L'aspettativa del padre: "Rispetteranno mio figlio". XXVII domenica del Tempo Ordinario (Anno A)
Vitus Ntube nos comenta las lecturas del Domingo XXVII del tiempo ordinario (A) correspondiente al día 4 de octubre de 2026.
Vitus Ntube-1 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Le letture di queste ultime tre domeniche formano una bellissima progressione. Siamo rimasti nella vigna del Signore. In primo luogo, abbiamo ascoltato l'invito:“Andate anche voi nella mia vigna”Poi è arrivata la chiamata a rispondere con i fatti e non solo con le parole. Oggi scopriamo lo scopo del nostro lavoro: Dio si aspetta che la sua vigna porti frutto.
Il Vangelo ritorna all'immagine presentata nella prima lettura dal profeta Isaia. La vigna è il bene più amato dal Signore, piantata con cura, protetta e amorevolmente coltivata. Come dice Isaia:“La vigna del Signore dell'universo è la casa d'Israele".
Gesù ora approfondisce questa immagine alla luce della storia della salvezza. La vigna è stata data in affitto a dei contadini, responsabili della sua coltivazione e della consegna dei frutti al proprietario. Il privilegio di lavorare nella vigna comporta la responsabilità di portare frutto.
Poi arriva il momento più commovente della parabola:“Infine, mandò loro suo figlio, dicendo: ‘Rispetteranno mio Figlio’. Queste parole rivelano qualcosa di molto profondo nel cuore di Dio. Non esprimono ignoranza o ingenuità, come se Dio non sapesse cosa sarebbe successo. Piuttosto, rivelano la straordinaria generosità dell'amore divino. Dio non cessa mai di invitare e di offrire nuove opportunità di conversione. Invece di rispondere alla ribellione con una punizione immediata, risponde con il dono più grande che potesse fare: manda il suo amato Figlio.
I contadini pensano che uccidendolo potranno tenersi l'eredità. Al più grande atto d'amore di Dio, rispondono con il più grande atto di violenza dell'umanità.
Ma la vigna non è solo l'antico Israele. È anche la Chiesa di oggi e, ancor più, ciascuno di noi. La domanda che il Vangelo ci pone non è semplicemente se stiamo lavorando nella vigna, ma se il nostro lavoro sta portando frutto. Non basta appartenere alla Chiesa. Non basta essere impegnati in attività religiose. Dio si aspetta i frutti di una vita trasformata e di una santità che si manifesti nella vita quotidiana.
Leone XIV riassume il suo viaggio in Francia con una sola parola: "Rinascimento".«
“Al igual que se restauró la catedral de Notre-Dame, también se está renovando la Iglesia en Francia”. Esto se nota especialmente en el entusiasmo de los jóvenes y en el aumento del número de bautismos, ha manifestado el Papa León XIV en la Audiencia de hoy, al resumir su visita a Francia, recién concluida.
Redazione Omnes-30 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
“Sono rimasto colpito dal fervore e dall'entusiasmo con cui sono stato accolto in Francia!” ha esclamato Papa Leone XIV durante l'Udienza Generale di mercoledì 1° settembre in Piazza San Pietro. Una visita “È stato un grande dono per me e per il popolo di Dio in quel paese, e ringrazio il Signore”.
“Così come la cattedrale di Notre-Dame è stata restaurata, anche la Chiesa in Francia si sta rinnovando. Ciò è particolarmente evidente nell'entusiasmo dei giovani e nell'aumento del numero dei battesimi”, ha riassunto il Santo Padre nel suo discorso ai pellegrini di lingua inglese.
“Vorrei riassumere le mie esperienze in un unico grande simbolo: la cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Un tempio distrutto sette anni fa da un incendio, oggi è segno di rinascita. È l'immagine di una Chiesa costruita con pietre vive, cioè di persone che amano Gesù perché sono state amate da Lui e desiderano proclamare questo amore a tutti, “perché il mondo abbia la vita” (cfr. Gv 6,51).».
Questa è “la ricostruzione della Chiesa che solo Dio può realizzare”, ha affermato il Papa durante l'udienza.
La chiave di lettura: “Rinascimento”
Con queste e simili parole, il Successore di Pietro riassunse la sua visita in Francia in la Corte di giustizia. E la parola chiave che ha usato è "rinascita".
“Vorrei raccogliere i pensieri e le impressioni – ancora vivissimi – di questa Visita Pastorale attorno a un unico grande simbolo: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi.
Lì, il primo giorno nel pomeriggio, ha raccontato il Papa, “abbiamo celebrato i Vespri della Beata Vergine Maria, una liturgia solenne e al tempo stesso festosa, in cui la musica, il canto e la bellezza del tempio hanno fatto vibrare i cuori, uniti nella preghiera”.
“Notre-Dame, con il dramma che ha vissuto, può illuminare simbolicamente l'intero Cammino Apostolico, offrendo una chiave di comprensione che riassumerei in una sola parola: rinascita.”.
Migliaia di persone si radunano sugli Champs-Élysées a Parigi in vista della messa all'aperto celebrata da Papa Leone XIV in Place de la Concorde, durante il suo viaggio apostolico di quattro giorni in Francia, il 26 settembre 2026. (Foto di OSV News/Gonzalo Fuentes, Reuters).
Gioia e fervore della folla
Sia nello splendore restaurato di Notre Dame de Paris per la solenne celebrazione dei vespri, durante “l’indimenticabile veglia allo Stade de France con i giovani” — ”i nuovi santi di Francia!” —, in tutto il
strade o di fronte al immensa folla a Concordia E nei Campi Elisi, ha sottolineato Leone XVI, la gioia e il fervore del popolo di Dio, con i suoi numerosi catecumeni, si sono manifestati in abbondanza.
“Questa moltitudine, capace di silenzio e contemplazione –caratteristica di cuori che anelano alla verità e all'amore – rappresenta”, a suo avviso, “un grande segno di rinascita e di speranza”.
“Due luoghi diversi e complementari, quasi uniti spiritualmente”
Il Santo Padre ha proseguito, menzionando “due luoghi completamente diversi eppure due eventi complementari, quasi uniti spiritualmente. Cosa li ha uniti? La Chiesa, che non è fatta di pietre o di cemento, ma di persone che amano Gesù Cristo perché sono state amate da Lui”.
– A Notre-Dame c'erano sacerdoti e diaconi, persone consacrate e operatori pastorali;
– Nello stadio (Saint Denis) c'era la nuova generazione francese: nuova – direi – non solo per l'età, ma ancor più per il suo spirito, per la sua libertà di cuore e di fede.
“Giovani che cantavano, gridavano, ma che restavano anche in silenzio, in ascolto. Volti attenti e commossi, che manifestavano cuori anelanti alla verità e all'amore. A loro ho detto con gioia – e ho ribadito all'udienza: ”Voi siete i santi di Francia!”. Quella Veglia è stata un grande segno di speranza», ha affermato il Papa.
La dignità umana, tema centrale degli incontri
Naturalmente, il Papa ha anche ricordato durante il suo viaggio che “la dignità umana Come criterio fondamentale per ogni collaborazione al servizio del bene comune, già ribadito dinanzi alle autorità francesi e ai membri dell'UNESCO, è stato anche il fulcro degli incontri con le persone più vulnerabili a Parigi.
E anche in “Lourdes, luogo benedetto dove la Vergine Maria offre, nel nome di suo Figlio, a tutti i pellegrini che soffrono nel corpo e nell'anima, un messaggio di speranza”.
“Rispetto per ogni vita umana, che merita di essere curata, sostenuta e confortata”.”
“Lì ho ricordato con fermezza che ogni vita umana, anche nelle situazioni più fragili, conserva la sua inviolabile dignità e merita di essere curata, accompagnata e soccorsa”, ha aggiunto Papa Leone, con parole ripetute più volte dall'incontro con le autorità il primo giorno a Parigi.
Infine, Metz, luogo simbolico nella costruzione della pace in Europa al pari del venerabile Robert Schuman dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha rappresentato un'occasione per ricordare le radici cristiane dell'Europa, ha sottolineato il Pontefice, e il suo impegno per i principi di dialogo e di pace tra le nazioni e tra le diverse tradizioni religiose.
Lourdes, santuario della civiltà dell'amore, incontro con le vittime di abusi
Lourdes rappresenta per il mondo intero un santuario della civiltà dell'amore, ha concluso il Santo Padre, e “in questo contesto ho incontrato alcune persone che sono state vittime di abusi e ho chiesto loro di aiutarmi a esprimere ad altre vittime la mia volontà e quella di tutta la Chiesa di ascoltarle e accompagnarle nel loro cammino di guarigione, riconoscendo il dolore causato nelle loro vite e adoperandosi per la prevenzione degli abusi”.
Preghiera per frutti abbondanti e duraturi
Infine, Leone XIV ricordò nell'Udienza Romana che “il tema della mia visita pastorale in Francia è stato 'Pour que le monde ait la vie', Affinché il mondo abbia la vita (cfr. Gv 6,51)‘.
Queste sono le parole di Gesù, che riassumono tutta la sua missione di salvezza e che, “durante il Cammino, hanno espresso pienamente il significato evangelico di ogni incontro. Ora, queste parole esprimono la nostra preghiera, mentre chiediamo a Dio che questo evento di grazia porti frutti abbondanti e duraturi”, ha concluso.
Secondo gli specialisti, i feti provano dolore come gli adulti a partire dal secondo trimestre di gravidanza.
El Dr. Rodrigo Orozco, ginecólogo y especializado en medicina maternofetal, ha manifestado que negar el sufrimiento del feto carece de fundamento científico. El feto siente el dolor a partir del segundo trimestre, y más en el tercero. Y en un aborto hay sufrimiento fetal.
Redazione Omnes-30 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Le dichiarazioni del ginecologo, secondo le quali il feto prova dolore come gli adulti dal secondo trimestre in poi, e ancor più nel terzo, si sono verificate in '‘Il pomeriggio’'Cope, commentando le recenti dichiarazioni pubbliche di segno contrario.
“"Tutte le società scientifiche e le principali facoltà di ginecologia hanno dimostrato che, a partire dal secondo trimestre e ancor più nel terzo, il feto ha già sviluppato una complessità neuronale cerebrale sufficiente per percepire il dolore in modo molto simile a quello degli adulti", spiega il dottor Orozco.
Il momento in cui il feto inizia a sentire dolore
Il dottor Orozco afferma che le prove mediche dimostrano che le strutture cerebrali per l'elaborazione di questo stimolo si sviluppano molto prima di quanto comunemente si affermi: a partire dal secondo trimestre e ancor più nel terzo (è possibile consultare qui la differenza tra un embrione e un feto).
In un'intervista pubblicata da Diocesi di Malaga, Il neurofisiologo Salvador González Barón, professore emerito di Fisiologia Umana all'Università di Malaga, colloca i primi segni di percezione del dolore fetale tra la 18a e la 22a settimana di gestazione. Tuttavia, lo specialista avverte che è difficile individuare il momento esatto in cui questa capacità ha inizio, a causa della complessità dello sviluppo del sistema nervoso.
Sofferenza fetale durante l'aborto
Anche nelle fasi più precoci, il ginecologo sottolinea che “fin dalle primissime fasi della gravidanza, ovviamente, il feto Reagisce ai colpi, reagisce quando viene eseguito un esame invasivo… si muove, è infastidito, si difende. Indubbiamente prova sensazioni, prova dolore e, naturalmente, quando si pratica un aborto c'è sofferenza fetale. La scienza lo dimostra.
A suo parere, “le affermazioni secondo cui il feto non soffre alcun dolore o sofferenza durante un aborto sono completamente errate. Non esiste alcuna prova a sostegno di ciò”.
González Barón sottolinea anche una differenza tra il sistema nervoso fetale e quello adulto. Spiega che i feti e i neonati non hanno ancora sviluppato completamente i meccanismi neurali che consentono loro di inibire o modulare il dolore. Pertanto, il neurofisiologo ritiene che il dolore fetale possa essere più intenso di quello di un adulto.
Carlo V. Bellieni, criteri di corrispondenza
Una posizione simile a quella del dottor Orozco è stata difesa dal pediatra e neonatologo italiano Carlo V. Bellieni, dell'Università di Siena, uno dei ricercatori che ha studiato più ampiamente il dolore fetale. In un articolo In un articolo pubblicato nel 2019 su Seminars in Fetal & Neonatal Medicine, Bellieni sostiene che il dolore sia un fenomeno neuroadattivo che si manifesta intorno alla metà della gravidanza, all'incirca tra la 20a e la 22a settimana di gestazione, e che diventi progressivamente più evidente durante il resto della gravidanza.
Bellieni ha ribadito questa tesi in una pubblicazione del maggio 2026 sul Journal of Medical Ethics. Secondo lo specialista italiano, vi sono numerose prove che, tra la 20a e la 22a settimana di gestazione, le risposte fetali a stimoli potenzialmente dolorosi siano simili a quelle degli adulti da un punto di vista elettrofisiologico, chimico e comportamentale.
“La parola della paziente – una sorta di ‘prova inconfutabile’ – sarebbe auspicabile, ma non indispensabile quando vi sono prove concrete”, scrive Bellieni. Pertanto, ritiene che l'analgesia debba essere utilizzata quando è altamente probabile la presenza di dolore fetale.
Altri studi
Di particolare rilievo è anche un lavoro pubblicato nel 2025 da Bellieni insieme a Kanwaljeet JS Anand, professore di pediatria presso la Stanford Medical School e uno dei più noti ricercatori internazionali nello studio del dolore fetale.
Gli autori hanno condotto una revisione sistematica di 17 studi clinici che avevano osservato direttamente le risposte fetali a stimoli nocivi. La loro conclusione è che le risposte legate al dolore compaiono "dalla metà della gestazione in poi", sebbene auspichino ulteriori ricerche per confermare questi risultati e orientare la pratica clinica.
González Barón, tuttavia, introduce una sfumatura che trascende la questione medica. Rifacendosi a una riflessione del dottor J. Tudela, ci ricorda che la dignità umana non dipende dalla capacità di provare dolore. Pertanto, ritiene che il dibattito etico sull'aborto non possa essere ridotto alla mera valutazione della sofferenza del feto durante la procedura.
Sequelae post-aborto
Inoltre, il dottor Orozco ha sottolineato le conseguenze psicologiche a lungo termine subite da molte donne dopo un aborto, "un fenomeno reale che la medicina osserva quotidianamente", osserva. cope.es. Il medico afferma che l'assenza ufficiale del termine "sindrome post-abortiva" dalle classificazioni psichiatriche internazionali non invalida l'esperienza delle pazienti. "Solo perché non è inclusa non significa che non esista.".
Leire Navaridas, fondatrice di Amasuve e operatrice di supporto post-aborto, parla del "trauma dell'aborto" e ha pubblicato il libro "Un aborto dopo", in cui cerca di rendere visibile, attraverso la sua storia personale, "cosa succede prima, durante e dopo un aborto".
Chi era Madeleine Delbrêl, la cui citazione è stata pronunciata dal Papa a Notre Dame?
Cuando León XIV apeló a Madeleine Delbrêl el pasado viernes en Notre Dame de París, para llamar a la oración a los obispos, sacerdotes, seminaristas y personas consagradas, pegué un respingo. Acababa de leer un excelente artículo de Gerardo Ferrara en Omnes, precisamente sobre ella.
Francisco Otamendi-30 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
La visita di Papa Leone XIV a Notre Dame, il primo giorno del suo viaggio in Francia, non fu cosa da poco.
Il Papa stava concludendo alcuni consigli alla struttura della Chiesa francese e ai laici presenti, e tra pochi minuti avremmo sentito che “Questa cattedrale è rinata affinché possiate rinascere con lei in un nuovo impulso di santità e di missione quotidiana”. E improvvisamente, si udì il nome di Madeleine Delbrêl.
Il Papa si è affidato a Madeleine Delbrêl, non una suora, né una fondatrice né una teologa, “ma una laica, artista e attivista immersa in realtà difficili, che ha trovato la sua missione (già in Dio) nella strada, letteralmente: la strada, con le sue “periferie esistenziali”” (Ferrara scrisse il 4 luglio), per incoraggiare l'amicizia con il Signore e la preghiera personale tra i presenti.
Madeleine Delbrêl: “Senza la preghiera, non ameremo Dio con amore”.”
Ecco cosa disse il Successore di Pietro, quasi al termine della sua omelia ai Vespri in Notre Dame:
“Cari vescovi, sacerdoti, seminaristi e persone consacrate, a voi che siete stati chiamati a seguire Cristo, esprimo la mia gratitudine per la vostra risposta e la vostra fedeltà al Signore. Non trascurate mai questa amicizia, così cara al Signore, che va coltivata nella preghiera personale, fondamento essenziale di ogni vocazione.».
Come ho detto Madeleine Delbrêl“Senza la preghiera, non ameremo Dio con amore. Potremmo essere suoi servi o suoi combattenti, o persino suoi discepoli; ma non saremo né figli amorevoli del Padre nostro né amici […] di Gesù Cristo” (La gioia di credere, Santander 1997, p. 213).
“Pertanto, coltivate la vostra vita interiore con il Signore alla luce della scuola dei tanti santi che vi hanno preceduto, bevendo sempre alla fonte dell'infinito amore di Dio nella preghiera silenziosa. La vostra missione scaturisce soprattutto da questa intima relazione con il Signore, che vi attende lì.”.
Targa sulla facciata della casa natale di Madeleine Delbrêl, 11 dicembre 2025, Mussidan, Dordogna, Francia (@Cip24, Wikimedia commons).
Assistente sociale in un quartiere operaio in periferia
Madeleine Delbrêl nacque il 24 ottobre 1904 a Mussidan, in Francia, in una famiglia che oggi definiremmo “disfunzionale”. Suo padre, Jules, era capostazione, un intellettuale frustrato, anticlericale, orgoglioso e irascibile, che cambiava spesso lavoro, costringendo la famiglia a trasferirsi continuamente. Sua madre, Lucile, era l’esatto contrario: conformista, convenzionale e di famiglia borghese.
Ecco come Ferrara ha descritto la famiglia di Madeleine e come poi si è rivolto a lei. Lì sono riportati tutti i dettagli, quindi qui ci concentreremo solo su un paio di cose.
La prima, che nel 1933 si trasferì, insieme ad alcuni colleghi, a Ivry-sur-Seine, nella periferia operaia di Parigi, un quartiere industriale intriso di lotta di classe e governato da una giunta comunista. Studiò per diventare assistente sociale e fu assunta proprio da quella stessa amministrazione anticlericale, che la stimava moltissimo. La sua casa in rue Raspail divenne un rifugio per i poveri, i senzatetto e, durante la Resistenza, per ebrei e rifugiati.
Visse così, alla periferia di Ivry, fino al 13 ottobre 1964, quando morì per un'improvvisa emorragia cerebrale. Stava lavorando alla sua scrivania. Nel 2018, il Papa Francesco gli ha conferito il titolo di Venerabile.
Non è una figura marginale.
In secondo luogo, una considerazione. Se Papa Leone XIV lei ha citato il suo A Notre Dame, è importante ricordare che non si tratta di una figura marginale. Madeleine Delbrêl è una delle figure chiave del cattolicesimo francese del XX secolo per l'evangelizzazione di una società secolarizzata.
Delbrêl pose una domanda che rimane attuale ancora oggi: come essere cristiani ed evangelizzare in una società in cui la fede non costituisce più il contesto culturale dominante?
La loro risposta fu quella di vivere il Vangelo dentro di sé: lavorare, relazionarsi con gli altri, condividere i loro problemi e le loro gioie, e rafforzare e purificare la propria fede, poiché erano chiamati ad essere missionari "qui e ora".
Un testo che ci mette alla prova: la pazienza, i nervi, l'autobus…
In conclusione, abbiamo riassunto alcuni versi di Madeleine Delbrêl pubblicati da Ferrara quasi tre mesi fa. Potete rileggerli. qui".
“A volte, durante la giornata, attendiamo con impazienza passioni, grandi passioni…
Quelli saranno chiamati eroi, ed è per questo che vale la pena sacrificare la propria vita…
Arrivano invece le prove di pazienza.
Pazienza, quelle briciole di passione, il cui scopo è ucciderci lentamente per la tua gloria, o Dio, ucciderci senza la nostra gloria.
Fin dalle prime ore del mattino ci si presentano: sono i nostri nervi, troppo tesi o troppo lenti; è l’autobus che passa affollatissimo, il latte che si rovescia, gli spazzacamini che arrivano, i bambini che rovinano tutto.
“Le nostre prove… il martirio che ci attende”
“Sono gli ospiti che nostro marito porta a casa e quell'amico che, appunto, non viene; è il telefono che continua a squillare; sono coloro che amiamo e che non ci amano più.
(…) è la voglia di uscire quando siamo rinchiusi,
è restare a casa quando bisognerebbe uscire;
è il marito su cui vorremmo poter contare
e che diventa il più fragile tra i bambini;
(…) Così giungono le nostre prove, in fila indiana o in gruppo chiuso, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio che ci attende.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando —
dare la nostra vita: un'occasione che valga la pena di essere vissuta.".
Antonio José Cavanilles fue un naturalista, sacerdote español, considerado de los científicos más destacados de la Ilustración en España.
Gonzalo Colmenarejo-30 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Antonio José Cavanilles (Valencia, 1745 – Madrid, 1804) è stato un naturalista, botanico e sacerdote spagnolo, considerato uno degli scienziati più eminenti dell'Illuminismo in Spagna. La sua vita e la sua opera costituiscono un ponte tra la tradizione umanistica e il rigore scientifico moderno applicato allo studio della natura.
Dopo aver completato gli studi nella sua città natale, conseguì il dottorato in Teologia presso l'Università di Valencia. Ordinato sacerdote, unì la sua vocazione religiosa a una crescente passione per le scienze naturali. Nel 1777 si recò a Parigi come precettore del figlio del Duca di Infantado. Lì sviluppò un interesse per la botanica, apprendendo i metodi più avanzati dell'epoca in questa scienza, inclusa la classificazione linneana. La sua prima opera botanica, Monadelphiae, classis dissertationes decem (1785-1790), Contenente la descrizione e la classificazione di tutte le specie con fiori monooleandri, iniziò la sua ascesa alla fama negli ambienti botanici europei.
Dopo lo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, dovette tornare in Spagna. Le sue opere più influenti risalgono a questo periodo., Icone e descrizioni Plantarum (1791–1801), in cui descrisse centinaia di specie, molte provenienti dall'America e dalle Filippine, raccolte durante le spedizioni scientifiche della monarchia spagnola. Quest'opera lo consacrò tra i più prestigiosi botanici europei.
Nel 1791, il re Carlo IV lo incaricò di "viaggiare in tutta la Spagna per esaminare le piante che vi crescono", e da lì il suo Osservazioni sulla storia naturale del Regno di Valencia (Madrid, 1795-1797), dove, oltre alla botanica, studiò gli aspetti geografici, sociali ed economici di questa terra.
Nel 1801 fu nominato direttore del Giardino Botanico Reale di Madrid, istituzione che rivitalizzò dando un forte impulso alla ricerca e all'insegnamento, rafforzandone il legame con le spedizioni scientifiche oltremare.
Oltre alla botanica, Cavanilles dimostrò interesse per la modernizzazione dei metodi di produzione e per l'importanza della scienza per la prosperità della nazione. La sua opera riflette sia la curiosità universalistica dell'Illuminismo sia lo sforzo di collocare la Spagna sulla mappa scientifica europea.
Morì a Madrid nel 1804, lasciando un'eredità che sopravvive ancora nella nomenclatura botanica: numerose specie portano l'epiteto cavanillesii in suo onore.
L'autoreGonzalo Colmenarejo
Dottorato di ricerca. IMDEA Food.
Membro della Società degli scienziati cattolici di Spagna.
Ante la crisis de vocaciones, la Iglesia necesita sacerdotes con una sólida formación humana y espiritual, capaces de acompañar a los fieles y de vivir su entrega a Cristo con audacia, humildad y alegría.
Viviamo a velocità vertiginosa. Intrappolati in una civiltà iperconnessa, camminiamo con le cuffie alle orecchie e l'anima esposta, soffocati da un mormorio costante che ci priva della nostra interiorità. In mezzo a questa società frammentata e disorientata, la Chiesa si trova di fronte a un bivio cruciale: la crisi delle vocazioni al sacerdozio ministeriale. Non illudiamoci: non si tratta solo di statistiche o di registri parrocchiali. Si tratta della sopravvivenza stessa di una presenza viva che continua ad annunciare il Vangelo e ad amministrare i sacramenti a un mondo che sanguina.
Seguendo i recenti insegnamenti del Papa, a partire dalla sua Lettera Apostolica Una fedeltà che genera futuro Nel suo messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni del 2026, egli delinea una tabella di marcia tanto audace quanto ineludibile. La premessa risuona con forza fragorosa, ricordandoci che non c'è futuro senza la promozione di tutte le vocazioni.
Di fronte al disorientamento di questa vetrina globale satura di schermi e rumore, emerge una confortante certezza: Dio non ha chiuso il sipario né ha smesso di bussare alle porte dei giovani. Il Signore continua a scegliere e a chiamare coloro che ha scelto, senza guardare a curriculum brillanti o cercare tecnocrati d'élite, ma scommettendo piuttosto su un amore puro e incondizionato che ricompensa, scuote e sfida.
Ma per evitare che quella voce si perda nel frastuono della cultura odierna, è urgente scuotere la letargia pastorale. Le soluzioni tampone sono inutili. Ciò che serve sono proposte ferme e audaci, capaci di offrire ai giovani un ideale di impegno totale e di profondo significato. Nell'era della fretta digitale, ritrovare la profondità richiede di coltivare il silenzio, l'adorazione eucaristica e un ascolto vivo della Parola. La vocazione mette radici solo dove c'è una fede viva, una testimonianza senza veli e un accompagnamento incrollabile.
Questo seme trova la sua massima espressione e la sua prova definitiva nel cuore della diocesi. Ed è qui che si pone la questione cruciale se abbia senso mantenere i seminari oggi. In una società dominata da un pragmatismo immediato, dedicare anni alla formazione sacerdotale può sembrare un capriccio o un inutile rinvio. Un grave errore! L'insegnamento papale smantella inequivocabilmente questa concezione, affermando che il seminario è una condizione indispensabile per evitare pratiche ministeriali scadenti.
Quando un vescovo si dedica al suo seminario e lo nutre con cura, la diocesi prospera sia in fecondità che in numero. Scalare questa montagna formativa significa imparare a stare con il Maestro, fondare la propria vita sul dialogo quotidiano e forgiare una maturità umana ed emotiva incrollabile. Il seminario deve essere una vera scuola degli affetti, dove si impara ad amare come Gesù ha amato. Solo uomini spiritualmente solidi ed emotivamente maturi possono abbracciare il celibato con gioia e diventare veri ponti verso Dio, pienamente consapevoli che nessuno si forma da solo e che nessun pastore esiste in isolamento.
La forza forgiata in seminario è l'armatura indispensabile per affrontare le trincee del ministero quotidiano. Il sacerdozio non è riservato solo alle emergenze o ai casi eccezionali; il suo compito ordinario è quello di essere presente per prendersi cura dei fedeli che frequentano le parrocchie, permettendo a ogni laico di crescere nella propria vita interiore attraverso un accompagnamento attento.
Per evitare di soccombere nel tentativo, sacerdoti e candidati devono astutamente schivare due tentazioni mortali. La prima è la trappola dell'efficienza attivista, che misura il valore personale in base ai risultati economici o al volume dei progetti, dimenticando che nel Regno di Dio l'essere precede sempre il fare. La seconda è la trappola del quietismo disfattista, che conduce a un vile rifugio nel lamentarsi, nella pigrizia e nella disillusione nei confronti di una società secolarizzata che, a suo dire, non capisce più nulla.
L'antidoto a entrambe queste deviazioni è volgere lo sguardo al Buon Pastore. Contemplarlo trasforma le nostre debolezze e ci restituisce lo zelo per portare la carità pastorale negli angoli più inaspettati della strada.
Il sacerdozio non è né uno status intoccabile né un bunker autoreferenziale. La fede autentica spinge il sacerdote a scendere dalla montagna, a sporcarsi i sandali nel fango della vita quotidiana e a consumarsi per il Popolo di Dio. Ciò significa dedicare la propria vita al servizio delle famiglie sull'orlo del baratro, dei giovani alla deriva e intrappolati in situazioni precarie, degli anziani invisibili e di tutti coloro che hanno smarrito la strada, portando loro il balsamo del perdono e della speranza viva.
Quest'impresa non è un compito per lupi solitari. Promuovere e salvaguardare le vocazioni richiede il coinvolgimento concertato di tutto il Popolo di Dio. Si fonda sul tripode della preghiera costante, guidata dal Vescovo, dai sacerdoti e dai laici, e sostenuta dalla linfa vitale invisibile dei monasteri di clausura. Richiede famiglie solide che sappiano quando lasciare la mano dei propri figli quando Dio li chiama, insieme a sacerdoti fraterni che sappiano restare saldi insieme per bandire la temuta solitudine ministeriale.
La Chiesa oggi non cerca amministratori del sacro o diplomatici della fede, ma uomini di fuoco: sacerdoti appassionati, umili e coraggiosi. Come spesso diceva il Santo Curato d'Ars, il sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù.
Questo è il momento opportuno per accendere una nuova Pentecoste di vocazioni, pregando il Signore della messe e osando proporre ai giovani la radicale avventura del dono di sé. Perché la fedeltà a Cristo è, ieri, oggi e sempre, l'unica scintilla capace di generare il futuro.
Il Papa sceglie 'l'attenzione nell'era del clickbait' per comunicare nel 2027
El tema que el Papa León XIV ha elegido para la 61 Jornada Mundial de las Comunicaciones Sociales, que se celebrará en 2027, es “Una nueva mirada: prestar atención en la era del clickbait”, es decir, en la era del sensacionalismo, de los atrapaclics o de los ciberanzuelos.
Redazione Omnes-29 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Secondo una dichiarazione del Dicastero per la Comunicazione, Papa Leone XVI ha scelto il tema della “conversione dello sguardo, con attenzione e amore” per la 61ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si terrà il prossimo anno.
L'economia dell'attenzione, nella sua lotta per catturare pochi istanti di attenzione in mezzo al flusso rapido e incessante di contenuti, sottolinea la nota, "sta trasformando non solo le nostre capacità cognitive, ma anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale".
Siamo dunque chiamati “a una conversione del nostro sguardo: a guardare di nuovo, con attenzione e amore”. Solo così “potremo vedere il mondo, gli altri e persino noi stessi come Cristo ci vede: chiamati per nome e amati”, aggiunge il testo. “La nostra comunicazione cambia quando il nostro sguardo sceglie di avvicinarsi agli altri invece di giudicarli”.
Mancanza di attenzione autentica
La mancanza di attenzione autentica, alimentata dalla cultura digitale, ci ha abituati a una routine di reazioni immediate, alla superficialità nelle relazioni, alla facilità con cui etichettiamo e respingiamo gli altri.
“L'attenzione, d'altro canto, è una preziosa forma di generosità: “attenzione” deriva da “ad-tendere”, ovvero tendere verso l’altro e verso la verità. La comunicazione cristiana può riscoprire l’attenzione come dono e come modo di vedere, quello di Gesù, che vide e fu commosso”, si legge nella dichiarazione.
La comunicazione influenza la persona nella sua interezza.
Di fronte al clickbait (esche o stratagemmi che cercano di attirare clic), "siamo chiamati a 'prestare attenzione' e a riscoprire un'igiene dell'attenzione".
La nota sottolinea inoltre che “comunicare non significa catturare l’attenzione, né venderla, ma salvaguardarla come risorsa preziosa per le relazioni. Per comunicare nell’era del clickbait, siamo chiamati a “prestare attenzione” e a riscoprire un’igiene dell’attenzione (cfr. MH, 146).”.
La comunicazione non si limita alle parole, conclude la nota. “Coinvolge la persona nella sua interezza e ci richiede di guardare, ascoltare e sentire di nuovo per rispondere alla chiamata che Cristo ci rivolge”.
"Cattolici e vita pubblica" rivendica la storia condivisa tra America e Spagna.
La vigésimo octava edición del Congreso Católicos y Vida pública estará centrado en la relación social, política histórica y cultural entre América y España
“America e Spagna, la fede che ci unisce. Un viaggio di andata e ritorno” è il titolo della 28a edizione del Congresso Cattolici e vita pubblica che si terrà dal 13 al 15 novembre presso l'Università CEU San Pablo.
Un tema impegnativo, nel contesto storico in cui ci troviamo e che rivendica figure come Isabella la Cattolica o l'opera della Scuola di Salamanca, germe “del diritto internazionale e della dignità universale della persona umana e che ha ispirato in diverse occasioni Papa Leone XIV».
L'ispanità, un punto di riferimento
Maria San Gil, direttore di Congresso Cattolici e vita pubblica A lei è stato affidato il compito di leggere il manifesto per l'Hispanidad, tema centrale di questo congresso, che difende l'esistenza stessa dell'Hispanidad come realtà che "avvantaggia tutti noi che parliamo, pensiamo e sentiamo in spagnolo su entrambe le sponde dell'Atlantico".
Il manifesto sottolinea come l'Hispanidad, ben lontana da leggende nere o dorate, si fondi su una "comunità di affetti e interessi, forgiata dalla storia e sostenuta, per oltre cinquecento anni, da istituzioni che nessun trattato internazionale è riuscito a replicare".
Con questo congresso, gli organizzatori tornano ad affrontare una questione complessa a causa della "perdita di alcuni dei pilastri che l'hanno sostenuta per secoli" e incoraggiano le persone a "guardare con serenità e orgoglio a una comunità che non dipende da queste fluttuazioni".
Pertanto, personalità di spicco di entrambe le sponde dell'Atlantico si faranno promotrici di "un profondo cambiamento di atteggiamento" riguardo alla difesa dell'identità ispanica e alla sua "rivendicazione culturale e morale commisurata alla sua storia", al fine di "riconoscere che la fede è stata uno dei fondamenti più solidi di quella civiltà".
Un appello all'unità, alla convivenza e al recupero di una storia condivisa, che si unisce all'impulso della causa di beatificazione di Isabella la Cattolica, iniziativa alla quale partecipano alcuni esponenti di spicco della propaganda.
Il primo Congresso sotto la presidenza di José Masip
Questa 28ª edizione del Congresso dei cattolici e della vita pubblica sarà la prima sotto la presidenza di José Masip, che è succeduto alla posizione Alfonso Bullón de Mendoza Lo scorso luglio. Lo ha ricordato Pablo Velasco, segretario nazionale della Comunicazione dell'ACdP, che ha sottolineato la crescita esponenziale dell'Associazione Cattolica dei Propagandisti sotto la guida di Bullón de Mendoza. Masip aveva ricoperto, insieme a María San Gil, il ruolo di coordinatore del congresso nelle due edizioni precedenti.
Un poster che celebra l'incontro
Tra le novità più significative di questo congresso, Velasco ha evidenziato la paternità del poster, che quest'anno è nata da una proposta degli studenti delle discipline della Comunicazione delle quattro università che la CEU ha in Spagna.
Il progetto vincitore è stato quello di Carlos Figuero, studente del corso di laurea in Arte Digitale. Il giovane, che si definisce "artista cattolico e amante della storia", ha spiegato gli elementi chiave di un poster che rappresenta la fraternità tra i due popoli: "Due banchi di pesci, di colori diversi, simboleggiano entrambi gli emisferi. Da ogni banco emerge un pesce per incontrare l'altro. È questo che ci definisce: l'incontro. I pesci sono ispirati all'arte Maya e all'iconografia cristiana".
Negli ultimi anni, il Congresso Cattolici e Vita Pubblica si è affermato come uno degli eventi chiave per la riflessione e la promozione della partecipazione cattolica nella società civile e culturale.
Leone XIV dà l'addio alla Francia e a Metz, città di riconciliazione e faro di speranza per l'Europa e per il mondo.
El último día del viaje del Papa León XIV a Francia, en la ciudad de Metz, fue una jornada dedicada al llamado a la paz, a la reconciliación y a la unidad europea.
Gonzalo Meza-29 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Il suo primo impegno a Metz è stato un incontro con rappresentanti di diverse religioni presso il Centro Congressi Robert Schuman. Le religioni, ha affermato, sono chiamate a costruire la pace e ad essere custodi della vita. Seguendo l'esempio di Robert Schuman, che ha trasformato le antiche divisioni europee in ponti, il Papa ha auspicato un dialogo che non sminuisca la propria identità: «Il dialogo non diminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità, aprendosi alle differenze altrui».
Ha inoltre condannato l'uso del nome di Dio per giustificare la violenza: «Invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l'oppressione è una profanazione di quel nome. Nulla che deturpi la dignità umana può essere rivendicato come autentica ispirazione divina». Il Papa ha anche affermato che la grandezza di una civiltà si misura da come protegge la persona umana, specialmente i più vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui accoglie, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita».
L'Europa, tra le sue radici cristiane e la pace
In seguito, Leone XIV partecipò a un incontro dal titolo "Alle radici dell'Europa, per la pace e l'unità". Nel suo discorso, il pontefice propose un ritorno alle radici dell'Europa per costruire la pace e l'unità. Seguendo Robert Schuman, indicò che l'Europa è una realtà culturale nata dall'incontro con l'altro e segnata dal cristianesimo: "L'Europa deve essere compresa come realtà culturale e storica prima di essere una realtà geografica". E sottolineò il ruolo della fede nella sua identità: "Non si può parlare d'Europa senza menzionare il cristianesimo".
Leone XIV deplorò il ritorno della guerra sul continente europeo, una nuova «inutile strage», per usare le parole di Benedetto XV. In risposta, invocò un dialogo paziente e un'audacia nei negoziati, con la volontà di scendere a compromessi per raggiungere la pace: dobbiamo «mostrare audacia nei negoziati ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace». Chiarì che questo obiettivo «non deve essere confuso con un ingenuo irenismo». A questo proposito, il Papa ammonì: «Dobbiamo guardarci dall’illusione del riarmo». E citò il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno: «Non è un caso che i ripetuti appelli ad aumentare la spesa militare e le decisioni che ciò comporta siano presentati da molti leader come giustificazioni del pericolo che si corre per gli altri».
Metz, terra di riconciliazione
Nel pomeriggio, il Santo Padre ha presieduto la Messa per la Pace e la Giustizia nella Cattedrale di Santo Stefano, nota come la Lanterna del Buon Signore, con circa duemila persone all'interno della chiesa e migliaia di altre che seguivano la celebrazione su schermi allestiti nelle strade. Nella sua omelia, ha spiegato che la pace è una casa che Dio dona, ma che le persone devono costruirla insieme con la legge, la giustizia, la carità e il perdono: "La pace, che è un dono di Dio, esige una risposta dalle persone in uno sforzo condiviso". Ha ricordato che Metz, terra di guerre, è anche terra di riconciliazione: "Metz e il fiume Mosella testimoniano al mondo intero che la riconciliazione è possibile solo quando abbiamo il coraggio di spezzare le catene del risentimento".
Per il Papa, la cattedrale, con le sue vetrate di Marc Chagall, è l'immagine di ciò che l'Europa è chiamata a essere: «Il futuro dell'Europa non risiede nell'uniformità, ma nell'armonia delle differenze, dove le ferite del passato diventano fenditure che lasciano filtrare la luce». Perciò, nel suo discorso di commiato, ha chiesto alla comunità di Metz di essere, «oggi più che mai», un faro di speranza per la Francia, per l'Europa e per il mondo.
Dopo la messa, si è recato all'aeroporto di Metz-Nancy-Lorena, dove è stato salutato dal Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, prima di partire per Roma.
La Francia scopre una Chiesa viva
Il viaggio ha offerto alla Francia e all'Europa molti spunti di riflessione. Il Papa ha posto al centro della sua visita e dei suoi discorsi la dignità e la difesa della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, collegandola all'appello alla pace e all'unità in Europa e nel mondo. La Francia, dal canto suo, ha offerto al mondo una sorpresa: in un Paese secolarizzato e sempre più scristianizzato, migliaia di giovani e adulti stanno scoprendo Cristo nella propria vita, decidendo di seguirlo e chiedendo di entrare a far parte della Chiesa attraverso il cammino dell'iniziazione cristiana, che culmina nel battesimo, nella cresima e nell'Eucaristia. A questi si aggiungono molti battezzati che, dopo anni di allontanamento, ritornano alla fede e ai sacramenti. Un segno che, come ha affermato lo stesso Papa, lo ha lasciato "stupito" e che "trascende ogni analisi statistica e sociologica".«
Forse l'immagine che meglio riassume la visita è la Messa in Place de la Concorde e sugli Champs-Élysées. Quasi 800.000 persone hanno partecipato alla cerimonia. Il Papa è stato acclamato dai cittadini francesi provenienti da tutto il paese mentre percorreva a bordo della papamobile l'iconico viale parigino, fonte di orgoglio nazionale per i francesi e palcoscenico di grandi parate e celebrazioni nazionali. Lì, il successore di Pietro, Vicario di Cristo, è stato accolto e acclamato. Poi, Place de la Concorde, che durante la Rivoluzione fu luogo di esecuzioni con la ghigliottina, si è trasformata, con la Messa, in un luogo di incontro, unità e comunione.
Chema e Marta, con un figlio disabile: "Siamo passati dal confrontarci con Dio al lasciare tutto nelle sue mani".
La llegada de Jorge, con graves problemas de salud, puso a prueba la fe de Marta y Chema, que aprendieron a confiar en Dios y a vivir con esperanza y naturalidad.
Álvaro Gil Ruiz-29 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Marta e Chema sono una coppia davvero ordinaria, o almeno così dicono… Perché… Chi mai si metterebbe una ciambella al cioccolato al dito per chiedere la mano alla propria fidanzata? Beh, Chema lo fa. In questa intervista ci racconta che, per fare la proposta a Marta, è andato in un bar e l'ha fatto in un modo davvero originale. Lui la chiama "l'anti-proposta". Aneddoti a parte, sono davvero una coppia ordinaria. Perché a loro capitano cose ordinarie. Come la nascita inaspettata di Jorge, uno dei loro quattro figli, venuto al mondo con diverse difficoltà, che lo hanno reso molto speciale, e loro affrontano tutto con serenità, senza drammi.
Abbiamo avuto la possibilità di intervistarli entrambi e ci hanno raccontato questo e molto altro.
Marta è cresciuta con due fratelli e ha studiato nelle scuole dell'Opus Dei, un'esperienza che, a suo dire, l'ha preparata ad "affrontare qualsiasi cosa Dio ci mandi". Chema, la sesta di undici fratelli, ha imparato fin da piccola il valore del duro lavoro e del non arrendersi mai.
Immagino che l'arrivo di Jorge sia stato come l'inizio di un viaggio per il quale ti stavi preparando inconsapevolmente. Come interpreti questo evento? Ti senti pienamente preparato per un compito così complesso? Quanto lo consideri provvidenziale?
–Alla ventesima settimana di gravidanza, abbiamo fatto un'ecografia molto importante. In quell'occasione, ci dissero che c'era qualcosa che non andava, che il cuore e il cervelletto non si stavano chiudendo correttamente. Ci siamo rivolti ad altri specialisti, che hanno confermato la diagnosi. Ma eravamo completamente incerti su cosa questo avrebbe comportato.
Ogni settimana che passava, la notizia si confermava e peggiorava. Era una gravidanza a rischio e il parto avvenne in sala operatoria all'ospedale La Paz. Ero terrorizzata mentre aspettavo fuori. Appena nato, lo misero nell'incubatrice e mi lasciarono vederlo per due minuti. Colsi l'occasione per battezzarlo con una bottiglia d'acqua Bezoya.
È stato quindi trasferito nel reparto di terapia intensiva neonatale e ha iniziato una lotta di sei mesi in ospedale (da giugno a dicembre) prima di essere finalmente dimesso. Da allora è stato ricoverato numerose volte e ha subito diversi interventi chirurgici importanti.
Ad esempio, a due anni ha subito un intervento al cuore, e la situazione si è complicata notevolmente, richiedendo altre quattro operazioni in rapida successione. È stato uno dei momenti più critici della sua vita. Ora ha 14 anni e continuiamo a lottare ogni giorno con grande impegno, ma con speranza e un atteggiamento positivo. .
Marta, come hai vissuto l'arrivo di Jorge?
“All'inizio ero sbalordita e non capivo niente. È stato uno shock enorme. Ero così emozionata durante tutta la gravidanza, e poi mi sono trovata di fronte a tutto questo, che mi ha completamente sopraffatta. Ma giorno dopo giorno e mese dopo mese, con il progredire della gravidanza, mi sono avvicinata al Signore, ed Egli mi ha dato tutta la forza per lottare e andare avanti… e quando è nato, ho visto un bambino prezioso e minuscolo che aveva bisogno di me, e ho pensato: ”Dobbiamo andare avanti… lottiamo con tutte le nostre forze’, ed è quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare, sempre con una prospettiva soprannaturale e confidando in Dio. Ce l'ha donato così, e vuole che lo trattiamo come merita.”.
A quel tempo avevamo solo un figlio di tre anni che abbiamo dovuto "abbandonare" per sei mesi perché dovevamo essere ricoverati in ospedale.
Alcuni giorni mio padre portava Álvaro a La Paz nel pomeriggio, così potevamo vederlo. Álvaro non capiva perché non potesse vedere suo fratello e perché il bambino non tornasse a casa, ma glielo abbiamo spiegato al meglio delle nostre possibilità. Per lui era difficile: immaginate di avere tre anni e pensare che avere un fratello significasse stare senza genitori per mesi.
E tu, Chema, come l'hai presa? Cosa ne hanno pensato i tuoi figli?
“Non potevo credere che ci stesse succedendo questo. Si pensa sempre che le cose si sistemeranno… ma quando continuano a peggiorare, si inizia a disperare. È così difficile vedere il proprio bambino, completamente innocente, soffrire e non poter fare nulla. Ho attraversato momenti molto bui, in cui non capivo niente, in cui ero in conflitto con Dio, in cui ho quasi perso la fede. Finché un giorno, ho rimesso tutto nelle Sue mani.”.
Marta, come fai a mantenere la tua famiglia? Come promuovi l'indipendenza in tutti i tuoi figli?
–Marta: Beh, non facciamo niente di straordinario, ma credo che i nostri figli si siano abituati a vivere con un fratello "speciale" che spesso deve passare settimane in ospedale, a volte con un alto rischio, e lo trattano come se niente fosse, e soprattutto cerchiamo di normalizzare la situazione.
Ad esempio, Jorge zoppica e indossa un'ortesi, una specie di piccola protesi alla gamba, che a casa chiamiamo "gamba di legno"... Trattiamo Jorge come qualsiasi altro bambino e lo incoraggiamo, entro i suoi limiti, ma lo incoraggiamo in modo che anche i suoi fratelli e sorelle possano capire che va bene così...
Sua sorella Rocío (12), ad esempio, è molto affettuosa e lo difende e lo aiuta molto... lo tratta come se fosse più piccolo e lui si arrabbia e le dice: "Non sono un bambino, sono più grande.
Suo fratello Diego (8) lo fa ridere molto, gioca con lui e fa cose sciocche per far ridere Jorge…
Chema: Insomma, Jorge è un bambino felice, amato da tutti, con uno sguardo così puro e bello da toccare l'anima. È difficile prendersi cura di lui, soprattutto nei giorni più difficili. Ma è diventato il pilastro della famiglia ed è colui che ci ha insegnato di più sull'amore nella vita.
Quale consiglio daresti a tutti coloro che, come te, sono stati colti di sorpresa ma sono meno preparati sotto ogni aspetto?
–Marta: Vi consiglio di chiedere forza al Signore, di affidarvi a Lui, di pregare molto e, soprattutto, di lottare. Di lottare con tutte le vostre forze per aiutare vostro figlio a superare tutto. I medici dipingono un quadro desolante, ma se perseverate, potete ottenere grandi risultati… I bambini sono più forti di quanto possiamo immaginare e hanno bisogno del nostro sostegno e del nostro aiuto.
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Bryce Crawford, il giovane evangelista che porta Gesù sui social media
Tiene 22 años, nació en Georgia y predica a Jesucristo en las calles, en universidades, en un podcast y, sobre todo, en las redes sociales. Bryce Crawford se ha convertido en una de las voces evangélicas jóvenes con mayor presencia digital en Estados Unidos, con gira en 2026 incluida.
Redazione Omnes-29 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 5minuti
L'aspetto peculiare di Bryce Crawford, l'evangelista della Generazione Z, come viene definito, non risiede nella musica o nell'intrattenimento, ma in qualcosa di più antico: parlare di Gesù, leggere la Bibbia, rispondere a domande sulla fede e andare a cercare persone che, secondo lui, hanno bisogno di riascoltare il Vangelo.
Ora residente a Los Angeles, questo giovane evangelista e missionario americano ha convertito il evangelizzazione L'attivismo di strada e i social media, in particolare TikTok, Instagram e YouTube, sono i principali strumenti con cui annuncia Gesù Cristo alle nuove generazioni, raggiungendo un totale di oltre 7 milioni di follower.
Crawford si definisce sul proprio sito web come un “evangelista e fondatore” di Ministeri di Bryce Crawford. L'organizzazione lo presenta come un "evangelista e missionario con sede a Los Angeles", dedito a condividere il Vangelo "online e di persona" con chiunque voglia ascoltarlo.
Il loro motto è altrettanto esplicito: "Fare tutto il necessario per raggiungere i perduti e formare i cristiani a fare lo stesso": fare tutto il necessario per raggiungere coloro che sono lontani e formare i cristiani a fare lo stesso.
Il tour statunitense "I love Jesus" di quest'anno
Il primo tour nazionale statunitense "I Love Jesus" è iniziato il 24 febbraio 2026 e si è concluso il 29 marzo 2026 con l'ultimo spettacolo a Los Angeles, in California. La notizia è stata confermata dalla Liberty University, il cui gruppo Liberty Worship Collective ha accompagnato Crawford durante il tour.
In quel periodo, il giovane Crawford intraprese un tour negli Stati Uniti con il suo "I Love Jesus US Tour", che toccò 22 città in 18 stati e si concluse a Los Angeles. Il tour combinava predicazione, preghiera, musica di lode e conversazioni sulla fede, ed egli fu accompagnato per gran parte del viaggio dagli studenti del Liberty Worship Collective.
Un dato che dà un'idea del fenomeno: più di 35 studenti della Liberty University hanno partecipato in momenti diversi durante il tour, formando sei squadre che si sono alternate.
Trasformazione in un Waffle House
La sua storia personale è parte integrante della sua predicazione. Crawford è cresciuto a Cartersville, in Georgia, in un ambiente evangelico, frequentando un'accademia cristiana e una chiesa battista del Sud. Tuttavia, durante l'adolescenza, ha sofferto, secondo la sua testimonianza, di grave ansia, depressione e pensieri molto negativi, persino suicidi. Ma la storia della sua famiglia ha poi subito una trasformazione che lui attribuisce direttamente a Dio.
La storia che racconta si colloca in un momento decisivo durante il Natale del 2020, quando entrò in un ristorante Waffle House con l'intenzione che quello fosse il suo ultimo pasto.
Lì iniziò a parlare con un uomo che stava divorziando. Un commento di questo sconosciuto, sulla necessità che una relazione sia reciproca, portò Crawford a una riflessione religiosa che interpreta come una chiamata di Gesù. "Ho pensato: 'Va bene, ci sto'", ricordò in seguito: qualcosa del tipo: "Okay, lo farò". Poco dopo, iniziò a considerare l'idea di dedicare la sua vita alla proclamazione di Cristo. Servizio di notizie religiose, In un profilo esaustivo pubblicato nel maggio 2026, ha messo a confronto questa versione dei fatti con le sue testimonianze pubbliche.
Il giovane evangelista Bryce Crawford ha girato gli Stati Uniti quest'anno con l'I Love Jesus USTour, accompagnato da studenti della Liberty University. (@Bryce Crawford Ministries).
Dio lo stava chiamando a tempo pieno
Dopo essersi diplomato al liceo nel 2022, si è trasferito a Los Angeles convinto che Dio lo stesse chiamando a diventare missionario a tempo pieno. Lì ha iniziato a predicare per le strade. Nel maggio del 2023, come ha raccontato a CBN News, ha anche fatto un sogno in cui gli è apparso Loren Cunningham, fondatore di Youth With A Mission. Crawford ha interpretato quell'esperienza come una chiamata a registrare le conversazioni evangelistiche che già intratteneva con le persone per strada, per incoraggiare altri cristiani ad essere più coraggiosi nella loro fede. "È stato a dir poco un miracolo", ha affermato.
In un'intervista con Rick Rubin, ha raccontato che per Natale del 2023 regalò a sua madre la sua prima Bibbia personale, insieme al progetto di leggerla nel corso di un anno. Lei la lesse per tutto il 2024. Crawford afferma che sua madre divenne una donna di grande fede durante quegli anni.
Di cosa sta parlando Bryce?
Si potrebbe dire che Bryce Crawford parli principalmente di Gesù e di come vivere da cristiano nel mondo contemporaneo. Il suo podcast si presenta come un'esplorazione di come seguire Gesù con coraggio nel mondo moderno. Gli argomenti trattati nei suoi episodi includono salvezza, fede, dubbio, vocazione, ansia, purezza, matrimonio, peccato, pentimento, santità, preghiera, identità, sofferenza, perdono, grazia, cultura, social media e verità.
Conversazioni anche con sconosciuti, con gentilezza
Sembra quindi che il suo approccio sia duplice: spiegare il cristianesimo e insegnare ad altri cristiani come evangelizzare. Non si limita a parlare a chi già crede. Una delle caratteristiche dei suoi video sono le conversazioni con sconosciuti in luoghi pubblici. Si è recato in posti lontani dal tipico contesto ecclesiale, tra cui Venice Beach, festival controculturali e celebrazioni del Pride, per parlare di Gesù.
Il suo metodo spiega in parte la sua popolarità. Invece di limitarsi a predicare direttamente, cerca di conversare, ascoltare e porre domande. L'Associated Press ha osservato che il suo evangelismo di strada mira a cambiare le mentalità attraverso la gentilezza.
Crawford stesso ha spiegato: "La nostra tattica si è basata su conversazioni individuali, sull'ascolto attento e sul porre domande perché ci teniamo a loro.".
Perché così tanti follower?
Come accennato all'inizio, Crawford non ha bisogno di essere un cantante o di produrre musica: la materia prima è costituita da conversazioni, testimonianze, la Bibbia e le domande che pone a persone che non necessariamente condividono la sua fede. E questo attrae milioni di follower sulle già citate piattaforme social.
Le cifre fornite dalla loro stessa organizzazione sono persino superiori in termini di visualizzazioni: tra gennaio e settembre 2025 hanno registrato 63 milioni di visualizzazioni su YouTube, 406 milioni su Instagram, 647 milioni su TikTok e otto milioni di ascolti di podcast.
Il contesto: gli evangelici, i 23% degli adulti americani
Crawford è cresciuto in Georgia, in una famiglia legata a una chiesa battista del Sud e a un'educazione cristiana. Secondo l'ultimo studio del Pew Research Center sul panorama religioso, condotto nel 2023-2024, il 231% degli adulti americani si identifica come protestante evangelico, rispetto al 261% del 2007. I protestanti nel loro complesso rappresentano il 40% e i cattolici il 19%.
Il dinamismo evangelico non è un fenomeno esclusivamente americano. In altri Paesi, come il Brasile, il censimento del 2022 ha rilevato che gli evangelici rappresentano il 26,91% della popolazione di età pari o superiore a dieci anni, rispetto al 21,61% del 2010. In un recente sondaggio, il 29% degli adulti brasiliani si è identificato come protestante, contro il 46% che si è identificato come cattolico.
Trasformazione nel modo in cui viene presentato il messaggio.
Il caso di Crawford si inserisce in una trasformazione più ampia, affermano gli analisti. Una parte del cristianesimo evangelico sta portando l'evangelizzazione dalla chiesa alle strade e dalle strade ai telefoni cellulari.
La sua novità non sta tanto nel messaggio – Gesù, la conversione, la Bibbia, la preghiera e la vita cristiana – quanto nel modo in cui viene presentato: linguaggio giovanile, conversazioni spontanee, brevi video, podcast e un'enorme capacità di convertire un conversazione evangelistica sui social media che può circolare milioni di volte su Internet.
Papa Leone si unisce all'iniziativa "Un milione di bambini pregano il Rosario"«
Il 1° ottobre il Papa pregherà con un numero di bambini compreso tra 700 e 1.000 nei Giardini Vaticani, all'inizio di una settimana mondiale di preghiera promossa da Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Il 1° ottobre Papa Leone XIV si unirà a centinaia di bambini per recitare il Rosario per la pace nella Grotta di Lourdes, nei Giardini Vaticani. L'incontro, che avrà inizio alle 17:00, riunirà circa 1.000 bambini provenienti da scuole e parrocchie di Roma.
L'evento dà così inizio alla Settimana mondiale di preghiera dell'«iniziativa«Un milione di bambini che pregano il Rosario»", promosso da oltre vent'anni dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN). I partecipanti pregheranno insieme al Santo Padre in unione spirituale con bambini, famiglie e comunità cristiane provenienti da tutto il mondo.
Una settimana di preghiera per la pace
Per la prima volta, la campagna durerà un'intera settimana, dal 1° al 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario. Ciò permetterà a diocesi, parrocchie, scuole e famiglie di diversi Paesi di scegliere il giorno più adatto alle proprie esigenze per aderire a questa iniziativa, uniti nella preghiera per la pace e l'unità.
L'appello sta già mobilitando bambini provenienti da numerosi paesi, dalle comunità indigene dell'Amazzonia boliviana alle parrocchie del Sudan, dello Zimbabwe, del Mozambico e della Sierra Leone.
In Sudan, dove la guerra continua a causare immense sofferenze, padre Franck Mandozi, della Regione Pastorale di Kosti, ha confermato la partecipazione di bambini provenienti da diverse parrocchie e scuole. In una comunità indigena Tsimane nell'Amazzonia boliviana, suor Patricia Alejandra Botello López ha notato che i bambini recitano già il Rosario sia nella loro lingua madre che in spagnolo.
Anche in Zimbabwe, la parrocchia di San Cristoforo, nell'arcidiocesi di Bulawayo, riunirà i bambini il 4 ottobre. In Paraguay, Radio Pa'i Puku promuoverà l'iniziativa e trasmetterà il Rosario recitato dai bambini della parrocchia di Sant'Eugenio de Mazenod.
Ispirato dal messaggio di Fatima
Il motto della campagna 2026 è il messaggio di Fatima: "Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà". Nel suo invito a partecipare, il cardinale Kurt Koch, presidente internazionale dell'ACN e prefetto del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, presenta il Cuore Immacolato di Maria come espressione di una vita aperta allo Spirito Santo e la Vergine Maria come modello di fede, amore e preghiera.
L'iniziativa è nata in Venezuela nel 2005 e da allora si è diffusa in cinque continenti. Si ispira alle parole attribuite a San Pio da Pietrelcina: "Quando un milione di bambini reciteranno il Rosario, il mondo cambierà".
ACN invita anche genitori, insegnanti, sacerdoti, religiosi e catechisti a pregare con i bambini. Non è necessario recitare l'intero Rosario: anche una sola decina può far parte di questa catena di preghiera mondiale. La fondazione offre materiali in diverse lingue e permette ai partecipanti di registrarsi, visualizzando su una mappa le località da cui provengono i bambini che aderiscono all'iniziativa.
La campagna è organizzata in collaborazione con il Santuario di Fatima, la Rete Mondiale di Preghiera del Papa e l'Apostolato Mondiale di Fatima. Quest'anno, per la prima volta, è inclusa la Giornata Mondiale del Rosario.
Come partecipare all'iniziativa?
ACN incoraggia scuole, parrocchie e famiglie ad aderire all'iniziativa "Un milione di bambini che pregano il Rosario", proponendo diverse iniziative adattate a ciascun contesto.
A scuola. Gli studenti possono organizzare una squadra, con l'aiuto dei loro insegnanti, per guidare la recita del Rosario e distribuire le Ave Maria tra le diverse classi. Si suggerisce inoltre di allestire un altare nel cortile o nell'auditorium, con un microfono per facilitare la partecipazione di tutti.
Nella parrocchia. Durante le lezioni di catechismo, i bambini possono guidare la preghiera e invitare familiari e amici. Un'altra possibilità è quella di realizzare in gruppo braccialetti o rosari, seguendo le istruzioni contenute nei materiali dell'ACN.
A casa. L'iniziativa invita tutti a creare un angolo di preghiera con un'immagine della Vergine Maria e una candela, e a riunire familiari e amici per pregare insieme. Ogni bambino e adulto può partecipare recitando un'Ave Maria, ringraziando per la propria famiglia e chiedendo preghiere per i bambini sofferenti di tutto il mondo.
ACN offre materiali di preghiera in diverse lingue per facilitare la partecipazione e invita le persone a registrarsi alla campagna in modo che i partecipanti possano apparire sulla mappa mondiale di questa iniziativa.
L'ingresso a Gerusalemme. Duccio: "Gesù entra a Gerusalemme"«
Duccio di Buoninsegna raffigura l'arrivo di Cristo a Gerusalemme come un evento corale: un'intera città che si riversa nelle strade per accoglierlo tra rami d'ulivo, mantelli stesi e sguardi di meraviglia.
Eva Sierra e Antonio de la Torre-28 settembre 2026-Tempo di lettura: 6minuti
Questo pannello appartiene a una pala d'altare monumentale nota come Maestro, Commissionata dalla città di Siena per la sua cattedrale tra il 1308 e il 1311, la pala d'altare prende il nome dall'immagine centrale: la Vergine con il Bambino in trono, circondata da angeli e santi. Il dritto della pala presenta scene narrative dell'infanzia di Cristo, mentre il rovescio, raffigurante l'Ingresso a Gerusalemme, mostra la narrazione della Passione insieme a scene della vita della Vergine.
La raffigurazione verticale dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme mostra Cristo a cavallo di un asino, riconoscibile dall'aureola, dal mantello blu e dalla tunica rossa. Questi attributi erano ben noti agli spettatori all'inizio del XIV secolo. Dietro di lui, due file di apostoli lo seguono da vicino. Questo gruppo entra da sinistra e inizia a salire il sentiero che conduce alla Gerusalemme celeste. Il tempio domina la parte superiore del pannello, un edificio bianco splendente le cui caratteristiche architettoniche sono contemporanee all'epoca di Duccio. Gli altri edifici e l'arco sono raffigurati con grande dettaglio e realismo, fatta eccezione per la rappresentazione dello spazio, che è ancora un po' goffa. Ma questo non ha rappresentato un problema nell'epoca Trecento Italiano: queste tipologie di opere erano apprezzate per la loro forza narrativa e per la capacità di raffigurare la vita quotidiana intrecciata con le vite dei santi e delle figure sacre. Il pubblico era perfettamente in grado di interpretare il messaggio veicolato da questi dipinti.
Una folla in attesa
La folla attende Gesù; vediamo persone posizionate in ogni punto possibile per intravedere il Salvatore. Duccio ha dedicato grande cura a raffigurare come sarebbe apparsa questa scena evangelica se si fosse svolta tra il 1308 e il 1311. Ogni figura è resa in modo molto naturale: un uomo stende il suo mantello rosso sui ciottoli davanti agli zoccoli dell'asino, altri agitano freneticamente rami d'ulivo, e altri ancora si sono arrampicati sugli alberi per raccogliere rami. Le persone sono rappresentate con dimensioni diverse per indicare le loro età e la loro posizione sociale.
In primo piano si vedono figure più piccole che sembrano bambini; poi, uomini di mezza età; e, in coda, alcuni anziani con la barba grigia. Le figure sono molto espressive, ognuna in una posa diversa, e molte gesticolano con le mani mentre conversano tra loro. Alcune mostrano sorpresa, dubbio o curiosità. Si percepisce chiaramente un senso di attesa ed eccitazione.
Porte e alberi: un linguaggio simbolico
Il sentiero conduce a una porta ad arco, l'ingresso principale di Gerusalemme. Nell'angolo in basso a destra si trova un'altra porta, più piccola. Accanto ad essa sorgono due alberi frondosi, in netto contrasto con l'albero secco alla sinistra di Gesù. Il luogo a destra è il luogo d'onore, che i beati occuperanno infine quando ascenderanno al Cielo. La porta più piccola è descritta nei Vangeli come la via diretta alla salvezza. Quella a sinistra è per i dannati. Qui, a sinistra, in chiara associazione con la caduta dell'uomo e la morte di Cristo, un albero morto si erge tra altri alberi verdi e frondosi: l'Albero della Conoscenza dopo la Caduta, un monito della morte di Cristo, poiché il legno della croce proveniva da un albero morto. Questo albero secco è uno degli otto alberi presenti nel dipinto. Otto è stato, fin dai primi tempi del Cristianesimo, il numero associato alla Resurrezione (i fonti battesimali presentano spesso stelle a otto punte, che appaiono anche a guidare i Magi verso Betlemme in numerosi dipinti).
La posizione di questo pannello sul retro del Maestro Ciò significa che non era visibile a tutti, ma principalmente al clero e agli spettatori colti con posizioni importanti, che avrebbero compreso tutti i livelli di significato di questo bellissimo pannello, opera di uno dei grandi artisti del Trecento, il senese Duccio di Buoninsegna.
COMMENTO CATECHETICO
Nel corso della vita pubblica di Gesù, come abbiamo visto nei precedenti articoli di questa serie, la proclamazione del Regno occupa il centro della sua predicazione e delle sue azioni. Il culmine di questa proclamazione si raggiunge quando Gesù, dopo aver completato il suo ministero pubblico prima in Galilea e poi in tutta la Giudea, entra a Gerusalemme come Re: la città santa, la città di Davide, la città in cui, per mille anni, il popolo d'Israele aveva riposto tutte le sue speranze e i suoi desideri per la venuta del Re definitivo, il Messia, e per l'instaurazione del Regno di Dio, una nuova era nella storia in cui il Signore avrebbe regnato sul mondo intero da Gerusalemme e attraverso il suo popolo eletto: Israele.
Quest'attesa si riflette nei rossi vibranti con cui Duccio dipinge i mantelli che il popolo ebraico, specialmente i bambini, stende per tappezzare il cammino del Re. Quel rosso, tuttavia, diventerà il rosso della Passione di Gesù, che riceve il titolo di Cristo (ovvero, unto, il re scelto da Dio come Messia d'Israele) sulla Croce e viene proclamato sovrano del Cielo e della Terra nella sua Risurrezione. Questo è il vero destino che Gesù persegue entrando a Gerusalemme: vivere nella città di Davide il Mistero Pasquale che porterà il Regno di Dio sulla terra.
Da incarnatus a crocifisso
I misteri terreni della vita di Gesù sono spiegati in brevi frasi del Credo: “e fu incarnato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria e si fece uomo; per amor nostro fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, patì e fu sepolto”Il Credo, dunque, nel considerare la vita terrena di Cristo, menziona soltanto l'Incarnazione e la Passione, con il passaggio tra queste due affermazioni di fede che avviene precisamente con l'ingresso di Gesù a Gerusalemme. L'Incarnazione, il mistero mediante il quale il Figlio di Dio assume una vera natura umana, si dispiega attraverso i misteri di Cristo trattati negli articoli precedenti. La Passione, l'opera redentrice con cui Gesù Cristo espia il peccato dell'umanità e la riconcilia con Dio sulla croce, sarà trattata negli articoli successivi. Tra le due, l'ingresso di Gesù a Gerusalemme unisce la sua vita pubblica, con i discepoli e la folla che lo accompagna, a quella che sarà la Passione, nella quale egli solo entrerà nel sacrificio redentore della croce, simboleggiato nel tempio raffigurato nel dipinto, luogo dei sacrifici dell'Antica Alleanza.
Gesù, dunque, entra a Gerusalemme pronto a morire, perché per questo si è recato liberamente in quella città (Lc 9,51). Egli stesso avvertì gli apostoli che il suo ingresso trionfale come Messia non avrebbe portato a un trionfo immediato, ma alla sofferenza, all'umiliazione e alla morte. Lo indica chiaramente nei tre annunci della sua passione e risurrezione riportati dagli evangelisti durante la sua vita pubblica (Mc 8,31-33; 9,31-32; 10,32-34).
A peggiorare le cose, i discepoli, come gli ebrei in generale, conoscevano la tradizione secondo cui i profeti morivano crudelmente a Gerusalemme, perseguitati e uccisi dal loro stesso popolo. Uno scritto contemporaneo, il Vite dei profeti, Si è persino soffermato a raccontare il martirio dei messaggeri di Dio nella città santa e i luoghi in cui le loro tombe potevano essere venerate. Gesù stesso allude a questa tradizione in Luca 13,33. L'intera scena dell'ingresso a Gerusalemme, quindi, deve essere vista in questo contesto di martirio, che culminerà nella crocifissione.
Il ricevimento del Re
In questa scena si percepisce un'atmosfera di sofferenza e sacrificio, ma al tempo stesso è pervasa dalla speranza e dalla gioia del popolo che accoglie il proprio Re, poiché Gesù aveva chiaramente indicato che la Passione che stava per affrontare nella città santa aveva lo scopo di riunire il popolo d'Israele, come una gallina che raccoglie i suoi pulcini sotto le ali (Mt 23,37), anche se ciò gli sarebbe costato lacrime a causa del rifiuto da parte di molti abitanti di Gerusalemme. Ciononostante, molti lo accolsero, acclamandolo come Figlio di Davide, cioè come il Messia, specialmente i bambini e i poveri, come accadde alla sua prima apparizione pubblica a Betlemme (Lc 19,38).
In breve, Gesù, che rifiutò di essere chiamato Re nei tempi di trionfo e successo umano (Gv 6,15), ora sceglie di rivelarsi come Messia nell'ora della prova e della sofferenza. Come il nuovo Davide, entra a Gerusalemme come re; come Figlio di Dio, sceglie lui stesso il tempo e il luogo della sua proclamazione regale. Come uomo mite e umile, preferisce entrare nella città di Davide non come conquistatore, ma cavalcando un asino, come avevano predetto le profezie (Zaccaria 9,9). Con uguale dolcezza e misericordia, conquisterà la sua Chiesa, definita come la Nuova Gerusalemme, la Sposa che discende dal Cielo adorna per lo Sposo (Apocalisse 21,2).
All'ingresso del Messia a Gerusalemme, la folla esclamò "Osanna e di “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Entrambe le espressioni sono state incorporate nel Santo dei Santi della Liturgia Eucaristica, come modo di prepararsi alla venuta di Cristo nell'Eucaristia, usando le stesse parole con cui gli Ebrei si preparavano alla venuta di Gesù a Gerusalemme. La prima parola Osanna Di origine ebraica, significa "Ti preghiamo di salvarci!" o "Salvaci ora". Nel corso del tempo, si è evoluto da un grido di aiuto in un'acclamazione di lode, gioia e riconoscimento di Dio nella tradizione giudeo-cristiana. L'espressione "Benedetto" è una citazione letterale del Salmo 118:16, un salmo che culminò nelle celebrazioni ebraiche dell'Hallel, in cui si loda Dio per l'opera redentrice dell'Esodo, la prima Pasqua.
Queste espressioni del popolo d'Israele completano la scena che collega la vita pubblica di Gesù Cristo alla sua Passione e Resurrezione. Pertanto, l'intera vita e missione di Gesù dovrebbero suscitare lode e gratitudine sulle labbra dei fedeli. Sono queste, quindi, le parole che dobbiamo leggere nelle bocche delle figure nel dipinto di Duccio per comprendere quest'opera in tutta la sua profondità.
La redenzione del cuore: imparare ad amare di nuovo
Cristo non è venuto a imporre una morale più rigida, ma a guarire il cuore umano ferito dal peccato, donandogli una nuova libertà per imparare ad amare veramente come ama Dio.
Hugo Elvira-28 settembre 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Nei primi articoli abbiamo visto che il corpo ha un significato, che siamo chiamati all'amore e alla comunione e come il peccato abbia inflitto una profonda ferita al cuore umano. Questa ferita influenza il nostro rapporto con Dio, con gli altri e con noi stessi. Per questo motivo nascono la sfiducia, la paura e la difficoltà di amare come siamo stati creati per amare. Con ciò si conclude il primo ciclo maggiore di catechesi sulla Teologia del Corpo.
Ma san Giovanni Paolo II non si sofferma sulla ferita. In realtà, si limita a preparare la domanda più importante di tutte: cosa può fare Cristo con un cuore ferito? O, per dirla in altro modo, se l'amore ferisce a causa di un cuore ferito, è possibile amare di nuovo veramente? Con questa domanda, entriamo nel secondo ciclo fondamentale della catechesi: la redenzione del cuore. La risposta cristiana è tanto audace quanto reale. Cristo è venuto a inaugurare una nuova possibilità per il cuore umano.
Cristo entra là dove è iniziata la frattura.
C'è un passo del Vangelo che san Giovanni Paolo II considera cruciale per comprendere la redenzione del cuore. Gesù dice: “Avete udito che fu detto: ‘Non commetterai adulterio’. Ma io vi dico che chiunque guarda una donna con desiderio ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”.” (Mt 5, 27-28).
A prima vista, queste parole potrebbero sembrare un'ulteriore imposizione, una regola più difficile, una morale più rigida. Ma Cristo sta facendo qualcosa di molto più profondo. Non si sofferma sulle azioni. Va al cuore. Va precisamente nel luogo in cui ha avuto inizio la ferita. Perché il problema non è mai stato solo ciò che facciamo. Il problema risiede nel nostro modo di vedere, di desiderare, di amare. Cristo entra lì perché è lì che vuole iniziare la guarigione.
Molto più di una semplice questione di sessualità
Quando sentiamo parlare di purezza o redenzione del cuore, spesso pensiamo solo alla sessualità. Ma san Giovanni Paolo II parla di qualcosa di molto più grande. Parla della capacità umana di amare. Perché un cuore può trasformare un'altra persona in un mezzo per i propri fini, senza alcun contesto sessuale. Può farlo in un'amicizia, in un rapporto familiare, sul lavoro, persino all'interno della Chiesa. Ogni volta che l'altra persona smette di essere accettata per quello che è e diventa semplicemente una risposta ai miei bisogni, l'amore non c'è, Dio non c'è. Ubi Caritas et amore, Deus ibi est come dice l'inno eucaristico.
La redenzione del cuore, dunque, abbraccia tutte le relazioni umane. Non si limita a un solo aspetto della vita. Cristo vuole trasformare la vita nella sua interezza.
La grande novità cristiana
Qui risiede una delle intuizioni più folgoranti dell'intera Teologia del Corpo: la redenzione del cuore non consiste semplicemente nell'evitare il male. Non consiste unicamente nel controllare gli impulsi. Consiste nell'imparare ad amare meglio. Anzi: nel recuperare progressivamente la capacità di amare con cui l'umanità è originariamente uscita dalle mani di Dio.
La redenzione, dunque, non è un nostalgico ricordo di un Paradiso perduto. È una nuova realtà inaugurata da Cristo. Una possibilità concreta che inizia in questa vita e nella quale siamo incorporati fin dal Battesimo, per azione della grazia. L'obiettivo: imparare ciò per cui i nostri cuori sono stati creati fin dal principio: amare.
L'opera di Dio in noi
Ma come accade tutto questo? Conosciamo tutti la sensazione di voler amare meglio e di scoprire che la semplice intenzione di farlo non basta. Vogliamo perdonare, ma ricadiamo nel risentimento. Vogliamo donarci, ma l'egoismo riemerge. Vogliamo amare, ma scopriamo che i nostri cuori sono ancora feriti.
Pertanto, la redenzione del cuore non può essere intesa come una semplice questione di forza di volontà. Cristo non è venuto solo per mostrarci un ideale. È venuto per rendere possibile la trasformazione. Non ci lascia soli di fronte alle nostre ferite. Ci comunica la sua grazia, cioè la sua stessa vita. E quella vita comincia a compiere in noi qualcosa che non potremmo realizzare da soli: imparare ad amare come ama Dio.
La pazienza è quindi fondamentale. È un processo lento, ma se ogni passo viene compiuto per amore di Dio e del prossimo, il cuore si trasformerà dall'interno. Imparate a perdonare quando tutto vi spinge al risentimento. Imparate a restare quando tutto vi invita a fuggire. Imparate ad arrendervi quando tutto vi invita a chiudervi in voi stessi. La redenzione del cuore è, quindi, un'opera di Dio in noi. Un'opera che spesso viene percepita come lenta, a causa della resistenza della concupiscenza, ma che è reale.
Un cuore redento
Forse il modo migliore per comprenderlo è quello di considerare alcuni semplici esempi: un amico che è sinceramente felice per il successo dell'altro, un figlio che si prende cura dei genitori quando invecchiano, una persona che perdona un'offesa che avrebbe potuto covare per anni, un fidanzato che capisce che amare non significa affrettare le fasi, ma imparare a donarsi completamente.
Tuttavia, nulla di tutto ciò avviene spontaneamente. Tutto questo presuppone un nuovo tipo di libertà. La libertà di andare oltre se stessi. La libertà di cercare il bene degli altri. La libertà di amare. In una sola frase: vivere la libertà dei figli di Dio. E questa libertà è proprio uno dei frutti della redenzione.
Perché continuiamo a combattere?
Forse qualcuno potrebbe chiedersi: se Cristo ha redento i nostri cuori, perché continuiamo a sperimentare tentazioni, egoismo e fallimenti? La risposta è semplice, anche se non sempre facile da accettare. La redenzione non agisce come una magia che cancella all'istante le nostre ferite. Agisce come la grazia che inizia a guarirle.
L'esistenza di questa lotta non dimostra che la redenzione sia fallita. Dimostra che stiamo ancora imparando a viverla. Come chi impara a camminare di nuovo dopo un infortunio, il cuore redento ha bisogno di tempo per recuperare pienamente ciò per cui è stato creato. Ed è proprio lì che agisce la grazia. Ma perché la grazia agisca, dobbiamo accoglierla attraverso una vita sacramentale attiva.
Per andare avanti, forse la domanda non è più: è possibile amare di nuovo? Cristo risponde di sì. La domanda ora è diversa: gli permetto di guarire il mio cuore con il dono della redenzione accettando la sua grazia attraverso i sacramenti?
Perché quando Dio si sofferma su quella via, l'amore cessa gradualmente di essere visto come una disperata ricerca di qualcosa che ci manca. E inizia a diventare un riflesso dell'amore stesso di Dio. Quell'amore per il quale siamo stati creati fin dall'inizio. Quell'amore che il peccato ha oscurato, ma che Cristo è venuto a restituire al cuore umano.
Domenica mattina, 27 settembre, il pontefice ha incontrato a porte chiuse i vescovi di Francia nella sala di Santa Bernadette del santuario di Lourdes.
Il Santo Padre chiese ai prelati coraggio, audacia e creatività nell'evangelizzazione, lasciando loro un'unica indicazione: "far conoscere e amare Gesù Cristo".
Partendo da queste basi, ha esaminato le principali sfide che la Chiesa si trova ad affrontare in Francia in questo momento: la voce della Chiesa nel dibattito pubblico, il secolarismo, l'educazione cattolica, gli abusi, le vocazioni, la famiglia e l'unità.
La Chiesa presente nella società
Riguardo al ruolo della Chiesa nel dibattito pubblico, ha affermato che la Chiesa ha contribuito alla costruzione della Francia e rimane parte integrante della sua cultura e identità. Pertanto, ha detto, la sua voce ha un posto nel dibattito pubblico, con autorità profetica, anche se non sempre viene ascoltata o seguita.
Riferendosi alla laicità francese, che ha descritto come un sistema unico, frutto di una storia turbolenta e ora tranquilla, ha avvertito che questo equilibrio viene gradualmente messo in discussione, come accade anche in altri Paesi occidentali.
Pertanto, ha chiesto ai vescovi di non rassegnarsi e di rimanere vigili nel difendere la libertà della Chiesa di evangelizzare, educare e celebrare pubblicamente il culto, affinché possa esercitare visibilmente la carità.
Incontro con le vittime di abusi
Riferendosi agli abusi sessuali su minori commessi da membri del clero o in contesti ecclesiastici, che ha definito una piaga dolorosa, ha ringraziato i vescovi per le coraggiose misure adottate: l'ascolto, la ricerca della verità, la giustizia, la riparazione e una cultura della prevenzione.
Ha riconosciuto che ci sono stati momenti molto difficili per la Conferenza Episcopale e ha chiesto di mantenere alta la vigilanza. Sullo stesso argomento, nel pomeriggio, poco dopo le 17:30, il Papa ha incontrato privatamente presso la Residenza Episcopale di Lourdes sette vittime di abusi, quattro uomini e tre donne.
La Sala Stampa della Santa Sede ha riferito che il Pontefice ha ascoltato ciascuno individualmente, ha pregato con alcuni di loro e, al termine dell'incontro, ha ribadito il suo impegno affinché questo male non si ripeta mai più.
Il Papa a Lourdes: Conversione e guarigione
Alle 11:00, il Papa ha presieduto la Messa nel prato del santuario, davanti a circa 150.000 persone. Nella sua omelia, ha parlato della conversione, aspetto centrale del messaggio che la Vergine Maria ha affidato a Santa Bernadette. La conversione è scegliere la vita, inclusa la vita eterna, e non ammette indugi: «È oggi, non domani, che dobbiamo convertirci». Perché, ha spiegato, «convertirsi significa abbandonare le vie dell'errore per seguire la Via della Vita».
Questa esigenza, ha sottolineato, si applica anche alla Chiesa: «Questa esigenza di conversione impegna la Chiesa stessa nel suo pellegrinaggio terreno. Essa deve, soprattutto, avere il coraggio di vivere questa conversione». Ha aggiunto: «Per guarire le ferite profonde, le infedeltà e gli sviamenti dolorosi commessi al suo interno, dobbiamo umilmente sottometterci allo sguardo purificatore del Signore».
Lourdes, il luogo della sacralità della vita
Alludendo alla recente legge francese sul suicidio assistito, il Papa ha affermato: «Di fronte alle tendenze attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la Grotta di Massabielle si erge come santuario di speranza cristiana. Qui non si rifiuta alcuna fragilità. […] Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita».
Al termine della messa ha guidato la preghiera dell'Angelus, invitando i fedeli a recitare il Rosario durante il mese di ottobre per la fine delle guerre.
“È impossibile considerare la fine di una vita come qualcosa di normale.”
Nel pomeriggio, durante un incontro con il personale e i pazienti dell'Accueil Notre-Dame – una parte del santuario dedicata all'accoglienza e al sostegno dei pellegrini malati – ha ribadito con maggiore enfasi la dignità della vita umana. Il Papa ha affermato che la dignità della persona «non si può misurare né discutere» e che nessuna legge umana dovrebbe minare la certezza di tale dignità.
«È proprio in nome di questa inalienabile dignità della persona umana che bisogna respingere con fermezza la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione», ha affermato. Ha poi aggiunto: «È impossibile considerare normale porre fine a una vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale».
Ha ricordato ai medici e agli operatori sanitari che la loro vocazione è "prendersi cura di una persona sofferente, non eliminarla". Ha inoltre ripetuto alcune parole pronunciate lo scorso giugno: "La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!". E ai malati ha detto: "Non siete un peso; siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa".
In serata, il Papa guidò la recita del Rosario e la processione con le fiaccole, nella quale apparve come un pellegrino tra gli altri. La tradizione delle candele ebbe origine il 19 febbraio 1858, quando Bernadette giunse alla grotta con una candela benedetta accesa. La prima processione mariana con le fiaccole si tenne il 28 agosto 1872.
I santi hanno cambiato la storia, ha detto il Papa ai giovani francesi.
En torno a 80.000 jóvenes recibieron a León XIV en el Stade de France, el estadio más grande del país, situado en Saint-Denis. a diez kilómetros del centro de París. La velada incluyó una representación teatral sobre santos de la historia de Francia. Abrieron caminos de paz y cambiaron la historia, dijo el Papa.
Redazione Omnes-27 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
—Caroline de Sury, OSV News
Papa Leone XIV ha esortato 80.000 giovani riuniti allo Stade de France il 25 settembre a cercare la santità, la pace e una “relazione viva con Gesù”, durante una veglia di preghiera serale a Saint Denis, preludio alla Massa massiccia in Place de la Concorde, con oltre 800.000 persone a Parigi.
La gioia dei giovani nell'incontrare il Papa durante questo viaggio apostolico in Francia era evidente nella Veglia di preghiera, il cui tema centrale era santità: dai primi testimoni del Vangelo in Gallia ai santi recentemente canonizzati.
Uno spettacolo teatrale sui santi francesi
Le loro testimonianze sono state presentate durante la Veglia con la rappresentazione di vari momenti storici legati alla vita dei santi, con giovani attori vestiti con costumi di epoche diverse e persino con cavalli.
In realtà, quella parte della Veglia era una rappresentazione teatrale dedicata ai santi della storia francese, tra cui San Dionigi, il primo vescovo di Parigi, martirizzato nel III secolo. Il Papa ha visibilmente apprezzato lo spettacolo, mentre centinaia di giovani interpreti, vestiti con costumi d'epoca, guardavano il cielo al ritmo dei fuochi d'artificio che illuminavano lo stadio.
Laggiù i santi sfilavano come San Giovanni Eudes, San Francesco di Sales, San Giovanni Vianney, San Vincenzo de Paoli, Santa Giovanna d'Arco, Santa Caterina Labouré, Santa Bernadette e Santa Teresa di Lisieux, per citarne solo alcuni.
Chloé, Francois…
Alcuni giovani di diversa estrazione sociale si sono rivolti a Papa Leone, tra cui la giovane Chloé, che ha raccontato le attività che svolge nella sua parrocchia per aiutare i giovani provenienti da quartieri svantaggiati.
“Ci sono così tanti boy scout qui!” esclamò il Papa dopo aver ascoltato la testimonianza di un altro giovane, Francois. Papa Leone li ringraziò, rivolgendosi spontaneamente a loro in francese. “Voi siete i santi di Francia!” disse loro con un ampio sorriso.
Papa Leone XIV saluta un giovane, Francois, durante la Veglia di preghiera con i giovani allo Stade de France di Saint-Denis, in Francia, il 25 settembre 2026 (Foto di OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media)..
Francois, uno studente di agronomia
François Bigot è cresciuto nella campagna della Borgogna, studia agronomia all'Università La Salle, è capo scout e partecipa alla pastorale universitaria presso la sua scuola. Ha chiesto: Santo Padre, come possiamo discernere dove il Signore ci aspetta per servirlo e offrirgli la nostra vita?
Il Santo Padre ha affermato che è stata “una grande gioia per me vedere (i giovani) così numerosi, animati dal desiderio di mettersi al servizio della pace, che ci fa crescere come uomini e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in un impegno responsabile”.
“Oggi questa grande missione è più urgente che mai”, ha aggiunto. “Mentre avanziamo su questo cammino verso la santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: dobbiamo scegliere il bene. (...) Come possiamo discernere bene?”
Come discernere il bene? Preghiera, servizio, adorazione…
Innanzitutto, ha detto Papa Leone, ricordate che la Parola del Signore è sempre una lampada per i nostri passi (cfr. Il sale 119,105). “Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale avviene attraverso la preghiera e il servizio; l’adorazione e l’azione; il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono dei media – e la proclamazione.”.
“L’esempio dei santi”
Poi, proseguì, “guardate l’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto vie di pace”.
“Guardate a quei sacerdoti appassionati di Cristo, come Sant'Eugène de Mazenod e San Giovanni Maria Vianney; contemplate la bellezza mistica di Santa Teresa di Lisieux; la Beata Paolina Jaricot, fervente nella carità e nella missione; il coraggio dei cinquanta martiri dell'apostolato, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, che servirono i loro fratelli e sorelle fino a sacrificare la propria vita”.
Leone XIV affermò che “i santi hanno cambiato il corso della storia, facendo sì che molti passassero dalla sofferenza alla speranza, perché prima di tutto hanno cambiato il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede».
Cari giovani, mentre discernete la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno di voi per nome e vi invita a seguirlo perché vi ama.
Giovani partecipanti alla veglia di preghiera con Leone XIV allo Stade de France di Saint-Denis, in Francia, il 25 settembre 2026, nell'ambito del viaggio apostolico di quattro giorni del Papa in Francia. (Foto di OSV News/Matteo Pernaselci, Vatican Media).
La rappresentazione teatrale
La Sala Stampa della Santa Sede aveva precedentemente spiegato che la presentazione si sarebbe svolta sotto forma di uno spettacolo sulla gioventù francese attraverso l'evocazione dei santi di Francia in 10 scene.
Ciascun dipinto sarebbe accompagnato da riflessioni o testimonianze di giovani contemporanei relative ai santi raffigurati.
La prima Chiesa (Santi delle origini: Maria Maddalena, Lazzaro, Marta, Saturnino, Blandina)
La rivoluzione della croce (San Dionigi, San Martino)
La vocazione della Francia (San Remigio e Santa Clotilde, battesimo di Clodoveo)
I fondatori (Saint Eloy, Saint Odilia, Saint Bernard, Saint Vincent, Saint Malo, Saint Samson, Saint Brieuc, Saint Tugdual, Saint Pol, Saint Corentin, Saint Paterno)
Umiltà (Saint Louis)
Il valore (Santa Giovanna d'Arco)
La grande beneficenza (San Francesco di Sales, Santa Germana de Pibrac, San Vincenzo de Paoli, Santa Luisa de Marillac, San Giovanni Battista de la Salle)
Preghiera (San Giovanni Vianney)
Nostra Madre (Santa Caterina Labouré e Santa Bernadette, nonché i figli di Pontmain, La Salette e L'Isle-Bouchard)
La missione (Martin, Santa Teresa di Lisieux e San Carlo de Foucault, i martiri dell'apostolato).
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Queste informazioni si basano su reportage di Caroline de Sury (OSV News), Gonzalo Meza (Omnes) e Vatican News.
La experiencia de unos niños jugando en el parque invita a reflexionar sobre cómo las pantallas pueden alejarnos de la realidad y de las experiencias que dan sentido a la vida.
27 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 3minuti
L'altro giorno ero al parco e mi sono imbattuto in una situazione che mi ha dato molto su cui riflettere.
Due bambini stavano giocando con una bottiglia di plastica vuota, riempiendola di sabbia. Erano così presi dal gioco che i genitori potevano parlare tranquillamente senza interruzioni, tipo: "Voglio l'acqua", "Tizio non mi lascia la palla", "Pepito mi ha insultato...".
Si stava facendo buio ed era ora di tornare a casa. I bambini non volevano andarsene perché si stavano divertendo molto. Dopo il loro rifiuto, uno dei genitori ha giocato la sua arma segreta: "Andiamo di sopra a guardare un film". Sorprendentemente, suo figlio ha risposto di no.
Come può una bottiglia di plastica battere uno schermo?
Siamo abituati a pensare che uno schermo vinca sempre. Ha colori, suoni, storie, personaggi, giochi... Può offrirci qualsiasi cosa all'istante. Eppure, quel bambino ha preferito continuare a giocare con una semplice bottiglia di plastica.
Forse perché quella bottiglia non era semplicemente una bottiglia. Era la possibilità di entrare in relazione con la realtà.
Il ragazzo toccava la sabbia, la guardava cadere nella bottiglia, scopriva quanta ne poteva riempire, la svuotava e la riempiva di nuovo. Stava inventando un gioco partendo da qualcosa che aveva proprio davanti agli occhi. E, soprattutto, stava vivendo un'esperienza.
Questo mi ricorda molto ciò che propone Don Luigi Giussani quando parla della realtà come punto di partenza della conoscenza. Per Giussani, il primo passo per conoscere qualcosa è il realismo: non imporre le nostre idee alla realtà, ma lasciare che la realtà stessa si riveli. Il metodo per conoscere qualcosa è determinato dall'oggetto che vogliamo conoscere.
E questo ha molto a che fare con ciò che sta accadendo oggi a noi con la tecnologia digitale. Non intendo dire, assolutamente no, che le nuove tecnologie siano negative. Al contrario: sono strumenti che ci aiutano enormemente nella vita quotidiana. Ci permettono di comunicare, imparare, lavorare, esplorare nuovi luoghi e accedere a una vasta quantità di informazioni.
Il problema sorge quando lo schermo smette di essere uno strumento per relazionarsi con la realtà e finisce per diventare la nostra realtà. Perché allora può accadere qualcosa di curioso: guardiamo tante cose, ma smettiamo di guardare ciò che abbiamo proprio davanti agli occhi.
Abbiamo accesso a migliaia di esperienze, ma possiamo smettere di vivere la nostra stessa vita. E, a poco a poco, possiamo finire intrappolati in ciò su cui abbiamo scelto di concentrarci. La realtà, però, non funziona così.
La realtà si impone su di noi. Non possiamo scegliere completamente ciò che accade. Incontriamo persone che non ci aspettavamo, eventi imprevisti, cose semplici come un parco, degli amici, una bottiglia piena di sabbia, o il fatto che stia calando la notte e sia ora di tornare a casa.
Ed è proprio lì che possiamo scoprire qualcosa su noi stessi. Forse era questo che stava accadendo a quei bambini. Non stavano facendo nulla di straordinario. Stavano semplicemente giocando. Ma erano completamente immersi in ciò che stavano vivendo.
Ed è per questo che ha vinto la bottiglia. Non perché fosse più divertente di un film, ma perché quella bottiglia li metteva in contatto con qualcosa di reale.
Forse il problema non è che gli schermi ci offrano troppo, ma che a volte ci offrano così tanto da farci dimenticare che c'è qualcosa che non può apparire su nessuno schermo: la realtà stessa.
Uno schermo può mostrarci un paesaggio, ma non può sostituire l'essere lì. Può mostrarci una persona, ma non può sostituire l'incontro di persona. Può raccontarci una storia, ma non può viverla al posto nostro. Può insegnarci molte cose, ma non può rispondere alla domanda su cosa renda la vita degna di essere vissuta. Ecco perché ho passato quel pomeriggio a pensare a quella bottiglia di plastica. Forse non ha vinto la bottiglia. Ha vinto la realtà.
Padre di sei figlie. Insegnante di audiologia e logopedia e figlio di genitori sordi (CODA). La mia storia personale e professionale si intrecciano in un’unica vocazione: abbattere le barriere della comunicazione
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Con una de las poéticas más singulares de nuestro tiempo -la poética de lo único-, el poeta Hugo Mujica mantiene una trayectoria en constante crecimiento. A sus 83 años ha recibido el último Premio Loewe de Poesía por Le foglie, la brezza e la luce danzano le ombre, distinción que confirma la hondura y la limpidez de una obra asentada en la escucha del silencio.
Carmelo Guillén-27 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Generalmente seguiamo percorsi tracciati da altri. Nel caso di Hugo Mujica, la sua vita e il suo percorso spirituale ricordano quelli di Thomas Merton: entrambi sembrano condividere un simile desiderio di trascendenza, ed entrambi avrebbero potuto scrivere un'autobiografia come La montagna dei sette cerchi, Sebbene Merton fosse in anticipo sui tempi, nel suo libro – una narrazione della vita e dell'ascesa verso l'assoluto – la sua conversione interiore è presentata come un processo morale e biografico; in Mujica, invece, questo movimento diventa più radicale e crudo. In lui, l'ascesa cessa di essere una mera esperienza interiore e si trasforma in una discesa verso il nucleo dell'essere, dove vivere secondo le apparenze lascia il posto a vivere secondo ciò che siamo veramente.
Caratteristiche distintive della sua poesia
La ricerca personale di Hugo Mujica si traduce, prima di tutto, in uno stile di scrittura caratterizzato da brevità e condensazione, in cui predominano poesie di natura quasi aforistica, a volte al limite dell'aforisma. haiku- e in cui ogni parola tende a un'espressione essenziale.
È interessante notare che questa economia verbale coesiste con un apparente paradosso: la presenza di titoli lunghi nei suoi libri, spesso legati alla natura, come In un fiume tutta la pioggia, Alle stelle, l'immenso o il recente Le foglie, la brezza e la luce danzano le ombre, dove gli elementi naturali trascendono la loro funzione descrittiva e acquisiscono un valore simbolico ed emotivo: il fiume diventa uno spazio per ascoltare e divenire; la pioggia, accettazione di ciò che siamo; e le stelle, guida quando il sé impara a tacere.
In questo contesto, il linguaggio non è orientato alla spiegazione o alla descrizione, bensì alla suggestione, aprendo un orizzonte di silenzio che sposta la lettura dal piano concettuale a quello esperienziale. Di conseguenza, Mujica non costruisce un'argomentazione discorsiva, bensì uno spazio di ascolto. Ogni poesia funziona come una soglia; non trasmette una verità, bensì prepara il lettore a riconoscerla.
A ciò si aggiunge un'altra caratteristica molto peculiare: egli dispone le poesie in fondo alle pagine dei suoi libri, come se ognuna agisse analogamente all'aria calda, salendo per occupare il vuoto superiore.
Poesia Nel cuore della notte
Questo particolare approccio alla creazione poetica si manifesta chiaramente nella poesia riprodotta in questo articolo: Nel cuore della notte. In essa, la notte e la neve trascendono la loro presenza come elementi del paesaggio per diventare simboli di un'esperienza interiore. La notte ci libera dai riflessi, svuota il nostro sguardo dal superfluo e ci apre l'accesso a una luce essenziale; la neve e la pioggia, d'altro canto, attraverso la loro trasparenza, suggeriscono una chiarezza che non si impone, ma si rivela.
I versi finali —“Ciò che il cieco cerca con il suo bastone è la luce, non il sentiero.”—riassumendo la sua poetica: la poesia non offre istruzioni né risposte definitive, ma piuttosto un invito a percepire la realtà al di là dell'ovvio: un'intuizione che aveva già colto in una delle sue prime poesie:“come / un cieco che chiama la luce / al tuono / il mio dire / quali nomi di silenzio”In quest'opera, egli formulò l'idea che il silenzio non equivalesse all'assenza di parole, bensì alla loro condizione di possibilità. In questo senso, la poesia non consiste nel dire di più, ma nel dire quanto basta perché la realtà appaia, poiché ogni poesia è il luogo dell'unicità.
La poesia impossibile
Questo concetto è espresso in modo ancora più intenso in Confessione, testo iniziale di E sempre dopo il vento: "La poesia, quella che desidero ardentemente, / quella a cui aspiro, / è quella che può essere letta ad alta voce senza che nessuno la senta…”Questi versi, attraverso i quali Mújica esprime la sua aspirazione a una scrittura che trascenda il suono e l'immediata materialità delle parole, orientandosi verso l'esperienza stessa. In questo modo, la parola dotata di significato non cerca di descrivere o spiegare il mondo, ma piuttosto di aprire un orizzonte di significato e possibilità. Per questo motivo, il linguaggio non cerca di conquistare la realtà o di imporle un'interpretazione, ma di creare le condizioni affinché essa si riveli.
La stessa intuizione riemerge, da un'altra prospettiva, in una poesia tratta dal suo ultimo libro:“Ogni passaggio è tra / due sponde: l'arrivo / e la partenza, / e nel mezzo, nel nostro / intermezzo, / questo camminare tra / altri ciechi / implorando i loro / sguardi”In quest'opera, la figura del cieco cessa di essere un individuo e diventa un'immagine condivisa della condizione umana. L'esistenza viene quindi presentata come un passaggio tra la nascita e la morte, sostenuto dallo sguardo altrui. Di conseguenza, la fragilità non è più intesa come una mancanza, ma viene vista come una condizione comune: procediamo con cautela e abbiamo bisogno di connessioni per orientarci.
La poesia come forma di ascolto
Nel suo insieme, l'opera di Mujica propone una forma di conoscenza unica: in contrasto con la parola intesa come strumento di controllo, la sua poesia la riappropria come spazio di apertura e ascolto. Più che offrire verità definitive o spiegare il mondo, ci invita ad abitarlo con un'attenzione più profonda e consapevole. In questo risiede, senza dubbio, la sua forza più penetrante: ci ricorda che comprendere non significa sempre dominare, ma piuttosto imparare ad ascoltare finché qualcosa, quasi silenziosamente, non comincia a rivelarsi a noi.
Anche nel cuore della notte
la neve
si scioglie diventando bianco
e la pioggia
tempi
senza perdere la sua trasparenza.
È lei, la notte,
quello che ci libera dai riflessi,
quello che ci espande
gli alunni.
Cosa sta cercando con il suo bastone
Il cieco è la luce, non il sentiero.
Il Papa conclude il suo secondo giorno a Parigi celebrando la vita laddove un tempo c'era la morte.
León XIV anima a Francia a renovar sus raíces cristianas en una misa multitudinaria en la plaza de la Concordia, donde la antigua guillotina dio paso a una celebración de la vida y la comunión.
Gonzalo Meza-26 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Parigi ha vissuto una giornata storica nel secondo giorno della visita di Papa Leone XIV nella capitale francese, culminata con una solenne messa in Place de la Concorde. In un luogo dove si era verificata una morte, si sono celebrate la vita e la comunione.
In mattinata, il Papa ha visitato Casa Bakhita, un centro gestito dall'Arcidiocesi di Parigi che accoglie e sostiene rifugiati ed esuli. Lì ha ascoltato le testimonianze dei rifugiati che avevano ricevuto aiuto dall'istituzione. Il Papa ha detto loro: "Nessuno è così povero da non avere nulla da dare; nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere".
Si è poi recato all'Istituto Cattolico di Parigi (ICP) per incontrare i membri dell'Assemblea provinciale del Sinodo e i catecumeni e i neofiti. Prima di questo incontro, si è recato alla Chiesa di Saint-Joseph-des-Carmes, situata all'interno dell'ICP, per pregare davanti al Santissimo Sacramento. In seguito, ha salutato i membri della comunità universitaria e poi si è incamminato lungo il "Sentiero dei Martiri", un percorso che commemora i sacerdoti e i vescovi uccisi in quel luogo il 2 settembre 1792, durante i massacri di settembre della Rivoluzione francese, e beatificati nel 1926. Il Papa si è fermato per alcuni istanti in preghiera nel luogo in cui furono assassinati.
Leone XIV, stupito dai neobattezzati
Già nel suo incontro con i membri dell'Assemblea sinodale provinciale, il Papa ha espresso la sua meraviglia per il numero di giovani adulti che, negli ultimi anni, si sono avvicinati spontaneamente alla fede in Francia: «Come voi e insieme a voi, sono stupito dal numero di persone che oggi si avvicinano alla soglia della fede e dai tanti adulti che chiedono di ricevere i sacramenti dell'iniziazione cristiana». È un fenomeno che ha sorpreso la Chiesa in Francia e lo stesso Papa. La scorsa Pasqua, quasi 21.000 adulti e ragazzi sono stati battezzati. «La vostra esperienza e la vostra testimonianza, cari catecumeni e neofiti, sono un segno tangibile dell'opera della grazia di Dio, che trascende ogni analisi statistica e sociologica», ha detto loro. Ma ha ammonito che questa meraviglia non deve portare a un'ingenua compiacenza. Ha auspicato una Chiesa «in stato di iniziazione», che accolga i nuovi arrivati con vicinanza, compassione e tenerezza, e che li accompagni anche dopo il battesimo per evitare quel vuoto che molti sperimentano.
Concord Square celebra la vita
L'evento conclusivo a Parigi è stata una grande messa in Place de la Concorde che, secondo gli organizzatori, ha richiamato 800.000 persone lungo un tratto di tre chilometri, da Place de la Concorde fino agli Champs-Élysées e all'Arco di Trionfo. Prima della messa, il Papa ha percorso il viale a bordo della papamobile, salutando i fedeli e i bambini che gli venivano portati. Si trattava di francesi giunti da tutto il paese proprio per questa cerimonia storica.
Quasi cento vescovi hanno concelebrato con il Papa e circa 2.400 sacerdoti e diaconi hanno partecipato. Il luogo della Messa è stato di grande significato: Place de la Concorde, dove un tempo sorgeva la ghigliottina e dove durante la Rivoluzione furono giustiziate più di mille persone, tra cui il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, è stata oggi teatro di una celebrazione della vita e della comunione. La ghigliottina rivoluzionaria pose fine anche alla vita di sedici carmelitani di Compiègne, giustiziati nel 1794 in quella che oggi è Place de la Nation e canonizzati da Papa Francesco nel 2024.
«"Sono la Chiesa di oggi"»
Nella sua omelia, il Papa ha affermato che Cristo è la sorgente di acqua viva che disseta la sete più profonda dell'essere umano, non una sete materiale, ma «una sete di significato, di verità e di pienezza». Ha messo in guardia contro i piccoli idoli che «promettono la luna e le stelle, ma lasciano vuoti i nostri cuori» e ha ricordato a tutti che per Dio nessuno è un numero, ma «una persona unica e insostituibile». Ha invitato il popolo francese a costruire una nazione rinnovata a partire dalle proprie radici di fede e ha detto ai giovani: «Voi siete la Chiesa di oggi».
Leone XIV prega per la Francia davanti alla Vergine di Lourdes
Al termine della cerimonia, il Papa si è recato all'aeroporto di Orly per imbarcarsi sul volo per Lourdes, seconda tappa del suo viaggio apostolico. È arrivato alle sette di sera. Dopo l'atterraggio, si è diretto al ponte che era stato rinominato in suo onore; lì ha salutato il sindaco e firmato il libro degli ospiti, prima di recarsi infine alla Grotta delle Apparizioni di Massabielle e fare ciò che ogni pellegrino fa quando arriva a Lourdes: pregare in silenzio, toccare la roccia, bere l'acqua della sorgente e accendere una candela. In seguito, ha pregato la Vergine Maria, chiedendo la sua intercessione per la Francia, per la fine delle violenze e per la pace.
«Ti supplichiamo, Madonna, per la Francia, di cui sei Patrona e che hai circondato con la tua protezione per tanti secoli. Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna. Possa essa costruire una società armoniosa, libera da ogni violenza e odio, in cui ogni persona possa lavorare, formare una famiglia e vivere la propria vita fino alla fine in pace e serenità. Possano i più svantaggiati e i poveri trovare sempre sostegno. Ottieni per la Francia leader saggi e generosi, disposti al sacrificio, capaci di affrontare le sfide e determinati a servire il bene comune. Possano mantenere la pace nel Paese all'interno della comunità delle nazioni. Possano levare la propria voce in difesa dei diritti umani fondamentali e della pace mondiale, rifiutando per sempre la logica della guerra.».
Infine, pose la Rosa d'Oro ai piedi dell'immagine della Vergine.
Con motivo del lanzamiento de Lo spirito buono, una visión crítica del Opus Dei, Hugo Elvira reflexiona sobre cómo las historias dolorosas no tienen por qué ser una amenaza porque pueden ayudar a revisar los modos de cuidar y aprender de ello.
26 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 5minuti
Il terzo e ultimo episodio di Lo spirito buono, La nuova serie di documentari sull'Opus Dei lascia un interrogativo che non scompare con i titoli di coda: come possono alcune persone definire "famiglia" ciò che altri ricordano come un luogo di sofferenza?
La tentazione è quella di risolvere immediatamente questa contraddizione: decidere che una delle due esperienze spieghi ciò che accade realmente dentro e che l'altra sia errata. Ma aver sofferto non ci autorizza a dire a chi ha trovato una casa che la sua esperienza era fittizia; né essere stati felici ci autorizza a spiegare dall'esterno il dolore di chi se n'è andato ferito. Un'esperienza personale può essere vera senza per questo diventare il metro di paragone per tutte le altre.
Sono un membro numerario dell'Opus Dei e un teologo. Scrivo a titolo personale, non su commissione né come portavoce. Conosco dall'interno una vita che amo, ma non posso rivelare a nessuno cosa è successo nella sua.
Ecco perché non voglio rispondere alla serie commentando testimonianze che non mi competono. Mi interessa una domanda che attraversa molte delle situazioni narrate: cosa significa coltivare una vocazione affinché duri tutta la vita? E, se lo scopo era quello di coltivarla, come possiamo comprendere chi ricorda quella cura come una ferita?
Ci prendiamo cura di ciò che vogliamo duri nel tempo.
Nessuno si sposa pensando di divorziare. Chi promette una vita insieme cerca il modo di alimentare questa promessa: si ritaglia del tempo da trascorrere insieme, protegge la propria relazione e impara ad affrontare le crisi. Quando desideriamo che qualcosa duri, ce ne prendiamo cura affinché ciò avvenga.
Con i figli arriva un'altra sfida: non basta amarli, bisogna imparare a prendersi cura di ognuno di loro. I genitori consigliano, pongono dei limiti, fanno domande, correggono e, quando un figlio prende una decisione che considerano sbagliata, di solito non reagiscono con indifferenza: "è la tua libertà".
Queste due esperienze ci aiutano a considerare una questione più concreta. La serie include in particolare testimonianze di persone che hanno vissuto il celibato nell'Opus Dei. Vorrei soffermarmi su di esse.
Per un numerario, l'Opus Dei è anche la famiglia in cui ha scelto di vivere il proprio impegno. Desidera essere fedele a una vocazione che ha abbracciato per tutta la vita; e questa famiglia cerca di aiutarlo a far sì che tale vocazione fiorisca e perduri.
Quando si cerca di fare questo con molte persone diverse, emergono inevitabilmente modalità specifiche di cura: formazione, consuetudini, norme e forme di sostegno. L'esperienza crea modalità di cura che vengono poi tramandate.
Ed è proprio qui che inizia il problema: come trovare modi comuni per prendersi cura di persone diverse?
Prendersi cura con fedeltà
C'è un altro fattore che condiziona queste modalità di cura: il futuro per il quale sono state concepite.
La formazione di un numerario non si basa sul presupposto che dopo pochi anni cesserà di esserlo. Si fonda sul principio che questa vocazione è per tutta la vita. La domanda non è "di cosa avrà bisogno questa persona se un giorno se ne andrà?", ma piuttosto "di cosa ha bisogno per vivere bene questa vocazione per tutta la vita?".«
Ciò cambia anche il modo in cui affrontiamo una crisi.
Se domani un fratello mi dicesse di voler andarsene, non credo che volergli bene significhi semplicemente rispondergli: "Sei libero, vai". Vorrei capire cosa c'è che non va, stargli vicino e magari consigliargli di non prendere una decisione definitiva in un momento di stanchezza.
Non è molto diverso da quello che potrebbero fare i genitori quando un figlio racconta loro che il loro matrimonio sta attraversando una crisi. Rispettare la loro libertà non significa assistere indifferentemente a una decisione che potrebbe cambiargli la vita.
Se un impegno è considerato definitivo, una crisi non dovrebbe essere interpretata immediatamente come la sua fine. Potrebbe essere proprio il momento in cui è necessario maggiore supporto. Molti programmi di formazione mirano a promuovere questa perseveranza perché è il futuro che immaginano.
Quando la cura non produce il risultato atteso
Ma capire perché queste forme di sostegno esistono non significa che abbiano sempre fornito una buona assistenza.
Qualsiasi genitore può capirlo. Gli standard elevati che aiutano un figlio possono far sentire un altro inadeguato. Una domanda che un genitore percepisce come un sincero interesse può essere vissuta da un altro come un'intrusione.
I genitori sono uguali. Spesso, lo è anche l'intenzione. I figli no.
Qualcosa di simile può accadere in una famiglia spirituale. Sono necessari criteri comuni, ma non esiste una metodologia che possa garantire che lo stesso modo di prendersi cura degli altri produca gli stessi risultati per tutti.
Ciò non significa che tutto sia relativo. Esistono limiti che non dipendono dalla personalità individuale: la dignità umana, la libertà di coscienza, la verità e la giustizia. Esistono azioni oggettivamente sbagliate, anche se scaturiscono dalle migliori intenzioni.
Ma esiste anche un vasto ambito in cui è necessaria prudenza: conoscere la persona, sapere quando insistere e quando tacere, quando una correzione favorisce la crescita e quando qualcuno ha bisogno, soprattutto, di essere ascoltato. Persino accettare che una pratica che ha aiutato molti possa aver bisogno di essere rivista.
E qui sorge una tentazione particolarmente forte quando conosciamo già la fine di una storia: raccontarla a ritroso.
Se qualcuno rimane ed è felice, è facile concludere che tutto il supporto ricevuto sia stato positivo. Se qualcuno se ne va ferito, è altrettanto facile reinterpretare ogni regola, consiglio o imposizione come parte di ciò che, in definitiva, lo ha danneggiato.
Ma le vite non vengono solitamente scritte con la chiarezza con cui poi le raccontiamo.
Il fatto che una particolare forma di sostegno abbia causato dolore ci obbliga a chiederci cosa sia successo. Potrebbe rivelare negligenza, una prassi che necessita di essere modificata, o persino un'ingiustizia che esige riconoscimento e riparazione.
Ma è altrettanto importante evitare l'approccio opposto: concludere che, poiché una particolare forma di sostegno ha prodotto dolore, essa derivi necessariamente da un desiderio di controllo, o che tutto il bene che gli altri vi hanno trovato sia fittizio.
La realtà umana spesso resiste a narrazioni così perfettamente ordinate.
Le buone intenzioni non dimostrano che sia stata prestata la dovuta attenzione. Ma un esito doloroso non ci permette automaticamente di ricostruire l'intenzione che ha motivato l'azione.
Entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente: qualcuno potrebbe aver cercato di prendersi cura di qualcun altro e averlo fatto male.
È proprio per questo che esiste la responsabilità: ascoltare, imparare, correggere e, quando opportuno, chiedere scusa e porre rimedio.
Stessa casa, storie diverse
Torniamo dunque alla domanda iniziale: come possono alcune persone definire "famiglia" ciò che altre ricordano come un luogo di sofferenza?
Due fratelli possono crescere sotto lo stesso tetto e avere infanzie sorprendentemente diverse. Questo non significa che tutto sia soggettivo. Se c'è stato un torto, merita di essere riconosciuto; se c'è stata un'ingiustizia, deve essere chiamata con il suo nome. Una famiglia dimostra il suo amore anche con ciò che fa quando scopre di aver sbagliato.
Ma una storia dolorosa non può automaticamente diventare la spiegazione di tutte le altre.
La mia esperienza di aver trovato una famiglia non dimostra che qualcun altro non possa esserne rimasto ferito. Né la loro sofferenza dimostra che quello che ho ricevuto come affetto fosse in realtà una forma di controllo che non sono ancora riuscita a riconoscere.
Forse la nostra difficoltà sta nel voler trovare un'unica storia che spieghi tutte le altre.
Forse non esiste.
Rimango un membro numerario e considero la mia vocazione un dono. Proprio per questo, le storie dolorose non devono essere viste come una minaccia. Possono aiutarci a esaminare i nostri modi di prenderci cura degli altri: cosa abbiamo cercato di proteggere, quando abbiamo aiutato, quando non l'abbiamo fatto e cosa possiamo imparare da queste esperienze.
Non abbiamo un metodo perfetto per amare. Nessuna famiglia ce l'ha. Abbiamo principi, esperienza, prudenza e l'umiltà di correggerci quando scopriamo di aver commesso un errore.
Anche la lealtà ha bisogno di cure. E prendersi cura di qualcuno nel modo giusto richiede di non smettere mai di imparare come farlo.
Ingegnere guatemalteco e laureato in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce (Roma). Presidente della Fondazione Amivalle.
«"Per grazia di Dio", umorismo e riflessioni di una madre in fuga
¿Quién dijo que para ser santo hay que ser perfecto? Matilde Latorre demuestra, con humor y madurez, que la fe no habita en vidas de vitrina, sino entre berrinches, lavadoras rebeldes y el caos diario del hogar.
Scritto da un giornalista veterano specializzato in reportage religiosi, Per grazia di Dio, Il libro di Matilde Latorre offre una prospettiva illuminante su come la fede si incarni nel caos quotidiano. L'autrice demistifica la perfezione cristiana, cercando Dio in mezzo a piccoli disastri domestici: lavatrici indisciplinate, capricci e tensioni in famiglia.
Latorre fonde con maestria l'umorismo nel descrivere queste situazioni quotidiane con riferimenti illuminanti agli insegnamenti della Chiesa sulla santità nell'ordinario. Attraverso una prosa agile ed empatica, ci ricorda che la grazia non richiede vite vissute sotto i riflettori, ma piuttosto il coraggio di abbracciare l'imperfezione.
Segnata dalle sue esperienze di perdita e dal suo impegno a sostegno di chi è in lutto, la sua scrittura trasuda una maturità spirituale che risuona immediatamente nel lettore. È un'opera che funge da balsamo contro le pressioni autoimposte della società moderna, dimostrando che la crescita interiore non avviene al di fuori della routine, ma piuttosto nel suo cuore. Un confortante promemoria che le gioie e i sacrifici più grandi si trovano nella semplicità dei giorni ordinari.
Dal Palazzo dell'Eliseo a Notre-Dame, Leone XIV apre la sua visita a Parigi ponendo l'accento sulla dignità della vita umana.
El Papa León XIV está en París, en lo que es una visita histórica a la capital francesa: la primera visita oficial de un Papa al país en dieciocho años. Es el décimo Papa en la historia que visita París.
Gonzalo Meza-25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 5minuti
Papa Leone è atterrato all'aeroporto di Parigi-Orly alle dieci del mattino, dove è stato accolto dal presidente Emmanuel Macron e da sua moglie, Brigitte.
Le campane delle chiese di tutta la Francia hanno suonato per sette minuti all'atterraggio dell'aereo papale. Dopo un breve incontro con Macron all'aeroporto, il Papa si è recato al Palazzo dell'Eliseo, la residenza presidenziale, per incontrare il presidente francese.
Durante tutto il suo viaggio, il pontefice è stato salutato da decine di francesi che si sono radunati nelle strade al suo passaggio.
Giunto al Palazzo dell'Eliseo, Leone XIV ha avuto un incontro privato con il Presidente Macron e ha poi tenuto un discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Si è trattato di un discorso in un francese fluente, che non è passato inosservato al popolo francese.
In quel primo discorso, il Papa ha parlato di quello che sarebbe stato il tema centrale dell'intera visita: la dignità della vita umana. Il motto di questo viaggio è "Perché il mondo abbia la vita", tratto dal capitolo sei del Vangelo di Giovanni.
«"Un laicismo giusto non consiste nell'escludere la religione."»
Basandosi su questo principio, che guida il viaggio e i discorsi, il Papa ha affrontato, di fronte al presidente e alle autorità, temi quali la tutela della vita umana, la pace, la necessità del disarmo e della laicità.
Egli ha auspicato "di imparare ad accogliere la vita incondizionatamente e a sostenere la fragilità con tenerezza", e ha ribadito, nel Paese della Dichiarazione universale dei diritti umani, che "la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento essenziale di ogni altro diritto umano".
Leone XIV condannò la manipolazione genetica, il commercio di organi e quella che definì "l'offerta di una morte programmata", riferendosi alla recente legge francese sul suicidio assistito, che eufemisticamente si riferisce all'eutanasia, approvata a luglio dall'Assemblea nazionale.
Parlando del rapporto tra Chiesa e Stato, ha specificato che "un giusto laicismo non consiste nell'escludere la religione dalla sfera pubblica o dall'istruzione".
In questo primo discorso, Leone XIV esortò anche a porre fine alla corsa agli armamenti e avvertì che "la convinzione errata che il possesso di armi nucleari sia garanzia di sicurezza si sta diffondendo sempre più". Aggiunse che "la pace non è un equilibrio di potere; si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia". Per questo motivo, esortò la Francia a rimanere "un'instancabile paladina della pace e del multilateralismo".
Leone XIV parlò anche di intelligenza artificiale e mise in guardia, citando lo scrittore Georges Bernanos, dal rischio che un "paradiso delle macchine" invadesse la vita quotidiana. In risposta, disse: "È urgente educare le menti al discernimento etico, capaci di distinguere ciò che è moralmente buono".
Leone XIV all'UNESCO: "Essere umani significa, prima di tutto, essere figli".«
Nel pomeriggio, il Papa è giunto alla sede dell'UNESCO, ha visitato le strutture e ha incontrato il Direttore Generale, Khaled El-Enany. Ha poi annaffiato un ulivo in Piazza della Tolleranza e successivamente ha pronunciato il suo secondo discorso ai rappresentanti degli Stati membri. Il suo intervento si è incentrato su una domanda fondamentale: cosa significa essere umani? Ha ribadito la dignità della vita: "Essere umani significa, prima di tutto, essere bambini", ha affermato, ricordando loro che "nasciamo tutti nudi e bisognosi".
Quando questa verità viene dimenticata, ha ammonito, la vita «non viene più intesa come un dono, ma come un prodotto suscettibile di sfruttamento». Ha parlato di una dignità «che rimane intatta anche nelle circostanze più vulnerabili, fino alla morte», e ha invocato la cura dei bambini nel grembo materno e in tempo di guerra, delle persone con disabilità, degli anziani, dei migranti e dei rifugiati: «Sono loro la vera prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana».
All'UNESCO, ha anche affermato che la più terribile delle imprese umane è la guerra, "perché in essa la scienza stessa viene posta al servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere". Ha denunciato un paradosso: "Mentre attribuiamo 'intelligenza' ai sistemi informatici, facciamo fatica a riconoscere l'inalienabile dignità delle persone", le cui vite sono in definitiva giudicate in base alla loro efficienza.
«"Notre-Dame è molto più di un monumento"»
In seguito, il Papa si è recato nella cattedrale di Notre-Dame ricostruita per recitare l'Ufficio Divino, i Vespri, insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi, persone consacrate e seminaristi provenienti dalla Francia. Prima di iniziare la cerimonia, ha visitato la cattedrale restaurata e ha venerato la Corona di Spine, custodita al suo interno. È apparso molto colpito mentre contemplava i lavori di restauro.
Nella sua omelia dei Vespri, il Papa ha presentato la cattedrale rinata come immagine di ciò che può essere il rinnovamento della Chiesa in Francia. Ha ricordato l'incendio di sette anni fa: «In quell'ora drammatica abbiamo compreso che Notre-Dame è molto più di un monumento». Ha sottolineato che, nella ricostruzione, la Chiesa ha compreso la propria missione con creatività, e l'ha offerta come modello di una Chiesa che va avanti, chiamata ad annunciare il Vangelo.
Ha inoltre ricordato che la cattedrale, come tutte le chiese, non è solo pietra, monumento o museo, ma esiste per la preghiera: "non è un guscio di pietra da ammirare: vive del sacro mistero che vi si celebra".
E, per sottolineare che nessuna missione può essere sostenuta senza una vita interiore, ha citato la Venerabile Madeleine Delbrêl: «Senza la preghiera, non ameremo Dio con amore. Forse saremo suoi servi o suoi combattenti, o persino suoi discepoli; ma non saremo né figli amorevoli del Padre nostro né amici di Gesù Cristo». Ha concluso con una frase che riassume il significato della visita alla cattedrale: «Questa cattedrale è rinata affinché anche voi possiate rinascere con essa in un nuovo impulso verso la santità e la missione quotidiana».
La veglia con 80.000 giovani
L'ultimo evento del primo giorno del Papa è stata una veglia di preghiera con 80.000 giovani allo Stade de France di Saint-Denis. L'incontro riflette un fenomeno attualmente in atto... Chiesa in Francia: la crescita del catecumenato, cioè di giovani e adulti che, dopo un periodo di preparazione, chiedono di ricevere i sacramenti dell'iniziazione cristiana —battesimo, cresima ed eucaristia—, insieme al ritorno di molti battezzati che si erano allontanati e che stanno riavvicinandosi alla pratica della fede.
Secondo i dati della Chiesa francese, nel 2025 si è registrato un numero record di quasi ventimila nuovi membri che si sono uniti alla Chiesa cattolica, il quarantacinque percento in più rispetto all'anno precedente.
Sabato 26, il Papa si recherà all'Istituto Cattolico di Parigi per incontrare i membri dell'Assemblea Sinodale Provinciale.
Il Papa affronterà il fenomeno del crescente numero di adulti che richiedono il battesimo in Francia, tema che questa Assemblea sinodale approfondirà ulteriormente. I vescovi presenteranno al Santo Padre l'Instrumentum Laboris dell'Assemblea.
Leone XIV, acclamato a Parigi, chiede la tutela della vita, della dignità e della pace.
Tras 18 años sin ver a un Papa en la Ciudad de la luz, París recibió con campanas y vítores a León XIV. Los parisinos querían verle y saludarle, como dijo su arzobispo en Notre Dame, y manifestaron su cariño con cercanía. El Papa habló de proteger la vida, y la dignidad de la persona, de educación y promoción de la paz.
Francisco Otamendi-25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 7minuti
Il primo saluto al Papa, il cui aereo A321 della ITA Airways è atterrato a Parigi/Orly alle 9:56 di venerdì 25 settembre, è stato il suono delle campane. Le campane delle chiese francesi hanno suonato per sette minuti per celebrare l'arrivo di Leone XIV sul suolo francese. E alcune hanno suonato di nuovo mentre si avvicinava a Notre Dame nel pomeriggio.
L'affetto era palpabile dopo ogni evento a cui il Papa partecipava a Parigi. La gente voleva stare con il Papa, parlargli, salutarlo. Benedetto XVI era lì nel 2008, 18 anni fa, e, per dirla in modo colloquiale, molti francesi non vedevano l'ora di vedere un Successore di Pietro sorridere e toccarli.
E così è successo al Palazzo dell'Eliseo, con il presidente Emmanuel Macron (e sua moglie) che hanno presentato il Santo Padre, quasi uno per uno, alle autorità, ai membri della società civile e ai diplomatici. Tutti volevano salutare il Papa. Lo stesso è accaduto all'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), dove quasi nessuno ha battuto ciglio durante il suo lungo discorso di oltre 20 minuti, accolto da un prolungato applauso.
Lo si è potuto notare durante il tragitto sulla papamobile verso la splendida e restaurata cattedrale di Notre Dame, dove tantissime persone sventolavano striscioni, acclamavano e salutavano il Papa, ben lontane dalla freddezza secolare.
Papa Leone XIV saluta le persone mentre cammina al fianco del presidente francese Emmanuel Macron e di sua moglie, Brigitte Macron, al loro arrivo all'aeroporto internazionale di Parigi Orly il 25 settembre 2026, all'inizio del suo viaggio apostolico in Francia e della sua visita all'UNESCO (Foto CNS/Lola Gomez).
I parigini volevano vedere il Papa
L'arcivescovo di Parigi, monsignor Laurent Ulrich, lo disse poco prima dell'omelia del Papa nella cattedrale di Notre Dame: "I parigini volevano che lei venisse". E Leone XIV venne a trovarli. Unità.
Non fatevi ingannare da Saint Denis di notte. La Veglia dei Giovani ha ospitato solo 80.000 persone, di età compresa tra i 17 e i 35 anni. Nessuna eccezione. Molti non sono riusciti a procurarsi i biglietti molto tempo fa e la stanno seguendo (mentre scrivo queste righe) attraverso i media digitali, la televisione, ecc.
Proteggere ogni vita umana
Sulla carta, il primo giorno della visita di Papa Leone XIV in Francia prevedeva quattro eventi principali. E tutti si sono svolti a Parigi: gli incontri con le autorità governative, l'UNESCO, la cattedrale di Notre Dame con la Chiesa locale e la Veglia dei Giovani.
Il motto per la visita di Leone XIV, proposto al Papa dal cardinale Jean-Marc Aveline, presidente della Conferenza episcopale francese, è "Che il mondo abbia la vita", un'espressione ispirata al Vangelo di San Giovanni.
Non sorprende che il Papa abbia affrontato la questione durante l'incontro con il presidente Macron e altri funzionari. Nel suo discorso al Palazzo dell'Eliseo, il Pontefice ha ricordato ai leader francesi il loro dovere di "proteggere ogni vita umana", condannando "il suicidio assistito, l'aborto e la maternità surrogata", come riportato da OSV News.
Fondamento di tutti gli altri diritti umani
“La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di tutti gli altri diritti umani», ha affermato il Papa, esprimendo la sua preoccupazione per «le tendenze sociali che rischiano di trasformare la scienza e la tecnologia in attività a scopo di lucro che promuovono la manipolazione genetica, la maternità surrogata, il traffico di organi umani o la possibilità di organizzare la propria morte».
Leone XIV sottolineò la necessità di “accogliere la vita incondizionatamente, di sostenere con amore i più vulnerabili, di accompagnare ogni fase della vita con rispetto e fiducia reciproca, e di difendere con coraggio e compassione chi non può farsi sentire e chi si sente ignorato o dimenticato”.
Leone XIV saluta la folla al termine della celebrazione dei vespri con vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e seminaristi nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, il 25 settembre 2026. La visita all'iconico tempio faceva parte del viaggio apostolico di quattro giorni del Papa in Francia (@OSV News/Remo Casilli, Reuters).
Difesa della Chiesa e “le profonde radici cristiane della Francia”
Inoltre, il Successore di Pietro ha sottolineato la cura dei santi francesi per i bisognosi. Ha citato, tra gli altri, l'esempio delle opere caritative di San Vincenzo de' Paoli nella Parigi del XVII secolo e le numerose istituzioni cattoliche che ne continuano oggi l'eredità.
“La Chiesa cattolica in Francia ha dimostrato una costante attenzione al benessere dei poveri e degli svantaggiati, e ha cercato di essere il volto vivente della misericordia e della compassione di Dio”, ha osservato.
Inoltre, Leone XIV sottolineò l'importanza centrale della fede cattolica nella cultura francese per molti secoli, descrivendola come "una terra dalle profonde radici cristiane", da Sant'Ireneo di Lione nel II secolo al battesimo di Clodoveo, re dei Franchi, nel 496, la cui conversione portò la Francia ad essere conosciuta come la "Prima figlia della Chiesa".
Papa Leone XIV con il Direttore Generale dell'UNESCO, Khaled Ahmed El-Enany, il 25 settembre 2026 (@Vatican Media).
UNESCO: Promuovere la dignità e la pace
Nel 2027 celebreremo il 75° anniversario della presenza della Santa Sede nel UNESCOUna presenza che nasce dalla convinzione che il futuro dipende, soprattutto, dal rispetto e dalla promozione dell'inalienabile dignità di ogni essere umano creato a immagine di Dio, ha dichiarato il Papa nel UNESCO, dove è stato ricevuto e accompagnato dal direttore generale, Khaled Ahmed El-Enany.
La Santa Sede considera questa organizzazione “un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la "forma sociale di dignità" che tutti condividiamo in modo originale ed equo (cfr. Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 59)‘.
Non il dominio di Babele, ma la pace della Pentecoste.
Nel suo discorso, il Papa ha sottolineato che “non è il dominio di Babele, ma la pace di Pentecoste, che rende possibile questa comunione tra tutti i popoli».
Ogni cultura, dunque, raggiunge la sua massima saggezza quando ricerca la pace e il bene di tutti, testimoniando il vero significato della nostra umanità.
Punti di riferimento del nostro impegno
La pietra di paragone dell'impegno per la cura della persona e del creato, ha affermato il Papa, è “la cura che dedichiamo ai più piccoli e ai più poveri: i bambini nel grembo materno e nei diversi scenari di guerra; le persone con disabilità fisiche e intellettive; gli anziani; i migranti e i rifugiati; e tutti coloro che l'arroganza esclude considerandoli improduttivi”.
“Sono la vera prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, e la loro protezione e promozione si estendono anche al creato”, ha aggiunto. Pertanto, “l'attuale crisi ecologica è anche una crisi antropologica», ha sottolineato.
I pellegrini salutano Leone XIV durante la sua visita a Notre Dame de Paris il 25 settembre 2026 (@Vatican Media).
Notre Dame, centro vitale di una civiltà
Il Papa si è poi recato sulla papamobile alla cattedrale di Notre Dame per pregare i Vespri, dove ha aperto di nuovo il suo cuore e ha condiviso alcuni messaggi con la Chiesa che viaggia in Francia.
In primo luogo, il riferimento al fatto che "sono trascorsi sette anni da quando il mondo intero, trattenendo il respiro, ha assistito alla distruzione della cattedrale a causa di un terribile incendio", e al dolore di tutti.
“Notre-Dame è molto più di un monumento”, ha detto il Papa. “La partecipazione di tutti alla sua ricostruzione e, oggi, lo splendore del risultato, dimostrano che in questo luogo batte il cuore di un popolo; che siamo al centro vitale di una civiltà; che qui il passato e il futuro si abbracciano e il cielo e la terra si incontrano”.
“La comunità cristiana non è un rifugio in cui ritirarsi.”
In un altro punto dell'omelia, il Papa ha chiesto ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi, ai consacrati e ai seminaristi di Francia: “Lasciatevi ispirare da quanto accaduto qui! Date priorità all'Evangelii gaudium, cioè a quella conversione missionaria di cui Papa Francesco ha fatto testimonianza fin dalla sua prima Esortazione Apostolica”.
“Come discepoli di Cristo, sapete bene che la comunità cristiana non è un rifugio in cui ritirarsi per proteggersi dai tempi che corrono”, ha incoraggiato tutti.
Al contrario, si offre, come le antiche cattedrali, come spazio di accoglienza, rispetto, rivelazione e significato per tutti. (...) Possa essere una Chiesa viva, multiforme e accessibile.”
Inoltre, il Santo Padre ha chiesto loro di “valorizzare con fiducia la presenza missionaria dei fedeli laici, che sono l’avanguardia vivente della Chiesa al crocevia della vita quotidiana”.
“Un amore autentico per la liturgia”
Verso la fine, Leone XIV disse: “A voi che celebrate quotidianamente l'Eucaristia, chiedo di assicurarvi che le celebrazioni liturgiche siano sempre vissute con dignità e decoro, anche laddove si riuniscono piccole comunità. Siate consapevoli eredi dei Padri e dei Santi della Chiesa che, nel corso dei secoli, ci hanno trasmesso il profondo significato e la bellezza della liturgia, testimoniando sempre grande umiltà di fronte al Mistero che si celebra».
“"Vi esorto dunque tutti, vescovi, sacerdoti, diaconi e persone consacrate, a coltivare un amore autentico per la liturgia.".
Al calar della notte, mentre queste righe stavano per essere stampate, Veglia dei giovani con il Papa allo Stade de France Olimpico, con quasi 80.000 giovani e alcune testimonianze, come quelle di Chloé e Francois, alle quali ha risposto il Santo Padre.
Fulton J. Sheen, pioniere della comunicazione cattolica, è ora un beato
El arzobispo Fulton J. Sheen, teólogo, evangelizador, pionero de la comunicación católica y predicador del siglo XX, es ya el beato Fulton J. Sheen, tras la declaración del Papa León XIV efectuada por su delegado, el cardenal Luis Antonio Tagle, en la Misa de beatificación ayer en San Luis (Misuri, Estados Unidos).
OSV / Omnes-25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 9minuti
– Gina Christian, St. Louis (OSV News)
Il cardinale Luis Antonio Tagle, proprefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione della Santa Sede e delegato di Papa Leone XIV, ha letto ieri la dichiarazione del Papa sulla santità della vita e della testimonianza di Gesù Cristo dell'arcivescovo Sheen, durante una messa celebrata il 24 settembre presso The Dome at America's Center, alla presenza di migliaia di persone.
Tra gli applausi dei pellegrini, il cardinale Tagle ha descritto l'arcivescovo Sheen come un "figlio dell'Illinois, figlio degli Stati Uniti d'America" e "in effetti, un figlio del mondo".
Si stima una partecipazione di 50.000 persone.
Centinaia di ecclesiastici, tra cui decine di vescovi e cardinali, sono entrati in processione nel complesso per la Messa, mentre diversi cori, accompagnati da un'orchestra, hanno eseguito una serie di inni. Le vesti sacerdotali dei sacerdoti erano ricamate con le iniziali "GMG", la dedica speciale che l'arcivescovo Sheen dedica a Gesù, Maria e Giuseppe.
La diocesi di Peoria, nell'Illinois, da cui proviene l'arcivescovo Sheen, aveva scelto quel luogo per accogliere il gran numero di pellegrini giunti per la beatificazione e le celebrazioni commemorative. Secondo gli organizzatori, hanno partecipato circa 50.000 persone.
I pellegrini arrivano prima della messa di beatificazione del Venerabile Fulton J. Sheen, che si è svolta il 24 settembre 2026 presso la Cupola dell'America's Center a St. Louis. (Foto di OSV News/Bob Roller)
Molti fedeli provenienti da Stati Uniti, Italia, Polonia e Brasile
Durante una conferenza stampa tenutasi poche ore prima della Messa, il vescovo Louis Tylka di Peoria ha affermato che erano rappresentati quasi tutti gli stati degli Stati Uniti e diverse altre nazioni. Ha aggiunto che molti fedeli provenivano dall'Italia, dalla Polonia e dal Brasile.
Erano presenti quasi 90 vescovi, circa 1.000 sacerdoti, circa 1.600 religiosi e religiose e quasi 250 diaconi, ha aggiunto il vescovo Tylka, che indossava la croce pettorale dell'arcivescovo Sheen. Tra i prelati concelebranti c'era l'arcivescovo Gabriele G. Caccia, nunzio apostolico negli Stati Uniti.
Una significativa reliquia del Beato Fulton J. Sheen è esposta accanto al suo ritratto ufficiale durante la Messa di beatificazione, tenutasi il 24 settembre 2026 presso The Dome at America's Center a St. Louis. (Foto di OSV News/Margaret Murray)
Decreto formale di beatificazione
La beatificazione – un atto papale che afferma che la presenza di una persona in cielo è degna di fede – ha avuto luogo ufficialmente tra il Rito Penitenziale e il Gloria della liturgia. Il vescovo Tylka ha formalmente richiesto la beatificazione dell'arcivescovo Sheen al cardinale Tagle.
Il suo pronipote, Paul Cunningham, ha letto un breve biografia dall'arcivescovo Sheen, nato a El Paso, Illinois, nel 1895 e morto a New York nel 1979. Il cardinale Tagle proclamò poi la lettera apostolica di Papa Leone XIV, che proclamava la beatificazione in latino. Successivamente, il vescovo Tylka lesse la lettera in inglese, ed entrambi i testi furono accolti con applausi.
Con la proclamazione pubblica del decreto papale, l'arcivescovo Sheen è stato formalmente annoverato tra i “beati” della Chiesa, termine che deriva dal latino e significa “beato”.
James Fulton Engstrom è tenuto in braccio dai suoi genitori, Travis e Bonnie Engstrom, il 7 settembre 2011, presso lo Spalding Pastoral Center di Peoria, Illinois, mentre un tribunale iniziava a indagare sulla guarigione miracolosa del bambino per intercessione dell'arcivescovo Fulton J. Sheen. Erano presenti anche Andrea Ambrosi, postulatore della causa di canonizzazione dell'arcivescovo Sheen, e il vescovo di Peoria, Daniel R. Jenky. La miracolosa sopravvivenza del bambino alla nascita ha spinto l'arcivescovo Sheen ad avviare la causa di beatificazione. (Foto di OSV News/Jennifer Willems, The Catholic Post, archivio CNS).
Il giovane James Fultom Engstrom, il destinatario del miracolo presenta una reliquia
La resurrezione di James Fulton Engstrom Dopo essere nato morto nel 2010, un evento attribuito all'intercessione dell'arcivescovo Sheen, la sua morte è stata formalmente dichiarata il miracolo che ha portato alla beatificazione dell'arcivescovo Sheen. James, insieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli, ha presentato un'importante reliquia dell'arcivescovo Sheen durante la liturgia.
Conservata in una speciale teca chiamata reliquiario, la reliquia è la mandibola dell'arcivescovo Sheen, scelta perché rappresenta le straordinarie doti dell'arcivescovo come oratore, insegnante ed evangelizzatore.
Nell'ambito della beatificazione, è stato anche svelato un ritratto del Beato Fulton Sheen, con tanto di aureola. Nell'immagine, egli tiene in mano un gessetto, che utilizzava, insieme a una lavagna, nel suo celebre programma televisivo vincitore di un Emmy Award, "Life Is Worth Living".
L'immagine è stata presentata contemporaneamente anche nella diocesi di Peoria, presso la cattedrale di Santa Maria dell'Immacolata Concezione.
Il cardinale Luis Tagle, proprefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione, solleva il Libro dei Vangeli durante la Messa di beatificazione del Beato Fulton J. Sheen, celebrata il 24 settembre 2026 presso la Cupola dell'America's Center di St. Louis. (Foto di OSV News/Margaret Murray).
Un "narratore di storie su Gesù"‘
La prima lettura della Messa di beatificazione, dal profeta Isaia 52:7-10 , La prima lettura è stata effettuata in spagnolo, mentre la seconda lettura, 2 Corinzi 4:1-2, 5-7 , Fu proclamato in portoghese e il Vangelo, tratto da Marco 16:15-20, in inglese.
Le preghiere dei fedeli sono state offerte in varie lingue, illustrando sia il carattere universale della Chiesa sia la vocazione missionaria del Beato Fulton J. Sheen, che fu direttore negli Stati Uniti della Società per la Propagazione della Fede (Società Missionarie Pontificie).
Nella sua omelia, Il cardinale Tagle ha elogiato l'arcivescovo Sheen definendolo un "narratore di Gesù" e un "missionario che si addentra nei cuori dei poveri per incontrarvi Gesù".
Difesa dei poveri
Il cardinale ha sottolineato l'appassionata difesa dei poveri che il vescovo Sheen fece durante il Concilio Vaticano II, nel corso dei dibattiti sul documento del 1964. “Ad Gentes”, Riguardo all'attività missionaria della Chiesa, allora il vescovo Sheen chiese ai suoi confratelli vescovi di "affermare" il concetto di povertà e i vescovi che provenivano dai settori più poveri e sofferenti della Chiesa.
“Così come solo un Cristo ferito poté convertire un Tommaso incredulo, solo una Chiesa ferita dalla povertà può convertire un mondo incredulo”, ha affermato.
"Non mi stanco mai di annunciare il Vangelo"
Il cardinale Tagle ha elogiato l'arcivescovo Sheen per aver instaurato legami autentici con le persone che ha incontrato, a cui ha predicato e che ha assistito.
“"Il missionario evangelizzatore è benedetto dalla comunione con le persone e le nazioni, specialmente con i poveri e i vulnerabili, e questa è una comunione nel nome di Gesù Cristo", ha affermato.
Il cardinale Tagle ha raccontato di come l'arcivescovo Sheen, chiedendo a un amico perché fosse diventato sacerdote, avesse risposto di essere stato chiamato a condividere il Vangelo e a raccontare la storia di Gesù.
«"Non mi stanco mai di raccontarlo; non mi stanco mai di migliorare il modo in cui lo racconto. Amo la mia vocazione", ha affermato l'arcivescovo Sheen, secondo quanto riportato dal cardinale Tagle.
Preghiamo per la canonizzazione del Beato Sheen
Nel suo intervento dopo la Comunione, il Vescovo Tylka ha esortato tutti i presenti a pregare per la canonizzazione dell'Arcivescovo Sheen, guidando una preghiera comune a tale scopo.
“"È Dio che ha donato alla Chiesa la straordinaria testimonianza dell'uomo che ora possiamo chiamare Beato Fulton J. Sheen", ha affermato.
Dopo aver ringraziato i numerosi prelati che hanno partecipato alla Messa, tra cui l'arcivescovo Mitchel T. Rozanski, la cui arcidiocesi ha ospitato la beatificazione, e i rappresentanti dell'arcidiocesi di New York, della diocesi di Rochester e delle Pontificie Opere Missionarie, il vescovo Tylka ha osservato: "La vostra presenza qui oggi è un bellissimo promemoria del fatto che, sebbene Peoria sia incredibilmente orgogliosa di considerare Fulton Sheen uno dei suoi, egli è un dono per l'intera Chiesa".
“Ha annunciato il Vangelo senza timore in tempi culturalmente difficili.”
“Fulton Sheen ci ha lasciato una grande eredità”, ha affermato il vescovo Tylka. “Ha annunciato il Vangelo senza timore in tempi culturalmente difficili. Ha sostenuto le missioni della Chiesa in tutto il mondo. Ha convertito decine di migliaia di persone e ha predicato a milioni. Il suo tempo di preghiera davanti al Santissimo Sacramento è stato la fonte della sua comprensione del Figlio di Dio. Ha usato ogni dono che Dio gli ha dato per un unico scopo: portare le persone a Cristo. E la sua eredità ora è nostra”.
Al termine della messa, i presenti sono stati invitati a rimanere in preghiera per venerare le reliquie dell'arcivescovo Sheen.
Il quindicenne James Engstrom, appassionato di meteorologia, mostra ai suoi genitori, Travis e Bonnie, le previsioni del tempo nella loro casa di Washington, Illinois, il 23 gennaio 2026. James Engstrom, nato senza battito cardiaco il 16 settembre 2010 e rimasto clinicamente morto per un'ora prima che il suo cuore riprendesse a battere, è stato protagonista di un miracolo approvato dalla Chiesa che ha contribuito a promuovere la causa di beatificazione del Venerabile Fulton J. Sheen. (Foto di OSV News/Daryl Wilson).
La madre del bambino miracoloso
Bonnie Engstrom, la madre del bambino la cui miracolosa guarigione dopo essere nato morto nel 2010 è stata riconosciuta come il miracolo che ha portato alla beatificazione dell'arcivescovo Fulton J. Sheen, ha affermato di sperare che la messa di beatificazione del 24 settembre possa essere "un assaggio del paradiso".
Nel 2011, Monsignor Gray guidò l'inchiesta sul miracolo della nascita di James Fulton Engstrom, che il defunto Papa Francesco riconobbe ufficialmente come tale nel 2019. Ancor prima della nascita di James, Bonnie e suo marito, Travis Engstrom, avevano affidato il figlio alla protezione dell'arcivescovo Sheen e avevano programmato di chiamarlo Fulton.
Bonnie Engstrom ha commentato di aver apprezzato il senso dell'umorismo del nuovo Beato, la sua intelligenza e "il suo profondo amore per Gesù Cristo".
Il vescovo Robert E. Barron di Winona-Rochester, Minnesota, ha pronunciato l'omelia durante i vespri per il venerabile Fulton J. Sheen il 23 settembre 2026, nella Cattedrale Basilica di San Luigi, alla vigilia della sua beatificazione. L'arcivescovo Sheen è ricordato come uno degli evangelisti più influenti e innovativi della storia americana. (Foto di OSV News/Bob Roller).
Vescovo Barron: “Ha aperto la portaper l'evangelizzazione del mondo".
Tra le numerose testimonianze raccolte in questi giorni, spicca quella del vescovo Robert E. Barron di Winona-Rochester, Minnesota, che ha condiviso le sue riflessioni sull'arcivescovo Sheen in un'omelia pronunciata il 23 settembre nella Cattedrale Basilica di San Luigi, dove centinaia di persone si sono riunite per i vespri il giorno prima della beatificazione dell'arcivescovo.
Il vescovo Barron, che considerava "uno dei più grandi privilegi della mia vita poter pronunciare quest'omelia alla vigilia della beatificazione di Fulton Sheen", ha affermato che questi "ha aperto le porte all'evangelizzazione del mondo" e che era considerato, "per consenso generale", "il più eminente predicatore di lingua inglese del XX secolo".
Una figura chiave nella storia moderna della Chiesa cattolica
Ha descritto l'arcivescovo Sheen come "il mio modello e la mia fonte d'ispirazione" e come "una delle figure chiave nella storia moderna della Chiesa cattolica", emersa nel contesto di una "rinascita" cattolica di metà Novecento che includeva "Graham Greene, Dorothy Day, Jacques Maritain, Henri de Lubac, Thomas Merton, Evelyn Waugh e molti altri".“
I seminaristi osservano l'ingresso dei prelati all'inizio dei Vespri in onore del Venerabile Fulton J. Sheen, il 23 settembre 2026, nella Cattedrale Basilica di San Luigi, alla vigilia della sua beatificazione. (Foto di OSV News/Bob Roller).
Dedizione all'Ora Santa, “la sua amicizia con Gesù Cristo”
Ciò che ha reso l'arcivescovo Sheen "un uomo di Dio benedetto e santo" è stata la sua amicizia con Gesù Cristo, ha affermato il vescovo Barron.
Ha poi aggiunto che "in nessun luogo il radicamento di Fulton Sheen nella grazia di Cristo era più evidente che nella sua dedizione praticamente per tutta la vita al Ora Santa "Preghiera quotidiana e ininterrotta della durata di un'ora alla presenza del Santissimo Sacramento.".
“Ora mi godo l'Ora Santa… nella mia cappella privata ogni mattina prima di iniziare la mia giornata lavorativa”, ha detto, concludendo poi sottolineando che Santa Maria “è molto presente nella vita spirituale di Fulton Sheen, dal suo battesimo nella chiesa di Santa Maria alla sua ordinazione nella cattedrale dedicata a Maria, passando per la sua profonda devozione al rosario e, infine, i suoi oltre 30 viaggi a Lourdes per visitare, come ha detto lui stesso, "la donna che amo"‘.
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- Gina Christian È una giornalista multimediale per OSV News. Seguila su X @GinaJesseReina. Maria Wiering, caporedattrice di OSV News, ha contribuito a questo articolo.
Questo articolo raccoglie le informazioni sulla beatificazione pubblicate ieri e oggi da OSV News. Potete consultarle. qui.
Né razzismo né caos: la lezione di Salamanca sulla migrazione
La Escuela de Salamanca defendió la dignidad universal y el derecho a la movilidad, pero vinculó la libertad de circulación al bien común y a la capacidad de integración de las sociedades receptoras.
25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 6minuti
Il razzismo moderno non è un atavismo biologico, ma una costruzione intellettuale emersa alla fine del XV secolo con i grandi viaggi di esplorazione europei. Ciò che iniziò come un «"razzismo emotivo"» prima dell'incontro con il «"altro"», Si trasformò ben presto in un sistema teorico concepito per giustificare il dominio coloniale. In questo contesto, la Scuola di Salamanca emerse non solo come centro di sapere teologico, ma anche come embrione della dottrina dei diritti umani universali. Oggi, nel XXI secolo, quando l'immigrazione si presenta come una delle grandi sfide che l'Occidente si trova ad affrontare, gli insegnamenti dei maestri di Salamanca ci offrono la bussola necessaria per evitare passi falsi nel dibattito sulla mobilità umana.
L'origine del razzismo moderno
Per comprendere la rilevanza duratura di Salamanca, dobbiamo prima comprendere il muro che ha abbattuto. Per secoli, gli intellettuali europei, da Linneo a Kant, hanno sostenuto l'esistenza di varietà umane con temperamenti e capacità morali distinti, ponendo il «"razza bianca"» al culmine della perfezione.
Nel primo quarto del XX secolo, le teorie razziali naziste fornirono la base ideologica per lo sterminio di milioni di persone durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) adottò e sviluppò diverse classificazioni razziali pseudoscientifiche come parte della sua ideologia per giustificare il genocidio di gruppi di persone che considerava razzialmente inferiori. I nazisti consideravano la presunta razza ariana come una razza superiore, mentre ebrei, africani, persone di razza mista, rom, slavi e altri gruppi etnici erano considerati subumani e razzialmente inferiori, i cui membri erano destinati al lavoro forzato e allo sterminio. Queste convinzioni derivavano da una combinazione di antropologia del XIX secolo, razzismo scientifico (basato sulle teorie di Hans F.K. Günther) e antisemitismo.
L'antisemitismo in nuove forme
Per inciso, l'antisemitismo, lungi dall'essere un fenomeno scomparso dopo la sconfitta del nazismo, si è dimostrato un odio proteiforme, capace di mutare e persistere ancora oggi, spesso camuffato da nuove narrazioni politiche e ideologiche. Alcuni sostengono che questa persistenza sia evidente, ad esempio, nella virulenza con cui certi settori della sinistra politica – generalmente antirazzisti – hanno reagito alla guerra di Gaza, dove l'ostilità verso Israele spesso trascende la legittima critica geopolitica per far riemergere vecchi pregiudizi giudeofobici.
Poiché la visione del mondo marxista divide tutto in «"oppressori"» e di «"oppresso"» e gli ebrei sono spesso visti come persone di successo o «"bianchi"» Nel contesto occidentale, a volte vengono esclusi dalle solite protezioni antirazziste o l'odio nei loro confronti viene minimizzato, camuffato all'interno del discorso politico antimperialista, perché non rientrano nel profilo tradizionale di «"vittima"» che impiega una certa retorica progressista. In questo contesto, l'antisionismo radicale funziona spesso come una maschera socialmente accettabile che, demonizzando sistematicamente l'unico Stato ebraico e applicando un doppio standard morale inesistente per altri conflitti, incanala un rifiuto secolare che nega la legittimità e il diritto alla sicurezza del popolo ebraico.
La risposta della Scuola di Salamanca
Da parte sua, la Scuola di Salamanca ci insegna che la libertà di movimento è uno strumento per proteggere la dignità, non per eroderla. In un XXI secolo segnato dalla polarizzazione, tornare a Francisco de Vitoria e Domingo de Soto significa comprendere che il dovere di accogliere è inseparabile dalla reale capacità di integrare. Solo attraverso un ordine basato sulla ragione e sul bene comune universale possiamo superare il razzismo e trasformare la mobilità umana in una vera «"missione di speranza".
Il fenomeno della mobilità umana deve essere considerato una delle problematiche più serie del nostro tempo. Lo dimostrano la straordinaria crescita dei flussi migratori e le difficoltà incontrate dalla maggior parte delle persone coinvolte. In questo contesto, costituirà una sfida sempre maggiore nei prossimi decenni, al punto che alcuni autori si riferiscono già al XXI secolo come al secolo delle migrazioni.
La Chiesa cattolica, pur apprezzando il movimento per i diritti umani, l'impegno delle sue istituzioni e i risultati ottenuti a beneficio dell'intera umanità, si distacca criticamente da due punti fondamentali in merito alla mobilità: il riconoscimento di un diritto alla migrazione per gli individui e le loro famiglie, non sancito dalla Dichiarazione del 1948, e l'esigenza di un insieme di doveri, assunti dagli individui, che integrino le tutele previste. Lo scenario delineato del bene comune universale, delle strutture internazionali che lo tutelano e dell'esistenza di una comunità universale, giustifica l'affermazione che ogni persona gode di una cittadinanza globale che le consente di esercitare diritti e doveri che vanno oltre quelli riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.
Il diritto di migrare
L'attuale esortazione di Papa Leone XIV ad accogliere gli sfollati sotto il motto Migranti, missionari di speranza aggiornamenti direttamente Ius Peregrinandi formulata dalla Scuola di Salamanca. Quando Leone XIV affermò che la paura degli stranieri è una «"sedentarizzazione"» Contrariamente allo spirito cristiano, esso recupera la tesi centrale di Francisco de Vitoria in Proveniente dall'India. Vitoria stabilì che è lecito per qualsiasi essere umano viaggiare e soggiornare in altri territori purché non arrechi danno, definendo la mobilità non come una concessione dello Stato, bensì come un diritto naturale di comunicazione tra i popoli che precede i confini politici.
Allo stesso modo, la continuità che Leone XIV mantiene con l'enciclica Fratelli Tutti La denuncia del nazionalismo escludente da parte di Papa Francesco si basa sul concetto di Salamanca Totus Orbis. Quando la Chiesa cattolica insiste attualmente sulla dignità inalienabile del migrante al di sopra del suo status giuridico, applica il principio di Vittoria in De Potestate Civili. In quel contesto, il teologo domenicano definì il mondo intero come una comunità governata dal Diritto delle Genti, sostenendo che esistono leggi giuste e diritti universali che proteggono la persona dalla sovranità di qualsiasi governante, un'idea che la Chiesa utilizza ancora oggi per combattere il razzismo e l'esclusione.
Libertà di movimento e bene comune
Infine, aggiornare il pensiero di Vitoria richiede di bilanciare il diritto naturale alla circolazione con il dovere dello Stato di preservare il bene comune. Ciò implica una gestione delle migrazioni che, senza discriminazioni basate sull'origine (dignità umana), imponga limiti razionali per impedire che la libertà di movimento degeneri nella dissoluzione dell'ordine sociale (caos) o nello sfruttamento dei più vulnerabili. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo tornare al principio guida che Francisco de Vitoria stabilì nelle sue Relectiones: la clausola «"senza lesioni"» (senza danno). Vitoria difese il diritto alla comunicazione e al commercio (Ius CommunicationisCiò consentiva agli spagnoli di viaggiare e risiedere nelle Indie, a condizione che non arrecassero danno alla popolazione indigena né ne minassero la legittima sovranità. Il limite del diritto di migrare non dovrebbe essere l'egoismo nazionale, bensì la capacità di integrazione e sostenibilità della società ospitante.
Se la migrazione ha luogo «"con danni"» (il collasso delle strutture sociali o l'imposizione di oneri insostenibili), cessa di essere un diritto protetto dalla legge Ius Gentium e diventa un'aggressione che lo Stato ha il diritto di respingere. Il diritto di uno ad arrivare non può annullare il diritto della comunità che lo accoglie ad esistere e rimanere stabile. La libertà non è anarchia: la Scuola di Salamanca, precursore dei Diritti Umani, era profondamente tomista. Per San Tommaso d'Aquino e i suoi seguaci, la legge deve essere un «"Ordinamento della ragione al bene comune.". La libertà di movimento assoluta, senza controlli né registrazioni, elimina la capacità dello Stato di regolamentare la società.
Ordine e protezione
Se la libertà di movimento viene interpretata come una totale assenza di confini (caos), vengono distrutte la certezza del diritto e la protezione sociale, che sono conquiste del diritto europeo. Una società in «"caos"» Non può garantire la dignità di nessuno (né del residente né del migrante). Pertanto, limitare i flussi migratori non significa negare la dignità del migrante, ma è uno strumento necessario per garantire che tale dignità possa essere effettivamente tutelata all'interno di un quadro giuridico funzionale. «"caos"» Ciò avvantaggia i forti a scapito dei deboli, violando il principio di protezione degli innocenti che Vitoria difendeva.
Le mafie del traffico di esseri umani esistono perché c'è una barriera insormontabile tra l'offerta (migranti) e la domanda (destinazione), creando un mercato nero. Se la circolazione fosse efficace e legale (come un visto universale o l'area Schengen), il modello di business di «"coyote"» o il «"barca"» Crollerebbe. Nessuno paga un criminale 5.000 euro per attraversare il mare in modo pericoloso se può legalmente attraversare un ponte per 50 euro. Ma se i cancelli vengono aperti ("libera circolazione") Ma l'integrazione (lavoro, alloggio) non è garantita e le mafie probabilmente si trasformerebbero. Non chiederebbero più un compenso per l'attraversamento del confine, ma sfrutterebbero la permanenza dei migranti (ghetti, prostituzione, lavoro forzato). Pertanto, eliminare queste mafie richiede percorsi legali sicuri (ordine), non un'apertura caotica che cambia semplicemente quando i migranti vengono sfruttati. Si tratta di distruggere il mercato delle mafie attraverso la legge, non attraverso la sua assenza.
Il Ius Peregrinandi Sostenuta da Francisco de Vitoria, non si tratta di un diritto assoluto al caos, bensì di una comunicazione pacifica orientata al bene comune; pertanto, il dovere di accogliere è inseparabile dalla reale capacità di integrare, poiché consentire l'ingresso indiscriminato e poi trascurare e condannare il migrante all'emarginazione e al fallimento tradisce il principio di giustizia commutativa e distributiva che è alla base del Diritto delle genti.
Leone XIV sarà il primo Papa a venerare la “sacra tunica” di Argenteuil.
El Papa León XIV hará historia durante su visita a Francia del 25 al 28 de septiembre, al convertirse en el primer Papa en venerar la Santa Túnica de Argenteuil, reliquia que durante mucho tiempo se creyó que era la túnica sin costuras que usó Cristo durante su Pasión.
OSV / Omnes-25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
– Caroline de Sury, Notizie OSV
Il momento di venerazione avrà luogo la notte dell'arrivo di Leone XIV a Parigi, venerdì 25 settembre, quando si recherà allo Stade de France, luogo emblematico per la Giochi olimpici del 2024, situato a nord di Parigi, nella città di Saint-Denis— per partecipare a un veglia di preghiera che sarà frequentato da circa 80.000 giovani di età compresa tra i 17 e i 35 anni.
In quella cerimonia, il Papa venererà il Sacra Tunica di Argenteuil, subito dopo aver recitato i Vespri con vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati e seminaristi nella cattedrale di Notre Dame, dove è previsto che il Papa preghi davanti alla corona di spine.
La Sacra Tunica, dalla basilica alla Veglia con i giovani
La veste sarà trasferita dalla basilica di Argenteuil allo stadio appositamente per l'evento, una misura che le autorità locali hanno definito "eccezionale", "senza precedenti" e "storica".
“In tempi moderni, la veste non è mai stata ufficialmente rimossa dalla basilica”, si legge sul sito ufficiale di Argenteuil. “Questo è un traguardo importante, poiché (Papa) Leone XIV sarà il primo Papa a vederla”.
La Sacra Tunica di Argenteuil è esposta il 18 aprile 2025, Venerdì Santo, nella Basilica di Saint-Denis ad Argenteuil, in Francia. (Foto di OSV News/Per gentile concessione della Diocesi di Pontoise).
Venerata in Francia come la tunica di Cristo da oltre 1200 anni
Il Sacra Tunica di Argenteuil È venerata in Francia come la tunica di Cristo da oltre 1200 anni. L'imperatore Carlo Magno la ricevette intorno all'anno 800 dall'imperatrice Irene di Costantinopoli, affidandola poi alla figlia Teodrada, badessa dell'abbazia di Argenteuil.
Nei secoli successivi, il villaggio di Argenteuil divenne un importante luogo di pellegrinaggio in Francia, attirando re e regine desiderosi di venerare la tunica, tra cui San Luigi nel XIII secolo.
Durante la Rivoluzione francese, il parroco di Argenteuil tagliò la tunica a pezzi per nasconderla meglio e proteggerla dai saccheggi dei rivoluzionari. Nel XIX secolo, fu quasi completamente ricostruita e collocata in un reliquiario speciale all'interno della nuova Basilica di Saint-Denis ad Argenteuil.
A Pontoise, 200.000 pellegrini hanno partecipato all'ultima mostra pubblica.
Da allora, venne esposta al pubblico per la venerazione ogni 50 anni, finché, dopo il suo restauro nel 2016, si decise di non attendere più così tanto tempo tra un'esposizione e l'altra.
Nei mesi di aprile e maggio del 2025, la diocesi di Pontoise ha organizzato l'ultima mostra pubblica speciale per il Giubileo della Speranza. L'evento ha suscitato un enorme entusiasmo, attirando oltre 200.000 pellegrini di ogni età e provenienza.
Reliquiario speciale del falegname parigino Gabriele Hostachy
Da luglio, Gabriel Hostachy, un falegname parigino di 39 anni e cattolico praticante, sta lavorando alla preparazione di un reliquiario speciale per la mostra commemorativa della presenza papale.
Realizzata in legno di quercia e tiglio, con un pannello di vetro che permette di vedere la veste, misura più di 3,6 metri di altezza ed è stata progettata per resistere a qualsiasi tentativo di furto.
Le macchie di sangue, dello stesso tipo di quelle presenti sulla Sindone di Torino
La tunica è realizzata in lana marrone. Misura 1,2 metri di lunghezza e 0,9 metri di larghezza. I risultati delle recenti ricerche scientifiche sono discordanti, ma concordano sul fatto che il tessuto sia contemporaneo a tessuti orientali dei primi secoli dell'era cristiana. Le macchie di sangue che presenta sono dello stesso tipo di quelle della Sindone di Torino.
Originariamente senza cuciture, la tunica viene spesso presentata come un'occasione per pregare per l'unità dei cristiani, in ricordo del momento in cui le vesti di Cristo furono divise durante la crocifissione, quando i soldati decisero di non "strapparle", come racconta il Vangelo di Giovanni:
“Non stracciamolo, ma tiriamo a sorte per vedere a chi toccherà”, dissero i soldati l'un l'altro, “affinché si adempia ciò che è scritto nella Scrittura: ‘Si sono divisi le mie vesti e sulla mia tunica hanno tirato a sorte’”.
Il vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, in Francia, prega davanti alla "Sacra Tunica di Argenteuil", insieme a rappresentanti delle Chiese orientali, il 26 aprile 2025, nella Basilica di Saint-Denis ad Argenteuil. Si ritiene che la tunica sia l'abito senza cuciture indossato da Cristo prima della sua Passione. (Foto di OSV News/Per gentile concessione della Diocesi di Pontoise).
Unità cristiana
Il vescovo Benoît Bertrand de Pontoise, che detiene ufficialmente il titolo di “Custode della Sacra Tunica», poiché Argenteuil si trova nella sua diocesi, attribuisce grande importanza alla cura dell'unità dei cristiani.
Infatti, mentre l'ultima mostra pubblica di la tunica, Molti dei cardinali che avevano programmato di partecipare non hanno potuto farlo, poiché sono stati convocati a Roma per il conclave.
La manifestazione, “intensa preghiera” per la Chiesa e il futuro Papa
La delusione per la mancata celebrazione dell'esposizione della veste papale alla presenza dei cardinali più importanti si è trasformata in "un'intensa preghiera per la Chiesa e per il futuro Papa", ha dichiarato all'epoca il vescovo di Pontoise a OSV News.
Il tema dell'unità sarà centrale durante la veglia allo stadio, che riunirà giovani provenienti da diversi contesti sociali. Saranno presenti numerosi giovani cattolici della diocesi di Saint-Denis, nota per i suoi quartieri operai con una significativa popolazione immigrata, insieme ad alcuni loro amici non cristiani.
I biglietti sono andati esauriti in pochi minuti.
Saranno presenti anche molti giovani provenienti da Parigi e da altre diocesi, tra cui alcuni che frequentano regolarmente comunità carismatiche o partecipano al pellegrinaggio di Pentecoste da Parigi a Chartres, che si svolge dopo la Messa in latino.
Ad agosto, i biglietti per assistere alla veglia con il Papa sono andati esauriti in pochi minuti dall'apertura delle iscrizioni. Pertanto, molti giovani la seguiranno in video venerdì sera durante eventi organizzati da parrocchie o scuole cattoliche.
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– Caroline de Sury scrive per OSV News da Parigi.
Queste informazioni sono state originariamente pubblicate da OSV News. Puoi consultarle. qui.
"Si queremos revertir la tendencia que marcan informes como PISA y devolver al esfuerzo, al rigor y al pensamiento crítico el lugar central que merecen en las escuelas, el primer paso inexcusable es despojar a la educación de la refriega partidista y simplificar su arquitectura jurídica".
Eloy Asenjo Carpintero-25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Il sistema scolastico spagnolo è fin troppo simile a un cantiere perenne dove, ogni pochi anni, si cambia l'architetto, si demoliscono a metà le fondamenta e si erige un edificio con progetti radicalmente diversi. Dall'inizio della nostra democrazia, il sistema scolastico ha subito ben otto diverse leggi organiche in appena quarant'anni. Questa instabilità legislativa trasforma le aule scolastiche in un laboratorio di sperimentazione politica e condanna scuole, insegnanti e famiglie a un perenne stato di disorientamento.
Un labirinto autonomo indigesto
Questo disordine a livello statale è aggravato da una complessità istituzionale ancora maggiore. Con le competenze in materia di istruzione completamente delegate alle comunità autonome, il panorama è talmente frammentato che per ogni regolamento approvato a livello nazionale, ne troviamo diciassette diversi a livello regionale.
Questa situazione confusa genera seri problemi, come la profonda asimmetria curriculare e l'assurdità degli esami di ammissione all'università. Poiché il titolo di studio ufficiale è rilasciato dallo Stato, dovrebbe prevalere un livello minimo di uniformità. Tuttavia, i requisiti degli esami di ammissione all'università (EBAU) variano da regione a regione, raggiungendo potenzialmente l'inaccettabile limite per cui alcune famiglie benestanti mandano i propri figli a studiare per il diploma di maturità in determinate regioni, nella speranza di ottenere una media più alta e accedere al corso di laurea desiderato presso l'università prescelta, violando così palesemente il principio delle pari opportunità.
A tutto ciò si aggiunge un'altra variabile cruciale, spesso trascurata nel dibattito pubblico: la gestione della lingua di insegnamento. Sebbene considerare le lingue co-ufficiali come una risorsa innegabile e di grande importanza sia un punto di partenza imprescindibile, in pratica la loro organizzazione nelle comunità che le adottano si trasforma spesso in un delicato dilemma politico. Se non gestite in modo equilibrato, queste lingue possono rappresentare un ulteriore ostacolo, incidendo direttamente e in modo tangibile su competenze fondamentali come la comprensione della lettura, il vocabolario e la corretta scrittura nella lingua comune dello Stato.
Il vero dibattito: al di là delle ideologie
Mentre il dibattito politico e mediatico tende a impantanarsi in questioni opportunistiche riguardanti la proprietà dei centri educativi, la difesa delle rispettive ideologie e l'eterna controversia sull'opportunità o meno di finanziarli parzialmente con fondi pubblici, dati recenti ci presentano una realtà infinitamente più fondamentale che dobbiamo affrontare senza esitazione.
A seguito dei risultati del Rapporto PISA 2025, la Confederazione spagnola dei centri di istruzione (CECE) ha accolto con profonda preoccupazione il diffuso calo del rendimento scolastico in Spagna, che ha registrato livelli storicamente bassi in matematica, lettura e scienze.
Come avverte il CECE, il problema non è semplicemente una questione di divari socioeconomici, poiché il declino è diffuso e colpisce anche ambienti tradizionalmente più privilegiati. Come sottolinea il suo presidente, Alfonso Aguiló, rigore accademico e sostegno devono andare di pari passo per aiutare chi è in difficoltà, continuando al contempo ad elevare gli standard di apprendimento di tutti gli studenti, ricordando che non possiamo accontentarci di ridurre i divari se l'intera popolazione studentesca apprende di meno. L'urgenza primaria di questa valutazione inizia con la comprensione della lettura, il fondamento invisibile su cui si basa tutto l'apprendimento futuro.
Valutare prima di legiferare di nuovo
Di fronte a questa debolezza strutturale, la tentazione per ministeri e dipartimenti è sempre la stessa: approvare una nuova legge o modificare i programmi di studio come se una gazzetta ufficiale avesse poteri magici. In contrasto con questo sterile attivismo legislativo, la CECE chiede un approccio più pragmatico, che preveda una valutazione pubblica e rigorosa dell'impatto delle politiche attuate prima di emanare nuove leggi.
Questa analisi richiede una condivisione onesta di prospettive tra l'INEE (Istituto Nazionale di Valutazione dell'Istruzione), le amministrazioni delle diverse regioni, le scuole di tutte le reti, le famiglie, gli insegnanti e gli esperti indipendenti, ascoltando veramente le voci di coloro che sono in classe ogni giorno. Nelle parole di Aguiló, la richiesta non è di bloccare la legislazione, ma piuttosto di capire cosa ha funzionato, cosa ha fallito e perché, prima di intraprendere nuove riforme, valutando le decisioni politiche e non solo il rendimento degli studenti.
Verso un orizzonte di stabilità
L'istruzione richiede pazienza storica, profondità e permanenza. Nessun sistema di eccellenza può essere improvvisato nei quattro anni di una legislatura, né può essere sostenuto da interventi regionali frammentari e non coordinati.
Pertanto, è urgente sollecitare un accordo nazionale che conferisca alle leggi sull'istruzione una validità che, a mio avviso, dovrebbe estendersi per almeno vent'anni, garantendo così l'intero ciclo di vita di almeno un'intera generazione di studenti secondo le stesse regole. Naturalmente, sostenere questo arco temporale esteso non significa instaurare un dogma inflessibile o abbandonare il buon senso: in questo lasso di tempo, è perfettamente possibile e auspicabile raggiungere un consenso su specifici adeguamenti o correzioni, ma sempre sulla base di una valutazione rigorosa e mai di capricci di parte.
Se vogliamo invertire la tendenza indicata da rapporti come PISA e restituire impegno, rigore e pensiero critico al posto che spetta loro nelle scuole, il primo passo essenziale è sottrarre l'istruzione alla politica di parte e semplificarne il quadro giuridico. Investire a lungo termine, con un'attenzione al bene comune, è l'unico modo per garantire con maturità il futuro dei nostri giovani.
El celibato no es un camino de aislamiento individualista, sino una vocación para amar y dejarse cuidar a través de una profunda red de relaciones con Dios, consigo mismo y con los demás.
Carlos Chiclana-25 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Sembra che per diventare sacerdote sia necessario essere addestrati a vivere in solitudine. Ma è davvero indispensabile? Potremmo forse preparare i candidati proprio a comprendere di non essere soli?
Sfatare il mito dell'isolamento
Potrebbe sembrare che vivere il celibato richieda di provare un sentimento di solitudine, mancanza, mancanza di affetto e disperazione che è intrinseco al dono. Se colui che sta per vivere il celibato celibato, Se credi a questa falsa premessa, potresti progettare e organizzare la tua vita con un individualismo che realizzerà la tua profezia e, di fatto, ti lascerà solo.
Se consideriamo che il sacerdozio è una chiamata a donarsi agli altri, condivisa con persone che hanno lo stesso carisma, e che si basa sul ricevere sostegno dagli altri, non dovrebbe esserci più solitudine della sana e originaria solitudine, contesto per una comunicazione intima con Dio, come spiega. San Giovanni della Croce: “In solitudine visse / e in solitudine ha già costruito il suo nido / e in solitudine guida / da sola il suo amato / anche lui in solitudine, ferito dall'amore.”.
I sei pilastri dell'intimità
Potrebbe sembrare paradossale che chi afferma di vivere con un cuore indiviso abbia un cuore pieno di persone con cui condivide l'intimità. Ma un segno di maturità nel vivere il celibato e la castità è la capacità di vivere e condividere la propria intimità in diverse sfere:
–con se stessiQuesto facilita la riflessione sul mondo e sulla vita interiore, con una consapevolezza di sé non filtrata e non ingannevole, consapevoli della propria grandezza come figli di Dio e della propria insignificanza di fronte al compito da affrontare con le sole proprie forze. In tal modo, si è connessi a se stessi, si conosce la propria natura e i propri bisogni specifici e ci si fa conoscere di conseguenza;
–con DioSi apre a Lui per sentire il Suo sguardo, per conoscere l'azione e il dono di Dio su di lui, per lasciarsi trasformare, per integrare la Sua logica e il Suo significato e per sviluppare una particolare complicità che solo Lui può assaporare;
-con il loro compagno spirituale: al quale comunica come si relaziona con Dio, come si trova nella sua missione, con trasparenza e con la speranza che il compagno sia un compagno consapevole, presente in quella relazione e non un mero funzionario, e consapevole che Dio è l'unico vignaiolo, e lascia la libertà sia a Dio che a colui che è accompagnato e non prende invano il nome di Dio attribuendosi la conoscenza della volontà di Dio;
-con i suoi amici: con cui condivide la sua vita, il suo percorso, i suoi desideri, i suoi sogni, i suoi progetti, i suoi dolori, ecc., e lascia che anche loro li condividano con lui, e si aiutano e si prendono cura l'uno dell'altro;
-con altri sacerdoti: Per il fatto fondamentale che condivide con loro l'esperienza di Dio, uno spirito, un carisma, un ideale, una missione, una filiazione, una fraternità, gioie, speranze, timori e sogni personali, e sa, sente e vive che essi sono fonte di salvezza, di sostentamento nel cammino ordinario. Con la sua comunità, si trova in un luogo sicuro, dove è protetto e trova sostegno spirituale ed edificazione umana. Lì può rafforzare il suo senso di appartenenza, lenire la solitudine, condividere domande personali e vivere la passione condivisa per qualunque cosa la vita gli riservi, dove può regolare le sue emozioni, dove può celebrare, al di là della mera cordialità o dell'affetto formale. Può accogliere altri sacerdoti nella sua vita ed entrare nella loro, riconoscere i loro bisogni e occuparsi prima di tutto di coloro che ne hanno più bisogno. La fraternità sarà vissuta come servizio e obbedienza naturale agli altri, come offerta agli altri del dono ricevuto;
-con la sua famiglia: con cui mantiene i legami. Sono la radice del suo attaccamento e condividono i suoi sogni e progetti; li rende partecipi della sua vita.
La maturità che consiste nel lasciarsi amare
Vivere con un cuore colmo d'amore è dunque possibile, perché si ama sempre in armonia con una terza parte, che è Dio; si ama l'altro in Dio, si ama Dio in loro e ci si lascia amare da loro con Dio. Si ama senza possedere e non ci si lascia possedere quando si è amati.
Comprenderà non solo di non essere solo, ma anche che non dovrebbe esserlo, perché la sua vocazione è amare ed essere amato. Maturerà nella consapevolezza del bisogno di ricevere ed essere trasformato; di prendersi cura ed essere accudito; di aiutare ed essere aiutato; di servire ed essere servito; di affidarsi a coloro che lo amano per coltivare lo scopo della sua vita. Sperimenterà l'azione di Dio in modo concreto attraverso la mediazione di coloro che lo amano, lo guidano, lo aiutano, lo accolgono, lo valorizzano, lo servono e così via.
Ti renderai conto di aver bisogno degli altri per sentirti realizzato, senza necessariamente dover intraprendere una relazione esclusiva, perché il tuo stato di celibato, ontologicamente parlando, è perfetto così com'è, a immagine e somiglianza di Dio, imitando Cristo. Lasciati amare. Non è bene che l'uomo sia solo.
Nel 2025, Prison Ministry ha assistito oltre 40.000 persone in Spagna.
A finales de 2025 había 62.398 personas presas en España. De ellas, más de 40.000 tuvieron contacto directo con la Iglesia a través de capellanes, voluntarios, parroquias, congregaciones y otras entidades eclesiales, según el Departamento de Pastoral Penitenciaria della Conferenza episcopale spagnola.
Redazione Omnes-24 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Oggi, 24 settembre, è la festa di Nostra Signora della Misericordia, Madre dei Prigionieri e Regina della Misericordia, patrona dei prigionieri e degli istituti penitenziari. E l'area di Pastorale carceraria della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), che appartiene alla Commissione episcopale per la cura pastorale sociale e lo sviluppo umano, ha reso pubblico il Rapporto 2025 sul ministero carcerario.
Delle 62.398 persone incarcerate in Spagna nel 2025, oltre 40.000 hanno potuto essere accompagnate dalla Chiesa lo scorso anno, attraverso cappellani, volontari, parrocchie, congregazioni e altre entità ecclesiali.
La memoria riflette una presenza che, come sottolinea il direttore del dipartimento, il Mercedario José María Carod, si sviluppa “spesso in silenzio, ma cerca di accompagnare, rendere visibile e migliorare la realtà” delle persone che scontano una pena detentiva.
Oltre mille programmi dentro e fuori dalle carceri
Il rapporto del 2025 del Dipartimento di Pastorale Penitenziaria dell'Europa centro-orientale comprende 1.076 programmi sviluppati all'interno e all'esterno degli istituti penitenziari, con la partecipazione di 1.910 volontari e 159 cappellani.
Si tratta di un'attività che la Chiesa ha sviluppato lo scorso anno per accompagnare sia le persone private della libertà, sia le loro famiglie, sia le vittime.
Dei 1.076 programmi, 936 sono stati realizzati all'interno delle carceri e 140 al di fuori di esse.
Complessivamente, grazie a queste azioni sono state assistite 40.289 persone, mentre 3.722 persone hanno partecipato o sono state coinvolte nelle diverse iniziative, riferisce il CEE.
All'interno del sistema carcerario sono stati implementati 573 programmi religiosi, comprendenti 768 gruppi e attività pastorali, con la partecipazione di 21.270 persone. A questi si sono aggiunti 341 programmi sociali, 22 programmi legali e diverse iniziative di sostegno e assistenza.
3.193 persone hanno ricevuto assistenza in 90 rifugi.
Al di fuori delle carceri, l'attività si concentrava principalmente sul sostegno sociale e sull'assistenza alla comunità. Il Servizio di Assistenza Penitenziaria gestiva 90 rifugi, fornendo servizi a 3.193 persone, e supportava inoltre 621 individui attraverso programmi di servizio alla comunità.
Sono stati inoltre sviluppati ventisette programmi legali, a beneficio di 399 persone.
Una presenza sostenuta da cappellani (159) e volontari
Il rapporto mette in luce il ruolo delle persone che rendono possibile questa presenza della Chiesa nel sistema carcerario. Nel 2025, hanno partecipato 1.910 volontari laici e 159 cappellani, insieme a 667 organizzazioni collaboratrici.
Nel corso dell'anno sono stati registrati anche 804 incontri e attività formative, finalizzati a rafforzare la preparazione e il sostegno di coloro che svolgono il loro servizio nella pastorale carceraria.
Il rapporto evidenzia inoltre la necessità di migliorare i canali di formazione iniziale e continua per gli operatori, i volontari e i cappellani che si occupano di pastorale carceraria. "Abbiamo riscontrato una carenza di personale. Dobbiamo definire chiaramente la vocazione al servizio dei detenuti", si legge in questo riepilogo dell'anno.
Accompagnare, ascoltare: “un'altra prigione è possibile”
Oltre ai dati, il Rapporto 2025 sottolinea un modo specifico di intendere la presenza della Chiesa nelle carceri: "Vogliamo dimostrare che è possibile un altro tipo di prigione, attraverso l'ascolto, la sensibilizzazione, l'umanità, la comprensione, le opportunità e il perdono", afferma José María Carod.
Il Dipartimento di Pastorale Penitenziaria esprime inoltre la volontà di intraprendere azioni concrete nell'accompagnamento di vittime e carnefici: "Essere presenti nel dolore di tante famiglie ferite da entrambe le parti. E soprattutto, raggiungere un coordinamento così totale da essere di per sé un'opera di evangelizzazione".
Oltre 3,6 milioni di euro sono stati raccolti
Secondo i dati complessivi del rapporto, le attività svolte nel corso del 2025 hanno beneficiato di un contributo del Ministero delle Carceri pari a 3,6 milioni di euro: 1,5 milioni destinati alle cappellanie e 2,1 milioni ai centri di accoglienza.
Nel loro insieme, i dati riflettono un'ampia rete di presenza e sostegno attorno a questa realtà, e lui sottolinea: "Continuiamo senza sosta. Perché l'obiettivo finale è chiaro: sostenere, sensibilizzare e migliorare la realtà – per ora ancora inevitabile – della detenzione".
«"Preferirono la morte": i martiri di Los Carmes che Leone XIV visiterà
Sabato 26 settembre, Leone XIV visiterà l'Istituto Cattolico di Parigi. Prima di rivolgersi all'Assemblea del Sinodo provinciale, visiterà il luogo in cui, nel 1792, più di cento uomini furono assassinati per essersi rifiutati di prestare giuramento contrario alla fede.
Gonzalo Meza-24 settembre 2026-Tempo di lettura: 5minuti
I parigini lo chiamano "la Catho": l'Istituto Cattolico di Parigi (ICP). Sabato 26 settembre ospiterà Papa Leone XIV, che incontrerà lì i membri dell'Assemblea sinodale provinciale, i catecumeni e i neofiti per ascoltare e discutere il fenomeno dell'aumento esponenziale di adulti (soprattutto giovani) che chiedono il battesimo in Francia.
Prima dell'incontro, il Papa visiterà la Chiesa di Saint-Joseph-des-Carmes, fondata nel 1613 da Maria de' Medici e dedicata a San Giuseppe nel 1625. Pregherà brevemente con studenti, professori e seminaristi. In seguito, percorrerà il tragitto dei martiri del 2 settembre 1792 fino all'Auditorium Georges Bernanos.
La chiesa di Saint-Joseph-des-Carmes apparteneva al vecchio convento dove, il 2 settembre 1792, il martiri del Carmen, Tra questi si annovera San Salomone Leclercq. Nella cripta di questa chiesa si trova anche la tomba del Beato Frédéric Ozanam.
La storia del convento carmelitano
Nel 1610, tre frati carmelitani scalzi giunsero a Parigi: Tommaso di Gesù, Denys de la Mère de Dieu e Bernardo di San Giuseppe. Maria de' Medici prese la fondazione sotto la sua protezione e nel 1611 fu inaugurato il convento di Rue Vaugirard.
Qui caddero (Hic ceciderunt)
Il 17 agosto 1792, i frati carmelitani ricevettero l'ordine di lasciare il convento. La chiesa era già stata trasformata in prigione per i sacerdoti che si rifiutavano di giurare fedeltà alla Costituzione civile del clero, approvata dall'Assemblea nazionale francese nel 1790. I prigionieri erano 160.
Le guardie dormivano all'interno della chiesa e ai prigionieri non era permesso celebrare la Messa. Ciononostante, organizzavano la loro vita religiosa in tre gruppi guidati dai vescovi: alcuni pregavano, altri recitavano l'Ufficio Divino e gli altri ancora riposavano.
Il 2 settembre, verso le quattro del pomeriggio, degli uomini armati fecero irruzione e inscenarono un finto processo. Uno alla volta, i membri del clero furono invitati a prestare il giuramento che in precedenza si erano rifiutati di pronunciare. Chi si rifiutava veniva condannato a morte. Nel giro di circa due ore, si contavano circa 115 cadaveri. Il giorno seguente, i corpi furono gettati in un pozzo o portati al cimitero.
Oggi, sulla scalinata del martirio, nel giardino dell'antico convento, una targa commemora questo evento: Hic ceciderunt, "Qui caddero." Nella cripta, un'altra iscrizione riassume la ragione della loro morte: «Avendo preferito la morte alla violazione della santa legge di Dio, furono massacrati.».
Dal convento all'università
In seguito al massacro del 1792, il convento carmelitano fu venduto come proprietà statale. Nel 1797 fu acquistato dalla suora carmelitana Camille de Soyécourt e nel 1845 le suore lo cedettero all'arcivescovo di Parigi, monsignor Denys Affre, che vi fondò la Scuola Superiore di Studi Ecclesiastici. Nel 1875, il convento ospitò i primi corsi dell'Istituto Cattolico. Nel 1919, aprì il Seminario Carmelitano, accogliendo seminaristi provenienti da diverse diocesi di Francia. Rimase attivo fino al 2026, quando i seminaristi si trasferirono al nuovo seminario universitario di Issy-les-Moulineaux, vicino a Parigi.
Salomon Leclercq: «Saldo nella fede»
Tra coloro che furono imprigionati nel massacro del 1792 c'era Salomon Leclercq, segretario del superiore generale dei Fratelli delle Scuole Cristiane (Fratelli De La Salle). Si sono conservate quasi 130 sue lettere, scritte alla famiglia tra il 1768 e il 1792. Fin da giovane, desiderava vivere unicamente per Dio.
Figlio di un mercante di Boulogne-sur-Mer, fu mandato a Parigi per imparare il mestiere. La città lo disorientò. Nel 1767 entrò nel noviziato dei Fratelli. Svolse le funzioni di insegnante, formatore e amministratore, e nel 1787 divenne segretario del superiore generale.
Nel 1791, quando i Fratelli furono costretti ad abbandonare le loro case, egli si vestì in abiti civili e rimase a guardia della sede del consiglio generale. Il 15 agosto 1792 scrisse alla sorella: "Le tribolazioni che soffriamo quaggiù sono temporanee, e la ricompensa che ci attende sarà eterna". Quella stessa notte, le guardie entrarono nella casa di rue Neuve e lo condussero al convento dei Carmes.
Il 2 settembre 1792 fu giustiziato sui gradini del giardino interno del convento carmelitano per essersi rifiutato di giurare fedeltà alla Costituzione civile del clero. Decenni dopo, nel 1831, sua sorella Rosalie consegnò quelle lettere alla famiglia con un avvertimento: "Custoditele con cura; sono le lettere di un santo".
Il 1° ottobre 1926, un decreto papale riconobbe il martirio di 191 vittime del settembre 1792. Pio XI le beatificò il 17 ottobre dello stesso anno. Erano morte in quattro luoghi di Parigi: Les Carmes, l'abbazia di Saint-Germain-des-Prés, il seminario di Saint-Firmin e la prigione di La Force. Il 16 ottobre 2016, Papa Francesco ha canonizzato Salomone Leclercq.
Frédéric Ozanam: "la via verso la santità"«
Frédéric Ozanam nacque a Milano il 23 aprile 1813 e crebbe a Lione. Si trasferì a Parigi per studiare, dove si laureò in giurisprudenza, conseguì un dottorato e insegnò alla Sorbona.
Nel 1833, all'età di 20 anni, riunì un gruppo di compagni di studi per aiutare i poveri. Suor Rosalie Rendu, una Figlia della Carità, li guidò verso le famiglie del quartiere di Mouffetard. Da quella prima Conferenza di Carità nacque la Società di San Vincenzo de' Paoli, che si diffuse presto in tutta Europa e nel mondo. Ozanam promosse anche le Conferenze Quaresimali a Notre-Dame, per offrire ai giovani una formazione religiosa che rispondesse ai loro interrogativi.
Sposò Amélie Soulacroix ed ebbe una figlia, Marie. Viveva nel quartiere e pregava spesso nella chiesa di Les Carmes, allora gestita dai domenicani, dove faceva visita al suo amico Lacordaire. Nel 1848 chiese all'arcivescovo di Parigi, monsignor Affre, di recarsi sulle barricate per cercare di placare gli scontri; l'arcivescovo fu ucciso lì da un proiettile vagante.
Ozanam morì a Marsiglia l'8 settembre 1853, all'età di 40 anni. Il 28 settembre, il suo corpo fu sepolto nella cripta di Les Carmes, dove riposa ancora oggi. Giovanni Paolo II lo beatificò nella cattedrale di Notre-Dame il 22 agosto 1997, durante la Giornata mondiale della gioventù a Parigi.
In una delle sue lettere all'amico Louis Janmot, Ozanam parla dei poveri: "Voi siete per noi le sacre immagini del Dio che non vediamo e, non sapendo amarlo in altro modo, lo amiamo in voi". Papa Giovanni Paolo II lo presentò come precursore della dottrina sociale della Chiesa, perché comprese che la carità deve condurre all'azione contro le ingiustizie, e come modello per insegnanti e studenti. Al termine della sua omelia, si rivolse direttamente a lui: "Frédéric, il tuo cammino è stato veramente un cammino di santità".
L'ex convento fa ora parte del campus principale dell'ICP. Comprende sei facoltà: Diritto Canonico; Filosofia; Scienze Sociali, Economia e Diritto; Letteratura; Scienze della Formazione; e Teologia. Conta circa 10.000 studenti distribuiti su tre campus: Parigi, Reims e Rouen. L'ICP conferisce tre titoli canonici: Laurea Triennale, Licenza e Dottorato; rilascia inoltre diplomi statali in collaborazione con l'Università di Strasburgo.
La visita di Papa Leone XIV in Francia, dal 25 al 28 settembre, giunge 18 anni dopo il viaggio di Benedetto XVI a Parigi e Lourdes (2008). San Giovanni Paolo II si è recato in Francia otto volte, anche in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù del 1997, e Francesco ha visitato la Francia tre volte.
Redazione Omnes-24 settembre 2026-Tempo di lettura: 5minuti
Papa Leone XIV sarà il primo Papa a visitare la Francia dai tempi di Benedetto XVI nel 2008, 18 anni fa, ma anche il primo Papa americano a farlo, e il primo dopo un periodo in cui il suo predecessore, Papa Francesco, ha visitato il territorio francese tre volte senza effettuare una visita ufficiale a Parigi (Strasburgo (2014), Marsiglia (2023) e Ajaccio, Corsica (2024)).
I giovani che incontrarono Papa Benedetto XVI nella cattedrale di Notre-Dame nel 2008 sono ora a loro volta genitori, e i loro figli attendono con impazienza la visita del Papa: il primo incontro papale della loro vita e il primo "in età adulta" per i loro genitori (Vatican News).
Benedetto XVI nel 2008
Benedetto XVI ha compiuto la sua unica visita in Francia dal 12 al 15 settembre 2008, in un viaggio apostolico incentrato in particolare sul 150° anniversario delle apparizioni della Vergine Maria a Lourdes.
Ha iniziato la sua visita a Parigi, dove è stato ricevuto dal presidente Nicolas Sarkozy al Palazzo dell'Eliseo e ha incontrato autorità, rappresentanti della comunità ebraica e personalità del mondo culturale al Collège des Bernardins. Ha inoltre celebrato i Vespri a Notre-Dame e una grande Messa all'Esplanade des Invalides.
Veduta generale di Parigi, con la cattedrale di Notre Dame (Foto di OSV News/Christian Hartmann, Reuters).
Fede, ragione, cultura e la ricerca della verità
Al Collège des Bernardins, il Papa tedesco ha pronunciato uno dei discorsi intellettualmente più brillanti del viaggio, incentrato sul rapporto tra fede, ragione, cultura e ricerca della verità.
Il giorno seguente si recò a Lourdes, dove visitò i luoghi legati a Santa Bernadette, la Grotta delle Apparizioni e partecipò alla processione con le fiaccole. Il 14 settembre presiedette la Messa in commemorazione del 150° anniversario delle apparizioni e incontrò i vescovi francesi; il giorno dopo celebrò la Messa per gli ammalati prima di tornare a Roma.
XII Giornata mondiale della gioventù 1997
San Giovanni Paolo II visitò la Francia in otto occasioni, e una delle più importanti fu il suo viaggio a Parigi dal 21 al 24 agosto 1997, in occasione della XII Giornata Mondiale della Gioventù.
Il Papa ha incontrato giovani provenienti da tutto il mondo al Campo di Marte e si è rivolto a loro con un messaggio sulla loro responsabilità per il futuro e sui valori spirituali che rendono possibile una vita libera.
In quei giorni visitò anche la cattedrale di Évry, rivolse un messaggio ai giovani incarcerati, presiedette la Via Crucis e celebrò a Notre-Dame la beatificazione di Frédéric Ozanam, fondatore delle Conferenze di San Vincenzo de' Paoli.
Giornata mondiale della gioventù a Parigi, Longchamp, 24 agosto 1997 (@Marc Baronnet, Wikimedia Commons).
Grande veglia battesimale e Messa all'ippodromo
Il momento culminante fu la grande veglia battesimale del 23 agosto e, il giorno seguente, la Messa per la Giornata Mondiale della Gioventù all'ippodromo di Longchamp, davanti a una moltitudine di giovani, nella quale Giovanni Paolo II commentò il passo evangelico “Maestro, dove abiti?” (Gv 1,38) e presentò la ricerca di Cristo come risposta alla domanda fondamentale sul senso della vita.
Un po' di storia: 176 anni senza una visita papale
San Giovanni Paolo II fu il primo papa a visitare la Francia (nel 1980) dal 1804, ovvero dopo 176 anni dalla visita di Pio VII. Le otto visite del papa polacco furono le seguenti:
1980: Parigi e Lisieux
1983: Lourdes
1986: Lione, Taizé, Paray-le-Monial, Ars, Annecy
1988: Strasburgo, Metz e Nancy
1996: Reims e altre località
1997: Parigi, in occasione della Giornata mondiale della gioventù.
2004: Lourdes
Pio VII Si trovava in Francia tra il 1804 e il 1805, convocato da Napoleone per l'incoronazione imperiale a Notre-Dame de Paris. Arrivò a Parigi nel novembre del 1804 e vi rimase per diversi mesi; visitò persino Versailles.
Visite papali passate
Prima di lui, le fonti storiche registrano visite papali molto antiche: Stefano II (752): Attraversò le Alpi per incontrare Pipino il Breve; fu il primo papa ad entrare nel territorio del regno dei Franchi. Giovanni VIII (878): viaggiò nel regno dei Franchi. Leone IX (1049): viaggiò attraverso il territorio francese. Urbano II (1095): Passò per Valence e Le Puy mentre si recava al Concilio di Clermont, dove predicò la Prima Crociata.
17 papi francesi e 217 papi italiani
A proposito dei Papi, sapevate che la Francia è il secondo paese di origine dei Papi (17), sebbene molto indietro rispetto all'Italia (217), secondo fonti vaticane?
Considerando come criterio il paese attuale in cui si trova il luogo di nascita, gli elenchi storici contano 217 papi nati nel territorio dell'attuale Italia, contro i 17 nati nel territorio dell'attuale Francia.
Successivamente, a notevole distanza, troviamo la Germania con 6; la Siria con 5-6 a seconda dei criteri storici utilizzati; la Grecia con 4, la Tunisia con 3, e così via. Queste cifre vanno prese con una certa cautela quando si considerano i pontefici del Medioevo, poiché all'epoca non esistevano gli stati nazionali moderni e alcuni luoghi di nascita appartenevano ad altre entità politiche.
I sette papi di Avignone, tutti francesi
Dei 17 papi francesi, sette provenivano dal cosiddetto papato di Avignone: Clemente V, Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V e Gregorio XI. Tutti francesi occuparono la sede papale durante il periodo comunemente noto come papato di Avignone (1309-1377), sebbene Clemente V fu eletto papa nel 1305 e Gregorio XI morì a Roma nel 1378, dopo essere tornato da Avignone.
Sembra significativo che, da Gregorio XI a Leone XIV, nessun Papa nato nel territorio dell'attuale Francia sia stato rieletto.
Per quanto riguarda il ruolo che Santa Caterina da Siena (1347-1380) ha svolto nel ritorno dei papi a Roma, puoi consultare qui.
Papa Leone XIV si recherà a Lourdes.
Il viaggio Il viaggio apostolico da Leone XIV in Francia durerà quattro giorni e si articolerà in cinque tappe: la sede del UNESCO, Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz.
La visita di Papa Leone XIV a Lourdes Avverrà dopo le due celebrazioni di San Giovanni Paolo II, nel 1983 e nel 2004, e quella di Benedetto XVI nel 2008, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni, come è stato notato.
Azioni, non parole. Ventiseiesima domenica del Tempo Ordinario (Anno A)
Vitus Ntube nos comenta las lecturas del Domingo XXVI del tiempo ordinario (A) correspondiente al día 27 de septiembre de 2026.
Vitus Ntube-24 settembre 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Un filo conduttore lega le letture di domenica scorsa a quelle di oggi. Entrambe ci ricordano che il modo di pensare e di agire di Dio è molto diverso dal nostro. Domenica scorsa è stato Isaia a proclamarlo; oggi, tramite il profeta Ezechiele, il Signore si rivolge a noi in modo ancora più diretto: “Insisti: ‘'Le vie del Signore non sono giuste'’. Ascoltate, casa d'Israele: è forse ingiusta la mia via? Non è piuttosto la vostra ad essere ingiusta?"
Il Vangelo di domenica scorsa parlava del generoso invito di Dio rivolto a tutti:“Andate anche voi nella mia vigna”Dio non vuole che nessuno rimanga spiritualmente disoccupato. Il Vangelo di oggi fa un passo in più. Ci ricorda che la chiamata di Dio attende sempre una risposta libera. Dio non costringe mai nessuno a servirlo. Lavorare nella sua vigna richiede un "sì" libero e generoso, un "sì" espresso non solo a parole, ma soprattutto con i fatti.
Gesù illustra questo insegnamento con la parabola dei due figli. Il padre chiede a ciascuno di loro di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde con enfasi:“Non voglio”Ma poi cambia idea e se ne va. Il secondo risponde rispettosamente:“Arrivo, signore.”Tuttavia, non fu così. Quando Gesù chiese quale dei due avesse compiuto la volontà del Padre, tutti risposero: il primo. La lezione è chiara: ciò che conta sono le azioni, non le parole. Come dice il proverbio: "È più facile a dirsi che a farsi".
La parola chiave nella parabola non è semplicemente "andò", ma "si pentì". Il primogenito cambiò idea. Permise che la volontà del padre prevalesse sulla sua.
La conversione è sempre un cambiamento di direzione verso la giusta destinazione. C.S. Lewis lo esprime mirabilmente in Cristianesimo puro e semplice: "Tutti desideriamo progredire. Ma progredire significa avvicinarsi al nostro obiettivo. Se abbiamo imboccato la strada sbagliata, continuare non ci avvicinerà alla meta. Se ci troviamo sulla strada sbagliata, progredire significa tornare indietro e imboccare quella giusta; e in tal caso, chi torna indietro per primo è colui che veramente progredisce.".
Gesù è il perfetto contrasto con il secondogenito della parabola. Egli è il vero Figlio che non solo dice "sì" al Padre, ma porta quel "sì" alle sue estreme conseguenze. In Gesù non c'è distanza tra parola e azione. Tutta la sua vita è un perfetto "sì" al Padre.
La Marcia per la Vita in Svizzera si svolge tra contro-manifestazioni e cannoni ad acqua.
Unos 2.200 defensores de la vida participaron en la Marcha por la Vida de Suiza, marcada por los enfrentamientos con contramanifestantes y una disputa judicial por su celebración en el centro de Zúrich.
Con lo slogan "Insieme per la vita!", circa 2.200 attivisti pro-vita si sono riuniti a Zurigo il 19 settembre per la Marcia per la Vita (Marsch fürs Läbe), la manifestazione annuale svizzera. Quest'anno, il messaggio centrale della manifestazione è stato posto sulla responsabilità paterna, esortando gli uomini ad assumersi il dovere di sostenere le madri in caso di gravidanze indesiderate e di proteggere i nascituri.
All'incontro hanno partecipato famiglie con bambini, giovani adulti, leader religiosi e personalità pubbliche. Tra questi, Nicolas Kolly, consigliere nazionale del Partito Popolare Svizzero ed ex membro della Guardia Svizzera Pontificia. Durante l'evento, Kolly ha esortato la società a "dare voce a chi ancora non ne ha" e ha invitato i genitori ad assumersi la responsabilità di proteggere e prendersi cura dei propri figli.
Tuttavia, la marcia si è scontrata anche con dei contro-manifestanti, trasformando questo evento annuale nell'ultimo capitolo di una disputa su dove e a quali condizioni la Marcia per la Vita possa svolgersi a Zurigo.
I contro-manifestanti tentano di bloccare la marcia
Poco dopo l'inizio della processione, circa 200 contro-manifestanti mascherati in bicicletta hanno tentato di interrompere la marcia. Con striscioni recanti slogan come "Il mio corpo, la mia scelta" e "Bruciamo il patriarcato", i manifestanti hanno fatto esplodere petardi, rovesciato cestini della spazzatura sulla strada e bloccato tratti del percorso.
La polizia municipale di Zurigo ha reagito creando un perimetro di sicurezza attorno ai manifestanti ed emettendo ordini di dispersione. Quando gli ostacoli persistevano, gli agenti hanno utilizzato due cannoni ad acqua per sgomberare le strade. La polizia ha anche verificato l'identità di diverse decine di persone e ha intimato ai presunti trasgressori di lasciare la zona.
L'intervento ha permesso alla marcia di proseguire lungo il percorso previsto. Gli organizzatori hanno riferito che nessun partecipante pro-vita è rimasto ferito.
La risposta della polizia è particolarmente rilevante perché le preoccupazioni per la sicurezza sono al centro di una disputa tra il consiglio comunale e gli organizzatori della Marcia per la Vita da diversi anni.
Perché la marcia si svolge a Oerlikon?
Per il sesto anno consecutivo, la Marcia per la Vita non ha potuto svolgersi nel centro di Zurigo. L'evento si è tenuto invece a Oerlikon, un quartiere commerciale e residenziale alla periferia nord della città.
La marcia in sé era autorizzata, ma agli organizzatori non è stato concesso il permesso di tenere l'evento nel centro di Zurigo. Le autorità cittadine hanno citato preoccupazioni relative a possibili contro-manifestazioni e alla sicurezza pubblica.
Gli organizzatori sostengono che le restrizioni abbiano una conseguenza significativa che va oltre il semplice cambio di percorso. Una manifestazione in un centro urbano trafficato può raggiungere persone che non sono venute appositamente per parteciparvi. Spostare l'evento in periferia, affermano, riduce significativamente tale visibilità pubblica.
Beatrice Gall, presidente di Marsch fürs Läbe, ha inoltre spiegato che la scelta del luogo è importante perché l'obiettivo della marcia è anche quello di sensibilizzare l'opinione pubblica su temi quali l'aborto, il sostegno alle donne in gravidanza e le politiche familiari.
Per gli organizzatori, gli eventi del 19 settembre sollevano quindi un interrogativo: se la polizia può proteggere la marcia quando i contro-manifestanti cercano di interromperla, la possibilità di tale interruzione dovrebbe determinare dove la marcia può svolgersi?
L'argomentazione del "diritto di veto dei piantagrane"«
Gli organizzatori descrivono la questione come qualcosa di più di un semplice disaccordo sui permessi. Gall ha sostenuto che spostare ripetutamente una manifestazione pacifica a causa di comportamenti previsti da parte degli oppositori rischia di creare quello che a volte viene definito un "veto dei facinorosi". In questo contesto, la preoccupazione è che gli oppositori possano influenzare la concessione o meno di una manifestazione in un determinato luogo semplicemente minacciando di interromperla.
Gli organizzatori sostengono, al contrario, che le autorità dovrebbero proteggere un raduno lecito e, allo stesso tempo, agire contro coloro che violano la legge.
Sottolineano inoltre quella che considerano una disparità di accesso allo spazio pubblico. Secondo gli organizzatori, Zurigo ospita regolarmente eventi culturali, manifestazioni politiche e altre grandi dimostrazioni nel centro città. Sostengono che la Marcia per la Vita dovrebbe essere soggetta alle stesse regole generali.
La questione è ora diventata oggetto di un ricorso legale formale.
Una disputa che dura da sei anni finisce in tribunale
Gli organizzatori della «Marsch fürs Läbe» hanno avviato un'azione legale contro le restrizioni comunali e hanno lanciato una petizione pubblica per chiedere una modifica della politica di rilascio dei permessi.
La petizione sollecita la direttrice della sicurezza di Zurigo, Karin Rykart, a ripristinare la parità di accesso agli spazi pubblici centrali, ad applicare criteri coerenti ai gruppi che desiderano organizzare manifestazioni pubbliche e a difendere il diritto di riunione pacifica.
Gli organizzatori citano anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in materia di riunione pacifica. La loro posizione è che le autorità abbiano la responsabilità di proteggere le manifestazioni pacifiche, comprese quelle controverse o che potrebbero provocare opposizione.
La loro argomentazione giuridica non nega che le autorità pubbliche debbano tenere conto della sicurezza. Piuttosto, mette in discussione se la reazione prevista da parte dell'opposizione debba essere considerata una ragione sufficiente per limitare la manifestazione pacifica stessa.
Gli eventi di Oerlikon hanno fornito agli organizzatori un esempio concreto di tale tesi: nonostante i tentativi di ostacolare la marcia, la polizia è riuscita a intervenire, a sgomberare il percorso e a permettere alla marcia di proseguire.
Portare il messaggio pro-vita oltre la marcia
Jonas Streule, direttore regionale di ProLife Europe in Svizzera, ha spiegato a Omnes che la percezione pubblica del movimento pro-vita svizzero può talvolta essere influenzata da brevi video controversi sui social media. Ha affermato che il lavoro di sensibilizzazione della sua organizzazione nelle università adotta un approccio diverso, concentrandosi sul dialogo diretto con gli studenti.
Streule ha descritto come l'aborto venga discusso "faccia a faccia, con cura", pur affrontando l'argomento con chiarezza. Ha affermato di incontrare raramente studenti che considerino attivamente l'aborto auspicabile o che reagiscano con ostilità durante queste conversazioni, aggiungendo di non aver "mai ricevuto una sola parola scortese" durante il suo lavoro di sensibilizzazione con gli studenti.
Ricordò due giovani che si erano "intrufolati" nella marcia e avevano attaccato bottone con alcuni membri di ProLife Europe. Più tardi, li rivide, questa volta tra un gruppo di manifestanti che "urlavano e strepitavano".
Ma i due giovani rimasero in disparte. Streule notò che erano "chiaramente a disagio" e "non si univano alle grida". Ricordando la loro precedente conversazione pacifica, sentì che l'incontro con ProLife Europe aveva fatto la differenza. "Mi sono reso conto che, per quei due, conoscere la nostra posizione aveva placato i loro animi", ha detto. "Sono certo al 100% che i loro cuori siano cambiati".
Per Streule, conversazioni come queste sono un modo importante per superare la polarizzazione su Internet e per coinvolgere direttamente i giovani in temi quali l'aborto, la gravidanza, la vita familiare e la dignità umana.
Questo approccio spiega anche perché gli organizzatori attribuiscono tanta importanza alle manifestazioni pubbliche. Considerano la marcia non solo un evento per coloro che già sostengono la posizione pro-vita, ma anche un'opportunità per entrare in contatto con un pubblico più ampio.
Cosa succederà dopo?
Gli organizzatori desiderano che la Marcia per la Vita torni nel centro di Zurigo e sostengono che alle manifestazioni pacifiche non dovrebbe essere negato l'accesso agli spazi pubblici semplicemente perché gli oppositori minacciano di interromperle. Le autorità cittadine continuano a citare problemi di sicurezza pubblica nel decidere dove si terrà l'evento.
Il procedimento legale ora affronterà tale controversia. In gioco non c'è solo il luogo in cui si svolge una marcia annuale, ma una questione più ampia: come le autorità pubbliche devono bilanciare la libertà di riunione con la sicurezza pubblica quando gruppi contrapposti si riuniscono nella stessa città?.
Per «Marsch fürs Läbe», la posizione è chiara: il diritto alla libera espressione pacifica deve essere tutelato anche quando il messaggio è controverso e suscita forti opposizioni.
Fulton J. Sheen, il "microfono di Dio", sta per essere dichiarato beato.
La Iglesia beatifica este jueves a Fulton J. Sheen, conocido como el ‘micrófono de Dios’. El venerable Fulton J. Sheen es recordado como uno de los evangelistas más influyentes e innovadores de la historia estadounidense. Proclamó la verdad divina a millones de personas a través de radio, prensa y televisión.
OSV / Omnes-23 settembre 2026-Tempo di lettura: 7minuti
– Michael R. Heinlein
È arrivata la beatificazione dell'arcivescovo Fulton J. Sheen. Nella sua qualità di delegato papale di papa Leone XIV, l' Cardinale Luis A. Tagle presiederà il Messa di beatificazione a San Luis, a circa 270 chilometri a sud-ovest, questo giovedì 24 settembre.
Alle 13:30 (ora centrale), inizierà la processione per la Messa di beatificazione, durante la quale verrà letta una breve biografia dell'arcivescovo Sheen. Il cardinale Tagle leggerà anche una lettera apostolica da Papa Leone XIV Il proclama, pronunciato in latino e ripetuto in inglese, dichiara che l'arcivescovo Sheen detiene ora il titolo di "Beato". La sua reliquia verrà quindi presentata alla venerazione e all'incensazione.
Sacerdote fin da giovanissimo
Nato a El Paso, Illinois (Stati Uniti) l'8 maggio 1895, l'arcivescovo Sheen decise in giovane età di servire la Chiesa come sacerdote. Noto per il suo costante interesse per i libri, dopo la sua ordinazione sacerdotale il 20 settembre 1919, fu assegnato al ministero accademico nella diocesi di Peoria. Filosofo nell'animo, l'arcivescovo Sheen affermò che i suoi obiettivi per il sacerdozio erano "conoscere due cose: ciò che pensa il mondo e come rispondere agli errori alla luce della filosofia di San Tommaso d'Aquino".
Uno zelo straordinario per le anime
Dopo aver studiato in Europa, lo attendeva un futuro promettente come insegnante. Tuttavia, dovette tornare a Peoria per servire come viceparroco in una parrocchia povera del centro città, una vera prova di obbedienza.
L'arcivescovo Sheen si dedicò interamente all'opera, dimostrando uno straordinario zelo per le anime. Nell'ambito del suo ministero parrocchiale, intraprese una campagna di evangelizzazione porta a porta.
In meno di un anno, l'arcivescovo Sheen ottenne una cattedra presso la Catholic University of America di Washington, incarico che mantenne per 25 anni. Divenne presto uno dei professori più apprezzati del campus, noto per le sue lezioni dinamiche e stimolanti. Durante quel periodo, scrisse più della metà dei suoi quasi 70 libri.
L'arcivescovo Fulton J. Sheen è ricordato come uno degli evangelisti più influenti e innovativi della storia americana. Sheen ha proclamato la verità divina in modo pacifico ma al contempo profondamente ispiratore a milioni di persone attraverso la radio, la stampa e la televisione. (Foto d'archivio di OSV News).
Eloquenza, programmi radiofonici
L'eloquenza dell'arcivescovo Sheen è stata un successo, in parte, dovuto alla sua decisione di non utilizzare appunti. La sua padronanza della materia è stata forgiata da ore di preparazione e memorizzazione.
Negli anni '30 e '40, l'arcivescovo Sheen divenne ampiamente noto come conduttore di "The Catholic Hour", un programma trasmesso a livello nazionale dalla radio NBC di New York.
Si affermò come una voce influente a livello nazionale: un profeta che proclamava la verità e si esprimeva su vari argomenti, in particolare sulle minacce poste dal comunismo. Per questo motivo, fu persino oggetto di un'indagine dell'FBI.
Energia per alimentare missioni in tutto il mondo
In seguito alla sua nomina a direttore della Società per la Propagazione della Fede nel 1950, l'arcivescovo Sheen dovette lasciare il suo incarico di insegnante e trasferirsi a New York. L'anno successivo fu nominato vescovo ausiliare di New York e ordinato sacerdote a Roma l'11 giugno 1951. L'arcivescovo Sheen iniziò con grande energia la sua opera a sostegno delle missioni mondiali, e i suoi sforzi innovativi gli permisero di evangelizzare contemporaneamente.
Un pubblico di 30 milioni di persone e vincitore di un Emmy
Il martedì sera, tra il 1952 e il 1957, l'arcivescovo Sheen condivideva verità eterne con un pubblico stimato di 30 milioni di persone attraverso il suo programma televisivo "La vita vale la pena di essere vissuta". Con apparente facilità e un'eloquenza accattivante, aiutava i telespettatori a trovare un senso alla vita e li guidava verso il divino, sempre con il suo famoso mantello e la lavagna.
Inoltre, l'arcivescovo Sheen guadagnò milioni di dollari in pubblicità, che (insieme ai profitti dei suoi libri) sostenevano direttamente le missioni. Dedicava un'ora alla preparazione di ciascuna delle sue trasmissioni di 30 minuti. Come in classe, si rifiutava di usare appunti; al contrario, presentava i testi delle sue lezioni televisive in italiano e francese.
Dopo il suo primo anno in televisione, l'arcivescovo Sheen ha vinto un Emmy come miglior personaggio televisivo. Al momento della premiazione, ha ringraziato calorosamente i suoi autori: Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Arcivescovo Fulton J. Sheen (foto d'archivio OSV News).
Predicatore molto richiesto
Gli scritti e le prediche dell'arcivescovo Sheen erano ispirati da una fede vibrante ed eroica. Nei suoi viaggi in giro per il mondo, visitando le missioni, attirava folle immense. Era un predicatore molto richiesto; i suoi sermoni del Venerdì Santo nella gremita Cattedrale di San Patrizio a New York sono diventati leggendari.
Come pastore di anime, il ministero altruistico dell'arcivescovo Sheen fu caratterizzato da grande fede, speranza e carità. Fu un pastore premuroso sia per i più ricchi che per i più poveri. Una combinazione unica di intelligenza, arguzia e umorismo lo rese un evangelizzatore efficace. Con insegnamenti chiari e buon senso, l'arcivescovo Sheen aiutò le persone a comprendere i problemi della vita. Il suo lavoro nei media contribuì a sradicare il diffuso anticattolicesimo negli Stati Uniti.
In tutto ciò che diceva e faceva, l'arcivescovo Sheen ricordava sempre che la sua opera era del Signore. Quando Papa Pio XII gli chiese quante conversioni avesse contribuito a realizzare, l'arcivescovo Sheen rispose: "Temo sempre che, se le contassi, penserebbe che le ho operate io, e non il Signore".
Ora Santa Eucaristica: “L’ora che illumina la mia giornata”
Come San Paolo, l'arcivescovo Sheen non poteva trasmettere ciò che non aveva prima ricevuto in Cristo. Durante tutto il suo sacerdozio, cercò di conformarsi più strettamente a Cristo osservando quotidianamente [non chiaro]. Ora Santa Eucaristica, che lei definiva "l'ora che mi illumina la giornata".
Questa pratica lo portò a vivere diverse situazioni, alcune persino comiche, come quando fu costretto a saltare da una finestra dopo che il parroco di una chiesa di Chicago lo aveva accidentalmente chiuso dentro. Era inoltre profondamente devoto alla Madre di Dio.
Segnato dalla croce
L'arcivescovo Sheen lottò contro varie tentazioni e difficoltà nel corso della sua vita, molte delle quali derivanti dalla sua fama. Tra queste, la sofferenza nascosta che sopportò durante un decennio di ostilità da parte del cardinale Francis Spellman di New York. Ma di fronte alle sue prove, l'arcivescovo Sheen perseverò nella virtù. Interpretò le sue sofferenze alla luce della divina provvidenza: “Il cristianesimo non inizia con la luce del sole, ma con la sconfitta. In quei giorni in cui la mia vita fu segnata dalla Croce, iniziai a conoscerla e ad amarla di più”.
In quello che sarebbe stato il suo ultimo sermone del Venerdì Santo, il vescovo Sheen riconobbe di aver sperimentato grandi sofferenze, sia fisiche che di altro genere, che non sarebbero mai dovute accadere. Tuttavia, riflettendo sul suo passato, affermò di non aver ricevuto la punizione che meritava. "Dio è stato misericordioso con me. Non mi ha imposto fardelli commisurati ai miei peccati", dichiarò.
Cardinale? "Mi sono rifiutato di pagarne il prezzo"“
Visto il suo talento e la sua influenza, molti si aspettavano che l'arcivescovo Sheen diventasse cardinale. Dopo il suo ritiro, quando gli fu chiesto perché non avesse scalato i ranghi della gerarchia ecclesiastica, rispose: "Mi sono rifiutato di pagare quel prezzo... Sentivo che sarebbe stato sleale ai miei principi e, credo, alla pratica cristiana".
Dal 1966 al 1969, l'arcivescovo Sheen fu vescovo di Rochester, nello stato di New York. Fu un incarico breve, considerato da molti un esilio. L'arcivescovo Sheen aveva partecipato attivamente al Concilio Vaticano II e, come vescovo diocesano, si adoperò per attuare alcuni dei suoi temi principali, tra cui la riforma della formazione sacerdotale e l'aumento della partecipazione dei laici.
Attento alle circostanze, le sue priorità erano spesso dettate dalla coscienza sociale. Si dedicò all'assistenza dei poveri, si impegnò per migliorare le relazioni interraziali e si oppose apertamente alla guerra del Vietnam. Ma nonostante gli sforzi dell'arcivescovo Sheen, il suo breve mandato incontrò una notevole resistenza e, per sua stessa ammissione, si concluse con un clamoroso fallimento.
Papa Giovanni Paolo II abbraccia l'arcivescovo Fulton J. Sheen nella cattedrale di San Patrizio a New York. San Giovanni Paolo II gli disse: "Hai scritto e parlato bene del Signore Gesù. Sei un figlio fedele della Chiesa" (foto d'archivio OSV News).
Tentazioni e sofferenze
Dopo che la sua richiesta di pensionamento anticipato fu accolta nel 1969, San Paolo VI conferì all'arcivescovo Sheen il titolo di "arcivescovo". Durante l'ultimo decennio della sua vita, continuò a predicare intensamente, a condurre ritiri spirituali per il rinnovamento del sacerdozio in tutto il paese e a mantenere una presenza attiva nella sfera pubblica attraverso regolari apparizioni sui media.
Secondo l'arcivescovo Sheen, le tentazioni e il sofferenze Le prove che affrontò lo purificarono e intensificarono la sua unione con Cristo. Verso la fine della sua vita, nella sua autobiografia, l'arcivescovo Sheen si scusò per le sue mancanze, chiedendosi: "Ho forse ispirato qualcuno a imitare Cristo portando la propria croce ogni giorno?".
Due mesi prima della sua morte, san Giovanni Paolo II lo abbracciò durante una visita alla cattedrale di San Patrizio a New York e gli disse: “Hai scritto e parlato bene del Signore Gesù. Sei un figlio fedele della Chiesa”.
Per causare battute d'arresto
Dopo quasi due anni trascorsi entrando e uscendo dall'ospedale in seguito a un intervento a cuore aperto, l'arcivescovo Sheen morì all'età di 85 anni il 9 dicembre 1979 a New York, alla presenza del Santissimo Sacramento. devoti Dopo la sua morte, la devozione nei suoi confronti si moltiplicò e molti si rivolsero a lui per trovare ispirazione e intercessione. Nel 2002 fu aperta la sua causa di canonizzazione. L'arcivescovo Sheen fu dichiarato venerabile dieci anni dopo.
Dopo diversi intoppi, il 9 febbraio 2026 il vescovo Louis Tylka di Peoria annunciò che la causa di beatificazione del venerato arcivescovo era stata approvata e che stava collaborando con il Dicastero delle Cause dei Santi del Vaticano per definire gli ultimi dettagli.
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– Michael R. Heinlein è l'autore di “Glorificare Cristo: La vita del cardinale Francis E. George, OMI”.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su OSN News. Puoi consultarlo qui. qui.
Il Papa invita a vivere la propria vocazione santificando il lavoro.
En su reflexión sobre la Constitución Gaudium et spes, León XIV ha manifestado hoy que el ser humano y Dios no son rivales. Y que el hombre está llamado a vivir su vocación realizando bien su trabajo cotidiano y hallando en él un camino de santificación. Además, ha efectuado un llamamiento para cuidar a los menores migrantes.
Francisco Otamendi-23 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Questo mercoledì, il Papa ha tenuto un'udienza in Piazza San Pietro con diversi punti focali. Leone XIV ha menzionato la beatificazione di domani, 24, dell'arcivescovo Fulton Sheen, il santo del giorno, San Pio da Pietrelcina, e in particolare il 112° Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati domenica 27, con un appello alla responsabilità, soprattutto nei confronti dei minori, i più vulnerabili.
A questo proposito, Leone XIV ha lanciato “un appello alla responsabilità di tutti: che ognuno si senta coinvolto nella vita di questi giovani, che devono essere sempre protetti e aiutati”.
L'esempio di Fulton Scheen
Riguardo alla beatificazione del venerabile Fulton Scheen A St. Louis, nel Missouri, il Papa ha pregato affinché “l'esempio e l'intercessione di questo santo vescovo, noto per la sua opera di evangelizzazione attraverso i media, possano ispirare molti altri a trovare, allo stesso modo, nuove vie per diffondere con gioioso entusiasmo il messaggio del Vangelo”.
Saluti dal Papa
Inoltre, al termine, davanti a migliaia di romani e pellegrini che aveva precedentemente salutato dalla papamobile, il Papa ha rivolto un'udienza speciale ai partecipanti al corso di aggiornamento di diritto canonico organizzato dalla Pontificia Università della Santa Croce; alla Guardia di Finanza di Predazzo, Gaeta, Orvieto e Bari; all'Accademia Militare di Modena; e al gruppo “Preghiere delle Madri”.
E anche ai pellegrini della diocesi di Rimini, insieme al vescovo Nicolò Anselmi, qui riuniti un mese dopo la mia visita pastorale nella vostra terra. "Rinnovo la mia gratitudine per l'accoglienza che mi avete riservato e vi incoraggio a crescere nella fede, radicati nell'ascolto della Parola di Dio, affinché possiate testimoniare tutto l'amore del Padre Celeste".
L'umanità non dovrebbe emanciparsi da Dio, al contrario
A la Corte di giustizia, Il Papa ha riflettuto sul terzo capitolo della Costituzione pastorale. Gaudium et spes dal Concilio Vaticano II, dedicato all'attività umana nel mondo. L'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, grazie alla sua libertà e intelligenza è capace di conoscere, progredire e migliorare le condizioni di vita della società, ha ricordato.
“Alcuni pensatori, tuttavia, cominciarono a sostenere erroneamente che l'umanità, per dimostrare la propria conoscenza, la propria libertà e il proprio progresso, dovesse emanciparsi da Dio.”.
Il Concilio Vaticano II, invece, ha sottolineato il Papa, “riferendosi al mistero dell'Incarnazione, afferma che gli uomini, così come le opere delle loro mani, non vengono annullati nell'incontro con Dio, ma in Lui trovano la loro piena verità e libertà”.
Un invito a svolgere bene il lavoro e a santificarsi in esso.
Un'ulteriore conseguenza di questa prospettiva è che “gli esseri umani non devono abbandonare le occupazioni terrene, ma sono chiamati a vivere la propria vocazione svolgendo bene il lavoro quotidiano e trovando in esso una via di santificazione”.
Con parole analoghe, rivolgendosi ad esempio ai pellegrini di lingua inglese e spagnola, affermò: "Da questa prospettiva emerge una verità importante: per trovare Dio, gli esseri umani non devono abbandonare le occupazioni terrene, ma possono vivere pienamente la propria vocazione svolgendo bene il proprio lavoro quotidiano e santificandolo".
I cristiani, come tutti gli altri, partecipano alla costruzione della città degli uomini, aggiunse Leone XIV, “con lo sguardo fisso sul fine ultimo di tutte le cose e sull'incontro con Dio, ricordando a coloro con cui condividono l'avventura del progresso, della scienza e della vita questo obiettivo finale”.
Vivace e orientato alla beneficenza
Il Santo Padre ha richiamato l'attenzione su questo punto riguardo alla pratica della carità.
“Infine, ricordiamoci che per un vero progresso umano, ovvero un progresso per la persona nella sua interezza e per tutti, il progresso tecnico e scientifico deve essere animato e guidato dalla carità. Solo in questo modo può sempre essere utilizzato per difendere la dignità umana e promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati”, ha osservato.
Va notato che il Papa non ha menzionato la sua visita pastorale in Francia di questo fine settimana. Né vi ha fatto riferimento nel suo discorso ai pellegrini francofoni, nel quale ha salutato in particolare il gruppo di pellegrini provenienti dalla Francia, le Suore di San Paolo di Chartres e il gruppo "Réseau du Cœur" di Haiti.
Il Cammino di Santiago (che parte da León) unisce sette religioni per la pace
Dal 21 al 27 settembre 2026, il Cammino di Santiago diventerà nuovamente luogo di incontro per diverse tradizioni religiose con la celebrazione del II Pellegrinaggio Interreligioso per la Pace.
Francisco Otamendi-23 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Con il motto "Un mondo diverso è possibile", una cinquantina di persone – cattolici, ebrei, musulmani, buddisti, bahá'í, indù e rappresentanti di altre spiritualità – stanno condividendo il viaggio, la preghiera e il silenzio lungo un percorso di 115 chilometri da León a Santiago de Compostela, secondo quanto riportato. Il motore di ricerca e il Federazione Associazione spagnola degli amici del Cammino di Santiago, con fonti da Araldo di León.
L'iniziativa ha preso il via simbolicamente a León, dove lunedì 21 settembre i partecipanti sono stati accolti presso il monastero benedettino di Santa María de Carbajal. Il giorno successivo, il gruppo si è recato a Sarria per iniziare il cammino di sei giorni lungo il Cammino Francese verso Santiago.
Secondo il programma diffuso dalla Federazione spagnola delle associazioni di amici del Cammino di Santiago, ogni tappa sarà guidata da una delle confessioni religiose partecipanti.
Tappe del pellegrinaggio interreligioso
Le tappe del Pellegrinaggio Interreligioso per la Pace sono le seguenti:
– 21 settembre: accoglienza dei partecipanti presso il Monastero di Santa María de Carbajal de León.
– 22 settembre: Sarria-Portomarín, 22 chilometri. La tappa di martedì è guidata dal gruppo Bahá'í.
– 23 settembre: Portomarín-Palas de Rei, 25 chilometri. La tappa di mercoledì è guidata dal gruppo buddista.
– 24 settembre: Palas de Rei-Melide, 14,5 chilometri. Giovedì è il turno del gruppo indù.
– 25 settembre: Melide-Arzúa, 14 chilometri. La squadra ebraica è in testa alla tappa di venerdì.
– 26 settembre: Arzúa-O Pedrouzo, 19 chilometri. La tappa di sabato è organizzata dal gruppo musulmano.
– 27 settembre: O Pedrouzo-Santiago de Compostela, 20 chilometri. La tappa finale, domenica, sarà guidata dal gruppo cristiano.
Il viaggio si concluderà precisamente domenica 27 a Santiago de Compostela, dopo sette giorni di convivenza, dialogo, comprensione reciproca e riflessione.
Spazi per la riflessione, la preghiera e la condivisione.
Durante il percorso saranno previsti spazi per la celebrazione, la riflessione, la preghiera e la condivisione, nel rispetto dei tempi di ciascuna tradizione, con l'obiettivo che l'incontro non si concluda in una settimana, ma promuova un processo di dialogo duraturo tra le comunità religiose presenti in Spagna.
Gli organizzatori confidano che “Ultreia”, l’espressione giacobina che incoraggia il progresso continuo, accompagnerà simbolicamente l’intero percorso.
Immagine dell'apostolo Giacomo sull'altare maggiore della cattedrale di Santiago de Compostela, il 10 agosto 2023 (@F. Otamendi).
Un antico sentiero di ricerca
Il Cammino di Santiago è la rete di percorsi di pellegrinaggio che, fin dal Medioevo, conduce alla tomba dell'apostolo Giacomo il Maggiore nella cattedrale di Santiago de Compostela. Dichiarato Patrimonio dell'Umanità e primo Itinerario Culturale Europeo, è stato per secoli punto d'incontro tra popoli e culture provenienti da tutta Europa e oggi accoglie ogni anno centinaia di migliaia di persone con le più svariate motivazioni: religiose, culturali, sportive o semplicemente personali.
È proprio questa capacità di accogliere pellegrini di diverse fedi e interessi che, secondo l'arcivescovo di Santiago de Compostela, monsignor Francisco José Prieto, definisce l'essenza del Cammino.
Monsignor Prieto: “Un messaggio di speranza”
L'arcivescovo di Santiago de Compostela ha descritto Il Cammino è uno spazio aperto percorso da cercatori e non cercatori, credenti e non credenti, e lui ha sottolineato che proprio questa diversità è ciò che lo rende prezioso. A suo avviso, il Cammino invita a riflettere sul significato ultimo dell'esistenza e, per coloro che hanno fede, diventa un'opportunità privilegiata per incontrare Dio alla meta finale.
Monsignor Prieto ha inoltre esteso questa interpretazione del Cammino a un livello più ampio, sottolineando come essa rifletta l'idea che l'Europa – e l'umanità nel suo complesso – sia soprattutto un progetto condiviso tra popoli e nazioni, e non semplicemente una somma di strategie politiche o economiche.
L'arcivescovo ha inoltre ricordato che questo progetto comune può diventare un messaggio di speranza, capace di trasformare le difficoltà in una forza trainante per l'unità di fronte alle paure del presente.
Una proposta originaria di León
Il pellegrinaggio è promosso da DIR León, un gruppo di dialogo interreligioso, insieme alla Commissione Iberica per il Dialogo Interreligioso Monastico (DIM-MID) e alla Fondazione Santa María de Carbajal, secondo quanto riportato dalla Federazione Spagnola delle Associazioni Amici dei Cammini di Santiago.
Collaborano all'iniziativa anche Arco Fórum, la Comunità Bahá'í di Spagna, le comunità ebraiche Bet Januká dell'Andalusia e Bet Ha Torá di A Coruña, la Comunità NgalSo di Spagna (integrata nell'Unione Buddista di Spagna), membri di Amma Spagna, praticanti della tradizione di Thich Nhat Hanh, la Comunità dell'Arca e Amici del Deserto, tra gli altri gruppi.
Con questa seconda edizione, gli organizzatori intendono dimostrare che le differenze religiose non devono necessariamente dividere, ma possono invece diventare un ponte verso la convivenza, come sottolineato da El Buscador. Sette giorni dopo la partenza da León, il gruppo arriverà a Santiago de Compostela con un messaggio condiviso: camminare insieme, nonostante le differenze, è una possibile via per costruire la pace e la giustizia sociale.
Jack Valero: "Volevo ascoltare 'dal basso' per comprendere l'Opus Dei"«
El portavoz del Opus Dei en Reino Unido reúne 18 historias para mostrar la institución «desde abajo», con sus luces, dificultades y experiencias personales.
«Queste non sono storie positive o negative. Sono storie ordinarie di persone che cercano di fare cose, che sono imperfette, che soffrono, che vedono Dio entrare nelle loro vite e rispondere in questo o quel modo, che entrano nell'Opera, che lasciano l'Opera.» Così Jack Valero ha spiegato lo scopo di Opus Dei non filtrato, Durante un dialogo svoltosi il 22 settembre all'Università Villanueva con María José Atienza, direttrice di Omnes, è emerso che il libro, pubblicato da Almuzara, raccoglie le storie di 18 persone legate all'Opus Dei e si propone, secondo l'autrice, di rispondere ad alcune delle domande che solitamente vengono poste sull'istituzione "dal basso", attraverso le vite dei suoi membri.
Valero, portavoce dell'Opus Dei nel Regno Unito, ha spiegato che dopo 33 anni passati a rispondere a domande su potere, denaro, influenza e ruolo delle donne, aveva percepito un limite nel farlo sempre "da una prospettiva dall'alto verso il basso". Per questo ha deciso di condividere le esperienze concrete di persone molto diverse tra loro. Il libro presenta un tassista, un uomo d'affari, persone che hanno viaggiato per tutta la vita e altre che sono sempre rimaste nello stesso posto. "C'è un po' di tutto, uno spaccato di ciò che esiste là fuori", ha osservato.
Libertà nell'Opus Dei
Qual è l'obiettivo dell'Opus Dei? Valero ha risposto a questa domanda affermando che il suo scopo è "aiutare le persone a trovare Dio nella loro vita ordinaria, quotidiana". Ha spiegato che si tratta di aiutare ogni persona a scoprire la presenza di Dio in ciò che fa e "a essere una persona migliore in tutto ciò che fa". Un compito, ha aggiunto, che si svolge nella consapevolezza che le persone sono imperfette e commettono errori.
Uno dei temi su cui ha posto maggiore enfasi è la libertà. Valero ritiene che sia uno degli aspetti più difficili da comprendere per chi è al di fuori dell'Opus Dei. Nella sua esperienza, i membri colgono intuitivamente la possibilità di prendere decisioni sulla propria vita: studiare un corso di laurea piuttosto che un altro, vivere in un luogo piuttosto che in un altro, partecipare a una manifestazione o meno, sostenere un partito politico o un altro, o seguire determinate direttive sacerdotali. "Lo capiscono e lo vivono di conseguenza", ha affermato.
Riguardo alle testimonianze di ex membri che affermano di aver sperimentato una mancanza di libertà o pressioni, Valero ha riconosciuto che tali esperienze devono essere esaminate. "Non è una cosa positiva, ma cercheremo di capire da dove proviene e cosa è successo", ha dichiarato. A suo parere, coloro che sono entrati nell'Opus Dei lo hanno fatto in cerca di qualcosa di buono, sebbene alcuni in seguito abbiano scoperto che questa vocazione non faceva per loro e abbiano lasciato l'istituzione. Ha inoltre sottolineato la necessità di ascoltare coloro che hanno sofferto e di "cambiare ciò che deve essere cambiato". "Se cerchiamo di fare del bene e non ascoltiamo coloro che sono già dentro, stiamo sbagliando qualcosa", ha aggiunto.
Numeri ausiliari: "Voglio che spieghino cosa sono."«
Valero voleva concentrarsi in particolare sui numerari ausiliari. Non voleva spiegare lui stesso la loro vocazione, ma preferiva che fossero loro stesse a testimoniarla. Per questo decise di includere le storie di Patricia e Nuala nel suo libro. "Voglio che spieghino cosa sono, come lo fanno e perché lo fanno", affermò, inserendo le loro testimonianze all'inizio e alla fine dell'opera. Per lui, queste testimonianze gli hanno permesso di comprendere questa realtà "dal basso".
Ha inoltre riconosciuto che ci sono state situazioni "gestite male" e che queste devono essere corrette, con le dovute scuse. Tuttavia, ha anche insistito sul fatto che questi casi specifici non debbano sminuire o oscurare la vocazione dei numerari ausiliari: "Perché, mentre 43 persone in Argentina si sono sentite maltrattate, ce ne sono anche altre 500 che hanno scritto una lettera chiedendo rispetto per la loro vocazione, comprensione di ciò che fanno e del perché lo fanno".
Ascolta coloro che hanno sofferto
Riguardo a coloro che hanno sofferto all'interno dell'Opus Dei o che si sono sentiti spaesati dopo averla lasciata, Valero ha sottolineato l'importanza dell'ascolto. Ha raccontato che durante i suoi 33 anni come direttore in Inghilterra, si è impegnato in modo particolare affinché coloro che sentivano che l'Opus Dei non fosse la loro vocazione potessero andarsene "felici" e grati per il tempo trascorso lì. Ha riconosciuto, tuttavia, che la sua esperienza è "solo un piccolo campione" e che potrebbero esserci casi diversi altrove.
Ha inoltre menzionato gli uffici di ascolto e gli altri meccanismi messi in atto per affrontare queste situazioni. "Molte cose sono cambiate; abbiamo ascoltato per molti anni", ha affermato, aggiungendo tuttavia che è necessario "continuare ad ascoltare".
Potere e denaro nell'Opus Dei?
Riguardo alle accuse secondo cui l'Opus Dei mirerebbe al potere politico o all'influenza all'interno della Chiesa, Valero ha negato l'esistenza di qualsiasi piano di conquista: "L'Opus Dei non ha alcun piano per migliorare il mondo, ma ha un piano per aiutare le persone e ispirarle a cambiare il mondo". L'istituzione, ha spiegato, non dice ai suoi membri cosa fare, ma li incoraggia piuttosto a prendere sul serio la loro vocazione cristiana e ad agire liberamente nel mondo.
Pertanto, egli ritiene che attribuire all'istituzione un coordinamento di piani politici derivi da una difficoltà nell'accettare la libertà dei suoi membri. "Se non c'è un piano, il potere è irrilevante", ha affermato. Secondo Valero, le persone che compaiono nel suo libro non descrivono l'Opus Dei in termini di potere, bensì come una famiglia, un mezzo di formazione e un luogo di sostegno. Afferma che la parola "potere" non viene nemmeno menzionata nel libro.
Ha inoltre spiegato che ogni membro ha le proprie finanze indipendenti. Tre quarti dei membri sono soprannumerari e mantengono le proprie famiglie, mentre i numerari contribuiscono all'istituzione con ciò che non è necessario per le proprie spese. Valero ha osservato che le opere promosse dai membri dell'Opus Dei – università, scuole, residenze o iniziative sociali – possono gestire somme di denaro considerevoli, ma ha respinto l'idea che l'istituzione accumuli tali fondi per sé.
«"Mi piace che le persone si vedano per come sono: imperfette."»
Un altro elemento che Valero ha messo in evidenza nel libro è proprio l'imperfezione dei protagonisti. "Mi piace che ognuno venga visto per quello che è, imperfetto, perché questa è la realtà", ha affermato. In contrasto con un'immagine idealizzata dei membri dell'istituzione, i 18 racconti ritraggono individui diversi con difficoltà, difetti ed esperienze variegate.
Come ha spiegato, tutte e 18 le persone intervistate hanno dato risposte diverse ma compatibili alla domanda su cosa significhi per loro l'Opus Dei. Tra gli aspetti che più lo hanno colpito c'era la loro fiducia in Dio. Ha citato la testimonianza di una donna olandese che ha scoperto di non dover chiedere aiuto a Dio perché "Dio era sempre presente".
Per Valero, uno dei compiti da affrontare è imparare a comunicare meglio questa esperienza. I cattolici, ha affermato, "hanno molto da dire", ma a volte mancano della sicurezza necessaria per esprimersi. "Non si tratta di dire loro cosa dire, ma di aiutarli a dirlo meglio", ha spiegato. A suo parere, parlare della propria fede a partire dall'esperienza personale può aiutare a evitare sia di imporre le proprie convinzioni sia di creare un senso di superiorità.
Il teologo americano John C. Cavadini, vincitore del Premio Ratzinger 2026.
El ganador del Premio Ratzinger 2026, elegido por el Comité Científico de la Fundación Vaticana Joseph Ratzinger - Benedicto XVI, y aprobado por el Papa León XIV, es John C. Cavadini, catedrático de Teología en la Universidad de Notre Dame (Indiana). Con el actual, son 32 los galardonados desde 2011.
Francisco Otamendi-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Il Premio Ratzinger torna negli Stati Uniti. Il vincitore dell'edizione 2026 è John C. Cavadini, professore di teologia all'Università di Notre Dame (Indiana), dove ha anche ricoperto il ruolo di direttore del McGrath Institute for Church Life.
Il premio sarà conferito da Papa Leone XIV il 19 dicembre 2026 presso il Palazzo Apostolico in Vaticano, come annunciato dalla Santa Sede. Secondo la Fondazione, Cavadini insegna, svolge attività di ricerca e pubblica nel campo della teologia patristica, con particolare attenzione alla teologia di Sant'Agostino.
Competenza accademica e servizio ecclesiale
Il Presidente del Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Il professor Roberto Regoli ha dichiarato: “Il professor Cavadini è molto stimato per la serietà delle sue pubblicazioni teologiche, per l'impegno e lo zelo dimostrati nell'insegnamento universitario, per la sua competenza accademica, per la sua passione pastorale e per il servizio ecclesiale che ha dedicato alla sua vita”.
Cavadini: seguendo il modello di Origene di Alessandria
Da parte sua, il professore Cavadini Ha commentato: "Ho cercato di vivere la mia vocazione di teologo seguendo il modello di Origene di Alessandria, teologo del III secolo, il quale dichiarò ripetutamente di voler essere, in quanto teologo, un vir ecclesiasticus, un uomo di Chiesa".
“A Notre Dame ho potuto vivere la mia vocazione di uomo di Chiesa e, allo stesso tempo, di accademico”, ha aggiunto. “Sono particolarmente grato per questo premio perché riconosce questi due aspetti della mia vocazione di teologo”.
Joseph Ratzinger (foto CNS da Reuters).
Finora 32 vincitori del premio
Il premio viene assegnato annualmente dal 2011. Con l'edizione del 2026, il numero totale dei premiati raggiunge quota 32. Si tratta principalmente di personalità di spicco negli studi di teologia dogmatica o fondamentale, Sacra Scrittura, patriologia, filosofia, diritto, sociologia, oppure in ambito artistico, come musica, architettura e scultura.
Le personalità premiate provengono da 18 paesi diversi in cinque continenti: Germania (7), Francia (4), Spagna (3), Italia (3), Stati Uniti (2), Australia, Brasile, Burkina Faso, Canada, Estonia, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Libano, Polonia, Sudafrica e Svizzera.
I vincitori del premio non sono solo cattolici, ma appartengono anche ad altre confessioni cristiane — uno anglicano, uno luterano e due ortodossi — e uno è ebreo.
Ricardo Mutti nel 2025
Il Premio Ratzinger 2025 è stato assegnato al Maestro Riccardo Mutti e la cerimonia di premiazione si è svolta il 12 dicembre nell'Aula Paolo VI in Vaticano, al termine del concerto a lui dedicato. alla presenza del Santo Padre, in occasione del Natale.
“Saluto il Maestro Riccardo Muti, che oggi riceve il Premio Ratzinger, in riconoscimento di una vita interamente dedicata alla musica, luogo di disciplina e rivelazione», ha affermato Papa Leone XIV. Il Pontefice ha sottolineato che “Papa Benedetto XVI amava ricordare che “la vera bellezza ferisce, apre il cuore, lo dilata”, e nella musica egli cercava la voce di Dio nell'universo”.
Cyril O'Regan ed Etsurō Sotoo nel 2024
Nel 2024, i premiati sono stati il professor Cyril O'Regan, professore di teologia presso l'Università di Notre Dame (Stati Uniti), e l'insegnante Etsuro Sotoo, capo degli scultori della Sagrada Familia di Barcellona, la grande opera di Antoni Gaudí, che Papa Leone XIV visitò durante il suo viaggio in Spagna.
Nel 2023, i vincitori del premio sono stati Pablo Blanco, Professore di Teologia all'Università di Navarra, specializzato nell'opera di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e del filosofo e teologo Francesc Torralba.
Verso il centenario: tre congressi negli Stati Uniti e in Africa
Sono in programma numerose attività per celebrare il centenario della nascita di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, che ricorrerà il 16 aprile 2027. Nacque il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn (Baviera, Germania).
Nel mese di novembre sono in programma tre iniziative internazionali in cui la Fondazione è direttamente coinvolta:
– Dal 2 al 4 novembre, negli Stati Uniti, presso la Saint Mary's University in Minnesota, simposio internazionale Titolo: “La bellezza ci salverà: meraviglia e speranza nelle opere di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI”.
– 4-6 novembre, Organizzato dalla diocesi di Winona-Rochester e in collaborazione con il gruppo editoriale “Word on Fire”, avrà luogo il congressi annuali “The New Ressourcement», dal titolo: «Joseph Ratzinger e le sue fonti”.
– 18-21 novembre avrà luogo in Nairobi (Kenya), in collaborazione con l'Università di Tangaza e l'Università Saint Mary's del Minnesota, simposio “Costellazioni di speranza: l’Africa e il rinnovamento della Chiesa nella visione di Benedetto XVI”.
Contrastare le distorsioni dell'umanità odierna
“I grandi congressi internazionali del 2026 mettono in luce l'Africa e gli Stati Uniti: due continenti che possono contribuire in modo altrettanto decisivo a contrastare le distorsioni dell'umanità odierna, come ci ricorda Papa Leone XIV, seguendo le orme dei suoi predecessori”, ha commentato la professoressa Pierluca Azzaro, Segretaria esecutiva della Fondazione vaticana Giuseppe Ratzinger – Benedetto XVI.
El próximo 25 de septiembre, el Papa León XIV visitará la UNESCO en París, 46 años después de la histórica intervención de san Juan Pablo II, para abordar los desafíos éticos de la tecnología y la construcción de la paz.
Giancarlos Candanedo-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Il 25 settembre 2026, la diplomazia internazionale e la riflessione etica globale saranno testimoni di un evento storico. Papa Leone XIV inizierà una visita pastorale in Francia, uno dei momenti più emblematici della quale sarà la visita ufficiale e il discorso tenuto presso la sede dell'UNESCO a Parigi, proprio il giorno del suo arrivo. Questa visita, in risposta all'invito formale esteso dal Direttore Generale dell'organizzazione, Khaled El-Enany, potrebbe essere considerata un punto di svolta nel rapporto tra la Santa Sede e il multilateralismo contemporaneo.
Il ritorno a Parigi dopo quasi mezzo secolo
L'incontro riveste un innegabile valore simbolico storico. Leone XIV diventerà il secondo pontefice romano nella storia a presenziare di persona alla sede dell'UNESCO. Sono trascorsi quarantasei anni da quando San Giovanni Paolo II pronunciò il suo memorabile discorso nello stesso luogo, il 2 giugno 1980. Quel giorno, il discorso del Papa polacco rimane impresso nella memoria diplomatica e filosofica del XX secolo per la lucidità e la veemenza con cui affrontò i grandi dilemmi che l'umanità si trovava ad affrontare alla vigilia del nuovo millennio.
Nel 1980, al culmine della Guerra Fredda, Giovanni Paolo II pose la cultura al centro del destino umano. “L’uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura. (…) La cultura è una modalità specifica di ‘esistenza’ ed ‘essere’ dell’uomo”, Egli affermò. Di fronte al rischio che la corsa agli armamenti e la logica dei blocchi divorassero la dignità umana, il pontefice lanciò un appello urgente alla mobilitazione delle coscienze. Chiese il riconoscimento della “priorità dell’etica sulla tecnologia, del primato della persona sulle cose, della superiorità dello spirito sulla materia”, affermando che la pace mondiale e il futuro pacifico dell'umanità dipendono dal porre le esigenze dell'amore, della ragione e della coscienza al di sopra delle pretese di dominio tecnico o militare.
Dal 1980 al 2026: lo spirito contro la potenza tecnica
A quasi mezzo secolo di distanza, la storia sembra ripetersi a questo bivio, seppur con strumenti e linguaggi rinnovati. Se nel 1980 la sfida consisteva nella minaccia nucleare e nella polarizzazione ideologica, oggi l'umanità si trova ad affrontare la vertiginosa ascesa dell'intelligenza artificiale, degli algoritmi predittivi e dell'automazione globale. In questo nuovo contesto, Leone XIV riprende e aggiorna l'asse dottrinale che ha ispirato l'intervento del suo predecessore: il primato inalienabile dello spirito sul potere tecnico o materiale.
Questa continuità dottrinale si rifletteva chiaramente nella lettera enciclica Magnifica Humanitas, Promulgata da Leone XIV il 15 maggio 2026, la Santa Cena (Evangelical Nuns Ethical) mette in guardia con fermezza contro i pericoli di un modello di sviluppo che subordina il sacro valore della persona umana a criteri di efficienza algoritmica, performance economica o utilità tecnica (cfr. MH 156, 183, 198). Come Giovanni Paolo II, Leone XIV ci ricorda che la vera grandezza dell'essere umano non si misura con la potenza dei suoi strumenti tecnologici o con le sue capacità di calcolo, ma con la sua capacità morale e spirituale di orientare la conoscenza e la scienza verso il bene comune, la giustizia sociale e la riconciliazione tra le nazioni (cfr. MH Capitolo V). In definitiva, entrambi i testi papali convergono su un insegnamento fondamentale: il vero progresso non è mai meramente tecnico, ma eminentemente etico, spirituale e umano.
Un'alleanza per il futuro dell'umanità
Papa Leone XIV si rivolgerà a un'istituzione che unisce i popoli del mondo attorno ad ambiti vitali per la società: istruzione, cultura, scienza, comunicazione e salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale dell'umanità. Questa visita si inserisce nel quadro dei temi trasversali che il Santo Padre ha promosso fin dall'inizio del suo pontificato, tra cui la costruzione della pace, la tutela della dignità umana, la formazione integrale delle nuove generazioni e la responsabilità etica di fronte al rapido progresso delle nuove tecnologie.
Da parte sua, l'UNESCO offre una piattaforma ideale e privilegiata per trasmettere queste convinzioni fondamentali alla comunità internazionale, superando barriere politiche, divisioni culturali e differenze religiose. In un'epoca caratterizzata dalla frammentazione del consenso internazionale e dalla fragilità della fiducia reciproca tra gli Stati, la presenza del Papa costituisce una testimonianza decisiva a favore del dialogo multilaterale.
Verso una pace "disarmata e disarmante"«
Questa convergenza di ideali assume particolare forza nell'ambito della pace e della giustizia sociale. Fin dalle sue prime parole, il giorno della sua elezione, Papa Leone XIV si è fatto promotore convinto di una pace "disarmata e disarmante", fondata sull'umiltà e sulla perseveranza. Questa visione esige una rinuncia decisa alla logica del dominio militare ed economico, nonché un disarmo di parole, comportamenti e coscienze, al fine di ricostruire il tessuto di fiducia tra individui e nazioni.
In questo contesto, le missioni della Santa Sede e dell'UNESCO sono profondamente intrecciate. Entrambe condividono la convinzione che la vera pace non nasca da effimeri accordi politici o dall'equilibrio del terrore, ma si costruisca pazientemente nel tempo attraverso un'adeguata educazione dei giovani, un incrollabile rispetto per la diversità culturale e la difesa senza compromessi della dignità di ogni persona. Come ha sottolineato l'Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'UNESCO, l'Arcivescovo Roberto Campisi, questa profonda convergenza si traduce in una priorità per i membri più vulnerabili della società globale: i bambini privati del diritto fondamentale all'istruzione, le popolazioni dilaniate da conflitti armati, i migranti e i rifugiati, le vittime di qualsiasi forma di discriminazione o emarginazione digitale e quelle comunità il cui patrimonio culturale, storico e la memoria ancestrale sono gravemente minacciati.
La sfida etica del nostro tempo
A distanza di 46 anni, ripensando a quella storica visita, l'apparizione di Leone XIV di fronte all'UNESCO non rappresenta solo un evento di grande rilevanza diplomatica, ma anche una sfida diretta alla coscienza del nostro tempo e della nostra società. In un'epoca di rapida trasformazione tecnologica e industriale, è imperativo mantenere un monitoraggio critico e rigoroso dei progressi digitali e biotecnologici, assicurandosi sempre che la tecnologia rimanga al servizio dell'umanità e mai viceversa. Il primato della persona sulla macchina, dell'etica sull'efficienza e dello spirito sulla materia rimane l'unica garanzia per costruire un futuro veramente umano, giusto e pacifico.
Manuel Guillén Pascual, nuovo rettore del Seminario Internazionale di Bidasoa
Sustituye a Javier Ruza González, que se traslada a Madrid para asumir nuevas tareas pastorales.
Jesús Díaz Hernández-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 2minuti
Il prefetto del Dicastero per il Clero, il cardinale sudcoreano Lazzaro You Heung-Sik, ha nominato padre Manuel Guillén Pascual (Jaén, 1975) nuovo rettore del Seminario Internazionale di Bidasoa, in sostituzione di Javier Ruza González.
Bidasoa è un seminario internazionale istituito dalla Santa Sede in Navarra nel 1988. La formazione e la direzione spirituale del seminario sono affidate alla Prelatura dell'Opus Dei. Nel corso degli anni, oltre 1.200 seminaristi provenienti da 275 diocesi e 49 paesi hanno studiato a Bidasoa. Attualmente, il seminario ospita 96 studenti provenienti da 48 diocesi e 23 paesi.
Manuel Guillén, il nuovo rettore, ha studiato Farmacia a Granada e si è trasferito a Roma, dove è stato ordinato sacerdote nel 2012. Ha conseguito un dottorato in Teologia Morale, materia che insegna presso la Facoltà di Teologia dell'Università di Navarra. Nel 2011 ha pubblicato la sua tesi di dottorato in un libro. Etica della ricerca biomedica: trapianti, vaccini ed embrioni.
Giunto in Navarra nel 2012, dopo aver prestato servizio come cappellano in scuole e centri di formazione giovanile, negli ultimi 10 anni ha lavorato presso la sede della Delegazione dell'Opus Dei a Pamplona – circoscrizione che comprende Navarra, La Rioja, i Paesi Baschi e Soria – dedicandosi in particolare alla formazione continua del clero e alla cura dei seminaristi e dei candidati al sacerdozio.
Manuel Guillén afferma di affrontare questa esperienza con entusiasmo e con lo sguardo rivolto a San Josemaría Escrivá, fondatore dell'Università di Navarra e dell'Opus Dei: "È una meravigliosa opportunità per imparare dai seminaristi e accompagnarli nel loro cammino. Il mio più grande desiderio è fare tutto il possibile per aiutare i seminaristi a diventare quei 'sacerdoti al 100%' che San Josemaría tanto spesso auspicava: uomini di fede, dal cuore grande, accessibili e desiderosi di servire tutti".
Javier Ruza, sacerdote madrileno che è stato rettore del seminario negli ultimi cinque anni, tornerà nella sua città natale, dove svolgerà il suo ministero sacerdotale in diversi centri di formazione della Prelatura.
12 consigli del Papa ai vescovi dell'America Latina
A mes y medio del intenso viaje apostólico de León XIV a Uruguay, Argentina y Perú (6-17 noviembre), el Papa ha enviado una Carta a los obispos latinoamericanos, con unos cuantos consejos prácticos, inspirados en el modelo del patrono de obispos y Apóstol de los Andes, santo Toribio de Mogrovejo.
Francisco Otamendi-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 5minuti
Nella sua Lettera, il Papa considera un privilegio aver esercitato il ministero episcopale nel Perù, e “conoscere la fede di un popolo dal quale ho ricevuto molto e comprendere meglio cosa significhi essere pastore”.
Quell'esperienza lo avvicinò particolarmente a san Toribio, secondo arcivescovo di Lima, “che giunse anch'egli da lontano in una terra che alla fine fece sua grazie alla carità pastorale”, aggiunge Leone XIV. San Toribio nacque infatti il 16 novembre 1538 nella città di Mayorga (Valladolid).
Ora, in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo, patrono dei vescovi dell'America Latina, e considerando le qualità con cui i precedenti Papi lo hanno descritto, il Santo Padre Leone offre ai vescovi latinoamericani alcuni consigli per il loro ministero.
Sono stati sintetizzati in 12, integrati nel Lettera Dal Successore di Pietro ai vescovi. I paragrafi sono riportati fedelmente, sebbene in forma abbreviata.
Santità, unità
1) Visita pastorale. Il santo arcivescovo giunse in una terra di cui conosceva ben poco la popolazione e la cultura. Per guidarla, dovette immergersi in quella realtà, e così viaggiò in lungo e in largo.
Assicuriamoci che la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge. Il ministero di un successore degli apostoli esige vivere con il cuore in cielo e i piedi sulla strada.
2) La Scuola della Croce. La croce gli ricorda che deve rimanere con il gregge nei momenti difficili e che proteggere le pecore può costare caro al pastore stesso. Toribio ha esteso quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo le popolazioni indigene, correggendo gli abusi e rimanendo vicino ai poveri e ai sofferenti.
L'abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, la paura o l'interesse personale prevalgono sul bene dei fedeli.
3) La santità del pastore non può essere data per scontata. (cfr. 1Tm 4,16). San Toribio poté chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché, a cominciare, si lasciò misurare secondo la stessa esigenza. Prendiamoci dunque cura della nostra vita interiore e conserviamo la consapevolezza di essere discepoli bisognosi di conversione.
L'adorazione eucaristica, una priorità pastorale
4) Amore per l'Eucaristia. Il rito conduce poi il vescovo al Tabernacolo, dove si inginocchia e adora. Prima di iniziare il suo ministero, si ferma in silenzio davanti al Santissimo Sacramento. I vescovi muoiono; Cristo rimane (cfr. Hb 13,8).
Pertanto, vorrei invitarvi a rendere l'adorazione eucaristica una priorità pastorale. L'amore di Toribio per l'Eucaristia si manifestava nel suo desiderio di avvicinare tutti a Gesù.
5) Unità. Il santo prelato ha servito una Chiesa vasta e diversificata, adoperandosi per mantenerla unita. È anche nostra responsabilità garantire che la diversità delle nostre diocesi trovi la sua unità in Cristo. L'altare ci ricorda che la comunione è al centro stesso della nostra missione.
Trasmissione della fede
6) Trasmettere la fede nella sua interezza. Il vescovo ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a “custodire il buon deposito”, ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che sono affidati alle sue cure (cfr. 2 Tm 1,13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità.
L'accoglienza riservatagli dal Concilio di Trento, dai concili provinciali, dai sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il suo desiderio di trasmettere la fede nella sua interezza e di renderla accessibile a coloro che lo hanno preceduto. In un'epoca in cui tante voci si arrogano il diritto di influenzare le coscienze dei fedeli, è responsabilità del vescovo offrire un insegnamento chiaro e paziente, radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell'unico Pastore.
Fraternità con i sacerdoti
7) Formazione dei sacerdoti, vicinanza con loro, fraternità. La paternità si manifesta in modo particolare nel suo rapporto con i sacerdoti, uniti a lui in maniera unica nell'unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio Ha supervisionato il loro addestramento, Era esigente nell'ammissione agli ordini, visitava i suoi sacerdoti e manteneva la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero ha ripercussioni su quella del popolo.
Cari fratelli, restiamo vicini ai nostri sacerdoti. Prendiamoci cura in modo particolare del seminario e dei primi anni di ministero., Promuoviamo una vera fratellanza E assicuriamoci che nessun sacerdote senta di potersi rivolgere al suo vescovo solo quando c'è un problema da risolvere. La paternità episcopale è riconosciuta molte volte quando un sacerdote sa di poter chiamare con fiducia alla porta della casa episcopale.
8) Per annunciare la Buona Novella. Tra le tante responsabilità che riempiono la nostra giornata, siamo stati inviati ad annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della Parola» (Atti 6,4).
San Toribio fece della sua vita una predicazione continua, e il suo messaggio fu credibile perché permise al Vangelo di plasmare prima di tutto la sua esistenza. Nessuna urgenza o compito pastorale, per quanto necessario, releghi la preghiera al ruolo di preludio alla predicazione.
Il Santo Sacrificio della Messa
9) Santa Messa. La celebrazione stessa rivela la fonte di questa fecondità. Nella Santa Messa, l'unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo si rende sacramentalmente presente, mentre il suo Popolo è unito all'offerta del Signore. Da questo Santo Sacrificio scaturisce la grazia per cui la Chiesa vive e attraverso la quale Cristo continua a radunarla e santificarla nel corso della storia.
Il vescovo, come ogni sacerdote, presta la sua voce e le sue mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che celebra deve estendersi anche alla sua stessa vita, sempre più unita all'offerta del Signore, finché tutta la sua esistenza diventi, in Cristo, un'offerta al Padre.
San Toribio e altri pastori
11) La figura di San Toribio non è sola. La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è segnata da pastori che hanno reso visibile questa unione tra l'altare e la vita.
Nel corso dei secoli e nelle diverse regioni del continente si è formata una vera costellazione di vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande arcivescovo di Lima ci sono i santi Antonio María Claret, Ezequiel Moreno, Rafael Guízar e Óscar Romero, e i beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo e Eduardo Pironio, tra tanti altri illustri vescovi.
12) Affidiamoci alla Madonna di Guadalupe Il nostro desiderio è quello di vivere con rinnovata fedeltà la missione che abbiamo ricevuto. Agli albori dell'evangelizzazione di quel continente amato, Ella volle che san Juan Diego portasse la Sua richiesta al vescovo, e che fosse lui a discernere e ad accogliere ciò che il Signore stava compiendo attraverso un umile messaggero.
Quell'incontro rimane per noi pastori un invito: ad essere attenti all'azione di Dio, che spesso si manifesta in modi inaspettati e si serve di coloro che meno ci aspetteremmo.
Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando verrà il momento di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo udire: “Bene, servo buono e fedele […] entra nella gioia del tuo Signore” (Mt 25,21).
“Il cammino silenzioso dei santi”, una riflessione sulla vita di preghiera e sulle tendenze emotive.
Redazione Omnes-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 2minuti
In un contesto sociale, e anche religioso, caratterizzato dalla ricerca di esperienze di impatto e gratificazione immediata, Omnes pubblica «"Il cammino silenzioso dei santi"», opera del sacerdote Ramón Díaz Perfecto.
La pubblicazione di questo testo risponde a una chiara rilevanza e interesse per i lettori di Omnes, affrontando con rigore dottrinale e sensibilità pastorale le distorsioni di cui soffrono oggi la preghiera e la vita interiore —soprattutto tra i giovani — quando la maturità spirituale viene confusa con la mera esperienza di emozioni intense o fenomeni straordinari.
L'opera inizia con un avvertimento fondamentale: la santità non si raggiunge attraverso scorciatoie emotive o surrogati artificiali della pietà, ma attraverso il "cammino ordinario" suggerito dalla Tradizione della Chiesa.
L'autore spiega che un'autentica trasformazione in Cristo richiede un processo graduale e perseverante che include il ricorso ai sacramenti, la fedeltà nella vita quotidiana, la pratica delle virtù e la capacità di pregare nei periodi di aridità spirituale.
Inoltre, lo scritto approfondisce il ruolo delle consolazioni spirituali e delle manifestazioni straordinarie, come le rivelazioni private, la pace interiore o i doni carismatici, sottolineando che nessuna di esse, di per sé, equivale alla santità o costituisce il canale ordinario del progresso interiore.
Attingendo al pensiero di dottori della Chiesa come San Giovanni della Croce, San Francesco di Sales e San Tommaso d'Aquino, l'autore mette in guardia contro l'"avarizia spirituale" che spinge a ricercare piaceri o segni materiali al di sopra di Dio stesso. I carismi e gli affetti sono benefici solo se accolti con distacco, se conducono alla carità e se rispettano il discernimento e l'obbedienza ecclesiale.
«"Il cammino silenzioso dei santi"» Ci invita a riscoprire la bellezza della meditazione evangelica, della sobrietà liturgica e della presenza di Dio nella quotidianità.
La dinámica social suele sucumbir a la ley del más fuerte... que casi siempre coincide con el más disruptivo. Se tolera su actitud o simplemente se le da por «imposible», mientras los alumnos nobles, con criterio y serenidad, son relegados al rincón del «muermo».
Eloy Asenjo Carpintero-22 de Settembre de 2026-Tempo di lettura: 4minuti
Per decenni ci è stata propinata una caricatura perversa: il "cattivo" è audace, carismatico e sicuro di sé; il "buono" è un tipo tranquillo, noioso e prevedibile, facilmente influenzabile. La cultura popolare e la vita scolastica alimentano quotidianamente questa finzione. Il ribelle ride a crepapelle, fa scherzi crudeli e sembra conquistare il mondo. Ma dietro le quinte, la realtà è desolante: non assistiamo a forza o realizzazione, bensì a una disperata fuga in avanti.
A Il percorso di Aristotele, L'ellenista Edith Hall recupera la precisa osservazione del filosofo sui devastanti effetti psicologici dell'immoralità. Circondato in Macedonia da sanguinosi intrighi sotto Filippo II, Aristotele non vide leader potenti, ma relitti psicologici. Osservò criminali spinti al suicidio perché incapaci di sopportare la condanna della propria memoria e la solitudine della propria coscienza.
«I malvagi cercano compagni con cui sprecare i loro giorni e tentare molte cose spiacevoli e cercare di sfuggire a se stessi, perché quando sono soli, ricordano molte cose spiacevoli… ma quando sono con gli altri le dimenticano (…) Essendo pieni di rimpianti, non possono addolorarsi e gioire allo stesso tempo» (Aristotele, Etica Nicomachea)
Il male è polimorfo; il bene, sereno
Esiste un'asimmetria essenziale tra virtù e rovina morale. Lev Tolstoj l'ha colta quando ha iniziato Anna Karenina"Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo." Si ispirò alla filosofia greca. Aristotele aveva già affermato che il bene è semplice, mentre il male è imprevedibile: "L'uomo buono è sempre se stesso; l'uomo cattivo e lo stolto non sono affatto come erano al mattino.".
Chi agisce in modo sbagliato vive su una montagna russa emotiva. Gode di un piacere fugace per pochi minuti – una risata codarda, un atto di sfida – per poi precipitare immediatamente in un degrado interiore. Incapaci di tollerare il silenzio della propria coscienza, sentono il bisogno di amplificare il rumore, cercare complici e intensificare il conflitto. Hanno bisogno della folla per non sentire la propria voce.
L'aula come microcosmo: la legge del più forte
Qualsiasi educatore riconosce questo schema. Le dinamiche sociali spesso soccombono alla legge del più forte… che quasi sempre coincide con quella del più indisciplinato. Il loro atteggiamento viene tollerato o semplicemente considerato "impossibile", mentre gli studenti più nobili, dotati di buon senso e compostezza, vengono relegati nell'angolo dei "noiosi". Eppure, sono gli unici a sperimentare, anche se non sempre sembra, la vera felicità: la pace interiore di chi sa cosa sta facendo e non ha bisogno di applausi rubati per dormire sonni tranquilli.
La sfida pedagogica è quella di rompere questa paralisi. La bontà è intrinsecamente contagiosa. Chi vuole imparare ha bisogno di strumenti, di sostegno istituzionale e della convinzione di farsi avanti e di non cedere la leadership al "cattivo" del momento. È difficile superare la paura di diventare bersaglio della rabbia altrui, ma quando ci riescono, scoprono che le loro vite migliorano e che il loro coraggio porta benefici a tutti.
Insegnanti sopraffatti da un sistema ingiusto
Un buon insegnante è, prima di tutto, colui che mette il cuore nel proprio lavoro. Queste situazioni ci addolorano profondamente perché si basano su un sistema manifestamente ingiusto. Certo, ci teniamo a tutti i nostri studenti! Sentiamo la sofferenza per lo studente "problematico" tanto quanto per quello ingiustamente etichettato come "studente noioso". Ma questo problema colpisce al cuore stesso dell'insegnamento.
I "piantagrane" e le loro famiglie finiscono per assorbire quasi tutto il tempo e le energie delle scuole. Noi insegnanti ci siamo trasformati in poliziotti, amministratori, pubblici ministeri e giudici: ogni provvedimento disciplinare o protocollo diventa un labirinto burocratico dove un semplice errore procedurale fa saltare il buon senso, o dove finiamo per essere segnalati all'Ispettorato Scolastico. Passiamo le nostre giornate a gestire fascicoli e a risolvere problemi, quando ciò per cui siamo veramente formati – e ciò che sappiamo fare – è insegnare.
È una profonda ingiustizia. Dobbiamo fare grandi sforzi per ritagliare qualche minuto nell'orario scolastico da dedicare agli studenti che vanno bene, a quelli che studiano, si comportano bene e non fanno storie. Anche loro meritano tempo di qualità, entusiasmo e l'attenzione dell'insegnante. Non possiamo permettere che il chiasso degli studenti indisciplinati comprometta l'apprendimento di coloro che sopportano in silenzio.
Forgiare leader di fronte alla tirannia
A questi studenti diligenti bisogna fornire gli strumenti necessari per diventare veri leader: leader morali contro i quali i "piantagrane" non potranno più dettare legge in classe.
Dobbiamo infondere in loro le virtù della prudenza, della fortezza e della temperanza, che sono il fondamento della vera giustizia. Solo così, armati di coraggio e convinzione, si sforzeranno di condurre sulla retta via coloro che oggi non vogliono o non possono farlo.
Il conto con il tempo
La tragedia più grande di questa permissività non è solo il caos che provoca in classe, ma anche l'abbandono degli studenti problematici stessi. Poche cose sono più scoraggianti per un insegnante che ricevere, anni dopo, la visita di ex studenti diventati adulti amareggiati. Tornano con nostalgia e rimorso, confessando quanto gli siano mancati limiti ben definiti, correzioni tempestive e una vera opportunità di diventare persone migliori.
È tempo di smantellare il mito del "ragazzo cattivo" trionfante... e anche la rassegnazione nei confronti del "ragazzo impossibile". Lo studente problematico non è un eroe ribelle, né il suo atteggiamento è una causa persa fuori dalla nostra portata: è prigioniero delle proprie azioni e ha bisogno di uno spettacolo costante per evitare di vedere il proprio riflesso. La vera rivoluzione nelle nostre classi sta nel difendere gli studenti modello, nel valorizzare la loro leadership e nel ricordare che l'integrità non è noiosa, ma piuttosto l'unica strada per una vita serena, appagante e trasformativa.
Il programma completo del viaggio di Papa Leone XIV in Uruguay, Argentina e Perù
È stato appena reso noto il programma completo della visita di Papa Leone XIV in Uruguay, Argentina e Perù, dal 6 al 17 novembre 2026. È il seguente.
Redazione Omnes-21 settembre 2026-Tempo di lettura: 5minuti
Venerdì 6 novembre 2026
ROMA – MONTEVIDEO
Ore 07:00 Partenza in aereo dall’aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino alla volta di Montevideo
16:30 Arrivo all’aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco “General Cesáreo L. Berisso”
ACCOGLIENZA UFFICIALE
Ore 17:30 CERIMONIA DI BENVENUTO in “Plaza Independencia”
17:45 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO
Ore 18:15 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA presso l“”Edificio José Artigas”
19:10 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE E I SEMINARISTI nella Cattedrale Metropolitana dell’Immacolata Concezione, di San Filippo e di San Giacomo
Sabato 7 novembre 2026
MONTEVIDEO – PAYSANDÚ – MONTEVIDEO
08:25 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco alla volta di Paysandú
09:10 Arrivo all’aeroporto internazionale di Paysandú “Brigadier General Aviator Tydeo Larre Borges”
Ore 10:00 SANTA MESSA al “Parco Parigi-Londra”. Omelia del Santo Padre
12:45 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Paysandú alla volta di Montevideo
13:30 Arrivo all'aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco
Ore 17:00 INCONTRO CON LA REALTÀ SOCIALE DI CASAVALLE presso la Parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe
Ore 18:00 INCONTRO CON IL MONDO DELL’ISTRUZIONE presso l’Università Cattolica dell’Uruguay
Domenica 8 novembre 2026
MONTEVIDEO – FLORIDA – BUENOS AIRES
Ore 10:30 SANTA MESSA nella piazza della Cattedrale Basilica di Florida, Santuario Nazionale della Vergine dei Trenta e Tre
15:10 CERIMONIA DI ADDIO all'aeroporto di Montevideo-Carrasco “General Cesáreo L. Berisso”
Ore 15:30 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Montevideo-Carrasco alla volta di Buenos Aires
16:30 Arrivo all’aeroporto internazionale di Buenos Aires “Aeroparque Jorge Newbery”
ACCOGLIENZA UFFICIALE
Ore 17:00 VISITA AL “MONUMENTO AL GENERALE SAN MARTÍN E AGLI ESERCITI DELL’INDIPENDENZA” in “Piazza San Martín”
17:20 CERIMONIA DI BENVENUTO alla “Casa Rosada”
17:50 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Ore 18:30 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO presso il “Palazzo Libertad, Centro Culturale Domingo Faustino Sarmiento”
Lunedì 9 novembre 2026
BUENOS AIRES – CLAYPOLE – BUENOS AIRES
09:15 VISITA AL PERSONALE E AGLI UTENTI DEL “PICCOLO COTTOLENGO DON ORIONE DI CLAYPOLE”
Ore 11:30 SANTA MESSA presso il “Monumento degli Spagnoli”. Omelia del Santo Padre
16:10 INCONTRO CON IL MONDO DEL LAVORO presso l'Università Cattolica Argentina
Ore 17:30 INCONTRO CON I LEADER DELLE COMUNITÀ CRISTIANE E DELLE TRADIZIONI RELIGIOSE presso il “Palacio San Martín”
Ore 18:45 CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON L’EPISCOPATO ARGENTINO E I GRUPPI SINODALI nella Cattedrale Metropolitana della Santissima Trinità
19:45 Cena con i vescovi presso l'Arcivescovado
Martedì 10 novembre 2026
BUENOS AIRES – CÓRDOBA – BUENOS AIRES
Ore 07:30 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Buenos Aires alla volta di Córdoba
Ore 10:00 SANTA MESSA nella spianata della Scuola di aviazione militare. Omelia del Santo Padre
Ore 15:15 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I DIACONI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI E GLI OPERATORI PASTORALI nella Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione
16:55 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Córdoba alla volta di Buenos Aires
18:10 Arrivo all’aeroporto internazionale di Buenos Aires “Aeroparque Jorge Newbery”
Ore 20:15 VEGLIA CON I GIOVANI presso il “Monumento degli Spagnoli”
Mercoledì 11 novembre 2026
BUENOS AIRES – LUJÁN – LIMA
08:00 VISITA AL COMPLESSO PENITENZIARIO FEDERALE DI BUENOS AIRES
Ore 10:00 SANTA MESSA nella piazza della Basilica di Nostra Signora di Luján. Omelia del Santo Padre
Ore 13:30 CERIMONIA DI SALUTO all'aeroporto internazionale di Buenos Aires “Ministro Pistarini”
Ore 14:00 Partenza in aereo dall’aeroporto internazionale di Buenos Aires alla volta di Lima
17:30 Arrivo alla “Base aeronavale di Callao”
ACCOGLIENZA UFFICIALE
Ore 18:15 CERIMONIA DI BENVENUTO presso il “Palazzo del Governo”
18:45 VISITA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Ore 19:45 INCONTRO CON LE AUTORITÀ, LA SOCIETÀ CIVILE E IL CORPO DIPLOMATICO presso il “Gran Teatro Nacional”
Giovedì 12 novembre 2026
LIMA
Ore 09:30 INCONTRO CON I VESCOVI DEL PERÙ nella cappella del Palazzo Arcivescovile di Lima
10:20 CELEBRAZIONE DELLA MEZZ’ORA CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI, I GRUPPI SINODALI E I CONSIGLI PASTORALI nella Basilica Cattedrale di San Giovanni Apostolo ed Evangelista
Ore 11:30 INCONTRO SULLE SFIDE E LE SPERANZE PER IL FUTURO DEL POPOLO PERUANO nella piazza della Cattedrale
Ore 18:00 VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI E GLI STUDENTI UNIVERSITARI allo Stadio Monumental di Lima
Ore 20:00 Cena con i vescovi presso la Nunziatura Apostolica
Venerdì 13 novembre 2026
LIMA – CHICLAYO – PIMENTEL – CHICLAYO
07:40 Partenza in aereo dalla “Base aeronavale di Callao” alla volta di Chiclayo
09:10 Arrivo alla base aerea di Chiclayo “Tenente Colonnello Pedro Ruiz Gallo”
Ore 10:30 SANTA MESSA nella spianata delle “Pampas de Pimentel” Omelia del Santo Padre
12:40 Visita privata alla Cappella di San Óscar A. Romero
Ore 16:30 INCONTRO CON I VESCOVI, I SACERDOTI, I RELIGIOSI, LE RELIGIOSE, I SEMINARISTI, I GRUPPI SINODALI E I CONSIGLI PASTORALI presso il Santuario di Nostra Signora della Pace
17:45 INCONTRO CON IL MONDO UNIVERSITARIO presso l'Università Cattolica “Santo Toribio de Mogrovejo”
Ore 19:00 Cena con i sacerdoti della diocesi di Chiclayo presso la scuola “Santo Toribio de Mogrovejo”
Sabato 14 novembre 2026
CHICLAYO – SANTA CRUZ DE SUCCHABAMBA – ZAÑA – CHICLAYO
Ore 08:00 RITO DI INCORONAZIONE DELLA VERGINE IMMACOLATA nella Cattedrale di Santa Maria
09:10 Partenza in elicottero dalla base aerea di Chiclayo alla volta di Santa Cruz de Succhabamba
09:50 Arrivo all'eliporto di Santa Cruz de Succhabamba
Ore 11:00 SANTA MESSA nella spianata di Santa Cruz de Succhabamba Omelia del Santo Padre
13:15 Partenza in elicottero dall'eliporto di Santa Cruz de Succhabamba alla volta di Chiclayo
Ore 14:00 Arrivo alla base aerea di Chiclayo “Tenente Colonnello Pedro Ruiz Gallo”
Ore 17:30 INCONTRO DI PREGHIERA CON LA COMUNITÀ CATTOLICA IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELL’ANNO GIUBILARE DI SAN TORIBIO DI MOGROVEJO presso il Santuario di San Toribio di Mogrovejo
Domenica 15 novembre 2026
CHICLAYO – CUSCO – PUCALLPA – LIMA
07:50 Partenza in aereo dalla base aerea di Chiclayo alla volta di Cusco
Ore 10:00 Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Cusco “Alejandro Velasco Astete”
Ore 10:30 INCONTRO CON I FEDELI E I RAPPRESENTANTI DELLA DEVOZIONE POPOLARE presso il Parco Archeologico Nazionale di Saqsaywaman
Ore 11:45: PREGHIERA DELL’ANGELUS nella piazza della Basilica Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria
13:05 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Cusco alla volta di Pucallpa
14:30 Arrivo all’aeroporto internazionale di Pucallpa “Capitano FAP David Abensur Rengifo”
Ore 15:00 INCONTRO CON I MISSIONARI, LE MISSIONARIE E I RAPPRESENTANTI DELLE POPOLAZIONI AMAZONICHE presso il “Malecón Puerto Callao”
16:45 SANTA MESSA presso la “Villa Deportiva Regional Ucayali” Omelia del Santo Padre
19:05 Partenza in aereo dall'aeroporto internazionale di Pucallpa alla volta di Lima
20:20 Arrivo alla “Base aeronavale di Callao”
Lunedì 16 novembre 2026
LIMA – CALLAO – LIMA – ROMA
08:30 VISITA AL PERSONALE E AGLI OSPITI DELLA CASA DI ACCOGLIENZA DELLE SUORE DEGLI ANZIANI IN DIFFICOLTÀ
Ore 10:30 SANTA MESSA presso la “Base aerea di Las Palmas” Omelia del Santo Padre
13:15 CERIMONIA DI ADDIO presso la “Base aeronavale di Callao”
13:45 Partenza in aereo dalla “Base aeronavale di Callao” alla volta di Roma
Martedì 17 novembre 2026
ROMA
10:25 Arrivo all'aeroporto internazionale di Roma/Fiumicino
Migliaia di persone manifestano a favore della vita a Bratislava, Berlino e Colonia
Circa trentamila persone provenienti da tutta la Slovacchia si sono radunate a Bratislava questa domenica 20 settembre in occasione della quinta Marcia Nazionale per la Vita, organizzata quest’anno sotto il patrocinio dei vescovi slovacchi. Si sono tenute marce anche a Berlino e a Colonia.
Parallelamente all’appello del Papa a una rinnovata presa di coscienza sul “prezioso dono della vita”, questa domenica migliaia di persone hanno partecipato a Bratislava alla Marcia Nazionale per la Vita, in un evento che si è svolto nella Piazza della Libertà della capitale.
Papa Leone XIV ha inviato un messaggio ai partecipanti, nel quale ha espresso la speranza che la Marcia per la Vita fosse “un momento di preghiera e di testimonianza, che risvegli una rinnovata consapevolezza del prezioso dono della vita, ricevuto da Dio, che deve essere accolto e protetto in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo naturale compimento”, ha riferito l’agenzia vaticana.
Sostegno ai più vulnerabili e indifesi
Il Santo Padre ha inoltre esortato a promuovere una “cultura che si prenda particolarmente cura dei più vulnerabili e indifesi, contribuendo così alla costruzione di una società più fraterna e improntata alla solidarietà”.
Padre Iván Ružička, segretario generale della Conferenza Episcopale Slovacca, ha espresso la propria gratitudine per il sostegno del Papa alla marcia, in dichiarazioni a Vatican News. “Ci siamo riuniti per difendere la dignità di ogni vita umana, dal concepimento fino al suo fine naturale”, ha affermato.
Con le donne e le famiglie
Padre Ružička ha aggiunto che gli obiettivi della marcia uniscono la tutela dei bambini non ancora nati all’aiuto a chi si trova in situazioni difficili.
“Il nostro obiettivo a lungo termine è la tutela di ogni vita umana, in particolare quella dei bambini non ancora nati”, ha spiegato. “Allo stesso tempo, vogliamo sostenere le donne e le famiglie che si trovano in situazioni difficili. Nessuna madre dovrebbe pensare che l’aborto sia la sua unica opzione”.
“Nel nostro contesto slovacco, ciò significa, innanzitutto, l’abrogazione dell’ingiusta legge sull’aborto, che discrimina i bambini non ancora nati e nega loro il diritto alla vita”, ha affermato il portavoce della Marcia Nazionale per la Vita, Dmitrij Olšovský, secondo quanto riportato dal agenzia notizie dalla Conferenza episcopale della Slovacchia,
L'obiettivo specifico della marcia di quest'anno è stato quello di richiamare l'attenzione su tre disposizioni dell'emendamento dello scorso anno alla Costituzione della Repubblica Slovacca che non sono ancora state recepite nella legislazione: il divieto della maternità surrogata, il consenso dei genitori all’educazione sessuale e le disposizioni relative al sesso biologico, aggiunge la nota.
Olivia Maurel, nella foto, portavoce della Dichiarazione di Casablanca, è stata invitata alla Marcia per la Vita 2026 a Bratislava (DCA, Wikimedia Commons).
Totale rifiuto della maternità surrogata
La Marcia Nazionale per la Vita ha voluto in particolare richiamare l’attenzione sulla necessità di un divieto totale della maternità surrogata. Gli organizzatori ritengono che questa pratica sia incompatibile con la dignità sia del bambino che della donna.
“La maternità surrogata trasforma il bambino in un oggetto di commercio e il corpo della donna in uno strumento per soddisfare i desideri di un’altra persona. Tuttavia, il bambino non è una merce e la donna non deve essere un mezzo per ottenerlo. Siamo convinti che la maternità surrogata leda la dignità sia della donna che del bambino”, ha dichiarato la portavoce della Marcia Nazionale per la Vita, Milena Olsovska.
Introdurre un divieto legislativo totale di questa forma di gravidanza
Per questo motivo, gli organizzatori esortano, tramite una petizione, i deputati del Consiglio Nazionale della Repubblica Slovacca a tradurre rigorosamente in legge il divieto costituzionale della maternità surrogata. Chiedono il divieto di tutti gli accordi di maternità surrogata, non solo dei casi legati allo sfruttamento delle donne.
“La Costituzione vieta la maternità surrogata. Per questo motivo, accogliamo con favore l’impegno della coalizione di governo volto a inserire tale divieto nel Codice penale”, ha dichiarato Patrik Daniška, coordinatore principale della Marcia Nazionale per la Vita.
“Tuttavia, il disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento non vieta la maternità surrogata in quanto tale, ma solo alcune delle sue forme. Esortiamo i deputati ad approvare un divieto legislativo totale di questa pratica e, in tal modo, a rendere effettivo nella pratica il divieto costituzionale”, ha aggiunto il coordinatore.
Olivia Maurel, Aleš Primc e Marie-Lys Pellissier, ospiti
Alla Marcia era previsto l'intervento di Olivia Maurel, una delle voci internazionali più autorevoli a favore del divieto mondiale della maternità surrogata.
Maurel è già intervenuto in Slovacchia nel 2025, tra l’altro, presso il Consiglio nazionale della Repubblica Slovacca. Partecipa alla marcia per chiedere che il divieto costituzionale della maternità surrogata trovi rigoroso riscontro nella legislazione, in particolare nel Codice penale.
Aleš Primc è un leader civile e politico sloveno, promotore di tre referendum di successo sulla famiglia tenutisi nel 2001, nel 2012 e nel 2015.
Marie-Lys Pellissier ha conseguito una laurea in filosofia dell’etica alla Sorbona ed è portavoce del movimento francese “Marche pour la vie”. È cofondatrice di “Génération pro-vie” e dell’Académie Lejeune, che forma giovani impegnati nella difesa della vita. Nel 2026 si è inoltre mobilitata contro la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito in Francia.
Anche a Berlino e Colonia
Sabato 19 si sono svolte contemporaneamente a Berlino e a Colonia due Marce per la Vita, alle quali hanno partecipato diverse migliaia di persone, proprio come segnalato Omnes.
Organizzate dall’Associazione Federale per il Diritto alla Vita, le marce hanno ricevuto il sostegno delle chiese. Da parte cattolica, il vescovo Dr. Rudolf Voderholzer (Ratisbona), il vescovo ausiliare Dr. Josef Graf (Ratisbona) e il vescovo emerito Gregor Maria Hanke OSB (Eichstätt) hanno partecipato alla marcia a Berlino.
Sostegni e rifiuti
Altri cardinali, come il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, hanno inviato messaggi di sostegno alle manifestazioni nelle due città, per difendere la dignità della vita umana fin dal concepimento e affrontare questioni quali l’aborto, il suicidio assistito, la maternità surrogata e i test prenatali non invasivi (NIPT).
Anche Augoustinos, metropolita ortodosso tedesco, aveva espresso il proprio sostegno. Lo stesso aveva fatto Friedhelm Holthuis, presidente della Federazione delle Chiese Pentecostali Libere.
Il collettivo Pro-Choice-Bündnis Köln, con contro-manifestazioni, e la LAG Säkulare Grüne (ala laica dei Verdi) hanno espresso la loro opposizione alle manifestazioni.
Come crescere nell'umiltà ai tempi dei "mi piace": cosa può insegnarci Merry del Val
Merry del Val ha vissuto l’umiltà ricoprendo una delle cariche di maggiore responsabilità della Chiesa, una virtù che oggi si contrappone alla costante ricerca di riconoscimento e di «like». Don Álvaro Serrano raccoglie i suoi scritti nel libro "Crescere nell’umiltà. 7 passi con il cardinale Merry del Val".
All’età di 38 anni, Rafael Merry del Val (1865-1930) divenne segretario di Stato di San Pio X, una delle cariche di maggiore responsabilità della Chiesa. Tuttavia, aspirava a una vita semplice e appartata. Ogni giorno recitava le famose Litanie dell'umiltà, una frase che rivela la sua lotta interiore.
A più di un secolo di distanza, il sacerdote Álvaro Serrano Bayán ha recuperato lettere, scritti e consigli spirituali di Merry del Val e li ha raccolti in «Crescere nell’umiltà. 7 passi con il cardinale Merry del Val» (Monte Carmelo), un percorso per coltivare questa virtù nella vita quotidiana. Il libro, con prefazione del cardinale Pietro Parolin, è il frutto di anni di ricerca e di lettura dei testi del cardinale.
Serrano, sacerdote dell’Arcidiocesi di Toledo, ingegnere aerospaziale e studente di Comunicazione istituzionale a Roma, si avvicina a Merry del Val non per scrivere una nuova biografia, ma per lasciare che sia lui stesso a parlare. Nei suoi testi si scopre un uomo consapevole dei propri talenti, ma determinato a non farne il centro della propria vita.
In questa intervista, Álvaro Serrano spiega cosa si nasconde dietro le Letanie dell’Umiltà, come Merry del Val abbia vissuto questa virtù ricoprendo una carica di enorme responsabilità e cosa possa insegnarci oggi, soprattutto in una società caratterizzata dalla ricerca di riconoscimento, follower e «like».
Cosa ha scoperto in Merry del Val che l’ha spinto a dedicare sette anni alla ricerca, alla lettura e alla sistemazione dei suoi scritti?
–Merry del Val è noto per le litanie dell’umiltà. Ha ripreso alcune litanie già esistenti, le ha recitate e le ha adattate secondo i propri gusti.
Conoscendo quelle litanie, mi sono imbattuto per caso in un libro di Merry del Val in cui ne parlava. Alcune mi hanno colpito in modo particolare e ho pensato che fosse davvero interessante. Merry del Val è un personaggio poco conosciuto e, tra coloro che lo conoscono, molti si fermano solo alle litanie. Tuttavia, è una figura molto più ricca e ha moltissimo da offrire. È un personaggio che, più lo conosci, più ti affascina.
Da quel momento ho iniziato a documentarmi sempre di più su Merry del Val: ho consultato biografie e scritti, e mi sono capitate tra le mani alcune lettere che aveva scritto ad altre persone. Ho potuto leggere molte cose e ho pensato che ciò che mi era utile e mi sembrava interessante potesse servire anche ad altre persone per conoscere meglio questo personaggio.
Non volevo scrivere una biografia. In Spagna abbiamo grandi biografi di Merry del Val, persone molto competenti che hanno svolto questo lavoro.
Per questo ho deciso di raccogliere le sue parole. In questo modo, non mi addentravo nel campo della biografia. Si tratta di qualcos’altro: mettere a disposizione del lettore i testi originali del cardinale Merry del Val.
C’è stato qualche testo o qualche lettera di Merry del Val che ha cambiato in modo particolare il suo modo di intendere l’umiltà?
– Una delle cose che mi ha colpito di più è che Merry del Val viveva l’umiltà nella vita di tutti i giorni, senza bisogno di dire «sono umile». C’è una frase di sant’Agostino che recita: «Ama e fa» ciò che vuoi». In un certo senso, era così che lui viveva l’umiltà: faceva ciò che doveva fare e non si preoccupava di nient’altro.
Ovviamente dovette affrontare molte invidie. A 38 anni era già segretario di Stato e, per così dire, uno degli uomini più potenti del mondo, almeno nell’ambito vaticano. Tuttavia, non si preoccupava di ciò che gli altri dicevano di lui. Lavorava, seguiva la sua routine e faceva ciò che doveva fare. Non si considerava più importante per la carica che ricopriva né sentiva il bisogno di dimostrare chi fosse. Se non lo salutavano, non lo salutavano; se lo salutavano, lo salutavano. Lui faceva ciò che era giusto fare in ogni momento.
Credo che questa sia la vera rinuncia. Non si tratta di praticare l’umiltà in modo sporadico, ma di vivere con umiltà. Merry del Val fece dell’umiltà un’abitudine, uno stile di vita. Per questo non era semplicemente una persona che praticava l’umiltà, ma una persona umile.
Spesso pensiamo che l’umiltà consista nel lasciarsi sopraffare, nell’essere sempre gli ultimi in tutto, nel permettere agli altri di approfittarsi di noi o nel dire sempre di sì a tutto. Ma questa non è umiltà. L’umiltà consiste nel riconoscere che abbiamo dei doni, nel sapere che provengono da Dio e nel metterli al servizio degli altri, senza sentirci padroni di essi né aver bisogno del riconoscimento degli altri.
Dove finisce l'umiltà e dove inizia una falsa umiltà che può nascondere insicurezza o addirittura disprezzo di sé?
–Nel caso di Merry del Val è molto evidente. Quando era segretario di Stato, molte persone si rivolgevano a lui per ciò che potevano ottenere grazie alla sua carica, non per lui come persona. Tuttavia, lui si distaccava da tutto ciò.
La sera andava a Trastevere per assistere i poveri che non sapevano nemmeno che fosse segretario di Stato. Per questo motivo, non potevano avvicinarsi a lui a causa della sua carica. Lui stesso diceva: «Sono segretario di Stato, ma, prima di tutto, sono un sacerdote».
Per lui, lasciare la carica di segretario di Stato non sarebbe stato un dramma. La sua vita ruotava attorno al suo essere sacerdote, non al ricoprire una carica. Il sacerdozio era il fulcro e l’essenza della sua vita; essere segretario di Stato era una cosa circostanziale e temporanea.
Ne è prova il fatto che non ha mai cercato di perpetuarsi al potere né ha mai aspirato a ricoprire altre cariche. C’è infatti un aneddoto significativo: quando era segretario di Stato conservava lo stesso materasso che aveva usato da seminarista. Era un semplice materasso di paglia, che aveva portato al Colegio Español e che continuò a usare per tutta la vita. Non cambiò le sue condizioni di vita per il fatto di essere diventato segretario di Stato.
Merry del Val ha dovuto lottare molto per rimanere umile pur ricoprendo una carica così importante in Vaticano…
–L’umiltà è un dono che il Signore ci concede, ma è anche un impegno che tutti dobbiamo portare avanti ogni giorno. Infatti, nelle litanie dell’umiltà si prega: «Dal desiderio di essere consultato, liberami, Signore». Lui era Segretario di Stato e tutti dovevano consultarlo. Ma lui non riponeva la propria forza nel desiderio di essere consultato. Ovviamente, essere consultati non è un male; ciò che può esserlo è desiderare continuamente di essere al centro delle consultazioni.
Lo stesso vale per il desiderio di essere amati. Essere amati è una cosa positiva, ma trasformare quel desiderio in un’ossessione è negativo. In definitiva, sono i desideri disordinati quelli che bisogna combattere.
Per questo motivo, credo che Merry del Val, come tutti, abbia dovuto lottare. È possibile che, man mano che imparava a padroneggiare le virtù e le passioni, gli risultasse più facile. Ma i suoi scritti dimostrano che ha dovuto lavorare sull’umiltà. Nel libro si vede come la metta in relazione con l’abbandono e la sofferenza. Le sue stesse frasi interpellano il lettore perché dimostrano che anche lui ha dovuto lottare per viverla.
Qual è, secondo lei, l’aspetto meno conosciuto di Merry del Val che vorrebbe che il lettore scoprisse leggendo il libro?
– Credo che un aspetto poco conosciuto di Merry del Val sia che fosse una persona normale. A volte vediamo i santi come figure irraggiungibili, come se noi non potessimo mai diventare come loro. Eppure Merry del Val suonava il pianoforte e lo faceva molto bene, compose diverse opere perché amava la musica, andava a passeggio, si dedicava alle opere di carità e, allo stesso tempo, era segretario di Stato.
Era un sacerdote e, nell’ambito del suo ministero, ricopriva l’incarico che la Chiesa gli aveva affidato in quel momento. Mi piacerebbe che il lettore scoprisse in lui un sacerdote normale, una persona che, attraverso la propria vita, cercava la santità e l’umiltà.
Credo che questo possa aiutare chiunque a scoprire di essere anch’egli chiamato a cercare la santità e che l’umiltà possa essere una via per viverla.
L'umiltà è fondamentale perché è il fondamento delle altre virtù. È come il filo che unisce le perline di un rosario: tutte le altre virtù ne hanno bisogno, perché, senza umiltà, possono affiorare la superbia e la vanità.
Cosa consiglierebbe a qualcuno che voglia iniziare fin da oggi a coltivare l'umiltà?
– Innanzitutto, pazienza. L’umiltà non è qualcosa che si decide da un giorno all’altro: è una virtù su cui bisogna lavorare con perseveranza. Ogni giorno bisogna riprovarci, perché non si acquisisce dall’oggi al domani.
È importante anche non lasciarsi sopraffare dai rimorsi. Come ho detto prima, l’umiltà non consiste nel dire sempre di sì a tutto né nel permettere che gli altri si approfittino di noi. Bisogna comprendere bene che cos’è l’umiltà e coltivarla con pazienza e perseveranza. Così, poco a poco, cresceremo in questa virtù.
È più difficile vivere con umiltà nella società di oggi?
–Sì, oggi può risultare più difficile. Proprio come in una società in cui c’è abbondanza di cibo può essere più difficile praticare l’astinenza, o dove c’è molto denaro può essere più arduo vivere con sobrietà, una società molto egocentrica e autoreferenziale rende difficile l’umiltà.
Si attribuisce molta importanza al corpo e i social media ci inducono a prestare attenzione a ciò che pubblichiamo, a quanti «like» riceviamo o a quanti follower abbiamo. Tutto ciò può alimentare l’arroganza e la vanità.
Non è male avere follower o ricevere «mi piace», ma il cuore non può riporre lì il proprio desiderio. Possiamo usare i social per fare del bene, amare e far conoscere il Signore. Se questo si traduce in «mi piace», sia lodato Dio e gliene siamo grati. Ma la nostra vita non deve cercare il «mi piace», bensì cercare Dio.
Crescere nell’umiltà. 7 passi con il cardinale Merry del Val
Possiamo presentarvi Sese e Cristina come gli zii della "famiglia Caño". Sì, proprio quella famiglia diventata virale sui social media grazie a un breve video in cui cantano "Dama y Vagabundo" del gruppo Bromas Aparte. Il video è diventato un successo grazie all'autenticità della loro interpretazione e alla gioia che traspare mentre cantano. Stiamo parlando del video che l'ex calciatore Gerard Piqué ha definito "un contenuto a pagamento" e che ha totalizzato milioni di visualizzazioni. Uno dei fratelli, Javi, ha anche cantato nel videoclip dell'inno papale "Alza gli occhi" durante la sua visita in Spagna.
Ma Sese e Cristina hanno una storia che illustra molto bene lo spirito dei loro nipoti e di tutti “Los Caño”, che va ben oltre l’aura che i loro nipoti si sono creati. Tutto è iniziato quando a Cristina è stata diagnosticata la sclerosi multipla, una malattia che si è manifestata all’improvviso e si è aggravatata rapidamente in pochissimo tempo. Ciò non le ha impedito di sposare il suo fidanzato, Sese, e di avere, col tempo, quattro figli.
Noi della redazione di Omnes abbiamo avuto modo di intervistare questa meravigliosa famiglia e di ascoltare, attraverso le parole dei suoi protagonisti, questa storia di dedizione.
Cristina, Sese, come vi siete conosciuti? Come avete iniziato a frequentarvi? Cosa avete visto l'uno nell'altro?
–Ci siamo conosciuti durante l'anno scolastico 2001-2002, in una biblioteca di quartiere. All'epoca studiavo a Villanueva e facevo un tirocinio in una cassa di risparmio, mentre Cris stava finendo il liceo.
Sono passati due anni prima che iniziassimo a frequentarci; in quel periodo ci vedevamo quasi ogni giorno e siamo diventati ottimi amici, i migliori, di quelli che si confidano tutto e sanno tutto l'uno dell'altro.
Ci bastava uno sguardo per capirci, ma era solo una grande amicizia, dato che Cristina aveva un ragazzo e anch’io, in quel periodo, ne avevo uno.
Per noi la nostra amicizia era la cosa più importante, ma la verità è che dentro di noi stava nascendo poco a poco qualcosa di più, e a un certo punto ci siamo resi conto che quegli sguardi andavano oltre una profonda amicizia: ci piacevamo! Si era già trasformato in amore.
Cristina, raccontaci un po’ di te…
–Ho studiato a Senara dai 3 ai 18 anni, poi ho conseguito un diploma superiore in analisi cliniche e laboratorio presso un centro di formazione professionale del quartiere. Successivamente ho frequentato un master in chiromassaggio. Attualmente mi dedico completamente a mio marito e ai miei figli. Il mio sogno è che la nostra vita insieme sia il più felice possibile, aiutandoli, insegnando loro e amando mio marito, ogni giorno di più e meglio. Per questo chiedo di potermi riprendere un po’, affinché quella felicità possa realizzarsi ogni giorno con maggiore intensità.
Cristina, quando ti è stata comunicata la diagnosi della tua malattia, come sono stati quei primi momenti? In che modo ti ha influenzata?
–Ho una compagna di viaggio che si chiama EM (sclerosi multipla); questa malattia ha iniziato a manifestarsi quando avevo 20 anni con una neurite ottica all’occhio sinistro; all’inizio le recidive erano ricorrenti, una o due all’anno, ma poi hanno cominciato ad aumentare progressivamente, arrivando a diverse recidive all’anno. Nel 2008-2009 la malattia ha subito un’accelerazione e sono stata colpita anche all’altro occhio e agli arti.
Quando mi sono sposata, ero praticamente cieca e il braccio destro e la gamba sinistra erano gravemente compromessi. Undici anni fa, ho avuto una crisi lombare che mi ha costretta su una sedia a rotelle. Da allora, ho fatto molta riabilitazione e non ho mai smesso di lottare per rimettermi in piedi o almeno per rimanere il più forte possibile.
Dal 2023, inoltre, soffro di un’altra nuova patologia (che mi ha costretto a trascorrere 10 mesi in terapia intensiva e 3 in reparto), che colpisce il diaframma, chiamata sindrome di Leeuwenhoke o flutter diaframmatico.
In cosa consiste?
– Il mio diaframma presenta movimenti rapidi, intensi e casuali che mi causano molto dolore e mi impediscono di parlare e respirare normalmente. Ho bisogno di BiPAP (supporto ventilatorio per aiutarmi a inspirare ed espirare) e di ossigeno (con o senza ossigeno a seconda della gravità dell'attacco) contemporaneamente. Questo mi ha lasciato diverse conseguenze permanenti; ho perso la capacità di deglutire. Pertanto, devo alimentarmi tramite un sondino PEG (un tubo di alimentazione che viene inserito direttamente nello stomaco) perché non sono in grado di farlo da solo.
All’inizio Sese non sapeva bene di cosa si trattasse; aveva sentito parlare di sclerosi multipla, perché il proprietario di un bar del quartiere ne soffriva e camminava con il bastone. Io, invece, ero ben più consapevole di ciò che mi stava accadendo perché l’avevo studiata, ma non volevo che lui capisse subito quanto fosse grave….
La notizia è stata come una doccia fredda; sono arrivato persino a chiedere a Sese di lasciarmi perché non volevo che, per colpa mia, fosse infelice né che subisse le conseguenze che sapevo la malattia mi avrebbe causato… e lei mi ha risposto portandomi a Parigi per chiedermi di sposarla.
E tu, Sese, cosa hai studiato e dove? Di cosa ti occupi?
–Ho frequentato le scuole superiori e mi sono iscritto a economia aziendale presso un'università privata. Ho completato il primo anno e poi mi sono trasferito in un'università pubblica per studiare economia aziendale. Alla fine ho abbandonato gli studi universitari, anche se ho seguito alcuni corsi che mi hanno permesso di ottenere un certificato professionale.
Attualmente gestisco una piccola azienda di vendita diretta in cui organizziamo presentazioni dal vivo del miglior sistema al mondo per la pulizia e la purificazione dell’aria. Mi occupo personalmente delle visite a domicilio e formo altre persone affinché possano dedicarsi a loro volta a questa attività. Questo lavoro mi piace moltissimo, perché credo nel mio prodotto e mi permette di conoscere e interagire con tante persone. Questo mi dà l’opportunità di lasciare la mia piccola impronta e di portare la loro in molte case. Mi piace sentire di contribuire in una certa misura a migliorare la vita delle persone e quando i nostri clienti lo percepiscono, è davvero gratificante.
Cristina, Sese, quanti figli avete? Quanto tempo ci è voluto prima che nascesse il primo? Come è nata la decisione così generosa di diventare genitori di quattro figli?
–Nonostante tutte le previsioni e i consigli contrari ad avere figli, era ciò che desideravamo di più, ed eravamo convinti che, se Dio lo avesse voluto, saremmo diventati genitori.
Dopo una grave ricaduta, ne abbiamo parlato con il medico, il quale ci ha detto che era il momento migliore per farlo perché in seguito la situazione avrebbe potuto complicarsi, sia a causa delle ricadute che dei farmaci; subito dopo una ricaduta, infatti, era meno probabile che se ne verificasse un’altra di seguito.
Finalmente è arrivato Carlos! Due anni dopo il nostro matrimonio, così amato, così atteso, così desiderato….
Nel 2014, due anni dopo la nascita di Carlos, è arrivato Manu (nel frattempo c'era stato un aborto).
Nacho è venuto al mondo nel 2017, ha degli occhi meravigliosi ed è stato davvero bravissimo. Fran è nato nel 2018 ed è sempre stato un bambino molto indipendente.
Detto questo, e per riassumere, rispondendo alla domanda sul perché abbiamo preso una decisione così generosa, la verità è che, quando eravamo fidanzati, avevamo parlato di avere sei figli. Avevamo le idee chiare: volevamo, per noi e per i nostri figli, provare quella gioia che si prova nelle famiglie numerose, proprio come quelle in cui eravamo cresciuti.
Sese, e tu, in quanto padre di una famiglia numerosa, titolare di un’attività e responsabile di Cristina, come riesci a cavartela? Da dove trai la forza?
–Beh, non credo di fare nulla di eccezionale. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui ho visto i miei genitori e i miei fratelli maggiori donarsi con infinita generosità, comprendendo il significato del sacrificio offerto.
Ho conosciuto poco il padre di Cristina, perché è venuto a mancare poco dopo che avevamo iniziato a frequentarci, ma anche in Elisa, mia suocera, vedo ogni giorno quell’enorme generosità nel dedicarsi agli altri e quella gioia che si prova solo quando ci si mette al servizio degli altri.
Mi sento profondamente fortunato per colei che, ne sono certo, Dio ha messo al mondo affinché diventasse mia moglie.
Quale messaggio generale vorreste trasmettere alla società?
La vita è fatta per essere vissuta appieno. Tutti affrontiamo ostacoli, paure, preoccupazioni, motivi di tristezza e di gioia. Tutti abbiamo bisogno di chiedere perdono e di perdonare. Ma come dice la canzone dei VIVAFE, "Alza lo sguardo", non siamo fatti per guardare a terra.
Per concludere, Sese, come ti sei sentita quando hai saputo del video virale dei tuoi nipoti?
–All’inizio l’ho scoperto grazie a un amico e nel gruppo di famiglia, e visto che cantano sempre così bene e sono davvero fantastici, ho detto: “Ma sono proprio dei campioni…” (anche se ancora non sapevo che fossero diventati virali)… non sono molto ferrato in materia di social.
Nella loro vita quotidiana questi momenti sorgono in modo spontaneo, avvolti da un’aura di semplicità e allegria. Cantano benissimo e sono persone davvero in gamba. Credo che proprio per tutto questo abbiano avuto un impatto così grande, perché è naturale, e la gente è attratta da ciò che è naturale e sincero.
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Educare alla felicità non significa evitare le difficoltà ai nostri figli, ma accompagnarli affinché imparino ad affrontarle e trovino in esse una via verso la pace.
“Voglio che mio figlio sia felice”. Lavoro accogliendo i genitori e il 100% delle famiglie mi ripete questa frase quando iscrivono i propri figli a scuola. Ho cinque persone che mi chiamano «mamma», e anch’io vorrei lo stesso.
Ma so che la felicità non si raggiunge senza conflitti, senza frustrazioni, senza momenti complicati e conversazioni difficili.
È vero che 30 anni fa c’erano situazioni considerate normali che hanno segnato la vita di molti bambini. Prendere in giro chi portava gli occhiali, la bambina dai capelli rossi o dare per scontato che un insegnante potesse trattarti male solo perché aveva avuto una brutta giornata. Ma il pendolo ha fatto il suo corso e siamo finiti all’estremo opposto. Non possiamo garantire ai nostri figli che non vivranno mai momenti difficili, né possiamo passare la vita a cercare dei colpevoli.
I nostri figli dovranno affrontare le proprie difficoltà: un compagno difficile, un campionato perso, un invito che non è mai arrivato. Semplicemente non possiamo evitarlo. Perché la vita va avanti e succedono cose. Il filosofo Gregorio Luri lo spiega molto bene: “Per quanto tu possa desiderare che la vita ti tratti bene, lei ha sempre in serbo qualche ostacolo. Ma la cosa intelligente non è disprezzare la vita perché ci mette i bastoni tra le ruote, bensì amarla nonostante tutto. Anche la vita è imperfetta, proprio come i genitori”.
Impegniamoci affinché il mondo diventi un luogo più umano e accogliente, ma forse è bene rendersi conto che essere genitori significa navigare insieme ai propri figli, che commettono errori, che cambiano, che a volte sono vittime (e altre volte, sì, anche carnefici) e che in quell’onda, turbolenta e alta, l’unica cosa che possiamo garantire loro è che cercheremo di trovare la corrente che li conduca alla pace. E che permetta loro di sapere che, sebbene in mare ci siano gli squali, i coralli si vedono meno, ma sono molti di più.
Leone XIV: è una grazia lavorare nella vigna del Signore, senza invidia né divisioni
Commentando la parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna, il Papa ha affermato durante l’Angelus di questa domenica che è “una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna”, senza spazio “per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio”. Inoltre, ha chiesto aiuto per la Somalia.
Francisco Otamendi-20 settembre 2026-Tempo di lettura: 3minuti
Nel Vangelo, le parabole di Gesù descrivono “la novità di ciò che Dio ha in serbo per noi”, ma in genere “rivelano anche la resistenza che tendiamo a opporre a una giustizia più generosa e a un amore più grande”, ha esordito il Santo Padre prima di recitare la preghiera mariana del Angelus questa domenica, XXV del tempo ordinario, in Piazza San Pietro.
Oggi, in particolare, abbiamo ascoltato la storia dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna, ha spiegato il Papa: alcuni hanno lavorato tutto il giorno, altri solo poche ore, altri ancora dal tramonto.
“Ma il punto centrale della parabola sta nel momento della ricompensa, quando il padrone, mantenendo la parola data, paga i lavoratori della prima ora come concordato, ma, per mostrare loro la propria generosità, tratta gli ultimi allo stesso modo davanti ai loro occhi”.
C’è un dettaglio che non dobbiamo lasciar passare inosservato, ha aggiunto il Pontefice. “Il padrone dà all’amministratore un ordine preciso che questi deve seguire: bisogna pagare i lavoratori ‘cominciando dagli ultimi e finendo con i primi’ (Mt 20,8)”.
Le vie del Signore: è una grazia lavorare nella Sua vigna
«Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si considerano i primi e credono di essersi guadagnati ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto», ha proseguito.
Tutti noi, al contrario, “acquistiamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore prevale su quella del calcolo, l’esperienza della misericordia va oltre quella del merito, il dono della pace pone fine alle rivalità e ci avvicina nella gratitudine”.
A questo punto, Leone XIV è giunto a uno dei messaggi principali della sua omelia di questa mattina: “Fratelli e sorelle, è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace. Non c’è posto per l’invidia e la divisione là dove irrompe la novità di Dio”.
Cerchiamo il Signore, invochiamolo finché è vicino
“Cerchiamo dunque il Signore finché si lascia trovare; invochiamolo finché è vicino; abbandoniamo le vie tortuose e i pensieri iniqui (cfr. Is 55,6-7)”.
“Guardiamo alla nostra Santissima Madre”, ha esortato il Santo Padre. «È una creatura come noi, ma è immune da ogni macchia; per questo ci aiuta ad avere speranza in Dio e a confidare nella sua misericordia, affinché le sue vie diventino le nostre vie e i suoi pensieri diventino i nostri pensieri».
Benedetto XVI al momento della sua elezione a Papa
Leone XIV non ne ha parlato, ma è molto probabile che lo avesse in mente il saluto da Benedetto XVI dal balcone centrale della Basilica di San Pietro, il 19 aprile 2005, al momento della sua elezione a Papa:
"Cari fratelli e sorelle: dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno scelto me, un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore. Mi conforta il fatto che il Signore sappia operare e agire anche con strumenti imperfetti, e soprattutto mi affido alle vostre preghiere”.
Somalia e paesi del Corno d'Africa (@Wikimedia commons).
Crisi umanitaria in Somalia
Dopo la recita dell’Angelus, Papa Leone XIV ha dichiarato di seguire “con grande preoccupazione la crisi umanitaria in alcune zone di Somalia”, dove “gli episodi di violenza e i fenomeni climatici estremi stanno aggravando le condizioni di vita già precarie della popolazione”.
«Auspico un generoso impegno da parte della comunità internazionale, affinché a questi nostri fratelli e sorelle non manchi l’assistenza necessaria», ha esortato il Papa in riferimento a un Paese a maggioranza musulmana.
Imparare dagli errori del passato
Inoltre, il Papa ha inviato la sua benedizione agli abitanti di Pescantina, nei pressi di Verona, che oggi si riuniscono attorno al Monumento ai ex internati, per ricordare tutti coloro che furono deportati e tenuti prigionieri durante la Seconda guerra mondiale.
“Lo faccio per sottolineare che non dobbiamo dimenticare, ma imparare dalla storia per non cadere più negli errori del passato”, ha affermato in conclusione, augurando, come fa sempre, una buona domenica ai romani e ai pellegrini che si sono recati alla preghiera dell’Angelus.
Ai tempi di Gesù, l’ebraico e l’aramaico coesistevano con il greco e il latino, in un contesto linguistico che aiuta a comprendere meglio il contesto dei Vangeli.
Nel primo articolo dedicato all’ebraico, abbiamo visto come questa lingua, data per morta per secoli, sia tornata a essere parlata fra la fine del XIX e il XX secolo, fino a diventare la lingua ufficiale dello Stato di Israele, un po’ come se il latino tornasse a essere la lingua corrente di un Paese moderno.
Oggi un numero sempre maggiore di studiosi si pone una domanda: al tempo di Gesù si parlava ancora ebraico? Oppure Cristo e i suoi contemporanei si esprimevano esclusivamente aramaico?
La lingua di Gesù: l’aramaico?
Partiamo da un fatto innegabile: Gesù era ebreo e viveva in un contesto ebraico. Da buon ebreo, doveva conoscere le Scritture ebraiche, l’alfabeto e la Legge. Il fatto che, inoltre, fosse in grado di discutere con gli studiosi del suo tempo dimostra che il suo livello di conoscenza sulle questioni relative alla sua fede non era quello di un principiante. Di conseguenza, doveva conoscere l’ebraico colto, che oltre ad essere la lingua sacra, era utilizzato per lo studio delle Scritture, la preghiera, la memoria nazionale e la riflessione religiosa.
Certamente, nel I sec. della nostra era l’ebraico aveva perso il suo status di lingua parlata prevalente nella zona che oggi si conosce come Palestina.
Al suo posto, era subentrato l’aramaico, non solamente lingua “volgare”, cioè della vita di tutti i giorni, bensì piuttosto lingua franca diffusasi in tutto il Medio Oriente come strumento di comunicazione non solo ordinario ma dell’amministrazione e della cultura, tanto che alcuni brani dell’Antico Testamento sono redatti in questo idioma: parti dei libri di Esdra e di Daniele, oltre a singole parole o espressioni in altri testi.
A tale situazione si devono i Targumim, traduzioni e parafrasi aramaiche della Bibbia destinate alla lettura pubblica e alla spiegazione dei testi sacri (tornano alla mente le letture e i commenti di Gesù nella sinagoga di Cafarnao e altrove) per la gente comune, che parlava soprattutto quell’idioma.
Si può quindi affermare che Gesù parlasse ordinariamente aramaico, sia per quanto già menzionato sia perché negli stessi Vangeli certe espressioni o termini da lui utilizzati sono riportati fedelmente in questa lingua: Abbà, Talità kum, effatà, Eloì, Eloì, lemà sabactàni (probabile riferimento a un Targum).
Abbiamo chiarito, tuttavia, che doveva conoscere pure l’ebraico. Se poi pensiamo che la Palestina di quell’epoca era un Paese in cui diverse lingue, culture e religioni convivevano fianco a fianco, è plausibile che Gesù e i discepoli avessero almeno una minima conoscenza del greco, lingua amministrativa e commerciale della parte orientale dell’Impero romano.
L'aramaico
Ebraico e aramaico sono lingue sorelle ma non sono lo stesso idioma. Entrambe appartenenti al gruppo “settentrionale” delle lingue semitiche, l’ebraico rientra nel sottogruppo delle lingue cananaiche (con il fenicio, il moabita, ecc.). Un paragone approssimativo ma efficace per i lettori potrebbe essere il seguente: l’aramaico sta all’ebraico più o meno come il rumeno all’italiano.
Zona di nascita e sviluppo dell’ebraico fu la Terra di Canaan (non solo Palestina, ma Libano e parte della Siria e della Giordania), mentre dell’aramaico le regioni della Siria intorno a Damasco, da cui si diffuse, specie tra V e il IV sec. a. C., in tutto Vicino e Medio Oriente, dall’Egitto all’Afghanistan.
L’aramaico continuò a essere “la lingua franca” di quella zona almeno fino al VII secolo, quando iniziò a essere sostituito dall’arabo, senza però scomparire del tutto. Tuttavia, già prima della conquista islamica si era diversificato in diverse varietà: il giudeo-arameo, il samaritano, il nabateo (influenzato dall’arabo e che, a sua volta, influenzò l’arabo, soprattutto nell’alfabeto, che deriva proprio dal nabateo), il palmireo, il siriaco (una delle grandi lingue del cristianesimo orientale e che ha influenzato anche l'arabo) e altre ancora.
E l'ebraico?
Fino al 1947, molti studiosi erano convinti che, dopo l’esilio babilonese, l’ebraico fosse stato definitivamente abbandonato come lingua parlata in favore dell’aramaico.
La scoperta dei Manoscritti di Qumran, invece, ha fatto riconsiderare tale idea grazie alla scoperta, nei testi rivenuti nelle famose caverne, di una lingua ebraica viva non solo nella liturgia e nel contesto religioso, ma anche nella poesia e nella corrispondenza di comunità contemporanee o vicine cronologicamente a Cristo.
Esiste, inoltre, la convinzione che esista una forma di ebraico più evoluta rispetto a quella biblica — l’ebraico mishnaico, di cui abbiamo già parlato in questione — era la lingua effettivamente parlata in alcune zone della Giudea fino alla rivolta di Bar Kochba e alla quasi totale eliminazione della presenza ebraica in Palestina da parte dei Romani, nell’anno 135 d.C.
L’idioma del popolo
Immaginiamo la Gerusalemme del 30 d.C.: un tempio affollato di giudei e proseliti da ogni dove, stranieri, romani, greci e… galilei. Questi galilei, peraltro, parlavano la stessa lingua dei giudei (come abbiamo visto, l’aramaico nella sua forma ordinaria, non “classica”) ma, sappiamo dalle cronache, non erano un granché tenuti in considerazione, sia per il loro carattere fumantino che per il loro modo parlare ritenuto un po’ rozzo.
Fonti rabbiniche successive, nel Talmud, raccontano che si facevano battute sui galilei a causa della pronuncia «confusa» di alcune consonanti gutturali: “alef, he, ḥet e ‘ayin”, lettere che hanno tutte un suono proprio e distinto, ma che in Galilea venivano articolate allo stesso modo.
In un aneddoto, ad esempio, si prende in giro un galileo che entra in un mercato e domanda qualcosa che suona più o meno come amar. Il venditore gli risponde: “Sciocco galileo! Cerchi un asino da cavalcare (ḥamār), del vino (hamar), della lana (‘amar) o un agnello (‘immar) per il sacrificio?”.
Pure i Vangeli confermano che, durante la Passione di Cristo, Pietro viene riconosciuto come galileo perché il suo accento lo tradisce.
Sarebbe un po’ come oggi, in Italia, riconoscere un toscano dalla “gorgia” (aspirazione della lettera “c” per cui “casa” si pronuncia hasa) o, in Spagna, un andaluso per la sua pronuncia (o non pronuncia) delle “s” finali.
Ecco, in pratica, il variegato panorama linguistico di quel tempo:
Ebraico: lingua liturgica, colta, scritta, forse anche vernacolare per alcune classi sociali e comunità della giudea;
Aramaico: lingua popolare, dei mercati, della quotidianità (nelle sue diverse varianti);
Il greco: lingua intercomunitaria e amministrativa, ma anche dominante in alcune zone «pagane» come la Decapoli ;
Latino: presente soprattutto nell’esercito e tra i notabili romani.
Carmignac e il retroterra semitico
In questo contesto si colloca il lavoro di Jean Carmignac, grande studioso dei manoscritti di Qumran. Carmignac sostenne che il Vangelo di Matteo fosse stato redatto originariamente in ebraico e che, almeno in parte, gli altri Sinottici dipendessero da fonti semitiche molto antiche. Riteneva inoltre che Gesù avesse insegnato il Padre nostro in ebraico.
Sebbene molti esegeti non condividano la sua tesi, il suo lavoro ha riportato l’attenzione sulla necessità di tenere conto del contesto semitico dei Vangeli . Infatti, i manoscritti di Qumran consentono di confrontare il greco evangelico con strutture, formule, immagini, lessico e figure retoriche effettivamente attestate nell’ebraico e nell’aramaico dell’antica Palestina, per «ascoltare» il greco dei Vangeli con un orecchio più attento al mondo linguistico da cui proviene.
Gesù, come gli altri maestri ebrei del suo tempo, insegnava attraverso parole destinate a essere ricordate: parabole, immagini sorprendenti, antitesi, parallelismi, ripetizioni e formule brevi. Non erano semplici ornamenti retorici; erano strumenti della memoria orale.
Quando un discorso passa dall’ebraico o dall’aramaico al greco, e poi dal greco alle lingue moderne, può perdere giochi fonici, parallelismi e ambivalenze. La traduzione trasmette il messaggio senza riuscire a preservarne la musicalità.
La casa del pane
Un’osservazione di filologia semitica, che ho incontrato leggendo Introduzione alle lingue semitiche, di Giovanni Garbini e Olivier Durand, offre una chiave suggestiva per accostarsi al nome di Betlemme.
In ebraico, Bet-leḥem significa “casa del pane”: bet è la casa e leḥem il pane. In arabo, invece, Beyt-laḥm significa “casa della carne”, laḥm è invece “carne”. In soqotri, lingua semitica meridionale parlata nell’isola di Socotra, la parola leḥem indica il pesce.
La radice semitica l-ḥ-m si ritrova dunque in termini che, in diverse lingue semitiche, indicano forme essenziali di nutrimento a seconda della collocazione geografica o della sedentarietà o meno della popolazione cui una lingua appartiene: pane, carne, pesce.
Una mia lettura personale, cui mi ha condotto quella lettura, è che, se Betlemme resta, in ebraico, la “casa del pane”, alla luce di quella radice condivisa essa possa essere contemplata anche come la casa del vero cibo, quello di cui non si può fare a meno.
Per i cristiani ciò trova un’immediata risonanza. Betlemme è il luogo di nascita di colui che nel Vangelo di Giovanni dirà: “Io sono il pane della vita”.
Uno studio approfondito del retroterra ebraico e semitico dei Vangeli e del loro contesto culturale può dunque aiutare a penetrare con maggiore profondità il significato della vita e del messaggio cristiano.
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