La preghiera in estate

La preghiera può consistere nel rimanere in silenzio accanto a Dio e in pace, sapendosi amati, senza bisogno di molte parole.

1° agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Come ogni giorno, anche oggi la misteriosa coppia di anziani si è sistemata accanto a noi sulla spiaggia. Arrivano in silenzio, posano le loro cose, piantano l’ombrellone, aprono le sedie e si siedono tranquillamente a contemplare il mare, senza scambiarsi una sola parola. 

Verso mezzogiorno, come sempre nel silenzio più assoluto, si preparano a prendere l’aperitivo, che organizzano con una coreografia millimetrica. Lui tira fuori dal frigo due bibite e, dopo aver chiuso lo sportello, lo copre con una piccola tovaglia a quadretti verdi e bianchi. Lei dispone sul tavolino improvvisato ciò che capita: a volte piccoli panini al tonno; altre volte, fette di salumi o formaggio con crostini di pane. Oggi sembra che abbiano portato della frutta sbucciata e tagliata a pezzetti, che infilzano con due piccole forchette di plastica.

Il pasto si svolge senza che si senta loro pronunciare una sola parola. Come ogni giorno, ogni boccone, ogni sorso di bevanda avviene con cadenza misurata. Prima uno, poi l’altro. Non si interrompono, non infilzano contemporaneamente il loro pezzo di frutta, non c’è conversazione, né tantomeno uno scambio di sguardi. Finito il pasto, come se si riavvolgesse un film al rallentatore, tutto torna al suo posto come all’inizio, con loro due che contemplano l’orizzonte infinito del mare, che oggi è piatto. Non li ho mai visti tirare fuori il cellulare per controllare le notifiche né leggere un giornale o una rivista per intrattenersi. 

Che isolamento – penso –, che mancanza di comunicazione tra loro! Non ci saranno argomenti di cui informarsi o questioni di cui parlare? Gli incendi, il cambiamento climatico, la guerra, la corruzione politica, l’ultimo pasticcio del cognato, quanto costa tutto, l’ultima mossa subdola della vicina, i voti del nipote o il problema sul lavoro della nuora. Perché non parlano? Sicuramente non vanno d’accordo. Sono così stanchi l’uno dell’altro che preferiscono tacere pur di non litigare. Di sicuro, da giovani, non smettevano mai di chiacchierare e si scambiavano sguardi appassionati; ma ora, guardali, che tristezza! O forse nemmeno quello, forse sono stati così insipidi fin dall’inizio, ognuno preoccupato solo delle proprie cose. Si sono sposati per non rimanere soli, perché era l’usanza dell’epoca, ma in realtà non si piacevano né si volevano bene. 

A proposito, eccoli che arrivano. Come ogni giorno, poco dopo lo spuntino, erano usciti da sotto l’ombrellone per fare un bagno veloce e ora tornano alla tranquillità delle loro sedie pieghevoli. 

Ma… Un momento! Lui le ha teso la mano e lei l’ha afferrata. Sarà possibile? Mi alzo un po’ per vedere meglio e teso l’orecchio nel caso dicessero qualcosa. E il miracolo avviene:

—Mari Carmen, – esordisce lui – che bella vacanza sto trascorrendo con te.

«Anch’io con te, Ramón», risponde la moglie.

—Sai una cosa? La cosa che mi piace di più al mondo è stare insieme. Anche se non facciamo niente di interessante, anche se veniamo in spiaggia solo per passare un po’ di tempo e parliamo a malapena, ma farlo insieme a te… mi piace da morire!

—Anche a me succede lo stesso – risponde lei guardandolo con affetto –. Dopo tanti anni insieme, cosa potremmo mai dirci? Tu sai già cosa voglio e io so già cosa pensi prima ancora che tu lo dica. Mi basta starti accanto per essere felice e godermi le cose più semplici.

—Ti voglio bene, Mari Carmen.

—Anch’io a te, Ramón.

Hanno concluso la conversazione e hanno continuato a camminare tenendosi per mano, con lo sguardo rivolto verso l'infinito blu. 

Con aria un po« stupida, rifletto su quanto io sia ficcanaso e mi viene in mente un’intervista sulla preghiera contemplativa che ho letto qualche giorno fa. Spiegava che i grandi maestri della preghiera non la intendevano tanto come una conversazione (perché tante volte Dio »non risponde»), quanto piuttosto come un stare a tu per tu con Colui che sappiamo ci ama.

Mentre seguo lo sguardo di Ramón e Mari Carmen, ammiro la bellezza del cielo, del mare e di una piccola barca da pesca che passa, lentamente, proprio davanti a noi. Riposo, vacanze, silenzio, natura, presenza. Stare con te, Signore.

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

Per saperne di più
Cultura

“Sembra quasi che la modernità si sia soffocata con l’arte religiosa”

La pittrice e scultrice Matilde Olivera riflette su come ogni forma d’arte, anche quella profana, possa trasformarsi in preghiera.

Jose Maria Navalpotro-1° agosto 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Se secoli fa l’arte religiosa era una delle espressioni predominanti, oggi è diventata quasi una nicchia. Solleva interrogativi su come affrontare i temi sacri da una prospettiva moderna senza cadere in eccessi incomprensibili o, d’altra parte, fuori dal tempo. Matilde Olivera (Madrid, 1987) è una pittrice e scultrice che ha realizzato opere religiose, oltre a un numero considerevole di opere prive di questa connotazione. È un’artista che sa il fatto suo e che si preoccupa di conferire un significato profondo alla propria arte. 

Qualche giorno fa Matilde Olivera ha tenuto uno dei laboratori presso il Osservatorio dell'invisibile, di Javier Viver. Laureata in Belle Arti presso l’Università Complutense di Madrid e con studi di filosofia e teologia presso l’Università Ecclesiastica di San Dámaso, Matilde ha completato la sua formazione presso alcune accademie d’arte di Firenze.

Le sue opere sono esposte nel Santuario di Fatima, nel Palazzo Los Serrano di Ávila, presso la Fondazione Banco Santander di Madrid, nonché in diverse parrocchie (in particolare nella sua, San Juan Crisóstomo, a Madrid), scuole, musei e altre istituzioni. 

I progetti su commissione di arte sacra costituiscono una parte importante del suo lavoro. E nella sua opera di carattere più personale cerca non tanto di riprodurre esattamente ciò che vede, quanto piuttosto di “cogliere l’essenza che traspare dalle forme, trovare il vero carattere di ogni motivo”, per dirla con le parole di Rodin. A tal fine utilizza linguaggi provenienti sia dal mondo della figurazione che da quello dell’astrazione e si avvale sia della pittura che della scultura.

Secoli fa era la Chiesa a dettare lo stile artistico delle proprie costruzioni. Non si è forse persa in un certo senso quella modernità, a favore di formule classiche o talmente all’avanguardia da farne perdere il significato?

–Sì, credo che si sia verificato un po’ un eccesso in entrambi i sensi. È come se la Chiesa avesse perso il filo in questo ambito, e si trovasse spaesata e senza sapere cosa fare. Perché, da un lato, ha il complesso di voler essere al passo con i tempi, di voler abbracciare gli artisti contemporanei, di abbracciare ciò che si fa in questo momento.

Cosa succede? Che gran parte di quella che è stata la deriva dell’arte contemporanea si allontana, nei principi filosofici, dal messaggio evangelico. E, a mio avviso, i due sono in pieno contrasto. Una banana incollata al muro, ad esempio, non può mai essere un mezzo… Mai, per quanto mi è dato di capire. Ci sono certi linguaggi e certe forme artistiche che si scontrano, nel concetto e nell’essenza, con il Vangelo e con una concezione antropologica cristiana. E anche con ciò che è l’arte.

E allora…

–Sono in molti a ritenere che, in effetti, ciò non sia adatto alla realizzazione di arte sacra, e quindi optano per ciò che conoscono e realizzano remake, banali rivisitazioni di stili del passato. Non ha senso realizzare sculture del XVIII secolo o imitazioni del XVIII secolo nel bel mezzo del XXI secolo. È come se il moderno si fosse bloccato. L’unico che è riuscito a superare questo blocco, almeno in architettura, è stato Gaudí, che rappresenta un esempio davvero paradigmatico.

Ci sono anche casi davvero singolari che fanno eccezione nelle arti figurative in generale, nella pittura, nella scultura. Persone che hanno saputo portare avanti la tradizione e, tuttavia, essere figli del proprio tempo. Questa è la mia aspirazione.

Non so se ci riuscirò o meno, ma è proprio quella la direzione verso cui ho intuito che si debba andare. Che ci sia spazio per essere figli del proprio tempo, per fare cose che non siano una semplice imitazione di stili del passato, ma che allo stesso tempo mantengano una tradizione simbolica e iconografica secolare, che trasmetta un messaggio e sia riconoscibile da tutti. 

Non so se sia essenziale, o se sia addirittura necessario, che l’artista che si occupa di opere sacre sia credente. Cosa ne pensa? 

–Non ho un’opinione troppo rigida.

Abbiamo l’esempio di persone dotate di una fede incrollabile e di ottime intenzioni che compiono veri e propri orrori tali da farti perdere la fede. Di fronte a questo, e a un’opera di pregio artistico, ben realizzata, creata da un ateo irriducibile, preferisco la seconda. È evidente che essere credente aiuta, perché devi comprendere ciò che stai facendo e devi metterci un po’ dell’anima.

È assolutamente necessario essere credenti? Forse no, ma è necessario mettersi nei panni di una persona che è credente. È come per un attore: si può interpretare un serial killer senza esserlo. Ci si cala nel ruolo e si assume qualcosa che in principio è del tutto estraneo. Se l’artista è in grado di assumere una fede che non possiede o di arrivare a comprenderla, mi sembra che sia possibile e, anzi, che sia più auspicabile per un buon artista. 

Un artista privo di ego, capace, nel suo ateismo, di accogliere la possibilità di una fede che gli è estranea. Lo preferisco alla persona benintenzionata della parrocchia che realizza qualcosa su misura, di cattivo gusto, kitsch

Le risorse sono quasi sempre scarse, ma non si potrebbe forse pensare che a volte nella Chiesa contemporanea si sia un po’ lesinato sul versante artistico?

–Credo che si tratti di un cambiamento di mentalità molto tipico della nostra epoca. Non attribuiamo più lo stesso valore alle cose a lungo termine. Un tempo ci volevano secoli per costruire una cattedrale e chi la commissionava non la vedeva mai completata, ma a lui non importava. Questo ormai non esiste più. È proprio un cambiamento di mentalità. 

Anche per quanto riguarda i soldi. Probabilmente anche per un complesso e per paura del giudizio altrui. Il parroco di qualsiasi posto pensa che finirà su tutti i giornali perché, invece di dare soldi ai poveri o allestire una mensa, va a spendere non so quanti soldi per realizzare una pala d’altare. Anche per una reale carenza di fondi. Ci sono parrocchie in cui la priorità è prima di tutto riparare le infiltrazioni. Ci sono certe cose che hanno la precedenza. 

Lei si dedica all’arte sacra, ma non solo. Com’è il dialogo con l’arte profana?

–Dipende molto dall’apertura mentale delle persone. In realtà non faccio molta distinzione tra arte sacra e arte profana. Per me è più o meno la stessa cosa. Il modo di affrontare un’opera non differisce realmente nell’esecuzione, nel processo, in tutto. Anche il mio modo di trasformarla in preghiera è lo stesso. Che il mio lavoro sia ciò che offro o che sia per dare maggiore gloria a Dio.

Per me un rilievo raffigurante delle foglie è la stessa cosa di un rilievo raffigurante la Vergine. Poi c’è la differenza a seconda di chi lo contempla e di quale significato vi cerchi chi lo osserva. A livello personale, per me non c’è alcuna differenza.

Qualche collega, a un certo punto, mi ha detto che mi ero dato la zappa sui piedi mettendomi così in evidenza, perché realizzo arte sacra e allo stesso tempo cerco di esporre nelle gallerie. Mi suggeriva che questo sarebbe stato un ostacolo, dato che molte persone non avrebbero voluto avere nulla a che fare con me, perché, diciamo, la punta di diamante dell’avanguardia o del movimento artistico è piuttosto in contrasto con una fede così dichiarata. 

Ma io credo che sia il contrario.

In effetti, proprio il fatto di dire che realizzo statue di vergini e santi mi ha aperto molte porte a livello professionale. Ho fiducia in Dio e nelle commissioni che ricevo, perché è Lui a mandarmele. 

Ha appena detto che prega quando crea un’opera d’arte, e non necessariamente in senso religioso. Prega mentre lavora?

–Beh, in quel preciso istante forse non ne sono consapevole; non sto pensando al fatto che sto pregando, ma è un po’ come diceva Santa Teresa, che Dio si trova tra i pentole. Insomma, se stai preparando da mangiare o stai lavando il pavimento, non importa quale attività umana tu stia svolgendo: ciò che conta è l’amore e l’intenzione che ci metti.

Poi vai a Messa e offri a Dio tutto ciò che hai fatto durante la giornata. Questo fa parte della tua vita di preghiera, in un modo non proprio consapevole, come dire “sto meditando mentre dipingo”. No, mentre dipingo sto pensando a quale colore devo usare. Sto trasformando il lavoro in preghiera. Ecco perché per me non fa differenza se si tratta dell’una o dell’altra cosa.

Mondo

Secondo festival per i giovani a Medjugorje dopo il «nihil obstat»

Il 37° Festival Internazionale della Gioventù si terrà dall«1 al 6 agosto all’insegna del motto »Alla fonte! – Nella Scuola della Vergine» e riunirà nuovamente migliaia di pellegrini provenienti da circa 80 paesi in uno dei più grandi raduni giovanili di preghiera al mondo.

Teresa Aguado Peña-1° agosto 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Decine di migliaia di pellegrini provenienti da oltre 70 paesi parteciperanno dal 1° al 6 agosto alla 37ª edizione del Mladifest, il Festival Internazionale della Gioventù di Medjugorje, che ogni estate trasforma questa parrocchia della Bosnia-Erzegovina in uno dei principali centri di pellegrinaggio giovanile del mondo.

Fondato nel 1989 dal frate francescano Slavko Barbarić, l’incontro è nato come iniziativa volta ad aiutare i giovani ad approfondire la propria vita di fede attraverso la preghiera e i sacramenti. Tre decenni dopo, il festival è diventato l’evento più frequentato di Medjugorje e riunisce ogni anno pellegrini provenienti dai cinque continenti.

"Il nihil obstat »del Vaticano»

L'edizione di quest'anno è la seconda che si tiene dopo la pubblicazione, nel settembre 2024, della nota da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede La Regina della Pace, con la quale ha concesso il nihil obstat all'esperienza pastorale di Medjugorje. Il documento riconosceva gli abbondanti frutti spirituali legati al santuario e incoraggiava i pellegrinaggi, pur senza pronunciarsi sull'autenticità delle presunte apparizioni mariane.

Il Vaticano ha quindi invitato i pellegrini ad “accettare che i pellegrinaggi non si compiono per incontrare presunti veggenti, ma per incontrare Maria, Regina della Pace, e, fedeli all’amore che lei nutre per suo Figlio, incontrare Cristo e ascoltarlo nella meditazione della Parola, nella partecipazione all’Eucaristia e nell’adorazione eucaristica”.

«Alla fonte!»: sei giorni di preghiera e incontro

Il motto scelto per questa edizione è «Ad fontem! Alla fonte! – Nella Scuola della Vergine».

Il programma avrà inizio il 1° agosto con il Rosario, l’inaugurazione ufficiale e la Santa Messa. Nei giorni successivi sono in programma catechesi, le famose testimonianze, l’adorazione eucaristica, le celebrazioni penitenziali, la tradizionale processione con l’immagine della Vergine, la preghiera con le candele davanti alla Croce del monte Križevac e la Messa conclusiva all’alba del 6 agosto.

Come ogni anno, il festival ha inizio con la coloratissima Sfilata Internazionale, in cui migliaia di giovani provenienti dai cinque continenti sfilano per le vie di Medjugorje sventolando le bandiere dei propri paesi. La musica e la danza si alternano ai momenti di preghiera, mentre i pellegrinaggi al Podbrdo e al Križevac, gli spettacoli teatrali e gli spazi di incontro con associazioni e movimenti cattolici completano un programma pensato per favorire sia la convivenza che la vita spirituale.

Il Papa ha invitato i giovani a cercare incontri autentici

In occasione dell’edizione del 2025, Papa Leone XIV ha inviato un messaggio ai partecipanti in cui ha presentato il festival come un’occasione per imparare a camminare insieme agli altri e scoprire che la fede non si vive mai da soli. Senza fare riferimento alle presunte apparizioni di Medjugorje, il Pontefice ha incentrato la sua riflessione sul valore dell’incontro e della comunità.

Prendendo come esempio la visita della Vergine Maria alla cugina Elisabetta, Leone XIV ha ricordato che la vita cristiana è un cammino condiviso. «Nel cammino della vita non camminiamo mai da soli», ha scritto. «Il nostro viaggio è sempre intrecciato con quello degli altri: siamo fatti per l’incontro, per camminare insieme e scoprire un destino comune».

Il Papa ha anche messo in guardia dal rischio di sostituire le relazioni personali con la tecnologia. «Nessun algoritmo potrà mai sostituire un abbraccio, uno sguardo, un incontro reale, né con Dio, né con i nostri amici, né con la nostra famiglia», ha affermato, incoraggiando i giovani a cogliere l’occasione del Mladifest per conoscersi, condividere la fede e costruire amicizie autentiche.

Ha inoltre ricordato che coloro che giungono a Medjugorje da decine di paesi scoprono che esiste «un linguaggio più forte di qualsiasi barriera: il linguaggio della fede, alimentato dall’amore di Dio». Per questo li ha esortati ad aprire il cuore alla chiamata di Dio e, se qualcuno sente la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata, a non aver paura di rispondere con generosità.

Un festival che continua a crescere

Gli organizzatori presentano il Mladifest come una scuola di preghiera per le nuove generazioni. Ogni giornata è incentrata sul Rosario, sull’Eucaristia, sull’adorazione e sulle testimonianze di conversione, accompagnate da un coro e da un’orchestra internazionale composti da giovani provenienti da numerosi paesi.

Chi non potrà recarsi in Bosnia-Erzegovina potrà seguire i festeggiamenti attraverso i canali ufficiali di Media Mir Medjugorje, che trasmetteranno integralmente il festival. Inoltre, il programma del Mladifest viene tradotto e trasmesso in diciannove lingue, tra cui lo spagnolo, numerose lingue slave, ma anche il coreano, l’ungherese, il cinese cantonese, il cinese mandarino e l’arabo.

Ecco com'è andata la 36ª edizione del Mladifest:

Per saperne di più
Vaticano

Nuova legge fondamentale per lo Stato del Vaticano: maggiore precisione tecnica e organizzativa per il governo di Leone XIV

La nuova legge, che entra in vigore con effetto immediato, riorganizza il potere esecutivo, ristruttura il potere giudiziario e precisa diversi articoli normativi nell'ambito legislativo dello Stato del Vaticano.

Maria José Atienza-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

L'Ufficio Stampa della Santa Sede ha reso nota, questa mattina, la nuova Legge fondamentale dello Stato del Vaticano.

In una nota esplicativa, il Governatorato della Città del Vaticano sottolinea che tale rinnovamento era necessario a causa delle «nuove esigenze di governo e di alcune importanti modifiche normative intervenute negli ultimi anni».

Con questa promulgazione, Leone XIV abroga l'ultima Legge Fondamentale, firmata da Papa Francesco il 13 maggio 2023, e introduce una maggiore precisione tecnica e organizzativa attraverso la riorganizzazione della funzione esecutiva.

La nuova legge definisce esplicitamente la leadership e la capacità di delega del Presidente del Governo, individua gli organi della funzione giudiziaria e conferisce maggiore flessibilità alla funzione legislativa, prevedendo la delega eccezionale di leggi da parte del Papa e la partecipazione facoltativa dei consiglieri.

Attività legislativa

Per quanto riguarda l’attività legislativa, la nuova legge sottolinea che «la funzione legislativa, salvo nei casi in cui il Sommo Pontefice intenda riservarsela o delegarla in via eccezionale a un altro organo, è esercitata dalla Commissione Pontificia per lo Stato della Città del Vaticano». La legge del 2023 prevedeva solo la possibilità che fosse esercitata dal Papa o dalla Commissione Pontificia per lo Stato della Città del Vaticano».

Per quanto riguarda la partecipazione alle riunioni della Commissione Pontificia, il nuovo testo precisa che il vicesegretario partecipa «se viene designato» e consente al Presidente della Commissione Pontificia di invitare anche il Consigliere generale. La legge precedente prevedeva la partecipazione del Segretario e del Vice Segretario in qualità di consulenti.

Inoltre, viene modificato un punto relativo all’interpretazione delle leggi da parte del Presidente della Pontificia Commissione, il quale ora «potrà presentare al Comitato una richiesta di parere su una questione giuridica che non richieda un’interpretazione autentica», mentre nella legge precedente tale richiesta doveva provenire da un’istituzione della Santa Sede.

Cambiamento evidente nella funzione esecutiva

È proprio il ruolo esecutivo del governo quello che subisce i cambiamenti più significativi rispetto alla legge del 2023, poiché il nuovo testo ridefinisce profondamente la ripartizione delle responsabilità tra il presidente del governo, il segretario generale e il sottosegretario generale.

A tal proposito, la nuova legge aggiunge un intero articolo dedicato a definire che il Presidente garantisce la governance dello Stato, stabilisce le linee guida amministrative e relative al personale e introduce la possibilità di delegare funzioni esecutive al Segretario Generale o al Vice Segretario Generale.

La Legge XIV definisce inoltre le modalità di nomina del Segretario Generale, che viene nominato dal Sommo Pontefice su proposta del Presidente, per un mandato di 5 anni. Stabilisce inoltre che egli sia responsabile della custodia e dell’apposto del sigillo ufficiale dello Stato e che agisca secondo le direttive del Presidente.

La nuova legge prevede inoltre l'eventuale istituzione della figura del vicesegretario/adjunto, precisando che non si tratta di una carica strettamente obbligatoria.

Potere giudiziario

Per quanto riguarda l’attività giudiziaria, la nuova legge specifica chiaramente gli organi giudiziari che esercitano la funzione giudiziaria nello Stato del Vaticano: il Tribunale, la Corte d’Appello, il Tribunale di Cassazione e la Procura (per le indagini e il procedimento penale), facendo riferimento diretto alla Legge sul Potere Giudiziario per quanto riguarda la loro personalità giuridica.

A questo proposito, si discosta nettamente dalla formulazione della legge precedente, che faceva riferimento, in modo vago, a «gli organi istituiti nell’ambito del sistema giudiziario e ad altri organi ai quali la legge attribuisce competenze in materia specifica».

Per saperne di più
Evangelizzazione

Nasce «Un minuto per guidare», un’iniziativa che porta la leadership ispirata al Vangelo sui social media

Ogni mattina, una riflessione di appena un minuto invita a scoprire come il perdono, la verità e la riconciliazione possano trasformare il modo di guidare le persone, i team e le comunità.

Redazione Omnes-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ogni giorno migliaia di persone fruiscono di contenuti sulla leadership. La maggior parte di essi verte sulla produttività, sull’influenza o sul successo professionale. «Un minuto per guidare» nasce con un’idea diversa: fermarsi per appena sessanta secondi per scoprire cosa può insegnarci il Vangelo su come guidare le persone e costruire relazioni autentiche.

L'iniziativa propone una breve riflessione quotidiana ispirata agli insegnamenti di Gesù Cristo e al libro «70 per 7. Guidare all’insegna del perdono, della verità e della riconciliazione», dell’autore Santiago José Portas Alés, convinto che il Vangelo rappresenti una delle più grandi scuole di leadership mai scritte.

Ogni pubblicazione propone un’idea semplice e profondamente pratica da applicare sul lavoro, in azienda, a scuola, nella pubblica amministrazione, in famiglia o in qualsiasi ambito in cui si abbia una responsabilità nei confronti degli altri. L’obiettivo non è quello di offrire formule di gestione, ma di aiutare a scoprire che la leadership inizia molto prima di ricoprire una carica: inizia quando una persona impara a servire, ad ascoltare, a correggere con carità, a perdonare senza rinunciare alla verità e a infondere fiducia.

Il seguito di un libro che ha già suscitato interesse

L'iniziativa nasce come prosecuzione del libro «70 per 7. »Guidare attraverso il perdono, la verità e la riconciliazione», un’opera che propone una rilettura di diversi brani del Vangelo dal punto di vista della leadership e che, sin dalla sua pubblicazione, ha suscitato un crescente interesse tra dirigenti, docenti, sacerdoti, religiosi, imprenditori e laici impegnati.

Lungi dall’essere un trattato di gestione aziendale, il libro individua sette grandi doti di leadership presenti nella vita e negli insegnamenti di Gesù: il perdono, la verità, la riconciliazione, l’umiltà, la correzione fraterna, la vocazione al servizio e il discernimento. Valori che ancora oggi risultano essenziali per costruire organizzazioni più umane e relazioni più solide.

Il successo riscosso dall’opera ha permesso a «70 volte 7» di affermarsi come un vero e proprio manuale di leadership ispirato al Vangelo, in grado di gettare ponti tra la fede e la vita professionale, offrendo una proposta innovativa a chi desidera esercitare le proprie responsabilità in una prospettiva profondamente umana e cristiana.

Lo stesso messaggio, adattato al linguaggio dei social media

Con «Un minuto per guidare», lo stesso messaggio viene ora adattato al linguaggio agile dei social media. Ogni mattina viene pubblicata un’immagine accompagnata da una breve riflessione, pensata per essere letta in appena un minuto, con l’intento di accompagnare l’inizio della giornata e offrire un’ispirazione concreta per vivere la leadership alla luce dei valori del Vangelo.

In un’epoca caratterizzata dalla polarizzazione, dalla rapidità e dalla difficoltà di creare spazi di incontro, questa iniziativa intende ricordare che la leadership più trasformativa rimane quella che nasce dal servizio, rafforza la fiducia, cerca la verità e rende possibile il percorso della riconciliazione.

Più che un semplice profilo sui social media, «Un minuto per guidare» aspira a diventare una comunità di persone convinte che la leadership non consista solo nel raggiungere obiettivi, ma nell’aiutare a crescere coloro che camminano al nostro fianco.

Vaticano

Leone XIV al concerto di Andrea Bocelli: La bellezza della musica ci indica Dio

Quando si cerca la bellezza, ha sottolineato il Papa, "non scopriamo solo qualcosa, ma Qualcuno. Incontriamo Dio, il nostro Creatore".

OSV / Omnes-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Courtney Mares, OSV

Il 29 luglio, al calar della sera sui Giardini Pontifici di Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha ascoltato Andrea Bocelli dirigere 164 giovani voci in un inno, il che ha portato il Papa a riflettere su come la bellezza possa condurci a Dio.

«La bellezza della musica ci invita a incontrare Colui che è la bellezza stessa», ha commentato il Papa dopo l’esibizione del coro internazionale di bambini insieme al tenore nei giardini Borgo Laudato si’ del Vaticano.

«È significativo che la Sacra Scrittura e la Liturgia della Chiesa parlino di «cori di angeli e santi» quando descrivono la gioia del cielo», ha aggiunto, «non perché stiano letteralmente cantando tutto il tempo, ma perché, uniti nell’amore, contemplano Dio insieme e trovano in Lui la pienezza della felicità».

Il Papa si è seduto di fronte al coro mentre Bocelli dirigeva bambini e adolescenti provenienti dalla Terra Santa, dall’Uganda e dall’Italia nell’esecuzione di «Amazing Grace», l’ultimo brano della serata. Il tenore italiano ha inoltre interpretato per il Papa l’inno latino «Panis Angelicus».

‘L’esperienza della bellezza’

Il coro di bambini era composto dai partecipanti al programma «Voices Of» della Fondazione Andrea Bocelli, che unisce il canto corale a laboratori didattici rivolti ai bambini delle comunità colpite dalla povertà, dai conflitti o da un accesso limitato all’istruzione.

«Miei cari giovani amici, mentre cantavate, vi siete resi conto di come la musica ci trasportasse tutti verso un’esperienza nuova, qualcosa di più grande di quanto chiunque di noi potesse creare da solo? Questa è l’esperienza della bellezza», disse Papa Leone al coro.

«Quando si cerca la bellezza», ha aggiunto il Papa, «non scopriamo solo qualcosa, ma Qualcuno. Incontriamo Dio, il nostro Creatore».

I giovani cantanti, di età compresa tra gli 8 e i 19 anni, sono arrivati da Betlemme e Gerusalemme, dal villaggio ugandese di Nabikabala e dalle città italiane di Napoli e Camerino per partecipare allo spettacolo, il momento clou di un programma di 10 giorni in Italia patrocinato dalla fondazione benefica. I membri del coro di Haiti non hanno potuto partecipare al viaggio a causa dell’instabilità che sta attraversando il Paese, secondo quanto riferito dagli organizzatori.

«Continuate a coltivare i doni che Dio vi ha dato e lasciate che vi guidino verso di Lui», ha detto Papa Leone ai giovani cantanti. «Lui è tutto ciò che cerchiamo nella vita, l’unico che può placare i nostri cuori inquieti».

“Ricordate che siete stati creati per grandi cose e che questo mondo non basta a placare la vostra sete di senso e di felicità”, disse.

Parte del giubileo di San Francesco

La serata dedicata alle esibizioni musicali e alla preghiera, tenutasi nei giardini di Borgo Laudato si’, nei pressi della residenza estiva papale dove Papa Leone ha trascorso gran parte del mese di luglio, faceva parte delle celebrazioni dell’anno giubilare che commemoravano il 800° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi.

Suor Alessandra Smerilli, che Papa Leone XIII ha recentemente nominato prefetta del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha letto ad alta voce il poema di San Francesco del 1225, «Il Cantico delle Creature», che loda il creato di Dio, mentre altri membri della Curia Romana hanno letto estratti dagli scritti dei papi precedenti e brani delle Scritture, intervallati da canti sotto i pini romani del giardino.

Al concerto hanno partecipato circa 500 dipendenti dei Dicasteri della Santa Sede, del Governo dello Stato della Città del Vaticano e degli uffici della Curia Romana. Era presente anche l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, che dopo il concerto ha scambiato qualche parola con il Papa.

Al termine dell'esibizione, i bambini del coro hanno offerto a Papa Leone XIV dei doni provenienti dai loro paesi d'origine. Successivamente, i cardinali e i membri della Curia sono stati invitati a una cena di benvenuto nei giardini al tramonto.

Il cardinale Fabio Baggio, direttore generale del Centro Laudato Si’ per l’Istruzione Superiore, ha affermato che l’evento rifletteva la missione di Borgo Laudato Si’ come «un luogo in cui la fede si trasforma in incontro e la pace si costruisce prendendosi cura delle persone, delle comunità e del creato».

“Affidiamo questo ‘Canto della Pace’ al Signore, affinché il canto che oggi risuona da questo luogo raggiunga i cuori, superi i confini e diventi un seme di speranza per il mondo”, ha affermato il cardinale.

L'autoreOSV / Omnes

Per saperne di più
Evangelizzazione

I 10 eventi cattolici che hanno attirato il maggior numero di fedeli nella storia

Quali sono gli eventi cattolici che hanno riunito il maggior numero di fedeli nel corso della storia? Ecco un elenco degli eventi della Chiesa che hanno registrato la maggiore affluenza di fedeli in tutto il mondo.

Teresa Aguado Peña-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Ai tempi di Gesù Cristo, la fede riuniva folle attorno alle sue parole. Duemila anni dopo, è ancora in grado di mobilitare milioni di persone. Una processione, un pellegrinaggio, un Giornata Mondiale della Gioventù oppure la celebrazione insieme a un Papa può trasformare strade, piazze e santuari in teatri di raduni straordinari. Alcuni di essi hanno addirittura riunito più di dieci milioni di persone.

Ecco la particolare «top ten» delle grandi folle del cattolicesimo contemporaneo: dieci eventi che dimostrano la capacità di mobilitazione della Chiesa e la forza di una fede che, in alcune parti del mondo, continua a riempire le strade a perdita d’occhio.

1. Festa della Madonna di Guadalupe in Messico (2025)

La festa della Vergine di Guadalupe a Città del Messico è in testa alla classifica con 12,8 milioni di pellegrini registrati durante i giorni principali della festa del 2025.

Il dato si riferisce all'affluenza complessiva alla Basilica di Guadalupe, non a una folla riunita contemporaneamente. Il 12 dicembre, milioni di fedeli si recano a Tepeyac per celebrare la patrona del Messico e commemorare le apparizioni della Vergine a san Juan Diego nel 1531.

©OSV News foto/Felipe Courzo, Reuters

2. Festa del Nazareno Nero a Manila (2026)

Le celebrazioni del Nazareno Nero di Manila hanno riunito 9.640.290 persone nel 2026, secondo i dati ufficiali raccolti da fonti ecclesiastiche. La cifra comprende la partecipazione alle messe della novena e alla grande processione della Traduzione.

La processione consiste nel trasportare una statua di Cristo che porta la croce fino alla chiesa di Quiapo. Nel 2026, la Traduzione è durata 30 ore e 50 minuti, diventando la più lunga nella storia di questa ricorrenza.

©OSV News foto/Lisa Marie David, Reuters

3. Messa celebrata da Papa Francesco al Rizal Park di Manila (2015)

Il 18 gennaio 2015, tra 6 e 7 milioni di persone si sono recate al Rizal Park di Manila per partecipare alla Messa celebrata da Papa Francesco durante la sua visita nelle Filippine.

La folla si è sparpagliata nel parco, nelle strade circostanti e lungo il percorso del Pontefice. La celebrazione è diventata uno dei più grandi raduni mai registrati in occasione della visita di un Papa.

© Foto CNS/Aeronautica Militare delle Filippine/Immagine fornita tramite Reuters

4. Giornata Mondiale della Gioventù di Manila (1995)

La Messa di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù del 1995, presieduta da san Giovanni Paolo II a Manila, ha riunito oltre 4 milioni di persone.

La celebrazione si è svolta proprio nel Rizal Park, dove, due decenni dopo, Francesco avrebbe radunato tra i sei e i sette milioni di fedeli. La GMG di Manila è stata per anni uno dei più grandi raduni della storia della Chiesa.

5. Funerali di San Giovanni Paolo II a Roma (2005)

Visita 2 e 4 milioni persone si sono recate a Roma dopo la morte di San Giovanni Paolo II per dare l'ultimo saluto al Pontefice nell'aprile del 2005.

La folla ha cominciato ad affluire nei giorni in cui le spoglie del Papa sono rimaste esposte nella Basilica di San Pietro, raggiungendo il culmine durante i funerali dell'8 aprile.

La cifra si riferisce all'insieme dei pellegrini che si sono recati a Roma in quei giorni, non solo a coloro che hanno partecipato alla messa funebre.

6. Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro, in Brasile (2013)

La cerimonia di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro ha riunito circa 3,7 milioni di persone sulla spiaggia di Copacabana nel luglio 2013.

È stata la prima Giornata Mondiale della Gioventù internazionale di Papa Francesco e uno dei grandi eventi del suo primo anno di pontificato. La folla ha partecipato alla veglia e alla Messa conclusiva in riva all’Atlantico.

I pellegrini affollano la spiaggia di Copacabana mentre Papa Francesco celebra la Messa di chiusura della Giornata Mondiale della Gioventù il 28 luglio a Rio de Janeiro. Durante la celebrazione, il Papa ha invitato i circa 3 milioni di presenti a diventare missionari senza frontiere. (Foto CNS/Paulo Whitaker, Reuters) (28 luglio 2013) Vedi Messa della Giornata Mondiale della Gioventù, 28 luglio 2013.

7. Festa del Santo Niño di Cebu nelle Filippine (2014)

Alcuni 3,2 milioni Nel 2014, tante persone hanno partecipato alla processione del Santo Niño di Cebu, una delle principali celebrazioni religiose delle Filippine.

La processione fa parte del Sinulog, festa dedicata al Bambino Gesù che ogni gennaio riempie le strade di Cebu. Questa devozione è legata ai primi momenti dell'evangelizzazione dell'arcipelago.

8. Processione della Divina Pastora a Barquisimeto, Venezuela (2018)

La processione della Divina Pastora ha riunito più di 3 milioni di persone nel 2018, diventando così una delle più grandi manifestazioni mariane dell’America Latina.

Ogni 14 gennaio, l'immagine parte dal santuario di Santa Rosa e percorre diversi chilometri fino a Barquisimeto. Migliaia di fedeli partecipano per pregare, accompagnare la Vergine e adempiere alle promesse fatte.

9. Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia, in Polonia (2016)

La cerimonia conclusiva della GMG di Cracovia ha riunito nel 2016 tra 2,5 e 3 milioni di persone, secondo le diverse stime diffuse.

La Giornata si è svolta nella terra natale di San Giovanni Paolo II e durante l’Anno della Misericordia. L’incontro ha riunito giovani provenienti da quasi tutto il mondo e si è concluso al Campus Misericordiae con Papa Francesco.

10. Pellegrinaggio dei giovani a Luján, in Argentina (2013)

Il pellegrinaggio giovanile a piedi verso Luján ha riunito circa 2,5 milioni di persone nel 2013.

I pellegrini hanno percorso a piedi circa 60-70 chilometri da Buenos Aires fino alla Basilica di Nostra Signora di Luján, patrona dell’Argentina. La cifra corrisponde al numero complessivo di coloro che hanno compiuto il percorso e sono giunti progressivamente al santuario.

Le Filippine, protagonista delle grandi folle

Le Filippine spiccano in modo particolare in questa classifica: tre dei dieci eventi si sono svolti in questo Paese asiatico, mentre un altro riguarda una celebrazione filippina tenutasi a Cebu. La Messa di Francesco a Manila, la GMG del 1995 e il Nazareno Nero del 2026 dimostrano la straordinaria capacità di mobilitazione della religiosità cattolica filippina.

Il Messico, dal canto suo, occupa il primo posto della classifica con Guadalupe. Il Venezuela e l’Argentina completano la presenza latinoamericana con le processioni della Divina Pastora e il pellegrinaggio a Luján.

Per saperne di più
Risorse

La Sindone e il segno di Giona 

La Sacra Sindone funge da riflesso contemporaneo del «segno di Giona», sfidando la ragione e racchiudendo in un’unica tela silenziosa sia la sofferenza della Passione che la vittoria della Resurrezione.

Bernardo Hontanilla Calatayud-31 luglio 2026-Tempo di lettura: 12 minuti

L'umanità ha sempre cercato segni e simboli che le consentissero di soddisfare e placare il proprio intelletto e di comprendere il senso della propria esistenza. La Bibbia dimostra che questa ricerca ha costantemente accompagnato la storia della salvezza.

Il popolo d’Israele chiedeva segni per riconoscere l’opera di Dio. Mosè compì prodigi davanti al faraone; Elia fece scendere il fuoco dal cielo; Isaia annunciò segni a conferma delle promesse divine e, quando giunse Gesù, essi non cercavano più un segno per credere, ma miracoli che confermassero le loro stesse aspettative. E Lui, ancora una volta, glieli concesse.

Tuttavia, i Vangeli raccontano di occasioni in cui gli scribi e i farisei chiedevano a Gesù una prova definitiva della sua autorità. Avevano assistito a guarigioni, esorcismi, moltiplicazioni dei pani e risurrezioni, ma nulla era mai abbastanza. Chiedevano sempre un segno ancora più spettacolare. La risposta di Gesù è sorprendente: “Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno, ma non le sarà dato altro segno se non quello del profeta Giona” (Matteo 12,39). Perché proprio Giona? Perché non la manna del deserto, l’attraversamento del Mar Rosso o il fuoco del Carmelo?

Il segno definitivo non sarà un miracolo spettacolare compiuto davanti a una folla, ma un evento che potrà comprendere solo chi è disposto a credere: la morte e la risurrezione del Figlio di Dio. È possibile che, proprio come a quella generazione di miscredenti, sia stato dato un segno a ogni generazione?

Il segno di Giona: molto più di tre giorni nel sepolcro

Quando Gesù menziona il profeta Giona, molte persone ricordano immediatamente l’episodio del grande pesce. Giona fu gettato in mare e inghiottito da un enorme pesce, nel cui ventre rimase per tre giorni e tre notti. In seguito fu miracolosamente riportato sulla terra per compiere la missione che aveva rifiutato. Gesù traccia un parallelo molto chiaro: “Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del grande pesce, così il Figlio dell’uomo rimarrà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Matteo 12,40).

Per secoli questo paragone è stato interpretato esclusivamente come un riferimento cronologico. Tuttavia, probabilmente Gesù intendeva dire molto di più. Nella mentalità biblica, il mare rappresenta il caos, il potere della morte e le forze del male. Scendere nelle sue profondità equivale simbolicamente a scendere nello Sheol, il regno dei morti. Giona compie una vera e propria discesa nella morte per tornare in vita. Cristo percorrerà quella stessa strada, ma in modo definitivo. Ecco perché il segno di Giona non consiste solo nel rimanere tre giorni in un sepolcro. Il vero segno è uscirne vittorioso.

È significativo che Gesù non abbia mai offerto una dimostrazione pubblica della sua risurrezione a coloro che gli chiedevano prove. Non apparve nel Tempio davanti al Sinedrio, né si presentò davanti a Pilato o a Erode. Si manifestò solo a coloro che erano disposti ad accoglierlo.

Questa pedagogia divina permea l’intera Scrittura. Dio raramente elimina del tutto lo spazio per la fede. Anche i miracoli più grandi lasciano margine all’accettazione o al rifiuto. È accaduto con le piaghe d’Egitto, con l’attraversamento del Mar Rosso o con la risurrezione di Lazzaro, ed è accaduto anche con il sepolcro vuoto. Gli stessi fatti hanno suscitato reazioni completamente diverse. Alcuni hanno creduto dopo aver visto le prove, altri hanno cercato spiegazioni alternative.

I Vangeli descrivono con grande realismo questa varietà di reazioni. Maria Maddalena pensò inizialmente che qualcuno avesse rubato il corpo. I discepoli ebbero dei dubbi. Tommaso pretese di toccare le ferite. I sacerdoti diffusero la versione secondo cui i discepoli avevano rubato il cadavere. Non esiste un racconto che descriva l’istante esatto della risurrezione. Ciò che i primi testimoni trovano è un sepolcro vuoto e due dettagli: i teli ripiegati e il sudario arrotolato a parte.

Se qualcuno avesse rubato il cadavere, difficilmente si sarebbe fermato a rimuovere i teli funerari. Tuttavia, Giovanni presta particolare attenzione a questo fatto e scrive una frase brevissima: “Vide e credette”. Ma cosa vide esattamente? Forse gli bastò la disposizione dei teli piegati e disposti verticalmente, oppure qualcosa di impresso sul telo che gli ricordasse un segno simile presente sulle vesti di Gesù quando scese dal monte Tabor. O forse scoprì qualcosa di impossibile da descrivere a parole.

Qualunque sia la risposta, quei teli occupano un posto importante nel racconto evangelico. Non sono un semplice dettaglio secondario. Costituiscono la prima testimonianza materiale del sepolcro vuoto. Se la Sindone di Torino fosse davvero uno di quei teli, acquisirebbe un significato straordinario. Sarebbe l’unico oggetto ad essere stato presente sia alla morte che alla risurrezione di Gesù. Ed è proprio qui che riaffiora la forza del segno di Giona. 

La Sindone: un’immagine che sfugge a ogni classificazione

Duemila anni dopo, molti cristiani ritengono che esista un oggetto che sembra costituire davvero un segno: la Sindone di Torino. Per milioni di credenti, essa rappresenta una sorta di «quinto Vangelo», come affermò già San Giovanni Paolo II. A prescindere dalle discussioni sulla sua autenticità storica, la Sindone rappresenta un fenomeno straordinario. Si tratta di un telo che riproduce l’immagine frontale e dorsale di un uomo, con ferite compatibili con il racconto evangelico della Passione.

L'immagine sul corpo, di origine diversa rispetto alle macchie di sangue, continua a sconcertare fisici, chimici, medici e storici perché non si è ancora riusciti a spiegarne la formazione. Ma forse la questione più interessante non è come sia apparsa quell'immagine, bensì cosa raffiguri.

Da quando si è iniziato a studiarlo con metodi scientifici moderni, ogni disciplina ha contribuito a comporre una parte del puzzle. I medici hanno analizzato il sangue, i segni delle ferite e i tratti del viso; i fisici, l’origine della formazione dell’immagine; i chimici, le fibre di lino; gli storici, il suo percorso documentario; un fotografo, alla fine del XIX secolo, scoprì che il negativo fotografico rivelava un corpo sorprendentemente definito; in seguito si scoprì che era tridimensionale, il che significava che in realtà il negativo era un vero e proprio positivo fotografico.

Tuttavia, dopo decenni di ricerche, la Sindone continua a sfuggire a una spiegazione definitiva. Vi sono questioni controverse, come la datazione al radiocarbonio del 1988, successivamente messa in discussione da diversi ricercatori a causa della contaminazione del lino con il cotone rinvenuto in una zona riparata in seguito a un incendio avvenuto nel XVI secolo, che era servito come campione per l’analisi del C14.

Altre rimangono ancora da chiarire, come il meccanismo preciso attraverso il quale si è formata l’immagine corporea. È interessante la scoperta che i coaguli di sangue (pre e post mortem) fossero presenti prima della formazione dell’immagine corporea (A. Adler e J. Heller, 1981); tale immagine, grazie ai tratti del viso e ad altri segni, indica che si tratta di un corpo vivo in posizione eretta (B. Hontanilla, 2020, 2022; G. Lavoie, 2023). 

La Sindone di Torino è una testimonianza silenziosa che permette di contemplare in un unico sguardo la sofferenza, la morte e la resurrezione, anche se resta ancora da stabilire se l’immagine si sia formata in modo naturale (avendo realmente ricoperto il corpo di Gesù) o in modo artificiale (qualcun altro abbia voluto raffigurarlo).

In ogni caso, può essere interpretata come una rappresentazione visibile del segno di Giona annunciato da Cristo. Non intende sostituirsi alla fede né dimostrare matematicamente la risurrezione, ma invita piuttosto a porsi una domanda che rimane attuale oggi come lo era venti secoli fa: e se davvero la tomba fosse rimasta vuota?

L’importante è distinguere tra i dati accertati e le interpretazioni: la scienza descrive il fenomeno; la fede ne propone un significato. È proprio qui che risiede l’interesse dell’opera. Non obbliga a credere, ma non si lascia nemmeno ridurre facilmente a una spiegazione semplice.

La prima cosa che colpisce osservando l’immagine è che essa non trasmette solo sofferenza. Se questo fosse stato il suo unico contenuto, basterebbe considerarla come il ritratto di un giustiziato dall’Impero romano e non costituirebbe la testimonianza completa di alcun Vangelo. Ma c’è qualcosa di più. L’immagine del corpo sembra fermare il tempo in un evento sconvolgente. Non rappresenta l’istante della morte, ma un momento immediatamente successivo, quando il corpo non è più presente. È come se la tela avesse conservato la memoria di un evento irripetibile, lasciando l’immagine di una persona viva in posizione eretta: si intravedono i tratti del viso, i capelli ricadono sulle spalle e non sulla lastra di pietra, e c’è una certa distanza tra la schiena e i glutei rispetto al sudario.

Da un punto di vista cristiano, ciò assume un profondo significato simbolico. La Passione, la morte e la Resurrezione non sono tre episodi isolati, ma un unico mistero racchiuso in un unico oggetto. 

La questione è se sia falsa (opera di un artista) o vera (se abbia realmente avvolto il corpo di Cristo). Ancora una volta, non ci sono altre opzioni. In realtà, una risposta affermativa non cambia nulla. La fede cristiana non è mai dipesa da una reliquia. Per secoli, milioni di persone hanno creduto nel Cristo risorto senza averne mai sentito parlare. Ma sarebbe anche avventato affermare che la Sindone sia priva di interesse proprio perché solleva interrogativi ancora irrisolti. La sua forza sta nel fatto che invita a indagare e, al tempo stesso, invita a contemplare. 

Il giardino dove tutto è ricominciato

I Vangeli collocano il primo incontro tra Maria Maddalena e Gesù risorto in un giardino. Questo dettaglio potrebbe sembrare secondario, ma non lo è. San Giovanni è solito infondere simbolismo in ogni scena del suo racconto. In realtà, la storia dell’umanità è iniziata in un giardino: l’Eden. Lì il peccato ha spezzato la comunione tra Dio e l’uomo.

Anche il racconto della Resurrezione ha inizio in un giardino, dove quella comunione comincia a ristabilirsi. Maria Maddalena arriva prima dell’alba, quando era ancora buio. Porta con sé il peso del lutto, della delusione e del silenzio del sabato. Quando scopre il sepolcro vuoto, la sua prima reazione non è di fede, ma di smarrimento: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’abbiano posto”. È una reazione profondamente umana. Quando la sofferenza ci colpisce, tendiamo spesso a cercare prima di tutto spiegazioni naturali, piuttosto che accettare che Dio possa agire in modo inaspettato.

Dopo che Pietro e Giovanni sono tornati a casa, Maria rimane lì, piangendo. Anche questo dettaglio è importante. Giovanni se ne va con il privilegio di credere per convinzione, mentre a Maria è concesso di credere per evidenza. Ed è proprio in quel momento che avviene l’incontro. Gesù è davanti a lei, ma Maria non lo riconosce. Lo scambia per il giardiniere. Non è un caso che il Risorto appaia proprio sotto le sembianze di un giardiniere.

Nella Genesi, Dio colloca l’uomo nel giardino dell’Eden affinché lo coltivi e lo custodisca. Dopo il peccato, quel giardino va perduto. Ora, il nuovo Adamo riappare in un giardino, dando inizio a una nuova creazione. La Resurrezione non consiste solo nel fatto che un uomo torni a vivere: è l’inizio di una nuova umanità.

La tela come testimone silenzioso

Mentre Maria corre ad annunciare di aver visto il Signore, i teli rimangono nel sepolcro. Non parlano. Non predicano. Non compiono miracoli. Rimangono semplicemente lì. In seguito passeranno di mano in mano. Questa discrezione risulta profondamente coerente con il modo di agire di Dio. Egli non si impone solitamente con spettacoli irresistibili, ma preferisce lasciare segni che possano essere accolti liberamente. La Sacra Sindone è un segno silenzioso che rimanda costantemente all’evento pasquale. Non sostituisce il Vangelo, ma invita a tornare ad esso. Non crea la fede, ma può risvegliarla o rafforzarla.

Se fosse stato davvero a contatto con il corpo di Cristo, avrebbe accompagnato il momento più decisivo della storia umana. E, anche se qualcuno non condividesse questa convinzione, rimane comunque un oggetto che invita a porre la grande domanda della Pasqua: cosa accadde realmente in quel sepolcro? E forse è proprio lì che risiede la forza duratura del segno di Giona.

Perché è così difficile credere?

Se la Resurrezione costituisce l’evento centrale del cristianesimo, è lecito chiedersi perché continui a essere così difficile accettarla. Questa difficoltà non è dovuta solo alla mancanza di informazioni. L’essere umano interpreta la realtà attraverso convinzioni, esperienze e aspettative preesistenti.

Quando un evento mette profondamente in discussione il nostro modo di comprendere il mondo, la reazione spontanea è spesso quella di cercare una spiegazione compatibile con ciò in cui già crediamo. Il cervello umano è evolutivamente programmato per dare priorità agli stimoli negativi. La paura e il dolore sono segnali di allarme che garantiscono la sopravvivenza; la felicità e la vittoria, al contrario, vengono solitamente elaborate come stati di riposo che non richiedono la stessa attenzione biologica.

Per questo motivo, è più facile per l’osservatore soffermarsi sulla tragedia della tortura visibile sulla tela piuttosto che cogliere ciò che l’immagine corporea implica: che la morte è stata sconfitta. L’essere umano possiede una capacità innata di elaborare il lutto, ma è terrorizzato dalla possibilità del soprannaturale perché lo porta fuori dalla sua zona di controllo. 

La scienza moderna si basa sul principio secondo cui i morti non risorgono. Si tratta di un postulato fondamentale per la stabilità del pensiero razionale. Accettare che la Sindone possa essere il risultato di una resurrezione significherebbe far crollare l’intero sistema di credenze materialista.

Per molti è preferibile considerare il dipinto come una frode medievale — nonostante la tecnica con cui è stato realizzato non esistesse all’epoca né sia stato possibile riprodurla oggi — piuttosto che accettare una realtà che sfida le leggi della termodinamica e della biologia. La Resurrezione non è semplicemente un fenomeno straordinario, ma un evento che supera i confini abituali dell’esperienza umana. Tutti conosciamo la morte; nessuno può osservare di persona la vittoria definitiva su di essa. Per questo la Resurrezione richiede un cambiamento di prospettiva piuttosto che un semplice accumulo di prove.

Inoltre, questo modo di pensare negativo si insinua anche nel credente. È il rischio di ridurre il cristianesimo al Venerdì Santo; ciò che potremmo definire il cristiano essenzialmente “quaresimale”. Spesso i cristiani contemplano soprattutto la sofferenza di Cristo. Le immagini della Passione occupano un posto centrale nell’arte, nella liturgia e nella devozione popolare. Ciò è comprensibile. La Croce manifesta fino a che punto si spinge l’amore di Dio.

Tuttavia, il cristianesimo non si esaurisce sul Calvario. San Paolo lo ha espresso con estrema chiarezza: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede» (1 Corinzi 15,14). La Risurrezione non è un lieto fine aggiunto alla fine del Vangelo. È l’evento che dà senso a tutto ciò che l’ha preceduto. Senza di essa, la Croce sarebbe semplicemente un’ingiusta esecuzione romana di un uomo buono. Con essa, la Croce diventa l’atto sacramentale capace di vincere definitivamente il peccato e la morte. Tuttavia, il nostro cervello non è in grado di cogliere gli aspetti positivi in contesti in cui sono presenti anche elementi negativi e plausibili. 

Ma forse l’ostacolo maggiore alla fede non è di natura intellettuale né risiede nella capacità di vedere. In qualunque epoca, l’essere umano tende a opporre resistenza a ciò che potrebbe trasformare la sua vita. La Resurrezione non mira a soddisfare la nostra curiosità, ma a trasformare la nostra esistenza.

Ci sono persone che decidono semplicemente di non credere, nonostante le prove. Questa chiusura mentale, difficilmente spiegabile anche per una mentalità scientifica, è una scelta volontaria che impedisce a tutti i costi che qualsiasi riferimento a Dio possa influire sul proprio stile di vita.

Imparare a vedere e a guardare

I Vangeli ribadiscono più volte che vedere non significa sempre comprendere. Molti assistettero ai miracoli di Gesù e rimasero indifferenti. Altri riconobbero il Messia in gesti apparentemente insignificanti. Il problema non era la vista, ma lo sguardo. Questa idea permea l’intero testo biblico. I profeti denunciavano un popolo che aveva occhi, ma non vedeva; orecchie, ma non ascoltava. Gesù riprese proprio questo insegnamento quando spiegò le parabole. Non bastava ascoltare le parole; era necessario aprire il cuore.

Qualcosa di simile accade con la Sindone. C’è chi vede in essa solo un reperto archeologico che raffigura esclusivamente la Passione e la morte di Gesù. Non riescono a cogliere i tratti anatomici di una persona viva, ostacolati dal pregiudizio scientifico secondo cui i morti non risorgono. Senza questa capacità di vedere è difficile guardare con occhi diversi, anche se ciò che conta davvero rimane comunque l’atteggiamento interiore di chi osserva.

A questo proposito, risulta particolarmente suggestiva una riflessione attribuita a Papa Francesco: “Solo certe realtà della vita si vedono con gli occhi pieni di lacrime”. La frase non intende contrapporre la scienza all’emozione, ma ricordare che esistono dimensioni dell’esistenza che si rivelano pienamente solo quando l’essere umano accetta la propria vulnerabilità. 

Il messaggio di Giona per i nostri tempi

Ogni epoca cerca i propri segni. Il mondo contemporaneo dispone di tecnologie che solo un secolo fa sarebbero sembrate miracolose. Possiamo osservare galassie situate a miliardi di anni luce di distanza, sequenziare il genoma umano o comunicare istantaneamente con qualsiasi luogo del pianeta. Eppure, le grandi domande rimangono immutate. Forse è per questo che la figura di Cristo continua a interpellare anche chi non si considera credente. La sua Resurrezione non offre semplicemente una speranza per l’aldilà, ma propone un nuovo modo di comprendere la vita presente.

Se la morte è stata vinta, allora il male non ha l’ultima parola. Se l’amore ha trionfato sull’odio, allora il perdono smette di essere ingenuità per diventare una forza trasformatrice. Se Gesù vive, la storia umana non procede verso l’assurdo, ma verso un compimento. Il segno di Giona rimane attuale perché continua a porre la stessa alternativa di duemila anni fa: considerare il sepolcro vuoto come un enigma irrisolvibile o come l’inizio di una nuova creazione.

I primi discepoli non hanno cambiato il mondo perché hanno trovato una tomba vuota, ma perché si sono convinti che Cristo fosse vivo. La tela, se davvero è autentica, sarebbe semplicemente la testimone silenziosa di quella realtà. Tuttavia, non basta sapere che certi fatti sono avvenuti. La loro conoscenza è molto importante, ma ciò non ci salva. Anzi, tale conoscenza potrebbe riempirci di superbia, a volte di molta superbia.

Viviamo in un’epoca in cui non basta sapere – esistono veri e propri “consumatori di religione” – né accontentarci di non fare il male. Siamo in un momento in cui non ci viene più chiesto di imparare a fare il bene (Isaia 1, 17), ma di farlo. E questa richiesta è talmente radicale che Giacomo osa affermare: «Chi sa come fare il bene e non lo fa, commette peccato» (Giacomo 4, 17).

A cinque delle sette chiese menzionate nell’Apocalisse viene detto di convertirsi, mentre ad altre due viene chiesto di rimanere fedeli. È necessario convertire il cuore a Dio. La Sindone di Torino è davvero un segno che diventa un dono per la comprensione e può renderci simili a Mosè, che contemplò Dio faccia a faccia. Non tutte le generazioni hanno avuto questo privilegio. Può anche lasciarci completamente indifferenti, ma “se non ci convertiamo, periremo tutti allo stesso modo” (Luca 13, 3). 

In una cultura abituata a esigere risposte immediate, la Sindone di Torino invita a percorrere una strada diversa: osservare, interrogarsi, indagare e, infine, decidere. Come accadde a Pietro e Giovanni quella mattina di Pasqua, ogni generazione deve entrare nuovamente nel sepolcro e confrontarsi con lo stesso interrogativo: che significato ha un luogo in cui, dove avrebbe dovuto esserci un cadavere, rimangono solo alcune tele? La risposta non può essere imposta dall’esterno. Ogni persona deve trovarla nel dialogo tra ragione, storia, fede e umiltà.

Per il credente, quelle tele raccontano di un’assenza che è, paradossalmente, la più grande delle presenze, e forse questa continua ad essere, anche oggi, il segno più eloquente: una speranza che, da venti secoli, continua a trasformare la storia. Il “segno di Giona” non fu un prodigio contemplato da una folla, ma un evento che trasformò la storia dal silenzio di un sepolcro. Il Sudario, contemplato da questa prospettiva, può essere inteso come un’eco di quell’alba, uno specchio in cui il credente può contemplare, in modo singolare, il dramma della Passione, la morte e lo splendore della Resurrezione.

L'autoreBernardo Hontanilla Calatayud

Membro titolare della Real Academia Nacional de Medicina de España (Accademia Nazionale di Medicina Spagnola).

Per saperne di più
America Latina

Il turismo religioso attira 400 milioni di viaggiatori… e l’America è la grande dimenticata 

El Salvador ospita un congresso internazionale storico sul turismo religioso, nel corso del quale viene presentato il nuovo Itinerario di Leone XIV in Perù.

Jose Maria Navalpotro-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni anno, tra i trecento e i quattrocento milioni di persone intraprendono un viaggio – un pellegrinaggio – per motivi religiosi. Il turismo religioso è uno dei segmenti del settore turistico che registra il maggior volume di visitatori. In particolare, in America ci sono 3.000 santuari cattolici catalogati, centinaia di itinerari attivi e la più grande popolazione cattolica del pianeta, ma mancano politiche pubbliche coordinate, dati sistematici e prodotti strutturati. Questa è una delle conclusioni del Congresso Internazionale sul Turismo Religioso “Terra di fede viva – ”El Salvador 2026”, tenutosi in questa nazione centroamericana, un paese che sta registrando una forte crescita in questo settore.

Il paradosso è che in questo settore, “in America siamo invisibili, nessuno ci vede”, come ha affermato Adrián Lomello, argentino, coordinatore per l’America della Rete Mondiale del Turismo Religioso. Ha fornito alcune cifre: “Secondo l’UNWTO, ogni anno nel mondo si registrano 300-400 milioni di turisti religiosi, con un impatto economico di 18.000 milioni di dollari; 22 milioni di visitatori all’anno a Guadalupe, 12 milioni ad Aparecida (Brasile), 7 milioni a Luján (Argentina)…”. E anche in luoghi più modesti, come “la festa della Vergine di La Tirana in Cile, che riunisce 250.000 persone in un paese di 15.000 abitanti”.

È significativo che il 20% dei siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità sia legato al patrimonio religioso (non solo cattolico, ovviamente) e che circa l’80% degli elementi del patrimonio immateriale sia collegato a pratiche religiose. 

Un esempio dell’interesse per il turismo religioso è proprio il Paese ospitante del congresso, El Salvador. La sua ministra del Turismo, Morena Valdez, ha affermato che sette anni fa un evento del genere era impensabile in quel Paese: nel centro storico “ti dicevano: non scendere dall’auto”. Le cifre relative alla forte crescita del turismo sono: 4,1 milioni di visitatori internazionali nel 2025, 2,5 milioni a giugno 2026, oltre 3.600 milioni di dollari in valuta estera e più di 340.000 posti di lavoro. 

Secondo la ministra, “il processo di pace e sicurezza che stiamo vivendo ora in El Salvador è un miracolo di Dio». Il suo obiettivo è trasformare l’El Salvador in un punto di riferimento per il turismo religioso “non solo nella regione centroamericana, ma in tutta l’America Latina”.

Il percorso di Luigi XIV

Il I Congresso Internazionale sul Turismo Religioso “Terra di Fede Viva – El Salvador 2026” si è svolto nel mese di luglio per tre giorni presso la Biblioteca Nazionale di El Salvador, organizzato dal Think Tank su turismo e società (TSTT) e la Rete mondiale del turismo religioso. 

Nel corso dell’incontro, tra le altre iniziative, è stato presentato il nuovo itinerario “Caminos del Papa León XIV” in Perù. Si tratta del primo itinerario turistico-religioso promosso dallo Stato, che collega le quattro regioni del percorso pastorale del Papa —Piura, La Libertad, Callao e Lambayeque—, con 29 attrazioni turistiche e 10 strutture complementari. Lo Stato ha investito 10 milioni di soles (circa 2,5 milioni di euro). 

Il percorso intreccia fede, archeologia e natura: la Cattedrale di Chiclayo, il Santuario di Nostra Signora della Pace —che il Papa visiterà dal 10 al 14 novembre—, la Croce di Chalpón de Motupe, con un milione di visitatori all’anno; il Divino Niño del Milagro di Eten —candidata a diventare la sesta città eucaristica del mondo—, la cappella di Santo Toribio de Mogrovejo nel tricentenario della sua canonizzazione, la foresta di Pómac, il Museo delle Tombe Reali di Sipán — il «Tutankhamon d’America» — e la località balneare di Pimentel. 

Altre iniziative

Durante l'evento è stato inoltre presentato il primo Forum iberoamericano delle città con santuari mariani, un'iniziativa civile che si terrà a Luján, in Argentina, il 19 e 20 ottobre prossimi, che riunirà 23 sindaci e 23 vescovi delle diocesi con santuari mariani nazionali. 

Mario Maldonado Samayoa, ex viceministro del Patrimonio Culturale ed ex rappresentante del Guatemala presso l’UNESCO, ha ricordato a sua volta la Settimana Santa del suo Paese, dichiarata Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO nel 2022, che il Venerdì Santo mobilita 7.000 persone in un corteo di oltre 12 ore, sostenuto da 42 commissioni di volontari che lavorano gratuitamente. In questa regione centroamericana è stata annunciata la candidatura regionale della devozione ai Cristi di Esquipulas —presente in El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama—, la cui iscrizione è prevista per dicembre. 

Come altro punto di spicco del turismo religioso in America, Fabián Rojas, sindaco di Zipaquirá (Colombia), ha ricordato il suo impegno, in collaborazione con la diocesi, per promuovere la Cattedrale di Sale, “la prima meraviglia della Colombia”. Ha annunciato il congresso colombiano sul turismo religioso, che si terrà “a 180 metri sotto terra”.

Non poteva mancare un riferimento a la Basilica di Guadalupe, il santuario più visitato al mondo con 22 milioni di pellegrini all’anno, in grado di accogliere sette milioni di persone in tre giorni e che dà lavoro a oltre 400 persone. 

Più che visitare luoghi sacri

Al termine del congresso, i partecipanti hanno firmato il cosiddetto “Manifesto di San Salvador, per un turismo religioso che umanizza, trasforma e sviluppa i territori”. “Non si tratta solo di visitare luoghi sacri, ma di partecipare a esperienze che mettono in contatto l’essere umano con il trascendente, con la memoria storica dei popoli e con la ricchezza simbolica delle loro tradizioni”, afferma il testo. 

Avverte: “Lo sviluppo economico non deve prevalere sull’essenza spirituale di questa pratica. L’eccessiva commercializzazione dei luoghi sacri ne mette a rischio il significato profondo. È necessario stabilire modelli di gestione che promuovano il rispetto per la sacralità, evitando che i luoghi di culto si trasformino in semplici prodotti turistici privi di significato”. 

“Riconosciamo l’importanza della dimensione spirituale come elemento centrale del turismo religioso. Al di là dei suoi effetti tangibili, essa offre alle persone la possibilità di fermarsi, riflettere e ritrovare l’essenziale. In un contesto globale caratterizzato dalla rapidità e dalla frammentazione, questi spazi di silenzio e contemplazione assumono un valore inestimabile”. 

La dichiarazione distingue tra turismo religioso e pellegrinaggio. “Il pellegrinaggio implica una motivazione esplicitamente spirituale, caratterizzata dal sacrificio, dalla devozione e dal cammino inteso come esperienza trasformativa. Il turismo religioso, invece, abbraccia una realtà più ampia che include motivazioni culturali e storiche. Entrambi i fenomeni, lungi dall’essere in contrasto, possono completarsi a vicenda e arricchire l’esperienza del visitatore”. 

Infine, spiega, “questo Manifesto di San Salvador si propone come un invito a ripensare il turismo religioso in una prospettiva integrale, etica e umanistica”. 

Evangelizzazione

Quattro voci per riflettere sulla conversione

Le conversioni non sono più casi isolati: i battesimi di adulti sono in aumento nei paesi vicini, i giovani convertiti sono sempre più numerosi e l’argomento è approdato nei libri, sulla stampa e al cinema. A questa realtà ha dedicato la sua serata principale l’Osservatorio dell’Invisibile: dopo la proiezione del documentario "Converso", il suo regista, David Arratibel, agnostico, ha dialogato con quattro credenti che hanno abbracciato la fede, o vi sono tornati, in diverse fasi della loro vita.

Inmaculada Sancho-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Nel 2017 David Arratibel ha diretto “Converso”, un documentario in cui cerca di capire, attraverso le conversazioni con sua madre, le sue sorelle e suo cognato, perché tutta la sua famiglia abbia abbracciato una fede che lui non condivide. Nove anni dopo, il film è stato proiettato al Real Colegio Alfonso XII di El Escorial, nell’ambito della VI edizione dell’Osservatorio dell’Invisibile, la scuola estiva di arte e spiritualità che la Fondazione Vía del Arte, diretta dallo scultore Javier Viver, ha organizzato presso il Real Monasterio, con l’aria come tema di fondo.

L'evento ha riunito circa 150 partecipanti, suddivisi in laboratori di musica, scultura, danza e scrittura, tra gli altri. Ogni pomeriggio si sono ritrovati per attività comuni, come la proiezione e il dibattito di questa serata.

Il film è stato seguito da una tavola rotonda. Accanto al regista si sono sedute le quattro persone che hanno intrapreso un percorso diverso da quello del suo scetticismo, tre delle quali sono docenti dei laboratori dell’Osservatorio: l’attore Lluís Homar ha diretto quello di teatro; il filosofo Fabrice Hadjadj, quello di scrittura; e la curatrice d’arte Maider Montalbán Errasti, quello di curatela, mentre Ernesto Castro, anch’egli filosofo, ha partecipato in qualità di ospite.

Una parola

La moderatrice ha dato il via alla discussione chiedendo a ciascun ospite di riassumere in una sola parola cosa significasse per lui la conversione. Homar, che ha ricevuto una solida educazione cattolica e si è allontanato dalla fede durante l’adolescenza, non ha avuto bisogno di più di tre parole: “Il ritorno a casa”. Castro, battezzato e cresimato da adulto durante l’ultima Veglia Pasquale, ha risposto citando Lope de Vega e il suo sonetto “domani apriremo”: “Non dire domani”. Montalbán ha scelto “armonizzare”: la prima conversione consiste nel trovare il tono giusto, come nel canto gregoriano, e ciò che segue è un esercizio costante di armonizzazione attraverso i sacramenti.

Hadjadj, nato in una famiglia ebrea e atea, ha scartato l’idea del “ritorno a casa”: i suoi genitori, ha raccontato, hanno vissuto la sua conversione al cristianesimo come un tradimento. Per lui, seguire Cristo è “un’intensificazione del dramma della vita”: “Più gioia e più angoscia, più mani aperte e più chiodi nelle mani‘. La sua esistenza precedente, ha affermato, assomigliava alle perline di un rosario che si è spezzato; la conversione è stata la scoperta del filo che trasforma i frammenti in una storia. Arratibel, dal canto suo, ha fatto propria l’etimologia che dà il titolo al suo film: ’”Converso” da conversare: cercare di capirci per cercare di comprendere».

Ciò che separa

Il regista ha messo sul tavolo l’esperienza che permea il suo documentario e che, come ha confessato, lo ha fatto riflettere e soffrire: la distanza che la conversione dei suoi cari ha creato all’interno della famiglia. Una distanza che egli descriveva come “una sorta di barriera molto sottile”, quasi impercettibile, compatibile con l’affetto: “Ci vogliamo bene, ci amiamo, ma c’è ancora qualcosa che ci separa”. Non parlava di ostilità né di rimprovero, ma della sensazione che la propria “tribù” abbia cambiato codice, quasi lingua. E ha portato un esempio familiare: la Bibbia che gli ha regalato sua sorella con un biglietto —“voglio che tu sia felice”— gli è sembrato un gesto d’amore con un pizzico di condiscendenza, fatto da una posizione alla quale ci si aspetta che lui arrivi un giorno.

Homar ha risposto attingendo alla propria esperienza personale: ottavo di una famiglia in cui cinque fratelli hanno smesso di praticare la fede, è l’unico ad aver ritrovato la strada della fede, e un anno fa ha celebrato il proprio matrimonio in chiesa alla presenza di tutti i fratelli. Nel suo caso, ha affermato, il legame fraterno creato dai suoi genitori ha più peso della linea di demarcazione tra credenti e non credenti, e lui stesso cerca di fungere da punto d’incontro tra le due parti.

La replica più significativa è arrivata da Hadjadj, che ha invertito il significato della separazione: Dio crea il mondo separando, e la distanza che preoccupa Arratibel è anche la condizione affinché l’altro appaia come altro. Al direttore ha dedicato una delle frasi della serata: “Voglio la tua coerenza, più che la tua conversione”. E ha concluso con una massima: “La comunione si trova nella verità, non nell’affetto”. Il dramma del cristianesimo, ha aggiunto, non deriva dalla persecuzione ma dall’amore, perché più si ama, più si è esposti alla ferita.

Montalbán ha proposto di rileggere una delle scene centrali del film, la conversazione del regista con sua madre, per quello che è in termini cattolici: un esame di coscienza, con richiesta di perdono inclusa per il peccato di superbia. La sua stessa conversione, ha raccontato Maider, è iniziata sedendosi nell’ultima panca di una chiesa di Bilbao con un atteggiamento da osservatrice — “vediamo cosa succede a questi qui” — e ha riconosciuto che quella posizione di superiorità morale nei confronti dei credenti esiste anche oggi, sebbene i convertiti ne parlino poco. 

Castro, dal canto suo, ha ricordato il primo commento di sua madre, atea, dopo il suo recente battesimo: “Non c’è di che”. Riteneva che il fatto di non averlo battezzato da bambino gli avesse permesso di dire «sì» in modo consapevole e da adulto.

“Pregherò per te”

Il convegno ha trovato il suo secondo punto focale in un altro film, “Los domingos”, di Alauda Ruiz de Azúa, che racconta la storia di un’adolescente che riflette sulla vocazione religiosa all’interno di una famiglia secolarizzata. Arratibel ha raccontato di essere uscito sconvolto dalla proiezione: in quel film ha ritrovato il “pregherò per te” che aveva sentito decine di volte nei colloqui di “Converso” e nel quale percepisce un rapporto non orizzontale tra chi prega e colui per cui si prega.

Quella frase ha diviso i presenti al tavolo. Homar, credente, la ritiene superflua nelle parole del personaggio: “Io l’avrei risolta con uno sguardo”. Montalbán, invece, l’ha difesa contro quella che definisce la trasformazione della bontà in buonismo, e ha ribattuto con una domanda: vale la pena esaminare anche quanto paternalismo eserciti il non credente sul credente, e quali dogmi di fede secolare — la religione delle esperienze, la teologia del progresso — agiscono in coloro che si rammaricano di ciò che la giovane “si perderà”. 

Castro ha spostato il dibattito sul piano del linguaggio: se c’è qualcosa che accomuna la religione e l’arte è proprio la lotta contro i cliché, e il problema del “pregherò per te” non è la preghiera in sé, ma la frase fatta: “La vera carità sarebbe stata che avessero pregato per te senza dirtelo”. 

Hadjadj ha chiuso il cerchio con una riflessione: per lui, anche un semplice “buongiorno” può essere una benedizione, perché l’essenza della parola non sta in ciò che esprime, ma nel tono e nell’intenzione. Il dibattito è poi proseguito con gli interventi degli studenti.

Il filosofo francese ha concluso sottolineando che la Chiesa non è un club, ma accoglie l’alterità senza assorbirla, e per questo è opportuno diffidare della fusione, “che non è confusione”. Un’idea che si ricollega all’immagine che apre e chiude “Converso”: l’organo musicale riparato dal cognato del direttore, metafora di una Chiesa in cui l’aria che scorre nelle canne è ciò che anima ogni membro per formare un’armonia. Cantare senza lo strumento, disse un tempo Arratibel, significa cercare quell’armonia partendo dal corpo. In un numero dell’Osservatorio dedicato proprio all’aria, la metafora ha trovato il suo posto.

L'autoreInmaculada Sancho

Per saperne di più
Libri

L'avventura della grazia

Questa recensione analizza la biografia di sant'Agostino scritta da Giuliano Vigini, sottolineando l'attualità della sua teologia sulla grazia, la carità e la conversione nel pensiero contemporaneo.

José Carlos Martín de la Hoz-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Prima di iniziare questa recensione dell’opera di Giuliano Vigini (Milano, 1946), è opportuno precisare che si tratta dell’edizione spagnola del magnifico profilo biografico di sant’Agostino (354-430) redatto dal professor Giuliano Vigini nel 2025 in Italia e ora pubblicato in Spagna sotto l’egida delle Ediciones San Pablo.

L'opera è stata pubblicata con una prefazione di Benedetto XVI, ma, non essendo datata, non sappiamo quando sia stata scritta né per quale motivo. È logico pensare che possa trattarsi di alcune riflessioni su sant'Agostino redatte per un'altra opera che forse non fu pubblicata all'epoca.

Quest’opera, come ci spiega l’autore nell’introduzione, è stata concepita come una sintesi di tutti i contributi emersi nella storia della teologia recente nel biennio 1986-1987, in occasione del XVI centenario del battesimo di sant’Agostino. Fu proprio San Giovanni Paolo II a pubblicare in tale occasione la lettera apostolica Agostino di Ippona, incoraggiando il popolo cristiano ad approfondire gli insegnamenti di questo grande dottore della Chiesa.

L'impronta agostiniana nel pontificato

Proprio dall’arrivo di León XIV alla Sede di Pietro, i riferimenti a sant’Agostino sono costanti sia nelle sue encicliche che nei suoi discorsi e nelle catechesi del mercoledì. Non dimentichiamo le parole che pronunciò in Piazza San Pietro l«8 maggio 2025, al momento della sua elezione al papato: »Sono agostiniano, figlio di sant’Agostino».

Ovviamente, noi cristiani riteniamo che lo Spirito Santo voglia che meditiamo per alcuni anni sugli insegnamenti del maestro di Ippona, proprio come abbiamo fatto con la teologia di Benedetto XVI o con il dono del discernimento degli spiriti di sant’Ignazio di Loyola durante il pontificato di Francesco.

Le Confessioni e la dinamica dell'amore

I dati fondamentali della biografia di sant’Agostino ci sono noti grazie a un’opera autobiografica intitolata Le confessioni, un'opera fondamentale del pensiero cristiano, filosofico e teologico, più volte ristampata nel corso della storia. Non possiamo non suggerire al lettore di rileggerla nell'edizione curata dal famoso poeta e scrittore maiorchino Pedro Antonio Urbina.

A Le confessioni, sant'Agostino espone con estrema crudezza lo scontro tra l'amore erotico (eros) e l'amore di agapè, come sintetizzava Benedetto XVI nella sua prima enciclica, Deus caritas est, uno dei migliori trattati mai scritti sulla dinamica dell’amore e sulla chiamata alla santità nello sviluppo del vero amore come motore della felicità.

4. Il dottore della grazia di fronte alle deviazioni teologiche

Tutta questa dottrina dell’amore come via verso la felicità va integrata con i numerosi testi che sant’Agostino compose nella sua polemica contro Pelagio. Infatti, Pelagio, monaco britannico contemporaneo di Agostino, era convinto che la santità potesse essere raggiunta solo con la costanza e uno sforzo personale costante e tenace.

Certamente, nella vita cristiana delle virtù e delle beatitudini, sant’Agostino — facendo eco al magistero perenne della Chiesa — ci ha ricordato che, in quest’opera di santità, l’iniziativa parte sempre da Dio: la grazia ci accompagna, sostiene e porta a compimento le virtù e le beatitudini. Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare che l’uomo deve mettere da parte la propria libertà affinché esistano atti umani in cui si uniscano l’intelletto e la volontà: «Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te» (Sermone 169, 11).

Va ricordato che sant’Agostino è passato alla storia della teologia come il «dottore della grazia» e che la sua dottrina è stata fondamentale per risolvere la controversia tra libertà e grazia, sia con Pelagio che, successivamente, con i luterani e, infine, con i giansenisti (p. 147).

La carità e l'eredità mistica della conversione

Va inoltre sottolineato che sant’Agostino è entrato nella storia della spiritualità grazie ai suoi importanti contributi alla «teologia della carità», che trovano eco nei grandi mistici sia del Secolo d’Oro spagnolo che in altri autori della storia —il maestro Eckhart e la Scuola renano-fiamminga di spiritualità—, che troverà il suo culmine nel trattato di Tommaso da Kempis, L'imitazione di Cristo (p. 137).

Basta osservare attentamente lo stemma papale di Leone XIV, con il cuore ardente, per ricordare come sia le opere di sant’Agostino sia gli insegnamenti del Santo Padre ci guidino a crescere nell’amore per Dio e per le anime. Basta leggere attentamente i testi e i discorsi del Santo Padre durante il suo viaggio in Spagna per constatare che il comandamento della carità rimane il compendio del cristianesimo: dobbiamo vivere quotidianamente l’esperienza di Dio come sant’Agostino (p. 78).

Ovviamente, non possiamo perdere l’occasione di citare l’esempio di santa Monica: la madre devota, amorevole e fiduciosa sia nel potere della grazia di Dio sia nella capacità di suo figlio di tornare alla vera fede, sebbene egli fosse certamente lontano da essa e in preda alle passioni umane. La profonda e radicale conversione di sant’Agostino e la sua apertura alla grazia le hanno permesso di avere la gioia di vederlo radicato nella fede e avviato sulla via della santità (p. 66).

Impatto intellettuale e rilevanza contemporanea

Certamente, sant’Agostino era più neoplatonico che aristotelico, così come il teologo Ratzinger era più agostiniano che tomista. Infatti, la tesi di dottorato del professor Ratzinger era intitolata Il popolo e la casa di Dio nella dottrina di sant’Agostino sulla Chiesa. Dobbiamo inoltre ricordare che la sua tesi di abilitazione all’insegnamento universitario era La teologia della storia secondo san Bonaventura, che contiene una solida base teorica e prospettive teologiche tratte dall’opera del vescovo di Ippona.

La lettura di questo interessante profilo del dottore di Ippona ci fornirà inoltre le chiavi di lettura della teologia agostiniana che, senza dubbio, arricchirà il dibattito teologico del nostro tempo e il dialogo con il pensiero postmoderno in cui viviamo.


Giuliano Vigini, Sant'Agostino. L'avventura della grazia e della carità

Autore: José Carlos Martín de la Hoz
Editoriale: San Paolo
Anno: 2026
Numero di pagine: 200

    Per saperne di più
    Mondo

    Seoul 2027: la GMG come risposta alla crisi demografica della Corea del Sud

    Dal 3 all’8 agosto 2027, la capitale sudcoreana ospiterà la prima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà in Corea, un evento all’insegna della speranza in una Chiesa che cresce pur affrontando la sfida dell’invecchiamento e della crisi demografica.

    Teresa Aguado Peña-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    La Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) di Seul 2027 ha già date, motto, santi patroni e un programma che promette di trasformare la Corea del Sud nel centro della Chiesa dei giovani. Dal 3 all’8 agosto 2027, milioni di pellegrini sono chiamati a partecipare alla prima GMG celebrata in Corea e alla seconda in Asia, dopo quella di Manila del 1995.

    L'incontro, indetto dal Papa, avrà come motto «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33), un invito rivolto ai giovani a vivere la fede con speranza e ad affrontare con coraggio le sfide del mondo odierno.

    Date e programma

    La GMG si terrà dal 3 all«8 agosto 2027, mentre le tradizionali »Giornate nelle diocesi» si svolgeranno dal 29 luglio al 2 agosto. Durante quei giorni, i pellegrini vivranno a contatto con le famiglie e le comunità delle 15 diocesi della Corea, partecipando ad attività parrocchiali e culturali prima di recarsi a Seul.

    Si prevede che la Messa di chiusura presieduta da Papa Leone XIV riunisca circa un milione di persone.

    Un logo ispirato alla tradizione coreana

    Il logo ufficiale, disegnato da Jin Su-hyeon, combina una croce con il carattere coreano «ieung» (ㅇ) al centro.

    Le pennellate rosse e blu rappresentano, rispettivamente, il martirio dei cristiani coreani e l'energia della gioventù. Il cerchio centrale simboleggia la vittoria di Cristo, mentre il colore nero evoca il futuro aperto che attende i giovani.

    Inoltre, la parola «Seoul», scritta in hangul, forma visivamente le lettere WYD (World Youth Day), unendo l’identità coreana alla dimensione universale dell’incontro.

    Cinque santi per accompagnare i giovani

    Il Comitato Organizzatore Locale ha scelto cinque santi patroni che rappresentano diversi aspetti della vita cristiana e fungeranno da modelli durante la preparazione spirituale della Giornata:

    • San Giovanni Paolo II, fondatore delle Giornate Mondiali della Gioventù.
    • San Andrea Kim Taegon e i suoi compagni martiri, simbolo della Chiesa coreana.
    • Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona dei migranti.
    • Santa Giuseppina Bakhita, testimone di speranza e libertà.
    • San Carlo Acutis, punto di riferimento per l’evangelizzazione nell’era digitale.

    Il processo di selezione ha previsto una consultazione con giovani coreani, operatori pastorali e formatori, prima della decisione definitiva del Comitato Organizzatore.

    Tre momenti speciali con Papa Leone XIV

    Durante l'incontro primaverile dei vescovi degli Stati Uniti, tenutosi nel giugno del 2026, il vescovo ausiliare di Seul Paul Kyung Sang Lee, coordinatore generale della GMG, ha anticipato che sono già in programma tre eventi speciali con il Papa Leone XIV:

    • un incontro con persone che vivono situazioni di difficoltà;
    • un dialogo interreligioso;
    • e una preghiera per la pace nel mondo.

    Il vescovo ha ricordato che, dopo la guerra di Corea (1950-1953), «la Corea era uno dei paesi più poveri del mondo. In 80 anni è passata dalla devastazione alla rinascita. Le difficoltà non hanno avuto l’ultima parola. La speranza può rinnovare e guarire una nazione».

    Secondo le stime presentate in occasione di tale riunione, tra i 10.000 e i 15.000 giovani statunitensi parteciperanno al pellegrinaggio.

    Corea del Sud, uno dei tassi di natalità più bassi al mondo

    La scelta di Seul riveste un grande significato per la Chiesa in Asia. Sebbene i cattolici continuino a essere una minoranza nella Corea del Sud, la comunità ha registrato una crescita costante negli ultimi decenni. Secondo le statistiche pubblicate dalla Conferenza Episcopale Coreana, alla fine del 2025 il Paese ha superato per la prima volta i sei milioni di cattolici (6.006.832), una cifra che è sei volte superiore a quella registrata nel 1975, quando appena un milione di coreani professava la fede cattolica.

    Questa crescita, tuttavia, va di pari passo con importanti sfide pastorali. La Chiesa coreana risente degli effetti della crisi demografica che sta attraversando il Paese, il cui tasso di fertilità si è attestato a 0,80 figli per donna nel 2025, uno dei più bassi al mondo. L’invecchiamento della popolazione si riflette anche nelle parrocchie: quasi tre cattolici su dieci (28,9 %) hanno 65 anni o più, costituendo così la fascia d’età più numerosa.

    Anche la pratica religiosa ha subito un calo nell’ultimo decennio. Attualmente, solo circa il 15 % dei cattolici partecipa abitualmente alla messa domenicale, contro il 20,7 % registrato nel 2015. Allo stesso modo, le vocazioni sacerdotali e religiose continuano a diminuire. Nel 2025 sono stati ordinati solo 70 nuovi sacerdoti, contro i 121 di un decennio prima, mentre il numero dei seminaristi e dei religiosi ha continuato a ridursi.

    Un'opportunità per la Chiesa coreana

    Proprio in questo contesto, la Giornata Mondiale della Gioventù del 2027 è vista dalla Chiesa coreana come un’opportunità per dare nuovo slancio alla pastorale giovanile. Nel 2022, l’arcivescovo della capitale, Peter Soon-taick Chung, ha sottolineato che l’incontro potrebbe diventare «un’ottima occasione per riunire i giovani attorno a un progetto che li renda protagonisti» e un’occasione privilegiata per condividere i valori del Vangelo con la società coreana.

    La Chiesa in Corea vanta inoltre una storia singolare. A differenza della maggior parte dei paesi, il cattolicesimo è nato grazie all’iniziativa dei laici, che hanno conosciuto la fede attraverso libri provenienti dalla Cina e hanno iniziato a formare comunità cristiane prima dell’arrivo dei primi sacerdoti. In seguito, rischiando persino la vita, attraversavano il confine per far arrivare sacerdoti in grado di amministrare i sacramenti. Quella comunità nascente è stata segnata dalla testimonianza di migliaia di martiri, un’eredità che continua a definire l’identità della Chiesa coreana e che rende Seul un luogo particolarmente significativo per ospitare la prossima Giornata Mondiale della Gioventù.

    Per saperne di più
    Vangelo

    Un pranzo gratis? XVIII domenica del tempo ordinario (A)

    Vitus Ntube ci illustra le letture della XVIII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 2 agosto 2026.

    Vitus Ntube-30 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    La liturgia di oggi è incentrata sul tema del cibo. Nel Vangelo troviamo il noto miracolo della moltiplicazione dei pani, mentre nella prima lettura il profeta Isaia ci invita a un banchetto offerto gratuitamente da Dio. 

    Nutrire cinquemila persone sarebbe senza dubbio un’impresa straordinaria. Tuttavia, se dovessimo organizzare un picnic per una folla del genere, non riterremmo sufficienti solo qualche pagnotta e qualche pesce. Probabilmente aggiungeremmo formaggio, prosciutto, bevande, frutta e altro ancora. Ma a cosa servono tutte queste cose se non riescono a placare la fame più profonda del cuore umano? È questa la domanda che pone il profeta Isaia: “Perché spendere soldi per ciò che non nutre e il proprio stipendio per ciò che non sazia?»”È una domanda che richiede una seria riflessione. Cosa ci soddisfa davvero? O meglio ancora, chi può soddisfarci?»

    C'è un detto popolare secondo cui “non esiste nulla di simile a un pranzo gratis”. Il proverbio ci ricorda che nulla è gratis. Tuttavia, Isaia proclama qualcosa di sorprendente: che Dio invita gli affamati e gli assetati a ricevere senza pagare. Le cose più importanti della vita non si possono comprare. La nostra stessa esistenza è un dono. L’aria che respiriamo, la luce del sole che ci riscalda, l’acqua che ci sostiene: tutto ci è stato dato gratuitamente. 

    Il Vangelo ci presenta Gesù, che sfama gratuitamente la folla. Il miracolo non rivela semplicemente la moltiplicazione del pane, ma la generosità di Colui che lo dona. Solo Gesù può saziare la fame più profonda dell’essere umano, e lo fa gratuitamente.

    Siamo invitati a vivere secondo questa generosità divina. Avendo ricevuto gratuitamente da Dio, siamo chiamati a donare gratuitamente agli altri. Quando i discepoli suggeriscono di congedare la folla, Gesù risponde: “Non c’è bisogno che ci andiate, date loro da mangiare voi stessi”

    Non siamo chiamati semplicemente a donare noi stessi, ma a donare attraverso Cristo. Siamo chiamati a mettere ciò che abbiamo nelle mani di Cristo. Il poco che offriamo può sembrare insignificante, ma una volta affidato a Lui diventa sufficiente. 

    Il contesto del miracolo rivela qualcosa di ancora più profondo riguardo alla generosità di Gesù. Il miracolo avviene poco dopo la morte di Giovanni Battista. Dopo aver appreso della morte di suo cugino, Gesù si ritirò in un luogo solitario. Tuttavia, quando vide la folla, ne ebbe compassione. Egli dona non dall’abbondanza, ma dalla propria perdita. Nel mezzo del proprio dolore, percepisce i bisogni degli altri. Come ci dice san Paolo: “Pur essendo ricco, si è fatto povero per voi, per arricchirvi con la sua povertà". 

    Famiglia

    Cosa può insegnarti il miglior ristorante di New York per essere più felice d’estate

    Il vero riposo estivo non dipende dalla destinazione né dall’itinerario perfetto, ma dalla magia dell’imprevisto.

    Javier García Herrería-29 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Will Guidara ha guidato per anni l’Eleven Madison Park, uno dei ristoranti più prestigiosi al mondo. Sotto la sua guida, il locale ha ottenuto tre stelle Michelin ed è stato nominato nel 2017 il miglior ristorante del mondo. Lì ha imparato una lezione che non riguardava solo la cucina, ma qualcosa di molto più umano: la differenza tra fare bene le cose e far sentire speciale qualcuno.

    Guidara racconta che l’eccellenza tecnica non bastava. Il ristorante poteva offrire un servizio impeccabile, piatti perfetti e un’esecuzione senza errori, eppure non essere all’altezza. Il vero salto di qualità avveniva quando il team si chiedeva di cosa avesse bisogno quella persona in particolare per andarsene soddisfatta. Non si trattava di lusso, ma di prestare attenzione a come sorprenderla.

    Era così che nascevano i piccoli gesti: un piatto improvvisato per un bambino che non trovava nulla nel menu, una candela accesa all’ultimo momento per un anniversario di cui nessuno aveva parlato, un biglietto scritto a mano che richiamava alla mente una conversazione precedente. Dettagli apparentemente insignificanti che trasformavano una cena in un’esperienza memorabile.

    Scenario contro contenuto: la trappola delle aspettative

    Viaggiare, andare al mare o prenotare un hotel di charme equivale a riuscire a trovare un tavolo in un ristorante di alto livello a New York. È senza dubbio una cornice meravigliosa, ma non è altro che un semplice scenario. Confondere il programma delle vacanze con il vero riposo è l’errore in cui cadiamo più spesso: diamo per scontato che, per il semplice fatto di cambiare aria, la felicità arrivi automaticamente.

    Chi andava al ristorante di Guidara lo faceva già per vivere un’esperienza speciale; il cibo sublime era dato per scontato. Tuttavia, il vero salto di soddisfazione non derivava dal menu, bensì dall’imprevisto. In estate accade esattamente la stessa cosa. Il viaggio organizzato è la cornice, ma il vero contenuto — ciò che rinnova davvero l’anima — si intreccia ai margini di quanto previsto, nella capacità di uscire dal copione per concentrarsi sulla persona che abbiamo accanto.

    L'imprevisto allontana la fretta e regala un vero momento di relax

    Perché i piccoli imprevisti affettuosi ci fanno riposare più di una giornata al mare pianificata nei minimi dettagli? Perché la stanchezza accumulata nel corso di un intero anno non è solo fisica, ma anche mentale. Siamo esausti per aver dovuto gestire, coordinare, prendere decisioni e rispettare gli impegni.

    Quando qualcuno ci sorprende con un gesto inaspettato, ci regala l’esperienza della generosità. Impegnarsi a pensare a come sorprendere le persone a cui teniamo di più alleggerisce la vita dell’altro e gli trasmette il messaggio più confortante che esista: «Ho pensato a te al di là di ogni previsione». Per questo motivo, un figlio ricorderà più a lungo una gita notturna a sorpresa, con le torce e i suoi genitori, piuttosto che l’ennesimo pomeriggio trascorso in piscina, tra pisolini e cartoni animati sul tablet.

    Iniziative

    Alcuni giornalisti lanciano un’iniziativa per consegnare al Papa Leone XIV le lettere dei sopravvissuti al terremoto in Venezuela

    I giornalisti del Vaticano lanciano un’iniziativa per far pervenire a Papa Leone XIV le lettere dei sopravvissuti ai terremoti in Venezuela.

    Agenzia di stampa OSV-29 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    – OSV News / Junno Arocho Esteves

    A partire dal pontificato di san Paolo VI, i giornalisti che seguono le notizie dal Vaticano hanno avuto il privilegio unico di avere accesso diretto al Vicario di Cristo a 30.000 piedi di altitudine.

    Seguendo una tradizione adottata dai suoi predecessori, Papa Leone XIV si assicura di percorrere lo stretto corridoio della cabina e di salutare i giornalisti uno per uno, scambiando strette di mano, doni o lettere personali.

    Quando Papa Leone XIV intraprenderà la sua visita apostolica a Francia A settembre, quattro giornalisti del Vaticano sperano di poter approfittare di quel breve momento per trasmettere al Pontefice le preghiere, il dolore e le fragili speranze del popolo venezuelano.

    I giornalisti venezuelani Lola Gómez, Daniel Cáceres e José Arnaldo Mujica, insieme al giornalista costaricano Jovel Álvarez, hanno lanciato “Lettere al Papa”, un’iniziativa volta a raccogliere le lettere dei venezuelani e delle squadre di soccorso colpiti dai due terremoti che hanno devastato il Paese il 24 giugno.

    Un modo per sostenere la propria patria

    In un’intervista rilasciata a OSV News il 23 luglio, Gómez, fotoreporter del Catholic News Service nata a Caracas, ha affermato che lei e i suoi colleghi giornalisti stavano cercando modi per sostenere la loro patria.

    “Quando sei lontano dal tuo Paese, senti di dover fare qualcosa”, ha affermato. “E abbiamo pensato: visto che siamo qui in Vaticano a seguire Papa Leone e che a settembre ci sarà un viaggio apostolico, perché non apriamo un canale dedicato ai venezuelani sopravvissuti ai terremoti e alle persone che hanno contribuito al loro salvataggio?”.

    Anziché gestire complesse impostazioni di posta elettronica o posta tradizionale, i giornalisti hanno creato un modulo Google per offrire un’opzione “più semplice” che consentisse ai venezuelani di “condividere i propri sentimenti, pensieri o domande” — oltre alle foto — con il Papa.

    Il modulo accetterà invii fino al 15 agosto. Le lettere saranno raccolte in un unico volume e consegnate a Papa Leone a bordo del volo papale il 25 settembre.

    Secondo fonti ufficiali venezuelane, il numero dei morti a seguito dei terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 che hanno scosso lo stato settentrionale di La Guaira ha superato quota 5.300. Migliaia di persone sono ancora senza casa, mentre gli operatori umanitari proseguono le operazioni di soccorso.

    Caritas Venezuela ha recentemente comunicato che il consumo degli aiuti locali sta superando le quantità ricevute, il che ha portato a lanciare appelli per raccogliere donazioni in denaro al fine di facilitare gli acquisti sul territorio in base alle mutevoli esigenze.

    La scrittura come strumento per elaborare il trauma

    Gómez ha dichiarato a OSV News che dare ai sopravvissuti e alle squadre di primo intervento la possibilità di scrivere, anziché inviare un messaggio video o audio, rappresenta per loro un modo catartico per elaborare il trauma che stanno vivendo.

    “Quando si esprimono a parole i propri sentimenti e pensieri, questo aiuta a elaborare ciò che si è vissuto”, ha spiegato, aggiungendo che la pubblicazione di un volume antologico consentirà a Papa Leone di leggere i testi “anche in aereo, se avrà tempo”.

    “Con le lettere, credo che sia più intimo”, ha osservato. “Si crea un momento privato tra le vittime o le persone che vogliono condividere i propri sentimenti e il Papa”.

    La risposta alla campagna è cresciuta costantemente e, secondo Gómez, fino al 23 luglio gli organizzatori avevano ricevuto decine di lettere dalle regioni colpite di tutto il Venezuela. L’iniziativa ha suscitato l’interesse non solo dei sopravvissuti locali, ma anche delle squadre internazionali di pronto intervento dispiegate nel Paese a seguito del disastro.

    Secondo quanto da lui riferito, Álvarez è stato contattato direttamente dai soccorritori costaricani che hanno prestato servizio sul campo in Venezuela per chiedergli come inviare le loro testimonianze.

    “La prima chiamata che abbiamo ricevuto… Jovel, che è originario del Costa Rica, ha ricevuto una chiamata dai soccorritori costaricani che hanno operato in Venezuela dopo i terremoti”, ha detto Gómez, aggiungendo che il team si aspetta che le spedizioni aumentino prima della scadenza.

    “Quindi aspettiamo altre lettere, ma finora ne abbiamo ricevute 52 da tutte le zone del Venezuela che sono state colpite”, ha affermato.

    Pur sottolineando che l’iniziativa è frutto di uno sforzo collettivo insieme ai suoi colleghi giornalisti, Gómez ha affermato che in ogni viaggio papale “cerca sempre di portare il Papa in Venezuela”, nella speranza che le lettere personali avvicinino il pontefice ai suoi connazionali che soffrono.

    “Vogliamo che sentano di non essere soli in questo percorso”, ha affermato Gómez. “La fede è fondamentale per continuare a percorrere questo terribile percorso che stanno affrontando per ricostruire le loro vite, e non dovrebbero sentirsi come se lo stessero affrontando da soli”.


    Questa notizia è stata pubblicata per la prima volta in inglese su OSV News. La riproduciamo su Omnes con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

    L'autoreAgenzia di stampa OSV

    Per saperne di più
    Famiglia

    Juanchi, affetto da sclerosi multipla: “Ho imparato che si impara ad amare attraverso la sofferenza”

    Intervista a Juanchi e Carla, una coppia con tre figli che affronta ogni giorno la sclerosi multipla di cui lui soffre.

    Álvaro Gil Ruiz-29 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

    Juan Chimeno è originario di Madrid e vive a Saragozza. Ha una laurea in Giurisprudenza ed è padre di tre figli. Ha mosso i primi passi alla Europa Press, per poi passare alla Mediapro. Ha ricoperto per diversi anni la carica di funzionario a tempo determinato presso i tribunali di primo grado e d’istruzione. Successivamente ha lavorato per un anno presso AXA, per poi tornare in tribunale. Ama la musica, suona la chitarra, è stato cantante in tre gruppi ed è compositore. Durante gli studi universitari ha iniziato a lavorare come disc jockey e ha suonato a matrimoni e feste. 

    Nel 2008 gli è stata diagnosticata la sclerosi multipla, anche se già da anni si sospettava che ne fosse affetto, dato che la prima recidiva risale al 2001, ma i sintomi hanno cominciato a manifestarsi solo nel 2007. È stato un duro colpo per tutta la famiglia e gli amici, ma già da allora era chiaro che “Juanchi” (come lo chiamano gli amici) non si sarebbe lasciato sopraffare dallo sconforto.

    Le sue convinzioni lo hanno portato a dare una svolta alla sua vita. Ciò ha portato alla sua famiglia molta serenità nei momenti di sconforto e una grande gioia. Questa limitazione si è rivelata una benedizione, per quanto possa sembrare una contraddizione, perché ha fatto emergere il meglio di lui.

    Ha dimostrato loro che, come dice Marian Rojas: «La felicità non sta in ciò che ci accade, ma nel modo in cui interpretiamo ciò che ci accade». È riuscita a essere felice e a rendere felici i suoi cari. 

    Tanto che la sua “ragazza” di Saragozza, Carla, che aveva conosciuto nel 2007, continuava ad amarlo perdutamente, e si sono sposati nel 2011. Vivono a Saragozza dal 2010. Attualmente hanno tre figli, due maschi e una femmina: Álvaro di 8 anni, Jacobo di 6 e la piccola Marianita di 3 anni. Juanchi è in pensione dal 2017, poiché è in invalidità lavorativa totale, e si dedica alla sua famiglia e a farsi accudire. 

    Come vi siete conosciuti? Come avete iniziato a frequentarvi? 

    – Juanchi: Ci siamo conosciuti tramite amici comuni che quell’estate avevano fatto volontariato a Nairobi con le Suore di Madre Teresa. Abbiamo iniziato a frequentarci perché lei mi ha mandato un SMS e io ho pensato: “Ehi, questa ragazza sembra interessante”, così abbiamo iniziato a parlare e parlare, che è il modo migliore per conoscersi, e alla fine, grazie a un amico, mi sono fatto coraggio e le ho chiesto ufficialmente di uscire con me.

    Abbiamo avuto una relazione a distanza per 4 anni. È stata dura, davvero dura, perché non era così facile vedere la persona che amavo: dovevamo prendere un treno per poterci vedere solo per un giorno e mezzo, il che è davvero troppo poco, e c’erano fine settimana in cui non potevamo vederci. Ma ne è valsa comunque la pena, perché così si apprezzano molto di più le cose.

    Juanchi, che tipo di formazione hai? Di cosa ti occupi? Quali sono i tuoi sogni?

    – Ho studiato Giurisprudenza alla Complutense e, alcuni anni dopo, ho conseguito un MBA all’ICADE. Entrambi mi hanno aiutato molto a formare la mia mentalità e ad ampliare i miei orizzonti, soprattutto per l’impegno che richiedono e per le materie che trattano.

    Attualmente mi dedico alla riabilitazione fisica e alla mia famiglia. Nel 2016 lavoravo come addetto alle pratiche processuali presso il Decanato di Plaza Castilla e, grazie a Dio, sono stato ammesso a una sperimentazione clinica presso l’Hospital Clínic di Barcellona. Questo mi ha portato a ripensare alla mia vita e ho deciso di richiedere l’invalidità lavorativa; grazie a Dio e all’intercessione di Don Isidoro Zorzano, mi è stata concessa l’invalidità totale.

    A dire il vero, i miei sogni si limitano alla mia cerchia più stretta: mia moglie, i miei figli, la mia guarigione, gli amici, avvicinare a Dio le persone che conosco e la musica, anche se ultimamente, a parte le lezioni di canto, l’ho un po’ trascurata.

    E tu, Carla, cosa hai studiato? Di cosa ti occupi professionalmente? Quali progetti hai in mente?

    – Ho studiato a Sansueña, in una scuola del Fomento, e ho deciso che anche i nostri figli studieranno lì.

    Successivamente ho studiato Farmacia presso l’ Università di Navarra, a Pamplona, un posto dove mi piacerebbe che i miei figli andassero a studiare perché è una parte molto importante della mia vita. 

    Lavoro in una farmacia con due dei miei fratelli; ci sono momenti molto belli e altri un po’ meno, ma mi piace tantissimo lavorare con loro. 

    I miei progetti professionali riguardano la farmacia, dato che è l'attività di famiglia; ci impegniamo ogni giorno affinché vada alla grande.

    Carla, quando hai ricevuto la diagnosi di Juanchi? Come sono stati quei primi momenti?

    – Una cosa che non dimenticherò mai è quando abbiamo detto a mia madre che stavamo per sposarci e proprio quel giorno ci è stata comunicata la diagnosi definitiva della sua malattia. Mia madre mi disse… ”Sei sicura di volerlo sposare? È una malattia molto grave. Dovrai occuparti di tutto e lavorare sodo per garantirgli una buona qualità di vita”. La verità è che io risposi: “Beh, e allora?”.

    Ma mia madre sapeva bene cosa stava dicendo; tuttavia, in quel momento pensai: “Beh, allora gli darò una mano”. Non so se sia stato un gesto inconsapevole o meno, ma ancora oggi lui si occupa delle sue cose e io faccio tutto il resto, tranne il pranzo, che lo prepara lui per tutta la famiglia. E quando devo occuparmi delle mie cose, oltre a tutto il resto, mi ritrovo a dire… “Mia madre aveva proprio ragione”, ahahah.

    Ma la vita va vissuta giorno per giorno! E, soprattutto, bisogna affidarsi completamente ai piani di Dio, che vanno come vanno e basta.

    Juanchi, com'è la tua vita di tutti i giorni? Come superi i momenti di sconforto? 

    – Vado diversi giorni alla riabilitazione, alla fisioterapia e alla terapia occupazionale. Preparo il pranzo e la cena per la mia famiglia (come ha detto Carla). Inoltre faccio la spesa e mi occupo delle faccende domestiche.

    Ci sono giorni in cui non esco di casa e, a dire il vero, la giornata mi sembra interminabile, ma vabbè, penso sempre che ci sarà un domani in cui potrò uscire.

    C’è molto da dire sui momenti di depressione. Prima di ammalarmi, ero un tipo molto irrequieto. I miei amici di Madrid mi conoscono e sanno che non smettevo mai di fare progetti. Passavo la maggior parte della giornata fuori casa e all’improvviso mi è venuta questa malattia. La perdita di mobilità non è stata improvvisa, ma graduale. All’inizio camminavo male, poi andavo piano, infine inciampavo in qualsiasi ostacolo sul pavimento. Anni dopo ho iniziato a usare il bastone e a un certo punto ho deciso che per muovermi per strada era meglio usare la sedia a rotelle.

    Non sono una di quelle persone che rimangono troppo abbattute o paralizzate quando ricevono una brutta notizia di questo tipo, o subiscono un duro colpo. Cerco di capire come andare avanti e di non rimanere bloccata di fronte alla sventura o alla contraddizione che mi sta capitando. Spesso faccio l’esempio del limone. In questa vita bisogna “trasformare il limone in limonata”. Non soffermarti sull’amarezza delle cose che ti capitano nella vita, dai loro una svolta e trasforma in limonata ciò che ti fa soffrire. La sofferenza non scompare, ma il tuo atteggiamento può cambiare. Non è immediato, richiede impegno, ma il risultato è una limonata fresca e deliziosa che rallegra la vita.

    Affido i momenti difficili nelle mani del Signore, la mia forza, il mio baluardo; senza di Lui non sono nulla, e quello che faccio è distrarmi pensando ad altre cose. Ma, in altre occasioni, ho momenti di sconforto ancora più profondi, e tutto ciò che di negativo sembra diventare sempre più grande, come se mi trovassi in un abisso dal quale fosse impossibile uscire.

    Anche quando mi sento giù, so che, grazie a Dio, non sono solo. In quei momenti cerco un momento per parlare con un sacerdote e, dopo aver parlato con lui, mi confesso. E grazie a questo ritrovo le forze e riprendo la lotta della vita. Per me (e immagino anche per molti altri) la vita è cadere e rialzarsi.

    Mi sento amato da Dio, ma mi sono reso conto che Dio non può interferire con la nostra libertà. Egli vuole che lo amiamo liberamente, senza che nulla né nessuno ci obblighi. Dio, che può tutto (è onnipotente), non può interferire con la nostra libertà (nessuno vorrebbe essere amato contro la propria volontà) ed è molto importante farlo sapere affinché tutti comprendano quanto Dio ci ama, l’infinito rispetto che nutre per il nostro libero arbitrio e la misericordia che ha verso di noi, che commettiamo azioni terribili.

    Juanchi, è comprensibile che questa esperienza ti abbia portato a conoscere in prima persona la nostra fragilità, la nostra vulnerabilità e i nostri limiti personali. Come metti in relazione questa realtà con Dio? Come si conciliano l’umanità e la trascendenza?

    – Sono un umile servitore che cerca di parlare di Dio a tutti, perché Lui mi ha fatto capire che, nonostante la mia debolezza e le mie miserie, mi ama infinitamente e che non mi costringerà ad amarlo, ma vuole che io lo ami liberamente.

    Ho anche visto che Dio si affida ai deboli e ai malati affinché si manifestino il suo amore per noi, la sua onnipotenza e la sua misericordia. Fu proprio a san Lorenzo che le autorità romane chiesero di consegnare i beni della Chiesa dopo la morte di papa Sisto II. Egli si presentò davanti al prefetto romano insieme ai poveri, ai malati, ai ciechi, agli storpi, alle vedove e ai bisognosi di cui si prendeva cura, affermando che loro erano il vero tesoro della Chiesa. Affinché la mano del Signore fosse ancora più evidente, sono nato un 10 agosto, giorno di San Lorenzo, e proprio quel giorno è venuto a mancare mio padre all’età di 67 anni.

    Nel mio caso, l'umanità e la trascendenza si intrecciano nella vita quotidiana, nel giorno a giorno.

    La croce che porto è una croce quotidiana e questo mi ha aiutato ad andare oltre e a rendermi conto che proviene da Dio e che devo ringraziarlo per questo, anche se pensarlo è una follia. Molti penseranno: “Come puoi dire ‘ringrazio Dio per questa croce’? Dovresti pensare esattamente il contrario: ‘Perché Dio mi ha punito con questa sventura?’”.

    Di recente, una ragazza che conosco, María Mora Figueroa, scomparsa ad aprile, mi diceva: “Dio affida a ciascuno ciò che siamo in grado di sopportare meglio”. Mi ci è voluto del tempo per rendermi conto che la croce che il Signore mi aveva donato mi ha reso una persona migliore. Prima, la mia vita quotidiana non mi aiutava ad essere così profondo. Pensavo di essere un buon cristiano, ma correvo da una parte all’altra senza prestare attenzione, senza rendermi conto di ciò che conta davvero.

    Ora che riesco a malapena a camminare, noto un’infinità di cose che prima non vedevo. Sono grato a Dio per la croce che mi ha dato, anche se devo sopportarla ogni giorno e mi dà fastidio. Ho anche imparato che si impara ad amare attraverso la sofferenza, anche se questo argomento meriterebbe un’altra intervista.

    Tutto ciò non mi impedisce di riconoscere che sono un peccatore e che continuo a lottare giorno dopo giorno, perché i peccati ne ho molti e perché, anche se si ha una croce da portare, bisogna continuare a lottare come chiunque altro. 

    Carla, ti chiederanno: “Come hai fatto ad avere tanto coraggio da sposarti?”. E tu risponderai che l’amore è al di sopra di tutto. Ma l’amore si costruisce giorno dopo giorno. Cosa diresti a chi sta vivendo una situazione simile?

    – Sinceramente, io sono un po’ all’antica. Non sono molto affettuosa, quindi quello che posso dirti è che mi è stato insegnato a rispettare e a impegnarmi con educazione e rispetto. Juanchi è esattamente l’opposto ed è per questo che ci completiamo a vicenda. Come hai giustamente detto, l’amore si forgia giorno dopo giorno, il legame si costruisce giorno dopo giorno e non è tutto così meraviglioso come sembra. Almeno nel mio caso.

    Come ben sappiamo tutti, all’inizio è tutto fantastico e meraviglioso, poi però le cose si raffreddano: ecco perché bisogna curarle, e anche molto! La vita è molto dura, soprattutto se ti capita una cosa del genere. O impari a essere positivo e ad affrontarla nel miglior modo possibile, oppure crolli. Sono una farmacista e so che ci sono milioni di cose che possono aiutarti a stare bene. Ma quella non è la soluzione. Bisogna affidarsi molto a Dio ed essere positivi. Nessuno ti regala nulla, ognuno di noi deve lottare per ottenerlo.

    Carla, quanto tempo ci è voluto prima che nascesse il primo figlio? Come è nata la decisione così generosa di diventare genitori di tre figli? 

    – Sia Juanchi che io proveniamo da famiglie numerose. E a entrambi piaceva l’idea di avere dei figli. Non sapevamo se sarebbe stato possibile o, nel caso lo fosse stato, quanti ne avremmo avuti. Adoriamo i bambini e averne non è affatto una cosa da poco. È una grande responsabilità e bisogna impegnarsi ogni giorno affinché diventino persone educate e perbene. È una lotta continua.

    Ci sono voluti 7 anni per avere il nostro primo figlio e abbiamo ricevuto aiuto dall’Associazione spagnola di Naprotecnologia. Ora abbiamo tre figli. L'aiuto dei miei genitori e dei miei fratelli, che vivono a Saragozza, è stato fondamentale e gliene siamo molto grati. La famiglia di Juanchi vive a Madrid e anche loro ci hanno aiutato moltissimo.

    A quali progetti state lavorando?

    – Carla: Credo che la cosa più importante sia educare i nostri figli ai valori e godersi ogni momento della vita. 

    A entrambi piace tantissimo viaggiare, ed è ancora possibile farlo con lui. Ogni estate facciamo un viaggio in famiglia e l’ultimo è stato a Roma durante l’anno giubilare e ci siamo divertiti moltissimo. Siamo partiti con un gruppo molto numeroso e viaggiare con Juanchi e altre persone è faticoso, ma è possibile. 

    Quali messaggi volete trasmettere alla società? 

    – Due: “fai di necessità virtù” e confessati più spesso. Dio ricompensa l’umiltà di riconoscere i propri peccati, davanti a un sacerdote, con una pace autentica, che in questo mondo non si trova da nessuna parte.

    Per saperne di più
    Mondo

    Ripristinata l'immagine di Medjugorje e arrestato l'autore dei gravi atti vandalici

    Il santuario di Medjugorje è stato oggetto di gravi atti di vandalismo, tra cui scritte contro la Vergine e i veggenti, oltre a un incendio doloso appiccato sull’altare.

    OSV / Omnes-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Di Junno Arocho Esteves, OSV / Omnes (Notizia aggiornata).

    In un comunicato pubblicato il 28 luglio, la chiesa parrocchiale della città ha dichiarato di aver appreso la notizia dell’atto vandalico «con grande tristezza» e di essere al lavoro per ripulire e riparare i danni «affinché tutti gli spazi siano nuovamente adeguatamente preparati per la preghiera».

    «Preghiamo per la conversione dei cuori di coloro che hanno commesso questo atto, affinché il Signore li tocchi con la sua grazia e li guidi sulla via del bene», ha affermato la parrocchia.

    Graffiti realizzati con bombolette spray e messaggi contro i sensitivi

    Secondo quanto riportato dai media locali, la polizia della vicina città di Citluk ha ricevuto una segnalazione alle 4:30 del mattino del 28 luglio, secondo cui diverse statue della Vergine Maria, conosciuta come «Gospa» o «Nostra Signora» in croato, erano state vandalizzate.

    Nelle fotografie pubblicate dal portale di notizie bosniaco online bljesak.info, si vede il vandalo che ricopre alcune parti della statua con vernice spray nera, insieme a diverse scritte blasfeme contro la Vergine Maria.

    Una delle immagini che è stata vandalizzata. Foto: OSV News photo/per gentile concessione del Consiglio interreligioso della Bosnia-Erzegovina

    Tra le altre scritte lasciate dal vandalo c'erano «Medjugorje è un inganno», «diavolo» e «solo Gesù», dipinte con la bomboletta spray in diverse zone.

    La polizia ha inoltre rinvenuto uno striscione con i nomi di battesimo dei sei presunti veggenti: Vicka Ivankovic-Mijatovic, Mirjana Dragicevic-Soldo, Marija Pavlovic-Lunetti, Ivan Dragicevic, Ivanka Ivankovic-Elez e Jakov Colic. Sotto i loro nomi c’era un messaggio scritto in polacco che recitava: «To oszusci, mam dowody» («Sono dei truffatori, ho le prove»).

    Incendio doloso all'altare della chiesa di San Jaime

    Circa 30 minuti dopo che la polizia era stata informata dell'atto vandalico, è scoppiato un incendio sull'altare della chiesa di St. James. Un video ripreso da una telecamera di sicurezza e pubblicato su X mostrava un uomo che versava un liquido infiammabile intorno all'altare e gli dava fuoco.

    Il Consiglio interreligioso della Bosnia-Erzegovina ha affermato che gli atti di vandalismo costituiscono «un grave affronto» nei confronti dei cattolici e «un attacco alla pace, al rispetto reciproco e alla dignità di tutte le persone in Bosnia-Erzegovina».

    Risposta della parrocchia: preghiera, perdono e prosecuzione del culto

    Il Consiglio ha inoltre elogiato la reazione della chiesa di St. James, affermando che il suo appello ai pellegrini affinché rispondessero al male con la preghiera e il digiuno era «una testimonianza di fede, responsabilità e vero impegno per la pace».

    «Tuttavia, il perdono non esonera l’autore del reato dalla propria responsabilità né le istituzioni competenti dall’obbligo di fare piena luce su questo caso», ha dichiarato. «Dobbiamo rispondere alla profanazione dei luoghi sacri con una condanna unanime, la tutela del diritto di ogni persona a professare liberamente la propria fede e un impegno ancora più fermo a favore di una società improntata alla pace, al rispetto reciproco e al perdono».

    Un restauro da record

    La rapida mobilitazione della comunità parrocchiale, dei giovani della Comunità Cenacolo e di numerosi volontari ha permesso di riparare in poche ore i danni causati da un recente atto vandalico a Medjugorje. Grazie a questo sforzo congiunto è stato possibile rimuovere le scritte in vernice nera che ricoprivano il volto e le mani della statua della Regina della Pace, nonché ripristinare l’altare esterno della parrocchia di San Giacomo, danneggiato da un incendio doloso.

    Grazie a questo efficace intervento, il programma di preghiera serale si è svolto con assoluta normalità, trasmettendo un chiaro messaggio di serenità e accoglienza di fronte alla violenza.

    Restauro dell'immagine. Foto: Centro Medjugorje

    A tre giorni dal Mladifest

    Il rapido ripristino degli spazi si è rivelato fondamentale per il santuario, che si appresta ad ospitare il 37° Mladifest, il Festival Internazionale dei Giovani, uno degli eventi giovanili più frequentati della Chiesa cattolica, che ogni estate riunisce oltre 60.000 persone.

    Con la pulizia del complesso e il proseguimento delle sue normali attività, Medjugorje ribadisce la propria missione spirituale senza trascurare l’attenzione riservata alle migliaia di pellegrini che si radunano in questo luogo in occasione di queste date così significative.

    Arrestato un sospettato

    Da parte sua, la polizia della Bosnia-Erzegovina è intervenuta rapidamente per fare luce sui fatti, identificando e arrestando il presunto responsabile. La Procura si occuperà del caso a carico di un cittadino polacco di 31 anni, accusato di aver danneggiato o demolito edifici religiosi, un reato di vandalismo che, secondo la legislazione bosniaca, prevede pene detentive comprese tra sei mesi e cinque anni.

    L'autoreOSV / Omnes

    Per saperne di più
    Cinema

    La nuova stagione di “The Chosen” arriva il 17 novembre

    Il 17 novembre 2026 arriverà in Spagna la sesta stagione di "The Chosen" su "acontra+", con la messa in onda in anteprima dei primi due episodi proprio quel giorno.

    Paloma López Campos-28 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

    La piattaforma “acontra+” annuncia che la sesta stagione di “The Chosen” arriverà in Spagna il 17 novembre 2026. Composta da sei episodi, in questa stagione Dallas Jenkins accompagna gli spettatori attraverso le ultime ore di Gesù prima della Passione.

    Come gran finale di stagione, e per sottolinearne l’importanza, il momento della Crocifissione sarà proiettato per la prima volta nelle sale cinematografiche come lungometraggio.

    I primi due episodi saranno disponibili su “acontra+” il 17 novembre, dopodiché verrà pubblicato un nuovo episodio ogni martedì.

    Sebbene il trailer ufficiale non sia ancora stato pubblicato, il team di «The Chosen» ha messo a disposizione dei fan della serie di successo un “teaser trailer” più breve con le prime immagini della nuova stagione:

    La serie biblica di grande successo

    “The Chosen” ha già totalizzato oltre 300 milioni di spettatori, affermandosi come una delle più grandi produzioni bibliche della storia. Inoltre, trattandosi di una produzione indipendente, è già considerata uno dei grandi successi dell’ultimo decennio.

    I suoi protagonisti sono ormai ben noti, e spicca in particolare la performance di Jonathan Roumie, che interpreta Gesù. Il cast è stato persino ricevuto da Papa Francesco nel 2021 e da Papa Leone XIV nel 2025.

    Per saperne di più
    Vaticano

    In cosa investe la «banca del Vaticano»? Lo spiega l’IOR nel suo nuovo rapporto

    L’Istituto per le Opere di Religione (IOR) del Vaticano ha registrato un utile netto di 51 milioni di euro nel 2025 e ribadisce il proprio impegno a favore di una gestione finanziaria trasparente, responsabile e basata sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

    Teresa Aguado Peña-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    L'Istituto per le Opere di religione (IOR), noto come la «banca del Vaticano», ha pubblicato martedì il proprio Rapporto di sostenibilità 2025, in cui si evidenzia un utile netto di 51 milioni di euro e un aumento del valore economico generato fino a 67,6 milioni di euro, rispetto ai 50 milioni registrati l’anno precedente. Il documento sottolinea inoltre l’impegno dell’Istituto a favore di una gestione finanziaria trasparente e responsabile, ispirata alla Dottrina Sociale della Chiesa.

    Il rapporto illustra i progressi compiuti nel corso del 2025 nell’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nell’attività dell’Istituto. Secondo l’IOR, la sua politica di investimento continua a ispirarsi ai principi della fede cattolica, escludendo gli investimenti in imprese le cui attività sono considerate dannose per la vita umana, l’ambiente, la società o il buon governo. In questo contesto, tutte le linee di gestione patrimoniale sono risultate pienamente compatibili con i principi etici cattolici e hanno ottenuto rendimenti lordi positivi.

    Maggiori vantaggi per la missione

    In ambito economico, l’Istituto spiega che il valore generato è stato distribuito principalmente tra il Santo Padre (36 %), i dipendenti (23 %) e i fornitori (14 %), mentre il resto è stato destinato a rafforzare il patrimonio dello IOR per garantirne la solidità e la sostenibilità a lungo termine. Inoltre, la gestione degli attivi affidati ha permesso di generare circa 142,5 milioni di euro di valore, contribuendo alla missione sociale e finanziaria dell’Istituto al servizio della Chiesa universale.

    Il rapporto pone inoltre l’accento sulla formazione del personale. Nel corso del 2025, l’IOR ha erogato oltre 2.700 ore di formazione tecnica e specialistica ai propri dipendenti, comprese 300 ore dedicate alla conformità normativa, alla gestione dei rischi e all’audit, oltre alla formazione religiosa. Ha inoltre portato avanti un programma di educazione economico-finanziaria rivolto a 300 clienti, con l’obiettivo di promuovere una cultura finanziaria coerente con i principi etici cattolici.

    Digitalizzazione e sostenibilità ambientale

    In ambito ambientale, l’Istituto sottolinea l’impulso dato alla digitalizzazione attraverso lo sviluppo del servizio di banca online «IORPortal» e la digitalizzazione completa della documentazione archiviata. Queste misure hanno consentito di ridurre del 37 % l’acquisto di carta nel corso dell’anno, mentre la totalità dei rifiuti prodotti è stata destinata a processi di recupero.

    L’IOR conclude che la pubblicazione del Rapporto di sostenibilità 2025 riflette la sua volontà di integrare la responsabilità economica, la cura delle persone e la tutela dell’ambiente in un modello finanziario orientato alla creazione di valore sostenibile e coerente con la Dottrina sociale della Chiesa. Attualmente, l’Istituto fornisce servizi bancari e di investimento a oltre 12.000 clienti legati alla Chiesa cattolica in più di 110 paesi.

    Per saperne di più
    Evangelizzazione

    “Il massimo che può fare il direttore spirituale è suggerire, porre domande, ma chi decide è colui che viene guidato”

    Intervista a Manoel Augusto Santos, sacerdote di Porto Alegre (Brasile), che ha appena pubblicato un Manuale di direzione spirituale.

    Javier García Herrería-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    In un’epoca caratterizzata dall’iperconnessione, dalle crisi di identità e dalla costante ricerca di risposte immediate, prendersi cura della propria vita interiore è diventata una sfida controcorrente. Come trovare la pace, discernere la volontà di Dio nella vita quotidiana e progredire verso la santità in mezzo al frastuono quotidiano? Per rispondere a questa domanda, la Chiesa custodisce da secoli un tesoro immenso: la direzione spirituale.

    Per approfondire questo percorso, oggi parliamo con padre Manoel Augusto Santos, sacerdote dell’arcidiocesi di Porto Alegre (Brasile), ordinato nel 1990. Padre Manoel è ingegnere chimico e ha conseguito il dottorato in Teologia presso l’Università di Navarra. Nel corso del suo ministero, oltre alla sua attività di docente universitario, ha servito direttamente la Chiesa universale in Vaticano, in qualità di funzionario della Congregazione per il Clero.

    Ha raccolto tutta questa visione, sia teologica che di prima linea pastorale, nel suo nuovo libro: Manuale di direzione spirituale (Rialp), una guida pratica e didattica pensata sia per coloro che hanno il delicato compito di guidare le anime, sia per i fedeli che desiderano trarre il massimo beneficio da questo strumento di santificazione.

    Cosa l'ha spinta a raccogliere la sua esperienza in un manuale?

    –Dopo aver tenuto un corso sulla direzione spirituale, organizzato dalla Conferenza Episcopale Nazionale del Brasile, rivolto ai rettori e ai direttori spirituali dei seminari della Regione Nord-Est III, il rettore del seminario principale di quella regione, a nome dei partecipanti, mi ha chiesto di mettere per iscritto quanto avevo esposto.

    A chi è rivolto principalmente questo libro?

    –Questo libro è rivolto ai direttori spirituali e a coloro che ricevono la direzione spirituale, a chi desidera diventare direttore spirituale e persino a chi desidera essere un buon allievo.

    Se dovesse riassumere la tesi principale del suo manuale in una sola frase, quale sarebbe?

    –L’essere umano non nasce già formato, ma si forma, con la grazia di Dio e, in modo eccellente, con l’aiuto della direzione spirituale.

    Quali sono gli errori più comuni o i pericoli che un direttore spirituale deve evitare?

    –La superficialità, la mancanza di sincerità e la scarsa dedizione da parte del subordinato. Il fatto che il dirigente non prenda sul serio il fatto di essere un essere umano; la necessità di essere un buon subordinato per essere un buon dirigente; la tentazione di dominare e dare ordini, e l’autosufficienza da parte del dirigente.

    Si ha l’impressione che, negli ultimi decenni, la Chiesa stia cambiando il proprio approccio alla direzione spirituale, passando, per così dire, da una prospettiva di cieca obbedienza al direttore spirituale a un accompagnamento che promuova la libertà interiore orientata alla volontà di Dio. È corretta questa analisi?

    –Sì, non si deve cercare di creare robot telecomandati, privi di capacità di scelta e di opinione, basati sull’obbedienza, ma formare anime dotate di discernimento, che sappiano fare uso della libertà. Il massimo che può fare il direttore è suggerire, mettere in discussione, richiamare l’attenzione, ma chi decide è chi viene guidato, con tutta la responsabilità che ne deriva.

    Oggigiorno, molte persone ricorrono all’intelligenza artificiale per chiedere consigli sulla salute o sullo sviluppo personale. Alcune lo fanno anche in relazione alla propria vita spirituale. Cosa ne pensa di questo fenomeno?

    –L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più nella vita accademica, giuridica, medica, familiare e così via. Ed è arrivata per restare. Stiamo già vivendo ciò che fino a pochi anni fa era fantascienza. È inutile voler tornare indietro nel tempo. Si può utilizzare con prudenza e discernimento, senza smettere di cercare fonti altamente affidabili. Cosa ci riserva il futuro?

    Oggigiorno si parla sempre più spesso di abusi spirituali. Cosa ne pensa di questo fenomeno? Viene contestualizzato in modo adeguato?

    –È un problema complesso. Senza dubbio, si sono verificate una serie di situazioni che avrebbero dovuto essere evitate attraverso la formazione e non solo con gli ordini. C’è anche buona volontà, ma manca maturità umana e spirituale.

    A chi non ha mai avuto un direttore spirituale e sente il desiderio di cercarne uno, che consiglio darebbe per compiere quel primo passo?

    –Pregare chiedendo allo Spirito Santo la luce per riconoscere una persona dotta e santa, e affinché lui stesso prenda sul serio la direzione spirituale.


    Manuale di direzione spirituale

    Autore: Manoel Augusto Santos
    Editoriale: Rialp
    Anno: 2026
    Numero di pagine: 372
    Per saperne di più
    Vaticano

    Papa Leone ai giovani: «Gesù non vuole che siate fannulloni»

    Il Papa ha incoraggiato i giovani a fare un uso responsabile dei social media e a chiedersi quale sia la missione che Dio ha in serbo per le loro vite.

    OSV / Omnes-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    In un videomessaggio del 25 luglio, Papa Leone XIV ha esortato i giovani a non diventare «tele-dipendenti», aggiungendo che la Chiesa ha bisogno della loro energia missionaria e della loro «santa ribellione».

    «Gesù non vuole che siate ‘giovani fannulloni’, compiacenti o che vi accontentiate della comodità del ‘si è sempre fatto così'», ha affermato Papa Leone, citando la frase in spagnolo che Papa Francesco ha utilizzato durante il suo discorso alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 a Cracovia.

    La Chiesa ha bisogno di giovani missionari

    In un videomessaggio in spagnolo inviato ai giovani di Chota e Cutervo, in Perù, in occasione della celebrazione della loro seconda Giornata Diocesana della Gioventù, il Papa ha esortato i giovani a «sentire la chiamata a essere missionari nelle loro scuole, nelle loro università, nelle loro strade e nei loro campi».

    «La Chiesa ha bisogno della vostra santa ribellione, della vostra energia pura e del vostro desiderio di trasformare le situazioni di sofferenza in spazi di speranza», ha affermato il Papa. «Servite con gioia, specialmente i più dimenticati, perché è lì che si trova il volto sofferente di Gesù».

    È stato uno dei tre messaggi video che Papa Leone XIV ha inviato agli incontri giovanili di tutto il mondo nel corso del fine settimana.

    In un videomessaggio del 26 luglio rivolto al Festival Aleluya di Fortaleza, in Brasile, Papa Leone XIV ha citato l’esempio di San Carlo Acutis, incoraggiando i giovani a non perdere mai lo «zelo missionario indispensabile per trasformare questo mondo, che ha un disperato bisogno del Vangelo».

    L'uso corretto della tecnologia

    «Al giorno d’oggi, ci sono ancora molte persone che hanno bisogno di sapere che è Gesù a rispondere ai loro desideri più profondi, rivelando agli esseri umani la verità su se stessi», ha affermato in portoghese. «Proclamate quindi con coraggio che una vita senza Cristo è una vita senza grazia. Egli è la via, la verità e la vita; è Lui che dà senso all’esistenza e a tutte le cose».

    «Ispiriamoci all’esempio di San Carlo Acutis: egli ci mostra come mantenere Cristo sempre al centro, anche nel nostro uso della tecnologia», ha detto Papa Leone ai giovani brasiliani, esortandoli a utilizzare i social media e l’intelligenza artificiale «in modo moderato e disciplinato», e avvertendo che tali strumenti possono trascinare le persone in «un mondo irreale dove l’effimero, le mere apparenze e l’inganno finiscono per prendere il posto dei veri valori e di ciò che conta davvero».

    Entusiasmo

    Il Papa ha riconosciuto che l’entusiasmo che si prova in una festa come l’Alleluia può svanire col tempo, e ha affermato che per mantenerlo è necessario rimanere alla presenza di Dio attraverso la preghiera, con «costanza, perseveranza e la ferma certezza che il Padre celeste non ci abbandona mai».

    Citando Papa Benedetto XVI, ha aggiunto: «Non abbiate paura di Cristo! Lui non vi toglie nulla e vi dà tutto».

    In un terzo videomessaggio, inviato ai giovani riuniti a Lamego, in Portogallo, in occasione della seconda Giornata Nazionale della Gioventù «Rallegrati», Papa Leone ha riflettuto sui suoi recenti incontri con i giovani cattolici, dal Giubileo della Gioventù a Roma fino a una veglia giovanile durante il suo viaggio apostolico in Spagna, ed ha espresso la sua trepidante attesa per la Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Seul, in Corea del Sud, nell’agosto del 2027.

    «È sempre speciale stare con i giovani, perché l’entusiasmo della vostra fede è contagioso!», ha detto il Papa.

    Papa Leone ha incoraggiato i giovani a «incanalare la loro inquietudine affinché, nei momenti di preghiera e di silenzio, nel dialogo con Dio, possano chiedergli: “Signore, cosa vuoi che io faccia nella Chiesa e nel mondo? Qual è la mia vocazione? Mi chiami a formare una famiglia attraverso il matrimonio? Oppure mi chiami piuttosto alla vita sacerdotale? O alla vita religiosa?”

    «Non abbiate paura dell’inquietudine che provate! Sfruttate al massimo questo impulso per avvicinarvi ancora di più a Cristo e rendere testimonianza ai valori del Vangelo», ha detto il Papa.

    Di Courtney Mares, Notizie OSV

    L'autoreOSV / Omnes

    Per saperne di più

    È facile conoscere Gesù

    Leggere la vita di Gesù in soli cinque minuti al giorno è molto più facile di quanto sembri. Scopri come ripercorrere i quattro Vangeli per intero in meno di tre mesi con questo semplice metodo.

    28 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

    Forse abbiamo pensato che leggere il Vangelo fosse una cosa molto complicata perché è molto lungo, e che non avremmo mai avuto il tempo di leggere tutti e quattro i racconti per intero. Ma le apparenze ingannano.

    Possiamo iniziare a leggere il Vangelo secondo Marco, che è il più breve di tutti. È composto da sedici capitoli, tutti di lunghezza molto simile. Ho fatto la prova: se si dedicano solo cinque minuti alla lettura di un capitolo al giorno, in appena sedici giorni si sarà letta l’intera vita di Gesù. In questo modo conosceremo i suoi miracoli, le sue parabole, la sua predilezione per i peccatori e chi erano gli apostoli. Infine, scopriremo anche quanto ci ama nell’Eucaristia, e attraverso la sua Passione, Morte e Risurrezione, fino al momento in cui ci saluta con l’Ascensione. Ma, allo stesso tempo, rimane nell’Eucaristia, ci dona sua Madre come nostra Madre e ci invia lo Spirito Santo.

    Allo stesso modo, anche gli altri tre Vangeli ci mostrano l’essenziale, ciascuno con le proprie caratteristiche. Quello con il maggior numero di capitoli è quello di san Matteo, con ventotto; san Luca ne ha ventiquattro e san Giovanni ventuno. In altre parole, se sommiamo i capitoli dei quattro Vangeli, si ottiene un totale di ottantanove.

    Se continuiamo a leggere —dopo San Marco— Cinque minuti al giorno: in meno di tre mesi avremo letto tutto ciò che Gesù vuole da noi attraverso i quattro evangelisti. E più volte li leggeremo, meglio conosceremo Gesù. Leggere i Vangeli è sempre la scelta migliore perché sono i libri più importanti, essendo ispirati da Dio. Ancora una volta: ciò che è buono, se breve, è doppiamente buono.

    Per saperne di più
    Evangelizzazione

    Francisco Garcés: un missionario nel deserto di Sonora

    La storia poco conosciuta del missionario Francisco Garcés è ricca di racconti avvincenti che egli ha vissuto mentre annunciava il Vangelo.

    Agenzia di stampa OSV-28 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

    – OSV News / Jeremy Beer

    L'entusiasmo per le missioni fu un fenomeno che si diffuse in tutta Europa durante il pio XVII secolo.

    Eusebio Kino nacque otto anni dopo il suo compagno, il sacerdote ed esploratore Jacques Marquette, nel Tirolo italiano. Proprio come il famoso padre Marquette, entrò nell’ordine dei gesuiti da giovane e ben presto sentì un intenso desiderio di diventare missionario. Inviato a Città del Messico nel 1681, questo sacerdote energico, affascinante e di bell’aspetto fondò ben due dozzine di missioni in Bassa California, Sonora e nell’odierno Arizona prima della sua morte, avvenuta nel 1711. È stato dichiarato “venerabile” nel 2020.

    Ma Kino, che trascorse poco tempo all’interno dei confini degli attuali Stati Uniti, non è il protagonista di questo racconto, bensì il suo successore più capace nella remota missione di San Xavier del Bac: un frate francescano di nome Francisco Garcés.

    Originario della provincia spagnola dell’Aragona, padre Garcés giunse nel 1768 a San Xavier, situata a poche miglia a sud di Tucson. Nei successivi otto anni intraprese una serie di incredibili viaggi — che gli spagnoli chiamavano “entradas” — verso le terre sconosciute (almeno per gli europei) situate a nord e a ovest.

    Proprio come padre Marquette, ha lasciato una preziosa testimonianza documentaria delle terre che ha scoperto e delle popolazioni indigene che ha incontrato. Proprio come padre Marquette, ha lasciato anche un’eredità di relazioni pacifiche e di grande rispetto nei confronti delle popolazioni indigene del sud-ovest.

    Collaborazione con San Junípero Serra

    Le prime due “spedizioni” di padre Garcés lo condussero verso nord, fino al fiume Gila. Man mano che avanzava verso ovest, scoprì, grazie alle popolazioni amichevoli che vivevano in quella zona — popoli oggi conosciuti come O’odham e Piipaash —, che esistevano rapporti commerciali e di comunicazione con gli indigeni che vivevano lungo la costa della California, dove il suo conoscente e confratello francescano Junípero Serra aveva recentemente iniziato a fondare missioni.

    Questo era importante, poiché gli spagnoli non conoscevano una via terrestre per raggiungere l'Alta California partendo dal confine nord-occidentale della Nuova Spagna — gli attuali Sonora e Arizona.

    Per questo motivo, padre Garcés si mise alla ricerca di una di esse. Nell’estate del 1771, viaggiando con scarse provviste, senza altri spagnoli e con guide indigene che andava assumendo lungo il percorso, si fece strada in sella a un mulo attraverso il deserto rovente e arido della Sonora fino a raggiungere la confluenza dei fiumi Gila e Colorado.

    Fu accolto da un uomo che gli spagnoli conoscevano come Salvador Palma, un potente capo degli indigeni quechua che controllavano la zona. Contro il consiglio dei suoi gentili ospiti, padre Garcés proseguì verso ovest attraverso un territorio ancora più inospitale fino a scorgere la catena montuosa che, come giustamente intuì, si frapponeva tra lui e la costa.

    Tre anni dopo, padre Garcés ripeté l'impresa, questa volta in qualità di guida principale di una spedizione ufficiale composta da 20 soldati guidati da un ufficiale militare di frontiera di nome Juan Bautista de Anza.

    Sopravvivendo a stento grazie soprattutto all’acqua trovata in giare situate in remote zone montuose, la spedizione di Anza riuscì a farsi strada dal presidio spagnolo di Tubac, in Arizona, fino a Yuma, e da lì alla Missione di San Gabriel, alle porte dell’odierna Los Angeles, dove quegli uomini emaciati, sporchi e laceri furono accolti con gioia da quattro frati vestiti di stracci. Padre Garcés celebrò la Pasqua del 1774 con San Junípero Serra alla Missione di San Diego prima di tornare a San Xavier del Bac.

    Esplorazione in solitaria

    Il successo della spedizione di Anza spinse la Spagna a organizzarne un’altra nel 1775. Questa volta, Anza avrebbe guidato quasi 300 uomini, donne e bambini verso Monterrey e San Francisco per diventare i primi veri coloni europei dell’Alta California. Padre Garcés lasciò quella spedizione a Yuma. Da lì intraprese un viaggio di esplorazione in solitaria davvero straordinario, che rese comprensibile per la prima volta agli occhi degli europei gran parte di ciò che oggi conosciamo come il sud-ovest degli Stati Uniti.

    Il suo obiettivo era individuare un percorso migliore sia da Sonora a Monterrey che da Monterrey al Nuovo Messico. Nei dieci mesi successivi, percorse il fiume Colorado fino alla sua foce, poi risalì il fiume fino alle vicinanze dell’odierna Laughlin, in Nevada (stato in cui fu il primo europeo a mettere piede), attraversò poi l’inesorabile deserto del Mojave fino alla Missione di San Gabriel, si addentrò nella grande Valle Centrale della California passando per l’odierna Bakersfield, tornò indietro attraverso il Mojave e l’Arizona nord-occidentale fino al Grand Canyon (dove compì una discesa da brivido per visitare gli Havasupai, che vivevano, allora come oggi, vicino alle famose cascate che portano il loro nome) e proseguì più a est fino al villaggio hopi di Oraibi, prima di tornare infine a San Xavier del Bac.

    In generale, padre Garcés trovò sia una grande apertura verso il Vangelo (scoprì che uno stendardo raffigurante da un lato la Vergine con il Bambino e dall’altro un uomo che subiva i tormenti dell’inferno era straordinariamente efficace nel trasmettere il suo messaggio fondamentale) sia un’ospitalità salvifica (spesso portava con sé pochissimo cibo, se non addirittura nulla).

    L'ospitalità degli indigeni non era riservata esclusivamente agli esseri umani. Un giorno, il suo mulo rimase impantanato nel fango. Gli indiani Cocopah presso cui alloggiava “corsero tutti in suo aiuto, lo tirarono fuori a braccia e lo portarono vicino al fuoco per riscaldarlo”.

    Scambio di un cavallo in cambio della libertà delle schiave

    Il diario di padre Garcés è pieno di episodi confortanti come questo. Tuttavia, c’era anche molta oscurità. Lungo il fiume Colorado, ad esempio, padre Garcés si imbatté in un gruppo di Chemehuevi che portavano con sé due bambine Halchidhoma catturate come schiave. La schiavitù era praticata in tutta l’America indigena e, sebbene fosse illegale, gli spagnoli di frontiera incoraggiavano questo commercio acquistando e detenendo spesso schiavi, una pratica che religiosi come padre Garcés dedicarono molto tempo e inchiostro a denunciare e criticare. Per quanto riguarda le bambine halchidhoma, padre Garcés consegnò un cavallo in cambio della loro libertà.

    La guerra intertribale era endemica quanto la schiavitù tra le tribù. Umile e tenace al tempo stesso, padre Garcés possedeva un talento speciale nel conquistare la fiducia e l’amicizia degli indigeni (uno dei suoi confratelli affermò che padre Garcés era “così portato per andare d’accordo con gli indiani e muoversi tra loro che sembrava quasi un indiano lui stesso”), e ovunque andasse cercava, a volte con successo, di negoziare accordi di pace. Sognava di fondare una dozzina o più di nuove missioni nell’odierno Arizona e nella California meridionale, non solo per salvare le anime dei nativi, ma anche per diffondere quelle che egli considerava le evidenti benedizioni della civiltà spagnola, in primo luogo la pace civile.

    Non era destino che andasse così. Il mancato rispetto delle promesse spagnole, una leadership militare avventata e i timori dei Quechua provocarono una rivolta a Yuma nel luglio del 1781, durante la quale padre Garcés e altri tre frati, insieme ad altri 127 spagnoli, furono uccisi.

    Il monumento a padre Garcés che oggi si erge lungo il fiume Colorado, di fronte alla Missione Indigena di San Tomás, è più imponente di quello dedicato a padre Marquette a St. Ignace, nel Michigan. Tuttavia, è ancora meno visitato.


    Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in inglese su OSV News. Lo ripubblichiamo su Omnes con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

    L'autoreAgenzia di stampa OSV

    Per saperne di più
    Spagna

    Mons. Alejandro Arellano presiederà la Giornata della Famiglia a Torreciudad, in attesa della decisione del Vaticano

    Il Santuario punta anche sulla testimonianza di una coppia di missionari digitali, sulla scia del successo riscosso lo scorso anno con Nachter e Rose.

    Javier García Herrería-27 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Il Santuario di Torreciudad si prepara ad accogliere la 34ª edizione della Giornata Mariana della Famiglia, un evento festivo che ogni anno riunisce migliaia di famiglie in una giornata di preghiera, convivialità e devozione sotto la protezione della Vergine Maria.

    L'edizione di quest'anno vedrà la presenza di una figura di particolare rilievo ecclesiastico: la Messa principale e le cerimonie più importanti saranno presiedute da mons. Alejandro Arellano Cedillo, arcivescovo titolare di Bisuldino e decano del Tribunale della Rota Romana.

    Una figura chiave nel momento decisivo del Santuario

    La partecipazione di mons. Arellano a questo evento di massa suscita particolare interesse in ragione dell’incarico che ricopre per mandato diretto della Santa Sede. Il prelato è stato nominato Commissario Pontificio Plenipotenziario per il complesso di Torreciudad con il compito di istruire e risolvere la controversia giuridica e amministrativa tra la diocesi di Barbastro-Monzón e la Prelatura dell’Opus Dei in merito allo status canonico e alla regolarizzazione del santuario.

    Mentre le parti coinvolte e la comunità ecclesiale attendono la sentenza definitiva e la proposta di risoluzione elaborata dal giurista di Toledo, la presenza di Arellano in qualità di celebrante principale sottolinea il clima di normalità istituzionale, di vicinanza pastorale e di incontro con i fedeli che caratterizza la vita quotidiana del santuario mariano.

    Un programma ricco di eventi per tutta la famiglia

    Il programma del 12 settembre avrà inizio alle ore 9:00 con l’apertura dell’area e le confessioni, per poi proseguire a mezzogiorno con la preghiera, le tradizionali offerte e la Santa Messa solenne delle ore 12:30, seguita dal commovente momento in cui i bambini si presenteranno alla Vergine.

    Dopo la pausa pranzo, il pomeriggio unirà la musica all’esibizione del Coro del Colegio Alborada e al dibattito sul fidanzamento e sul matrimonio «Parliamo d’amore… davvero», tenuto da Quique Mira e María Lorenzo, e la recita del Santo Rosario con l'Esposizione Solenne che chiuderà la giornata alle ore 17:00.

    Per saperne di più

    La trappola del vittimismo: perché il credente si sente più perseguitato di quanto non lo sia in realtà?

    C’è molto da imparare da convertiti come Ana Iris Simón o Ernesto Castro e dal modo nuovo con cui guardano a molti aspetti del cristianesimo.

    27 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    La settimana scorsa, al Osservatorio dell'invisibile, Ernesto Castro raccontava con la sua consueta ironia la sua esperienza dopo il recente battesimo. Si aspettava, diceva, ostilità, sospetti, qualche tipo di attacco all’altezza del passo che aveva appena compiuto. Invece, si è ritrovato di fronte a una vita quotidiana che continuava a scorrere esattamente come prima. Scherzava dicendo che stava ancora aspettando “gli stigmi”, chiedendosi con tono scherzoso cosa avesse fatto di male per non essere perseguitato.

    Qualche mese prima, Ana Iris Simón —anch’essa convertita da poco, cresciuta in una famiglia atea— raccontava qualcosa di simile nel Congresso Cattolici e vita pubblica. Ciò che la sorprendeva era il pessimismo che spesso riscontrava tra i credenti, poiché percepiva un discorso cupo e privo di speranza che contrastava con ciò che lei stessa provava. Provenendo da un ambiente ateo che descriveva come “freddo”, la comunità di fede le appariva, al confronto, accogliente.

    Entrambe le testimonianze evidenziano lo stesso paradosso: chi fa parte da tempo di una comunità — sia essa religiosa, politica o di qualsiasi altro tipo — tende a sentirsi più sotto assedio e a percepire l’ambiente circostante in modo più cupo rispetto a chi è appena arrivato. Il nuovo arrivato, con il suo sguardo fresco e incontaminato, coglie con maggiore nitidezza sia gli aspetti positivi del luogo sia la sproporzione del pessimismo ambientale. Non si tratta di un’impressione isolata di due intellettuali convertiti, bensì di un fenomeno che la psicologia sociale documenta ormai da decenni.

    L'adattamento cancella ciò che c'è di buono e lascia ciò che c'è di cattivo

    Il primo meccanismo rilevante è l’adattamento edonistico di Harry Helson: quando uno stimolo rimane costante, smette di suscitare la stessa risposta emotiva. Per chi ha trascorso tutta la vita in una comunità, gli aspetti positivi dell’appartenenza ad essa — il conforto, il senso, la compagnia — sono diventati invisibili per abitudine. 

    Ciò che invece continua a risaltare sono gli attriti, le critiche esterne e i conflitti. Il neofita, non essendo abituato a molte cose, percepisce il contrasto in tutta la sua pienezza: nota il calore dell’ambiente con la stessa intensità con cui un veterano non lo nota più.

    Il bias di negatività: le cose negative hanno più peso

    A ciò si aggiunge quanto scoperto da Roy Baumeister e dai suoi colleghi: gli eventi, i commenti o le minacce negative lasciano un’impronta psicologica più profonda e duratura rispetto a quelli positivi di pari entità.

    Questo pregiudizio negativo fa sì che una critica ostile alla fede, o una notizia negativa sull’istituzione, abbia un peso molto maggiore nella memoria e nell’umore collettivo rispetto a decine di interazioni neutre o gentili. Chi è esposto da anni a questo continuo stillicidio di negatività — dibattiti, titoli dei giornali, commenti sui social — accumula una sensazione di assedio che non corrisponde necessariamente alla frequenza reale dell’ostilità, ma alla sua intensità emotiva.

    Vedere nemici dove l'altro vede indifferenza

    Esiste inoltre un fenomeno ampiamente documentato denominato “effetto dei media ostili”, descritto originariamente da Vallone, Ross e Lepper nel 1985. Nel loro classico esperimento, sostenitori e oppositori di una stessa causa guardavano lo stesso materiale informativo ed entrambe le parti, in modo simmetrico, lo percepivano come di parte contro la propria posizione.

    Ecco perché le sensazioni suscitate da una stessa partita di calcio sono così diverse tra le due squadre. Capiamo ora perché gli argentini si sono sentiti trattati ingiustamente ai Mondiali?

    Se si applica questo pregiudizio alle questioni di fede, si capisce come più una persona si identifichi con il proprio gruppo, più tenda a interpretare l’atteggiamento generale circostante — il tono del dibattito pubblico, la cultura popolare, la società laica — come sistematicamente ostile, anche se in realtà quella società è per lo più indifferente. 

    La distruzione di un cuore cristiano

    Nessuno di questi meccanismi implica che l’ostilità nei confronti dei credenti non esista, né che le critiche alla Chiesa siano prive di fondamento in alcuni casi. Ciò che questi esperimenti suggeriscono è che l’intensità con cui si percepisce l’assedio non è un indicatore affidabile della reale temperatura dell’ambiente, bensì il risultato di una serie di pregiudizi cognitivi — adattamento, negatività, identificazione di gruppo — che agiscono con maggiore forza quanto più a lungo si rimane all’interno. 

    Ecco perché, paradossalmente, a volte ci vuole lo sguardo di chi è appena arrivato per ricalibrare quello di chi vive lì da sempre. 

    Vale la pena soffermarsi su un aspetto che non è solo un problema di percezione errata, ma un problema spirituale: questi stessi pregiudizi, quando si radicano nel cuore, rendono materialmente più difficile vivere l’essenza del messaggio cristiano.

    Il comandamento di amare il prossimo presuppone, come minimo, considerare il prossimo come qualcuno capace di essere amato e di amare. Ma se i pregiudizi negativi hanno finito per creare la sensazione che quel prossimo specifico — il vicino di casa laico, il collega di lavoro che ti prende in giro, la cultura ambientale in generale — sia fondamentalmente ostile, allora l’amore per il prossimo smette di essere percepito come un comandamento impegnativo e comincia a essere vissuto come qualcosa di direttamente in contraddizione con la propria sopravvivenza emotiva. 

    Il pregiudizio non annulla il comandamento, ma lo rende psicologicamente più difficile da rispettare in un modo che probabilmente non corrisponde alla realtà.

    Qualcosa di simile accade con la gioia e la speranza, che nella tradizione cristiana non sono un elemento facoltativo, ma un segno distintivo —san Paolo insiste sulla gioia persino in carcere—. Se l’attenzione è costantemente catturata dagli episodi di rifiuto, quei pochi momenti vividi di ostilità finiscono per pesare sulla memoria molto più dei mille momenti neutri o positivi che ci circondano. Il risultato è un cristiano che, senza volerlo, vive immerso in uno stato d’animo difensivo e cupo, esattamente l’opposto di ciò che la sua stessa fede gli chiede di incarnare davanti agli altri. 

    La disperazione che Ana Iris Simón percepiva entrando negli ambienti ecclesiali è la conseguenza diretta del fatto che questi pregiudizi, se non corretti, finiscono per occupare il posto che dovrebbe spettare alla speranza.

    Nulla di tutto ciò costituisce un’accusa né un motivo di colpa: si tratta di pregiudizi umani, comuni a qualsiasi gruppo e, in quanto tali, non si risolvono con la forza di volontà, ma con la consapevolezza della loro esistenza. 

    Proprio per questo lo sguardo di chi si è convertito da poco —quello di un Ernesto Castro che si aspetta di trovare segni di emarginazione e invece non li trova, quello di un’Ana Iris Simón che trova calore— può fungere da utile spunto per chi fa parte della comunità da tempo: un promemoria del fatto che il prossimo, visto senza il filtro accumulato da anni di pregiudizi, è spesso molto più gentile di quanto la memoria selettiva voglia far credere.

    L'autoreJavier García Herrería

    Editore di Omnes. In precedenza, ha collaborato con diversi media e ha insegnato filosofia a livello di Bachillerato per 18 anni.

    Evangelizzazione

    La svolta cattolica è reale?

    Notizie sui battesimi, film sulla vocazione o canzoni che anelano alla trascendenza. L’uomo sta tornando a cercare Dio? Perché si parla di “svolta cattolica”? Cosa è cambiato nell’uomo da spingerlo ad aprirsi alla possibilità di Dio?

    Mariano Crespo-27 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    Da alcuni mesi sulla stampa del nostro Paese si discute di una presunta “svolta cattolica”. Questa sarebbe avvalorata da diversi fatti, come ad esempio il significativo aumento dei battesimi di adulti in Francia. Secondo un rapporto della Conferenza Episcopale Francese (CEF), nel 2025 sono stati 17.800 i catecumeni (adulti e adolescenti) che hanno ricevuto il battesimo in quel Paese durante il periodo pasquale, il che rappresenta un aumento del 45 % rispetto al 2024. Questi risultati sarebbero i più alti mai registrati dalla creazione di questa indagine da parte della CEF più di vent’anni fa (nel 2002). D’altra parte, si conferma e si rafforza in modo molto significativo una tendenza già osservata nello studio dello scorso anno: la quota crescente, e ormai maggioritaria, di giovani tra l’insieme dei catechumeni. Nel nostro Paese questa svolta sarebbe illustrata dal boom di determinati movimenti ecclesiali rivolti fondamentalmente ai giovani e, più recentemente, dal successo del film Domenica, incentrata su una ragazza di 17 anni che sta seriamente valutando l'idea di abbracciare la vita religiosa di clausura.

    Queste e altre circostanze hanno portato sociologi e pensatori a sostenere che ci troviamo di fronte a una sorta di “rinascita” del cattolicesimo. Ciò avverrebbe dopo anni in cui professare questa fede era considerato una scelta privata, paragonabile a una preferenza soggettiva e, quindi, irrazionale, che era persino oggetto di scherno e derisione. In questo modo, sembrerebbe che la diagnosi di Byung-Chul Han all’inizio del suo libricino su Dio, in cui si sostiene che “non è Dio che è morto, ma l’essere umano al quale Dio si rivelava”, sia eccessivamente pessimista.

    Ritrovare Dio

    Comunque sia, ciò che è certo è che, ben prima che si parlasse di questa “svolta cattolica”, abbiamo assistito, nell’ambito del pensiero, a una sorta di “svolta teologica” o a un rinnovato interesse per la questione di Dio e per il fenomeno religioso. Certamente, in gran parte di ciò che, in termini generali, viene definito “Modernità”, si è verificata una sorta di autolimitazione o automutilazione della ragione stessa, poiché essa era concentrata esclusivamente nell’ambito delle scienze empiriche. Quando oggi parliamo di una dimostrazione razionale o di una dimostrazione scientifica, automaticamente tutti pensiamo al lavoro che, ad esempio, si svolge in un laboratorio. Tuttavia, si è sempre più affermata la considerazione – peraltro genuinamente cattolica – della necessità di un ampliamento del raggio d’azione della ragione, come ha sostenuto Josef Ratzinger/Benedetto XVI sia nella sua opera teologica che nel suo ministero petrino.

    In questo contesto, importanti correnti filosofiche si sono aperte alla riflessione sul “fenomeno” Dio, analizzando il modo in cui ci si presentano Dio e le “cose di Dio”. Certamente, come ha già sottolineato il teologo Joseph Ratzinger nel suo Introduzione al cristianesimo, tra Dio e l’uomo c’è un abisso infinito. Siamo stati creati in modo tale che i nostri occhi possano vedere solo ciò che non è Dio. Dio resterà sempre al di fuori del nostro campo visivo. Tuttavia, come riconosce lo stesso Ratzinger, l’atteggiamento espresso nella parola credo significa “una forma primaria di rapportarsi all’essere, all’esistenza, a sé stessi e a tutto ciò che è reale”. È una scelta attraverso la quale si afferma che nel profondo dell’esistenza umana “c’è un punto che non può essere sostenuto né supportato dal visibile e dal comprensibile”. In questo modo, la fede cristiana considera l’invisibile più reale del visibile.

    Tuttavia, è lecito chiedersi, insieme a sant’Agostino, fino a che punto “le cose invisibili di Dio siano comprese e viste attraverso le cose create”? Pensatori contemporanei come Jean-Luc Marion, tra gli altri, hanno sottolineato ciò che hanno definito “il paradosso fenomenologico”. Con questa espressione il filosofo francese si riferisce all’apparente contraddizione dell“”apparire di ciò che è preeminentemente inapparente, la visibilità dell’invisibile in quanto tale e che rimane tale nella sua visibilità». La questione centrale che qui si pone è: che cosa vediamo dell’invisibile? O, in altre parole, che cosa ci viene mostrato dell’invisibile nel visibile? 

    Quanto sopra evidenzia che il regno dei fenomeni è molto più ampio di quello delle entità percepibili. Come sottolinea Jean-Yves Lacoste, “apparire” è più che “essere presenti ai nostri sensi”. Infatti, arriva addirittura ad affermare che “percepiamo più di quanto i nostri sensi ci consentano di percepire”. Ciò sta alla base dell’esperienza religiosa, nella misura in cui in essa il cuore dell’uomo può avvertire al tempo stesso la presenza e l’assenza di Dio. 

    Una presenza “nel cuore”

    In questo modo, la filosofia contemporanea si apre a modalità di “donazione” diverse dalla rappresentazione, in cui anche l’assente svolge un ruolo. È a questo che si riferisce Lacoste quando afferma che il Dio “sensibile al cuore” è al tempo stesso presente e assente, percepito e non percepito. Come ricorda questo autore, Dio è infinitamente più grande di tutto ciò che sentiamo e sappiamo di Lui. Tuttavia, ciò che non sentiamo e non sappiamo di Dio non è, in realtà, una mancanza, un’assenza, ma un “surplus”, una “presenza eccessiva”. Ciò non significa che dobbiamo mettere tra parentesi ciò che sappiamo di Dio. Questo essere infinitamente più grande di Dio rispetto alla nostra conoscenza di Lui mette in evidenza che la Sua presenza non è una presenza alla stregua di un oggetto della rappresentazione. Si tratta di una presenza al “cuore”.

    Di conseguenza, questa “svolta cattolica” o, almeno, “svolta cristiana” che sembra osservarsi in alcune delle correnti filosofiche più rilevanti degli ultimi decenni va di pari passo con un recupero dell’affettività come elemento centrale, insieme alla ragione e alla volontà. Di fronte a una certa tradizione che ritiene che la sfera affettiva debba essere esclusa dall’ambito spirituale, riducendola al campo delle sensazioni corporee, degli stati emotivi o delle passioni, la filosofia contemporanea ha rivalutato il ruolo determinante che questa sfera svolge nella persona umana. Si è infatti arrivati ad affermare che, in molti ambiti, è il cuore a costituire il nostro vero io.

    In sintesi, la “svolta cattolica” che sembra emergere in importanti sviluppi del pensiero contemporaneo si è concentrata sulla peculiarità dell’esperienza religiosa. In essa l’essere umano si apre con amore a un Dio personale che lo abbaglia, ma che, allo stesso tempo, percepisce come vicino. A questo si riferiva Pascal quando scriveva: “Mentre, parlando delle cose umane, si dice che bisogna conoscerle prima di amarle – cosa che è diventata un proverbio –, i santi, al contrario, parlando delle cose divine, dicono che bisogna amarle per conoscerle, e che non si entra nella verità se non attraverso la carità”.

    L'autoreMariano Crespo

    Direttore accademico del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea. Università di Navarra

    Vocazioni

    Ti presentiamo quattro suore che dedicheranno la loro vita a Dio nel 2026

    Quattro donne che si dedicheranno completamente a Dio nella vita religiosa hanno storie simili. La preghiera, i sacramenti e l’adorazione hanno svolto un ruolo fondamentale nella loro decisione.

    Agenzia di stampa OSV-26 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

    – OSV News / Katie Yoder

    Suor Catherine Lucia Phoebe Addington, delle Figlie di San Paolo, ricorda ancora la prima volta che entrò nella cappella di un convento quando frequentava la quarta elementare.

    “Ho visto la lampada del santuario accesa e questo mi ha lasciata assolutamente sbalordita”, ha commentato riferendosi alla sua visita alla residenza delle suore che insegnavano nella sua scuola. “Ho detto: ‘Un attimo, le suore possono vivere con Gesù? Non lo sapevo… Iscrivetemi!’”.

    Suor Phoebe è una delle quattro religiose che pronunceranno i voti nel 2026 e che hanno raccontato a OSV News la storia della loro vocazione e ciò che le ha spinte a dedicare la propria vita a Dio. I loro percorsi sono diversi: alcune sono cresciute frequentando regolarmente la Messa, altre no. Alcune sapevano di essere chiamate alla vita religiosa, mentre altre hanno percorso un cammino più complesso. Una di loro ha temporaneamente abbandonato la Chiesa prima di entrare a far parte della propria comunità. Un’altra desiderava già diventare religiosa fin da piccola.

    Anche le loro storie presentano delle somiglianze. La preghiera, i sacramenti e l’adorazione hanno svolto un ruolo fondamentale. Molte di loro sono state attratte dall’amore incondizionato di Dio e dalla gioia che vedevano nei cattolici che le circondavano.

    Tutti loro volevano dedicarsi completamente a Dio.

    Creati per qualcosa di più

    Suor María Trinity è entrata a far parte della Congregazione delle Suore Domenicane di Santa Cecilia a Nashville, nel Tennessee, dopo essere cresciuta a Gaithersburg, nel Maryland. I suoi genitori sono giunti negli Stati Uniti durante la guerra civile libanese e hanno cresciuto le loro tre figlie nella Chiesa greco-cattolica melchita.

    “Ricordo che, quando ero più giovane, avevo la sensazione di essere destinata a qualcosa di più grande di ciò che questo mondo potesse offrirmi”, ha detto la sorella, di 30 anni.

    Man mano che cresceva, la sua famiglia smise di andare a Messa con tanta regolarità. Sentiva che le mancava qualcosa e ritrovò la fede durante il terzo anno delle scuole medie, dopo aver partecipato a un progetto di volontariato in una chiesa cattolica locale.

    In quel periodo partecipò anche a un raduno giovanile della Marcia per la Vita, durante il quale fu chiesto a chi stesse pensando di dedicarsi alla vita religiosa di alzarsi in piedi. Il cuore gli batteva forte.

    “Non avevo affatto pensato alla vita religiosa”, ha detto. “Dentro di me mi dicevo: ‘No, no, no’”.

    “Desiderio radicale” di proclamare l’amore di Dio

    Suor María Trinidad ha abbracciato la fede mentre studiava ingegneria meccanica e informatica all’Università del Maryland. I suoi amici del centro studentesco cattolico le hanno parlato dei sacramenti. Frequentava la Messa, l’adorazione, la confessione, gli studi biblici e la direzione spirituale. Conobbe alcune suore e pregava insieme ai frati domenicani.

    Un momento decisivo si è verificato durante l’adorazione in un ritiro di silenzio. Ha sentito Dio chiamarla affinché si donasse completamente a Lui. Quel momento è arrivato dopo che aveva partecipato anche alle Giornate della Gioventù di Steubenville e ai viaggi missionari di FOCUS.

    “Ho iniziato a provare un intenso desiderio di proclamare la verità dell’amore di Dio e di come questo mondo stia volgendo al termine, ma l’amore di Dio non svanisce mai, mai”, ha detto. “Mi sono reso conto che il Signore non aveva bisogno di ciò che io potessi fare per Lui, ma che semplicemente mi voleva così come ero”.

    Quando andò a trovare le suore domenicane durante il suo ultimo anno di liceo, si sentì in pace. È entrata nell’ordine nel 2018, all’età di 23 anni, e attualmente insegna alle scuole superiori in un collegio cattolico di Oak Ridge, nel Tennessee. Presterà i voti perpetui il 25 luglio.

    “Qualcosa che mi agita il cuore”

    Quando suor Concepción Medina, delle Suore Francescane della Carità Cristiana, aveva circa due anni, confidò a sua zia che voleva diventare suora.

    Nata e cresciuta nel New Mexico, è cresciuta in un ambiente culturalmente cattolico insieme ai suoi cinque fratelli. Ha ricevuto i sacramenti, ma non frequentava spesso la chiesa. Ha vissuto un momento decisivo nel corso di una serie di piccoli momenti lungo il suo percorso verso la vita religiosa. 

    “Mi sono resa conto che, nel corso della mia vita, Dio mi aveva sempre ispirato nel cuore affinché fossi solo sua”, ha detto la sorella, di 32 anni.

    La spintarella di San Francesco

    Quando avevo poco più di vent’anni, ricordo di aver provato “quella profonda sensazione di sapere” mentre cantavo il “Kyrie” durante la Messa.

    “Sapevo con ogni fibra del mio essere che Dio mi stava chiamando alla vita religiosa e mi chiedeva di essere esclusivamente sua… Mi sono sentita a pezzi”, ha affermato. “Questa sensazione di desolazione, ovviamente, è andata cambiando col tempo e, in realtà, era dovuta al mio stesso egoismo”. 

    Dio le fece capire chiaramente che doveva entrare a far parte della congregazione delle suore francescane.

    “Dopo essere venuta qui in visita, il Signore ha mandato san Francesco a guidarmi sulla retta via”, ha detto, aggiungendo che vedeva immagini e statue del santo ovunque. “È stato solo quando ho ceduto e sono tornata a visitare questo luogo che ho provato un profondo senso di pace riguardo a tutto”. 

    È entrata nell'ordine all'età di 24 anni. Attualmente si trova a Manitowoc, nel Wisconsin, presso la casa madre delle suore. È infermiera e si prende cura delle suore nell'infermeria. Presterà i voti perpetui il 2 agosto, durante l'Anno Giubilare di San Francesco d'Assisi.

    “Posso donarmi completamente a Gesù”

    Suor Joseph Lucia, della Congregazione delle Suore Domenicane di Maria, Madre dell’Eucaristia, ha parlato dalla casa madre del suo ordine ad Ann Arbor, nel Michigan. È una dei sette fratelli ed è cresciuta nella fede cattolica a Spartanburg, nella Carolina del Sud.

    Questa ragazza di 28 anni ha raccontato che la prima volta in cui ha preso seriamente in considerazione la vocazione religiosa è stato durante la cresima, quando frequentava il terzo anno delle scuole medie. Il vescovo ha tenuto un discorso sulle vocazioni e ha detto che pregava affinché il suo gruppo di cresima seguisse lo Spirito Santo.

    “Ricordo che pensavo e pregavo: ‘Gesù, se vuoi che diventi suora, lo farò, devi solo dirmelo’”, ha detto.

    Ha iniziato a considerare più seriamente la vita religiosa alla fine del suo primo anno all’Università di Clemson, mentre studiava infermieristica e spagnolo. Ha intrapreso il suo percorso di discernimento quando sua sorella maggiore è entrata a far parte della congregazione delle Suore Domenicane.

    “Questo mi ha davvero spinto a riconsiderare la questione, pensando: ‘Mio Dio, è davvero questo ciò a cui mi stai chiamando?’”, ha detto, ricordando la gioia di sua sorella.

    La sua devozione per l’Eucaristia e per Maria l’ha portata a entrare nell’ordine delle suore domenicane. Il suo amore per entrambe è cresciuto durante gli anni dell’università, quando partecipava quotidianamente alla Messa e dedicava tempo alla preghiera e all’adorazione. Inoltre, si rese conto di essere attratta dalla spiritualità domenicana dopo che alcuni frati domenicani fecero visita al suo istituto scolastico.

    A 21 anni ha lasciato l'università per entrare in convento. Attualmente insegna in una scuola cattolica di Findlay, nell'Ohio. Il 28 luglio pronuncerà i voti perpetui.

    “Posso donarmi completamente a Gesù in risposta all’amore assoluto che mi ha dimostrato”, ha affermato riferendosi al suo ruolo di sposa di Cristo. “Posso essere un segno visibile di quanto Gesù ami la sua Chiesa, di quanto Gesù ami ogni singola anima”.

    “Senso di appartenenza a Dio”

    Suor Phoebe è cresciuta ad Alexandria (Virginia), dove ora vive come Figlia di San Paolo. Da bambina, era solita recarsi alla libreria della congregazione in quella città. Ora presta servizio lì come suora.

    È cresciuta nella fede cattolica insieme alle sue due sorelle e ha frequentato la scuola della sua parrocchia. Questa suora, di 32 anni, ha sperimentato “quel senso totale e istintivo di appartenenza a Dio” per tutta la sua vita. Allo stesso tempo, ci sono stati alcuni momenti rivelatori lungo il suo cammino verso la vita religiosa. Le piaceva molto conoscere le vite dei santi mentre si preparava alla cresima e si rese conto che molti di loro erano suore.

    Il suo percorso non è stato facile: a 18 anni ha abbandonato la Chiesa perché si è sentita scandalizzata dalla crisi degli abusi. In quel periodo, alcuni amici cristiani ortodossi l’hanno invitata nella loro chiesa.

    “Ogni giorno mi ispira la testimonianza dei miei amici ortodossi, che vedendo una persona in difficoltà le hanno detto: ‘Senza alcuna pressione, non sei obbligato a entrare nella nostra chiesa; vogliamo solo che tu sappia che sei il benvenuto a pregare qui, se questo ti aiuta a rimanere vicino a Gesù’”, ha affermato.

    È tornata alla Chiesa cattolica tre anni dopo, quando, tra le altre cose, Papa Francesco ha visitato gli Stati Uniti nel 2015. Il suo messaggio sull’importanza di tendere la mano agli emarginati l’ha commossa personalmente.

    “Ha un piano”

    Le Figlie di San Paolo, la cui missione è far conoscere Cristo, le hanno insegnato a pregare durante il suo percorso di discernimento. Attraverso la preghiera, si è innamorata di Cristo. È entrata a far parte della congregazione nel 2021, all’età di 27 anni, dopo aver conseguito un dottorato in letteratura spagnola e traduzione presso l’Università della Virginia. Ha pronunciato la prima professione il 14 febbraio, giorno di San Valentino.

    “Ci sono molte persone che, per un motivo o per l’altro, si dicono: ‘Non posso essere felice’”, ha affermato. “Dio ti ama così come sei, ha un piano per te e quel piano è migliore di quanto tu possa immaginare”.

    Le quattro sorelle hanno offerto i loro consigli alle giovani che stanno attraversando un periodo di discernimento. Hanno raccomandato di lasciarsi guidare da Dio e di trascorrere del tempo con le religiose. Hanno suggerito di pregare, leggere la Bibbia e ricevere i sacramenti. Hanno incoraggiato le donne ad avere fiducia in Dio.

    “Soprattutto — disse suor Concepción Medina —, innamorati senza riserve di Dio e tutto andrà al suo posto”.


    Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su OSV News. Viene ripubblicato su Omnes previa autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale in inglese QUI.

    L'autoreAgenzia di stampa OSV

    Per saperne di più
    Stati Uniti

    A distanza di 50 anni, il convegno di Steubenville continua a suscitare vocazioni e a rafforzare la fede

    Quest'estate, l'università cattolica celebra il 50° anniversario della conferenza di Steubenville, che ha cambiato la vita di molte persone.

    Angelus News-26 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

    – Ángelus News / Francesca Pollio Fenton | Catholic News Agency

    Nel 1976, l’Università Francescana di Steubenville ha organizzato il suo primo convegno giovanile nel proprio campus di Steubenville, nell’Ohio. Quest’estate, l’università cattolica festeggia il 50° anniversario di un convegno che ha cambiato la vita di molte persone.

    Sin dalla loro istituzione, le giornate dedicate ai giovani hanno aiutato più di un milione di giovani a incontrare Gesù Cristo attraverso incontri dinamici, la Messa, l’adorazione eucaristica, la confessione, la preghiera e la vita in comunità.

    L'idea di organizzare una conferenza per i giovani è nata dopo che padre Michael Scanlan, TOR, ex rettore dell'Università Francescana, aveva tenuto una conferenza per i sacerdoti e aveva chiesto loro cosa potesse fare l'università per loro. Qual è stata la loro risposta? Desideravano un evento rivolto ai giovani, in particolare agli adolescenti. L’anno successivo si tenne la prima conferenza per i giovani.

    “È davvero una bellissima testimonianza della fedeltà di Dio”, ha dichiarato a EWTN News padre Dave Pivonka, TOR, attuale rettore dell’Università Francescana.

    “L’altro giorno pensavo che gli adolescenti che hanno partecipato alle prime giornate giovanili abbiano ormai più di 60 anni, quasi 70”, ha aggiunto. “Questo significa quindi mezzo secolo di giovani i cui cuori sono stati toccati, che hanno incontrato Gesù nei sacramenti, che Lo hanno incontrato nella comunità dei giovani riuniti… È semplicemente una pietra miliare straordinaria per i giovani. Ora, il fatto che l’Università Francescana abbia potuto farne parte e che abbiamo avuto la lungimiranza di poter offrire questa opportunità, credo sia anche una grande grazia per noi”.

    La conferenza del 2026

    Quest'estate, l'Università Francescana ha organizzato quattro conferenze che hanno registrato il tutto esaurito nel proprio campus di Steubenville, oltre ad altre 15 conferenze tenutesi in diverse città degli Stati Uniti.

    Tra i relatori della conferenza per i giovani di quest’estate figurano padre Mike Schmitz, conduttore del podcast “The Bible in a Year”; Chris Stefanick, autore, conferenziere e conduttore televisivo; padre Leo Patalinghug, autore, conduttore di podcast e sacerdote dell’Arcidiocesi di Baltimora; Katie Prejean McGrady, autrice e conduttrice radiofonica cattolica; Paul J. Kim, relatore, autore e musicista; e molti altri ancora.

    Brian Kissinger, direttore esecutivo delle conferenze della Franciscan University, ha dichiarato a EWTN News che “al centro delle nostre conferenze, al centro di questa esperienza per i giovani, c’è il Santissimo Sacramento”.

    Ha spiegato che cercano anche di rendere le conferenze “il più esclusive possibile”.

    “Sappiamo che gli adolescenti provengono da un milione di contesti diversi — non solo dal punto di vista geografico, ma anche emotivo, spirituale e catechistico. Alcuni hanno ricevuto un’ottima formazione e provengono da famiglie cattoliche piene d’amore; altri non sono cattolici, ma sono semplicemente venuti accompagnati dai loro amici cattolici”, ha spiegato. “Per questo ci impegniamo davvero affinché il fine settimana risulti il più accogliente possibile, per predicare il messaggio del Vangelo, che non cambia mai, ma affrontando sempre la presentazione del ‘kerigma’ partendo dal presupposto che un adolescente non conosca tutta la storia”.

    Secondo Kissinger, uno dei momenti più suggestivi della conferenza si verifica durante la Messa di chiusura, quando il sacerdote che la presiede invita i giovani, sia uomini che donne, ad avvicinarsi se durante il fine settimana hanno sentito la chiamata di Dio al sacerdozio o alla vita religiosa.

    Secondo l’indagine del 2026 condotta dal Centro di Ricerca Applicata all’Apostolato (CARA) tra i sacerdoti appena ordinati, il 18 % dei sacerdoti ordinati quest'anno ha partecipato a una conferenza per giovani presso l'Università Francescana di Steubenville durante il proprio percorso vocazionale.

    Altri studi condotti da CARA hanno rivelato che il 21 % delle suore e il 15 % dei frati che avevano recentemente professato i voti perpetui avevano anch’essi partecipato a un raduno giovanile francescano. Complessivamente, il 18 % dei religiosi e delle religiose di recente professione ha dichiarato di aver partecipato a un incontro giovanile a Steubenville, più che a qualsiasi altro incontro cattolico di questo tipo negli Stati Uniti.

    Allora, qual è il segreto del successo della Conferenza dei giovani di Steubenville tra i giovani cattolici?

    “La gente mi chiede spesso: ‘Qual è il segreto del successo di questi incontri?’. Ma, sinceramente, non c’è nulla di complicato”, ha affermato Pivonka. “Quello che facciamo è riunire i giovani e offrire loro un ambiente in cui possano incontrare Gesù. Lo facciamo attraverso i sacramenti. Lo facciamo attraverso l’adorazione. Lo facciamo attraverso il sacramento della riconciliazione. Lo facciamo attraverso il culto. E lo facciamo al meglio delle nostre possibilità, per abbattere, in un certo senso, le barriere che potrebbero esistere tra loro e quell’incontro”.

    “Mi piacerebbe poter dire che c’è un ingrediente segreto, ma in realtà si tratta semplicemente di creare un ambiente che favorisca l’incontro tra i giovani”, ha aggiunto.

    “Non credo nemmeno a quella storia secondo cui ‘i giovani non sono ferventi o che non si possano proporre loro delle sfide’”, ha proseguito. “Voglio dire che presentiamo gli insegnamenti della Chiesa senza alcuna esitazione. E quello che stiamo constatando è che i giovani rispondono positivamente a questo”.

    Da assistente riluttante a discepolo entusiasta

    Elizabeth Feulner, una studentessa diciottenne di Syracuse (New York), ha partecipato a due conferenze per giovani a Steubenville.

    In un'intervista con EWTN News, ha raccontato di essere stata costretta a partecipare alla conferenza durante il suo primo anno. Il gruppo giovanile della sua parrocchia era appena stato avviato e sua madre aveva ricevuto un'e-mail dal responsabile del gruppo in cui le forniva i dettagli sulla conferenza.

    “Mia madre mi ha detto: ‘Devi andarci. Sembra un’occasione fantastica. Magari avessi avuto qualcosa del genere quando avevo la tua età’. E io le ho risposto: ‘Beh, è con pochissimo preavviso; non so se sarà proprio quello che mi piacerà di più’. Quindi il primo anno non è stata proprio una mia decisione”, ha spiegato Feulner.

    Tuttavia, ripensando a quella prima esperienza, ha affermato che l’ha aiutata a “crescere nel mio rapporto personale con Gesù e a manifestarlo più apertamente, oltre che ad avere fiducia in questo aspetto in molti modi nella mia vita”.

    Ha sottolineato che il fatto di aver frequentato da sola il primo anno le ha permesso di “sedermi davvero lì e sentire la presenza di Gesù, così come la sua opera nella mia vita”, il che a sua volta l’ha motivata a cercare relazioni “centrate su Dio” una volta tornata a casa.

    Feulner ha ricordato il momento che lo ha colpito di più durante quella prima conferenza: l’adorazione eucaristica.

    Quell'anno partecipò alla conferenza con un ginocchio lussato e dovette camminare con le stampelle. La funzione si teneva nel pomeriggio, ma durante il giorno aveva camminato molto, soffriva molto e, quando arrivò il pomeriggio, era esausta.

    “Ero seduta lì durante l’adorazione; mi sentivo molto commossa e l’ostensorio si è fermato proprio sopra di me, e per un attimo mi è sembrato che ci fossimo solo io e Dio, e Lui mi ha detto: ‘Ti vedo e sono qui’”, ha raccontato.

    “Credo che quel momento mi abbia dimostrato — e ho continuato a cercare di lasciarmi dimostrare — che Lui è sempre lì”, ha aggiunto. “E quella Sua presenza fisica lì, che mi guarda attraverso l’ostensorio, è come se fossimo solo Lui ed io. E questo ha continuato a plasmare il modo in cui vedo il mio rapporto con Dio, specialmente nei momenti difficili e nel corso di tutta la mia vita”.

    Quando Feulner ha partecipato quest'anno, ha raccontato di avere una prospettiva completamente diversa e di sentirsi immensamente grata per tutto ciò che Dio aveva fatto nella sua vita da quando aveva partecipato per la prima volta l'anno precedente.

    Da allora è stato creato il suo gruppo giovanile e, grazie a questo, ha stretto amicizie incentrate su Cristo; il suo fidanzato, con cui sta insieme da due anni, si è convertito al cattolicesimo, e la sua sorella minore ha potuto partecipare alla conferenza insieme a lei quest’anno.

    “Mi sono sentita così grata per quest’ultimo anno e per la comunità che, sinceramente, non avrei mai pensato di poter avere quando ero giovane”, ha detto. “Quest’ultimo anno è stato fondamentale per poter finalmente contare su una comunità in Cristo, nella mia fede e su amicizie che sono semplicemente indissolubili”.

    Feulner ha affermato di sperare che i partecipanti alla Conferenza dei giovani di Steubenville vivano “ad un certo punto un’esperienza che dimostri loro di essere degni del Suo amore, indipendentemente da ciò che hanno fatto, e che sappiano che Lui li vede —sia che abbiano vissuto quel momento di adorazione sia che non l’abbiano fatto—, che li vede davvero ogni giorno e in tutto ciò che vivono, e che li ama non nonostante ciò, ma proprio per questo”.


    Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Ángelus News. È riprodotto su Omnes previa autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale in inglese QUI.

    L'autoreAngelus News

    Per saperne di più
    Cultura

    La Sainte-Chapelle in cemento armato

    I fratelli Perret hanno rivoluzionato l'arte sacra utilizzando il cemento armato a vista nella progettazione della chiesa di Le Raincy (1923), uno spazio funzionale, economico e inondato di luce, realizzato dopo la Grande Guerra.

    Javier Ortiz-Echagüe-25 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

    Nel 1923 fu inaugurata a Le Raincy, nei pressi di Parigi, una chiesa che alcuni contemporanei non sapevano bene come interpretare. Costruita interamente in cemento armato, ricordava più il mondo industriale che ciò che ci si aspettava da un edificio cristiano. Non era solo una questione di stile. La Prima guerra mondiale aveva distrutto centinaia di chiese e la ricostruzione costringeva a ripensare metodi, costi e forme. Il cemento armato si presentava allora come una soluzione rapida ed economica, anche se molti continuavano a considerarlo inadatto a un tempio.

    Una chiesa per il XX secolo

    I suoi architetti furono Auguste e Gustave Perret, pionieri nell’uso del cemento nell’architettura moderna. Ma l’ambizione dei Perret non era quella di rompere con la tradizione, bensì di portarla avanti con nuovi mezzi. Uno dei loro principi era la sincerità costruttiva: un edificio doveva esprimere con chiarezza la propria struttura. Fino ad allora, gli edifici signorili nascondevano il cemento sotto strati di pietra o stucco. A Le Raincy, invece, esso appare a vista, trattato come un materiale nobile.

    Il dibattito suscitato dal progetto è eloquente. Sul quotidiano comunista *L’Humanité*, Jacques Mesnil lo descrisse come un edificio incoerente e arbitrario, al punto da annunciarne ironicamente il proprio fallimento come tempio: “Forse i Perret hanno agito in questa circostanza come uomini accorti che hanno pensato che, in vista della prossima Rivoluzione, valesse meglio concepire una chiesa in modo che potesse trasformarsi in pochi anni in un cinema, o addirittura in una sala da ballo”, scriveva il 17 agosto 1923. Nei media cattolici, invece, l’accoglienza fu ben diversa. In un testo precedente, apparso su *La Croix* del 7 settembre 1922, A. Fulcran la considerava un modello di costruzione economica e funzionale. “L’architettura moderna nascerà da tentativi logici come la chiesa di Le Raincy, non dalle fantasie di artisti che cercano una forma nuova sulla carta”, affermava.

    La discussione era già in corso da tempo. Nel 1914, Léonce Marraud (con lo pseudonimo di Faber) aveva sollevato la questione su *La Vie et les Arts liturgiques*: se si fosse dovuto ricostruire Notre-Dame, non avrebbe avuto senso farlo “alla maniera di Viollet-le-Duc”; prima di scegliere tra stile romanico, gotico o bizantino, bisognava interrogarsi sulla “funzione attuale di una chiesa”, che non poteva ridursi né a un monumento storico né a un semplice locale funzionale.

    Una Sainte-Chapelle moderna

    La chiesa dei Perret sembrava rispondere a tale problema fin dalla sua stessa costruzione. La sua forma è sorprendentemente semplice. Una serie di colonne molto sottili sostiene le volte, mentre le pareti si riducono a un reticolo di cemento perforato da una moltitudine di piccole finestre. L’edificio si presenta come una struttura leggera avvolta da un’immensa superficie di vetro. L’effetto ricorda le grandi chiese gotiche, dove le pareti scompaiono per lasciare spazio alla luce delle vetrate. Tuttavia, non vi è un solo arco a sesto acuto. La volta è a botte ribassata, quasi piana. Il riferimento storico non deriva dalla forma, ma dalla luce. Paul Jamot, in un testo pubblicato dalla Gazette des Beaux-Arts nel 1923, lo riassunse con una formula che avrebbe fatto storia: Le Raincy era “la Sainte-Chapelle del cemento armato”.

    Foto: Wikimedia Commons

    Ma l’essenziale non era solo l’innovazione tecnica. Liberando le pareti dalla loro funzione portante, il cemento armato consentiva di organizzare l’interno come uno spazio luminoso, aperto e unitario. A differenza di molte chiese storiche, piene di cappelle laterali e angoli bui, qui lo sguardo non si disperde: tutto conduce verso l’altare. Fulcran riteneva che tale efficacia visiva fosse il risultato fondamentale: “Tutti vedranno l’altare da qualsiasi punto, e l’espediente di un pavimento in pendenza, come negli anfiteatri, contribuirà ulteriormente a garantire questa buona visibilità”. Mesnil interpretava lo stesso espediente in modo esattamente opposto. Per lui, la chiesa era concepita “come una sorta di sala teatrale”, dove i sacerdoti apparivano “come attori su un palcoscenico” e i fedeli come spettatori attenti a
    le sue “gesti e grida”.

    Vetrate e memoria della guerra

    L'interno è dominato dalle vetrate progettate da Maurice Denis, figura centrale del simbolismo e della rinascita dell'arte religiosa in Francia. Denis cercava di dimostrare che l'arte cristiana potesse avvalersi di linguaggi contemporanei senza perdere la propria dimensione spirituale. Questa preoccupazione sfociò nel 1919 nella fondazione degli Ateliers d’Art Sacré (Atelier d’Arte Sacra) insieme a Georges Desvallières. L’obiettivo non era solo quello di creare una scuola di stile moderno, ma anche di restituire all’arte religiosa una dimensione collettiva e liturgica, così come immaginavano fosse avvenuto nelle grandi cattedrali medievali. A Le Raincy, questa aspirazione assunse una forma concreta: Denis realizzò i cartoni delle scene figurative, mentre Marguerite Huré realizzò le vetrate con la collaborazione di giovani artisti legati agli Ateliers.

    Le grandi finestre si estendono lungo tutto il perimetro dell’edificio, formando una gamma cromatica che va dal giallo al blu intenso del presbiterio. Al centro di molte di esse è raffigurata una scena figurativa: episodi della vita della Vergine, ma anche un'immagine inaspettata, la battaglia dell'Ourcq, combattuta nelle vicinanze durante la Prima guerra mondiale. Le Raincy era, in parte, un monumento commemorativo legato alla battaglia della Marna e all’episodio dei taxi che trasportarono le truppe francesi al fronte nel settembre del 1914. Da qui il soprannome popolare di “Saint-Taxi”, ripreso con ironia dalla stampa dell’epoca.

    La vetrata dedicata alla vittoria dell’Ourcq incarnava proprio quel mix che Mesnil riteneva intollerabile. La Vergine appare su uno scenario di guerra moderna, tra soldati, veicoli militari ed esplosioni. Per Mesnil, ciò trasformava il progetto di Denis in una forma di propaganda religiosa rivestita di patriottismo conservatore. Ma quella tensione spiega anche l’unicità storica di Le Raincy. La chiesa cercava di rispondere a una domanda del dopoguerra europeo: come costruire uno spazio sacro in una società attraversata dall’industrializzazione, dalla guerra moderna e dalla frammentazione culturale.

    Un omaggio a Dio nel XX secolo

    Uno degli artisti che collaborarono alla realizzazione delle vetrate fu Pierre-Charles-Marie Couturier, all’epoca un venticinquenne ancora sconosciuto, che espresse il proprio entusiasmo in una lettera dell’epoca. La chiesa gli aveva suscitato “la gioia che si può provare
    un artista e un cristiano nel contemplare nella Casa di Dio il frutto di alcuni sforzi che, per la prima volta, sono degni di Essa”. Sebbene la mancanza di risorse avesse costretto a semplificare la decorazione, l’insieme gli sembrava “estremamente moderno”, di una “compostezza e una solennità davvero confortanti”. E questa era ben più di una reazione individuale. “Per noi giovani artisti — scriveva — vediamo in essa il primo risultato degli sforzi e delle dottrine che abbiamo amato e difeso contro venti e maree. L’omaggio dell’arte del XX secolo a Nostro Signore e alla Madonna: che bella gioia!”. Col tempo, Couturier sarebbe diventato una figura determinante del rinnovamento dell’arte sacra in Francia, difensore della collaborazione tra la Chiesa e gli artisti d’avanguardia.

    La chiesa dei Perret lascia in eredità un messaggio semplice ma esigente: la bellezza non si eredita né si identifica con uno stile storico. Si conquista con le tecniche e le domande del proprio tempo. Lì, i nuovi materiali hanno permesso di riscoprire uno dei principi più antichi dell’architettura sacra: costruire significava anche organizzare la luce.

    L'autoreJavier Ortiz-Echagüe

    Docente del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea

    Famiglia

    I cattolici e il fenomeno sempre più diffuso del “divorzio in età avanzata”

    La Chiesa cattolica deve affrontare un fenomeno in crescita: il divorzio tra coppie anziane.

    Angelus News-25 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

    – Angelus news / Elise Ureneck

    I Beauparlant sembravano proprio il tipo di famiglia cattolica che ogni parrocchia sogna: sei figli, assidui frequentatori della Messa settimanale e profondamente devoti alla loro fede. Allison, che all’epoca aveva 46 anni, e Ted, di 50, erano sposati da 19 anni. Pochissimi tra coloro che li conoscevano avrebbero potuto prevedere che si stesse profilando una crisi.

    Le parrocchie, i servizi pastorali e i tribunali stanno affrontando questa realtà man mano che si presenta. Poiché la maggior parte di questi matrimoni è durata diversi decenni, la loro fine ha ripercussioni sui figli adulti, sui nipoti, sul resto della famiglia e sugli amici.

    Per quanto riguarda il divorzio, la Chiesa si è concentrata principalmente sulla prevenzione (attraverso i programmi di preparazione al matrimonio “Pre-Cana”) e sull’affrontare la questione della nullità, che viene risolta dai suoi tribunali.

    Tuttavia, l’aumento dei tassi di divorzio nel lungo periodo evidenzia che ciò è ben lungi dall’essere sufficiente: ci sono più coppie che hanno bisogno di aiuto durante gli anni centrali del matrimonio, nonché di una valutazione della situazione quando giungono a un punto di rottura.

    Il divorzio nella terza età: i dati

    Un rapporto dell’Istituto di Studi sulla Famiglia del 2025 stima ora che il tasso di fallimento dei primi matrimoni sia pari al 40 % — il che, di fatto, rappresenta un miglioramento rispetto agli anni precedenti — e i matrimoni dell’inizio del XXI secolo durano già più a lungo rispetto a quelli della generazione precedente.

    Tuttavia, c'è un gruppo che continua a rappresentare l'eccezione.

    Le coppie statunitensi di età superiore ai 50 anni divorziano a un tasso doppio rispetto a quello registrato nel 1990, mentre i tassi di divorzio tra gli statunitensi di età superiore ai 65 anni sono triplicati. Nel 2019, circa il 36 % di tutti i divorzi riguardava persone di età pari o superiore a 50 anni. Tale cifra, per ora, rimane stabile.

    Nel suo libro “Generazioni: Le vere differenze tra la Generazione Z, i millennial, la Generazione X, i baby boomer e la generazione silenziosa, e cosa significano per il futuro degli Stati Uniti” (Atria Books), la psicologa Jean Twenge ipotizza che l’aumento del tasso di divorzi tra i baby boomer sia legato alla loro convinzione che il matrimonio debba andare “oltre il dovere per soddisfare le più elevate aspettative di piacere sessuale e di compagnia”.

    Lasciando da parte i problemi gravi —gli abusi, le coercizioni, un’unione contratta senza vera libertà—, molti decidono di porre fine alla propria relazione quando il matrimonio non soddisfa più quelle elevate aspettative, a volte dopo decenni di scarsa comunicazione e allontanamento.

    E, come ha recentemente analizzato “The Wall Street Journal”, il costo del divorzio dopo i 50 anni è elevato: il calo del tenore di vita e la divisione dei beni lasciano molti in una situazione peggiore, così come il deterioramento delle relazioni sociali e la perdita di un partner con cui affrontare il peggioramento delle condizioni di salute e l’invecchiamento.

    In generale, il tasso di divorzi tra i cattolici che frequentano la Messa la domenica è inferiore a quello della popolazione generale, ma la frequenza alla Messa da parte dei “baby boomers” è in costante calo da decenni, fino a attestarsi al 30 % negli ultimi anni. Solo il 22 % della Generazione X, che ora ha circa 50 anni, frequenta la Massa ogni settimana.

    Sebbene il divorzio venga spesso presentato come una decisione personale, gli studi nel campo delle scienze sociali sono chiari: i suoi effetti si protraggono per diverse generazioni, influenzando sia i figli che i nipoti che al momento della separazione non erano nemmeno ancora nati.

    Uno studio storico condotto nel 2005 ha rivelato che il divorzio riduce il livello di istruzione, aumenta i conflitti coniugali e indebolisce i legami tra genitori e figli nel caso dei nipoti di chi ha divorziato. Una coppia che oggi divorzia moltiplica per oltre due la probabilità che i propri nipoti facciano lo stesso un giorno.

    Le cause dell'infelicità coniugale o della separazione

    Cosa spinge così tante coppie di mezza età e in età avanzata a divorziare?

    Per molti, il “nido vuoto” è un fattore importante. Quando il figlio più piccolo se ne va di casa, molte coppie fanno fatica a ritrovare l’equilibrio come marito e moglie.

    “Anche la bellezza di crescere i figli può portare a concentrarsi esclusivamente su di loro, a scapito del matrimonio”, ha affermato padre Jack Dickinson, vicario giudiziario della diocesi di Portland, nel Maine.

    In qualità di parroco ed esperto di diritto canonico, Dickinson si occupa sia di preparare le coppie al matrimonio sia di presiedere il tribunale che esamina le richieste di annullamento.

    “Insisto sulla necessità che le coppie mettano il loro rapporto con Dio al di sopra del loro matrimonio”, ha affermato. Dando priorità al loro rapporto rispetto ad altri impegni, compresi quelli professionali, “creano lo spazio necessario per conoscere e amare il proprio coniuge, e per essere conosciuti e amati da lui o lei”.

    Mantenere un rapporto di amicizia con il proprio partner è fondamentale affinché il matrimonio continui a essere solido una volta raggiunta la metà del percorso.

    Ester Munt-Brooks, relatrice cattolica di “Faith with Joy Talks”, sottolinea quanto sia importante che le coppie mantengano viva la curiosità reciproca.

    Lei e suo marito, Arthur Brooks, docente ad Harvard e autore di best seller, da decenni conducono nei parrocchie i programmi di preparazione al matrimonio “Pre-Cana” e di accompagnamento coniugale, arricchendo il loro ministero con prospettive teologiche e delle scienze sociali sulla felicità.

    “Ci sono sempre altre cose che si possono scoprire sull’altra persona”, ha detto. “Quando ci sentiamo a nostro agio, diamo per scontate certe cose dei nostri coniugi. Ma dovremmo fermarci a chiederci: ‘Perché lui (o lei) fa questo?’”.

    “Dovremmo continuare a porre domande”, disse lei.

    Anche i cambiamenti a livello di salute, in particolare la trasformazione radicale che le donne vivono durante il passaggio da una fase decennale alla menopausa, influiscono sui conflitti coniugali.

    Caroline Gindhart, infermiera specializzata certificata presso il Centro medico dell’Università di Pittsburgh, nel dipartimento di Salute femminile “Divine Mercy”, ha sottolineato che, sebbene alcune donne superino la perimenopausa senza problemi, per altre essa comporta un cambiamento in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana.

    “I cambiamenti ormonali provocano vampate di calore, insonnia, sbalzi d’umore, aumento di peso, dolore durante i rapporti sessuali e calo del desiderio”, ha affermato, e tutto ciò può mettere a dura prova l’intimità e la comunicazione coniugale proprio nel momento in cui la sindrome del nido vuoto sta già ridefinendo l’identità della donna.

    A distanza di alcuni anni dall’aver superato quel cambiamento, una coppia può trovarsi ad affrontare la sfida rappresentata dalla crisi d’identità del marito al momento del pensionamento. Una volta rimasti senza lavoro, molti si rendono conto di aver perso non solo un’occupazione, ma anche la loro principale fonte di significato, routine e senso di appartenenza.

    “Credo che quando hai tra i venti e i trent’anni, ti senti un po” invincibile e vai semplicemente avanti. Si va avanti spinti dall’energia“, ha detto Allison Beauparlant. ‘Quando si arriva ai quaranta e ai cinquanta, si comincia a pensare: ’Cos’è la mia vita? È tutto qui?”».

    Le prime righe

    L’aumento dei divorzi tra gli anziani continuerà, o si tratta di un’anomalia generazionale? I dati non sono conclusivi. Nel frattempo, i cattolici sono tra coloro che cercano di contribuire a invertire la tendenza, coppia per coppia e persona per persona.

    Gindhart ha affermato che i professionisti della Naprotecnologia, tra cui figurano molti cattolici, sono all’avanguardia nei nuovi interventi volti ad aiutare le donne durante la menopausa.

    Secondo Gindhart, la terapia ormonale sostitutiva “può rivelarsi molto efficace in alcune donne”. A differenza degli ormoni sintetici cancerogeni somministrati alle donne in passato, la terapia attuale utilizza ormoni bioidentici per sostituire quelli che vengono persi.

    “Abbiamo constatato che molte relazioni migliorano quando una donna riesce a gestire meglio i propri sintomi”, ha affermato.

    Quando il loro matrimonio era al punto più basso, Ted e Allison hanno partecipato a un ritiro di fine settimana organizzato da “Marriage Rediscovery” (precedentemente noto come “Retrouvaille”), che ora è un’associazione privata di fedeli riconosciuta canonicamente.

    “Quelle 48 ore del 2012 hanno cambiato tutto”, ha detto Ted. “Siamo diventati relatori e abbiamo già raccontato la nostra storia più di 60 volte in 15 stati diversi”.

    “‘Marriage Rediscovery’ è come gli ‘Alcolisti Anonimi’ per le coppie in crisi”, ha affermato Allison. “Il motivo per cui gli Alcolisti Anonimi funzionano è che le persone continuano a frequentarli. Non è una soluzione una tantum. Serve un sostegno costante”.

    Dopo un primo ritiro, i partecipanti ricevono un accompagnamento attraverso incontri in presenza o online in piccoli gruppi per tutto il tempo necessario.

    Dopo aver assistito alla separazione dei suoi genitori, Meola intuì che c’erano altre persone come lui che avevano bisogno di aiuto per gestire la rabbia, l’ansia e il timore di non riuscire a mantenere un impegno vocazionale per tutta la vita.

    “La maggior parte dei figli di genitori divorziati non inizia ad affrontare il proprio trauma fino all’età adulta”, ha affermato. “A volte, l’unica cosa di cui si ha bisogno è qualcuno che ti ascolti, che condivida il tuo dolore e che ti aiuti a compiere il passo successivo nel tuo cammino di fede e nella tua vocazione”, ha aggiunto.

    Nel 2020, il ministero di Meola, basato su piccoli gruppi di pari e rivolto ai figli adulti di genitori divorziati, è diventato un’organizzazione nazionale senza scopo di lucro nota come “Life-Giving Wounds”. Il ministero è attualmente presente in 31 diocesi. La richiesta è così elevata che Meola si è prefissato l’obiettivo di aprire 50 gruppi universitari nei prossimi cinque anni.

    Il ministero aiuta i partecipanti ad affrontare i comportamenti di autoprotezione che hanno sviluppato in risposta al divorzio dei propri genitori — abitudini che all’epoca li hanno aiutati a sopravvivere, ma che ora interferiscono con le loro relazioni da adulti.

    “Abbiamo visto persone ritrovare la fede. Abbiamo visto persone che avevano rinunciato al matrimonio riuscire a sposarsi. Abbiamo aiutato sacerdoti e religiosi che avevano difficoltà a rimanere fedeli alla propria vocazione”, ha affermato.

    In un recente discorso alla Rota Romana, Papa Leone XIV ha esortato i canonisti a non concedere l’annullamento alle coppie divorziate, definendolo una “falsa misericordia”, cosa che viene accolta con favore da chi opera in prima linea.

    Dickinson ha sottolineato che, in quanto canonista di formazione, il Papa è consapevole del problema che comporta l’adozione di un approccio poco rigoroso nel giudicare la validità del matrimonio.

    “Un giudice canonico potrebbe ritenere che una persona divorziata abbia avuto una vita difficile e che, pertanto, meriti l’opportunità di vivere un matrimonio sano, dichiarandola libera di contrarre matrimonio”. Tuttavia, ha proseguito, “il Santo Padre sta aiutando tutta la Chiesa a riconoscere che l’istituzione del matrimonio è più grande di ciascuno di noi”.

    I Beauparlant sperano che diminuisca lo stigma associato alla richiesta di aiuto. “Notiamo molti problemi ricorrenti, come la gestione del denaro, l’infedeltà, il passare troppo tempo sui social media, la pornografia e le dipendenze”, ha affermato Ted. “Ma una coppia che lavora sodo e che ha Dio nella propria vita ha maggiori possibilità di seguire il programma e di farcela”.

    Quando è stato chiesto loro cosa desse loro speranza, Allison ha parlato di una coppia di circa 80 anni che aveva recentemente partecipato a un ritiro di fine settimana.

    “Ci hanno raccontato che, in sostanza, avevano sopportato un matrimonio infelice per più di 50 anni e che volevano solo ‘fare le cose per bene’ prima che tutto finisse”, ha detto. “Vedi? Non è mai troppo tardi”.


    Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Angelus News. Lo ripubblichiamo su Omnes con il permesso dell'autore. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

    L'autoreAngelus News

    Per saperne di più
    Libri

    «I comandamenti di Gesù Cristo», un piccolo gioiello spirituale

    González de Ponshierro pubblica un'opera originale che pone l'accento sui precetti di Gesù Cristo al di là dei 10 comandamenti di Mosè.

    Javier García Herrería-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Sapreste elencare i comandamenti di Gesù Cristo? La maggior parte dei cristiani, se interrogata, reciterebbe senza esitazione i Dieci Comandamenti della Legge di Mosè. Ma pochi saprebbero rispondere a quell’altra domanda, ben meno ovvia: cosa comandò esattamente Gesù a coloro che decidevano di seguirlo? Da questa lacuna, curiosamente diffusa tra i credenti praticanti, nasce I comandamenti di Gesù Cristo, il nuovo libro di Miguel González de Ponshierro, già disponibile su Amazon.

    Un'idea semplice, quasi scomoda

    Il libro prende le mosse da un aneddoto vero: durante una conferenza sulla vita cristiana, il relatore descrive un uomo onesto, generoso, fedele alla propria famiglia e senza vizi apparenti, e chiede al pubblico se lo considerino un buon cristiano. Quasi tutti rispondono di sì. La sorpresa arriva quando viene rivelato che quell’uomo esemplare è, in realtà, un ebreo praticante: osserva la Legge di Mosè, ma non ha mai sentito parlare dei comandamenti di Gesù Cristo.

    Partendo da questa distinzione – tra l’Antica Alleanza e la Nuova – l’autore traccia un percorso che unisce il racconto personale, il dialogo tra amici e, soprattutto, un lavoro di ricerca attraverso i ventisette libri del Nuovo Testamento per comporre un elenco di cinquanta precetti tratti dalle parole stesse di Gesù, organizzati in tre blocchi: il rapporto con Dio, il rapporto con gli altri credenti e il rapporto con il mondo.

    In totale, vengono illustrati ben 50 comandamenti che concretizzano, per il cristiano, i 10 comandamenti delle tavole della Legge.

    Cosa offre di nuovo

    In un panorama editoriale dedicato alla spiritualità, ricco di riedizioni di classici e di manuali di auto-aiuto con una patina religiosa, I comandamenti di Gesù Cristo propone qualcosa di diverso: uno strumento pratico e ben strutturato, redatto in prima persona dallo stesso Gesù – una figura retorica, spiega il libro, già utilizzata dai Padri della Chiesa e dagli scrittori spirituali medievali – affinché ogni comandamento possa essere letto come se fosse Cristo stesso a spiegarlo direttamente al lettore di oggi.

    Tra i suoi contributi più significativi:

    • Distingue chiaramente la Legge del timore dalla legge dell'amore. Il libro sottolinea che i comandamenti cristiani non sono vincolanti per paura della punizione, ma sono manifestazioni di un rapporto filiale con Dio. Questa idea, che permea l’intera opera, offre un’alternativa all’immagine di Dio come «giudice» che molti lettori riconosceranno dalla propria educazione religiosa.
    • Traduci la dottrina in un linguaggio accessibile. Aneddoti di vita quotidiana – un ciclista, un imprenditore che perde un volo, una madre con il suo bambino – fungono da ponte tra i testi biblici e la vita di tutti i giorni, allontanando il libro dal tono accademico tipico di questo genere di saggi.
    • Rivendica una spiritualità gioiosa. Uno dei passaggi più discussi del libro sostiene che «non esistono santi dal volto triste» e mette in discussione la tradizione di raffigurare i santi con un’espressione di sofferenza, proponendo un’esperienza di fede caratterizzata dal buon umore e dalla fiducia, non dal senso di colpa.
    • Metti in ordine in un elenco di facile consultazione ciò che finora era sparso qua e là. Il contributo più pratico del libro è anche il più semplice: raccogliere in cinquanta punti, raggruppati per temi, ciò che qualsiasi credente potrebbe rintracciare da sé nel Nuovo Testamento, ma che praticamente nessuno fa.

    Autopubblicato, ma di qualità

    I comandamenti di Gesù Cristo Si tratta di un’opera autopubblicata su Amazon, un fatto che lo stesso autore non nasconde e che vale la pena sottolineare: si tratta di autopubblicazione, non di un’edizione a cura di una grande casa editrice religiosa. Tuttavia, il risultato smentisce il pregiudizio comune nei confronti delle opere autopubblicate. Forse l’unico inconveniente è la dimensione dei caratteri, che risulta un po’ piccola. Un problema che può essere risolto acquistando la versione digitale al prezzo di 3 € (gratuita per i clienti Amazon).

    Il testo si distingue per la struttura e lo stile curati, una solida teologia e una presentazione fresca e rinnovata della dottrina cristiana, il che lo rende una vera sorpresa per il lettore.

    Non occorre essere un esperto di teologia per avvicinarsi a quest’opera: il suo tono colloquiale e la struttura articolata in brevi capitoli la rendono accessibile sia a chi desidera approfondire la propria fede, sia a chi è semplicemente incuriosito da una domanda che, dopo aver letto il libro, risulta difficile ignorare: se un cristiano non conosce i comandamenti di Cristo, in che senso può dire di seguirlo?


    I comandamenti di Gesù Cristo

    Autore: Miguel González de Ponshierro
    Editoriale: Amazon
    Anno: 2026
    Numero di pagine: 173
    Prezzo: 12,48 €
    Spagna

    Rivedremo la coppa alla Conferenza Episcopale?

    Ricordiamo la visita effettuata nel 2010 dall’allora commissario tecnico della nazionale spagnola, Vicente del Bosque, e dal presidente della Federazione calcistica spagnola (RFEF), Ángel María Villar, alla Conferenza episcopale spagnola dopo la vittoria ai Mondiali contro l’Olanda.

    Teresa Aguado Peña-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Nel novembre 2010, la Coppa del Mondo che la nazionale spagnola aveva conquistato in Sudafrica ha fatto una tappa davvero speciale. L’allora commissario tecnico della nazionale, Vicente del Bosque, e il presidente della Federazione calcistica spagnola (RFEF), Ángel María Villar, portarono il trofeo presso la sede della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), dove furono accolti dal cardinale Antonio María Rouco Varela, all’epoca arcivescovo di Madrid e presidente della CEE.

    I pregi della selezione

    Villar ha chiesto al cardinale Rouco di intercedere presso Papa Benedetto XVI affinché la nazionale potesse portargli la Coppa del Mondo e ha affermato che «il calcio e la fede vanno di pari passo». Il presidente della Federazione ha inoltre difeso le radici cristiane della Spagna e ha sottolineato che il trionfo di quella squadra era stato ottenuto grazie a «molte qualità» che, a suo avviso, i vescovi «insegnano e mettono in pratica», quali «il sacrificio, il lavoro di squadra, la solidarietà, il superamento dei propri limiti e, soprattutto, l’umiltà». Ha così sottolineato che il calcio è «al servizio della società» e che è «uno strumento meraviglioso per la formazione equilibrata dell’essere umano».

    Da parte sua, Rouco Varela ha sottolineato le «virtù umane e cristiane» che, a suo avviso, erano emerse in quella squadra. Il cardinale ha sottolineato in particolare lo spirito di squadra, la collaborazione e l’umiltà con cui i giocatori avevano accolto la vittoria. Ha inoltre ricordato ai campioni che, se avevano chiesto ai vescovi di pregare per loro, anche loro stessi dovevano pregare. «Non solo quando fanno il segno della croce entrando in campo», ha aggiunto, pur riconoscendo che ai vescovi piaceva che lo facessero.

    Da parte sua, Vicente del Bosque ha sottolineato che, a suo avviso, il calcio non è solo una questione di vittorie, ma serve anche a trasmettere «l’etica e la condotta personale».

    L'incontro si è concluso inoltre con un riferimento alla Vergine dell'Almudena. Rouco Varela ha ricordato ai responsabili della nazionale che non erano passati con la Coppa dalla cattedrale di Madrid e li ha avvertiti: «Se non vanno a trovare la Vergine, sono nei guai».

    La Coppa, di nuovo davanti ai vescovi spagnoli

    Ora, sedici anni dopo, la Spagna è di nuovo campione del mondo. La nuova nazionale, guidata da Luis de la Fuente, ha conquistato ancora una volta il trofeo più importante del calcio internazionale. Rimane quindi una domanda aperta: rivedremo la Coppa del Mondo nella Conferenza Episcopale Spagnola? Regaleranno a Luis Argüello la maglia della nazionale come fecero allora con il cardinale Rouco Varela?

    Cultura

    “La svolta cattolica è reale e sorprendente”

    La presenza dei credenti nella società è stata il tema centrale dei corsi estivi del CEU.

    Jose Maria Navalpotro-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    “La svolta cattolica è reale e sorprendente, e ci sono dati che lo dimostrano”, affermava qualche giorno fa a El Escorial il giornalista e storico José Francisco Serrano Oceja. Dopo l’apoteosi rappresentata dalla visita del Papa, questa realtà sembrava ormai un dato di fatto, ma si potrebbe pensare che forse ci sia un po“ di eccessivo ottimismo in tale affermazione. Tuttavia, sono sempre più numerosi i dati che attestano la cosiddetta ”rinascita religiosa».

    Questo tema, insieme alla presenza dei cattolici nella società, è stato al centro di diversi corsi estivi organizzati dall’Università CEU San Pablo a El Escorial. “Abbiamo vissuto un periodo storico in cui ci siamo allontanati da Dio, ma sembra che le cose stiano cambiando”, ha confermato Teresa Herranz, amministratrice delegata di “El Adelantado de Segovia”.

    Jose Francisco Serrano, nel corso di una tavola rotonda sul tema “Fede e vita pubblica, una questione di coerenza”, ha spiegato che tale svolta cattolica trova riscontro nei dati di uno studio condotto quest’anno dalla Fondazione Pluralismo e Convivenza, che fa capo al Ministero della Presidenza. Il cambiamento verso il cattolicesimo, secondo i sondaggi, si registra soprattutto nella fascia degli uomini tra i 18 e i 32 anni. “Si tratta di una novità storica”, ha sottolineato Serrano, poiché finora erano solitamente le donne ad essere più vicine alla religione.

    A questo proposito, è opportuno ricordare che nel Rapporto Giovani spagnoli 2026, la decima edizione dello studio generale sulla gioventù condotto dalla Fondazione SM, mostra che la religione sta guadagnando terreno come valore importante per i giovani. Da una posizione marginale, raggiunge il livello di importanza più alto mai registrato da quando vengono redatti questi rapporti: attualmente, il 38,4 % dei giovani considera la fede “abbastanza o molto importante” nella propria vita.

    Inoltre, la percentuale di giovani che si identificano come cattolici — compresi i non praticanti — passa dal 31,6 % del 2020 al 45 % del 2025, mentre diminuiscono le posizioni esplicitamente non religiose (agnostici e non credenti).

    Nel corso di un’altra tavola rotonda tenutasi nell’ambito del corso del CEU “Un progetto di bene comune per la Spagna‘, Pablo Sánchez Garrido, segretario per le cause di canonizzazione dell’Associazione Nazionale dei Propagandisti, ha fornito ulteriori precisazioni su tali dati. Ha avvertito che, sebbene si registri una rinascita della religiosità, altri dati continuano a destare preoccupazione, come quelli relativi al calo dei matrimoni canonici, alla pratica dei sacramenti e al numero di casi di aborto ed eutanasia. Tuttavia, ha aggiunto a titolo di osservazione: ’Il fatto che questa rinascita della fede preoccupi quotidiani come ”El País” non è una cosa negativa».

    Contro il clericalismo

    Serrano, docente di Giornalismo all’Università CEU San Pablo, storico e editorialista, ha sottolineato nel suo intervento la necessità di coerenza da parte dei cattolici. “Crediamo davvero nel Concilio Vaticano II? Esso parla dell’autonomia delle realtà temporali, della presenza del cristiano nella società, della sua vocazione all’apostolato, che nasce dalla sua condizione di battezzato”. Tuttavia, ha ammesso, “non so se questa consapevolezza sia davvero penetrata”. 

    Ha spiegato che continua a esistere un clericalismo, che consiste in una situazione in cui “i fedeli sono stati ”espropriati“. In altre parole, vivevamo comodamente in un regime di cristianità, in cui la società era religiosa per inerzia. Ma quella situazione non esiste più”. Ha riconosciuto che la società spagnola continua ad avere radici cattoliche, «ma è giunto il momento dei laici, nell’ambito dell’autonomia dell’azione del laicato».

    Serrano ha sottolineato due aspetti che ha imparato riguardo all’impegno nella vita pubblica in quanto credente: “In primo luogo, che la vita cristiana è un continuo ‘nunc coepi’, un ricominciare da capo”; e in secondo luogo, che l’importante è stringere amicizie. Innanzitutto, diventare amici di Dio. E creare un mondo di amicizia”.

    Coerenza cristiana

    In quell’occasione è intervenuto anche il giornalista e regista Borja Martínez-Echevarría, il quale ha affermato di sperare che il cosiddetto “momento cattolico” contribuisca a “liberarci dal clericalismo”.

    Ha inoltre sottolineato che, quando si parla di scarsa pratica religiosa, occorre tenere conto di alcuni dati che sfumano tale affermazione, come ad esempio il fatto che solo nel comune di Madrid si celebrino più di mille messe la domenica.

    Parlando della coerenza tra fede e vita pubblica, ha illustrato la sua esperienza personale. Dopo essersi dedicato al giornalismo, ora realizza film (è regista, ad esempio, di un documentario su Medjugorje e di un altro su Eugenia, una bambina affetta da paralisi cerebrale), spinto da una missione evangelizzatrice. Il suo ultimo film, infatti, è incentrato sulla guarigione dall’aborto. “Certamente come investimento è stato un disastro”, ha ammesso. Tuttavia, “ho ricevuto un messaggio su WhatsApp da una ragazza cattolica che era rimasta incinta e il film l’aveva aiutata a non abortire. Questo ripaga di tutto”, ha assicurato.

    Teresa Herranz, amministratrice delegata di “El Adelantado de Segovia”, ha parlato delle difficoltà che si incontrano nell’ambiente per mantenere una coerenza cristiana. Nel suo caso, ha ricordato, quando ha assunto la guida del quotidiano, ha dovuto affrontare la resistenza di alcuni redattori, che sono arrivati al punto di denunciarla all’associazione della stampa, accusandola di censura, proprio per aver cercato di correggere il clima anticattolico che regnava. Afferma di aver portato avanti il suo progetto, senza curarsi dell’opposizione.

    Per saperne di più
    Risorse

    Legiferare nell'era moderna

    Solo di fronte allo specchio della dignità umana sarà possibile legiferare in modo autenticamente giusto, sano e veramente libero.

    Eloy Asenjo Carpintero-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    La visita del Papa Leone XIV in Spagna Il mese di giugno ci ha regalato un evento parlamentare che va oltre la semplice cronaca politica o il protocollo diplomatico. Il suo discorso alle Cortes spagnole, coronato da una standing ovation impressionante durata oltre sette minuti, richiede una riflessione approfondita.

    In un panorama legislativo caratterizzato dall’urgenza del dibattito partitico, il Pontefice ha scelto di alzare l’asticella e di addentrarsi nel terreno dei fondamenti, incentrando il suo discorso su un trittico che costituisce la spina dorsale della civiltà occidentale: la Libertà, le Leggi e la Democrazia, sotto l’imperativo e imprescindibile ombrello della Dignità Umana. 

    Il fulcro del suo monito ha puntato direttamente alle fondamenta di una convivenza pacifica e plurale. Per il Papa, la salute di una democrazia si misura dal modo in cui il potere politico si ferma davanti alla soglia dell’intimità del cittadino, sottolineando testualmente: “Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

    Questa dichiarazione definisce il rispetto dell'interiorità non come una concessione di favore da parte dello Stato, bensì come un bene fondamentale che le istituzioni devono tutelare attivamente, e non solo tollerare con rassegnazione.

    Paradossalmente, in una società ossessionata dalla protezione dei propri dati digitali, spesso trascuriamo il vero fondamento di ogni forma di privacy. Se proteggiamo con tanto zelo le nostre tracce sui social, dovremmo impegnarci infinitamente di più a salvaguardare la libertà di coscienza.

    Il labirinto antropologico: la coscienza di fronte alle coscienze

    Per comprendere appieno la portata del messaggio papale è indispensabile condurre uno studio antropologico serio che impedisca di cadere in un errore comune: confondere la «libertà di coscienza» con «la libertà delle coscienze». Anche se può sembrare una mera sottigliezza semantica, la distanza concettuale è abissale. 

    La libertà di coscienza, intesa al singolare, opera come principio ontologico legato alla natura stessa dell’essere. Essa definisce la capacità intrinseca dell’essere umano di possedere un santuario interiore inviolabile. Il suo nucleo è la facoltà di discernere il bene e il male, consentendo all’individuo di aderire a una visione del mondo senza che alcun agente esterno possa imporre tale pensiero intimo. Da questa prospettiva, l’essere umano è un soggetto sovrano, dotato di ragione e di dignità radicale. Si tratta di una libertà «di diritto» che ogni essere umano possiede per il solo fatto di nascere, e che costituisce il motore della sua responsabilità morale.

    Tuttavia, lo scenario cambia quando il linguaggio si incarna nella libertà delle coscienze. Qui l’antropologia abbandona l’astrazione e volge lo sguardo alle persone reali. Passiamo dalla teoria giuridica alla pratica quotidiana, caratterizzata dalla diversità culturale e dalla fragilità umana. A questo livello, il fulcro è il diritto di ogni singola coscienza — la tua, la mia, quella del vicino, … — di esistere, di sbagliare, di esprimersi e di convivere nello spazio comune.

    Questa visione riconosce che la coscienza non nasce dal nulla; è condizionata dall’educazione, dalla lingua, dai traumi e dalla cultura. Implica quindi accettare che l’essere umano sia plurale e fallibile.

    Entrambe le dimensioni sono indissolubilmente legate: dal punto di vista antropologico, la prima costituisce il fondamento della seconda. È impossibile difendere la libertà di coscienza senza credere prima nella dignità della coscienza individuale. Ma la prima si riduce a carta straccia se non si concretizza nella seconda: un rispetto attivo verso il modo in cui ogni singolo individuo vive la propria esistenza. È il passo etico che porta dall’applaudire un articolo astratto della Costituzione al difendere il diritto del proprio vicino di vivere secondo le proprie convinzioni, anche se non coincidono con le proprie.

    La misura che va oltre la politica e la grandezza della legge 

    Papa Leone XIV proseguì il suo discorso rivolgendosi al potere legislativo contro le visioni riduzionistiche dell’autonomia personale: “Senza confondere il piano giuridico con quello morale, è opportuno ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo essere liberi da costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo motivo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata”.

    Questo grave appello invita gli onorevoli deputati a non desistere dalla ricerca della verità nell’attività legislativa. Lungi dall’essere dogmatico, il Pontefice li ha incoraggiati partendo dall’empatia di sapere che i legislatori e i gruppi parlamentari, in quanto esseri umani, sono soggetti fallibili che possono sbagliare. Guardando verso il lucernario che corona l’emiciclo del Congresso, ha lanciato un potente monito: “Quella luce che viene dall’alto può ricordarci che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera”.

    Richiamando alla mente i dipinti sulla parete principale, raffiguranti il Decalogo e il Vangelo, e salvaguardando la laicità istituzionale, Leone XIV sostenne che: “…questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana”. In quella scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone dei limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto nel rispetto della sua dignità e che la vita umana non può mai essere trattata come una merce».

    Questa premessa smonta il positivismo giuridico assoluto. Una legge non raggiunge la sua grandezza morale per il semplice fatto di essere stata approvata da una maggioranza aritmetica. La sua vera grandezza si dimostra quando, oltre ad essere valida nella forma, è in grado di presentarsi dinanzi alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi. 

    Un imperativo etico: alzare lo sguardo

    Il discorso si è concluso con l’invito che ha dato il titolo al suo viaggio: “Alzare lo sguardo”. Non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione e ogni voto parlamentare ha un impatto su esseri umani in carne e ossa, specialmente sui più vulnerabili che non hanno voce.

    Avere una visione di ampio respiro significa guardare in profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo motivo, le risposte tecniche e le riforme legislative sono inutili senza un rinnovamento morale. La conseguenza pratica per gli onorevoli deputati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, è l’esigenza etica di mantenere un atteggiamento aperto e disposto a correggere le leggi che lo richiedono. Solo allo specchio della dignità umana sarà possibile realizzare una società democratica autenticamente giusta, sana e veramente libera.

    L'autoreEloy Asenjo Carpintero

    Per saperne di più
    Vaticano

    Il Vaticano risponde alle voci sulla presunta assoluzione di Rupnik

    Il Vaticano ha smentito categoricamente le voci relative a un'assoluzione, definendole false, e ha ribadito che il processo canonico prosegue nella fase di revisione.

    OSV / Omnes-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

    Paulina Guzik, OSV News / Omnes

    Il Vaticano ha smentito le notizie secondo cui l’ex padre gesuita Marko Rupnik sarebbe stato assolto nel processo penale vaticano a suo carico. In un comunicato del 22 luglio, il Vaticano ha dichiarato che le voci sull’assoluzione sono «del tutto infondate» e ha confermato che il processo canonico è ancora in corso. Le autorità hanno precisato che i giudici stanno ancora esaminando le prove fornite dalle diocesi, dai gesuiti, dalle presunte vittime e dai resoconti dei media. 

    Il comunicato stampa è stato diffuso il giorno dopo che Laura Sgrò, avvocata civilista e canonista che rappresenta cinque donne che hanno accusato padre Rupnik di abusi, avesse rimproverato il Dicastero per la Dottrina della Fede della Santa Sede, affermando che né lei né le sue assistite disponevano di informazioni sul caso e che non era stato loro comunicato se il processo fosse addirittura iniziato.

    L'esame del caso è ancora in corso

    Il 20 luglio, il sito web italiano Messainlatino.it ha riferito che padre Rupnik, un noto artista di mosaici accusato di aver abusato di diverse donne, potrebbe essere stato assolto.

    “INCREDIBILE! Abbiamo appreso da fonti attendibili e autorevoli che il processo penale in corso in Vaticano contro padre Marko Ivan Rupnik si è concluso a suo favore”, riportava il sito web. .

    Il 22 luglio, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato ai giornalisti che “in merito ad alcune notizie apparse sui media negli ultimi giorni, ribadisco che le notizie relative a qualsiasi decisione dei giudici che presiedono il caso del reverendo Marko Ivan Rupnik sono del tutto infondate”, e che “l’esame del caso è ancora in corso, e la commissione sta esaminando la documentazione fornita dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa”.

    Il comunicato risponde non solo alle recenti richieste dei media — tra cui quella inviata da OSV News il 21 luglio al prefetto della DDF, il cardinale Víctor Manuel Fernández — ma anche alle domande sollevate nella lettera di Sgrò.

    Il 21 luglio, Sgrò ha dichiarato a OSV News di non aver ricevuto alcuna conferma dal Vaticano in merito all’inizio del processo. Ha inviato una lettera, datata 21 luglio, al cardinale Fernández chiedendo questa o altre informazioni. Il comunicato stampa del Vaticano del 22 luglio ha confermato, sia a lei che ai suoi clienti, che il processo è in corso.

    Nel suo comunicato stampa del 22 luglio, Bruni ha dichiarato che “Nel corso del procedimento, come in qualsiasi procedimento giudiziario, non sarà possibile divulgare alcuna informazione sull’indagine in corso per rispetto del procedimento stesso e per evitare di arrecare danno a tutte le parti coinvolte, come è avvenuto negli ultimi giorni. Se la commissione dovesse ritenere di aver bisogno di ulteriori informazioni, adotterà di propria iniziativa le misure necessarie per ottenerle”.

    Diritto all'informazione

    A seguito del vertice sulla protezione organizzato in Vaticano da Papa Francesco nel febbraio 2019, l’arcivescovo Charles Scicluna di Malta ha dichiarato al *National Catholic Reporter* che «le vittime che presentano una denuncia hanno il diritto di sapere come viene gestita».

    “Abbiamo una legge e un sistema che consentono alle persone di denunciare abusi o comportamenti scorretti, ma esse hanno anche il diritto di sapere che fine fanno le loro denunce”, ha affermato. Dal 2018, l’arcivescovo Scicluna ricopre la carica di segretario aggiunto della DDF. 

    Sette anni dopo il vertice, Papa Leone XIV, durante il primo concistoro straordinario tenutosi a Roma il 7 e l«8 gennaio, ha condannato con forza la mancanza di accoglienza da parte della Chiesa nei confronti delle vittime di abusi sessuali, definendola uno »scandalo» che aggrava la loro sofferenza.

    La porta della Chiesa “era chiusa” e le vittime “non sono state accolte”, ha detto il Papa ai cardinali. L’abuso in sé “provoca una ferita profonda che forse durerà per tutta la vita”, ha detto il Papa, “ma spesso lo scandalo nella Chiesa è dovuto al fatto che la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte con la vicinanza di pastori autentici”. 

    Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha affermato che i suoi clienti si sentono “abbandonati e traditi” e “vittime, ancora una volta, di un sistema che non li ha mai accolti, protetti né consolati”.

    Sgrò ha affermato di non aver più avuto notizie dalla DDF dal luglio 2025, quando il Vaticano ha ufficialmente nominato i giudici incaricati del processo canonico contro padre Rupnik. Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha sostenuto che le vittime non sono state ascoltate dai giudici né hanno ricevuto alcuna comunicazione, e che l’avvocato aveva già scritto al prefetto «più volte, senza ottenere risposta».

    Sotto pressione per ottenere delle risposte

    Il sacerdote e artista sloveno, caduto in disgrazia, il cui laboratorio ha realizzato mosaici di grande rilievo per oltre 200 santuari e chiese in tutto il mondo, è accusato di aver abusato sessualmente, spiritualmente e psicologicamente di più di due dozzine di donne.

    Il 21 luglio, OSV News ha inviato una richiesta di commento al cardinale Fernández e a Bruni, direttore dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, chiedendo informazioni sullo stato del caso di padre Rupnik, su cosa sia successo dopo l’annuncio personale del cardinale Fernández relativo alla costituzione del tribunale dei giudici nel luglio 2025 e se il processo sia già iniziato.

    OSV News ha inoltre chiesto alla DDF se l’abolizione del termine di prescrizione, concessa da Papa Francesco, si applichi a tutti i reati in questione o solo ai «delicta graviora», e se il processo a padre Rupnik sia un procedimento giudiziario o se si svolga esclusivamente per decreto extragiudiziale, ovvero attraverso canali amministrativi.

    “Delicta graviora” (in latino, “reati più gravi” o “delitti più gravi”) è un termine tecnico del diritto canonico che indica una categoria specifica di reati canonici riservati alla competenza del Dicastero per la Dottrina della Fede a causa della loro eccezionale gravità. 

    Tra questi delitti rientrano i crimini contro la fede (eresia, scisma e apostasia), alcune offese contro l’Eucaristia e il sacramento della penitenza, nonché i reati sessuali contro minori e persone che di norma sono prive dell’uso della ragione. I comportamenti sessuali inappropriati tra adulti nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali non vengono generalmente classificati come tali, a meno che non comportino un crimine contro il sacramento della penitenza, secondo quanto spiegato dai canonisti consultati da OSV News.

    Sebbene né il prefetto della DDF né l’ufficio stampa della Santa Sede abbiano risposto direttamente alle domande di OSV News, la dichiarazione di Bruni del 22 luglio recitava: “Questo procedimento penale canonico è di natura giudiziaria e, come indicato in precedenza, non è soggetto a termini di prescrizione per alcun reato e può determinare la colpevolezza o l’innocenza in conformità con il Diritto Canonico”.

    Il comunicato aggiunge che “il Diritto Canonico ha l’autorità di giudicare e di infliggere sanzioni nelle questioni interne alla Chiesa, mentre il reverendo Marko Ivan Rupnik ”rimane soggetto alle leggi dei paesi in cui potrebbero essere stati commessi dei reati, e il termine di prescrizione per tali reati è determinato dalla legislazione di ciascun paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica”.

    «Ancora violenza contro i miei clienti»

    Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha affermato che ciò che ha percepito come una mancanza di comunicazione era “una nuova forma di violenza nei confronti dei miei clienti, le cui ferite sono ancora aperte e non si sono rimarginate nemmeno minimamente”.

    “Come si può conciliare tutto questo con i concetti di legge, verità, giustizia ed equità? Con le parole che il Santo Padre usa continuamente a favore delle vittime di abusi?”, ha chiesto.

    «Da ieri», scriveva nella sua lettera del 21 luglio al prefetto della DDF, «circolano voci secondo cui padre Rupnik sarebbe stato scagionato dall’accusa di violenza. Non c’è stata alcuna conferma da fonti attendibili, né tantomeno una smentita» fino a quel momento, e aggiungeva che le cinque donne che rappresenta «sono profondamente scoraggiate e rattristate».

    “Non hanno mai ricevuto alcuna notizia, nemmeno da me, riguardo a questo processo, sul quale circolano solo voci e di cui, ovviamente, non si sa nulla”, ha aggiunto.

    Nella lettera, Sgrò affermava che le sue domande erano «elementari e minime», trattandosi di «un processo penale che coinvolgeva vittime che avevano denunciato i fatti per la prima volta più di trent’anni fa».

    “Il processo è iniziato? Se sì, qual è la situazione attuale? Chi sono i giudici? Che fine hanno fatto le richieste delle mie clienti di essere ammesse come parti lese nel processo? Perché queste donne non sono state ascoltate come testimoni?”, ha chiesto Sgrò il giorno prima del comunicato stampa del Vaticano.

    Sebbene il comunicato stampa del Vaticano abbia risposto ad alcune delle sue domande, non ha indicato in modo esplicito se le presunte vittime sarebbero state ammesse come parti lese nel processo.

    Ai sensi del Canone 1729, “Nel corso del procedimento penale stesso, la parte lesa può intentare un’azione contenziosa per ottenere il risarcimento dei danni subiti personalmente a causa dell’illecito”.

    I gesuiti espulserol sacerdote nel 2023

    Padre Rupnik è stato brevemente scomunicato dalla Chiesa nel 2020 per aver assolto, nel sacramento della riconciliazione, una novizia italiana con cui aveva avuto rapporti sessuali. La scomunica è stata revocata dopo che il sacerdote si è pentito.

    Nel dicembre 2022, i gesuiti hanno reso noto di aver sospeso l’artista sloveno a seguito delle accuse di abuso. Nel giugno 2023, Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù per essersi rifiutato di rispettare le restrizioni imposte in relazione agli abusi sessuali, spirituali e psicologici subiti da circa due dozzine di donne e almeno un uomo nel corso di 30 anni.

    Nonostante la fondatezza delle accuse e la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù, la diocesi di Koper, in Slovenia, paese natale del sacerdote, ha annunciato di aver incardinato padre Rupnik.

    Dopo che la diocesi aveva confermato nell’ottobre 2023 che il sacerdote si trovava lì dall’agosto, il Vaticano ha annunciato che Papa Francesco aveva revocato il termine di prescrizione del caso, consentendo così al Dicastero per la Dottrina della Fede di proseguire le indagini.

    In un comunicato pubblicato nell'ottobre 2023, il Vaticano ha affermato che la decisione è stata presa dopo che «la Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori aveva segnalato al Papa l'esistenza di gravi problemi nella gestione del caso di padre Marko Rupnik e la mancanza di sostegno alle vittime».

    Nel frattempo, il vescovo emerito della diocesi di Koper, dove padre Rupnik è stato incardinato nell’agosto del 2023, ha dichiarato a OSV News nel febbraio del 2025 che il sacerdote «continua la sua opera in tutto il mondo».

    All’inizio di giugno del 2025, con una mossa discreta ma significativa, Vatican News ha iniziato a rimuovere le opere d’arte di padre Rupnik dal proprio sito web. I suoi mosaici, a lungo utilizzati per commemorare online le principali festività, sono stati recentemente sostituiti o lasciati in bianco, un cambiamento che, secondo molti sopravvissuti, era necessario da tempo.

    Novità nel diritto canonico

    OSV News ha consultato diversi canonisti, che hanno preferito mantenere l’anonimato, in merito ai canoni in base ai quali potrebbe essere giudicato padre Rupnik. Il più probabile è il Canone 1395, che riguarda i reati sessuali commessi dal clero, in particolare le violazioni del Sesto Comandamento («Non commetterai adulterio»).

    Un ecclesiastico «che persista in qualche altro peccato esterno contro il sesto comandamento del Decalogo e che causi scandalo, sarà punito con la sospensione. A questa possono essere aggiunte progressivamente altre pene se, dopo un ammonimento, persiste nella colpa, fino a quando potrà infine essere espulso dallo stato clericale», recita il canone.

    Esperti di diritto canonico hanno spiegato a OSV News che uno degli aspetti più significativi della riforma del Libro VI del Codice di Diritto Canonico, attuata da Papa Francesco nel 2021 e che riguarda il diritto penale, è stato l’aggiornamento della normativa per qualificare come reato l’abuso sessuale su adulti commesso mediante coercizione o abuso di autorità. 

    “Il sacerdote che, ricorrendo alla forza, alle minacce o all’abuso della propria autorità, commetta una violazione del sesto comandamento del Decalogo o costringa qualcuno a compiere o a sottoporsi ad atti sessuali, sarà punito con le giuste pene, senza escludere l’espulsione dallo stato clericale se il caso lo richiede”, recita il testo.

    In base al principio fondamentale «lex retro non agit» —«la legge non ha effetto retroattivo»—, le nuove leggi e i nuovi regolamenti non devono essere applicati ad azioni, fatti o rapporti giuridici verificatisi prima della loro promulgazione. Esperti di diritto canonico hanno dichiarato a OSV News che, di conseguenza, padre Rupnik non può essere giudicato per «abuso di autorità», una disposizione aggiunta nella riforma di papa Francesco.

    L'autoreOSV / Omnes

    Per saperne di più
    Cinema

    35 film cattolici da non perdere

    Questi film ripercorrono la storia del cinema dal punto di vista della fede: dalle epopee bibliche ai drammi contemporanei sul martirio, il senso di colpa e la ricerca di Dio

    Javier García Herrería-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

    Non ci sono tutte quelle che ci sono, ma ci sono tutte quelle che ci sono. Un elenco di film dal forte background religioso. La selezione mescola classici di Hollywood, drammi d’autore europei e produzioni confessionali recenti, e abbraccia quasi otto decenni di storia del cinema, a partire da La canzone di Bernadette (1943) fino a Vita nascosta (2019).

    1. La vita di Cristo e le origini del cristianesimo

    La Passione di Cristo (2004). Mel Gibson racconta le ultime dodici ore di vita di Gesù. Il film è diventato un fenomeno al botteghino mondiale nonostante la sua crudezza visiva. Rimane il punto di riferimento cinematografico sulla Passione per il pubblico cattolico.

    Paolo, l'apostolo di Cristo (2018), Rinchiuso in una prigione romana, l’apostolo Paolo attende la sua esecuzione sotto Nerone. Il medico Luca rischia la vita per raccogliere la sua testimonianza e trascrivere le sue lettere. Un ritratto intimo degli ultimi giorni di un convertito perseguitato.

    Risorto (2016). Un tribuno romano riceve l’incarico di indagare sulle voci riguardanti la resurrezione di Gesù. La sua ricerca di prove razionali lo porta, poco a poco, a confrontarsi con una fede che non si aspettava di trovare. Un approccio originale al racconto pasquale da una prospettiva esterna alla cerchia dei discepoli.

    L'uomo che faceva miracoli (2000). Film d'animazione che racconta la vita di Gesù. Pensato per un pubblico di tutte le età, riassume gli episodi evangelici più noti. Costituisce una semplice introduzione al Vangelo.

    Ben-Hur (1959). Il principe ebreo Giuda Ben-Hur viene tradito dal suo amico romano e condannato alle galere. La sua storia di vendetta e redenzione si svolge in parallelo alla vita pubblica di Gesù. Il film ha vinto undici Oscar e rimane un classico del cinema epico.

    2. Antico Testamento ed epopee bibliche

    I dieci comandamenti (1956). Cecil B. DeMille porta sullo schermo la vita di Mosè, dall’infanzia alla corte del faraone fino alla liberazione del popolo ebraico. Un capolavoro di riferimento del cinema biblico classico di Hollywood. La scena della separazione del Mar Rosso rimane ancora oggi iconica.

    Il principe d'Egitto (1998). Versione animata della DreamWorks sulla storia di Mosè e dell’esodo dall’Egitto. Coniuga il rigore narrativo con una colonna sonora acclamata dalla critica. Un’introduzione accessibile alla storia dell’Esodo per un pubblico di tutta la famiglia.

    3. Vite di santi, martiri e testimoni della fede

    Vita nascosta (2019). Terrence Malick ricostruisce la storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che si rifiutò di giurare fedeltà a Hitler. La sua obiezione di coscienza gli costò la vita e il rifiuto della sua stessa gente. Una riflessione visiva sulla fedeltà alla propria coscienza di fronte al potere.

    Un uomo per l'eternità (1966). Fred Zinnemann porta sul grande schermo il dilemma morale di Tommaso Moro, il cancelliere inglese che preferì il patibolo piuttosto che giurare fedeltà all’Atto di Supremazia di Enrico VIII. Il film costituisce una sobria testimonianza sull’integrità personale, sul primato della coscienza e sul prezzo inderogabile della verità.

    Di dei e uomini (2010). Un gruppo di monaci trappisti in Algeria decide di restare al fianco della propria comunità nonostante la minaccia jihadista degli anni Novanta. Il film ricostruisce il processo di discernimento che li ha condotti al martirio. Ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes.

    Sophie Scholl: gli ultimi giorni (2005). Basato su documenti ufficiali, il film racconta l’interrogatorio e il processo della giovane tedesca Sophie Scholl, membro del movimento di resistenza antinazista “La Rosa Bianca”. La sua fermezza morale di fronte al regime l’ha resa un simbolo della resistenza. Un esercizio di ricostruzione storica quasi documentaristica.

    Becket (1964). Il film racconta l’amicizia e il successivo scontro tra il re Enrico II d’Inghilterra e il suo cancelliere, Thomas Becket, dopo la nomina di quest’ultimo ad arcivescovo di Canterbury. La fedeltà alla Chiesa finirà per costare la vita al protagonista. Un classico sulla tensione tra potere politico e autorità spirituale.

    Rosso e nero (1983). Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di monsignor Hugh O’Flaherty, che dal Vaticano organizzò una rete per salvare migliaia di ebrei e perseguitati durante l’occupazione nazista di Roma. Gregory Peck interpreta questo sacerdote irlandese diventato un eroe silenzioso.

    Cristiada (2012). Il film ricostruisce la Guerra Cristera in Messico, quando negli anni Venti migliaia di cattolici si ribellarono armati contro la persecuzione religiosa da parte dello Stato. Il film segue alcuni dei suoi protagonisti, tra cui veri martiri.

    I sandali del pescatore (1968). Adattamento del celebre romanzo di Morris West su un vescovo ucraino che, dopo anni trascorsi nel Gulag, viene eletto Papa nel pieno della Guerra Fredda. Tra il peso del dogma e l’imminente crollo geopolitico, il film dipinge un dramma spirituale e umanista sull’audacia della leadership, la rinuncia al potere e il valore della pace.

    La canzone di Bernadette (1943) Racconta le apparizioni mariane a Bernadette Soubirous a Lourdes e lo scetticismo che suscitarono tra le persone che la circondavano. Jennifer Jones ha vinto l’Oscar per la sua interpretazione.

    Silenzio (2016) Martin Scorsese adatta il romanzo di Shūsaku Endō su due missionari gesuiti alla ricerca del loro mentore nel Giappone del XVII secolo, dove il cristianesimo è proibito e perseguitato. Il film approfondisce i temi dell’apostasia, del silenzio di Dio e del prezzo della testimonianza. Una delle opere più personali di Scorsese sul tema della fede.

    La domenica (2025). Ainara, una brillante diciassettenne, annuncia alla sua famiglia di voler diventare suora di clausura invece di andare all’università. La sua decisione scatena lo sconcerto del padre vedovo e il rifiuto categorico della zia, non credente. Vincitrice della Concha de Oro a San Sebastián e del Goya come miglior film, l’opera ritrae il processo di discernimento vocazionale con uno sguardo raro nel cinema attuale.

    4. Dramma spirituale e ricerca di Dio

    L'albero della vita (2011). Terrence Malick intreccia la storia di una famiglia nel Texas degli anni Cinquanta con immagini dell’origine dell’universo. Il film esplora il dolore, la grazia e il senso dell’esistenza con uno sguardo quasi devoto. Ha vinto la Palma d’Oro a Cannes.

    Calvario (2014). Un sacerdote irlandese riceve in confessione la minaccia di essere ucciso entro una settimana a causa degli abusi commessi da un altro sacerdote anni prima. Decide di non fuggire e di continuare il suo ministero nonostante il pericolo. Un dramma intenso sul senso di colpa collettivo e sulla dedizione sacerdotale.

    Il banchetto di Babette (1987). In un paesino protestante danese, una rifugiata francese prepara un banchetto straordinario per i suoi austeri ospiti. Il pasto diventa una metafora della grazia, della generosità e dell’abbondanza divina. Ha vinto l’Oscar come miglior film straniero.

    Gran Torino (2008). Un veterano di guerra, vedovo e scontroso, instaura un rapporto inaspettato con i suoi vicini immigrati di etnia Hmong. Clint Eastwood dirige e interpreta una storia di redenzione con un colpo di scena finale dal forte significato sacrificale.

    Un Dio proibito (2014). Ambientato durante la Guerra Civile spagnola, il film racconta la persecuzione religiosa subita da una comunità di missionari clarettiani. Il film ricostruisce fatti storici di martirio poco conosciuti al di fuori della Spagna.

    5. Conversione e apologetica

    Il caso di Cristo (2017). Basato sulla storia vera di Lee Strobel, un giornalista ateo che indaga sulla risurrezione di Gesù per smontare la nuova fede di sua moglie. L'indagine finisce per cambiare la sua stessa vita.

    La capanna (2017). Un padre devastato dalla morte della figlia riceve un misterioso invito alla baita dove è avvenuta la tragedia, e lì vive un incontro simbolico con la Trinità. Adattamento dell’omonimo best seller. Un’opera sul dolore, il perdono e l’immagine di Dio, discussa per la sua teologia non convenzionale.

    6. Fantasia, soprannaturale e saga con sfondo cristiano

    Il Signore degli Anelli: la trilogia (2001–2003). L'adattamento di Peter Jackson dell'opera di J. R. R. Tolkien, cattolico dichiarato, è permeato da temi quali il sacrificio, la provvidenza e la grazia. La lotta contro il male e la rinuncia al potere hanno echi morali cristiani, sebbene mai in modo esplicito. Una delle saghe più citate in chiave spirituale pur senza essere confessionale.

    Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio (2005). Adattamento dell’opera di C. S. Lewis, in cui quattro fratelli scoprono un mondo magico in cui un leone si sacrifica per salvare un traditore. L’allegoria cristiana della morte e della resurrezione è esplicita nella struttura narrativa. Un racconto fantasy per famiglie con una chiara interpretazione teologica.

    L'esorcismo di Emily Rose (2005). Liberamente ispirato a un caso reale tedesco, il film unisce il genere horror a un dramma giudiziario incentrato su un sacerdote accusato di negligenza in seguito alla morte di una ragazza durante un esorcismo. Il film lascia aperta la questione tra spiegazione medica e spirituale. Un insolito incrocio tra cinema horror e dibattito teologico.

    Nefarious (2023). Uno psichiatra ateo deve valutare, nel braccio della morte, un serial killer che sostiene di essere posseduto da un demone di nome Nefarious. L'interrogatorio si trasforma in un duello verbale sull'esistenza di Dio, sul male e sull'aborto.

    7. Classici per tutta la famiglia e incentrati sui valori cristiani

    Che bello è vivere! (1946) Un uomo sul punto di suicidarsi riceve la visita di un angelo che gli mostra come sarebbe stato il mondo senza di lui. Frank Capra firma uno dei classici natalizi più amati del cinema statunitense. Una luminosa difesa del valore di ogni vita e della provvidenza.

    Sorrisi e lacrime (1965) Una giovane novizia diventa governante dei sette figli di un vedovo austriaco prima dell'annessione nazista. La musica e la fede si intrecciano in uno dei film per famiglie più amati della storia. Ha vinto cinque Oscar, compreso quello per il miglior film.

    I miserabili (2012) Adattamento musicale del romanzo di Victor Hugo su Jean Valjean, un ex detenuto che trova la redenzione grazie al perdono di un vescovo. La misericordia ricevuta trasforma tutta la sua vita futura. Un musical di grande impatto sulla grazia e sulla giustizia.

    Fino all'ultimo uomo (2016) Ispirato alla storia vera di Desmond Doss, medico militare avventista che si rifiutò di portare le armi e salvò decine di vite nella battaglia di Okinawa per le sue convinzioni religiose. Mel Gibson dirige questo racconto sull’obiezione di coscienza e l’eroismo. Il film ha vinto due premi Oscar.

    8. Sacerdozio, Chiesa e morale

    Io confesso (1953) Alfred Hitchcock dirige la storia di un sacerdote che, durante la confessione, viene a conoscenza dell’identità del vero assassino in un caso per il quale lui stesso è accusato. Il segreto della confessione gli impedisce di difendersi. Un thriller morale sul segreto sacramentale.

    Il cardinale (1963) Il film segue l’ascesa di un giovane sacerdote statunitense nel corso dei decenni, alle prese con dilemmi legati alla fede, alla famiglia e all’impegno sociale, fino al raggiungimento del titolo di cardinale. Otto Preminger ritrae le tensioni interne del clero del XX secolo. Un ampio affresco sulla vocazione sacerdotale.

    Ritorno a Brideshead (1981). Serie televisiva tratta dal romanzo di Evelyn Waugh su un giovane agnostico che entra a far parte di un’aristocratica famiglia cattolica inglese. La fede dei Flyte, vissuta con contraddizioni, finisce per segnare la sua stessa vita. Un dramma d’epoca sulla grazia che opera anche nella debolezza.

    La missione (1986) Un gesuita e un ex mercenario convertito uniscono le forze per proteggere una missione guaraní in Sudamerica dagli interessi coloniali e schiavisti del XVIII secolo. La colonna sonora di Ennio Morricone accompagna uno dei finali più memorabili del cinema religioso. Il film ha vinto la Palma d’Oro a Cannes.

    Per saperne di più
    Educazione

    Carlos Chiclana: «I genitori ne sanno molto più di quanto credano in materia di educazione sessuale»

    Lo psichiatra e uno dei fondatori di TheFunSex, Carlos Chiclana Actis, sostiene l'importanza di ripristinare il dialogo in famiglia e di fornire alle famiglie gli strumenti necessari per educare alla sessualità con naturalezza, fiducia e rigore.

    Teresa Aguado Peña-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

    Parlare di sessualità con i propri figli rimane, per molte famiglie, una questione ancora irrisolta. Molti genitori, secondo quanto riferisce lo psichiatra e psicoterapeuta Carlos Chiclana Actis, conoscono le risposte alle domande dei propri figli ma non dispongono degli strumenti necessari per affrontarle. Nel frattempo, i social media, la pornografia o gli amici occupano spesso quel ruolo educativo.

    Da questa esigenza nasce TheFunSex, un programma che mira a formare genitori ed educatori affinché parlino di sessualità con chiarezza, rigore e naturalezza. Un’iniziativa che punta sull’accompagnamento anziché sul divieto e sulla costruzione di un rapporto di fiducia che consenta ai figli di rivolgersi ai propri genitori quando sorgono dei dubbi. A tal fine si avvale di 15 esperti provenienti da diversi ambiti — psichiatria, psicologia, sessuologia, medicina, antropologia e pedagogia — tra cui Rafael Lafuente, María Calvo, Alejandro Villena, Pep Borrell, Clara de Cendra o Nuria Ferrer, tra gli altri.

    Abbiamo parlato con il dottor Carlos Chiclana Actis, figura di riferimento nel campo della salute mentale e della sessualità, delle sfide dell’educazione sessuale in famiglia e a scuola, dell’impatto degli schermi e dell’importanza di ripristinare il dialogo in casa. È uno dei fondatori di TheFunSex e direttore scientifico del progetto.

    Qual è stata la necessità concreta che hai riscontrato e che ti ha portato a pensare che fosse necessario creare TheFunSex?

    –Un’esigenza concreta è stata l’esperienza pratica di parlare con molti genitori durante conversazioni tra amici o incontri, in cui ti raccontavano e ti ponevano domande di base sulla sessualità e ti esponevano problemi riguardanti i propri figli, preoccupazioni e interessi per i quali non avevano una risposta o non sapevano come rispondere e che quindi evitavano di affrontare.

    L'obiettivo era quello di fornire loro contenuti pratici, basati sull'esperienza e elaborati da esperti accademici (la maggior parte dei quali sono genitori), rispondendo così alle domande che i genitori si ponevano nella vita quotidiana, non in ambito clinico ma in modo naturale.

    Il motto recita: «Non per vietare, ma per accompagnare». Cosa significa esattamente “accompagnare” nell’educazione sessuale?

    –L’obiettivo è formare ed educare a una sessualità integrale fin dall’inizio della vita dei figli. Quando i genitori sono presenti sin dall’inizio, educando e formando anche in questa dimensione, si crea un accompagnamento, un modello pratico e un clima di fiducia. Ciò permette ai bambini e alle bambine di acquisire conoscenze e di sentirsi accompagnati nelle loro scoperte, durante la fase di grande cambiamento dell’adolescenza e, in seguito, nello sviluppo del proprio progetto di vita.

    In questo modo, il padre non è semplicemente un sorvegliante, né la madre un’osservatrice che esercita un controllo, né l’educazione sessuale si riduce a un’educazione morale restrittiva o alla preoccupazione di evitare contagi o gravidanze. Si tratta di un accompagnamento molto più ampio, integrale e naturale, che si sviluppa in modo educativo, proprio come facciamo in tanti altri ambiti della vita.

    Ciò che desideriamo è che la sessualità, in quanto dimensione fondamentale dell’essere umano, sia inclusa in modo naturale anche nell’educazione che una famiglia vuole impartire ai propri figli.

    Qual è l'errore più comune che commettono i genitori quando cercano di affrontare questi argomenti?

    – Il primo errore è non farlo. E non è solo una mia opinione, ma è quanto emerge dai dati: la maggior parte dei genitori non affronta il tema dell’educazione sessuale con i propri figli.

    Il secondo errore è quello di non ascoltare. Non ascoltare i loro bisogni né le domande che hanno. Ciò può generare nei figli smarrimento e una certa diffidenza, non necessariamente negativa, ma piuttosto la sensazione che i genitori non siano la fonte a cui rivolgersi per imparare e risolvere i propri dubbi, per cui saranno costretti a cercare risposte altrove.

    E il terzo è evitare di lasciarsi coinvolgere quando si danno delle risposte. Questi sarebbero, probabilmente, i tre errori principali.

    Per quanto riguarda la pornografia, se dei genitori scoprissero che il proprio figlio ne fa uso, quale pensi che dovrebbe essere la loro prima reazione?

    –La prima reazione dovrebbe essere quella di abbracciarlo e chiedergli di cosa ha bisogno, come è arrivato a quel punto, come si sente e come si può aiutarlo a uscire da quella situazione. Bisogna anche spiegargli che la pornografia non rappresenta il modo naturale di vivere la sessualità, ma offre una visione distorta e confusa, che può risultare dannosa sia per il suo sistema nervoso che per il suo sviluppo sessuale.

    Il primo messaggio dovrebbe essere: «Figlio mio, hai un problema, ma possiamo aiutarti. Questa situazione non fa bene alla tua salute. Come possiamo aiutarti? Di cosa hai bisogno?».

    In secondo luogo, è probabile che quel materiale pornografico sia stato visualizzato tramite un dispositivo fornito proprio dai genitori: uno smartphone, un tablet, un computer o una console con connessione a Internet. Per questo motivo, è anche il momento giusto affinché i genitori si chiedano come stanno organizzando il proprio ambiente digitale domestico.

    Proprio come ci preoccupiamo che in casa nostra non entri troppo rumore o che la temperatura sia adeguata, e installiamo allarmi per proteggerla, vale anche la pena progettare una casa digitale in cui la «temperatura» etica, morale e di salute della famiglia sia ben regolata, e dove installiamo allarmi per impedire l’ingresso ai malintenzionati che vogliono rubarci l’innocenza, la sessualità e il denaro attraverso la pornografia.

    Dite: “Quello che TikTok non insegnerà ai vostri figli”. Come competere con TikTok?

    –La prima cosa da fare sarebbe non dare loro un cellulare né installare TikTok. Di fronte a questo, alcune persone potrebbero pensare: «Ma tu non vivi nel mondo, non sai cosa succede». Ma forse è proprio il contrario: proprio perché sono troppo immerso nel mondo, so cosa succede e conosco quali possono essere le sue conseguenze negative.

    L'Associazione Spagnola di Pediatria raccomanda vivamente che i bambini non abbiano un cellulare personale e che, se ne utilizzano uno — perché non vogliamo certo che diventino analfabeti digitali —, lo facciano negli spazi comuni, fuori dalla camera da letto e dal bagno.

    Quando parlo con i genitori, dico loro: l’Associazione Spagnola di Pediatria propone un calendario vaccinale. Siete voi a decidere se seguirlo o meno. Ebbene, propone anche delle linee guida relative all’educazione, alla formazione e all’uso dei cellulari per i vostri figli. Potete seguirle o meno, ma è importante sapere che queste raccomandazioni non riguardano la moralità dei figli, bensì la loro salute mentale, il loro sviluppo neurocognitivo, la loro capacità di controllare gli impulsi, il loro stato d’animo e l’ansia.

    Ogni famiglia deve decidere come vuole educare i propri figli, ma non deve essere la mancanza di strumenti a impedirglielo. Per questo abbiamo creato un programma in cui i genitori possono imparare a farlo in modo semplice, naturale e sicuro, insieme ad altri genitori. Con brevi domande a cui è possibile consultare in qualsiasi momento, argomenti concreti che abbiamo testato in diversi gruppi di discussione per assicurarci che rispondano alle reali preoccupazioni dei genitori, dirette settimanali e una comunità in cui poter partecipare e porre nuove domande.

    Quello che vogliamo è che i genitori possano dire: «Così sì che so come fare, così sì che ci riesco e così sì che ce la faccio».

    Di cosa hanno bisogno i genitori per poter dire «così ce l’ho fatta»?

    –I genitori ne sanno molto, e vogliamo rafforzare questa idea.

    Qualche giorno fa, durante un’attività estiva, i bambini, di circa dieci anni, e i loro genitori sono stati divisi in due gruppi. Ai bambini è stato chiesto di scrivere le domande che avevano sul sesso da porre ai propri genitori. Ai genitori, invece, è stato chiesto di scrivere le domande che, secondo loro, i figli avrebbero voluto porre loro.

    I genitori hanno formulato domande estremamente complesse, mentre quelle dei figli erano molto semplici e, in realtà, i genitori sapevano come rispondere. Quindi, spesso si tratta di fare il salto di fiducia: imparare ad ascoltare, sapere come inserirsi nella conversazione e saper aspettare. Perché, in effetti, molti genitori possiedono già gran parte delle conoscenze necessarie. Ciò di cui hanno bisogno sono piccoli strumenti di supporto, oltre a conoscere modalità e metodi per affrontare queste conversazioni.

    Quale ruolo dovrebbe assumere la scuola in materia di educazione sessuale e quale spetta esclusivamente alla famiglia?

    –Secondo l'ultima Indagine nazionale sulla salute sessuale, appena pubblicata dopo 19 anni di assenza di indagini di questo tipo, oltre il 90 % della popolazione ritiene che nelle scuole debba esserci educazione sessuale.

    Questo aspetto ha un lato molto positivo: riflette una chiara consapevolezza sociale sulla necessità dell’educazione sessuale. Ma ha anche un lato che mi sembra un po’ negativo, perché sembra escludere i genitori. È vero che nel sondaggio non è stato chiesto se le persone ritenessero necessario che anche i genitori ricevessero una formazione in materia di sessualità. Forse quella domanda è stata tralasciata.

    A me sembra che queste due realtà si completino molto bene a vicenda. Ad esempio, a scuola, quando un bambino ha cinque anni, gli si può spiegare che il suo corpo appartiene a lui, come dire di no e come chiedere aiuto in caso di pericolo. Ma, quando arriva quel momento, i suoi genitori dovrebbero averlo già educato per cinque anni in materia di sessualità e avergli spiegato molte cose.

    Per questo motivo ritengo che l’educazione sessuale a scuola, in collaborazione con le famiglie, sia il modello migliore. Lo abbiamo verificato anche in uno studio accademico che abbiamo pubblicato quest’anno, nel quale abbiamo intervistato genitori, insegnanti e studenti per conoscere i loro punti di vista.

    Questo progetto è pensato sia per i credenti che per i non credenti…

    –Sì. Abbiamo progettato il corso in modo che chiunque possa seguirlo, indipendentemente dal fatto che abbia o meno credenze religiose o che pratichi o meno una fede. Lo abbiamo fatto consapevolmente, cercando di garantire che quanto viene spiegato sia fondato sulla verità, sull’esperienza e sulla scienza.

    Per questo può essere utile a chiunque, che si tratti di un genitore o di una famiglia. È vero che molti dei relatori sono noti al grande pubblico per la loro fede, ma, in qualità di direttore accademico e scientifico del programma, ho prestato particolare attenzione affinché le risposte non fossero fondate né sulla fede né su una morale specifica, bensì sull’esperienza e sulla scienza. Il nostro obiettivo è che TheFunSex possa essere utilizzato da chiunque.

    Per saperne di più
    Vangelo

    Il miglior investimento: investire tutto. XVII domenica del tempo ordinario (A)

    Vitus Ntube ci illustra le letture della XVII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 26 luglio 2026.

    Vitus Ntube-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    La liturgia di oggi parla di investimenti. Gli esperti finanziari possono consigliare altro, ma chi comprende le dinamiche della vita spirituale sa che il miglior investimento è quello in cui diamo tutto noi stessi.

    Nel Vangelo di oggi, Gesù paragona il Regno dei Cieli a un tesoro nascosto in un campo, a una perla di grande valore e, infine, a una rete gettata in mare. Le prime due parabole sono particolarmente simili, sia nel loro messaggio che nella risposta che richiedono. L’uomo che trova il tesoro e il mercante che scopre la perla giungono entrambi alla stessa conclusione: ciò che hanno trovato vale più di tutto il resto che possiedono. La stessa ordinaria prudenza umana li porterebbe a vendere tutto ciò che hanno per ottenere qualcosa di infinitamente più prezioso.

    Queste parabole si rivolgono non solo alla nostra intelligenza, ma anche alla nostra libertà. Esigono una decisione. Una volta scoperto il tesoro, la neutralità non è più possibile. O ci si allontana da esso, oppure si rinuncia a tutto per possederlo. La domanda centrale della liturgia di oggi è, quindi, questa: qual è la nostra risposta all’incontro con Cristo? Siamo disposti a scommettere tutto su di Lui? Non possiamo possedere il tesoro del Regno finché ci aggrappiamo con forza a cose di poco conto. Per raggiungere il bene più grande, dobbiamo essere disposti a liberarci da false sicurezze, ambizioni egoistiche, ecc. 

    Allo stesso tempo, Gesù è realista. Non tutti trovano il tesoro, e non tutti coloro che lo trovano sono disposti a pagare il prezzo necessario per possederlo. Per questo l’ultima parabola parla della rete che raccoglie pesci di ogni genere e della separazione che avrà luogo alla fine dei tempi. Il Vangelo ci ricorda che le nostre decisioni hanno conseguenze eterne. Per questo siamo esortati non solo a cercare attivamente il tesoro del Regno, ma anche ad avere il coraggio di acquisirlo a qualsiasi costo.

    La figura di Salomone nella prima lettura è un bellissimo esempio di chi ha fatto l'investimento giusto. All'inizio del suo regno, il Signore gli diede quello che potremmo definire un assegno in bianco: “Chiedimi quello che vuoi che ti dia”. Salomone avrebbe potuto chiedere potere, lunga vita o la sconfitta dei suoi nemici. Tuttavia, chiese qualcosa di più grande: “Concedi dunque al tuo servo un cuore attento per giudicare il tuo popolo e distinguere tra il bene e il male".

    Nella richiesta di Salomone vediamo la grandezza della sua anima. Egli riconobbe la vera perla di grande valore e si rifiutò di accontentarsi di cose di minore importanza. Salomone divenne famoso in tutto il mondo per la sua saggezza. Dio si compiace di un cuore magnanimo, un cuore che cerca l’eterno prima del transitorio. L’unico investimento che non fallisce mai è l’investimento totale in Dio. Il Regno costa tutto perché dona tutto.

    America Latina

    A un mese dai terremoti, la Chiesa in Venezuela continua a essere al servizio della popolazione

    Dopo la doppia scossa sismica verificatasi in Venezuela lo scorso giugno, la Chiesa cattolica continua a fornire assistenza alle vittime in tutto il Paese.

    Paloma López Campos-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    È passato quasi un mese da quando... terremoti verificatisi in Venezuela. La doppia scossa sismica si è verificata il 24 giugno 2026, rappresentando una delle più gravi catastrofi naturali dell'ultimo secolo nel Paese. A seguito degli eventi, si contano oltre cinquemila morti accertati, migliaia di feriti e altrettanti dispersi.

    "Aiuto alla Chiesa che Soffre” si è recata in Venezuela per offrire tutto il sostegno della Chiesa cattolica. Per illustrare la situazione attuale del Paese, l’organizzazione vaticana ha convocato una conferenza stampa alla quale hanno partecipato la sua presidente esecutiva internazionale, Regina Lynch, e l’arcivescovo di Caracas, monsignor Raúl Biord.

    L'amministratrice delegata ha descritto la situazione in Venezuela come “apocalittica”, ma ha affermato che la Chiesa è presente e sta fornendo un grande aiuto. Ha sottolineato che “non possiamo dimenticare il Venezuela”, lasciando che altri avvenimenti riportati dai media distolgano l'attenzione dalle persone bisognose che si trovano ancora in tutto il Paese.

    Da parte sua, l’arcivescovo ha ricordato che ci sono ancora tra le 20.000 e le 30.000 persone disperse, le cui famiglie continuano a impegnarsi per ritrovarle. Inoltre, ci sono migliaia di morti e moltissimi edifici essenziali, come ospedali e scuole, sono stati completamente distrutti.

    D'altra parte, molti sopravvissuti vivono “per strada, in ‘tende’ coperte da teli di plastica”. Inoltre, in Venezuela in questo periodo è inverno, il che aggrava la situazione poiché si tratta di una stagione caratterizzata da abbondanti piogge.

    La presenza della Chiesa in Venezuela

    A questa situazione si aggiunge la perdita del posto di lavoro da parte di migliaia di persone, il che rende difficile andare avanti. Per tutti questi motivi, l’arcivescovo ha affermato che “come Chiesa, sin dal primo giorno siamo stati presenti nelle strade”.

    “La Chiesa è il popolo, ecco perché siamo in strada ad assistere le persone”, ha affermato dopo aver spiegato che molte chiese e parrocchie sono state distrutte. Ha inoltre confermato che Papa Leone XIV li ha contattati il giorno dei terremoti per informarsi sulla situazione e trasmettere loro le sue preghiere.

    Monsignor Biord ha spiegato che una delle prime cose che hanno fatto è stata quella di fornire assistenza psicologica ai vari membri delle parrocchie che si stanno occupando delle persone colpite. “È importante prendersi cura di chi si prende cura degli altri”, ha sottolineato, aggiungendo che ci sono molti volontari delle parrocchie impegnati a offrire conforto, cibo e aiuto materiale e spirituale alle vittime, ma anche loro hanno bisogno di sostegno per affrontare il disastro.

    Ora, a quasi un mese di distanza, “è il momento di ricostruire vite e persone”, ha affermato l’arcivescovo. In seguito arriverà il momento di ricostruire tutti gli edifici e le infrastrutture che sono stati distrutti.

    Spagna

    Un sondaggio condotto da GAD3 conferma il forte impatto spirituale che la visita del Papa ha avuto sugli spagnoli

    Dei 5.027 intervistati, il 98% ha espresso un giudizio "positivo" o "molto positivo" sulla visita.

    Redazione Omnes-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    La visita di Papa Leone XIV in Spagna, svoltasi dal 6 al 12 giugno, ha lasciato un segno profondo in coloro che hanno partecipato alle varie manifestazioni. È quanto emerge da uno studio elaborato dalla società di consulenza GAD3 per l’organizzazione del viaggio, condotto tramite interviste a 5.027 persone al termine della visita, i cui risultati coincidono con quelli pubblicati dal Centro di Ricerche Sociologiche (CIS) nel suo barometro del luglio 2026.

    Una valutazione estremamente positiva

    Secondo lo studio, l«89% dei partecipanti ha valutato la propria esperienza e l'esito della visita come »positiva«, mentre un ulteriore 9% l'ha considerata »molto positiva», il che porta la valutazione complessiva al 98%.

    La visita ha inoltre trasformato la percezione che i partecipanti avevano dello stesso Papa Leone XIV. Prima del viaggio, il 90% nutriva un’opinione favorevole sulla sua figura, la sua biografia e il suo messaggio; dopo averlo conosciuto da vicino, tale percentuale è salita al 98%, con un aumento di otto punti. Anche la scarsa conoscenza del Pontefice si è ridotta in modo significativo: se prima della visita il 57% degli intervistati dichiarava di conoscerlo poco, tale cifra è scesa al 14% al termine del viaggio.

    Impatto spirituale ed emotivo

    Lo studio di GAD3 approfondisce inoltre l’impatto personale e spirituale generato dalla presenza del Papa in Spagna. Tra gli obiettivi che i partecipanti si sono prefissati dopo la visita spiccano il desiderio di contribuire a migliorare il mondo (92%), rafforzare il rapporto personale con Dio (91%) e consolidare l’impegno nei confronti della Chiesa (87%).

    Sul piano emotivo, i sentimenti più diffusi tra i partecipanti sono stati la gioia (99%), l'entusiasmo (97%), la speranza (97%), la pace (95%) e il senso di unione con gli altri (95%).

    I messaggi che hanno colpito di più

    Tra i messaggi del Papa che hanno suscitato maggiore risonanza tra i presenti spiccano l’importanza della preghiera e dell’incontro personale con Dio (19%) e l’invito a vivere la fede con gioia e speranza (17%). Seguono l’invito a servire e aiutare il prossimo (13%), la costruzione del dialogo, l’ascolto e la riconciliazione (12%) e l’accoglienza e l’integrazione dei migranti e delle persone vulnerabili (7%).

    Come conseguenza diretta di questi messaggi, i partecipanti hanno espresso propositi personali molto concreti: vivere con più speranza o gioia (45%), curare la propria vita spirituale (41%) e aiutare di più gli altri (30%).

    Valutazione positiva della copertura mediatica e del ruolo di primo piano di Instagram

    Anche la copertura mediatica della visita ha ricevuto una valutazione positiva: il 91% dei partecipanti ritiene che la copertura dei media abbia rispecchiato molto o abbastanza quanto vissuto nei vari incontri.

    Per quanto riguarda i social media, Instagram è stata la piattaforma più utilizzata per seguire e diffondere la notizia della visita, con 55% menzioni, seguita da YouTube (24%) e Facebook (20%). Il 26% dei partecipanti, tuttavia, ha dichiarato di non aver seguito né diffuso il viaggio attraverso i social network.

    Alla domanda su quali parole riassumessero al meglio la loro esperienza, i partecipanti hanno concordato in particolare su cinque termini: gioia, meravigliosa, indimenticabile, amore e Chiesa, a testimonianza dell’impatto emotivo e spirituale lasciato dal passaggio di Papa Leone XIV in Spagna.

    Mondo

    La Chiesa in Tanzania: fede, povertà e speranza nel cuore dell’Africa

    Un seminarista tanzaniano e una suora peruviana, missionaria in quel Paese, illustrano la situazione della Chiesa e il loro operato in loco.

    Javier García Herrería-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

    La Chiesa cattolica in Tanzania è, come spiega Godfrey Mgusi Makoro, seminarista tanzaniano che sta attualmente completando la sua formazione presso il Seminario Internazionale Bidasoa di Pamplona, «una Chiesa giovane che risale ad almeno un secolo fa, quando ebbe luogo la sua evangelizzazione, la seconda evangelizzazione, avvenuta alla fine del XIX secolo, negli anni »60 del XIX secolo«. Furono i Padri Bianchi, i Padri dello Spirito Santo e i Missionari d’Africa a seminare quella fede che oggi, grazie ai »loro sforzi e alla loro dedizione profondamente radicata nell’amore di Dio, in Cristo con il suo Vangelo e nella Chiesa», è diventata una realtà che conta milioni di fedeli.

    Oggi almeno il 35% della popolazione tanzaniana è cattolica ed è distribuita in 37 diocesi, di cui 7 sono arcidiocesi. Una Chiesa numerosa e vivace, ma che —come ogni Chiesa giovane— presenta luci e ombre.

    Il compito fondamentale: condurre le anime a Dio

    Per Makoro, la missione della Chiesa in Tanzania non si esaurisce nelle sue opere sociali, per quanto importanti esse siano. «La Chiesa, in quanto popolo di Dio, ha come compito principale quello di condurre le anime a Dio», scrive. Ma mette in guardia da una tentazione che considera fondamentale: «C’è una profonda crisi nell’identità cristiana dei cristiani. E dico profonda perché riguarda la radice stessa dell’essere cristiani». Tale crisi consiste, secondo le sue parole, nel confondere la fede con uno scambio: «Innanzitutto, ciò che si cerca nella Chiesa non sono dei ‘favori di Dio’ in cambio delle nostre azioni pie, ma la Santità, la vita divina, il vivere con Dio».

    Suor Lizmendy, religiosa peruviana della congregazione delle Custodi del Regno del Cuore di Gesù, che da poco più di un anno opera nella diocesi di Bunda, sull’isola di Ukerewe, concorda sul fatto che il compito principale della Chiesa sia «mantenere viva la fede e la formazione». Riconosce che «c’è un forte impegno pastorale da parte dei missionari e dei sacerdoti», anche se le condizioni non sempre lo facilitano: «Ci sono pochi missionari, pochi sacerdoti, le distanze sono piuttosto notevoli, la popolazione è numerosa e, nonostante tutto, si cerca di essere presenti, di accompagnare continuamente». E aggiunge un’immagine che riassume bene lo spirito missionario: «A volte bisogna fare viaggi un po» lunghi, ma nonostante ciò si è presenti, perché l’importante per ogni comunità è vedere e sentire la presenza dei sacerdoti e delle suore che stanno con loro».

    Istruzione e sanità: l'eredità dei missionari

    Fin dai primi tempi dell’evangelizzazione, la Chiesa in Tanzania ha compreso che annunciare il Vangelo significa anche prendersi cura del corpo e della mente. Makoro lo riassume con una formula che si è ripetuta in ogni missione: «Fin dai tempi dei missionari, la Chiesa in Tanzania si è concentrata su questi due aspetti: ovunque vivessero i missionari, lì c’era una parrocchia, una scuola e un ospedale». Lo constata lui stesso nella propria parrocchia, quella di Nostra Signora della Buona Speranza di Kagunguli, che vanta ormai 132 anni di storia e che, quando il Paese ottenne l’indipendenza, vide il governo assumere la gestione di gran parte delle sue scuole e dei suoi centri sanitari, anche se non di tutti: «Attualmente sono di proprietà del governo, ad eccezione della scuola secondaria che è stata restituita alla Chiesa».

    Nonostante queste cessioni, la rete educativa cattolica rimane comunque vastissima. Secondo i dati di Makoro, la Chiesa conta oggi «quasi duemila scuole, sia primarie che secondarie», cinque università cattoliche — tra cui la Saint Augustine University of Tanzania (SAUT), la Catholic University of Health and Allied Sciences (CUHAS) di Bugando-Mwanza, la Ruaha Catholic University (RUCU), la Mwenge Catholic University (MWECAU) e il Jordan University College — e circa un centinaio di istituti di formazione di livello diploma in settori quali la sanità e l’istruzione. «Ciò dimostra che, sin dall’indipendenza, la maggior parte della popolazione ha ricevuto la propria istruzione nelle scuole cattoliche», conclude il seminarista.

    Anche in ambito sanitario la presenza cattolica è molto estesa. «Ogni diocesi della Tanzania ha almeno un ospedale, e alcune ne hanno più di cinque», spiega Makoro, che cita il Bugando Hospital come punto di riferimento nazionale. Complessivamente, la Chiesa dispone di «94 centri sanitari e 338 dispensari», oltre a numerosi orfanotrofi e centri per le persone più emarginate, gestiti per lo più da suore.

    Suor Lizmendy conferma questa vocazione assistenziale sulla base della sua esperienza concreta a Bunda: «In questa zona della Tanzania, la diocesi gestisce numerose scuole, dispensari e opere sociali grazie alla presenza dei missionari». E aggiunge un dettaglio che rivela fino a che punto la scuola colmi le carenze familiari di base: «Nelle scuole vengono offerti la colazione e il pranzo ai bambini, il che favorisce un migliore apprendimento e uno sviluppo nutrizionale». Sottolinea inoltre l’attenzione specifica rivolta a una categoria particolarmente vulnerabile nella regione: «Ci sono case di accoglienza, soprattutto per questa comunità di albini che in questa zona è piuttosto numerosa».

    La povertà, la sfida che sta alla base di tutte le altre

    Se c’è un filo conduttore tra le due testimonianze, è la povertà. Makoro la indica come la radice di molti altri mali: «Attualmente la maggior parte dei cittadini vive in condizioni di povertà, poiché le cause principali sono l’egoismo e la corruzione». Punta inoltre il dito contro la disoccupazione giovanile con una statistica eloquente: «Su dieci laureati, tre trovano lavoro, uno può avere un’occupazione autonoma, quindi i restanti sei rimangono senza lavoro».

    Suor Lizmendy, dal campo, offre una testimonianza ancora più cruda della povertà quotidiana sull’isola di Ukerewe: «C’è un tasso di povertà altissimo tra le famiglie che non dispongono dei beni di prima necessità per sopravvivere giorno per giorno. Per fare un esempio, molte di loro non hanno nemmeno un euro al giorno, il che comporta che si mangi solo una o due volte al giorno». Questa precarietà, spiega, ha effetti a catena: «Ciò comporta anche problemi di malnutrizione e di apprendimento nei bambini». E per quanto riguarda l’istruzione, la scarsità di risorse spinge molte famiglie a interrompere gli studi dei propri figli appena terminata la scuola primaria, il che «porta molte ragazze, in particolare, a formare una famiglia in giovane età e ad avere figli in giovane età».

    Riguardo al proprio stile di vita come missionaria, la suora confessa con semplicità: «Viviamo con lo stretto necessario, perché, sebbene non ci manchi nulla, non abbiamo nemmeno nulla in eccesso. E così impari a vivere in mezzo a loro con quella fede così bella, così crescente e così gioiosa».

    Un popolo pacifico in tempi di tensione sociale

    Makoro sottolinea un aspetto dell’identità tanzaniana che desidera mettere in evidenza a fronte degli stereotipi sull’Africa: la convivenza pacifica tra le sue oltre 120 tribù. «Grazie a Dio, in Tanzania abbiamo più di 120 tribù, ma non c’è tribalismo; in Tanzania chiunque può vivere dove vuole senza alcun problema». E aggiunge, con un tocco personale: «A dire il vero, non ricordo episodi di violenza tra i cittadini in Tanzania. Sono cresciuto in Tanzania, ma non ho mai sentito parlare di guerre tra noi cittadini. I tanzaniani sono un popolo pacifico al punto che questa caratteristica è diventata parte della nostra identità».

    Le tensioni che invece riconosce sono di altro tipo: le proteste dei cittadini contro il potere politico. «La violenza a cui abbiamo assistito di recente è quella dei cittadini contro il governo, soprattutto quando si ribellano contro la corruzione, l’ingiustizia e i vari problemi che la gente sta affrontando», spiega, inquadrando il fenomeno in una prospettiva spirituale: «è una manifestazione della sete di giustizia e di cambiamento, come ha affermato Papa Leone XIV nella sua recente visita apostolica in alcuni paesi dell’Africa».

    Le vocazioni: frutto della famiglia, della comunità e della liturgia

    Una delle caratteristiche più sorprendenti della Chiesa tanzaniana, agli occhi di un europeo, è l’abbondanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Makoro offre tre chiavi di lettura per comprenderlo. La prima è la fede vissuta in comunità: «le vocazioni nascono in una comunità cristiana e sono per essa». La seconda è la famiglia, «come la Chiesa in casa», che trasmette il valore della vocazione fin dall’infanzia. Lo stesso seminarista condivide un ricordo affettuoso di sua madre: «Ricordo che quando ero bambino mia madre mi sculacciava se non pregavo a casa, specialmente la preghiera del pomeriggio e della sera, e mi costringeva a recitare la preghiera per le vocazioni, anche se la recitavo piangendo; oggi però sono un seminarista che sta completando la propria formazione presso il seminario internazionale Bidasoa a Pamplona. Che mia madre riposi in pace». La terza chiave, che attribuisce a un suo professore, è una liturgia curata con attenzione, «perché la vocazione richiede che i chiamati incontrino Colui che chiama».

    Suor Lizmendy offre una lettura complementare, più incentrata sulla fede vissuta «a fior di pelle»: «Credo che molti giovani scelgano la vita religiosa e il sacerdozio grazie alla fede tangibile presente in ciascuna delle loro famiglie». E aggiunge una motivazione quasi missionaria nei candidati stessi: «Porterò un po» più di Dio alla mia famiglia, alla mia comunità; farò da tramite; diventerò sacerdote o suora perché voglio continuare a mantenere viva la fede in queste famiglie, in questa comunità».

    Piccole comunità cristiane e gruppi di fede

    Makoro descrive in dettaglio un elemento caratteristico del cattolicesimo tanzaniano: le piccole comunità cristiane, gruppi composti da cinque a dieci famiglie organizzate attorno a un santo patrono, che si riuniscono settimanalmente per leggere la Parola e condividere la vita di fede. A suo avviso, questa struttura «può rappresentare un valido rimedio all’individualismo che continua a rappresentare una minaccia in Europa».

    Accanto a queste, esistono comunità di devozione popolare — il Rosario Vivo, il Sacro Cuore di Gesù, Santa Rita da Cascia, Regnum Christi — con pratiche di pietà molto concrete, come la recita quotidiana del rosario o le veglie mensili di adorazione. Makoro, cresciuta nella comunità del Sacro Cuore di Gesù, sostiene che questo tipo di esperienza religiosa intensa fin dall’infanzia faciliti il discernimento vocazionale: «Immagina un ragazzo di quindici anni che, dall’età di 10 anni fino ai 20, trascorre tutta la notte in preghiera: per lui è facile discernere la vocazione sacerdotale, o quella religiosa per le ragazze».

    A ciò si aggiungono i grandi movimenti apostolici organizzati per età e sesso, dotati di una struttura nazionale, di un’uniforme e di uno statuto proprio: l’Unione degli Uomini Cattolici della Tanzania (UWAKA), l’Unione delle Donne Cattoliche della Tanzania (WAWATA), i Giovani Lavoratori Cattolici (VIWAWA), gli studenti cattolici delle scuole secondarie (TYCS) e universitari (TMCS), e la Congregazione dei Santi Bambini di Gesù per i più piccoli.

    La famiglia, primo luogo della fede, e le minacce che la riguardano

    Sia il seminarista che la suora concordano sul fatto che la famiglia continui a essere il primo luogo di trasmissione della fede. Makoro descrive una scena quotidiana: «Mangiano insieme a casa e la sera è molto comune pregare prima di andare a dormire. È lì che i bambini imparano a parlare con Dio, pregando con i propri genitori a casa». La partecipazione alla messa domenicale è praticamente obbligatoria in molte famiglie, al punto che «chi salta la messa, poi deve renderne conto».

    Suor Lizmendy precisa che si tratta di una fede più vissuta che dottrinale: «Sebbene non si trasmetta una fede molto dottrinale, si trasmette una fede di testimonianza, una fede di tutti i giorni». Cita come esempio la portata delle celebrazioni sacramentali: «In Tanzania, in un’unica cerimonia vengono confermati 250 giovani o ricevono la comunione 300 bambini».

    Ma Makoro non nasconde che l’istituzione familiare sta attraversando una crisi sempre più grave: «La famiglia in Tanzania è attualmente in pericolo. Ormai è diventato comune avere un figlio che non conosce il padre o la madre o che non vive con i genitori». Sottolinea inoltre un cambiamento di mentalità tra le giovani donne, che «considerano il non sposarsi come una forma di liberazione», e menziona l’omosessualità come una realtà che «socialmente continua a essere vista come un male» nel Paese.

    Donne: povertà, maternità precoce e mancanza di opportunità

    La condizione delle donne emerge in entrambe le testimonianze come una delle ferite più profonde della società tanzaniana. Makoro elenca diversi aspetti: la povertà materiale aggravata dal cambiamento climatico e dalla mancanza di lavoro; la responsabilità quasi esclusiva della cura dei figli, specialmente quando il marito muore o abbandona la famiglia; i matrimoni e le gravidanze adolescenziali, che stroncano i progetti di vita di molte giovani; il rischio, sebbene non frequente, di abusi sessuali; e la tentazione di rivolgersi ad altre religioni o alla superstizione «con l’idea di cercare miracoli e risolvere i propri problemi».

    Suor Lizmendy lo conferma sulla base della sua esperienza diretta a Bunda: «Per quanto riguarda le donne e le ragazze, hanno davvero pochissime opportunità accademiche e lavorative. Molte di loro, a causa della mancanza di risorse, abbandonano la scuola in età molto precoce per dedicarsi alla famiglia o al lavoro nei campi, dove devono affrontare una vita molto dura». La Chiesa cerca di rispondere con formazione e accompagnamento, anche se la suora è onesta riguardo ai propri limiti: «Da parte della Chiesa cerchiamo di organizzare alcuni laboratori e di fornire accompagnamento per migliorare la loro situazione, ma i bisogni sono enormi e le nostre risorse molto limitate».

    Makoro aggiunge un dato che sfuma questo quadro: nonostante le difficoltà, «se si va in Tanzania, si scoprirà che in molte istituzioni ecclesiastiche il numero delle donne che occupano posti di lavoro è superiore a quello degli uomini».

    Convivenza interreligiosa e contributo sociale della Chiesa

    Per quanto riguarda il rapporto con l’Islam, Makoro descrive un clima di «convivenza piuttosto pacifica» tra musulmani e cristiani, pur riconoscendo una certa complessità istituzionale dovuta all’assenza di un’autorità musulmana unificata: «al punto che, tra di loro, alcuni concordano con alcune affermazioni della Chiesa e altri no. Ma nella vita quotidiana tra la gente c’è molta pace».

    In sintesi, il seminarista riassume così il contributo della Chiesa al suo Paese: «Come cittadino, posso dire che la Chiesa in Tanzania è la voce di chi non ha voce. La Chiesa è una delle poche istituzioni che ha contribuito e continua a contribuire allo sviluppo del Paese attraverso l’istruzione sin dalla sua fondazione».

    Lo sguardo di una missionaria straniera: dalla paura iniziale alla gioia contagiosa

    La testimonianza di suor Lizmendy offre il punto di vista di chi arriva dall’esterno e deve imparare, quasi da zero, a inserirsi in una cultura diversa. Confessa senza mezzi termini lo smarrimento dei suoi primi giorni: «Il fatto di non parlare la lingua mi faceva venire voglia di scappare. ‘Cosa ci faccio qui se non riesco a parlare, se non riesco a comunicare con le persone, se non capisco e non mi capiscono?’». Ammette che «si sentiva un po» inutile in Tanzania».

    È riuscita a superare quel momento, racconta, grazie alla preghiera, alla lettura spirituale e all’accompagnamento, oltre che a una frase del nunzio apostolico che è diventata la sua bussola: «L’evangelizzazione non si fa solo con le parole, ma con l’amore». Oggi, a più di un anno di distanza, il suo bilancio è gioioso: «Sono molto felice, anche se capisco pochissimo lo swahili… questo non mi impedisce di vedere la gioia sui volti di chi mi circonda». E aggiunge una riflessione che illumina il senso ultimo della sua presenza lì: «Essere in Tanzania per me è qualcosa, un dono, è qualcosa di grande, è un dono di Dio che mi ha permesso di vivere e di condividere».

    Alla domanda sulla differenza tra la fede tanzaniana e quella europea, offre una delle chiavi di lettura più illuminanti di tutto il servizio: «Un tanzaniano ti esprime ciò che prova, ti trasmette gioia, emozione, comunica ciò che ha dentro. Quella fede così grande, quell’amore per Dio, ti contagia. Credo che in Europa tutto questo venga vissuto in modo un po» più intimo«. E conclude con un invito: »Forse potremmo imparare dall’atteggiamento dei tanzaniani nel modo in cui esprimono e vivono la fede: dimostrano di essere cattolici e lo fanno con gioia, nonostante tutte le difficoltà e le privazioni che devono affrontare».

    Dall’incontro di queste due testimonianze — quella di un giovane tanzaniano che si sta preparando al sacerdozio e quella di una missionaria peruviana che ha fatto della Tanzania la sua casa — emerge il ritratto di una Chiesa giovane, vigorosa nelle sue vocazioni e nella sua fede, ma che cammina al fianco di un popolo martoriato dalla povertà, dalla disoccupazione giovanile e dalle disuguaglianze di cui soffrono soprattutto le donne. Una Chiesa che, come sintetizza Makoro, continua a ritenere che la propria missione non separi l’annuncio del Vangelo dalla cura della scuola, dell’ospedale e della famiglia; e che, come testimonia suor Lizmendy, trova nella semplice gioia dei suoi fedeli una delle lezioni più profonde che la Tanzania possa offrire a un’Europa più silenziosa nel suo modo di vivere la fede.

    Per saperne di più
    Stati Uniti

    Alcune suore fanno causa allo Stato di New York per una legge che le obbligherebbe a collaborare al suicidio dei pazienti

    Quattro ordini religiosi impegnati nell'assistenza sanitaria hanno intentato una causa contro lo Stato di New York in merito a una legge sul suicidio assistito.

    Agenzia di stampa OSV-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    – OSV News / Kate Scanlon

    Il 17 luglio, quattro ordini religiosi e organizzazioni cattoliche attive nel settore sanitario hanno presentato una causa contro lo Stato di New York a causa di una nuova legge che consente ai medici di aiutare gli adulti affetti da malattie terminali a morire tramite suicidio.

    In una causa intentata da Becket, uno studio legale specializzato in libertà di religione, le Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, le Suore Domenicane di Hawthorne, le Suore Missionarie di San Benedetto e le Piccole Suore dei Poveri hanno sostenuto che la legge le avrebbe obbligate a facilitare tali decessi, il che avrebbe costituito una violazione della loro fede.

    Suor Mary Rose Heery, priora generale delle Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, ha dichiarato il 20 luglio: “Nei nostri centri portiamo l’amore infinito di Cristo agli anziani newyorkesi di ogni origine e condizione sociale”.

    “Ci impegniamo a trasmettere la Sua compassione a coloro che sono affidati alle nostre cure, assicurandoci che nessun residente debba morire da solo”, ha affermato. “Questa legge va contro l’essenza stessa di quella vocazione”.

    L'ufficio del procuratore generale di New York, Letitia James, non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.

    I sostenitori del suicidio assistito da un medico sostengono che questa pratica tuteli l'autonomia delle persone che soffrono nei loro ultimi giorni, ma i suoi detrattori sostengono che essa leda la dignità della vita umana ed esponga le persone malate o in fin di vita a forme di coercizione, tra le altre preoccupazioni.

    Il Catechismo della Chiesa Cattolica condanna esplicitamente la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito da un medico, ritenendoli “moralmente inaccettabili” e una violazione del quinto comandamento: “Non uccidere”.

    La governatrice Kathy Hochul, democratica dello Stato di New York, ha firmato la legge a febbraio, sostenendo di aver “predisposto” misure di tutela durante l’iter legislativo che garantissero “l’integrità della decisione del paziente e la preparazione delle strutture sanitarie”. I vescovi cattolici dello Stato erano tra coloro che si sono opposti alla legge.

    “Questo è al tempo stesso inaccettabile e incostituzionale”

    Tuttavia, Mark Rienzi, presidente di Becket e avvocato principale delle organizzazioni sanitarie, ha affermato in un comunicato del 20 luglio: “New York sta costringendo le persone malate e in fin di vita a prendere in considerazione il suicidio nel momento più difficile della loro vita, indipendentemente dal fatto che lo richiedano o meno”.

    “E quel che è peggio, sta reclutando le suore che si prendono cura di loro per la sua setta suicida, minacciandole di multe esorbitanti e di rovina professionale”, ha affermato Rienzi. “Questo è al tempo stesso inaccettabile e incostituzionale. Siamo certi che i tribunali federali porranno fine a questa situazione”.

    Becket, che rappresenta gli ordini religiosi e il vescovo John O. Barres di Rockville Centre (New York), ha dichiarato che le istituzioni religiose intendono presentare nei prossimi giorni un ricorso per ottenere un provvedimento cautelare contro la legge.

    In un comunicato, il vescovo Barres ha aggiunto: “Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York”.

    “Il suicidio assistito è una grave mancanza morale che espone gli anziani, le persone con disabilità e coloro che soffrono di malattie mentali ed emotive al rischio di subire abusi e manipolazioni”, ha affermato il vescovo, la cui diocesi figura anch’essa tra i ricorrenti. “Cristo, il Medico Divino, ci chiama ad accompagnare i malati e i morenti con compassione, non ad abbandonarli alla morte. Il tribunale dovrebbe tutelare questa missione millenaria”.

    Questa causa è l’ennesima di una serie di azioni legali intentate da suore cattoliche contro recenti leggi dello Stato di New York. All’inizio di quest’anno, le Suore Domenicane di Hawthorne, che gestiscono un programma di cure palliative con 42 posti letto per persone indigenti in fase terminale, hanno impugnato una legge che stabiliva requisiti in materia di adeguamenti relativi all’identità di genere per i residenti delle case di riposo.

    New York è uno dei 13 stati, oltre al Distretto di Columbia, che hanno legalizzato il suicidio assistito.


    Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese su OSV News. Lo riproduciamo qui con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

    L'autoreAgenzia di stampa OSV

    Educazione

    Il potere delle parole: la letteratura per una vita migliore

    La letteratura conferisce pienezza e senso all’esistenza umana, collegando la parola al mistero e alla trascendenza divina. Attraverso di essa, l’essere umano esplora un percorso che va dal vuoto dell’assurdo alla salvezza attraverso l’amore.

    María del Pilar Saiz-Cerreda-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    Sono molti gli autori che hanno cercato di dare una risposta all’eterna domanda su cosa sia la letteratura, e tra questi, quella del francese Charles du Bos, nel suo libro, è particolarmente stimolante e rivelatrice Approcci: “[La letteratura] non è altro che la vita stessa, quando […] ad essa si aggiunge la pienezza dell’espressione”. Intende chiarire, innanzitutto, lo stretto e indissolubile legame tra vita e letteratura, in modo tale che “Senza la vita, la letteratura sarebbe priva di contenuto; ma, senza la letteratura, la vita non sarebbe altro che una cascata, una cascata ininterrotta in cui ciascuno di noi sarebbe immerso, una cascata priva di senso”

    Du Bos prosegue spiegando che “Se la letteratura deve alla vita il proprio contenuto, la vita deve alla letteratura la propria sopravvivenza; le deve quell’immortalità che si ferma solo sulla soglia dell’eterno, quell’immortalità oltre la quale ha inizio la vita eterna”. In altre parole, nella letteratura troveremo l’essenza della vita, ci imbatteremo sempre nei grandi temi dell’esistenza umana, nelle domande profonde che gli uomini di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, si sono posti e che Italo Calvino elenca così: “il modo di guardare il prossimo e se stessi, […] di attribuire valore alle cose grandi e a quelle piccole, […] di trovare le proporzioni della vita, il posto che in essa occupa l’amore, così come la sua forza e il suo ritmo, e il posto che spetta alla morte, il modo di pensarci o di non pensarci […], la durata, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo”. Ora, tra tutte le forme d’arte, la letteratura si caratterizza per la parola. È proprio lì che risiede il suo potere, la sua forza, nonché una funzione e una missione insostituibili, perché, come dice Calvino, la parola “unisce l’impronta visibile con la cosa invisibile”

    Il potere misterioso della parola

    La parola ci permette di accedere al mistero della vita, al mistero dell’essere. È la chiave di tutto. Le parole racchiudono questi “vibrazioni dell’originario”, di cui parlava Steiner e che ci fanno addentrare nell’ignoto, ci conducono fino a “oltre la linea delle ombre”, in fuga dal vuoto e dall’insensatezza, rimpiangendo un paradiso in cui l’uomo era in relazione con Dio, o un’epoca mitologica in cui dei e uomini, nel bene e nel male, convivevano e interagivano. Le parole nelle opere letterarie non sono casuali né scritte a caso; al contrario, sono trasformatrici, esplorano possibilità illimitate alla ricerca di una verità, quella verità che, nel profondo, cerca di dare pienezza alla vita, trasportandola in un ordine metafisico e, perché no, religioso. 

    L'impronta digitale di Dio

    Ma, quando si parla di parola, non possiamo dimenticare un elemento fondamentale, che funge da motore e da forza motrice che eleva la letteratura alle vette più alte. Mi riferisco al seguente versetto del primo capitolo del Vangelo di San Giovanni: “E il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi”. Questo rivoluziona il modo in cui ci rapportiamo alle parole. Il Verbo, la Parola, si fa carne, si fa uomo: Dio si incarna, Dio assume la natura umana fino alle estreme conseguenze. 

    Nulla di umano è estraneo a Dio. D’ora in poi, le parole diventano, a maggior ragione, quelle tracce del divino che cercano il senso profondo della vita. Non è più possibile concepire alcuna manifestazione letteraria che prescinda da questa realtà. È logico affermare, con la bella espressione di Nicolás Gómez Dávila, che si è impressa la “l’impronta di Dio nell’argilla umana”. E, nonostante gli innumerevoli tentativi di cancellare quell’impronta, sono tutti destinati al fallimento.

    Il vicolo cieco dell'assurdo

    Infatti, quando Samuel Beckett, al termine della Seconda guerra mondiale, con la sua scia di distruzione, morte e disumanizzazione, scrive Aspettando Godot, si pone la grande domanda sul senso della vita. A essa risponderà mettendo in luce l’assurdità dell’esistenza umana, rappresentando e riflettendo il fallimento della Salvezza, la messa in discussione della bontà e della misericordia di Dio e l’angoscia esistenziale che ne deriva. Di fronte alla radicale assenza di Dio, Beckett propone di pensare al mondo senza di Lui. E in questa messa in scena, attraverso personaggi ridotti alla loro espressione minima, che non possiedono gli attributi necessari per essere considerati tali, né possiedono nomi che li umanizzino, mostra il vicolo cieco in cui è immersa un’umanità che ha sostituito la speranza con l’angosciante attesa che si dispiega in un tempo ciclico e immutabile. 

    Grazie a una straordinaria perfezione tecnica, rompe con ogni convenzione. L’incompiuto, la ripetizione, la stanchezza esistenziale, generati dall’effetto opprimente della struttura e del ritmo binari, diventano caratteristiche di questo nuovo uomo a cui non resta altra alternativa che l’attesa vuota o il suicidio. Le parole riflettono il vuoto dell’esistenza; l’ordine grammaticale abbandona la propria funzione per mettere in luce il fallimento del linguaggio, che non serve più a comunicare, ma solo a riempire di suono un silenzio assordante. Pertanto, ogni sequenza grammaticale, ogni parola, diventa un motivo tematico, in cui predominano i riferimenti alla Crocifissione e al suo significato, così come all’immagine di Dio che si allontana dalla misericordia per diventare crudele e violento, fino alla più assoluta indifferenza. 

    Il ritorno ai legami fondamentali

    Al contrario, quando la Seconda guerra mondiale era ormai in fase avanzata, Antoine de Saint-Exupéry pubblicò Il Piccolo Principe, dove viene sollevata la stessa domanda sul senso dell’esistenza. Tuttavia, la risposta è radicalmente diversa, poiché parla di ascesa dopo la caduta, di relazione, di amore; di incontro e di ristabilimento dei legami con coloro che fanno parte del nostro nucleo vitale primario. Solo così si supera la solitudine e solo così è possibile l’amore. Recuperare l’unità perduta diventa la missione della sua vita. Con uno stile marcatamente poetico, attraverso i simboli, l’autore suggerisce il senso della trascendenza e la necessità di un amore, fonte di luce e di acqua che placa la sete, con evidenti risonanze evangeliche. 

    In definitiva, la letteratura ci conduce nei misteri della vita e dell’essere e, così facendo, cerca di svelare e mettere in luce una verità sull’uomo. Le parole dispiegano significati suggestivi che rimandano a qualcosa che va oltre, la Parola, una Parola che è Verità e Vita. La vita è, quindi, infinitamente più ricca grazie alla letteratura e, senza dubbio, come afferma Tzvetan Todorov, “ci permette di rispondere tutti al meglio alla nostra vocazione di esseri umani”.

    L'autoreMaría del Pilar Saiz-Cerreda

    Docente del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea presso l’Università di Navarra.

    Spagna

    José Gabriel Vera: “La migliore forma di comunicazione della Chiesa è quella della santità di vita”

    L'ex direttore della comunicazione dei vescovi spagnoli ripercorre, in questa intervista, il lavoro svolto in oltre dieci anni e le sfide future della comunicazione della Chiesa

    Maria José Atienza-21 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

    Lo scorso 24 giugno, durante la conferenza stampa di chiusura della 273ª riunione della Commissione Permanente dei vescovi spagnoli, José Gabriel Vera, –Josetxo ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di direttore della comunicazione della Conferenza Episcopale Spagnola.

    Sono ormai dodici anni che questo sacerdote dell’arcidiocesi di Navarra – Tudela, dottore in Scienze dell’Informazione e laureato in Filosofia e Teologia presso l’Università di Navarra, è alla guida della comunicazione dei vescovi spagnoli.

    In questo periodo, Vera ha vissuto momenti difficili, come la gestione della comunicazione dei casi di abusi in ambito ecclesiale o la messa in discussione del modello di finanziamento della Chiesa, ma anche momenti di gioia e di “successo”, se così si può dire: l’istituzione dei Galas della Memoria Annuale della Chiesa, l’elezione del Papa Leone XIV, e la visita papale in Spagna, con la quale ha concluso i suoi oltre due lustri in questo incarico. 

    In questa intervista con Omnes, José Gabriel Vera analizza le sfide che si sono dovute affrontare in questi anni nell’ambito della comunicazione di un’istituzione così complessa come la Conferenza Episcopale Spagnola e sottolinea, soprattutto, l’importanza di un impegno concreto nella vita cristiana per poter trasmettere il messaggio di Cristo nella società odierna. 

    Lei è stato per 12 anni a capo dell'ufficio stampa della CEE In un periodo in cui il cambiamento sociale, ecclesiale e, soprattutto, comunicativo – nei mezzi di comunicazione e nei linguaggi – è stato enorme, in che modo l’istituzione ha dovuto adattarsi a questi cambiamenti?

    –Tutte le istituzioni stanno compiendo uno sforzo per adattarsi a un nuovo contesto che si è sviluppato negli ultimi anni, in parte a causa dell’avvento dei social media, che hanno trasformato ogni persona in un mezzo di comunicazione con un potere superiore persino a quello dei media tradizionali.

    Noi istituzioni dobbiamo adattarci a questa realtà. Ogni persona è diventata un mezzo di comunicazione. Anche i membri della stessa istituzione. 

    E, una volta diventato un mezzo di comunicazione, tutti pensano di avere le capacità sufficienti per comunicare. Questo rende la gestione più difficile o costringe le istituzioni ad adottare un nuovo approccio. Abbiamo vissuto la rivoluzione rappresentata da Internet già da diversi anni, ma proprio nel periodo in cui ho lavorato all’ufficio stampa, si è verificata la rivoluzione dei social media, con la comparsa dei smartphone e, allo stesso tempo e più recentemente, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. 

    Si tratta di un cambiamento davvero enorme, che tutte le istituzioni sono chiamate ad affrontare per offrire un servizio migliore. 

    In fondo, la comunicazione mira a essere al servizio dell’istituzione, dei mezzi di comunicazione e a fungere da punto d’incontro: consentire alle persone dell’istituzione e a quelle dei mezzi di comunicazione di incontrarsi. 

    Mi sembra che la Chiesa stia attraversando un periodo di adattamento che, a mio avviso, non cesserà mai di esistere. 

    Dovremo sempre adattarci a nuovi mezzi, nuove forme, nuovi formati. 

    Tutti i membri della Chiesa devono prendere coscienza della propria responsabilità nel comunicare che cos’è la Chiesa, cosa fa e qual è la sua missione

    José Gabriel Vera

    Cosa resta da migliorare nella comunicazione della Chiesa spagnola?

    –Credo che un elemento molto importante – in linea con l’idea che ogni persona che riceve questo riconoscimento sia un mezzo di comunicazione – sia che tutti i membri della Chiesa debbano prendere coscienza della propria responsabilità nel comunicare che cos’è la Chiesa, cosa fa e qual è la sua missione. 

    Dobbiamo tutti renderci conto che siamo responsabili dell’immagine che la Chiesa trasmette. Non si tratta solo di una dichiarazione, di un’intervista o di un titolo di giornale, ma ognuno di noi può chiedersi: “Cosa sto facendo personalmente con i miei amici, con la mia famiglia, con i miei colleghi di lavoro affinché abbiano un’immagine più completa e adeguata dell’identità e della missione della Chiesa?”. 

    Credo che la comunicazione della Chiesa sia una responsabilità di tutti i suoi membri e che ciascuno debba rendere conto di chi è, cosa fa, come vive e cosa prova in quanto membro della Chiesa in Spagna. 

    Mi sembra che ci sia un margine di miglioramento davvero notevole. 

    Prendere coscienza del proprio senso di appartenenza e manifestarlo pubblicamente, ciascuno nel proprio contesto, nel proprio ambiente. 

     Qual è il suo bilancio di questo incarico, dopo più di due lustri, molto diversi tra loro? 

    –Non saprei dire se sia positivo o negativo. Mi sembra che questo bilancio debba essere fatto dall’esterno. Dall’interno, abbiamo fatto cose giuste e cose sbagliate. Credo che abbiamo fatto bene ad affrontare alcuni temi e ritengo che ci siano aspetti in cui dobbiamo ancora migliorare e fare di meglio. 

    Siamo entrati nel mondo dei social media, non senza difficoltà. 

    Abbiamo reso più visibile la vita e la missione della Chiesa. Abbiamo risposto a tutte le richieste dei mezzi di comunicazione. Abbiamo svolto il lavoro proprio di un ufficio stampa, con aspetti positivi, negativi e neutri. 

    Naturalmente, ha affrontato temi controversi: gli abusi all’interno della Chiesa, la proprietà degli edifici, il dialogo interreligioso, il finanziamento della Chiesa, i rapporti con i governi… alcuni dei quali continuano a essere al centro dell’attenzione dei media. La Chiesa è riuscita a trasmettere la propria posizione su questi temi? 

    –A questo proposito mi vengono in mente due idee che ho già menzionato. Da un lato, la convinzione che la Chiesa siamo tutti noi e che la responsabilità della comunicazione della Chiesa ricada su ciascuno di noi.

    Ogni persona deve poter parlare di come funziona il finanziamento della Chiesa, del dialogo interreligioso, delle immatricolazioni o degli abusi. Ma, ovviamente, per farlo bisogna conoscere bene cos’è la Chiesa e farne parte, con il cuore e con la mente. 

    Non ha senso spiegare cos’è la Chiesa se non la si vive in prima persona, in modo profondo, se non la si vive con la radicalità del proprio essere, se non la si vive con amore. Con la gioia di appartenere a questo popolo di Dio e con la consapevolezza delle sue virtù e dei suoi difetti, di quelli di ciascuno di noi.

    Se ognuno di noi conoscesse bene la Chiesa e la trasmettesse meglio, sarebbe una buona cosa. 

    Il secondo aspetto di queste difficoltà riguarda quanto conosciamo della verità della Chiesa. Quante sono le persone che conoscono a fondo la vita della Chiesa? E inoltre, quale posizione assume ciascuno di noi rispetto alla Chiesa. In fondo, si tratta di chiedersi cosa abbia la precedenza: se la mia opinione politica o ciò che dice la Chiesa; la mia posizione su quei temi controversi o ciò che insegna la Chiesa. 

    Ci saranno persone che hanno un proprio modo legittimo di vedere le cose, un modo di intendere il mondo, una posizione politica che le porterà ad assumere un atteggiamento più o meno vicino alla posizione della Chiesa.

    In questi anni, alcuni documenti e comunicati della CEE o di alcune delle sue commissioni hanno suscitato reazioni negative tra gli stessi fedeli, dando adito a interpretazioni forse lontane dall’intenzione originaria. Ritiene che il significato fondamentale di questi documenti non sia stato trasmesso in modo chiaro, oppure che la reazione a tali documenti non sia stata valutata correttamente al momento della loro pubblicazione?

    –In questo momento storico, la comunicazione deve tenere conto, in tutte le istituzioni, di tre elementi che sono stati recentemente introdotti e che non possono essere trascurati. 

    In primo luogo, la dimensione dei social media, che in molti casi amplifica, ridicolizza, sminuisce o altera il significato di ciò che la Chiesa sta comunicando. 

    In fondo, i social media trattano problemi complessi, o idee complesse, in modo molto semplice, molto lineare e talvolta molto semplificato. Questo, senza dubbio, dà adito a molti fraintendimenti. 

    Attingendo ai social media, si può dare l’impressione che la Chiesa affermi il contrario di ciò che dice. Una fotografia scattata in un determinato momento, una piccola manipolazione tramite intelligenza artificiale, un tweet che cerca di riassumere una conferenza di due ore, evidentemente non sono gli elementi adeguati per comprendere ciò che afferma l’istituzione, qualunque essa sia. 

    Il secondo elemento in gioco, che riguarda in modo particolare la Chiesa, è la commistione di stili, contenuti e formati, per così dire. In altre parole, una conferenza non è la stessa cosa di un’omelia, che non è la stessa cosa di una chiacchierata informale, che non è la stessa cosa di una conversazione tra amici, che non è la stessa cosa di una lezione in classe.

    Tuttavia, a causa dei social media e del fatto stesso che tutto venga registrato praticamente in diretta e diffuso via Internet in tutto il mondo, spesso si perde il contesto. Quella che era un’omelia, pronunciata per i cattolici che vanno a messa la domenica, se estrapolata o frammentata e ascoltata da un politico ateo che non va a messa da 25 anni, difficilmente potrà essere compresa appieno. 

    O ciò che viene detto in un contesto accademico, diffuso tramite un video su TikTok, è difficile da comprendere appieno. 

    In questo senso, la Chiesa e tutte le istituzioni devono rendersi conto che oggi la comunicazione è globale, che si comunica continuamente. Non ti rivolgi più solo al pubblico che hai davanti, e in pratica nemmeno in primo luogo a quello, ma raggiungi il mondo intero. Ciò implica che devi esprimerti con maggiore prudenza o che devi considerare un contesto molto più ampio di quello che ti appare a prima vista. 

    Il terzo elemento che entra in gioco è la variabile politica. In un’epoca in cui, per così dire, il posizionamento politico, inteso in senso lato, prevale su qualsiasi appartenenza e su qualsiasi identità.

    La politica è riuscita ad affermarsi come l'asse interpretativo di riferimento per qualsiasi istituzione. Pertanto, una persona che si sente parte di una determinata ideologia politica interpreta ogni cosa alla luce di tale ideologia.

    Questo è un po’ strano per la vita cristiana, perché noi pensiamo che sia proprio la vita cristiana a dare senso a tutto ciò che conosciamo; il punto di vista adeguato o la prospettiva giusta per affrontare la realtà è quella della nostra identità cristiana. Ma la realtà è che oggi una persona interpreta la realtà dalla propria prospettiva di parte, da una parte o dall’altra. Partendo da questo punto di vista, interpreta ciò che viene detto. 

    Se la politica è diventata il quadro di riferimento per interpretare la realtà, credo che si tratti di un modo di vedere le cose un po’ riduttivo e sbagliato. 

    La visita di Papa Leone XIV in Spagna ha rappresentato una magnifica conclusione del suo mandato alla CEE. Come valuta la gestione comunicativa di questa visita? 

    –Da Visita del Papa, io sono stata semplicemente un piccolo strumento e un piccolo tassello di un puzzle molto complesso, molto vasto, composto da moltissimi pezzi, in cui ognuno ha dato tutto ciò che aveva. E in qualche modo, il risultato va quasi oltre il contributo di ciascuno dei tasselli che hanno contribuito al meccanismo di quel viaggio del Papa.

    Vorrei dire che il viaggio, visto dall’esterno, è stato un successo totale. Sono state coinvolte moltissime persone, moltissime persone che hanno fatto un ottimo lavoro. Ci sono stati moltissimi professionisti che hanno lavorato come volontari: con tutta la loro saggezza e tutte le loro conoscenze, hanno messo a disposizione dell’organizzazione le loro competenze a titolo gratuito. Allo stesso tempo, ci sono stati molti volontari che hanno lavorato come professionisti, dedicando le ore di un professionista, l’impegno di un professionista e la dedizione di un professionista.

    Tra i volontari che hanno lavorato come professionisti e i professionisti che hanno lavorato come volontari, si impara un modo di essere nella Chiesa che Papa Leone riconosceva con grande forza, come il valore della gratuità, l’essere in un luogo non per ricevere ma per dare. È una forma molto concreta di servizio nella Chiesa e mi sembra che sia una delle chiavi di volta non solo della comunicazione, ma di tutti gli aspetti di questa visita del Papa. 

    La comunicazione ha presentato alcune difficoltà, ma, allo stesso tempo, la qualità dei team di comunicazione di ciascuna delle diocesi coinvolte ha fatto sì che l'iniziativa nel suo complesso fosse un successo. 

    Mi sembra che nel complesso il risultato sia molto, molto positivo. 

     Cosa le è rimasto di questa visita? 

    -–Senza dubbio, grazie ai messaggi di Papa Leone. Credo che ci sarà da rifletterci a lungo, perché hanno messo in luce che la Chiesa ha una parola per tutti e che per ciascuno ha una parola specifica. 

    La Chiesa è l’unica istituzione in grado di dialogare con tutti. Può dialogare con il mondo dell’arte, con quello della danza, con i sindacati, con i politici, con i vescovi, con i fedeli laici, con i giovani, con i poveri, con i migranti e con le persone assistite dalla Caritas.

    È in grado di parlare con tutti e per ciascuno di loro ha un messaggio, un messaggio impegnato. È questo che mi rimane di questa visita del Papa, oltre alle infinite ore di lavoro che ho visto dedicare dalle persone intorno a me affinché tutto andasse per il meglio. 

    Negli ultimi anni, abbiamo constatato che le comunicazioni “non istituzionali” hanno un impatto maggiore rispetto a quelle aziendali Siamo di fronte a un nuovo paradigma di comunicazione nella Chiesa? Cosa può imparare un’istituzione da questo nuovo linguaggio? 

    –Più che di un nuovo paradigma di comunicazione nella Chiesa, ci troviamo in un ambito radicalmente nuovo in cui il cambiamento è la norma. Un terreno in cui ci troveremo costantemente di fronte a nuove reti di comunicazione, a nuovi stili di comunicazione, dove tutto si mescolerà continuamente, dove l’Intelligenza Artificiale ha appena fatto la sua comparsa e questo cambierà nuovamente tutto nel giro di pochissimi anni. 

    In effetti, è davvero una nuova era nella vita della Chiesa, nel campo della comunicazione, non solo per noi, ma per tutte le istituzioni. 

    In questo momento mi sembra che occorra rafforzare i messaggi mirati che mettano in evidenza l’identità della Chiesa. Che rendano evidente che cerchiamo di essere il popolo di Dio, che siamo un popolo di salvati, che siamo persone che il Signore ha redento, ha salvato.

    Credo che questa sia oggi la maggiore forza di attrazione della Chiesa: rendere visibile che la morte è stata vinta, che il peccato non ha l’ultima parola e che, di conseguenza, dobbiamo integrare tutto ciò nel nostro modo di essere e nel nostro modo di agire. Questa sarà la migliore forma di comunicazione della Chiesa. 

    La migliore forma di comunicazione della Chiesa è quella della santità di vita. È un elemento che è sempre presente nel tessuto della crescita della Chiesa ed è inoltre alla portata di tutti i cristiani. È sempre possibile essere santi, e il miglior servizio che si possa rendere alla comunicazione della Chiesa è proprio la santità di vita. 

    Si tratta quindi di una missione alla portata di tutti. Nonostante le numerose tecnologie, le molte difficoltà e i tanti problemi, saranno comunque i santi a riempire le chiese di fedeli. È qualcosa che dipende da noi, ma che dobbiamo dimostrare agli altri con l’esempio delle nostre vite.

    «Everything Hallelujah»: Quando il più grande spettacolo del calcio è diventato un inno di fede

    Si conclude il Campionato mondiale di calcio 2026. Un mondiale in cui si è dimostrata una grande fede in vari modi, ma in cui è mancato il rispetto per le persone, lasciandoci un ricordo che va ben oltre i gol.

    21 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    I Mondiali di calcio del 2026 sono stati ricchi di temi di grande risonanza mediatica: razzismo, polemiche arbitrali, leggende che si ritirano e fede, tanta fede. Fede non solo nel fatto che la migliore nazionale avrebbe conquistato la coppa, ma anche fede in Dio, dichiarata in modo più o meno esplicito da diverse persone.

    Luis de la Fuente, ad esempio, non ha avuto alcuna difficoltà a ribadire il proprio impegno nella vita cristiana. Anche Ferrán Torres, il nuovo eroe del calcio spagnolo, ha voluto dichiarare davanti al mondo intero che la sua forza proviene da Dio. Ma durante lo spettacolo dell’intervallo della finale (nel più puro stile americano), Justin Bieber è salito sul palco per cantare un brano dalla scelta piuttosto curiosa.

    Ringraziare

    Il repertorio dell'artista canadese è molto vasto. Comprende brani famosi in tutto il mondo, alcuni molto ritmati, perfetti per animare l'intervallo della finale di un evento sportivo. Ma Justin Bieber ha scelto uno dei suoi brani più intimi: “Everything Hallelujah".

    La canzone non è altro che un ringraziamento a Dio per tutto, dal nuovo giorno alla moglie e al figlio. Chi dovesse dare un’occhiata al testo potrebbe pensare che sia un po“ ”banale”, tuttavia Justin Bieber non è certo uno che ringrazia per nulla. La sua vita, trascorsa per lo più sotto i riflettori, non è stata facile. Ha attraversato crisi, rotture e momenti difficili sotto lo sguardo del mondo intero, che non è certo un giudice compassionevole.

    A distanza di anni da quel periodo, Justin Bieber torna con «Everything Hallelujah», una canzone che testimonia un cambiamento di mentalità: tutto nella vita è motivo di gratitudine, poiché i doni di Dio si manifestano in ogni ambito. Persino lavarsi i denti, come ci ricorda la canzone, è un momento per rendere grazie.

    Un campionato mondiale all'insegna della fede

    Ed ecco che è apparso Justin Bieber, nel cuore di New York, durante uno degli eventi sportivi più seguiti dell’anno, a cantare per rendere grazie a Dio. Con una chitarra e dal vivo, nel più puro stile dei suoi esordi.

    Si conclude così il Campionato del Mondo di calcio del 2026. Un mondiale in cui si è dimostrata una grande fede in vari modi, ma in cui è mancato il rispetto per l’essere umano, lasciandoci un ricordo che va ben oltre i gol.

    L'autorePaloma López Campos

    Direttore di Omnes

    Per saperne di più
    Evangelizzazione

    J. Carlos Martín de la Hoz: «Tomás e Paquita sapevano che il modo per amarsi ogni giorno di più era amare Dio»

    Questo mese di luglio è stata presentata la "Positio" relativa alla causa di canonizzazione dei coniugi Alvira, dando così inizio all’esame da parte del Vaticano.

    Javier García Herrería-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

    Il processo di beatificazione e canonizzazione della coppia formata da Tomás Alvira (1906–1992) e Paquita Domínguez (1912–1994), si è svolto nell’arcidiocesi di Madrid e ha ottenuto il decreto di validità dal Dicastero nel 2016. Si tratta di una delle cause di canonizzazione più diffuse nel mondo per quanto riguarda la devozione nei loro confronti. Entrambi hanno cercato la santità nella vita quotidiana e nell’amore coniugale e familiare all’interno della Chiesa cattolica contemporanea. Entrambi, di origine aragonese, hanno dedicato la loro vita all’insegnamento e alla loro numerosa famiglia (hanno avuto nove figli); oltre ad essere stati tra i primi soprannumerari dell’Opus Dei – Tomás vi entrò nel 1947 e Paquita nel 1952 –,.

    Di recente (nel luglio del 2026), è stata consegnata in Vaticano la Positio della loro causa di canonizzazione, il che li avvicina di un ulteriore passo alla dichiarazione di venerabilità. José Carlos Martín de la Hoz, che è stato il postulatore diocesano della causa – attualmente nella fase romana – conosce da vicino la vita della coppia e ci fornisce alcuni spunti significativi sulla loro esistenza.

    Con la recente consegna della Positio A Roma, quali sono i prossimi passi giuridici e teologici da compiere presso il Dicastero delle Cause dei Santi affinché possano essere dichiarati beati?

    –La notizia della consegna della *Positio* al Dicastero, ovvero la stesura della sintesi della vita, delle virtù, della fama di santità e dei favori di ciascuno dei due (la santità è personale) affinché venga esaminata dai consultori – storici, teologi, canonisti, vescovi e cardinali – significa che la voce del popolo di Dio, che è il processo diocesano, sarà studiata dal Dicastero e giungerà a conclusione, quando Dio vorrà. La voce della Chiesa, se positiva, indicherà questa coppia come modelli e intercessori del popolo di Dio e li definirà Venerabili Servi di Dio.

    Affinché si possa procedere alla beatificazione, è necessario un miracolo attribuito alla sua intercessione. Che tipo di favori o grazie chiedono e raccontano solitamente le persone che oggi si affidano alla coppia Alvira?

    –In effetti, in un processo di beatificazione e canonizzazione è necessario ascoltare la voce del Popolo di Dio; sia attraverso la raccolta dei suoi scritti e dei documenti, sia attraverso le testimonianze di coloro che hanno conosciuto e frequentato i Servi di Dio. Lo studio di tale documentazione da parte del Dicastero esprimerebbe in modo evidente la voce della Chiesa con la nomina a Venerabili Servi di Dio. Ma mancherebbe ancora l’ultima voce: la voce di Dio.

    Il miracolo è la voce di Dio, che indicherebbe che quella persona potrebbe essere beatificata e darebbe inizio al culto pubblico limitato a una diocesi o a una comunità ecclesiale, a un ambiente, ecc. Un secondo miracolo indicherebbe la canonizzazione e l’estensione mondiale del culto pubblico.

    Logicamente, il verificarsi di un miracolo rappresenterebbe il culmine di anni di diffusione della devozione privata, in questo caso, verso una coppia cristiana, che starebbe ottenendo favori da Dio in qualità di intercessori per il popolo cristiano e, al contempo, fungerebbe da modello e da punto di riferimento per molti cristiani di tutto il mondo che hanno riposto in loro la propria fiducia come amici di Dio e intercessori.

    Quale aneddoto sul matrimonio degli Alvira ritiene che illustri bene la loro santità?

    –Il fatto che entrambi, marito e moglie, siano in corso di beatificazione e canonizzazione implica che ci troviamo di fronte a una causa matrimoniale, vale a dire che entrambi hanno presumibilmente raggiunto, con l’aiuto dello Spirito Santo, la pienezza della vita cristiana e hanno praticato le virtù in grado eroico attraverso l’amore coniugale. Pertanto, possono essere proposti come modelli al Popolo di Dio

    Questa sarebbe la grande storia vissuta da questa coppia: innamorarsi ogni giorno di più, tanto che quell’immenso amore che provavano l’uno per l’altra finiva per contagiare i figli, i parenti, gli amici e i colleghi di lavoro. In questo modo, come diceva Papa Francesco in “Fratelli Tutti”, hanno contribuito alla rivoluzione d’amore che è il cristianesimo.

    San Josemaría Escrivá era solito dire che dovevano rendere la loro casa un «focolare luminoso e gioioso». Nella vita quotidiana, con le difficoltà economiche che hanno dovuto affrontare all’inizio, come riuscivano a mantenere quell’atmosfera positiva in casa?

    –Tomás e Paquita erano consapevoli che l’unico modo per amarsi ogni giorno di più era semplicemente cercare di amare Dio sopra ogni cosa. In questo modo, fondando le loro vite sull’amore per Dio, hanno saputo amarsi l’un l’altro e trasmettere quell’amore, per effetto contagioso, a coloro che li circondavano.

    I figli li vedevano pregare molte volte durante il giorno, partecipare alla Santa Messa, recitare il rosario in famiglia, guardare un’immagine della Vergine appesa alla parete o pregare al risveglio e prima di andare a dormire. Li vedevano sempre sorridenti e fiduciosi nell’amore di Dio che sostiene tutti gli amori della terra e, soprattutto, li vedevano guardarsi con amore e guardare loro con infinita tenerezza.

    Uno dei pilastri dell'educazione degli Alvira era il rispetto della libertà dei propri figli. Come conciliare la disciplina e la trasmissione dei valori cristiani con la promozione dell'autonomia personale di ciascun figlio?

    –Il segreto dell’educazione dei figli risiedeva nell’immenso affetto e nella fiducia con cui li trattavano. A poco a poco concedevano loro sempre più libertà, fino ad arrivare a fidarsi pienamente della loro parola, più di quanto avrebbero fatto se cento notai avessero affermato il contrario.

    Certamente, dovevano rimproverarli come fanno tutti i genitori, ma sapevano sempre aspettare il momento giusto per farlo, senza prendersela troppo, così da affrontare le cose una alla volta, infondendo sempre incoraggiamento e speranza, poiché era chiaro che avrebbero superato quella situazione con la grazia di Dio e con l’amore e la fiducia con cui si stavano impegnando.

    Tomás Alvira non era un insegnante convenzionale; introdusse concetti rivoluzionari per l’epoca all’Istituto Ramiro de Maeztu e al Collegio degli Orfani della Guardia Civil. In cosa consisteva il suo metodo dell«»Aula viva» e perché è considerato un pioniere della pedagogia attiva?

    –Ricordo che Tomás Alvira era il mio insegnante di Scienze Naturali al quinto anno di liceo all’Istituto Ramiro de Maeztu. Era un caro amico di mio padre e mi trattava con grande affetto, come se fossi suo figlio. Un giorno, mentre osservavo al microscopio una roccia di olivina, mi disse: “Se dobbiamo lodare Dio per la bellezza macroscopica della Natura, ancora di più dobbiamo lodarlo per la sua bellezza microscopica”.  Un giorno mi resi conto che faceva lo stesso con tutti gli altri studenti: il segreto della pedagogia di Tomás e Paquita era amare le anime e aprire loro nuovi orizzonti nella vita.

    Mentre Tomás si distingueva in ambito accademico pubblico, Paquita svolgeva un’enorme opera sociale e formativa, soprattutto con le collaboratrici domestiche e le donne del suo entourage. In che cosa consisteva questo apostolato e quale impatto ebbe su quelle donne?

    –Paquita aveva fatto la maestra in alcuni paesi della provincia di Huesca prima di sposarsi e dedicarsi completamente a mandare avanti una famiglia numerosa, praticamente senza alcun aiuto per molti anni della sua vita. Proprio come dedicava amore e dedizione a quei bambini e a quelle bambine e alle loro famiglie al Bureau, così faceva con le collaboratrici domestiche o con i giovani che le stavano accanto. Da Paquita si impara una verità molto semplice: un’insegnante non smette mai di esserlo.

    Verso la fine della loro vita, entrambi hanno affrontato percorsi patologici molto difficili (Tomás un tumore e Paquita una malattia cerebrale). Come hanno vissuto quest’ultima fase di sofferenza fisica e quali testimonianze hanno lasciato a chi si prendeva cura di loro?.

    –Quando si ama profondamente e si crea una famiglia così bella e unita come quella che loro sono riusciti a costruire, allora quella “scuola d’amore” serve per imparare tutte le lezioni della vita: quelle apparentemente piacevoli, così come quelle apparentemente spiacevoli; i colpi della vita, infatti, non fanno altro che farci maturare nell’amore.

    La scuola del dolore, della santificazione dei limiti fisici, della fatica, della sordità, dell’incapacità di cavarcela da soli, ci rende più umili, obbedienti e semplici: la santità è un dono di Dio che si esprime nel dono delle virtù, dove Dio si riversa su di noi attraverso quel piccolo sforzo che compiamo, che è la libertà.

    Quale particolarità teologica e pastorale comporta il fatto che la Chiesa consideri la santità di Tommaso e Paquita congiuntamente, come coppia sposata, anziché singolarmente?

    –Dio vuole insegnarci che lo scopo del matrimonio è essenzialmente l’amore tra i coniugi. Un amore di tale portata che, quando giunge il giorno delle nozze e si riceve il sacramento del matrimonio, quell’amore naturale si trasforma, con la grazia di Dio, in amore soprannaturale che dura in eterno.

    La santità è un dono di Dio, così come lo è l’amore che Dio suscita in ciascuno di noi e negli sposi cristiani. Scoprire la fecondità di quell’amore è la chiave della felicità. Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha espresso molto bene nella sua prima enciclica “Deus caritas est”.

    Per saperne di più
    Vaticano

    Monsignor Pennacchio: “La diplomazia della Santa Sede non rappresenta interessi, ma persone”

    Nel 2026, la Pontificia Accademia Ecclesiastica celebra il 325° anniversario della sua fondazione. Il suo presidente, l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, riflette sul significato di una tradizione che, dopo secoli, continua a essere un autentico segno della missione della Chiesa.

    Giovanni Tridente-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

    Tre secoli e un quarto di storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro. La Accademia Pontificia Ecclesiastica quest'anno celebra il 325° anniversario della sua fondazione, in un periodo caratterizzato dal rinnovamento avviato da Papa Francesco e dalla recente visita di Papa Leone XIV.

    Per l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, presidente dell’istituzione e diplomatico della Santa Sede da oltre quarant’anni, il giubileo non è una semplice commemorazione, ma l’occasione per trasmettere alle nuove generazioni un’eredità viva: quella di una diplomazia che è al tempo stesso pastorale e profetica. 

    Ricorda, inoltre, che la missione dei rappresentanti pontifici non è quella di difendere gli interessi nazionali, ma di servire la pace, la giustizia e la dignità della persona, in un mondo segnato da conflitti, migrazioni e nuove fratture culturali. Da questo punto di vista, il futuro nunzio dovrà essere innanzitutto un sacerdote capace di ascoltare, di stare vicino e di discernere, fedele a quel compito che Papa Leone XIV ha ricordato all’Accademia in occasione della sua recente visita personale: essere uomini di comunione, costruttori di fiducia e autentici messaggeri della pace di Cristo.

    Eccellenza, la Pontificia Accademia Ecclesiastica compie 325 anni. Cosa significa oggi custodire una tradizione così lunga senza ridurla a un semplice ricordo commemorativo?

    —La storia dell“”Alma Mater» dei diplomatici pontifici continua a sostenere l’opera instancabile di tanti che, ieri come oggi, svolgono con coraggio e dedizione la missione di rappresentare il Santo Padre dinanzi alle nazioni e alle Chiese locali. Il giubileo che la nostra istituzione celebra quest’anno non è, quindi, una celebrazione servile di anni memorabili ormai passati, ma l’occasione per raccogliere il testimone di ciò che è stato, per consegnarlo nelle mani di coloro che verranno. È una vera traditio che si inserisce nel contesto più ampio di quella Tradizione viva che, come insegna il Concilio Vaticano II, esprime la vita della Chiesa: percorrere le vie del tempo annunciando sempre il Vangelo della salvezza. 

    Papa Leone XIV ha visitato di recente l’Accademia, proprio come aveva fatto Papa Francesco. Quale continuità vede in questi gesti di attenzione? 

    —In virtù del particolare servizio che svolge l’Accademia Ecclesiastica, sin dalla sua fondazione i Pontefici le hanno sempre dimostrato e riservato un’attenzione speciale per la salvaguardia della sua missione. Le riforme strutturali ed educative che l’hanno interessata, soprattutto a partire dal pontificato di Pio IX fino a quelle di Papa Pio XII — grazie al quale ha acquisito la sua configurazione praticamente immutata —, le hanno permesso di rimanere costantemente al passo con i tempi e di offrire una formazione più adeguata alle esigenze del presente. La considerazione riservata all’istituzione, tuttavia, è sempre stata l’attenzione alla persona, vale a dire alle generazioni di rappresentanti pontifici che qui si sono formati. È in questa prospettiva che interpreto i gesti dei Pontefici nei confronti di questa casa sacerdotale. Nel periodo a noi più vicino, ciò vale, in modo particolare, per Papa Leone XIV, che già da cardinale visitò l’Accademia, e anche per Papa Francesco, di venerata memoria, che al suo interno istituì un Istituto con lo stesso status di una facoltà, in quanto centro di formazione superiore per le scienze diplomatiche. La continuità nel corso delle diverse epoche storiche, di cui la recente riforma è espressione, si inserisce quindi nella linea della missione originaria dell’Istituzione, di cui essa continua ad essere oggi fedele interprete: servire la causa di Cristo e della Chiesa. 

    Quale concezione della diplomazia ecclesiale cercate di trasmettere agli studenti fin dai primi anni? 

    —Il servizio diplomatico della Santa Sede è un impegno che scaturisce direttamente dal Vangelo: non può esistere se non è radicato in questa fonte e animato dalla forza divina. È, innanzitutto, una responsabilità che il rappresentante pontificio matura spiritualmente in un rapporto sincero e quotidiano con il Signore. Papa Francesco, in un discorso che ci ha rivolto alcuni anni fa, ha spiegato bene questa dinamica, esortandoci a essere pastori dotati di capacità interiore, per poter rendere testimonianza al Signore Gesù prima di chiunque altro. Senza una solida dimensione umana e spirituale non è possibile essere pastori né, tanto meno, diplomatici. Il nucleo concreto della nostra missione è continuare ad essere pastori a immagine del Buon Pastore, con l’aiuto che ci giunge dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’ascolto della Parola di Dio. La formazione presso l’Accademia, che si fonda quindi su due pilastri fondamentali – quello umano e quello spirituale – ha come obiettivo che il punto di riferimento di ciascuno continui ad essere sempre il Buon Pastore, che insegna ad accompagnare, a sostenere e a restituire la speranza. 

    “La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito: quello pastorale e quello politico-diplomatico”.

    Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

    In che cosa si differenzia la missione del nunzio apostolico da quella di un rappresentante diplomatico di uno Stato?

    —La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito, quello pastorale e quello politico-diplomatico, che non ha eguali nelle diplomazie degli Stati. I miei colleghi nunzi non rappresentano interessi nazionali né logiche di potere: sono sacerdoti, espressione del ministero petrino, al servizio della pace, della giustizia e della dignità umana. Mi piace ricordare la formula di Fabio Chigi —futuro Papa Alessandro VII— il quale, nei negoziati di Münster del 1648, descrisse il compito del diplomatico con parole sobrie e profonde: “fare molto, dire poco”. Ciò che la Santa Sede offre alla comunità internazionale non è solo una soluzione tecnica ai conflitti, come spesso accade, ma anche una visione della pace fondata sulla dignità di ogni persona, sulla giustizia e sulla fratellanza. I nostri diplomatici si fanno portavoce dei poveri, dei migranti, delle vittime delle guerre, proprio là dove spesso nessun’altra diplomazia è chiamata a intervenire.

    In quest’ottica, come si prepara un futuro rappresentante pontificio ad ascoltare realtà ecclesiali, culturali e sociali molto diverse tra loro?

    —L’incontro con contesti così diversi, come quelli con cui il rappresentante pontificio è chiamato a confrontarsi durante il suo servizio, rivela la bellezza di una realtà ricca e multiforme. E ciò si constata ogni volta che il nunzio, nel corso della sua missione, visita le diverse Chiese locali, ascolta i vescovi, accoglie i sacerdoti e rafforza nell’annuncio i fedeli che sperano sempre di sentire vicina la presenza del Papa. È un compito certamente delicato, che richiede capacità umana e sensibilità spirituale. Prepararsi a un compito del genere richiede innanzitutto una formazione che non sia solo accademica, ma profondamente umana, spirituale e pastorale; per questo dicevo prima che si tratta di pilastri fondamentali per ogni sacerdote, prima ancora che per un diplomatico. Solo così si riesce a maturare una profondità e una sottigliezza di sguardo capaci di leggere e interpretare la complessità della storia senza perdere di vista l’essenziale. 

    Papa Francesco ha voluto che nel percorso formativo fosse incluso anche un anno di esperienza missionaria. Che contributo ha dato questa decisione alla vita dell’Accademia? 

    —Con questa proposta, il Papa intendeva, innanzitutto, arricchire il programma di studi proposto dalla “Alma Mater”, ma soprattutto offrire a coloro che collaboreranno con i rappresentanti pontifici un’esperienza missionaria di attività evangelizzatrice. La scelta è significativa perché aiuta il futuro diplomatico a non allontanarsi dalla realtà concreta della vita ministeriale e dall’incontro reale con le persone, specialmente con quelle più provate e ferite dalla vita. L’invito che Papa Francesco ha rivolto, in ripetute occasioni, a raggiungere le periferie umane ed esistenziali, vale anche per quei giovani che si preparano a servire il Papa nelle Nunziature e nelle Organizzazioni Internazionali. Non c’è dubbio che questa esperienza abbia conferito all’Accademia uno stile improntato a maggiore vicinanza, ascolto e servizio, spesso in contesti di povertà, fragilità e minoranza ecclesiale. 

    Alla luce dell’instabilità della situazione internazionale, quale contributo concreto può dare la diplomazia della Santa Sede?

    —In questo contesto, la missione della Chiesa, e quindi dei rappresentanti pontifici, non si limita alla mediazione diplomatica in senso stretto o alla ricerca di accordi immediati, ma si nutre di un’opera più profonda, volta a superare diffidenze e barriere culturali, politiche e religiose, creando le condizioni per un dialogo autentico e duraturo. Ciò che la Santa Sede può offrire, infatti, alla comunità internazionale è una prospettiva che non è guidata da interessi economici o geopolitici, ma dalla centralità della persona umana, dalla difesa della dignità di ogni vita e dalla promozione della fratellanza tra i popoli. E un ambito privilegiato è proprio il settore multilaterale, luogo in cui tali principi possono tradursi in azioni concrete di pace, di tutela dei diritti fondamentali e di cooperazione. 

    “Ciò che la Santa Sede può offrire alla comunità internazionale è la centralità della persona umana”.

    Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

    È possibile essere profetici nonostante un lavoro che richiede discrezione, prudenza e continuità?

    —Sono convinto che non esista diplomazia senza visione. Il ruolo dei rappresentanti pontifici richiede, oggi più che mai, una capacità che non può limitarsi alla dialettica formale, ma che esige uno sforzo propulsivo volto a immaginare e costruire un futuro più sostenibile dal punto di vista umano e spirituale. La profezia, come dono dello Spirito Santo, è l’intelligenza del credente che, con ingegnosità e perizia, sa mantenere vivo uno sguardo morale e spirituale sulla storia. Non si tratta di un atteggiamento ideologico, né si realizza attraverso prese di posizione sensazionalistiche, ma con la capacità di ricordare costantemente la centralità della dignità umana, della pace, della giustizia e del bene comune, anche quando ciò sembra andare controcorrente. Ciò richiede, da parte nostra, la forza di parlare con un linguaggio rispettoso e prudente, ma che, allo stesso tempo, richiami chiaramente l’attenzione su questioni decisive come la pace, il rifiuto del fondamentalismo, l’accoglienza dei migranti, la tutela della dignità di ogni persona, l’abolizione della pena di morte e la responsabilità verso i più poveri.

    Lei ha prestato servizio in paesi e contesti molto diversi. Quale esperienza ritiene oggi più utile per accompagnare la formazione dei giovani sacerdoti dell’Accademia? 

    —Ho viaggiato per il mondo, senza interruzioni, per quarantaquattro anni, prima come collaboratore e poi come nunzio apostolico. Nei diversi contesti sociali e politici in cui sono stato chiamato a svolgere la mia missione, ho sempre potuto apprezzare la ricchezza di esperienze internazionali molto diverse tra loro. A Panama, la mia prima missione, ho conosciuto l’impegno della Chiesa latinoamericana degli anni Ottanta di fronte alle molteplici sfide sociali. In Etiopia ho conosciuto l’impegno umanitario a favore di centinaia di migliaia di persone colpite dalla carestia e dalla mancanza d’acqua. In Australia ho avuto la grande opportunità di far parte della delegazione per la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II. In Turchia, invece, ho avuto l’opportunità di collaborare con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Mi trovavo in Egitto durante la prima Guerra del Golfo, nel contesto dell’intervento contro il regime iracheno di Saddam Hussein. A Belgrado sono stato testimone degli albori della disgregazione dei paesi dell’ex Jugoslavia. L’elenco dei paesi è davvero lungo: Irlanda, Ruanda, Thailandia, Delhi, Polonia… È stata un’esperienza indescrivibile e oggi, da Roma, contemplo con gratitudine un percorso ricco e fecondo. 

    Quali qualità umane e sacerdotali ritiene necessarie affinché un futuro nunzio possa affrontare le sfide dei prossimi anni? 

    —Credo che la qualità più necessaria sia la capacità di coniugare la profondità spirituale con un’autentica vicinanza umana; è proprio in questa prospettiva, infatti, che si sta rinnovando la formazione presso l’Accademia. A questo proposito, mi sembra utile ricordare il discorso che Papa Leone ci ha rivolto nel recente incontro tenutosi presso la nostra Istituzione. Ci ha ricordato che la riforma più importante consiste in un costante esercizio di conversione, volto a coltivare la vicinanza, l’ascolto attento, la testimonianza, l’approccio fraterno e il dialogo, vissuti con umiltà e mitezza. Sono virtù indispensabili per il diplomatico pontificio, che sarà chiamato ad agire in contesti culturali, ecclesiali e politici diversi, nei quali sarà fondamentale possedere uno stile capace di generare fiducia, mantenere aperti i canali di comunicazione e favorire i percorsi di riconciliazione. Il Papa ci ha esortato a mantenere vivo in noi il dono pasquale, per essere veri messaggeri del Risorto, capaci di portare al mondo la pace di Cristo, di diventare un ponte di dialogo tra persone, Chiese e popoli. Ciò significa abitare il mondo senza lasciarsi assorbire dalle sue logiche di scontro, ma conservando sempre uno sguardo evangelico sull’uomo e sulla storia.

    Per saperne di più
    Cultura

    L'Incarnazione di Gil de Siloé, Polittico di Miraflores

    La scena dell'Annunciazione, nella pala d'altare maggiore della Certosa di Miraflores, unisce arte, simbolismo e catechesi visiva. Opera di Gil de Siloé e Diego de la Cruz, rappresenta uno dei capolavori della scultura policroma ispano-fiamminga del XV secolo.

    Eva Sierra e Antonio de la Torre-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

    COMMENTO ARTISTICO

    Nella parte inferiore della pala d'altare maggiore della chiesa della Cartuja de Miraflores (Burgos) si trova una delle scene più raffigurate nell'arte religiosa: l'Annunciazione.

    Le figure sono disposte in uno spazio semicircolare racchiuso dalla presenza di quattro angeli. In alto a destra compare una stella a sei punte, che allude alla luce che in seguito avrebbe guidato i pastori e i Re Magi. La Vergine Maria è raffigurata in una stanza immaginaria, distesa davanti a un libro aperto, simbolo della meditazione sulle Scritture. Ai suoi piedi, un vaso con fiori bianchi allude alla sua purezza.

    Sebbene i Vangeli non menzionino che Maria fosse in preghiera al momento dell’Annunciazione, la tradizione cristiana e molti autori spirituali hanno interpretato il suo atteggiamento come raccoglimento e apertura alla volontà di Dio, in linea con l’espressione “piena di grazia”. L’angelo Gabriele, messaggero divino, si presenta accompagnato da altri due angeli e comunica a Maria il mistero dell’Incarnazione. Dopo il “fiat”, il “sia fatta la tua volontà in me, secondo la tua parola”, lo Spirito Santo discende sulla Vergine mentre dal Padre sgorgano raggi lungo i quali il Bambino viaggia verso l’orecchio della Madre; un modo plastico e profondamente simbolico di rappresentare l’Incarnazione del Verbo.

    La pala d’altare come Bibbia visiva 

    Va ricordato che questa pala d’altare fu realizzata nel XV secolo, in un’epoca in cui gran parte dei fedeli era analfabeta. La Messa veniva celebrata in latino, lingua che molti non capivano. La pala d’altare, quindi, svolgeva una funzione catechistica essenziale: era la “Bibbia dei poveri”, uno strumento visivo per contemplare e comprendere i misteri della fede. La scena dell’Annunciazione, inoltre, serviva a ricordare l’inizio della Redenzione, collegando la nascita di Cristo con la consacrazione eucaristica rappresentata nella scena centrale.

    Si può apprezzare la ricchezza degli abiti della Vergine e degli angeli, così come l’uso abbondante dell’oro. Questo linguaggio pittorico mirava ad avvicinare il fedele alla sfera celeste attraverso i materiali più preziosi. Il modo di rappresentare gli eventi divini consisteva nell’utilizzare i pigmenti e i materiali più costosi, come il lapislazzuli, importato dall’Afghanistan, per il colore blu (di solito il mantello della Vergine appare in questo blu intenso) o l’oro, come evocazione della luce celeste. Le figure sono raffigurate con abiti contemporanei all’epoca di realizzazione, espediente abituale per avvicinare le scene sacre allo spettatore del tardo Medioevo. I fedeli non solo contemplavano un episodio biblico, ma anche un modello di virtù e devozione, presentato con il massimo realismo possibile.

    Un'opera del gotico ispano-fiammingo

    La pala d’altare è una monumentale struttura in legno situata nel presbiterio, organizzata in sezioni con scene che raffigurano la storia della salvezza. La scena centrale esalta l’Eucaristia attraverso la figura di Cristo crocifisso, circondato da episodi della Passione, della Natività e di altri momenti chiave, nonché da raffigurazioni di santi, evangelisti e personaggi di rilievo.

    L'intaglio e il disegno di questa originale pala d'altare furono realizzati dal maestro Gil de Siloé e dalla sua bottega. Un'opera di tale portata richiese la collaborazione di numerosi artigiani sotto la supervisione del maestro, il che spiega le differenze stilistiche nell'esecuzione di alcune scene. Una volta terminata l’intaglio, il pittore Diego de la Cruz si occupò della policromia e dell’abbellimento, applicando tecniche complesse e costose.

    Tra queste spiccano la tecnica dello “estofado”, che consiste nell’applicare foglia d’oro sul legno e ricoprirla con pittura a tempera, per poi raschiarla e far emergere l’oro formando disegni che imitano broccati, ricami o tessuti pregiati; e il pastillage, che consiste nell’aggiungere rilievi in pasta per simulare aureole, orli di vesti, gioielli, fiori e altri ornamenti che venivano poi dorati e policromati. Gli artisti spagnoli del tardo gotico erano veri e propri maestri nella padronanza di queste tecniche, che conferivano lusso e spiritualità alle sculture.

    La pala d'altare maggiore della Certosa di Miraflores fu realizzata tra il 1496 e il 1499 su commissione dei Re Cattolici, in particolare su iniziativa di Isabella la Cattolica. È considerato uno dei capolavori della scultura policroma ispano-fiamminga e un esempio eccezionale dell’unione tra arte, teologia e catechesi visiva nella Spagna del XV secolo.

    COMMENTO CATECHETICO

    Al centro della pala d’altare della Certosa di Miraflores si trova anche ciò che costituisce il fulcro della fede cristiana: l’Incarnazione del Figlio di Dio nell’umanità di Gesù di Nazaret per donarsi in sacrificio per la redenzione e la salvezza dell’umanità. Questo evento meraviglioso, decisione che esiste nell’eternità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (le tre persone divine che segnano l’asse orizzontale della pala d’altare) si realizza nel momento dell’Annunciazione, quando il Verbo si incarna nel seno verginale di Maria per dedicarsi al piano salvifico di Dio (la Croce e l’esaltazione, situate sull’asse verticale). 

    Fin dagli inizi, l’Incarnazione è stata il fulcro della fede cristiana, il grande mistero della pietà: Dio si è fatto carne. Per questo motivo, per onorare adeguatamente questo mistero, la cui complessa profondità trova espressione nella grande catechesi della pala d’altare di Miraflores, la regina Isabella ricorse non solo alla migliore bottega artistica, ma anche ai migliori materiali, tecniche e pigmenti. In definitiva, l’Incarnazione è il mistero di fede che sta al centro stesso del Credo: “per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal Cielo e, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato dalla Vergine Maria".

    Lo scopo dell'Incarnazione

    Comprendere lo scopo di questo decreto eterno della Santissima Trinità significa, quindi, comprendere alla radice il senso e lo scopo di tutta la rivelazione cristiana. Lo scopo non è unico, ma possiamo considerarlo in un ampio sviluppo articolato in tre fasi, nelle quali andiamo scoprendo l’immensa ricchezza di questo mistero centrale della fede.

    Il primo passo che Dio intende compiere è la salvezza dell’umanità. Per donare la salvezza, innanzitutto, opera la liberazione dal peccato, riconciliando l’umanità con sé. In secondo luogo, sempre per salvarci, ci rivela l’immensità dell’amore che nutre per noi (1 Gv 4, 9-14). Entrambe queste cose, la riconciliazione dal peccato e la testimonianza dell’amore divino, risplendono nella Croce, prima tappa di quest’opera salvifica e protagonista principale della pala d’altare di Miraflores. 

    Il secondo passo consiste nell’istruire l’umanità, poiché Cristo risorto si offre a noi come via e modello dell’umanità perfetta e della santità. Non a caso, il cerchio centrale della pala d’altare, che racchiude i misteri divini, è circondato dai quattro tondi dei dottori della Chiesa, incaricati di istruire la Chiesa nell’insegnamento del Verbo incarnato. Infatti, Cristo si presenta nei Vangeli come Maestro dal quale imparare (Mt 11, 29), Via da seguire (Gv 14, 6), Voce divina da ascoltare (Mc 9, 7) e Modello supremo di Amore (15, 12), che si esprime nella donazione di sé.

    Il terzo passo consiste nel condurre l’umanità, redenta dal peccato e istruita dal Verbo, a partecipare alla natura divina. L’Incarnazione è la via aperta all’umanità per partecipare alla natura divina del Verbo (2 Pietro 1, 4). Ogni essere umano che entra in comunione con il Figlio incarnato diventa figlio di Dio, ricevendo dal Padre l’adozione filiale ed entrando nel cammino della divinizzazione attraverso il dono dello Spirito Santo. L’intera pala d’altare è una sintesi di ciò che Dio offre all’umanità attraverso l’Incarnazione del suo Figlio.

    La fede nel Verbo incarnato

    In definitiva, la fede nell’Incarnazione riconosce che il Figlio di Dio ha assunto una natura umana per realizzare, attraverso di essa, il piano stabilito dalla Trinità per la nostra salvezza. Accetta inoltre la vera realtà del Verbo Incarnato, senza ridurlo a una somma di parti (parte divina e parte umana) o a una confusa mescolanza tra il divino e l’umano. Il Verbo Incarnato è vero Dio e vero uomo, ma la difficoltà di accettare razionalmente questa fede ha dato origine fin dall’inizio a numerose eresie, che alteravano la fede nel Verbo Incarnato.

    Dottrine eretiche come il docetismo (l’umanità di Cristo è solo apparente), l’arianesimo (l’umanità di Cristo è reale ma unita a un dio creato, non al Figlio consustanziale al Padre), il nestorianesimo (in Cristo vi è una persona umana e una divina) o il monofisismo (la natura umana viene assorbita e praticamente scompare nella divina). Di fronte a esse, la Chiesa va precisando la vera fede nel Verbo Incarnato, attraverso una serie di formulazioni dogmatiche di cui il miglior esempio è quella formulata nel Concilio di Calcedonia (V secolo): “Si deve riconoscere un unico e medesimo Cristo Signore, Figlio unico in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione".

    Per questo occorre affermare che l’umanità di Cristo, Verbo Incarnato, non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio, che l’ha assunta e fatta propria fin dall’Incarnazione nel seno di Maria, come illustra la scena della pala d’altare qui rappresentata in modo più dettagliato. Tutto ciò che riguarda l’umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua persona divina, comprese le sofferenze e la morte, non solo i miracoli e l’insegnamento impartito con autorità. Veramente Dio, la persona del Figlio, è morto nell’offerta del Verbo Incarnato sulla Croce. Questa è la verità profonda e sconvolgente dell’Incarnazione, che colpisce con forza quando si contempla l’insieme della pala d’altare.

    Il Verbo Incarnato, d’altra parte, non solo assume un corpo, ma anche un’anima e un cuore umani, una natura umana completa. L’anima di Cristo possiede realmente una conoscenza umana, che in quanto tale ammetteva e necessitava di uno sviluppo (Lc 2, 52), e allo stesso tempo, essendo unita al Verbo, conosceva tutto, anche il divino. Qui entra in gioco l’intima conoscenza che Gesù Cristo ha del Padre suo Dio (Mc 14, 36; Mt 11, 27), così come dei suoi disegni salvifici. L’anima di Cristo possiede anche una vera volontà umana, sempre cooperante con la volontà del Padre, mostrando così la perfetta realizzazione della volontà di un essere umano. Il Figlio obbedisce nell’eternità al decreto del Padre incarnandosi per opera dello Spirito Santo, mentre il Verbo Incarnato obbedisce a questo decreto fino alla morte sulla croce.

    Il cuore umano di Gesù Cristo è rappresentato dal Pellicano Eucaristico che corona la pala d’altare, mentre si squarta per nutrire i propri piccoli con il proprio sangue. Nel cuore di Cristo, durante la sua vita e la sua passione, è presente la consapevolezza e l’amore verso ogni creatura umana. Per questo è anche il cuore dell’Incarnazione e il simbolo principale di quell’amore che dà senso e scopo all’Incarnazione, l’amore con cui il Redentore ama il Padre e ciascuno degli uomini.

    Titolo dell'opera: L'Annunciazione
    Autore: Gil di Siloé e Diego de la Cruz
    Secolo: XV
    Materiale: Scultura in legno + policromia e doratura
    Posizione: Certosa di Miraflores, Burgos (Spagna)
    L'autoreEva Sierra e Antonio de la Torre

    Storica dell'arte e dottoressa in Teologia

    Per saperne di più
    Evangelizzazione

    Scopri la storia dei 10 ordini religiosi più influenti in soli 12 minuti

    Il canale YouTube "Entiende La Fe" ha pubblicato un video che presenta una mappa dei principali ordini religiosi cattolici.

    Redazione Omnes-19 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

    Il canale YouTube Comprendere la fede ha pubblicato un video semplice e interessante intitolato «I 10 ordini cattolici spiegati in 12 minuti», che offre una sintesi degli ordini religiosi che hanno plasmato la storia della Chiesa occidentale. A partire dal distacco radicale da San Francesco d'Assisi, fino alla disciplina intellettuale dei Domenicani e al rigoroso silenzio dei monaci trappisti. Inoltre, svela curiosità sorprendenti che collegano il passato al presente, spiegando dettagli come l’origine scientifica della genetica moderna grazie a un monaco agostiniano o il motivo per cui la famosa bevanda del cappuccino deve il suo nome all’abito di un ordine religioso.

    Per saperne di più
    Spagna

    José Masip, nuovo presidente dell'Associazione Cattolica dei Propagandisti 

    Masip subentra ad Alfonso Bullón De Mendoza, che ha guidato questa Associazione dal 2018.

    Maria José Atienza-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    José Masip Marzá è stato eletto nuovo presidente della Associazione Cattolica dei Propagandisti. Il candidato che più si colloca sulla linea di Alfonso Bullón de Mendoza è stato approvato dalla V Assemblea Generale Straordinaria tenutasi il 18 luglio a Madrid.

    Masip era, fino ad oggi, vicepresidente dell’ACdP e direttore, insieme a María San Gil, del Congresso Cattolici e vita pubblica, uno dei fiori all'occhiello dell'Associazione.

    Con questa nomina, Masip diventa presidente dei lavori dell’Associazione, «come quella della Fondazione Universitaria San Pablo CEU, oltre alla Fondazione Abat Oliba, la Fondazione San Pablo Andalucía CEU, il Collegio Universitario San Pablo, la Fondazione culturale Ángel Herrera Oria, oppure il giornale Il dibattito«, come sottolinea il comunicato stampa con cui è stata resa nota la sua nomina.

    Un candidato che punta sulla continuità

    Si tratta di uno stretto e fidato collaboratore di Alfonso Bullón de Mendoza, che ha svolto un ruolo fondamentale nella nuova fase dell’Associazione, durante la quale essa si è affermata come punto di riferimento sociale della cultura cattolica grazie a iniziative quali il quotidiano *El Debate*, il Concerto della Resurrezione o la sua partecipazione attiva alla vita sociale spagnola, come dimostra ad esempio la sua carrozza di ispirazione cristiana alla sfilata dei Re Magi a Madrid.

    Sotto la guida di questo gruppo, inoltre, l’attività universitaria dell’ACdP si è consolidata e ampliata, rendendo il CEU, tra le altre cose, l’istituto di istruzione privato che concede il maggior numero di borse di studio in Spagna, con oltre 95 milioni di euro erogati negli ultimi 6 anni accademici.

    Con questa nomina si garantisce quindi la continuità delle iniziative portate avanti dall'associazione negli ultimi anni.

    José Masip Marzá

    Masip ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università Complutense di Madrid e attualmente esercita la professione di avvocato a Castellón. È titolare delle qualifiche di agente e broker assicurativo, agente immobiliare e amministratore. Inoltre, è membro del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo della Fondazione Independiente.

    Masip è stato vicepresidente e, successivamente, segretario generale dell’Organizzazione dei Professionisti e dei Lavoratori Autonomi (OPA); nonché fondatore dell’Associazione Spagnola di Amicizia e Cooperazione con la Guinea Equatoriale, di cui è stato anche primo segretario. 

    Per saperne di più