Evangelizzazione

Manu, il ragazzo che ha chiesto al Papa: «Dio mi mette sempre sul gradino più alto»

Un mese dopo la visita del Papa in Spagna, abbiamo parlato con Manu, un giovane che ha avuto l’opportunità di porre una domanda al Papa, facendosi portavoce di tutti i giovani spagnoli. Ci racconta la sua testimonianza e come questa esperienza continui ad aiutarlo nel suo cammino di fede.

Teresa Aguado Peña-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Oggi ci sono molti giovani assetati di Dio, altri a cui piacerebbe credere e altri ancora che non vogliono parlare di Dio, ma spesso non sappiamo come aiutarli. Come possiamo noi, che siamo anch’io alla ricerca, accompagnarli nel loro percorso alla scoperta della bellezza della fede?”. Questa è stata la domanda che Manu, un giovane di 25 anni, ha posto al Papa durante la veglia dei giovani lo scorso 6 giugno.

Il Papa gli rispose forte e chiaro: “¡»Non siamo soli!”. Quella sera, Leone XIV ha ricordato a Manu e a tutti i giovani che abbiamo Dio e una grande comunità al nostro fianco. Ha inoltre sottolineato che è attraverso la nostra esperienza e la nostra testimonianza che dobbiamo insegnare la bellezza della fede a coloro che non conoscono il Signore.

Al di là delle teorie o dei moralismi, il Papa ha sottolineato ai giovani l’importanza della testimonianza. Le sue parole sono rimaste impresse nella mente di Manu, che in un’intervista con Omnes ci racconta proprio la sua esperienza.

Giovani irrequieti

Manu ha potuto vedere con i propri occhi e testimoniare quel “non siamo soli” del Papa. Racconta che, come molti altri, è rimasto colpito dalle 600.000 persone che durante la veglia si sono inginocchiate e hanno osservato un minuto di silenzio davanti all“”unico re».

Infatti, durante la veglia è emerso chiaramente che i giovani si mobilitano alla ricerca di risposte: «Vedo moltissime inquietudini, sia tra i giovani cattolici che tra coloro che non credono. Tutti ci interroghiamo sul nostro futuro, sulla nostra vocazione, sul senso della vita. Ed è proprio per questo che molte persone finiscono per avvicinarsi alla Chiesa.»

Per lui, il cristianesimo offre una risposta diversa alla logica dominante: «Viviamo in una società in cui sembra che tutto ruoti attorno al lavoro o al successo. La Chiesa ti ricorda che la tua vocazione è molto più profonda. Nel mio caso, ad esempio, la mia vocazione non è la mia professione, ma mettere su famiglia. Il lavoro è un mezzo, non il fine.»

Come spiegare le «rinunce» che comporta l’essere cristiano?

Durante la conversazione emerge una questione ricorrente: come spiegare a chi è lontano dalla fede aspetti quali la castità o le esigenze del Vangelo.

La sua risposta sorprende per la sua semplicità. «Spesso cerchiamo di convincere con la ragione. Spieghiamo perché facciamo certi sacrifici e la gente capisce persino la nostra logica, ma non se la beve».

Ma per Manu deve essere il contrario: «Prima bisogna sperimentare l’amore di Dio. Solo dopo tutto il resto acquista senso. Se si parte dalle regole, sembra che il cristianesimo sia solo un insieme di divieti. Ma quando si scopre l’amore di Dio, quelle stesse cose smettono di essere vissute come sacrifici e diventano una conseguenza naturale».

Poter fare domande al Papa

Manu racconta come l'esperienza di trovarsi al cospetto del Papa abbia rappresentato per lui un chiaro segno dell'amore di Dio: «Quando mi hanno detto che avrei fatto la domanda, stavo attraversando un periodo piuttosto difficile. Avevo pochissima autostima e pensavo di non meritare di essere lì».

«Per me è stata una dimostrazione del fatto che, anche se mi abbasso fino a terra perché sono un peccatore e penso di fare le cose molto male, il Signore mi mostra quanto mi ama. Anche se credo di trovarmi nel momento peggiore della mia vita, Lui mi pone sempre sul gradino più alto perché è così che mi vede.

Questo è ciò che mi rimane: cercare di guardarmi con gli occhi di Dio e guardare anche gli altri in questo modo, sia gli amici che coloro che ci costa amare, perché se Lui ci pone sempre al primo posto anche nei nostri momenti peggiori, anche noi dovremmo cercare di mettere gli altri allo stesso posto».

Una semplice conversione

Sebbene sia sempre stato cattolico, Manu ammette che per molti anni la sua fede è stata semplicemente un retaggio: «Sono sempre andato a messa perché i miei genitori mi hanno educato così, ma in realtà non conoscevo Dio personalmente».

Il suo modo di vivere la fede è cambiato quando ha iniziato a impegnarsi nella sua parrocchia (Nostra Signora del Buon Esito) nel 2022: «Non è stata una conversione spettacolare, ma sì una maturazione molto profonda. Ho smesso di vivere la fede per abitudine per scoprire che Dio voleva far parte della mia vita».

Da allora coordina gruppi di giovani, partecipa alla formazione diocesana e dal prossimo anno inizierà anche a tenere corsi di catechismo.

Lo slancio della veglia permane

A distanza di alcune settimane dalla visita papale, ammette che l’entusiasmo iniziale non è svanito: «È un momento a cui torno continuamente con la mente. Quando sento che sto per crollare, ripenso alla veglia, ripenso a tutto ciò che ho vissuto e ritrovo le forze».

Spera inoltre di aver suscitato delle domande in coloro che hanno osservato da lontano la folla di giovani riuniti attorno al Papa: «Credo che molte persone si chiederanno cosa spinga tanti giovani. Cosa spinga centinaia di migliaia di persone a voler essere lì, a vivere tutto questo con tanta gioia, tanto silenzio e tanta pace. Spero che questa domanda sia un punto di partenza».

Perché, come ha imparato in quei giorni, l’evangelizzazione non inizia con grandi discorsi, ma con la testimonianza di una vita trasformata dall’amore di Dio.

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Cultura

«Sogni di treni». La ricerca di un senso

La giornalista e filosofa Rocío Montuenga ha scelto questo film come uno dei più importanti dell’anno scorso. È un film meraviglioso, dal ritmo lento, ricco di dettagli, che invita a riflettere sul senso della vita e, in particolare, sulla sofferenza.

Rocío Montuenga / Jaime Nubiola-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Sebbene fosse stato candidato a quattro Oscar, l’acclamato film Sogni di treni Il film di Netflix non ha vinto alcun premio alla cerimonia di premiazione dello scorso 15 marzo. Tuttavia, ho chiesto alla professoressa Rocío Montuenga di condividere con noi le sue riflessioni su questo magnifico film. Ecco cosa scrive:

“Durante gli anni dell’università, nelle lezioni di Filosofia del linguaggio tenute da Jaime Nubiola, ho acquisito un’intuizione che il tempo non ha fatto altro che confermare: esistono realtà che vanno oltre ciò che è verificabile. Se dovessimo dividere il mondo tra ciò che può essere verificato e ciò che sfugge all’esperienza sensoriale, da una parte ci sarebbero la scienza, il tangibile e tutto ciò che può essere spiegato; dall’altra, l’universo dell’ineffabile. Quell’ambito di cui, come scrisse Ludwig Wittgenstein nel suo Trattato logico-filosofico, ‘Di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere’.

Eppure è proprio lì che risiedono alcune delle domande più decisive dell’esistenza. L’amore, la sofferenza, la bellezza, Dio, la speranza o il senso della vita difficilmente possono essere ridotti a formule o verifiche empiriche. Sono realtà che ci superano e, proprio per questo, ci costituiscono.

Domande come ‘Che senso ha la mia vita?’, ‘Esiste uno scopo in grado di dare un senso alle mie decisioni, alle mie perdite e ai miei desideri?’ o ‘Perché sono qui?’ affiorano inevitabilmente. Prima o poi, l’essere umano si trova a confrontarsi con esse, non perché si aspetti risposte definitive, ma perché vivere significa imparare a convivere con il mistero.

La fragilità della vita

Queste questioni pulsano silenziosamente nel protagonista di Sogni di treni (Sogni di treni, 2025), un uomo la cui esistenza sembra segnata dalla perdita e dalla ricerca di una coesione che dia unità alla sua storia. 

Il film, diretto da Clint Bentley e tratto dal romanzo di Denis Johnson, si muove tra il occidentale e il dramma rurale, con il ritmo lento del slow cinema. Più che un racconto di genere, è una riflessione sul mistero dell’insensatezza e sull’incessante — e radicalmente umana — ricerca di senso.

Fin dalle prime battute, Sogni di treni pone lo spettatore accanto alla voce in spento di un narratore che accompagna la storia di Robert Grainier, un operaio del West americano che, all’inizio del XX secolo, partecipa alla costruzione della ferrovia. Orfano fin da bambino, impara troppo presto che la vita può spezzarsi senza preavviso.

Sulla ferrovia, la morte ingiusta di un compagno immigrato — sfruttato e disprezzato perché non apparteneva al mondo degli uomini bianchi americani — lascia in lui un segno silenzioso difficile da cancellare. 

Il dolore si insinua allora come un interrogativo, anche sotto forma di sogni ricorrenti in cui viene assalito dalla presenza del suo amico. Da allora, Robert sembra convivere con una domanda ricorrente: perché la vita ferisce in modi così difficili da comprendere?.

Tuttavia, il film mostra anche che il senso della vita raramente si presenta come un’idea astratta o come qualcosa che organizza linearmente la biografia; piuttosto irrompe incarnato in persone concrete, negli sguardi e nei gesti. Nel caso di Robert, quel primo punto di riferimento arriva attraverso Gladys, la cui compagnia gli restituisce una forma di riconciliazione con la vita. 

L'amore, la prospettiva di una casa e l'arrivo di sua figlia portano con sé un'inaspettata sensazione di pienezza nel mezzo di un'esistenza difficile. La felicità non sta tanto nel dove, nel quando o nel come, quanto piuttosto nel con chi. 

Senso e perdita

A questo punto è inevitabile pensare alla riflessione fondamentale di Viktor Frankl in La ricerca di senso dell'uomo. Frankl sostiene che l’essere umano trovi un senso in tre modi: attraverso un’opera o un compito, attraverso l’amore e la bellezza — il ‘dono ricevuto’ — e, infine, nella sofferenza accettata. 

Il percorso di Robert sembra attraversare, quasi inconsapevolmente, questi tre percorsi: il lavoro nella costruzione della ferrovia e come boscaiolo, l’amore di Gladys e di sua figlia, e più avanti l’esperienza devastante della perdita. Lì dove sembra aprirsi un abisso di assurdità, la trama suggerisce, con una delicatezza che ricorda il cinema di Terrence Malick, che anche il dolore possa trasformarsi lentamente in un luogo sacro e ricco di significato.

Per raccontare questo percorso di un cuore spezzato — segnato dal lutto, dalla fragilità e dalla fugacità della vita — Bentley ricorre alla natura come specchio e continuità. La vita di Robert si intreccia con immagini di legno, asce, tronchi che cadono e foreste aperte dall’intervento umano. Ma anche con fiumi che scorrono, uccelli che sorvolano il paesaggio, fiori che sbocciano all’aperto, falò notturni e tramonti che tingono di calma le montagne dell’America profonda. 

La natura qui non è un semplice sfondo, ma una presenza viva che suggerisce trasformazione, ciclo e permanenza nel mutamento.

Il pianto di Robert Grainier di fronte al vuoto lasciato dalle sue perdite non lo chiude in se stesso, ma lo apre, paradossalmente, a una comprensione più profonda della vita nella sua incertezza. Anche nel mezzo della sofferenza, la sua esistenza non si riduce a ciò che ha perso, ma rimane permeata da ciò che ha ricevuto e da ciò che ha potuto offrire: il suo lavoro, la sua presenza, la sua amicizia, il suo amore silenzioso e la sua capacità di sostenere la vita degli altri con gesti discreti.

Imparare a ricevere

Forse qui si intravede un’intuizione decisiva: che non tutto il senso va costruito, ma va anche accolto. La vita non si esaurisce in ciò che facciamo o otteniamo, ma anche in ciò che riceviamo e nel modo in cui lo riceviamo. Ed è proprio in questa accoglienza — di ciò che è luminoso e di ciò che è ferito — che si apre una forma più profonda di senso.

In questo senso, spesso l’essere umano non riesce a trovare un senso alla propria vita perché la riduce a ciò che fa, a ciò che possiede o a ciò che produce. Tuttavia, l’esistenza sembra andare oltre questi limiti: non si spiega solo attraverso l’azione, ma anche attraverso la ricezione.

Gli alberi che compaiono in Sogni di treni qui fungono da metafora particolarmente eloquente. Il tronco abbattuto e quello ancora in piedi convivono nello stesso paesaggio, ricordandoci che la vita integra contemporaneamente ciò che nasce, ciò che cade e ciò che rimane. In questa convivenza di opposti si intravede una comprensione più profonda dell’esistenza: non come dominio, ma come accettazione del suo ritmo proprio.

Da questo punto di vista, la vita non si giustifica solo per ciò che ci accade o per ciò che realizziamo, ma anche per ciò che riceviamo e per ciò che siamo in grado di restituire senza calcoli, partendo dal nostro essere nel presente. In questo scambio gratuito si apre una forma più profonda di significato. E forse è proprio lì, in una serena gratitudine per ciò che è stato vissuto, che l’essere umano trova la forza per continuare ad abitare il mistero dell’esistenza”.

L'autoreRocío Montuenga / Jaime Nubiola

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Cultura

Saydnaya e Maaloula: dove ancora si parla la lingua di Gesù

Due luoghi emblematici del cristianesimo orientale, Saydnaya e Maaloula, conservano ancora oggi tradizioni millenarie, tra cui una variante dell’aramaico, la lingua associata a Gesù.

Gerardo Ferrara-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Ho già scritto in queste pagine riguardo alla Siria che era: un paese crocevia di civiltà e imperi, lingue, religioni e alfabeti, un mondo perduto di popoli e comunità che una guerra terribile e prolungata ha distrutto e di cui non si sa se potrà riprendersi. 

Oggi voglio continuare a parlarne, con nostalgia e desiderio di tornarvi, per condividere un viaggio che, nell’agosto 2008, mi portò a visitare due luoghi che custodiscono il cuore più antico del cristianesimo d’Oriente: il monastero di Saydnaya e il villaggio di Maaloula, dove si parla ancora una forma di aramaico, lingua di Gesù.

Il deserto e la frontiera

Immaginate di trovarvi in Libano. Tre stupende settimane a girare per il Paese in lungo e in largo, tra montagne, mare, monasteri antichi e moderni, città meravigliose, cibo incredibile e un popolo accogliente come raramente capita d’incontrare. 

Ma mancava qualcosa: il deserto! Da sempre sognavo di vederlo, di posarci i piedi su quella distesa color ocra che avevo visto solo in fotografia. E così convinsi gli amici a contattare un’agenzia per un’escursione oltre frontiera: Saydnaya, Maaloula e, infine, Damasco. Era l’inizio di agosto. Faceva caldo, sì, ma nulla che si potesse paragonare alle ondate di calore che soffriamo in questi ultimi tempi. E, al mattino presto, siamo saliti su un minivan, io e due amici cristiani libanesi, con un autista druso, libanese anche lui, che ci avrebbe fatto anche da guida.

Ricordo ancora la nonchalance mediorientale con cui il nostro autista guidava per le strade che si arrampicano sulla catena del Libano, costeggiando i carri armati abbandonati ai bordi della carreggiata: vestigia silenziose della lunga occupazione siriana, terminata nel 2005 dopo trent’anni di presenza militare.

Scendendo verso valle, ormai in vista dell’Antilibano e della vicina frontiera, la strada si faceva più dritta e, al confine, io, italiano, passai con facilità: una stretta di mano cordiale, qualche dollaro per il visto e tanti saluti, mentre libanesi e siriani attendevano in fila sotto il sole. Un paradosso, per molti versi inaccettabile, lo stesso che si incontra tra Israele e Cisgiordania.

E poi, superata la frontiera, la prima, folgorante visione. I miei amici libanesi, abituati alle montagne verdeggianti, alle terrazze coltivate, ai cedri, non si capacitavano di come potessi restare così rapito dal deserto. Eppure, era così: quella distesa immensa, dal colore ocra bruciato dalla luce abbacinante del sole d’agosto, l’orizzonte piatto che si stendeva infinito davanti al minivan, mi conquistarono subito. Vi è qualcosa di mistico nei deserti di quella parte del mondo: non per nulla le tre religioni abramitiche sono nate lì. Evidentemente, laggiù l’uomo ha maggiore propensione all’ascolto di Dio.

Saydnaya: la Madonna sulla roccia

La prima tappa fu Saydnaya (dall’aramaico Saidnāyā: “nostra Signora”), monastero greco-ortodosso fondato, secondo la tradizione, dall’imperatore Giustiniano nel VI secolo, su una roccia a circa 30 km a nord di Damasco, che custodisce una delle icone mariane più antiche e venerate dell’intera cristianità orientale.

L’arrivo al monastero fu un’ascesa verso il cielo: la salita ripida, il sole di agosto che picchiava forte sulla struttura che si ergeva sulla roccia, quasi tutt’una con essa. Le mura esterne, spesse, in pietra chiara, proteggevano discrete ciò che era custodito all’interno: né il cortile fiorito, né i sentieri silenziosi che collegavano i vari ambienti del monastero, un piccolo mondo a sé stante.

Dentro la chiesa principale, l’iconostasi dorata si alzava come una muraglia a guardia del sancta sanctorumi e i candelabri con la loro luce tremolante sulle icone antichissime, creavano un’atmosfera rarefatta. Eravamo in pochissimi e il silenzio, con la frescura e il riparo offerti dalla chiesa, faceva venir voglia di star lì per sempre.

Al centro, in un reliquiario, l’icona della Madonna di Saydnaya, dipinta, secondo la tradizione, dall’evangelista Luca e portata qui da Bisanzio. 

I miei amici libanesi richiamarono la mia attenzione su un gruppetto di musulmani che mostravano grande rispetto e venerazione per quel luogo sacro anche per loro.

Una volta fuori, contemplai la vallata che si apriva ai piedi del monastero, la distesa color ocra che abbracciava l’orizzonte mentre i raggi del sole si riflettevano impietosi sulle mura bianche del convento. 

A pensarci ora, mi commuovo sapendo che quel Paese così bello avrebbe subito una tragedia immane solo un paio d’anni dopo.

Maaloula: la lingua di Gesù

Maaloula mi ha segnato ancora di più di Saydnaya, se possibile.

Continuavo a guardare estasiato il paesaggio dal finestrino, mentre uno degli amici libanesi soffriva da morire il mal d’auto (ma non m’importava più di tanto!): ma come non essere rapiti dalla bellezza di quel deserto piatto che, improvvisamente, diveniva frastagliato e poi roccioso, aprendosi in una gola sovrastata da Maaloula?

Così mi apparve il villaggio aggrappato alla roccia, uno dei pochi posti al mondo dove si parla ancora l’aramaico occidentale: la lingua parlata da Gesù. 

Va precisato che esistono diverse varianti moderne dell’aramaico antico, che si è evoluto, come il latino, originando lingue come il siriaco, l’aramaico giudaico palestinese (parlato all’epoca di Gesù) o i dialetti caldei (in Iraq).

A Maaloula questa lingua risuona ancora per strada, nelle preghiere delle chiese, nelle voci dei bambini.

Per prima cosa visitammo il monastero dei Santi Sergio e Bacco (Mār Sarkīs wa-Bakhūs), uno dei luoghi di culto cristiano più antichi del mondo (IV secolo), costruito su un tempio pagano precedente. La fontana nel cortile, le porte in legno scuro, il silenzio del chiostro: ogni cosa trasmetteva la sensazione di trovarsi fuori dal tempo.

Nella chiesa greco-cattolica, la guida, una ragazza del posto, ci riunì attorno all’altare di forma quadrata (di epoca precristiana) per recitare per noi il Padre nostro in aramaico. L’emozione provata allora si unisce al dolore di aver visto, nei reportage in TV, quello stesso altare poi spaccato a martellate da integralisti islamici durante la guerra civile. Duemila anni di convivenza tra pagani e cristiani e poi tra musulmani e cristiani spazzati via a colpi di martello!

Usciti dalla chiesa, ci inoltrammo tra le gole e le rocce che portano al santuario di Santa Tecla, una delle prime martiri cristiane, discepola dell’apostolo Paolo. La tradizione vuole che, essendo Tecla inseguita dai suoi persecutori, la roccia si sia aperta miracolosamente per darle riparo. La fenditura non molto diversa da quella che si percorre per giungere a Petra, in Giordania, e in certi punti, dove diventa più angusta, si è letteralmente stretti tra l’ocra della pietra e su, su in alto, l’azzurro intenso del cielo terso.  

Quel che rimane

Certamente quel viaggio, conclusosi poi a Damasco, presso la casa di Anania, è impresso in modo indelebile nella mia memoria e nel mio cuore. Sulla strada di ritorno verso Beirut, sul far della sera, ci lasciammo alle spalle l’immensa periferia della capitale siriana, con i giganteschi manifesti di Bashar al-Asad che ancora troneggiavano ovunque, e il deserto che cangiava i suoi colori verso l’arancio e il marrone.

Forse non rivedrò mai più quei luoghi come li ho lasciati. 

Nel settembre del 2013, infatti, Maaloula fu uno dei primi villaggi cristiani di Siria ad essere occupato dai ribelli di Jabhat al-Nusra (legati ad al-Qaeda), il cui fondatore e leader era l’attuale presidente siriano tanto caro a Trump, Ahmed al-Sharaa Al-Jawlani!

Gli scontri provocarono danni ingenti al patrimonio storico e artistico: il monastero dei Santi Sergio e Bacco saccheggiato, alcune delle sue antichissime icone trafugate o distrutte. Fu il convento di Santa Tecla, tuttavia, a diventare il simbolo più doloroso di quella stagione: le dodici suore che vi abitavano furono rapite dai miliziani e tenute in ostaggio per quasi tre mesi, tra il dicembre 2013 e il marzo 2014, poi liberate dopo una lunga e complessa trattativa con la mediazione del Qatar.

Anche Saydnaya fu travolta dalla guerra. Nel famigerato carcere nei pressi del monastero, difatti, il regime di Asad rinchiuse, secondo i rapporti di Amnesty International, migliaia di persone. Moltissime furono torturate e uccise, tante non hanno fatto più ritorno, svanendo tra le piaghe e le cicatrici di un conflitto che ha distrutto un Paese.

La speranza è che, come avvenuto in tante epoche della storia, la Siria, e quei luoghi di incantevole bellezza e incommensurabile valore culturale, ad essere un faro di civiltà, tolleranza e buon vivere.

L'autore, Gerardo Ferrara, nel monastero di Nostra Signora di Saydnaya
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Cinema

“Cose che non dimenticherò mai”, uno sguardo intenso sull’Alzheimer

Edoardo Leo, protagonista e produttore del film “Cose che non dimenticherò”, spiega come la realtà dell’Alzheimer venga affrontata con senso dell’umorismo e senza drammatismi.

José María Navalpotro-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Paolo ha 40 anni e gli viene diagnosticato l’Alzheimer precoce. Comincia a perdere la memoria e decide di vivere il momento e godersi la compagnia di sua moglie Michela e di suo figlio Mattia, di 11 anni. Questa è la storia che racconta in “Cose che non dimenticherò mai”, appena uscito nelle sale in Spagna.

La storia si basa sulla vita reale dello stesso Paolo Piccoli e di suo figlio Mattia, che sono stati premiati dal presidente di Italia. Edoardo Leo, protagonista del film e produttore, è stato in Spagna e spiega cosa lo abbia spinto a dedicarsi a questo dramma profondamente umano che parla di famiglia, di malattia e del senso della vita.

In 115 minuti, il film ci trasporta con umanità e umorismo nel mondo di Paolo, che sta iniziando a svanire a causa dell’Alzheimer. E decide di vivere momenti degni di essere considerati “cose da non dimenticare”, che lo aiutano a godersi di più la sua vita sempre più offuscata. Non è un film strappalacrime, nonostante la gravità del tema. Il regista e sceneggiatore è Alessandro Aronadio, che lavora con un cast di attori sensazionale, in particolare Edoardo (Paolo nel film) e il giovane Javier Francesco (suo figlio). È prodotto da Bosco Films, e il sito web dove è possibile verificare in quali cinema è in programmazione è cosasquenoolvidare.com.

Da dove è nata l'idea di realizzare il film?

– È una cosa che capita nella vita, purtroppo. Perché il presidente Mattarella, presidente della Repubblica, ha consegnato un premio a questo bambino (Mattia) per il modo in cui si è preso cura di suo padre.

Abbiamo scoperto questa storia grazie a questa notizia sulla consegna del premio. Poi abbiamo scoperto che la moglie di Paolo aveva scritto un libro in cui raccontava la storia di Paolo. A quel punto abbiamo acquistato i diritti e abbiamo deciso di scrivere la sceneggiatura. Questa storia ci ha profondamente commosso. Perché abbiamo visto l’emozione di questo ragazzo, di questo ragazzino, premiato dal presidente della Repubblica: una cosa incredibile. 

Era davvero necessario un film del genere? L’Alzheimer non è un tema che viene spesso affrontato al cinema.

– Per me, alla mia età, girare un’altra commedia e basta, solo per il gusto di farlo, non aveva senso. Così, insieme ad Alessandro (il regista e sceneggiatore), abbiamo accettato questa sfida: far sorridere le persone e commuoverle con un tema così drammatico. Forse ci stavamo sbagliando, ma dovevamo farlo nel rispetto del dolore della famiglia. Era una grande responsabilità. Ma per me questo è il compito fondamentale della commedia. 

Qual è stata la cosa più difficile nell'affrontare questo ruolo?

– La cosa più difficile è trasmettere quella sensazione. Quello che sto per dire può sembrare paradossale, ma è più facile interpretare la malattia. La difficoltà sta nel dare corpo a qualcosa che solo l’Alzheimer provoca. Sapere di essere malati, ma non averne la consapevolezza, né la percezione.

Quella fase è la più difficile da interpretare. È qualcosa che ha a che fare con la coscienza, la memoria. È molto complicato. Così come è complicato rendere le sfumature, il grigio rende più difficile raccontare una storia. 

Com'è stato il rapporto con la famiglia reale? 

– Non ho voluto incontrarli prima. Né vedere Paolo prima, perché stava troppo male.

Prima della proiezione del film, ho conosciuto Michela e Mattia. E ho detto loro: «Non cercate vostro padre nel film. Il cinema deve ingannare o tradire le storie affinché diventino cinematografiche». Non cercate la biografia di vostro padre, ma l’essenza della storia di vostro padre. Perché avrebbe potuto essere una delusione. E la cosa più bella è stato l’abbraccio alla fine della proiezione. Mi hanno detto che in quell’abbraccio avevo lo stesso sorriso di Paolo.

Lo scopo del film era quello di toccare il cuore del pubblico? O di sensibilizzare sul tema dell’Alzheimer?

– Sì, perché i film non insegnano nulla, non c’è nulla che il cinema possa insegnare. Non credo nel cinema che trasmette messaggi, non credo nel cinema didattico, perché altrimenti diventa moralista.

Il cinema, invece, si basa su se stesso, racconta storie. E se quella storia tocca il cuore delle persone, le motiva. Insegna qualcosa di diverso a ciascuno, non c’è un unico messaggio.

Forse il messaggio che trasmette è che per essere un eroe non è necessario essere qualcuno di speciale. Anche essendo una persona normale, si possono compiere azioni eroiche nella vita di tutti i giorni.

– È proprio così. Qui, un bambino diventa un eroe perché fa da padre a suo padre. È incredibile: un bambino non dovrebbe mai avere una responsabilità del genere, mai; ma è meraviglioso. È una specie di supereroe dei sentimenti.

Questa scena commovente è una delle cose più belle del film. 

È già uscito in Italia: che riscontro ha avuto?

– È stato un successo, è incredibile. Perché è un film sull’Alzheimer, non è una commedia divertente come il viaggio di un gruppo di amici. È un film che avrebbe potuto suscitare un certo rispetto nei confronti delle persone. Ma non è andata così.

A livello personale, la cosa più straordinaria è la quantità di messaggi, lettere e commenti sui social network da parte di persone che hanno vissuto o stanno vivendo questo momento con un malato di Alzheimer in casa. Mi hanno ringraziato perché cerchiamo di mettere in luce l’unico aspetto positivo di questa malattia: il ricordo dei legami affettivi.

Come siete riusciti a gestire il senso dell’umorismo nel film? È molto difficile trovare il giusto equilibrio nel fare battute su un tema così drammatico.

– È questo il compito della commedia. La cosa più difficile è ridere di fronte al dolore e alla malattia. Ma il punto è che non si ride di loro, bensì con loro, insieme a loro.

È la parte più complicata, ma è anche quella che ci ha stimolato di più. Ogni giorno, durante le riprese, Alessandro e io ci chiedevamo: “Possiamo dirlo? Dove sta il limite?”. Ci interrogavamo su quale potesse essere il limite per non offendere la famiglia.

Quando abbiamo scritto la sceneggiatura, l’abbiamo fatta leggere alla famiglia. Abbiamo proposto loro di usare i loro veri nomi solo se fossero stati d’accordo, se avessero accettato questa sceneggiatura. Altrimenti, avremmo usato nomi di fantasia. E loro, dopo averla letta, hanno detto: “Va bene”.

Non volevamo realizzare un film triste sulla storia del padre. Volevamo realizzare un film divertente ed emozionante. Paradossalmente, sarebbe stato più facile realizzare un film sulla malattia, una sorta di ricatto emotivo. 

A livello personale, in che modo il film l'ha colpita?

– Questo film ha rafforzato alcune convinzioni che tutti condividiamo ma che non mettiamo in pratica. Vale a dire, concentrarsi sulla profondità dei ricordi, non sulla loro quantità. Non dobbiamo aspettare che arrivino dall’esterno momenti speciali per la vita di ciascuno. A volte i momenti più speciali sono molto, molto piccoli. Ma bisogna andare a cercarli, non bisogna aspettare che arrivino.

In fondo, il film è un invito a valorizzare la dignità di ogni persona, anche di chi è malato.

– Oggi Paolo, pur essendo molto malato, continua a essere una fonte incredibile di emozione e amore per la sua famiglia.

Guardo dei video privati che lo ritraggono e, anche se ormai non riconosce più i figli, continua a essere fonte di emozione per quella famiglia. È una questione di come si guardano le cose: decidere di abbandonarsi alla tristezza di una storia, oppure cercare un modo per andare avanti. E un modo è cogliere quel briciolo di bellezza che c’è per tenere unita la famiglia, con l’amore come sentimento molto potente, molto forte.

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Iniziative

Dal quartiere di Kibera alla Facoltà di Giurisprudenza: il successo di Valary spezza il circolo vizioso della povertà

Otieno Valary Akinyi, una ragazza di 18 anni proveniente dall’insediamento informale di Kibera in Kenya, riesce ad accedere all’Università di Strathmore grazie al suo impegno scolastico e alla borsa di studio MACHEO PLUS dell’ONG Harambee.

Paloma López Campos-11 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Otieno Valary Akinyi, una ragazza di 18 anni nata e cresciuta nel villaggio di Raila, all’interno dell’insediamento informale di Kibera (Nairobi, Kenya), ha smentito le statistiche relative al suo contesto sociale iscrivendosi questo mese di giugno all’Università di Strathmore per frequentare il corso di laurea in Giurisprudenza. Questo traguardo, irraggiungibile per molti giovani che subiscono l’esclusione sociale nel quartiere, è stato reso possibile grazie alla borsa di studio MACHEO PLUS di Harambee ONGD, finanziata da un donatore che coprirà interamente i costi dei quattro anni del suo percorso accademico.

Il percorso verso l’università è iniziato con un grande impegno da parte di Valary. Durante il suo secondo anno di scuola superiore alla Kibera Girls Soccer Academy — una scuola che offre istruzione gratuita —, la ragazza ha aderito al programma Macheo dell’Università di Strathmore, incentrato sulla preparazione degli studenti delle scuole superiori all’accesso all’istruzione superiore. Frequentando lezioni e sessioni di tutoraggio ogni sabato, la sua costanza ha dato i suoi frutti: è stata proclamata la migliore studentessa della classe del 2025 dopo aver ottenuto una media di B+ (con lode) all’esame nazionale KCSE.

Una borsa di studio che significa tutto

Tuttavia, le difficoltà economiche minacciavano di compromettere il suo futuro. Con sei figli in famiglia, il reddito dei suoi genitori non era sufficiente per sostenere le tasse universitarie. Sua madre, che lavora in un negozio di cereali, guadagna circa 54 euro al mese, mentre suo padre si guadagna da vivere come venditore ambulante.

L’arrivo della borsa di studio finanziata dalla Spagna ha rappresentato un «ancora di salvezza» per la famiglia. In una lettera indirizzata alla sede di Harambee ONGD a Madrid, la giovane ha ringraziato per il sostegno economico che le eviterà di dover affrontare l’onere finanziario e le consentirà di concentrarsi sui propri obiettivi. «Mi dedicherò con impegno e diligenza ai miei studi per essere all’altezza di questo privilegio e laurearmi entro quattro anni», ha affermato Valary, il cui obiettivo è diventare avvocato per servire la propria comunità e garantire giustizia.

La notizia ha cambiato anche la sua famiglia. Sua madre, Esther Apin, ha raccontato l’angoscia che provava nel non sapere come avrebbero pagato gli studi di Valary, che sognava di diventare avvocato fin dagli ultimi anni delle elementari, e ha confessato di provare ora un grande sollievo e speranza. Suo padre, John Otieno, ha espresso profonda gratitudine per la generosità del benefattore spagnolo anonimo.

Effetto contagio

Questo successo sta inoltre avendo un importante «effetto contagio» nel suo contesto, un luogo in cui i giovani devono affrontare una grave carenza di posti scolastici. Claris Omondi, direttrice dell’ex istituto di Valary, sottolinea che questo risultato rappresenta una «grande motivazione» per le altre studentesse, che vedono così che è possibile accedere a un’università prestigiosa.

Attraverso borse di studio come questa, che prevedono relazioni annuali di monitoraggio per i donatori, Harambee ONGD punta a ottenere un impatto strutturale. Facilitando l’accesso all’università a giovani di talento, l’organizzazione mira ad accendere il motore dello sviluppo, consentendo a studenti come Valary, che sta già vivendo i suoi primi giorni di interazione e vita nel campus, di prendere in mano il proprio destino e migliorare il futuro delle loro comunità.

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Il potere dell'immaginazione

Dobbiamo fare in modo che l’immaginazione smetta di distrarci e di essere complice delle nostre paure, e che ci aiuti invece a vivere il presente con maggiore gioia.

11 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Santa Teresa d’Avila diceva che l’immaginazione è la pazza di casa e che nessuno riesce a tenerla a freno. Forse questa è una delle idee più note delle “Dimore del Castello Interiore” e di tutta la sua opera. Tuttavia, santa Teresa riconosceva che, sebbene la immaginazione può distrarci, ma può anche aiutarci nella preghiera. Se ben utilizzata, l’immaginazione può diventare una via verso la contemplazione, l’empatia e l’amore. Nel “Cammino di perfezione” scriveva: “Rappresentate il Signore stesso insieme a voi” e anche, in una delle sue poesie: “Io guardo il mio Amato e il mio Amato guarda me; Egli si prende cura delle mie cose e io delle sue”, compiti che evidentemente richiedono immaginazione.

L'importanza dell'immaginazione

Alcuni filosofi hanno sottolineato l’importanza di quella capacità cognitiva che non solo genera fantasie, ma funge da mediatore tra la sensibilità e l’intelligenza. Leonardo Polo affermava, ad esempio, che ciò che ci distingue dagli animali non è solo l’intelligenza, ma anche l’immaginazione, che ci permette di ricordare, anticipare, dare continuità all’esperienza e preparare l’astrazione intellettuale. Non solo, ma l’immaginazione può anche essere allenata e possiamo quindi orientarla verso cose positive, come l’arte o la scienza.

Come affermava il filosofo statunitense Charles S. Peirce, non esiste scienza alcuna che non sia preceduta da un “gioco piuttosto sfrenato dell’immaginazione”. In generale, non possiamo progredire nella conoscenza senza l’immaginazione, che è proprio ciò che ci presenta possibili ipotesi innovative. “Il ragionamento completo e tutto ciò che ci rende esseri intellettuali si svolge nell’immaginazione”, afferma Peirce.

Ma c'è molto di più. L'immaginazione è fondamentale anche per le nostre relazioni sociali: ci aiuta a metterci nei panni degli altri, a cercare la verità, a ideare possibili soluzioni, a esplorare diversi modi di agire, a dare un senso a ciò che facciamo e a sviluppare nuove abitudini.

Saper orientare la nostra mente

L’immaginazione, quindi, non va né repressa né denigrata. Bisogna semplicemente indirizzarla nel modo giusto affinché smetta di presentarci tutte le disgrazie e le calamità che incombono su di noi, affinché non continui a girare in tondo in modo estenuante, chiedendosi: «Cosa succederà se mi ammalo e non posso andare, se il mio ragazzo mi lascia o se semplicemente perdo l’aereo che devo prendere all’alba?».

Dobbiamo fare in modo che l’immaginazione smetta di distrarci e di essere alleata delle nostre paure, e che ci aiuti invece a vivere il presente in modo più gioioso. Perché è vero che la vita quotidiana può diventare difficile: dobbiamo destreggiarci tra mille impegni e adempiere al meglio ai nostri ruoli di madri o padri, figli, lavoratori, studenti, amici, cittadini e a tante, tantissime faccende, alcune controcorrente, altre piacevoli, ma spesso faticose.

Le piccole cose potrebbero non essere poi così piccole. Sopravvivere a una giornata qualsiasi a volte può rivelarsi più difficile che sbarcare sulla spiaggia di Omaha o scalare l’Everest. Ed è qui che entra in gioco la nostra immaginazione. Insegniamole che, invece di dirci «non ce la posso fare», ci aiuti a impugnare il fucile, il piccone e la piccozza.

Resistere in trincea

Quanto mi ha fatto bene quel sacerdote che mi diceva quando ero giovane: “Sei una valchiria, una guerriera cinese, un’autentica samurai, ce la farai con tutto”. Da lui ho imparato a risvegliare la mia immaginazione, perché è proprio lei che ci aiuta a resistere nelle trincee, mentre gli aerei nemici ci sorvolano. Ci sostiene per resistere meglio di un marine finché le onde non si placano. Tagli la testa al drago. Resisti nella città assediata. Cadi e ti rialzi. Ti adatti alle steppe siberiane con un po’ di vodka.

La vita spesso è così: non è certo una passeggiata tra i girasoli. Ci sono molti giorni grigi e situazioni che apparentemente ci travolgono, ma questo non significa che bisogna lamentarsi e tanto meno arrendersi.

A volte la vita assomiglia piuttosto a una spedizione in Antartide con i piedi congelati, vestiti con pelli che non riescono a scacciare il freddo dalle ossa, tra crepacci, valanghe, notti perpetue o che almeno così sembrano, con la nave intrappolata tra i ghiacci, con cibo ormai avariato e carne di foca come unico sostentamento, con bufere di neve e cumuli di ghiaccio e con un inverno così profondo che nemmeno i pinguini vengono a trovarti. All’improvviso, però, ci sono piccole tregue e il tuo cuore stanco trova conforto. Per qualche istante spicchi il volo, leggero, e vedi l’Antartide dall’alto, a volo d’uccello, tra i ghiacci.

Si tratta di andare avanti. Tutto qui. Nessuno ha detto che fosse facile. A volte non senti più i piedi, ma il cuore batte ancora e pompa. La vita, senza dubbio, non è fatta per i codardi e l’immaginazione ce lo ricorda. Ci permette di anticipare, interpretare e scoprire nuovi significati nell’esperienza. Grazie a lei, vedremo che si può fare e festeggeremo. Scenderemo in strada perché, in qualche modo, ogni giorno sarà il giorno della vittoria. Sopravviveremo. E salveremo anche il mondo.

L'autoreSara Barrena

Mondo

In autunno avrà inizio il processo di beatificazione della scrittrice Sigrid Undset

Sigrid Unset, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1928, era costantemente preoccupata per i poveri e per il benessere di sua figlia.

OSV / Omnes-10 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

In Norvegia sono in corso i preparativi per avviare il processo di canonizzazione della scrittrice Sigrid Undset, vincitrice del Premio Nobel, come annunciato l'8 luglio dal vescovo Fredrik Hansen di Oslo.

«Lei è molto più di una scrittrice e di una vincitrice del Premio Nobel. Per noi è un modello di fede cristiana, di una vita vissuta nella virtù e nella ricerca della santità», ha affermato il vescovo Hansen parlando di Undset durante una messa in cui ha dato l’annuncio.

«Ha dimostrato una preoccupazione costante e concreta per i poveri. Si è dedicata completamente alla cura di sua figlia, al suo impegno per la vita e alla santità della stessa. Attraverso i suoi numerosi libri, ha influenzato innumerevoli credenti, ispirandoli a vivere in Cristo e rendendo testimonianza dei nostri santi medievali», ha affermato, secondo un comunicato stampa.

Biografia

Nata in Danimarca nel 1882 e cresciuta in Norvegia, Undset è nota soprattutto per il suo romanzo «Kristin Lavransdatter», una trilogia che racconta la vita della protagonista nel Medioevo. Quest’opera valse a Undset il Premio Nobel per la Letteratura nel 1928, «soprattutto per le sue potenti descrizioni della vita nell’Europa settentrionale durante il Medioevo», secondo la commissione del Premio Nobel.

Le sue ricerche sul cattolicesimo medievale la portarono a convertirsi al cattolicesimo nel 1924 e nel 1928 entrò a far parte del Terzo Ordine Domenicano. Durante la Seconda Guerra Mondiale fuggì a New York, dove sostenne pubblicamente la resistenza norvegese al nazismo. Tornò in Norvegia dopo la fine della guerra nel 1945 e morì nel 1949 a Lillehammer.

L'impulso del vescovo Hansen

Prima di rendere nota l'iniziativa, il vescovo Hansen L'ha presentata alla Conferenza Episcopale Nordica, composta dai vescovi di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, nonché da esperti della vita di Undset. La causa di canonizzazione sarà avviata formalmente in autunno, come ha indicato.

Il vescovo Hansen ha dato la notizia durante una messa in onore di Santa Sunniva tra le rovine del monastero benedettino di Selja, un’isola considerata la culla del cristianesimo norvegese e sede della sua prima diocesi. Secondo la leggenda, la regina cristiana del X secolo, Santa Sunniva, fuggì dall’Irlanda per sfuggire a un matrimonio con un tiranno e morì infine a Selja, dopodiché a quel luogo furono attribuiti dei miracoli.

«Proprio come Santa Sunniva e le sue compagne, anche Sigrid Undset deve essere per noi un modello di vita in Cristo», ha affermato il vescovo Hansen. Ha esortato i fedeli a pregare per l’impegno della diocesi a favore della sua causa.

Dopo l’apertura formale della sua causa, Undset riceverà il titolo di «serva di Dio». Se la causa procederà, il Papa le conferirà il titolo di «venerabile» in riconoscimento della sua vita di eroica virtù cristiana. Normalmente, per la sua beatificazione sarebbe necessario un miracolo approvato attribuito alla sua intercessione, mentre per la sua canonizzazione sarebbe necessario un secondo miracolo approvato.

L'autoreOSV / Omnes

I nostri figli non hanno bisogno di un’infanzia agiata

In una cultura dominata dagli schermi e dalla gratificazione immediata, educare i figli alla diligenza significa aiutarli a ritrovare il gusto per l’impegno, il servizio e la vera gioia.

10 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono scene semplici che lasciano un insegnamento profondo. Qualche giorno fa ne ho vista una che mi ha commosso. Una nonnina, di oltre ottant’anni, si è seduta accanto al nipotino di otto anni, che era completamente assorto davanti allo schermo del suo iPad.

«Che stai facendo?» chiese con tenerezza.

—Qui… a passare il tempo.

—E perché non vai a giocare con gli altri bambini che sono in giardino?

—Oh, no! Che pigrizia!

La nonna sorrise. Invece di rimproverarlo, decise di parlargli. Gli chiese cosa significasse la pigrizia e, a poco a poco, iniziò una bellissima spiegazione sulle virtù. Gli parlò dei peccati capitali e delle virtù che aiutano a superarli. “Contro la pigrizia, la diligenza”, gli disse con la serenità di chi sa che educare significa seminare per il futuro.

Ho pensato allora all’enorme tesoro che rappresentano i nostri nonni. Con pazienza, esperienza e affetto riescono a trasmettere ciò che nessuno schermo sarà mai in grado di insegnare.

La parola diligenza deriva dal latino diligentia, che significa cura, attenzione e dedizione. È correlata al verbo diligere: scegliere con attenzione, apprezzare, amare. Una persona diligente non si limita a fare le cose; le fa bene, con responsabilità, costanza ed entusiasmo. Nella tradizione cristiana, questa virtù è strettamente legata alla carità, perché chi ama non rimane passivo: agisce, serve, lavora per il proprio bene e per quello degli altri.

Oggi questa virtù risulta particolarmente urgente.

Stiamo assistendo a una vera e propria epidemia di sedentarietà infantile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che la maggior parte dei bambini e degli adolescenti nel mondo non raggiunge i 60 minuti giornalieri di attività fisica moderata o vigorosa raccomandati per la loro età. Allo stesso tempo, il tempo trascorso davanti agli schermi continua ad aumentare ed è spesso accompagnato dal consumo frequente di alimenti ultra-trasformati e bevande zuccherate. Questa combinazione favorisce il sovrappeso, l’obesità, il diabete di tipo 2, l’ipertensione e altri disturbi metabolici a età sempre più precoci. È inoltre associata a difficoltà nel dormire, a una minore capacità di concentrazione, a sintomi di ansia e depressione, nonché a un rendimento scolastico inferiore.

Ma c'è un'altra conseguenza, meno evidente e forse più preoccupante: la perdita del gusto per l'impegno.

La cultura del clic offre una gratificazione immediata. Sembra che tutto si possa ottenere con un semplice tocco sullo schermo. Senza che ce ne rendiamo conto, alcuni bambini iniziano a rifiutare qualsiasi attività che implichi aspettare, esercitarsi o perseverare. Leggere un libro, imparare a suonare uno strumento, riordinare la stanza, dare una mano in casa o semplicemente uscire a fare una passeggiata sembra loro troppo faticoso.

Ecco perché noi genitori dobbiamo riprendere con serenità il nostro ruolo di autorità e di guida. Educare non significa solo proteggere i figli o garantire loro il benessere. Educare significa formare il carattere. Significa insegnare loro che la felicità duratura non nasce dal fare sempre ciò che si desidera, ma dallo sviluppare abitudini che rafforzino la volontà.

Abbiamo bisogno di bambini diligenti. Bambini che si alzino per dare una mano prima ancora che qualcuno glielo chieda. Che scoprano la gioia di servire. Che provino la soddisfazione di portare a termine un compito difficile. Che giochino all’aria aperta, corrano, saltino, esplorino, stiano insieme agli altri e imparino a lavorare in squadra. Un bambino attivo non solo rafforza i muscoli e il cuore, ma sviluppa anche disciplina, autostima, resilienza e abilità sociali.

Forse è giunto il momento che noi famiglie riprendiamo un vero e proprio progetto di formazione alle virtù. Anziché passare la giornata a correggere comportamenti isolati, potremmo proporci di coltivare, in modo consapevole, le cosiddette sette virtù capitali: umiltà, generosità, castità, pazienza, temperanza, carità e diligenza.

Cosa stiamo facendo per rafforzare il lato positivo della personalità dei nostri figli?

Sarebbe meraviglioso scegliere una virtù ogni mese e metterla in pratica in famiglia. Se l’obiettivo è crescere nella generosità, possiamo organizzare visite a una casa di riposo, condividere il cibo con chi è nel bisogno o donare vestiti in buono stato. Se vogliamo rafforzare la pazienza, possiamo impegnarci a urlare meno in casa, imparare a risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza e perseverare insieme in attività che richiedono tempo, come imparare a suonare uno strumento, praticare uno sport o sviluppare un’abilità artistica.

Quando i bambini vedono i propri genitori mettere in pratica queste virtù, scoprono che non si tratta di semplici teorie, ma di uno stile di vita.

E se questo mese decidiamo di concentrarci sulla diligenza, possiamo iniziare con azioni molto concrete:

  • Limitare in modo ragionevole il tempo trascorso davanti agli schermi.
  • Ricordiamo che riposarsi significa anche cambiare attività, non solo rimanere immobili.
  • Coinvolgere tutti nelle faccende domestiche, in base alla loro età.
  • Quando possibile, percorrere brevi tragitti a piedi o in bicicletta.
  • Essere attenti alle esigenze degli altri e offrire aiuto senza aspettare che ce lo chiedano.
  • Cercare di dedicare ogni giorno un po’ di tempo al gioco libero all’aria aperta, al movimento e alla socializzazione.
  • Riconoscere e lodare l'impegno molto più che i risultati.

I nostri figli non hanno bisogno di un’infanzia agiata; hanno bisogno di un’infanzia che li prepari alla vita. L’impegno non li priva della gioia; al contrario, permette loro di scoprire la soddisfazione di raggiungere gli obiettivi, di aiutare gli altri e di diventare persone forti, responsabili e generose.

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Famiglia

Leigh Fitzpatrick Snead: “Noi coppie sposate siamo chiamati a dare frutti che vanno oltre i figli”

Leigh Fitpatrick Snead parla dell’infertilità nel matrimonio con totale apertura e sincerità, sottolineando che i matrimoni sono chiamati a dare frutti al di là dei figli che possono concepire.

Paloma López Campos-10 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Leigh Fitzpatrick Snead ha pubblicato qualche mese fa il libro “Sterile ma fecondo” (Sterili ma fecondi, in inglese). Da anni gira gli Stati Uniti parlando di matrimonio, famiglia e Chiesa cattolica. Con il suo nuovo libro cerca di illustrare la realtà di molte coppie che non possono avere bambini, le sfide che devono affrontare e il sostegno offerto dalla Chiesa.

In questa intervista, parla con Omnes di come queste coppie possano scoprire di essere comunque chiamate a dare frutto nelle loro vite.

In un mondo in cui ci sono coppie con culle vuote che non possono avere figli, lei sostiene che possano comunque dare frutto. In che modo queste coppie senza figli riescono a scoprire questa fecondità spirituale nella loro vita quotidiana?

– È molto difficile da realizzare. Anche se è facile a dirsi, bisogna portare quella sofferenza ai piedi della Croce, bisogna trasformarla e capire che in quel dolore c’è qualcosa di più. In quei momenti di rivelazione ci si rende conto che siamo chiamati a essere fecondi e che ci sono altri frutti oltre ai bambini.

Ma credo che sia davvero molto, molto difficile quando si vive un matrimonio felice e si aspetta davanti a quella culla vuota. È molto difficile capire perché non accada, uscire da quella situazione e rendersene conto.

Spesso non te ne rendi conto perché, a differenza del cancro o di altre malattie che causano dolore e disagio, l’infertilità spesso non provoca dolore fisico, quindi non ti senti malato, ma hai solo la sensazione che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Credo che tendiamo sempre ad equiparare la sofferenza al dolore.

I nostri corpi sono fatti per avere figli; siamo chiamati alla vocazione della maternità o della paternità. E tutte le cose belle che questo comporta creano in realtà delle barriere che ci impediscono di renderci conto che in un matrimonio ci sono frutti che vanno oltre la nascita di un bambino.

Il modo per scoprire questa diversa fecondità è rimanere in contatto. Impariamo dalla comunione dei santi che a volte bisogna semplicemente resistere e non voltare le spalle, sapendo che Gesù non ti ha voltato le spalle. E forse non vedrai né conoscerai i frutti, o forse il frutto non deve essere un fine in sé. Credo che più avanti si possa vedere quali frutti darai.

Finché rimarrai fedele a Gesù, al tuo coniuge, alla tua vocazione matrimoniale e sarai aperto alla vita e alla paternità, credo che, beh, sia una promessa, vero? È la buona notizia che tutto andrà bene. È molto difficile, e non vorrei mai dirti «basta fare questo, è facilissimo», perché ci sono passato anch’io e so che è davvero dura.

Spesso, quando si verifica un problema di infertilità, pensiamo che la colpa sia della donna. In che modo le coppie possono avere conversazioni aperte? Come comunicare e affrontare il problema insieme, senza attribuire la colpa all’uno o all’altro?

– Credo che sia molto difficile, e non a caso il tasso di divorzio è relativamente alto tra chi soffre di infertilità. Come cattolici, spesso non ci si rende conto di questi problemi finché non ci si sposa, quindi è solo una volta che si è insieme che vengono alla luce. E per il modo in cui la nostra Chiesa ci insegna il matrimonio, l’amore, la sessualità e il mettere al mondo dei figli, non si può vedere la questione se non come un problema che riguarda «noi». Perché non importa se lei fosse con un altro uomo o lui con un’altra donna e potessero avere un bambino; è proprio questo matrimonio in particolare ad avere un problema di infertilità. Pensare al proprio piccolo ecosistema e all’unione in una sola carne significa che è qualcosa che devono affrontare insieme.

Ma la realtà è che riceveranno diagnosi mediche, risultati di analisi e scopriranno se c’è qualcosa che non va in una persona, nell’altra o in entrambi. E anche se ovviamente rimane un problema comune, sei tu ad avere il basso numero di spermatozoi, l’ovaio difettoso o qualsiasi altra cosa, e ti sentirai in colpa e finirai per sprofondare in pensieri cupi.

È fondamentale ricordare fin dall’inizio che siete una coppia sposata. È facile evitare di parlarne nella speranza di andare dal medico e che questi vi prescriva semplicemente una pillola per risolvere il problema, ma non è così che funziona. Quindi, come al solito, la cura per molti mali è semplicemente continuare a parlarne. Credo che gli insegnamenti della nostra Chiesa siano pensati proprio per offrire questo tipo di sostegno alla coppia, perché si tratta di un problema che riguarda entrambi.

A proposito degli insegnamenti della Chiesa, come può una coppia cattolica mantenere questo equilibrio tra il proprio legittimo desiderio di avere figli e la fedeltà a quanto insegnato dalla Chiesa, ovvero di non ricorrere alla fecondazione in vitro e ad altre tecniche moderne di riproduzione assistita?

– Questa è davvero la parte più difficile in questo momento per la maggior parte delle persone, perché la fecondazione in vitro è molto diffusa e viene pubblicizzata come un prodotto che sembra garantire il successo. È davvero allettante.

Nel mio libro racconto che io e mio marito siamo andati da un medico specializzato in fecondazione in vitro pensando: «Oh, ma noi non lo faremo», eppure era come riservare un posto a tavola al diavolo per cenare: «Non ti ho invitato, ma ti ho riservato un posto e siamo pronti».

Credo che ricevere un’assistenza medica cattolica davvero solida sia d’aiuto, con qualcuno che ti tratti come una coppia cattolica o che almeno rispetti tali desideri, e poter rivolgersi a uno specialista in fertilità che non pratichi la fecondazione in vitro. Questi sono modi per proteggerti, perché la tentazione sarà forte; quando arrivi a quella fase, ci hai provato per molto tempo, sei triste e vuoi solo un bambino, ed è proprio questo che ti promettono.

Ma se ripensi alle ragioni per cui riserviamo il sesso al matrimonio, per cui ricorriamo alla pianificazione familiare naturale o alla medicina riproduttiva riparativa, credo che ciò che apprezziamo in queste cose dovrebbe anche ricordarci perché non ricorriamo alla fecondazione in vitro. Separa deliberatamente l’aspetto procreativo da quello unitivo, invitando molte altre persone nell’atto più intimo, oltre a comportare ogni sorta di altri problemi.

Una delle principali obiezioni era solitamente il numero di embrioni impiantati e gli aborti per riduzione selettiva; e sebbene a quanto pare ora le cliniche dispongano di tecniche di individuazione degli embrioni molto più avanzate (il che è comunque terribile) e trasferiscano solo uno o due embrioni, l’orrore della fecondazione in vitro continua a esistere.

Inoltre, devi circondarti della tua famiglia; forse la tua famiglia è cattolica ma non ha mai pensato all’infertilità o alla fecondazione in vitro e potrebbe non esserne a conoscenza. Devono sapere perché è sbagliato e perché non lo stai facendo, per poterti sostenere, dato che sei molto sensibile e ti trovi nel momento in cui sei più vulnerabile. È molto facile cedere, e statisticamente parlando, ci sono molte persone tra i fedeli della Chiesa che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro.

Qual è, secondo lei, il principale divario che esiste oggi tra la comunità che ci circonda, la Chiesa e i sacerdoti, quando parlano con coppie cattoliche che non possono avere figli?

– Questo è stato uno dei motivi per cui ho scritto il libro: non solo per altre donne o coppie come me, ma anche per sacerdoti e seminaristi, affinché potessero farsi un’idea di come stanno realmente le cose. Ho cercato di essere davvero onesta senza esagerare, condividendo dettagli su ciò che si deve affrontare.

I sacerdoti devono conoscere questo aspetto della vita terrena; se li inviti a cena, vedono com’è la vita con i bambini, ma ovviamente non hanno molte occasioni di capire com’è la vita quando si è affetti da infertilità. Spero che il libro possa essere loro d’aiuto. Credo che ne abbiano bisogno, e i giovani sacerdoti si stanno impegnando per informarsi su questo genere di cose, specialmente se sono al corrente delle questioni di attualità, perché la fecondazione in vitro è sempre nei notiziari ed è difficile ignorarla. Finché tutti vorranno imparare e manterranno un atteggiamento aperto, credo che questo sarà di grande aiuto.

Ma, ancora una volta, si tratta di un argomento talmente privato che, anche se ci sono gruppi di sostegno e sacerdoti comprensivi, è molto facile isolarsi. Ecco perché credo anche che sia più facile approfondire l’argomento leggendo in privato il libro di qualcuno che magari non conosci. Alcune delle mie lettere preferite sono di persone sconosciute che mi dicono: «Mi vergognavo tantissimo di provare queste cose, di provare gelosia verso altre donne, o non sapevo che qualcun altro si sentisse così; anch’io mi sono sentita così». È molto più facile trovare queste parole su una pagina, elaborarle un po« e poi magari voler parlarne con tua sorella, tua madre, una cara amica o il tuo sacerdote. E che poi il tuo sacerdote ti dica: »Oh, ho un’idea di come sia, raccontami di più», e possa farti le domande giuste per comprenderne tutta la complessità.

Credo che si dovrebbe fare uno sforzo maggiore affinché le persone imparino semplicemente il vocabolario e sappiano cosa è opportuno o inopportuno dire. Le persone hanno sempre buone intenzioni, ma si può commettere un passo falso in qualsiasi momento cercando di essere gentili. Il tema delle gravidanze e simili è molto delicato, perché non si sa chi stia attraversando un momento difficile. Quando ho iniziato a scrivere sull’infertilità, ho scoperto che persone che non avrei mai immaginato stavano soffrendo per questo. Pensavo fossero semplicemente ragazze concentrate sulla carriera o su altro, e poi ti confessano che ci stanno provando da sei anni e nessuno lo sa. È un argomento di cui si parla pochissimo.

Evangelizzazione

Il famoso podcaster Padre Mike Schmitz parla della fede della Generazione X, dell'angoscia adolescenziale e dell'intelligenza artificiale

Mike Schmitz ha fatto il tutto esaurito al Broward Center for the Arts di Fort Lauderdale durante il suo tour "Parábolas", in un incontro caratterizzato dal calore e dall’intesa con le nuove generazioni.

OSV / Omnes-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Di Tom Tracy / Florida Catholic, OSV News

Padre Mike Schmitz è entrato nel camerino del Broward Center for the Performing Arts di Fort Lauderdale con il suo caratteristico sorriso caloroso e un passo più leggero.

Il sacerdote del Midwest e il suo team di supporto per l’attuale tour di conferenze erano appena tornati da quello che avevano descritto come un incontro affollato e vivace tenutosi a Clearwater la sera precedente.

Avrebbe trovato un pubblico altrettanto numeroso e il tutto esaurito nella sala principale della sinfonica del Broward Center prima del suo ultimo impegno in Florida, a Jacksonville.

Padre Schmitz, uno dei sacerdoti più popolari e influenti sui social media, è stato recentemente in Florida nell’ambito del suo tour «Parabole», durante il quale ha analizzato le parabole del Vangelo di Cristo e ha offerto nuove prospettive.

Padre Schmitz, sacerdote della diocesi di Duluth, nel Minnesota, è il responsabile del Ministero per i giovani e i giovani adulti della diocesi, nonché cappellano del Centro Newman presso l’Università del Minnesota a Duluth.

Successo strepitoso per il tour «Parábolas»

Il tour «Parábolas» ha fatto tappa in quasi due dozzine di città statunitensi in Arizona, California, Louisiana e Florida negli ultimi mesi. L'ultima data in programma per questa serie di concerti è internazionale, prevista per il 20 luglio a Dublino, anche se il sito web indica che a breve saranno annunciate altre date in città degli Stati Uniti e di altri paesi.

«In un certo senso, i giovani cercano l’autenticità; che una persona o un gruppo sia davvero ciò che dice di essere è una cosa importantissima, e questo vale per tutti noi, vero?», ha chiesto il sacerdote durante il suo evento a Fort Lauderdale.

«Non tolleriamo l’ipocrisia; in realtà, è così da generazioni, anzi, da sempre, nel corso di tutta la storia dell’umanità», ha affermato. «Persino Gesù criticava gli ipocriti perché dicevano una cosa e poi non erano disposti a metterla in pratica».

Il Sinodo dei Vescovi del 2018 sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» si è tenuto in un momento in cui la Chiesa ha iniziato a riconoscere che i giovani cattolici statunitensi considerano sempre più l’integrità e l’autenticità come una coerenza vissuta e non solo come una conformità istituzionale.

Chiarezza ed empatia nella dottrina

Il documento di lavoro per il sinodo, basato in gran parte su consultazioni dirette con i giovani, afferma che i giovani desiderano una Chiesa «autentica» e «credibile», i cui leader «parlino in termini concreti di temi controversi». «Per questo credo che dobbiamo dare prova di integrità, essere ciò che diciamo di essere», ha affermato padre Schmitz durante l’evento.

Ma oltre all’integrità, la chiarezza e la veridicità della dottrina cattolica sono altri temi ricorrenti per padre Schmitz, sia online che di persona. La mente umana è fatta per la verità e il cuore umano per la bontà, afferma, ma «a volte il modo in cui presentiamo le cose e il modo in cui le diciamo influisce molto».

Per quanto riguarda le difficoltà che devono affrontare in particolare gli adolescenti maschi e i giovani adulti, padre Schmitz ha affermato che l’indifferenza è il problema di fondo o l’ostacolo a una vita di fede meno cinica durante l’adolescenza e la giovinezza.

«Si nota quando si lavora con i giovani», ha detto, soprattutto quando si tratta di invitare i giovani a partecipare maggiormente alla vita della chiesa.

La mancanza di una missione e l'indifferenza

«Una delle cose che ho notato sempre più spesso, soprattutto nelle persone stanche di sentirsi dire che devono soddisfare determinate aspettative, che devono fare assolutamente tutto, è che si manifesta un rifiuto nei confronti di tutto ciò.»

Sebbene entrambi i sessi abbiano molto in comune, ha aggiunto il sacerdote, gli uomini sono stati forse creati per affrontare una battaglia, nel senso di una missione da perseguire o da vivere; mentre le donne sono più orientate verso le relazioni.

«Quando non ci viene affidata una missione, o quando non vale la pena lottare per essa, è proprio questo – come afferma (il professore di Harvard) Arthur C. Brooks – che genera un senso di vuoto», ha affermato padre Schmitz, aggiungendo che questa è la crisi principale individuata da Brooks e che è necessario superarla per colmare il vuoto della società moderna e raggiungere la vera gioia.

La speranza cristiana contro l'ansia

I problemi legati alla fiducia, alla solitudine e all'ansia tra i giovani continuano a rappresentare una crisi preoccupante tra gli studenti di oggi.

«Negli ultimi dieci anni, nei campus universitari l’ansia ha superato la depressione come principale problema di salute mentale che affligge i giovani; l’ansia è paura del futuro e affonda le sue radici nell’incertezza», ha affermato padre Schmitz.

La soluzione, ha aggiunto, è un sentimento diffuso di speranza cristiana. «La speranza cristiana non consiste solo nel desiderare un risultato, ma nel sapere che posso confidare in Dio e proiettare questa fiducia verso il futuro; credo che questa sia la risposta all’ansia», ha affermato padre Schmitz.

Il rifugio nel mistero della tradizione

Il ritorno alla tradizione cattolica e all’autentica riverenza tra i giovani è stato un altro antidoto contro l’angoscia dei nostri tempi. «C’è qualcosa di veramente commovente nel mistero e nel senso ancestrale della Messa, o nelle pratiche che svolgiamo come cattolici, che trascende l’individuo», ha affermato padre Schmitz.

Ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale, che Papa Leone XIV tratta nella sua storica enciclica «Magnifica Humanitas», pubblicata il 25 maggio. Il Papa paragona il tentativo di costruire un futuro con l’IA che escluda Dio alla «Torre di Babele» e sottolinea la necessità di salvaguardare la dignità umana, poiché essa è «minacciata da nuove forme di disumanizzazione».

L'umanità di fronte all'intelligenza artificiale

«Circa un anno fa, ho parlato con alcune persone del McGrath Institute for the Life of the Church dell’Università di Notre Dame», ha detto padre Schmitz, «e una delle cose che hanno sottolineato è che ogni volta che inventiamo un qualche tipo di tecnologia, questa rappresenta un’estensione di una nostra capacità umana, come la nostra capacità di spostarci in automobile. E ogni volta, abbiamo limitato la nostra capacità di utilizzarla».

Ad esempio, nell’odierna società ipermobile, le persone non camminano più tanto quanto un tempo. L’intelligenza artificiale offre uno scenario simile a quello dell’ampliamento delle capacità mentali umane per affrontare problemi tanto complicati quanto complessi, ha affermato padre Schmitz.

«L’intelligenza artificiale è molto efficace nel risolvere problemi complicati, ma non è in grado di risolvere (tutti) i problemi complessi», ha affermato il sacerdote.

«Nel futuro immediato, spero che riusciremo a conservare la nostra umanità, riconoscendo che ci sono alcune domande a cui un computer non può rispondere, per quanto avanzato possa essere il programma», ha affermato padre Schmitz.

L'evento di Fort Lauderdale ha attirato un pubblico eterogeneo composto da giovani, giovani adulti e persino anziani che probabilmente conoscono il sacerdote grazie ai suoi popolari video su YouTube e al suo podcast «La Bibbia in un anno». Prodotto da Ascension Press, il podcast è composto da 365 episodi giornalieri in cui viene letta l'intera Bibbia. In ogni episodio, padre Schmitz legge e commenta brani biblici, aggiungendo anche le sue riflessioni e le sue preghiere.

Il tour «Parábolas» si inserisce nell’ambito di un’iniziativa di raccolta fondi a sostegno del Centro Newman dell’Università del Minnesota Duluth. Circa 700 studenti e docenti si riuniscono per partecipare alla funzione religiosa guidata da padre Schmitz.

Tutti i fondi raccolti in occasione di ogni evento vengono destinati al finanziamento della costruzione di una chiesa completamente nuova e di uno spazio dedicato esclusivamente agli studenti, dove possano riunirsi, pregare, studiare e crescere nella fede all’interno del campus.

L'autoreOSV / Omnes

Libri

J. Aurell: «Ogni epoca ha proiettato le proprie ossessioni sull’Opus Dei»

Secondo Jaume Aurell, l’immagine pubblica dell’Opera si fonda su tre grandi narrazioni che si sono sviluppate nel corso della sua storia.

Javier García Herrería-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Alla vigilia del suo centenario, l’Opus Dei continua a essere oggetto di una percezione distorta da parte dell’opinione pubblica. Quali sono le ragioni di questa percezione? È forse il frutto di una “leggenda nera” alimentata dall’esterno? Cogliendo l’occasione di questo centenario, lo storico Jaume Aurell è coautore di Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia, un'analisi che mira a far luce su diverse questioni da un punto di vista storico.

Abbiamo parlato con Aurell per risalire alle origini storiche di questi pregiudizi e capire perché, a distanza di un secolo, l’istituzione continui ad affrontare la sfida di spiegare la propria identità e la propria storia alla società.

A quasi tutti i membri dell’Opus Dei è stato chiesto, almeno una volta, perché l’immagine dell’istituzione sia così diversa dalla realtà che si percepisce quando si conosce una persona dell’Opera. Perché succede questo?

–Perché l’immagine pubblica dell’Opus Dei non si è costruita osservando ciò che l’istituzione è realmente, ma proiettando su di essa le paure e le ossessioni di ogni epoca. Ho studiato questo fenomeno ricorrendo alla teoria dei metaracconti: si tratta di narrazioni che fungono da specchio, in cui ogni generazione vede riflesso ciò che la ossessiona, proiettandolo sull’organizzazione.

Cosa intendi esattamente quando dici che quelle narrazioni sono «presentiste»?

–Il fatto che giudichiamo il passato con i criteri del presente, invece di comprenderlo nel suo contesto specifico. È un fenomeno che osserviamo in molti altri ambiti: oggi si censurano autori come Shakespeare, Mark Twain o Agatha Christie perché contengono espressioni o stereotipi che ora consideriamo offensivi, ma che ai loro tempi rientravano nelle convenzioni sociali. Con l’Opus Dei è accaduto qualcosa di simile, ma nel corso di cento anni e con tre versioni diverse e persino contraddittorie tra loro.

Parliamo di quei racconti. Qual è stato il primo?

–Quella dell’Opus Dei come eresia religiosa, tra il 1940 e il 1957. Ed ecco la cosa curiosa: non nacque tra gli anticlericali, ma all’interno della Chiesa stessa. Alcuni padri gesuiti, come Ángel Carrillo de Albornoz o Manuel María Vergés, legati alle Congregazioni mariane, iniziarono a definire la dottrina dell’istituzione come un’eresia pericolosa, che andava sradicata prima che si consolidasse.

Perché una Chiesa così gerarchica vedeva una minaccia in qualcosa di così semplice come vivere la fede nel lavoro quotidiano?

–Perché nella Chiesa preconciliare i laici erano fedeli di seconda categoria. Il fatto che dei giovani comuni, in giacca e cravatta, senza abito né alcun distintivo, affermassero di poter raggiungere la santità nel loro lavoro quotidiano, risultava strano e persino sospetto. Furono definiti «illuministi» e accusati di sottrarre vocazioni religiose.

E quasi contemporaneamente sorsero i primi sospetti di natura politica, con la Falange coinvolta.

–Esatto. La Falange, che voleva mantenere la propria posizione di partito unico, vide nell’Opus Dei una minaccia. Nel 1941 fu persino presentata una denuncia formale dinanzi al Tribunale Speciale per la Repressione della Massoneria e del Comunismo, in cui si accusavano Escrivá e i suoi seguaci di tramare qualcosa di «giudeo-massonico». 

Ci furono altre accuse contro l’Opera prima che Escrivá si trasferisse a Roma?

–Sì, sono stati anche accusati di «assalto alle cattedre universitarie». Tra il 1940 e il 1945 in Spagna furono assegnati 179 posti di professore ordinario. Di questi, solo 23 andarono a membri dell’Opus Dei: il 6%. Lontano dalla conquista massiccia suggerita dalla leggenda.

La storia subì una svolta radicale nel 1957: cosa accadde?

–Sì, una svolta drammatica. Franco, costretto ad abbandonare l’autarchia economica falangista, coinvolse tecnici come Mariano Navarro Rubio e Alberto Ullastres, entrambi membri dell’Opus Dei, che elaborarono il Piano di Stabilizzazione del 1959 e il successivo «miracolo economico» spagnolo. I settori falangisti, risentiti per la perdita di potere, coniarono allora l’etichetta di «tecnocrati dell’Opus Dei» e li accusarono di aver preso il potere

Da eretici a potenti alleati della dittatura.

–Esatto, e quell’immagine si è diffusa in tutto il mondo grazie a riviste come The Economist o Tempo, e fu rafforzata da libri scritti da autori antifranchisti come Daniel Artigues o Jesús Ynfante, che coniò l’espressione «Santa Mafia». Ancora una volta, politica e religione si intrecciarono. Allo stesso tempo, all’interno della Chiesa, il Concilio Vaticano II politicizzò i dibattiti tra «progressisti» e «conservatori», e l’istituzione fu bollata come «integrista», quando in origine era stata considerata troppo “innovatrice”.

Ci sono state pressioni anche da parte dello stesso Vaticano?

–Sì, tra il 1967 e il 1973 personalità come Giovanni Benelli e Jean Villot fecero pressione su Escrivá affinché l’Opus Dei agisse come blocco politico allineato alla Democrazia Cristiana europea. Egli si rifiutò, difendendo la libertà politica individuale di ogni laico, e questo gli costò sei anni di allontanamento e sfiducia da parte della Curia.

Siamo giunti alla terza ondata, quella della setta e degli scandali finanziari.

–A partire dal 1980, in società sempre più secolarizzate e individualiste, valori come il celibato laico o la mortificazione cominciarono ad essere interpretati alla luce di una crescente fobia mediatica nei confronti del cattolicesimo. In questo contesto, l’Opus Dei era visto come una forza reazionaria e immobilista.

L'istituzione come Prelatura Personale nel 1982 e la beatificazione del fondatore nel 1992 hanno dato il via a un nuovo fronte di attacco, con testimonianze di ex membri critici.

E qui compare anche la parola «setta».

–Esatto, la stampa internazionale, con Il Times alla guida, abbandonò il modello del potere politico e adottò il paradigma del settarismo. In Germania e in Italia circolarono teorie sul «lavaggio del cervello» promosse da associazioni antisette, al punto da dare origine a un tentativo di inchiesta da parte del Parlamento italiano nel 1986, che alla fine non ebbe seguito perché si rivelò una calunnia priva di fondamento.

E gli scandali finanziari che gli vengono attribuiti?

–Si tratta di tre casi distinti che l’opinione pubblica ha vagamente collegato tra loro: il caso Matesa del 1969, il caso Calvi e il Banco Ambrosiano del 1982, e il caso Ruiz-Mateos del 1983. Si tratta di episodi molto diversi tra loro, ma la narrazione popolare li ha collegati come se formassero un’unica trama legata all’Opus Dei. Quando si studiano questi casi con un minimo di serietà, ci si rende conto che si tratta di casi che rispondono a contesti economici e attori politici completamente diversi. 

Allora perché hanno funzionato?

–Per un fenomeno che si verifica molto spesso nell’Opus Dei: la gente confonde l’operato professionale dei suoi membri, come se ciascuno di essi seguisse gli ordini dell’istituzione. Ovviamente questo non accade alla maggior parte dei membri, che svolgono lavori normali e privi di particolare rilevanza pubblica. Tuttavia, se una persona ricopre una posizione di alta responsabilità in politica, nel settore bancario, nella professione legale o in ambito culturale, allora le sue azioni finiscono sotto la lente del sospetto. Anche se può sembrare difficile da ammettere, in molte di queste interpretazioni permane un fondo clericale.

E tutto questo culmina con Dan Brown.

-Con Il Codice Da Vinci, nel 2003, e la sua versione cinematografica nel 2006. Qui tutti i miti accumulati nel corso di decenni si fondono in una caricatura pop, il monaco albino assassino, che ottiene un enorme successo commerciale a scapito del consolidamento della leggenda nera.

L'aspetto più sorprendente della tua analisi è che l'Opus Dei è stato accusato di cose del tutto opposte a seconda del periodo storico.

–È la prova che questi racconti sono costruzioni artificiali. Negli anni Quaranta veniva accusato di innovazione eretica per aver difeso la santità dei laici senza abiti religiosi né voti; dagli anni Sessanta ad oggi viene accusato del contrario, ovvero di essere ultraconservatore e reazionario. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni denunciavano Escrivá come filotedesco agli alleati, mentre altri lo denunciavano come filobritannico ai tedeschi e agli italiani, contemporaneamente. 

In Spagna gli fu attribuito il ruolo di pilastro ideologico del franchismo, quando in realtà fu perseguitato dalla stessa Falange e alcuni dei suoi figli dovettero andare in esilio per opporsi al regime. 

E dal punto di vista sociologico, è stato descritto sia come un «calvinismo cattolico» modernizzatore sia, oggi, come un baluardo oscurantista contrario all’autonomia individuale.

L'analisi del tuo testo si ferma al 2010. Perché non analizzi gli ultimi quindici anni, includendo anche tutte le recenti polemiche?

–Perché sono uno storico, non un giornalista né un analista di attualità. Il mestiere dello storico richiede distanza temporale e prospettiva: è necessario che gli archivi vengano resi accessibili, che le testimonianze vengano confrontate tra loro e che le passioni del presente si placino prima di poter giudicare con rigore. 

Scrivere di ciò che è accaduto negli ultimi anni senza questa prospettiva significherebbe ripetere lo stesso errore che denuncio nel libro: lasciarsi trascinare dalla narrazione dominante del momento – per quanto ben contestualizzata – invece di analizzare i fatti con il tempo necessario per separare il mito dalla realtà. Tra venti o trent’anni, un altro storico potrà fare con quest’ultima fase ciò che io ho cercato di fare con il secolo precedente.

Per concludere, cosa speri che il lettore tragga da questo viaggio attraverso cento anni di racconti?

–Che impari a diffidare delle etichette semplicistiche. Quando un’istituzione non rientra nelle categorie ideologiche dominanti del proprio tempo, la società tende a distorcerla per poterla classificare. Comprendere questi meccanismi non è utile solo per giudicare l’Opus Dei, ma anche per leggere con maggiore spirito critico qualsiasi racconto storico che ci venga presentato come definitivo, contestualizzandolo adeguatamente. Nel testo lo illustro con l’aberrazione che comporta la divisione della guerra civile spagnola tra fascisti e comunisti, come molti tentano di fare oggi: questo significa manipolare il passato, semplificandolo, per usarlo nelle contese politiche attuali e generare una polarizzazione imprudentemente inutile.


Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia

Autore: Federico Requena (a cura di)
Editoriale: Almuzara
Anno: 2026
Numero di pagine: 242
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Vangelo

Il metodo di Gesù: le parabole. XV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 12 luglio 2026.

Vitus Ntube-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il tema della Parola di Dio è al centro della liturgia odierna. Nella prima lettura, la Parola viene paragonata alla pioggia e alla neve che scendono dal cielo per irrigare la terra e renderla feconda. Nel Vangelo, viene assimilata al seme sparso su diversi tipi di terreno. Il fulcro delle letture non è solo la Parola in sé, ma anche il modo in cui viene proclamata e accolta.

Il Vangelo ci presenta la famosa parabola del seminatore. Tuttavia, questa parabola è molto più di un semplice racconto con una morale. Come osserva Papa Benedetto XVI, essa è sotto molti aspetti “autobiografica”, perché rispecchia la stessa esperienza di Gesù e della sua predicazione. Cristo si presenta come il seminatore che sparge il buon seme della Parola di Dio, mostrando al contempo che la sua fecondità dipende dalla disponibilità di chi la accoglie.

Oggi si presta particolare attenzione al metodo di insegnamento di Gesù. Dopo aver ascoltato la parabola, i discepoli si avvicinano a Lui e gli chiedono: ““Perché parli loro per parabole??” Gesù risponde: “A voi sono stati rivelati i segreti del regno dei cieli, a loro no".

Perché Gesù sceglie di insegnare per parabole? Nel corso del Vangelo lo vediamo insegnare in vari modi. Pronuncia il Discorso della Montagna in modo diretto e chiaro. Ora, però, adotta un altro stile di insegnamento. Questo cambiamento sorprende persino i discepoli, ed è per questo che gli chiedono spiegazioni. 

L’uso delle parabole ci insegna che la Parola di Dio richiede impegno, riflessione e interpretazione. Essa interpella non solo l’intelletto, ma anche il cuore e la volontà. La Parola non può essere accolta in modo passivo o indifferente. Affinché porti frutto nella nostra vita, dobbiamo impegnarci personalmente con essa. Dobbiamo permettere che ci interpelli e ci trasformi.

Chi ascolta la parabola è chiamato a diventare terra fertile: aperta, ricettiva e disposta a riflettere profondamente per cogliere il significato del messaggio. L’umiltà e l’apertura sono, quindi, essenziali. Coloro che si avvicinano alla Parola come i discepoli che si avvicinarono a Gesù per chiedergli una spiegazione, ricevono una comprensione più profonda dei misteri del regno.

La liturgia di oggi ci insegna come accogliere e diffondere la Parola di Dio. La parabola ci esorta a impegnarci profondamente con la Sacra Scrittura affinché la Parola porti frutto in noi — trenta, sessanta e persino cento per uno. Quando condividiamo la Parola con gli altri, dobbiamo farlo in modo tale da fare appello alla loro libertà e coinvolgere la loro intelligenza.

Vaticano

Leone XIV pranzerà con 200 persone in condizioni di vulnerabilità a Castel Gandolfo

Come già avvenuto nel 2025, sabato 11 luglio Papa Leone XIV pranzerà con 200 persone in condizioni di vulnerabilità a Castel Gandolfo.

Paloma López Campos-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Sabato prossimo, 11 luglio 2026, il Borgo Laudato si’, situato nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo, diventerà il teatro dell’iniziativa “Pranzo con il Papa”.

Nell'ambito della soggiorno del Pontefice Questo mese, in quella località, questa giornata all’insegna dell’accoglienza e della fratellanza riunirà circa 200 persone in situazione di vulnerabilità sociale provenienti dalla diocesi di Roma, che avranno l’opportunità di condividere la tavola con Papa Leone XIV.

Ecologia integrale e convivenza

L'incontro prevede un programma che intreccia fede, natura e inclusione sociale. La giornata avrà inizio con una celebrazione eucaristica accompagnata dalla Liturgia per la cura del creato.

Successivamente, i partecipanti potranno godersi un momento di accoglienza e convivialità, seguito da una visita guidata che consentirà agli ospiti di scoprire le strutture e il progetto del Borgo Laudato si’. Più tardi, l’evento si concluderà ufficialmente con il pranzo condiviso al fianco del Santo Padre.

Pastorale verso le periferie

Questo evento non è un fatto isolato, ma il consolidamento di un’iniziativa annuale promossa dal Centro di Alta Formazione Laudato si’. Il progetto ha avuto origine dall’esperienza del 17 agosto 2025, quando il Santo Padre ha condiviso un pasto simile con persone in condizioni di povertà della diocesi di Albano.

A seguito di quell’incontro, si è deciso di invitare ogni anno una diocesi diversa per offrire a rifugiati, migranti e persone in situazioni di fragilità sociale una giornata immersa nella bellezza del creato e l’opportunità di incontrare il Papa.

L’edizione di quest’anno riveste un significato ecclesiale di grande rilevanza, poiché è il risultato della collaborazione tra il Centro di Alta Formazione Laudato si’, il Dicastero per il Servizio della Carità e la Diocesi di Roma. Insieme hanno dato vita a un’unica iniziativa pastorale che coinvolge le principali organizzazioni e parrocchie che sostengono quotidianamente i cittadini più vulnerabili della capitale italiana.

Sostegno e dichiarazioni delle autorità

Il cardinale Fabio Baggio, direttore generale del Centro di Alta Formazione Laudato si’, ha sottolineato che hanno creato questo spazio per dimostrare che “la cura del creato e la cura della persona costituiscono un’unica missione”. Baggio ha aggiunto che, dopo l’esperienza di Lampedusa, questa giornata segna una nuova tappa nel cammino di Leone XIV verso le periferie del nostro tempo.

Da parte sua, monsignor Luis Marín de San Martín, prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha sottolineato che l’elezione del Papa ribadisce che “la carità si esprime nella vicinanza, nell’incontro e nella condivisione”.

Allo stesso modo, il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha concluso spiegando che si è cercato esplicitamente di mettere in primo piano le persone assistite dalla Caritas e le realtà associative locali, restituendo il ruolo di protagonisti “a coloro che troppo spesso rimangono ai margini”.

Collaborazione a livello comunitario e commerciale

La realizzazione di questo incontro può contare sul sostegno di una vasta rete di collaborazione che comprende organizzazioni quali la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas Diocesana di Roma, il Centro Astalli, le ACLI di Roma e numerose parrocchie locali.

Dal punto di vista logistico, le istituzioni organizzatrici hanno espresso la loro gratitudine al «Ristorante L’Isola della Pizza» di Roma, incaricato di offrire il pranzo, nonché al «Bar Al Duomo» di Albano Laziale, che offre la colazione di benvenuto ai partecipanti.

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Famiglia

I film più visti in Spagna riflettono a malapena il desiderio di mettere su famiglia, nonostante il 70% dei giovani indichi che lo desiderino

Un rapporto di The Family Watch rivela che il 56% delle famiglie rappresentate si trova in una situazione di conflitto e solo il 5% risulta attraente e positivo.

Javier García Herrería-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Fondazione L'orologio di famiglia ha presentato la relazione «Le famiglie sullo schermo: modelli di famiglia nei film e nelle serie TV più visti in Spagna nel 2025», uno studio condotto da ricercatori dell’Università Nebrija e dell’Università Rey Juan Carlos, con il sostegno di Methos Media, che mette in luce una conclusione sorprendente: la fiction più seguita dagli spagnoli riflette a malapena il desiderio di formare una famiglia, nonostante la maggioranza dei giovani del Paese aspiri effettivamente ad averne una.

La ricerca ha analizzato 40 produzioni audiovisive — le dieci serie e i dieci film più visti sia in televisione tradizionale che sulle piattaforme di streaming nel corso del 2025 — attraverso una metodologia di analisi dei contenuti applicata a 158 personaggi rappresentativi di diverse dinamiche familiari.

Famiglie presenti, ma quasi sempre in crisi

Secondo i dati dello studio, il 56% dei sistemi familiari che compaiono sullo schermo è caratterizzato da conflitti, frammentazione o disgregazione, mentre il 33% presenta l’istituzione familiare come qualcosa di problematico o in crisi. Alla luce di queste cifre, solo il 5% delle storie offre un modello familiare a cui aspirare o chiaramente positivo.

Il rapporto evidenzia, tuttavia, un paradosso: sebbene le strutture familiari appaiano indebolite, gran parte dei personaggi svolge la funzione narrativa di tenerle unite. Il 28% funge da sostegno emotivo del nucleo familiare, davanti alle figure autoritarie (22%) e ai personaggi che generano il conflitto (20%).

«La narrativa crea personaggi che sostengono emotivamente famiglie che, dal punto di vista narrativo, appaiono disgregate o in procinto di disgregarsi. È uno dei paradossi più interessanti emersi dallo studio», spiega Carmen Llovet, una delle ricercatrici autrici del rapporto.

Un altro dato degno di nota è che quasi un personaggio su quattro (23%) è privo di una struttura familiare riconoscibile, un’assenza che, secondo gli autori, non è casuale: viene spesso utilizzata come espediente narrativo per delineare l’antagonista, giustificare determinati comportamenti o semplicemente rendere invisibile il contesto familiare del personaggio.

L'assistenza continua ad avere il volto di una donna

Il rapporto pone inoltre l’accento su come vengono ripartiti i compiti di cura nella finzione. La madre appare come principale figura di riferimento nel 26% dei casi, contro appena l’11% nel caso del padre. Al contrario, l’assenza familiare è associata prevalentemente a personaggi maschili: nel 19% dei casi sono gli uomini a ricoprire questo ruolo narrativo, contro solo il 3% delle donne. La corresponsabilità nella cura compare nel 22% delle produzioni analizzate, pur rimanendo una posizione minoritaria.

«La corresponsabilità comincia ad affacciarsi nella narrativa, ma non mette ancora in discussione in modo significativo un modello di cura che rimane fortemente legato alla figura materna», osserva il ricercatore Ernesto García, coautore dello studio.

I valori familiari tradizionali resistono

Nonostante il peso dei conflitti, il rapporto rileva che la fiction continua a trasmettere valori storicamente associati alla famiglia. Spiccano il sacrificio e il dovere familiare (23%), seguiti dall’autonomia individuale (19%) e dalla tradizione e continuità (12%). Inoltre, la famiglia continua a essere un elemento determinante nella costruzione dell’identità dei personaggi: influenza in modo decisivo chi sono nel 62% dei casi e ne condiziona le decisioni nel corso della trama nel 45%.

«Le narrazioni mettono in luce una tensione costante tra la lealtà verso la famiglia e la ricerca di un progetto personale. Anche quando la famiglia compare a malapena sullo schermo, continua a influenzare le motivazioni dei protagonisti», sottolinea la ricercatrice Cristina Gallego.

Lo studio analizza inoltre il contesto in cui questa fiction viene prodotta e consumata. La Spagna concentra il 50% delle produzioni più seguite, con Netflix e RTVE Play come piattaforme leader in termini di consumo, in un momento in cui il boom dello streaming sta trasformando profondamente i formati narrativi.

Cinque consigli per migliorare la rappresentanza familiare

Sulla base di questi risultati, il rapporto propone cinque linee d’azione rivolte sia all’industria audiovisiva che alle amministrazioni pubbliche:

  1. Incorporare il desiderio di formare una famiglia come asse narrativo legittimo.
  2. Rendere visibile l'assistenza e distribuirla in modo più equilibrato tra uomini e donne.
  3. Mostrare una maggiore varietà di modelli familiari, anche da una prospettiva funzionale e positiva.
  4. Introdurre criteri di rappresentanza familiare nelle politiche pubbliche di finanziamento del settore audiovisivo.
  5. Promuovere l'alfabetizzazione audiovisiva per stimolare uno sguardo critico sui modelli familiari presenti nella narrativa.

Per María José Olesti, direttrice generale di The Family Watch, i risultati del rapporto sono «particolarmente rilevanti, poiché la finzione costruisce l’immaginario collettivo e rappresenta ciò che è normale, desiderabile o possibile». A questo proposito, sottolinea che dati quali la persistenza della cura dei figli a carico delle donne o la scarsa diffusione del desiderio di formare una famiglia tra i giovani spagnoli — nonostante un’alta percentuale lo desideri — costituiscono «un dato molto significativo» per ripensare il modo in cui la fiction ritrae la vita familiare.

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America Latina

Il «sesto continente» si dà appuntamento in America Centrale: Atti 29 e l’avanguardia della missione digitale

Oltre un centinaio di missionari provenienti da venti paesi si riuniscono in Costa Rica con il sostegno del Vaticano e del CELAM, consolidando una pastorale dell’incontro nell’ambito digitale.

Juan Carlos Vasconez-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il «sesto continente» ha smesso di essere una semplice metafora per diventare una realtà pastorale ineludibile. Non si tratta di un mero insieme di strumenti tecnologici, bensì di uno spazio abitato in cui milioni di persone — in particolare i giovani — cercano risposte alle loro inquietudini esistenziali e instaurano relazioni. 

Per la Chiesa, essere presente in questo contesto non è una scelta strategica secondaria, ma un’esigenza del suo mandato evangelizzatore. In questo contesto di accelerazione digitale emerge Atti 29, il più importante incontro internazionale al mondo dedicato ai missionari digitali e ai creatori di contenuti cattolici, uno spazio in cui la fede e la cultura digitale si fondono per costruire la comunione.

Il nome stesso dell’incontro racchiude una profonda chiave teologica. Il libro biblico degli Atti degli Apostoli si conclude bruscamente al capitolo 28, lasciando la narrazione della prima espansione cristiana in sospeso. «Atti 29» simboleggia, quindi, il capitolo che la Chiesa continua a scrivere oggi sotto l’azione dello Spirito Santo. Non si tratta di aggiungere una pagina all’Apocalisse, ma di assumere la continuità storica della missione apostolica: gli attuali creatori di contenuti sono i nuovi evangelizzatori chiamati a percorrere le autostrade dell’informazione, portando il primo annuncio ai confini della rete.

Il Costa Rica come sede globale

Nell’edizione del 2026, Hechos 29 approda per la prima volta in America Centrale, scegliendo il Costa Rica come sede dal 18 al 23 agosto. L’evento riunirà oltre 100 creatori di contenuti, sacerdoti, suore, musicisti e podcaster provenienti da una ventina di paesi, tra cui Italia, Spagna, Messico, Colombia, Perù e Argentina.

Lungi dall’essere un congresso tradizionale, questo evento si propone come un’esperienza profonda di fraternità e una radiografia vivente della Chiesa in missione.

Il percorso del movimento testimonia una crescita organica sin dalla sua fondazione nel 2021 a Monterrey, in Messico. Quella prima edizione, nata nel pieno della pandemia e in formato virtuale, ha riunito 45 pionieri. Già nel 2022, Papa Francesco aveva inviato un videomessaggio incoraggiandoli a evangelizzare con creatività. Dopo la tappa a Bogotá nel 2024, il movimento ha raggiunto un traguardo importante nel 2025 partecipando al Giubileo dei Missionari Digitali a Roma, dove ha ricevuto l’esortazione a «ricucire le reti», un invito del Successore di Pietro a sanare il tessuto digitale promuovendo la vicinanza e la verità.

Discepoli prima che ‘influencer’

L’essenza di Hechos 29 è perfettamente sintetizzata dal suo direttore generale, il presbitero José Juan Montalvo («Padre Borre»): «Non cerchiamo la quantità, ma la fratellanza». In un contesto spesso dominato dalla tirannia dell’algoritmo e dalla competizione per la portata, questo incontro sovverte la logica del mondo. 

Il principio che accomuna questi creatori è chiaro: prima di essere influencer, sono discepoli. Il successo della missione digitale non si misura in base alle metriche di un video, ma all’autenticità della testimonianza e alla capacità di accompagnare profondi percorsi personali, trasformando gli schermi in ponti di incontro reale con Gesù Cristo.

Speranza per la regione

L’incontro gode di un solido sostegno istituzionale: l’Arcidiocesi di San José, la Conferenza Episcopale del Costa Rica, il CELAM e il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede sostengono l’iniziativa. Personalità ecclesiastiche come monsignor Lucio Ruiz, che fino a settembre ricopre ancora la carica di segretario di tale Dicastero, offriranno una visione della Chiesa universale, ricordando che questo compito si colloca nel cuore stesso della Chiesa di oggi. 

L'iniziativa alternerà giornate di ritiro spirituale e formazione a porte chiuse — durante le quali si condivideranno successi e difficoltà pastorali — a un grande Festival della Missione Digitale aperto al pubblico il 23 agosto.

In un’America Centrale in cui il cattolicesimo rappresenta appena il 32,6% della popolazione regionale, Atti 29 si presenta come un faro di speranza. Ci ricorda che il Vangelo si diffonde anche attraverso i social network e che gli ambienti virtuali sono solchi in cui il seme della grazia può germogliare. 

Dietro ogni account cattolico c’è una storia e un cuore che prega; attraverso questa rete internazionale, la Chiesa dimostra di essere disposta a impegnarsi a fondo nel sesto continente, abitando le periferie digitali non come semplici tecnici della comunicazione, ma come testimoni autentici e vicini dell’Amore di Dio.

Mondo

“Gerusalemme è il cuore del mondo”: l’invito a guardare oltre i conflitti

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ribadisce la vocazione universale di Gerusalemme come "cuore spirituale del mondo", un patrimonio vivente di fede e dialogo che va oltre il conflitto attuale.

Redazione Omnes-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

“Gerusalemme è il cuore del mondo”. Con questa espressione, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, riassume uno dei concetti centrali della lettera che ha indirizzato lo scorso aprile ai fedeli della diocesi. 

In un momento caratterizzato dal conflitto e dall’incertezza, il suo messaggio invita a contemplare la Terra Santa da una prospettiva più ampia: non solo come teatro di una guerra, ma come luogo la cui importanza spirituale, storica e umana trascende qualsiasi circostanza temporanea. “Come possiamo, in quanto cristiani, rimanere in mezzo a questo conflitto?”, si chiede il Patriarca latino di Gerusalemme. 

La lettera, Diffusa in un contesto particolarmente difficile per la regione, sottolinea la necessità di mantenere viva la speranza e di non perdere di vista la missione unica di Gerusalemme e dei cattolici che vivono in Terra Santa. Per il Patriarca, la Città Santa continua a essere un punto di riferimento per milioni di persone in tutto il mondo e un luogo in cui si incontrano tradizioni religiose, culture e storie che fanno parte del patrimonio comune dell’umanità.

Gerusalemme, una città per tutti

Poche città racchiudono un significato simbolico paragonabile a quello di Gerusalemme. Luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani, è stata per secoli un luogo di preghiera, pellegrinaggio e incontro. La sua importanza non dipende solo dal suo passato, ma anche dalla sua capacità di continuare ad accogliere persone provenienti da contesti molto diversi.

Nella sua lettera, Pizzaballa ricorda proprio questa vocazione universale. Gerusalemme non può essere compresa da una prospettiva esclusivamente locale o politica: “Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale”…

Questa dimensione universale rende la città uno spazio privilegiato per il dialogo. Nonostante le difficoltà e le tensioni che periodicamente attraversano la regione, la Terra Santa rimane uno dei pochi luoghi in cui le grandi tradizioni religiose monoteistiche convivono in una vicinanza unica. Il dialogo interreligioso qui non si limita a dichiarazioni istituzionali, ma fa parte della vita quotidiana di chi vive e lavora nella regione.

I Luoghi Santi, un patrimonio vivo

Il Patriarca ricorda inoltre l’importanza di custodire i Luoghi Santi e di preservarne il significato per le generazioni future. Questi luoghi non sono solo monumenti storici o mete turistiche. Sono luoghi in cui milioni di persone trovano un legame concreto con la propria fede e con le radici del cristianesimo, poiché “la missione della Gerusalemme terrena, in un certo senso, è quella di diventare immagine e specchio della Gerusalemme celeste”, afferma nella sua lettera.

La Basilica del Santo Sepolcro, la Basilica della Natività, il Monte degli Ulivi o il Mare di Galilea fanno parte di un panorama spirituale che continua ad attrarre fedeli da tutto il mondo. Il loro valore va oltre i confini della Terra Santa stessa e costituisce un patrimonio condiviso da tutta la Chiesa.

In questo contesto, le comunità cristiane locali svolgono un ruolo essenziale. Sono proprio loro a mantenere viva la presenza cristiana nei luoghi legati alla vita di Gesù e a continuare ad accogliere i pellegrini che giungono da diversi paesi. Per questo motivo, il calo dei visitatori registrato negli ultimi anni non ha avuto solo conseguenze economiche, ma ha anche inciso su una realtà umana ed ecclesiale profondamente radicata nella storia della regione.

Comprendere la Terra Santa al di là dei titoli dei giornali

In un contesto attuale dominato dalle notizie sul conflitto, diverse iniziative continuano a impegnarsi per aiutare a comprendere la ricchezza storica, culturale e religiosa della Terra Santa. Una di queste è Centro visitatori di Saxum, situato ad Abu Ghosh, a pochi chilometri da Gerusalemme.

Attraverso risorse audiovisive, tecnologie interattive e contenuti divulgativi, il centro offre ai visitatori una visione d’insieme del contesto biblico e della realtà dei luoghi in cui si sono svolti gli eventi narrati nelle Sacre Scritture. 

“La Terra Santa non è solo una meta di pellegrinaggio. È un luogo in cui la storia, la fede e il dialogo tra le religioni si incontrano in modo unico”, spiega Blanca Ramirez, direttrice del Saxum Visitor Center e rappresentante di Saxum. “Chi visita Gerusalemme scopre che i Luoghi Santi sono spazi vivi che continuano a riunire persone provenienti da tutto il mondo”. Infatti, il cardinale Pizzaballa afferma nella sua lettera che “la sua identità principale – la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa – è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo in cui le religioni si sentono a casa”.

Blanca Ramírez aggiunge che “comprendere la Terra Santa aiuta anche a comprendere meglio l’importanza della convivenza e dell’incontro. Anche nei momenti difficili, Gerusalemme continua a ricordarci che è possibile costruire ponti tra persone di diverse tradizioni religiose e culturali”.

Queste parole sono in linea con il messaggio centrale della lettera di Pizzaballa. Al di là delle difficoltà attuali, il Patriarca invita a non perdere di vista ciò che rende Gerusalemme unica: la sua capacità di riunire persone provenienti da tutto il mondo attorno a una storia condivisa.

Perché, come ricorda lo stesso Patriarca, Gerusalemme continua a essere “il cuore del mondo” e per questo “la comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché appartiene a tutti”. Una città la cui importanza non dipende solo da ciò che vi accade, ma anche da ciò che rappresenta per milioni di persone che continuano a guardare alla Terra Santa come a un luogo di fede, memoria e speranza.

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Vaticano

Monsignor Luis Marín, OSA: “La priorità del pontificato di Leone XIV è Cristo, con tutto ciò che ciò comporta”.

Il prefetto del Dicastero per la Carità spiega a El Escorial che lo scisma dei tradizionalisti non riguarda solo la liturgia, ma anche il rifiuto di accettare l’intera Tradizione della Chiesa.

José María Navalpotro-8 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Monsignor Luis Marín de San Martín (Madrid, 1961) è uno degli uomini della cerchia più ristretta di collaboratori di Leone XIV. Agostiniano come lui, prima che Robert Prevost fosse eletto Papa, erano soliti pranzare insieme spesso da quando entrambi erano stati chiamati da Papa Francesco a lavorare nella Curia romana. È stato sottosegretario del Sinodo e, da quasi quattro mesi, è il Elemosiniere di Sua Santità e prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, uno dei più influenti al giorno d’oggi.

Monsignor Marín, caro amico di A tutti, Risponde alle domande della rivista da El Escorial, dove ha partecipato a un corso estivo del CEU sul primo anno di pontificato di Leone XIV. È d’obbligo iniziare chiedendogli quale significato abbia avuto il recente viaggio del Papa in Spagna.

– In primo luogo, rafforzarci nella fede; in secondo luogo, seminare speranza e, in terzo luogo, dare slancio alla missione.

In altre parole, ha ricordato i pilastri fondamentali della nostra fede: Gesù Cristo, la Chiesa, il Vangelo. Allo stesso tempo, ha dissipato quelle nebbie di pessimismo che a volte ci avvolgono e ci ha orientato verso un orizzonte di speranza. Ci ha anche fatto comprendere l’urgenza di evangelizzare, l’assunzione di responsabilità e la bellezza di rendere testimonianza a Cristo risorto nel mondo.

La risposta della gente in generale, e dei giovani in particolare, è stata impressionante. C’è un desiderio ardente di Cristo, direi, di messaggi coerenti, solidi, che diano risposta alle domande e ai problemi del mondo di oggi. 

È stato un viaggio magnifico, che ho potuto vivere in prima persona. 

E lei, che è vicino al Papa, cosa pensa che abbia significato per lui questo viaggio? 

– Innanzitutto, ritrovare la Spagna, un Paese che conosce piuttosto bene e in cui è venuto tantissime volte. E rendersi conto, inoltre, della nostra realtà. 

Durante il volo gli ho detto: “Credo che ci sia molto entusiasmo”, e lui mi ha risposto: “Speriamo”. Ma quell’entusiasmo si è moltiplicato rispetto alle previsioni, ha superato ogni aspettativa. Si è sentito molto a suo agio, ha instaurato un ottimo rapporto con la gente, si è sentito accolto, ascoltato e, allo stesso tempo, rafforzato nel suo ministero come successore di Pietro.

Qual è la priorità del suo pontificato? Lei ha affermato che la priorità era “la conversione missionaria della Chiesa”. Cosa intende dire con questo?

– La priorità del pontificato è Cristo, il fulcro è sempre Cristo. Vivere in Cristo, identificarci con Cristo e testimoniare Cristo. 

Una conseguenza di questa realtà è la conversione missionaria della Chiesa. È infatti evidente che, se viviamo in Cristo, sentiremo l’urgenza di manifestarlo e di comunicarlo. Chiunque viva in Cristo avverte necessariamente l’impulso missionario, l’impulso evangelizzatore, la chiamata a essere testimone della salvezza nel mondo. 

Lo slancio missionario comporta tre aspetti. Innanzitutto, nasce dall’esperienza di Cristo risorto.

In secondo luogo, Cristo risorto ci unisce alla Chiesa. È una forte testimonianza di comunione. 

E in terzo luogo, Cristo risorto porta il suo messaggio al mondo di oggi. Dobbiamo testimoniarlo nella cultura in cui viviamo, nella nostra realtà esistenziale. Abbiamo quindi bisogno di una conversione missionaria, che significa conversione a Cristo e disponibilità a testimoniare il Vangelo nel mondo di oggi.

La triste scissione dei tradizionalisti

Qualche giorno fa i lefebvriani hanno ordinato altri quattro vescovi a Écône, confermando così la loro separazione dalla Chiesa cattolica. Qual è la sua opinione al riguardo? In che misura questa decisione ferisce il Papa? 

– Lo viviamo con immensa tristezza. Tutto ciò che comporta una rottura dell’unità, come dice il Papa, equivale a strappare la tunica di Cristo. E questo è molto doloroso, perché provoca una ferita profonda. 

La lettera che Leone XIV ha indirizzato al priore della Società Sacerdotale San Pio X è molto ben strutturata e argomentata. Si nota che è stata scritta con il cuore, oltre che con la testa. 

Robert Prevost non è mai stato un uomo incline allo scontro e alla rottura. Ha cercato di fare appello a Cristo, alla coscienza, all’amore cristiano, all’amore per la Chiesa. E ha detto chiaramente ai disobbedienti: “Quella non è la via”. Il Papa è, sempre, garante dell’unità.

Allo stesso tempo, è una lettera molto chiara. Leone XIV non scende a compromessi. Attraverso la carità, l’affetto e la vicinanza, espone la dottrina cristiana. E non cerca un accordo a qualsiasi prezzo: non si tratta di compromessi, ma di vita cristiana e di coerenza. 

È inoltre evidente che il problema dei cosiddetti lefebvriani non è semplicemente liturgico, ma molto più profondo. Benedetto XVI ha tentato un accordo, una grande apertura in materia di liturgia. È servito a poco. Il problema fondamentale è il rifiuto del Concilio Vaticano II (ecumenismo, libertà religiosa, separazione tra Chiesa e Stato, dialogo interreligioso e liturgia). Un Concilio, tra l’altro, i cui documenti sono stati tutti approvati con oltre il 90% dei voti.

La Tradizione della Chiesa non è solo Trento. C’è stata la Chiesa prima e c’è la Chiesa dopo. La Tradizione della Chiesa abbraccia i primi secoli, fino al Concilio Vaticano II e ai giorni nostri. È una realtà viva che si evolve. Bisogna pregare e chiedere al Signore di illuminare questi fratelli, ma è un momento molto triste. Ogni frattura nella Chiesa provoca un dolore immenso. È una ferita nel cuore, nell’anima. 

Un Papa come Leone XIV, che ha nell’unità uno dei suoi tratti distintivi, deve proprio affrontare questa situazione. E, d’altra parte – in un caso diverso – c’è anche la Chiesa in Germania, che ha dato prova di mancanza di unità.

– L’unità è uno dei pilastri del pontificato: la comunione. Vale a dire, l’unione con Cristo e con il suo corpo, la Chiesa.

Il cristiano si unisce a Cristo attraverso un’unione esistenziale, esperienziale e battesimale. Questa unione con Cristo ci conduce all’unione con i fratelli e le sorelle, alla comunione con gli altri membri della Chiesa, in quanto corpo di Cristo. Ora, questa unità si vive e si esprime nella varietà delle vocazioni, dei contesti e delle sensibilità. Il deposito della fede non può cambiare. Ma non si tratta nemmeno di imporre un uniformismo che impoverisce. In questo dobbiamo essere aperti, perché c’è spazio per espressioni diverse e sviluppi differenti su temi non essenziali. Sempre nell’unità della Chiesa e con la Chiesa. Tutto ciò che comporta una rottura dell’unità ecclesiale implica una rottura dell’unità con Cristo. E questo, come ha detto il Papa, è un grave peccato. Noi sempre con Pietro e sulla barca di Pietro.

Ma anche il Papa invita alla speranza.

– Sì, indubbiamente per un cristiano l’orizzonte è sempre quello della speranza. Lo Spirito Santo agisce nella sua Chiesa, la rinnova e la vivifica. Speriamo di avere l’umiltà e l’amore sufficienti per lasciarci guidare dallo Spirito, che ci unisce a Cristo e ci chiama a testimoniare la bellezza e la grandezza del Vangelo qui e ora. Questa è la vera e fondamentale sfida e, al tempo stesso, la fonte della nostra speranza. E di un’immensa gioia.

Vaticano

Il Papa va in vacanza! E riprende la tradizione di Castel Gandolfo

Leone XIV rimarrà a Villa Barberini fino al 27 luglio, manterrà solo la recita domenicale dell’Angelus e restituirà a Castel Gandolfo il suo ruolo di residenza estiva del Papa dopo l’interruzione voluta da Francesco.

Teresa Aguado Peña-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha dato inizio questa domenica al suo periodo di riposo estivo nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, dove rimarrà fino al prossimo 27 luglio. Con questo soggiorno, il Pontefice riprende una tradizione secolare che era stata interrotta durante il pontificato di Francisco, che ha deciso di rimanere a Casa Santa Marta durante l'estate.

Leone XIV alloggia nella Villa Barberini, all’interno del complesso pontificio situato a 25 chilometri a sud di Roma. L’usanza di trascorrere l’estate a Castel Gandolfo risale al XVII secolo, quando papa Urbano VIII trasformò il luogo in residenza estiva dei pontefici, una tradizione che la maggior parte dei suoi successori ha mantenuto fino all’arrivo di Francesco.

©OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media

Al suo arrivo, Leone XIV ha salutato dal balcone del Palazzo Apostolico i fedeli radunati in Piazza della Libertà ed ha espresso la sua soddisfazione per il ritorno in questa località: «Buon pomeriggio, Castel Gandolfo! Grazie. Sono molto felice di essere qui tra voi, di poter trascorrere le prossime settimane riposandomi un po», pregando un po’, leggendo un po’ e, speriamo, facendo un po’ di sport», ha affermato.

Senza udienze, ma con l’Angelus

La Prefettura della Casa Pontificia ha comunicato che, durante questo periodo di pausa, sono sospese le udienze generali, private e speciali. L'attività ordinaria riprenderà mercoledì 5 agosto con la prima udienza generale dopo le vacanze.

Tuttavia, Leone XIV manterrà il suo appuntamento settimanale con i fedeli per la recita dell’Angelus. Le prime due domeniche di luglio (5 e 12) presiederà la preghiera dalla Piazza della Libertà di Castel Gandolfo, mentre il 19 luglio tornerà in Vaticano per guidare l’Angelus dalla Piazza di San Pietro.

Inoltre, il Borgo Laudato Si’ rimarrà aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 18:00 per accogliere pellegrini e visitatori. Da questo luogo si invitano i fedeli ad accompagnare il Pontefice con la preghiera durante questo periodo di riposo.

Il cambiamento rispetto a Francesco

Il pontificato di Leone XIV segna una svolta rispetto a quello del suo predecessore. Durante i dodici anni del suo pontificato, Francesco ha rinunciato a trasferirsi a Castel Gandolfo in estate, preferendo rimanere a Casa Santa Marta, all’interno del Vaticano, anche nei mesi più caldi.

Il pontefice argentino riteneva di non aver bisogno di una residenza estiva e ha scelto di mantenere un programma di lavoro più stabile da Roma. La sua decisione ha rotto con una tradizione secolare e ha permesso di destinare il complesso pontificio a un nuovo uso.

Nel 2016, Francesco ha aperto al pubblico gli appartamenti privati del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, trasformati in museo, consentendo per la prima volta ai visitatori di visitare le stanze storicamente utilizzate dai papi durante le loro vacanze. Successivamente ha promosso anche il progetto del Borgo Laudato Si’, uno spazio dedicato all’educazione ambientale e alla cura del creato ispirato alla sua enciclica Laudato si'.

©CNS/Lola Gomez

Con l’arrivo di Leone XIV, Castel Gandolfo torna a essere la residenza estiva del Papa, riprendendo un’immagine che è stata comune per gran parte della storia recente della Chiesa e riportando in primo piano una tradizione che era rimasta in sospeso durante il pontificato di Francesco.

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Spagna

Banco Sabadell e tuTECHÔ uniscono le forze per combattere il fenomeno dei senzatetto in Spagna

L'alleanza tra Banco Sabadell e tuTECHÔ arriva in un momento in cui il fenomeno dei senzatetto sta aumentando notevolmente in Spagna.

Redazione Omnes-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Spagna sta affrontando uno dei momenti più critici della sua storia recente in materia di alloggi ed esclusione abitativa. Secondo l’Indagine sui centri e sui servizi di assistenza alle persone senza fissa dimora condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE, 2024), una media giornaliera di 33.758 adulti ha trovato alloggio nei centri di assistenza in Spagna, con un aumento del 55,7 % rispetto al 2022. La stessa indagine dell’INE ha rilevato che, dei 1.376 centri di assistenza esistenti, il 26,2 % si è rivolto esclusivamente a persone immigrate in situazione di senzatetto, rispetto al 20,0 % del 2022.

A questa realtà si aggiunge la situazione di vulnerabilità economica in cui versa gran parte della popolazione: secondo i dati dell’INE del 2024, il 25,8% della popolazione spagnola vive a rischio di povertà, in un contesto caratterizzato dal costante aumento dei prezzi delle abitazioni e del paniere dei beni di consumo.

È proprio in questo contesto che assumono particolare rilevanza le collaborazioni tra il settore finanziario e le organizzazioni specializzate nella lotta al fenomeno dei senzatetto.

Banco Sabadell e tuTECHÔ firmano un accordo di collaborazione

Banco Sabadell, attraverso la sua unità specializzata in istituzioni religiose e terzo settore, e tuTECHÔ hanno firmato un accordo di collaborazione con l'obiettivo di promuovere iniziative congiunte che uniscano esperienza finanziaria, gestione patrimoniale e impatto sociale.

L'alleanza nasce con l'intento di creare sinergie tra le due organizzazioni per affiancare enti religiosi, fondazioni, associazioni, organizzazioni sociali e altri soggetti impegnati per il bene comune nell'individuazione di soluzioni finanziarie e patrimoniali che contribuiscano allo sviluppo di progetti con un impatto positivo sulla società.

tuTECHÔ sta sviluppando un modello innovativo per contribuire ad affrontare una delle principali sfide sociali del nostro Paese: il fenomeno dei senzatetto. Attraverso TECHÔ Hogar SOCIMI SBIC e la Fondazione tuTECHÔ, l’ente promuove soluzioni volte a facilitare l’accesso a un alloggio dignitoso e a favorire i processi di inclusione sociale delle persone in situazioni di particolare vulnerabilità.

Un impegno storico nei confronti del terzo settore

Questa collaborazione rafforza l’impegno di Banco Sabadell nei confronti delle entità che svolgono un ruolo fondamentale al servizio delle persone. L’unità «Istituzioni religiose e terzo settore» vanta una lunga esperienza nell’affiancare congregazioni, diocesi, fondazioni, ONG, confraternite, scuole ed enti sociali, offrendo soluzioni specializzate e una consulenza su misura in base alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuna organizzazione.

La firma di questo accordo rappresenta un ulteriore passo avanti nell’impegno di Banco Sabadell a promuovere iniziative che generano valore economico e, al contempo, contribuiscono al progresso sociale. Entrambe le entità condividono la convinzione che il finanziamento, gli investimenti e la gestione patrimoniale possano svolgere un ruolo rilevante nella ricerca di soluzioni sostenibili alle sfide sociali attuali.

Dichiarazioni dei protagonisti

“Questo accordo ci permette di continuare a perseguire la nostra missione di affiancare le organizzazioni che operano quotidianamente al servizio delle persone. La proposta di tuTECHÔ rappresenta un’iniziativa innovativa volta a contribuire alla lotta contro il fenomeno dei senzatetto e dimostra come la collaborazione tra diversi attori possa generare un impatto positivo e tangibile. Per Banco Sabadell è motivo di soddisfazione esplorare nuove vie di collaborazione che apportino valore sia ai nostri clienti e alle entità collegate, sia alla società nel suo complesso”, afferma Santiago Portas, direttore del settore Istituzioni religiose e Terzo settore di Banco Sabadell.

“Le grandi sfide sociali richiedono alleanze in grado di unire conoscenze, esperienza e impegno. La collaborazione con l’unità ”Istituzioni religiose e Terzo Settore» di Banco Sabadell ci consentirà di ampliare la nostra capacità di intervento e di continuare a promuovere soluzioni innovative che facilitino l’accesso a un alloggio dignitoso e generino nuove opportunità per le persone in situazione di vulnerabilità», sottolinea Blanca Hernández, presidente e fondatrice di tuTECHÔ.

Costruire ponti tra la finanza e l'impegno sociale

Grazie a questa collaborazione, Banco Sabadell e tuTECHÔ rafforzano il loro impegno nel creare ponti tra il settore finanziario, la gestione patrimoniale e l’azione sociale, promuovendo iniziative volte a generare opportunità e a migliorare la qualità della vita delle persone più vulnerabili.

Una strategia statale per sradicare il fenomeno dei senzatetto entro il 2030

Il Governo, consapevole della portata del problema, ha approvato nel luglio 2023 una strategia nazionale con l’obiettivo di sradicare il fenomeno dei senzatetto entro il 2030, in un contesto in cui il numero di persone senza fissa dimora superava allora le 28.500 unità, il che ha dato impulso alla transizione da un modello assistenziale tradizionale, basato sui centri di accoglienza, verso un modello comunitario incentrato su soluzioni abitative stabili. In questo contesto, diverse organizzazioni del terzo settore segnalano il persistere di carenze strutturali: secondo HOGAR SÍ, nonostante la stragrande maggioranza delle persone senza fissa dimora (82%, secondo l’INE del 2022) ritenga che i centri di accoglienza non consentano loro di riprendere in mano il proprio progetto di vita, più della metà dei posti disponibili continua a essere offerta proprio in questo tipo di strutture.

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Educazione

Come accompagnare spiritualmente una persona che soffre? La Navarra cerca di insegnarlo

José María Pardo, direttore del nuovo Programma di formazione continua sull’accompagnamento umano e spirituale in situazioni complesse dell’Università di Navarra, spiega perché accompagnare chi soffre richieda una formazione a tutto tondo.

Teresa Aguado Peña-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In un mondo pieno di situazioni di sofferenza, solitudine e vulnerabilità, l’accompagnamento umano e spirituale assume un’importanza sempre maggiore. Tuttavia, accompagnare bene richiede molto più di una semplice disponibilità: richiede formazione, capacità di ascolto e una comprensione globale della persona.

Da questa convinzione nasce il Programma di formazione permanente sull’accompagnamento umano e spirituale in situazioni complesse, promosso dalla Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra in collaborazione con l’Istituto Core Curriculum. Diretto da José María Pardo, questo nuovo corso di formazione, di titolazione propria, mira a fornire strumenti a coloro che, nell’ambito sanitario, educativo, sociale o pastorale, desiderano accompagnare persone che stanno attraversando momenti di particolare difficoltà.

José María Pardo illustra le ragioni che hanno portato alla creazione di questo programma, le sfide che l’accompagnamento pone oggi e la necessità di formare coloro che desiderano stare al fianco di chi soffre con competenza, sensibilità e speranza.

Qual è stata l’esigenza concreta che avete individuato nella società e che ha portato alla creazione di questo programma di accompagnamento?

–Viviamo in un momento storico in cui la sofferenza umana si presenta con una complessità sempre maggiore. La malattia, i problemi di salute mentale, le dipendenze, le crisi familiari, la solitudine o la fine della vita pongono situazioni che interpellano profondamente coloro che hanno la missione di accompagnare gli altri.

La Chiesa ha sempre considerato l’accompagnamento una dimensione essenziale della propria azione pastorale. Tuttavia, le circostanze attuali evidenziano l’opportunità di una formazione sempre più solida e interdisciplinare. Molte situazioni richiedono di integrare la ricchezza dell’antropologia cristiana con i contributi della psicologia, della psichiatria e di altre scienze umane.

Questo programma nasce proprio da questa convinzione. Vogliamo contribuire a formare persone in grado di offrire un accompagnamento integrale, che tenga conto di tutte le dimensioni della persona e che sappia coniugare la profondità della fede con una conoscenza approfondita della realtà umana.

Cosa significa accompagnare adeguatamente una persona in crisi? Quali sarebbero gli elementi chiave di tale accompagnamento?

–Accompagnare bene significa avvicinarsi al mistero di ogni persona con rispetto, ascolto e prudenza. Piuttosto che offrire risposte, chi accompagna deve imparare a comprendere chi ha di fronte, qual è la sua storia e cosa sta vivendo.

Il vero accompagnamento inizia con un ascolto attento e prosegue con un discernimento che tenga conto di tutte le dimensioni della persona: quella spirituale, psicologica, affettiva, familiare, sociale e persino biologica. Solo partendo da questa visione olistica è possibile offrire un aiuto adeguato.

Per questo motivo il nostro programma articola la formazione attorno a tre grandi ambiti: i fondamenti antropologici e teologici, i contributi della psicologia e della psichiatria e lo studio di alcune situazioni particolarmente complesse, come la risoluzione dei conflitti, le dipendenze o l’accompagnamento alla fine della vita.

In definitiva, accompagnare significa aiutare la persona a percorrere la propria strada, rispettando sempre la sua libertà e la sua dignità.

Quali sono gli errori più comuni che si commettono, anche con le migliori intenzioni, quando si accompagnano persone in situazioni di fragilità?

–Il primo è pensare che tutte le situazioni possano essere risolte allo stesso modo. Ogni persona ha una storia unica e irripetibile e ha bisogno di essere compresa nella sua unicità.

Può anche capitare che riduciamo la sofferenza a un’unica dimensione, quando, in realtà, spesso si intrecciano aspetti spirituali, psicologici, familiari, sociali e persino medici. La realtà umana raramente si presta a spiegazioni semplicistiche.

Infine, un buon accompagnatore sa riconoscere i limiti delle proprie competenze. Ci sono situazioni in cui il modo migliore per aiutare consiste proprio nel collaborare con altri professionisti o nell’indirizzare la persona verso chi è in grado di offrirle un’assistenza più specializzata. Lungi dall’essere un limite, questo atteggiamento fa parte di un accompagnamento veramente responsabile.

In che modo, nello specifico, la teologia contribuisce all’accompagnamento in situazioni quali la malattia, il lutto o le dipendenze?

– Il primo contributo della tradizione cristiana è la sua concezione della persona umana. L’antropologia cristiana considera l’essere umano come un’unità di corpo e spirito, di intelligenza, affettività e libertà, chiamato inoltre alla comunione con Dio e con gli altri. Questa visione unitaria costituisce un solido fondamento per qualsiasi opera di accompagnamento.

La fede getta luce anche su questioni fondamentali quali il senso della sofferenza, la speranza, il perdono o la possibilità di ricominciare sempre da capo. Si tratta di aspetti profondamente umani che aiutano ad affrontare molte situazioni di dolore.

Ora, proprio perché la persona costituisce un’unità, la Teologia non procede ai margini delle scienze umane. Al contrario, dialoga con esse. La psicologia, la psichiatria, la medicina o la sociologia apportano conoscenze indispensabili per comprendere meglio la complessità dell’esperienza umana. Non si tratta di giustapporre conoscenze, ma di integrarle al servizio della persona concreta.

Quali competenze specifiche si aspetta che gli studenti acquisiscano al termine del programma?

–Il nostro obiettivo non è quello di formare specialisti in psicologia o psichiatria, né di offrire esclusivamente un approfondimento teologico.

Il nostro obiettivo è fornire una visione olistica della persona e degli strumenti che consentano di comprendere meglio le situazioni umane complesse. Ci auguriamo che gli studenti imparino ad ascoltare in modo approfondito, a effettuare una prima valutazione di ogni situazione, ad accompagnare con prudenza e a riconoscere quando è opportuno collaborare con altri professionisti.

In definitiva, vogliamo formare persone in grado di prendersi cura al meglio di chi sta attraversando momenti di particolare vulnerabilità.

Secondo te, cosa distingue una persona «ben intenzionata» da una persona che ha ricevuto una formazione adeguata per fornire accompagnamento?

–La buona volontà è indispensabile, ma deve essere guidata dalla conoscenza e dalla prudenza.

La formazione fornisce i criteri necessari. Insegna ad ascoltare prima di parlare, a evitare risposte affrettate, a comprendere la complessità di determinate situazioni e a discernere quale sia l’aiuto più adeguato in ogni caso.

In questo senso, la formazione non sostituisce le qualità umane, ma le perfeziona. Quanto meglio comprendiamo la persona, tanto meglio possiamo servirla.

Siamo tutti fatti per stare accanto agli altri?

– Tutti siamo chiamati, in un modo o nell’altro, a diventare prossimi di chi soffre. Prendersi cura degli altri fa parte della vocazione umana e, per il cristiano, costituisce un’espressione privilegiata della carità.

Tuttavia, anche accompagnare bene è qualcosa che si impara. Come qualsiasi compito di responsabilità, richiede formazione, esperienza e un continuo esercizio di discernimento. Il Vangelo ci offre un’immagine particolarmente eloquente nella parabola del buon samaritano. Non solo perché sa fermarsi davanti a chi soffre, ma perché si prende cura di lui con competenza e, quando è necessario, lo affida a chi può continuare a prestargli assistenza. Anche l’accompagnamento richiede umiltà per riconoscere i propri limiti e collaborare con gli altri a beneficio della persona.

Questo programma vuole essere un primo passo in questa direzione. Non intende esaurire una realtà così ampia, ma offrire una base solida da cui continuare a crescere. Il nostro desiderio è quello di contribuire a formare una comunità di persone impegnate in un accompagnamento sempre più umano, più competente e più profondamente cristiano.

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Libri

Un uomo senza una gamba, ricoverato in ospedale, ma fortunato 

Ci sono libri che si leggono e altri che si hanno accanto. Il nulla è tutto, di Pablo Delgado de la Serna, rientra proprio in quest’ultima categoria: una testimonianza luminosa e profondamente umana che mostra come, anche in mezzo alla malattia e alla fragilità, la speranza e l’amore possano diventare l’ultima parola.

Maria José Atienza-7 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

“È proprio quando pensiamo di aver perso tutto che troviamo il luogo perfetto affinché Dio riempia il nostro cuore. Cambiando prospettiva, il nulla può diventare il punto di partenza per ricevere il tutto”. Questa affermazione di Pablo Delgado de la Serna, che dà il titolo al libro, si trova quasi a metà del volume. A quel punto, abbiamo già trascorso mesi in compagnia di questo “trapiantato”, attraverso le pagine del libro, in cui raccoglie confidenze, pensieri, riflessioni e piccoli dettagli quotidiani di una vita tutt’altro che “normale”.

Il nulla è tutto Si presenta come un piccolo diario: raccoglie una serie di pubblicazioni attraverso le quali Delgado de la Serna racconta la sua routine quotidiana e le sue paure, e spinge tante persone a pregare (e prega lui stesso). 

La vita di Pablo Delgado de la Serna è stata segnata dalla malattia sin dalla nascita. Tuttavia, se c’è una cosa che ripete più volte in queste pagine è che si sente “un ragazzo fortunato”. Un ragazzo fortunato che ha trascorso anni legato alla dialisi (fino all’aprile 2026, quando ha ricevuto l’agognato trapianto di rene), che ha subito l’amputazione di una gamba e l’incertezza di perdere anche l’altra, che ha trascorso mesi in ospedale o ha dovuto passare le vacanze lontano dalla moglie e dalla figlia…. 

Al giorno d’oggi questa situazione non verrebbe definita “fortuna”, ma Pablo ha saputo trasformare i limoni in limonata, gelato e torta, perché è riuscito a trasformare il proprio dolore in un percorso di dedizione e di aiuto per molte altre persone. Nel libro compare anche il pilastro della sua vita: la sua famiglia, in particolare sua moglie Sara e sua figlia Amelia (il suo «team SAP»), senza le quali non avrebbe potuto affrontare la vita allo stesso modo. 

Il libro copre il periodo che va dall’agosto 2024 al novembre 2025, forse uno dei periodi più difficili per Pablo e la sua famiglia. In quei brevi appunti di diario, Pablo non nasconde il dolore, la disperazione che affiora, la stanchezza… Non “spiritualizza” il dolore, ma lo affronta. Non trascina la croce, ma ne porta il peso. 

Se c'è una sensazione che lascia la lettura di questo libro, è proprio quella di speranza, fiducia, cum fide, con fede, di chi si è affidato a Dio – e ai medici – e di chi trae dalla vita, più di ogni altra cosa, l’amore.

Libro

Titolo: Il nulla è tutto
Autore: Pablo Delgado de la Serna
Pagine: 108
Editoriale: EUNSA
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Vaticano

Cosa preoccupa la Chiesa riguardo alla famiglia? Le 5 riflessioni proposte da Leone XIV

Il Vaticano presenta il programma dell'incontro indetto da Leone XIV, che affronterà le sfide relative alle famiglie, al matrimonio, ai giovani e all'accompagnamento nelle situazioni di fragilità.

Teresa Aguado Peña-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Segreteria Generale del Sinodo hanno pubblicato lunedì il Itinerario tematico dell'incontro indetto da Papa Leone XIV con i capi delle Chiese cattoliche orientali e i presidenti delle conferenze episcopali, che si terrà in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026.

L'iniziativa coincide con il decimo anniversario dell'esortazione apostolica Amoris laetitia (sull’amore in famiglia) e mira a individuare, in un clima di ascolto reciproco e con uno stile sinodale, i passi che la Chiesa deve compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie di oggi, tenendo conto dell’esperienza delle Chiese locali e delle sfide attuali che le famiglie devono affrontare.

L'incontro, annunciato dal Pontefice a marzo In occasione dell’anniversario del documento di Francesco, si tratta di un percorso eminentemente pastorale che pone le famiglie non solo come destinatarie dell’azione della Chiesa, ma anche come protagoniste della sua missione, attraverso le quali il Vangelo prende forma nelle relazioni quotidiane, nelle decisioni, nella fragilità e nella speranza.

Durante i giorni di lavoro, i partecipanti ascolteranno le testimonianze delle famiglie, dialogheranno con gli esperti e rifletteranno sulle iniziative di accompagnamento già in atto nelle diverse Chiese locali. L’obiettivo è «discernere in quale direzione ci sta guidando oggi lo Spirito Santo, per riconoscere, sostenere e promuovere ciò che Egli sta già operando nelle famiglie e valorizzare il loro contributo alla missione della Chiesa». Il programma di riflessione si articola quindi attorno a cinque grandi assi.

1. Le famiglie di oggi: realtà, bellezza e sfide

Il primo, «Le famiglie di oggi: realtà, bellezza e sfide», propone di partire dall’esperienza concreta delle famiglie e dall’impegno della Chiesa di oggi per discernere i segni dei tempi. Invita a riconoscere sia la bellezza dell’amore familiare sia le difficoltà che lo attraversano — la precarietà lavorativa e abitativa, la malattia, l’educazione dei figli, la solitudine affettiva o la cura degli anziani, delle persone con disabilità o non autosufficienti —, e propone come rispondere pastoralmente ai cambiamenti culturali e sociali che incidono sul matrimonio, sulla trasmissione della fede e sulla vita familiare. 

La Chiesa si chiede quindi: quali segni di speranza, quali sfide e quali punti critici emergono oggi dalla vita delle famiglie in contesti culturali e sociali diversi? In che modo i cambiamenti del nostro tempo influenzano l’esperienza dell’amore tra uomo e donna, la procreazione, la cura, la trasmissione della fede e la missione della Chiesa? Quali sono le esperienze pastorali che più ci aiutano a riconoscere l’azione di Dio nella vita concreta delle famiglie e a valorizzare le risorse umane e spirituali? Cosa impariamo dall’ascolto delle famiglie e dall’esperienza delle Chiese locali? In che modo il dialogo tra l’esperienza vissuta, il discernimento ecclesiale, la ricerca teologica e le scienze umane può aiutarci a comprendere più profondamente la realtà delle famiglie e ad accompagnarle?

2. I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale

Il secondo tema, «I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale», pone l’attenzione sulle nuove generazioni, molte delle quali hanno perso fiducia nella possibilità di costruire un progetto matrimoniale e familiare stabile. L’incontro affronterà il tema di come accompagnare bambini, adolescenti e giovani alla riscoperta del valore del matrimonio cristiano, attraverso percorsi educativi e spirituali, la testimonianza di altre famiglie e un accompagnamento che favorisca un discernimento maturo sulla vita affettiva e l’accoglienza dei figli.

Verranno poste le seguenti domande: quali linguaggi, esperienze e percorsi educativi e spirituali aiutano oggi i bambini, gli adolescenti e i giovani a riconoscere il valore del matrimonio? Quale testimonianza possono offrire le coppie e le famiglie? Come possono accompagnarli nella loro crescita emotiva, relazionale e sessuale? Quali misure di attenzione e di conversione pastorale possono aiutare la Chiesa ad accompagnare le coppie che convivono nel discernimento di un percorso affettivo e familiare, maturando la scelta del matrimonio e l’accoglienza dei figli? 

3. La vita coniugale. I primi anni di matrimonio: un periodo decisivo

Il terzo blocco, «La vita coniugale. I primi anni di matrimonio: un periodo decisivo», si concentrerà sull’accompagnamento delle coppie nella fase iniziale della loro vita insieme. Il documento sottolinea che questi primi anni sono fondamentali per consolidare il legame coniugale e affrontare sfide quali la nascita dei figli o la conciliazione tra vita familiare e lavoro. Propone inoltre di rafforzare le reti di sostegno tra le famiglie e di promuovere una maggiore corresponsabilità all’interno delle comunità ecclesiali.

«Quali forme di accompagnamento aiutano maggiormente le coppie, in particolare nei primi anni di vita matrimoniale? Come favorire i rapporti di vicinato tra le famiglie, le esperienze di sostegno reciproco e le forme concrete di corresponsabilità nella vita della comunità ecclesiale? Quali esperienze dimostrano la fecondità di reti di famiglie capaci di sostenersi a vicenda e di diventare, a loro volta, una presenza di accompagnamento e di testimonianza per gli altri?» saranno i temi da affrontare.

4. Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere

Il quarto tema, «Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere», tratterà dell’assistenza pastorale alle famiglie che attraversano situazioni di fragilità, povertà, violenza, separazione o divorzio. L’obiettivo è riflettere su come costruire comunità cristiane capaci di offrire ascolto, vicinanza, discernimento e speranza, aiutando coloro che vivono esperienze di sofferenza a sentirsi parte attiva della Chiesa e a riscoprire la misericordia di Dio.

Ci si chiederà: quali passi sono stati compiuti per sostenere chi vive in situazioni di fragilità o difficoltà? Quali resistenze sono emerse? Come possiamo costruire comunità cristiane in cui chi ha vissuto l’esperienza della sofferenza, dell’abbandono, della separazione e del divorzio possa sentirsi davvero ascoltato, partecipe e corresponsabile? Quali esperienze concrete mostrano già il volto di una Chiesa sempre più capace di vicinanza, discernimento, accompagnamento e apprezzamento, aiutando le persone e le famiglie a ritrovare la fiducia, a riconoscersi come parte della comunità e a sperimentare la misericordia di Dio? 

5. Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa

Infine, il quinto asse, «Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa», sottolinea che le famiglie non sono solo destinatarie dell’azione pastorale, ma protagoniste dell’evangelizzazione. Il documento sottolinea il loro ruolo nella trasmissione della fede, nell’accompagnamento di altre coppie sposate, nella vita delle comunità cristiane e nella costruzione di una società più solidale, riconoscendo il matrimonio e la vita familiare come un percorso di crescita umana, spirituale e missionaria.

Rifletteranno sui seguenti punti: come valorizzare l’esperienza delle coppie e delle famiglie come luogo di maturazione umana, spirituale, ecclesiale e sociale? Come accompagnare un percorso in cui la relazione di coppia diventi un’esperienza viva di crescita nella fede e nella vita sociale? Come riconoscere e sostenere il contributo delle famiglie alla missione evangelizzatrice e alla conversione pastorale delle comunità cristiane? 

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Mondo

Il Parlamento europeo approfondisce la questione del design che crea dipendenza delle piattaforme online

Un rapporto del Servizio di studi del Parlamento europeo torna a sottolineare il design che crea dipendenza di piattaforme come TikTok. Le autrici, Mar Negreiro e Öykü Dilara Anaç, analizzano le conclusioni preliminari della Commissione europea sulla violazione della legge sui servizi digitali (DSA) e sulla futura normativa.

Francisco Otamendi-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Lo studio analizza le conclusioni preliminari della Commissione europea nei confronti di TikTok, dalle quali segnalato Omnes di febbraio: il procedimento statunitense contro Meta e YouTube; la base giuridica del Regolamento sui servizi digitali (DSA); il concetto di “addictive design”; e il rapporto tra algoritmi, “dark patterns” e tutela dei minori; l’articolo è datato maggio.

Una delle tesi principali Secondo Mar Negreiro, giurista spagnola specializzata in diritto digitale e tutela dei consumatori, e la sua collaboratrice, il problema giuridico non risiede solo nei contenuti diffusi dalle piattaforme, ma nella stessa architettura del servizio, progettata per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente attraverso meccanismi comportamentali.

Rischio per la salute mentale

“La Commissione ritiene, in via preliminare, che TikTok debba modificare la struttura di base del proprio servizio” (“La Commissione ritiene, in via preliminare, che TikTok debba modificare il progetto di base del suo servizio”). L’analisi di questa affermazione riassume in gran parte il contenuto della relazione. 

Il problema giuridico non risiede più solo nei contenuti illeciti o nel trattamento dei dati personali, ma anche nella struttura stessa delle piattaforme digitali, quando questa favorisce comportamenti che creano dipendenza e mette a rischio la salute mentale, in particolare dei minori e delle persone vulnerabili.

Il testo analizza un cambiamento di paradigma nella regolamentazione delle grandi piattaforme digitali. Fino a pochi anni fa, l'intervento delle autorità si concentrava sulla rimozione dei contenuti illegali, sulla protezione dei dati o sulle pratiche anticoncorrenziali. 

Ottimizzare il tempo di permanenza

Tuttavia, le ricerche più recenti dimostrano che la progettazione di determinate applicazioni può generare modelli di utilizzo compulsivo che incidono sul benessere psicologico degli utenti. Secondo l’autrice, le piattaforme basano il proprio modello di business sulla massimizzazione del tempo di permanenza degli utenti per aumentare i ricavi pubblicitari. A tal fine, utilizzano meccanismi che stimolano il rilascio di dopamina attraverso ricompense costanti e personalizzate, favorendo un utilizzo ripetitivo e prolungato.

In questo contesto si inseriscono le conclusioni preliminari della Commissione europea su TikTok, pubblicate nel febbraio 2026. La Commissione ritiene, a seguito di un’indagine ancora in corso, che alcune funzionalità della piattaforma — come lo scorrimento infinito (scorrimento infinito), la riproduzione automatica dei video (riproduzione automatica), le notifiche continue (notifiche push) e i sistemi di raccomandazione altamente personalizzati — generano rischi sistemici per la salute mentale dei minori e degli adulti vulnerabili. 

Indicatori oggettivi di uso compulsivo

Inoltre, rimprovera all’azienda di non aver tenuto sufficientemente conto di indicatori oggettivi di uso compulsivo, come il tempo che i minori trascorrono online durante la notte o la frequenza con cui aprono l’app. Se queste conclusioni dovessero essere confermate in via definitiva, TikTok potrebbe andare incontro a pesanti sanzioni economiche e, soprattutto, essere costretta a modificare aspetti essenziali dell’architettura del proprio servizio.

La relazione sottolinea che tale intervento della Commissione trova il proprio fondamento giuridico nel regolamento sui servizi digitali (Digital Services Act o DSA). Sebbene il regolamento non utilizzi espressamente l’espressione design che crea dipendenza, fornisce comunque strumenti sufficienti per far fronte a tali rischi. 

Incontro tra Yann LeCun (AMI Labs) e Henna Virkkunen, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, al Vivatech di Parigi, il 17 giugno 2026 (Nicolas Kovarik / Unione europea, 2026 / EC – Audiovisual Service, Wikimedia Commons).

Obblighi di legge, valutazione dei rischi, tutela dei minori

In particolare, l’articolo 34 impone alle piattaforme di dimensioni molto grandi di individuare e valutare i rischi sistemici che potrebbero incidere sulla salute pubblica, sul benessere fisico e mentale degli utenti e sulla tutela dei minori. Da parte sua, l’articolo 35 richiede l’adozione di misure efficaci per ridurre tali rischi. 

Inoltre, l’articolo 25 vieta le progettazioni manipolative delle interfacce digitali, note come dark patterns, che alterano o limitano la capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate. Infine, l’articolo 28 stabilisce obblighi specifici in materia di protezione dei minori nell’ambiente digitale.

Promozione di abitudini difficili da controllare, vulnerabilità 

L'autrice spiega che il concetto di design che crea dipendenza si riferisce a scelte progettuali deliberate volte a massimizzare il coinvolgimento dell'utente con la piattaforma attraverso tecniche psicologiche che favoriscono abitudini difficili da controllare. Non si tratta solo di catturare l'attenzione, ma di creare dinamiche di interazione continua che incentivino il consumo costante di contenuti. 

La questione risulta particolarmente preoccupante nel caso degli adolescenti, il cui sviluppo cognitivo ed emotivo li rende più vulnerabili a questo tipo di strategie persuasive. Diversi studi citati nel rapporto mettono in relazione l’uso eccessivo dei social media con livelli più elevati di ansia, depressione, disturbi del sonno, diminuzione della capacità di attenzione e minore controllo degli impulsi.

Caso statunitense

Il rapporto traccia inoltre un interessante parallelo con l’evoluzione del diritto statunitense. Nel marzo 2026, una giuria statunitense ha ritenuto Meta e YouTube responsabili per la natura che crea dipendenza del design delle loro piattaforme. Sebbene il risarcimento economico sia stato relativamente modesto, il valore giuridico della decisione risiede nel fatto che costituisce il primo precedente in cui un tribunale considera negligente il design stesso di un social network. 

Secondo l'autrice, questa risoluzione potrebbe incentivare modifiche alla configurazione delle piattaforme al fine di evitare future responsabilità legali sia negli Stati Uniti che in altri ordinamenti giuridici.

‘I ’meccanismi occulti» rendono difficile abbandonare l’app

Un altro degli aspetti più rilevanti dell'analisi è la stretta relazione tra gli algoritmi di raccomandazione e i dark patterns e la tutela dei minori. 

Gli algoritmi selezionano contenuti altamente personalizzati per mantenere vivo l'interesse dell'utente il più a lungo possibile, mentre le dinamiche nascoste rendono difficile uscire dall'applicazione o interrompere la fruizione continua dei contenuti. La combinazione di entrambe le tecniche aumenta significativamente il rischio di comportamenti compulsivi. 

Per questo motivo, Negreiro sostiene che la protezione efficace dei minori non possa basarsi esclusivamente su limiti di età o su meccanismi di controllo parentale, poiché tali soluzioni trasferiscono la responsabilità alle famiglie senza risolvere il problema strutturale: un modello aziendale concepito per massimizzare la permanenza degli utenti.

Futura normativa: in cosa consiste un “progetto accettabile”

Infine, la relazione conclude che la futura normativa europea dovrà orientarsi verso un modello di “fairness by design” (equità fin dalla progettazione), in cui la tutela dei consumatori e, in particolare, dei minori, sia integrata fin dalla fase di progettazione tecnologica delle piattaforme. 

In tal senso, il futuro Digital Fairness Act potrebbe rafforzare gli obblighi già previsti dal DSA e imporre limiti più rigorosi alle funzionalità manipolative. 

Come sintetizza la giurista, “la sfida di questa ricerca è valutare cosa costituisca un modello accettabile”. Una questione che va oltre l’ambito tecnologico e solleva un dibattito di fondo sulla compatibilità tra gli attuali modelli di business delle grandi piattaforme digitali e l’effettiva tutela dei diritti fondamentali degli utenti più vulnerabili.

Il Parlamento europeo, impegnato su questo tema

Il Parlamento europeo si è dimostrato attivo su questo tema. In una risoluzione del dicembre 2023 sulla progettazione dei servizi online volta a creare dipendenza, ha chiesto che si ponesse fine alle “pratiche opache” e alle lacune nella tutela dei consumatori su Internet. 

La questione è stata affrontata anche più recentemente nella relazione d’iniziativa della Commissione per il mercato interno e la tutela dei consumatori (IMCO) sulla protezione dei minori su Internet e in un’altra relazione sull’impatto dei social media e dell’ambiente online sui giovani, attualmente in fase di elaborazione da parte della Commissione per la cultura e l’istruzione.

L'autoreFrancisco Otamendi

FirmeAntonio Ruiz Valverde

Amici, non progetti

In tempi di polarizzazione, dobbiamo imparare a parlare di ciò che conta senza perdere amici e interlocutori.

6 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

La conversazione è iniziata in modo innocuo: un commento sui figli, un altro su quanto sia difficile conciliare lavoro e famiglia o su quanto sia cara la vita. Quando qualcuno ha menzionato una famiglia con sette figli e una madre che stava per sottoporsi al suo quinto taglio cesareo, le opinioni si sono accese:

—Questo è davvero irresponsabile.

—Bisogna pensare anche ai figli, non basta solo averli.

Nessuno parlava con crudeltà. Eravamo amici ragionevoli, preoccupati per la salute di quella donna e per le difficoltà di mandare avanti una famiglia così numerosa. Io, padre di diverse figlie, ascoltavo in silenzio. Sapevo cosa significa riorganizzare le spese, conciliare orari impossibili e arrivare alla fine della giornata con la sensazione di non aver prestato abbastanza attenzione a nessuno. Ma sapevo anche che le mie figlie non sono un ostacolo alla vita; sono una parte essenziale della mia vita.

Ho pensato di intervenire. Avrei potuto spiegare che una famiglia numerosa non nasce dall’incoscienza, che molte decisioni incomprensibili dall’esterno vengono prese con libertà e generosità, e che non tutti i sacrifici impoveriscono: alcune rinunce arricchiscono l’esistenza molto più di quanto la riducano. Ma sapevo anche che qualsiasi risposta avrebbe potuto suonare difensiva o moralmente superiore. Ho esitato: parlare o tacere?

Il pericolo del rispetto che allontana

La questione sarebbe la stessa se parlassimo di matrimonio, di denaro, di sessualità, di successo, di sofferenza o di Dio. In molte amicizie c’è un sincero rispetto per la fede dell’altro, purché non si cerchi di “illuminare” la vita altrui. La nostra epoca apprezza questo rispetto; tutela la libertà ed evita che la differenza si trasformi in aggressione. Ma non sempre implica l’ascolto. A volte rispettiamo l’altro tenendolo a distanza: accettiamo che viva come vuole, ma evitiamo di chiedergli quali siano le ragioni della sua vita. Si sente spesso dire «rispetto il fatto che tu la pensi così», il che sembra civile, ma può nascondere un patto tacito: puoi pensarla così, purché non ti aspetti che io ti ascolti troppo.

Quando la fede parla di matrimonio, di perdono, di sofferenza, di sessualità o di denaro, smette di apparire come un’esperienza privata e inizia a formulare una proposta di vita. Ed è proprio lì che molte conversazioni diventano imbarazzanti. Anche noi credenti ci adattiamo a questo tacito accordo: parliamo di lavoro, di figli o di politica, ma nascondiamo le nostre ragioni per paura che cambi la percezione che gli altri hanno di noi. Ci rispettano per quello che siamo o ci rispettano solo finché una parte di noi rimane in silenzio? Non rinunciamo forse a volte a parlare, convinti fin dall’inizio che non ne valga la pena?

Parlare di ciò che riteniamo vero in un’amicizia richiede prudenza. Confondiamo la sincerità con la spontaneità e crediamo che essere onesti significhi dire immediatamente ciò che pensiamo senza valutare l’effetto che ciò produrrà. Ma una verità detta senza prudenza può ferire e chiudere l’altro in se stesso. E per paura di mettere a disagio l’altro, riduciamo le nostre convinzioni a semplici opinioni: “a me aiuta”, “è il mio modo di vederla”, “ognuno ha la propria verità”.

Tra l’imporre e il diluire c’è un percorso impegnativo: offrire la verità come qualcosa di ricevuto e vissuto. Ecco perché non è la stessa cosa dire “avere così tanti figli è da irresponsabili” e rispondere: “capisco che da fuori possa sembrare difficile; anche noi abbiamo dei dubbi e ci sentiamo stanchi, ma non abbiamo mai pensato che i nostri figli ci impediscano di essere felici”. La seconda risposta non trasforma l’esperienza in una norma universale, ma non se ne vergogna né giudica l’altro. A volte la verità si presenta sotto forma di domanda o confidenza. Può bastare un semplice: “Cosa ti porta a vederla così?” oppure “Hai vissuto qualcosa che ti ha influenzato?”. Ascoltare non significa rinunciare alla verità, ma riconoscere che l’esperienza dell’altro merita di essere compresa prima di offrire la propria.

La verità ha bisogno di trovare rifugio nell'amicizia

Ci sono silenzi necessari. Un amico potrebbe non essere pronto o sentirsi ferito, e in quel caso tacere è un atto d’amore. Ma ci sono silenzi che nascono dalla paura di sembrare antiquati o di non piacere più. La prudenza sa discernere quando parlare; la paura cerca di non farlo mai. Il compito del cristiano non è quello di produrre risultati, ma di essere pronto a dire una parola vera quando l’amicizia e l’occasione lo richiedono, né prima per impazienza né dopo per codardia.

La verità ha bisogno di amicizia. Non basta che un’affermazione sia vera: per essere accolta, deve trovare spazio nella relazione. L’amicizia non modifica la verità, ma trasforma il modo di comunicarla. Permette di conoscere le ferite e le resistenze dell’altro. Ci impedisce di rispondere a frasi isolate e ci aiuta a guardare la persona che le pronuncia. Dietro un’opinione sulla maternità può esserci paura; dietro una critica alla Chiesa, una ferita. Ascoltare con attenzione richiede tempo e pazienza. E accompagnare non significa dirigere il processo interiore dell’altro né calcolare il rendimento spirituale della nostra presenza: significa accettare che la persona possa avanzare, fermarsi o tornare indietro; porre domande a cui non sappiamo rispondere; e riconoscere che anche noi abbiamo molto da imparare e da correggere.

Se il coniuge non condivide la nostra visione, la coerenza smette di essere una logica individuale. Non si tratta di dimostrare chi sia più coerente, ma di amare e ascoltare senza rinunciare alla propria coscienza; di riconoscere che la persona che abbiamo promesso di amare non è un territorio da conquistare, ma qualcuno con cui camminare, anche a ritmi diversi.

La salute, il riposo, la stabilità economica o il successo professionale sono beni reali, e goderne non è di per sé sospetto. Il problema sorge quando diventano fini ultimi. Due persone possono seguire la stessa dieta o lavorare per garantire il futuro dei propri figli; una può orientare questi beni verso la generosità e l’altra verso il controllo. Anche la famiglia può diventare motivo di orgoglio. La vita cristiana non si misura in base al numero di rinunce visibili, ma all’amore con cui vengono vissute. Amare significa accettare che la presenza dell’altro altererà i nostri piani; essere amici implica essere disponibili anche quando il rapporto smette di essere comodo; e credere in Dio significa accettare che la vita non si organizza solo in base al desiderio di mantenere il controllo.

Accompagnare senza cercare risultati

Il desiderio che un amico conosca Dio può snaturarsi se trasformiamo il rapporto in un compito da portare a termine. Potremmo finire per misurare l’amicizia in base ai suoi risultati: se torna a messa, se accetta un invito, se si mostra ricettivo. La libertà dell’altro non è un ostacolo all’apostolato, ma una parte essenziale di esso. Accompagniamo perché amiamo l’altro, non perché speriamo di vederlo raggiungere una meta che abbiamo stabilito noi. La domanda cruciale è: continueremmo ad amare quella persona se non cambiasse mai idea né condividesse il nostro modo di intendere la libertà o la felicità? Amare cristianamente non significa smettere di desiderare il suo bene, ma volerlo senza possederlo; offrire senza costringere; parlare senza manipolare. L’amico non è un progetto.

Mentre ascoltavo i miei amici, mi sono reso conto che il silenzio poteva far pensare che il fatto di valutare la vita familiare solo in termini di stanchezza, soldi o perdita di libertà non mi toccasse da vicino. Sono intervenuto:

«Capisco cosa intendi», ho esordito. «Visto dall’esterno può sembrare difficile. Abbiamo rinunciato a molte cose e a volte non riusciamo a fare tutto come vorremmo, ma non abbiamo mai avuto la sensazione che le nostre figlie ci impediscano di vivere; sono una parte essenziale della nostra vita.».

Non ci furono reazioni spettacolari. Uno abbassò lo sguardo; un altro precisò che non si riferiva a tutti i casi. La conversazione proseguì. Non si verificò alcun cambiamento visibile, ma qualcosa era cambiato. Non necessariamente in loro, ma nel rapporto. Per alcuni secondi, l’amicizia smise di basarsi esclusivamente sulla cordialità e dovette fare i conti con una divergenza reale. Forse un’amicizia profonda non si misura dall’assenza di disaccordi, ma dalla capacità di superarli senza smettere di riconoscersi come amici.

Dire la verità può mettere a disagio. Anche ascoltarla. Ma il disagio non è sempre una minaccia: a volte indica che la conversazione è andata oltre le apparenze e ha toccato qualcosa di importante. L’apostolato dell’amicizia inizia dal rispetto, ma non si riduce a una convivenza cordiale in cui ognuno tiene le proprie convinzioni in uno spazio privato e inaccessibile. Condividere la vita significa anche parlare di ciò che la sostiene. Per un cristiano, Dio non è un passatempo riservato a determinati momenti, ma la fonte da cui cerca di comprendere la famiglia, il lavoro, la sofferenza, il riposo e la felicità. Escludere sempre questa dimensione dalla conversazione significa tralasciare qualcosa di essenziale.

Condividere questa fonte non significa trasformare l’amico nel destinatario di una strategia. Non si tratta di raccontare i propri progressi né di tenere conto delle decisioni visibili. L’amico è una persona libera il cui cammino appartiene, in ultima analisi, a Dio. Per questo l’apostolato dell’amicizia richiede una doppia fedeltà: fedeltà alla verità, per non nasconderla per paura di mettere a disagio, e fedeltà all’amico, per non usarla come arma o mezzo di pressione.

Non esistono formule infallibili per sapere quando parlare, quando tacere o quando aspettare; la prudenza nasce dalla conoscenza dell’altro, dalla preghiera e dall’umiltà di riconoscere i propri errori. Evangelizzare non significa vincere una discussione sulla famiglia, sul denaro, sulla sessualità o sul sacrificio; significa mostrare che la vita raggiunge una pienezza maggiore quando i beni ricevuti non si fermano a se stessi. Forse l’apostolato dell’amicizia inizia proprio da lì: quando smettiamo di scegliere tra la verità e l’amico e impariamo a prendersi cura di entrambi allo stesso tempo.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

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Risorse

Qual è il ruolo dei padrini della Cresima?

Essere padrino di cresima non è solo un ruolo affettivo: è un ruolo all’interno della Chiesa. Il tuo compito concreto è quello di presentare il tuo figlioccio al vescovo, che è il capo della comunità, affinché possa integrarsi pienamente in quel popolo.

Claus Erik Jacob-6 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il momento in cui ti chiedono di fare da padrino a Conferma è spesso accompagnata da una certa sorpresa, un po’ di orgoglio, forse, ma anche — e questo è l’aspetto più rivelatore — da una certa tensione nel momento in cui si pone la domanda. Non è facile chiederlo e, quando te lo propongono, si avverte chiaramente quella sorta di imbarazzo. Ma perché succede questo? Succede perché quella persona ti ha appena rivelato un aspetto molto intimo dei propri pensieri: la confessione di nutrire per te una grande ammirazione.

Ecco perché sorgono, allo stesso tempo, la sorpresa, l’orgoglio e la tensione. Rendersi conto che qualcuno ti considera in modo particolare tra tutti gli altri ti ricorda che sei una persona di valore e che ne vali la pena, poiché ti viene affidata la responsabilità di vegliare sulla sua anima e sui suoi desideri di salvezza.

Un impegno concreto

In quei primi momenti, c’è il rischio che tu, in qualità di padrino appena nominato, ti limiti a provare solo quel sano orgoglio. Per questo motivo, tenendo conto di ciò, ho voluto dedicare un po’ di tempo a esprimere la mia opinione sulla vera grandezza di questo ruolo. La mia idea è che l’orgoglio di essere padrino non derivi dal semplice riconoscimento sociale, ma affondi le sue radici nella profonda responsabilità che tale scelta comporta.

Essere padrino non è solo un ruolo affettivo: è un ruolo all’interno della Chiesa. Il tuo compito concreto è quello di presentare il tuo figlioccio davanti al vescovo, che è il capo della comunità, affinché si integri pienamente in quella comunità. In fondo, stai introducendo qualcuno a una vita che tu stesso stai vivendo. Ed è proprio questa la domanda che vale davvero la pena porsi prima di accettare: mi interessa vivere con Cristo ed essere parte attiva della sua Chiesa? Non si tratta di essere perfetti — perché nessuno lo è —, ma di avere sinceramente a cuore questa cosa. In fin dei conti, non puoi far entrare qualcuno in una casa in cui tu stesso non entri.

L'analogia con il rugby

Poiché tutto questo può sembrare un po’ schematico e forse non del tutto chiaro, cercherò di spiegare la dinamica propria del padrino ricorrendo a un’analogia.

Qualche tempo fa, mi è capitato di vedere due gruppi di fratelli giocare, per la prima volta fianco a fianco, una partita di rugby. Vale la pena spiegare il contesto: nella scuola in cui lavoro esiste un club di rugby a cui gli studenti possono iscriversi una volta terminati gli studi; si tratta, cioè, di un club di ex-alunni. È così che, col passare del tempo, fratelli di diverse generazioni della scuola finiscono per giocare insieme nella stessa squadra.

La scena era di per sé sorprendente. Vedere concretizzarsi l’orgoglio che provavano per il fratello minore che iniziava a partecipare insieme a loro suscitava una gioia sincera. Soprattutto perché quell’orgoglio non solo rifletteva l’affetto che si poteva provare per l’altro, ma — e questo è l’aspetto più interessante — il fatto che ora il più giovane avrebbe potuto partecipare a qualcosa che aveva reso molto felice il fratello maggiore. Far parte di quella squadra di rugby non significa solo praticare uno sport, ma entrare a far parte di una comunità di persone che perseguono lo stesso obiettivo. In questo modo, il fratello minore entra a far parte di una comunità all’interno della quale il fratello maggiore ha già un ruolo e viene apprezzato.

Il processo di integrazione

Se si osserva la dinamica interna tra i fratelli, emergono alcuni ruoli naturali. Innanzitutto, è molto probabile che il fratello minore abbia iniziato a giocare a rugby perché lo faceva il maggiore. Quindi, c’è un primo invito. Tuttavia, man mano che entrambi continuano a giocare, il fratello maggiore gli avrà insegnato alcune cose, dandogli quei «consigli» che il tempo ha insegnato a lui e, nel frattempo, gli avrà trasmesso la passione per questo sport.

Inoltre, all’insaputa del fratello minore, chi lo invita a partecipare probabilmente parlerà bene di lui all’allenatore e agli altri membri della squadra affinché lo accettino e lo accolgano. Man mano che la situazione evolve, i mondi dei due fratelli inizieranno a fondersi: i loro amici sanno già «di chi è il fratello» e celebrano, proprio, questo legame. E quando il fratello minore finalmente entra in campo per giocare fianco a fianco con il maggiore nella stessa squadra, ciò viene percepito come la naturale realizzazione di un progetto che si stava delineando già da tempo. È semplicemente il culmine di un processo. Il momento in cui si accompagnano alla prima partita insieme finisce per «sacramentalizzare» una relazione che si stava sviluppando da anni.

Ma la storia non finisce qui. Ora che il fratello minore fa parte della squadra, i consigli che seguiranno assumeranno un’altra piega. Il fratello maggiore gli insegnerà le dinamiche interne della squadra. Le correzioni e i consigli saranno formulati con un tono diverso, perché ora si trovano in un rapporto tra pari. Si difenderanno a vicenda, parleranno bene l’uno dell’altro davanti all’allenatore e si assicureranno che siano felici di vivere insieme l’esperienza del rugby nel club.

Dal campo alla Cresima

Nella Cresima si ritrovano esattamente queste stesse dinamiche. Il padrino non viene scelto semplicemente perché si va d’accordo, né per adempiere a un dovere sociale. Ti scelgono perché vedono in te un buon cristiano che ha spinto l’altro a vivere in modo più elevato. Ti viene chiesto di portare a compimento ciò che prima era solo un progetto: di introdurlo alla pienezza della vita cristiana affinché quel giovane possa partecipare pienamente ai tesori della Chiesa.

Ci si aspetta che il padrino sappia guidare e correggere il figlioccio con lo stesso spirito con cui un fratello rugbista lo fa con il proprio fratello minore: perché ama la sua squadra e desidera che il fratello dia il meglio di sé. Nel nostro parallelo, «parlare con l’allenatore» significa pregare per lui; ovvero, parlare a Dio del proprio figlioccio per chiedergli di prestargli attenzione e di aiutarlo a migliorare. Lo condurrà anche a partecipare alla vita della Chiesa — magari con un’opera di misericordia o un pellegrinaggio —, ma sempre con lo spirito di chi invita a una gioia di cui lui stesso sta godendo. Proprio come il fratello accompagna con orgoglio l’altro alla sua squadra di rugby, così il padrino deve condurre con orgoglio il suo figlioccio alla pienezza della Chiesa.

Un'occasione per rinnovare la propria fede

Per tutti questi motivi, diventare padrino porta con sé una nuova riflessione sulla propria vocazione cristiana, che richiede maturità. Si tratta di una nuova opportunità per ricominciare la propria vita cristiana.

L’orgoglio di essere stato scelto deve raggiungere la sua pienezza attraverso un ruolo svolto con dedizione. Ciò consiste, semplicemente, nel voler essere santi, nel mettere a frutto i doni che già possiedi — e che il tuo figlioccio riceverà —, nell’amare profondamente il figlioccio (ma volendolo santo) e nel non smettere mai di pregare per lui.

L'autoreClaus Erik Jacob

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Vaticano

Gesù non ci lascia mai soli di fronte a ciò che ci opprime, afferma il Papa

“Come può essere ”leggero“ e ”delicato“ il peso della croce?”, si è chiesto il Papa questa domenica durante l’Angelus. La sua risposta: «Per un unico motivo: perché il Signore la porta per primo (...), senza mai lasciarci soli di fronte a ciò che ci opprime». Leone XIV ha pregato nuovamente per le vittime dei terremoti in Venezuela.

Redazione Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Papa Leone XIV ha elogiato in quest'ultimo Angelus in Piazza San Pietro prima della sua pausa estiva a Castel Gandolfo, l’umiltà e la semplicità, sulla scia del Vangelo della liturgia di oggi (Mt 11, 25-30), che ci invita a unirci alla lode che Gesù rivolge al Padre, “Signore del cielo e della terra”.

Inoltre, ci si è chiesti: come può essere “leggero” e “delicato” il peso della croce (cfr. v. 30)? Per un’unica ragione: perché il Signore lo porta per primo e insieme a tutti noi, senza mai lasciarci soli di fronte a ciò che ci opprime. Da vero maestro, Gesù si fa carico dell’umanità ferita dal male, per prendersene cura”.

«La saggezza che Egli ci dona è, quindi, un annuncio di salvezza, e il suo giogo ci rialza ogni volta che cadiamo», ha osservato.

Seguire Cristo, “una scuola di libertà”

Seguire Cristo non significa intraprendere un percorso ascetico che mortifica, ha sottolineato il Pontefice. “È una scuola di libertà, che prende sul serio il dramma della storia e ne illumina sempre il senso, soprattutto nei momenti più bui. Infatti, solo sulla croce di Gesù il male viene redento: solo nella sua passione la nostra stanchezza mortale trova consolazione e redenzione”.

Cristo è liberazione, speranza, perdono

“Nella schiavitù, Cristo è liberazione. Sotto il flagello della guerra, Cristo è speranza. Nell’ora del peccato, Cristo è perdono. Questa è la vera saggezza, ovvero la via che vogliamo percorrere insieme, uniti nel suo nome come discepoli”, ha affermato il Papa davanti a circa 20.000 fedeli e pellegrini in Piazza San Pietro, il giorno dopo il suo ritorno da Lampedusa.

“Gesù ce lo insegna in quanto Figlio, facendosi nostro fratello: con la forza dello Spirito Santo, Egli stesso rivela alla Chiesa la verità su Dio e sull’uomo, perché “nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”, ha proseguito, prima della preghiera mariana dell’Angelus,

La vera saggezza. L'insegnamento di Gesù a coloro che affrontano le difficoltà maggiori

All’inizio del suo discorso, il Santo Padre ha commentato l’elogio di Gesù. “La semplicità di un gesto così spontaneo e gioioso corrisponde allo stile di Dio, che ama rivelarsi “ai piccoli”, mentre rimane nascosto ‘ai saggi e agli intelligenti’”.

“Questi, infatti, sono talmente presi dalle proprie idee da non riconoscere la presenza di Cristo, il Messia che visita il suo popolo. La saggezza umana si trasforma così in arroganza e la dottrina degenera in superbia”...

La vera saggezza di Dio si rivela invece, ha sottolineato il Successore di Pietro, “nell’umiltà della carne“ e il suo insegnamento è rivolto a coloro che vivono le difficoltà più grandi: ”Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi” (v. 28), dice il Signore». 

Andare a Gesù significa ricambiare il suo amore e condividere la sua vita fino alla croce, proprio come Lui stesso ci ha spiegato: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt ”16,24)», ha sottolineato. 

Il dono di sé per amore, sintesi dell’insegnamento di Gesù

Proprio il donarsi per amore è il “giogo” di Gesù (cfr. Mt 11,29), ovvero la sintesi del suo insegnamento, il cuore della sua saggezza, animato da carità verso tutti.

«Cari amici, mentre rendiamo grazie al Signore per questa dimostrazione di fiducia piena d’amore, chiediamo l’intercessione di Maria, Regina della pace, per il bene della Chiesa e del mondo intero», ha concluso il Papa.

Preghiera per le vittime e per tutti i venezuelani

Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha aperto il proprio cuore per affermare: “Ricordo sempre nelle mie preghiere le vittime del terremoto e tutto il popolo venezuelano: che il Signore lo sostenga in questo momento così difficile”.

Beatificazione di un sacerdote vietnamita

Il Papa ha inoltre riferito che giovedì scorso, nel Santuario di Tac Say in Vietnam, è stato beatificato il sacerdote Francesco Saverio Tru’o’ng Bǚu, assassinato nel 1946 per odio verso la fede. 

“In un contesto di abuso di potere e violenza, si è fatto paladino dei diritti delle persone e non ha abbandonato i suoi fedeli”, ha affermato Leone XIV.

“Che la loro intercessione e la loro preghiera sostengano i servitori del Vangelo che, anche oggi, si trovano in situazioni di persecuzione”, ha concluso.

L'autoreRedazione Omnes

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Vaticano

In occasione della Festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti, Papa Leone XIV rende omaggio ai migranti a Lampedusa

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa ha puntato i riflettori sul dramma migratorio nel Mediterraneo, rivendicando la dignità delle vittime e invitando l’Europa e la comunità internazionale a rispondere con solidarietà e responsabilità.

OSV / Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da oltre 30 anni, il dottor Pietro Bartolo ha visitato più di 350.000 persone e ha effettuato autopsie sui migranti deceduti durante la traversata verso Lampedusa, luogo in cui sono giunti per la prima volta i migranti soccorsi nel Mediterraneo.

Una storia, ha detto, gli è rimasta impressa.

Dopo un naufragio al largo di Malta, un padre raccontò a Bartolo come avesse cercato di tenere in vita la sua famiglia in acqua. Mentre nuotava, teneva il figlio più piccolo stretto al petto, la moglie con una mano e il figlio di tre anni con l’altra. Quando si rese conto di non avere più le forze per salvare tutti, lasciò andare il figlio maggiore.

«Se avesse resistito ancora un minuto, mio figlio sarebbe ancora qui», ha ricordato Bartolo riferendo le parole del padre. Le squadre di soccorso sono arrivate pochi istanti dopo.

«Cercate di capire», ha detto Bartolo in un’intervista al Catholic News Service il 3 giugno, «quanto sia terribile per un padre dover scegliere quale figlio lasciar andare».

Secondo lui, storie come questa spiegano perché Papa Leone XIV si recò a Lampedusa.

Lampedusa, simbolo di solidarietà

Per Bartolo, che ha lavorato per decenni come medico a Lampedusa ed è stato membro del Parlamento europeo, queste tragedie umane spiegano perché Papa Leone abbia scelto questa piccola isola del Mediterraneo per una delle visite più importanti del suo pontificato.

«La gente si chiede perché il Papa venga a Lampedusa», ha detto Bartolo al CNS. «Perché questo è il simbolo della solidarietà».

Quando il primo papa statunitense ha commemorato il 4 luglio il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, non lo fece per celebrare la sua patria, ma in un luogo di approdo dei migranti europei, pregando per i migranti sepolti nel cimitero dell’isola, incontrando i sopravvissuti e celebrando la messa in un luogo dove decine di migliaia di persone fuggono dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà.

Prima ancora di pronunciare un solo discorso pubblico, Papa Leone XIII ha deposto dei fiori sulle tombe dei migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Ha incontrato una famiglia di migranti presso il monumento «Porta d’Europa», ha benedetto una targa che intitola il molo Favaloro in onore di Papa Francesco e, successivamente, ha celebrato una messa sotto un’immagine della Madonna del Porto Sicuro.

La visita ha voluto richiamare alla mente il primo viaggio di Papa Francesco fuori da Roma nel 2013, quando si recò a Lampedusa per denunciare quella che definì la «globalizzazione dell’indifferenza».

Compassione e responsabilità

«Ringrazio il Signore per l’opportunità di venire a trovarvi, seguendo le orme di Papa Francesco», ha detto Papa Leone XIII nella sua omelia al campo sportivo Arena, nel quartiere di Salina, a Lampedusa.

Ma pur ribadendo l'enfasi che i suoi predecessori avevano posto sui migranti, Papa Leone ha conferito al messaggio una propria impronta teologica.

Riflettendo sulla parabola del Buon Samaritano, ha affermato che Lampedusa oggi si trova «su una strada pericolosa quanto quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico».

«Coloro che hanno perso la vita in questo mare sono vittime sia delle decisioni che sono state prese sia di quelle che non sono state prese», ha affermato.

Il Papa ha elogiato i pescatori, i volontari, i soccorritori, le autorità civili e i semplici abitanti dell’isola che da anni accolgono i migranti, ringraziandoli per aver dimostrato «il miracolo della compassione».

«Non c’è amore per Dio senza amore per il prossimo», disse, «e non c’è prossimo se non mi avvicino a lui».

«L’indifferenza verso il bene comune e la corruzione nei loro paesi generano povertà ed emarginazione», ha affermato Papa Leone XIII. Tuttavia, citando la sua prima enciclica, «Magnifica Humanitas», ha aggiunto: «Nessuno è esente da responsabilità».

Anche Papa Leone XIII ha esortato l’Europa ad andare oltre le misure di emergenza, chiedendo politiche a lungo termine in grado di «accogliere, proteggere, sostenere e integrare i migranti», aiutando al contempo i paesi in via di sviluppo affinché «nessuno sia costretto a emigrare».

Il suo messaggio ha varcato i confini dell'Europa.

La migrazione, priorità del pontificato

Oltre all’omelia del 4 luglio, Papa Leone XIII pubblicò un messaggio in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, nel quale lodò gli ideali fondanti della nazione, quali la libertà e la libertà religiosa, ricordando al contempo agli americani che gli immigrati «hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dai suoi inizi».

«Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e aiutare gli immigrati», ha scritto, definendo tale accoglienza «non solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che spetta a ogni persona umana».

Per il primo papa statunitense, la migrazione è stata una priorità in quanto questione di dignità umana. Papa Leone XIII ha approfittato della sua visita al punto di ingresso dei migranti per celebrare la Giornata degli immigrati negli Stati Uniti, affermando che gli immigrati «fanno parte della storia di questo Paese sin dai suoi inizi».

«Accoglierli con compassione e generosità non è solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che spetta a ogni persona umana.»

Papa Leone XIII ha affermato che il 250° anniversario della firma della Dichiarazione d’Indipendenza non è solo un invito a festeggiare, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri.

Quel messaggio risuona profondamente a Lampedusa.

I numeri e i volti della tragedia

Secondo il rapporto annuale di Mediterranean Hope sull’Osservatorio sulle migrazioni di Lampedusa, nel 2025 sono arrivati sull’isola circa 40.000 migranti, di cui oltre l’80% provenienti dalla Libia. L’osservatorio ha documentato almeno 1.314 decessi lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel corso di quell’anno, pur sottolineando che la cifra reale è probabilmente più alta, poiché molti naufragi non vengono registrati. 

Per Bartolo, tuttavia, le statistiche raccontano solo una parte della storia. Il medico in pensione ha affermato che eseguire autopsie su bambini e famiglie annegati «ha cambiato completamente la mia vita». Ora, il dottore dedica il suo tempo a viaggiare per l’Europa tenendo conferenze nelle scuole e nelle università su ciò a cui ha assistito durante gli anni trascorsi al punto di ingresso dei migranti.

Ricordare i defunti è diventato anche l’impegno di una vita per Tareke Brhane, un rifugiato eritreo che ha attraversato il Mediterraneo prima di arrivare in Italia nel 2006.

Restituire un nome alle vittime

Dopo essere sopravvissuto alla traversata, Brhane ha fondato il Comitato del 3 ottobre a seguito del naufragio avvenuto nel 2013 al largo delle coste di Lampedusa, in cui hanno perso la vita più di 360 persone. L’organizzazione si impegna a identificare coloro che perdono la vita in mare e a restituire un’identità alle vittime sepolte come migranti non identificati.

«La maggior parte ha solo numeri», ha detto Brhane.

Come ha dichiarato alla CNS, la sua commissione ha contribuito all’identificazione di circa 100 salme e ha promosso con successo una campagna affinché l’Italia istituisca il 3 ottobre come giornata nazionale di commemorazione dei migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. 

Per Brhane, la decisione di Papa Leone di iniziare la sua visita dal cimitero è stata il gesto più significativo della giornata. Brhane ha dedicato la sua vita all’identificazione dei migranti sepolti senza nome. 

Storicamente, molti corpi recuperati nel Mediterraneo sono stati sepolti solo con un numero di caso, poiché le autorità non erano in grado di identificarli. Il Comitato del 3 ottobre ha collaborato con esperti forensi, autorità italiane e familiari delle vittime per cambiare questa situazione. Come ha dichiarato al CNS, esiste un’enorme differenza tra le tombe dei residenti e quelle senza nome dei migranti. 

«La gente parlerà del porto», disse. «Ma il vero messaggio è che prima è andato al cimitero a pregare per i defunti».

Ha descritto Lampedusa come «un luogo di sofferenza e un luogo di speranza».

Come ha spiegato, molti immigrati che in seguito diventano cittadini britannici, svedesi o olandesi tornano semplicemente per rimettere piede sull’isola dove sono sbarcati vivi per la prima volta.

«Dicono che sia qui che siamo rinati», ha dichiarato Brhane al CNS. 

Con un messaggio simile, il sindaco Filippo Mannino ha detto al Papa durante la sua visita che l’isola è come un faro che «non giudica» e «non sceglie chi illuminare», ma rimane acceso per tutta la notte per chiunque cerchi la costa.

«Nessuno è troppo piccolo per indicare la strada», ha detto.

Una sfida per l'Europa e per il mondo

La visita ha fatto eco al viaggio apostolico che il Papa ha compiuto a giugno in Spagna, dove ha dedicato alcune delle sue dichiarazioni più incisive sulla migrazione alle Isole Canarie, un’altra importante porta d’ingresso per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. In quell’occasione, ha esortato gli europei a non permettere che il turismo nasconda la sofferenza umana che si vive lungo le rotte migratorie e ha incoraggiato i visitatori ad «avere il coraggio di pensare in modo diverso», affermando che un vero riposo dovrebbe portare le persone a riscoprire il senso della vita e la solidarietà verso il prossimo.

Papa Leone ha ribadito questo concetto a Lampedusa, ricorrendo ancora una volta all’immagine del Buon Samaritano per sostenere che essere discepoli di Cristo significa avvicinarsi a chi è nel bisogno invece di «passare oltre».

«Abbiate il coraggio di pensare in modo diverso», ha esortato il Papa a coloro che trascorrono le vacanze sull’isola, incoraggiandoli a non ignorare le sofferenze che si verificano nel mare circostante.

Da questo «angolo remoto d’Europa», ha affermato, la sfida che l’Europa e il resto del mondo devono affrontare può essere vista con una chiarezza insolita.

«Tutto ciò deve avvenire con attenzione, garantendo il rispetto della dignità di ogni persona», ha affermato il Papa il 4 luglio. «Questo è un compito che spetta non solo alle istituzioni pubbliche, ma anche alla società civile nel suo insieme e alla Chiesa».

L'autoreOSV / Omnes

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Cultura

Scienziati cattolici: Antonio Ulloa

Antonio Ulloa nacque a Siviglia in una famiglia profondamente religiosa e fu un pioniere della scienza e dell'esplorazione illuminista

Ignacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Antonio Ulloa (12 gennaio 1716 – 5 luglio 1795) nacque a Siviglia in una famiglia profondamente religiosa. Due delle sue sorelle divennero suore e un altro fratello frate agostiniano. Per quanto a lui, studiò al Collegio di Santo Tomás, dei Padri Domenicani.

Entrò nella marina spagnola ancora giovanissimo e, a soli diciotto anni, fu nominato tenente di vascello. A quell’età intraprese, insieme a Jorge Juan, la celebre spedizione organizzata dall’Accademia delle Scienze di Parigi per misurare l’arco del meridiano all’equatore, in quello che allora era il vicereame del Perù. Dopo aver completato le misurazioni principali, Ulloa rimase in Sudamerica per oltre un decennio, raccogliendo preziosi dati astronomici, geografici e naturalistici. Lì fu il primo a documentare scientificamente il platino, metallo che in seguito introdusse in Europa, e sembra che sia stato anche il primo a osservare le aurore australi.

Il suo prestigio come scienziato crebbe rapidamente: fu ammesso alle accademie delle scienze di Londra, Parigi, Berlino, Stoccolma e Bologna. Al suo ritorno in Spagna ricoprì incarichi di rilievo nella Marina e nell’amministrazione scientifica, organizzando il primo Gabinetto di Storia Naturale e di Metallurgia, da cui nacque l’attuale Museo Nazionale delle Scienze Naturali. Promosse inoltre la modernizzazione della stampa e la realizzazione di mappe e carte nautiche di grande precisione, fondamentali per la navigazione spagnola.

Ulloa ha sempre manifestato una chiara identità cattolica. Era cavaliere degli ordini di Santiago e di Calatrava e sapeva interpretare i reperti naturali in armonia con la fede. Così, ad esempio, interpretò i fossili marini rinvenuti nella cordigliera delle Ande come parte di un processo graduale della storia naturale compatibile con la Bibbia, sulla stessa linea di altri cattolici illuministi come padre José Torrubia. La figura di Ulloa, figura chiave all’interno della Scuola Universalista Spagnola del XVIII secolo, rappresenta la sintesi tra marinaio, scienziato e cattolico illuminista: un uomo che ha servito la propria patria e ha contribuito al progresso della scienza senza mai abbandonare la propria fede, convinto che entrambe le ricerche, quella della conoscenza umana e quella di Dio, si completino a vicenda.

L'autoreIgnacio del Villar e Alfonso V. Carrascosa

Università Pubblica di Navarra e SCS-Spagna / Ricercatore del CSIC.

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Ecologia integrale

Il confine tra lavoro e famiglia è labile, avverte un rapporto del Pew Research Center

I genitori che lavorano ritengono che il confine tra lavoro e famiglia sia sfumato e non ben definito. Inoltre, secondo il Pew Research, la metà dei genitori che lavorano a tempo pieno (52%) afferma che il proprio lavoro rende loro difficile essere dei buoni genitori. Conciliare le due sfere è difficile, sostengono in molti.

Redazione Omnes-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

– Rachel Minkin, Luona Lin, Dana Braga e Kiley Hurst

Per molti genitori statunitensi che lavorano a tempo pieno, il confine tra lavoro e famiglia non è ben definito, secondo un rapporto del Pew Research Center basato su un sondaggio condotto tra il 2 e il 15 marzo 2026 su un campione di 2.242 genitori lavoratori statunitensi.

 – Il 70% dichiara di occuparsi delle attività legate alla cura dei figli mentre lavora.

– Il 59% afferma di occuparsi delle faccende legate al lavoro quando è con i propri figli.

– Il 54% afferma che ha difficoltà a conciliare le proprie responsabilità lavorative e familiari.

Un onere particolare per le madri

I genitori, soprattutto le madri, spesso devono sopportare il peso psicologico derivante dal tentativo di conciliare le esigenze delle loro famiglie con quelle del lavoro. E con così tanti impegni, non c’è da stupirsi se a volte sentono di non riuscire a dare il 100% né a casa né al lavoro.

Come ha osservato una madre nel sondaggio sulla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia: “Si presume che io debba lavorare come se non avessi figli e svolgere il mio ruolo di genitore come se non avessi un lavoro”.

Per questo progetto, Pew ha intervistato 2.242 genitori che lavorano tra il 2 e il 15 marzo 2026 per capire come gestiscono questi aspetti della loro vita. Ciò che hanno dichiarato offre spunti di riflessione.

Le madri che lavorano a tempo pieno tendono più dei padri a sentirsi incapaci di dare il 100 % sia a casa che al lavoro.

Conclusioni principali

Circa la metà dei genitori che lavorano a tempo pieno (52%) afferma che il proprio lavoro rende loro difficile essere dei buoni genitori. D’altra parte, il 45% sostiene che essere genitori renda loro difficile fare carriera.

Rispetto ai padri, le madri che lavorano si assumono maggiori responsabilità in famiglia e hanno più difficoltà a trovare un equilibrio. Il 62 % delle madri che lavorano a tempo pieno afferma di avere difficoltà a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari, contro il 47 % dei padri. 

Nelle coppie eterosessuali in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, il 52 % afferma che la madre si fa carico di un maggior numero di compiti legati all’educazione dei figli, mentre una percentuale minore indica che il padre ne svolge di più (10 %) o che tali compiti sono equamente ripartiti (39 %). 

L'accesso alle prestazioni lavorative per i genitori che lavorano varia a seconda del reddito.

I genitori che lavorano a tempo pieno e hanno un reddito familiare più basso sono, sistematicamente, quelli che hanno meno probabilità di dichiarare di avere accesso a benefici quali ferie retribuite (PTO), permessi retribuiti distinti dal PTO e assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro (tra coloro che non lavorano in proprio). 

Questo gruppo è anche quello che teme maggiormente di perdere lo stipendio — o il posto di lavoro — se si assenta dal lavoro perché il figlio è malato o non è possibile avvalersi di un servizio di assistenza all’infanzia.

I vantaggi del lavoro da casa quando necessario 

La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno afferma che poter contare sulla flessibilità di lavorare da casa quando necessario sarebbe estremamente o molto utile (tra coloro che non sono lavoratori autonomi). Tuttavia, solo il 24 % di questi genitori dichiara di avere molta flessibilità per lavorare da casa. 

Chi lavora abitualmente da casa vede alcuni vantaggi in questa modalità, come la possibilità di partecipare alle attività dei propri figli quando queste coincidono con l’orario di lavoro. Tuttavia, non sono più propensi di chi lavora da casa con minore frequenza ad affermare che per loro sia facile conciliare il lavoro con la vita familiare. Per saperne di più sulle esperienze dei genitori che lavorano da casa.

L'assistenza all'infanzia: i costi

A tutti i livelli di reddito, i genitori affermano che il costo rappresenta il principale ostacolo nella ricerca di servizi di assistenza all’infanzia. I genitori con redditi bassi e medi sono più propensi rispetto a quelli con redditi familiari più elevati a affidarsi a parenti, amici o vicini per la cura dei propri figli. La maggior parte dei genitori con redditi elevati ricorre a servizi di assistenza all’infanzia a pagamento, come asili nido o scuole dell’infanzia. 

Questa analisi si concentra principalmente sulle esperienze dei genitori che lavorano a tempo pieno, che rappresentano il 73 % dei genitori statunitensi con figli di età inferiore ai 18 anni (di cui l’89 % dei padri e il 59 % delle madri, secondo un’analisi del Pew Research Center basata sui dati dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti) per il 2025. Per saperne di più sulle esperienze dei genitori che lavorano a tempo parziale e come sono cambiate le modalità di lavoro dei genitori statunitensi.

Conciliare il lavoro con la vita familiare ha un impatto diverso sulle madri e sui padri.

“Le mie responsabilità lavorative non finiscono mai…”

I genitori che lavorano non sempre riescono a distinguere chiaramente tra vita lavorativa e vita familiare. Come ha scritto un padre nel sondaggio: “Ho l’impressione che le mie responsabilità lavorative non abbiano fine, il che mi rende difficile staccare la spina la sera per concentrarmi sulla mia famiglia”.”

Per la maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno, gli impegni lavorativi si protraggono a casa, mentre quelli legati alla cura dei figli finiscono al lavoro. 

Questa sovrapposizione è particolarmente evidente tra le madri. Circa otto madri su dieci che lavorano a tempo pieno (81%) dichiarano di occuparsi dei compiti legati alla cura dei figli durante la giornata lavorativa, almeno occasionalmente. Tra queste, 38% delle madri dichiarano di farlo molto spesso, quasi il doppio rispetto ai padri che affermano lo stesso (17%).

Tuttavia, anche molti genitori provano questa tensione. La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno afferma di occuparsi delle faccende legate all'educazione dei figli mentre è al lavoro (62%) e delle mansioni lavorative mentre è con i propri figli (57%), almeno occasionalmente.

Quando il lavoro interferisce con l'educazione dei figli

La maggior parte dei genitori che lavorano a tempo pieno (60%) ritiene di trascorrere troppo poco tempo con i propri figli, e molti di loro affermano che ciò sia dovuto agli impegni lavorativi piuttosto che ad altri motivi.

Inoltre, quasi la metà (47%) afferma che le proprie responsabilità lavorative impediscono loro, almeno occasionalmente, di partecipare alle attività in cui sono coinvolti i propri figli, come i concerti scolastici o gli eventi sportivi.

Le madri sono particolarmente inclini a dichiarare di sentirsi infastidite quando, per motivi di lavoro, si perdono le attività dei propri figli: il 65% si sente estremamente o molto infastidito, rispetto al 45% dei padri. Ciononostante, la maggior parte dei genitori afferma di provare almeno un po’ di fastidio quando ciò accade.

Molte mamme e molti papà provano una grande o estrema tristezza quando, a causa del lavoro, non riescono a partecipare alle attività dei propri figli.

Non hanno abbastanza tempo per gli hobby, le relazioni e la cura di sé

Tra i genitori che lavorano a tempo pieno, circa la metà o più dichiara di non avere tempo sufficiente per attività come gli hobby, vedere gli amici, fare esercizio fisico o rilassarsi.

Le madri sono molto più propense dei padri ad affermare di non avere tempo sufficiente per ciascuna di queste attività. Ad esempio, il 65 % delle madri dichiara di non avere tempo sufficiente per fare esercizio fisico, rispetto al 52 % dei padri. Allo stesso modo, le madri sono più propense dei padri ad affermare di non avere abbastanza tempo per rilassarsi (67 % contro il 53 %).

Come si dividono le faccende domestiche genitori che lavorano a tempo pieno

Abbiamo riscontrato differenze anche nel modo in cui le madri e i padri che lavorano a tempo pieno si dividono i compiti genitoriali e le faccende domestiche. (Questa analisi si concentra sulle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno, poiché si tratta della situazione lavorativa più comune tra le coppie eterosessuali con figli).

Tra i genitori sposati o che convivono in questo tipo di famiglia, il 52% afferma che la madre si occupa maggiormente dell’educazione dei figli rispetto al padre, mentre il 39% ritiene che entrambi contribuiscano in egual misura. Una percentuale simile indica che la madre svolge la maggior parte delle faccende domestiche (43%) o che queste sono ripartite equamente (40%). Una percentuale molto inferiore afferma che il padre svolge più compiti legati all’educazione dei figli o alle faccende domestiche.

Ppunti di vista diversi

Le madri e i padri hanno spesso punti di vista molto diversi su come ripartirsi i compiti relativi all’educazione dei figli e alle faccende domestiche. La maggior parte delle madri afferma che loro stesse si assumono maggiori responsabilità rispetto al coniuge o al partner. I genitori, invece, tendono a dire che questi compiti sono condividono in parti uguali.

Per quanto riguarda il lavoro retribuito, una percentuale simile di genitori in queste famiglie afferma che il padre lavora più a lungo in una giornata tipo (41%) oppure che entrambi i genitori lavorano all’incirca lo stesso numero di ore (39%). 

Circa una persona su cinque (21%) afferma che la madre lavora più a lungo. Ma anche nelle famiglie in cui la madre lavora più tempo rispetto al padre, è molto più probabile che i genitori affermino che la madre si occupi maggiormente dei figli e delle faccende domestiche rispetto al padre.

Genitori che lavorano a tempo parziale: la maggior parte sono donne (79%)

I genitori che lavorano a tempo parziale presentano alcune caratteristiche distintive. La maggior parte sono donne (79%). Inoltre, la maggioranza (58%) vive in famiglie a basso reddito, mentre 33% ha un reddito medio e 6% un reddito elevato.

Anche la natura dei loro orari di lavoro è diversa, poiché i genitori che lavorano a tempo parziale sono più propensi rispetto a quelli che lavorano a tempo pieno a dire quanto segue:

– L’orario è imprevedibile (23% rispetto ai 11% dei genitori che lavorano a tempo pieno).

 – Grande flessibilità nella scelta degli orari in cui svolgere le ore richieste (41% rispetto a 26%).

Stesse sfide per i genitori che lavorano a tempo pieno e a tempo parziale

I genitori che lavorano a tempo parziale hanno meno probabilità di beneficiare di prestazioni aziendali quali l’assicurazione sanitaria, le ferie retribuite e altri permessi retribuiti. Ad esempio, il 37 % dei genitori che lavorano a tempo parziale ha accesso all’assicurazione sanitaria tramite il proprio lavoro, rispetto all’87 % di coloro che lavorano a tempo pieno.

Nonostante le diverse modalità di lavoro, I genitori che lavorano a tempo parziale devono affrontare molte delle stesse difficoltà di chi lavora a tempo pieno. 

Una percentuale simile di genitori che lavorano a tempo parziale (51 %) e a tempo pieno (54 %) afferma di avere difficoltà a conciliare il lavoro con le responsabilità familiari. 

Allo stesso modo, percentuali simili indicano che, nell’ultimo anno, hanno avuto la sensazione di non poter dare il 100 % sul lavoro a causa della necessità di conciliare entrambe le responsabilità (rispettivamente il 42 % e il 46 %).

Foto: Jessica Rockowitz/Unsplash.

L'autoreRedazione Omnes

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SOS reverendi

Toccare il Papa, toccare Dio

L’affetto verso il successore di Pietro nasce proprio da ciò che egli rappresenta. Vogliamo toccare il Papa perché ci avvicina a Cristo.

José Gorgas-5 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Le immagini della recente visita di Papa Leone XIV in Spagna rimarranno a lungo nella nostra memoria. Sono stati giorni di fede condivisa e di gioia ecclesiale. Ma, tra i tanti momenti vissuti, c’è stato un dettaglio che ha attirato particolarmente la mia attenzione: il desiderio che la gente provava di toccare il Papa.

Non era curiosità, né desiderio di mettersi in mostra. C’era qualcosa di più profondo. Si percepiva dai volti di coloro che attendevano pazientemente dietro le transenne e dall’emozione di chi riusciva a sfiorare per un istante la mano del Santo Padre. Come se quel contatto fisico fosse l’espressione visibile di un affetto che da tempo aspettava l’occasione per manifestarsi.

Collaboratori della tenerezza

Particolarmente commovente è stata la scena dei bambini piccoli. Mi ha inevitabilmente ricordato quelle pagine del Vangelo in cui alcune madri portavano i propri figli da Gesù, affinché egli imponesse loro le mani e li benedicesse. In questi giorni abbiamo visto gli addetti alla sicurezza prendere in braccio dei neonati per avvicinarli al Papa.

Bisogna riconoscere il merito di quelle guardie del corpo. Abituati a garantire la sicurezza, hanno saputo anche diventare portatori di tenerezza. Grazie a loro, molti genitori hanno potuto vivere un momento che difficilmente dimenticheranno.

Era altrettanto bello osservare come la folla condividesse quel privilegio. Nessuno sembrava voler monopolizzare quel momento. Una mano sfiorava il Papa e subito dopo lasciava il posto a un’altra. C’era una delicatezza collettiva, una sorta di tacito accordo affinché tutti potessero partecipare a quel tesoro.

I segni di cui l'amore ha bisogno

Perché questo bisogno di toccare? Forse perché noi esseri umani abbiamo bisogno che l’amore diventi visibile. Abbiamo bisogno di segni. L’affetto cerca di esprimersi attraverso i sensi. Tocchiamo ciò che amiamo e desideriamo avvicinarci fisicamente a chi rappresenta qualcosa di importante per noi. Tuttavia, durante questa visita c’è stato un altro contatto ancora più profondo.

I due grandi momenti eucaristici vissuti a Madrid hanno lasciato un'impressione indelebile. Durante la veglia con i giovani, il silenzio dell'adorazione è stato impressionante. Migliaia di persone riunite e, tuttavia, una quiete così intensa che sembrava di sentire il passaggio della grazia nelle anime. Qualcosa di simile è accaduto durante la celebrazione a Cibeles. Dopo la comunione è giunto il momento del ringraziamento. Allora sono scomparse le voci, i canti e il frastuono. Si sentiva solo il canto degli uccelli. Quella moltitudine immensa rimaneva in silenzio di fronte a una Presenza infinitamente più grande di quella di qualsiasi essere umano.

Una parabola sul calore invisibile

Quel giorno ho avuto l’occasione di distribuire la comunione. A noi sacerdoti sono stati consegnati dei recipienti piuttosto insoliti. Si trattava di semisfere metalliche coperte da un coperchio trasparente in metacrilato che proteggeva le forme consacrate dal vento.

L'idea era buona, ma gli organizzatori non avevano previsto un dettaglio: il sole splendente di quella mattina madrilena riscaldava il metallo fino a temperature sorprendenti. Molti sacerdoti avvolgevano quei recipienti con la stola per proteggerli dal calore. Le mani percepivano chiaramente quella temperatura in aumento.

Mentre reggevo il calice, mi è venuto in mente un pensiero inaspettato. Il calore che avvertivamo fisicamente non era nulla in confronto al calore invisibile che il Corpo di Cristo trasmette all’anima. Quella semisfera ardente è diventata per me una piccola parabola. Toccare Dio ci riscalda sempre dentro.

La fede cristiana è, in un certo senso, la storia di un Dio che si lascia toccare. I contemporanei di Gesù toccarono le sue mani, le sue vesti e persino le ferite del suo corpo risorto. Oggi possiamo ancora toccarlo sacramentalmente nell’Eucaristia.

Per questo, vedendo tante persone desiderose di toccare il Papa, ho pensato che quel gesto nascondesse una verità più profonda. L’affetto verso il successore di Pietro nasce proprio da ciò che egli rappresenta. Vogliamo toccare il Papa perché ci avvicina a Cristo. Ci commuove stringergli la mano perché vediamo in essa la continuità visibile della missione che il Signore ha affidato a Pietro.

Ma il cuore del cristiano non può fermarsi qui. Ogni vicinanza al Papa è chiamata a condurci verso una vicinanza ancora maggiore. Ogni emozione umana deve sfociare nell’incontro con Dio.

In questi giorni, migliaia di persone hanno voluto toccare il Papa. Ed è stato bellissimo vederlo. Ma è ancora più bello ricordare che, in ogni comunione, è Dio che tocca noi. E quando ciò accade, l’anima raggiunge la vera temperatura della grazia.

L'autoreJosé Gorgas

Sacerdote

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Libri

«Padres Guardametas»: il sito web che analizza in modo approfondito i libri per bambini e ragazzi

A differenza di altre piattaforme, su questa è possibile trovare i titoli più recenti e di maggior successo commerciale, che di solito sono quelli più richiesti dai bambini.

Javier García Herrería-4 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Marta se ne accorse quasi per caso. Mentre riordinava la stanza di suo figlio tredicenne, trovò un romanzo per ragazzi molto popolare tra i suoi compagni di classe. Lo aveva comprato lei stessa qualche settimana prima, attratta dalle recensioni positive e dal fatto che il ragazzo, finalmente, avesse ricominciato a leggere. Ma sfogliandolo ha scoperto scene e dialoghi che non si sarebbe aspettata di trovare in un libro pensato, in teoria, per la sua età. «Se me lo avessero detto, non dico che non glielo avrei fatto leggere, ma almeno avrei potuto parlarne con lui prima», racconta.

Storie come quella di Marta si ripetono in molte famiglie. I genitori controllano quali serie guardano i propri figli, verificano le app che utilizzano e vigilano sulla loro alimentazione, ma il contenuto dei libri che leggono spesso sfugge alla loro attenzione. Proprio per colmare questa lacuna nasce Genitori dei portieri, una nuova piattaforma promossa da Alexia Editorial.

Un database che cresce ogni giorno

Lo strumento funziona come un catalogo di consultazione: per ogni libro incluso, offre una scheda con informazioni dettagliate sulla presenza di violenza, scene di natura sessuale, linguaggio volgare, consumo di droghe o alcol e contenuti ideologici quali riferimenti all’ideologia di genere o all’occultismo. 

Il database conta già 400 titoli di grande attualità, ma qualsiasi utente può richiedere l'analisi di un titolo non ancora presente nel catalogo, tramite il modulo di contatto disponibile sul sito.

Criteri di analisi

Rafael Martínez-Echevarría, promotore dell’iniziativa, spiega che il progetto nasce da una domanda che, secondo lui, non ci si pone più: non se i bambini leggano o meno, ma cosa leggano esattamente. A suo avviso, “per molto tempo si è dato per scontato che qualsiasi lettura fosse positiva per il semplice fatto di essere tale, e questo ha portato molte famiglie a smettere di prestare attenzione al contenuto specifico di ogni opera”. 

Martínez-Echevarría sottolinea che “lo strumento non intende giudicare la qualità letteraria delle opere né fungere da filtro morale che decida cosa si possa leggere e cosa no”. Il suo approccio, afferma, è diverso: “Ogni famiglia ha il proprio modo di educare e i propri limiti, e l’unica cosa che fa la piattaforma è mettere a disposizione dati concreti e verificabili affinché siano i genitori stessi a decidere, senza che nessuno decida al posto loro”.

Per l'ideatore del progetto, la libertà di scelta dipende dal disporre di informazioni sufficienti per poterla esercitare. Acquistare un libro senza sapere cosa contengano realmente le sue pagine, sostiene, equivale a decidere alla cieca. Per questo riassume la missione di «Padres Guardametas» come un tentativo di portare trasparenza laddove, finora, ne c'era ben poca.

Una piccola casa editrice con una missione ben precisa

Alexia Editorial si definisce una casa editrice in crescita il cui obiettivo è affiancare i genitori nel compito, non sempre semplice, di educare i propri figli. La casa editrice invita inoltre le famiglie stesse a partecipare all’ampliamento del catalogo, suggerendo titoli e condividendo le proprie recensioni, con l’idea che il database continui a crescere grazie alla collaborazione degli utenti.

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TribunaJosé Mazuelos Pérez

Quando un Papa lascia una speranza nella terra che lo ha accolto

La visita di Leone XIV alla diocesi delle Canarie è stata un evento che ha segnato la storia di questa Chiesa particolare. Non solo perché è stata la prima volta che un Successore di Pietro ha messo piede su questa terra, ma anche perché la sua presenza ha rappresentato una vera esperienza di comunione, di speranza e di rinnovamento spirituale.

4 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Mi risulta ancora difficile descrivere a parole tutto ciò che ho vissuto. L’emozione di quei giorni è ancora viva in me. Vedere migliaia di persone scendere spontaneamente in strada per salutare il Santo Padre, osservare intere famiglie che aspettavano per ore il suo passaggio, scoprire l’affetto sincero con cui il popolo delle Canarie ha voluto accoglierlo… sono immagini che rimarranno per sempre impresse nel mio cuore.

Ma se c’è una cosa che mi ha colpito particolarmente è stato vedere come il Papa non smettesse mai di guardare le persone. Ogni saluto, ogni gesto, ogni benedizione scaturivano da un’autentica vicinanza. Anche durante gli spostamenti, quando scorgeva qualcuno in attesa lungo la strada, abbassava il finestrino dell’auto per salutarlo. Sono dettagli apparentemente piccoli, ma che rivelano un modo profondamente evangelico di esercitare il ministero petrino.

L'intera visita si è articolata attorno a tre grandi temi che, a mio avviso, riassumono perfettamente il pontificato di Leone XIV: l'evangelizzazione, la bellezza e la carità. Madrid ha mostrato la ricchezza della fede tramandata nel corso dei secoli; Barcellona ha ricordato come la bellezza conduca a Dio; e Le Canarie hanno accolto il grande messaggio sulla dignità di ogni persona umana, in particolare di coloro che sono costretti ad abbandonare la propria terra alla ricerca di un futuro migliore.

Non è stato un caso che il Santo Padre abbia voluto soffermarsi ad Arguineguín. Lì non si è limitato a tenere un discorso sul fenomeno migratorio. Ci ha invitato a contemplare il volto concreto di uomini, donne e bambini la cui dignità non può mai dipendere da un documento, da una frontiera o da un interesse politico. Ha ascoltato testimonianze dolorose, ha abbracciato sofferenze reali e ha ricordato che nessuna persona può essere ridotta a un problema o a una cifra.

La questione migratoria richiede risposte politiche, giuridiche e sociali, ma prima di tutto esige una risposta morale. L’Europa non può abituarsi a contemplare la sofferenza umana da lontano. Dobbiamo impegnarci per combattere le mafie che trafficano in esseri umani, favorire percorsi di migrazione regolari e promuovere lo sviluppo dei paesi di origine. La difesa della dignità umana non può mai diventare una questione ideologica.

Proprio uno dei grandi valori di questa visita è stata la sua capacità di riportare la persona al centro. Il Papa ha parlato della vita in tutta la sua ampiezza. Lo ha fatto in Parlamento, lo ha fatto alle Canarie e lo ha fatto in ciascuno dei suoi incontri. Ci ha ricordato che la difesa della dignità umana non ammette frammentazioni né interpretazioni di parte. Ogni vita merita di essere protetta, dal suo inizio fino al suo naturale termine, e ogni persona merita di essere rispettata, qualunque sia la sua condizione.

Ho avuto modo di condividere con Leone XIV momenti di semplice conversazione durante gli spostamenti. Abbiamo parlato di molti argomenti, anche di questioni quotidiane. Questa vicinanza permette di scoprire un uomo profondamente umano, sereno, gioioso e dotato di una straordinaria capacità di ascolto. Bastava osservare il suo volto per rendersi conto che era felice in nostra compagnia.

Mi ha commosso profondamente anche l’affetto che ha manifestato nei confronti del popolo delle Canarie. Era consapevole dell’impegno profuso in questi anni per accogliere migliaia di migranti e ha voluto ringraziare pubblicamente la nostra società per la sua generosa risposta. Era ben consapevole delle difficoltà che abbiamo attraversato e, proprio per questo, ha voluto riconoscere la grandezza di un popolo che, lungi dal lasciarsi sopraffare dalla paura, ha reagito all’insegna della solidarietà e della fratellanza.

Nella Cattedrale ho vissuto un altro momento particolarmente significativo quando ha fatto riferimento ai nostri tradizionali fiori dell’Ascensione. È stato un gesto di enorme delicatezza pastorale. Aveva voluto conoscere le nostre espressioni di fede e ha saputo integrarle con naturalezza nel suo messaggio. Non è venuto semplicemente per pronunciare discorsi; ha voluto incontrare la storia, la cultura e la spiritualità di questa Chiesa in cammino nelle Canarie.

Se dovessi riassumere in una sola frase ciò che Leone XIV ci ha lasciato dopo la sua visita, direi che ci ha restituito la speranza. Viviamo in tempi segnati dalla polarizzazione, dal disincanto e dalla sfiducia. Tuttavia, il Papa ci ha ricordato che la Spagna possiede un’immensa ricchezza spirituale e umana; che siamo eredi di una tradizione capace di illuminare il mondo e che non possiamo rassegnarci al pessimismo né a sterili scontri.

La visita è terminata, ma ora inizia il compito più importante: dare vita a tutto ciò che abbiamo ricevuto. Un Papa passa; il Vangelo rimane. E il più grande omaggio che possiamo rendere a Leone XIV non consiste nel conservare il ricordo di queste giornate storiche, ma nel trasformare le sue parole in un impegno quotidiano.

Le Canarie fanno già parte della storia dei viaggi apostolici. Ma desidero, soprattutto, che questo evento entri a far parte della storia della conversione della nostra Chiesa. Perché la speranza che il Santo Padre ha seminato tra noi darà frutto solo se saremo capaci di viverla e di trasmetterla alle nuove generazioni.

L'autoreJosé Mazuelos Pérez

Vescovo delle Isole Canarie. Presidente della Sottocommissione episcopale per la famiglia e la difesa della vita.

Quando l'arte mette a disagio la fede

Ogni opera d’arte ci pone qualcosa davanti agli occhi. Ciò che ne scorgiamo dipende meno dall’opera stessa che dal cuore di chi la contempla.

4 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La rappresentazione di “Godspell” durante la veglia L'incontro con Papa Leone XIV a Madrid ha lasciato una domanda sospesa tra gli applausi e le critiche. Cosa ha davvero infastidito? Il musical, la sua estetica, il suo linguaggio o il fatto che il Vangelo fosse presentato in una veste che alcuni non si aspettavano?

La polemica non era una novità. I protagonisti cambiavano, ma la reazione umana era sempre la stessa.

Norman Rockwell sembrava aver anticipato quella reazione già decenni prima. In uno dei suoi dipinti mise a confronto un ritratto classico di John Singer Sargent con un altro, astratto, di Picasso. Di fronte a essi collocò tre spettatrici. Una madre e la sua bambina che si identificano con il ritratto figurativo di Sargent. La terza, di spalle, rivolge tutta la sua attenzione al Picasso. Ognuna rimane davanti all’opera in cui si riconosce. Nessuna sembra provare curiosità per l’altra.

Rockwell non raffigura un conflitto tra stili artistici; raffigura piuttosto la facilità con cui cerchiamo ciò che conferma il nostro modo di intendere il mondo. Mette a confronto due modi di guardare: quello che cerca di confermare ciò che già conosce e quello che accetta di rimanere di fronte a ciò che ancora non comprende.

Saper guardare

Guardare non significa solo rivolgere lo sguardo verso qualcosa. Guardare implica dedicare tempo, sospendere il giudizio e lasciare che ciò che abbiamo davanti ci trasformi. Quando rinunciamo a questa possibilità, smettiamo di entrare in contatto con l’opera, con la persona o con il Vangelo. Ci imbattiamo solo nelle nostre aspettative.

Il motto della visita di Papa Leone XIV a Madrid era “Alza lo sguardo”. L’espressione invita a rivolgere lo sguardo verso Cristo, ma anche a rivedere il modo in cui contempliamo la realtà. Perché alzare lo sguardo non significa solo guardare più in alto. Significa anche guardare oltre le nostre categorie, i nostri pregiudizi e ciò che ci aspettiamo di trovare.

Questo è esattamente ciò che Rockwell ha dipinto. Tre persone che osservano le stesse opere, ma incapaci di vedere la stessa cosa. Forse non ha dipinto un museo. Ha dipinto una veglia. Non perché anticipasse un musical specifico, ma perché ha compreso che ogni proposta veramente nuova ci costringe a scegliere tra due atteggiamenti: proteggere le nostre certezze o lasciare che la realtà allarghi il nostro orizzonte. Anche quando quella realtà arriva con un accento gospel.

Le lingue

Durante la veglia, “Godspell” ha preso il posto del Picasso di Rockwell. Non perché le due opere siano paragonabili, ma perché hanno suscitato una domanda simile. Alcuni sono rimasti lì davanti con curiosità; altri hanno reagito con diffidenza prima ancora di lasciarsi coinvolgere.

Mentre alcune persone si sono sentite a proprio agio con la musica pop, il rock e le ballate, vedendovi creatività, allegria e un nuovo modo di annunciare il Vangelo, altre vi hanno visto una rottura con ciò che considerano proprio dell’ambito religioso.

Non era la prima volta che il gospel subiva un simile rifiuto. Quando Thomas A. Dorsey iniziò a incorporare il blues e il jazz nella musica cristiana, molti ritenevano che quei ritmi non avessero posto nel culto. Oggi è difficile comprendere la storia del gospel senza quella rottura iniziale. Ogni generazione sembra aver bisogno di ricordare che il Vangelo rimane immutato, mentre i suoi linguaggi possono rinnovarsi.

La veglia ha riprodotto, in un certo senso, la scena di Rockwell. Ognuno ha trovato un linguaggio in cui riconoscersi. La domanda è: quanti di noi si sono avvicinati anche al linguaggio che non era il proprio? Lo stesso Vangelo è pieno di sorprese che spiazzano chi crede di sapere in anticipo come Dio debba agire.

Lasciarci sorprendere

Ogni opera d’arte ci pone qualcosa davanti agli occhi. Ciò che ne scorgiamo dipende meno dall’opera stessa che dal cuore di chi la contempla.

Forse la domanda che “Godspell” ha lasciato aperta non è se quel musical avesse spazio nel programma di una veglia. La domanda potrebbe piuttosto essere: siamo ancora capaci di alzare lo sguardo prima di giudicare? Perché solo chi accetta di guardare davvero può lasciarsi sorprendere dal Vangelo.

L'autorePeca Macher

Peca Macher è architetto e curatrice d'arte, fondatrice di Präsenz, un progetto che integra arte, educazione e leadership consapevole attraverso la pausa, lo sguardo e l'ascolto. Con oltre 25 anni di esperienza nella gestione e nella riflessione culturale, scrive e fa ricerca sulla memoria, sull'esperienza estetica e sull'arte come strumento di trasformazione personale e sociale. È autrice del libro Präsenz. L'arte come strumento di trasformazione umana ed educativa.

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Evangelizzazione

Madeleine Delbrêl. Dio non è morto!

Madeleine Delbrêl non era una suora, né una fondatrice, né una teologa, ma una donna laica, artista e attivista immersa in realtà difficili, che ha trovato la sua missione (e Dio) per strada, letteralmente.

Gerardo Ferrara-4 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Si dice che i francesi siano italiani di cattivo umore. Io, che sono italiano e spesso sono di cattivo umore, potrei quindi definirmi francese! Scherzi a parte, ho sempre amato la cultura, la lingua, il modo di pensare e anche l’eredità spirituale di questo grande Paese che è la Francia, e dei suoi abitanti, che noi italiani chiamiamo “cugini dall’altra parte delle Alpi”. Ecco perché voglio dedicare un articolo a una grande donna francese: Madeleine Delbrêl.

Madeleine, proprio come Dorothy Day —con cui è stata spesso paragonata— e Flannery O'Connor, non era una suora, né una fondatrice né una teologa, bensì una donna laica, artista e attivista immersa in realtà difficili, che ha trovato la sua missione (e Dio) per strada, letteralmente: la strada, con le sue “periferie esistenziali”, era il suo “territorio del diavolo”, quel luogo in cui, come direbbe O’Connor, la grazia irrompe dove meno te lo aspetti.

Madeleine mi ha spesso accompagnato con le sue riflessioni, che trovano eco nel messaggio degli ultimi due papi. Per questo, in questo articolo vorrei condividere alcuni suoi brani, accompagnando la sua storia con i versi di “Dio è morto”, del grande Francesco Guccini.

Dio è morto…

Mi è stato detto che la mia generazione non crede più in ciò che spesso è stato mascherato da fede, nei miti eterni della patria o dell’eroe.

Perché è giunto il momento di rifiutare tutto ciò che è falso: le credenze fondate sulla tradizione e sulla paura, una politica che non è altro che un modo per fare carriera, l’ipocrisia di convenienza, la dignità vuota, l’ipocrisia di chi ha sempre ragione e non sbaglia mai…

E un dio che è morto. Nei campi di sterminio, Dio è morto. Con i miti della razza, Dio è morto. Con gli odi di parte, Dio è morto. (F. Guccini)

Madeleine Delbrêl nacque il 24 ottobre 1904 a Mussidan, in Francia, in una famiglia che oggi definiremmo “disfunzionale”. Suo padre, Jules, era capostazione, un intellettuale frustrato, anticlericale, orgoglioso e irascibile, che cambiava spesso lavoro, costringendo la famiglia a trasferirsi continuamente. Sua madre, Lucile, era l’esatto contrario: conformista, convenzionale e di famiglia borghese.

Le tensioni familiari ebbero un forte impatto sulla giovane Madeleine, la quale, influenzata dal padre e da un ambiente opprimente, trovò rifugio nel mondo intellettuale della capitale quando la famiglia si trasferì a Parigi. All’età di quindici anni si dichiarò “rigorosamente atea”, arrivando a scrivere, due anni dopo: “Dio è morto, viva la morte”.

Ma “il deserto popolato che chiamano Parigi” (come viene definito ne “La Traviata”), dove Madeleine studiò filosofia e arte alla Sorbona, conciliando gli studi con la poesia (nel 1926 vinse il Premio Sully Prudhomme dell’Accademia di Francia), il pianoforte e l’anticonformismo di uno spirito libero, le aveva riservato qualcosa di più: due “felici incontri”.

Il primo fu Jean Maydieu, di cui si innamorò. Profondamente cristiano, nel 1924 la lasciò per entrare nel noviziato dei gesuiti. La reazione di Madeleine fu di profonda disperazione. Tuttavia, un dubbio cominciò a farsi strada dentro di lei: provava un profondo rispetto per Jean, erano uniti da un percorso intellettuale e sapeva che lui non poteva essere impazzito. E così iniziò a leggere, a cercare, finché anche per lei giunse il secondo incontro, l’incontro con Dio, che non era più, come lei stessa dichiarò, un’ipotesi da confutare, ma una Presenza che la travolse.

Ai lati delle strade

Ho visto persone della mia età allontanarsi lungo sentieri che non portano mai da nessuna parte, alla ricerca del sogno che conduce alla follia, alla ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che già possiedono, nelle notti intrise di vino, lungo sentieri trasformati dalle pillole, tra le nuvole di fumo di un mondo fatto di città, rifiutandosi di inghiottire la nostra stanca civiltà. E un dio che è morto. Ai margini delle strade, Dio è morto. (Guccini).

Dopo la sua conversione, Madeleine avvertì un bisogno fondamentale che divenne il fulcro della sua vita, come lei stessa scrisse:

Ci è stato spiegato chiaramente che sulla terra dobbiamo amare Dio. E affinché non abbiamo dubbi, né pensiamo di non sapere da dove cominciare, Gesù ci ha detto che l’unico modo, l’unica ricetta, l’unica via è amarci gli uni gli altri. Forse ci basterà raggiungere un’umiltà straordinaria, o una povertà insuperabile, o un’obbedienza imperturbabile, una purezza incrollabile; ma se quell’umiltà, quella povertà, quella purezza e quell’obbedienza non ci hanno portato a scoprire la bontà, se chi vive nella nostra casa, per strada, nella nostra città, continua a soffrire la fame e il freddo, se inoltre continua a sentirsi solo, forse saremo degli eroi, ma non saremo tra coloro che amano Dio.

Nel 1933 si trasferì, insieme ad alcune compagne, a Ivry-sur-Seine, nella periferia operaia di Parigi, un quartiere industriale e di lotta di classe governato da un consiglio comunale comunista. Studiò per diventare assistente sociale e fu assunta proprio da quella stessa amministrazione anticlericale, che la stimava enormemente. La sua casa in rue Raspail divenne un luogo di accoglienza per i poveri, i senza tetto e, durante la Resistenza, per ebrei e rifugiati.

Visse così, alla periferia di Ivry, fino al 13 ottobre 1964, quando morì a causa di un’improvvisa emorragia cerebrale. Stava lavorando alla sua scrivania.

Nel 2018, il Papa Francesco gli ha conferito il titolo di Venerabile.

Dio è risorto

Ma credo che la mia generazione sia pronta per un mondo nuovo e una speranza appena nata, per un futuro che ha già nelle sue mani; per una ribellione senza armi, perché sappiamo già tutti che, se Dio muore, è solo per tre giorni e poi risorge. In ciò in cui crediamo, Dio è risorto. In ciò che desideriamo, Dio è risorto. Nel mondo che costruiremo, Dio è risorto (F. Guccini)

La spiritualità di Madeleine è permeata di misticismo e pragmatismo. I suoi scritti sono raccolti in diversi volumi, tra cui “La joie de croire” (“La gioia di credere”) e “Nous autres, gens des rues” (“Noi, la gente della strada”): la carità e l’intelligenza di una donna che sapeva che la vera devozione si vive ogni giorno nel lavoro, nelle relazioni e nel rispetto di sé stessi e degli altri.

Scrivi, ad esempio:

Un cristiano non può amare Dio senza amare l’umanità; e non si può amare l’umanità senza amare tutti gli uomini; inoltre, non si possono amare tutti gli uomini senza amare coloro che si conoscono, ma con un amore concreto, con un amore attivo. Questa è l’unica legge del bene e del male, la legge che permette all’umanità di scegliere tra il bene e il male.

Oppure:

Apriamo il nostro cuore alle piccole solitudini della giornata. Perché le nostre piccole solitudini sono grandi, emozionanti e sante, proprio come tutti i deserti del mondo; esse, che sono abitate da Dio stesso, il Dio che santifica la solitudine.

La solitudine dell’asfalto nero che separa la nostra casa dalla fermata del tram; la solitudine dei lunghi corridoi lungo i quali scorre il flusso continuo di tutte le vite che si dirigono verso un nuovo giorno; la solitudine della cucina davanti alla pentola di legumi; le piccole solitudini delle scale che si salgono e si scendono cento volte al giorno; la solitudine delle lunghe ore dedicate a lavare i panni, a rammendare e a stirare.

Solitudini che potremmo temere e che svuotano il nostro cuore: persone care che se ne vanno e che vorremmo avere al nostro fianco; amici che aspettiamo e che non arrivano; cose che vorremmo dire e che nessuno ascolta; la sensazione di estraneità che proviamo nel nostro cuore in mezzo agli uomini.

In ognuno di noi c'è qualcosa che nessuno potrà mai comprendere. Quel qualcosa è la causa stessa della nostra solitudine, della solitudine che ci è innata. È questa solitudine primitiva che dobbiamo accettare prima di tutto.

Ci sono diversi modi per non accettarla. Per alcuni sarà il chiudersi in se stessi, il silenzio (ma non quello positivo), il classico atteggiamento dell«»incompreso». Per altri sarà, al contrario, l’impegno a spiegarselo a se stessi o, più spesso, a far comprendere fino alla più minima sfumatura del proprio modo di pensare. In entrambi i casi, ciascuno si cristallizzerà, sia nel silenzio che nella parola, il che darà l’impressione di una discordanza; in realtà, è una nota di noi stessi che nessun orecchio umano potrà mai comprendere.

Il giorno in cui comprenderemo che il divario insormontabile tra noi e gli altri è — attraverso tutti gli amori, tutte le influenze, tutte le prove — il luogo di ciò che ci rende ciò che siamo; quando avremo compreso che è proprio in quel luogo che Dio ci parla chiamandoci per nome, avremo compiuto il grande cambiamento che trasforma la solitudine negativa in una solitudine benedetta.

E concludo con un altro suo testo che, per me, è monumentale:

A volte, nel corso della giornata, attendiamo con trepidazione le passioni, le grandi passioni…

Quelli saranno chiamati eroi, ed è per questo che vale la pena sacrificare la propria vita…

Arrivano invece le prove di pazienza.

La pazienza, quelle briciole di passione, il cui scopo è ucciderci lentamente per la tua gloria, o Dio, ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dalle prime ore del mattino ci si presentano: sono i nostri nervi, troppo tesi o troppo lenti; è l’autobus che passa affollatissimo, il latte che si rovescia, gli spazzacamini che arrivano, i bambini che rovinano tutto.

Sono gli ospiti che nostro marito porta a casa e quell’amico che, proprio lui, non viene; è il telefono che non smette di squillare; sono coloro che amiamo e che ormai non ci amano più.

È il desiderio di tacere e il bisogno di parlare,

È la voglia di parlare e il bisogno di tacere;

è il desiderio di uscire quando siamo chiusi in casa,

è restare a casa quando bisognerebbe uscire;

è il marito su cui vorremmo poter contare

e che diventa il più fragile tra i bambini;

è il disgusto che ci suscita la nostra vita quotidiana,

è il desiderio febbrile di ciò che non ci appartiene. 

Ecco come arrivano le nostre prove: in file serrate o in fila indiana, e si dimenticano sempre di dirci che sono il calvario che ci aspetta.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando —

per dedicare la nostra vita — un’occasione che ne valga davvero la pena.

Perché abbiamo dimenticato che, proprio come ci sono i rami

che vengono distrutte dal fuoco, ma ci sono anche tavole che

i gradini si consumano lentamente e finiscono per trasformarsi in segatura.

Perché abbiamo dimenticato che, sebbene ci siano fili di lana

tagliati alla radice dalle forbici, ci sono fili di maglia che, giorno

giorno dopo giorno, si consumano sulle spalle di chi li indossa.

Ogni redenzione è un martirio, ma non tutti i martiri sono sanguinosi:

ci sono alcuni che si sbriciolano da un capo all’altro della vita.

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Vaticano

9 cose da sapere sulle scomuniche della FSSPX

Il 1° luglio, la Fraternità San Pio X, nota come FSSPX, ha consacrato illecitamente quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede, il che ha indotto Papa Leone XIV a dichiarare che i suoi vescovi, il clero e i laici ad essa formalmente affiliati si trovano in scisma con la Chiesa cattolica.

OSV / Omnes-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Da OSV News

Il 1° luglio, la Fraternità San Pio X, nota come FSSPX, ha consacrato illecitamente quattro nuovi vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede, il che ha indotto Papa Leone XIV a dichiarare i suoi vescovi, il clero e i laici formalmente affiliati a scisma con la Chiesa cattolica.

Di seguito, una breve sintesi sulla FSSPX, sui fatti accaduti e sulla loro importanza.

1. La FSSPX è nata in risposta al Concilio Vaticano II. 

L'arcivescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), un francese che, in qualità di vescovo, era stato una figura di spicco della Chiesa nell'Africa francofona, fondò la società sacerdotale nel 1970 a Friburgo, in Svizzera. I suoi sacerdoti celebrano i sacramenti secondo il Messale Romano del 1962, pubblicato prima del Concilio Vaticano II, ma sostituito dai testi liturgici rivisti nel 1969. La società è stata scomunicata in due occasioni per aver consacrato vescovi senza l’autorizzazione della Santa Sede.

La congregazione ha sede a Menzingen, in Svizzera, e dispone di un seminario internazionale a Écône, sempre in Svizzera, dove si sono tenute le consacrazioni del 1° luglio. Negli Stati Uniti, circa 100 sacerdoti della FSSPX risiedono in 20 case, o «priorati», e svolgono la loro attività in circa 120 luoghi, denominati «missioni» o «cappelle», secondo quanto riportato sul loro sito web. La sua sede centrale negli Stati Uniti si trova a Platte City, nel Missouri, a circa 50 chilometri a nord di Kansas City.

Secondo la FSSPX, l’arcivescovo Lefebvre scelse San Pio X, che fu papa dal 1903 al 1914, come patrono della Fraternità per l’impegno di quel papa a favore dell’integrità del sacerdozio.

2. Prima dell’ultimo scisma, la FSSPX aveva uno status irregolare rispetto alla Chiesa cattolica, una situazione che risale a diversi decenni fa. 

A quanto pare, nel 1975 la società perse l’autorizzazione ecclesiastica a esistere da parte dell’autorità ecclesiastica competente. Un anno dopo, l’arcivescovo Lefebvre fu sospeso per aver ordinato sacerdoti contro la volontà espressa delle autorità ecclesiastiche.

Nel 1988, San Giovanni Paolo II scomunicò l’arcivescovo Lefebvre e quattro vescovi che egli stesso aveva consacrato quell’anno senza mandato papale. Le loro ordinazioni episcopali erano valide, ma illecite o non autorizzate.

Tutti gli atti successivi agli ordini impartiti da tali vescovi ne sono stati influenzati. Gli atti di giurisdizione sono invalidi, come la celebrazione dei matrimoni e l’assoluzione dei peccati. Altre azioni sacramentali sono considerate valide, sebbene illecite.

Nel decreto del 2 luglio, con cui pronunciava la scomunica, la Santa Sede ha dichiarato esplicitamente che i sacramenti della penitenza e del matrimonio celebrati all’interno della società non sono validi.

3. La FSSPX non va confusa con altre comunità che celebrano la Messa tradizionale in latino. 

Molte comunità cattoliche in comunione con la Santa Sede celebrano la Messa secondo il Messale Romano del 1962, comunemente chiamata Messa tradizionale in latino.

Nel 2007, Papa Benedetto XVI ha promulgato la «Summorum Pontificum», che ha esteso l’autorizzazione ai sacerdoti a celebrare la Messa preconciliare. Nel 2021, Papa Francesco ha promulgato «Traditionis Custodes», una legge che ha limitato l’uso della forma preconciliare della Messa. Tuttavia, molti vescovi, anche negli Stati Uniti, hanno continuato a celebrare questa forma di Messa nel rispetto dei nuovi parametri.

I sacerdoti che appartengono alla Fraternità Sacerdotale di San Pio X, ad esempio, celebrano i sacramenti esclusivamente secondo il messale del 1962 e sono in comunione con la Santa Sede. (La società è stata fondata nel 1988 da sacerdoti che avevano abbandonato la FSSPX in seguito alle consacrazioni episcopali illecite dell’arcivescovo Lefebvre avvenute quello stesso anno). I sacerdoti della FSSP operano a livello internazionale ed esercitano il loro ministero in 39 diocesi degli Stati Uniti.

Altri esempi di ordini religiosi dedicati esclusivamente alla celebrazione della liturgia e dei sacramenti secondo il rito romano in vigore prima del Concilio Vaticano II, che godono di uno status regolare all’interno della Chiesa Cattolico, ovvero l’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote e l’Istituto del Buon Pastore.

4. I leader della FSSPX affermano che la congregazione non è in scisma e ritengono che tutti i sacramenti e gli atti giurisdizionali siano validi. 

Tuttavia, tra le divergenze dell’arcivescovo Lefebvre con la Chiesa Cattolico È qui che risiede il suo rifiuto di adottare la riforma postconciliare del rito della Messa, che la FSSPX considera carente o contenente «elementi eretici».

Anche l’arcivescovo Lefebvre e i suoi seguaci misero in discussione, e in alcuni casi respinsero pubblicamente, l’ortodossia stessa degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, in particolare la Dichiarazione sulla libertà religiosa, «Dignitatis Humanae». Sebbene alcuni abbiano sostenuto che questa dichiarazione equivalesse a un cambiamento di dottrina, la Chiesa l’ha riconosciuta come uno sviluppo della dottrina sulla dignità della persona umana.

In un comunicato che includeva una «Professione di fede» di 28 pagine pubblicata Il 24 giugno, la FSSPX ha affermato che la Chiesa Cattolico deve affrontare pressioni interne ed esterne «che la spingono in tutte le direzioni possibili, tranne —a nostro avviso— quella giusta». Altre dottrine cattoliche Tra i punti che la FSSPX ha respinto in tale comunicato figuravano aspetti dell'ecumenismo, le riforme liturgiche postconciliari, la sinodalità e la libertà religiosa.

5. La Santa Sede ha cercato la via verso la piena riconciliazione. 

Da decenni, i funzionari del Vaticano cercano un modo per reintegrare pienamente i membri della FSSPX nella vita della Chiesa Cattolico. I colloqui tra la Santa Sede e la congregazione sono iniziati sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II e sono proseguiti durante i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Benedetto XVI ha revocato la scomunica dei quattro vescovi nel 2009, consentendo così un dialogo più regolare. Il Vaticano ha chiarito che, all’epoca, la congregazione si trovava in una situazione canonica irregolare, ma non in stato di scisma.

Durante l’Anno della Misericordia 2015-2016, Papa Francesco ha stabilito disposizioni speciali per convalidare l’assoluzione concessa dai sacerdoti della FSSPX attraverso il sacramento della confessione. Al termine dell’Anno Santo, ha prorogato tale disposizione «affinché nessuno sia mai privato del segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa».

Nell’aprile del 2017, il defunto pontefice ha continuato a promuovere iniziative volte alla riconciliazione con la FSSPX, consentendo ai suoi vescovi di garantire la validità dei matrimoni celebrati nelle loro comunità tradizionaliste.

La lettera apostolica di San Giovanni Paolo II del 1988, «Ecclesia Dei», pubblicata in risposta alle consacrazioni illecite, istituì una commissione pontificia omonima con il «compito di collaborare con i vescovi, con i dipartimenti della Curia Romana e con gli ambienti interessati, al fine di facilitare la piena comunione ecclesiale di sacerdoti, seminaristi, comunità religiose o singoli» che fossero associati alla FSSPX e «che desiderino rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolico ".

Nel 2019, Papa Francesco ha soppresso la commissione «Ecclesia Dei» e ne ha trasferito le competenze al Dicastero per la Dottrina della Fede.

6. La Santa Sede ha ordinato ai vertici della FSSPX di non consacrare nuovi vescovi. 

A febbraio, padre Davide Pagliarani, superiore generale della FSSPX, ha annunciato che la Fraternità avrebbe proceduto alla consacrazione di nuovi vescovi il 1° luglio, a seguito di un’interruzione dei rapporti con il Vaticano dopo che le richieste di udienza con il Papa Leone XIV erano rimaste senza risposta.

Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, si è offerto di proseguire il dialogo con la FSSPX a condizione che la congregazione sospendesse la propria decisione di consacrare nuovi vescovi. A seguito del rifiuto della FSSPX, il cardinale Fernández ha dichiarato che la consacrazione di vescovi senza mandato papale sarebbe stata considerata un atto scismatico e avrebbe comportato la scomunica.

Il Codice di Diritto Canonico della Chiesa definisce il scisma come «il rifiuto di sottomettersi al Sommo Pontefice o di ricevere la comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti» (Canone 751).

7. Papa Leone XIV lanciò un appello pubblico alla FSSPX affinché non procedesse alle consacrazioni. 

Il 30 giugno, Papa Leone XIV rivolse un appello alla FSSPX affinché non procedesse alle consacrazioni. «Vi prego di considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, poiché l’atto scismatico che state per compiere li priverebbe della ricezione lecita e, in alcuni casi, persino valida dei Sacramenti, che essi amano e ricercano per la loro santificazione», scrisse Papa Leone XIV. La risposta di padre Pagliarani indicava che la Fraternità intendeva procedere con le consacrazioni, insistendo sul fatto che il gruppo «non era né scismatico né ostile alla Chiesa».

Dopo che la FSSPX ha proceduto con le consacrazioni illecite il 1° luglio, il Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano, o DDF, ha dichiarato il 2 luglio che i sei vescovi della FSSPX erano scomunicati e ha ammonito il clero e i laici a non «aderire al scisma» e, di conseguenza, non incorressero anch’essi nella scomunica.

8. Uno dei quattro vescovi consacrati illecitamente il 1° luglio proviene dagli Stati Uniti. 

Originario del Dakota del Nord, il vescovo Michael Goldade è cresciuto a St. Marys, nel Kansas, un centro della comunità della FSSPX. È rettore del Seminario di San Tommaso d’Aquino della FSSPX a Dillwyn, in Virginia.

9. La DDF ha pubblicato le procedure per coloro che decidono di lasciare la FSSPX e di ristabilire la comunione con la Chiesa cattolica. 

Le istruzioni descrivono in dettaglio le azioni specifiche che un sacerdote ordinato nella comunità della FSSPX o ad essa affiliato deve compiere dopo la sua ordinazione lecita. Le procedure per i laici sono più complesse, poiché i passi da compiere per riottenere la comunione dipendono dal loro grado di legame con la comunità e dalle idee della FSSPX.

L'autoreOSV / Omnes

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Vaticano

Per il rispetto della vita umana: l’intenzione di preghiera del Papa per luglio

Nell’intenzione di preghiera per questo mese, Leone XIV invita a pregare affinché ogni persona sia accolta, protetta e custodita, dal concepimento fino alla morte naturale. Il Pontefice denuncia la cultura dello scarto e chiede che la Chiesa sia una casa in cui nessuno si senta superfluo, e che la dignità sia rispettata e tutelata.

Redazione Omnes-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Per il rispetto della vita umana” è l’intenzione di preghiera del Papa Leone XIV per il mese di luglio. Attraverso la Rete mondiale di preghiera del Papa, il Santo Padre invita a elevare le proprie preghiere affinché ogni essere umano sia accolto, protetto e la sua dignità sia rispettata in tutte le fasi della sua esistenza.

All'inizio di giugno, durante il suo viaggio apostolico in Spagna, Papa Leone si rivolse così al Congresso dei Deputati: “Ogni vita umana deve essere riconosciuta e tutelata dal concepimento fino al suo termine naturale, in qualsiasi circostanza della sua esistenza”.

“Un obiettivo della civiltà”

Poi, aggiunse: “La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è un obiettivo della civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e protetta dal concepimento fino al suo fine naturale, in qualsiasi circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza viene meno, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. 

”Per questo motivo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite caratterizzate da una maggiore fragilità».

Ogni persona è un dono sacro

Nella sua preghiera, Leone XIV si dirige al “Signore della vita” e riconosce che ogni persona è “un dono sacro che riflette il tuo volto”. Chiede inoltre la grazia di riconoscere e custodire “il valore unico e irripetibile di ogni essere umano”, “imparando ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere con tenerezza la fragilità, ad accompagnare con rispetto ogni fase dell’esistenza e a difendere con coraggio chi non ha voce”.

Il Papa chiede perdono al Signore, al plurale, “quando cadiamo nell’indifferenza o nella cultura dello scarto, quando smettiamo di vedere nell’altro un essere degno di amore. Dacci un cuore nuovo, capace di scegliere sempre la vita, e mani generose che la proteggano con gesti concreti”.

E prega affinché “la tua Chiesa” sia “una testimonianza viva del Vangelo della vita, una casa aperta dove ogni esistenza sia celebrata, dove nessuno si senta superfluo e dove la dignità sia sempre rispettata e tutelata”.

Impronte di mani in uno screenshot del video sull’intenzione di preghiera di Papa Leone XIV per luglio 2026, “Per il rispetto e la tutela della vita umana”. (Illustrazione di OSV News/ Rete Mondiale di Preghiera del Papa).

73 milioni di aborti indotti ogni anno nel mondo

Il Rete globale di preghiera, diretta da padre Cristóbal Fones, riferisce che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo si registrano circa 73 milioni di aborti indotti. Parallelamente, il dibattito su l'eutanasia e l'eutanasia continua a diffondersi a livello mondiale, proprio come la pena di morte.

L'OMS ha inoltre sottolineato nel 2024 che una persona su sei di età superiore ai 60 anni è vittima di maltrattamenti.

Padre Cristóbal Fones SJ spiega che l'intenzione del Papa invita, innanzitutto, a riscoprire il valore sacro di ogni esistenza umana, a promuovere la dignità e lo sviluppo di ogni persona, condividendo la missione di Cristo, che ha mostrato compassione verso tutti e ha esortato a costruire un’autentica cultura della vita di fronte alla cultura dello scarto, come afferma Papa Francesco.

Per il rispetto della vita umana

(La Preghiera del Papa Leone XIV nel videomessaggio, in lingua spagnola)

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. 

Signore della vita, Tu ci hai creati per amore e ci hai chiamati a vivere in pienezza. 

Ogni persona è un dono sacro che riflette il tuo volto, dal primo istante della sua esistenza fino all’ultimo respiro del suo cammino sulla terra. 

Oggi ti chiediamo la grazia di riconoscere e custodire il valore unico e irripetibile di ogni essere umano. 

Che impariamo ad accogliere la vita senza condizioni, a sostenere con tenerezza la fragilità, ad accompagnare con rispetto ogni fase e a difendere con coraggio chi non ha voce. 

Perdonaci, Signore, quando cadiamo nell’indifferenza o nella cultura dello scarto, quando smettiamo di vedere nell’altro un essere degno di amore. 

Dacci un cuore nuovo, capace di scegliere sempre la vita, e mani generose che la proteggano con gesti concreti. 

Fai della tua Chiesa una testimonianza viva del Vangelo della vita, una casa aperta dove ogni esistenza sia celebrata, dove nessuno si senta superfluo e dove la dignità sia sempre rispettata e tutelata.

Signore Gesù, fa’ che amiamo la vita come Tu la ami: con tenerezza, fedeltà e dedizione. 

Che sappiamo proclamare, con parole e gesti, che ogni vita umana merita il dono totale di sé. Amen. 

L'autoreRedazione Omnes

Evangelizzazione

Leandro non permette che la sua attrazione verso persone dello stesso sesso lo definisca

Leandro racconta come sia riuscito a conciliare la sua fede cattolica con l'attrazione verso persone dello stesso sesso, sostenendo che la libertà può anche consistere nello scegliere un percorso di fedeltà al Vangelo.

Teresa Aguado Peña-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Nel pieno dei festeggiamenti dell’Orgoglio, e in un contesto sociale in cui la libertà viene spesso presentata come ‘fare sempre ciò che si desidera’, la testimonianza di Leandro offre una prospettiva diversa. Non intende imporre la propria visione a nessuno, ma condividere il percorso che ha scelto di intraprendere, in quanto cattolico che prova attrazione verso lo stesso sesso (AMS) e che ha deciso di vivere secondo gli insegnamenti della Chiesa.

La sua storia non è quella di qualcuno che sostiene che il percorso sia semplice. Né è quella di chi afferma di aver risolto tutti i dubbi. È piuttosto il racconto di una riconciliazione costruita sulla conoscenza, sulla fede e sulla convinzione che l’identità di una persona sia molto più profonda delle sue inclinazioni.

Conoscere per riconciliare

Per Leandro, il punto di partenza è stato scoprire che la riconciliazione tra la sua fede e l’attrazione verso persone dello stesso sesso poteva iniziare solo dalla conoscenza. «Non si può avere fede in ciò che non si conosce», spiega.

Per anni non sapeva quale fosse realmente l'insegnamento della Chiesa su questa realtà. Fu intorno ai 25 o 26 anni che scoprì l'apostolato Il coraggio e partecipò per la prima volta a una delle loro riunioni. Lì trovò una spiegazione che avrebbe cambiato il modo in cui vedeva se stesso: “Dio ama infinitamente il peccatore, ma mai il peccato”.

Da questo punto di vista, Leandro spiega che la sua riconciliazione è stata possibile grazie alla consapevolezza che “provare i desideri della carne non è peccato, ma agire in base a essi ci allontana da Dio e dal suo piano divino”. “Negli ultimi anni, gli insegnamenti della Chiesa, come la Teologia del corpo di san Giovanni Paolo II, hanno dato senso e motivazione a questa riconciliazione”, aggiunge.

La forza di una vita spirituale

Quando gli viene chiesto dove trovi la forza di andare avanti, Leandro indica in particolare tre punti di appoggio: “la devozione verso alcuni santi, la vicinanza del suo angelo custode e l’Eucaristia”.

Per lui, la fede non consiste solo nell’accettare alcune norme morali, ma nel mantenere un rapporto vivo con Dio che sostiene il cammino quotidiano.

La sua esperienza all’interno delle comunità parrocchiali non è stata sempre la stessa. Riconosce che ci sono luoghi in cui si è sentito accolto e altri in cui non lo è stato altrettanto. Tuttavia, evita di trasformare quell’esperienza in motivo di risentimento.

«La Chiesa è imperfetta», afferma, “e credo che la cosa più importante sia imparare lungo il cammino che siamo noi a dover accogliere e valorizzare gli altri con l’amore che riceviamo da Dio stesso”.

Di fronte al rifiuto, scegli l'empatia

Leandro non nega che ci siano commenti o atteggiamenti di rifiuto, ma, a suo dire, “non mi tolgono il sonno”. «I commenti e gli atteggiamenti di sostegno sono più numerosi di quelli di rifiuto», spiega.

Ritiene addirittura che alcune reazioni negative possano trasformarsi in un’opportunità per accrescere la propria empatia, poiché molte di esse nascono dall’ignoranza o dalla paura, sentimenti che, come ammette, tutti proviamo prima o poi di fronte a ciò che non comprendiamo.

Per chi vive lo stesso conflitto

Leandro ritiene che siano sempre meno i giovani a vivere un conflitto interiore tra il proprio orientamento sessuale e la propria fede. “Il mondo e la società odierna si sono incaricati di eliminarlo con la relatività morale”, commenta. “Ma se ne incontrassi uno in quella situazione, gli direi che l’insegnamento della Chiesa cattolica è l’unico che dia davvero un senso alla fede e all’orientamento sessuale”.

A suo avviso, l’insegnamento della Chiesa non intende negare la sessualità umana né reprimerla, ma condurla verso la sua pienezza: “In genere si pensa che la Chiesa proponga una castrazione o un divieto nei confronti dell’orientamento sessuale, ma nulla è più lontano dalla verità. È proprio l’insegnamento della Chiesa a conferire pienezza alla sessualità umana (orientamento sessuale compreso)”.

Nella sua conversazione fa riferimento al documentario The Third Way (La terza via), prodotto da Blackstone Films, che ritengo sia un’ottima introduzione per comprendere questa visione.

Non si è mai sentito rifiutato da Dio

Uno degli aspetti più sorprendenti della sua testimonianza è che, anche nei momenti in cui si era allontanato dalla pratica della fede, non ha mai pensato che Dio lo avesse respinto. Anzi, era proprio il contrario: «Sapevo che ero io a essere infedele e a respingere Dio».»

Leandro ci rivela una grande verità: la misericordia di Dio rimane, anche quando la risposta umana è imperfetta.

Una vocazione condivisa 

Leandro fa anche una precisazione che ritiene importante riguardo al linguaggio. Preferisce parlare di una «persona che prova attrazione verso lo stesso sesso» piuttosto che di una «persona omosessuale», perché ritiene — seguendo gli insegnamenti del Catechismo e dell’apostolato Courage — che tali attrazioni non definiscano l’identità più profonda della persona.

Per quanto riguarda una possibile missione specifica all’interno della Chiesa, ammette di non averla ancora scoperta, “ammesso che ce ne sia una”, commenta. Nel frattempo, abbraccia la vocazione comune a tutti i cristiani: “lottare e aspirare a vivere in santità, qualunque sia il mio contesto e la mia realtà”.

In questo percorso trova una guida speciale nelle cinque obiettivi proposte della pastorale Courage, intesa come un percorso di crescita spirituale e di fedeltà al Vangelo: vivere la castità secondo l’insegnamento della Chiesa, rafforzare il rapporto con Cristo attraverso la preghiera e i sacramenti, coltivare un’autentica fratellanza con coloro che percorrono lo stesso cammino, affidarsi ad amicizie caste che aiutino a crescere nella fede e offrire, con la propria vita, una testimonianza coerente del Vangelo.

Libertà?

La storia di Leandro non intende chiudere un dibattito che continua ad essere attuale sia all’interno che all’esterno della Chiesa. Il suo scopo è molto più semplice: raccontare come lui vive quella realtà alla luce della fede.

In un contesto culturale in cui spesso la libertà viene identificata con l’assenza di limiti, la sua esperienza solleva una domanda diversa: la libertà può consistere anche nello scegliere un percorso impegnativo per fedeltà a ciò che si ritiene vero?

La sua risposta è affermativa. Non perché quel cammino sia facile, ma perché è convinto che seguire Cristo dia senso anche a quelle dimensioni della vita che richiedono rinuncia, perseveranza e fiducia.

Questo è, in definitiva, il fulcro della sua testimonianza: una fede che non ignora la realtà personale, ma cerca di illuminarla alla luce del Vangelo. La sua testimonianza: una fede che non ignora la realtà personale, ma cerca di illuminarla alla luce del Vangelo.

Evangelizzazione

Isaac Hecker: padre dell'evangelizzazione negli Stati Uniti

Nel contesto di una serie che esplora le vite di grandi cattolici statunitensi in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, lo scrittore Russell Shaw parla in questo articolo di padre Isaac Hecker, fondatore della comunità paolina.  

OSV / Omnes-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

– Rusell Shaw, OSV News

Alla fine della primavera o all’inizio dell’estate del 1842, Isaac Hecker ebbe una visione. Al suo fianco, a quanto pare, c’era “un essere angelico, puro e bello”, la cui presenza gli procurò “una gioia celeste”. Questa esperienza, che gli cambiò la vita, spinse il giovane, di appena 22 anni, a cercare uno stile di vita che in qualche modo fosse in sintonia con essa.

Sebbene non risulti che Hecker abbia avuto altre visioni dopo quella, in senso più ampio, il fondatore dei Padri di São Paulo È rimasto un visionario per tutta la vita.

Un grande sogno: la conversione dell’America protestante al cattolicesimo

Il suo grande obiettivo era la conversione dell’America protestante al cattolicesimo, cosa che, secondo lui, era possibile. Dopotutto, diceva, negli Stati Uniti “la vera religione troverà l’accoglienza che ha cercato invano in altri luoghi”.

Se un giorno dovesse essere canonizzato (il processo è iniziato nel 2008 e attualmente porta il titolo di ‘Servo di Dio’), sarebbe comprensibile che venisse nominato patrono del movimento americanista all’interno del cattolicesimo statunitense. 

‘Sponsor della campagna a favore dell’Americanismo’

Sul piano ideologico, nessuno, né prima né dopo, ha fatto più di mio padre Isaac Hecker per promuovere l'integrazione della comunità cattolica nella cultura laica degli Stati Uniti.

Nacque il 18 dicembre 1819 a New York, terzo figlio e il più giovane di una famiglia di immigrati tedesco-americani. Gli Hecker erano panettieri, mestiere che anche Isaac esercitò. Ma fin da piccolo, nonostante avesse pochi o nessun legame con la chiesa, mostrò un interesse insolito per la religione.

Col tempo, ciò lo portò al movimento vagamente religioso degli intellettuali del New England noto come trascendentalismo e alle comunità sperimentali di Brook Farm e Fruitland. 

Frequentando questi ambienti stimolanti, il giovane fu inizialmente influenzato da Ralph Waldo Emerson, il più illustre pensatore statunitense dell’inizio del XIX secolo. Tuttavia, col passare del tempo, si disilluse delle convinzioni di Emerson, lamentandosi del fatto che quel grande uomo “non avesse la minima idea di cosa fosse la Chiesa”.

Amicizia con Orestes Brownson. Battesimo, sacerdozio, attività missionaria 

In quel periodo conobbe e strinse amicizia con Orestes Brownson, un noto scrittore e conferenziere su temi religiosi e sociali, nonché ricercatore spirituale come Hecker.

Brownson, più grande di lui di sedici anni, lo avvicinò al cattolicesimo. Già nell’aprile del 1843, Hecker scrisse nel suo diario: “Solo la Chiesa cattolica sembra soddisfare i miei desideri”. Il 1° agosto 1844 fu battezzato dal vescovo (in seguito cardinale) John McCloskey di New York. Brownson fece lo stesso poco dopo.

Sentendo la vocazione al sacerdozio, Hecker entrò nell'ordine dei Redentoristi e, dopo aver compiuto gli studi in un seminario in Belgio, fu ordinato sacerdote nell'ottobre del 1849 dal cardinale Nicholas Wiseman di Westminster.

“Questioni dell’anima”. Un’America cattolica

Una volta tornato negli Stati Uniti, padre Hecker lavorò come missionario redentorista. Man mano che la sua visione di un’America cattolica cresceva e prendeva forma, iniziò anche a mettere per iscritto le sue idee. Il risultato fu il libro “Questioni dell’anima”.

Pubblicata nel 1855, l’opera fu oggetto di ampio dibattito e valse all’autore una fama nazionale. Sostenendo che il protestantesimo non soddisfacesse le esigenze di chi, come lui, era alla ricerca di risposte, scrisse che si stava avvicinando il momento in cui la Chiesa cattolica sarebbe stata vista come l’unica risposta soddisfacente. “Hecker sosteneva nientemeno che un’America cattolica, non per il bene della Chiesa, ma per quello della nazione e del suo popolo”, secondo il biografo David O’Brien.

Zelo evangelizzatore

Sfruttando rapidamente il successo del suo libro, padre Hecker pubblicò due anni dopo “Aspirazioni della Natura”, un volume in cui esponeva la sua visione evangelizzatrice per gli Stati Uniti e le ragioni della sua conversione al cattolicesimo.

Purtroppo, “Aspiraciones” ricevette molta meno attenzione rispetto al precedente. Per l’autore, la recensione di Orestes Brownson pubblicata proprio sulla sua rivista, la *Quarterly Review*, si rivelò particolarmente deludente.

Brownson respinse l’idea che gli Stati Uniti fossero un terreno fertile per l’opera missionaria cattolica. Sosteneva che il numero di “ricercatori sinceri” fosse molto inferiore a quanto supponesse Hecker e che, di fatto, “non vi fosse praticamente alcun tratto del carattere americano… che non fosse più o meno ostile al cattolicesimo”.

Nel frattempo, Hecker si sentiva sempre più insoddisfatto dei Redentoristi, che riteneva più interessati a organizzare missioni parrocchiali rivolte agli immigrati tedeschi che a convertire intellettuali come i suoi vecchi amici di Brook Farm. 

Nell'agosto del 1857 compì un viaggio non autorizzato a Roma per esporre il proprio caso al superiore dell'Ordine. Tuttavia, a seguito di ciò, fu espulso.

Fondazione dei Padri Paolini

Ma il viaggio non fu affatto un fallimento. Durante il suo soggiorno a Roma, incontrò papa Pio IX e ottenne il suo sostegno per il suo ambizioso progetto di evangelizzazione. 

Al suo ritorno negli Stati Uniti l'anno successivo, insieme ad altri quattro ex redentoristi fondò un nuovo ordine: la Congregazione dei Sacerdoti Missionari di San Paolo Apostolo, meglio conosciuta come i Padri di São Paulo. 

Negli anni successivi, padre Hecker fu molto impegnato, viaggiando costantemente per tenere conferenze davanti a un pubblico prevalentemente non cattolico. In uno di quei viaggi, percorse 7.200 chilometri e parlò davanti a circa 30.000 persone, una cifra considerevole in un’epoca in cui non esistevano né la radio, né la televisione, né i social media. “Sta modernizzando il sistema e si sta preparando a farlo funzionare a vapore”, commentò uno scrittore.

Pubblicazioni. Concilio Vaticano I. Infallibilità papale

Nel 1865 lanciò la rivista *The Catholic World*, che sarebbe stata pubblicata per oltre un secolo. L'anno successivo fondò la casa editrice Paulist Press.

Durante il Primo Concilio Vaticano (1869-1870), padre Hecker ottenne un posto in seconda fila in qualità di rappresentante del vescovo di Columbus, Ohio, che non era presente. Inizialmente, si schierò con il gruppo che si opponeva all’emanazione di una definizione formale della dottrina dell’infallibilità papale in quel momento, ma dopo che il Concilio definì comunque il dogma, lo accolse con favore e lo vide persino come un possibile impulso per l’evangelizzazione degli Stati Uniti.

Religione e società 

All’inizio del 1870, inviò al suo amico Brownson una lettera straordinaria da Roma che suscitò una risposta altrettanto straordinaria. Raramente i termini del dibattito sulla situazione della Chiesa negli Stati Uniti sono stati esposti con tanta chiarezza come nella missiva di padre Hecker e nella risposta di Brownson.

Padre Hecker scrisse con il suo caratteristico entusiasmo dell’accoglienza che aveva ricevuto dagli europei, i quali invidiavano la separazione tra Chiesa e Stato secondo il modello statunitense. Ciò confermava ciò che egli credeva già da tempo: la democrazia statunitense stava “estendendo l’influenza della Chiesa, aggiungendo un nuovo motivo di gratitudine per i suoi servizi e mostrando, sotto una nuova luce, l’assoluta necessità della religione per la società civile e il buon governo”.

Brownson non ne era convinto. Pur sostenendo il sistema statunitense come “l’unica forma legale e praticabile”, affermava, riteneva che fosse in conflitto fondamentale con il cattolicesimo.

“Sia i cattolici che il resto della popolazione si lasciano pervadere dallo spirito del Paese… la libertà di fronte a ogni restrizione, la licenziosità senza limiti. Siamo così lontani dal convertire il Paese che non riusciamo nemmeno a rimanere saldi”.

Intrappolati nell'eresia dell“”americanismo"

Poco dopo il Concilio Vaticano I, le condizioni di salute di padre Hecker peggiorarono. Trascorse i suoi ultimi anni in uno stato di semi-invalidità, sempre più isolato all’interno della comunità che aveva fondato. Sfinito dalla malattia e dalle speranze deluse, morì il 21 dicembre 1888, dopo aver benedetto i paolini con cui viveva.

Inevitabilmente, il nome di padre Isaac Hecker è legato a ciò che oggi è noto come “americanismo”. La storia, piuttosto complessa, si riassume così: nel 1896 fu pubblicato in francese il libro “Vita di Isaac Thomas Hecker”, scritto da un paolino di nome Walter Elliott, con una lunga introduzione di un sacerdote francese liberale che esaltava le virtù di padre Hecker.

Cattolicesimo “à la carte”?

Nel frattempo, Roma manifestava preoccupazione per le tendenze del pensiero cattolico liberale in Europa, che associava alla Chiesa negli Stati Uniti e al fondatore dei paolisti. Nel 1899, papa Leone XIII pubblicò un documento — indirizzato nominalmente al capo della gerarchia statunitense, il cardinale James Gibbons di Baltimora — in cui condannava specificamente le idee che riassumeva sotto il titolo di “americanismo”.

Gli storici favorevoli all’americanizzazione del cattolicesimo statunitense tendono a minimizzare le critiche papali e a bollare l’americanizzazione come “eresia fantasma”. 

Tuttavia, il documento di Papa Leone XIII contiene un monito sorprendentemente premonitore contro alcuni atteggiamenti diffusi nell’attuale cattolicesimo statunitense. Tra questi spicca la selezione arbitraria delle dottrine della Chiesa, spesso definita “cattolicesimo à la carte”.

Che cosa c'entra questo con Hecker?

Ciononostante, è logico chiedersi fino a che punto tutto ciò abbia a che fare con padre Isaac Hecker. Oggi, proprio come ai suoi tempi, è conosciuto soprattutto come un visionario appassionato e un ottimista convinto che voleva che i cattolici si integrassero nella società statunitense maggioritaria con l’obiettivo di convertirla. Se ciò non è ancora avvenuto del tutto, difficilmente la colpa può essere attribuita a Hecker.

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– Russell Shaw, giornalista e scrittore di lunga carriera, è stato autore di oltre 20 libri, tra cui tre romanzi. È deceduto nel gennaio del 2026.

– Nota dell’editore: Questo articolo fa parte di una serie che esplora le vite di grandi cattolici statunitensi in occasione della celebrazione del 250° anniversario degli Stati Uniti.

– Pubblicato originariamente su OSV News in inglese; potete consultarlo qui.

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L'autoreOSV / Omnes

Ecologia integrale

L'ho visto morire

La soluzione all’attuale situazione della nostra società non può essere la via più facile dell’eutanasia; deve invece essere l’investimento prioritario nelle cure palliative, che conferiscono dignità alla vita di tante persone in condizioni di grande fragilità e vulnerabilità.

Eloy Asenjo Carpintero-3 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Pepe era un uomo pieno di vita, un brillante funzionario pubblico, appassionato di musica, della fisarmonica e della caccia con la sua cagnolina Perla. Nonostante una storia clinica difficile — che comprendeva tremore essenziale, interventi chirurgici al cuore e le conseguenze di vari tumori che lo costringevano a essere cateterizzato —, ha sempre mantenuto il sorriso e una vita normale, guidata dalla sua ferrea testardaggine aragonese. Tuttavia, nel settembre del 2024, il cancro tornò. Di fronte a una prognosi ospedaliera che gli offriva solo altri sei mesi di vita in cambio di trattamenti aggressivi di chemioterapia e radioterapia, Pepe si ritrovò sopraffatto dall’ansia, dalla tristezza e dal senso di abbandono.

Fu allora che prese una decisione definitiva: rifiutò la terapia, chiese di essere dimesso di propria volontà e noi, come famiglia, prendemmo la decisione migliore che potessimo: ricoverarlo presso il Centro di cure palliative Laguna. Questo ha trasformato completamente l'ultima fase della sua vita. Fin dal primo giorno, l'équipe medica si è impegnata non solo ad alleviare il suo dolore, ma anche a prendersi cura di lui con il massimo affetto.

Grazie a questo ambiente, Pepe ha ritrovato il suo carattere scherzoso e vivace. Non è rimasto solo perché ci alternavamo per stargli accanto; ha potuto salutare amici e colleghi di lavoro. A Natale ha persino guidato un momento musicale molto toccante, cantando a squarciagola un canto natalizio adattato (sulla melodia di “On my way”) davanti al presepe del reparto, riunendo i familiari di altri malati in una celebrazione della vita. Il 17 gennaio 2025, Pepe se n’è andato in pace e senza sofferenza. I suoi ultimi tre mesi non sono stati un’agonia, ma un periodo di ricongiungimento, perdono, gratitudine e addio. Noi che abbiamo assistito alla sua dipartita non abbiamo pianto per il dolore, ma per una profonda emozione e una gratitudine che, senza quei cure palliative, ci sarebbero stati rubati. 

Il dibattito politico e la «cultura dello scarto» 

Questa testimonianza assume un’importanza particolare alla luce del discorso di Papa Leone XIV alle Cortes spagnole. Di fronte a un’aula che ha approvato la legge sull’eutanasia, il Pontefice ha ricordato ai parlamentari che: “Ogni vita umana deve essere riconosciuta e tutelata dal concepimento fino al suo naturale tramonto”. 

Ha inoltre sottolineato che la difesa della vita non è una questione confessionale né di parte. Sebbene le sue parole abbiano ricevuto un applauso prolungato di oltre sette minuti, è lecito chiedersi se i legislatori abbiano riflettuto attentamente sul vero impatto di queste parole. 

L'esistenza di persone che soffrono e sentono che la loro vita sia priva di senso non deve spingere la società verso quella che Papa Francesco definiva la “cultura dello scarto”. Il vero problema risiede nella mancanza di accompagnamento, nell’assenza di sguardi che restituiscano dignità e di cure che allevino il dolore. Quando penso a coloro che soffrono nella solitudine e nell’abbandono, mi si spezza l’anima; sono persone che spesso non hanno nessuno che le guardi negli occhi per ravvivare in loro la dignità umana, né che offra loro il sostegno necessario per alleviare la loro sofferenza. 

Umanizzare la sanità: risorse prima dell’eutanasia 

È sconcertante che la risposta istituzionale alla fragilità umana sia l’eutanasia, anziché uno stanziamento di bilancio e risorse sufficienti per i servizi di cure palliative. È giusto riconoscere che nel nostro sistema sanitario (almeno nella Comunità di Madrid) questi servizi sono in aumento. Un chiaro esempio dei loro benefici è stata l’assistenza domiciliare fornita a un mio amico —Rodrigo— negli ultimi mesi della sua vita, un sostegno che i suoi cari hanno profondamente apprezzato. 

È fondamentale rendere omaggio al lavoro dei professionisti — medici e personale infermieristico — che prestano assistenza in questi servizi. La loro quotidianità è caratterizzata da un’enorme difficoltà psicologica ed emotiva, poiché lavorano sapendo che non potranno curare la malattia dei loro pazienti. Tuttavia, la loro dedizione viene ricompensata dall’infinita gratitudine dei malati e dei loro cari. 

Un appello alla responsabilità 

La legislazione di un paese va valutata in base alla sua capacità di proteggere i più deboli. Come ha giustamente sottolineato il Pontefice rivolgendosi alle autorità pubbliche: “Le leggi non raggiungono la loro grandezza per il semplice fatto di essere state formalmente approvate, ma quando rispettano la dignità intrinseca della persona. I poteri pubblici devono ricordare che ciascuna delle loro decisioni riguarda cittadini in carne e ossa, specialmente coloro che non hanno voce per farsi sentire”. 

È giunto il momento che i rappresentanti politici dimostrino il coraggio necessario per correggere la rotta. La soluzione non può essere la via più facile dell’eutanasia; deve invece essere l’investimento prioritario nelle cure palliative, che conferiscono dignità alla vita di tante persone che si trovano in questa situazione di grande fragilità e vulnerabilità.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Mondo

5 dati sulla religione nelle Filippine: secondo Pew, per il 90 % è fondamentale

La percentuale di persone che credono in Dio e pregano quotidianamente nelle Filippine è tra le più alte registrate dal Pew Research nelle recenti indagini condotte in tutto il mondo. La religione riveste un ruolo molto importante nella vita del 90 per cento della popolazione filippina.  

Redazione Omnes-2 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– Jonathan Evans e Kirsten Lesage

Secondo diversi indicatori, la popolazione delle Filippine tende ad essere molto religiosa. Quasi tutti gli adulti filippini professano una religione e circa il 90% afferma che La religione è molto importante nelle loro vite.

La maggior parte degli adulti filippini —oltre 90 milioni— è cattolica. Il Paese ospita la terza popolazione cattolica più numerosa al mondo, superata solo dal Brasile e dal Messico, secondo l’Annuario Statistico della Chiesa 2021 del Vaticano. .

Anche milioni di protestanti, altri cristiani e musulmani vivono nelle Filippine, un arcipelago di circa 7.600 isole nel Sud-Est asiatico. La presente analisi si concentra sui cristiani poiché i nostri recenti sondaggi non includono un numero sufficiente di musulmani filippini per poter riportare separatamente i loro atteggiamenti, le loro credenze e le loro pratiche. Come sempre, tutti i gruppi religiosi sono inclusi nei nostri risultati relativi alla popolazione adulta nel suo complesso.

Di seguito presentiamo cinque dati sulla religione nelle Filippine, basati sulle informazioni ricavate dai sondaggi condotti dal Centro.

92 cristiani %, 76 cattolici %

1. La maggior parte degli adulti filippini (92%) si dichiara di religione cristiana, di cui il 76% si dichiara cattolico. Secondo un sondaggio condotto dal Centro nella primavera del 2026, una percentuale minore (12%) si dichiara protestante.

Secondo una sondaggio condotto dal Centro nel 2024, la maggior parte dei cattolici filippini lo è a vita, il che significa che sono stati educati nella fede cattolica e continuano a identificarsi come tali anche in età adulta.

Giudizio favorevole di Papa Leone (79%)

2. La stragrande maggioranza dei cattolici filippini (79%) dichiara di avere un’opinione favorevole del Papa Leone XIV, sSecondo il nostro sondaggio del 2026. Di questi, il 43% esprime un’opinione molto favorevole.

I cattolici di età compresa tra i 18 e i 49 anni sono più propensi rispetto a quelli di età superiore ai 50 anni ad affermare di avere un’opinione favorevole o molto opinione favorevole nei confronti di Papa Leone. Tuttavia, il 19% dei cattolici filippini di età superiore ai 50 anni dichiara di non aver mai sentito parlare di Papa Leone o preferisce non rispondere, rispetto al 7% di coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 34 anni.

Il 99 % degli adulti filippini dichiara di credere in Dio

3. Ccosì tutti gli adulti filippini (99%) dichiarano di credere in Dio,  secondo il nostro sondaggio del 2024. ECiò include il 100% dei protestanti e il 99% dei cattolici.

Tuttavia, i filippini protestanti e cattolici differiscono maggiormente nelle loro credenze riguardo agli spiriti degli antenati. Mentre il 56% dei cattolici ritiene che gli spiriti degli antenati possano aiutarli o danneggiarli, il 26% dei protestanti è dello stesso avviso.

8 adulti su 10 pregano ogni giorno

4. Le Filippine hanno una delle tassi di preghiera più elevati tra i trentasei paesi che abbiamo intervistato nel 2024. Circa otto adulti filippini su dieci (79%) dichiarano di pregare ogni giorno, compresa la maggioranza dei cattolici (77%) e dei protestanti (88%).

Tuttavia, si osservano differenze più significative in altre pratiche religiose. Ad esempio, i cattolici filippini sono circa tre volte più propensi dei protestanti ad affermare di accendere incenso o candele per motivi spirituali o religiosi (76 % contro 27 %).

La Bibbia dovrebbe avere un’influenza notevole o discreta sulle leggi (82%)

5. La maggior parte dei filippini (82%) sostiene che la Bibbia dovrebbe avere molto o abbastanza influenza sulle leggi delle Filippine. Questa opinione è condivisa da un’ampia maggioranza sia dei cattolici che dei protestanti.

Tuttavia, i gruppi hanno opinioni diverse su come procedere quando la Bibbia e la volontà del popolo entrano in conflitto. Quando chiediamo a coloro che ritengono che la Bibbia dovrebbe avere almeno un’influenza considerevole sulle leggi nazionali come pensano che si debba gestire questo tipo di conflitto, il 63% dei protestanti afferma che la Bibbia dovrebbe avere più influenza della volontà del popolo.

Solo il 31% dei cattolici filippini condivide questa posizione, mentre il 49% sostiene che debba prevalere la volontà del popolo. 

Nota: Qui Troverete le domande e le risposte del sondaggio del Pew Research, oltre ai dati più recenti sull'appartenenza religiosa nelle Filippine, tratti da un sondaggio condotto nel 2026. 

L'autoreRedazione Omnes

Per saperne di più

L'obbedienza dei figli di Dio

L'obbedienza cristiana non nasce dalla paura né dall'imposizione, ma dalla fiducia di chi si riconosce figlio di Dio e scopre che la Sua volontà conduce alla vera libertà.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

Ci sono parole che sembrano aver subito male il passare del tempo. Basta pronunciarle per suscitare un certo disagio. «Sacrificio», «castità», «peccato»… e anche «obbedienza». Per molti, obbedire significa rinunciare alla propria libertà, lasciare che sia un altro a pensare al posto nostro o rassegnarsi a sottostare alla volontà di qualcun altro.

Non c’è da stupirsi che sia così. Nel corso della storia non sono mancati esempi di autorità esercitata in modo abusivo, né persone che, in nome dell’obbedienza, hanno finito per giustificare decisioni arbitrarie. Anche oggi, all’interno e all’esterno della Chiesa, continuiamo a chiederci cosa significhi realmente obbedire e quali siano i suoi limiti.

L'obbedienza di Gesù

Ma forse il problema non è l’obbedienza. Forse il problema è che abbiamo dimenticato come obbediva Gesù Cristo. Perché c’è un fatto che risulta davvero sconcertante: l’uomo più libero che sia mai esistito era anche il più obbediente. E questo sembra una contraddizione.

Come può l’obbedienza coesistere con la libertà? Non dovrebbe essere esattamente il contrario? Forse è da troppo tempo che ci poniamo la domanda sbagliata. Quando pensiamo all’obbedienza, tendiamo a chiederci: perché dovrei obbedire? Il Vangelo, tuttavia, parte da molto prima: la vera domanda non è perché obbedire, ma a chi obbediamo. Ed è lì che cambia assolutamente tutto.

Gesù non parla mai della sua obbedienza come di un peso da sopportare. Né come di qualcuno che si limita a eseguire degli ordini. Tutta la sua vita ruota attorno a una relazione. Una relazione così profonda da spingerlo a dire: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato…» (Giovanni 4,34). Oppure: «Colui che mi ha mandato è con me, non mi ha lasciato solo; perché io faccio sempre ciò che gli è gradito» (Giovanni 8,29).

C’è un dettaglio che facilmente passa inosservato. Ogni volta che Gesù parla di obbedire alla volontà di Dio, parla anche del Padre. Non presenta mai Dio come un padrone dal quale bisogna difendersi. Mai come qualcuno che limita la sua libertà. Sempre come un Padre che conosce, ama e nel quale ripone piena fiducia. Tutta la differenza tra l’obbedienza cristiana e qualsiasi altra forma di obbedienza sta, forse, proprio in quella sola parola: Padre. Cristo non obbedisce perché ha un padrone. Obbedisce perché ha un Padre. E questa differenza non è una semplice sfumatura. È il cuore stesso del cristianesimo.

Perché siamo figli

Anche noi, attraverso il Battesimo, abbiamo ricevuto quella stessa filiazione. Non siamo semplicemente creature che cercano di osservare alcuni comandamenti. Siamo figli chiamati a partecipare allo stesso rapporto che Gesù Cristo vive con il Padre. Per questo la nostra obbedienza non può essere intesa come frutto della paura, ma della fiducia.

Forse vale la pena soffermarci un attimo. Quando penso a Dio, quale immagine mi viene in mente per prima? Quella di un Padre che desidera guidare la mia vita verso la sua pienezza? Oppure quella di qualcuno che viene continuamente a chiedere, a pretendere o a limitare la mia libertà? La risposta a questa domanda cambia completamente il nostro modo di intendere l’obbedienza. 

Mons. Fernando Ocáriz, prelato dell’Opus Dei, lo esprime con una frase tanto semplice quanto illuminante: «Solo Dio è degno di obbedienza, perché solo Lui conosce pienamente la via che conduce ciascuno di noi alla felicità». Vale la pena assaporarla con calma. Non dice che Dio sia degno di obbedienza semplicemente perché ha autorità. Dice qualcosa di molto più profondo: che solo Lui conosce pienamente la via che conduce alla nostra felicità. Ed è qui che emerge un’idea fondamentale. Dio non chiede obbedienza perché abbia bisogno di essere obbedito. Ce la propone perché ci ama.

Per obbedire, per fidarsi

Solo Colui che ci ha creati conosce anche lo scopo per cui siamo stati creati. Solo Lui conosce quel cammino — e potremmo dire addirittura quel «cammino nel cammino» — attraverso il quale ogni persona raggiunge la pienezza per cui è stata pensata fin dall’eternità. Per questo, forse molte delle nostre difficoltà nell’obbedire non nascono dalla mancanza di generosità. Forse nascono da qualcosa di molto più profondo. E se, in fondo, non fossimo ancora del tutto convinti che Dio voglia la nostra felicità?

Perché solo quando quella certezza si fa strada nel cuore accade qualcosa di sorprendente: l’obbedienza smette di essere percepita come una minaccia e comincia ad assomigliare, sempre di più, a un atto di fiducia.

Ma cosa significa davvero fidarsi?

Spesso identifichiamo la fiducia con un sentimento. Tuttavia, nella vita di tutti i giorni scopriamo che è molto più di questo. Avere fiducia significa decidere di affidare la propria vita, almeno sotto certi aspetti, nelle mani di un altro.

Lo facciamo continuamente: un paziente che accetta la terapia proposta dal proprio medico. Uno studente che si lascia istruire dal proprio insegnante. Un alpinista che ascolta le indicazioni della propria guida. Nessuno di loro vive questa fiducia come una perdita di libertà. Al contrario, proprio perché hanno fiducia riescono a raggiungere un luogo che, da soli, difficilmente avrebbero raggiunto.

Con Dio accade qualcosa di simile, anche se infinitamente più profondo. Pensiamo a un bambino che cammina per mano di suo padre lungo un sentiero di montagna. A un certo punto, il padre gli dice: «Non andare da quella parte!» Il bambino potrebbe pensare che gli stiano togliendo la libertà. Tuttavia, la realtà è ben diversa: il padre ha semplicemente visto un precipizio che il figlio non riesce ancora a scorgere.

Forse l’obbedienza cristiana assomiglia molto di più a questa scena di quanto immaginiamo. Obbedire non significa camminare ad occhi chiusi. Significa camminare tenendosi per mano con il Padre. Non significa rinunciare alla propria intelligenza, ma accettare con umiltà che esiste uno sguardo più ampio del nostro. Uno sguardo che riesce a vedere ciò che noi ancora non riusciamo a vedere.

Tutti abbiamo vissuto esperienze simili. Quante volte abbiamo scoperto, solo con il passare degli anni, che ciò che in un primo momento ci era sembrato una perdita si è poi rivelato una delle più grandi benedizioni della nostra vita? Quante volte abbiamo capito troppo tardi che Dio ci stava salvando da un precipizio che allora non eravamo in grado di riconoscere? Forse è per questo che l’obbedienza cristiana non può mai essere separata dalla fiducia. 

Dio ci guida attraverso dei mediatori

Ma qui sorge immediatamente una nuova domanda. Se solo Dio è degno di obbedienza, perché ha voluto avvalersi continuamente di mediatori umani? Perché non parla direttamente e subito?

L’intera storia della salvezza sembra proprio fondarsi su questa logica. Dio chiama Abramo per benedire un popolo. Si avvale di Mosè per liberare Israele. Invia i profeti per ricordare la sua alleanza. Sceglie Maria per far nascere suo Figlio. Affida agli Apostoli la missione di annunciare il Vangelo. E continua a farlo oggi attraverso la Chiesa. Potrebbe sembrare strano. Se Dio è onnipotente, perché ha bisogno di mediatori? La risposta è semplice: non ne ha bisogno, li vuole.

Perché è così che Egli ha voluto insegnarci che la salvezza non si vive mai da soli. Dio ci ha creati per la comunione e, proprio per questo, spesso viene incontro a noi attraverso altre persone. Tuttavia, è opportuno fare qui una precisazione fondamentale. Il mediatore non prende mai il posto di Dio. Aiuta solo a scoprirLo.

Ogni mediazione autenticamente cristiana possiede una trasparenza ammirevole. Vale a dire: non attira a sé stessa, ma verso Colui da cui proviene. Per questo Gesù Cristo è il Mediatore perfetto. Non è venuto per sostituirsi al Padre. È venuto per rivelarlo. Tutta la sua vita consiste nel condurci verso di Lui. «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Giovanni 14,9). E forse nessuna scena del Vangelo esprime meglio questa verità delle nozze di Cana. Maria lì pronuncia un’unica indicazione. E basta quella frase per riassumere tutta la spiritualità della mediazione cristiana: «Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5). È difficile immaginare una definizione più bella di ciò che significa essere mediatore. Maria non attira gli sguardi su di sé. Non sostituisce Cristo. Non prende il suo posto. Semplicemente conduce a Lui. 

Ogni autorità cristiana dovrebbe potersi riconoscere in queste parole. Un padre di famiglia, una madre, un sacerdote, un vescovo, il Papa, un catechista, un insegnante, un amico. E anche tu e io. Perché forse, mentre leggevamo questo elenco, pensavamo solo agli altri. Eppure anche noi svolgiamo continuamente piccole attività di mediazione: ogni volta che diamo un consiglio sincero a un amico; ogni volta che accompagniamo un figlio; ogni volta che spieghiamo la fede; ogni volta che svolgiamo un’opera di apostolato… In tutti questi momenti diventiamo, in qualche modo, mediatori. E allora la domanda non è più: «A chi devo obbedire?». La domanda diventa molto più impegnativa: quando qualcuno mi si avvicina, finisce per ascoltare meglio la mia voce… o quella di Cristo? 

Perché questa è la differenza tra autorità e autoritarismo. L’autoritarismo porta a se stessi. La vera autorità scompare affinché Dio possa manifestarsi. Ogni mediatore autenticamente cristiano potrebbe riassumere la propria missione con le parole di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Giovanni 2,5).

L'obbedienza si mette alla prova nelle difficoltà

A questo punto, rimane ancora una domanda a cui rispondere. Se l’obbedienza nasce dalla fiducia e la fiducia nasce dal sentirci figli, perché obbedire continua ad essere, così spesso, difficile? 

Perché essere figli non significa che comprendiamo sempre le vie del Padre. Anche Gesù Cristo ha sperimentato quell’oscurità. La scena del Getsemani è, forse, la pagina più luminosa del Vangelo per comprendere l’obbedienza cristiana: Gesù sa cosa lo aspetta. Conosce la sofferenza, l’abbandono, la croce. E, da vero uomo, non ne è indifferente. Per questo prega con commovente sincerità: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; ma non sia fatta la mia volontà, bensì la tua». Queste parole ci rivelano qualcosa di profondamente umano: l’obbedienza non consiste nel smettere di provare sentimenti, non consiste nel negare la sofferenza, né nel fingere che tutto sia facile. Cristo non elimina il suo desiderio umano di evitare il dolore, ma aggiunge immediatamente: «Ma non sia fatta la mia volontà, bensì la tua» (Luca 22,42). Non sono le parole di chi si rassegna. Sono le parole del Figlio che, pur senza comprendere appieno il perché di quel cammino, continua a confidare nel cuore del Padre. Come si può constatare: la fiducia non consiste nel capire tutto, consiste nel sapere in chi abbiamo riposto la nostra vita. 

La Lettera agli Ebrei esprime questo mistero con una frase sorprendente: «Pur essendo Figlio, ha imparato, attraverso la sofferenza, a obbedire» (Eb 5,8). Queste parole potrebbero lasciarci perplessi. Come può l’eterno Figlio di Dio «imparare» a obbedire? Non perché prima fosse disobbediente. Ma perché l’obbedienza non è una teoria che si possa imparare da un libro. L’obbedienza si impara solo percorrendo la via dell’amore. Solo chi ama scopre, poco a poco, che affidarsi vale più che controllare. Che donarsi vale più che aggrapparsi. Che perdere la vita per amore significa, misteriosamente, trovarla.

Anche noi impariamo così. Nessuno nasce sapendo come riporre piena fiducia in Dio. Tutti impariamo poco a poco. Impariamo quando i nostri piani cambiano inaspettatamente. Quando una malattia bussa alla nostra porta. Quando un progetto fallisce. Quando una porta si chiude senza che ne capiamo il motivo. Quando Dio tace… È proprio lì che l’obbedienza smette di essere un’idea e diventa un modo concreto di amare. 

Forse tutti possiamo chiederci con sincerità: «Continuo ad avere fiducia anche quando non capisco del tutto?». Perché finché tutto va secondo i nostri desideri, è relativamente facile dire che abbiamo fiducia in Dio. La vera fiducia emerge quando le Sue vie smettono di coincidere con le nostre. Eppure, anche in quel momento, continuiamo a dire: «Padre…». Quella parola cambia tutto. Perché il cristiano non obbedisce mai a un destino. Non obbedisce mai a una forza impersonale. Non obbedisce mai semplicemente a una legge. Obbedisce a un Padre. E questo fa tutta la differenza.

Forse è per questo che san Paolo descrive l’obbedienza di Cristo come la via della sua esaltazione: «si umiliò, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò…» (cfr. Filippesi 2,8-9). La croce non fu il fallimento dell’obbedienza. Fu la sua manifestazione più perfetta. In essa scopriamo che la volontà del Padre non ha mai cercato di distruggere il Figlio, ma di donare il suo amore al mondo intero. Solo dopo la Risurrezione i discepoli poterono comprendere appieno quella via.

E forse anche noi proviamo qualcosa di simile. Spesso comprendiamo la fedeltà di Dio solo quando guardiamo indietro alla nostra storia. Solo allora scopriamo che ciò che un giorno ci ha fatto soffrire si è finito per trasformare in una grazia immensa. Che quel «no» di Dio nascondeva un «sì» molto più grande. Che la strada che non avremmo mai scelto era, proprio quella che dovevamo percorrere.

Obbedienza e libertà

Forse ora possiamo tornare alla domanda con cui abbiamo iniziato questo articolo. Come ha potuto Gesù Cristo essere l’uomo più libero e, allo stesso tempo, il più obbediente?

Perché non ha mai considerato l’obbedienza come una minaccia alla sua libertà. L’ha intesa come l’espressione più perfetta del suo amore per il Padre. E noi, attraverso il Battesimo, abbiamo ricevuto quella stessa vocazione.

Forse la prossima volta che la parola «obbedienza» susciterà in noi una certa resistenza, sarebbe bene non chiederci subito cosa Dio ci stia chiedendo. Forse c’è una domanda che viene prima. Una domanda molto più importante. Ho davvero fiducia in Lui?

Perché solo chi si riconosce figlio scopre che la volontà del Padre non è mai in contrasto con la propria felicità. È proprio questa la via che la rende possibile. In definitiva, l’obbedienza dei figli di Dio non consiste nel rinunciare alla libertà. Consiste nel scoprire che la libertà raggiunge la sua pienezza quando, come Cristo, si impara a riposare con fiducia nelle mani del Padre.

L'autoreHugo Elvira

Ingegnere guatemalteco e laureato in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce (Roma). Presidente della Fondazione Amivalle.

Vaticano

La Santa Sede scomunica i vescovi della FSSPX e conferma il scisma

Il Dicastero per la Dottrina della Fede ritiene che il scisma sia ormai consumato a seguito delle consacrazioni episcopali illecite, dichiara scismatici i ministri della FSSPX e avverte che ""Saranno considerati scismatici ed scomunicati coloro che aderiranno formalmente alla Fraternità».

Teresa Aguado Peña-2 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Santa Sede ha dichiarato la scomunica del vescovo Alfonso de Galarreta e dei quattro sacerdoti che sono stati consacrati vescovi senza mandato pontificio, a seguito delle ordinazioni episcopali celebrate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) nonostante i ripetuti avvertimenti di Roma e l'appello lanciato da Papa Leone XIV affinché rinunciassero a tale intento.

Il decreto, firmato dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández, afferma che Alfonso de Galarreta, «avendo commesso un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro sacerdoti, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice», abbia incorrendo ipso facto nelle sanzioni previste dal Codice di Diritto Canonico.

Di conseguenza, il Dicastero dichiara «a tutti gli effetti giuridici» che sia Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier hanno commesso ipso facto nell'escomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.

Inoltre, il decreto stabilisce che anche il vescovo Bernard Fellay è stato scomunicato latae sententiae, avendo partecipato in qualità di co-consacrante alla celebrazione e avendo aderito pubblicamente all’atto che la Santa Sede definisce scismatico.

Il documento si conclude con un monito rivolto sia al clero che ai fedeli laici affinché non aderiscano al scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, poiché, se lo facessero, incorrerebbero anch’essi nella pena della scomunica latae sententiae.

Una nota esplicativa illustra la portata della decisione

Insieme al decreto, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato una nota esplicativa in cui espone le ragioni della decisione adottata e ne illustra le conseguenze canoniche e pastorali.

Il documento inizia ricordando che, dal pontificato di san Paolo VI fino ai colloqui tenuti di recente dallo stesso Dicastero, «i numerosi tentativi di ricondurre i seguaci del movimento avviato da monsignor Marcel Lefebvre alla piena comunione con la Chiesa cattolica si sono rivelati infruttuosi».

Secondo la nota, la situazione si è definitivamente aggravata a seguito delle recenti consacrazioni episcopali effettuate «senza mandato pontificio, contro la volontà del Santo Padre e in aperta violazione del diritto canonico».

Per questo motivo, il Dicastero ritiene necessario dichiarare che tali consacrazioni «hanno costituito il delitto di scisma», ricordando che già san Giovanni Paolo II aveva affermato nella lettera apostolica Ecclesia Dei che la consacrazione di vescovi senza mandato pontificio costituisce «un atto scismatico», in quanto implica «un rifiuto concreto del Primato romano».

I ministri della Fraternità vengono considerati scismatici

La Nota stabilisce, come prima conseguenza, che «i ministri sacri appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X si trovano in scisma e, pertanto, devono essere considerati scismatici», essendo soggetti alla scomunica prevista dal canone 1364 §1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Dicastero fonda questa affermazione sia sulla lettera apostolica Ecclesia Dei come nella Nota esplicativa pubblicata nel 1996 dall’allora Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, la cui dottrina ritiene pienamente vigente.

La situazione dei fedeli laici

Per quanto riguarda i fedeli laici, saranno considerati scismatici ed scomunicati coloro che aderiscano formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X alle condizioni stabilite nella Nota esplicativa del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996 (cfr. ibidem, 7), tuttora in vigore, che questo Dicastero fa proprio:

«Nel caso di altri fedeli, tuttavia, è evidente che la partecipazione occasionale ad atti liturgici o ad attività del movimento lefebvriano, senza adottare l’atteggiamento di disunione dottrinale e disciplinare proprio di tale movimento, non è sufficiente a costituire l’appartenenza formale allo stesso. Nella pratica pastorale, può risultare più difficile valutare la loro situazione. È necessario tenere conto, soprattutto, dell’intenzione dell’individuo e di come tale disposizione interiore si traduca in azione. Di conseguenza, le diverse situazioni devono essere valutate caso per caso, negli organi competenti dei fori esterni e interni».

Avviso sui sacramenti

La Nota dedica inoltre una sezione alla celebrazione dei sacramenti da parte della Fraternità.

In esso avverte il Popolo di Dio che i suoi ministri «amministrano i sacramenti in modo illecito» e afferma espressamente che sia il sacramento della penitenza da loro amministrato, sia i matrimoni celebrati dai suoi ministri «sono invalidi».

Per questo motivo, esorta i fedeli ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e alle attività promosse dalla Fraternità.

Un invito a tornare alla piena comunione

Oltre alle misure canoniche, il Dicastero sottolinea che lo scopo di queste decisioni non è esclusivamente disciplinare.

«La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione», afferma la Nota, annunciando che i nunzi apostolici stabiliranno le procedure che gli ordinari potranno seguire in ciascun caso per facilitare tale ritorno.

Infine, il documento esorta tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa, ricordando che l'unità ecclesiale costituisce un elemento essenziale della vita della Chiesa.

Che Dio sia al centro

La visita di Papa Leone XIV in Spagna ha smentito le previsioni sulla secolarizzazione e ha riportato la fede al centro del dibattito pubblico. Al di là del successo in termini di affluenza, il viaggio ha messo in luce un nuovo avvicinamento della società spagnola al fenomeno religioso, caratterizzato da naturalezza, gioia e una rinnovata fiducia nel ruolo culturale e spirituale del cattolicesimo.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Per anni, la cronaca sociologica ha ribadito una diagnosi immutabile: l’Occidente avanzava a passi da gigante verso una secolarizzazione silenziosa, in cui la fede veniva confinata alla sfera strettamente privata. Tuttavia, gli avvenimenti di inizio giugno hanno infranto tutti gli schemi prestabiliti. La visita apostolica di Papa Leone XIV in Spagna—il suo primo grande viaggio di sette giorni in una democrazia europea di tradizione cattolica— non solo ha riscosso un grande successo di pubblico, ma ha anche confermato un fenomeno che ormai non si può più ignorare: l’esistenza di una “svolta cattolica” nella società spagnola o, almeno, di un nuovo e positivo posizionamento della fede nella sfera sociale.

Nel corso di una settimana intensa, Dio, la Chiesa e il vivere la fede sono usciti dalle sacrestie per diventare il fulcro di incontri informali, cene e dibattiti. Ciò che è stato davvero rivoluzionario non è stata solo la presenza del Pontefice, ma l’impressionante positività e naturalezza con cui il Paese ha accolto questo momento.

Il passaggio di Leone XIV in Spagna ha lasciato messaggi profondi che risuonano direttamente nell’anima di una società che sembra essersi risvegliata da un letargo inerte. Questa “svolta cattolica” si fonda su tre pilastri fondamentali che il Papa ha saputo mettere in moto:

Una fede senza complessi: Abbiamo superato, fortunatamente, quella vecchia inerzia sociale secondo cui manifestare le proprie convinzioni era considerato un atto di maleducazione o un anacronismo. Il viaggio papale ha inaugurato un clima di rispetto reciproco e di sincero interesse per il cattolicesimo, contagiando anche coloro che non lo condividono, ma che ne riconoscono il valore antropologico e culturale.

La gioia come risposta al distacco: di fronte al trito stereotipo mediatico che associa il credente all’amarezza o a un’espressione severa, i giovani spagnoli hanno risposto con una gioia travolgente, spontanea e contagiosa. In un’epoca segnata dall’epidemia della solitudine, della depressione e del vuoto esistenziale, Leone XIV ha ricordato che la fede non è un peso, ma un’ancora che non delude mai.

La maturità di accettare l'imperfezione: uno dei messaggi più sinceri e incisivi che questa visita ci lascia è il superamento degli errori. La Chiesa sta imparando a camminare con le ferite aperte, assumendosi il passato con dolore ma con la ferma determinazione di emendarsi. Il Papa ci ha ricordato che l’obiettivo non è una perfezione arrogante, bensì una maggiore vicinanza a chi soffre e l’umiltà necessaria per andare avanti.

Per i credenti, il successo di questi sette giorni non può ridursi a un picco mediatico o a un fenomeno di massa passeggero; la vera sfida è trasformare l’emozione in qualcosa di duraturo. Ora che gli echi delle folle si stanno spegnendo, rimane il compito più profondo. Come ci ha ben insegnato questo viaggio, non si tratta semplicemente di mettere Dio temporaneamente al centro dell’attenzione, ma di fare in modo che Dio sia il centro stesso.

La guerra sacrilega in Ucraina

Oggi è proprio l’Ucraina, vittima dell’aggressione, a indicare alla Russia la via verso la luce. Il popolo ucraino è diventato un esempio commovente nella difesa della propria identità nazionale, fondata sull’amore per la libertà e non sulla sottomissione del vicino.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il 20 giugno ho avuto il privilegio di ascoltare due giovani che nei loro sguardi riflettono il peso di una storia tragica, ma anche la luce di una speranza incrollabile. Si tratta di Ihor Chikhman e Marta Kostyk, membri del Consiglio dei Giovani della Ambasciata dell'Ucraina in Spagna. Nelle sue parole non c’era odio, ma una profonda sete di verità e di giustizia. Al termine del nostro incontro, mi hanno fatto un regalo su cui sto riflettendo da allora: l’eccellente libro “Cronaca di una guerra sacrilega”, scritto da Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, Arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyć e primate della Chiesa greco-cattolica ucraina.

Il titolo dell’opera di Shevchuk non è un semplice espediente letterario; è una diagnosi spirituale precisa. Perché definire «sacrilega» questa guerra? Perché le autorità russe hanno varcato una linea rossa che va oltre la geopolitica: stanno utilizzando la religione cristiana per giustificare crimini contro l’umanità e, di conseguenza, crimini contro Dio stesso. Benedire i missili, santificare l’invasione di una nazione sovrana e sventolare la croce per giustificare la distruzione di ospedali e parrocchie è la definizione stessa di sacrilegio. È prendere il nome di Dio invano per coprire la barbarie.

Nazionalismo adornato di ornamenti

Nulla smaschera con maggiore crudezza questa menzogna quanto la sofferenza dei più piccoli. Il straziante rapimento di circa 20.000 bambini ucraini da parte delle truppe russe, strappati dalle loro case e dai loro genitori per essere rinchiusi in campi di rieducazione in Russia, è un grido che arriva fino al Cielo. Cercare di cancellare l’identità, la memoria e la lingua di questi bambini è un’atrocità che si scontra frontalmente con qualsiasi valore evangelico. Chi strappa un figlio all’amore di sua madre non può, in nessuna circostanza, presentarsi al mondo come un difensore dei valori familiari e cristiani.

Osservando la retorica e le azioni del Cremlino, risulta evidente che la Russia non abbia vissuto una vera e propria purificazione dal proprio passato totalitario. Sembra piuttosto che abbia sostituito l’apparato ideologico del comunismo con un cristianesimo politico e tattico. Le forme sono cambiate, la falce e il martello spesso condividono lo spazio con le icone bizantine, ma le pratiche criminali, la repressione, la menzogna di Stato e l’asservimento del proprio popolo e dei popoli vicini rimangono intatti. È un nazionalismo imperiale rivestito di ornamenti liturgici.

Di fronte a questa realtà, noi cristiani occidentali non dobbiamo lasciarci ingannare. In alcuni ambienti c’è la tentazione di guardare a Mosca come a un baluardo di resistenza contro la secolarizzazione e la decadenza morale dell’Occidente. Ma le manifestazioni religiose del governo russo non sono altro che un alibi, un miraggio concepito per sedurre gli incauti e tenere i cittadini sottomessi. Non c’è alcuna difesa possibile della morale cristiana laddove si calpesta sistematicamente la dignità umana e si uccide il prossimo.

Cristiani ucraini

Oggi è proprio l’Ucraina, vittima dell’aggressione, a indicare alla Russia quella via verso la luce. Il popolo ucraino è diventato un esempio commovente nella difesa della propria identità nazionale, fondata sull’amore per la libertà e non sulla sottomissione del vicino. La sua lotta è, inoltre, un’eroica difesa della libertà religiosa. Le testimonianze che ci giungono sono sconvolgenti: nei territori ucraini attualmente occupati dalla Russia è stata instaurata una feroce persecuzione religiosa. Sacerdoti greco-cattolici, fedeli di rito latino, pastori protestanti e membri di altre confessioni sono vessati, rapiti e torturati per essersi rifiutati di sottomettere la propria coscienza ai dettami politici dell’invasore. Laddove si impone il modello del Cremlino, la vera libertà di spirito viene schiacciata.

Il coraggio e il sacrificio quotidiano dei cristiani ucraini, la loro resistenza pacifica e la loro fede temprata nel crogiolo del dolore ci aprono gli occhi. Ci ricordano che la vera fede si manifesta nell’amore, nella difesa della vita e nel servizio alla verità.

La testimonianza di giovani come Ihor e Marta e la voce profetica di pastori come Sviatoslav Shevchuk ci fanno capire che la Russia ha bisogno, oggi più che mai, di convertirsi. E non stiamo parlando di un semplice cambio di schieramento politico, ma di una conversione del cuore. La libertà della Russia — la sua liberazione da questo sequestro ideologico e imperialista — è una condizione necessaria per la libertà dell’Europa e la pace del mondo intero. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario un autentico pentimento davanti alla storia e davanti a Dio, e abbandonare una volta per tutte quella maschera religiosa che serve solo come alibi per continuare a infliggere profondi danni all’umanità.

La libertà del popolo ucraino

Forse il modo migliore per comprendere questa speranza è quello di attingere all’anima stessa del popolo ucraino, espressa nei versi del suo grande poeta nazionale, Taras Shevchenko, che già nel XIX secolo si ribellava all’imperialismo con fede incrollabile:

“Lottate e vincerete!»

Che Dio vi aiuti!

Da parte vostra ci sono la forza,

”la libertà e la santa verità».

Vangelo

L'umiltà che rivela. XIV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XIV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 5 luglio 2026.

Vitus Ntube-2 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Le letture di oggi ci presentano Gesù Cristo come il vero umile. Nella prima lettura troviamo l’immagine di un Messia umile; nel Vangelo, Gesù stesso afferma di essere mite e umile di cuore.

Che cosa rende speciale l’umiltà di Cristo? Che cosa possiamo imparare da essa? L’umiltà di Cristo è indissolubilmente legata alla verità: alla verità della rivelazione che ci mostra chi è veramente Dio. Dio si rivela nell’umiltà, e chi accoglie questa rivelazione deve avvicinarsi a Lui anch’esso con cuore umile. La rivelazione di Dio si compie in un contesto di umiltà.

Nella prima lettura, il Messia entra a Gerusalemme in modo profondamente umile: “Guarda, ecco che arriva il tuo re, giusto e vittorioso, povero e in sella a un asinello, a un puledro di asina”. Il Messia non viene con potere né splendore mondani, ma con semplicità e mitezza. L’umiltà è inscindibile dalla verità. Non c’è verità più grande della conoscenza di Cristo. Il Vangelo sottolinea le condizioni necessarie per ricevere questa rivelazione.

Gesù loda il Padre per il modo in cui ha rivelato i suoi misteri: “Hai nascosto queste cose ai saggi e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli”. I saggi e gli esperti, in questo contesto, non vengono condannati per la loro conoscenza, ma per l’orgoglio che impedisce loro di accogliere una verità che va oltre i propri schemi e le proprie aspettative. Poiché Dio si rivela nell’umiltà, anche l’atteggiamento adeguato per accoglierlo deve essere l’umiltà. Gesù Cristo, l’unico rivelatore del Padre, viene nell’umiltà e può essere compreso veramente solo dai semplici come i bambini.

L’umiltà di Cristo è anche fonte di riposo. Gesù ci invita a imparare dal suo cuore, perché in Lui scopriamo la verità più profonda su Dio e su noi stessi. Le preoccupazioni della vita quotidiana diventano sopportabili quando vengono portate con Cristo e con lo stesso spirito con cui Egli portò la propria croce. Quando condividiamo quella stessa disposizione interiore, anche i fardelli della vita si trasformano. Per questo Gesù dice: “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime”. Il giogo di Cristo non ci schiaccia, ma ci alleggerisce. Non ci opprime, ma ci eleva. È il giogo dell’amore, il giogo dell’umiltà.

Tuttavia, per imparare l’umiltà di Cristo, dobbiamo possedere lo Spirito di Cristo. La seconda lettura ci ricorda che il “Spirito di Dio” abita in noi, e che senza di lui “Spirito di Cristo” Non apparteniamo a Lui. Dobbiamo permettere allo Spirito Santo di plasmarci e guidarci, poiché Egli ci insegna l’umiltà e apre il nostro cuore affinché possiamo accogliere la verità rivelata in Cristo.

L'intelligenza artificiale e il lavoro giornalistico

Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, c’è un dovere insostituibile che riguarda noi giornalisti: quello di non rinunciare alla nostra autorevolezza, garantire la trasparenza delle fonti, rispettare la dignità dei lettori e coltivare la dimensione umana della narrazione.

2 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel marzo del 2026 sono trascorsi 150 anni dalla fondazione del quotidiano italiano Corriere della Sera. Papa Leone ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti del lavoro giornalistico; infatti, è proprio ai professionisti dei media che ha dedicato la sua prima udienza. In occasione dell’anniversario, ha scritto una breve lettera al giornale congratulandosi con loro per il loro lavoro e ricordando che la dimensione umana va sempre tutelata e coltivata.

In un momento in cui l’intelligenza artificiale sembra destinata a rivoluzionare il mondo, è bene ricordare chi è un giornalista. Un giornalista è un professionista incaricato di indagare, raccogliere, analizzare, sintetizzare e diffondere informazioni di interesse pubblico, garantendone la veridicità e il rigore. Lavora su diversi mezzi di comunicazione —stampa, radio, televisione, media digitali— per contestualizzare l’attualità e consentire ai cittadini di prendere decisioni informate.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, la responsabilità del giornale è ancora maggiore, se possibile. I giornali — sottolinea il Papa —, oltre a fornire notizie di attualità, ovvero a informarci su ciò che accade in un determinato Paese e nel mondo, sono anche un veicolo di cultura, vero e proprio fermento vitale della società alla cui creazione contribuiscono. La rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo rappresenta una sfida per stare al passo con i tempi ed è, inoltre, una prova che riguarda tutti, senza eccezioni, sottolinea il Pontefice nella lettera indirizzata al quotidiano italiano.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, c’è un dovere insostituibile che riguarda noi giornali: quello di non rinunciare alla nostra autorevolezza, garantire la trasparenza delle fonti, rispettare la dignità dei lettori e coltivare la dimensione umana della narrazione.

La mente umana e una buona coscienza sono all’altezza di questa sfida, molto più dell’IA, che potrà aiutare nel lavoro giornalistico, ma non possiede né libertà né coscienza, bensì sputa fuori informazioni che le sono state precedentemente fornite. L’IA è uno strumento privo di etica, una macchina che, se non sa qualcosa, se la inventa; il giornalista è una persona che sa che nel proprio lavoro quotidiano non può lasciarsi andare alla fantasia. L’IA è, a mio avviso, uno strumento di grande aiuto, ma non deve pensare al posto mio.

Le piaghe di Cristo e la tunica senza cuciture

Due Papi hanno espresso lo stesso appello a distanza di trentotto anni: uno per le piaghe di Cristo, l’altro per la sua tunica senza cuciture. Le piaghe e la tunica dicono una sola cosa: che l’unità si paga con il sangue e non si strappa senza dolore.

1° luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Oggi, 1° luglio 2026, a Écône, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro vescovi senza mandato pontificio. Trentotto anni prima, Marcel Lefebvre aveva fatto lo stesso, nello stesso luogo. Tra queste due date si stende un ponte costituito da due lettere e da un’unica supplica: non spezzate l’unità.

La prima fu scritta da Giovanni Paolo II il 9 giugno 1988, poco prima di quelle consacrazioni. Non era un documento giuridico, ma la lettera di un padre: chiedeva a Lefebvre, «per le piaghe di Cristo nostro Redentore», di non compiere un passo che potesse essere interpretato solo come scismatico, e gli ricordava la preghiera del Signore alla vigilia della sua Passione: «Che tutti siano uno».

Qualche settimana dopo, nel motu proprio Ecclesia Dei, Giovanni Paolo II individuò la radice del problema proprio dove si trovava realmente: non nell’amore per la liturgia antica — legittimo e rispettato —, ma in «una concezione incompleta e contraddittoria della Tradizione». Questo è il nodo della questione, allora come oggi. La Tradizione non è una reliquia custodita davanti al Papa; è una realtà viva che si trasmette con lui e sotto il suo ministero. Nessuno è fedele alla Tradizione se spezza il legame con colui al quale Cristo ha affidato l’unità della sua Chiesa. Chi contrappone Tradizione e Papato ha frainteso entrambe le cose.

La Fraternità invoca uno «stato di necessità»: vescovi che invecchiano, l’urgenza di garantire ordinazioni e cresime, il dovere di non abbandonare un’opera che sostiene la fede di molte anime. Il loro superiore generale, padre Davide Pagliarani —che non è vescovo—, sostiene che non intendono separarsi da Roma, ma servire «una madre che sta attraversando una grave difficoltà»; e insistono sul fatto che non si tratta di un capriccio di ogni singola comunità, bensì di una crisi eccezionale e oggettiva della Chiesa. È un’obiezione sincera, ma non valida: giudicare quando la necessità dispensa dalla comunione con Pietro è, proprio, ciò che nessuno può decidere da solo.

Roma non è rimasta con le mani in mano dal 1988. Benedetto XVI ha liberalizzato la Messa tradizionale nel 2007 e, nel 2009, ha revocato la scomunica dei quattro vescovi; sono seguiti anni di colloqui dottrinali. Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare (nel 2015, con carattere permanente dal 2016) e ha regolamentato l’assistenza ai loro matrimoni (2017), per proteggere i fedeli. Per quasi quattro decenni la mano è rimasta tesa. Ecco perché una nuova consacrazione unilaterale fa così male: risponde con uno sbattere di porta a una porta aperta.

Il 13 maggio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha avvertito che consacrare vescovi senza mandato costituirebbe «un atto scismatico», con la scomunica di chi consacra e dei consacrati già prevista in Ecclesia Dei (in base all’antico canone 1382, oggi 1387). Il 29 giugno 2026, Leone XIV si rivolse a padre Pagliarani con un linguaggio che ricalcava quello di Giovanni Paolo II: «Pieno di affetto cristiano, vi supplico e vi chiedo con tutto il cuore: fate marcia indietro!». E aggiunse, senza chiudere alcuna porta: «La Chiesa è disposta a intraprendere un cammino di dialogo e comprensione». Solo allora emerge l’immagine che dà il titolo a queste righe: «strappare la Tunica senza cuciture di Cristo è un peccato di estrema gravità».

La cosa più rivelatrice è che la Fraternità abbia risposto appropriandosi proprio di quell’immagine. Padre Pagliarani ha ringraziato il Papa per la sua «sollecitudine paterna» e, lungi dal rettificare, ha scritto di sentire il dovere di «ricomporre la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico»; e ha chiesto che venisse valorizzata la sincerità della sua intenzione: «Non è ancora troppo tardi». È un argomento abile: entrambe le parti affermano di difendere la tunica senza cuciture. Ma quella tunica non si ricompone strappandone un brandello per conservarlo a parte, né si cuce dall’esterno. Chi la vuole davvero integra non consacra vescovi contro il Papa: rimane al suo fianco, anche se soffre. La comunione non è il prezzo della Tradizione. È la sua casa.

La Fraternità adduce ancora un argomento più sottile: il fatto che il Papa le scriva «come un padre al proprio figlio» dimostrerebbe che non c’è scisma, poiché nessuno si rivolge in questo modo a uno sconosciuto. Ma il ragionamento si ribalta. Il fatto che Roma continui a trattare come un figlio chi si allontana non dimostra che non vi sia rottura, bensì la pazienza del padre, che non legittima la disobbedienza del figlio e per questo si rattrista. Il fatto che qualche vescovo abbia riconosciuto lo spirito cattolico della Fraternità non risolve nulla. Si può amare la dottrina e, ciononostante, rompere la comunione proprio nell’atto stesso di consacrare senza mandato.

Nel 1988, molti sacerdoti che nutrivano lo stesso amore per la Tradizione ascoltarono Giovanni Paolo II e fondarono la Fraternità Sacerdotale di San Pietro. Essi conservano integralmente la liturgia tradizionale, la stessa formazione, la stessa riverenza, e lo fanno in pace, in piena comunione con il Successore di Pietro. Sono la prova vivente che la Tradizione non richiede il scisma.

Due Papi hanno espresso la stessa supplica a distanza di trentotto anni: uno per le piaghe di Cristo, l’altro per la sua tunica senza cuciture. Le piaghe e la tunica dicono una sola cosa: che l’unità si paga con il sangue e non si strappa senza dolore. Non è una questione interna alla Chiesa: Gesù ha chiesto che tutti fossero uno «affinché il mondo creda» (Gv 17, 21), e ogni frattura la rende meno credibile. Speriamo che questa volta la supplica venga ascoltata e che molti scelgano di vivere la tradizione cristiana accanto a colui che è la loro vera roccia: Pietro.

L'autoreRafael Domingo Oslé

Professore di diritto all'Università di Navarra

Mondo

La Spagna è il secondo Paese per quantità di aiuti forniti ai cristiani perseguitati

Il bilancio 2025 di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACN) riporta un investimento di 145,8 milioni di euro in progetti pastorali, sostegno ai sacerdoti, costruzione di chiese e difesa della libertà religiosa.

Teresa Aguado Peña-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

«Sostenere la Chiesa più bisognosa». Questo è l’obiettivo che guida l’operato di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), come hanno sottolineato i suoi responsabili durante la presentazione del bilancio 2025 della fondazione pontificia.

Il presidente di ACN Spagna, Walther von Plettenberg, ha presentato i risultati delle attività svolte da ACN Internazionale nel 2025. Grazie al sostegno di 363.176 benefattori e al lavoro dei suoi 24 uffici in tutto il mondo, la fondazione ha potuto finanziare 5.368 progetti in 141 paesi dei cinque continenti, sempre in collaborazione con le diocesi locali, per un totale di 1.251 diocesi beneficiarie.

Principali beneficiari

Nel corso dell’ultimo anno, l’ACN ha raccolto 145,8 milioni di euro provenienti da donazioni e lasciti, destinati a sostenere la vita pastorale della Chiesa nei luoghi in cui essa soffre maggiormente a causa delle persecuzioni, della povertà o dei conflitti.

I dieci paesi che hanno ricevuto il maggior sostegno economico nel 2025 sono stati l’India (7 milioni di euro), l’Ucraina (6 milioni), il Libano, la Siria, la Repubblica Democratica del Congo e la Nigeria — dove i progetti sono aumentati di circa il 50 %—, la Tanzania, l’Iraq, il Burkina Faso e il Pakistan.

Tra i principali beneficiari di questo aiuto figurano sacerdoti, diocesi, vescovi e laici. Von Plettenberg ha sottolineato che, nell’ultimo anno, un sacerdote su dieci in tutto il mondo ha ricevuto un qualche tipo di sostegno da parte di ACN. Inoltre, la fondazione ha reso possibile la celebrazione di quasi due milioni di messe a sostegno dei sacerdoti e ha finanziato la costruzione o il restauro di 791 edifici ecclesiastici.

«Una Chiesa senza tempio, che non può celebrare l’Eucaristia in un luogo dignitoso, è una Chiesa molto zoppicante», ha affermato il presidente di ACN Spagna, sottolineando l’importanza di dotare le comunità cristiane di spazi adeguati al culto.

Durante la presentazione è stata inoltre ricordata l’udienza privata concessa il 10 ottobre 2025 da Papa Leone XIV a una delegazione di ACN Internazionale. In quell’occasione, il Pontefice ha ringraziato la fondazione per il suo operato con queste parole: «La vostra missione proclama che, come un’unica famiglia in Cristo, non abbandoniamo i nostri fratelli e sorelle perseguitati. Al contrario, li ricordiamo, li sosteniamo e lavoriamo per garantire le libertà che Dio ha loro concesso».

Dove finiscono i loro guadagni?

Da parte sua, il direttore di ACN Spagna, José María Gallardo, ha presentato i dati relativi alla sede spagnola. Ha spiegato che l’81,9 % delle entrate proveniva da donazioni e il 18 % da eredità e lasciti. Del totale delle risorse ricevute, l’88,3% è stato destinato direttamente agli scopi propri della fondazione, mentre l’11,7 % è stato impiegato per le spese di funzionamento. Inoltre, l’82,2% dell’attività è stato dedicato specificamente al finanziamento di progetti.

L’Africa ha ricevuto nuovamente la maggior parte degli aiuti, con il 34,5 % del totale dei progetti. La crescita della Chiesa in questo continente, che si riflette nell’aumento dei fedeli e delle vocazioni, convive con grandi sfide quali la povertà e l’espansione del terrorismo islamista in un numero crescente di paesi. In luoghi particolarmente colpiti, come il Burkina Faso, il Niger e il Mali, ACN ha potuto aumentare i propri aiuti del 30 %, mentre il sostegno alla Chiesa in Nigeria è cresciuto del 47 %.

Gallardo ha sottolineato che i ricavi sono aumentati dello 0,3 % rispetto al 2024. «Stiamo mantenendo la nostra posizione; tuttavia, c’è stata una generosità straordinaria in termini di eredità e lasciti», ha affermato.

Nel 2025 la filiale spagnola ha contribuito per l'11,9 % ai ricavi internazionali di ACN, posizionandosi al secondo posto tra le 24 filiali presenti in tutto il mondo per contributo, superata solo dalla Francia. Dopo la Spagna seguono Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Svizzera e Italia.

Libertà religiosa

La difesa della libertà religiosa è stata un altro dei temi centrali della presentazione. Gallardo ha ricordato le parole di Papa Leone XIV: «La libertà religiosa non è un privilegio, ma un diritto». In questo contesto, ACN promuove un manifesto per favorire l’effettivo rispetto dell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani. L’iniziativa ha già superato le 8.000 firme in Spagna, mentre l’organizzazione spera di raggiungere il mezzo milione di adesioni in tutto il mondo.

Inoltre, il direttore di ACN Spagna ha sottolineato l’importanza della dimensione spirituale della fondazione. «Senza la preghiera non potremmo ottenere tutto ciò che otteniamo», ha affermato. In questo ambito, ACN Spagna promuove oltre 500 iniziative di preghiera, tra cui la campagna «Un milione di bambini che recitano il Rosario», alla quale partecipano 45 istituti scolastici e oltre 10.000 bambini.

La presentazione si è conclusa con un messaggio di ringraziamento rivolto a tutti i benefattori, ricordando anche le parole di Papa Leone XIV: «Non stancatevi di fare il bene, perché il vostro servizio porta frutto in innumerevoli vite e glorifica il nostro Padre che è nei cieli». In questo spirito, i responsabili della fondazione hanno voluto concludere con un semplice ringraziamento: «Grazie per aver aiutato la Chiesa che più soffre».

Mondo

Nel 2025 la Fondazione CARF ha sostenuto 1.960 seminaristi e sacerdoti provenienti da 85 paesi

Uno dei dati più significativi della Relazione annuale del 2025 è che la Fondazione CARF ha potuto destinare circa il 25 % delle entrate —2.615.974 euro— al Fondo di dotazione, un patrimonio permanente che riduce la dipendenza dalle donazioni una tantum annuali.

Redazione Omnes-1° luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

L'istituzione, che festeggia i suoi 37 anni senza ricorrere a sovvenzioni pubbliche, ha stanziato oltre 6,1 milioni di euro in borse di studio e aiuti finanziari a favore degli studenti dell'Università Pontificia della Santa Croce e delle Facoltà Ecclesiastiche dell'Università di Navarra

La Fondazione CARF ha presentato la propria Relazione annuale relativa al 2025, un esercizio in cui l’istituzione ha sostenuto 1.960 studenti provenienti da 85 paesi, distribuiti tra l’Università Pontificia della Santa Croce (PUSC), a Roma, e le Facoltà Ecclesiastiche dell’Università di Navarra, a Pamplona.

Del totale dei beneficiari, 1.201 hanno studiato a Roma e 759 a Pamplona. Per sostenere la loro formazione, la Fondazione ha stanziato 3.145.765 euro per la sede romana e 2.183.040 euro per quella di Pamplona, ai quali si aggiungono 794.681 euro in altre forme di sostegno.

Una fondazione senza finanziamenti pubblici

La Fondazione CARF è stata costituita il 14 febbraio 1989, cinque anni dopo che san Giovanni Paolo II aveva incoraggiato il beato Álvaro del Portillo a fondare la Pontificia Università della Santa Croce. L’obiettivo della nuova università romana era quello di offrire una formazione intellettuale, umana e spirituale di eccellenza a seminaristi e sacerdoti, diocesani e religiosi, provenienti da ogni parte del mondo, senza che la mancanza di risorse economiche costituisse un ostacolo. La PUSC si univa così all’opera formativa già svolta dalle Facoltà Ecclesiastiche dell’Università di Navarra.

Sin dalla sua fondazione, l’istituzione non riceve sovvenzioni pubbliche. La sua attività è sostenuta da circa 5.200 donatori all’anno, il cui contributo garantisce l’indipendenza e la continuità del progetto.

Oltre 10 milioni di euro raccolti nel 2025

Nel 2025, la Fondazione CARF ha raccolto un totale di 10.474.834 euro, provenienti da diverse fonti di finanziamento: le donazioni una tantum hanno rappresentato il 42,68 % delle entrate; i testamenti e i lasciti, il 23,41 %; i proventi derivanti dal patrimonio, il 20,73 %; e le donazioni periodiche, il 13,18 %.

Uno dei dati più significativi della relazione è che la Fondazione ha potuto destinare circa il 25 % delle entrate —2.615.974 euro— al Fondo di dotazione, un patrimonio permanente che riduce la dipendenza dalle donazioni una tantum annuali e migliora la sostenibilità finanziaria dell’istituzione nel lungo periodo.

Residenze e seminari per studenti provenienti da tutto il mondo

Gli aiuti della Fondazione CARF si traducono in posti di alloggio e formazione sia a Roma che a Pamplona. A Roma, il Seminario Internazionale Sedes Sapientiae può ospitare cento seminaristi e quindici formatori.

A Pamplona, gli studenti delle Facoltà ecclesiastiche dell’Università di Navarra possono contare sul Seminario Internazionale Bidasoa e su diverse residenze — tra cui Aralar, Echalar, El Sadar, Los Tilos, Ciudadela e Albaizar — che offrono posti per oltre 150 sacerdoti e candidati al sacerdozio provenienti da tutto il mondo.

È possibile consultare la relazione completa del 2025 qui

Per saperne di più

Lì c'è un'intelligenza artificiale che dice: «Ahi!»

"Grazie, Santo Padre, per *Magnifica Humanitas*, per averci segnalato ogni "ay" dell'IA. Dobbiamo fare in modo che arrivino dove devono arrivare".

1° luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La frase con cui abbiamo imparato le differenze ortografiche tra le tre parole che suonano allo stesso modo, pur avendo significati diversi, riassume bene il messaggio che Leone XIV ci ha trasmesso nella sua enciclica «Magnifica Humanitas», sulla tutela della vita umana nell’era dell’intelligenza artificiale.

Proprio come nella frase mnemonica che ci hanno insegnato da piccoli, il Papa sta sottolineando qualcosa di importante, richiamando la nostra attenzione su una realtà che è già tra noi: l’Intelligenza Artificiale. La ormai famosa IA, o AI secondo l’acronimo inglese, è arrivata per restare e trasformare le nostre vite, segnando non un’epoca di cambiamenti, ma l’autentico «cambiamento d’epoca» in cui siamo immersi, come aveva già profetizzato Francesco. 

Esiste un'intelligenza artificiale che sta già prendendo decisioni al posto vostro e influenzando il vostro modo di essere come individui e come società, per quanto possiate essere "analogici" o per quanto viviate in una zona senza copertura di rete.

Sebbene l’enciclica non sia a priori tecnofoba e riconosca che «i vantaggi in termini di efficienza e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi grazie all’intelligenza artificiale sono evidenti», la verità è che, fedele alla sua missione di pastore che deve proteggere le sue pecore dai lupi, il Papa ci mette in guardia da molti e gravissimi pericoli che stanno già cominciando a mostrare i loro artigli digitali. Ogni monito del Santo Padre risuona come uno di quei «guai» che Gesù lanciò contro gli scribi e i farisei, i quali approfittavano della loro posizione di dominio religioso per soggiogare il popolo. Parafrasando alcuni dei temi più salienti, non come condanna ma come monito sulle strade verso cui ci stanno conducendo, potremmo dire, con Leone XIV:

Guai ai tecnocrati e agli oligarchi digitali, «dotati di risorse e capacità di azione»

»superiori a quelli di molti governi«, proprietari »delle nuove forme di proprietà, dei brevetti, degli algoritmi, delle piattaforme digitali, delle infrastrutture tecnologiche e dei dati«, perché »quando questi beni rimangono concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di scambio e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi»!

Guai agli sviluppatori di IA che, nella loro corsa per arrivare primi, non sanno bene dove ci stanno portando! L’enciclica spiega che le IA «sono più “coltivate” che “costruite”, poiché gli sviluppatori non progettano direttamente ogni dettaglio, ma creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”». Per questo motivo, esse comportano «un peso etico e spirituale significativo, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità ed è necessario «verificare che ciò che viene coltivato sia realmente un bene»».

Guai ai promotori delle ideologie emerse dopo la rivoluzione digitale, come il transumanesimo o il postumanesimo, «che suggeriscono che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggiore valore a chi è più efficiente e produttivo», perché «in una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a un mezzo per ottenere risultati, a una risorsa da utilizzare e sfruttare, e non viene riconosciuta come fine a se stessa»!

Guai ai governanti degli Stati ai quali spetta, nel mezzo di questa crisi globale causata dai proprietari dell’IA, «garantire la coesione, l’unità e una giusta organizzazione della società civile, (…) cercando l’equilibrio tra i beni particolari e quelli collettivi, senza lasciare indietro i più deboli», perché «quando la politica rinuncia a una visione a lungo termine e si riduce a calcoli di breve periodo o a polarizzazioni sterili, i discorsi sul bene comune perdono credibilità e, al contempo, crescono le disuguaglianze e le fratture sociali»!

Guai ai signori della guerra che affidano decisioni letali a sistemi artificiali, perché «non esiste alcun algoritmo in grado di rendere la guerra moralmente accettabile»! Infatti, «la decisione di ricorrere alla forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve rimanere sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile».

Grazie, Santo Padre, per *Magnifica Humanitas*, per averci segnalato ogni «ay» dell’AI. Dobbiamo fare in modo che arrivino dove devono arrivare.

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.