati, e il termine di prescrizione per tali reati è determinato dalla legislazione di ciascun paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica”.

«Ancora violenza contro i miei clienti»

Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha affermato che ciò che ha percepito come una mancanza di comunicazione era “una nuova forma di violenza nei confronti dei miei clienti, le cui ferite sono ancora aperte e non si sono rimarginate nemmeno minimamente”.

“Come si può conciliare tutto questo con i concetti di legge, verità, giustizia ed equità? Con le parole che il Santo Padre usa continuamente a favore delle vittime di abusi?”, ha chiesto.

«Da ieri», scriveva nella sua lettera del 21 luglio al prefetto della DDF, «circolano voci secondo cui padre Rupnik sarebbe stato scagionato dall’accusa di violenza. Non c’è stata alcuna conferma da fonti attendibili, né tantomeno una smentita» fino a quel momento, e aggiungeva che le cinque donne che rappresenta «sono profondamente scoraggiate e rattristate».

“Non hanno mai ricevuto alcuna notizia, nemmeno da me, riguardo a questo processo, sul quale circolano solo voci e di cui, ovviamente, non si sa nulla”, ha aggiunto.

Nella lettera, Sgrò affermava che le sue domande erano «elementari e minime», trattandosi di «un processo penale che coinvolgeva vittime che avevano denunciato i fatti per la prima volta più di trent’anni fa».

“Il processo è iniziato? Se sì, qual è la situazione attuale? Chi sono i giudici? Che fine hanno fatto le richieste delle mie clienti di essere ammesse come parti lese nel processo? Perché queste donne non sono state ascoltate come testimoni?”, ha chiesto Sgrò il giorno prima del comunicato stampa del Vaticano.

Sebbene il comunicato stampa del Vaticano abbia risposto ad alcune delle sue domande, non ha indicato in modo esplicito se le presunte vittime sarebbero state ammesse come parti lese nel processo.

Ai sensi del Canone 1729, “Nel corso del procedimento penale stesso, la parte lesa può intentare un’azione contenziosa per ottenere il risarcimento dei danni subiti personalmente a causa dell’illecito”.

I gesuiti espulserol sacerdote nel 2023

Padre Rupnik è stato brevemente scomunicato dalla Chiesa nel 2020 per aver assolto, nel sacramento della riconciliazione, una novizia italiana con cui aveva avuto rapporti sessuali. La scomunica è stata revocata dopo che il sacerdote si è pentito.

Nel dicembre 2022, i gesuiti hanno reso noto di aver sospeso l’artista sloveno a seguito delle accuse di abuso. Nel giugno 2023, Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù per essersi rifiutato di rispettare le restrizioni imposte in relazione agli abusi sessuali, spirituali e psicologici subiti da circa due dozzine di donne e almeno un uomo nel corso di 30 anni.

Nonostante la fondatezza delle accuse e la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù, la diocesi di Koper, in Slovenia, paese natale del sacerdote, ha annunciato di aver incardinato padre Rupnik.

Dopo che la diocesi aveva confermato nell’ottobre 2023 che il sacerdote si trovava lì dall’agosto, il Vaticano ha annunciato che Papa Francesco aveva revocato il termine di prescrizione del caso, consentendo così al Dicastero per la Dottrina della Fede di proseguire le indagini.

In un comunicato pubblicato nell'ottobre 2023, il Vaticano ha affermato che la decisione è stata presa dopo che «la Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori aveva segnalato al Papa l'esistenza di gravi problemi nella gestione del caso di padre Marko Rupnik e la mancanza di sostegno alle vittime».

Nel frattempo, il vescovo emerito della diocesi di Koper, dove padre Rupnik è stato incardinato nell’agosto del 2023, ha dichiarato a OSV News nel febbraio del 2025 che il sacerdote «continua la sua opera in tutto il mondo».

All’inizio di giugno del 2025, con una mossa discreta ma significativa, Vatican News ha iniziato a rimuovere le opere d’arte di padre Rupnik dal proprio sito web. I suoi mosaici, a lungo utilizzati per commemorare online le principali festività, sono stati recentemente sostituiti o lasciati in bianco, un cambiamento che, secondo molti sopravvissuti, era necessario da tempo.

Novità nel diritto canonico

OSV News ha consultato diversi canonisti, che hanno preferito mantenere l’anonimato, in merito ai canoni in base ai quali potrebbe essere giudicato padre Rupnik. Il più probabile è il Canone 1395, che riguarda i reati sessuali commessi dal clero, in particolare le violazioni del Sesto Comandamento («Non commetterai adulterio»).

Un ecclesiastico «che persista in qualche altro peccato esterno contro il sesto comandamento del Decalogo e che causi scandalo, sarà punito con la sospensione. A questa possono essere aggiunte progressivamente altre pene se, dopo un ammonimento, persiste nella colpa, fino a quando potrà infine essere espulso dallo stato clericale», recita il canone.

Esperti di diritto canonico hanno spiegato a OSV News che uno degli aspetti più significativi della riforma del Libro VI del Codice di Diritto Canonico, attuata da Papa Francesco nel 2021 e che riguarda il diritto penale, è stato l’aggiornamento della normativa per qualificare come reato l’abuso sessuale su adulti commesso mediante coercizione o abuso di autorità. 

“Il sacerdote che, ricorrendo alla forza, alle minacce o all’abuso della propria autorità, commetta una violazione del sesto comandamento del Decalogo o costringa qualcuno a compiere o a sottoporsi ad atti sessuali, sarà punito con le giuste pene, senza escludere l’espulsione dallo stato clericale se il caso lo richiede”, recita il testo.

In base al principio fondamentale «lex retro non agit» —«la legge non ha effetto retroattivo»—, le nuove leggi e i nuovi regolamenti non devono essere applicati ad azioni, fatti o rapporti giuridici verificatisi prima della loro promulgazione. Esperti di diritto canonico hanno dichiarato a OSV News che, di conseguenza, padre Rupnik non può essere giudicato per «abuso di autorità», una disposizione aggiunta nella riforma di papa Francesco.

L'autoreOSV / Omnes

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Cinema

35 film cattolici da non perdere

Questi film ripercorrono la storia del cinema dal punto di vista della fede: dalle epopee bibliche ai drammi contemporanei sul martirio, il senso di colpa e la ricerca di Dio

Javier García Herrería-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Non ci sono tutte quelle che ci sono, ma ci sono tutte quelle che ci sono. Un elenco di film dal forte background religioso. La selezione mescola classici di Hollywood, drammi d’autore europei e produzioni confessionali recenti, e abbraccia quasi otto decenni di storia del cinema, a partire da La canzone di Bernadette (1943) fino a Vita nascosta (2019).

1. La vita di Cristo e le origini del cristianesimo

La Passione di Cristo (2004). Mel Gibson racconta le ultime dodici ore di vita di Gesù. Il film è diventato un fenomeno al botteghino mondiale nonostante la sua crudezza visiva. Rimane il punto di riferimento cinematografico sulla Passione per il pubblico cattolico.

Paolo, l'apostolo di Cristo (2018), Rinchiuso in una prigione romana, l’apostolo Paolo attende la sua esecuzione sotto Nerone. Il medico Luca rischia la vita per raccogliere la sua testimonianza e trascrivere le sue lettere. Un ritratto intimo degli ultimi giorni di un convertito perseguitato.

Risorto (2016). Un tribuno romano riceve l’incarico di indagare sulle voci riguardanti la resurrezione di Gesù. La sua ricerca di prove razionali lo porta, poco a poco, a confrontarsi con una fede che non si aspettava di trovare. Un approccio originale al racconto pasquale da una prospettiva esterna alla cerchia dei discepoli.

L'uomo che faceva miracoli (2000). Film d'animazione che racconta la vita di Gesù. Pensato per un pubblico di tutte le età, riassume gli episodi evangelici più noti. Costituisce una semplice introduzione al Vangelo.

Ben-Hur (1959). Il principe ebreo Giuda Ben-Hur viene tradito dal suo amico romano e condannato alle galere. La sua storia di vendetta e redenzione si svolge in parallelo alla vita pubblica di Gesù. Il film ha vinto undici Oscar e rimane un classico del cinema epico.

2. Antico Testamento ed epopee bibliche

I dieci comandamenti (1956). Cecil B. DeMille porta sullo schermo la vita di Mosè, dall’infanzia alla corte del faraone fino alla liberazione del popolo ebraico. Un capolavoro di riferimento del cinema biblico classico di Hollywood. La scena della separazione del Mar Rosso rimane ancora oggi iconica.

Il principe d'Egitto (1998). Versione animata della DreamWorks sulla storia di Mosè e dell’esodo dall’Egitto. Coniuga il rigore narrativo con una colonna sonora acclamata dalla critica. Un’introduzione accessibile alla storia dell’Esodo per un pubblico di tutta la famiglia.

3. Vite di santi, martiri e testimoni della fede

Vita nascosta (2019). Terrence Malick ricostruisce la storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che si rifiutò di giurare fedeltà a Hitler. La sua obiezione di coscienza gli costò la vita e il rifiuto della sua stessa gente. Una riflessione visiva sulla fedeltà alla propria coscienza di fronte al potere.

Un uomo per l'eternità (1966). Fred Zinnemann porta sul grande schermo il dilemma morale di Tommaso Moro, il cancelliere inglese che preferì il patibolo piuttosto che giurare fedeltà all’Atto di Supremazia di Enrico VIII. Il film costituisce una sobria testimonianza sull’integrità personale, sul primato della coscienza e sul prezzo inderogabile della verità.

Di dei e uomini (2010). Un gruppo di monaci trappisti in Algeria decide di restare al fianco della propria comunità nonostante la minaccia jihadista degli anni Novanta. Il film ricostruisce il processo di discernimento che li ha condotti al martirio. Ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes.

Sophie Scholl: gli ultimi giorni (2005). Basato su documenti ufficiali, il film racconta l’interrogatorio e il processo della giovane tedesca Sophie Scholl, membro del movimento di resistenza antinazista “La Rosa Bianca”. La sua fermezza morale di fronte al regime l’ha resa un simbolo della resistenza. Un esercizio di ricostruzione storica quasi documentaristica.

Becket (1964). Il film racconta l’amicizia e il successivo scontro tra il re Enrico II d’Inghilterra e il suo cancelliere, Thomas Becket, dopo la nomina di quest’ultimo ad arcivescovo di Canterbury. La fedeltà alla Chiesa finirà per costare la vita al protagonista. Un classico sulla tensione tra potere politico e autorità spirituale.

Rosso e nero (1983). Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di monsignor Hugh O’Flaherty, che dal Vaticano organizzò una rete per salvare migliaia di ebrei e perseguitati durante l’occupazione nazista di Roma. Gregory Peck interpreta questo sacerdote irlandese diventato un eroe silenzioso.

Cristiada (2012). Il film ricostruisce la Guerra Cristera in Messico, quando negli anni Venti migliaia di cattolici si ribellarono armati contro la persecuzione religiosa da parte dello Stato. Il film segue alcuni dei suoi protagonisti, tra cui veri martiri.

I sandali del pescatore (1968). Adattamento del celebre romanzo di Morris West su un vescovo ucraino che, dopo anni trascorsi nel Gulag, viene eletto Papa nel pieno della Guerra Fredda. Tra il peso del dogma e l’imminente crollo geopolitico, il film dipinge un dramma spirituale e umanista sull’audacia della leadership, la rinuncia al potere e il valore della pace.

La canzone di Bernadette (1943) Racconta le apparizioni mariane a Bernadette Soubirous a Lourdes e lo scetticismo che suscitarono tra le persone che la circondavano. Jennifer Jones ha vinto l’Oscar per la sua interpretazione.

Silenzio (2016) Martin Scorsese adatta il romanzo di Shūsaku Endō su due missionari gesuiti alla ricerca del loro mentore nel Giappone del XVII secolo, dove il cristianesimo è proibito e perseguitato. Il film approfondisce i temi dell’apostasia, del silenzio di Dio e del prezzo della testimonianza. Una delle opere più personali di Scorsese sul tema della fede.

La domenica (2025). Ainara, una brillante diciassettenne, annuncia alla sua famiglia di voler diventare suora di clausura invece di andare all’università. La sua decisione scatena lo sconcerto del padre vedovo e il rifiuto categorico della zia, non credente. Vincitrice della Concha de Oro a San Sebastián e del Goya come miglior film, l’opera ritrae il processo di discernimento vocazionale con uno sguardo raro nel cinema attuale.

4. Dramma spirituale e ricerca di Dio

L'albero della vita (2011). Terrence Malick intreccia la storia di una famiglia nel Texas degli anni Cinquanta con immagini dell’origine dell’universo. Il film esplora il dolore, la grazia e il senso dell’esistenza con uno sguardo quasi devoto. Ha vinto la Palma d’Oro a Cannes.

Calvario (2014). Un sacerdote irlandese riceve in confessione la minaccia di essere ucciso entro una settimana a causa degli abusi commessi da un altro sacerdote anni prima. Decide di non fuggire e di continuare il suo ministero nonostante il pericolo. Un dramma intenso sul senso di colpa collettivo e sulla dedizione sacerdotale.

Il banchetto di Babette (1987). In un paesino protestante danese, una rifugiata francese prepara un banchetto straordinario per i suoi austeri ospiti. Il pasto diventa una metafora della grazia, della generosità e dell’abbondanza divina. Ha vinto l’Oscar come miglior film straniero.

Gran Torino (2008). Un veterano di guerra, vedovo e scontroso, instaura un rapporto inaspettato con i suoi vicini immigrati di etnia Hmong. Clint Eastwood dirige e interpreta una storia di redenzione con un colpo di scena finale dal forte significato sacrificale.

Un Dio proibito (2014). Ambientato durante la Guerra Civile spagnola, il film racconta la persecuzione religiosa subita da una comunità di missionari clarettiani. Il film ricostruisce fatti storici di martirio poco conosciuti al di fuori della Spagna.

5. Conversione e apologetica

Il caso di Cristo (2017). Basato sulla storia vera di Lee Strobel, un giornalista ateo che indaga sulla risurrezione di Gesù per smontare la nuova fede di sua moglie. L'indagine finisce per cambiare la sua stessa vita.

La capanna (2017). Un padre devastato dalla morte della figlia riceve un misterioso invito alla baita dove è avvenuta la tragedia, e lì vive un incontro simbolico con la Trinità. Adattamento dell’omonimo best seller. Un’opera sul dolore, il perdono e l’immagine di Dio, discussa per la sua teologia non convenzionale.

6. Fantasia, soprannaturale e saga con sfondo cristiano

Il Signore degli Anelli: la trilogia (2001–2003). L'adattamento di Peter Jackson dell'opera di J. R. R. Tolkien, cattolico dichiarato, è permeato da temi quali il sacrificio, la provvidenza e la grazia. La lotta contro il male e la rinuncia al potere hanno echi morali cristiani, sebbene mai in modo esplicito. Una delle saghe più citate in chiave spirituale pur senza essere confessionale.

Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio (2005). Adattamento dell’opera di C. S. Lewis, in cui quattro fratelli scoprono un mondo magico in cui un leone si sacrifica per salvare un traditore. L’allegoria cristiana della morte e della resurrezione è esplicita nella struttura narrativa. Un racconto fantasy per famiglie con una chiara interpretazione teologica.

L'esorcismo di Emily Rose (2005). Liberamente ispirato a un caso reale tedesco, il film unisce il genere horror a un dramma giudiziario incentrato su un sacerdote accusato di negligenza in seguito alla morte di una ragazza durante un esorcismo. Il film lascia aperta la questione tra spiegazione medica e spirituale. Un insolito incrocio tra cinema horror e dibattito teologico.

Nefarious (2023). Uno psichiatra ateo deve valutare, nel braccio della morte, un serial killer che sostiene di essere posseduto da un demone di nome Nefarious. L'interrogatorio si trasforma in un duello verbale sull'esistenza di Dio, sul male e sull'aborto.

7. Classici per tutta la famiglia e incentrati sui valori cristiani

Che bello è vivere! (1946) Un uomo sul punto di suicidarsi riceve la visita di un angelo che gli mostra come sarebbe stato il mondo senza di lui. Frank Capra firma uno dei classici natalizi più amati del cinema statunitense. Una luminosa difesa del valore di ogni vita e della provvidenza.

Sorrisi e lacrime (1965) Una giovane novizia diventa governante dei sette figli di un vedovo austriaco prima dell'annessione nazista. La musica e la fede si intrecciano in uno dei film per famiglie più amati della storia. Ha vinto cinque Oscar, compreso quello per il miglior film.

I miserabili (2012) Adattamento musicale del romanzo di Victor Hugo su Jean Valjean, un ex detenuto che trova la redenzione grazie al perdono di un vescovo. La misericordia ricevuta trasforma tutta la sua vita futura. Un musical di grande impatto sulla grazia e sulla giustizia.

Fino all'ultimo uomo (2016) Ispirato alla storia vera di Desmond Doss, medico militare avventista che si rifiutò di portare le armi e salvò decine di vite nella battaglia di Okinawa per le sue convinzioni religiose. Mel Gibson dirige questo racconto sull’obiezione di coscienza e l’eroismo. Il film ha vinto due premi Oscar.

8. Sacerdozio, Chiesa e morale

Io confesso (1953) Alfred Hitchcock dirige la storia di un sacerdote che, durante la confessione, viene a conoscenza dell’identità del vero assassino in un caso per il quale lui stesso è accusato. Il segreto della confessione gli impedisce di difendersi. Un thriller morale sul segreto sacramentale.

Il cardinale (1963) Il film segue l’ascesa di un giovane sacerdote statunitense nel corso dei decenni, alle prese con dilemmi legati alla fede, alla famiglia e all’impegno sociale, fino al raggiungimento del titolo di cardinale. Otto Preminger ritrae le tensioni interne del clero del XX secolo. Un ampio affresco sulla vocazione sacerdotale.

Ritorno a Brideshead (1981). Serie televisiva tratta dal romanzo di Evelyn Waugh su un giovane agnostico che entra a far parte di un’aristocratica famiglia cattolica inglese. La fede dei Flyte, vissuta con contraddizioni, finisce per segnare la sua stessa vita. Un dramma d’epoca sulla grazia che opera anche nella debolezza.

La missione (1986) Un gesuita e un ex mercenario convertito uniscono le forze per proteggere una missione guaraní in Sudamerica dagli interessi coloniali e schiavisti del XVIII secolo. La colonna sonora di Ennio Morricone accompagna uno dei finali più memorabili del cinema religioso. Il film ha vinto la Palma d’Oro a Cannes.

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Educazione

Carlos Chiclana: «I genitori ne sanno molto più di quanto credano in materia di educazione sessuale»

Lo psichiatra e uno dei fondatori di TheFunSex, Carlos Chiclana Actis, sostiene l'importanza di ripristinare il dialogo in famiglia e di fornire alle famiglie gli strumenti necessari per educare alla sessualità con naturalezza, fiducia e rigore.

Teresa Aguado Peña-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Parlare di sessualità con i propri figli rimane, per molte famiglie, una questione ancora irrisolta. Molti genitori, secondo quanto riferisce lo psichiatra e psicoterapeuta Carlos Chiclana Actis, conoscono le risposte alle domande dei propri figli ma non dispongono degli strumenti necessari per affrontarle. Nel frattempo, i social media, la pornografia o gli amici occupano spesso quel ruolo educativo.

Da questa esigenza nasce TheFunSex, un programma che mira a formare genitori ed educatori affinché parlino di sessualità con chiarezza, rigore e naturalezza. Un’iniziativa che punta sull’accompagnamento anziché sul divieto e sulla costruzione di un rapporto di fiducia che consenta ai figli di rivolgersi ai propri genitori quando sorgono dei dubbi. A tal fine si avvale di 15 esperti provenienti da diversi ambiti — psichiatria, psicologia, sessuologia, medicina, antropologia e pedagogia — tra cui Rafael Lafuente, María Calvo, Alejandro Villena, Pep Borrell, Clara de Cendra o Nuria Ferrer, tra gli altri.

Abbiamo parlato con il dottor Carlos Chiclana Actis, figura di riferimento nel campo della salute mentale e della sessualità, delle sfide dell’educazione sessuale in famiglia e a scuola, dell’impatto degli schermi e dell’importanza di ripristinare il dialogo in casa. È uno dei fondatori di TheFunSex e direttore scientifico del progetto.

Qual è stata la necessità concreta che hai riscontrato e che ti ha portato a pensare che fosse necessario creare TheFunSex?

–Un’esigenza concreta è stata l’esperienza pratica di parlare con molti genitori durante conversazioni tra amici o incontri, in cui ti raccontavano e ti ponevano domande di base sulla sessualità e ti esponevano problemi riguardanti i propri figli, preoccupazioni e interessi per i quali non avevano una risposta o non sapevano come rispondere e che quindi evitavano di affrontare.

L'obiettivo era quello di fornire loro contenuti pratici, basati sull'esperienza e elaborati da esperti accademici (la maggior parte dei quali sono genitori), rispondendo così alle domande che i genitori si ponevano nella vita quotidiana, non in ambito clinico ma in modo naturale.

Il motto recita: «Non per vietare, ma per accompagnare». Cosa significa esattamente “accompagnare” nell’educazione sessuale?

–L’obiettivo è formare ed educare a una sessualità integrale fin dall’inizio della vita dei figli. Quando i genitori sono presenti sin dall’inizio, educando e formando anche in questa dimensione, si crea un accompagnamento, un modello pratico e un clima di fiducia. Ciò permette ai bambini e alle bambine di acquisire conoscenze e di sentirsi accompagnati nelle loro scoperte, durante la fase di grande cambiamento dell’adolescenza e, in seguito, nello sviluppo del proprio progetto di vita.

In questo modo, il padre non è semplicemente un sorvegliante, né la madre un’osservatrice che esercita un controllo, né l’educazione sessuale si riduce a un’educazione morale restrittiva o alla preoccupazione di evitare contagi o gravidanze. Si tratta di un accompagnamento molto più ampio, integrale e naturale, che si sviluppa in modo educativo, proprio come facciamo in tanti altri ambiti della vita.

Ciò che desideriamo è che la sessualità, in quanto dimensione fondamentale dell’essere umano, sia inclusa in modo naturale anche nell’educazione che una famiglia vuole impartire ai propri figli.

Qual è l'errore più comune che commettono i genitori quando cercano di affrontare questi argomenti?

– Il primo errore è non farlo. E non è solo una mia opinione, ma è quanto emerge dai dati: la maggior parte dei genitori non affronta il tema dell’educazione sessuale con i propri figli.

Il secondo errore è quello di non ascoltare. Non ascoltare i loro bisogni né le domande che hanno. Ciò può generare nei figli smarrimento e una certa diffidenza, non necessariamente negativa, ma piuttosto la sensazione che i genitori non siano la fonte a cui rivolgersi per imparare e risolvere i propri dubbi, per cui saranno costretti a cercare risposte altrove.

E il terzo è evitare di lasciarsi coinvolgere quando si danno delle risposte. Questi sarebbero, probabilmente, i tre errori principali.

Per quanto riguarda la pornografia, se dei genitori scoprissero che il proprio figlio ne fa uso, quale pensi che dovrebbe essere la loro prima reazione?

–La prima reazione dovrebbe essere quella di abbracciarlo e chiedergli di cosa ha bisogno, come è arrivato a quel punto, come si sente e come si può aiutarlo a uscire da quella situazione. Bisogna anche spiegargli che la pornografia non rappresenta il modo naturale di vivere la sessualità, ma offre una visione distorta e confusa, che può risultare dannosa sia per il suo sistema nervoso che per il suo sviluppo sessuale.

Il primo messaggio dovrebbe essere: «Figlio mio, hai un problema, ma possiamo aiutarti. Questa situazione non fa bene alla tua salute. Come possiamo aiutarti? Di cosa hai bisogno?».

In secondo luogo, è probabile che quel materiale pornografico sia stato visualizzato tramite un dispositivo fornito proprio dai genitori: uno smartphone, un tablet, un computer o una console con connessione a Internet. Per questo motivo, è anche il momento giusto affinché i genitori si chiedano come stanno organizzando il proprio ambiente digitale domestico.

Proprio come ci preoccupiamo che in casa nostra non entri troppo rumore o che la temperatura sia adeguata, e installiamo allarmi per proteggerla, vale anche la pena progettare una casa digitale in cui la «temperatura» etica, morale e di salute della famiglia sia ben regolata, e dove installiamo allarmi per impedire l’ingresso ai malintenzionati che vogliono rubarci l’innocenza, la sessualità e il denaro attraverso la pornografia.

Dite: “Quello che TikTok non insegnerà ai vostri figli”. Come competere con TikTok?

–La prima cosa da fare sarebbe non dare loro un cellulare né installare TikTok. Di fronte a questo, alcune persone potrebbero pensare: «Ma tu non vivi nel mondo, non sai cosa succede». Ma forse è proprio il contrario: proprio perché sono troppo immerso nel mondo, so cosa succede e conosco quali possono essere le sue conseguenze negative.

L'Associazione Spagnola di Pediatria raccomanda vivamente che i bambini non abbiano un cellulare personale e che, se ne utilizzano uno — perché non vogliamo certo che diventino analfabeti digitali —, lo facciano negli spazi comuni, fuori dalla camera da letto e dal bagno.

Quando parlo con i genitori, dico loro: l’Associazione Spagnola di Pediatria propone un calendario vaccinale. Siete voi a decidere se seguirlo o meno. Ebbene, propone anche delle linee guida relative all’educazione, alla formazione e all’uso dei cellulari per i vostri figli. Potete seguirle o meno, ma è importante sapere che queste raccomandazioni non riguardano la moralità dei figli, bensì la loro salute mentale, il loro sviluppo neurocognitivo, la loro capacità di controllare gli impulsi, il loro stato d’animo e l’ansia.

Ogni famiglia deve decidere come vuole educare i propri figli, ma non deve essere la mancanza di strumenti a impedirglielo. Per questo abbiamo creato un programma in cui i genitori possono imparare a farlo in modo semplice, naturale e sicuro, insieme ad altri genitori. Con brevi domande a cui è possibile consultare in qualsiasi momento, argomenti concreti che abbiamo testato in diversi gruppi di discussione per assicurarci che rispondano alle reali preoccupazioni dei genitori, dirette settimanali e una comunità in cui poter partecipare e porre nuove domande.

Quello che vogliamo è che i genitori possano dire: «Così sì che so come fare, così sì che ci riesco e così sì che ce la faccio».

Di cosa hanno bisogno i genitori per poter dire «così ce l’ho fatta»?

–I genitori ne sanno molto, e vogliamo rafforzare questa idea.

Qualche giorno fa, durante un’attività estiva, i bambini, di circa dieci anni, e i loro genitori sono stati divisi in due gruppi. Ai bambini è stato chiesto di scrivere le domande che avevano sul sesso da porre ai propri genitori. Ai genitori, invece, è stato chiesto di scrivere le domande che, secondo loro, i figli avrebbero voluto porre loro.

I genitori hanno formulato domande estremamente complesse, mentre quelle dei figli erano molto semplici e, in realtà, i genitori sapevano come rispondere. Quindi, spesso si tratta di fare il salto di fiducia: imparare ad ascoltare, sapere come inserirsi nella conversazione e saper aspettare. Perché, in effetti, molti genitori possiedono già gran parte delle conoscenze necessarie. Ciò di cui hanno bisogno sono piccoli strumenti di supporto, oltre a conoscere modalità e metodi per affrontare queste conversazioni.

Quale ruolo dovrebbe assumere la scuola in materia di educazione sessuale e quale spetta esclusivamente alla famiglia?

–Secondo l'ultima Indagine nazionale sulla salute sessuale, appena pubblicata dopo 19 anni di assenza di indagini di questo tipo, oltre il 90 % della popolazione ritiene che nelle scuole debba esserci educazione sessuale.

Questo aspetto ha un lato molto positivo: riflette una chiara consapevolezza sociale sulla necessità dell’educazione sessuale. Ma ha anche un lato che mi sembra un po’ negativo, perché sembra escludere i genitori. È vero che nel sondaggio non è stato chiesto se le persone ritenessero necessario che anche i genitori ricevessero una formazione in materia di sessualità. Forse quella domanda è stata tralasciata.

A me sembra che queste due realtà si completino molto bene a vicenda. Ad esempio, a scuola, quando un bambino ha cinque anni, gli si può spiegare che il suo corpo appartiene a lui, come dire di no e come chiedere aiuto in caso di pericolo. Ma, quando arriva quel momento, i suoi genitori dovrebbero averlo già educato per cinque anni in materia di sessualità e avergli spiegato molte cose.

Per questo motivo ritengo che l’educazione sessuale a scuola, in collaborazione con le famiglie, sia il modello migliore. Lo abbiamo verificato anche in uno studio accademico che abbiamo pubblicato quest’anno, nel quale abbiamo intervistato genitori, insegnanti e studenti per conoscere i loro punti di vista.

Questo progetto è pensato sia per i credenti che per i non credenti…

–Sì. Abbiamo progettato il corso in modo che chiunque possa seguirlo, indipendentemente dal fatto che abbia o meno credenze religiose o che pratichi o meno una fede. Lo abbiamo fatto consapevolmente, cercando di garantire che quanto viene spiegato sia fondato sulla verità, sull’esperienza e sulla scienza.

Per questo può essere utile a chiunque, che si tratti di un genitore o di una famiglia. È vero che molti dei relatori sono noti al grande pubblico per la loro fede, ma, in qualità di direttore accademico e scientifico del programma, ho prestato particolare attenzione affinché le risposte non fossero fondate né sulla fede né su una morale specifica, bensì sull’esperienza e sulla scienza. Il nostro obiettivo è che TheFunSex possa essere utilizzato da chiunque.

Per saperne di più
Vangelo

Il miglior investimento: investire tutto. XVII domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XVII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 26 luglio 2026.

Vitus Ntube-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La liturgia di oggi parla di investimenti. Gli esperti finanziari possono consigliare altro, ma chi comprende le dinamiche della vita spirituale sa che il miglior investimento è quello in cui diamo tutto noi stessi.

Nel Vangelo di oggi, Gesù paragona il Regno dei Cieli a un tesoro nascosto in un campo, a una perla di grande valore e, infine, a una rete gettata in mare. Le prime due parabole sono particolarmente simili, sia nel loro messaggio che nella risposta che richiedono. L’uomo che trova il tesoro e il mercante che scopre la perla giungono entrambi alla stessa conclusione: ciò che hanno trovato vale più di tutto il resto che possiedono. La stessa ordinaria prudenza umana li porterebbe a vendere tutto ciò che hanno per ottenere qualcosa di infinitamente più prezioso.

Queste parabole si rivolgono non solo alla nostra intelligenza, ma anche alla nostra libertà. Esigono una decisione. Una volta scoperto il tesoro, la neutralità non è più possibile. O ci si allontana da esso, oppure si rinuncia a tutto per possederlo. La domanda centrale della liturgia di oggi è, quindi, questa: qual è la nostra risposta all’incontro con Cristo? Siamo disposti a scommettere tutto su di Lui? Non possiamo possedere il tesoro del Regno finché ci aggrappiamo con forza a cose di poco conto. Per raggiungere il bene più grande, dobbiamo essere disposti a liberarci da false sicurezze, ambizioni egoistiche, ecc. 

Allo stesso tempo, Gesù è realista. Non tutti trovano il tesoro, e non tutti coloro che lo trovano sono disposti a pagare il prezzo necessario per possederlo. Per questo l’ultima parabola parla della rete che raccoglie pesci di ogni genere e della separazione che avrà luogo alla fine dei tempi. Il Vangelo ci ricorda che le nostre decisioni hanno conseguenze eterne. Per questo siamo esortati non solo a cercare attivamente il tesoro del Regno, ma anche ad avere il coraggio di acquisirlo a qualsiasi costo.

La figura di Salomone nella prima lettura è un bellissimo esempio di chi ha fatto l'investimento giusto. All'inizio del suo regno, il Signore gli diede quello che potremmo definire un assegno in bianco: “Chiedimi quello che vuoi che ti dia”. Salomone avrebbe potuto chiedere potere, lunga vita o la sconfitta dei suoi nemici. Tuttavia, chiese qualcosa di più grande: “Concedi dunque al tuo servo un cuore attento per giudicare il tuo popolo e distinguere tra il bene e il male".

Nella richiesta di Salomone vediamo la grandezza della sua anima. Egli riconobbe la vera perla di grande valore e si rifiutò di accontentarsi di cose di minore importanza. Salomone divenne famoso in tutto il mondo per la sua saggezza. Dio si compiace di un cuore magnanimo, un cuore che cerca l’eterno prima del transitorio. L’unico investimento che non fallisce mai è l’investimento totale in Dio. Il Regno costa tutto perché dona tutto.

America Latina

A un mese dai terremoti, la Chiesa in Venezuela continua a essere al servizio della popolazione

Dopo la doppia scossa sismica verificatasi in Venezuela lo scorso giugno, la Chiesa cattolica continua a fornire assistenza alle vittime in tutto il Paese.

Paloma López Campos-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

È passato quasi un mese da quando... terremoti verificatisi in Venezuela. La doppia scossa sismica si è verificata il 24 giugno 2026, rappresentando una delle più gravi catastrofi naturali dell'ultimo secolo nel Paese. A seguito degli eventi, si contano oltre cinquemila morti accertati, migliaia di feriti e altrettanti dispersi.

"Aiuto alla Chiesa che Soffre” si è recata in Venezuela per offrire tutto il sostegno della Chiesa cattolica. Per illustrare la situazione attuale del Paese, l’organizzazione vaticana ha convocato una conferenza stampa alla quale hanno partecipato la sua presidente esecutiva internazionale, Regina Lynch, e l’arcivescovo di Caracas, monsignor Raúl Biord.

L'amministratrice delegata ha descritto la situazione in Venezuela come “apocalittica”, ma ha affermato che la Chiesa è presente e sta fornendo un grande aiuto. Ha sottolineato che “non possiamo dimenticare il Venezuela”, lasciando che altri avvenimenti riportati dai media distolgano l'attenzione dalle persone bisognose che si trovano ancora in tutto il Paese.

Da parte sua, l’arcivescovo ha ricordato che ci sono ancora tra le 20.000 e le 30.000 persone disperse, le cui famiglie continuano a impegnarsi per ritrovarle. Inoltre, ci sono migliaia di morti e moltissimi edifici essenziali, come ospedali e scuole, sono stati completamente distrutti.

D'altra parte, molti sopravvissuti vivono “per strada, in ‘tende’ coperte da teli di plastica”. Inoltre, in Venezuela in questo periodo è inverno, il che aggrava la situazione poiché si tratta di una stagione caratterizzata da abbondanti piogge.

La presenza della Chiesa in Venezuela

A questa situazione si aggiunge la perdita del posto di lavoro da parte di migliaia di persone, il che rende difficile andare avanti. Per tutti questi motivi, l’arcivescovo ha affermato che “come Chiesa, sin dal primo giorno siamo stati presenti nelle strade”.

“La Chiesa è il popolo, ecco perché siamo in strada ad assistere le persone”, ha affermato dopo aver spiegato che molte chiese e parrocchie sono state distrutte. Ha inoltre confermato che Papa Leone XIV li ha contattati il giorno dei terremoti per informarsi sulla situazione e trasmettere loro le sue preghiere.

Monsignor Biord ha spiegato che una delle prime cose che hanno fatto è stata quella di fornire assistenza psicologica ai vari membri delle parrocchie che si stanno occupando delle persone colpite. “È importante prendersi cura di chi si prende cura degli altri”, ha sottolineato, aggiungendo che ci sono molti volontari delle parrocchie impegnati a offrire conforto, cibo e aiuto materiale e spirituale alle vittime, ma anche loro hanno bisogno di sostegno per affrontare il disastro.

Ora, a quasi un mese di distanza, “è il momento di ricostruire vite e persone”, ha affermato l’arcivescovo. In seguito arriverà il momento di ricostruire tutti gli edifici e le infrastrutture che sono stati distrutti.

Spagna

Un sondaggio condotto da GAD3 conferma il forte impatto spirituale che la visita del Papa ha avuto sugli spagnoli

Dei 5.027 intervistati, il 98% ha espresso un giudizio "positivo" o "molto positivo" sulla visita.

Redazione Omnes-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La visita di Papa Leone XIV in Spagna, svoltasi dal 6 al 12 giugno, ha lasciato un segno profondo in coloro che hanno partecipato alle varie manifestazioni. È quanto emerge da uno studio elaborato dalla società di consulenza GAD3 per l’organizzazione del viaggio, condotto tramite interviste a 5.027 persone al termine della visita, i cui risultati coincidono con quelli pubblicati dal Centro di Ricerche Sociologiche (CIS) nel suo barometro del luglio 2026.

Una valutazione estremamente positiva

Secondo lo studio, l«89% dei partecipanti ha valutato la propria esperienza e l'esito della visita come »positiva«, mentre un ulteriore 9% l'ha considerata »molto positiva», il che porta la valutazione complessiva al 98%.

La visita ha inoltre trasformato la percezione che i partecipanti avevano dello stesso Papa Leone XIV. Prima del viaggio, il 90% nutriva un’opinione favorevole sulla sua figura, la sua biografia e il suo messaggio; dopo averlo conosciuto da vicino, tale percentuale è salita al 98%, con un aumento di otto punti. Anche la scarsa conoscenza del Pontefice si è ridotta in modo significativo: se prima della visita il 57% degli intervistati dichiarava di conoscerlo poco, tale cifra è scesa al 14% al termine del viaggio.

Impatto spirituale ed emotivo

Lo studio di GAD3 approfondisce inoltre l’impatto personale e spirituale generato dalla presenza del Papa in Spagna. Tra gli obiettivi che i partecipanti si sono prefissati dopo la visita spiccano il desiderio di contribuire a migliorare il mondo (92%), rafforzare il rapporto personale con Dio (91%) e consolidare l’impegno nei confronti della Chiesa (87%).

Sul piano emotivo, i sentimenti più diffusi tra i partecipanti sono stati la gioia (99%), l'entusiasmo (97%), la speranza (97%), la pace (95%) e il senso di unione con gli altri (95%).

I messaggi che hanno colpito di più

Tra i messaggi del Papa che hanno suscitato maggiore risonanza tra i presenti spiccano l’importanza della preghiera e dell’incontro personale con Dio (19%) e l’invito a vivere la fede con gioia e speranza (17%). Seguono l’invito a servire e aiutare il prossimo (13%), la costruzione del dialogo, l’ascolto e la riconciliazione (12%) e l’accoglienza e l’integrazione dei migranti e delle persone vulnerabili (7%).

Come conseguenza diretta di questi messaggi, i partecipanti hanno espresso propositi personali molto concreti: vivere con più speranza o gioia (45%), curare la propria vita spirituale (41%) e aiutare di più gli altri (30%).

Valutazione positiva della copertura mediatica e del ruolo di primo piano di Instagram

Anche la copertura mediatica della visita ha ricevuto una valutazione positiva: il 91% dei partecipanti ritiene che la copertura dei media abbia rispecchiato molto o abbastanza quanto vissuto nei vari incontri.

Per quanto riguarda i social media, Instagram è stata la piattaforma più utilizzata per seguire e diffondere la notizia della visita, con 55% menzioni, seguita da YouTube (24%) e Facebook (20%). Il 26% dei partecipanti, tuttavia, ha dichiarato di non aver seguito né diffuso il viaggio attraverso i social network.

Alla domanda su quali parole riassumessero al meglio la loro esperienza, i partecipanti hanno concordato in particolare su cinque termini: gioia, meravigliosa, indimenticabile, amore e Chiesa, a testimonianza dell’impatto emotivo e spirituale lasciato dal passaggio di Papa Leone XIV in Spagna.

Mondo

La Chiesa in Tanzania: fede, povertà e speranza nel cuore dell’Africa

Un seminarista tanzaniano e una suora peruviana, missionaria in quel Paese, illustrano la situazione della Chiesa e il loro operato in loco.

Javier García Herrería-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

La Chiesa cattolica in Tanzania è, come spiega Godfrey Mgusi Makoro, seminarista tanzaniano che sta attualmente completando la sua formazione presso il Seminario Internazionale Bidasoa di Pamplona, «una Chiesa giovane che risale ad almeno un secolo fa, quando ebbe luogo la sua evangelizzazione, la seconda evangelizzazione, avvenuta alla fine del XIX secolo, negli anni »60 del XIX secolo«. Furono i Padri Bianchi, i Padri dello Spirito Santo e i Missionari d’Africa a seminare quella fede che oggi, grazie ai »loro sforzi e alla loro dedizione profondamente radicata nell’amore di Dio, in Cristo con il suo Vangelo e nella Chiesa», è diventata una realtà che conta milioni di fedeli.

Oggi almeno il 35% della popolazione tanzaniana è cattolica ed è distribuita in 37 diocesi, di cui 7 sono arcidiocesi. Una Chiesa numerosa e vivace, ma che —come ogni Chiesa giovane— presenta luci e ombre.

Il compito fondamentale: condurre le anime a Dio

Per Makoro, la missione della Chiesa in Tanzania non si esaurisce nelle sue opere sociali, per quanto importanti esse siano. «La Chiesa, in quanto popolo di Dio, ha come compito principale quello di condurre le anime a Dio», scrive. Ma mette in guardia da una tentazione che considera fondamentale: «C’è una profonda crisi nell’identità cristiana dei cristiani. E dico profonda perché riguarda la radice stessa dell’essere cristiani». Tale crisi consiste, secondo le sue parole, nel confondere la fede con uno scambio: «Innanzitutto, ciò che si cerca nella Chiesa non sono dei ‘favori di Dio’ in cambio delle nostre azioni pie, ma la Santità, la vita divina, il vivere con Dio».

Suor Lizmendy, religiosa peruviana della congregazione delle Custodi del Regno del Cuore di Gesù, che da poco più di un anno opera nella diocesi di Bunda, sull’isola di Ukerewe, concorda sul fatto che il compito principale della Chiesa sia «mantenere viva la fede e la formazione». Riconosce che «c’è un forte impegno pastorale da parte dei missionari e dei sacerdoti», anche se le condizioni non sempre lo facilitano: «Ci sono pochi missionari, pochi sacerdoti, le distanze sono piuttosto notevoli, la popolazione è numerosa e, nonostante tutto, si cerca di essere presenti, di accompagnare continuamente». E aggiunge un’immagine che riassume bene lo spirito missionario: «A volte bisogna fare viaggi un po» lunghi, ma nonostante ciò si è presenti, perché l’importante per ogni comunità è vedere e sentire la presenza dei sacerdoti e delle suore che stanno con loro».

Istruzione e sanità: l'eredità dei missionari

Fin dai primi tempi dell’evangelizzazione, la Chiesa in Tanzania ha compreso che annunciare il Vangelo significa anche prendersi cura del corpo e della mente. Makoro lo riassume con una formula che si è ripetuta in ogni missione: «Fin dai tempi dei missionari, la Chiesa in Tanzania si è concentrata su questi due aspetti: ovunque vivessero i missionari, lì c’era una parrocchia, una scuola e un ospedale». Lo constata lui stesso nella propria parrocchia, quella di Nostra Signora della Buona Speranza di Kagunguli, che vanta ormai 132 anni di storia e che, quando il Paese ottenne l’indipendenza, vide il governo assumere la gestione di gran parte delle sue scuole e dei suoi centri sanitari, anche se non di tutti: «Attualmente sono di proprietà del governo, ad eccezione della scuola secondaria che è stata restituita alla Chiesa».

Nonostante queste cessioni, la rete educativa cattolica rimane comunque vastissima. Secondo i dati di Makoro, la Chiesa conta oggi «quasi duemila scuole, sia primarie che secondarie», cinque università cattoliche — tra cui la Saint Augustine University of Tanzania (SAUT), la Catholic University of Health and Allied Sciences (CUHAS) di Bugando-Mwanza, la Ruaha Catholic University (RUCU), la Mwenge Catholic University (MWECAU) e il Jordan University College — e circa un centinaio di istituti di formazione di livello diploma in settori quali la sanità e l’istruzione. «Ciò dimostra che, sin dall’indipendenza, la maggior parte della popolazione ha ricevuto la propria istruzione nelle scuole cattoliche», conclude il seminarista.

Anche in ambito sanitario la presenza cattolica è molto estesa. «Ogni diocesi della Tanzania ha almeno un ospedale, e alcune ne hanno più di cinque», spiega Makoro, che cita il Bugando Hospital come punto di riferimento nazionale. Complessivamente, la Chiesa dispone di «94 centri sanitari e 338 dispensari», oltre a numerosi orfanotrofi e centri per le persone più emarginate, gestiti per lo più da suore.

Suor Lizmendy conferma questa vocazione assistenziale sulla base della sua esperienza concreta a Bunda: «In questa zona della Tanzania, la diocesi gestisce numerose scuole, dispensari e opere sociali grazie alla presenza dei missionari». E aggiunge un dettaglio che rivela fino a che punto la scuola colmi le carenze familiari di base: «Nelle scuole vengono offerti la colazione e il pranzo ai bambini, il che favorisce un migliore apprendimento e uno sviluppo nutrizionale». Sottolinea inoltre l’attenzione specifica rivolta a una categoria particolarmente vulnerabile nella regione: «Ci sono case di accoglienza, soprattutto per questa comunità di albini che in questa zona è piuttosto numerosa».

La povertà, la sfida che sta alla base di tutte le altre

Se c’è un filo conduttore tra le due testimonianze, è la povertà. Makoro la indica come la radice di molti altri mali: «Attualmente la maggior parte dei cittadini vive in condizioni di povertà, poiché le cause principali sono l’egoismo e la corruzione». Punta inoltre il dito contro la disoccupazione giovanile con una statistica eloquente: «Su dieci laureati, tre trovano lavoro, uno può avere un’occupazione autonoma, quindi i restanti sei rimangono senza lavoro».

Suor Lizmendy, dal campo, offre una testimonianza ancora più cruda della povertà quotidiana sull’isola di Ukerewe: «C’è un tasso di povertà altissimo tra le famiglie che non dispongono dei beni di prima necessità per sopravvivere giorno per giorno. Per fare un esempio, molte di loro non hanno nemmeno un euro al giorno, il che comporta che si mangi solo una o due volte al giorno». Questa precarietà, spiega, ha effetti a catena: «Ciò comporta anche problemi di malnutrizione e di apprendimento nei bambini». E per quanto riguarda l’istruzione, la scarsità di risorse spinge molte famiglie a interrompere gli studi dei propri figli appena terminata la scuola primaria, il che «porta molte ragazze, in particolare, a formare una famiglia in giovane età e ad avere figli in giovane età».

Riguardo al proprio stile di vita come missionaria, la suora confessa con semplicità: «Viviamo con lo stretto necessario, perché, sebbene non ci manchi nulla, non abbiamo nemmeno nulla in eccesso. E così impari a vivere in mezzo a loro con quella fede così bella, così crescente e così gioiosa».

Un popolo pacifico in tempi di tensione sociale

Makoro sottolinea un aspetto dell’identità tanzaniana che desidera mettere in evidenza a fronte degli stereotipi sull’Africa: la convivenza pacifica tra le sue oltre 120 tribù. «Grazie a Dio, in Tanzania abbiamo più di 120 tribù, ma non c’è tribalismo; in Tanzania chiunque può vivere dove vuole senza alcun problema». E aggiunge, con un tocco personale: «A dire il vero, non ricordo episodi di violenza tra i cittadini in Tanzania. Sono cresciuto in Tanzania, ma non ho mai sentito parlare di guerre tra noi cittadini. I tanzaniani sono un popolo pacifico al punto che questa caratteristica è diventata parte della nostra identità».

Le tensioni che invece riconosce sono di altro tipo: le proteste dei cittadini contro il potere politico. «La violenza a cui abbiamo assistito di recente è quella dei cittadini contro il governo, soprattutto quando si ribellano contro la corruzione, l’ingiustizia e i vari problemi che la gente sta affrontando», spiega, inquadrando il fenomeno in una prospettiva spirituale: «è una manifestazione della sete di giustizia e di cambiamento, come ha affermato Papa Leone XIV nella sua recente visita apostolica in alcuni paesi dell’Africa».

Le vocazioni: frutto della famiglia, della comunità e della liturgia

Una delle caratteristiche più sorprendenti della Chiesa tanzaniana, agli occhi di un europeo, è l’abbondanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Makoro offre tre chiavi di lettura per comprenderlo. La prima è la fede vissuta in comunità: «le vocazioni nascono in una comunità cristiana e sono per essa». La seconda è la famiglia, «come la Chiesa in casa», che trasmette il valore della vocazione fin dall’infanzia. Lo stesso seminarista condivide un ricordo affettuoso di sua madre: «Ricordo che quando ero bambino mia madre mi sculacciava se non pregavo a casa, specialmente la preghiera del pomeriggio e della sera, e mi costringeva a recitare la preghiera per le vocazioni, anche se la recitavo piangendo; oggi però sono un seminarista che sta completando la propria formazione presso il seminario internazionale Bidasoa a Pamplona. Che mia madre riposi in pace». La terza chiave, che attribuisce a un suo professore, è una liturgia curata con attenzione, «perché la vocazione richiede che i chiamati incontrino Colui che chiama».

Suor Lizmendy offre una lettura complementare, più incentrata sulla fede vissuta «a fior di pelle»: «Credo che molti giovani scelgano la vita religiosa e il sacerdozio grazie alla fede tangibile presente in ciascuna delle loro famiglie». E aggiunge una motivazione quasi missionaria nei candidati stessi: «Porterò un po» più di Dio alla mia famiglia, alla mia comunità; farò da tramite; diventerò sacerdote o suora perché voglio continuare a mantenere viva la fede in queste famiglie, in questa comunità».

Piccole comunità cristiane e gruppi di fede

Makoro descrive in dettaglio un elemento caratteristico del cattolicesimo tanzaniano: le piccole comunità cristiane, gruppi composti da cinque a dieci famiglie organizzate attorno a un santo patrono, che si riuniscono settimanalmente per leggere la Parola e condividere la vita di fede. A suo avviso, questa struttura «può rappresentare un valido rimedio all’individualismo che continua a rappresentare una minaccia in Europa».

Accanto a queste, esistono comunità di devozione popolare — il Rosario Vivo, il Sacro Cuore di Gesù, Santa Rita da Cascia, Regnum Christi — con pratiche di pietà molto concrete, come la recita quotidiana del rosario o le veglie mensili di adorazione. Makoro, cresciuta nella comunità del Sacro Cuore di Gesù, sostiene che questo tipo di esperienza religiosa intensa fin dall’infanzia faciliti il discernimento vocazionale: «Immagina un ragazzo di quindici anni che, dall’età di 10 anni fino ai 20, trascorre tutta la notte in preghiera: per lui è facile discernere la vocazione sacerdotale, o quella religiosa per le ragazze».

A ciò si aggiungono i grandi movimenti apostolici organizzati per età e sesso, dotati di una struttura nazionale, di un’uniforme e di uno statuto proprio: l’Unione degli Uomini Cattolici della Tanzania (UWAKA), l’Unione delle Donne Cattoliche della Tanzania (WAWATA), i Giovani Lavoratori Cattolici (VIWAWA), gli studenti cattolici delle scuole secondarie (TYCS) e universitari (TMCS), e la Congregazione dei Santi Bambini di Gesù per i più piccoli.

La famiglia, primo luogo della fede, e le minacce che la riguardano

Sia il seminarista che la suora concordano sul fatto che la famiglia continui a essere il primo luogo di trasmissione della fede. Makoro descrive una scena quotidiana: «Mangiano insieme a casa e la sera è molto comune pregare prima di andare a dormire. È lì che i bambini imparano a parlare con Dio, pregando con i propri genitori a casa». La partecipazione alla messa domenicale è praticamente obbligatoria in molte famiglie, al punto che «chi salta la messa, poi deve renderne conto».

Suor Lizmendy precisa che si tratta di una fede più vissuta che dottrinale: «Sebbene non si trasmetta una fede molto dottrinale, si trasmette una fede di testimonianza, una fede di tutti i giorni». Cita come esempio la portata delle celebrazioni sacramentali: «In Tanzania, in un’unica cerimonia vengono confermati 250 giovani o ricevono la comunione 300 bambini».

Ma Makoro non nasconde che l’istituzione familiare sta attraversando una crisi sempre più grave: «La famiglia in Tanzania è attualmente in pericolo. Ormai è diventato comune avere un figlio che non conosce il padre o la madre o che non vive con i genitori». Sottolinea inoltre un cambiamento di mentalità tra le giovani donne, che «considerano il non sposarsi come una forma di liberazione», e menziona l’omosessualità come una realtà che «socialmente continua a essere vista come un male» nel Paese.

Donne: povertà, maternità precoce e mancanza di opportunità

La condizione delle donne emerge in entrambe le testimonianze come una delle ferite più profonde della società tanzaniana. Makoro elenca diversi aspetti: la povertà materiale aggravata dal cambiamento climatico e dalla mancanza di lavoro; la responsabilità quasi esclusiva della cura dei figli, specialmente quando il marito muore o abbandona la famiglia; i matrimoni e le gravidanze adolescenziali, che stroncano i progetti di vita di molte giovani; il rischio, sebbene non frequente, di abusi sessuali; e la tentazione di rivolgersi ad altre religioni o alla superstizione «con l’idea di cercare miracoli e risolvere i propri problemi».

Suor Lizmendy lo conferma sulla base della sua esperienza diretta a Bunda: «Per quanto riguarda le donne e le ragazze, hanno davvero pochissime opportunità accademiche e lavorative. Molte di loro, a causa della mancanza di risorse, abbandonano la scuola in età molto precoce per dedicarsi alla famiglia o al lavoro nei campi, dove devono affrontare una vita molto dura». La Chiesa cerca di rispondere con formazione e accompagnamento, anche se la suora è onesta riguardo ai propri limiti: «Da parte della Chiesa cerchiamo di organizzare alcuni laboratori e di fornire accompagnamento per migliorare la loro situazione, ma i bisogni sono enormi e le nostre risorse molto limitate».

Makoro aggiunge un dato che sfuma questo quadro: nonostante le difficoltà, «se si va in Tanzania, si scoprirà che in molte istituzioni ecclesiastiche il numero delle donne che occupano posti di lavoro è superiore a quello degli uomini».

Convivenza interreligiosa e contributo sociale della Chiesa

Per quanto riguarda il rapporto con l’Islam, Makoro descrive un clima di «convivenza piuttosto pacifica» tra musulmani e cristiani, pur riconoscendo una certa complessità istituzionale dovuta all’assenza di un’autorità musulmana unificata: «al punto che, tra di loro, alcuni concordano con alcune affermazioni della Chiesa e altri no. Ma nella vita quotidiana tra la gente c’è molta pace».

In sintesi, il seminarista riassume così il contributo della Chiesa al suo Paese: «Come cittadino, posso dire che la Chiesa in Tanzania è la voce di chi non ha voce. La Chiesa è una delle poche istituzioni che ha contribuito e continua a contribuire allo sviluppo del Paese attraverso l’istruzione sin dalla sua fondazione».

Lo sguardo di una missionaria straniera: dalla paura iniziale alla gioia contagiosa

La testimonianza di suor Lizmendy offre il punto di vista di chi arriva dall’esterno e deve imparare, quasi da zero, a inserirsi in una cultura diversa. Confessa senza mezzi termini lo smarrimento dei suoi primi giorni: «Il fatto di non parlare la lingua mi faceva venire voglia di scappare. ‘Cosa ci faccio qui se non riesco a parlare, se non riesco a comunicare con le persone, se non capisco e non mi capiscono?’». Ammette che «si sentiva un po» inutile in Tanzania».

È riuscita a superare quel momento, racconta, grazie alla preghiera, alla lettura spirituale e all’accompagnamento, oltre che a una frase del nunzio apostolico che è diventata la sua bussola: «L’evangelizzazione non si fa solo con le parole, ma con l’amore». Oggi, a più di un anno di distanza, il suo bilancio è gioioso: «Sono molto felice, anche se capisco pochissimo lo swahili… questo non mi impedisce di vedere la gioia sui volti di chi mi circonda». E aggiunge una riflessione che illumina il senso ultimo della sua presenza lì: «Essere in Tanzania per me è qualcosa, un dono, è qualcosa di grande, è un dono di Dio che mi ha permesso di vivere e di condividere».

Alla domanda sulla differenza tra la fede tanzaniana e quella europea, offre una delle chiavi di lettura più illuminanti di tutto il servizio: «Un tanzaniano ti esprime ciò che prova, ti trasmette gioia, emozione, comunica ciò che ha dentro. Quella fede così grande, quell’amore per Dio, ti contagia. Credo che in Europa tutto questo venga vissuto in modo un po» più intimo«. E conclude con un invito: »Forse potremmo imparare dall’atteggiamento dei tanzaniani nel modo in cui esprimono e vivono la fede: dimostrano di essere cattolici e lo fanno con gioia, nonostante tutte le difficoltà e le privazioni che devono affrontare».

Dall’incontro di queste due testimonianze — quella di un giovane tanzaniano che si sta preparando al sacerdozio e quella di una missionaria peruviana che ha fatto della Tanzania la sua casa — emerge il ritratto di una Chiesa giovane, vigorosa nelle sue vocazioni e nella sua fede, ma che cammina al fianco di un popolo martoriato dalla povertà, dalla disoccupazione giovanile e dalle disuguaglianze di cui soffrono soprattutto le donne. Una Chiesa che, come sintetizza Makoro, continua a ritenere che la propria missione non separi l’annuncio del Vangelo dalla cura della scuola, dell’ospedale e della famiglia; e che, come testimonia suor Lizmendy, trova nella semplice gioia dei suoi fedeli una delle lezioni più profonde che la Tanzania possa offrire a un’Europa più silenziosa nel suo modo di vivere la fede.

Per saperne di più
Stati Uniti

Alcune suore fanno causa allo Stato di New York per una legge che le obbligherebbe a collaborare al suicidio dei pazienti

Quattro ordini religiosi impegnati nell'assistenza sanitaria hanno intentato una causa contro lo Stato di New York in merito a una legge sul suicidio assistito.

Agenzia di stampa OSV-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– OSV News / Kate Scanlon

Il 17 luglio, quattro ordini religiosi e organizzazioni cattoliche attive nel settore sanitario hanno presentato una causa contro lo Stato di New York a causa di una nuova legge che consente ai medici di aiutare gli adulti affetti da malattie terminali a morire tramite suicidio.

In una causa intentata da Becket, uno studio legale specializzato in libertà di religione, le Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, le Suore Domenicane di Hawthorne, le Suore Missionarie di San Benedetto e le Piccole Suore dei Poveri hanno sostenuto che la legge le avrebbe obbligate a facilitare tali decessi, il che avrebbe costituito una violazione della loro fede.

Suor Mary Rose Heery, priora generale delle Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, ha dichiarato il 20 luglio: “Nei nostri centri portiamo l’amore infinito di Cristo agli anziani newyorkesi di ogni origine e condizione sociale”.

“Ci impegniamo a trasmettere la Sua compassione a coloro che sono affidati alle nostre cure, assicurandoci che nessun residente debba morire da solo”, ha affermato. “Questa legge va contro l’essenza stessa di quella vocazione”.

L'ufficio del procuratore generale di New York, Letitia James, non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.

I sostenitori del suicidio assistito da un medico sostengono che questa pratica tuteli l'autonomia delle persone che soffrono nei loro ultimi giorni, ma i suoi detrattori sostengono che essa leda la dignità della vita umana ed esponga le persone malate o in fin di vita a forme di coercizione, tra le altre preoccupazioni.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica condanna esplicitamente la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito da un medico, ritenendoli “moralmente inaccettabili” e una violazione del quinto comandamento: “Non uccidere”.

La governatrice Kathy Hochul, democratica dello Stato di New York, ha firmato la legge a febbraio, sostenendo di aver “predisposto” misure di tutela durante l’iter legislativo che garantissero “l’integrità della decisione del paziente e la preparazione delle strutture sanitarie”. I vescovi cattolici dello Stato erano tra coloro che si sono opposti alla legge.

“Questo è al tempo stesso inaccettabile e incostituzionale”

Tuttavia, Mark Rienzi, presidente di Becket e avvocato principale delle organizzazioni sanitarie, ha affermato in un comunicato del 20 luglio: “New York sta costringendo le persone malate e in fin di vita a prendere in considerazione il suicidio nel momento più difficile della loro vita, indipendentemente dal fatto che lo richiedano o meno”.

“E quel che è peggio, sta reclutando le suore che si prendono cura di loro per la sua setta suicida, minacciandole di multe esorbitanti e di rovina professionale”, ha affermato Rienzi. “Questo è al tempo stesso inaccettabile e incostituzionale. Siamo certi che i tribunali federali porranno fine a questa situazione”.

Becket, che rappresenta gli ordini religiosi e il vescovo John O. Barres di Rockville Centre (New York), ha dichiarato che le istituzioni religiose intendono presentare nei prossimi giorni un ricorso per ottenere un provvedimento cautelare contro la legge.

In un comunicato, il vescovo Barres ha aggiunto: “Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York”.

“Il suicidio assistito è una grave mancanza morale che espone gli anziani, le persone con disabilità e coloro che soffrono di malattie mentali ed emotive al rischio di subire abusi e manipolazioni”, ha affermato il vescovo, la cui diocesi figura anch’essa tra i ricorrenti. “Cristo, il Medico Divino, ci chiama ad accompagnare i malati e i morenti con compassione, non ad abbandonarli alla morte. Il tribunale dovrebbe tutelare questa missione millenaria”.

Questa causa è l’ennesima di una serie di azioni legali intentate da suore cattoliche contro recenti leggi dello Stato di New York. All’inizio di quest’anno, le Suore Domenicane di Hawthorne, che gestiscono un programma di cure palliative con 42 posti letto per persone indigenti in fase terminale, hanno impugnato una legge che stabiliva requisiti in materia di adeguamenti relativi all’identità di genere per i residenti delle case di riposo.

New York è uno dei 13 stati, oltre al Distretto di Columbia, che hanno legalizzato il suicidio assistito.


Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese su OSV News. Lo riproduciamo qui con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

Educazione

Il potere delle parole: la letteratura per una vita migliore

La letteratura conferisce pienezza e senso all’esistenza umana, collegando la parola al mistero e alla trascendenza divina. Attraverso di essa, l’essere umano esplora un percorso che va dal vuoto dell’assurdo alla salvezza attraverso l’amore.

María del Pilar Saiz-Cerreda-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Sono molti gli autori che hanno cercato di dare una risposta all’eterna domanda su cosa sia la letteratura, e tra questi, quella del francese Charles du Bos, nel suo libro, è particolarmente stimolante e rivelatrice Approcci: “[La letteratura] non è altro che la vita stessa, quando […] ad essa si aggiunge la pienezza dell’espressione”. Intende chiarire, innanzitutto, lo stretto e indissolubile legame tra vita e letteratura, in modo tale che “Senza la vita, la letteratura sarebbe priva di contenuto; ma, senza la letteratura, la vita non sarebbe altro che una cascata, una cascata ininterrotta in cui ciascuno di noi sarebbe immerso, una cascata priva di senso”. 

Du Bos prosegue spiegando che “Se la letteratura deve alla vita il proprio contenuto, la vita deve alla letteratura la propria sopravvivenza; le deve quell’immortalità che si ferma solo sulla soglia dell’eterno, quell’immortalità oltre la quale ha inizio la vita eterna”. In altre parole, nella letteratura troveremo l’essenza della vita, ci imbatteremo sempre nei grandi temi dell’esistenza umana, nelle domande profonde che gli uomini di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, si sono posti e che Italo Calvino elenca così: “il modo di guardare il prossimo e se stessi, […] di attribuire valore alle cose grandi e a quelle piccole, […] di trovare le proporzioni della vita, il posto che in essa occupa l’amore, così come la sua forza e il suo ritmo, e il posto che spetta alla morte, il modo di pensarci o di non pensarci […], la durata, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo”. Ora, tra tutte le forme d’arte, la letteratura si caratterizza per la parola. È proprio lì che risiede il suo potere, la sua forza, nonché una funzione e una missione insostituibili, perché, come dice Calvino, la parola “unisce l’impronta visibile con la cosa invisibile”. 

Il potere misterioso della parola

La parola ci permette di accedere al mistero della vita, al mistero dell’essere. È la chiave di tutto. Le parole racchiudono questi “vibrazioni dell’originario”, di cui parlava Steiner e che ci fanno addentrare nell’ignoto, ci conducono fino a “oltre la linea delle ombre”, in fuga dal vuoto e dall’insensatezza, rimpiangendo un paradiso in cui l’uomo era in relazione con Dio, o un’epoca mitologica in cui dei e uomini, nel bene e nel male, convivevano e interagivano. Le parole nelle opere letterarie non sono casuali né scritte a caso; al contrario, sono trasformatrici, esplorano possibilità illimitate alla ricerca di una verità, quella verità che, nel profondo, cerca di dare pienezza alla vita, trasportandola in un ordine metafisico e, perché no, religioso. 

L'impronta digitale di Dio

Ma, quando si parla di parola, non possiamo dimenticare un elemento fondamentale, che funge da motore e da forza motrice che eleva la letteratura alle vette più alte. Mi riferisco al seguente versetto del primo capitolo del Vangelo di San Giovanni: “E il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi”. Questo rivoluziona il modo in cui ci rapportiamo alle parole. Il Verbo, la Parola, si fa carne, si fa uomo: Dio si incarna, Dio assume la natura umana fino alle estreme conseguenze. 

Nulla di umano è estraneo a Dio. D’ora in poi, le parole diventano, a maggior ragione, quelle tracce del divino che cercano il senso profondo della vita. Non è più possibile concepire alcuna manifestazione letteraria che prescinda da questa realtà. È logico affermare, con la bella espressione di Nicolás Gómez Dávila, che si è impressa la “l’impronta di Dio nell’argilla umana”. E, nonostante gli innumerevoli tentativi di cancellare quell’impronta, sono tutti destinati al fallimento.

Il vicolo cieco dell'assurdo

Infatti, quando Samuel Beckett, al termine della Seconda guerra mondiale, con la sua scia di distruzione, morte e disumanizzazione, scrive Aspettando Godot, si pone la grande domanda sul senso della vita. A essa risponderà mettendo in luce l’assurdità dell’esistenza umana, rappresentando e riflettendo il fallimento della Salvezza, la messa in discussione della bontà e della misericordia di Dio e l’angoscia esistenziale che ne deriva. Di fronte alla radicale assenza di Dio, Beckett propone di pensare al mondo senza di Lui. E in questa messa in scena, attraverso personaggi ridotti alla loro espressione minima, che non possiedono gli attributi necessari per essere considerati tali, né possiedono nomi che li umanizzino, mostra il vicolo cieco in cui è immersa un’umanità che ha sostituito la speranza con l’angosciante attesa che si dispiega in un tempo ciclico e immutabile. 

Grazie a una straordinaria perfezione tecnica, rompe con ogni convenzione. L’incompiuto, la ripetizione, la stanchezza esistenziale, generati dall’effetto opprimente della struttura e del ritmo binari, diventano caratteristiche di questo nuovo uomo a cui non resta altra alternativa che l’attesa vuota o il suicidio. Le parole riflettono il vuoto dell’esistenza; l’ordine grammaticale abbandona la propria funzione per mettere in luce il fallimento del linguaggio, che non serve più a comunicare, ma solo a riempire di suono un silenzio assordante. Pertanto, ogni sequenza grammaticale, ogni parola, diventa un motivo tematico, in cui predominano i riferimenti alla Crocifissione e al suo significato, così come all’immagine di Dio che si allontana dalla misericordia per diventare crudele e violento, fino alla più assoluta indifferenza. 

Il ritorno ai legami fondamentali

Al contrario, quando la Seconda guerra mondiale era ormai in fase avanzata, Antoine de Saint-Exupéry pubblicò Il Piccolo Principe, dove viene sollevata la stessa domanda sul senso dell’esistenza. Tuttavia, la risposta è radicalmente diversa, poiché parla di ascesa dopo la caduta, di relazione, di amore; di incontro e di ristabilimento dei legami con coloro che fanno parte del nostro nucleo vitale primario. Solo così si supera la solitudine e solo così è possibile l’amore. Recuperare l’unità perduta diventa la missione della sua vita. Con uno stile marcatamente poetico, attraverso i simboli, l’autore suggerisce il senso della trascendenza e la necessità di un amore, fonte di luce e di acqua che placa la sete, con evidenti risonanze evangeliche. 

In definitiva, la letteratura ci conduce nei misteri della vita e dell’essere e, così facendo, cerca di svelare e mettere in luce una verità sull’uomo. Le parole dispiegano significati suggestivi che rimandano a qualcosa che va oltre, la Parola, una Parola che è Verità e Vita. La vita è, quindi, infinitamente più ricca grazie alla letteratura e, senza dubbio, come afferma Tzvetan Todorov, “ci permette di rispondere tutti al meglio alla nostra vocazione di esseri umani”.

L'autoreMaría del Pilar Saiz-Cerreda

Docente del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea presso l’Università di Navarra.

Spagna

José Gabriel Vera: “La migliore forma di comunicazione della Chiesa è quella della santità di vita”

L'ex direttore della comunicazione dei vescovi spagnoli ripercorre, in questa intervista, il lavoro svolto in oltre dieci anni e le sfide future della comunicazione della Chiesa

Maria José Atienza-21 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Lo scorso 24 giugno, durante la conferenza stampa di chiusura della 273ª riunione della Commissione Permanente dei vescovi spagnoli, José Gabriel Vera, –Josetxo ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di direttore della comunicazione della Conferenza Episcopale Spagnola.

Sono ormai dodici anni che questo sacerdote dell’arcidiocesi di Navarra – Tudela, dottore in Scienze dell’Informazione e laureato in Filosofia e Teologia presso l’Università di Navarra, è alla guida della comunicazione dei vescovi spagnoli.

In questo periodo, Vera ha vissuto momenti difficili, come la gestione della comunicazione dei casi di abusi in ambito ecclesiale o la messa in discussione del modello di finanziamento della Chiesa, ma anche momenti di gioia e di “successo”, se così si può dire: l’istituzione dei Galas della Memoria Annuale della Chiesa, l’elezione del Papa Leone XIV, e la visita papale in Spagna, con la quale ha concluso i suoi oltre due lustri in questo incarico. 

In questa intervista con Omnes, José Gabriel Vera analizza le sfide che si sono dovute affrontare in questi anni nell’ambito della comunicazione di un’istituzione così complessa come la Conferenza Episcopale Spagnola e sottolinea, soprattutto, l’importanza di un impegno concreto nella vita cristiana per poter trasmettere il messaggio di Cristo nella società odierna. 

Lei è stato per 12 anni a capo dell'ufficio stampa della CEE In un periodo in cui il cambiamento sociale, ecclesiale e, soprattutto, comunicativo – nei mezzi di comunicazione e nei linguaggi – è stato enorme, in che modo l’istituzione ha dovuto adattarsi a questi cambiamenti?

–Tutte le istituzioni stanno compiendo uno sforzo per adattarsi a un nuovo contesto che si è sviluppato negli ultimi anni, in parte a causa dell’avvento dei social media, che hanno trasformato ogni persona in un mezzo di comunicazione con un potere superiore persino a quello dei media tradizionali.

Noi istituzioni dobbiamo adattarci a questa realtà. Ogni persona è diventata un mezzo di comunicazione. Anche i membri della stessa istituzione. 

E, una volta diventato un mezzo di comunicazione, tutti pensano di avere le capacità sufficienti per comunicare. Questo rende la gestione più difficile o costringe le istituzioni ad adottare un nuovo approccio. Abbiamo vissuto la rivoluzione rappresentata da Internet già da diversi anni, ma proprio nel periodo in cui ho lavorato all’ufficio stampa, si è verificata la rivoluzione dei social media, con la comparsa dei smartphone e, allo stesso tempo e più recentemente, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. 

Si tratta di un cambiamento davvero enorme, che tutte le istituzioni sono chiamate ad affrontare per offrire un servizio migliore. 

In fondo, la comunicazione mira a essere al servizio dell’istituzione, dei mezzi di comunicazione e a fungere da punto d’incontro: consentire alle persone dell’istituzione e a quelle dei mezzi di comunicazione di incontrarsi. 

Mi sembra che la Chiesa stia attraversando un periodo di adattamento che, a mio avviso, non cesserà mai di esistere. 

Dovremo sempre adattarci a nuovi mezzi, nuove forme, nuovi formati. 

Tutti i membri della Chiesa devono prendere coscienza della propria responsabilità nel comunicare che cos’è la Chiesa, cosa fa e qual è la sua missione

José Gabriel Vera

Cosa resta da migliorare nella comunicazione della Chiesa spagnola?

–Credo che un elemento molto importante – in linea con l’idea che ogni persona che riceve questo riconoscimento sia un mezzo di comunicazione – sia che tutti i membri della Chiesa debbano prendere coscienza della propria responsabilità nel comunicare che cos’è la Chiesa, cosa fa e qual è la sua missione. 

Dobbiamo tutti renderci conto che siamo responsabili dell’immagine che la Chiesa trasmette. Non si tratta solo di una dichiarazione, di un’intervista o di un titolo di giornale, ma ognuno di noi può chiedersi: “Cosa sto facendo personalmente con i miei amici, con la mia famiglia, con i miei colleghi di lavoro affinché abbiano un’immagine più completa e adeguata dell’identità e della missione della Chiesa?”. 

Credo che la comunicazione della Chiesa sia una responsabilità di tutti i suoi membri e che ciascuno debba rendere conto di chi è, cosa fa, come vive e cosa prova in quanto membro della Chiesa in Spagna. 

Mi sembra che ci sia un margine di miglioramento davvero notevole. 

Prendere coscienza del proprio senso di appartenenza e manifestarlo pubblicamente, ciascuno nel proprio contesto, nel proprio ambiente. 

 Qual è il suo bilancio di questo incarico, dopo più di due lustri, molto diversi tra loro? 

–Non saprei dire se sia positivo o negativo. Mi sembra che questo bilancio debba essere fatto dall’esterno. Dall’interno, abbiamo fatto cose giuste e cose sbagliate. Credo che abbiamo fatto bene ad affrontare alcuni temi e ritengo che ci siano aspetti in cui dobbiamo ancora migliorare e fare di meglio. 

Siamo entrati nel mondo dei social media, non senza difficoltà. 

Abbiamo reso più visibile la vita e la missione della Chiesa. Abbiamo risposto a tutte le richieste dei mezzi di comunicazione. Abbiamo svolto il lavoro proprio di un ufficio stampa, con aspetti positivi, negativi e neutri. 

Naturalmente, ha affrontato temi controversi: gli abusi all’interno della Chiesa, la proprietà degli edifici, il dialogo interreligioso, il finanziamento della Chiesa, i rapporti con i governi… alcuni dei quali continuano a essere al centro dell’attenzione dei media. La Chiesa è riuscita a trasmettere la propria posizione su questi temi? 

–A questo proposito mi vengono in mente due idee che ho già menzionato. Da un lato, la convinzione che la Chiesa siamo tutti noi e che la responsabilità della comunicazione della Chiesa ricada su ciascuno di noi.

Ogni persona deve poter parlare di come funziona il finanziamento della Chiesa, del dialogo interreligioso, delle immatricolazioni o degli abusi. Ma, ovviamente, per farlo bisogna conoscere bene cos’è la Chiesa e farne parte, con il cuore e con la mente. 

Non ha senso spiegare cos’è la Chiesa se non la si vive in prima persona, in modo profondo, se non la si vive con la radicalità del proprio essere, se non la si vive con amore. Con la gioia di appartenere a questo popolo di Dio e con la consapevolezza delle sue virtù e dei suoi difetti, di quelli di ciascuno di noi.

Se ognuno di noi conoscesse bene la Chiesa e la trasmettesse meglio, sarebbe una buona cosa. 

Il secondo aspetto di queste difficoltà riguarda quanto conosciamo della verità della Chiesa. Quante sono le persone che conoscono a fondo la vita della Chiesa? E inoltre, quale posizione assume ciascuno di noi rispetto alla Chiesa. In fondo, si tratta di chiedersi cosa abbia la precedenza: se la mia opinione politica o ciò che dice la Chiesa; la mia posizione su quei temi controversi o ciò che insegna la Chiesa. 

Ci saranno persone che hanno un proprio modo legittimo di vedere le cose, un modo di intendere il mondo, una posizione politica che le porterà ad assumere un atteggiamento più o meno vicino alla posizione della Chiesa.

In questi anni, alcuni documenti e comunicati della CEE o di alcune delle sue commissioni hanno suscitato reazioni negative tra gli stessi fedeli, dando adito a interpretazioni forse lontane dall’intenzione originaria. Ritiene che il significato fondamentale di questi documenti non sia stato trasmesso in modo chiaro, oppure che la reazione a tali documenti non sia stata valutata correttamente al momento della loro pubblicazione?

–In questo momento storico, la comunicazione deve tenere conto, in tutte le istituzioni, di tre elementi che sono stati recentemente introdotti e che non possono essere trascurati. 

In primo luogo, la dimensione dei social media, che in molti casi amplifica, ridicolizza, sminuisce o altera il significato di ciò che la Chiesa sta comunicando. 

In fondo, i social media trattano problemi complessi, o idee complesse, in modo molto semplice, molto lineare e talvolta molto semplificato. Questo, senza dubbio, dà adito a molti fraintendimenti. 

Attingendo ai social media, si può dare l’impressione che la Chiesa affermi il contrario di ciò che dice. Una fotografia scattata in un determinato momento, una piccola manipolazione tramite intelligenza artificiale, un tweet che cerca di riassumere una conferenza di due ore, evidentemente non sono gli elementi adeguati per comprendere ciò che afferma l’istituzione, qualunque essa sia. 

Il secondo elemento in gioco, che riguarda in modo particolare la Chiesa, è la commistione di stili, contenuti e formati, per così dire. In altre parole, una conferenza non è la stessa cosa di un’omelia, che non è la stessa cosa di una chiacchierata informale, che non è la stessa cosa di una conversazione tra amici, che non è la stessa cosa di una lezione in classe.

Tuttavia, a causa dei social media e del fatto stesso che tutto venga registrato praticamente in diretta e diffuso via Internet in tutto il mondo, spesso si perde il contesto. Quella che era un’omelia, pronunciata per i cattolici che vanno a messa la domenica, se estrapolata o frammentata e ascoltata da un politico ateo che non va a messa da 25 anni, difficilmente potrà essere compresa appieno. 

O ciò che viene detto in un contesto accademico, diffuso tramite un video su TikTok, è difficile da comprendere appieno. 

In questo senso, la Chiesa e tutte le istituzioni devono rendersi conto che oggi la comunicazione è globale, che si comunica continuamente. Non ti rivolgi più solo al pubblico che hai davanti, e in pratica nemmeno in primo luogo a quello, ma raggiungi il mondo intero. Ciò implica che devi esprimerti con maggiore prudenza o che devi considerare un contesto molto più ampio di quello che ti appare a prima vista. 

Il terzo elemento che entra in gioco è la variabile politica. In un’epoca in cui, per così dire, il posizionamento politico, inteso in senso lato, prevale su qualsiasi appartenenza e su qualsiasi identità.

La politica è riuscita ad affermarsi come l'asse interpretativo di riferimento per qualsiasi istituzione. Pertanto, una persona che si sente parte di una determinata ideologia politica interpreta ogni cosa alla luce di tale ideologia.

Questo è un po’ strano per la vita cristiana, perché noi pensiamo che sia proprio la vita cristiana a dare senso a tutto ciò che conosciamo; il punto di vista adeguato o la prospettiva giusta per affrontare la realtà è quella della nostra identità cristiana. Ma la realtà è che oggi una persona interpreta la realtà dalla propria prospettiva di parte, da una parte o dall’altra. Partendo da questo punto di vista, interpreta ciò che viene detto. 

Se la politica è diventata il quadro di riferimento per interpretare la realtà, credo che si tratti di un modo di vedere le cose un po’ riduttivo e sbagliato. 

La visita di Papa Leone XIV in Spagna ha rappresentato una magnifica conclusione del suo mandato alla CEE. Come valuta la gestione comunicativa di questa visita? 

–Da Visita del Papa, io sono stata semplicemente un piccolo strumento e un piccolo tassello di un puzzle molto complesso, molto vasto, composto da moltissimi pezzi, in cui ognuno ha dato tutto ciò che aveva. E in qualche modo, il risultato va quasi oltre il contributo di ciascuno dei tasselli che hanno contribuito al meccanismo di quel viaggio del Papa.

Vorrei dire che il viaggio, visto dall’esterno, è stato un successo totale. Sono state coinvolte moltissime persone, moltissime persone che hanno fatto un ottimo lavoro. Ci sono stati moltissimi professionisti che hanno lavorato come volontari: con tutta la loro saggezza e tutte le loro conoscenze, hanno messo a disposizione dell’organizzazione le loro competenze a titolo gratuito. Allo stesso tempo, ci sono stati molti volontari che hanno lavorato come professionisti, dedicando le ore di un professionista, l’impegno di un professionista e la dedizione di un professionista.

Tra i volontari che hanno lavorato come professionisti e i professionisti che hanno lavorato come volontari, si impara un modo di essere nella Chiesa che Papa Leone riconosceva con grande forza, come il valore della gratuità, l’essere in un luogo non per ricevere ma per dare. È una forma molto concreta di servizio nella Chiesa e mi sembra che sia una delle chiavi di volta non solo della comunicazione, ma di tutti gli aspetti di questa visita del Papa. 

La comunicazione ha presentato alcune difficoltà, ma, allo stesso tempo, la qualità dei team di comunicazione di ciascuna delle diocesi coinvolte ha fatto sì che l'iniziativa nel suo complesso fosse un successo. 

Mi sembra che nel complesso il risultato sia molto, molto positivo. 

 Cosa le è rimasto di questa visita? 

-–Senza dubbio, grazie ai messaggi di Papa Leone. Credo che ci sarà da rifletterci a lungo, perché hanno messo in luce che la Chiesa ha una parola per tutti e che per ciascuno ha una parola specifica. 

La Chiesa è l’unica istituzione in grado di dialogare con tutti. Può dialogare con il mondo dell’arte, con quello della danza, con i sindacati, con i politici, con i vescovi, con i fedeli laici, con i giovani, con i poveri, con i migranti e con le persone assistite dalla Caritas.

È in grado di parlare con tutti e per ciascuno di loro ha un messaggio, un messaggio impegnato. È questo che mi rimane di questa visita del Papa, oltre alle infinite ore di lavoro che ho visto dedicare dalle persone intorno a me affinché tutto andasse per il meglio. 

Negli ultimi anni, abbiamo constatato che le comunicazioni “non istituzionali” hanno un impatto maggiore rispetto a quelle aziendali Siamo di fronte a un nuovo paradigma di comunicazione nella Chiesa? Cosa può imparare un’istituzione da questo nuovo linguaggio? 

–Più che di un nuovo paradigma di comunicazione nella Chiesa, ci troviamo in un ambito radicalmente nuovo in cui il cambiamento è la norma. Un terreno in cui ci troveremo costantemente di fronte a nuove reti di comunicazione, a nuovi stili di comunicazione, dove tutto si mescolerà continuamente, dove l’Intelligenza Artificiale ha appena fatto la sua comparsa e questo cambierà nuovamente tutto nel giro di pochissimi anni. 

In effetti, è davvero una nuova era nella vita della Chiesa, nel campo della comunicazione, non solo per noi, ma per tutte le istituzioni. 

In questo momento mi sembra che occorra rafforzare i messaggi mirati che mettano in evidenza l’identità della Chiesa. Che rendano evidente che cerchiamo di essere il popolo di Dio, che siamo un popolo di salvati, che siamo persone che il Signore ha redento, ha salvato.

Credo che questa sia oggi la maggiore forza di attrazione della Chiesa: rendere visibile che la morte è stata vinta, che il peccato non ha l’ultima parola e che, di conseguenza, dobbiamo integrare tutto ciò nel nostro modo di essere e nel nostro modo di agire. Questa sarà la migliore forma di comunicazione della Chiesa. 

La migliore forma di comunicazione della Chiesa è quella della santità di vita. È un elemento che è sempre presente nel tessuto della crescita della Chiesa ed è inoltre alla portata di tutti i cristiani. È sempre possibile essere santi, e il miglior servizio che si possa rendere alla comunicazione della Chiesa è proprio la santità di vita. 

Si tratta quindi di una missione alla portata di tutti. Nonostante le numerose tecnologie, le molte difficoltà e i tanti problemi, saranno comunque i santi a riempire le chiese di fedeli. È qualcosa che dipende da noi, ma che dobbiamo dimostrare agli altri con l’esempio delle nostre vite.

«Everything Hallelujah»: Quando il più grande spettacolo del calcio è diventato un inno di fede

Si conclude il Campionato mondiale di calcio 2026. Un mondiale in cui si è dimostrata una grande fede in vari modi, ma in cui è mancato il rispetto per le persone, lasciandoci un ricordo che va ben oltre i gol.

21 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

I Mondiali di calcio del 2026 sono stati ricchi di temi di grande risonanza mediatica: razzismo, polemiche arbitrali, leggende che si ritirano e fede, tanta fede. Fede non solo nel fatto che la migliore nazionale avrebbe conquistato la coppa, ma anche fede in Dio, dichiarata in modo più o meno esplicito da diverse persone.

Luis de la Fuente, ad esempio, non ha avuto alcuna difficoltà a ribadire il proprio impegno nella vita cristiana. Anche Ferrán Torres, il nuovo eroe del calcio spagnolo, ha voluto dichiarare davanti al mondo intero che la sua forza proviene da Dio. Ma durante lo spettacolo dell’intervallo della finale (nel più puro stile americano), Justin Bieber è salito sul palco per cantare un brano dalla scelta piuttosto curiosa.

Ringraziare

Il repertorio dell'artista canadese è molto vasto. Comprende brani famosi in tutto il mondo, alcuni molto ritmati, perfetti per animare l'intervallo della finale di un evento sportivo. Ma Justin Bieber ha scelto uno dei suoi brani più intimi: “Everything Hallelujah".

La canzone non è altro che un ringraziamento a Dio per tutto, dal nuovo giorno alla moglie e al figlio. Chi dovesse dare un’occhiata al testo potrebbe pensare che sia un po“ ”banale”, tuttavia Justin Bieber non è certo uno che ringrazia per nulla. La sua vita, trascorsa per lo più sotto i riflettori, non è stata facile. Ha attraversato crisi, rotture e momenti difficili sotto lo sguardo del mondo intero, che non è certo un giudice compassionevole.

A distanza di anni da quel periodo, Justin Bieber torna con «Everything Hallelujah», una canzone che testimonia un cambiamento di mentalità: tutto nella vita è motivo di gratitudine, poiché i doni di Dio si manifestano in ogni ambito. Persino lavarsi i denti, come ci ricorda la canzone, è un momento per rendere grazie.

Un campionato mondiale all'insegna della fede

Ed ecco che è apparso Justin Bieber, nel cuore di New York, durante uno degli eventi sportivi più seguiti dell’anno, a cantare per rendere grazie a Dio. Con una chitarra e dal vivo, nel più puro stile dei suoi esordi.

Si conclude così il Campionato del Mondo di calcio del 2026. Un mondiale in cui si è dimostrata una grande fede in vari modi, ma in cui è mancato il rispetto per l’essere umano, lasciandoci un ricordo che va ben oltre i gol.

L'autorePaloma López Campos

Direttore di Omnes

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Evangelizzazione

J. Carlos Martín de la Hoz: «Tomás e Paquita sapevano che il modo per amarsi ogni giorno di più era amare Dio»

Questo mese di luglio è stata presentata la "Positio" relativa alla causa di canonizzazione dei coniugi Alvira, dando così inizio all’esame da parte del Vaticano.

Javier García Herrería-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Il processo di beatificazione e canonizzazione della coppia formata da Tomás Alvira (1906–1992) e Paquita Domínguez (1912–1994), si è svolto nell’arcidiocesi di Madrid e ha ottenuto il decreto di validità dal Dicastero nel 2016. Si tratta di una delle cause di canonizzazione più diffuse nel mondo per quanto riguarda la devozione nei loro confronti. Entrambi hanno cercato la santità nella vita quotidiana e nell’amore coniugale e familiare all’interno della Chiesa cattolica contemporanea. Entrambi, di origine aragonese, hanno dedicato la loro vita all’insegnamento e alla loro numerosa famiglia (hanno avuto nove figli); oltre ad essere stati tra i primi soprannumerari dell’Opus Dei – Tomás vi entrò nel 1947 e Paquita nel 1952 –,.

Di recente (nel luglio del 2026), è stata consegnata in Vaticano la Positio della loro causa di canonizzazione, il che li avvicina di un ulteriore passo alla dichiarazione di venerabilità. José Carlos Martín de la Hoz, che è stato il postulatore diocesano della causa – attualmente nella fase romana – conosce da vicino la vita della coppia e ci fornisce alcuni spunti significativi sulla loro esistenza.

Con la recente consegna della Positio A Roma, quali sono i prossimi passi giuridici e teologici da compiere presso il Dicastero delle Cause dei Santi affinché possano essere dichiarati beati?

–La notizia della consegna della *Positio* al Dicastero, ovvero la stesura della sintesi della vita, delle virtù, della fama di santità e dei favori di ciascuno dei due (la santità è personale) affinché venga esaminata dai consultori – storici, teologi, canonisti, vescovi e cardinali – significa che la voce del popolo di Dio, che è il processo diocesano, sarà studiata dal Dicastero e giungerà a conclusione, quando Dio vorrà. La voce della Chiesa, se positiva, indicherà questa coppia come modelli e intercessori del popolo di Dio e li definirà Venerabili Servi di Dio.

Affinché si possa procedere alla beatificazione, è necessario un miracolo attribuito alla sua intercessione. Che tipo di favori o grazie chiedono e raccontano solitamente le persone che oggi si affidano alla coppia Alvira?

–In effetti, in un processo di beatificazione e canonizzazione è necessario ascoltare la voce del Popolo di Dio; sia attraverso la raccolta dei suoi scritti e dei documenti, sia attraverso le testimonianze di coloro che hanno conosciuto e frequentato i Servi di Dio. Lo studio di tale documentazione da parte del Dicastero esprimerebbe in modo evidente la voce della Chiesa con la nomina a Venerabili Servi di Dio. Ma mancherebbe ancora l’ultima voce: la voce di Dio.

Il miracolo è la voce di Dio, che indicherebbe che quella persona potrebbe essere beatificata e darebbe inizio al culto pubblico limitato a una diocesi o a una comunità ecclesiale, a un ambiente, ecc. Un secondo miracolo indicherebbe la canonizzazione e l’estensione mondiale del culto pubblico.

Logicamente, il verificarsi di un miracolo rappresenterebbe il culmine di anni di diffusione della devozione privata, in questo caso, verso una coppia cristiana, che starebbe ottenendo favori da Dio in qualità di intercessori per il popolo cristiano e, al contempo, fungerebbe da modello e da punto di riferimento per molti cristiani di tutto il mondo che hanno riposto in loro la propria fiducia come amici di Dio e intercessori.

Quale aneddoto sul matrimonio degli Alvira ritiene che illustri bene la loro santità?

–Il fatto che entrambi, marito e moglie, siano in corso di beatificazione e canonizzazione implica che ci troviamo di fronte a una causa matrimoniale, vale a dire che entrambi hanno presumibilmente raggiunto, con l’aiuto dello Spirito Santo, la pienezza della vita cristiana e hanno praticato le virtù in grado eroico attraverso l’amore coniugale. Pertanto, possono essere proposti come modelli al Popolo di Dio

Questa sarebbe la grande storia vissuta da questa coppia: innamorarsi ogni giorno di più, tanto che quell’immenso amore che provavano l’uno per l’altra finiva per contagiare i figli, i parenti, gli amici e i colleghi di lavoro. In questo modo, come diceva Papa Francesco in “Fratelli Tutti”, hanno contribuito alla rivoluzione d’amore che è il cristianesimo.

San Josemaría Escrivá era solito dire che dovevano rendere la loro casa un «focolare luminoso e gioioso». Nella vita quotidiana, con le difficoltà economiche che hanno dovuto affrontare all’inizio, come riuscivano a mantenere quell’atmosfera positiva in casa?

–Tomás e Paquita erano consapevoli che l’unico modo per amarsi ogni giorno di più era semplicemente cercare di amare Dio sopra ogni cosa. In questo modo, fondando le loro vite sull’amore per Dio, hanno saputo amarsi l’un l’altro e trasmettere quell’amore, per effetto contagioso, a coloro che li circondavano.

I figli li vedevano pregare molte volte durante il giorno, partecipare alla Santa Messa, recitare il rosario in famiglia, guardare un’immagine della Vergine appesa alla parete o pregare al risveglio e prima di andare a dormire. Li vedevano sempre sorridenti e fiduciosi nell’amore di Dio che sostiene tutti gli amori della terra e, soprattutto, li vedevano guardarsi con amore e guardare loro con infinita tenerezza.

Uno dei pilastri dell'educazione degli Alvira era il rispetto della libertà dei propri figli. Come conciliare la disciplina e la trasmissione dei valori cristiani con la promozione dell'autonomia personale di ciascun figlio?

–Il segreto dell’educazione dei figli risiedeva nell’immenso affetto e nella fiducia con cui li trattavano. A poco a poco concedevano loro sempre più libertà, fino ad arrivare a fidarsi pienamente della loro parola, più di quanto avrebbero fatto se cento notai avessero affermato il contrario.

Certamente, dovevano rimproverarli come fanno tutti i genitori, ma sapevano sempre aspettare il momento giusto per farlo, senza prendersela troppo, così da affrontare le cose una alla volta, infondendo sempre incoraggiamento e speranza, poiché era chiaro che avrebbero superato quella situazione con la grazia di Dio e con l’amore e la fiducia con cui si stavano impegnando.

Tomás Alvira non era un insegnante convenzionale; introdusse concetti rivoluzionari per l’epoca all’Istituto Ramiro de Maeztu e al Collegio degli Orfani della Guardia Civil. In cosa consisteva il suo metodo dell«»Aula viva» e perché è considerato un pioniere della pedagogia attiva?

–Ricordo che Tomás Alvira era il mio insegnante di Scienze Naturali al quinto anno di liceo all’Istituto Ramiro de Maeztu. Era un caro amico di mio padre e mi trattava con grande affetto, come se fossi suo figlio. Un giorno, mentre osservavo al microscopio una roccia di olivina, mi disse: “Se dobbiamo lodare Dio per la bellezza macroscopica della Natura, ancora di più dobbiamo lodarlo per la sua bellezza microscopica”.  Un giorno mi resi conto che faceva lo stesso con tutti gli altri studenti: il segreto della pedagogia di Tomás e Paquita era amare le anime e aprire loro nuovi orizzonti nella vita.

Mentre Tomás si distingueva in ambito accademico pubblico, Paquita svolgeva un’enorme opera sociale e formativa, soprattutto con le collaboratrici domestiche e le donne del suo entourage. In che cosa consisteva questo apostolato e quale impatto ebbe su quelle donne?

–Paquita aveva fatto la maestra in alcuni paesi della provincia di Huesca prima di sposarsi e dedicarsi completamente a mandare avanti una famiglia numerosa, praticamente senza alcun aiuto per molti anni della sua vita. Proprio come dedicava amore e dedizione a quei bambini e a quelle bambine e alle loro famiglie al Bureau, così faceva con le collaboratrici domestiche o con i giovani che le stavano accanto. Da Paquita si impara una verità molto semplice: un’insegnante non smette mai di esserlo.

Verso la fine della loro vita, entrambi hanno affrontato percorsi patologici molto difficili (Tomás un tumore e Paquita una malattia cerebrale). Come hanno vissuto quest’ultima fase di sofferenza fisica e quali testimonianze hanno lasciato a chi si prendeva cura di loro?.

–Quando si ama profondamente e si crea una famiglia così bella e unita come quella che loro sono riusciti a costruire, allora quella “scuola d’amore” serve per imparare tutte le lezioni della vita: quelle apparentemente piacevoli, così come quelle apparentemente spiacevoli; i colpi della vita, infatti, non fanno altro che farci maturare nell’amore.

La scuola del dolore, della santificazione dei limiti fisici, della fatica, della sordità, dell’incapacità di cavarcela da soli, ci rende più umili, obbedienti e semplici: la santità è un dono di Dio che si esprime nel dono delle virtù, dove Dio si riversa su di noi attraverso quel piccolo sforzo che compiamo, che è la libertà.

Quale particolarità teologica e pastorale comporta il fatto che la Chiesa consideri la santità di Tommaso e Paquita congiuntamente, come coppia sposata, anziché singolarmente?

–Dio vuole insegnarci che lo scopo del matrimonio è essenzialmente l’amore tra i coniugi. Un amore di tale portata che, quando giunge il giorno delle nozze e si riceve il sacramento del matrimonio, quell’amore naturale si trasforma, con la grazia di Dio, in amore soprannaturale che dura in eterno.

La santità è un dono di Dio, così come lo è l’amore che Dio suscita in ciascuno di noi e negli sposi cristiani. Scoprire la fecondità di quell’amore è la chiave della felicità. Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha espresso molto bene nella sua prima enciclica “Deus caritas est”.

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Vaticano

Monsignor Pennacchio: “La diplomazia della Santa Sede non rappresenta interessi, ma persone”

Nel 2026, la Pontificia Accademia Ecclesiastica celebra il 325° anniversario della sua fondazione. Il suo presidente, l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, riflette sul significato di una tradizione che, dopo secoli, continua a essere un autentico segno della missione della Chiesa.

Giovanni Tridente-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Tre secoli e un quarto di storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro. La Accademia Pontificia Ecclesiastica quest'anno celebra il 325° anniversario della sua fondazione, in un periodo caratterizzato dal rinnovamento avviato da Papa Francesco e dalla recente visita di Papa Leone XIV.

Per l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, presidente dell’istituzione e diplomatico della Santa Sede da oltre quarant’anni, il giubileo non è una semplice commemorazione, ma l’occasione per trasmettere alle nuove generazioni un’eredità viva: quella di una diplomazia che è al tempo stesso pastorale e profetica. 

Ricorda, inoltre, che la missione dei rappresentanti pontifici non è quella di difendere gli interessi nazionali, ma di servire la pace, la giustizia e la dignità della persona, in un mondo segnato da conflitti, migrazioni e nuove fratture culturali. Da questo punto di vista, il futuro nunzio dovrà essere innanzitutto un sacerdote capace di ascoltare, di stare vicino e di discernere, fedele a quel compito che Papa Leone XIV ha ricordato all’Accademia in occasione della sua recente visita personale: essere uomini di comunione, costruttori di fiducia e autentici messaggeri della pace di Cristo.

Eccellenza, la Pontificia Accademia Ecclesiastica compie 325 anni. Cosa significa oggi custodire una tradizione così lunga senza ridurla a un semplice ricordo commemorativo?

—La storia dell“”Alma Mater» dei diplomatici pontifici continua a sostenere l’opera instancabile di tanti che, ieri come oggi, svolgono con coraggio e dedizione la missione di rappresentare il Santo Padre dinanzi alle nazioni e alle Chiese locali. Il giubileo che la nostra istituzione celebra quest’anno non è, quindi, una celebrazione servile di anni memorabili ormai passati, ma l’occasione per raccogliere il testimone di ciò che è stato, per consegnarlo nelle mani di coloro che verranno. È una vera traditio che si inserisce nel contesto più ampio di quella Tradizione viva che, come insegna il Concilio Vaticano II, esprime la vita della Chiesa: percorrere le vie del tempo annunciando sempre il Vangelo della salvezza. 

Papa Leone XIV ha visitato di recente l’Accademia, proprio come aveva fatto Papa Francesco. Quale continuità vede in questi gesti di attenzione? 

—In virtù del particolare servizio che svolge l’Accademia Ecclesiastica, sin dalla sua fondazione i Pontefici le hanno sempre dimostrato e riservato un’attenzione speciale per la salvaguardia della sua missione. Le riforme strutturali ed educative che l’hanno interessata, soprattutto a partire dal pontificato di Pio IX fino a quelle di Papa Pio XII — grazie al quale ha acquisito la sua configurazione praticamente immutata —, le hanno permesso di rimanere costantemente al passo con i tempi e di offrire una formazione più adeguata alle esigenze del presente. La considerazione riservata all’istituzione, tuttavia, è sempre stata l’attenzione alla persona, vale a dire alle generazioni di rappresentanti pontifici che qui si sono formati. È in questa prospettiva che interpreto i gesti dei Pontefici nei confronti di questa casa sacerdotale. Nel periodo a noi più vicino, ciò vale, in modo particolare, per Papa Leone XIV, che già da cardinale visitò l’Accademia, e anche per Papa Francesco, di venerata memoria, che al suo interno istituì un Istituto con lo stesso status di una facoltà, in quanto centro di formazione superiore per le scienze diplomatiche. La continuità nel corso delle diverse epoche storiche, di cui la recente riforma è espressione, si inserisce quindi nella linea della missione originaria dell’Istituzione, di cui essa continua ad essere oggi fedele interprete: servire la causa di Cristo e della Chiesa. 

Quale concezione della diplomazia ecclesiale cercate di trasmettere agli studenti fin dai primi anni? 

—Il servizio diplomatico della Santa Sede è un impegno che scaturisce direttamente dal Vangelo: non può esistere se non è radicato in questa fonte e animato dalla forza divina. È, innanzitutto, una responsabilità che il rappresentante pontificio matura spiritualmente in un rapporto sincero e quotidiano con il Signore. Papa Francesco, in un discorso che ci ha rivolto alcuni anni fa, ha spiegato bene questa dinamica, esortandoci a essere pastori dotati di capacità interiore, per poter rendere testimonianza al Signore Gesù prima di chiunque altro. Senza una solida dimensione umana e spirituale non è possibile essere pastori né, tanto meno, diplomatici. Il nucleo concreto della nostra missione è continuare ad essere pastori a immagine del Buon Pastore, con l’aiuto che ci giunge dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’ascolto della Parola di Dio. La formazione presso l’Accademia, che si fonda quindi su due pilastri fondamentali – quello umano e quello spirituale – ha come obiettivo che il punto di riferimento di ciascuno continui ad essere sempre il Buon Pastore, che insegna ad accompagnare, a sostenere e a restituire la speranza. 

“La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito: quello pastorale e quello politico-diplomatico”.

Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

In che cosa si differenzia la missione del nunzio apostolico da quella di un rappresentante diplomatico di uno Stato?

—La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito, quello pastorale e quello politico-diplomatico, che non ha eguali nelle diplomazie degli Stati. I miei colleghi nunzi non rappresentano interessi nazionali né logiche di potere: sono sacerdoti, espressione del ministero petrino, al servizio della pace, della giustizia e della dignità umana. Mi piace ricordare la formula di Fabio Chigi —futuro Papa Alessandro VII— il quale, nei negoziati di Münster del 1648, descrisse il compito del diplomatico con parole sobrie e profonde: “fare molto, dire poco”. Ciò che la Santa Sede offre alla comunità internazionale non è solo una soluzione tecnica ai conflitti, come spesso accade, ma anche una visione della pace fondata sulla dignità di ogni persona, sulla giustizia e sulla fratellanza. I nostri diplomatici si fanno portavoce dei poveri, dei migranti, delle vittime delle guerre, proprio là dove spesso nessun’altra diplomazia è chiamata a intervenire.

In quest’ottica, come si prepara un futuro rappresentante pontificio ad ascoltare realtà ecclesiali, culturali e sociali molto diverse tra loro?

—L’incontro con contesti così diversi, come quelli con cui il rappresentante pontificio è chiamato a confrontarsi durante il suo servizio, rivela la bellezza di una realtà ricca e multiforme. E ciò si constata ogni volta che il nunzio, nel corso della sua missione, visita le diverse Chiese locali, ascolta i vescovi, accoglie i sacerdoti e rafforza nell’annuncio i fedeli che sperano sempre di sentire vicina la presenza del Papa. È un compito certamente delicato, che richiede capacità umana e sensibilità spirituale. Prepararsi a un compito del genere richiede innanzitutto una formazione che non sia solo accademica, ma profondamente umana, spirituale e pastorale; per questo dicevo prima che si tratta di pilastri fondamentali per ogni sacerdote, prima ancora che per un diplomatico. Solo così si riesce a maturare una profondità e una sottigliezza di sguardo capaci di leggere e interpretare la complessità della storia senza perdere di vista l’essenziale. 

Papa Francesco ha voluto che nel percorso formativo fosse incluso anche un anno di esperienza missionaria. Che contributo ha dato questa decisione alla vita dell’Accademia? 

—Con questa proposta, il Papa intendeva, innanzitutto, arricchire il programma di studi proposto dalla “Alma Mater”, ma soprattutto offrire a coloro che collaboreranno con i rappresentanti pontifici un’esperienza missionaria di attività evangelizzatrice. La scelta è significativa perché aiuta il futuro diplomatico a non allontanarsi dalla realtà concreta della vita ministeriale e dall’incontro reale con le persone, specialmente con quelle più provate e ferite dalla vita. L’invito che Papa Francesco ha rivolto, in ripetute occasioni, a raggiungere le periferie umane ed esistenziali, vale anche per quei giovani che si preparano a servire il Papa nelle Nunziature e nelle Organizzazioni Internazionali. Non c’è dubbio che questa esperienza abbia conferito all’Accademia uno stile improntato a maggiore vicinanza, ascolto e servizio, spesso in contesti di povertà, fragilità e minoranza ecclesiale. 

Alla luce dell’instabilità della situazione internazionale, quale contributo concreto può dare la diplomazia della Santa Sede?

—In questo contesto, la missione della Chiesa, e quindi dei rappresentanti pontifici, non si limita alla mediazione diplomatica in senso stretto o alla ricerca di accordi immediati, ma si nutre di un’opera più profonda, volta a superare diffidenze e barriere culturali, politiche e religiose, creando le condizioni per un dialogo autentico e duraturo. Ciò che la Santa Sede può offrire, infatti, alla comunità internazionale è una prospettiva che non è guidata da interessi economici o geopolitici, ma dalla centralità della persona umana, dalla difesa della dignità di ogni vita e dalla promozione della fratellanza tra i popoli. E un ambito privilegiato è proprio il settore multilaterale, luogo in cui tali principi possono tradursi in azioni concrete di pace, di tutela dei diritti fondamentali e di cooperazione. 

“Ciò che la Santa Sede può offrire alla comunità internazionale è la centralità della persona umana”.

Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

È possibile essere profetici nonostante un lavoro che richiede discrezione, prudenza e continuità?

—Sono convinto che non esista diplomazia senza visione. Il ruolo dei rappresentanti pontifici richiede, oggi più che mai, una capacità che non può limitarsi alla dialettica formale, ma che esige uno sforzo propulsivo volto a immaginare e costruire un futuro più sostenibile dal punto di vista umano e spirituale. La profezia, come dono dello Spirito Santo, è l’intelligenza del credente che, con ingegnosità e perizia, sa mantenere vivo uno sguardo morale e spirituale sulla storia. Non si tratta di un atteggiamento ideologico, né si realizza attraverso prese di posizione sensazionalistiche, ma con la capacità di ricordare costantemente la centralità della dignità umana, della pace, della giustizia e del bene comune, anche quando ciò sembra andare controcorrente. Ciò richiede, da parte nostra, la forza di parlare con un linguaggio rispettoso e prudente, ma che, allo stesso tempo, richiami chiaramente l’attenzione su questioni decisive come la pace, il rifiuto del fondamentalismo, l’accoglienza dei migranti, la tutela della dignità di ogni persona, l’abolizione della pena di morte e la responsabilità verso i più poveri.

Lei ha prestato servizio in paesi e contesti molto diversi. Quale esperienza ritiene oggi più utile per accompagnare la formazione dei giovani sacerdoti dell’Accademia? 

—Ho viaggiato per il mondo, senza interruzioni, per quarantaquattro anni, prima come collaboratore e poi come nunzio apostolico. Nei diversi contesti sociali e politici in cui sono stato chiamato a svolgere la mia missione, ho sempre potuto apprezzare la ricchezza di esperienze internazionali molto diverse tra loro. A Panama, la mia prima missione, ho conosciuto l’impegno della Chiesa latinoamericana degli anni Ottanta di fronte alle molteplici sfide sociali. In Etiopia ho conosciuto l’impegno umanitario a favore di centinaia di migliaia di persone colpite dalla carestia e dalla mancanza d’acqua. In Australia ho avuto la grande opportunità di far parte della delegazione per la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II. In Turchia, invece, ho avuto l’opportunità di collaborare con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Mi trovavo in Egitto durante la prima Guerra del Golfo, nel contesto dell’intervento contro il regime iracheno di Saddam Hussein. A Belgrado sono stato testimone degli albori della disgregazione dei paesi dell’ex Jugoslavia. L’elenco dei paesi è davvero lungo: Irlanda, Ruanda, Thailandia, Delhi, Polonia… È stata un’esperienza indescrivibile e oggi, da Roma, contemplo con gratitudine un percorso ricco e fecondo. 

Quali qualità umane e sacerdotali ritiene necessarie affinché un futuro nunzio possa affrontare le sfide dei prossimi anni? 

—Credo che la qualità più necessaria sia la capacità di coniugare la profondità spirituale con un’autentica vicinanza umana; è proprio in questa prospettiva, infatti, che si sta rinnovando la formazione presso l’Accademia. A questo proposito, mi sembra utile ricordare il discorso che Papa Leone ci ha rivolto nel recente incontro tenutosi presso la nostra Istituzione. Ci ha ricordato che la riforma più importante consiste in un costante esercizio di conversione, volto a coltivare la vicinanza, l’ascolto attento, la testimonianza, l’approccio fraterno e il dialogo, vissuti con umiltà e mitezza. Sono virtù indispensabili per il diplomatico pontificio, che sarà chiamato ad agire in contesti culturali, ecclesiali e politici diversi, nei quali sarà fondamentale possedere uno stile capace di generare fiducia, mantenere aperti i canali di comunicazione e favorire i percorsi di riconciliazione. Il Papa ci ha esortato a mantenere vivo in noi il dono pasquale, per essere veri messaggeri del Risorto, capaci di portare al mondo la pace di Cristo, di diventare un ponte di dialogo tra persone, Chiese e popoli. Ciò significa abitare il mondo senza lasciarsi assorbire dalle sue logiche di scontro, ma conservando sempre uno sguardo evangelico sull’uomo e sulla storia.

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Cultura

L'Incarnazione di Gil de Siloé, Polittico di Miraflores

La scena dell'Annunciazione, nella pala d'altare maggiore della Certosa di Miraflores, unisce arte, simbolismo e catechesi visiva. Opera di Gil de Siloé e Diego de la Cruz, rappresenta uno dei capolavori della scultura policroma ispano-fiamminga del XV secolo.

Eva Sierra e Antonio de la Torre-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

COMMENTO ARTISTICO

Nella parte inferiore della pala d'altare maggiore della chiesa della Cartuja de Miraflores (Burgos) si trova una delle scene più raffigurate nell'arte religiosa: l'Annunciazione.

Le figure sono disposte in uno spazio semicircolare racchiuso dalla presenza di quattro angeli. In alto a destra compare una stella a sei punte, che allude alla luce che in seguito avrebbe guidato i pastori e i Re Magi. La Vergine Maria è raffigurata in una stanza immaginaria, distesa davanti a un libro aperto, simbolo della meditazione sulle Scritture. Ai suoi piedi, un vaso con fiori bianchi allude alla sua purezza.

Sebbene i Vangeli non menzionino che Maria fosse in preghiera al momento dell’Annunciazione, la tradizione cristiana e molti autori spirituali hanno interpretato il suo atteggiamento come raccoglimento e apertura alla volontà di Dio, in linea con l’espressione “piena di grazia”. L’angelo Gabriele, messaggero divino, si presenta accompagnato da altri due angeli e comunica a Maria il mistero dell’Incarnazione. Dopo il “fiat”, il “sia fatta la tua volontà in me, secondo la tua parola”, lo Spirito Santo discende sulla Vergine mentre dal Padre sgorgano raggi lungo i quali il Bambino viaggia verso l’orecchio della Madre; un modo plastico e profondamente simbolico di rappresentare l’Incarnazione del Verbo.

La pala d’altare come Bibbia visiva 

Va ricordato che questa pala d’altare fu realizzata nel XV secolo, in un’epoca in cui gran parte dei fedeli era analfabeta. La Messa veniva celebrata in latino, lingua che molti non capivano. La pala d’altare, quindi, svolgeva una funzione catechistica essenziale: era la “Bibbia dei poveri”, uno strumento visivo per contemplare e comprendere i misteri della fede. La scena dell’Annunciazione, inoltre, serviva a ricordare l’inizio della Redenzione, collegando la nascita di Cristo con la consacrazione eucaristica rappresentata nella scena centrale.

Si può apprezzare la ricchezza degli abiti della Vergine e degli angeli, così come l’uso abbondante dell’oro. Questo linguaggio pittorico mirava ad avvicinare il fedele alla sfera celeste attraverso i materiali più preziosi. Il modo di rappresentare gli eventi divini consisteva nell’utilizzare i pigmenti e i materiali più costosi, come il lapislazzuli, importato dall’Afghanistan, per il colore blu (di solito il mantello della Vergine appare in questo blu intenso) o l’oro, come evocazione della luce celeste. Le figure sono raffigurate con abiti contemporanei all’epoca di realizzazione, espediente abituale per avvicinare le scene sacre allo spettatore del tardo Medioevo. I fedeli non solo contemplavano un episodio biblico, ma anche un modello di virtù e devozione, presentato con il massimo realismo possibile.

Un'opera del gotico ispano-fiammingo

La pala d’altare è una monumentale struttura in legno situata nel presbiterio, organizzata in sezioni con scene che raffigurano la storia della salvezza. La scena centrale esalta l’Eucaristia attraverso la figura di Cristo crocifisso, circondato da episodi della Passione, della Natività e di altri momenti chiave, nonché da raffigurazioni di santi, evangelisti e personaggi di rilievo.

L'intaglio e il disegno di questa originale pala d'altare furono realizzati dal maestro Gil de Siloé e dalla sua bottega. Un'opera di tale portata richiese la collaborazione di numerosi artigiani sotto la supervisione del maestro, il che spiega le differenze stilistiche nell'esecuzione di alcune scene. Una volta terminata l’intaglio, il pittore Diego de la Cruz si occupò della policromia e dell’abbellimento, applicando tecniche complesse e costose.

Tra queste spiccano la tecnica dello “estofado”, che consiste nell’applicare foglia d’oro sul legno e ricoprirla con pittura a tempera, per poi raschiarla e far emergere l’oro formando disegni che imitano broccati, ricami o tessuti pregiati; e il pastillage, che consiste nell’aggiungere rilievi in pasta per simulare aureole, orli di vesti, gioielli, fiori e altri ornamenti che venivano poi dorati e policromati. Gli artisti spagnoli del tardo gotico erano veri e propri maestri nella padronanza di queste tecniche, che conferivano lusso e spiritualità alle sculture.

La pala d'altare maggiore della Certosa di Miraflores fu realizzata tra il 1496 e il 1499 su commissione dei Re Cattolici, in particolare su iniziativa di Isabella la Cattolica. È considerato uno dei capolavori della scultura policroma ispano-fiamminga e un esempio eccezionale dell’unione tra arte, teologia e catechesi visiva nella Spagna del XV secolo.

COMMENTO CATECHETICO

Al centro della pala d’altare della Certosa di Miraflores si trova anche ciò che costituisce il fulcro della fede cristiana: l’Incarnazione del Figlio di Dio nell’umanità di Gesù di Nazaret per donarsi in sacrificio per la redenzione e la salvezza dell’umanità. Questo evento meraviglioso, decisione che esiste nell’eternità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (le tre persone divine che segnano l’asse orizzontale della pala d’altare) si realizza nel momento dell’Annunciazione, quando il Verbo si incarna nel seno verginale di Maria per dedicarsi al piano salvifico di Dio (la Croce e l’esaltazione, situate sull’asse verticale). 

Fin dagli inizi, l’Incarnazione è stata il fulcro della fede cristiana, il grande mistero della pietà: Dio si è fatto carne. Per questo motivo, per onorare adeguatamente questo mistero, la cui complessa profondità trova espressione nella grande catechesi della pala d’altare di Miraflores, la regina Isabella ricorse non solo alla migliore bottega artistica, ma anche ai migliori materiali, tecniche e pigmenti. In definitiva, l’Incarnazione è il mistero di fede che sta al centro stesso del Credo: “per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal Cielo e, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato dalla Vergine Maria".

Lo scopo dell'Incarnazione

Comprendere lo scopo di questo decreto eterno della Santissima Trinità significa, quindi, comprendere alla radice il senso e lo scopo di tutta la rivelazione cristiana. Lo scopo non è unico, ma possiamo considerarlo in un ampio sviluppo articolato in tre fasi, nelle quali andiamo scoprendo l’immensa ricchezza di questo mistero centrale della fede.

Il primo passo che Dio intende compiere è la salvezza dell’umanità. Per donare la salvezza, innanzitutto, opera la liberazione dal peccato, riconciliando l’umanità con sé. In secondo luogo, sempre per salvarci, ci rivela l’immensità dell’amore che nutre per noi (1 Gv 4, 9-14). Entrambe queste cose, la riconciliazione dal peccato e la testimonianza dell’amore divino, risplendono nella Croce, prima tappa di quest’opera salvifica e protagonista principale della pala d’altare di Miraflores. 

Il secondo passo consiste nell’istruire l’umanità, poiché Cristo risorto si offre a noi come via e modello dell’umanità perfetta e della santità. Non a caso, il cerchio centrale della pala d’altare, che racchiude i misteri divini, è circondato dai quattro tondi dei dottori della Chiesa, incaricati di istruire la Chiesa nell’insegnamento del Verbo incarnato. Infatti, Cristo si presenta nei Vangeli come Maestro dal quale imparare (Mt 11, 29), Via da seguire (Gv 14, 6), Voce divina da ascoltare (Mc 9, 7) e Modello supremo di Amore (15, 12), che si esprime nella donazione di sé.

Il terzo passo consiste nel condurre l’umanità, redenta dal peccato e istruita dal Verbo, a partecipare alla natura divina. L’Incarnazione è la via aperta all’umanità per partecipare alla natura divina del Verbo (2 Pietro 1, 4). Ogni essere umano che entra in comunione con il Figlio incarnato diventa figlio di Dio, ricevendo dal Padre l’adozione filiale ed entrando nel cammino della divinizzazione attraverso il dono dello Spirito Santo. L’intera pala d’altare è una sintesi di ciò che Dio offre all’umanità attraverso l’Incarnazione del suo Figlio.

La fede nel Verbo incarnato

In definitiva, la fede nell’Incarnazione riconosce che il Figlio di Dio ha assunto una natura umana per realizzare, attraverso di essa, il piano stabilito dalla Trinità per la nostra salvezza. Accetta inoltre la vera realtà del Verbo Incarnato, senza ridurlo a una somma di parti (parte divina e parte umana) o a una confusa mescolanza tra il divino e l’umano. Il Verbo Incarnato è vero Dio e vero uomo, ma la difficoltà di accettare razionalmente questa fede ha dato origine fin dall’inizio a numerose eresie, che alteravano la fede nel Verbo Incarnato.

Dottrine eretiche come il docetismo (l’umanità di Cristo è solo apparente), l’arianesimo (l’umanità di Cristo è reale ma unita a un dio creato, non al Figlio consustanziale al Padre), il nestorianesimo (in Cristo vi è una persona umana e una divina) o il monofisismo (la natura umana viene assorbita e praticamente scompare nella divina). Di fronte a esse, la Chiesa va precisando la vera fede nel Verbo Incarnato, attraverso una serie di formulazioni dogmatiche di cui il miglior esempio è quella formulata nel Concilio di Calcedonia (V secolo): “Si deve riconoscere un unico e medesimo Cristo Signore, Figlio unico in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione".

Per questo occorre affermare che l’umanità di Cristo, Verbo Incarnato, non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio, che l’ha assunta e fatta propria fin dall’Incarnazione nel seno di Maria, come illustra la scena della pala d’altare qui rappresentata in modo più dettagliato. Tutto ciò che riguarda l’umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua persona divina, comprese le sofferenze e la morte, non solo i miracoli e l’insegnamento impartito con autorità. Veramente Dio, la persona del Figlio, è morto nell’offerta del Verbo Incarnato sulla Croce. Questa è la verità profonda e sconvolgente dell’Incarnazione, che colpisce con forza quando si contempla l’insieme della pala d’altare.

Il Verbo Incarnato, d’altra parte, non solo assume un corpo, ma anche un’anima e un cuore umani, una natura umana completa. L’anima di Cristo possiede realmente una conoscenza umana, che in quanto tale ammetteva e necessitava di uno sviluppo (Lc 2, 52), e allo stesso tempo, essendo unita al Verbo, conosceva tutto, anche il divino. Qui entra in gioco l’intima conoscenza che Gesù Cristo ha del Padre suo Dio (Mc 14, 36; Mt 11, 27), così come dei suoi disegni salvifici. L’anima di Cristo possiede anche una vera volontà umana, sempre cooperante con la volontà del Padre, mostrando così la perfetta realizzazione della volontà di un essere umano. Il Figlio obbedisce nell’eternità al decreto del Padre incarnandosi per opera dello Spirito Santo, mentre il Verbo Incarnato obbedisce a questo decreto fino alla morte sulla croce.

Il cuore umano di Gesù Cristo è rappresentato dal Pellicano Eucaristico che corona la pala d’altare, mentre si squarta per nutrire i propri piccoli con il proprio sangue. Nel cuore di Cristo, durante la sua vita e la sua passione, è presente la consapevolezza e l’amore verso ogni creatura umana. Per questo è anche il cuore dell’Incarnazione e il simbolo principale di quell’amore che dà senso e scopo all’Incarnazione, l’amore con cui il Redentore ama il Padre e ciascuno degli uomini.

Titolo dell'opera: L'Annunciazione
Autore: Gil di Siloé e Diego de la Cruz
Secolo: XV
Materiale: Scultura in legno + policromia e doratura
Posizione: Certosa di Miraflores, Burgos (Spagna)
L'autoreEva Sierra e Antonio de la Torre

Storica dell'arte e dottoressa in Teologia

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Evangelizzazione

Scopri la storia dei 10 ordini religiosi più influenti in soli 12 minuti

Il canale YouTube "Entiende La Fe" ha pubblicato un video che presenta una mappa dei principali ordini religiosi cattolici.

Redazione Omnes-19 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Il canale YouTube Comprendere la fede ha pubblicato un video semplice e interessante intitolato «I 10 ordini cattolici spiegati in 12 minuti», che offre una sintesi degli ordini religiosi che hanno plasmato la storia della Chiesa occidentale. A partire dal distacco radicale da San Francesco d'Assisi, fino alla disciplina intellettuale dei Domenicani e al rigoroso silenzio dei monaci trappisti. Inoltre, svela curiosità sorprendenti che collegano il passato al presente, spiegando dettagli come l’origine scientifica della genetica moderna grazie a un monaco agostiniano o il motivo per cui la famosa bevanda del cappuccino deve il suo nome all’abito di un ordine religioso.

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Spagna

José Masip, nuovo presidente dell'Associazione Cattolica dei Propagandisti 

Masip subentra ad Alfonso Bullón De Mendoza, che ha guidato questa Associazione dal 2018.

Maria José Atienza-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

José Masip Marzá è stato eletto nuovo presidente della Associazione Cattolica dei Propagandisti. Il candidato che più si colloca sulla linea di Alfonso Bullón de Mendoza è stato approvato dalla V Assemblea Generale Straordinaria tenutasi il 18 luglio a Madrid.

Masip era, fino ad oggi, vicepresidente dell’ACdP e direttore, insieme a María San Gil, del Congresso Cattolici e vita pubblica, uno dei fiori all'occhiello dell'Associazione.

Con questa nomina, Masip diventa presidente dei lavori dell’Associazione, «come quella della Fondazione Universitaria San Pablo CEU, oltre alla Fondazione Abat Oliba, la Fondazione San Pablo Andalucía CEU, il Collegio Universitario San Pablo, la Fondazione culturale Ángel Herrera Oria, oppure il giornale Il dibattito«, come sottolinea il comunicato stampa con cui è stata resa nota la sua nomina.

Un candidato che punta sulla continuità

Si tratta di uno stretto e fidato collaboratore di Alfonso Bullón de Mendoza, che ha svolto un ruolo fondamentale nella nuova fase dell’Associazione, durante la quale essa si è affermata come punto di riferimento sociale della cultura cattolica grazie a iniziative quali il quotidiano *El Debate*, il Concerto della Resurrezione o la sua partecipazione attiva alla vita sociale spagnola, come dimostra ad esempio la sua carrozza di ispirazione cristiana alla sfilata dei Re Magi a Madrid.

Sotto la guida di questo gruppo, inoltre, l’attività universitaria dell’ACdP si è consolidata e ampliata, rendendo il CEU, tra le altre cose, l’istituto di istruzione privato che concede il maggior numero di borse di studio in Spagna, con oltre 95 milioni di euro erogati negli ultimi 6 anni accademici.

Con questa nomina si garantisce quindi la continuità delle iniziative portate avanti dall'associazione negli ultimi anni.

José Masip Marzá

Masip ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università Complutense di Madrid e attualmente esercita la professione di avvocato a Castellón. È titolare delle qualifiche di agente e broker assicurativo, agente immobiliare e amministratore. Inoltre, è membro del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo della Fondazione Independiente.

Masip è stato vicepresidente e, successivamente, segretario generale dell’Organizzazione dei Professionisti e dei Lavoratori Autonomi (OPA); nonché fondatore dell’Associazione Spagnola di Amicizia e Cooperazione con la Guinea Equatoriale, di cui è stato anche primo segretario. 

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Confermandi universitari

Quest'anno, per la prima volta presso “Totus Tuus”, sono state riservate alcune aule della biblioteca per tenere corsi di catechismo agli studenti che desideravano ricevere la cresima.

18 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Non finirà mai in nessun telegiornale, ma un paio di domeniche fa diciotto studenti della Università Carlos III di Madrid hanno ricevuto il sacramento della Cresima.

In questa università esiste un’associazione, “Totus Tuus”, gestita dagli stessi studenti, che organizza l’apostolato all’interno dell’università e aiuta gli studenti ad avvicinarsi alla fede. Contesto: all’UC3M è istituzionalmente vietato avere una cappella.

Di nascosto, come i primi cristiani nelle catacombe romane, si è iniziato a celebrare messe nelle aule, per poi riempire le parrocchie più vicine ai campus di Leganés e Getafe. Con un’attività sempre più intensa anche a Colmenarejo e persino a Puerta de Toledo, l’associazione organizza messe e momenti di adorazione, oltre a conferenze, viaggi, giornate sportive, attività di volontariato, pellegrinaggi…

E quest’anno, per la prima volta a “Totus Tuus”, si è iniziato a riservare alcune aule della biblioteca per tenere corsi di catechesi agli studenti che desideravano ricevere il sacramento della Cresima. Con altri studenti universitari nel ruolo di catechisti e una ventina di persone che hanno frequentato regolarmente gli incontri settimanali, questa iniziativa si è conclusa l’altro giorno con le cresime nella parrocchia di Nostra Signora di Butarque, a Leganés.

È finito, per così dire. In realtà, è solo l’inizio. Perché quando soffia lo Spirito Santo, la nostra anima spicca il volo. Quanto ci fa bene il rapporto con lo Spirito Santo: Lui non vede l’ora di renderci felici.

Ora sorrido dalla spiaggia, perché un bambino sta giocando con il suo aquilone. E mentre soffia il vento, l’aquilone vola.

L'autoreGabriel Pérez-Miranda

Gabriel Pérez-Miranda Mata (Madrid, 2004) è il terzo dei sei figli di Juan e Cristina. Studente universitario, appassionato di sport e lettura, ha pubblicato un libro di poesie ("Envïdár", Loto Azul, 2025).

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Ecologia integrale

Guerra e pace

La polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo rispetto alla pace invocata da Papa Leone XIV alle Cortes spagnole nel giugno del 2026.

Eloy Asenjo Carpintero-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Accolto da un'ovazione travolgente, Papa Leone XIV lasciò le Cortes spagnole, affidando ai membri di quelle Assemblee compiti importanti e gravosi, in un clima di discussione cordiale, lontano da parole paralizzanti e paralizzanti. Di fronte a un'aula in trepidante attesa, il Santo Padre ha pronunciato un discorso di profondo significato politico e morale, diagnosticando con precisione i mali che soffocano la convivenza globale contemporanea. Il Pontefice è stato categorico nell'affermare:

“Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e sfiducia reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civica e il rispetto reciproco anche in presenza di divergenze”.

Il dibattito sulla memoria

Il Papa ha dato prova di coraggio menzionando apertamente la Memoria storica proprio nell’aula del Parlamento: “Una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione… un compito arduo quando esiste una polarizzazione così forte”. Sebbene la riflessione vada oltre i nostri confini e riguardi qualsiasi parte del pianeta, la sua dichiarazione nella sede del Potere Legislativo spagnolo invita inevitabilmente a riflettere su una serie di realtà che caratterizzano l’attuale panorama storiografico: 

  • La triste “leggenda nera” della Spagna. Sono già intervenuti alcuni storici – curiosamente per lo più stranieri – per confutare questo fatto deplorevole, dal quale ci stiamo ancora riprendendo e sul quale attualmente si basano discorsi populisti ben lontani dalla realtà del ruolo della Spagna nell’America iberoamericana.
  • Molti giovani oggi non sanno collocare, dal punto di vista storico, personaggi di grande rilievo nella storia dello Stato spagnolo nel corso del XX secolo.
  • L'indipendenza degli attuali Stati dell'America Latina nel corso del XIX secolo, ottenuta attraverso programmi estremamente personalistici e di ispirazione fortemente anticattolica, dai cui “fanghi, questi fango” in cui si osserva una forte polarizzazione volta a sciogliere i legami che uniscono la Spagna a tutti i paesi del Sudamerica e dell’America Centrale.
  • Il regime della Seconda Repubblica viene presentato come un modello da seguire, (…) mentre storici di grande prestigio lo denigrano e lo ritengono responsabile della guerra civile che ha devastato il Paese.

Il valore della parola di fronte al riarmo

Ecco che è già scoppiata la polemica! Tuttavia, lo scopo di queste righe non è quello di concentrare l’attenzione sulla disputa, bensì di trovare il modo di parlare con serenità di questi temi senza ricorrere, come sottolineava il Papa nel suo discorso, a “parole (che) possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.

Questo incontro si rivela indispensabile se vogliamo una società libera, giusta e veramente democratica. Come ha ricordato il Pontefice, “da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a questa sfera interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

Il messaggio papale ha inoltre analizzato senza mezzi termini l’attuale scenario geopolitico, ammonendo che ogni guerra è un fallimento, poiché “costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce i legami di giustizia tra le nazioni”.

Inoltre, risuona la denuncia di Leone XIV sul “riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. Di fronte a tale inerzia bellica, il Papa concludeva con fermezza: “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”.

Questa denuncia non ci è estranea: alla base dei conflitti armati si celano interessi estremamente personali, spesso di natura economica, che li rendono moralmente deplorevoli, ignorando le voci che invocano una pace difficile da raggiungere. Da qui l’attualità dell’appello di Leone XIV a riscoprire il valore del “dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza”.

Coesione nella diversità

Il Santo Padre ha portato in primo piano il motto dell’Unione Europea: “In varietate concordia». Attribuendogli un significato attuale, ci ha ricordato che “la vera unità non uniforma, ma crea coesione nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni un’occasione di arricchimento reciproco. Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente costruire una cultura della reciprocità. La pluralità politica non dovrebbe degenerare in una continua screditazione dell’avversario”.

Questa polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo. In questo preoccupante contesto globale, risulta “importante ribadire la teoria della guerra giusta, invocata troppo spesso per giustificare qualsiasi guerra, fatto salvo il diritto alla legittima difesa, intesa nel senso più stretto” (cfr. Francesco, Lettera enc. “Fratelli Tutti”, 258, 3 ottobre 2020)”.

La realtà è innegabile: “L’umanità dispone di strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia e il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose per le popolazioni civili” (Lettera enc. “Magnifica Humanitas” 192, 15 maggio 2026). 

In definitiva, il Santo Padre ha lanciato un severo monito, un appello al dialogo! Un richiamo insistente al fatto che “le parole possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.

Questo appello non è rivolto solo agli onorevoli deputati che affollavano l’emiciclo, ma a tutte le persone di buona volontà e, in modo particolare, ai giornalisti, sui quali grava un’enorme responsabilità nell’esercizio della loro professione. In questo nuovo ecosistema comunicativo, il rigore etico e il comportamento nell’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale determineranno se i media diventeranno ponti di incontro o amplificatori delle divisioni.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Tra Babele e Gerusalemme: il futuro dell’intelligenza artificiale si decide a Castel Gandolfo

Mentre l’intelligenza artificiale avanza più rapidamente delle norme in grado di regolamentarla, oltre duecento leader mondiali, premi Nobel ed esperti si sono riuniti in occasione della Global Nobel Laureates Assembly sull’intelligenza artificiale e la guerra nucleare per porre una domanda fondamentale: chi guiderà il futuro e secondo quali principi?.

Almudena Lago-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Alle prime ore del mattino, quando la luce comincia a diffondersi sul Lago Albano e gli ulivi delle ville pontificie proiettano ombre ancora lunghe, il Borgo Laudato Si -un laboratorio in cui i giovani imparano a prendersi cura della casa comune mentre si preparano a un mestiere- risulta un luogo troppo sereno per parlare di guerra nucleare. 

Ci sono orti, galline, pony e serre. Ragazzi che danno da mangiare agli animali, si prendono cura delle piante e imparano che la realtà richiede un’attenzione quotidiana. Tutto parla del presente, della cura e delle piccole cose che dipendono da noi. Eppure è proprio qui che si è sviluppato un importante – storico? – dibattito sul futuro della civiltà, sull’intelligenza artificiale e sulle armi nucleari. Sul rischio che la tecnologia sia al servizio dell’umanità o finisca per condizionarla.

Oltre duecento persone provenienti da diversi continenti, tra cui premi Nobel, ex capi di Stato, scienziati ed esperti di intelligenza artificiale, si sono riunite in questo laboratorio di ecologia integrale promosso dal Vaticano per discutere di due forze che stanno ridefinendo la nostra epoca: il ritorno del rischio nucleare e la crescita accelerata dell’intelligenza artificiale.

Non capita spesso di vedere riuniti sotto lo stesso tetto premi Nobel come David Gross, Maria Ressa e Muhammad Yunus, leader politici come Juan Manuel Santos e Romano Prodi, e ricercatori come Tristan Harris, legati a OpenAI, Anthropic o Google DeepMind. Questo mix è il segno dei tempi.

Il intelligenza artificiale ha reso di dominio pubblico domande che per molto tempo sembravano riservate a una minoranza di esperti: chi decide?, chi controlla?, chi se ne assume la responsabilità? Sono questioni che non riguardano più solo i governanti o gli ingegneri. Riguardano tutti noi.

Più che l'assenza di guerra

Nella sessione inaugurale, il cardinale Fabio Baggio, viceprefetto del Dicastero per il Servizio per lo Sviluppo Umano Integrale e direttore generale del Centro di Formazione Avanzata del Borgo Laudato Si, ha ricordato che la pace non può essere ridotta alla semplice assenza di conflitti: “È un ordine fondato sulla giustizia, sulla fiducia reciproca, sul rispetto del diritto e sulla dignità inviolabile di ogni essere umano”, ha affermato.

In un’epoca caratterizzata da guerre aperte, minacce nucleari e una corsa tecnologica il cui ritmo sembra superare la capacità di riflessione politica ed etica, ha sottolineato la necessità di principi condivisi in grado di orientare il progresso verso fini autenticamente umani.

Tra Babele e Gerusalemme

Se c’è stata un’immagine in grado di sintetizzare lo spirito dell’incontro, è stata quella proposta dal cardinale Silvano Maria Tomasi. Il cardinale di lunga data ha descritto un’umanità che si trova di fronte a un bivio: costruire una nuova ‘Babel tecnologica’, dove il potere, i dati e il controllo diventino idoli, oppure lavorare per una ‘nuova Gerusalemme’, dove la tecnologia sia al servizio della fraternità. “Il linguaggio della dissuasione è tornato a dominare le relazioni internazionali”, ha ammonito.

Nel corso dei dibattiti è stata ribadita la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti in cui l'intelligenza artificiale e le armi nucleari potrebbero rafforzarsi a vicenda.

Gestire l'intelligenza artificiale

Uno dei discorsi più attesi è stato quello di Juan Manuel Santos. Il premio Nobel per la pace ed ex presidente colombiano ha affermato che sarà impossibile garantire che l’intelligenza artificiale sia al servizio del bene comune senza una governance efficace basata sulla responsabilità, la trasparenza e lo Stato di diritto.

Muhammad Yunus è andato ancora oltre. Ha affermato che stiamo vivendo contemporaneamente la fine di una civiltà e la nascita di un’altra, e ha ricordato che le decisioni odierne determineranno il mondo che i giovani erediteranno.

È intervenuto anche Romano Prodi. In un mondo sempre più frammentato, ha avvertito, nessuna nazione potrà affrontare da sola sfide quali l’intelligenza artificiale, la sicurezza globale o il controllo di tecnologie sempre più potenti.

Da parte sua, Kerry Kennedy, che attualmente presiede l’organizzazione Robert F. Kennedy Human Rights, dedicata alla difesa dei diritti umani, figlia di Robert F. Kennedy, senatore ed ex procuratore generale degli Stati Uniti assassinato a Los Angeles il 5 giugno 1968, mentre era in campagna elettorale per la presidenza, ha chiesto “che nessun sistema automatizzato possa decidere in merito all’uso delle armi nucleari”, un’idea che è stata incorporata nella Dichiarazione di Roma attraverso la richiesta di un controllo umano effettivo su tali sistemi.

Una conversazione che risale a molto tempo fa

L'interesse del Vaticano per queste tematiche, ovviamente, non è nato questa settimana. Nel luglio dello scorso anno ha gettato le basi per questo incontro convocando una tavola rotonda internazionale sull'intelligenza artificiale, le cui riflessioni hanno portato alla stesura del documento La fratellanza nell'era dell'intelligenza artificiale, con la partecipazione di alcune delle voci più autorevoli del settore. Tra queste figurano Yoshua Bengio, Stuart Russell, Max Tegmark, Geoffrey Hinton, Yuval Noah Harari, Maria Ressa e altri esperti internazionali. 

Il punto di partenza è prendere coscienza del fatto che l’intelligenza artificiale può diventare un attore istituzionale: partecipare ai mercati, redigere contratti, influenzare le decisioni collettive e gestire sistemi complessi senza una comprensione umana completa. Proprio Harari, che in questi giorni è al centro dell’attenzione, sostiene che l’IA abbia iniziato a «hackerare il codice della civiltà umana» padroneggiando il linguaggio, il principale sistema operativo delle società umane. Insiste inoltre sul fatto che l’IA sia molto intelligente, ma non cosciente: «l’intelligenza non è la stessa cosa della coscienza». La domanda era essenzialmente la stessa che ha aleggiato in questi giorni a Castel Gandolfo: come garantire che l’intelligenza artificiale contribuisca a creare società più umane, più giuste e più inclusive.

Da Borgo al Campidoglio: la pace, una forma di intelligenza

La mattina del 16 luglio la situazione è cambiata. I dibattiti hanno lasciato la tranquillità degli uliveti per trasferirsi nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio, cuore politico di Roma. Lì è stato firmato il Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell'era dell'intelligenza artificiale, delle armi nucleari e dei sistemi autonomi, a conclusione dell'Assemblea tenutasi a Castel Gandolfo.

Il cardinale Baldassare Reina ha presentato la Dichiarazione come un appello alla responsabilità. Ha parlato della necessità di educare le nuove generazioni al pensiero critico, all’etica e alla responsabilità scientifica perché, come ha affermato, “la pace ha bisogno tanto della scienza quanto della coscienza”. Ha inoltre ricordato che ogni decisione tecnologica, politica o economica deve porre al centro la dignità della persona umana.

La Dichiarazione vuole essere un appello a favore della vita, della ragione, della fratellanza e della corresponsabilità. In un momento in cui la sicurezza sembra tornare a basarsi sulla minaccia e sulla deterrenza, Reina ha sostenuto che “la pace è una forma di intelligenza”.

Il premio Nobel per la Fisica David Gross ha lanciato un monito altrettanto chiaro: “È in gioco la nostra sopravvivenza”. E Sharon Stone, ambasciatrice del marchio – e strizzatina d’occhio alle richieste dei media – ha sintetizzato lo spirito della giornata affermando che “la dignità umana non è un algoritmo”, come conclusione finale dell’incontro.

Durante la conferenza stampa che è seguita, Omnes Ha chiesto come si potrà valutare, tra cinque anni, se abbiamo davvero compiuto progressi verso il futuro, se i principi proclamati a Roma si siano tradotti in fatti concreti; in definitiva: quali tre indicatori specifici utilizzerebbero per capire se l’IA sta rafforzando la dignità umana e non solo la produttività economica. Maria Ressa ha risposto che il criterio risiederà nelle persone: verificare se i cittadini ricevono informazioni più affidabili, se le democrazie ne escono rafforzate e se gli esseri umani conservano una reale capacità decisionale di fronte a sistemi sempre più influenti. Ha inoltre messo in guardia sul ruolo crescente dei chatbot e degli assistenti conversazionali. La questione, ha affermato, non sarà quanto sanno le macchine, ma se aiutano a pensare meglio o finiscono per pensare al posto nostro.

Nessuno si è recato al Borgo Laudato Si’ per parlare esclusivamente di algoritmi. Si è parlato di libertà, responsabilità, potere e futuro. Alla fine, l’immagine che rimane non è quella degli esperti né quella dei documenti firmati. È quella di menti brillanti riunite tra galline, pony, orti e ulivi per discutere del futuro della civiltà, pur riconoscendo che tutto inizia dalla cura di piccole realtà concrete.

Le macchine diventano sempre più intelligenti. Ma il futuro continuerà a dipendere da qualcosa di molto più antico di qualsiasi algoritmo: la capacità umana di discernere ciò che merita di essere protetto e messo al servizio del bene comune. Dopotutto, la grande domanda non è più cosa possa fare l’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: in che mani siamo?

L'autoreAlmudena Lago

Mondo

I vescovi francesi denunciano il voto che legalizza la «morte assistita» definendolo un «punto di svolta» nella storia del Paese.

I vescovi francesi criticano aspramente la “decisione radicale” presa dai legislatori francesi per legalizzare la “morte assistita”".

OSV / Omnes-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Con una votazione storica tenutasi il 15 luglio, l'Assemblea Nazionale ha legalizzato la morte assistita, comprese l'eutanasia e il suicidio assistito in determinati casi.

Il cardinale Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente della conferenza L'episcopato ha deplorato il fatto che “i membri del Parlamento abbiano sancito nella legislazione francese la possibilità di causare la morte”.

“Questa decisione rompe con la lunga tradizione di assistenza volta ad alleviare la sofferenza e ad accompagnare ogni persona fino al naturale termine della propria vita”, ha affermato a nome dei vescovi.

Il comunicato, firmato dall’arcivescovo Vincent Jordy di Tours e dal vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidenti della Conferenza episcopale francese, ha esortato le istituzioni sanitarie cattoliche ad «astenersi da comportamenti chiaramente riprovevoli dal punto di vista morale, in contrasto con la dignità di ogni vita umana».

Per i vescovi francesi, “il 15 luglio 2026 segna una svolta importante nella storia del nostro Paese”.

L'Assemblea nazionale francese legalizza l'eutanasia con un voto

È la quarta volta, dal maggio 2025, che i deputati francesi votano a favore del disegno di legge che legalizza la «morte assistita». I senatori lo hanno respinto a larga maggioranza in tre occasioni e la percentuale di deputati che sostengono il disegno di legge è diminuita in modo significativo rispetto alla prima votazione, ma tale calo non è stato sufficiente a impedirne l’approvazione.

Il 15 luglio, 291 membri dell'Assemblea nazionale hanno votato a favore, mentre 241 hanno votato contro, con 29 assenti.

La legge autorizza il suicidio assistito e, in determinati casi, consente a un medico o a un infermiere di somministrare la sostanza letale, legalizzando così l'eutanasia in Francia. La normativa dovrà essere esaminata dal Consiglio costituzionale francese prima di entrare in vigore.

Il presidente Emmanuel Macron festeggia il risultato del voto

Il presidente francese ha accolto con grande entusiasmo il voto dell’Assemblea Nazionale, presentato come definitivo, in un post su X subito dopo la votazione. Emmanuel Macron aveva apertamente sostenuto questa legge. Infatti, aveva promesso di legalizzare l’eutanasia prima della fine del suo secondo mandato quinquennale.

“Nel 2022 mi sono impegnato a spianare questa strada insieme al popolo francese”, ha dichiarato il 15 luglio. “Quell’impegno è stato mantenuto”.

I vescovi hanno apertamente deplorato il fatto che il presidente Macron si sia schierato arbitrariamente a favore della decisione dell’Assemblea nazionale, nonostante le numerose polemiche che circondano questo disegno di legge.

“Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è chiaro che considerazioni politiche, ideologiche e indubbiamente anche economiche, mascherate da retorica ingannevole, hanno vanificato questa aspirazione”, hanno affermato i vescovi.

“Una questione così fondamentale per il nostro contratto sociale meritava che si tenesse pienamente conto delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell’eutanasia e del suicidio assistito.”

I vescovi francesi mettono in guardia sulle conseguenze etiche e sociali

Per i vescovi, uno dei maggiori pericoli della legge risiede nel fatto che il principio secondo cui la morte può costituire una risposta medica alla sofferenza è entrato a far parte del patrimonio giuridico del Paese. La scelta di morire può quindi essere rivendicata come un diritto che potrebbe estendersi anche ad altri.

“L’esperienza di altri paesi dimostra che i criteri di accesso al suicidio assistito tendono sempre ad ampliarsi, a scapito delle cure palliative”, hanno sottolineato.

Nel frattempo, “gli effetti di tale legislazione non sono ancora stati valutati appieno, ma si stanno già facendo sentire”, hanno avvertito i vescovi. “Il nostro rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà”, hanno aggiunto.

“I più poveri sono probabilmente i primi a subirne le conseguenze: per non diventare un peso per i propri figli o nipoti, gli anziani che vivono in condizioni precarie possono sentirsi costretti a morire”, hanno avvertito i prelati.

Gli operatori sanitari cattolici potrebbero trovarsi ad affrontare problemi legali

Per i vescovi, la preoccupazione più immediata e concreta al giorno d’oggi è che, se la legge entrasse in vigore, le strutture di assistenza — soprattutto quelle cattoliche — potrebbero trovarsi a dover affrontare azioni legali qualora si rifiutassero di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito all’interno delle proprie strutture. Così come è formulata, la legge richiederà che il direttore del centro o del reparto autorizzi professionisti esterni a eseguire la procedura letale.

Pertanto, i vescovi hanno annunciato che «seguiranno da vicino i ricorsi al Consiglio costituzionale» annunciati prima della votazione.

Il Consiglio costituzionale francese riesaminerà la legge

Il 14 luglio, mentre la Francia celebrava il Giorno della Bastiglia — la festa nazionale più importante del Paese —, il primo ministro Sébastien Lecornu ha sorpreso molti annunciando che avrebbe fatto ricorso al Consiglio costituzionale affinché sottoponesse a revisione il testo di questa legge, alla quale si oppone personalmente. Ha giustificato questa ultima mossa adducendo come motivo la mancanza di accordo tra le due camere, l’Assemblea nazionale e il Senato. Alcuni giorni prima, il presidente del Senato, Gérard Larcher, aveva annunciato la sua intenzione di adottare la stessa misura.

Il Consiglio costituzionale può approvare il disegno di legge nella sua interezza, annullare alcune disposizioni o formulare riserve interpretative prima che Macron promulghi la legge. La consultazione richiesta dal primo ministro verterà, in particolare, sull’assenza di una clausola di obiezione di coscienza che consenta alle strutture sanitarie — come le residenze cattoliche gestite dalle Piccole Sorelle dei Poveri — di essere legalmente autorizzate a rifiutarsi di fornire servizi di «morte assistita» presso le proprie strutture.

In attesa dell’esito del ricorso in appello, i vescovi francesi hanno ribadito il loro appello ai cattolici francesi affinché «testimonino che esiste un’altra via: quella della presenza fedele e dell’attenzione che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza abbandonare mai nessuno».

Caroline de Sury scrive per OSV News da Parigi.

L'autoreOSV / Omnes

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Mondo

Il cardinale Sarah denuncia al Parlamento europeo la «colonizzazione ideologica» dell’Africa

Il cardinale ha spiegato come funziona il sistema di pressioni esercitate affinché i paesi africani accettino politiche contrarie alle loro culture.

Javier García Herrería-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il cardinale Robert Sarah, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, ha tenuto il 15 luglio nella Sala SPAAK del Parlamento europeo una «Lectio magistralis» sui rapporti tra Europa e Africa, su invito del gruppo ECR (Conservatori e Riformisti Europei), in collaborazione con Sos Chrétiens d’Orient e Pro Vita e Famiglia.

In un discorso dal forte contenuto teologico e politico, il cardinale guineano ha posto una domanda che, ha affermato, è «decisiva per il futuro dei nostri due continenti»: «Riusciamo ancora a capirci?».

Una crisi del linguaggio e della ragione

Il fulcro dell’intervento è stata la denuncia di un progressivo svuotamento del vocabolario condiviso tra Europa e Africa. Sarah si è chiesta se parole come «diritti umani», «dignità», «sviluppo», «libertà», «salute», «genere» o «famiglia» «significhino ancora la stessa cosa per chi le pronuncia a Bruxelles, a Strasburgo, a Kampala o a Conakry».

Il cardinale ha preso come chiave di lettura una frase pronunciata da Papa Leone XIV a gennaio, davanti al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivocabile realtà certe. Solo così potrà riprendere un dialogo autentico e privo di malintesi». Partendo da questa citazione, Sarah ha sostenuto che la crisi attuale — geopolitica, dei diritti, del multilateralismo — è «alla radice, al di là del linguaggio: una crisi del logos, della ragione».

Secondo il cardinale, il dossier preparato per l’incontro mostra «con documentata chiarezza» come, nelle relazioni tra l’Unione Europea e l’Africa, «le parole siano oggi utilizzate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per capovolgerla». Ha citato diversi esempi: si parla di «salute sessuale e riproduttiva» e si intende, ha detto, «l’accesso all’aborto»; si parla di «parità di genere» e si intende «la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna insita nel corpo dell’essere umano»; si parla di «diritti umani» per i paesi africani e si intende «l’imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica».

Per Sarah questo non è «un problema di semantica accademica», bensì «un problema politico, un problema di verità, di onestà nei rapporti umani». Un vocabolario ambiguo nei trattati e nelle risoluzioni, ha affermato, si trasforma in «strumenti di perversione e di potere silenzioso, di neocolonialismo culturale ed economico», poiché «chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l’esito della negoziazione, senza che l’altra parte se ne renda conto». Il cardinale ha annunciato che avrebbe cercato di «fare luce» su questo fenomeno «alla luce del Vangelo e della ragione».

Il magistero di Benedetto XVI sul Logos

Sarah ha ricordato tre discorsi di Benedetto XVI — a Ratisbona (2006), al Collège des Bernardins di Parigi (2008) e al Bundestag tedesco (2011) — come una sorta di diagnosi preliminare di questa crisi. A Ratisbona, Benedetto XVI sottolineò che Dio agisce «con il logos», ovvero con la ragione e la parola al tempo stesso, e avvertì che una ragione «sorda» al divino «diventa incapace di inserirsi nel dialogo tra le culture». A Parigi, propose la via del cercare Dio e ha avvertito che «una cultura meramente positivista […] equivarrebbe alla capitolazione della ragione». Al Bundestag ha chiesto: «Come può la ragione ritrovare la propria grandezza senza scivolare nell’irrazionale?».

Colonizzazione ideologica, aborto, genere e autodeterminazione dei popoli

Nel prosieguo del suo intervento, il cardinale ha approfondito queste idee su diversi fronti specifici:

  • La «colonizzazione ideologica». Citando Papa Francesco —che coniò l’espressione a Manila nel 2015 («Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche […] che si insinuano in un popolo con un’idea che non ha nulla a che vedere con quel popolo»)—, Sarah ha sostenuto che categorie come SOGI (Orientamento sessuale e identità di genere) o CSRHE (educazione sessuale e riproduttiva inclusiva), ricorrono sistematicamente nei trattati e nei piani d’azione europei fino a costituire «un vero e proprio sistema».
  • Aborto e diritti riproduttivi. Il cardinale ha criticato le risoluzioni del Parlamento europeo del 2022 che chiedono di «dare priorità all’accesso universale all’aborto sicuro e legale» e ha citato le costituzioni del Kenya e dell’Uganda, che tutelano la vita fin dal concepimento, come esempio di «autodeterminazione dei popoli».
  • Genere e istruzione. Ha criticato l’Accordo di Samoa e il «Gender Action Plan III» dell’UE per aver imposto, secondo quanto da lui affermato, un«»educazione sessuale e riproduttiva inclusiva« e un approccio »gender-transformative« senza »una reale consultazione delle popolazioni interessate».
  • Il sistema di condizionalità europeo. Sarah ha descritto un meccanismo «a tre livelli» —normativo, giuridico-convenzionale e finanziario-commerciale— che, a suo avviso, elude il principio di autodeterminazione, citando come esempio la pressione esercitata sull’Uganda nel 2023 a seguito della sua legislazione penale.
  • Voci africane. Ha citato le testimonianze di funzionari africani che parlano di un «fatto compiuto» nei negoziati («Se non firmi, ci saranno delle conseguenze») e ha ricordato le parole del presidente ugandese Museveni alla conferenza di Entebbe (maggio 2025): «dovremo ritirarci da quell’assurdità e dire all’Unione Europea che non possiamo far parte di quell’iniquità».
  • Bilancio e appello finale. Il cardinale ha ribadito che la sua intenzione non è quella di rifiutare la cooperazione con l’Africa, ma di chiedere che «la cultura del potere» si trasformi in «civiltà dell’amore». Ha inoltre ricordato la sua ormai celebre immagine, formulata durante il Sinodo del 2015, in cui definiva l’ideologia di genere e il fondamentalismo islamico come due «bestie apocalittiche». Ha concluso chiedendo al Parlamento europeo «un atto di ragione»: verificare se le parole che pronuncia «onorino veramente la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli», avvertendo che, se non lo farà, «nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le ‘parole tradite’ avranno scavato» tra Europa e Africa.
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Evangelizzazione

Rafael Aita: «C'erano Inca che erano cattolici, parlavano spagnolo e latino ed erano alleati del re»

L'autore sfata i miti della "leggenda nera" in America, valorizzando l'eredità cattolica e le alleanze tra gli Inca e la Corona spagnola.

P. Manuel Tamayo-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ingegnere di professione ma storico per vocazione, lo scrittore peruviano Rafael Aita —noto sui social come Capitano Perù— è diventato una delle voci più autorevoli e innovative nel campo della divulgazione storica in America ispanica. Attraverso opere di grande impatto come Gli Inca ispanici e di Gli Inca cattolici, Aita combatte la politicizzazione delle aule scolastiche e il radicamento della «leggenda nera», riportando alla luce le alleanze con le popolazioni indigene e il profondo processo di evangelizzazione che ha unito la Spagna e l’America.

In questa intervista, il collaboratore dell'acclamato documentario America spagnola ci invita a riscoprire un passato comune libero da pregiudizi ideologici, in cui figure come Santo Toribio de Mogrovejo hanno gettato le basi spirituali di mezzo continente.

Sei un ingegnere industriale e hai conseguito un master in gestione aziendale: perché ti sei dedicato, con grande impegno, alla scrittura di libri di storia??

–A causa del modo inadeguato in cui viene insegnata la storia nei nostri paesi. Chiunque ami il proprio paese, indipendentemente dalla propria professione, dovrebbe conoscerne la storia e la cultura; quando ho iniziato a farlo, ho riscontrato così tante incongruenze tra la storia riportata nei libri e quella che veniva insegnata, che mi è stato impossibile non affrontare l’argomento.

La storia del Perù è strettamente legata a quella della Spagna, che siamo soliti chiamare la “Madre Patria”. È alla Spagna che dobbiamo la religione e la cultura. Nei libri di storia viene dato questo riconoscimento??

–In molti libri sì, ad esempio c’è il grande storico peruviano José Antonio del Busto, che si è espresso pubblicamente contro la rimozione della statua di Francisco Pizarro dalla Plaza de Armas di Lima. Purtroppo, questi testi non vengono inseriti nel programma scolastico, che è estremamente politicizzato.

Da dove hanno origine le correnti anti-ispaniste? Sono contro la Spagna o contro la religione?

–All’inizio andavano di pari passo: la “leggenda nera” diffusa dall’Inghilterra o dai Paesi Bassi era accompagnata dalla guerra politica contro la Spagna, così come dallo scisma con la Chiesa cattolica. Oggi, invece, non è necessariamente così, e molti cattolici hanno fatto propria la “leggenda nera” contro la Spagna.

In cosa consistono quelle che vengono chiamate “leggende nere”?

–Si definisce come l’insieme di esagerazioni, manipolazioni, omissioni, travisamenti e distorsioni storiche volte a mettere in cattiva luce una sola parte, in questo caso quella spagnola e cattolica.

Vedo che hai scritto diversi libri, tra cui: “Gli Incas ispanici” e “Gli Incas cattolici”. Cosa intendi dire con questi libri?

–Già il titolo è di per sé dirompente, poiché molti ritengono che la cultura inca sia opposta a quella ispanica e incompatibile con quella cattolica, proprio perché non ci è mai stato spiegato che esistevano Inca che erano cattolici, parlavano spagnolo e latino ed erano alleati del re. L’intento di entrambi i libri è quello di sfatare questo pregiudizio.

Ho visto che sei apparso nel documentario “Hispanoamérica” di José Luis López Linares: qual è l’intento di quel documentario? È in linea con i tuoi libri?

–Non solo è sulla stessa linea, ma José Luis López Linares ha acquistato il mio libro *Los Incas Hispanos* per realizzare la parte dedicata al Perù. Ho avuto l’opportunità di girare a Cusco parte del documentario insieme a lui: è stata una delle esperienze di cui conservo i ricordi più belli.

Pensi che la storia che ci hanno raccontato in Perù non corrisponda alla verità?

–Durante la mia ultima conferenza in una parrocchia ho posto ai fedeli la seguente domanda: quanti indigeni furono giustiziati dal tribunale dell’Inquisizione? Le risposte variavano da centinaia a migliaia. Non riuscivano a crederci quando ho fornito loro il dato secondo cui furono giustiziate solo 32 persone e nessuna di loro era indigena. Stiamo parlando di un pubblico cattolico, assiduo frequentatore della parrocchia e che ha ricevuto incontri di formazione per decenni; ora immaginiamo cosa sia stato insegnato agli altri.

Mi sembra che la storia dei rapporti tra la Spagna e il Perù non dovrebbe essere definita “conquista”, né tantomeno “colonialismo”, ma piuttosto la storia dell’evangelizzazione?

–Esatto, e come ha detto Ramón Mujica Pinilla, la conquista del Perù avvenne più grazie alle alleanze che con la forza.

A che punto sono i progetti relativi a un nuovo gemellaggio tra la Spagna e l'America ispanica?

–Sebbene politicamente lontano, vedo che ogni giorno crolla un po’ di più l’impalcatura della leggenda nera, cosa necessaria prima di qualsiasi forma di unità. Dobbiamo prima essere uniti nel pensiero, e poi il resto ne sarà una conseguenza.

Papa Leone, durante la sua visita in Spagna, ha citato per tre volte San Toribio de Mogrovejo come uno dei suoi santi preferiti. Ritieni che San Toribio, in qualità di arcivescovo di Lima, sia stato la figura di riferimento o una figura di grande importanza per l’evangelizzazione dell’America ispanica?

–Naturalmente, Santo Toribio organizzò la struttura ecclesiale in Perù ed evangelizzò la popolazione, battezzando e conferendo la cresima a circa mezzo milione di persone. Ricordiamo che a quell’epoca il Perù si estendeva da Panama alla Patagonia, per cui possiamo tranquillamente affermare che metà del continente americano è cattolica grazie all’opera di San Toribio.


Intervista a Rafael Aita in televisione

L'autoreP. Manuel Tamayo

Sacerdote peruviano

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Cultura

Scienziati cattolici: Ricardo Cirera e Salse

Ricardo Cirera y Salse fu un astronomo gesuita che entrò nella Compagnia di Gesù nel 1880 e fondò l'Osservatorio dell'Ebro a Tarragona.

Ignacio del Villar-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ricardo Cirera y Salse (Os de Balaguer, 1864 – Barcellona, 1932) fu un astronomo gesuita che entrò nella Compagnia di Gesù nel 1880. Sette anni dopo si trasferì nelle Filippine per lavorare come scienziato presso l’Osservatorio Meteorologico di Manila (Filippine), fondato dai gesuiti nel 1865. Lì, tra il 1888 e il 1894, assunse la direzione della sezione di geomagnetismo, riuscendo a realizzare la prima mappa magnetica delle Filippine e delle coste della Cina e del Vietnam.

Al termine di questo periodo tornò in Spagna per completare i suoi studi di teologia. Successivamente, nel 1899, fondò l’Osservatorio dell’Ebro a Roquetas, nella provincia di Tarragona (la stessa località in cui il collega gesuita Eduardo Vitoria avrebbe fondato il Laboratorio Chimico dell’Ebro).

Tuttavia, l’inaugurazione dell’Osservatorio fu rinviata fino al 1904 perché, tra il 1900 e il 1903, decise di visitare i principali osservatori d’Europa per poter decidere la linea di ricerca da seguire, che alla fine fu il rapporto tra l’attività solare e i fenomeni elettrici e magnetici sulla Terra, un argomento molto all’avanguardia per l’epoca. Un buon esempio di questa linea di ricerca furono le osservazioni sul magnetismo e sull’elettricità terrestri coordinate da Cirera nel 1905 in diversi punti della Spagna durante l’eclissi totale che ebbe luogo quell’anno.

Nel 1914 fondò inoltre la rivista Iberica, che è diventata una pubblicazione di riferimento nel mondo scientifico in Spagna e in Sudamerica.

Ma la sua attività scientifica si interruppe nel 1921, quando fu nominato procuratore generale della missione dei gesuiti a Bombay, carica che ricoprì fino al 1923. Contribuì inoltre alla promozione della Compagnia di Gesù, promuovendo nel 1925 il Padiglione delle Missioni dell’Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929.

Infine, va sottolineato che Ricardo Cirera fu membro dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Barcellona dal 1904, oltre che di altre istituzioni scientifiche europee, e che nel 1914 ricevette la Gran Croce dell’Ordine di Alfonso XII.

L'autoreIgnacio del Villar

Università pubblica di Navarra.

Società degli scienziati cattolici di Spagna

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Evangelizzazione

Luis de la Fuente, l'allenatore della nazionale che smentisce Marx e Nietzsche

Il commissario tecnico spagnolo è diventato un cattolico di cui – perdonatemi l’audacia – è un piacere vantarsi.

Javier García Herrería-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

C’è sempre un rischio quando un personaggio pubblico parla della propria fede: quello di trasformarlo, quasi involontariamente, in un’icona da canonizzare, in un modello idealizzato che applaudiamo più per la sua fama che per il suo esempio concreto. È bene essere prudenti al riguardo. Ma nel caso di Luis de la Fuente, si può tranquillamente togliersi il cappello, perché ciò che sostiene l’applauso non è solo l’aneddoto mediatico, bensì una triade piuttosto rara: una dottrina ben compresa, solide virtù umane e un prestigio professionale conquistato con il duro lavoro.

Questa settimana, durante una conferenza stampa, ha chiarito che la sua vita di preghiera non dipende dal calendario sportivo: «Prego ogni giorno, ma non perché sto partecipando ai Mondiali», ha spiegato, precisando che non si aspetta nemmeno che ciò gli garantisca alcun risultato. 

«Rendo grazie ogni giorno, ogni volta che mi alzo», ha detto, per il semplice fatto di stare bene e di avere, secondo le sue parole, un giorno in più per godersi la vita. È una teologia senza pretese, quella di chi ringrazia prima di chiedere e che intende la fede come riconoscimento e non come transazione.

Alla domanda su cosa chiedesse a Dio prima di una partita decisiva, ha risposto che «sarebbe ingiusto chiedere a Dio di aiutare me e non l’avversario». In uno sport in cui è normale implorare la propria vittoria come se il cielo avesse i colori della maglia, quella frase è, semplicemente, una buona dottrina: Dio non è il dodicesimo giocatore di nessuno. L’unica cosa che De la Fuente chiede per sé è più discreta — «chiedo soprattutto la salute e che mi dia la possibilità di continuare a lottare» — perché il resto si capisce che si conquista sul campo.

È proprio qui che il discorso di De la Fuente si distanzia, senza volerlo, dallo scetticismo con cui Marx e Nietzsche guardavano ai credenti. Per il primo, la religione era soprattutto un conforto di convenienza, un analgesico che i deboli si somministravano per sopportare l’ingiustizia terrena senza cambiarla; per il secondo, la fede dell’uomo comune nascondeva un modo per ottenere una compensazione di fronte alla propria debolezza. 

In entrambi i casi, credere si riduceva a un’utilità mascherata: si prega perché conviene, perché dà sollievo o perché è una forma di vendetta. De la Fuente fa esattamente il contrario quando spiega che sarebbe ingiusto chiedere un vantaggio sul rivale e che la sua preghiera non cerca alcun risultato in cambio. La sua fede non funziona come uno strumento che gli procuri un beneficio, ma come gratitudine che non ha bisogno di ricompensa, il che smonta, almeno nel suo caso, la caricatura utilitaristica che entrambi i pensatori hanno proiettato sul credente medio.

Non c’è bisogno di canonizzare nessuno per riconoscere ciò che è evidente: ecco un cattolico coerente, laborioso e semplice, che non teme di rendere testimonianza di ciò in cui crede. Un cattolico di cui è un piacere vantarsi. E questo, indipendentemente dal fatto che la Spagna vinca o perda la finale, è già un esempio che vale la pena sottolineare.

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Autori invitatiLuis Miguel Bravo Álvarez

Gli occhi di Elena, un modo di comprendere il Battesimo

Il fatto che un bambino pianga mentre nella sua anima si sta compiendo un miracolo mi fa pensare che, forse, Gesù pianga di gioia ogni volta che si celebra un battesimo.

16 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Era un’oscurità nuova, penetrante. Era come affacciarsi a una notte inesplorata, come visitare un luogo conosciuto ma con la sensazione di farlo per la prima volta. Era come tornare a casa, ma senza esserci mai stati prima. Era come guardare uno specchio che non riflette, ma in cui ci si immerge.

È stata, senza dubbio, un’esperienza coinvolgente. Sono stati solo pochi secondi, ma sono successe tante cose. Era come vedere il mondo per la prima volta attraverso gli occhi di quella bambina che mi guardava per la prima volta.

Erano gli occhi grigi di Elena, che non so se rimarranno grigi con il passare degli anni. Ma quel grigio è già mio, è già impresso nella mia memoria, indimenticabile.

Se dovessi descriverli, direi che sono occhi abissali. Non solo perché sono grandi, ma perché evocano un abisso. Ti affacci e ti risucchiano: esercitano un fascino pieno di mistero.

Sorpresa, ammirazione, curiosità, trepidazione: un’immensa scala di grigi, un turbinio di sensazioni già provate in passato, ma mai come questa volta.

Misteri meditati

In pochi secondi ho riscoperto migliaia di cose, sorpreso dalla forza di grazia è stato guardare per la prima volta negli occhi la mia prima nipotina. Dico che ho reimparato perché, come dice il libro dei salmi, “un abisso chiama un altro abisso”: quegli occhi abissali mi hanno fatto pensare a tanti misteri già meditati, ma così ineffabili che non smetteremo mai di tornarci.

Ho pensato all’abisso di bellezza che è il Creatore, ho pensato a come sarebbero stati a quell’età − cinque mesi − gli occhi del Redentore, ho pensato che probabilmente il Regno dei Cieli appartiene a coloro che sono come bambini, perché sono la prova vivente che Dio fa nuove tutte le cose, e gli bastano due occhi di bambina per rinfrescare un cuore.

Figlia di Dio

Poche ore dopo, non ebbi altra scelta che svegliare Elena in modo brusco: versandole dell’acqua sulla testa. Aveva resistito molto bene alla Messa del suo battesimo, ma l’omelia di suo zio, che era sacerdote, probabilmente aveva contribuito ad anticipare il suo pisolino. Quando giunse il momento di battezzarla nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Elena dormiva profondamente.

Fu l’unico momento di tutta la cerimonia in cui pianse: proprio nel momento in cui Dio la rese sua, in cui la trasformò in figlia di Dio. La poverina non poté fare altro che piangere, colta di sorpresa da quel risveglio così improvviso. E io, commosso nel vederla singhiozzare, un po’ contrito per aver contribuito al suo pianto, ma soprattutto grato a Dio, esultavo di gioia dentro di me al pensiero che il suo Battesimo fosse, letteralmente, una nuova nascita, lacrime incluse, come è normale quando si nasce.

Le lacrime di Cristo

E ora penso che l’acqua del Battesimo non solo evochi quella che sgorgò dal costato di Cristo, come ha interpretato per secoli la Chiesa, ma che forse, chissà, quell’acqua possa anche ricordarci le lacrime di Gesù, menzionate più volte nel Vangelo.

Riflettere sul paradosso che lei pianga mentre nella sua anima si sta compiendo un miracolo mi fa pensare che, forse, Gesù pianga di gioia ogni volta che si celebra un battesimo. E che siano proprio quelle lacrime di Cristo a purificare l’anima.

Una grazia divina

Per questo, guardare gli occhi grigi di Elena, quegli occhi abissali, è stata una grazia che difficilmente dimenticherò. Dio l’ha rinnovata attraverso l’acqua, e ha rinnovato me attraverso l’infinita scala di grigi di quel misterioso pozzo che era il suo sguardo. 

Sarà uno di quei ricordi che affioreranno all’improvviso e, senza preavviso, mi costringeranno a abbozzare un sorriso.

L'autoreLuis Miguel Bravo Álvarez

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Vaticano

La nuova voce della Santa Sede

La nomina di Montserrat Alvarado alla guida del Dicastero per la Comunicazione segna una pietra miliare storica per la Santa Sede e offre, al contempo, l’occasione per riflettere sul vero significato della comunicazione nella Chiesa: fare della comunione l’anima di ogni parola.

José María Díaz-Dorronsoro-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ho saputo della nomina tramite un gruppo WhatsApp, che è il canale attraverso il quale qui a Roma arrivano immediatamente le notizie dalla Santa Sede. “Donna, messicana, sotto i quarant’anni e grande esperta di comunicazione ecclesiale”, riassumeva l’inviato. Montserrat Alvarado dirigerà a partire da novembre il Dicastero per la Comunicazione: la prima laica a capo di un “ministero” vaticano e la prefetta più giovane fino ad oggi. Mi sono ricordato che Joaquín Navarro-Valls All'epoca propose di essere sostituito da una donna laica. 

Raccontava lui stesso che, nel 1993, un giornalista inglese aveva scritto che a Giovanni Paolo II restavano, al massimo, quattro anni di vita. Il portavoce intervenne e disse, con quella sua eleganza da schermidore: “”A volte vengono pubblicate notizie che rispecchiano più i desideri di chi le scrive che la realtà». E la realtà, che non lesina sull’ironia, ha voluto che quel profeta morisse due anni dopo e che il malato terminale vivesse ancora per altri dodici anni. Comunicare la fede significa anche questo: correggere i desideri con i fatti, e sempre con il sorriso sulle labbra. 

Ora il desiderio di Navarro-Valls si trasforma fatto. Il Vaticano affida la propria voce a una laica, nata in Messico e con un nome che richiama una devozione mariana catalana. A me sembra una straordinaria incarnazione della cattolicità. La Chiesa non cerca propaganda; cerca una traduzione simultanea del Vangelo, e per questo è opportuno che ci sia qualcuno che parli, oltre a diverse lingue, quella lingua che permetta di ascoltare il suo messaggio.

Il resto lo spiega l’etimologia, che è la teologia degli umili: la comunicazione appartiene alla famiglia della comunione. Quando manca la seconda, la prima si trasforma in rumore. La sfida di Alvarado è formidabile, ma il compito è sempre lo stesso: che la migliore notizia della storia continui ad arrivare al momento giusto, anche in un gruppo WhatsApp.

L'autoreJosé María Díaz-Dorronsoro

Docente presso la Facoltà di Comunicazione Ecclesiastica della Pontificia Università della Santa Croce.

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Vangelo

La potenza di Dio è la misericordia. XVI domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XVI domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 19 luglio 2026.

Vitus Ntube-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Questa domenica proseguiamo con il metodo di insegnamento di Gesù su cui abbiamo riflettuto la settimana scorsa. Gesù continua a insegnare attraverso le parabole; infatti, come ci dice il Vangelo, “senza parabole non riusciva a comunicare loro nulla”. Attraverso questo metodo, il Signore invita i suoi ascoltatori a partecipare attivamente all’accoglienza della verità. 

Oggi, tuttavia, la nostra attenzione si concentra non solo sul metodo di insegnamento di Gesù, ma anche sul suo contenuto. Le letture ci rivelano la vera natura del potere divino. Gesù, che è il Signore, ci mostra com’è il vero potere. In un mondo che spesso associa il potere al dominio, alla forza o al controllo, Dio rivela che il vero potere si esprime, prima di tutto, nella misericordia.

Questo tema ricorre in tutte le letture di oggi. Nella prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, sentiamo queste parole suggestive: “E la tua maestà, più di ogni altra cosa, ti rende indulgente verso tutti. Ma tu, detentore del potere, giudichi con moderazione e ci governi con grande indulgenza”. Queste parole rivelano qualcosa di profondo sulla natura di Dio. L’onnipotenza divina non è dura né opprimente. Il suo potere si manifesta proprio nella sua pazienza, nella sua compassione e nella sua disponibilità a perdonare. 

La preghiera colletta della XXVI Domenica del Tempo Ordinario esprime magnificamente proprio questa verità: “O Dio, che manifesti la tua potenza soprattutto attraverso il perdono e la misericordia…” Il Vangelo ci presenta tre parabole sul Regno: il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito. Tuttavia, i discepoli tornano da Gesù particolarmente preoccupati per la parabola della zizzania tra il grano. Forse li inquietava la presenza del male, o forse erano sconcertati dalla pazienza del padrone del campo. I servi chiedono se debbano strappare immediatamente la zizzania. Ma il padrone risponde: “No, perché raccogliendo la zizzania potreste strappare anche il grano. Lasciateli crescere insieme fino al momento del raccolto".

Qui vediamo la saggezza e la pazienza di Dio. Il Signore non agisce con precipitazione. Nella sua misericordia, concede tempo per il pentimento. Offre spazio per la conversione. La pazienza di Dio non è indifferenza di fronte al male; è piuttosto il suo desiderio amorevole che i peccatori tornino a Lui e vivano.

San Josemaría Escrivá una volta utilizzò una bellissima immagine durante un viaggio in Argentina. Diceva che Dio non è come un cacciatore alla ricerca di una preda. È come un giardiniere che si prende amorevolmente cura dei propri fiori: li innaffia, li protegge e li cura con pazienza. E solo quando il fiore raggiunge la sua pienezza e bellezza, il giardiniere lo raccoglie. Allo stesso modo, Dio opera con pazienza nelle nostre anime finché non sono pronte per la vita eterna.

Vaticano

L’IOR, ovvero la «Banca Vaticana», avrà un nuovo direttore generale: Giovanni Boscia

Boscia subentra a Gian Franco Mammì, che va in pensione per raggiunti limiti di età dopo undici anni alla guida dell’Istituto per le Opere di Religione.

Redazione Omnes-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Istituto per le Opere di Religione (IOR) ha annunciato la nomina di Giovanni Boscia, finora vicedirettore generale, a prossimo direttore generale. Boscia assumerà l'incarico il 1° ottobre.

Tale nomina è stata decisa dal Consiglio di vigilanza dell’Istituto e approvata dalla Commissione dei Cardinali supervisori dello IOR.

Giovani Boscia, un profilo professionale «dall’interno»

Boscia non è nuovo alla cosiddetta «banca vaticana», di cui faceva parte già dal 2019. All’IOR, Boscia ha ricoperto i ruoli di direttore finanziario e CFO; nel 2021 ha assunto anche la responsabilità della gestione patrimoniale in qualità di direttore degli investimenti; e, dal 2023, ricopriva la carica di vicedirettore generale.

Secondo il comunicato diffuso dal IOR e resa nota dai media vaticani, la nomina di Giovanni Boscia «riflette una solida struttura di governo basata su una chiara distinzione tra gli organi di vigilanza, di governo e di gestione, e concepita per garantire trasparenza e stabilità».

Oltre al suo lavoro nel IOR; Boscia vanta trent'anni di esperienza nei mercati finanziari internazionali presso istituzioni quali Salomon Brothers, Citigroup, RBS e Credit Suisse First Boston. La sua carriera si è svolta principalmente a Londra, presso importanti banche d'investimento e in qualità di gestore senior di portafogli di fondi alternativi.

Prima di entrare a far parte dell’IOR, Boscia è stato direttore del settore Titoli a reddito fisso e Credito presso Quaestio Capital SGR. Si è laureato con lode presso l’Università Bocconi e ha conseguito un master in Finanza e un MBA Executive presso la London Business School.

Uno IOR «rinnovato e trasparente»

L’ex direttore generale dell’IOR, Gian Franco Mammì, ha auspicato che il suo successore «prosegua il percorso che abbiamo condiviso finora con unità, prudenza e lungimiranza, rimanendo fedele alla missione dell’Istituto».

Un percorso, secondo Mammí, in cui spicca «l’intenso ed esigente processo di rinnovamento e adeguamento alle normative internazionali del settore finanziario».

Il direttore uscente ha sottolineato di lasciare un «Istituto solido e trasparente, pienamente riconosciuto a livello internazionale» e ha voluto ringraziare i pontefici per la fiducia riposta nella sua gestione.

L'IOR

Denominato «banca vaticana», sebbene presenti alcune differenze operative rispetto alle istituzioni finanziarie tradizionali, l’IOR è l’unica istituzione autorizzata a svolgere attività finanziarie professionali nello Stato della Città del Vaticano.

A tal proposito, «offre ai propri clienti servizi bancari e di investimento, gestendo il patrimonio che le viene affidato in conformità con la Dottrina sociale della Chiesa cattolica e con i più elevati standard internazionali».

Attualmente conta oltre 12.000 clienti che appartengono alla Chiesa cattolica o lavorano al suo servizio, in più di 110 paesi in tutto il mondo.

Risorse

La «Critica della ragione pratica» di Immanuel Kant

Proseguimento della serie di articoli dedicati alle opere principali dei più importanti autori moderni e contemporanei, dopo le analisi su Cartesio, Locke e Hume.
 

Ignacio Sols-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Una versione più estesa di questo articolo è disponibile trovarsi qui.


A) Esposizione

Fu Alfred North Whitehead ad affermare che la filosofia occidentale non è altro che una serie di note a piè di pagina dei Dialoghi di Platone. Forse è un’esagerazione, ma credo che ai Dialoghi mancasse solo l’idea della Critica della Ragione Pratica, e che se mi fosse permesso di salvare solo due libri di filosofia in caso di naufragio, salverei i *Dialoghi* e la *Critica*.

Nella precedente Critica della Ragione Pura, La realtà di Dio non è stata esclusa, ma rimane una possibilità, poiché l’idea di Dio viene considerata come un apriorismo o un’idea pura della nostra ragione speculativa. Forse l’autore era consapevole che non avrebbe avuto vita abbastanza lunga per scrivere questa seconda critica, che controbatte l’apparente agnosticismo della prima, poiché annuncia la sua tesi nell’osservazione, verso la fine, secondo cui non è che questo sia il mio dovere perché Dio me lo comanda, ma piuttosto, poiché so che questo è il mio dovere, so che esiste un Dio e che me lo comanda.

Iniziamo questa seconda Critica partendo dall’ovvio, ovvero da ciò su cui tutte le scuole etiche concordano: la volontà tende al bene, ovvero chiunque agisca, lo fa per un bene, poiché persino un omicidio viene commesso perché la ragione, nel suo uso pratico, ha determinato la volontà dell’assassino presentandogli il possibile crimine come un bene.

Queste decisioni della nostra volontà nella ragione pratica possono essere massime personali – che non consideriamo un obbligo per tutti –, come ad esempio il proposito di fare ginnastica di prima mattina, oppure massime universali o norme morali, quelle che riteniamo vincolanti per tutti. Si tratta di una ragione pratica che è pura, cioè a priori e quindi universale, poiché fa parte della natura umana, dove “a priori” significa che è anteriore a qualsiasi disposizione concreta della nostra ragione pratica, come il proposito di fare ginnastica. E quando diciamo che è pura volontà, intendiamo dire che è presente come norma di tutte le nostre volontà concrete. 

I dettami della ragione pratica pura non sono dimostrabili, non possono essere dedotti da altre conoscenze precedenti, poiché, al contrario, ci servono come punto di partenza per dimostrare la moralità delle nostre azioni concrete.

Il più universale di questi dettami è l’imperativo categorico, quello che riassume la legge morale nella nostra coscienza come forma a priori delle nostre azioni, quella norma morale di cui tutte le altre sono concretizzazioni:

 "”Agisci in modo tale che il massimo della tua volontà possa valere sempre allo stesso tempo, come principio di una legislazione universale» 

In altre parole, fa“ che il tuo comportamento sia la norma universale. È la regola d’oro di Gesù, in cui sono racchiusi la legge e i profeti, ma in una versione filosofica che ne sottolinea l’universalità, poiché il ”come vorresti che gli altri agissero con te“ di Gesù equivale al ”come ritieni che tutti dovrebbero agire» nell’espressione kantiana.

Ad esempio, riguardo all’inganno: “ognuno sa che se si concede segretamente di ingannare, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve subito avere tutti contro di sé con lo stesso atteggiamento. Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune, poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più banali”.

La domanda che sorge immediatamente dopo è: perché la legge morale è vincolante? Ogni uomo lo sa: perché è il mio dovere. La sua forza coercitiva si basa sul sentimento: un inesorabile sentimento di disprezzo verso se stessi se si agisce contrariamente al proprio dovere, e un sentimento altrettanto inesorabile di rispetto verso gli altri quando adempiono al loro: “Di fronte a un uomo di condizione umile e ordinaria in cui percepisco una rettitudine di carattere in misura di cui non ho coscienza in me stesso, inclinerò il mio spirito, che lo voglia o no, e questo anche se tenessi alta la testa per ricordargli la mia superiorità (…) Il rispetto è il tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no”. Quest’ultima precisazione – “che lo vogliamo o no” – è proprio la ragione per cui si tratta di un apriorismo della volontà.

Si ripropone la questione che storicamente ha contraddistinto i sistemi etici in filosofia: quale sia il Bene Supremo, ovvero quale sia l’obiettivo finale delle azioni degli uomini, se la ricerca della virtù o la ricerca della felicità. Epicuro, tre secoli prima di Cristo, rispose che l’uomo tende o deve tendere alla felicità, ma non per questo sminuì l’importanza della virtù, poiché riteneva che la vita virtuosa fosse il modo per raggiungere la felicità. Subito dopo, gli stoici videro nella virtù il fine ultimo, il Bene Supremo a cui l’uomo deve tendere, mentre la felicità rimaneva una conseguenza – una sorta di ricompensa della natura – di una vita virtuosa.

Immanuel si opporrà con forza a entrambe le scuole di pensiero, negando l’equazione da esse sostenuta secondo cui “vita virtuosa = vita felice”, e a tal fine cita l’esempio di un cortigiano di Enrico VIII. Il re gli chiese di testimoniare falsamente contro Anna Bolena, per poterla così condannare al patibolo e sposare Jane Seymour. Il cortigiano non acconsentì, e il re si vendicò trovando persone che testimoniarono falsamente contro di lui con prove di tale realismo che persino i suoi stessi familiari le credettero. Salendo i gradini del patibolo, quel cortigiano avrebbe ritenuto di aver agito con virtù? Sì, senza dubbio. Avrebbe considerato felice la propria vita? Senza dubbio no, e questo dimostra che la virtù non porta sempre alla felicità. Ma avrebbe salito i gradini “soddisfatto di sé stesso”, e avrebbe ripetuto la sua azione. (Emily Dickinson: “La mia anima – mi accusava – ed era un tormento / come se lingue di diamante mi insultassero. / Tutti gli altri mi accusavano – e io sorridevo – / La mia anima – quella mattina – era mia amica –“)

È così che Kant ritiene che sia gli epicurei che gli stoici, equiparando virtù e felicità, abbiano perso la consapevolezza di Dio e dell’immortalità dell’anima, quella che l’uomo riceve nella sua coscienza del dovere e nel suo intimo desiderio di felicità. È così che, nella ragione pratica, Kant recupera la consapevolezza intima della realtà di Dio, di un Dio che stabilisce le leggi e ricompensa il nostro libero agire, nei confronti del quale siamo moralmente responsabili: il Dio della religione. Questo spiega perché Dio, la libertà (causalità) e l’immortalità rimangano solo come possibilità quando, nella precedente critica, trattò della ragione speculativa: “Non posso, infatti, accettare Dio, la libertà e l’immortalità a sostegno del necessario uso pratico della mia ragione senza privare, al contempo, la ragione speculativa della sua pretesa di conoscenze esagerate (…) Ho dovuto quindi eliminare il sar per fare spazio alla fede” (il sottolineato è dello stesso Kant).

 “Lasciare spazio alla fede”: ecco perché Dio è apparso solo come idea a priori nella nostra mente, in una Critica della ragion pura in cui non è stato detto nulla sulla sua realtà, né nulla in suo sfavore; è rimasta solo come una possibilità. Lo stesso vale per le nozioni di Io e Mondo, e per quell’interazione tra entrambi che è la causalità: il mondo provoca le impressioni che danno inizio alla mia conoscenza di esso, e io sono la vera causa, e quindi responsabile della mia azione sul mondo, e di conseguenza moralmente responsabile. Pertanto, anche la libertà era rimasta una mera possibilità nella precedente Recensione e viene ora recuperata nella Critica della ragione pratica. 

E giunto a questo punto, il pio prussiano si chiede se la natura non abbia agito da matrigna nel presentarci la realtà di Dio e dell’immortalità dell’anima solo nell’azione, lasciandole fuori dalla portata della nostra ragione speculativa. Risponde in modo approfondito che essa ha agito piuttosto come una madre provvidente, poiché altrimenti il motore delle nostre azioni sarebbe stato il desiderio della ricompensa, anziché il nobile e disinteressato senso del dovere. 

Questa etica del tutto nuova e prodigiosa, che ha caratterizzato il meglio dello spirito tedesco – non certo promotore del nazionalsocialismo, ma lo spirito che ha dovuto subirlo – si conclude con una “metodologia della ragione pratica” estremamente stimolante per il nostro lavoro di educatori. Essa osserva che tutti noi nutriamo un innato interesse per la morale (ci addormentiamo durante un discorso sull’etica, ma non appena viene citato un caso pratico ci risvegliamo, poiché questo sì che interessa a tutti). La metodologia, quindi, per educare la ragione pratica, non deve consistere nell’insegnare cosa è morale e cosa non lo è – poiché questo il giovane lo sa già – ma in racconti dal contenuto morale. Così, ad esempio, quel racconto su re Enrico, Anna Bolena e il cortigiano, in cui il giovane che lo ascolta scopre – senza che nessuno debba dirglielo – dove sta il bene e dove il male, dove l’eroismo e dove l’ignominia, e lo imprimerà fin da subito nel proprio cuore.

L'opera giunge al termine. Al lettore che ha letto quella Critica della Ragione Pura dove è stata valutata la sua conoscenza del mondo esterno e delle sue leggi, e che ora ha letto questo Critica della Ragione Pratica È proprio a questo mondo interiore e alla comprensione delle sue leggi che Immanuel Kant rivolge le sue indimenticabili parole conclusive: 

“Due realtà riempiono l’animo di un’ammirazione e di un rispetto sempre nuovi e crescenti, tanto più quanto più spesso e attentamente la riflessione si sofferma su di esse: sopra di me, il cielo stellato; dentro di me, la legge morale”.

B) Critica

È difficile criticare l’unico libro di filosofia sulle cui pagine si sono versate le proprie lacrime, ma, come Socrate in quel discorso sull’Amore alla fine del Simposio, non tralascerò ciò che trovo di negativo in essa – ciò equivarrebbe a elogiarla, mentre qui si cerca solo la verità –, né tralascerò gli aspetti positivi, come se volessi prendere le distanze dall’onestà del filosofo tedesco.

Per cominciare, diciamo che la proposta avanzata da Kant di accedere alla divinità, all’immortalità dell’anima e a quella libertà per la quale siamo moralmente responsabili, attraverso un nuovo percorso filosofico essenzialmente diverso da quelli considerati nel pensiero antico e nella Scolastica. Al di là dell’accesso a Dio attraverso l’essere e l’ordine che troviamo in natura, ci troviamo di fronte alla conoscenza che abbiamo di Lui nell’ordine morale. La via seguita fin dall’antichità era stata la versione filosofica di Romani 1, 20: ”Quando i pagani, privi della Legge, adempiono naturalmente i precetti della Legge, questi uomini, pur non possedendo la Legge, rimangono nella legge”. Essi dimostrano la realtà di questa legge inscritta nel cuore, confermata dalla testimonianza della loro coscienza, così come dai giudizi interiori di approvazione o di lode che gli uni esprimono verso gli altri” La via che ora Immanuel Kant introduce nella filosofia sarà invece un’eco di Romani 2, 14-16: ”Quando i pagani, privi della Legge, osservano naturalmente i precetti della Legge, questi uomini, pur non possedendo la Legge, rimangono nella legge. Essi dimostrano la realtà di questa legge scritta nel cuore, confermata dalla testimonianza della loro coscienza, nonché dai giudizi interiori di approvazione o di lode che gli uni esprimono sugli altri, e così sarà nel giorno in cui, secondo il mio Vangelo, Dio giudicherà le cose segrete degli uomini, per mezzo di Gesù Cristo».

Ma non posso tacere che per la filosofia si è rivelato devastante il fatto che Kant – con un evidente orientamento luterano – abbia dichiarato che le realtà di Dio, del mondo e di sé stessi come inaccessibili alla ragione speculativa, apparendo in essa come idee pure o preconcette della ragione, non come qualcosa di cui ci dia notizia la realtà esterna. Si potrebbe obiettare che ciò non sia importante, poiché Kant recupera queste realtà nella ragione pratica, ma non si tratta di un gioco a somma zero tra positivo e negativo: ciò che rimane alla fine del suo percorso filosofico è che l’essere appare sul terreno della volontà, per cui la volontà finisce per occupare il posto dell’essere. Questo sarà il gesto implicito nei filosofi contemporanei che lo seguiranno, quando Schopenhauer vedrà il mondo come volontà – essendo la volontà ciò che si rappresenta nella conoscenza –, quando Marx dirà che il mondo non va spiegato ma trasformato, e quando Nietzsche si libererà della filosofia per abbracciare la volontà di potenza.

Intorno alla concezione kantiana della legge morale come apriorismo della volontà – la legge inscritta nei nostri cuori, secondo la citazione paolina – è emersa una divisione tra gli attuali interpreti del tomismo, a seconda che considerino l’Aquinate più vicino all’antico Aristotele o al moderno Kant. I tomisti più aristotelici sostengono che la legge naturale risieda nell’essere – da cui il suo nome, poiché è nella natura – e che noi la riconosciamo quando conosciamo l’essere, come ciò che conviene all’ordine naturale delle cose, essendo questa la guida del nostro discorso morale. I più vicini a Kant, invece – in genere i tomisti di origine tedesca – considerano tale posizione pagana e lontana dallo spirito del passo di Romani 2, 14-16. Per loro, Tommaso parla di legge naturale perché essa è insita nella natura umana come una luce che illumina ciò che conosciamo, per farci vedere la sua ragione o specie morale (così come l’intelletto agente illumina ciò che percepiamo per renderlo “specie intelligibile”). A sostegno di ciò citano la Somma Teologica, 1-2, questione 94, articolo 2:

“Molti dicono: “Chi ci mostrerà il bene?“” E in risposta a questa domanda, [il Salmo 4,6] dice: «La luce del tuo volto, Signore, è rimasta impressa nelle nostre menti», come se la luce della ragione naturale, grazie alla quale distinguiamo il bene dal male – tale è lo scopo della legge naturale –, non fosse altro che l’impronta della luce divina in noi. È quindi evidente che la legge naturale non è altro che la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.  

La commissione teologica internazionale è intervenuta sulla questione dando ragione in parte a entrambe le interpretazioni del tomismo: ricorda la distinzione tra norme morali primarie e secondarie, ovvero tra i dettami generali della coscienza e quelli più particolari in cui la coscienza deve determinare la ragione morale di situazioni concrete. Le prime sarebbero, sì, l’innato della legge morale impressa nei nostri cuori, ma per le seconde dovremmo ragionare sulle applicazioni concrete di tali dettami generali, poiché non esiste un Jiminy Cricket nella nostra coscienza che ci dica in ogni momento cosa dobbiamo fare, senza che dobbiamo fermarci a riflettere. 

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Che sfacciataggine!

"La sfacciataggine è ormai diventata una professione. Il successo dell'individualismo è dimostrato dal fatto che ormai nessun atto, per quanto vergognoso possa essere, ti mette in pericolo, perché ci sarà sempre un gruppo pronto a sostenerti incondizionatamente e persino a pagarti per questo".

15 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Non so se scrivere questo articolo o meno. Mi vergogno di fare una gaffe, mi vergogno di avere torto e di espormi pubblicamente, mi vergogno di non esprimermi bene o di non farmi capire. Mi vergogno di parlare della vergogna e di dire che non ne rimane più traccia.

Sembrerò un vecchio se parlo di un sentimento che, per molti, è servito solo alla repressione e al controllo della morale pubblica? O sarà necessario superare l’imbarazzo di parlare di un argomento di cui ormai nessuno parla più per vergogna, anche solo affinché lo storico che mi leggerà nel secolo a venire sappia che c’era una cerchia che credeva ancora nella sua funzione sociale?

Gli antropologi sostengono che la vergogna abbia una chiara origine evolutiva e che, grazie ad essa, la specie sia sopravvissuta per centinaia di migliaia di anni. Il motivo è semplice: l’essere umano è un essere sociale e, al di fuori del gruppo, la sua sopravvivenza è molto complicata, le possibilità di sopravvivere diminuiscono drasticamente. Pertanto, un comportamento antisociale, come un affronto al gruppo, un inganno o una mancanza di rispetto, comporterebbe l’esilio e la morte quasi certa dell’individuo, che non potrebbe più contare sulle risorse e sulla protezione del gruppo. I più adatti sarebbero coloro che, in modo naturale, quasi istintivo, saprebbero non esporsi al giudizio negativo del gruppo, mantenendone così l’unità e aumentando il suo tasso di sopravvivenza. Che ciò faccia parte della natura umana lo vediamo nei bambini piccoli. Non appena raggiungono l’età per rendersi conto di non essere gli unici esseri nell’universo, ma di vivere in comunità, si rifugiano tra le braccia dei genitori e abbassano la testa quando si sentono al centro dell’attenzione di fronte a un gruppo di adulti che non conoscono. Piuttosto che esporsi al giudizio negativo del gruppo, è meglio fuggire o nascondersi.

La vergogna è sgradevole per le persone normali. Tanto che – sicuramente vi sarà capitato – dopo una caduta accidentale in pubblico, ci preoccupa di più l’aver fatto brutta figura che la gravità della ferita che potremmo aver riportato. Tutti minimizziamo esageratamente la caduta mentre cerchiamo di ricomporci nel modo più dignitoso possibile, con un sorriso sulle labbra, e scappiamo via di corsa mentre nascondiamo con eleganza la momentanea zoppia. 

Ma quel senso di vergogna che provavano le persone normali, se ci fate caso, si è perso poco a poco in Occidente. Non so se sia iniziato con quei programmi di video amatoriali in cui la gente inviava senza vergogna le proprie cadute e i propri incidenti, ma il fatto è che i social sono ormai pieni di sfide assurde in cui la gente si espone a ogni genere di cadute o torture al solo scopo di far ridere la gente. C’è anche chi trae profitto dall’esibire sui social le proprie vergogne di ogni tipo (fisiche o sentimentali) con totale disinibizione. Possiamo affermare con certezza che la sfacciataggine è ormai diventata una professione. Il successo dell’individualismo è dimostrato dal fatto che ormai nessun atto, per quanto vergognoso possa essere, ti mette in pericolo, perché ci sarà sempre un gruppo pronto a sostenerti incondizionatamente e persino a pagarti per questo.

Una società frammentata come la nostra perde la capacità di reagire, di protestare collettivamente, e ormai accettiamo tutto senza battere ciglio. 

Di questo approfittano i governanti che ormai mettono in mostra, senza alcun pudore, i loro intrighi e le loro corruzioni, sapendo bene che nessuno li caccerà via perché hanno il loro «gruppo» che copre le loro vergogne. Il massimo esponente di questa «nuova politica» è il presidente degli Stati Uniti che, tra le tante altre cose, ha raccontato, con grande sfacciataggine, come è riuscito a barare ai Mondiali. Non c’è più nemmeno bisogno di nascondersi quando si fa qualcosa di indegno, ce lo raccontano in conferenza stampa. E che dire della situazione del governo spagnolo, circondato da casi di corruzione ai livelli più alti? Vedete facce preoccupate? Che espressione avreste voi se foste colti in quella stessa situazione? Non direste forse «che la terra mi inghiottisca»? Persino tra i cristiani c’è chi ostenta la propria superbia ideologica, per nulla evangelica, senza curarsi minimamente di essere espulsi dalla famiglia e dello scandalo contro cui Gesù ci ha messo in guardia con tanta serietà. E lo fanno in modo pubblico e provocatorio. Bisogna proprio avere una bella faccia tosta!

Io, tuttavia, resto dalla parte di coloro che provano ancora un senso di vergogna. Con coloro che, con umiltà, riconoscono di poter sbagliare, riconoscono l’autorità del gruppo a cui appartengono e chiedono perdono quando loro o chi dipende da loro commette un errore. Anche quando le colpe sono state commesse molti anni o secoli fa. Lo hanno fatto gli ultimi papi di fronte ai casi di abusi di ogni tipo. Con il loro atteggiamento coraggioso sottolineano ciò che conta: che il bene comune è superiore a quello dell’individuo (senza annullarlo) e che non siamo figli unici, ma fratelli, figli dello stesso Padre che vede ogni nostra azione. Sono loro a farmi perdere il timore di dirlo forte e chiaro: che vergogna!

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Risorse

La «Critica della ragione pratica» di Kant

Prosegue la serie di articoli dedicati alle opere principali dei più importanti autori moderni e contemporanei, dopo quelle dedicate a Cartesio, Locke e Hume.

Ignacio Sols-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 28 minuti

Una versione più breve di questo articolo può trovarsi qui.


«La mia anima» – mi rimproverò – «E io mi scoraggiai» –

Come le «Lingue di diamante» avevano inveito

Tutti mi accusavano – e io sorridevo –

La mia anima – quella mattina – era mia amica –

Il suo favore — è il miglior disprezzo

Verso l’artificio del tempo – o degli uomini —

Ma il suo disprezzo… sarebbe più facile da sopportare

Un dito di fuoco smaltato—

Emily Dickinson

(La mia anima — mi accusò — ed era un tormento —

come se lingue di diamante si fossero ribellate.

Tutti gli altri mi accusavano — e io sorridevo —

La mia anima —quella mattina— era mia amica—

Il suo favore — è il miglior disprezzo

verso l'artificio del tempo — o degli uomini —

Ma il suo disprezzo — preferirei sopportare

un dito di ferro incandescente— )

“Agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa valere in ogni momento anche come principio di una legislazione universale”. Immanuel Kant

(Agisci in modo tale che le massime della tua volontà fungano al tempo stesso da principio di una legge generale)


A) Esposizione 

È un luogo comune in filosofia che chiunque agisca, anche chi commette il crimine più grave, lo faccia per un bene, cioè per qualcosa che, in qualche modo, ha inteso – a torto o a ragione – come un bene per sé.  La questione morale non è, quindi, se tendiamo o meno al bene – cosa indubbia – ma a cosa attribuiamo la ragione del bene, cioè a cosa la nostra ragione, nel suo uso pratico, presenta alla volontà come un bene proprio (l’uso pratico della ragione si contrappone al suo uso speculativo, cioè all’uso mediante il quale ci limitiamo a conoscere la verità delle cose, senza alcun riferimento a come dobbiamo agire su di esse. La sottile distinzione tra ragione pratica e volontà è piuttosto tomista. In vari passaggi del libro di Kant risulta chiaro che per questo filosofo “ragione pratica” è sinonimo di “volontà”)

Le determinazioni della nostra ragione, nel suo uso pratico sulla nostra volontà, sono di due tipi: possono essere massime personali, cioè risoluzioni che adottiamo come nostri modi di agire (Kant cita come esempio la massima di lavorare e risparmiare in gioventù per non soffrire la miseria nella vecchiaia); oppure possono essere norme morali che possiamo anche chiamare leggi morali, poiché sono universali: sono quei modi di comportarsi con cui la nostra ragione pratica ritiene che ogni persona debba agire. Queste sono, quindi, astratte e a priori, vale a dire che non si tratta del desiderio di qualcosa di concreto e conosciuto nella nostra esperienza, ma di una determinazione con cui la ragione pratica orienta la nostra volontà verso un modo di agire in generale. La loro stessa forma, grazie alla quale possono essere proposte come principio di una legislazione universale, le rende, di per sé, leggi pratiche, e la libertà di questa volontà pura risiede nella sua indipendenza dalle condizioni materiali che differenziano gli individui tra loro. Si tratta quindi di ragione pratica pura, ovvero precedente a qualsiasi ordinamento concreto della nostra ragione pratica. È una volontà pura in noi, nel senso che è una norma che deve ordinare le nostre volizioni concrete. I dettami di questa ragione pratica pura non sono dimostrabili, nel senso che non possiamo dedurli da altre conoscenze precedenti, ma, al contrario, ci servono come punto di partenza per dimostrare la moralità di azioni concrete.  

Il più universale di questi precetti è quello che Kant definisce “Legge fondamentale della ragione pratica pura”, ovvero la prima legge morale che la nostra coscienza ci impone come imperativo categorico, cioè senza alcuna dimostrazione, ma, al contrario, da essa si possono dedurre tutte le altre leggi morali, al punto che essa può essere considerata la forma di qualsiasi legge morale:

“Agisci in modo tale che il massimo della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale»

In altre parole, agisci in modo che il tuo comportamento possa essere proposto come norma universale, o, in parole povere: come ritieni che tutti dovrebbero comportarsi. Per renderci l’idea, osserviamo che non è altro che un altro modo di formulare quella regola d’oro nella quale, secondo Gesù, si riassumono la Legge e i Profeti: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”. Infatti, questa regola d’oro si ritrova, tale e quale, nell’insegnamento morale di tutte le grandi religioni, tanto da essere considerata la forma di ogni norma morale. San Girolamo lo spiega molto bene: “La giustizia è il giudizio di Dio che scrive nel cuore del genere umano: ciò che non vorresti ti fosse fatto, non farlo tu agli altri”.  Chi non sa che l’omicidio, l’adulterio, i furti e ogni sorta di cupidigia sono il male che non vorremmo ci fosse inflitto? Se non sapessimo tutti che queste cose sono cattive, nessuno si lamenterebbe quando gliele fanno»

Tuttavia, Kant, ovviamente, espone questo principio in modo tale da riflettere il più possibile l’universalità della norma, poiché l’universalità è un tema fondamentale in tutto il pensiero kantiano. Infatti, quando mi chiedo se vorrei che quel modo concreto di agire fosse il modo in cui gli altri agissero sempre nei miei confronti, ciò che in realtà mi sto chiedendo è se vorrei che tutti gli uomini, e sempre in generale, agissero in quel modo. La risposta che diamo a questa domanda costituisce la moralità di tale azione.

Riguardo al modo in cui questa legge morale prima e generale funge da modello per tutte le altre, Kant afferma che, quando ci chiediamo se una norma di comportamento sia universalizzabile, ciò che in realtà ci chiediamo è se il fatto che tutti agissero in quel modo distruggerebbe la natura stessa dell’agire umano, ad esempio il fatto che tutti mentissero sistematicamente. Non c’è dubbio che ciò distruggerebbe le nostre relazioni. La società stessa degli uomini sarebbe impossibile. La menzogna è, quindi, immorale.

“Come! Ma sì...» ognuno se si permettesse di ingannare quando ritiene di trarne un vantaggio, o si ritenesse autorizzato ad abbreviare la propria vita non appena ne prova un totale disgusto, o guardasse alla miseria altrui con totale indifferenza e tu facessi parte di una società del genere, ti troveresti in essa di tua spontanea volontà?  Ora, ognuno sa che se si concede segretamente di ingannare, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve avere subito tutti contro di sé in quella stessa disposizione… Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune; poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più ordinari…” 

Pertanto, non è che la legge morale ci dica cosa è bene o cosa è male, né che tenda verso il bene o verso il male, ma piuttosto che è bene o male ciò che la coscienza, nel suo giudizio morale, ci impone o ci ordina di rifiutare, ordinando così la nostra molteplicità di desideri.  

E qual è il motivo per cui la legge morale mi obbliga? Ogni uomo lo sa: perché è mio dovere. La sua forza coercitiva consiste nel fatto che, se agissi diversamente, non potrei evitare in me stesso il sentimento di disprezzo verso me stesso. Il dovere costringe la ragione come un’approvazione o una disapprovazione di noi stessi, a seconda di come agiamo; come un sentimento, sì, ma non di piacere, bensì un sentimento di rispetto di fronte a un certo modo di comportarsi, di fronte a un esempio che ha carattere universale e umilia l’egoismo particolaristico di altri comportamenti. È il comportamento che, visto negli altri, anche nelle persone di condizione più umile, forse nei propri subordinati, suscita persino nel più potente un sentimento, forse inconfessato, di rispetto. È l’inevitabile rispetto che ci merita l’universalità che cogliamo in quel modo concreto di agire: è così che tutti, e anch’io, dovremmo agire.  È il rispetto innato verso quell’universalità che i nostri comportamenti meschini e interessati non riescono a raggiungere, comportamenti che osiamo sì mettere in atto, ma che non oseremmo mai proporre come universali, né proporre che gli altri facessero lo stesso con noi. È l’intima umiliazione del potente che non può fare a meno di riconoscere, nel profondo del suo cuore, e forse suo grande dispiacere, la superiorità di un’azione che non può fare a meno di ammirare, mentre allo stesso tempo disprezza se stesso. 

In effetti, non tutti riusciamo a raggiungere la felicità, ma tutti possiamo adempiere al nostro dovere: “Soddisfare il precetto categorico della moralità è alla portata di chiunque; soddisfare invece il precetto empirico e condizionato della felicità è raramente possibile, e anche in tal caso solo per quanto riguarda un unico intento” 

Kant esprime tutto ciò anche in termini più filosofici – e chi lo capisce lo capisca – ma senza aggiungere molto di più a quanto già espresso in questi termini semplici. Ricordiamo che egli aveva precedentemente affermato, nella sua Critica della ragione speculativa, che la nostra conoscenza speculativa si realizza attraverso forme a priori della nostra stessa facoltà di conoscere, forme che sono quindi universali, valide per tutti, poiché tutti possediamo la stessa facoltà di conoscere.  Sono “a priori” perché non sono ottenute da alcuna esperienza, ma sono innate in noi, e sono “forme” perché costituiscono in qualche modo la forma – o meglio “danno forma” – di ogni esperienza. Nell’ambito della conoscenza sensibile, ovvero della conoscenza tramite immagini o intuizioni, queste forme a priori, che devono quindi essere chiamate intuizioni pure, sono lo spazio e il tempo;  nell’ambito dell’intelletto, cioè della conoscenza per concetti, le forme a priori di tale facoltà, o concetti puri, sono ciò che la filosofia aveva finora chiamato categorie, ovvero modi di predicare (kategorein = accusare, dire qualcosa di qualcuno o di qualcosa);  tra queste vi era la categoria filosoficamente principale della causalità, baluardo della filosofia classica abbattuto nella filosofia immediatamente precedente a Kant da David Hume; e infine, in quel conoscere speculativo superiore che è la nostra ragione – il nostro conoscere tramite idee – si presentano anche tre apriorismi o idee pure: Il Mondo, vale a dire l’unità o l’armonia in tutto ciò che è esterno a me, l’unità che presuppongo e la cui ricerca costituisce il mio tentativo di comprensione. Io, cioè la mia unità, quella che si realizza in me, poiché sono uno, non sono centocinquanta. E Dio, il garante dell’unità tra il Mondo e me, cioè il garante del fatto che la facoltà di conoscenza che mi è stata data non sia stata ingannevole – il tema preferito di Cartesio.  Ebbene, l’argomento del libro che stiamo ora commentando, la seconda Critica di Kant, è che l’apriorismo si manifesta anche nella ragione pratica, cioè nella volontà umana. Quell’apriorismo o volontà pura che si manifesta in noi senza essere diretta verso alcun oggetto concreto ma in generale, è la legge morale.  

Si tratta dell’imperativo categorico che è in noi, che non deriva da nulla né è subordinato a nulla, ma che, al contrario, comanda alla volontà attraverso il senso del dovere innato nell’uomo, senso del dovere dal quale l’uomo non può distaccarsi (e talvolta, anche suo malgrado); è un apriorismo della ragione pratica, che trova qui anche la ragione della sua universalità; ed è la forma di ogni determinazione concreta della nostra volontà.  Proseguendo con questo parallelismo, Kant osserva che il ruolo di tale apriorismo era passivo nella ragione speculativa, nel senso che ci serviva per quell’osservazione passiva della realtà che è la conoscenza di ciò che ci giunge attraverso i sensi.  Al contrario, il ruolo dell’apriorismo ora, nell’ambito della ragione pratica, è attivo, poiché determina la volontà in quella creazione di realtà che sono le nostre azioni.   

Kant affronta quindi la questione che ha contraddistinto i principali sistemi etici proposti in filosofia. In linea generale, vi è consenso sul fatto che l’oggetto della volontà sia il Bene, per la definizione stessa di questo concetto. In questo senso, l’oggetto primario della volontà deve essere definito Bene Supremo, ovvero colui la cui perseguimento come fine ultimo è il motore primo di ogni agire umano, è ciò la cui ricerca determina la volontà in ogni azione concreta. Ma le diverse scuole morali si sono differenziate nella loro concezione della natura di questo Bene Supremo.

Kant ricorda che gli epicurei individuavano il Bene Supremo della volontà nella Felicità.  La felicità è, per loro, ciò che ogni uomo cerca in ultima analisi con le proprie azioni, e ciò non deve essere interpretato in un senso slegato dalla ricerca della virtù, poiché è attraverso una vita virtuosa che si giunge a raggiungere la felicità. 

Gli stoici, invece, individuavano il Bene Supremo nella Virtù, giungendo a posizioni simili a quelle degli epicurei, poiché anche loro equiparavano la vita virtuosa alla vita felice, considerando la felicità come la conseguenza inevitabile della virtù. 

Entrambi, infatti, concordavano nel equiparare la Felicità alla Virtù, considerando la prima come una conseguenza della seconda; ma gli epicurei individuavano il Bene Supremo nella Felicità, e affermavano che per raggiungerla dobbiamo agire con Virtù; mentre gli stoici individuarono il Bene Supremo nella Felicità, intendendo la Virtù come sua necessaria conseguenza. Vi è quindi maggiore nobiltà nella filosofia morale stoica che in quella epicurea. 

Ma in ogni caso, e considerando entrambe le scuole morali, Kant ritiene che entrambe abbiano sbagliato, poiché non è vero che una vita felice derivi necessariamente, in questa vita, da una vita virtuosa: chi ha vissuto con assoluta rettitudine può alla fine ritrovarsi privato di tutto e persino essere condotto al patibolo. Kant ritiene che la sua lingua madre, il tedesco, gli sia d’aiuto in quanto il «Bene» si dice «Gute», in contrapposizione al «Böse», il male, e in modo tale da distinguere con precisione il «Gute» dal «Whol», parola che significa benessere. Il fatto è che, per Kant, il Bene Supremo che la nostra coscienza morale propone alla volontà è l’Adempimento del Dovere, e se si vuole chiamare «vita virtuosa» l’adempimento del dovere, allora diciamo pure che il bene supremo è la vita virtuosa, ma in modo disinteressato e puro, senza aspettarsi in cambio nulla, senza aspettarci che ci conduca alla felicità in questa vita. 

Ci porta, tuttavia, a una sorta di analogo della felicità, e Kant è lieto di trovarne l’espressione nella propria lingua: ci porta a “essere contenti di sé stessi”.  Kant porta l’esempio di colui che non cedette alla corruzione da parte di un re (Enrico VIII), il quale voleva che testimoniasse il falso per poter così giustiziare qualcuno (Anna Bolena), e, di fronte al suo rifiuto, lo privò della carica, della ricchezza, della fama e infine persino della vita, poiché fu condannato a morte mentre veniva disprezzato da amici e familiari, poiché tutti credettero ai testimoni che egli stesso aveva chiamato contro di sé per vendicarsi. Non si può dire che la sua rettitudine sia stata ricompensata con la felicità, ma ciò che è certo è che, nel profondo del suo cuore, fosse soddisfatto di sé stesso. Salendo i gradini del patibolo, avrebbe pensato che avrebbe fatto di nuovo la stessa cosa.

Infatti, Kant sottolinea che questa concezione etica è in accordo con l’insegnamento del cristianesimo, dove il Bene Supremo della volontà, motore di tutte le sue azioni, è l’Amore per Dio sopra ogni cosa, e dove ogni virtù è tale solo se è orientata verso quel fine disinteressato che è l’amore. Per farci comprendere la coincidenza con la sua concezione etica, ci ricorda che l’amore di Dio non consiste in un’esperienza sensibile, come può avvenire nell’amore umano, ma in un movimento radicale e profondo della volontà: secondo la predicazione letterale di Gesù stesso, non ama Dio chi dice “Signore, Signore”, ma chi osserva i suoi comandamenti. Si tratta quindi dell’adempimento del nostro dovere.

Infatti, già alla fine della “Critica della ragione speculativa”, quando la nostra idea di Dio era apparsa come un mero apriorismo della ragione speculativa, era già stato accennato questo modo di recuperare la realtà di Dio nella “Ragione pratica”: non è che io sappia che questo è il mio dovere perché so che Dio me lo ha comandato. È piuttosto che so che c’è un Dio che me lo comanda, perché so che è il mio dovere. 

Nella “Critica della ragione pratica”, tuttavia, egli pone maggiormente l’accento, rispetto ad altri sistemi etici, sul tema innegabile dell’aspirazione universale alla felicità. Kant ritiene che l’errore degli epicurei e degli stoici sia stato quello di equiparare una vita felice a una vita virtuosa, cosa che, come già osservato, non avviene necessariamente in questa vita. In questo modo gli antichi persero la possibilità di risalire, proprio per questo motivo, all’esistenza di Dio, e persero anche la possibilità di dimostrare, proprio per questo motivo, l’immortalità dell’anima, come unica garanzia del compimento di quell’anelito di felicità presente in ogni uomo.  La felicità dell’anima al di là di questa vita è la ricompensa di una vita virtuosa in cui regna la coscienza. Si identificano così, sebbene solo alla fine, l’adempimento del dovere e la felicità. E così nel cristianesimo, dove las Le Beatitudini, la grande promessa di felicità di Gesù Cristo, non sono qualcosa che si realizzerà qui sulla terra, ma una speranza di eternità. Il cristianesimo, infatti, come ogni morale correttamente intesa, non è una dottrina su come essere felici, ma su come diventare degni di essere felici. E il fine ultimo dell’uomo, per i cristiani, non è in primo luogo la propria felicità, né tantomeno la propria beatitudine finale, ma è, come il fine di tutta la creazione, la gloria di Dio. 

Anche nell’ambito della ragione speculativa riprendiamo l’idea di libertà, che era stata oggetto di un’antinomia nella Critica della ragione speculativa, ovvero di una situazione di perplessità che in quella sede era stata risolta abbandonando la causalità, e quindi la nostra libertà, come una forma a priori della nostra conoscenza, piuttosto che come una realtà. Nella Critica della ragione pratica viene recuperata la causalità – che nella Critica della ragione pura era rimasta come mera possibilità – in tutta la sua realtà, poiché senza di essa non ci sarebbe responsabilità morale e non si potrebbe parlare di atti buoni o cattivi, ma tutto avrebbe lo stesso valore: Non ci sarebbe quindi alcun merito nella virtù, e di conseguenza non ci sarebbe alcuna ragione per cui la vita virtuosa venisse ricompensata con la felicità, in questa vita o nell’altra.  Immanuel Kant, in qualità di analista della propria filosofia, osserva quindi che nell’ambito della ragione pratica vengono recuperate come realtà le tre idee di Io, Mondo e Dio, nonché la categoria principale della causalità. Tutte queste erano rimaste, nella critica della ragione speculativa, come mere realtà “possibili”, ma non conoscibili nell’ambito speculativo, dove appaiono solo come forme a priori del nostro stesso conoscere. (In questo modo Kant ritiene di aver dato ragione a Hume, sottraendo la categoria della causalità alla ragione speculativa, ma allo stesso tempo di averlo superato, avendola recuperata nella ragione pratica).

Ma raccomanda di procedere con cautela: non è che ora, nell’ambito della ragione speculativa, questi vengano ridefiniti come “noumeni”, cioè come qualcosa conosciuto nell’esperienza sensibile, poiché Dio, l’anima e la causalità continueranno sempre ad essere, per così dire, qualcosa che ci è sottratto da essa, qualcosa che non vediamo. 

Giunto a questo punto del suo discorso, Kant si chiede se la natura non abbia agito con noi come una matrigna, nascondendo alla nostra facoltà di conoscere quelle realtà – Dio e l’immortalità dell’anima – che garantirebbero un lieto fine a chi adempie al proprio dovere. Ma aggiunge subito che, a ben vedere, è stato meglio così, perché in tal caso sarebbe stato il desiderio della ricompensa a muoverci, e non il nobile e disinteressato senso del dovere. 

L'ultima parte di quest'opera riguarda la metodologia della ragione pratica (non l'ho inclusa nei testi, già molto lunghi). Si tratta di un'appendice molto breve, con interessanti raccomandazioni sulla corretta educazione della nostra coscienza morale. Nessuna predica sul nostro dovere morale avrebbe alcuna influenza su di noi, se tale predica non fosse già presente dentro di noi. Infatti, l’interesse per il giudizio morale è qualcosa di innato in tutti gli uomini. Ciò diventa evidente quando, ad esempio, in una riunione sociale si parla di argomenti speculativi: la maggior parte delle persone di solito non se ne interessa più di tanto. Ma se, all’improvviso, la conversazione prende una svolta e si tratta di giudicare un’azione di una persona specifica, anche i più disinteressati vengono attirati da ciò di cui si sta parlando e tutti sentono il bisogno di esprimere un’opinione. Su questi temi si esprimono i giovani, e spesso con acume, anche se non si sono precedentemente procurati una formazione approfondita. E persino i bambini – se sono in età di ragionare – distinguono facilmente un comportamento nobile da uno meschino. Ma la questione speculativa su cosa consistano il bene e il male è problematica solo per i filosofi, poiché per l’uomo comune tali nozioni risultano naturali quanto la distinzione tra mano sinistra e mano destra. Torniamo all’esempio della storia del tentativo di corruzione per indurre qualcuno a diffamare Anna Bolena, affinché potesse essere condannata a morte dai tribunali e Enrico VIII potesse così sbarazzarsi di lei. Non riuscendo a farlo cedere, lo spogliarono di tutti i suoi beni e fecero in modo che i suoi amici e, alla fine, i suoi stessi familiari lo vituperassero e lo abbandonassero, fino a condurlo al patibolo. Non si tratta quindi di una situazione proprio piacevole e felice, e non offre, di conseguenza, né al bambino né al giovane alcuna morale sdolcinata e lusinghiera su come la vita ricompensi chi adempie al proprio dovere. Ma non c’è dubbio che il giovane che la ascolta capisca subito da che parte sta il dovere e da che parte sta ciò che è meschino e ignobile, e si riempia di profonda ammirazione e rispetto di fronte a quell’esempio ammirevole – rispetto e ammirazione che sono innati nell’uomo. 

Il metodo per una buona educazione morale consisterebbe, quindi, nel raccontare azioni concrete e nel giudicarle. E nel valutare poi le intenzioni che hanno spinto coloro che hanno agito in quel modo. Si libererebbe così il cuore da quei fardelli che segretamente lo rendono schiavo e lo opprimono, e lo si eleverebbe al di sopra della facile sentimentalismo della ricompensa che la vita offre allo sforzo e alla virtù. Si lascerebbe il cuore umano, ormai libero e senza più fatica, di fronte a nessun altro motivo se non l’adempimento del proprio dovere. 

Conclude quindi le sue due “Critiche”, quella della ragione speculativa e quella della ragione pratica, con quelle celebri e indimenticabili parole:

“Due cose riempiono l’animo di una meraviglia e di un timore reverenziale sempre nuovi e crescenti, quanto più spesso e a lungo la riflessione vi si sofferma: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" 

(Due cose riempiono l'animo di ammirazione e rispetto sempre nuovi e crescenti, e tanto più quanto più spesso e attentamente vi si sofferma la riflessione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me)

Nota: Ho sistematicamente definito “Critica della ragione speculativa” l’opera precedente, che egli intitolò “Critica della ragione pura”, e l’ho fatto per semplificare le cose. Lo stesso autore riconosce, all’inizio della seconda opera, che avrebbero dovuto chiamarsi così. L’argomentazione che egli fornisce per mantenere la sua confusa titolazione risulta debole. Il fatto è che in entrambi gli ambiti della ragione, speculativo e pratico, Kant ritiene che si dia la ragione pura, cioè l’apriorismo (anche se la mia critica a entrambe le critiche consisterà nel sostenere che solo nella ragione pratica si dà l’apriorismo: la coscienza morale)          

B) Testi

La ragione pratica, di per sé e senza aversi conciliata con quella speculativa, conferisce realtà a un oggetto soprasensibile della categoria della causalità, vale a dire la libertà.

I principi pratici sono proposizioni che racchiudono una determinazione universale della volontà, determinazione alla quale si subordinano diverse regole pratiche. Sono soggettivi o massime quando la condizione è considerata dal soggetto valida solo per la propria volontà; sono invece oggettivi o leggi pratiche quando la condizione è riconosciuta come oggettiva, cioè valida per la volontà di ogni essere razionale.

Questa regola pratica, per un essere in cui la ragione non è l’unico fondamento della determinazione della volontà, è un imperativo, ovvero una regola designata da un «dovere essere» che esprime la coercizione (Nötigung) oggettiva dell’azione… Le massime sono principi, ma non imperativi… La regola è oggettiva e universalmente valida solo quando vale indipendentemente dalle condizioni soggettive e contingenti che distinguono un essere razionale da un altro.

Se da una legge si separa ogni materia, cioè ogni oggetto della volontà (in quanto fondamento della determinazione), di quella legge non rimane altro che la mera forma di una legislazione universale.

Quale forma sia più adatta alla legislazione universale e quale no, è qualcosa che anche l’intelletto più comune, senza alcuna istruzione, è in grado di distinguere. 

Pertanto, la legge morale, di cui proprio noi abbiamo immediatamente coscienza (non appena formuliamo massime della volontà), è quella che ci si presenta in primo luogo, e la ragione la rappresenta come un fondamento di determinazione che nessuna condizione sensibile può prevalere, anzi, del tutto indipendente da tali condizioni sensibili, il che conduce proprio al concetto di libertà… Ma come è possibile anche la coscienza di quella legge morale? Abbiamo coscienza delle leggi pratiche pure allo stesso modo in cui abbiamo coscienza dei principi teorici puri, osservando la necessità con cui la ragione ce li prescrive e la separazione da tutte le condizioni empiriche, separazione che la ragione ci indica. Il concetto di una volontà pura scaturisce dalle prime, così come la coscienza di un intelletto puro scaturisce dalle seconde.

Legge fondamentale della ragione pura pratica: agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale

La regola pratica è quindi incondizionata e, di conseguenza, rappresentata come proposizione categoricamente pratica a priori, in virtù della quale la volontà è determinata, oggettiva, assoluta e immediata (dalla regola pratica stessa che qui, di conseguenza, è legge)

La ragione, incorruttibile e vincolata a se stessa, confronta sempre, in un’azione, il principio della volontà con la volontà pura, cioè con se stessa, considerandosi come pratica a priori.

L’indipendenza da ogni oggetto della legge (vale a dire, da un oggetto desiderato) e, al tempo stesso, la determinazione dell’albedrio attraverso la mera forma legislativa universale… costituiscono l’unico principio della moralità. Tale indipendenza, tuttavia, è la libertà. 

Un precetto pratico che comporti una condizione materiale (e quindi empirica) non deve mai essere considerato una legge pratica. 

L’esatto contrario del principio della moralità è che il principio della propria felicità venga assunto come fondamento della determinazione della volontà.

La moralità, la voce della ragione, in relazione alla volontà, verrebbe completamente distrutta se non fosse così chiara, così difficile da soffocare, così percepibile persino agli uomini più mediocri. 

I confini tra la moralità e l’amor proprio sono tracciati in modo così netto e evidente che persino l’occhio più comune non può fare a meno di distinguere se una cosa appartenga all’una o all’altra. 

Il principio della felicità, pur potendo fornire massime, non può mai formularle in modo tale che siano conformi alle leggi della volontà, anche se si prendesse come obiettivo la felicità universale.

Soddisfare il precetto categorico della moralità è sempre alla portata di ciascuno; soddisfare invece il precetto empirico e condizionato della felicità è possibile per ciascuno solo molto raramente, e anche in tal caso solo in relazione a un unico fine.

Chi ha perso al gioco può arrabbiarsi con se stesso e con la propria imprudenza, ma se è consapevole di aver barato (anche se proprio per questo ha vinto), non può che disprezzarsi non appena si confronta con i principi morali. 

Ancora più raffinata, sebbene altrettanto falsa, è la posizione di coloro che ammettono l’esistenza di un senso morale… secondo cui la coscienza della virtù sarebbe direttamente legata alla serenità e al piacere, mentre quella del vizio sarebbe legata all’inquietudine d’animo e al dolore. 

Pertanto, tale serenità o inquietudine d’animo non possono essere provate prima di aver preso coscienza dell’obbligo, e tale stato d’animo non può costituire il fondamento di quest’ultimo.

La mera forma di una legislazione universale, resa possibile dal nostro principio, deve costituire il fondamento supremo e immediato della determinazione della volontà.

Alla ragione speculativa fu negata ogni conoscenza al di là degli oggetti dell’esperienza, e quindi la conoscenza delle cose in quanto noumeni. Tuttavia, essa ha salvaguardato il concetto dei noumeni, vale a dire la possibilità e persino la necessità di pensarli, e… così, ad esempio, la libertà è del tutto compatibile con i principi e i limiti della ragione pura teorica. [La libertà è rimasta possibile nella Critica della Ragione Pura]

Mi chiedo sempre come sarebbe [una massima particolare] se valesse come legge universale della natura… [Ad esempio:] È evidente che, in questo modo, tutti sarebbero obbligati a essere sinceri… [Un altro esempio, considerando la possibilità del suicidio:]La massima che adotto, in considerazione della libera disposizione della mia vita, si determina immediatamente se mi chiedo come dovrebbe essere affinché una natura si conservasse seguendo la legge di quella massima… Nessuno potrebbe porre fine alla propria vita in modo arbitrario, poiché una tale costituzione non costituirebbe un ordine naturale duraturo, e così in tutti gli altri casi. 

Pertanto, la differenza tra le leggi di una natura alla quale è soggetta la volontà e quelle di una natura che è soggetta a una volontà (in relazione alle sue azioni libere) risiede nel fatto che, nella prima, gli oggetti devono essere causa delle rappresentazioni che determinano la volontà, mentre in queste ultime la volontà deve essere causa degli oggetti, in modo tale che la causalità di questa causa abbia il proprio fondamento di determinazione esclusivamente nella facoltà pura della ragione, che per questo può essere chiamata anche ragione pura pratica. 

Si lascia alla valutazione dei principi teorici della ragione stabilire se la causalità della volontà sia o meno sufficiente a determinare la realtà degli oggetti 

La ragione ha la sua causa in un essere razionale; in altre parole, la ragione pura può essere considerata come una facoltà che determina immediatamente la volontà. 

La legge morale ci viene data, per così dire, come un dato della ragione pura, di cui noi, a priori, abbiamo coscienza

La legge morale è, in realtà, una legge di causalità fondata sulla libertà e, pertanto, sulla possibilità di una natura soprasensibile

La ragione teorica è stata costretta ad accettare almeno la possibilità di una libertà

Abbiamo quindi ampliato la nostra conoscenza oltre i limiti del mondo sensibile, un’ambizione che la critica della ragione pura aveva dichiarato vana nella speculazione

La realtà oggettiva di una volontà pura, ovvero, in altre parole, di una ragione pratica pura, è data a priori nella legge morale.

Non pretendo di conoscere teoricamente la costituzione di un essere, in quanto dotato di pura volontà; mi basta designarlo semplicemente come tale e, di conseguenza, limitarmi a unire il concetto di causalità con quello di libertà (e, cosa che ne è inscindibile, con la legge morale, in quanto motivo della sua determinazione)

Whol [piacevole] o Übel [cattivo, sgradevole] indicano sempre un rapporto con il nostro stato di piacere o di dispiacere… Il bene (Gute) o il male (Böse), invece, indicano sempre un rapporto con la volontà, in quanto la volontà è determinata dalla legge della ragione a fare di qualcosa il proprio oggetto. … Il bene (Gute) o il male (Böse) si riferiscono quindi propriamente alle azioni, non allo stato sensoriale della persona. 

Ciò che dobbiamo definire “buono” (gut) deve essere, secondo il giudizio di ogni uomo ragionevole, un oggetto del desiderio, mentre il “male” (das Böse) deve essere un oggetto di orrore agli occhi di tutti; pertanto, per formulare questo giudizio, oltre ai sensi, è necessaria anche la ragione.

Il fatto di possedere la ragione non lo eleva al di sopra della mera animalità, se questa gli serve solo per ciò che negli animali è compito dell’istinto

I concetti di bene e di male sono, per così dire, le conseguenze della determinazione a priori della volontà 

I concetti pratici a priori relativi al principio supremo della libertà possono trasformarsi immediatamente in conoscenze, senza bisogno di attendere intuizioni per acquisire significato, e ciò per questo motivo degno di nota: essi stessi producono la realtà di ciò a cui si riferiscono

Come! Se ognuno... se si permettesse di ingannare quando ritiene di trarne vantaggio, o si ritenesse autorizzato ad abbreviare la propria vita non appena ne prova un totale disgusto, o guardasse alla miseria altrui con totale indifferenza e tu facessi parte di una società del genere, ti troveresti lì di tua spontanea volontà?  Ora, ognuno sa che se si concede segretamente l’inganno, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve subito avere tutti contro di sé con lo stesso atteggiamento… Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune; poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più ordinari… 

Il motore della volontà umana (e dell’essere razionale creato da Dio) non può mai essere altro che la legge morale e, di conseguenza, il fondamento oggettivo della determinazione deve sempre essere il fondamento soggettivo sufficiente della determinazione dell’azione

La legge morale umilia inevitabilmente ogni uomo, quando questi confronta la tendenza sensibile della propria natura con quella legge

Dice Fontenelle: «Di fronte a un grande signore mi inchino; ma il mio spirito non si piega». Io posso aggiungere: Di fronte a un uomo di condizione umile e ordinaria in cui percepisco una rettitudine di carattere in misura di cui io stesso non ho coscienza, inclinerò il mio spirito, che lo voglia o no, e questo anche se tenessi alta la testa per ricordargli la mia superiorità… Molto lontano dal sentimento di piacere si trova il sentimento di rispetto… Il rispetto è il tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no; possiamo, sì, non manifestarlo esternamente, ma non possiamo, tuttavia, smettere di provarlo interiormente.

Il rispetto è un tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no. 

Il rispetto che nutriamo per una persona del genere (più precisamente per il principio che il suo esempio incarna) non è quindi mera ammirazione. 

L'azione che è oggettivamente pratica secondo tale legge, ad esclusione di ogni motivazione dettata dall'inclinazione, è detta dovere, il quale, proprio per tale esclusione, racchiude nel proprio concetto la coercizione (Nötigung) pratica

È proprio il rispetto della legge, inteso come unico modo per determinare la volontà, che fa sì che la coscienza agisca in conformità con il dovere. 

Dovere! Nome sublime e grandioso. Tu che non racchiudi nulla di amabile che porti con sé lusinghe insinuanti, ma che esigi sottomissione, pur senza nulla che susciti nell’animo un’avversione naturale o lo spaventi… Qual è la tua nobile origine?Dove si trova la radice della tua nobile discendenza, che rifiuta con orgoglio ogni parentela con le inclinazioni?… Può essere solo ciò che eleva l’uomo al di sopra di se stesso (come parte del mondo dei sensi) a legarlo a un ordine di cose che solo l’intelletto può concepire.

Ogni uomo, anche solo mediamente onesto, non ha forse notato a volte che, se si è astenuto dal dire una bugia – per il resto innocua e che lo avrebbe tirato fuori da una situazione spiacevole… – lo ha fatto solo per poter guardare se stesso nel profondo senza disprezzarsi?… Vivere senza poter tollerare di essere, ai propri occhi, indegno della vita… Tale è la natura del vero motore della ragione pura pratica. 

La distinzione tra il principio della felicità e quello della moralità non implica che i due siano in opposizione tra loro, e la ragione pratica pura non pretende che si debba rinunciare alle aspirazioni alla felicità, ma solo che, nella questione del dovere, non se ne tenga conto. 

La ragione ricerca la totalità incondizionata dell’oggetto della ragione pura pratica, sotto il nome del bene supremo. Determinare tale idea è la dottrina della saggezza, e questa a sua volta è la filosofia, nel significato che gli antichi attribuivano a questa parola

Di conseguenza, sebbene il bene supremo sia l’oggetto unico di una ragione puramente pratica, vale a dire di una volontà pura, non per questo può essere considerato il fondamento della determinazione di quest’ultima, ma solo la legge morale deve essere considerata come fondamento.

Lo stoico sosteneva che la virtù fosse il bene supremo assoluto e che la felicità fosse solo la consapevolezza di possederla… L’epicureo sosteneva che la felicità fosse il bene supremo assoluto e che la virtù fosse solo il modo per raggiungerla…. 

Ma i principi della virtù e della felicità stessa sono, per quanto riguarda il loro principio superiore pratico, del tutto eterogenei. 

La felicità e la moralità sono due elementi del bene supremo, distinti tra loro… È moralmente necessario, a priori, realizzare il bene supremo attraverso la libertà di volontà. 

Bisogna stare attenti a non sminuire e snaturare, con un falso elogio, il fondamento morale della determinazione: una sorta di falsa follia che pone come fondamento della determinazione i sentimenti di gioia particolare. Il vero e proprio motore è la legge stessa.

Ma non esiste forse una parola che indichi, non tanto un piacere come quello espresso dal termine “felicità”, quanto piuttosto una soddisfazione nell’esistenza stessa, un analogo della felicità che debba necessariamente accompagnare la consapevolezza della virtù? Sì, esiste, e quella parola è “contentezza di sé”. 

Quel godimento non può essere definito felicità perché non dipende dal verificarsi positivo di un evento, né può essere definito, a rigor di termini, beatitudine.

I principi della ricerca della felicità non possono in alcun modo generare moralità. Pertanto, il bene più elevato (in quanto prima condizione del bene supremo) è costituito dalla moralità, mentre la felicità, pur essendo un secondo elemento di esso, è la conseguenza moralmente condizionata ma necessaria della prima. 

L’immortalità dell’anima come postulato della ragione pura pratica… La completa adeguazione della volontà alla legge morale è la santità, perfezione di cui nessun essere razionale nel mondo sensibile è capace in alcun momento della propria esistenza. Ma poiché essa è tuttavia richiesta come praticamente necessaria, non può essere trovata se non in un progresso che tende all’infinito verso quella completa adeguazione… Progresso infinito che è possibile solo nell’ipotesi di un’esistenza personale duratura nell’infinito

L’esistenza di Dio come postulato della ragione pura pratica … Quella stessa legge deve condurre anche alla possibilità del secondo elemento del bene supremo, vale a dire la felicità adeguata a quella moralità… ovvero a postulare l’esistenza di Dio come necessariamente inerente alla possibilità del bene supremo. 

Nella legge morale non vi è il minimo fondamento per un nesso necessario tra moralità e felicità

Si ipotizza inoltre l'esistenza di una causa di tutta la natura, distinta dalla natura stessa e che racchiude il fondamento di tale connessione, vale a dire dell'esatta concordanza tra felicità e moralità

La causa suprema della natura, in quanto deve essere presupposta per il bene supremo, è un essere che, per ragione e volontà, è la causa (e quindi l’autore) della natura, vale a dire Dio.

Coloro che attribuiscono allo scopo della creazione l’onore di Dio (ammesso che non si intenda questo in senso antropomorfico, come la tendenza a essere esaltato), hanno raggiunto la massima espressione. Infatti, nulla onora Dio più di ciò che c’è di più prezioso in questo mondo: il rispetto per il suo comando. 

I postulati della ragione pratica pura in generale. Questi postulati sono quelli dell’immortalità, della libertà… e dell’esistenza di Dio. 

Ora, si tratta di idee della ragione che non possono essere ricavate da alcuna esperienza, e che dovrei quindi considerare per categorie per poterle comprendere. 

Tra i concetti attraverso i quali concepiamo un essere puro dell’intelletto non rimane altro che ciò che è manifestabile per la possibilità di concepire una legge morale… sebbene la conoscenza di Dio avvenga solo nella relazione pratica. 

È tuttavia impossibile giungere, attraverso la metafisica, al concetto di Dio e alla dimostrazione della sua esistenza come conclusione certa partendo dalla conoscenza di questo mondo, poiché per farlo dovremmo conoscere questo mondo come il tutto più perfetto possibile. 

Vedo davanti a me ordine e finalità nella natura, e non ho bisogno di ricorrere alla speculazione per essere certo della loro realtà; piuttosto, solo per spiegarla devo presupporre una divinità come sua causa. 

Ora, la nostra conoscenza viene davvero ampliata in questo modo dalla ragione puramente pratica, così che ciò che nella ragione speculativa era trascendente, è ora, nella pratica, immanente? Senza dubbio, ma solo in senso pratico. Infatti, in realtà, non conosciamo per questo né la natura della nostra anima, né il mondo intelligibile, né l’Essere Supremo, per come essi sono in sé stessi, ma abbiamo sintetizzato i loro concetti nel concetto pratico del bene supremo, come oggetto della nostra speranza, completamente a priori mediante la ragione pura, solo per mezzo della legge morale, e anche solo in relazione a essa stessa, in considerazione dell’oggetto che essa ordina.

[Se Dio si fosse manifestato alla nostra ragione speculativa, come qualsiasi altra realtà, se si fosse lasciato vedere], la maggior parte delle azioni conformi alla legge avverrebbe per timore, poche per speranza, e nessuna per senso del dovere, e non esisterebbe il valore morale delle azioni, dal quale dipende esclusivamente il valore della persona e persino quello del mondo agli occhi della suprema saggezza.

[Nella ragione speculativa], il governatore del mondo ci permette di ipotizzare la sua esistenza e la sua maestà, ma non di vederla né di dimostrarla chiaramente; al contrario, la legge morale che è in noi, senza prometterci né minacciarci nulla con certezza, esige da noi un rispetto disinteressato”

[Pertanto], la Saggezza imperscrutabile grazie alla quale esistiamo non è meno degna di venerazione per ciò che ci ha negato di quanto lo sia per ciò che ci ha concesso. 

c) Critica

La mia critica non sarà rivolta al contenuto dell’etica kantiana, saggio progetto di un uomo integro verso il quale non posso che nutrire elogi – un trattato davvero ammirevole –, bensì al suo fondamento, tema su cui mi discosterò. Concordo sul fatto che, una volta scritta la Critica della Ragione Pura, una volta che alla ragione speculativa è stata negata la possibilità di giungere a Dio e alla libertà umana, fondamenti della religione – il legame tra creatura e Creatore –, la cosa migliore che si possa fare sia scrivere la «Critica della Ragione Pratica», vale a dire recuperarli nell’ambito pratico. Per questo motivo presento la mia obiezione non a questa Critica, ma alle due opere nel loro insieme, cosa che, ovviamente, non ho potuto fare prima di aver esposto anche il contenuto della Critica della Ragione Pratica. È il gesto filosofico totale, quello descritto dai due libri, che ci interessa e al quale intendo rivolgere una critica, perché è proprio questo gesto che, a lungo termine, influenzerà la filosofia successiva, come vedremo tra poco. 

Diceva Aristotele che lo scettico non gli dia fastidio, perché non appena inizia a dire qualcosa si smentisce da solo, e se non dice nulla, non risulta fastidioso nemmeno così, dato che se ne sta lì accanto, silenzioso come una pianta. Ebbene, sebbene apprezzi questa vena umoristica dello Stagirita, non credo che abbia ragione, e di fatto la storia gli ha dato torto. Lo scettico può dire qualcosa senza smentirsi: può dire “farò questo”, così, senza alcuna giustificazione, poiché qualsiasi giustificazione che desse comporterebbe un’autosmentita. In una parola, la via d’uscita da ogni scetticismo è la pratica. La sostituzione della teoria con la prassi, della norma con ciò che sto per fare, della verità – fondata su ciò che le cose sono – con la mia volontà. In definitiva, la volontà occupa, come fondamento ultimo, il posto dell’essere. 

Ebbene, ritengo che l’approccio filosofico di Kant nel suo complesso sia quello di uno scettico: con la nostra conoscenza speculativa non possiamo giungere né all’esistenza di Dio, né all’immortalità dell’anima, né alla libertà. Non possiamo conoscere nulla così com’è, poiché ciò che conosciamo sono le forme a priori del nostro stesso conoscere, e anche se una di queste forme a priori fosse Dio, non si tratterebbe qui del Dio realmente esistente indipendentemente da noi. Poiché non possiamo conoscere altre forme se non quelle del nostro stesso conoscere, queste realtà fondamentali le recuperiamo nella nostra ragione pratica, cioè non le raggiungiamo sul terreno della conoscenza ma su quello della volontà. Questo in Kant avviene in modo meraviglioso: giungiamo a Dio perché cogliamo la norma morale come data nella nostra volontà. Ma ciò che rimarrà come eredità per la filosofia è il gesto: l’Essere, così com’è, è stato sottratto alla conoscenza ed è stato recuperato sul terreno della volontà, esattamente il gesto dello scettico. 

Lo vedremo nel suo principale seguace, Arthur Schopenhauer. Nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione Schopenhauer considera innanzitutto il mondo come una mera rappresentazione, come qualcosa che senza alcun dubbio appare nella nostra conoscenza. Ma poi si chiede: che cosa viene rappresentato? Che cosa occupa il posto della “cosa in sé” nell’opera di Kant? Che cosa occupa, in definitiva, il posto della realtà quando conosciamo? E la risposta è impressionante (seppur prevedibile per chi conosce il modo di ragionare dello scettico). La risposta è: ciò che viene rappresentato è la volontà. 

Ciò che viene rappresentato nella conoscenza non è l’essere, ma la volontà! La volontà, dunque, collocata esattamente al posto dell’essere! Ciò che era implicito in Kant, nel gesto filosofico delle due critiche nel loro insieme, risulta ora del tutto esplicito in Schopenhauer, il quale non solo ha ristabilito la coerenza in Kant – come egli stesso dichiara essere sua intenzione – ma l’ha resa esplicita, ne ha fatto il fulcro della sua filosofia e persino il titolo del suo libro. La via verso la filosofia della volontà in Nietzsche è ormai, quindi, aperta. 

Nietzsche, per il quale Schopenhauer era stato in gioventù il più grande dei filosofi, rinnegandolo in seguito si libera di ciò che ritiene superfluo – la rappresentazione –, poiché gli basta la volontà. Questa è l’essenza del mondo, la volontà di vivere, e per questo, nel conflitto delle volontà di vivere tra i diversi individui, la volontà di sopravvivere imponendosi sugli altri. In questo modo gli individui migliori sopravviveranno a quelli inferiori e la specie migliorerà: Il tramonto degli idoli. Nietzsche si considerava un autore postumo. E, purtroppo, lo fu. 

Se uniamo questa critica della “Critica della ragione pratica” alla precedente critica della “Critica della ragione pura”, intravedremo che Kant è il preludio alla filosofia del XIX secolo, a sua volta preludio alla storia politica del XX secolo. Per chi conosce quella storia, questa non è certo la migliore lode che avremmo potuto rivolgere alle due critiche di Immanuel Kant.

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Mondo

Centenario dell'incoronazione della Vergine del Carmen, Patrona del Cile

La solenne incoronazione della Vergine del Carmen nel 1926 ha consacrato una devozione storica profondamente radicata, strettamente legata all’identità e all’indipendenza del Cile. Per commemorarne il centenario, da luglio a dicembre si terranno diverse attività e iniziative religiose e culturali.

Pablo Aguilera-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La solenne incoronazione della Vergine del Carmen, avvenuta il 19 dicembre 1926 per mano del Delegato Papale, il Nunzio Apostolico in Cile, su mandato di Papa Pio XI, fu l’espressione visibile di una fede profondamente radicata nell’anima nazionale. Proclamando la Vergine Regina, Madre e Patrona, la Chiesa e il popolo cileno hanno riconosciuto una verità spirituale che nasce dal disegno stesso di Dio.  

Questa devozione giunse ben presto in Cile e mise radici profonde nella vita del popolo. Durante l’epoca coloniale, la Vergine del Carmen veniva invocata nelle case, nelle comunità religiose e nella vita sociale, plasmando un’identità cristiana che avrebbe segnato lo sviluppo del Cile. Da questa tradizione sono sbocciati frutti di santità, come Santa Teresa degli Andes, che incarnò la spiritualità carmelitana nella sua totale dedizione a Cristo. La presenza dei monasteri carmelitani in tutto il Paese, fin dai tempi più antichi, è un’espressione viva di questa spiritualità.  

La Vergine nella storia del Cile

Nel momento decisivo dell’indipendenza, la Vergine del Carmen occupò un posto centrale nella coscienza del popolo, degli uomini e delle donne che guidavano quel processo di emancipazione. Alla vigilia della battaglia di Maipú – nell’aprile del 1818 – i patrioti si affidarono a Lei per ottenere la vittoria, e il Liberatore Bernardo O’Higgins la proclamò Patrona e Generale delle forze armate cilene, promettendo di erigere un tempio in suo onore.

Oggi, a Maipú, sorge il Tempio Nazionale della Vergine del Carmen, centro della devozione mariana del Paese. Così, la nascita della Patria è stata suggellata da un atto di fiducia in Dio sotto la protezione della Vergine del Carmen.  

Celebrazione del centenario

In ogni diocesi il vescovo ha designato alcune chiese giubilari – principalmente la cattedrale, i santuari mariani e alcune chiese parrocchiali – nelle quali i fedeli potranno ricevere l’indulgenza plenaria attraverso un pellegrinaggio o una visita di devozione, vissuta con spirito di fede e di conversione.

Verranno effettuati varie iniziative dal 16 luglio, Solennità della Madonna del Carmen, fino a dicembre.

Il vescovo di San Bernardo, Juan Ignacio González, ha realizzato un bellissimo libro illustrato in occasione di questa ricorrenza: “Centenario dell’incoronazione della Vergine del Carmen. Immagini per una storia”, disponibile su Amazon.

Evangelizzazione

Cosa promette la Vergine del Carmen a chiunque indossi il suo scapolare?

In occasione della festa della Vergine del Carmen, che la Chiesa celebra giovedì prossimo, 16 luglio, ricordiamo l’origine dello scapolare e le promesse legate a questa storica devozione mariana.

Rafael Mosteyrín-14 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Lo scapolare trae origine da un'apparizione della Vergine a san Simone Stock.

Accadde a Londra nell’anno 1251. La Santissima Vergine, circondata da innumerevoli angeli, apparve a san Simone Stock, dell’Ordine dei Carmelitani, e gli promise una protezione speciale per detto Ordine, consegnandogli al contempo lo Scapolare del Carmelo con questa promessa: “Ricevi, amatissimo figlio, lo Scapolare del tuo Ordine, segno della mia fratellanza, privilegio per te e per tutti i carmelitani; chiunque morirà indossandolo sarà liberato dal fuoco eterno. Ecco il segno della salvezza, salvezza nei pericoli, alleanza di pace e patto eterno”.

In seguito, Papa Giovanni XXII confermò con la sua autorità lo Scapolare del Carmelo e il Privilegio Sabatino, riportando le seguenti parole della Vergine Maria: “Io, Madre delle grazie, scenderò, il sabato dopo la sua morte e libererò tutti coloro che si trovano in Purgatorio e li condurrò al monte santo della vita eterna”.

Le condizioni

I requisiti richiesti dalla Chiesa affinché possiamo beneficiare di tale promessa sono:

-Farsi imporre lo scapolare da un sacerdote autorizzato a farlo (è sufficiente una volta nella vita) e indossarlo abitualmente.

-Mantenere la castità secondo lo stato di ciascuno.

-Recitare tre Ave Maria ogni giorno.

La testimonianza del cardinale Tarancón

Sono molti gli eventi miracolosi che, nel corso della storia, testimoniano la fedeltà della Santissima Vergine alla sua promessa. Il cardinale Vicente Enrique y Tarancón raccontò ciò che accadde, quando era vescovo di Solsona, in una lettera pastorale sullo scapolare del Carmelo:

“Era il mese di giugno del 1938. Erano passati appena due mesi da quando le forze nazionali erano giunte nel Mediterraneo, liberando la parrocchia di Vinaroz, dove noi arrivammo sette giorni dopo la liberazione e dove esercitammo il ministero parrocchiale per più di cinque anni.

Una comunicazione delle autorità militari richiedeva la nostra collaborazione per fornire assistenza spirituale a dieci condannati a morte, che dovevano essere giustiziati all’alba. Alle undici di sera i condannati entrarono nella cappella e, da quel momento, noi tre sacerdoti che ci trovavamo allora a Vinaroz iniziammo a dialogare con loro, offrendo loro la vita eterna, poiché non potevano più salvare la loro vita terrena. Otto di loro si confessarono immediatamente, dando grandi e evidenti segni di pentimento e di fervore. Uno, che era stato commissario politico nell’Armata Rossa, ci permise a malapena di avvicinarci a lui. Tutti i nostri tentativi furono vani e non riuscimmo a convincerlo a confessarsi.

Un condannato che si rifiutava di confessarsi

Tra tutti ce n’era uno che attirava particolarmente l’attenzione. Era un uomo di circa sessant’anni, originario di La Galera, nella provincia di Tarragona, che indossava l’antico abito dei contadini catalani: calze bianche e pantaloni corti, ma con modi raffinati e distinti che sembravano contrastare con il suo abbigliamento rurale. Uno dei sacerdoti iniziò a scambiare qualche parola con lui, mentre noi altri ci occupavamo degli altri. 

Quando ne aveva già confessati otto e mentre stavo parlando con alcuni di loro, consolandoli in quel momento così terribile e raccogliendo le loro raccomandazioni e richieste da trasmettere alle rispettive famiglie, il coadiutore mi si avvicinò e mi disse all’orecchio:

-Padre: non sono riuscito a ottenere nulla da quell'uomo, perché non ci prova lei?

Mi sono recato da lui, mi ha accolto con grande cortesia; ho parlato con lui per un bel po’ e ho capito subito che era un uomo colto e che, inoltre, aveva una formazione cristiana fuori dal comune. Quei dettagli mi hanno incoraggiato e mi hanno fatto acquisire l’intima convinzione che non sarebbe stato difficile convincerlo a confessarsi.

Ma la mia delusione fu enorme quando, dopo aver parlato con lui per più di mezz’ora, mi disse testualmente queste parole:

-Senta, Padre, le sono sinceramente grato per quello che sta facendo per me. Capisco che sta passando una brutta notte per colpa mia, dato che non ne ricava alcun vantaggio dal fatto che io mi confessi. Le sono estremamente grato, ma la prego di non insistere; le posso assicurare fin da ora che non mi confesserò. Sono stato educato secondo i principi cristiani, ma ho perso la fede. 

Per un attimo rimasi sbalordito; quasi senza sapere cosa dire. Ma, ispirato senza dubbio dalla Santissima Vergine, osai proporgli:

-Potrebbe farmi un favore?

-Chi vuole lei – mi rispose –, purché non mi chieda di confessarmi.

-«Mi permetterebbe» – aggiunsi – «di metterle il Santo Scapolare?»

«Non ho nulla in contrario», mi disse. «Queste cose non mi dicono nulla; ma se così posso farle piacere, può farlo».

«La Madonna mi ha salvato»

Gli ho subito messo il Santo Scapolare del Carmelo e mi sono ritirata immediatamente per pregare la Santissima Vergine per lui. Lui è andato a sedersi in un angolo, all’estremità di una delle panche che c’erano in quella sala. Non erano ancora trascorsi cinque minuti quando udii una sorta di ruggito e dei singhiozzi forti e spezzati, che mi allarmarono. Entrai di nuovo nella stanza e vidi quell’uomo che mi si gettava addosso piangendo incessantemente e che mi diceva, tra le lacrime:

-Voglio confessarmi, voglio confessarmi. Non merito questa grazia di Dio. La Vergine mi ha salvato.

Di fronte all’ammirazione e allo stupore di tutti i presenti, si confessò, senza smettere un solo istante di versare lacrime, con una contrizione davvero straordinaria e commovente. E, all’ultimo momento, prima che li conducessero al luogo dell’esecuzione, quando mi congedai da loro, mi abbracciò e mi baciò, dicendomi:

-Grazie, Padre; grazie per l’immenso bene che mi ha fatto. In Paradiso pregherò per lei. Grazie e ci vediamo in Paradiso.

Confesso sinceramente che quella scena mi ha commosso e che le mie lacrime si sono unite alle sue, mentre rendevo grazie al Signore per quella meraviglia e ringraziavo la Santissima Vergine per avermi permesso di essere testimone di quella splendida manifestazione del suo amore materno e misericordioso.”

Evangelizzazione

Josef Pieper: «Il cristianesimo è essenzialmente realtà, non mera dottrina!»

Nel luglio del 1969, la rivista *Palabra* (n. 47) pubblicò un’intervista a Josef Pieper sull’antropologia cristiana della speranza. Ripubblichiamo qui di seguito tale intervista.

Jerónimo Martel-14 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Josef Pieper ha una scheda biografica tanto succinta quanto ampia è la sua bibliografia. È nato il 4 maggio 1904 a Elte, un paesino della Westfalia, e ha completato gli studi di Filosofia, Giurisprudenza e Sociologia presso le Università di Berlino e Münster. Attualmente è titolare della cattedra — nella terminologia tedesca, «professor ordinario» — di Antropologia filosofica presso l’Università di Münster e presso l’Accademia di Scienze dell’Educazione di Essen.

Molte delle sue opere sono state tradotte in spagnolo, in particolare in Spagna, e il presente riferimento si limita ai titoli di tali opere, poiché è rivolto al lettore di lingua spagnola. Tali opere sono: L'attualità del tomismo (1952), Catechismo del cristiano (che rispondeva al titolo tedesco Christenfibel, equivalente all'espressione «Silabario cristiano», e che scrisse in collaborazione con Heinrich Raskop, tradotto in Spagna nel 1954), *Sobre el fin de los tiempos* (1955) e *El ocio y la vida intelectual* (ultima versione spagnola, ampliata, del 1962), da un lato. D’altra parte, alle opere citate si aggiunge una serie di scritti molto caratteristici di Pieper, che trattano delle virtù cristiane e umane fondamentali, contrapposte all’angoscia dell’uomo moderno: Sulla speranza (1953), La prudenza (1957), La fede (1966).

A tutte le opere citate si sono aggiunte, nel secondo semestre dello scorso anno, due novità editoriali perfettamente in linea con esse, pubblicate rispettivamente da Ediciones Rialp, di Madrid, e da Sígueme, di Salamanca: *Giustizia e forza* e *Speranza e storia*. Di tutte le opere citate è stata indicata la data della prima edizione spagnola, sebbene alcune di esse siano già giunte alla terza edizione. Aggiungiamo che, al momento, Pieper ha venduto oltre mezzo milione di copie dei suoi libri nelle nazioni e nei blocchi linguistici più importanti, nonostante scriva necessariamente per un pubblico di nicchia.

Pieper iniziò la sua opera teologica nel 1934 con il suo studio sulla fortezza d’animo, da cui passò, l’anno successivo, al suo studio sulla speranza. Il suo lavoro è consistito, dalla sua chiara posizione di laico e filosofo, nell’adattare la teologia al pensiero moderno, nella sua espressione concettuale e letteraria, ma, ovviamente, con estrema cura nel non alterare il contenuto essenziale delle formule teologiche classiche. L’esistenzialismo o Hiroshima non sono stati per lui questioni bizantine sorte su un altro pianeta; ma sì motivi per condurre, a partire da quell’umanesimo che studia l’antropologia, l’uomo inquieto del nostro tempo all’incontro con se stesso, attraverso Dio.

Nella conversazione che segue — tenutasi nella sua abitazione di Münster —, Pieper, che ha saputo difendere così bene le radici esistenziali del tomismo, orientando la propria antropologia attraverso l’etica tomista, affronta questioni controverse dell’attualità, concetti quali la secolarizzazione o la spiritualizzazione, la sintesi tra l’umano e il divino nel cristiano in quanto uomo, il rapporto tra cultura tradizionale e cultura moderna, e persino su quell’ultimo baluardo della rivoluzione contro la tecnologia — contro l’assenza dell’umanesimo — che è e rappresenta la ribellione studentesca.

Come vede l’integrazione tra la cultura cristiana e quella cultura moderna che è stata definita «profana»?

–Non vedo il cristianesimo come un blocco unico. L’uomo cristiano, ogni uomo cristiano, è innanzitutto un uomo, e deve realizzare in se stesso quella sintesi: almeno deve provare a farlo. Proprio ciò che non è occidentale è una religione antisecolare come quella che si potrebbe trovare, ad esempio, nelle Chiese ortodosse russe o greche, che si dedicano esclusivamente alla contemplazione e alla liturgia, senza alcuna attività rivolta al mondo. Tuttavia esiste anche un altro pericolo all’estremo opposto, ed è quello della secolarizzazione. Entrambi i poli sono ugualmente pericolosi.

Nihilismo e secolarizzazione

Nelle posizioni nichiliste dei portabandiera della rivoluzione, di qualsiasi orientamento, vengono forse messe in discussione le relazioni tra la cultura moderna e quella tradizionale. Cosa potrebbe dire ai nostri lettori a proposito di tutta questa tematica?

– Ritengo che l’antica cultura occidentale sia sempre stata e sia tuttora in un processo di continua trasformazione, attraverso il quale si reinterpreta in ogni momento, il che — come è noto — implica la risoluzione continua di tensioni o conflitti polari. Qualcos’altro, qualcosa di diverso, accade ad esempio in India, dove la cultura tradizionale e quella moderna sono separate. Ma in Occidente non esiste questa dualità, che, come ho detto, si riscontra invece, da un lato, nella cultura religiosa del popolo indù e, dall’altro, nella moderna Università di Calcutta. In questo schema proprio dell’India, l’apertura alla cultura moderna implica l’abbandono della tradizione, poiché lì non si compie quello sforzo di continua interpretazione, di nuova interpretazione. Ciò distingue nettamente l’Oriente dall’Occidente, dalla cultura occidentale, basata, del resto, sulla Bibbia, sulla Parola di Dio che plasma l’uomo. Qui, in Occidente, la cultura tradizionale non viene declamata ripetendone ogni volta il contenuto parola per parola, ma si fonde, sotto forma di frase concettuale, con l’interpretazione dei teologi, che la contrappongono, ad esempio, all’evoluzionismo e alla paleontologia, ecc.

Da questo modo occidentale di intendere la storia emergono sempre nuovi apparenti conflitti; ma, proprio perché è pronta ad affrontarli, è questa la forza che salva la cultura occidentale. Credo che se un giorno questa differenza tra la cultura orientale e quella occidentale venisse meno, ci troveremmo di fronte alla fine della cultura occidentale.

E per questo motivo, direi anche che oggi persino le stesse ribellioni studentesche costituiscono una componente della cultura occidentale, sebbene non si possa ridurre al mondo degli studenti la possibilità che sorgano i conflitti a cui ho fatto riferimento, i quali derivano da dinamiche sociali più ampie e complesse.

In ogni caso, se un giorno in Occidente esistesse solo una cultura profana —cioè slegata da qualsiasi fondamento religioso—, essa non farebbe più parte dello spirito occidentale.

In concreto, cosa ne pensa di quella presunta «secolarizzazione» della vita cristiana che alcuni sostengono?

– Direi che nella teologia cattolica, e di conseguenza all’interno della Chiesa, esiste un gruppo o una corrente che sostiene tale secolarizzazione, ma poiché questa non è la mia opinione, non posso aderirvi.

In un libro, tradotto nel suo paese, avvertiva che occorre superare un ostacolo che dà molto da fare proprio all’uomo del nostro tempo. Non si tratta di qualcosa di cui «sia responsabile» l’uomo dei nostri giorni; cioè, di una difficoltà provocata con presunzione da lui stesso. Si tratta, piuttosto, di qualcosa che è inevitabilmente legato al cambiamento dell’immagine del mondo naturale e delle sue dimensioni; un cambiamento che significa semplicemente che la nostra conoscenza della realtà creata è stata notevolmente corretta e arricchita rispetto alle rappresentazioni antiche e medievali. Vox facta est de caelo —Si è udita una voce dal cielo—: per Dante e i suoi contemporanei questo era qualcosa di intuitivamente immaginabile, in un atto che poteva essere compiuto senza discussioni.

Tale indiscutibilità non è più concessa ai contemporanei di Einstein, ora che persino la realtà materiale del mondo è diventata sempre meno intuitiva. «Non possiamo percepire la presenza di Dio nel nostro mondo con la stessa ingenuità delle epoche precedenti», affermava Rahner. D’altra parte, bisogna ammettere, che ci piaccia o no, che la teologia contemporanea ha fornito pochi strumenti concettuali per superare questa difficoltà, emersa legittimamente. Ma non ritengo legittima la desacralizzazione della vita.

La via di mezzo tra i due poli pericolosi dello spiritualismo estremo e della secolarizzazione è forse quella che riconosce la legittima autonomia relativa del temporale?

–Senza dubbio, tale autonomia relativa si inserisce nella grande tradizione rappresentata da San Tommaso. Ma una cosa è questa autonomia relativa e un’altra è quella che persegue la cosiddetta secolarizzazione, che consiste nel recidere la tensione polare, confondendola con una separazione tra il cristiano e l’umano, cosa impossibile.

Intellettuali cattolici?

Ciò che emerge dalle sue risposte a queste domande ci porta al tema del laico. Che cos’è, o chi è, per lei il laico?

–Il laico è il cristiano battezzato, che non è separato dalla Chiesa, ma si trova in quella sana tensione polare. Non è facile trovare una formula per descrivere tale situazione, ma non si può nemmeno parlare di separazione. Se il laico, che è cristiano, si allinea alla secolarizzazione, cessa per questo fatto di essere cristiano. D’altra parte, però, deve confrontarsi con quella relativa autonomia responsabile, e questa tensione non avrà mai fine.

Anni fa ho scritto che ciò che caratterizza il cristiano è la fede cristiana e la vita cristiana. Entrambe, fede e vita, sono legate tra loro come il sapere e l’agire. La fede cristiana è il presupposto della vita cristiana, e la vita cristiana è il frutto e la piena realizzazione della fede. La vita cristiana non può esistere senza la fede cristiana, e la fede cristiana senza la vita cristiana è sterile. Certamente, al giorno d’oggi sembra che la vita cristiana possa esistere senza la fede cristiana; sembra che si possa avere un orientamento cristiano della vita senza una fede viva in Cristo.

Ma, in realtà, i cristiani che vivono questa vita cristiana solo in modo esteriore non fanno altro che godere e consumare l’eredità che i loro antenati hanno loro lasciato: la fede viva sulla quale essi hanno fondato le loro vite e modellato gli usi e i costumi della società. Ma questa eredità rischia di essere completamente annullata se non viene rinnovata da una fede nuovamente vivificata. Per questo, essere cristiani in questo tempo e nel nostro popolo implica rivivere la vita cristiana partendo dalle sue fondamenta, sotto la guida e lo slancio di una fede viva e personale. Il cristiano «vive di fede».

Cosa ne pensa di una figura che ricorre nel contesto di questa intervista, quella dell’intellettuale cattolico?

– A proposito dell’attività intellettuale, ho scritto: «Se si dice che qualcuno è cristiano nel suo modo di filosofare, ciò non può significare semplicemente che la sua visione del mondo coincida con il cristianesimo inteso come dottrina. Il cristianesimo, infatti, è essenzialmente realtà, non mera dottrina!

Il problema di una filosofia cristiana non consiste solo nel fatto che si debbano collegare, e in che modo, la conoscenza naturale del mondo e la fede soprannaturale, ma nel fatto che il fare filosofia si trasformi in un fare filosofia cristiano attraverso il radicamento di chi filosofa nella realtà cristiana e nel sapere in che modo si realizza tale trasformazione.

È quindi un arricchimento, in termini di conoscenza del mondo, quello che riceve la filosofia cristiana, proprio perché è legata al precedente contrappunto della verità di Cristo. A condizione, ovviamente, che non solo il suo carattere cristiano sia forte e vero, ma anche quello filosofico (bisogna ripeterlo costantemente, tanto è poco evidente!).

Un famoso libro sulla storia della filosofia medievale, quello di Maurice de Wulf, si conclude con queste parole: «La scolastica è decaduta non per mancanza di idee, ma di menti».

Credo che esistano innanzitutto degli intellettuali, e tra questi ce ne sono alcuni che sono cattolici. A parte questo, la mia opinione è decisamente contraria a quel concetto di «intellettuale cattolico». Penso che l’intellettuale sia un uomo che partecipa alla vita politica e giornalistica di una società, mentre un cattolico è un uomo che riflette in modo globale su ogni cosa. In realtà, il termine «intellettuale cattolico» è stato coniato dalla politica e per una specifica orientazione politica, quella di un partito politico.

Rivolta studentesca

In qualità di docente e intellettuale, potrà sicuramente esprimere un parere sulla rivolta studentesca, alla quale ha accennato di sfuggita rispondendo a una domanda precedente. Quale ritiene che sia la causa? È dovuta a ragioni propriamente umanistiche?

–In realtà, si potrebbe discutere a lungo di quel movimento studentesco, poiché è difficile analizzarne le cause. Tuttavia, ritengo che la sua origine ultima, qui in Germania, risieda nel fatto che l’università tedesca non è più veramente un’università, bensì un insieme di istituti tecnici, con l’unico e semplice scopo di formare professionisti. In ogni caso, questo fatto costituisce almeno una delle cause che hanno dato origine al movimento.

Ciò che io intendo per Università comprende necessariamente un aspetto teologico e filosofico, che opera all’interno di una società. È così che si è costituita l’Università nel Medioevo. All’Università, alle sue origini, la discussione delle questioni controverse era una realtà. In questo ambito, quello della controversia intellettuale, è implicita l’universalità che ha costituito l’Università stessa, dandogli origine. Grazie a tale contributo, gli studenti di allora potevano orientarsi in modo universale, ovvero senza perdere di vista la prospettiva universitaria. Oggi, quando all’interno dell’Università non esiste più quella possibilità di discussione e di controversia sui temi universali, il conseguente danno non riguarda solo lo studente, ma anche lo stesso docente.

A proposito, di recente è stata inaugurata una delle università più giovani della Germania, quella di Bochum. E ha voluto farlo rispondendo a ciò che ho definito l«»offenheit für das Ganze«, il senso —di apertura— verso il tutto. In tale università, questo senso universale, al di là dell’aspetto tecnico, è addirittura concretizzato come elemento accademico. A proposito di quell’esperienza, ho scritto: »Il dibattito accademico che si estende tra le facoltà e le discipline è integrato nell’organizzazione dell’università. Esistono tuttavia molte difficoltà; ad esempio, quella della lingua comune che non è più condivisa tra le facoltà; e anche il fatto che i professori temono di esprimere le loro opinioni più personali, in quanto non possono essere scientifiche in senso stretto».

L’Università dovrebbe essere aperta a tutto. Deve infatti essere un’istituzione al servizio del libero pensiero, uno spazio libero all’interno della società, un rifugio della libertà intellettuale. In altre parole, in quel luogo che è o dovrebbe essere l’Università, gli atteggiamenti diretti e le prese di posizione concrete devono rimanere in sospeso, in secondo piano. Ed è proprio in questo senso che la libertà accademica affonda le sue radici. Tale libertà non esiste più nelle università tedesche, e ancor meno in quelle americane.

Pertanto, la causa ultima della rivolta studentesca potrebbe risiedere nella volontà di difendere l’Università come roccaforte istituzionale del libero pensiero?

–A mio avviso, gli studenti non si ribellano solo per questo motivo. Insisto sul fatto che la loro ribellione sia dettata da una motivazione molto complessa. Una delle cause risiede nella reazione nei confronti di quelli che gli studenti qui chiamano «gli specialisti idioti»; ovvero, nei confronti dei docenti che si limitano a coltivare e proporre la propria specializzazione tecnica. Questo l’avevo già detto, perché era quello che pensavo.

Ho sottolineato che l’Università non può separarsi dall’idea filosofica generale che ne costituisce l’essenza. D'altra parte, tuttavia, quando gli studenti, che sono un'incarnazione del mondo del lavoro nel suo complesso, si dedicano a quella che definiscono la «politicizzazione» dell’Università, compromettono proprio quello spazio intellettuale libero che costituisce l’essenza stessa dell’esperienza universitaria.

È quindi negativo che gli studenti si interessino alla politica?

–A mio avviso, gli studenti non dovrebbero dedicarsi alla politica, né a livello teorico né pratico. Un’altra cosa è che parlino di politica all’università, ma solo a livello teorico.

In sintesi, gli studenti non devono rifiutare questo dibattito teorico, come fanno invece i gruppi studenteschi che vogliono introdurre una politica di parte all’interno dell’Università. Una cosa è discutere all’interno dell’Università delle argomentazioni avanzate dai partiti, un’altra è trasformare l’Università in una arena politica e di parte.

L'autoreJerónimo Martel