Vaticano

Le finanze vaticane, i bilanci dello IOR e dell'Obbligo di San Pietro

Esiste un legame intrinseco tra i bilanci degli Oblati di San Pietro e l'Istituto per le opere di religione.

Andrea Gagliarducci-12 luglio 2024-Tempo di lettura: 4 minuti

Esiste una stretta relazione tra la dichiarazione annuale della Obolo di San Pietro e il bilancio dell'Istituto delle Opere di Religione, la cosiddetta "banca vaticana". Perché l'obolo è destinato alla carità del Papa, ma questa carità si esprime anche nel sostegno alla struttura della Curia romana, un immenso "bilancio missionario" che ha spese ma non tante entrate, e che deve continuare a pagare gli stipendi. E perché lo IOR, da qualche tempo, contribuisce volontariamente con i suoi utili proprio al Papa, e questi utili servono ad alleggerire il bilancio della Santa Sede. 

Da anni lo IOR non ha più gli stessi profitti del passato, per cui la quota destinata al Papa è diminuita nel corso degli anni. La stessa situazione vale per l'Obolo, le cui entrate sono diminuite nel corso degli anni e che ha dovuto affrontare anche questa diminuzione del sostegno dello IOR. Tanto che nel 2022 ha dovuto raddoppiare le sue entrate con una generale dismissione di beni.

Ecco perché i due bilanci, pubblicati il mese scorso, sono in qualche modo collegati. Dopo tutto, il Le finanze del Vaticano sono sempre stati collegati e tutto contribuisce ad aiutare la missione del Papa. 

Ma analizziamo i due bilanci più in dettaglio.

Il globo di San Pietro

Lo scorso 29 giugno gli Oblati di San Pietro hanno presentato il loro bilancio annuale. Le entrate sono state di 52 milioni, ma le spese sono state di 103,4 milioni, di cui 90 milioni per la missione apostolica del Santo Padre. Nella missione sono incluse le spese della Curia, che ammontano a 370,4 milioni. L'Obbligo contribuisce quindi con 24% al bilancio della Curia. 

Solo 13 milioni sono andati in beneficenza, a cui però vanno aggiunte le donazioni di Papa Francesco attraverso altri dicasteri della Santa Sede per un totale di 32 milioni, di cui 8 in beneficenza. finanziato direttamente dall'Obolo.

In sintesi, tra il Fondo Obolo e i fondi dei dicasteri parzialmente finanziati dall'Obolo, la carità del Papa ha finanziato 236 progetti, per un totale di 45 milioni. Tuttavia, il bilancio merita alcune osservazioni.

È questo il vero uso dell'Obbligo di San Pietro, che spesso viene associato alla carità del Papa? Sì, perché lo scopo stesso dell'Obbligo è quello di sostenere la missione della Chiesa, ed è stato definito in termini moderni nel 1870, dopo che la Santa Sede ha perso lo Stato Pontificio e non aveva più entrate per far funzionare la macchina.

Detto questo, è interessante che il bilancio degli Oblati possa essere dedotto anche dal bilancio della Curia. Dei 370,4 milioni di fondi preventivati, il 38,9% è destinato alle Chiese locali in difficoltà e in contesti specifici di evangelizzazione, per un totale di 144,2 milioni.

I fondi per il culto e l'evangelizzazione ammontano a 48,4 milioni, pari al 13,1%.

La diffusione del messaggio, cioè l'intero settore della comunicazione vaticana, rappresenta il 12,1% del bilancio, con un totale di 44,8 milioni.

37 milioni di euro (10,9% del bilancio) sono andati a sostegno delle nunziature apostoliche, mentre 31,9 milioni (8,6% del totale) sono stati destinati al servizio della carità - proprio i soldi donati da Papa Francesco attraverso i dicasteri -, 20,3 milioni all'organizzazione della vita ecclesiale, 17,4 milioni al patrimonio storico, 10,2 milioni alle istituzioni accademiche, 6,8 milioni allo sviluppo umano, 4,2 milioni a Educazione, Scienza e Cultura e 5,2 milioni a Vita e Famiglia.

Le entrate, come già detto, ammontano a 52 milioni di euro, di cui 48,4 milioni di euro sono donazioni. L'anno scorso le donazioni sono diminuite (43,5 milioni di euro), ma le entrate, grazie alla vendita di immobili, sono state pari a 107 milioni di euro. È interessante notare che ci sono 3,6 milioni di euro di entrate derivanti da rendite finanziarie.

In termini di donazioni, 31,2 milioni provengono dalla raccolta diretta delle diocesi, 21 milioni da donatori privati, 13,9 milioni da fondazioni e 1,2 milioni da ordini religiosi.

I principali Paesi donatori sono gli Stati Uniti (13,6 milioni), l'Italia (3,1 milioni), il Brasile (1,9 milioni), la Germania e la Corea del Sud (1,3 milioni), la Francia (1,6 milioni), il Messico e l'Irlanda (0,9 milioni), la Repubblica Ceca e la Spagna (0,8 milioni).

Il bilancio dello IOR

Il IOR 13 milioni di euro alla Santa Sede, a fronte di un utile netto di 30,6 milioni di euro.

I profitti rappresentano un miglioramento significativo rispetto ai 29,6 milioni di euro del 2022. Tuttavia, le cifre vanno confrontate: si va dagli 86,6 milioni di utili dichiarati nel 2012 - che quadruplicano quelli dell'anno precedente - ai 66,9 milioni del rapporto 2013, ai 69,3 milioni del rapporto 2014, ai 16,1 milioni del rapporto 2015, ai 33 milioni del rapporto 2016 e ai 31,9 milioni del rapporto 2017, fino ai 17,5 milioni del 2018.

Il rapporto 2019, invece, quantifica i profitti in 38 milioni, anch'essi attribuiti al mercato favorevole.

Nel 2020, anno della crisi del COVID, l'utile è stato leggermente inferiore, pari a 36,4 milioni.

Ma nel primo anno post-pandemia, un 2021 non ancora influenzato dalla guerra in Ucraina, il trend è tornato negativo, con un profitto di soli 18,1 milioni di euro, e solo nel 2022 si è tornati alla barriera dei 30 milioni.

Il rapporto IOR 2023 parla di 107 dipendenti e 12.361 clienti, ma anche di un aumento dei depositi della clientela: +4% a 5,4 miliardi di euro. Il numero di clienti continua a diminuire (12.759 nel 2022, addirittura 14.519 nel 2021), ma questa volta diminuisce anche il numero di dipendenti: 117 nel 2022, 107 nel 2023.

Continua quindi il trend negativo della clientela, che deve far riflettere, considerando che lo screening dei conti ritenuti non compatibili con la missione dello IOR è stato completato da tempo.

Ora, anche lo IOR è chiamato a partecipare alla riforma delle finanze vaticane voluta da Papa Francesco. 

Jean-Baptiste de Franssu, presidente del Consiglio di Sovrintendenza, sottolinea nella sua lettera di gestione i numerosi riconoscimenti che lo IOR ha ricevuto per il suo lavoro a favore della trasparenza nell'ultimo decennio, e annuncia: "L'Istituto, sotto la supervisione dell'Autorità di Vigilanza e Informazione Finanziaria (ASIF), è quindi pronto a fare la sua parte nel processo di centralizzazione di tutti i beni vaticani, in conformità con le istruzioni del Santo Padre e tenendo conto degli ultimi sviluppi normativi.

Il team dello IOR è desideroso di collaborare con tutti i dicasteri vaticani, con l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA) e di lavorare con il Comitato per gli Investimenti per sviluppare ulteriormente i principi etici del FCI (Faith Consistent Investment) in accordo con la dottrina sociale della Chiesa. È fondamentale che il Vaticano sia visto come un punto di riferimento".

L'autoreAndrea Gagliarducci

Risorse

La «Introducción a la historia de la filosofía” de Georg Hegel

Continua la serie de artículos sobre la obra principal de los principales filósofos modernos y contemporáneos, tras la exposiciones de Descartes, Locke, Hume y Kant.

Ignacio Sols-11 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 26 minuti

Una versión más breve de este articulo puede verse aquí.


A) Esposizione

La «Introducción a la Historia de la Filosofía», como parte inicial de las “Lecciones sobre la Historia de la Filosofía” publicadas en 1837 por Georg Wilhelm Friedrich Hegel es una exposición diáfana de su propio pensamiento, escrita en el lenguaje heroico, brillante, de un hombre poseso del espíritu.

  En el sistema filosófico de Kant el subjetivismo filosófico había sido propuesto sin extracción de sus últimas consecuencias.  Estaba aún «la cosa en sí» causante de las imprevisiones recibidas en la sensibilidad, principio de todo conocimiento.  Como F. Jacobi y otros observaron, la causalidad en su sistema es sólo una forma «a priori» con la que el conocimiento enlaza las sensaciones.  Así pues, en coherencia absoluta con su propio pensamiento,  Kant debería abandonar la «cosa en sí», causa de las impresiones en nuestra sensibilidad, por las que se inicia el proceso del conocimiento,  y sumergirse en la pura y total subjetividad.  Este paso lo ha dado Hegel al resolver todo el ser en Idea -panlogismo y consiguiente panteísmo- del modo que en esta obra se expone y que intentaré resumir. 

  Hablemos brevemente de los antecedentes inmediatos de la filosofía hegeliana. Fichte había dado el paso clave que introduce la filosofia alemana en el idealismo: la supresión de la «cosa en sí » en la teoría del conocimiento de Emmanuel Kant, denunciando con razón el caracter de incoherencia que supone el mantenimiento de este dato externo que tan escaso papel juega en el sistema kantiano, y conlleva las contradicciones de que había sido acusado: en cierto modo es presentada como «causa » de las impresiones, aunque Kant evite ahí, cuidosamente,  el uso de esta palabra pues para él la causalidad es una categoría puramente mental. Por otra parte lleva a dificultades casi insuperables: ¿por qué razón se le atribuye a la «cosa en sí» una cronología en vez de otra? ¿no será que la temporalidad está ya en la «cosa en sí», y no solo en nuestro modo de conocerla? Si la respuesta es positiva, el sistema kantiano se nos viene abajo, y de ello es consciente el filósofo de Könisberg, por lo que introduce, bastante avanzada ya la Crítica de la Razón Pura, ciertos esquematismos transcendentales que resuelven de modo más o menos artificial la cuestión. Sea como fuere, Fichte, hacia finales del siglo XVIII , admidor de la obra de Kant, siguiendo una decisión, una mera «actitud personal» en consonancia con el ambiente romántico imperante de exaltación radical del sujeto y de libertad creadora, suprime de un manotazo enérgico, radical, el prejuicio kantiano de» la cosa en sí «, y declara que todo conocimiento es conocimiento de la propia conciencia: El sujeto sale fuera de sí para ponerse delante de sí como objeto de su propio conocimiento (Ob-iectum, echado ante sí) ,

   Este autoconocimiento puede expresarse esquemáticamente así: Yo=Yo (reminiscente, pues,  del autoconocimiento de Dios -aunque este atrevido paso solo lo dará Hegel- el cual es  Verbo, palabra eterna de Dios, tan perfecta que es igual a Dios, según la teología cristiana en la aproximación de san Agustín. Recordamos que Fichte se había formado en la facultad de teología luterana de la universidad de Jena) Comienza entonces el proceso dialéctico que dará lugar a toda la realidad, mediante sucesivas negaciones -antitesis- seguidas de negación de la negación -sintesis-, que vuelven a ser de nuevo tesis a negar, etc…, de modo que en este despliegue va apareciendo la totalidad. Por supuesto que el proceso es reminiscente del emanacionismo panteísta de Spinoza -la primera formación de Fichte-, según el cual el mundo entero emana de la sustancia divina , y esto de modo dialéctico. 

    Así, el Yo inicial, el Yo solo, al que nada impone límites, el Yo ilimitado, infinito,  al conocerse así mismo,  Yo=Yo equivalente a Yo=/=No Yo , crea la antítesis del Yo, digamos lo No -Yo, lo enteramente otro, lo que por tanto le limita llegándose a la síntesis que es el yo finito, limitado, el que se escribe con minúscula. Esta tesis es de nuevo negada, llegándose a nueva síntesis, etc…  quedando así inaugurado el proceso dialéctico, constituyente, al modo espinoziano, de toda realidad. 

    Sería el sistema Fichteano un sistema ya coherente, final, si no hubiera querido Fichte justificar además la moral, poniendo más tarde un Absoluto añadido al Yo, al que este último tiende superando por la ascesis moral las limitaciones impuestas en el proceso dialéctico. En realidad, parece que la aparición tardía del Absoluto en la obra de Fichte obedeció a cierta conversión personal, que intentó hacer compatible con su anterior filosofía. Estando basado su sistema en la conciencia subjetiva, Fichte presentabe este modo la conciencia como despliegue del Absoluto en multiplicidad. 

   Schelling, formado en fuerte amistad y comunidad de inquietudes e ideales con Hegel y Hölderlin en un seminario luterano, compartió con ellos el ambiente idealista Fichteano, a la par que sus criticas al maestro, en la década final del siglo XVIII. Alcanza pronto (con ser el más joven de los tres) la cátedra y la fama, e intenta una reformulación del idealismo fichteano en la que el absoluto ocupa un lugar menos forzado  respecto al Yo. El Yo es el Sujeto, es el Espíritu. Su objetivación fichteana ( la objetivación necesaria para su autoconocimiento) es el Objeto, el Espíritu objetivado,, o  Naturaleza es el Absoluto. El Espíritu inconsciente en la naturaleza puja por hacerse espíritu consciente, y éste es el devenir de la naturaleza hacia formas cada vez más organizadas de vida, hasta que aflora la filosofía, y con ella el autoconocimiento del espíritu.

   Lo que faltará para que el cuadro sea completamente coherente es declarar que el punto de partida del devenir dialéctico , a lo que Fichte y Schelling llamaron el Yo , o el Sujeto, es en realidad el Absoluto, que no supieron cómo insertar adecuadamente en el sistema, es decir, aquello a lo que la religión llama Dios. Esto hará Hegel, y la naturaleza aparecerá entonces en un acto libre,  creador de éste, sin que la naturaleza deje de ser Dios. La publicacion de su obra le hará pasar de la miseria a la fama, siendo aclamado como el filósofo alemán por antonomasia. Esta obra supondrá también el declive de la estrella de Schelling y el final de una amistad, en parte por divergencias de pensamiento, y en parte también debido a celos del anterior filósofo popular.

   Pero expongamos detalladamente la filosofía de Hegel, desde el principío: Para él, la verdad tratada en ambas, religión y filosofía, es una y la misma: la verdad eterna, no la de éste o aquel particular individuo, pueblo o época, sino la verdad eterna, universal.  El modo en que ambas, religión y filosofía, tratan de la verdad es, sin embargo, distinto: la religión la conoce por medio de representaciones que más tarde toman en la filosofía la forma de pensamientos.  Así por ejemplo la religión judeo-cristiana representa como Dios Padre lo que en la filosofía es el Ser.  Ser es Nada, así como ser vivo significa menos que ser hombre, y lo más abstracto, el concepto más vacío, es el de ser (Este es el punto de partida subjetivista, donde la reducción de lo ontológico a lo lógico esta supuesta, y por tanto ser es nada: ¡nada que predicar!).

  El Ser, que sólo es en sí, deviene en ser para sí, objeto para sí mismo, Verdad o Idea, a través de un proceso de mediación lógica, no temporal, de un modo que yo compararía al desarrollo lógico, necesario, atemporal -anterior a su aparición en la historia de las matemáticas– del estado final de una teoría matemática,  desde sus axiomas (donde la teoría estaba implícita)  El Ser es abstracto, vacío (como el pensamiento de un niño, dice, es abstracto, pobre) y la Idea es concreta, está llena de las determinaciones o momentos del desarrollo lógico que son verdades parciales en proceso hacia aquella  que es verdad total, espejos finitos de la verdad infinita.  Pero todo lo que hay explícito en la Idea, todo lo explicitado en este proceso, estaba implícito en el Ser.  La religión cristiana ha representado la Idea, o Verdad idéntica al Ser, como Dios Hijo, el cual no es sino Logos, Palabra, Revelación del Padre. Y la Palabra es tan perfecta que es idéntica al Padre («Felipe, quien me ha visto a mí, ha visto al Padre»), y así el Hijo es Dios, del todo igual al Padre.

Esta mediación lógica desde el Ser, al que llama también «Idea en sí»,  hasta la Idea, Logos o Verdad a la que llama también «Idea para sí», es comparada por Hegel a la mediación desde la yema, que luego se desarrolla en árbol hasta llegar al fruto final que estaba implícito, idéntico en la yema!  Pero el árbol niega, destruye la yema Como después el fruto niega, destruye la flor del árbol (Yo tomaría, en la vena hegeliana palabras de Jesús, algo forzadas: «Si el grano de trigo no se niega a sí mismo y muere no dará fruto»)  Así todo momento del desarrollo es negación del anterior, es decir que este proceso lógico es dialéctico.  Esto se comprenderá mejor más adelante cuando este proceso se vea reflejado en la historia de la filosofía.

 El proceso de desarrollo de la Idea es puramente lógico y por tanto necesario.  Pero la Verdad total incluye esta verdad parcial, es decir, conoce la necesidad del proceso y por conocerlo es libre «En la percepción sensible, por ejemplo, y en el sentimiento, yo me encuentro confinado y no soy libre, pero soy libre cuando soy consciente de este sentimiento mío».

Permítaseme recordar que el hombre tiene entendimiento y voluntad no infinitamente perfectos, como el cristianismo predica de Dios, de modo que la Verdad o Palabra de Dios es el mismo Dios -el Hijo- y la voluntad libre o Amor de Dios es el mismo Dios -El Espíritu Santo.  Así mismo ve el cristianismo la creación del mundo como un acto libre del amor divino, hacia afuera.  Como es de esperar en la mentalidad hegeliana panlogista y por tanto panteísta, de Hegel, la procesión del Espíritu Santo y la creación del Mundo son para él la «representación» religiosa de una misma educción : La  educción de la Naturaleza, la cual no es sino Espíritu.  Así pues el Espíritu es el mismo Dios, la Idea misma, que, al ser libre,  en un acto supremo de libertad ha salido fuera de sí mismo: «El espíritu existe solamente en tanto que se produce, da testimonio de sí  y se muestra, se manifiesta.  En su testimonio se produce a sí mismo.  Esta es la idea fundamental.  Expresado en la representación: Dios es espíritu o amor (esto es, uno); es decir, Dios se enajena (se aliena) a sí mismo, para comunicarse, para entregarse a lo otro. Y aquí sobrevienen de repente todas las apariencias del ser dado, del haber percibido, etc… Aquí tiene su puesto todo lo histórico…».

   La Naturaleza es pues Espíritu inconsciente de sí mismo, espíritu que no es de por sí evidente, sino oculto en ella como en una cáscara.  Este llega a la conciencia de sí  mismo,  llega a conocerse, a través de la historia.  Para Hegel, quienes esto niegan no han comprendido la universalidad del Espíritu, y han blasfemado contra el Espíritu al negar que es Santo, es decir, Universal.  Siguiendo el único mandamiento que se le ha dado “conócete a tí mismo», el espíritu universal empieza a manifestarse en formas vagas -empieza, a romper la cáscara- al modo, primero de los mitos, los cuales poseen lo universal en cuanto contenido, aunque no en su forma (Por ejemplo, el mito del ave Fenix: de la negación, de la destrucción, surge una nueva vida y ésta es la esencia de la dialéctica.  También el mito de Ormuz y  Orimán, encarnaciones del Bien y el Mal,  y  Mitra, la posterior concordia entre ambos. La verdad expresada en este mito es lo que en la Filosofía será la tesis, antítesis y síntesis, es decir, el proceso dialéctico de evolución lógica de la Idea).

     Sigue a los mitos la religión, cuyo objeto es también la verdad universal, expresada en ella en forma de representaciones.  Al final -al atardecer, dirá-,  la filosofía, nacida en el seno de la religión e indistinguible de ella (así en Grecia, así en el cristianismo), se emancipa de la religión al tomar conciencia de la libertad de la razón.  Como águila de Marte, joven, belicosa, hostiga a la religión y es injusta con ella hasta que reconoce más tarde la universalidad de la verdad expresada en la religión no por medio de conceptos filosóficos, sino de representaciones.  No de otro modo el joven adolescente niega al principio, rebelde, las tradiciones paternas, pero luego, adulto ya, se convierte a ellas comprendiéndolas hasta llegar a una síntesis, negando así su propia negación.

       Para Hegel es lo mismo la historia que la historia de la filosofía.  Pues «la filosofía de un pueblo, de un tiempo, es su esencia espiritual, su floración más plena».  En la filosofía el espíritu llega a conocerse a sí mismo repitiendo en el tiempo, en la historia, los mismos momentos o eslabones  dialécticos necesarios, atemporales, de la lógica en su mediación desde la Idea en Sí hasta la Idea para sí, la Verdad total.  Así pues,  la historia de la filosofía no es un conjunto de opiniones opuestas e inconexas -«un campo de batalla cubierto con los huesos de los muertos»- como parecen mostrar a veces algunos textos miserables de su historia: la filosofía no trata de opiniones, sino de verdades, ampliadas de generación en generación con una necesidad lógica, dialéctica, de modo que van apareciendo todas ellas como momentos parciales de la Verdad total, la cual resulta al final como integrada por todas ellas.  El proceso es pues dialéctico: Cada momento o determinación particular de la Verdad total, es decir la verdad -la tesis-  de cada escuela filosófica es negada más tarde por la verdad de otra escuela aparentemente  contrapuesta.  Y la llamamos su antítesis, porque la niega.  Pero lo que en realidad niega es solo que fuese aquélla la verdad total. («omnis Determinatio est Negatio» decía Spinoza; y Hegel afirmaba que «ser Spinoziano es el principio de toda filosofar»).  El momento llegará  –quizá una tercera escuela filosófica– en que esto será reconocido, en que se negará la negación,  es decir, la oposición de la antítesis respecto de la síntesis, comprendiendo lo que ambas tenían de mutuamente aditivo -la síntesis- en progresión necesaria hacia la Verdad Total.

Esta dialéctica aparece reflejada en la historia de la Filosofía, cuya evolución temporal no es sino espejo de la mediación lógica, atemporal, de la Idea.  Historia que se inició con el problema del Ser, el Primer Principio o Arché (que Tales puso en el agua) y el problema, pues, era tan solo la existencia.  El mundo griego desarrolló la filosofía hasta la Idea, en el «Nous» de Anaxágoras y en las «ideas» de Sócrates, y así la problemática de tales filósofos fue al final la cuestión de las ideas.  Mucho más tarde aparece en la Historia el Espíritu, la Res Cogitans, el «je pense, donc je suis»: El sujeto es, pues, la temática de la filosofía moderna, es decir, el Espíritu ha tomado al fin conciencia de sí mismo.  Hegel afirmará que la nueva filosofía germánica, la propiamente moderna, empieza con Descartes. «El mundo griego ha desarrollado el pensamiento hasta la Idea.  El mundo cristiano o germánico ha concebido el pensamiento del Espíritu».

      Así pues, el Espíritu Universal se manifiesta como espíritu subjetivo en cada filósofo (manifestación representada en la religión por la «Gracia») y a través suyo se objetiva en las leyes que constituyen el Estado.  El Estado es pues la objetivación de la voluntad libre del Espíritu «La voluntad libre quiere solamente las determinaciones que existen en la voluntad universal.  Por consiguiente, con estas determinaciones de la voluntad universal se establece la libertad civil, el derecho racional, la verdadera y justa constitución del Estado».

    Recordemos que la idea del imperio es desde antiguo la idea de la «cristiandad», es decir la identidad de lo cristiano y lo germánico, omnipresente en la obra de Hegel.  Sobre el paganismo griego que añadió al conocimiento de Dios, del Ser, de las civilizaciones previas, el conocimiento de la Idea o Logos, conoció luego el cristianismo, por representación, al Espíritu Santo.  La filosofía cristiana, o alemana, «gestada a lo largo de la Edad Media» ha concebido al final el Espíritu, que haciendo su aparición en Descartes como “yo”, como sujeto,  llega a hacerse plenamente consciente de sí mismo en la actual filosofía alemana. 

  Observamos pues que,  para Hegel,  su filosofía, es la síntesis final de toda la filosofía.  En esto excluye el autor cualquier mérito personal, pues tan solo ha recogido lo que una galeria de héroes había sembrado anteriormente.  «El gran quehacer del mundo es ahora conocer a Dios como espíritu y en el espíritu; y este quehacer ha correspondido al pueblo germánico».  Este conocer a Dios en todo, reconocer el espíritu de Dios en el espíritu del hombre, ha sido antes representado en Cristo, Dios y Hombre, por la religión cristiana: «la religión cristiana contiene el dogma, la intuición de la unidad de la naturaleza divina y de la humana.  Esto ha sido revelado a los hombres por Cristo, Hombre y Dios.  La idea subjetiva y la idea objetiva son aquí una misma cosa.  Este es el principio germánico, esta es la unión de la subjetividad y la objetividad».

b) Citas

El contenido general de la filosofía ha existido antes en la forma de religión, en la forma de mito, que en la forma de filosofía (28).

El pensamiento es la sustancia universal del espíritu … La historia de la filosofía es también la historia del pensamiento. Estado, religión, arte, etc.  son también productos, actos del pensamiento; pero, sin embargo, no son filosofía. Luego nosotros tenemos que establecer una distinción en la forma del pensamiento. La historia de la filosofía es ahora la historia de lo universal, de lo sustancial del pensamiento (30).

Entonces la filosofía tiene por objeto lo universal; mientras pensamos, somos lo universal (32).

Aquí hay dos antagonistas que combaten la filosofía. Antiguamente, era la religiosidad la que declaraba a la razón o al pensar incapaz de conocer la verdad. A menudo ha declarado que, para alcanzar la verdad, es necesario renunciar a la razón, que la razón debe humillarse ante la autoridad de la fe; la razón abandonada sí misma, el pensar por sí mismo, conduce al extravío, al abismo de la duda. De la relación de la filosofía con la religión y su historia se tratará más tarde. El otro aspecto es que la motivo se ha vuelto contra la fe, contra las representaciones religiosas, contra las doctrinas reveladas, que intenta hacer racional al cristianismo y se ha colocado tan por encima que solamente la propia evidencia, la propia convicción debían ser los medios por los que el hombre se viera obligado a reconocer algo como verdadero (35).

En las religiones han producido los hombres lo que su conciencia tiene por más elevado; las religiones son la obra más elevada de la razón; y es absurdo creer que son invenciones de los sacerdotes para engañar al pueblo, como si el hombre se pudiera dejar engañar sobre cuestiones relativas a lo último y a lo más elevado. La filosofía tiene ahora el mismo objeto, la razón universal existente en sí y por sí, la sustancia absoluta; en ella el espíritu se apropiará igualmente este objeto. Pero así como la religión lleva a cabo esta reconciliación en la oración y el culto, es decir, por el camino del sentimiento, así también lo conseguirá la filosofía por medio de pensamientos, por medio del conocimiento intelectual. La devoción es el sentimiento de la unidad de lo divino y de lo humano … (129).

La filosofía se ocupa con lo verdadero, expresado más precisamente: Con Dios; ella es un perenne servicio a Dios. Tiene con la religión un único contenido; por tanto solamente en las formas son ambas distintas, y de manera que parecen haberse, a veces, opuesto una a otra completamente (130). 

Nos encontramos en la religión con la forma del mito, de la representación sensible (figurativa) … Hay que notar que los mitos son producto de la fantasía fabuladora. Pero, en sí y por sí, se ha de admitir que en los mitos hay contenidas verdades universales (131).

Finalmente, la religión contiene proposiciones las cuales tratan de algo enteramente universal; por ejemplo, la proposición Dios es Todopoderoso (Omnipotente), ya que Dios es concebido como el fundamento, como la causa. Estos son pensamientos que pertenecen inmediatamente a la historia de la filosofía; porque, como se ha dicho, el objeto y el contenido de la religión y de la filosofía es uno y el mismo; y la diferencia yace solamente en el modo de la consideración (133).

Parece haberse expresado que las obras de la Naturaleza son divinas, pero lo que el hombre en general y, principalmente, lo que la razón humana produce, se ha de considerar solamente como humano; por consiguiente, que las obras humanas frente a las de la Naturaleza se han de considerar como algo no divino. Pero esta representación no es verdadera. Podemos atribuir a las obras de la razón humana por lo menos igual dignidad, elevación y el mismo carácter de dignidad que a las cosas de la Naturaleza … si ya las cosas de la Naturaleza, la vida de los animales y otras semejantes, deben ser algo divino, tanto más aún tiene que ser considerado como divino el hacer humano … La filosofía se ha comportado hostilmente frente a la religión. Se ha puesto un límite al espíritu humano; se ha dicho que el espíritu humano no podía conocer a Dios… Cristo dijo “¿Acaso no sois vosotros mucho más que los gorriones?” Por consiguiente, el hombre puede conocerse mejor desde Dios que desde la Naturaleza. En lo que el hombre produce de sí mismo se manifiesta mejor la divinidad que en la Naturaleza…La razón es una revelación de Dios y, por cierto, una revelación más elevada que la Naturaleza… la religión es la revelación de Dios, por medio de la cuales es entregada la verdad al hombre (134-135) Nosotros preguntamos ahora: ¿Qué es Dios? Entonces tenemos que contestar: Dios es el Espíritu universal, absoluto, esencial. En lo que respecta a la relación del espíritu humano con este espíritu, conviene que se posea el concepto de lo que es el espíritu (137).

De ahí resulta ahora la relación del Espíritu con el espíritu humano … el espíritu subjetivo, singular, es el espíritu universal divino en tanto que éste es percibido, en tanto que éste se manifiesta en cada sujeto, en cada hombre. El espíritu que percibe al espíritu absoluto es así el espíritu subjetivo (139).

El espíritu divino no es en sí, sino que él está presente en el espíritu del hombre, en el espíritu de aquellos que pertenecen a su comunión; y entonces el espíritu individual percibe al espíritu divino, esto es, percibe la esencia de il suo espíritu, su esencia … esta fe luterana es la fe del espíritu mismo, la conciencia, el percibir de lo sustancia del  espíritu … El sentido interior, religioso, de la fe, es precisamente este saber del espíritu absoluto; y este saber tal como, por de pronto, existe en el espíritu huano (140)

Los luteranos creemos mejor. En la fe nos conducimos con el espíritu divino como con nosotros mismos … El hombre natural, ignorante, no tiene religión, porque él no “percibe nada del espíritu de Dios” (141).

El espíritu existe solamente en tanto que se produce, da testimonio de sí y se muestra, se manifiesta. En su testimonio se produce a sí mismo. Esta es la idea fundamental … Expresado en la representación: Dios es Espíritu o amor (esto es, uno): es decir Dios se enajena (se aliena) a sí mismo, se comunica, se entrega a lo otro Y aquí sobrevienen de repente todas las apariencias del ser dado, del haber percibido, etc. que se presentan también en la mitología. Aquí tiene su puesto todo lo histórico y lo que se llama positivo en religión (142),

A quien mienta contra el Espíritu Santo su pecado no puede serle perdonado. Pero mentir contra el espíritu es justamente esto: que el espíritu no es universal, no es Santo (144). 

Esta es la determinación fundamental del cristianismo, que el hombre es iluminado por la Gracia, por el Espíritu Santo (esto es, por el espíritu esencial) (146).

El saberse, el convertirse en objeto del espíritu Divino, significa aquí: engendrar a su Hijo. En el Hijo se sabe el Padre, porque son de la misma naturaleza (150).

Estas dos formas, la de la representación y la del pensamiento, aparecen en primer lugar como opuestas, como antagónicas… aparecen una frente a otra hostilmente … Así, en la juventud nosotros somos esencialmente negativos frente al mundo, y solamente en la edad madura llegamos a la indulgencia de reconocer en lo tenido por negativo, en lo negado, en lo rechazado, lo positivo o lo afirmativo (152).

Muy semejante es el curso de esta contradicción en la religión cristiana. Primeramente, el pensar no es independiente, no es libre, permanece en conexión con la forma de la religión. Así sucede en los Padres de la Iglesia. De ahí desarrolla el pensar los elementos de la doctrina cristiana… La doctrina cristiana sólo llegó a ser un sistema por el trabajo racionalizante, filosofizante, de los Padres de la Iglesia … Este perfeccionamiento de la fe, doctrina, eclesiástica se puso de relieve especialmente en la época de Lutero (154). 

La joven águila de la razón pronto ha alzado el vuelo por sí misma hacia la verdad, y ha combatido contra la religión. Pero después hace justicia al contenido religioso en tanto que el pensar se convierte en concepto concreto del espíritu … Por consiguiente, de este modo la religión tiene un contenido común con la filosofía y solamente por la forma se diferencia la religión de la filosofía (1 54,155). Así pues la filosofía no se opone a la religión; comprende conceptualmente a ésta. Pero por la idea absoluta, para el espíritu absoluto, debe existir la forma de la religión; porque la religión es la forma de la conciencia de lo verdadero, en cuanto que lo es para todos los hombres (157).

Esta es la relación de ambas, filosofía y religión, que se ha desarrollado a través de los contrastes en la historia de la filosofía. Ambas formas tienen que fundamentar una y la misma verdad (166).

Se trata también de la conexión de la filosofía con el Estado. También el Estado está en la más íntima relación con la religión … La constitución del Estado se fundamenta en un principio determinado de la conciencia de sí del espíritu … La esencia del Estado es que es la voluntad racional en sí y por sí, lo universal en sí y por sí, y que este universal, sustancia de la voluntad, es real. Las leyes son la expresión de lo que respecto a la voluntad es racional. Depende de la conciencia que un pueblo tiene de su libertad; y esto está en relación nuevamente con la representación que la nación, el pueblo, tenga de Dios (166). 

No hubiera podido originarse la filosofía moderna en Grecia o en Roma. La filosofía germánica ha surgido en el cristianismo; tiene por base el principio cristiano en común con la religión …

Lo racional, el derecho, el derecho racional, se refiere a la verdad y, por consiguiente, debe referirse a la verdad religiosa, ciertamente tiene que estar exactamente de acuerdo con lo que la verdad es en filosofía y en religión. Religión y Estado, el imperio espiritual y el imperio temporal, tienen que estar en armonía uno con otro (167).

Las religiones y las mitologías de los pueblos son productos de la razón que se hace consciente. Aunque parezcan todavía tan insuficientes, tan pueriles, sin embargo contienen un momento de la razón; el instinto de la racionalidad las fundamenta (170).

Los neoplatónicos, bajo esta forma sensible de la mitología, han reconocido su filosofía y la han usado como forma para expresar sus conceptos (171).

Zoroastro ha presentado preferentemente eso de manera que un principio (Ormuz) sea la Luz, pero el otro (Ahrimán) sea la oscuridad; el medio entre ambos (mesos de amfoin) es Mithra, por eso los persas le llaman mediador (mesités). Después Mithra es también la sustancia, la esencia universal, el sol elevado a la totalidad (174).

 Si consideramos en estas representaciones los momentos que tiene una relación más próxima con la filosofía, entonces nos interesará solamente lo universal de estas representaciones: un ser simple cuya contradicción aparece como contradicción del ser y de la cancelación del mismo. La contradicción ha perdido la apariencia de casualidad (176). 

Los mitos de Platón han nacido en parte de la imposibilidad de ofrecer a los hombres una exposición pura de su pensamiento; en parte, Platón habla así solamente en los preámbulos; pero cuando llega a las cuestiones fundamentales se expresa de otra manera. Aristóteles dice: “Aquellos que filosofan de una manera mítica no merecen que uno se ocupe seriamente de ellos” Esto es verdad. Sin embargo, debió tener, con seguridad, sus buenas razones cuando utilizó los mitos.  Pero en general, no es lo mítico la forma en que el pensamiento se deja exponer, sino solamente de una manera secundaria (180).

El tres se ha comprendido de manera más profunda en la religión, como Trinidad, y en la filosofía como concepto (183).

Hay que notar que la religión, como tal, así como también la poesía, contienen pensamientos … encontramos también en los poetas pensamientos universales (185).

Así es finalmente conocida la imagen del ave Fénix; es una imagen de lo viviente. Que en la vida está ya contenida la muerte, que la vida se transforma en la muerte y la muerte en la vida, que el ser mismo contiene ya lo negativo, y lo negativo contiene lo positivo, lo afirmativo, y se convierte en ellos, y que la vida en general consiste solamente en este proceso, en esta dialéctica, en este círculo de la representación por el que divaga el pensamiento indio (186-187). 

La filosofía es el pensamiento que se piensa a sí mismo, es lo universal determinándose a sí mismo. Pensamientos universales sobre lo esencia los encontramos ya en todos los pueblos (187).

El verdadero comienzo de la filosofía se ha de poner allí donde lo absoluto se ha concebido – es decir, el ser (que también puede ser el pensamiento mismo), que reconoce como la esencia de las cosas, como la totalidad absoluta y la esencia inmanente del todo (196).

Semejante pueblo fundamenta su existencia en este principio; la constitución, la legislación, el estado total de un pueblo tiene su fundamento sólo en el concepto que el espíritu se hace de sí, en las categorías bajo las cuales se conoce … La primera forma de la conciencia de sí libre, espiritual y con ella, el comienzo de la filosofía, ha de buscarse en el pueblo griego (199).

Si un pueblo posee leyes justas es que lo universal ha sido elevado a objeto. Esto supone el fortalecimiento del pensar. Tal pueblo quiere y piensa lo universal. Así es el pensar el espíritu en sí mismo, por consiguiente, libre. Quien quiere la ley, quiere poseer la libertad. Un pueblo que se quiere como libre, subordina sus apetitos, sus fines particulares, sus intereses, a la voluntad general; es decir, a la ley (202).

La verdadera filosofía comienza solamente en Occidente. Ahí el espíritu se hunde en sí, se sumerge en sí, se pone a sí mismo allí como libre, es libre para sí; y allí solamente puede existir la filosofía; y por eso también solamente en Occidente tenemos constituciones libres… En Grecia surge la libertad de la conciencia en sí (206).

La voluntad, en cuanto voluntad libre, consiste en que su contenido sea algo universal; en este universal tengo yo mi esencia, mi ser esencial… La voluntad libre quiere solamente las determinaciones que existen en la voluntad universal. Por consiguiente, con estas determinaciones de la voluntad universal se establece la libertad civil, el derecho racional, la verdadera y justa constitución del estado… Podemos determinar la diferencia entre la libertad en Oriente y en el mundo germánico, de la siguiente manera: en Oriente solamente es uno libre, el déspota; en Grecia son alguno libres, los ciudadanos; pero en el mundo germánico todos son libres, es decir, el hombre en cuanto hombres es libre (208).

Lo primero es el pensamiento totalmente universal, abstracto y como tal, no pertenece aún propiamente a la historia de la filosofía. Es el pensamiento tal como se manifesta en el Oriente y se relaciona con la religión oriental y con la conciencia oriental en general. Aquí existe el pensamiento de una manera enteramente abstracta, sustancial, sin progreso, ni evolución …

Lo segundo es el pensamiento determinándose, el concepto; vemos que este surge en el mundo griego. Aquí comienza, como ya se ha señalado, la libertad, la libertad personal, la libertad subjetiva, de manera que el pensamiento, al determinarse por sí mismo, puede querer y conocer las determinaciones como suyas …

Lo tercero es la fijación de estas diferencias y el conocimiento de ellas. Es la filosofía del moderno mundo europeo, la filosofía cristiana y la germánica (210).

Los romanos no han producido una filosofía propia, como tampoco han producido una poesía propia; y, asimismo, su religión es derivada de la griega (211).

La nueva filosofía germánica, la propiamente moderna, comienza con Descartes … El mundo friego ha desarrollado el pensamiento hasta la idea; el mundo cristiano o germánico ha concebido el pensamiento del espíritu (212).

El primer paso es, necesariamente, el más abstracto; es lo más simple, lo más pobre, a lo cual se opone lo concreto… y así, son las filosofía más antiguas las más pobres de todas… Cuando se dice que lo universal, lo absoluto, es el agua, o el infinito, o el ser, entonces lo universal ha recibido las determinaciones de agua, de infinito, de ser… El escalafón inmediato de la evolución es que lo universal sea concebido como determinándose a sí mismo… Es el nous de Anaxágoras y, mejor aún, el de Sócrates; allí comienza una totalidad subjetiva, puesto que el piensa se piensa a sí mismo; la determinación del nous es ser actividad pensante. 

El espíritu es la subjetividad que se conoce a sí misma. El espíritu es objeto para sí (217).

Dios se hace consciente en cuanto espíritu, en cuanto que él desdoblándose por sí mismo y asumiendo (anulando) esta duplicación, de modo que precisamente en esta diferencia exista por sí, es decir que él sea infinito; pues lo diferente es finito … este es el concepto del espíritu mismo: El gran quehacer del mundo es ahora conocer a Dios como espíritu y en el espíritu; y este quehacer le ha correspondido al mundo germánico. (220)

La religión cristiana contiene el dogma, la intuición de la unidad de la naturaleza divina y de la humana. Esto ha sido revelado a los hombres por Cristo, Hombre y Dios, la idea subjetiva y la idea objetiva son aquí una misma cosa. Este es el principio germánico, ésa es la unión de la objetividad y de la subjetividad (221).

La finalidad del mundo moderno es pensar lo absoluto como espíritu, como el universal que se determina a sí mismo… Por consiguiente, en total tenemos dos filosofías: 1) la filosofía griega, y 2) la germánica (la filosofía influida por el cristianismo)  (226).

Tenemos que considerar tres períodos en la historia de la filosofía: en primer lugar, la filosofía griega desde Tales, desde el origen, aproximadamente 600 años antes de Cristo … hasta los filósofos neoplátonicos, de los cuales Plotino vivió en el siglo III d. C.) … El segundo período es la Edad Media, el período de fermentación y de preparación de la filosofía moderna. A este período pertenecen los escolásticos; se ha de mencionar también las filosofías árabe y judía pero la filosofía fundamental es la de la Iglesia cristiana. Este período duró aproximadamente 1000 años también. El tercer período, el de la verdadera presentación de la filosofía moderna, comienza solamente en la época de la guerra de los treinta años, con F. Bacon, Jacobo Bohme o Descartes. Con él el pensamiento ha comenzado a penetrar en sí mismo. Cogito ergo sum son las primeras palabras de un sistema; y justamente estas palabras expresan lo que diferencia a la filosofía moderna de todas las filosofías precedentes (228).

c) Critica

“La idea subjetiva y la idea objetiva son aquí una misma cosa.  Este es el principio germánico, esta es la unión de la subjetividad y la objetividad». No es posible mejor resumen del idealismo alemán, como tampoco es posible resumir mejor sus amenazas.  Cuando la objetividad del Estado es la subjetividad de un individuo, de una minoría («el partido»), o de una clase («el proletariado»)  -pues en ellos se manifiesta el espíritu universal- entonces una nación entera es sometida a la dictadura de un individuo, de una minoría o de una clase. Esta es la base filosófica para la justificación del estado totalitario, que será la propuesta política de Hegel, y es considerado, a partir de él, por la filosofía política posterior. La filosofía a su vez influye en el sentido común, y parece dejar el terreno abonado para los regímenes totalitarios que han seguido en el siglo siguiente. Al menos en el caso de los regímenes comunistas, la línea Hegel-Marx-Lenin parece claramente trazada como inspiración ideológica.  (Afortunadamente, la filosofía del siglo XX será más kerkegaardiana, más existencialista, que hegeliana, es decir racionalista o «idealista» -pues ya hemos visto que el racionalismo desemboca finalmente en idealismo.  Este es un buen augurio si sigue sucediendo que el pensamiento politico de cada siglo sigue a la filosofía del siglo anterior)

   Y es que, una vez negada la distinción entre Espíritu y Materia, es cuestión de mera de nomenclatura, afirmar que el Todo es espíritu en necesaria evolución dialéctica (Hegel) o afirmar que es materia en necesaria evolución dialéctica. Este último es el principio de la revolución, en Marx, como programa de acción de carácter dialéctico: el revolucionario ha de ser inconformista y negar su propia sociedad, es él quien la hará progresar hacia la totalidad.  Por la revolución, la voluntad subjetiva del evolucionismo se hará objetiva, llegará a imponerse como ley a toda la sociedad.  La revolución socialista costará Rusia cien millones de muertos, profetizó Dostoyevski en «Los Demonios», y en un recuento reciente de Solzjenitzin, en que se incluían  a los muertos de la guerra, se llegaba a esos cien millones, o al menos cerca. Los campos de concentración de los que hemos llegado a ser contemporáneos –y aún siguen esos regímenes totalitarios en algunos países- son por sí mismos una refutación de Hegel.  La historia, que para Heggel extrae las consecuencias necesarias -y al menos esta vez lo ha hecho- se ha encargado ya de refutarle, aunque costando esto la vida y el sufrimiento de muchos. La filosofía subjetivista está ahí, en desarrollo perfectamente coherente desde Descartes hasta Hegel.  Los frutos también están ahí, y una comprensión profunda de esta filosofía incluye también la necesidad de sus frutos.  Basta entonces, en la misma vena hegeliana de las «representaciones» religiosas, aplicarle al árbol de Hegel las palabras de Jesucristo «Por sus frutos los conocerÈis».  Tan lejos nos ha llevado la puesta en duda cartesiana del «Res Sunt» en su «dubitare de omnibus», implicitamente panteista, pues todas las cosas las entiende como necesarias, ya que se propone deducir necesariamente su existencia, en vez de limitarse a observarlas. Se encargará la historia de la filosofía de hacer explícito lo que era implícito, y al panteísmo, ya en forma de ateísmo, supondrá  la supresión del fundamento de cualquier norma moral, pues si Dios no existe todo esta permitido, según es repetidamente afirmado en I fratelli Karamazov. 

    Cuando una sociedad entera es sometida al espíritu subjetivo de un dictador, la vida misma chirría dentro del esquema que supone el sistema mental de un solo hombre y solo se sostiene -y esto temporalmente- mediante una férrea disciplina policial.  Tambien la historia, la Filosofía y la Religión chirrían al ver encorsetadas sus manifestaciones dentro del esquema interpretativo de una filosofía dentro de la cual tienen que aparecer -forzados o no- como momentos de su propio hacerse (este esquematismo» es heredado por todos los seguidores de Hegel, digamos que es un rasgo de familia.  Así en la interpretación marxista de la historia toda ella en simplicisimos términos de lucha de clases, con frecuencia simplones y hasta anacrónicos (Se dice que , en cierta ocasión, al ser advertido Sartre de que dos hechos habían sucedido en cronología inversa a la interpretación causal con que él los había explicado, Sartre contestó:  “tan pis pour l’ histoire!”  (¡peor para la historia!»)

Así también, en la interpretación hegeliana de la religión todo es forzado: No se pretende, en los dogmas cristianos aludidos por Hegel, representar verdades filosóficas, sino presentar verdades reveladas pertenecientes al orden sobrenatural, y por tanto no alcanzables por la razón humana. Se puede hablar, sí, de reminiscencias en el pensamiento de Hegel de ciertos dogmas cristianos, especialmente el trinitario, lo que tiene su explicación  pues Hegel era luterano y se formó en un seminario.  Con todo, estos  dogmas estan mal entendidos en las reminiscencias hegelianas, o mejor dicho, están forzados  (una vez más) para que puedan entrar en su «esquema», haciéndonos decir lo que en modo alguno decimos, sea cual sea nuestra confesión: En particular,  la generación del Hijo no es procesual, no tiene lugar por medio de ninguna sucesión de  momentos lógicos.  El Dogma cristiano no afirma que el Espíritu Santo sea el Espíritu del Mundo, de modo que pueda identificarse  la Creación del Mundo con la procesión del Espíritu Santo del Padre y del Hijo.  Así pues no tiene sentido alguno para un cristiano hablar de la Naturaleza como de Dios alieanado o salido fuera de sí.  Lo mismo puede decirse de la figura de Jesucristo que no es en modo alguno la representación de la identidad de la naturaleza humana y divina.  Ningún cristiano, de ninguna confesión, admitiría jamás que Cristo sea la representación de verdad filosófica alguna, y menos de esta índole, pues desde antiguo y con gran énfasis, ambas,  naturaleza humana y la divina, se entienden en Cristo como inconfusas.  La doctrina de la Gracia no representa la universalidad del espíritu humano, es decir, su identidad  con el espíritu Santo, pues todo panteísmo -y en particular el hegeliano- es incompatible con el cristianismo, don Cristo Hombre ocupa el lugar central como único mediador entre Dios y los hombres.  Así mismo, la filosofía está forzada: solo así pueden aparecer filosofías tan distintas como la aristotélica y la hegeliana como expresión de una misma verdad universal, y podríamos seguir multiplicando los ejemplos cuando toda la realidad, la Naturaleza, la vida la religión, el pensamiento han sido encorsetados para que puedan entrar en su esquema filosófico.

    La filosofía de Hegel tendría más sentido si la historia hubiera acabado, en efecto, al mismo tiempo que la vida de Hegel. Pero Hegel murió, y la vida resultó ser más rica porque siguió. El tiempo ha seguido y la historia continua. Así pues la filosofía de Hegel predice  su propia descomposición cuando determina que la filosofía acaba en Hegel, ya que el hombre seguirá siempre filosofando, barco siempre a la deriva, siempre navegando y al mismo tiempo encallado en las tres  preguntas kantianas: ¿que puedo saber? ¿qué debo hacer? ¿qué me es permitido esperar? 

  Cualquier verdadero hegeliano debe negar la filosofía de Hegel. Ha habido de hecho hegelianos que han tomado en serio esta recomendción y han sido críticos con el pensamiento del maestro desaparecido, suponiendo en esto, en el fondo, su misma filosofía. Así, cuando Marx hace su critica de la filosofía, se limita a criticar la de de Hegel,  pues afirma, con el pensador alemán, que ésta comprende cualquier otra  filosofía. El resultado es que Marx, suponiendo lo mismo que está criticando, niega la filosofía de Hegel (¡sin dejar de ser hegeliano!) y con ella toda la filosofía, llegando a su famosa afirmación,  paradógico puerto final de la aventura racionalista y desenmascaramiento  de su raíz voluntarista: «El mundo no hay que interpretarlo, como hacen los filósofos, ¡Hay que transformarlo!» La verdad ha perdido la partida final. En adelante será sustituída por la voluntad,  por la praxis  revolucionaria de Karl Marx  o la voluntad de poder de Friederick Nietzsche 

   El proyecto racionalista ha acabado. Acaba pues en la mera práctica, en la irracionalidad total, en mero voluntarismo, es decir en lo que era desde el principio, pero ahora ya explicito, desenmascarado. Solo por la voluntad que fuerza a la razón, solo por un querer dudar de todo,  puede dudar el hombre de la facultad más digna que se le ha dado, y dudar así no solo de sí mismo, sino de todas las cosas. ¡Al final del proyecto racionalista, al pedirle a la razón lo que no puede dar, al pedirle la deducción lógica de la realidad más bien que su humilde observación, hay que renunciar a la misma filosofía! Ah, pero esto tiene en contra nada menos que a la naturaleza misma del hombre. «El hombre tiene por naturaleza un deseo de saber» Así empieza el primer libro de la Metafisica de Aristoteles. También después de Hegel el hombre seguirá admirándose y no podrá dejar de hacer filosofía.

  Acabo resumiendo mi crítica a Hegel: la descomposicion de escuela que tuvo lugar en las filosofías posthegelianas no ha sido pues sino la manifestación histórica, temporal, de una  contradicción  interna en la entraña misma de la filosofía idealista: Cuando el espíritu se ha absolutizado, al final ya del proceso dialéctico, ¿por qué no una nueva negación de éste,  que haga continuar el proceso indefinidamente? Y si el proceso es indefinido ¿cuándo el espíritu subjetivo llegará a ser Espíritu Absoluto? 

   Hegel, es pues un filósofo de enorme importancia en la historia de la filosofía, No sólo porque la filosofía posterior –toda filosofíoa posterior- es impensable sin Hegel, sino porque su total coherencia ha aclarado, por fin las cosas. No se ha dejado llevar por ningún prejuicio, y nos ha mostrado el puerto final del punto de partida cartesiano.

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Introducción a la historia de la filosofía: Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Aunque su obra principal es la Fenomenología del Espíritu, su idea filosófica permea toda su obra, también sus escritos de fundamentación del derecho, de de la historia, la lógica, idea que se hace especialmente transparente en la obra que comentamos, pues en ella Hegel hizo un esfuerzo de transparencia  para hacer accesible su filosofía.

Ignacio Sols-11 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

Una versión más larga de este artículo puede verse aquí.


Cuatro fechas

22 Agosto 1770 , nace en Stuggart.

1788-1793. Formación teológica en el seminario de Tubinga.

1807 Publicación de la Fenomenología del Espiritu 

14 noviembre 1831, fallece en Berlín

Estudió en el seminario protestante de Tubinga junto con Schelling y Hölderlin, unidos los tres por su admiración hacia Fichte, el fundador del idealismo  alemán. Hölderlin habría de expresar su comunidad de ideas en una lirica de naturaleza pertransida de Espíritu, y Schelling alcanzaría la fama como profesor universitario creador de su propio sistema filosófico idealista. Georg Hegel, mientras tanto, vivía desconocido y casi en la miseria. Pero cuando su estrella brilló con la publicación de su obra, llegó a eclipsar, catedrático ya de la universidad de Berlín, a la de Fichte y Schelling, como cumbre del idealismo alemán. Toda la filosofía posterior será derivación de Hegel o reacción a él, por lo que  es considerado padre de la filosofía contemporánea. El conocimiento de su filosofía es pues indispensable para comprender con profundidad las corrientes de pensamiento de nuestra era.

A) Mostra

En el magnífico edificio Kantiano, construido por el filósofo de Könisberg para salvar como apriorismos del entendimiento el ser (las sustancias), la causalidad, y otras categorías indispensables que parecían desaparecidas para siempre en el naufragio de David Hume, se encontró muy pronto una flagrante contradicción: si la causalidad es un a priori del entendimiento y no es algo real, ¿cómo puede el mundo exterior causar sus impresiones en mí, para dar inicio al conocimiento? 

La solución de Fichte solo se comprende en la nueva sensibilidad romántica, liberal: deshacerse de un manotazo del mundo exterior y quedarse con solo el I -en vez del ser-  como el punto de partida de la filosofía. En una evolución dialéctica – tesis, antítesis, síntesis-  el mundo aparece como antítesis del "I": como el “no Yo” . Esta se oponía al Yo,  lo limitaba, siendo la síntesis esa limitación suya que Fichte escribe como  “I” con minúscula. A raíz, parece, de una conversión personal posterior,  Fichte el introduce el Espíritu  en su filosofía, pero habrá de ser su continuador Friedrich Schelling quien le encuentre el lugar adecuado en la dialéctica: El Yo o sujeto sería el Espíritu subjetivo, el cual se objetiva, se pone delante de sí como objeto (ob-iectum) de propio conocimiento, como Naturaleza o Espíritu objetivo, y al conocerse éste a sí mismo deviene en Espíritu absoluto. 

Esta será la inspiración inmediata de Hegel, quien encontrará demasiado ateo empezar la filosofía por el Yo, y más reverencial poner el origen del proceso dialéctico en Dios, o,  en términos de su propia filosofía, en la Idea: Kant había tenido problemas de coherencia al partir de ambas realidad e idea, así que él solo partirá de la Idea y dejará que lo demás aparezca como su evolución lógica, dialéctica, en una filosofía que será a la vez  un panteísmo de carácter spinoziano y un panlogismo de carácter idealista: aquella filosofía que no solo parte de la Idea sino que en ella todo es Idea.

Del yo a la idea

Se refiere también a este punto de partida como el  “Ser”  ya que “ser” es la idea más universal, la más abstracta o pobre en concreciones o determinaciones: “Ser es nada” llega a decir, y no le falta razón en su mentalidad logicista, pues al decir “ser” no se predica nada.  Es ésta  la “Idea en sí”, pues no supone conocimiento alguno, nada dice siquiera de sí misma. Pero devendrá en “Idea para sí” , o “Idea” en sentido propio, cuando, en un proceso atemporal de autoconocimiento, sea llenada de todas las posibles determinaciones (formado Hegel en un seminario, se inspira aquí en la concepción trinitaria de san Agustín, para quien todas los seres han sido “antes” seres posibles o ideas ejemplares en Dios, de modo que todas las verdades son participación de la única Verdad, la Palabra del Padre). Y  dirá, inspirado en sus predecesores, que este proceso lógico, atemporal, tiene carácter dialéctico: cada tesis es negada por una antítesis, llegándose después a una síntesis como negación de la negación al reconocer en la tesis  parte de  la verdad, reconocer una nueva determinación, pero no aún toda la verdad. Por esto dice, citando a Spinoza, “omnis determinatio est negatio”, y también: “ser espinoziano es el principio de todo filosofar”.

Este proceso de mediación atemporal desde el Ser, o “Idea en sí” hasta la “Idea para sí”, o simplemente Idea (o Logos, o Verdad) es un proceso puramente lógico y por tanto necesario. Pero la Verdad total incluye en particular esta verdad, incluye  la necesidad  de este proceso, y , al conocerla, es libre (pues ésa es la concepción de la libertad en Hegel: “En la percepción sensible, por ejemplo, y en el sentimiento, yo me encuentro  confinado y no soy libre, pero soy libre cuando  soy consciente de este sentimiento mío”). 

El Espíritu y la libertad

En un acto entonces de suprema libertad, la idea sale fuera de sí misma, para ser lo otro, lo fuera de ella, y es a esta “Idea fuera de sí”  a lo que Hegel llama Espíritu, y añade que esta procesión del Espíritu desde el Ser y la Idea es lo representado en religión por la procesión del Espíritu Santo del Padre y del Hijo. 

Para al ser su concepción panteísta, e inspirado en un Schelling para quien la naturaleza es espíritu (y así en la poesía de Hölderlin) entiende Hegel la procesión del Espíritu como lo mismo que la creación del Mundo:

El espíritu existe solamente en tanto que se produce, da testimonio de sí  y se muestra, se manifiesta.  En su testimonio se produce a sí mismo.  Esta es la idea fundamental.  Expresado en la representación: Dios espíritu  o amor (esto es, uno); es decir, Dios sse enajena (se aliena) a sí mismo, para comunicarse, para entregarse a lo otro. Y aquí  sobrevienen de repente las apariencias del ser dado, del haber  percibido, etc…. Aquí tiene su puesto todo lo histórico.

Il Natura es Espíritu inconsciente de sí mismo, oculto en una cáscara material que ha de llegar a romper hasta llegar a conocimiento de sí mismo. “Conócete a ti mismo” es el único mandamiento que ha recibido el Espíritu para así devenir  “Espíritu Absoluto” o  consciente de sí mismo. Este proceso temporal de autoconocimiento, puntual repetición de aquel proceso atemporal de autoconocimiento desde el Ser hasta la Idea, es la Historia, ya que para Hegel es ésta lo mismo que la Historia de la filosofía, ya que la filosofía de cada pueblo, su cultura, es su floración más plena.

La historia como autoconocimiento

Sabemos cómo esto ha sucedido: adoptando la naturaleza formas cada vez más organizadas hasta aparecer el hombre y expresar éste la verdad universal primero en forma de mitos, luego en la representación religiosa, y finalmente en la filosofía, la cual remonta el vuelo al atardecer como como ave de Minerva. Así la llama porque la filosofía es inicialmente belicosa con los mitos y con la religión, pero al final comprende, en su madurez, que ellos expresaban ya, a su modo, su misma verdad.  

Esta es la filosofía germánica, que Hegel hace empezar en Descartes, lo que expresa en términos reminiscentes del sacro imperio romano-germánico: «El mundo griego ha desarrollado el pensamiento hasta la Idea. El mundo cristiano o germánico ha concebido el pensamiento del Espíritu».

El Espíritu Universal es en cada filósofo espíritu subjetivo (lo que ve representado en la religión por la «Gracia») y éste es objetivado en las leyes constitutivas del estado: «La voluntad libre quiere solamente las determinaciones que existen en la voluntad universal.  Por consiguiente, con estas determinaciones de la voluntad universal se establece la libertad civil, el derecho racional, la verdadera y justa constitución del Estado».

No reconocer la universalidad del Espíritu en cada hombre, en cada filósofo, es la blasfemia contra el Espíritu que no será perdonada: negar que sea Santo, esto es, universal.   «El gran quehacer del mundo es ahora conocer a Dios como espíritu y en el espíritu; y este quehacer ha correspondido al pueblo germánico».  «La religión cristiana contiene el dogma, la intuición de la unidad de la naturaleza divina y de la humana.  Esto ha sido revelado a los hombres por Cristo, Hombre y Dios.  La idea subjetiva y la idea objetiva son aquí una misma cosa.  Este es el principio germánico, esta es la unión de la subjetividad y la objetividad».

B) Critica

“La idea subjetiva y la idea objetiva son aquí una misma cosa.  Este es el principio germánico, esta es la unión de la subjetividad y la objetividad». No es posible resumir mejor el idealismo alemán, como tampoco es posible resumir mejor sus amenazas.  Cuando la objetividad del  Estado es la subjetividad de un individuo, de una minoría («el partido»), o de una clase («el proletariado»)  -pues en ellos se manifiesta el espíritu universal- entonces una nación entera es sometida a la dictadura de un individuo, de una minoría o de una clase. Esta es la base filosófica para la justificación del estado totalitario, que será la propuesta política de Hegel, y de la  filosofía política que seguirá en su estela. 

La filosofía de Hegel influyó en el sentido común, permeó en él, dejando el terreno abonado para los regímenes totalitarios del siglo que siguió. En el caso de los regímenes comunistas, por ejemplo, la línea Hegel-Marx-Lenin parece claramente trazada como inspiración de una ideología política del siglo XX en esta filosofía del siglo XIX, y de ella habremos de tratar más tarde (Pero afortunadamente trataremos también de la filosofía existencialista de Kierkegaard que puso el acento en la persona por encima de la colectividad, un mejor augurio para el pensamiento político posterior).

De Hegel a Marx

Y es que, una vez negada la distinción entre Espíritu y Materia, es cuestión ya de mera de nomenclatura (como el propio Marx observa)  que se afirme que todo es espíritu en necesaria evolución dialéctica o que es materia en necesaria evolución dialéctica. Este último es el principio de la revolución como programa de acción de carácter dialéctico: el revolucionario ha de ser inconformista y negar la propia ordenación humana en que vive, porque así es como la hará progresar hacia la totalidad.  Por la revolución, la voluntad subjetiva se hará objetiva, imponiendo su ley a la sociedad.  La revolución socialista costará a Rusia cien millones de muertos, profetizó Dostoyevski en «Los Demonios», y en un recuento de Solzjenitzin, en que se incluían  los muertos de la guerra, no  se llegaba lejos de los cien millones.  Los campos de concentración de los que algunos hemos sido contemporáneos son por sí mismos una refutación de Hegel.  La historia, que para Hegel extrae las consecuencias necesarias -y al menos esta vez lo ha hecho- , se ha encargado ya de refutarle, aunque costando la vida y el sufrimiento de muchos.

La filosofía subjetivista está ahí, en desarrollo perfectamente coherente desde Descartes hasta Hegel.  Los frutos también están ahí, y una comprensión profunda de esta filosofía incluye también la necesidad de sus frutos.  Basta entonces, en la misma vena hegeliana de las «representaciones» religiosas, aplicar al árbol de Hegel las palabras de Jesucristo «Por sus frutos los conoceréis».  Tan lejos nos ha llevado la puesta en duda cartesiana del «Res Sunt» en aquel «De omnibus dubitandum» implícitamente panteísta, ya que todas las cosas entiende como necesarias, al proponer que su existencia sea deducida en vez de observada. Se encargará la historia de la filosofía de hacer explícito lo que en Hegel era implícito, y el panteísmo hegeliano, ya en forma de ateísmo, privará de fundamento cualquier norma moral, pues “si Dios no existe, todo esta permitido” como es repetidamente afirmado en I fratelli Karamazov

 La filosofía de Hegel tendría más sentido si la historia hubiera acabado, en efecto, al mismo tiempo que la vida de Hegel. Pero Hegel murió, y la vida resultó ser más rica porque siguió. El tiempo ha seguido y la historia continua. Así pues la filosofía de Hegel predice  su propia descomposición cuando determina que la filosofía acaba en él ya que el hombre seguirá filosofando, barco siempre a la deriva, siempre navegando y al mismo tiempo encallado en las tres  preguntas kantianas: ¿que puedo saber? ¿qué debo hacer? ¿qué me es permitido esperar? 

La verdad cede ante la voluntad

Cualquier verdadero hegeliano debe negar la filosofía de Hegel. Ha habido de hecho hegelianos que han tomado en serio esta recomendación y han sido críticos con el pensamiento del maestro desaparecido, suponiendo en esto, en el fondo, su misma filosofía. Así, cuando Marx hace su critica de la filosofía, se limita a criticar la de de Hegel,  pues afirma, con el pensador alemán, que ésta comprende cualquier otra  filosofía. El resultado es que Marx, suponiendo lo mismo que está criticando, niega la filosofía de Hegel (¡sin dejar de ser hegeliano!) y con ella toda la filosofía, llegando a su famosa afirmación,  paradójico puerto final de la aventura racionalista y desenmascaramiento  de su raíz voluntarista: «El mundo no hay que interpretarlo, como hacen los filósofos, ¡Hay que transformarlo!» La verdad ha perdido la partida final. En adelante será sustituida por la voluntad,  por la praxis  revolucionaria de Karl Marx  o la voluntad de poder de Friedrich Nietzsche.

La descomposición de escuela que tuvo lugar en las filosofías posthegelianas no ha sido pues sino la manifestación histórica, temporal, de una  contradicción  interna en la entraña misma de la filosofía idealista: Cuando el espíritu se ha absolutizado, al final ya del proceso dialéctico, ¿por qué no una nueva negación de éste,  que haga continuar el proceso indefinidamente? Y si el proceso es indefinido ¿cuándo el espíritu subjetivo llegará a ser Espíritu Absoluto? 

Hegel, digámoslo finalmente, es de enorme importancia en la historia de la filosofía, no sólo porque toda la filosofía posterior depende de un modo u otro de su obra, sino porque ha sido sumamente aclaratoria.  No se ha dejado llevar por ningún prejuicio, y nos ha mostrado el puerto de llegada del punto de partida cartesiano.

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Sus voluntarios, en su mayoría jóvenes, hablan con mujeres que han decidido abortar; la entidad cifra en más de 9.000 los embarazos que han seguido adelante

Redazione Omnes-11 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

El origen de esta labor se remonta a 1978. El aborto aún no era legal en España –no se despenalizaría hasta 1985–, pero el debate empezaba a llegar a institutos y colegios. Ese año, un grupo de seis estudiantes comenzó a organizarse en defensa del no nacido. Entre ellos estaba la actual presidenta de Rescatadores Juan Pablo II y de la asociación MasFuturo, Marta Velarde. 

Velarde reconoce que los primeros años fueron difíciles y señala como punto de inflexión su encuentro con Bernard Nathanson, el médico estadounidense que practicó miles de abortos antes de convertirse en uno de los referentes del movimiento provida: “Cuando le conocí en persona ya no pude parar”. Desde entonces, asegura, ya no hay vacaciones ni horarios para salvar a un bebé. Años después nació Rescatadores Juan Pablo II.

A pie de calle

Los rescatadores se sitúan de forma discreta en las inmediaciones de la mayoría de los centros donde se practican abortos, en Madrid y en el resto de España. Su labor consiste en entablar conversación con las mujeres que entran o salen. Según Velarde, la mayoría acepta hablar y termina contando su historia: “Cuando esa madre se está planteando no dejar vivir a su hijo, pero es escuchada, la situación cambia”.

El 60% de los voluntarios tiene entre 18 y 28 años. Están repartidos por distintas ciudades del país. Más de 1.500 jóvenes han pasado ya por su escuela de rescates, donde aprenden a afrontar estas conversaciones. A los rescates directos se suman los que la entidad denomina indirectos: mujeres que en su momento parecieron no atender a los voluntarios y que, tras dar a luz, se pusieron en contacto con ellos para darles las gracias.

Acompañamiento sin plazos

La asociación insiste en que su trabajo no termina a la puerta de la clínica. De ahí surgió, en 2013, MasFuturo, que acoge a las mujeres después del rescate y les ofrece un apoyo sin fecha de caducidad. Su presidenta lo justifica así: “La opción de volver o conocer a Dios no es cuestión de un año”. Ese acompañamiento prolongado, admite, encarece la atención, pero en la asociación lo consideran irrenunciable.

Algunas de estas mujeres han contado después su experiencia en público. Miriam, que en el pasado llegó a abortar con ocho meses de gestación, fue atendida por los rescatadores hace un año y dio su testimonio en la manifestación por la Vida de Madrid de 2026; ahora prepara su bautismo y el de su hijo. María Elena, que llegó a plantearse abortar a su quinto hijo, intervino en la edición de 2025.

La labor de MasFuturo se organiza en cuatro proyectos:

  • Proyecto Luz: la fase de rescate, desde la puerta de la clínica hasta la asociación.
  • Proyecto Caminando: acompaña a mujeres que han pasado por uno o varios abortos –algunas, por más de seis– en su regreso a la fe. Muchas acaban implicándose en la defensa del no nacido.
  • Proyecto Juntos: busca la reconciliación con la familia y el entorno.
  • Proyecto Futuro: el más reciente, financia la escolarización en colegios católicos de niños rescatados mayores de seis años.

MasFuturo mantiene además un teléfono de emergencia (693 632 326), operativo las 24 horas, que atiende de forma anónima cientos de casos al mes. La mayor parte de las llamadas llega entre las once de la noche y las cinco de la madrugada, sobre todo los fines de semana, y no solo desde España:  también recibe consultas de Norteamérica, Europa y Sudamérica.

Quiénes la sostienen

La asociación no recibe subvenciones y ninguno de sus miembros cobra por su trabajo. La financiación procede de donaciones, mercadillos y parte del sueldo de los propios voluntarios, entre los que hay médicos, enfermeros, profesores de secundaria y de universidad, estudiantes, trabajadores sociales, psicólogos, periodistas, amas de casa y jubilados. La entidad atiende a cualquier mujer que lo solicite, sin distinción de origen, religión o situación económica o social.

Cuando nació MasFuturo, recuerda Velarde, hubo quien temió que la sociedad diera la espalda a una iniciativa tan clara en sus planteamientos. Ella prefiere poner el foco en los cientos de niños bautizados desde 2013 y en las familias que se han acercado a la Iglesia.

Cultura

Edith Eger (1927-2026): La vulnerabilidad creativa

Hace apenas unos meses falleció a los 99 años la psicóloga y escritora húngara-estadounidense Edith Eger. La lectura de sus memorias contenidas en La bailarina de Auschwitz -de las que se han vendido tres millones de ejemplares- puede ayudar a muchos a transformar en creatividad su fragilidad personal.

Teresa Esteban y Jaime Nubiola-11 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Aprendemos desde muy temprana edad que la fragilidad es un defecto que debe ocultarse. En un esfuerzo por evitar la debilidad terminamos encerrando nuestra vulnerabilidad en un cajón con mil candados. Pero hay personas que nos recuerdan que quizá la vulnerabilidad puede convertirse en el mejor combustible para la creatividad. Una de ellas fue Edith Eger, bailarina en Auschwitz a los 16 años, superviviente del Holocausto, discípula de Viktor Frankl en Estados Unidos, psicóloga clínica especializada en traumas y escritora: estas son algunas de las caras de la poliédrica personalidad de esta mujer judía que convirtió su dolor en su mayor tesoro. El sufrimiento le hizo trascender el tiempo y el espacio para llegar a ser verdaderamente libre. Esa actitud puede entenderse como una forma de vulnerabilidad creativa.

La herida se convierte en creación

Tomar un pedazo de papel y con la tinta de sus heridas escribir un libro como La bailarina de Auschwitz (Planeta, Barcelona, 2018) es un acto creativo en términos literarios, pero también un acto creativo de sanación del dolor y capaz de ayudar a muchísimas más personas que las que pudo atender en su consulta. El título original de su libro era “The Choice: Embrace the Possible” [“La elección: abrazar lo posible”]; fue publicado en 2017, cuando Edith contaba ya con 90 años. Vivir una experiencia tan desgarradora le hizo comprender que “el tiempo no cura. Lo que cura es lo que haces con el tiempo” (p. 395). 

Edith Eger decidió nombrar lo sucedido para comprenderlo mejor y así poder encontrarle sentido. Para lograrlo, tuvo que hacer algo muy valiente: aprender a desnudar su alma ante miles de lectores, con la vulnerabilidad que esto implica. Antes de ponerse a escribir ella pensaba: “Soy innecesaria. No soy lo bastante buena, no hay sitio para mí” (p. 34). Y es probable que para ella fuera particularmente duro escribir esas líneas, porque, después de padecer un trauma de tal magnitud en varios campos de concentración nazis, mostrarse vulnerable hoy, en tiempos de paz, requiere una gran valentía. 

Edith Eger quiere narrar y crear un texto que la trascienda. Sabe que para lograrlo debe inmortalizar su propia fragilidad y regalarla generosamente a los demás. Porque para escribir de verdad es necesario renunciar a la ilusión de una identidad perfecta. Quien escribe -como ella- desde la experiencia no es autorreferencial, egocéntrico o masoquista. Es alguien valiente que decide mostrarse incompleto, contradictorio e incluso herido. No para despertar compasión, lástima o necesidad de ser salvado, sino para llegar a ser protagonista de su propia historia. Porque sólo aquello que ha sido verdaderamente integrado y comprendido puede traducirse en un lenguaje que permita convertirse en conocimiento compartido. 

Abrirse para llegar a los demás

La exposición del dolor y de la fragilidad, el hacerse vulnerable, se transforma en una hermosa forma de hospitalidad. Esta hospitalidad consiste en abrir las puertas del alma de par en par, y permitir que otros entren hasta sus rincones más profundos. Edith Eger ofrece su propia experiencia a fin de que los demás puedan comprender cada uno la suya. A pesar de haber vivido en circunstancias completamente distintas a las nuestras, sus lectores se ven reflejados en La bailarina de Auschwitz porque lo que en el libro se transparenta no es lo accidental, sino lo esencial: las emociones humanas más profundas, escondidas en el interior del ser humano. Son como telarañas que se ocultan normalmente a los invitados, por la vergüenza que producen la oscuridad y las sombras. Pero Eger no muestra solo sombras, sino también la luz esperanzadora que entra por la ventana para iluminar incluso lo que otros preferirían ocultar.

Edith Eger no convierte el sufrimiento en espectáculo para saciar el morbo, ni en un argumento de autoridad para hablar desde la superioridad moral, sino en algo más significativo: en lenguaje. Ella sabe que el sufrimiento, por sí mismo, no enseña. Lo que realmente enseña es la reflexión que nace de él. Entonces su memoria deja de ser solamente una herida que supura y se convierte en pensamiento que se cuestiona a sí mismo, antes de convertirse en frases que pueden ser entendidas por cualquiera, porque en diferentes circunstancias y diversas intensidades toda persona las ha experimentado.  

Una elección hacia la libertad

La bailarina aprendió que en el escenario de la memoria no solo se baila con el cuerpo, sino también con el alma. Porque el balletle enseñó que la belleza nace de cada movimiento equilibrado. En su escritura no ignora el sufrimiento, sino que dialoga con él mediante la danza de su creatividad; no fue un escape de la realidad, sino una forma que encontró para integrarla en cada uno de los pasos de su coreografía vital, porque jamás dejó de bailar con la flexibilidad, la disciplina y la belleza de su propia vulnerabilidad creativa.

La bailarina de Auschwitz puede ayudar a sus lectores a ganar en libertad interior. Como escribe Eger a propósito de su trabajo doctoral: “En la investigación para mi tesis, descubrí y expuse mi convicción personal y mi piedra angular clínica: podemos decidir ser nuestros propios carceleros o podemos decidir ser libres” (p. 270). La libertad interior a veces comienza precisamente cuando una persona puede mirar su historia de frente -por muy dolorosa que sea-, nombrarla, comprenderla e integrarla sin permitir que la herida determine quién es, ni su futuro. En ese sentido, escribir puede convertirse en un acto de libertad interior, no porque cambie el pasado, sino porque permite decidir qué lugar ocupará ese pasado en la propia vida.

L'autoreTeresa Esteban y Jaime Nubiola

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Vaticano

Mons. Viola, Arcipreste de la Basílica de San Pedro, y el cardenal Tagle, Decano

Monseñor Vittorio Viola, OFM, hasta ahora secretario del Dicasterio para el Culto Divino, ha sido nombrado por León XIV vicario general de Su Santidad para la Ciudad del Vaticano, Arcipreste de la Basílica de San Pedro, y Presidente de la Fábrica de San Pedro. El cardenal Tagle es el nuevo decano del Colegio Cardenalicio.

Redazione Omnes-10 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Monseñor Vittorio Francesco Viola, perteneciente a la Orden de los Frailes Menores de Umbría, y secretario hasta ahora del Dicasterio para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos, ha sido nombrado este 10 de octubre por el Papa León XIV vicario general de Su Santidad para la Ciudad del Vaticano, arcipreste de la Basílica Papal de San Pedro en el Vaticano y presidente de la Fábrica de San Pedro. 

Mons. Viola, OFM, nació en Biella el 4 de octubre de 1965, y entre otros cargos que ha desempeñado, destaca el de custodio del convento y de la basílica papal de Santa María de los Ángeles en la Porciúncula, de 1999 a 2005, y el de responsable de Cáritas diocesana, de 2008 a 2014. Ha impartido clases en el Instituto Teológico de Asís, adscrito a la Facultad de Teología de la Pontificia Universidad Lateranense. 

El 15 de octubre de 2014, el Papa Francisco lo nombró obispo de la diócesis de Tortona, y fue ordenado en Santa María de los Ángeles en la Porciúncula el 7 de diciembre de 2014. El 27 de mayo de 2021, le nombró secretario de la Congregación para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos, donde llevaba cinco años.

El español Aurelio García Macías, nuevo secretario

Además, el Santo Padre León XIV ha nombrado al reverendo Mons. Aurelio García Macías, actualmente Subsecretario del mismo Dicasterio, como Secretario del Dicasterio para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos.

Nacido el 28 de marzo de 1965 en la localidad vallisoletana de Pollos, España, fue ordenado sacerdote para la archidiócesis de Valladolid en 1992. Obtuvo la Licenciatura en Filosofía en la Universidad de Salamanca y el Doctorado en Liturgia en el Pontificio Instituto Litúrgico de San Anselmo. 

Desde el 10 de septiembre de 2015 presta servicio en la Congregación para el Culto Divino y la Disciplina de los Sacramentos, y el 27 de mayo de 2021, el Papa Francisco le nombró subsecretario de dicha Congregación con carácter episcopal y le asignó la sede titular de Rotdon.

El cardenal Luis A. Tagle, pro-prefecto del Dicasterio para la Evangelización, junto a la reliquia del venerable Fulton J. Sheen durante la misa de beatificación del arzobispo Sheen, celebrada el 24 de septiembre de 2026 en The Dome at America’s Center en San Luis (Estados Unidos) (Foto OSV News/Bob Roller).

El cardenal Tagle, Decano del Colegio Cardenalicio

Con fecha de ayer,  el Pontífice León XIV ha aceptado la renuncia al cargo de decano del Colegio Cardenalicio presentada por el Cardenal Giovanni Battista Re, quien será ahora decano emérito, con el título de la Iglesia Suburbicaria de Sabina-Poggio Mirteto. El cardenal Re fue elegido en 2020 y reelegido por el Papa Francisco en 2025.

En paralelo, el Romano Pontífice ha aprobado la elección, realizada por los cardenales del Orden de los Obispos, del nuevo decano del Collegio cardinalizio, el cardenal filipino Luis Antonio G. Tagle, pro-prefecto del Dicasterio para la Evangelización en la Sección para la Primera Evangelización y las Nuevas Iglesias Particulares, quien asumirá el título de la Iglesia Suburbicaria de Ostia, conservando el título de la Iglesia Suburbicaria de Albano.

L'autoreRedazione Omnes

Mondo

Ed Shoener: “La mejor prevención en salud mental, saberse comprendidos y amados”

Con motivo del Día Mundial de la Salud Mental el 10 de octubre, el norteamericano Ed Shoener, estos días en un Encuentro en Roma, declara en una entrevista con Omnes que los problemas mentales suponen un desafío para todos, y que la mejor prevención es sentirse comprendidos y amados.

Francisco Otamendi-10 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La hija de Ed Shoener y de su esposa, Ruth, murió por suicidio en 2016. Se llamaba Katie. El obituario de Katie se viralizó porque reflejaba las necesidades e inquietudes de las personas que viven con enfermedades mentales. Millones de personas lo leyeron y decenas de miles de personas de todo el mundo contactaron con el diácono Ed. 

Una y otra vez, afirma Ed Shoener, escuchó a personas que lamentaban que la Iglesia católica ofreciera poco apoyo pastoral a quienes sufren enfermedades mentales y a sus seres queridos. En respuesta, el diácono Ed cofundó la Asociación Internacional de Ministros Católicos de Salud Mental, y estos días está en Roma, desde donde el Papa León XIV ha invitado a rezar este mismo mes “para que la pastoral de la salud mental se integre en toda la Iglesia”.

Un encuentro romano

Además, estos días tiene lugar en Roma un encuentro titulado “Una presencia que sana: la llamada de la Iglesia al ministerio de la salud mental”. Organizan el encuentro la Asociación Internacional de Ministros Católicos de la Salud Mental (International Association of Catholic Mental Health Ministers), en colaboración con la Fundación Internacional Don Luigi Di Liegro y con la Red Mundial de Oración del Papa, con el patrocinio de la Pontificia Academia para la Vida. 

Éstas son algunas respuestas de Ed Shoener. León XIV contribuye a romper el estigma social, Jesús es el mayor psicólogo que ha existido, y ser comprendidos y amados es la prevención más duradera, ha declarado a Omnes.

La salud mental ha adquirido un papel central en la sociedad actual, dice usted. ¿Podría ofrecernos más detalles como presidente de la Asociación Internacional de Ministros Católicos de Salud Mental?

– La salud mental es un desafío global en todos los países. Desde el trauma que está sufriendo la población de Ucrania hasta los abrumadores desafíos sociales y económicos de muchos países africanos, pasando por el aislamiento y la tristeza que se dan en los países occidentales. Las causas pueden ser distintas, pero, en última instancia, las personas sufren y anhelan recibir apoyo. Por eso, este ministerio de salud mental ha crecido tan rápidamente en tan solo unos años. Lo pusimos en marcha hace apenas siete años y ahora contamos con más de 9.000 miembros en más de 70 países.

El estigma y el autoestigma

Estos trastornos llevan aparejado un estigma social. Por otra parte, cada vez más personas acuden a las parroquias en busca de una mano amiga. ¿Qué se han propuesto en el Encuentro?

– Esperamos concienciar sobre la oración del Papa por el ministerio de salud mental, porque aborda directamente las necesidades de las personas que afrontan problemas de salud mental y el estigma que se ven obligadas a soportar.

El estigma social general da lugar a lo que se denomina autoestigma: cuando padecemos un problema de salud mental, no recibimos el tratamiento que sabemos que deberíamos recibir porque nos sentimos avergonzados o nos da reparo que puedan pensar que tenemos una enfermedad mental.

Esperamos contribuir a romper ese estigma para que las personas que viven con una enfermedad mental dejen de sentirse solas. También queremos acabar con los prejuicios para que nadie tenga miedo de buscar la ayuda que necesita.

Ed Shoener, diácono y presidente de la International Association of Catholic Mental Health Ministers (@Asociación Internacional de Ministros Católicos de la Salud Mental).

También afirma que apoyar a quienes sufren problemas de salud mental se ha convertido, para los católicos, en un servicio cada vez más necesario en nuestras comunidades de fe.

– Nuestra Iglesia puede ofrecer apoyo espiritual y social para que las personas no se sientan aisladas ni incomprendidas. Nuestras parroquias pueden brindar oportunidades para educar a la comunidad, invitando a expertos a participar en actos sobre salud mental. También podemos incluir referencias a la salud mental en nuestras celebraciones litúrgicas y oraciones, así como promover una mejor atención a la salud mental en el conjunto de la sociedad.

Quizá en las parroquias, del mismo modo que existen servicios sociales de Cáritas, podrían ofrecerse también servicios médicos atendidos por voluntarios.

– En el ámbito del ministerio de salud mental no ofrecemos atención médica. Proporcionamos apoyo espiritual y social. Nuestra asociación ofrece programas de formación en línea para que las personas adquieran la confianza necesaria para acompañar a quienes afrontan estos desafíos.

Por ejemplo, ofrecemos programas para mejorar los conocimientos sobre salud mental y para enseñar primeros auxilios psicológicos. Estos ayudan a las personas y las animan a buscar atención especializada en salud mental cuando la necesitan.

Dejamos claro que se puede ser un buen católico y, al mismo tiempo, acudir a un terapeuta y tomar medicación psiquiátrica.

Hablar de ello y apoyarnos

¿Tiene alguna propuesta sobre la necesidad de “superar el estigma y la discriminación que sufren las personas con enfermedades mentales, tal como ha señalado el Papa?

– Lamentablemente, muchas familias tienen miedo de hablar de los problemas de salud mental que puede estar atravesando uno de sus miembros, porque les preocupa lo que los demás puedan pensar de esa persona y de la familia.

Prácticamente todas las familias afrontan algún tipo de dificultad relacionada con la salud mental, y necesitamos poder hablar de ello abiertamente y apoyarnos unos a otros.

Creo que el Papa León está abriendo camino y ayudando a nuestra Iglesia a comprender la necesidad de este tipo de apoyo familiar. Al hablar abiertamente de los problemas de salud mental y de la prevención del suicidio, el Papa está contribuyendo a romper el estigma.

Por último, quizá sería posible profundizar más en la prevención. ¿Cómo lo ve?

– Acercarnos a Jesucristo y a su Iglesia nos ayudará a todos a encontrar paz y comprensión. Jesús es el mayor psicólogo que ha existido. Podemos llevarle nuestras preocupaciones y aflicciones. Él comprende las enfermedades mentales y los desafíos que afrontamos en materia de salud mental.

Esa es la forma de prevención más duradera: saber que somos comprendidos y amados.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Iniziative

Día Mundial del Porridge, el desayuno que lleva a tres millones de niños a clase

Mary’s Meals, la ONG escocesa que creó esta jornada, sirve una comida diaria en el colegio a niños de algunos de los países más pobres del mundo; en muchos de ellos, esa comida es una taza de papilla de maíz y soja

Inmaculada Sancho Gómez-10 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Este 10 de octubre se celebra el Día Mundial del Porridge, una jornada que Mary’s Meals puso en marcha en 2009 en Dalmally, el pueblo de las Tierras Altas de Escocia donde nació la organización y donde mantiene todavía su sede. La iniciativa surgió para recaudar fondos en torno al desayuno tradicional escocés y, desde entonces, se repite cada año.

El porridge es uno de los alimentos más antiguos que se conocen. Ya se preparaba hace 32.000 años, en la Edad de Piedra, y hoy su versión más familiar es la escocesa, a base de copos de avena cocidos en leche o agua.

Sin embargo, en buena parte del mundo el porridge es otra cosa. En Malawi, Zambia, Kenia, Etiopía y Zimbabue, la comida que Mary’s Meals sirve en las escuelas es una taza caliente de CSB+, una papilla de maíz y soja enriquecida con vitaminas y minerales. En Malawi se conoce como likuni phala; en Etiopía existe una versión propia, el kinche, y en algunos países se la llama, sin más, Super Cereal. Siempre que es posible, los alimentos se compran en la zona, de modo que el programa sostiene también la economía local.

La organización trabaja con un modelo de bajo coste: cada comida cuesta 0,11 euros, y con 22 euros se alimenta a un niño durante todo un curso escolar. La necesidad es amplia. Según los datos que recoge la ONG, alrededor de 78 millones de niños en edad de primaria –de 6 a 11 años– no van a la escuela, y 333 millones viven en pobreza extrema. Para muchos de ellos, la taza de porridge funciona como una red de seguridad: la garantía de esa comida es lo que los lleva a clase y les permite aprender.

El ejemplo de Zambia

En la Provincia Oriental de Zambia, donde Mary’s Meals puso en marcha su programa hace diez años, el porcentaje de niños que pasan de primaria a secundaria ha aumentado desde entonces un 22%. Una de las familias de la zona lo explica así: “Traigo a mis hijos al colegio porque aquí hay comida. Sé que mis hijos van a comer, porque en casa no hay garantía de que tengan algo. El porridge ayuda a que nuestros hijos sigan en la escuela. Aprenden en clase con el estómago lleno, y eso les ayuda a concentrarse”.

El director de la escuela primaria de Katemo, Amon Sakala, también vincula los resultados académicos a la comida: “El programa es bueno, y si se miran los resultados de nuestros alumnos de séptimo y noveno grado, se ve la mejora. De 52 centros, quedamos en el sexto puesto, y lo atribuyo al porridge, porque el absentismo se redujo y la mayoría de los alumnos venía a clase todos los días”.

De un cobertizo escocés a 16 países

La historia de Mary’s Meals empezó en un cobertizo de Dalmally. En 1992, conmovidos por las imágenes de la guerra de los Balcanes, los hermanos Magnus y Fergus MacFarlane-Barrow cargaron un todoterreno con ayuda y la llevaron hasta Medjugorje, el santuario mariano de Bosnia-Herzegovina al que su familia había peregrinado años antes. Aquel viaje dio lugar a laorganización benéfica Scottish International Relief.

Diez años después, durante una hambruna en Malawi, Magnus MacFarlane-Barrow conoció a un niño, Edward, que le contó que lo que más deseaba era tener suficiente comida y poder ir algún día a la escuela. De ahí nació la idea de servir una comida diaria en el colegio, y la organización adoptó el nombre de la Virgen María. Comenzó dando de comer a 200 niños en el sur del país.

Desde entonces, la organización ha crecido apoyada en voluntarios de más de 40 países, desde quienes recaudan fondos hasta los miles de personas que se levantan al amanecer para cocinar para los niños de sus propias comunidades. En España trabaja a través de la Fundación Mary’s Meals Spain, con sede en Barcelona, y en 2023 recibió el Premio Princesa de Asturias de la Concordia.

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Occidens: conocer las raíces de Europa, para volver a ellas

Un curso de altura para valorar la herencia y conocer el origen de Occidente, a partir de expertos reconocidos

10 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Vivimos en la era polarización política, de la justificación de lo injustificable, de la pandemia de la soledad no deseada, del suicidio, de la eutanasia, de la corrupción, de los vídeos virales vacíos, de la apariencia, del viaje como máximo objetivo vital, de la viviendas prohibitivas,… Y todavía hay quien cree que esto tiene algo de arreglo. Pues lo hay.

¿A quién se le ocurre, con la que está cayendo, organizar un curso sobre las raíces culturales de Europa? ¿Quién piensa que volviendo a nuestros orígenes podemos entendernos y restablecer una cierta normalidad en Occidente? ¿Quién analiza con bisturí las capas ideológicas que nos cubren, para abrir nuestra mente, y destaparnos de ellas? Matías Jove y la Fundación Universitaria Española han organizado un curso con esta finalidad. 

Matías Jove es director de la Asociación Española Cuba en Transición y una persona con grandes inquietudes culturales, que ha organizado un curso titulado “Occidens”. La intención es que sirva para valorar la herencia y conocer el origen de Occidente: Atenas, Roma y Jerusalén.

Dice la presentación: “A través de un ciclo de conferencias, el curso propone un acercamiento profundo a la civilización occidental para aprender a comprenderla, admirarla y preservarla. Se realizará un recorrido por un legado inigualable: sus raíces y fundamentos, sus principales logros, las crisis que ha afrontado a lo largo de la historia y los desafíos contemporáneos que amenazan su continuidad”. 

Un recinto con solera

El curso tiene como sede el salón de actos de la Fundación Universitaria Española, en Madrid. Un edificio que guarda el archivo histórico de la República en el exilio y, como curiosidad, es el lugar donde el cardenal Ratzinger (futuro Benedicto XVI), presentó el catecismo de la Iglesia Católica en Madrid, cuando era prefecto de la Doctrina de la Fe.

La Fundación Universitaria Española fue creada con la intención de modernizar la Universidad y fomentar el desarrollo de la investigación humanística y científica.

El 23 de septiembre, tuvo lugar la primera de las conferencias, sobre “Grecia, Roma el mundo clásico y su impacto en la cosmovisión occidental”, a cargo de Salvador Antuñano, Catedrático de Filosofía Antigua y Medieval, Universidad Francisco de Vitoria.

A lo largo de las siguientes semanas intervendrán ponentes de la talla de Alejandro Peña Esclusa, Enrique García-Máiquez, Francisco José Contreras, José María Marco, Pablo Pérez, Jorge Soley Mike González y Maibort Petit.

L'autoreÁlvaro Gil Ruiz

Professore e collaboratore regolare di Vozpópuli.

Cultura

Desacuerdo sobre los derechos de la imagen Madre de Hakuna

El artista Javier Viver pide que los tribunales se pronuncien sobre los derechos de la imagen de la Virgen que creó para Hakuna y su posible vulneración, ya que la Fundación encargó posteriormente una segunda obra similar en sustitución de la original.

José María Navalpotro-9 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La conocida imagen de la Madre de Hakuna, realizada por Javier Viver, es objeto de un desacuerdo sobre los derechos de autor. Viver, artista reconocido internacionalmente e imaginero especializado en arte sacro actual, ha decidido recurrir a la vía judicial para resolver la diferencia de opiniones que existe con la Fundación Hakuna Revolution, en relación con la imagen de la Madre de Hakuna. Ambas partes han intentado durante largo tiempo llegar a un acuerdo, sin que haya sido posible.

Viver, en una nota pública, explica que pretende “salvaguardar los derechos sobre su obra, una cuestión esencial para el trabajo de cualquier artista”. También, que desea evitar cualquier controversia o perjuicio al movimiento.

En el centro del desacuerdo

El conflicto tiene su origen en los derechos de autor de la imagen original, creada por Javier Viver por encargo de Hakuna. Una vez entregada la  imagen por el artista, con posterioridad apareció una segunda escultura, encargada por la Fundación. Las partes mantienen posiciones diferentes acerca de la relación entre ambas obras y de los derechos que corresponden a cada una de ellas.

Aunque se ha intentado llegar a un acuerdo por medio de conversaciones durante años, no fructificó el intento por alcanzar una solución acordada por vía extrajudicial. Por ello, según el artista, “corresponde ahora a la Justicia examinar la cuestión con todas las garantías y determinar los derechos de las partes”.

Viver considera que en el fondo hay una cuestión no menor, pues el reconocimiento y la protección de los derechos vinculados a su obra “afectan directamente a su condición de creador y a un elemento esencial de su actividad profesional”, según explica. Se intenta así obtener una resolución definitiva sobre una situación que permanece abierta desde el año 2021.

El artista ha explicado que no alberga “ninguna animadversión hacia Hakuna ni pretende perjudicar a la Fundación o a las personas que forman parte del movimiento”. Tampoco desea que el procedimiento “dé lugar a una controversia de carácter religioso o interfiera en los sentimientos devocionales asociados a la imagen, que respeta profundamente”. Ello es ajeno al objeto de la disputa.

En realidad, se trata de un conflicto que corresponde dirimir a los tribunales, de manera justa y respetuosa para todas las partes.

Hakuna es un movimiento nacido en la Jornada Mundial de la Juventud de Río, en 2012, y que ha alcanzado un gran desarrollo, unido a su éxito como grupo de música religiosa, esencial en su modo de trasmitir su carisma. Se definen como “grupos de cristianos que, juntos, seguimos a Cristo, compartiendo un estilo de vida que aprendemos arrodillados ante Cristo Eucaristía. El Papa Francisco nos definió como una familia eucarística”. Numerosos jóvenes, y también adultos, se han sentido atraídos a la práctica de la fe por su labor. También a raíz de su actividad han surgido vocaciones al sacerdocio.

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Vaticano

El Papa nombra a la Hna. Barron presidenta de Obras Misionales Pontificias

El Papa León XIV ha nombrado a la hermana irlandesa Mary Teresa Barron secretaria adjunta del Dicasterio para la Evangelización, sección Primera Evangelización, y presidenta de las Obras Misionales Pontificias. La Hermana Barron es actualmente Superiora General de su congregación, las Hermanas de Nuestra Señora de los Apóstoles.

Redazione Omnes-9 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La nueva presidenta de Obras Misionales Pontificias, hermana Mary Teresa Barron, es la primera mujer que asume este cargo de responsabilidad y servicio misionero en la Iglesia. 

Nació en Donegal, Irlanda, el 7 de noviembre de 1968, y desde 2018 es Superiora General de las Hermanas Misioneras de Nuestra Señora de los Apóstoles. 

Da nombramiento del Papa León XIV, casi en vísperas de los cien años del Domenica della Missione Mondiale, la religiosa asumirá esta nueva responsabilidad en el Dicasterio para la Nueva Evangelización, en la Sección de la Primera Evangelización y de las Nuevas Iglesias Particulares, con el cargo de Presidenta de las Pontificie Opere Missionarie, a partir del próximo 4 de enero.

Presidió la Unión Internacional de Superioras Generales en Roma

Entre 2022 y 2025, la hermana irlandesa fue presidenta del Servicio de Documentación y Estudio sobre la Misión Global (SEDOS) y, de 2023 a 2025 presidió la Unión Internacional de Superioras Generales en Roma (Italia).

Antes de ello, Mary Teresa Barron obtuvo una licenciatura con máster en Administración de Salud Pública en el Instituto de Administración Pública de Dublín y en Desarrollo Internacional en el Instituto Kimmage, también en Dublín, Irlanda. 

Reconocimiento a innumerables mujeres, religiosas y laicas

La hermana Barron ha reconocido en declaraciones a medios irlandeses, recogidas por OMpress, que “como la primera mujer a quien se le confía esta responsabilidad, recibo este honor con humildad y con la profunda convicción de que trasciende mi persona. Lo veo como un reconocimiento a las innumerables mujeres, religiosas y laicas, que han dedicado sus vidas a proclamar el Evangelio y a servir al pueblo de Dios en todos los rincones del mundo”.

Además, la religiosa ha recordado que “este año, mi propia Congregación celebra 150 años de servicio misionero, especialmente en África. Miles de religiosas me precedieron, allanando el camino para nuestro compromiso misionero de generación en generación. Las honro a todas al aceptar este cargo”.

Agradecimiento al Santo Padre

También ha dado las gracias al Santo Padre por su confianza y que “haya reconocido el valor de la experiencia misionera para este cargo. Los misioneros viven cerca de las realidades, las esperanzas y los desafíos de las iglesias locales, y espero aportar esa perspectiva al servicio de las Obras Misionales Pontificias”.

Se trata de una experiencia misionera que la hermana religiosa ha adquirido “a través del carisma de mi Congregación y del testimonio de generaciones de hermanas que han consagrado sus vidas a la misión de Dios. Llevo conmigo su espíritu, su sabiduría y su compromiso a esta nueva responsabilidad”.

Tanzania, Nigeria…

Tras sus primeros votos religiosos en 1995, la hermana Mary Teresa Barron partió a la misión en Tanzania, informa OMPress Roma, a zonas rurales del centro del país, comunidades como Mwamapalala y Bugisi, en el acompañamiento diario a familias en condiciones de extrema pobreza, y organizando programas educativos para la infancia y juventud rural. 

Su segundo destino misionero fue Nigeria, donde su congregación tiene una fuerte presencia. 

Una de sus tareas fue la lucha contra el VIH y el Sida, coordinando programas de salud pública enfocados en la prevención de la enfermedad, así como en la acogida, el cuidado médico y psicológico y el acompañamiento de personas contagiadas y familias estigmatizadas por el virus

In Spagna

La Dirección Nacional de Obras Misionales Pontificias en España informará sobre el Domund 2026 en una rueda de prensa el martes 13 de octubre en Madrid.

L'autoreRedazione Omnes

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José María Calderón: “No se fomenta la vocación misionera entre los laicos ‘porque no haya curas’”

El director de OMP España, José María Calderón, habla con Omnes con motivo del centenario de la instauración del penúltimo domingo de octubre como el Domingo Mundial de las Misiones.

Maria José Atienza-9 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

El sacerdote José María Calderón lleva casi 10 años al frente de las Pontificie Opere Missionarie en España. Unos años en los que ha vivido, en primera persona, el 200 aniversario de la fundación de la Obra de la Propagación de la Fe, la beatificación de Pauline Jaricot, o el 150º aniversario del nacimiento del Beato Paolo Manna. 

Este 2026, las Obras Misionales Pontificias celebran otro aniversario redondo con el centenario de la instauración del penúltimo domingo de octubre como el Domingo Mundial de las Misiones en favor de la Obra Pontificia de la Propagación de la Fe. Una jornada que España vive desde sus inicios y que, gracias al acrónimo DOMUND, que inventó en 1943 el sacerdote Ángel Sagarmínaga, director de OMP en aquel momento, es una de las jornadas claves del calendario católico español. 

En esta entrevista con Omnes, José María Calderón recuerda cómo la vocación misionera es inherente al hecho del Bautismo y la permanente actualidad de la misión ad gentes ya que “la misión, además, no es hablar de Jesucristo, es acercar a Jesucristo, es llevar de la mano a una persona y ponerla delante el Señor”.

¿Cómo se resumen 100 años de historia?

–Cien años del Domund son cien años en los que la Iglesia quiere hacer consciente que la misión es responsabilidad de todos los bautizados. 

¿Se ha logrado esa conciencia? 

–Nos queda mucho, porque nunca se termina, pero se ha conseguido mucho. Ahora hay una conciencia muy grande en los bautizados de que todos somos misioneros. 

En España se respira un ambiente de admiración grande por las misiones, por los misioneros, porque atrae mucho el testimonio de un hombre o una mujer que ha entregado la vida al Señor para hablar del Señor; que ha abandonado sus seguridades para mostrar el camino del cielo. Es un camino que se está haciendo, tenemos que seguir sembrando, porque todavía hay muchos cristianos que no se han enterado o que aunque se enteren, no lo viven.

Ahora se habla mucho de los misioneros digitales ¿Cómo convive la misión ad gentes con estos “misioneros”? ¿Qué tienen en común y qué tienen de diferente? 

–Creo que son distintos conceptos y son complementarios. A la misión digital no podemos renunciar puesto que existe este ámbito. Por lo tanto, abandonarlo sería dejar un campo de la vida de los hombres sin evangelizar. Está claro: hay que predicar a Jesucristo por todos los medios. Pero no sustituye lo anterior, la misión ad gentes. 

Entre otras cosas, porque la misión digital es para los que vivimos aquí. El misionero digital, que está trabajando en Madrid o en Barcelona, está hablando principalmente a los de su ámbito, es decir, a los de su cultura, a los de su lengua. Es una misión en territorios “no de misión”. No podemos prescindir de lo otro. 

Estuve hace poco en San Luis, en Estados Unidos, en la beatificación de Fulton Sheen, que llegó a tener 30 millones de oyentes semanales en su programa de radio. Él sí que era un influencer, un tío que está evangelizando… De hecho las conversiones que hubo, gracias a su programa, en Estados Unidos son muy conocidas: gente del cine, del arte… O sea, que es verdad que hoy hace falta la evangelización digital. No podemos dejar de estar en ese ámbito, pero no podemos reducirlo sólo a eso. 

La misión, además, no es hablar de Jesucristo, es acercar a Jesucristo, es llevar de la mano a una persona y ponerla delante el Señor, como hizo Felipe con su compañero Natanael. Eso hay que hacerlo físicamente, es un encuentro personal con el Señor.

El DOMUND es la jornada misionera más conocida en España pero, ¿lo es también en todo el mundo? 

–La Jornada Misionera Mundial, lo que conocemos en España como DOMUND, es la jornada más potente, no sólo en España, sino en el mundo entero. Es la jornada que el Papa Pio XI instauró y que él quiso que todas las naciones del mundo vivieran. 

Por lo tanto, es la principal fuente que tiene la Iglesia para hablar de la misión, para propagar el espíritu misionero, para promover las vocaciones misioneras y para recaudar dinero para los territorios de misión.

Hay otra serie de campañas más pequeñitas, mucho más reducidas también en el aspecto publicitario y de conocimiento de la gente. Nosotros nos apoyamos mucho en el Domund y el mes misionero.

Es verdad que, por ejemplo, en Hispanoamérica la Infanzia missionaria es muy potente, y aquí en España no se ha conseguido. En Hispanoamérica hay muchísimos grupos de Hispanoamérica, de hecho, hay catequesis de Infancia Misionera y se les crea ese ambiente a los chavales de ser misioneros siendo niños, pero es un caso muy particular.

Junto a esto, en la sociedad española tenemos un problema y es que se ha perdido el espíritu misionero ad gentes. Quizá influido por lo que hemos hablado de la misión digital.

La labor social de los misioneros es consecuencia de ese amor que quieren llevar a Jesucristo a los hombres

José María Calderón. Director OMP españa

En este sentido, ¿ha decaído la conciencia misionera ad gentes? 

–Hay tres factores que hacen que demos menos importancia a la misión ad gentes: El primero, esa idea de que “todo el mundo se salva». ‘Si todo el mundo se salva, ¿por qué voy a irme yo a África o a Burkina Faso a predicar a Jesucristo, Nuestro Señor? Pues que se salven’.  

La siguiente idea es confundir la labor de la Iglesia con una labor social que se basa en construir pozos, puentes y orfanatos. Si es así, yo no me voy con la Iglesia, me voy con una ONG, que tiene mucho más dinero, me cubre la seguridad social y me da todo tipo de facilidades. 

La última idea que hace que se pierda el espíritu misionero: “Todo es territorio de misión”. Entonces, no me muevo de aquí, de mi ciudad porque ‘necesitamos misioneros’. Estas tres ideas han fastidiado enormemente la mentalidad misionera.

Yo no sé si todo el mundo se salva. No lo sé, porque no he estado en el cielo todavía. Cuando vaya al cielo, lo veré. Pero si se salvan, se salvan por Jesucristo. No se salvan por sus méritos. Se salvan por los méritos de Jesucristo. Lo que más me horrorizaría encontrarme en el cielo es encontrarme a un vecino mío, un tío con el que me haya cruzado 50.000 veces aquí en Madrid y que me puede echar en cara: ‘yo me he salvado, aunque no era cristiano, pero tú nunca me hablaste de Dios y tú nunca me dijiste que había un Dios que me amaba y un Dios que me perdonaba los pecados. Jesucristo me ha salvado, pero también es verdad que yo, en la tierra, viví sin la alegría de la fe, sin la alegría de sentirme perdonado y amado por Dios y gracias a ti nunca lo llegué a conocer’.

Claro que España es territorio misión y, en España, hay que hacer misión, pero para eso tenemos millones de cristianos en España ¿Cuántas iglesias se llenan todos los domingos? ¿Qué hacen esos cristianos? ¿Dónde están los bautizados que se quedan aquí durante toda su vida? 

Si España tiene 47 millones de habitantes, vamos a poner que 30 millones sean católicos. ¿Dónde están esos 30 millones que no evangelizan, que no remueven la tierra, que no hacen que esto cambie? Si no lo estamos haciendo es porque no nos estamos tomando en serio nuestra vocación cristiana. 

Lo que hay que hacer es espabilar para que los curas, los religiosos y los laicos nos tomemos en serio nuestra vocación y seamos misioneros aquí.  

Evidentemente, los misioneros hacen labores sociales y construyen puentes, pero ellos se van a predicar a Jesucristo, a llevar la esperanza y el amor de Dios a los hombres y no es confundible con la labor social.

La labor social de los misioneros es consecuencia de ese amor que quieren llevar a Jesucristo a los hombres. Cuando ven la necesidad de las personas, intentan ayudar pero evidentemente las ONGs pueden tener más medios y mejores personas, personas más preparadas para hacerlo y para hacerlo mejor.

Entonces, ¿cómo reavivamos esa vocación misionera ad gentes? 

–Es cierto que el número de envío de misioneros está bajando. Aún somos la primera potencia en esto, pero la edad media de nuestros misioneros es 75 años lo cual quiere decir que, dentro de 20 años, si esto sigue así, la mitad de la mitad no estarán. Por lo tanto, hay que animar a la vocación misionera y hay que hacer conscientes a las personas. 

¿Sabes una de las cosas que más me gusta de mi trabajo? Que me ha dado el sentido de lo que significa Cattolico. Somos católicos, es decir, universales.  Es una forma de romper con esa mentalidad pobre, paupérrima que no ve más allá de mi casa, mi grupo, mi movimiento, mi parroquia… 

La Iglesia es mucho más grande que todo eso, la Iglesia es universal.

 A mí no me puede ser indiferente la situación de los cristianos en la India, que haya habido un ataque contra una iglesia en Nigeria o que haya hombres y mujeres que estén muriéndose ahora mismo en Burkina Faso sin la posibilidad de confesar sus pecados y de recibir al Señor porque no hay ningún sacerdote. Es terrible.

Hace falta fomentar en los cristianos la vocación misionera. Que descubran que es una vocación que tienen que plantearse porque es importante, porque la Iglesia ha nacido para evangelizar: “Id por todo el mundo y predicad el Evangelio” y ese “Id por todo el mundo” no era solo a los curas, a las monjas,… Jesucristo se lo decía a todos. Toda la Iglesia tiene que ser consciente de que tenemos que ser misioneros.

El laico tiene su función en el mundo y en la Iglesia. No es sustituto de nada, ni de nadie. No suple “la ausencia de”.

José María Calderón. Director OMP España

Cada vez vemos más laicos misioneros ¿Es una tendencia en alza? 

–Evidentemente va creciendo el número de laicos. A día de hoy, el 12 % de nuestros misioneros españoles son laicos y laicas. Hay algunos que son laicos solteros y que se van con alguna institución misionera y hay otros que van con sus familias y llevan con sus hijos, etc.

Hace algunos años, cuando aún no era director de OMP España, un sacerdote me echó en cara que cómo se permitía que fueran familias a la misión porque, para él, era “terrible, lo que se hacía con los hijos condenándolos a una mala educación, o exponerlos a enfermedades.. y yo pensaba en lo terrible que era que un sacerdote me dijera eso cuando yo tenía un hermano que fue destinado a Brasil por su empresa y todo el mundo le felicitó porque se llevaba a sus hijos a aprender una nueva lengua, una nueva cultura… Aunque él iba a vivir muy bien y pensaba qué era más importante entonces, el dinero o la fe. 

Qué alegría que haya hombres que, incluso son capaces de sacrificar las seguridades que les da este mundo por llevar a Jesucristo a otros. Es mucho más importante que construir una situación de vida sin problemas físicos o sin problemas económicos. 

Si los mismos cristianos, no te digo nada sacerdotes, no valoramos eso, entonces, ¿qué estamos haciendo?  

Evidentemente, yo no puedo forzar a ningún matrimonio que opte por eso. Es una cosa que tienen que descubrir en su vida de oración, en su relación con el Cristo. Ver que el Señor les llama a eso -que es un compromiso que conlleva mucho-. Y es verdad que los laicos tienen más problemas que los sacerdotes o las religiosas y religiosos, porque una familia que se va a África o se va a Asia tiene que vender una casa, o cerrarla unos años; dejar su trabajo profesional… Pero, gracias a Dios, ahí está también la Iglesia, que colabora y que ayuda, y  que intenta salir al paso de las necesidades que tienen los misioneros.

Además, con respecto a esto, hay que borrar una idea completamente falsa: que el misionero laico es sustituto del cura. Es decir, no se fomenta la vocación misionera entre los laicos porque no haya curas. No. El laico tiene su función en el mundo y en la Iglesia. No es sustituto de nada, ni de nadie. No suple “la ausencia de”. Ellos van a cumplir su vocación laical en donde están y van a ser testigos de Cristo allí donde vivan. 

El laico tiene la vocación misionera como un don de Dios y lleva la fe desde su vocación como hombre, como mujer, soltero o casado con hijos mostrando al mundo la luz de Cristo sin suplir a nadie, sintiéndose, perfectamente, artífice de la misión.

Ese “Id por todo el mundo” no era solo a los curas, a las monjas,… Jesucristo se lo decía a todos. Toda la Iglesia tiene que ser consciente de que tenemos que ser misioneros.

José María Calderón. Director OMP España

Ante un centenario, volver la vista atrás es muy bonito, pero también tiene que pensar en el futuro.  ¿Cómo ve el futuro las OMP?

–Podría decir que, con subsistir ya es bastante, pero no. El primer director de las OMP españolas, el sacerdote  Ángel Sargarmínaga, quien inventó el acrónimo DOMUND, extendió la conciencia misionera por toda España de una forma espectacular. Se pateó toda España, fue a todos los seminarios, dando retiros a todos los curas, encuentros, charlas, conferencias.

La mentalidad de España es misionera gracias a lo que él sembró y luego otros continuaron. Yo espero seguir sus pasos en ese sentido y que los que vengan detrás de mí que lo sigan haciendo.  

No podemos dejar de ser ese “pepito grillo” en la sociedad española para que no olvidemos que la Iglesia es más grande que mi diócesis, mi parroquia o mi grupo. Recordar a todos los bautizados que la misión no es algo ajeno a ellos o que es algo que está en manos de otros que son muy buenos y admirables. No, no, no.

Tú eres también parte de esa misión y, si no lo vives, estás haciendo dejación del compromiso que Dios te ha querido poner en tus manos.

Lo vivirás de una forma o de otra: a través de la oración como lo hacen los conventos de clausura; a través del sacrificio y ofrecer tus enfermedades, como hacen los enfermos misioneros; a través de la animación misionera; de tu aportación económica o a través de tu medio de comunicación.

Nosotros queremos que esto no se acabe nunca. Que no dejemos de hacer cumplir con nuestra obligación como obras misionales pontificias de ser el recordatorio de la vida de los cristianos, empezando por los obispos y terminando con el último de los bautizados.

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Cumplen ustedes 100 años con un Papa misionero al frente. ¿Tiene León XIV una especial sensibilidad hacia la misión? 

Una cosa antes de nada: Todos los Papas son misioneros por hecho de ser Papas, puesto que, bajo su responsabilidad, caen los territorios de misión aunque no los hayan pisado en su vida y su función es evangelizar el mundo entero, por lo cual, son misioneros.  

Es verdad que León XIV tiene un ‘plus’: él ha vivido la misión.  Tiene una sensibilidad muy clara y, de hecho,  la primera vez que nos recibió a los directores de las OMP mundiales, al poco de ser elegido Papa, nos decía que sus predecesores habían hablado de la misión y de las Obras Misionales Pontificias por lo que ellos sabían, pero él hablaba por su experiencia y daba gracias a Dios porque las OMP eran el instrumento de la Iglesia para llevar a cabo su misión. Yo creo que sí, que León XIV tiene un amor muy grande a la tarea evangelizadora de la Iglesia de los misioneros .

La misión, además, no es hablar de Jesucristo, es acercar a Jesucristo, es llevar de la mano a una persona y ponerla delante el Señor

José María Calderón. Director OMP España
Vaticano

La caligrafía de Miguel Ángel pasa del papel a la pantalla

La Fábrica de San Pedro ha encargado una tipografía inspirada en las cartas y firmas del artista, que cualquiera puede descargar gratis

Inmaculada Sancho Gómez-9 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Quien quiera escribir un correo o un informe con la letra de Miguel Ángel ya puede hacerlo. La Fábrica de San Pedro –el organismo vaticano encargado de la conservación de la Basílica de San Pedro– ha lanzado este 8 de octubre una tipografía basada en la caligrafía del autor de la Piedad y de la Cúpula. La ha diseñado el estudio italiano Studiogusto.

La fuente se anunció en febrero, en el marco de los actos por el IV centenario de la consagración de la basílica, pero hasta ahora no se conocían los detalles ni estaba disponible para el público.

El punto de partida fue la firma del artista, que, según el comunicado, dice mucho de su carácter. En su escritura los diseñadores encontraron una mezcla de energía y control: trazos que se aceleran y se detienen, curvas que conviven con ángulos y una manera muy suya de dejar espacio en blanco.

De la firma a la fuente

Para crearla, el equipo de diseño estudió documentos originales del artista conservados en el archivo de la propia Fábrica, en el Archivo Apostólico Vaticano y en la Casa Buonarroti de Florencia. Las cartas, notas y firmas sirvieron de base para las minúsculas; las mayúsculas, en cambio, buscan evocar la escala monumental de su obra.

El propósito no era copiar su escritura, sino interpretarla. Una letra hecha a mano está llena de irregularidades, y una tipografía necesita reglas que se puedan repetir. Por eso, los diseñadores se quedaron con los rasgos que hacen reconocible la mano del artista y dejaron fuera los gestos casuales. Por el camino descubrieron que, incluso en sus trazos más espontáneos, la letra de Miguel Ángel conserva una estructura casi arquitectónica, una especie de orden invisible que ahora sostiene la nueva fuente.

La famiglia Michelangelus reúne más de 500 glifos en cuatro variantes: regular, cursiva, negrita y negrita cursiva. Está pensada para usarse tanto en papel como en pantalla. Además de integrarse en Microsoft 365 Office, puede descargarse de forma gratuita, aunque con una licencia que protege la integridad del diseño. Según la Fábrica de San Pedro, la iniciativa pone en relación ámbitos que parecen lejanos: los manuscritos renacentistas y el software actual, el movimiento de la mano y el dibujo vectorial, los archivos históricos y las herramientas que millones de personas usan a diario. El proyecto forma parte de las iniciativas digitales que la Fábrica ha confiado a Microsoft para dar a conocer su patrimonio.

Un sobrino con mala letra

La legibilidad preocupaba, y mucho, al propio Miguel Ángel. Escribía con frecuencia a su sobrino Lionardo Buonarroti, cuya letra le resultaba casi ilegible, y no dejaba de reprochárselo. En una de esas cartas le decía: “No me escribas más: cada vez que llega una carta tuya me da fiebre del esfuerzo que me cuesta leerla. No me explico dónde aprendiste a escribir. Creo que si le escribieras al mayor asno del mundo pondrías más cuidado que conmigo. Así que no añadas más fastidios a los que ya tengo”.

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FirmeFernando Gutiérrez

Amar al extranjero también exige decir la verdad

La acogida cristiana al inmigrante exige reconocer su dignidad, proteger sus derechos y ofrecerle oportunidades, sin ocultar las dificultades de la emigración ni los deberes que conlleva integrarse en el país de destino.

9 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

El 20 de febrero de 2014, sobre las cuatro de la tarde, crucé por primera vez la frontera entre Melilla y Marruecos para conocer la realidad de los jóvenes subsaharianos que dejaban su tierra en busca de una vida mejor. Mi emoción y mis nervios eran evidentes, pero también la certeza de cumplir con mi deber como periodista: ver las cosas con mis propios ojos para después poder contarlas.

Una semana después, aquellos que había conocido calentándose junto a un fuego frente a Melilla estaban ya en el Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes (CETI). Recuerdo sus miradas, sus heridas, su cansancio y la alegría de sus rostros. Durante meses fui al CETI y a Marruecos, llevando comida y ropa y conociendo poco a poco a Jesús en los que más sufren. Nunca sentí que amar a quienes sufrían a un lado de la frontera estuviera reñido con respetar a quienes tenían el deber de defenderla al otro.

Un día, Koffi, un joven maliense, me preguntó qué decía la ley sobre inmigración en Holanda. Le expliqué: “Si vais 50 malienses, no hay problema; si fuerais 20 millones, Holanda tendría un problema”. Todos lo entendieron.

También vi cómo compartía en redes una vida que no existía: buenos coches, ropa nueva, una vida casi paradisíaca. La realidad era muy distinta.

Es fácil, aunque irresponsable, decir que las puertas están abiertas para todos. Después, muchos terminan hacinados, caen víctimas de redes de prostitución o acaban vendiendo imitaciones en nuestras calles. ¿Es esa la vida que les proponemos? Habrá que contarles la verdad: Europa no es tan fácil como imaginan. Si tu país está en guerra, quizá no tengas más remedio que marcharte. Pero si no lo está y tu familia tiene una tierra y animales para vivir, quizá quedarse sea mejor que sufrir lo que tantos sufren aquí. Acoger al que lo necesita es lo que nos propone la Iglesia.

El inmigrante tiene una dignidad que no depende de su situación legal. El Catecismo recuerda el deber de acoger, “en cuanto sea posible”, al extranjero que busca seguridad. El Papa Francisco lo resumió en cuatro verbos: acoger, proteger, promover e integrar. Pero también existen deberes: respetar las leyes y contribuir a las cargas del país que acoge.

Hoy, desde África, sigo convencido de que puedo contribuir desde el origen para que muchas madres y bebés no tengan que abandonar su tierra buscando lejos una vida mejor. Ni rechazo ni ingenuidad; ni fronteras abiertas ni herméticas; ni desatender a los tuyos ni dejar de acoger al que viene.

L'autoreFernando Gutiérrez

Missionario laico e fondatore della Mary's Children Mission.

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Evangelizzazione

Alpha, el curso que ya ha llevado a la fe a millones de personas

Hace ya años que Omnes informa sobre Alpha. En esta segunda parte de la colaboración canadiense sobre estos cursos, damos dos testimonios de Vancouver

Fernando Mignone-9 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

En la tercera metrópolis canadiense, en 1999, Vernon Robertson, carnicero de profesión y converso al catolicismo gracias a su esposa, consiguió que la archidiócesis se interesara por el programa Alpha. Para 2002, en dos docenas de parroquias había cursos Alpha. Ese año el arzobispo de Vancouver era Adam Exner: “Alpha se inició en la iglesia anglicana, y solo al cabo de un tiempo la diócesis católica se dio cuenta de (su utilidad). Tuvo que madurar, abrirse camino. Vi lo que Robertson estaba haciendo y me impresionó. Desempeñó un papel fundamental en la introducción de Alpha, y lo hizo con mi bendición” (National Post, 6 de abril de 2002).

Seth Greenham

El Reverendo Seth Greenham, pastor pentecostal, se ha especializado en el ministerio universitario. Desde hace más de 10 años ha organizado muchos cursos Alpha en Simon Fraser University, junto con otros dos capellanes protestantes. Los católicos que comparten el Multifaith Centre de la SFU, donde él trabaja, no organizan cursos Alpha ahí mismo, pero pueden ir a una parroquia cercana. 

Greenham dice que le gustan mucho los cursos porque “proporcionan un lugar de conversación seguro para que la gente piense sobre el Evangelio y haga preguntas. Dan la oportunidad al Espíritu Santo de empezar a transformar sus corazones para que conozcan mejor a Dios”. 

Según Greenham, Vancouver fue un caso único, ya que tanto iglesias protestantes como iglesias católicas han usado Alpha para ir en salida (“do outreach”) en la ciudad, y tanto los protestantes como los católicos han tenido mucho éxito —tanto en las iglesias protestantes como en las parroquias— desde principios de los años 2000, en la década de los 2010 y hasta ahora. “Yo recomendaría Alpha a cualquier iglesia que quiera ser acogedora para con sus vecinos e introducirlos al Evangelio”, afirma.

Greenham se formó con católicos para dirigir estos cursos. Ahí aprendieron juntos cómo facilitar, acoger, crear un lugar seguro donde los no cristianos pueden explorar el cristianismo. 

Es de notar que Shaila Visser, directora de Alpha Canadá y vicepresidenta de Alpha Internacional, es de Vancouver.

Ed Zadeiks

Ed Zadeiks es director nacional de Alpha en un contexto católico, cargo que ocupa desde hace ocho años. Creció en Vancouver, en una familia de inmigrantes letones católicos devotos. Jugó al fútbol, fue monaguillo, se licenció en Empresariales y tuvo éxito en el mundo empresarial. Su esposa, Shawna, conversa, dirigía Alpha en una escuela primaria católica, con el fin de hacer volver a los padres de esos niños a la Iglesia católica. “Al principio no me interesó el curso, porque yo pensaba que ya tenía una formación muy sólida”, reconoce. “Pero el fruto que resultaba de esos cursos para los padres me impresionó tanto que lo propuse a un grupo de hombres de mi parroquia, donde lo pusimos en marcha hace 12 años”. Hoy es empleado a tiempo completo de Alpha, forma parte de su equipo estratégico para Canadá y trabaja exclusivamente con la Iglesia católica en las diez provincias canadienses, ayudando a introducir Alpha.

“Estamos asistiendo a un renacimiento del cristianismo en todo el mundo”, dice Zadeiks. A su juicio, Nicky Gumbel “recibió la inspiración para liderar este movimiento y no hay otra explicación más que el hecho de que el Espíritu Santo lo ha bendecido”.

Según Zadeiks, Gumbel dice que él no es el fundador de los cursos Alpha, pero sin duda ha sido el artífice del crecimiento de Alpha, y que se apoya sobre los hombros de otros hombres, entre ellos el obispo anglicano Sandy Millar. Gumbel ha sido la voz de Alpha durante varias décadas en todo el mundo. El Curso Alpha comenzó en Holy Trinity Brompton y estaba pensado como un curso para enseñar a los feligreses sobre la fe cristiana, pero, a medida que se desarrollaba, Gumbel vio que esta herramienta era perfecta para introducir al cristianismo a personas ajenas a la Iglesia.

Para Zadeiks, “Gumbel es un evangelista increíble”. Según los datos que aporta, Alpha pasó de 80.000 cursos a nivel mundial, en 2024, a 105.000, en 2025: un crecimiento del 25 %. En Canadá, el crecimiento fue igual, en ese mismo periodo: de 5.000 a 7.200 cursos, 900 de ellos en contexto católico. Más de tres millones de personas han participado en Alpha en un entorno católico desde 2015, en todo el mundo.

“El Espíritu Santo obra a través del Cuerpo de Cristo, de todas las Iglesias cristianas. La plenitud reside en la Iglesia católica”, señala Zadeiks. “Pero Gumbel ama a toda la Iglesia y proclama que las personas entran en ella a través de una relación transformadora con Jesucristo, impulsadas por el Espíritu Santo”. Hay 2.400 millones de cristianos en el mundo y 1.400 millones son católicos; como recuerda Zadeiks, Gumbel afirma que el Cuerpo de Cristo incluye a los 2.400 millones.

En 2026, a la Conferencia de Liderazgo Alpha de Londres asistieron más de 5.000 personas, y uno de los invitados clave en vídeo fue el cardenal Tagle, del Dicasterio para la Evangelización.

Zadeiks explica que Alpha es un ministerio financiado íntegramente por colaboradores y por quienes aman este ministerio. En la parroquia de Holy Trinity en North Vancouver, a la que pertenece, se imparten cursos en inglés, español y farsi con gran éxito.

“Hemos empezado a ir a muchas cárceles y a los lugares de trabajo”, dice. Los obispos canadienses de Vancouver, Ottawa, Montreal, Sault Sainte Marie y St. John son, entre otros, prelados que los han acogido con los brazos abiertos.

“Alpha es un programa de unidad. Es de naturaleza kerigmática”, subraya Zadeiks. “La relación más importante es la que mantenemos con Cristo y con nuestro Padre celestial. Alpha es un programa para encontrar a Jesucristo que conduce a una conversión más profunda. Alpha es un programa para que toda la Iglesia experimente esa conversión inicial a Jesús”.

Según Zadeiks, muchos sacerdotes que acuden a las Conferencias de Liderazgo anuales en Londres dicen que allí renuevan su sacerdocio y que ven lo que puede suponer un encuentro con Jesús.

Esos encuentros en Londres duran dos días y se celebran siempre el primer lunes y martes de mayo. “En 2027, presentaremos ahí una nueva serie de cursos Alpha”, anuncia Zadeiks. En 2025, las entradas se agotaron con seis semanas de antelación, y 1.000 personas quedaron en lista de espera; prevé que las entradas al Royal Albert Hall para 2027 se agoten aún antes. En sus palabras, estas conferencias “son una oportunidad para experimentar el poder del Espíritu Santo en una comunidad cristiana, con las mejores prácticas de liderazgo”. El año pasado intervino el “profesor de la felicidad”, Arthur Brooks, un aclamado conferenciante. Una cuarta parte de los participantes son católicos.

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Vaticano

¿Qué ha cambiado en la familia? Retos y belleza 10 años después de Amoris laetitia

Diez años después de Amoris laetitia, el cardenal Ferrão destaca los cambios que afrontan las familias de Asia, su capacidad de resiliencia y el papel que pueden desempeñar en la misión de la Iglesia.

Teresa Aguado Peña-8 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

¿Cuáles son las realidades vividas, la belleza y los retos de las familias? A esta misma pregunta ha querido dar respuesta el cardenal Filipe Neri Ferrão durante el encuentro «Diez años después de Amoris laetitia: anunciar el Evangelio con las familias hoy», celebrado este jueves con el Papa León XIV, los jefes de las Iglesias Orientales Católicas y los presidentes de las conferencias episcopales. 

El cardenal, que ha hablado desde su experiencia como pastor de su Iglesia local, ha señalado que, pese a la diversidad del panorama eclesial de Asia, existen realidades y retos compartidos. En las Iglesias locales, ha explicado, la familia es «un lugar privilegiado de revelación», pues es allí donde «se acoge la vida, se establecen relaciones, se transmiten los valores evangélicos y se vive la fe a través de historias únicas y personales».

En India y, de manera más general, en toda Asia, «la familia sigue siendo el pilar de la sociedad y la célula fundamental de la Iglesia doméstica». Sin embargo, la vida familiar está atravesando transformaciones profundas. Ferrão ha señalado tres cambios especialmente significativos.

Cambios en la familia

El primero afecta a la identidad, la naturaleza y la composición de la familia. Las familias tradicionales extensas y multigeneracionales están dando paso a núcleos familiares más pequeños. También surgen nuevas formas de unión y convivencia, mientras que el aumento de los matrimonios interreligiosos plantea nuevas cuestiones sobre la práctica y la transmisión de la fe dentro de la familia.

El segundo cambio es el paso «del arraigo a la movilidad». La urbanización, el crecimiento económico, los nuevos modelos de desarrollo y el mayor acceso a la educación llevan a muchas personas a desplazarse dentro y fuera de sus países en busca de mejores oportunidades. Por ello, muchas de las familias acompañadas pastoralmente ya no son núcleos vinculados a una única parroquia.

El tercer cambio se refiere a las condiciones de vida de la familia. Ferrão ha hablado de una paradoja: el crecimiento es rápido, pero desigual; las oportunidades aumentan, pero el acceso a ellas continúa siendo discriminatorio. La inseguridad económica, la pobreza, el desempleo y la incertidumbre ante el futuro pesan sobre muchas familias. A esto se suma que las familias cristianas de distintos lugares de India y Asia tienen que convivir con una creciente polarización religiosa y hostilidad, que dificulta la expresión pública y la transmisión de la fe.

Sin embargo, estos cambios  también revelan, según el cardenal, «la belleza de la gracia que obra en la vida cotidiana». Ferrão ha destacado tres aspectos de esta belleza.

¿Qué tipo de belleza ofrecen nuestras familias a la Iglesia universal?

Señala en primer lugar la belleza de la relación: En los gestos de amor «nuestras familias hacen visible el amor de Dios, que resplandece a través del  sacrificio de sí mismo, sostenido por la paciencia y sellado por la fidelidad”.

También ha hablado de «la belleza de la resiliencia y la esperanza». Incluso en medio de la pobreza, la migración y la incertidumbre, las familias siguen creando espacios de alegría y esperanza.

Y, en la diversidad religiosa y cultural de Asia, ha señalado igualmente «la belleza del diálogo», pues las familias encuentran constantemente nuevos caminos, horizontes y experiencias de diálogo.

Qué hacen las iglesias

Al hablar de lo que han hecho las Iglesias locales después de Amoris laetitia, Ferrão ha destacado que las Iglesias de India y de toda Asia se pusieron «ante todo, a escuchar a las familias». Esta escucha ha moldeado la manera de caminar junto a ellas.

El cardenal ha subrayado que el trabajo pastoral es también un espacio de discernimiento: «No llegamos con respuestas prefabricadas. Discernimos junto a las familias y, haciéndolo, aprendemos cómo se le pide a la propia Iglesia que cambie».

«Qué hemos aprendido»

En este camino ha señalado tres aprendizajes. El primero es que la Iglesia debe «nadar contracorriente sin perder el contacto», ofreciendo una alternativa a todo lo que deshumaniza, excluye o fragmenta.

El segundo consiste en pasar «de la misión dirigida a las familias a la misión entre las familias».  “No podemos actuar como guías desde la distancia y limitarnos a señalar la meta (…) Las familias no son solo destinatarias de asistencia. Las familias colaboran con la Iglesia en la misión», ha afirmado.

El tercero es reconocer que «la fragilidad no es ausencia de gracia». Por eso, ha planteado que la Iglesia no debería preguntarse únicamente qué les falta a las familias, sino «qué está haciendo ya Dios en medio de ellas».

La familia, lugar desde el que el Evangelio cobra vida

Diez años después de la promulgación de Amoris laetitia, Ferrão ha concluido que la experiencia del Sínodo sigue poniendo a prueba a la Iglesia. «No existe un único modelo estereotipado de familia ideal», ha afirmado, sino «un complejo mosaico de realidades diversas, marcadas por alegrías, esperanzas, dificultades y heridas».

La familia «no es solo un lugar al que la Iglesia lleva el Evangelio». Es también «un lugar desde el que el Evangelio cobra vida: de una generación a otra, de una familia a otra y de las familias a la sociedad».

Por ello, ha planteado como pregunta para el discernimiento sinodal qué cambio pide el Espíritu Santo a la Iglesia. No se trata solo de lo que la Iglesia hace por las familias, sino de «la forma en que las comprendemos, las acompañamos y las convertimos en protagonistas del Evangelio y en lugares perennes de la revelación de Dios».

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Cinema

Por qué ‘El Señor de los Anillos’ de Tolkien es un viaje católico

El poder que renuncia a dominar, la esperanza que resiste, el discernimiento y la responsabilidad, y la fuerza de los humildes revelan la profunda cosmovisión católica de Tolkien en «El Señor de los Anillos».

OSV / Omnes-8 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

-Leonard J. DeLorenzo, OSV News

Dado que JRR Tolkien era un católico devoto, cabría suponer que la religión estaría presente en su obra maestra literaria. Sin embargo, no hay religión en «El Señor de los Anillos». Hay magia e incluso atisbos de lo demoníaco, pero el mundo que crea Tolkien es un mundo completamente autosuficiente. Es un mundo vasto, antiguo, incluso mitológico a su manera, pero todo se encuentra dentro de ese mundo.

Esto no es casual, ni tampoco evidencia de una negación de la religión en general o del catolicismo de Tolkien en particular. Al contrario, como el propio Tolkien confesó a un amigo (sacerdote) en una carta de 1953: «“El Señor de los Anillos” es, por supuesto, una obra fundamentalmente religiosa y católica; inconscientemente al principio, pero conscientemente en la revisión. Por eso no he incluido, o he eliminado, prácticamente ninguna referencia a la “religión”, a cultos o prácticas, en el mundo imaginario. Porque el elemento religioso está integrado en la historia y el simbolismo».

Aunque la trilogía de «El Señor de los Anillos» se publicó por primera vez a mediados de la década de 1950, la visión católica del mundo de su autor está recibiendo una atención renovada gracias a «Magnifica Humanitas», la primera encíclica del Papa León XIV, que aborda la protección de la persona humana en la era de la inteligencia artificial. En el párrafo 213, el Papa León XIV menciona a Tolkien en el contexto de la responsabilidad de la humanidad de abrazar «pequeños y firmes actos de fidelidad que sirvan de baluarte contra la deshumanización». El Papa cita al sabio mago Gandalf en «El Retorno del Rey» para ilustrar este punto: «No nos corresponde dominar todas las mareas del mundo, sino hacer lo que está en nuestras manos para el bienestar de los años en que nos encontramos, erradicando el mal de los campos que conocemos, para que quienes vivan después tengan tierra limpia que cultivar».

Si bien en «El Señor de los Anillos» no hay religión explícita, el catolicismo de Tolkien, como él mismo señaló, está «integrado en la historia». Hay cuatro elementos clave de la narrativa propios de una cosmovisión católica, que Tolkien incorpora en las tensiones y decisiones de sus personajes: el poder que desarma, la esperanza inquebrantable, el discernimiento y la responsabilidad, y la exaltación de los débiles.

Poder desarmador

La historia del gran Anillo de Poder es un viaje totalmente inesperado. El viaje desafía las expectativas del poder terrenal. El Anillo es portado por el menos esperado. Es llevado hacia su propia perdición. Su poder no se emplea, sino que se resiste, lo que conduce no a la dominación, sino a la hermandad.

Si el Anillo se utilizara según la sabiduría del mundo, la misión estaría condenada al fracaso desde el principio. El gran poder de la oscuridad anticipa a quienes buscan ascender y se ha armado contra sus avances. Quienes ansían el poder siempre esperan que otros también lo anhelen, por lo que la única oportunidad de derrocar verdaderamente a los poderosos de sus tronos no es vencerlos por la fuerza, sino por la astucia. Eso significa no intentar ocupar su lugar.

Como canta María en su Magnificat, la destrucción del poder terrenal significa derribar a los poderosos de sus tronos y dispersar a los arrogantes en la imaginación de sus mentes y corazones. No significa responder al poder terrenal con más poder terrenal, simplemente para reemplazar a quien esté al mando. Este camino es inesperado porque desbarata las expectativas de los poderosos y orgullosos.

En otro pasaje, Tolkien despliega esta peculiar lógica al elegir a uno de los personajes más poderosos de su mundo: Galadriel, Señora de los bosques de Lothlórien. Ella revela que el deber de los poderosos, dotados del poder de influir en los acontecimientos y conmover mentes y corazones, es, en última instancia, ceder. Aquellos como ella deben entregar su poder al servicio de una misión que no han concebido. Ella y quienes son como ella ocupan el lugar de Juan el Bautista, quien, aunque atraía multitudes en el desierto, simplemente se marchó cuando llegó el momento de encomendar su misión a aquel a quien había sido llamado a servir: «Es necesario que él crezca y que yo disminuya» (Jn 3:30).

La esperanza renace

En medio de la oscuridad que envuelve a los poderes del mundo, que a menudo parecen irresistibles e inevitables, la esperanza perdura. A veces, su permanencia es apenas un susurro, un pequeño destello de luz, un atisbo de otra salida, el rumor del amanecer. Y, sin embargo, la esperanza permanece mientras uno respire, e incluso después, mientras haya otros que la conserven. La resiliencia de la esperanza se demuestra ante la oscuridad que amenaza con extinguirla. Cuanto más persisten y crecen las sombras, más perdura la esperanza como la posibilidad y la promesa de que esto también pasará.

Para Théoden, rey de Rohan, la oscuridad no estaba tanto fuera de él como dentro de su propia mente. Había sido aprisionado por el consejo de los malvados. En algún momento, se dejó influenciar voluntariamente hasta cierto punto, pero después su libre albedrío se vio tan mermado que ni siquiera podía controlar sus propios pensamientos. Sin embargo, con el tiempo, otro consejero acudió en su ayuda, uno inesperado cuya llegada siempre sorprende. Y así, en conversación con Gandalf, se abre un nuevo camino para el cansado rey.

La enfermedad de Théoden radica en que ha entregado su control a los engaños de otro; cuando aparece su sanador, este no se limitará a sustituir a un hechicero por otro. No, Gandalf le muestra a Théoden que el rey no es un receptor pasivo de esperanza. Théoden debe elegir ver y aceptar otra perspectiva. Y lo hace.

Aunque Gandalf se muestre firme con Théoden, no intentará dominar al rey. Eso, una vez más, sería una artimaña del Enemigo. La esperanza es la fuerza para acompañar y actuar en favor de los cautivos, para ayudarlos a recuperar su dignidad y para empoderarlos a liberarse de las cadenas que los aprisionan. La esperanza se nutre de quienes cuidan las heridas de los demás y se apoyan mutuamente en la amistad, negándose a convertir a los amigos en enemigos.

Discernimento e responsabilità

La responsabilidad mutua y el compromiso de atender las necesidades de los más desfavorecidos se combinan para crear algunas de las tensiones más intensas en «El Señor de los Anillos». Esta tensión se siente con mayor intensidad cuando los personajes deben discernir su propio camino. A menudo se ven arrastrados por deseos contrapuestos, aunque rara vez, en ocasiones, uno de los bandos se identifica claramente como el camino de la oscuridad.

Para aquellos a quienes se les confía una misión, ya sea completa o parcial, es fundamental la reflexión paciente, la deliberación sobre las prioridades y los constantes sacrificios. Todo esto se hace patente cuando Aragón, el legítimo heredero al trono de Gondor, contempla su destino largamente anhelado, el cual ahora debe posponer por amor a la amistad y a su deber más apremiante.

El camino del deseo del corazón es aquel del que resulta más difícil apartarse. No hay oscuridad alguna en lo que Aragorn divisa hacia el sur: está revestido de esplendor y rebosante de luz. Sin embargo, para quien discierne no solo por pasión o por el atractivo del destino, sino también por razón, la libertad de renunciar por un tiempo a un camino tan hermoso se convierte en un anhelo difícil de alcanzar. En lugar de perseguir su trono, Aragorn parte en busca de sus pequeños amigos, capturados por el Enemigo.

Una vez más, los lazos de amistad complican las decisiones de otro miembro de la Comunidad, quien ahora se encuentra solo, de pie junto a lo que cree que es el cadáver de su compañero más cercano. La misión de Samwise Gamgee era acompañar a Frodo, el Portador del Anillo, hasta el final del viaje, o hasta su muerte. Pero, al parecer, la muerte ha llegado antes para Frodo, así que Samwise debe elegir entre quedarse con su amigo sin vida, huir de regreso a su hogar o cargar él mismo con el Anillo y emprender el viaje solo para completarlo.

Antes y después de su decisión, Samwise debe lidiar con el conflicto de lealtades. Solo él puede elegir y solo él debe afrontar las consecuencias. Su responsabilidad está en juego. Al final de este episodio, Samwise se encuentra persiguiendo ambos objetivos: encontrar a Frodo y llevar el Anillo, ya que se muestra que Frodo sigue vivo y ha sido capturado en la dirección que Samwise debe seguir para llevar el Anillo a su destrucción.

Pero Sam aún tenía que tomar una decisión. Tal es la difícil situación de los pequeños y mansos que sopesan las opciones entre el parentesco y el valor, que cargan con el peso de la fidelidad, cuyas acciones, incluso cuando son erróneas, no son en vano, pues buscan el fin correcto de la manera correcta y suman a su propia carga la responsabilidad de ejercer su libertad y su amor por los demás.

Tal es la difícil situación de los pequeños y mansos que sopesan las opciones entre parentesco y valor, que cargan con el peso de la fidelidad, cuyas acciones, incluso cuando son erróneas, no son en vano, pues buscan el fin correcto de la manera correcta y añaden a su propia carga la responsabilidad de ejercer su propia libertad y su amor por los demás.

Elevar a los débiles

Todo el camino para destruir el Anillo de Poder es inesperado porque la mayor parte no pertenece a los fuertes sino a los débiles, no a los sabios sino a los necios, no a los poderosos sino a los mansos. Es un viaje contra todo pronóstico, pero no emprenderlo equivaldría a un desaliento que conduciría a la desesperación absoluta.

El mayor poder del mal reside en su capacidad para desempoderar a los buenos, convenciéndolos de que no hay nada que hacer, nada que intentar, nada por lo que tener esperanza. Pero el mal de ojo —ni siquiera el Mal de Ojo— no puede ver la valentía de los mansos y humildes que se esfuerzan y llevan adelante la labor de la esperanza del mundo a pesar de la aparente futilidad.

La recompensa para quienes se esfuerzan —quienes intentan grandes hazañas y albergan grandes esperanzas, a pesar de, o quizás incluso gracias a, la oscuridad a veces abrumadora que los envuelve— no es refugiarse en fantasías ni dormirse en los laureles de grandes proezas logradas o intentadas, sino descubrir en sí mismos una mayor responsabilidad y amor por los mundos pequeños y a menudo muy ordinarios de los que provienen. Es lo que los pequeños y humildes hobbits comprenden cuando, tras completar el gran viaje al Monte del Destino, regresan a su humilde Comarca y se llenan de pasión por aquello que les ha sido confiado personalmente.

Quienes emprendieron el viaje inesperado se convirtieron en portadores de esperanza, heraldos de amistad y faros de luz para los demás. Quizás fueron humildes, pero los humildes no solo heredaron la Tierra Media: la redimieron.

Leonard J. DeLorenzo, doctor en filosofía, trabaja en el Instituto McGrath para la Vida de la Iglesia y enseña teología en la Universidad de Notre Dame.

L'autoreOSV / Omnes

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Evangelizzazione

Luis Javier Moxó: «Santa Beatriz nos plantea ¿qué hacemos con nuestra necesidad de ser reconocidos?»

La portuguesa Beatriz de Silva (siglo XV), fundadora de la Orden de la Inmaculada Concepción, antes dama de la alta nobleza lusa, estuvo 20 años ‘oculta’, recogida, madurando la llamada, según explica en Omnes Luis Javier Moxó, autor de un libro sobre la santa.

Redazione Omnes-8 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

La fundación de la Orden de la Inmaculada Concepción se sitúa en un momento de gran vitalidad religiosa en la Península Ibérica. La figura de santa Beatriz de Silva (1424-1492), nacida en el seno de una noble familia lusa, permite seguir, además, personajes históricos que acompañaron el nacimiento y desarrollo de la Orden, como Isabel la Católica, el cardenal Cisneros o san Pablo VI, que la canonizó en 1976. 

Dama de compañía de Isabel de Portugal, futura reina de Castilla por su matrimonio con Juan II, del que nacerían sus hijos menores, el príncipe Alfonso y la futura Isabel la Católica, Beatriz de Silva fue encerrada por la reina en un baúl en Tordesillas. La tradición cuenta que durante los tres días del encierro, Beatriz experimentó una visión de la Virgen, que le invitaba a entregar su vida a Dios y a fundar una orden consagrada a la Inmaculada Concepción de María.

Luis Javier Moxó Soto, conocido escritor y comunicador católico, autor de ‘Enredados por Cristo’, cuenta en el libro la vida y el carisma de santa Beatriz. Está publicado por Xerión y prologado por el P. Santiago Cantera Montenegro, O.S.B.

“La devoción inmaculista ya estaba viva antes de 1854”

El título de su libro une “vida” y “carisma”. ¿Cuál es el carisma propio de santa Beatriz?

—El centro es una forma de vida contemplativa femenina consagrada de manera singular a honrar el misterio de la Inmaculada Concepción de María. No se trata únicamente de añadir una devoción mariana a una regla religiosa ya existente. La Inmaculada da tono a la identidad de la comunidad: a su hábito, a su oración, a su memoria fundacional y a su comprensión de la pureza de corazón, la humildad y la disponibilidad ante Dios.

Dicho de modo muy sencillo, Beatriz no funda simplemente una nueva casa de religiosas. Da origen a una familia que quiere hacer visible en la Iglesia la belleza de una existencia enteramente entregada a Dios bajo el signo de María concebida sin pecado. Ese núcleo permaneció estable aun cuando la configuración jurídica de la comunidad conoció varias etapas.

La definición dogmática de la Inmaculada Concepción llegó en 1854. ¿Puede hablarse de una Orden inmaculista en el siglo XV sin caer en anacronismos?

—Hay que evitar dos extremos. Sería erróneo imaginar que Beatriz anticipó de modo técnico la definición dogmática que Pío IX formularía siglos después. Pero también sería falso pensar que la devoción a la Concepción de María nació en 1854. Era un misterio intensamente celebrado, debatido y amado en la piedad cristiana medieval, con especial fuerza en ámbitos franciscanos e hispánicos.

Las concepcionistas vivieron ese misterio antes de su definición solemne. La Iglesia, con el dogma de 1854, no inventó esa fe: la definió solemnemente como verdad revelada.

¿Por qué la afinidad franciscana es tan importante en esta historia?

—Porque el mundo franciscano fue uno de los grandes ámbitos de difusión y defensa de la devoción inmaculista. La espiritualidad de Beatriz tiene una clara cercanía con valores franciscanos.

Esa afinidad no debe hacer olvidar la complejidad del itinerario institucional. La bula de Inocencio VIII de 1489 situó inicialmente la fundación bajo la regla del Císter. En 1494, dos intervenciones de Alejandro VI encaminaron a la comunidad hacia la regla de santa Clara y la dirección de los franciscanos observantes. Finalmente, Julio II otorgó en 1511 una regla propia a las concepcionistas.

La Iglesia fue dando a aquel carisma una forma cada vez más adecuada.

El autor del libro, Luis Javier Moxó Soto.

“El carisma precede muchas veces a su forma jurídica”

¿Qué le interesa subrayar de ese proceso de reconocimiento eclesial?

—Que la gracia y la institución no son realidades enemigas. Una experiencia espiritual auténtica necesita ser discernida, protegida y encauzada. De lo contrario, puede quedar reducida a un impulso individual. Pero las normas tampoco pueden sustituir la gracia que las justifica. En una fundación sana, ambas dimensiones terminan encontrándose.

Es muy significativo que la fundadora muriera sin contemplar toda la consolidación de la Orden: ella puso los cimientos; otras generaciones recibieron la responsabilidad de desarrollarlos sin perder el espíritu original.

¿Cuál fue el papel de Isabel la Católica en la fundación?

—La reina fue una mediación providencial y concreta. Conviene hablar con precisión: la santidad de Beatriz no queda explicada por el respaldo de una poderosa protectora, pero sin una casa, medios y legitimidad social una fundación difícilmente se sostiene. La bula de 1489 confirma que Isabel habíaentregado a Beatriz una casa e iglesia de Santa Fe en Toledo, donde ya vivía con otras mujeres.

El caso ilustra una realidad eclesial de su tiempo: muchas mujeres desempeñaron una función notable en las reformas, fundaciones y redes de piedad. No son personajes intercambiables ni forman un bloque uniforme, pero junto a Beatriz aparecen nombres como Beatriz Galindo y Teresa Enríquez.

Esa presencia femenina merece ser conocida en toda su diversidad.

El libro presenta a Toledo como un lugar teológico, no solo geográfico.

—Sí, la ciudad participa de la biografía espiritual de la santa. Toledo no es el telón de fondo de una historia que podría haber ocurrido igual en cualquier lugar. Allí Beatriz fue acogida durante largos años en el entorno de Santo Domingo el Real, allí se trasladó la naciente comunidad a Santa Fe y allí murió. La ciudad fue el espacio donde la prueba se convirtió en vocación compartida. 

“Contemplar es tomar en serio que Dios actúa”

La biografía de Beatriz está marcada por un larguísimo tiempo de ocultamiento. ¿Cómo evitar que se interprete como una pasividad meramente resignada?

—La espera cristiana no es inmovilismo. En Santo Domingo el Real, Beatriz no estuvo “sin hacer nada”. Vivió una fidelidad concreta: oración, penitencia, vida espiritual, aprendizaje de la vida común y maduración de una llamada que todavía no tenía forma visible. La actividad no siempre coincide con lo que puede contarse, mostrarse o medirse.

Esta es una de las lecciones más hondas de la santa. Hay procesos humanos y eclesiales que exigen tiempo. Hoy se nos educa para exigir resultados inmediatos y para interpretar todo retraso como fracaso. Beatriz recuerda que una obra puede estar naciendo precisamente cuando nadie la ve.

“La misión nace de la oración”

¿Qué puede aportar hoy la vida contemplativa a la misión de la Iglesia?

—Aporta su corazón. No en el sentido sentimental, sino en el sentido más real: la Iglesia no puede reducirse a estructura, acción social, gestión o comunicación. Todo eso puede ser necesario, pero necesita una fuente. La contemplación proclama que el primado corresponde a Dios y que la misión nace de la oración.

Las concepcionistas llegaron a México hacia 1540, en una Iglesia joven vinculada a la acción de fray Juan de Zumárraga. Aquella presencia muestra que la evangelización no se sostiene solo con actividad exterior. Necesita comunidades que recen, celebren, intercedan y recuerden a todos que el fruto apostólico no es simplemente el resultado de una estrategia humana.

¿Con qué idea le gustaría que el lector cerrase el libro?

—Con la convicción de que la santidad no es un ornamento de museo. Santa Beatriz no propone una evasión hacia el pasado, sino una pregunta para el presente: ¿qué hacemos con nuestras heridas, nuestra prisa y nuestra necesidad de ser reconocidos? Ella responde con una vida que no se definió por el agravio, sino por la entrega.

Y me gustaría que el lector comprendiera que la Inmaculada es mucho más que una imagen entrañable. Es el nombre de una promesa de gracia: Dios puede hacer nueva la vida humana. La historia de Beatriz y de sus hijas ha querido ser, durante más de cinco siglos, un testimonio silencioso de esa posibilidad.

El libro ‘Santa Beatriz de Silva. Vida y carisma de la fundadora de la Orden de la Inmaculada Concepción’, de Luis Javier Moxó, se presenta el 28 de octubre de 2026 a las 18.00 h. en Toledo, Casa Madre de la Orden de la Inmaculada Concepción.  

    Santa Beatriz de Silva

    Autore: Luis Javier Moxó Soto
    Editoriale: Xerión
    Pagine: 176
    Pubblicazione: 2026, Madrid

    Cinema

    «Recen por mí»: la nueva película sobre el Papa Francisco

    El argentino Facundo Bartucci firma su primer largometraje, que llega a los cines españoles el 8 de octubre

    Redazione Omnes-8 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

    “Recen por mí”, la petición con la que el papa solía despedirse, da título a una película que reconstruye el camino de Jorge Mario Bergoglio desde los barrios de Buenos Aires hasta Roma, con especial atención a su cercanía con los pobres y los marginados.

    El documental, que llega año y medio después de la muerte de Francisco, combina imágenes de archivo inéditas, testimonios y episodios menos conocidos de su trayectoria, junto con las propias palabras del papa. La distribuidora explica que el propósito es acercarse al hombre que hubo detrás del pontífice, a sus convicciones y al impacto de su labor social, y lo presenta como un relato que va más allá del ámbito religioso.

    Facundo Bartucci, director y productor argentino afincado en Milán, había dirigido antes el cortometraje Ofelia (2024). Sobre lo que le llevó a esta película, ha señalado: “En medio de un mundo en crisis, me pareció necesario volver a mirar a aquellas figuras que no solo hablan de valores, sino que los encarnan”. Y añade: “Quería retratarlo no como una figura de poder, sino como un hombre comprometido con acompañar y dar voz a quienes nunca son escuchados”.

    La película se suma a otros acercamientos a su figura, como el documental de Wim Wenders El papa Francisco: un hombre de palabra (2018) o la ficción Francisco. El padre Jorge (2015), protagonizada por Darío Grandinetti.

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    Vangelo

    Rechazar la invitación de Dios. Domingo XXVIII del tiempo ordinario (A)

    Vitus Ntube nos comenta las lecturas del Domingo XXVIII del tiempo ordinario (A) correspondiente al día 11 de octubre de 2026.

    Vitus Ntube-8 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Con las lecturas de hoy dejamos atrás la imagen de la viña y entramos en un escenario de alegre celebración. El marco ya no es un campo de trabajo, sino un banquete de bodas. El Reino de Dios se nos presenta como un banquete: la alianza de amor entre Dios y su pueblo.

    La primera lectura, tomada del profeta Isaías, nos anuncia: “Preparará el Señor del universo para todos los pueblos, en este monte, un festín de manjares suculentos”. El Evangelio hace eco de esta visión. Jesús nos dice que “el reino de los cielos se parece a un rey que celebraba la boda de su hijo".

    La parábola tiene, ciertamente, un significado histórico. Refleja el drama de la historia de la salvación: del pueblo de Israel y los gentiles. Pero la parábola no habla solo de ellos; habla también de nosotros. Cada uno ha recibido la invitación de Dios. Los primeros invitados “no hicieron caso; uno se marchó a sus tierras, otro a sus negocios”. Rechazaron la invitación porque otras ocupaciones les parecían más importantes. Esa misma tentación sigue presente hoy. ¿Cuáles son nuestras “tierras” o nuestros “negocios”? ¿Qué actividades ocupan el primer puesto en nuestra vida? ¿Se han vuelto el trabajo, el entretenimiento, la comodidad o el descanso más importantes que la oración? ¿Tratamos a veces la Misa dominical como algo opcional, al que acudimos solo si no surge nada más urgente?

    La invitación de Dios puede rechazarse de dos maneras: ignorándola o aceptándola indignamente, es decir, presentándonos sin la debida preparación. Cuando el rey entra en la sala, ve a un invitado que no lleva el traje de boda y le pregunta: “Amigo, ¿cómo has entrado aquí sin el vestido de boda?” El vestido de boda es, ante todo, un símbolo de la disposición interior con la que nos acercamos a Dios: un corazón convertido, purificado y dispuesto a acoger su gracia.

    Esto adquiere un significado especial en la celebración de la Sagrada Eucaristía. Estamos llamados a prepararnos tanto interior como exteriormente. La preparación espiritual incluye la oración, el recogimiento y, cuando sea necesario, el sacramento de la reconciliación. También nuestra manera de vestir y nuestro comportamiento respetuoso deben reflejar la dignidad de Aquel con quien vamos a encontrarnos. Si nos esmeramos en vestirnos adecuadamente para asistir a una boda importante, ¡cuánto más deberíamos prepararnos para participar en la Santa Misa! 

    Evangelizzazione

    El Papa recuerda los frutos del Domund en su propia vida en un videomensaje

    León XIV acaba de publicar un videomensaje en el que impulsa la celebración del Domingo Mundial de las Misiones (Domund), que tendrá lugar el 18 de octubre, y expresa los frutos que ha dado en su propia vida.  

    Redazione Omnes-7 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    En el videomensaje, el Pontífice recuerda el centenario de esta cita anual misionera del Domund, y da gracias a Dios por los frutos abundantes que ha derramado sobre la Iglesia desde que su predecesor, el Papa Pío XI, estableció la celebración anual hace 100 años.

    Además, el video tiene un tono personal, porque el Papa abre su corazón y señala que la consecución del objetivo de Pío XI “ha dado frutos en mi propia vida”, dice León XIV.

    Misionero agustino, labor en Perú

    “Recordando mi juventud, puedo contemplar cómo, misteriosamente, las oraciones ofrecidas al Señor de la mies ayudaron a preparar mi corazón para escuchar el llamado de Jesús a seguirlo como misionero agustino”. 

    Además, “las oraciones y contribuciones de los fieles alentaron y sostuvieron mi labor misionera en Perú, así como la de innumerables personas en todo el mundo. Por esta razón, quisiera expresar mi sentida gratitud a todos los que han apoyado el Domingo Mundial de las Misiones a lo largo de los años”.

    Gracias a Dios por los frutos en la Iglesia

    Al celebrar el Domingo Mundial de las Misiones, damos gracias a Dios por los frutos abundantes que ha derramado sobre la Chiesa desde que mi predecesor, el Papa Pío XI estableciera esta celebración anual hace 100 años, comienza el Santo Padre

    Él expresó su deseo de que esta decisión incentivara, “en cada diócesis y parroquia, una comprensión más profunda de la gran importancia de la tarea misionera, una oración ferviente por la labor de evangelización, el impulso de la vocación misionera y el apoyo al trabajo de las Pontificie Opere Missionarie".

    Reflexión sobre el fomento de la unidad de la Iglesia

    En este año del centenario, el lema “Uno en Cristo, unidos en la misión”, nos invita a reflexionar sobre la tarea fundamental de fomentar la unidad de la Iglesia en el seguimiento de Cristo”, continúa el Papa en el video, “especialmente con nuestra propia obligación y responsabilidad de difundir el mensaje salvífico del Evangelio a todas las gentes”.  

    Papel único de cada uno en la obra salvífica de Cristo, mediante el Bautismo

    Efectivamente, “mediante el bautismo, cada uno de nosotros se convierte en miembro del Cuerpo de Cristo y adquiere un papel único en la contribución a la obra salvífica de Jesús. Nuestro Señor nos llama a colaborar como una sola familia, con la asistencia del Espíritu Santo, para llevar a todos —en todas partes— a una comunión de fe en Cristo”.

    Por este motivo, el Papa reitera “la invitación especial que hice en el Mensaje para el Domingo Mundial de las Misiones. “Comprometámonos todos a contribuir, cada uno según su vocación y los dones recibidos, a la gran misión evangelizadora, que es siempre obra del amor. Sus oraciones y su apoyo concreto, […] serán de gran ayuda para llevar el Evangelio del amor de Dios a todos, especialmente a los más pobres y necesitados” (Messaggio para la 100 Jornada Mundial de las Misiones, 25 enero 2026).

    Por último, al celebrar este centenario, el Sucesor de Pedro agradece todo lo que están haciendo para continuar con el legado del Domenica della Missione Mondiale y para apoyar generosamente la misión evangelizadora de la Iglesia en todo el mundo.

    L'autoreRedazione Omnes

    Vaticano

    El Papa invita a todos a dar vida al mundo y a rezar el Rosario

    Todo el Pueblo de Dios, con la fuerza del Bautismo, está llamado a dar vida al mundo mediante el espíritu cristiano y la visión del Evangelio, ha alentado el Papa este miércoles 7 de octubre. En la memoria de Nuestra Señora del Rosario, León XIV ha invitado a rezarlo para experimentar el consuelo de nuestra Madre celestial.

    Francisco Otamendi-7 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Dar vida al mundo con el espíritu cristiano, ayudar a las personas “a prestar atención a las preguntas profundas de la vida: aquellas sobre nuestro origen y nuestro destino, así como aquellas sobre el sentido del amor y del dolor”, y experimentar el consuelo y el refugio seguro de Nuestra Madre rezando el Rosario, en el día de su memoria litúrgica, son cuestiones de relieve a las que ha animado el Papa León XIV en la catequesis de este miércoles.

    La lógica del beneficio a toda costa y la manipulación de la información corren el riesgo de ejercer una presión indebida para que las personas se adapten a un estilo de vida centrado en el consumo de bienes materiales, pero nuestro corazón está hecho para mirar hacia lo alto, ha manifestado el Pontífice.

    Testimonio de fe y caridad, y compromiso por la justicia, la paz y la fraternidad

    Los Padres del Concilio recuerdan que la misión de la Iglesia se realiza también al contribuir a la construcción de la ciudad terrenal. Sin embargo, “sus métodos y su finalidad no son principalmente de carácter político, sino que consisten en el testimonio de la fe y de la caridad, junto con el compromiso por la justicia, la paz, la fraternidad”, ha recordado el Papa.

    No aceptar la opresión de pequeños y pobres

    “Adorando a Cristo, el Justo que murió por los injustos, el creyente no puede aceptar la opresión de los pequeños y de los pobres, ni tampoco aquellas estructuras injustas que perpetúan las condiciones de dependencia y de injusticia”, ha subrayado el Papa, al recordar la Doctrina social de la Iglesia, que “orienta la acción de los cristianos, que colaboran con todas las personas de buena voluntad al promover el bien común”.

    Derechos fundamentales de la persona y de la familia, y del bien común

    La Iglesia, por lo tanto, ha continuado, “nada desea tanto como desarrollarse libremente, en servicio de todos, bajo cualquier régimen político que reconozca los derechos fundamentales de la persona y de la familia y los imperativos del bien común” (GS, 42). 

    Responsabilidad de cada bautizado: no separar fe y vida diaria

    En este punto, el Romano Pontífice ha alentado a que “cada bautizado se comprometa a cooperar con la gracia del Espíritu Santo, para que su fe sea viva y se exprese en comportamientos coherentes”.

    De hecho, “como recuerdan los Padres conciliares, “la separación entre la fe profesada y la vida diaria «debe ser considerado como uno de los más graves errores de nuestra época” (GS, 43). 

    Misión de los fieles laicos en el mundo

    En este contexto, Gaudium et spes reserva “una mención particular a la misión de los fieles laicos, los cuales, en virtud del Bautismo, están llamados a animar el mundo con el espíritu cristiano y la visión del Evangelio”, ha señalado León XIV.

    “Lugares principales de esta acción, que bien puede definirse como sacerdotal”, asegura el Sucesor de Pedro, “son indudablemente la familia y la actividad laboral, pero se extiende a todos los ámbitos de la vida”. 

    Es tarea de todo el Pueblo de Dios, “sobre todo de los pastores y de los teólogos”, ha señalado también el Papa, “discernir lo que en las culturas de nuestro tiempo es digno de consideración, teniendo siempre como supremo criterio de discernimiento la Palabra de Dios y la Tradición de la Iglesia”.

    Nuestra Señora de Aparecida (Brasil), santa Faustina Kowalska (Polonia)

    En su catequesis, el Santo Padre ha recordado la celebración en días pasados de “santa Faustina Kowalska, ‘Apóstol de la Divina Misericordia’, a quien conmemoramos recientemente, para que en su camino diario confíen siempre en Dios, Señor de la historia”.

    Y también la celebración el próximo lunes 12 de octubre de Nuestra Señora de Aparecida, Patrona de Brasil. 

    L'autoreFrancisco Otamendi

    Evangelizzazione

    ¿De dónde viene el Rosario que rezamos hoy?

    El Santo Rosario tiene su origen en 1212, cuando la Virgen María se apareció a Santo Domingo de Guzmán, en Toulouse (Francia), y le entregó el Rosario, según la tradición. Más tarde, el Papa San Pío V, dominico, pidió al pueblo cristiano que se uniera a la batalla de Lepanto, el 7 de octubre de 1571, rezando el rosario.

    Francisco Otamendi-7 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    Octubre es el mes del Rosario. Se debe, precisamente, a que el día 7 se celebra Nuestra Señora del Rosario, festividad instaurada por el Papa dominico san Pío V en conmemoración de la victoria cristiana en un combate naval en el golfo de Patras, cerca de la ciudad griega de Naupacto, entonces conocida como Lepanto.

    Tras la victoria de Lepanto, san Pío V instituyó en 1572 la fiesta de Santa María de la Victoria, que su sucesor, Gregorio XIII, transformó en “Nuestra Señora del Rosario”. Siguieron luego otras victorias, como la de 1683 en Viena, donde –de nuevo por mediación de la Virgen María– se detuvo el avance musulmán., informa la web vaticana.

    Los monjes y ermitaños

    Nei primi secoli del cristianesimo, monaci ed eremiti utilizzavano già forme di preghiera ripetitive, come i 150 salmi del Salterio. Si dice che i laici che non sapevano leggere iniziarono a sostituire i salmi con 150 Padre Nostro o Ave Maria.

    Todo comenzó, probablemente, en el siglo X. En el año 910 se fundó la Orden Cluniacense, explican los dominicos. Ésta le dio una gran importancia a la oración coral comunitaria. Quería que sus abadías fuesen un anticipo de la Jerusalén celestial, en la que los santos y los ángeles están continuamente cantando alabanzas a Dios e intercediendo por todos los seres humanos (cf. Ap 5,9; 14,3; 15,3).

    San Bernardo

    En el siglo XII, la Orden Cisterciense (fundada en 1098) le dió gran importancia al culto a la Virgen María. Su principal teólogo, san Bernardo de Claraval (1090-1153), difundió mucho la devoción a María como Madre, más que como Reina (que era lo normal desde el siglo V).

    Según la tradición, la forma del Rosario como la conocemos ahora fue revelada por la Virgen María a San Domenico di Guzman, fundador de la Orden de Predicadores en 1212. 

    Patrona de Cádiz

    La devozione per la preghiera del rosario alla Vergine Maria è universale, e in alcuni luoghi è particolarmente forte. Per esempio, fra Pascual Saturio, domenicano, explicó a Omnes que “la Virgen del Rosario es Patrona de Cádiz desde hace 150 años. El nombramiento pontificio de la Virgen es de hace 152 o 153 años, y lo celebramos. Pero hay constancia de que hace más de trescientos años ya el pueblo, y el ayuntamiento, la consideraban Patrona de Cádiz. Aunque el nombramiento sea posterior”.

    Para acabar con la peste en Venecia

    Por citar algún ejemplo de invocación pública a la Virgen María en casos de peligro, el pueblo de Venecia rogó a Nuestra Señora en 1687 que acabara con la peste. Superada la epidemia, se construyó la basílica de Nuestra Señora de la Salud, cuya fiesta se celebra el 21 de noviembre. 

    Pompeya destruida, y reconstruida 

    Pompeya fue destruida por la erupción del Vesubio 79 años después del nacimiento de Cristo, un desastre que sepultó la ciudad romana bajo gruesas capas de ceniza volcánica y piedra pómez, matando a miles de residentes. Y fueron los esfuerzos del beato Bartolo Longo los que realmente la hicieron resurgir en el siglo XIX.

    Longo había sido un militante opositor a la Iglesia e involucrado en el ocultismo, pero se convirtió, dedicándose a la caridad y a la construcción del Santuario de la Santísima Virgen del Rosario de Pompeya, y de la misma ciudad. En 1872, había escuchado en su corazón lo que llamó un susurro divino: “Si buscas la salvación, propaga el rosario. Es la promesa de María: quien propague el rosario se salvará”.  

    Papa Leone XIV pronuncia un discorso durante la sua visita al Pontificio Santuario della Santissima Vergine del Rosario di Pompei, vicino a Napoli, prima di celebrare la Messa nel piazzale esterno l'8 maggio 2026. (Foto di OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media).

    El Papa León XIV en Pompeya

    En la actualidad, uno de los santuarios más famosos del mundo dedicado a la Virgen del Rosario es el de Pompeya (Italia), cuya fiesta es el 8 de mayo, fecha en la que fue elegido Papa León XIV, y lo ha recordado más de una vez.

    En el primer aniversario de su elección, el Papa Leone puso su ministerio bajo la protección de la Virgen del Santo Rosario de Pompeya, subrayando que el amor hace milagros, y que “ninguna potencia terrena salvará al mundo, sino solo la potencia divina del amor”.

    Rosario (Argentina)

    "La devozione a Nostra Signora del Rosario risale al 1730, quando la città, Rosario (Argentina), era un borgo insignificante", ha scritto. Pedro Chiesa en Omnes. “El amor a la Señora del Rosario fue creciendo de modo pujante, especialmente desde la llegada de la imagen encargada a un escultor de Cádiz. (…). 

    "La Madonna del Rosario è riconosciuta come patrona e fondatrice della città", aggiunge Chiesa. "E quest'anno, come giustamente sottolinea il vescovo locale, sarà un momento opportuno per "ricordare e mantenere vive le radici che rendono profonda la nostra identità. Riaffermando Rosario come città di Maria e la nostra arcidiocesi come arcidiocesi di Maria".

    El Papa León XIV reza ante la estatua de Nuestra Señora de Lourdes, en Francia, el 27 de septiembre de 2026. (CNS photo/Lola Gomez).

    Fátima, Lourdes…, rosario por la paz 

    Es interesante constatar que, en varias apariciones -como en Lourdes y Fátima-, la Virgen María ha recomendando insistentemente que lo recemos a diario para superar las divisiones, las discordias y los males en nuestros corazones, y alcanzar la paz entre los pueblos.

    Hace unos días, desde el Santuario de Lourdes en Francia, el Papa ha invitado al pueblo cristiano a rezar el Rosario durante este mes de octubre, teniendo como intención la paz entre los pueblos. 

    En octubre, para que cesen las guerras

    “Aquí la Inmaculada se apareció a Santa Bernardita con el Rosario y guió su oración. Por eso, invito hoy a todos los fieles y a todas las comunidades cristianas a rezar el santo Rosario durante el próximo mes de octubre, con la intención particular de que cesen las guerras y se restablezca la paz entre los pueblos en conflicto”, manifestó en el Ángelus del domingo día 27 en Lourdes.

    También pidió acompañar la oración “con actos concretos de penitencia y de misericordia, y con el compromiso de favorecer siempre el diálogo y la reconciliación”.

    Numerosos Papas han fomentado el rezo del rosario. Entre ellos, por ejemplo, san Juan Pablo II, que escribió una carta apostólica sobre esta oración, con el título “Rosarium Virginis Mariae". 

    L'autoreFrancisco Otamendi

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    Libri

    El nuevo Youcat prologado por el Papa León: ¿Qué se preguntan los jóvenes sobre el amor?

    El nuevo libro de YOUCAT, basado en las preguntas de jóvenes de más de 30 países, aborda el deseo de un amor para siempre y acompaña a las nuevas generaciones en el discernimiento del matrimonio. En esta entrevista, el asistente eclesiástico de YOUCAT cuenta qué anhelan los jóvenes.

    Teresa Aguado Peña-7 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    El deseo de un amor para siempre sigue presente entre los jóvenes, aunque hoy muchos se acerquen al noviazgo y al matrimonio con dudas y preguntas nuevas. A ellas quiere responder «YOUCAT Amor para siempre», el nuevo proyecto de la Fundación YOUCAT, que cuenta con un prólogo del Papa León XIV y un epílogo del Papa Francisco, y recoge las inquietudes de jóvenes de más de 30 países.

    La obra mantiene el espíritu de YOUCAT, el catecismo para jóvenes de la Iglesia católica, una iniciativa de nueva evangelización que, a través de publicaciones y recursos digitales, está presente en más de 70 países. En esta ocasión, jóvenes, matrimonios, sacerdotes y teólogos abordan juntos cuestiones relacionadas con el amor, las relaciones y el compromiso.

    Con motivo de la presentación internacional del libro en Roma, hablamos con el padre Joaquín, asistente eclesiástico de la Fundación YOUCAT, sobre las preguntas que se hacen los jóvenes y el significado de apostar por un amor fiel y duradero.

    ¿Qué diferencia a Amor para siempre de otros materiales de YOUCAT?

    –YOUCAT es conocido sobre todo como el catecismo para jóvenes de la Iglesia católica. Pero detrás de los catecismos y los materiales catequéticos hay una red mundial de jóvenes, teólogos y profesores, presente actualmente en más de 70 países. YOUCAT «Amor para siempre» pone especialmente de manifiesto el espíritu participativo que subyace a todos nuestros materiales: reúne respuestas aprobadas oficialmente por la Iglesia y breves testimonios personales de jóvenes colaboradores. Los lectores encuentran tanto la enseñanza de la Iglesia como la experiencia vivida de personas que buscan ponerla en práctica.

    ¿Creen que existe entre los jóvenes un deseo de amor para siempre que quizá contrasta con la imagen que a veces tenemos de una generación poco comprometida?

    –Sí, porque Dios, que es el amor mismo, ha sembrado este deseo en nuestros corazones. Podemos negarlo, burlarnos de él o incluso distorsionarlo. Podemos intentar satisfacerlo a través de mil formas de placer superficial. Pero nunca podremos silenciarlo por completo. El anhelo de amar y ser amado para siempre es una de las fuerzas más profundas del corazón humano. En última instancia, es un anhelo de Dios mismo. Forma parte de lo que somos como seres humanos, creados a su imagen.

    El libro está basado en 1000 preguntas y sugerencias de jóvenes de más de 30 países del mundo. ¿Qué preguntas sobre el amor y el matrimonio son las que más se hacen los jóvenes y que la Iglesia debe dar respuesta?

    –Permítanme destacar en primer lugar lo hermoso que es este hecho y lo que hace que el nuevo catecismo sea particularmente «católico». Nuestra fe es tan rica y hermosa: diferentes culturas, entornos sociales e idiomas que se enriquecen mutuamente. Por ejemplo, la cuestión de hasta qué punto deben intervenir los padres y los amigos en la elección de una pareja para toda la vida puede verse de forma muy diferente en los contextos asiáticos y europeos. Ambos pueden aprender unos de otros. Sin embargo, para que estas perspectivas se complementen en lugar de contradecirse, deben estar arraigadas en las mismas verdades universales y en la revelación que se nos ha dado en Cristo.

    Una cuestión especialmente acuciante hoy en día es la estabilidad del matrimonio y cómo las parejas pueden prepararse para un compromiso de por vida. Por eso el papa Francisco abogó por un «catecumenado» matrimonial: un itinerario sostenido de preparación, seguido de un acompañamiento durante los primeros años de la vida matrimonial. Esto se ha convertido en el tema principal de YOUCAT «Amor para siempre»: ayudar a los jóvenes a prepararse para un amor fiel y duradero.

    En un momento en que muchos jóvenes retrasan el matrimonio o directamente no se plantean casarse, ¿qué les diríais desde YOUCAT para que vuelvan a considerar el matrimonio como una posibilidad real para su vida?

    –¡Por supuesto que el amor verdadero existe en la vida real! Los verdaderos héroes son las parejas casadas que trabajan en el proyecto de la fidelidad a lo largo de toda una vida. ¿Hay algo más hermoso que una pareja de ancianos cogidos de la mano en su cuadragésimo, quincuagésimo o sexagésimo aniversario?

    Piensa en tu propia historia como una gran aventura: dos personas que lo arriesgan todo y eligen amarse sin importar lo que pase. El amor, la lealtad y la devoción implican una elección. Dios promete que, cuando optes por ellos, estará ahí para ayudarte.

    (Tomado textualmente de pasajes seleccionados de YOUCAT «Amor para siempre», pregunta 71, en el texto inglés autenticado.)

    El Papa habla de «un plan que es más grande que cualquier sueño humano» y de un «sí» que «no vale solo por un día, sino para toda la vida». ¿Por qué cree que estas palabras son especialmente importantes para los jóvenes de hoy?

    –Todos llevamos en el corazón deseos infinitos. Anhelamos un amor y una fidelidad mayores que los que cualquier persona puede darnos. Decir que Dios colma este deseo es cierto, pero no basta con afirmarlo. No podemos vivir de ideas abstractas sobre el amor, y nuestra relación con Dios, que es amor, ha sido herida.

    Por eso Dios se hizo carne en Jesucristo. En él, Dios ha hecho visible su amor y se ha entregado por completo a cada uno de nosotros. Jesús es el «sí» definitivo de Dios a cada uno de nosotros.

    Cuando la Iglesia proclama a Cristo a través de sus palabras y lo hace presente a través de sus sacramentos, proclama que el «amor para siempre» no solo es posible, sino una realidad. Su fundamento es más que un sueño humano: es un acontecimiento que tuvo lugar en la historia y a través de una persona que está viva, que me conoce y que quiere compartir su amor conmigo hoy. Porque su «sí» perdura, podemos encontrar el valor para dar nuestro propio «sí» para toda la vida.

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    Spagna

    ¿Qué puede decirnos hoy la Escuela de Salamanca?

    Especialistas de distintas disciplinas recuperan el pensamiento de Francisco de Vitoria y los maestros de Salamanca para iluminar los retos actuales desde la dignidad humana, la razón y la fe en el Congreso Internacional "Francisco da Vitoria y la Escuela da Salamanca: humanismo cristiano y dignidad humana".

    Santiago Leyra Curiá-7 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    El Congreso Internacional “Francisco de Vitoria y la Escuela de Salamanca: humanismo cristiano y dignidad humana”, organizado por los dominicos y la Universidad Villanueva de Madrid con ocasión del V Centenario de la Escuela de Salamanca, reunió del 1 al 4 de octubre de 2026 a destacados especialistas en el Capítulo Nuevo del histórico convento de San Esteban, donde vivieron y están enterrados Francisco de Vitoria, Domingo de Soto y otros ilustres miembros de la Orden de Predicadores.

    La conferencia inaugural fue pronunciada por don Luis Argüello, arzobispo de Valladolid y presidente de la Conferencia Episcopal Española. Partiendo del discurso de León XIV ante las Cortes Generales, Argüello recorrió algunas de las grandes preguntas de la Escuela de Salamanca: la concepción de la persona, la dignidad humana, el bien común, la libertad, la conciencia y la relación entre razón y fe. Durante su intervención, animó a defender la dignidad humana y el bien común, como hicieron en su día los Maestros de Salamanca. Citando el discurso del Papa en el Parlamento español, afirmó que “la defensa de la vida humana no es una cuestión parcial, ni un interés confesional, es una meta de civilización”.

    Durante cuatro días, especialistas en teología, filosofía, derecho e historia abordaron la vigencia de una tradición nacida hace cinco siglos alrededor de figuras como Francisco de Vitoria, Domingo de Soto y Melchor Cano.

    Una tradición que sigue interpelando al presente

    El Maestro de la Orden de Predicadores, fray Gerard Francisco Timoner III, planteó en un videomensaje desde Roma el sentido de la conmemoración: “Conmemorar el quinto centenario de la enseñanza de Vitoria en Salamanca no es simplemente recordar lo que enseñó, sino renovar la tarea a la que su pensamiento nos convoca, discernir con honestidad intelectual y valentía moral lo que la justicia nos exige en las circunstancias de nuestro propio tiempo”.

    Timoner relacionó la presencia actual de los dominicos en Naciones Unidas con la misión iniciada por Francisco de Vitoria. “Vitoria no se sustrajo de las grandes cuestiones de su tiempo, sino que abordó la dignidad de la persona, los derechos de los pueblos, la justicia y los límites del poder como teólogo y predicador”, recordó. Después del congreso, todos los dominicos recibieron una carta del Maestro de la Orden dedicada a “la perenne actualidad de Francisco de Vitoria”.

    Por su parte, el prior provincial de la Provincia de Hispania, fray Javier Carballo Fernández, recordó que las sesiones del congreso tuvieron lugar donde aquellos maestros “vivieron, rezaron, estudiaron, discutieron” y desarrollaron su actividad intelectual y evangelizadora. Una proximidad que invita a mantener una relación “más profunda, intelectual y espiritual” con esa tradición y a continuar trabajando “por la dignificación de lo humano”. Sus representantes, “no son meros personajes del pasado, sino interlocutores desde los que volver a preguntarse por el sentido de lo humano, la verdad, la justicia y el bien común”.

    La rectora de la Universidad Villanueva, Ester Mocholí, rechazó también una conmemoración meramente histórica. “Este Congreso no es para mirar al pasado con nostalgia, sino para ofrecer el humanismo cristiano como una alternativa viva, fresca y urgente a las crisis antropológicas de nuestro tiempo”, afirmó. Entre esos desafíos citó expresamente la globalización, la inteligencia artificial y la transformación digital, en los que es prioritario situar la técnica y el progreso al servicio de la persona.

    Teología, filosofía y derecho para volver a Vitoria

    El congreso contó con la participación de fray Serge-Thomas Bonino, que nos ilustró sobre el tomismo con humanismo en Francisco de Vitoria; José Manuel Aparicio Malo, que habló sobre la actual globalización a la luz de Vitoria; Mercedes Rubio, que reivindicó a Juan de Santo Tomás como figura clave de la senda que pudo haber escogido la modernidad frente a la de Descartes; Ignacio Sols, que destacó a Domingo de Soto como descubridor de la ley de la gravitación universal; fray Sixto J. Castro, que abordó con amenidad el encuentro entre el tomismo y Vitoria; fray José Rafael Reyes González, con la Sagrada Escritura en Domingo de Soto; Miguel Navarro, sobre los Padres de la Iglesia en Vitoria; y fray Ricardo de Luis Carballada, que habló de fe y razón en Vitoria recordando la frase de Benedicto XVI en Rastisbona: “obrar contra la razón es obrar contra la esencia divina”.

    También intervinieron Adelaida Sagarra, que profundizó sobre el derecho de gentes y la dignidad humana en América; Juan Manuel Burgos, sobre Fray Alonso de la Veracruz y la Universidad Real y Pontificia de México; Javier Crevillén, que nos dio algunas claves sobre la filosofía política de Vitoria; David Torrijos, sobre la concepción de dignidad humana vitoriana en la Segunda Escuela de Salamanca; Idoya Zorroza, sobre las fuentes de la Tradición en el concepto de dignidad humana en Vitoria; Santiago Leyra-Curiá, sobre la valentía de Francisco de Vitoria al hablar con claridad de sus límites al Emperador y al Papa; Leopoldo Prieto, sobre sociabilidad humana y humanismo aristotélico cristiano; Ignacio Carbajosa, sobre la Biblia Políglota Complutense y la reforma del cardenal Cisneros que quizá hubiera podido evitar la ruptura protestante si se hubiera extendido antes a toda la cristiandad; y José Carlos Martín de la Hoz, sobre verdad, historia y derecho en la Escuela de Salamanca.

    Clausuró el Congreso fray Pablo C. Sicouly, vicario del Maestro de la Orden, con una intervención sobre La escuela de Salamanca en la tradición y la misión intelectual de la Orden de Predicadores. Estuvo acompañado de fray Manuel Ángel Martínez Juan, presidente de la Facultad San Esteban. El domingo 4 de octubre se celebró una solemne Misa de clausura, acompañada por el Coro de la Pontificia Universidad de Salamanca.

    De Salamanca a los grandes interrogantes de hoy

    El congreso conmemoró los 500 años del inicio de la docencia de Francisco de Vitoria en Salamanca, punto de partida de la Escuela que con el tiempo tomaría el nombre de la bella ciudad castellana. Desde San Esteban, Vitoria y otros maestros dominicos desarrollaron una reflexión teológica capaz de dialogar con los cambios políticos, sociales y económicos de su tiempo y, especialmente, con las preguntas abiertas por el encuentro entre Europa y América. De aquellos debates surgieron aportaciones sobre la dignidad de la persona, los derechos de los pueblos, el derecho de gentes, los límites del poder político o la moralidad de la actividad económica.

    Cinco siglos después, el encuentro volvió sobre aquella tradición para comprobar qué puede aportar hoy a cuestiones actuales como la globalización, la transformación digital, la ciencia, la libertad, la conciencia y los nuevos desafíos antropológicos. Las sesiones abordaron desde perspectivas teológicas, filosóficas, históricas y jurídicas la vigencia de la Escuela de Salamanca, con la idea de retomar su método para afrontar los grandes interrogantes de nuestra época desde el estudio, el diálogo entre disciplinas y la reflexión sobre la dignidad de toda persona. Es el momento de una nueva Escuela de Salamanca para alumbrar una nueva época, la que estamos comenzando en nuestros días.

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    10 señales de que creo en Dios, pero vivo como si Dios no existiera

    No basta con decir que creemos en Dios. La verdadera pregunta es si nuestra fe está transformando nuestras decisiones, nuestras relaciones y nuestra manera de vivir

    7 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Hace unos días, un amigo me hizo una pregunta que me dolió:

    —¿Por qué, si México es un país mayoritariamente católico, hay tanta violencia y corrupción?

    No fue fácil escucharla. Porque, más allá de cualquier explicación social, política o económica, la pregunta toca una realidad que merece ser examinada: ¿qué relación existe entre nuestra fe y nuestra manera concreta de vivir?

    México sigue siendo un país de mayoría católica. Pero pertenecer a una religión no significa necesariamente vivir de acuerdo con ella.

    No es lo mismo creer en Dios que creerle a Dios. No es lo mismo recibir los sacramentos que conocer su significado. No es lo mismo hablar de Cristo que aprender de Él a amar, perdonar, servir y construir la paz.

    Te propongo diez señales para hacer un examen personal.

    1. Tomo decisiones importantes sin preguntarle nunca a Dios

    Puedo rezar, ir a Misa y considerarme creyente, pero cuando tengo que decidir sobre el trabajo, el matrimonio, los hijos, el dinero o mis relaciones, actúo como si todo dependiera exclusivamente de mí.

    Una pregunta sencilla puede cambiar nuestra perspectiva:

    “Señor, ¿qué quieres Tú en esto?”

    La oración no sustituye nuestra responsabilidad. Nos ayuda a ejercerla buscando la verdad y el bien.

    2. Sólo busco a Dios cuando tengo problemas

    Mientras todo marcha bien, Dios casi no aparece en mi agenda. Pero llega la enfermedad, una crisis económica, un problema con un hijo o una dificultad matrimonial y entonces gritamos: “¡Dios mío, ayúdame!”.

    Por supuesto, Dios nos recibe también en la angustia. El problema aparece cuando nuestra relación con Él se reduce a acudir a un servicio de emergencias espirituales.

    Dios no quiere ser solamente nuestro auxilio en la crisis. Quiere ser Padre, compañero y centro de nuestra existencia.

    3. Mi oración siempre queda para después

    Tengo tiempo para WhatsApp, noticias, series, redes sociales, compras y mil pendientes, pero repito: “No tuve tiempo para rezar”.

    Jesús lo expresa con claridad: “Donde está tu tesoro, allí estará también tu corazón” (Mt 6,21).

    Aquello a lo que entregamos nuestro tiempo revela, muchas veces, aquello que  consideramos importante.

    4. Quiero que Dios apruebe lo que yo ya decidí

    No busco su voluntad; busco su firma.

    Pero una fe madura se atreve a preguntar antes de decidir.

    Buscar la voluntad de Dios implica aceptar que quizá su respuesta no coincida con lo que yo quería.

    5. Mi criterio moral depende más del ambiente que del Evangelio

    “Todo el mundo lo hace.” Cuando la cultura se convierte en nuestra única brújula, podemos terminar viviendo un ateísmo práctico: no negamos verbalmente a Dios, pero dejamos que otros criterios tengan la última palabra.

    6. Sé muchísimo de muchas cosas, pero casi nada de mi fe

    Puedo investigar durante horas un viaje, comparar restaurantes, teléfonos, tratamientos o destinos turísticos. Pero quizá nunca haya leído completo uno de los Evangelios ni me haya detenido seriamente a estudiar mi fe.

    Entonces corro el riesgo de hablar de Dios sin hablar con Dios.

    Y hay una paradoja muy actual: podemos consultar al algoritmo para casi cualquier cosa y, sin embargo, no abrir nunca el Evangelio.

    La fe también necesita formación.

    7. Vivo como si todo dependiera de mí

    Quiero controlar a mis hijos, mi matrimonio, mi economía, mi salud, mi futuro y hasta lo que los demás piensan de mí. Ese afán de control puede convertirse en una fuente importante de angustia.

    La fe nos lleva a hacer aquello que nos corresponde y reconocer humildemente aquello que no podemos controlar.

    Jesús nos recuerda: “Sin mí no pueden hacer nada” (Jn 15,5).

    No somos Dios. Y aceptar ese límite puede ser profundamente liberador.

    8. Mi vida gira cada vez más alrededor de mí mismo

    Mis derechos, mi comodidad, mi tiempo, mis necesidades.

    Pero casi no aparece la pregunta: “¿A quién puedo servir?”  Jesús enseña que quien quiera ser grande debe hacerse servidor de los demás.  La fe auténtica no nos encierra en nosotros mismos. Nos abre al otro.

    9. Agradezco poco y me quejo mucho

    Cuando Dios desaparece de nuestro horizonte, podemos comenzar a sentir que todo nos es debido. La gratitud nos devuelve a una verdad fundamental:  todo es don, nuestra vida, nuestra familia, nuestros talentos… Por eso San Pablo exhorta: “Den gracias en toda ocasión” (1 Tes 5,18).

    Agradecer no significa negar las dificultades sino reconocer también el bien que permanece en medio de ellas.

    10. Mi fe casi no cambia mi manera de tratar a los demás

    Quizá ésta sea la señal que más debería preocuparnos. Puedo rezar mucho y, continuar siendo cruel, chismoso, soberbio, rencoroso e incapaz de pedir perdón. Y Jesús fue muy claro:

    “En esto conocerán todos que son mis discípulos:  en que se aman unos a otros” (Jn 13,35).

    La fe cristiana no puede quedarse únicamente en prácticas religiosas. Está llamada a convertirse en una manera de vivir.

    Estas diez señales son para examinarnos a nosotros mismos.

    Quizá convenga preguntarnos:

    ¿En cuál de estas diez señales me reconozco?

    Pese a todo, podemos volver a poner a Dios en el centro!

    ¿Se nota que creo en Dios por la manera en que vivo?

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    Mondo

    La Chiesa sta studiando come fornire un supporto migliore in caso di problemi di salute mentale.

    Los días 9 y 10 de octubre, con motivo del Día Mundial de la Salud Mental y de la intención de oración mensual del papa León XIV, se reunirán en Roma obispos, expertos y agentes pastorales de diversas partes del mundo, para estudiar qué más puede hacer la Iglesia para acompañar a personas con estos problemas.

    Redazione Omnes-6 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Más de mil millones de personas están afectadas en el mundo por enfermedades de salud mental. Uno de cada siete. El Papa León XIV lo subrayó hace unos días, al invitar a rezar este mes precisamente “para que la pastoral de la salud mental se integre en toda la Iglesia”.

    Estos temas se debatirán en Roma el próximo viernes 9 y sábado 10 de octubre (Día Mundial de la Salud Mental), en un encuentro titulado “Una presencia que sana: la llamada de la Iglesia al ministerio de la salud mental”.

    Organiza el encuentro la Asociación Interncional de Ministros Católicos de la Salud Mental (International Association of Catholic Mental Health Ministers) en colaboración con la Fundación Internacional Don Luigi Di Liegro y con la Rete mondiale di preghiera del Papa, bajo el patrocinio de la Pontificia Academia para la Vida. 

    Serán dos días de reflexión, oración e intercambio de nuevas herramientas pastorales, para responder mejor a este reto. Participan obispos, agentes pastorales, expertos académicos y personas con experiencia directa en trastornos mentales.

    ¿Qué más se puede hacer?

    De todos los enfermos, solo un pequeño porcentaje recurre a los servicios hospitalarios y a los profesionales, mientras que la mayor parte encuentra apoyo en la comunidad. Cada vez son más los que llaman a la puerta de las diócesis y parroquias en busca de una mano amiga. 

    Los organizadores se preguntan: ¿qué está haciendo ya la Iglesia? ¿Y qué más se puede hacer para responder al llamamiento del papa León, quien en su intención de oración mensual de octubre de 2026 invita precisamente a rezar para que toda la Iglesia ayude a “superar el estigma y la discriminación hacia las personas con enfermedades mentales?”.

    Ed Shoener: “un acompañamiento cada vez más necesario”

    Ed Shoener, presidente de la Asociación Internacional de Ministros Católicos de Salud Mental—, asegura que “el acompañamiento a quienes padecen trastornos mentales se ha convertido, para nosotros los católicos, en un servicio cada vez más necesario en nuestras comunidades de fe”.

    Luigina Di Liegro, secretaria general de la Fundación Internacional Don Luigi Di Liegro, añade: “es un título que describe una responsabilidad que sentimos profundamente cada día en nuestro compromiso: estar al lado de las personas que viven una situación de fragilidad psicológica y de sus familias, con atención, competencia y humanidad. Para que nadie se sienta solo”.

    Actos el viernes y el sábado

    El encuentro comienza el viernes 9 de octubre a las 15:00 h, en el Complejo del Gesù (via degli Astalli, 17), con una mesa redonda “el estigma, la acogida y los espacios seguros”, y la segunda sobre “quienes cuidan: puentes e integración”. 

    La mañana del sábado 10 de octubre se conocerán de cerca los proyectos de la Fundación Di Liegro, la situación de las enfermedades mentales entre los jóvenes en Italia, y testimonios de cuidadores y pacientes sobre su experiencia.

    Luego tendrá lugar una rueda de prensa titulada “Hacer realidad la visión del Papa para el ministerio de la salud mental”. En ella participarán, entre otros, varios obispos, ya sea en persona (Borys Gudziak, arzobispo metropolitano de Filadelfia de la Iglesia greco-católica ucraniana y presidente de la Universidad Católica de Ucrania, Leópolis) o por videoconferencia (John Dolan, Phoenix —EE. UU.; Victor Phalana, Klerksdorp – Sudáfrica; Thomas Jessayyan Netto, Trivandrum – India; Tesfasellassie Medhin, Adigrat – Etiopía; Wismick Jean-Charles, Puerto Príncipe – Haití).

    Las dos jornadas concluirán, a media tarde, con el rezo del rosario ante la Gruta de Lourdes, en los Jardines Vaticanos.

    L'autoreRedazione Omnes

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    Evangelizzazione

    Wikitólica, un'enciclopedia cattolica in spagnolo per l'ambiente digitale

    La iniciativa, nacida en Valencia, quiere ofrecer fuentes católicas fiables también a los buscadores y a las herramientas de inteligencia artificial

    Redazione Omnes-6 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Muchas preguntas sobre la fe ya no empiezan en una parroquia, en una catequesis o ante una estantería, sino en un buscador. Cuestiones como “¿qué enseña la Iglesia sobre…?” o “¿quién fue este santo?” pueden llevar en pocos segundos a contenidos de muy distinta procedencia y calidad.

    En ese escenario se sitúa Wikitólica , una enciclopedia en español que reúne de forma ordenada y documentada información sobre doctrina, sacramentos, historia de la Iglesia, santos, liturgia y vida cristiana.

    S. Juan Pablo II ya describió internet como uno de los nuevos espacios culturales en los que debía hacerse presente el anuncio cristiano. Desde entonces, el debate se ha ampliado con las redes sociales y, sobre todo, con la inteligencia artificial. La cuestión ya no es solo estar presentes en la red, sino ver qué información recibe quién busca.

    Respuestas que dependen de las fuentes

    La inteligencia artificial permite formular una pregunta y recibir en pocos segundos un texto explicativo. Sin embargo, estos sistemas no son una autoridad doctrinal, ya que sus respuestas dependen de los datos, criterios e instrucciones con los que se han desarrollado, y detrás de ellos hay empresas con intereses económicos y modelos de negocio propios.

    En cuestiones religiosas, el riesgo es concreto: que una respuesta aparentemente objetiva equipare la doctrina de la Iglesia con una opinión particular, simplifique una cuestión teológica compleja o atribuya a la Iglesia una enseñanza que nunca ha sostenido. De ahí la importancia de contar con fuentes de conocimiento católico que puedan consultarse, contrastarse y reutilizarse.

    Con ese fin, Wikitólica ha desarrollado un Grafo de Conocimiento que estructura información sobre entidades y relaciones vinculadas con la Iglesia, y ofrece sus datos en abierto para facilitar su reutilización. El objetivo es que el conocimiento católico, bien organizado y conectado, pueda encontrarse y utilizarse correctamente también cuando lo procesan buscadores y herramientas automáticas.

    De la pregunta concreta a la fe

    Entre sus contenidos hay artículos sobre figuras de la historia de la Iglesia, como San Mateo Evangelista, del que repasa su llamada, su condición anterior de publicano, su misión apostólica y la tradición vinculada al primer Evangelio.

    Otras entradas abordan la vida cristiana cotidiana: “Cómo evangelizar en internet” recuerda que la presencia digital no puede reducirse a conseguir visitas o seguidores, sino que debe conducir a Jesucristo y, cuando corresponda, a la comunidad cristiana, la oración y los sacramentos; “Cómo ayunar digitalmente” plantea la reducción voluntaria del uso de dispositivos no como un rechazo de la tecnología, sino como una disciplina orientada al silencio, la atención, la vida familiar y la oración.

    El proyecto reconoce también un límite. Una enciclopedia puede explicar qué es la Eucaristía o presentar la vida de un santo, pero no puede celebrar un sacramento, sustituir el acompañamiento de un sacerdote ni convertirse en una comunidad cristiana. Internet puede ser el punto de partida, pero no el destino.

    Argomenti

    Perché la Chiesa ammette la separazione e proibisce il divorzio

    La separazione e il divorzio civile non dissolvono il vincolo di un matrimonio valido, mentre l'annullamento dichiara che tale vincolo non è mai esistito.

    Alejandro Vázquez-Dodero-6 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    San Matteo nel suo Vangelo riporta il ben noto “Ciò che Dio ha unito, l'uomo non lo separi.”(cfr. Mt 19,6). Queste sono le parole di Cristo stesso, e significano che chiunque si unisce in matrimonio davanti a Dio crea un legame permanente e indissolubile con il proprio coniuge.». 

    Pertanto, anche se i coniugi possono smettere di convivere in determinate circostanze, restano comunque sposati. Ecco perché una persona separata ma legalmente sposata non può risposarsi.

    La separazione come situazione eccezionale legittima

    La Chiesa cattolica è madre e, pertanto, ammette la separazione dei coniugi, che, come afferma il Catechismo, può essere legittima in alcuni casi previsti dal Diritto Canonico. In quali casi? Quando la convivenza diventa seriamente difficile o addirittura pericolosa, ad esempio quando un coniuge rappresenta un grave rischio spirituale o fisico per l'altro o per i figli, oppure rende la vita insieme eccessivamente e sproporzionatamente gravosa.

    In questi casi, la separazione può essere moralmente necessaria, soprattutto quando è il modo per proteggere le persone.

    E per quanto riguarda il divorzio civile?

    Alla luce di quanto sopra, si comprende che, da una prospettiva cattolica, il divorzio civile può dichiarare la cessazione degli effetti civili della convivenza coniugale, ma non può di per sé produrre la scomparsa del vincolo sorto da un matrimonio valido.

    Pertanto, la rottura del matrimonio e l'annullamento del matrimonio non sono la stessa cosa. Se un matrimonio valido è stato celebrato e successivamente è fallito, la Chiesa sostiene che tale fallimento non rende nullo il matrimonio. 

    Come abbiamo detto, può esserci separazione, e persino divorzio civile, quando necessario per tutelare diritti, figli, beni, ecc. Ma il vincolo sacramentale rimane; il matrimonio non scompare.

    La questione è diversa se vi sono motivi per ritenere che il matrimonio non sia mai esistito validamente, nel qual caso si può richiedere una dichiarazione di nullità. La Chiesa non "divorzia" dalla persona, ma dichiara, dopo l'apposita procedura, che un vincolo matrimoniale valido non è mai esistito fin dall'inizio.

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    Mondo

    I vescovi difendono i registri battesimali dinanzi alla Corte di giustizia europea.

    La Comisión de Conferencias Episcopales de la UE (Comece) ha expresado hoy su “profunda preocupación” ante el dictamen de la Abogada General del Tribunal de Justicia de la UE, Laila Medina, sobre la supresión de datos de los registros bautismales. La Abogada rechaza añadir una anotación marginal en casos de apostasía.  

    Francisco Otamendi-5 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    La Secretaría de la Comisión de las Conferencias Episcopales de la Unión Europea (COMECE), ha manifestado este lunes su honda preocupación por el asunto C-12/25, Bisdom Gent, del Tribunal de Justicia de la Unión Europea, relativo a la supresión de datos personales de los registros bautismales, tras el dictamen emitido el 1 de octubre por la Abogada general del Tribunal de Justicia de las Unión Europea, Laila Medina, de nacionalidad letona.

    Il Comece, cuyo secretario general es el sacerdote español Manuel Enrique Barrios, considera que “varios elementos expresados ​​en el Dictamen suscitan inquietudes e interrogantes”. 

    Borrar nombre y apellidos priva al registro de significado y valor

    Ad esempio, “borrar el nombre y apellido de la persona bautizada del registro de bautismo priva por completo a dicho registro de su significado, valor y propósito. Este aspecto crucial parece haber sido descuidado”. Según la Comece, “el dictamen también carece de un análisis del impacto de esta omisión en los intereses y derechos de terceros”.

    Además, a su juicio, las consideraciones relativas a la posible “angustia emocional” (mencionado por la Abogada General) que podría resultar de conservar los datos de una persona en un registro bautismal “tampoco son convincentes”.

    Registros bautismales, pilar fundamental del funcionamiento y la organización interna de la Iglesia

    El órgano de las Conferencias episcopales teme que, de confirmarse la orientación que ofrece el Dictamen, “pueda generar una importante incertidumbre jurídica para los responsables del tratamiento de datos eclesiásticos en todos los Estados miembros de la UE. Esto es especialmente grave porque dicha incertidumbre afectaría a los registros bautismales, que constituyen un pilar fundamental del funcionamiento y la organización interna de la Iglesia, y son vitales para que esta pueda cumplir su misión”.

    Opinión de la Abogada General: los ciudadanos tienen derecho a solicitar la supresión

    La Abogada General concluyó el pasado día 1, según el comunicado 139/26, que el Reglamento General de Protección de Datos (RGPD) se aplica también a los registros de bautismo de la Iglesia católica, y que, en principio, los ciudadanos tienen derecho a solicitar la supresión de sus datos personales de dichos libros sacramentales.

    La opinión de la letrada europea, difundida la semana pasada por el Tribunal comunitario, no es vinculante para el Alto Tribunal cuando dicte sentencia, aunque no es infrecuente que marque tendencia en sus fallos.

    En este caso, subraya que el derecho a la protección de datos no es automático, sino que corresponde a los tribunales nacionales ponderar caso por caso los derechos a la vida privada y la protección de datos del afectado frente a la autonomía institucional y la libertad religiosa de las iglesias.

    Cuestión prejudicial planteada por la Justicia belga

    El caso de litigio responde a una cuestión prejudicial planteada por la justicia belga después de que un ciudadano solicitara a la Diócesis de Gante (noroeste de Bélgica) que borrara cualquier referencia a su persona de sus registros.

    Aunque la Diócesis anotó su salida de la Iglesia tachando sus datos, los mantuvo de forma legible, lo que llevó a la Autoridasd Belga de Protección de Datos a ordenar su supresión, una decisión que la Diócesis impugnó a la justicia belga, que a su vez consultó al Tribunal de Justicia de la Unión.

    Rechaza la práctica de la anotación marginal con los deseos del interesado

    Un punto clave del dictamen de la Abogada general es su rechazo a la solución de añadir al registro bautismal una anotación marginal con los deseos del interesado. 

    La Abogada Medina se distancia así “del hecho de que, en diversos ordenamientos jurídicos y modelos de relaciones Estado-Iglesia, la jurisprudencia nacional de los Estados miembros de la UE ha aceptado esta práctica como una solución jurídica totalmente adecuada en caso de solicitudes de supresión de registros bautismales”, señala la Comece.

    Borrar el nombre y apellido de la persona bautizada del registro de bautismo, como se ha informado  arriba, priva por completo a dicho registro de su significado, valor y propósito. 

    Para evitar malentendidos, es importante destacar, según la Comece, “que en la Opinión no se reconoce ningún derecho general o automático a borrar datos de los registros bautismales”.

    Discurso del Papa en Metz

    El Papa León XIV, citando el artículo 17 del Tratado de Funcionamiento de la Unión Europea (TFUE), recordó en su Discurso en Metz que el principio de laicidad que rige la vida de los Estados también presupone el respeto por parte de las autoridades nacionales y europeas a la autonomía de las Iglesias y la promoción de su libertad de organización, expresión y culto.

    El criterio vigente de la Iglesia católica ha sido expresado el año pasado por el Dicasterio para los Textos Legislativos del Vaticano, que emitió una nota sobre la imposibilidad de cancelar el bautismo del Registro parroquial. Pueden consultar qui los argumentos.

    La Comece espera con interés la sentencia del Tribunal de Justicia de la UE, que se prevé para los próximos meses, y “confía en que establezca una postura más favorable con respecto a la protección de los registros bautismales frente a la eliminación”.

    Algunos antecedentes jurídicos 

    El Tribunal Supremo consideró en 2008 que los libros de bautismo no eran “ficheros” de datos personales en el sentido de la entonces vigente Ley Orgánica 15/1999 de Protección de Datos. Su argumento central fue que el libro bautismal recoge un hecho histórico —que una persona fue bautizada en una fecha determinada—, pero no constituye un registro actualizado de los miembros de la Iglesia.

    Por eso, el Supremo rechazó que una persona pudiera exigir la cancelación del asiento bautismal por haber apostatado. La apostasía no hacía que el hecho histórico del bautismo dejara de ser verdadero.

    L'autoreFrancisco Otamendi

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    Libri

    6 grandi autori cristiani (e come iniziare a leggerli)

    Chesterton, Belloc, Lewis, Tolkien, Greene y O’Connor muestran, desde estilos y géneros muy distintos, cómo la literatura puede abrir una puerta a la fe y ayudar a mirar el mundo desde una perspectiva cristiana.

    OSV / Omnes-5 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 11 minuti

    A pesar de lo mucho que se les cita, especialmente entre los católicos, la mayoría de la gente tiene una idea superficial de estos seis escritores frecuentemente citados y sus obras.

    C.S. Lewis y J.R.R. Tolkien son bien conocidos por los cuentos de Narnia y los hobbits. Flannery O’Connor parece inquietante, G.K. Chesterton parece confuso y Graham Greene parece deprimente.

    Hilaire Belloc está prácticamente olvidado, salvo por una cita en particular: «Dondequiera que brille el sol católico , siempre hay risas y buen vino tinto».

    Pero lo que comparten estos reconocidos autores del siglo XX es el amor a Cristo y una manera única de transmitir su mensaje al mundo. Escribieron para ayudarnos a reorientar nuestra perspectiva hacia una verdad más profunda. Si ya has leído sus obras más conocidas, aún hay tesoros por descubrir. Si su fama te ha intimidado, tenemos la obra perfecta para que te adentres en su mundo —y en la fe— a través de sus ojos.

    GK Chesterton: De pie sobre su cabeza

    No hay nadie tan citable como G. K. Chesterton, en parte porque es muy bueno captando nuestra atención con paradojas.

    Una paradoja es una aparente contradicción que va en contra del sentido común, como cuando Cristo dice: «Los primeros serán los últimos y los últimos serán los primeros». Estamos acostumbrados al verdadero significado, pero si lo analizamos con detenimiento, a primera vista no tiene sentido. Chesterton era tan bueno en esto que lo apodaron «El Príncipe de la Paradoja».

    La obra de Chesterton demuestra su genialidad para hacernos reflexionar desde perspectivas diferentes a las habituales. Su prolífica producción, con 80 libros y 200 relatos, ha influido en generaciones de escritores y pensadores, desde C.S. Lewis y Mahatma Gandhi hasta autores más contemporáneos como Dorothy Day y Neil Gaiman.

    Chesterton, que vivió entre 1874 y 1936, tuvo un camino tortuoso hacia la fe católica . Criado en la fe unitaria, él y su hermano coquetearon con el ocultismo, pero la influencia de su esposa lo condujo al anglicanismo. Unos años más tarde, se convirtió al catolicismo . El ensayo de Chesterton, «Por qué soy católico «, muestra lo que amaba de la Iglesia: «La dificultad de explicar ‘por qué soy católico ‘ radica en que existen diez mil razones que se reducen a una sola: que el catolicismo es verdadero. … Preferiría sugerir que no solo es más grande que yo, sino más grande que cualquier otra cosa en el mundo; que, en efecto, es más grande que el mundo. Pero como en este breve espacio solo puedo abarcar una sección, la consideraré en su calidad de guardiana de la verdad».

    Una de las cualidades más entrañables de Chesterton era su habilidad para entablar amistad con personas con las que no compartía ideas. Defendió el cristianismo en debates públicos con figuras tan destacadas como George Bernard Shaw y H.G. Wells. Sin embargo, los debates solían terminar con una cena compartida. Tanto Shaw como Wells mantuvieron una estrecha amistad con Chesterton hasta su muerte.

    Chesterton demostró gran ingenio y lógica. Incluso sus libros más serios contenían destellos de humor, y muchos eran francamente divertidos, a la vez que ayudaban a explicar cómo contemplar el mundo y los asuntos espirituales.

    Las novelas de misterio del padre Brown siguen siendo populares hoy en día. En ellas, un sacerdote detective, gracias a su profundo conocimiento de la naturaleza humana, logra identificar a los malhechores. El punto de vista del padre Brown es teológico, aunque también utiliza la razón para resolver los misterios.

    En el ámbito de la no ficción, «Ortodoxia» es, con diferencia, su libro más conocido. «El hombre eterno» es la respuesta de Chesterton a «Esquema de la historia» de H.G. Wells, que retrataba al hombre simplemente como un animal inteligente y a Jesucristo como un hombre carismático. El viaje espiritual de Chesterton a través de la civilización occidental en «El hombre eterno» resulta muy actual, ya que plantea algunos de los mismos argumentos que aún enfrentamos hoy en día.

    Hilaire Belloc: Poesía cómica e historia

    Es evidente que Hilaire Belloc da en el clavo con una contundencia directa. Historiador de primer nivel, sus escritos no solo daban vida a los acontecimientos, sino que también fomentaban una reflexión más profunda en sus lectores. Su versatilidad como escritor y su agudo sentido del humor hacen que leerlo sea un verdadero placer. Al igual que su buen amigo G. K. Chesterton, fue un escritor prolífico, con más de 150 libros publicados. También fue orador, activista político, ensayista y poeta.

    Belloc nació en 1870, hijo de padre francés y madre inglesa, y se crio en Inglaterra tras la muerte de su padre cuando él tenía cinco años. Su profunda fe católica influyó prácticamente en todo lo que escribió y, de hecho, en su forma de vida en Inglaterra, donde los católicos eran vistos con profunda desconfianza. Al presentarse como candidato al Parlamento, respondió así al lema de su oponente: «No voten por un francés y católico ». Dijo: «Señores, soy católico . En la medida de lo posible, asisto a misa todos los días. Esto», dijo, sacando un rosario del bolsillo, «es un rosario. En la medida de lo posible, me arrodillo y rezo estas cuentas todos los días. Si me rechazan por mi religión, daré gracias a Dios por haberme librado de la indignidad de ser su representante».

    Fue elegido.

    Los escritos de Belloc fueron muy influyentes, pero no son universalmente conocidos hoy en día. Es famoso sobre todo por «El camino a Roma», su libro de viajes sobre su caminata desde Francia hasta Roma para reafirmar su fe . Es una fascinante mezcla de anécdotas, filosofía y reflexión, todo ello salpicado de humor.

    Sus poemas cómicos para niños siguen siendo populares, en particular «El libro de los animales y las fábulas del niño travieso», que parodiaba la costumbre victoriana de moralizar hasta las cosas más insignificantes. Pruébalos si buscas algo al estilo de Roald Dahl o las historias de Lemony Snicket.

    C.S. Lewis: El don de la claridad

    En lo que respecta a C.S. Lewis, es probable que hayas leído algo suyo o que estés familiarizado con alguna de sus obras. Entre «Las crónicas de Narnia», «Mero cristianismo» y «Cartas del diablo a su sobrino», quizás haya contribuido más que ningún otro autor moderno a explicar la fe cristiana.

    Lewis, nacido en Irlanda en 1898, fue un ateo convencido durante mucho tiempo. Su madre falleció cuando él tenía nueve años y fue enviado a un internado, lo que marcó el inicio de su negación de Dios. Sin embargo, su pasión por la mitología y la literatura lo llevó a entablar amistad con J.R.R. Tolkien, profesor de Oxford y católico devoto , quien defendía la existencia de Dios. Estas conversaciones culminaron con Lewis arrodillándose en oración, «quizás aquella noche, el converso más abatido y reacio de toda Inglaterra».

    Esta honestidad se refleja en sus libros. Lewis comprende la condición humana. Sin importar el público, encuentra el ejemplo perfecto para ilustrar su punto, lo que suele añadir profundidad. Por ejemplo, en «Los cuatro amores», señala el desafío del amor: «Amar es ser vulnerable. Ama algo y tu corazón se estrujará y posiblemente se romperá. Si quieres asegurarte de mantenerlo intacto, no debes entregárselo a nadie, ni siquiera a un animal. Protégelo cuidadosamente con aficiones y pequeños lujos; evita cualquier compromiso. Guárdalo a buen recaudo en el cofre o ataúd de tu egoísmo. Pero en ese cofre, seguro, oscuro, inmóvil, sin aire, cambiará. No se romperá; se volverá irrompible, impenetrable, irredimible. Amar es ser vulnerable».

    En el caso de Lewis, no hay nada de malo en empezar con los clásicos, sobre todo si no los has leído, o si hace mucho que no los lees. Si creciste leyendo «Las crónicas de Narnia», intenta leérselas en voz alta a un niño. Te recordará el impacto que estas historias tienen en los corazones inocentes. Su trilogía de ciencia ficción para adultos, menos conocida, que comienza con «Más allá del planeta silencioso», entrelaza fundamentos teológicos cristianos a lo largo de relatos apasionantes.

    En la no ficción, la lectura de «Mero Cristianismo» aún convierte a la gente hoy en día. «Cartas del diablo a su sobrino», escritas como si un demonio auxiliar tentara a un cristiano común, todavía tienen el poder de hacernos reflexionar sobre nuestras propias vidas. Quizás menos conocida sea «El gran divorcio», que narra un viaje en autobús del infierno al cielo. Muestra la realidad y nuestras propias pasiones, sean buenas o malas, bajo una nueva luz que resulta a la vez inspiradora e iluminadora.

    JRR Tolkien: Los relatos como verdad

    JRR Tolkien escribió este pasaje a su hijo Christopher, quien se encontraba lejos luchando en la Segunda Guerra Mundial. Retomó esta idea en la trilogía de «El Señor de los Anillos» cuando Sam pregunta: «¿Acaso las grandes historias no terminan nunca?». Frodo responde: «No, nunca terminan como historias. Pero los personajes que las protagonizan van y vienen cuando su papel llega a su fin. El nuestro terminará más tarde, o quizás antes».

    Para Tolkien, la gran historia que escribió a su hijo —la que somos en nuestro interior— era la historia de la salvación, narrada en las Escrituras y la tradición por la Iglesia Católica , con Dios como autor. A menudo se le llama el «padre» de la fantasía moderna, pero su visión del mundo estaba arraigada en su profunda fe católica.

    Nacido en Sudáfrica en 1892, John Ronald Reuel Tolkien tenía cuatro años cuando su familia se instaló en Inglaterra tras la repentina muerte de su padre. A los ocho años, su madre se convirtió al catolicismo, lo que provocó que su familia los repudiara y les sumiera en una vida de grandes penurias. Cuatro años después, al morir, dejó a Tolkien y a su hermano bajo la tutela de un sacerdote.

    Su pasión innata por el lenguaje y las historias lo llevó a una carrera como profesor de lengua y literatura inglesas en Oxford. Fue allí donde realizó el trabajo del que se sentía más orgulloso: un ensayo crítico fundamental sobre «Beowulf» y una traducción moderna de «Sir Gawain y el Caballero Verde» y «Un vocabulario del inglés medio».

    Su afición por inventar idiomas y mitos lo llevó gradualmente a escribir sus libros más famosos. «El Hobbit» fue escrito para sus hijos y narra la historia de Bilbo, quien abandona su hogar para ayudar a capturar el tesoro de un dragón. Las aventuras y dificultades le permiten a Bilbo descubrir un tesoro oculto en su interior.

    «El Señor de los Anillos» fue la secuela de «El Hobbit», aunque está escrita para adultos. Los lectores se acercan por la fantasía y las aventuras épicas. Se quedan por la historia, que comienza con una persona común que emprende la misión aparentemente imposible de destruir el anillo todopoderoso de un gobernante malvado. Gracias a la riqueza de la imaginación del mundo de Tolkien y a la complejidad de sus personajes, «El Señor de los Anillos» es un relato apasionante que ofrece una visión profunda del alma humana. He aquí un ejemplo:

    «¡Qué lástima que Bilbo no apuñalara a esa vil criatura cuando tuvo la oportunidad!» (dijo Frodo).

    (Gandalf dijo) «¿Piedad? Fue la piedad la que detuvo su mano. Piedad y misericordia: no atacar sin necesidad. Y ha sido bien recompensado, Frodo. Ten por seguro que sufrió tan poco daño por el mal y escapó al final, porque así comenzó a poseer el Anillo. Con piedad.» «Lo siento», dijo Frodo. «Pero tengo miedo; y no siento ninguna piedad por Gollum… Merece la muerte.» «¡La merece! Me atrevo a decir que sí. Muchos que viven merecen la muerte. Y algunos que mueren merecen la vida. ¿Puedes dársela? Entonces no te apresures a dictar sentencia de muerte. Porque ni siquiera los más sabios pueden preverlo todo.»

    Todo esto se fundamentaba en la cosmovisión católica de Tolkien . El propio Tolkien solo se percató de estas influencias subyacentes al releer su primer borrador. Aprovechó la oportunidad para reforzarlas sutilmente. Temas como el sufrimiento redentor, el libre albedrío, la compasión, la tentación y otros se abordan con profunda profundidad psicológica.

    Para una breve introducción a Tolkien, lean su ensayo «Sobre los cuentos de hadas», que ofrece una excelente perspectiva de su filosofía sobre la fantasía. «Hoja de Niggle» es un cuento que los cristianos reconocerán como una alegoría sobre la vida y la redención. También es una profunda reflexión sobre el vínculo artístico entre el artista y Dios.

    Graham Greene: Perseguido por Dios

    Graham Greene luchó con su fe durante toda su vida. Para complacer a su prometida católica , aprendió sobre el catolicismo y encontró un sacerdote que respondió a todos sus argumentos ateos. Gradualmente, Greene, nacido en 1904, descubrió que su fe había crecido y se unió a la Iglesia. Hacia el final de su vida, su fe flaqueó y comenzó a autodenominarse » agnóstico católico «.

    Esta tensión entre la fe, la duda y la búsqueda de Dios constituye el núcleo de sus novelas católicas . Una novela católica es aquella en la que, como dijo Flannery O’Connor, «la verdad, tal como la conocen los cristianos, se utiliza como luz para ver el mundo». Cuatro de las novelas de Greene han sido consideradas como la obra cumbre de la novela católica : «Brighton Rock», «El poder y la gloria», «El corazón del asunto» y «El fin del romance».

    Estos libros presentan protagonistas antipáticos que a menudo niegan a Dios con vehemencia. Sin embargo, también muestran que Dios ha estado buscando pacientemente y con amor al personaje hasta el final. Greene muestra claramente la lucha y el anhelo del alma humana. Podemos apreciarlo claramente en este fragmento de «El fin del romance», donde el amante despechado estalla de rabia:

    Me senté en mi cama y le dije a Dios: «Te la has llevado, pero a mí aún no. Conozco tu astucia. Eres tú quien nos eleva a un lugar alto y nos ofrece el universo entero. Eres un demonio, Dios, que nos tienta a saltar. Pero no quiero tu paz ni tu amor. Quería algo muy simple y fácil: quería a Sara para toda la vida, y me la quitaste. Con tus grandes planes arruinas nuestra felicidad como un segador arruina un nido de ratones: te odio, Dios, te odio como si existieras».

    «El fin del romance» se narra desde la perspectiva de un hombre furioso y celoso tras el regreso de su amante con su marido. Este libro, que aborda el adulterio de una manera singular, explora temas como la reflexión sobre la existencia de Dios y la lucha interna con aquello en lo que creemos y basamos nuestras vidas.

    Greene era bipolar y tenía antecedentes de depresión. Era agnóstico hasta que conoció al sacerdote que le enseñaba la fe . Durante toda su vida viajó a lugares exóticos alrededor del mundo, lo que lo llevó a ser reclutado como espía por el MI6. Curiosamente, su jefe de espías y amigo en la agencia era el famoso topo Kim Philby. Mantuvieron su amistad incluso después de que Philby huyera a Moscú. También tuvo muchas aventuras amorosas, lo que provocó su distanciamiento de su esposa. En cierto modo, se parecía bastante a los personajes de sus libros.

    Las novelas de Greene fueron de las más populares de su época. Su estilo es ágil, emocionante y a menudo hilarante. Era capaz de integrar un dilema moral o filosófico incluso en un thriller político. Es importante recordar que sus libros no son teología. Buscan comunicar una verdad más profunda.

    Para una introducción divertida y ligera a las novelas de Green, prueba con «Monseñor Quijote». Cuando el sacerdote español Padre Quijote es ascendido a monseñor, emprende un viaje por carretera en su viejo coche Rocinante con su amigo Sancho, el recién depuesto alcalde comunista del pueblo. El viaje, lleno de divagaciones, y la conversación sobre la fe y las creencias resultan entretenidos, estimulantes e inspiradores.

    Flannery O’Connor: Reconociendo el pecado

    Flannery O’Connor tenía talento para la violencia impactante, lo grotesco y el humor sardónico. Quizás por eso mencionar su obra suele provocar pánico. Es difícil entusiasmarse con personajes antipáticos y moralmente reprochables, y las situaciones perturbadoras en las que se ven envueltos. Para ser justos, se trata de un género consolidado, el gótico sureño, que utiliza lo macabro y la ironía para explorar problemas sociales. Pero también para ser justos, no es para todos.

    Eso puede dificultar la comprensión de lo que O’Connor intenta mostrar más allá de la superficie. La violencia actúa como catalizador, obligando a los personajes a confrontar la verdad sobre sí mismos. Como le escribió a una amiga: «Lo que la gente no comprende es el alto precio de la religión. Creen que la fe es como una manta eléctrica gigante, cuando en realidad es la cruz. Es mucho más difícil creer que no creer. Si descubres que no puedes creer, al menos debes hacer esto: mantén la mente abierta. Mantenla abierta a la fe , sigue deseándola, sigue pidiéndola y deja el resto en manos de Dios».

    Toda su obra se basa en este concepto. Sus personajes se aferran a un consuelo falso, y su pecado es lo que los ciega ante la cruz. O’Connor intenta abrirles las puertas a la gracia y la transformación.

    Nacida en 1925, O’Connor creció en el pueblo rural de Milledgeville, Georgia. Su profunda fe católica a menudo la convertía en una marginada en una sociedad mayoritariamente protestante. Tras graduarse de la universidad, mientras estudiaba escritura creativa, O’Connor desarrolló lupus, lo que la llevó a llevar una vida tranquila con su madre. Mantuvo una rutina diaria de escritura, aunque esta le dejaba mucho tiempo para criar pavos reales, que pronto se convirtieron en un tema recurrente en el vecindario. O’Connor vivió catorce años más después del diagnóstico, escribiendo dos novelas y treinta y dos relatos cortos.

    La relativamente escasa obra escrita de O’Connor sigue teniendo un gran impacto hoy en día. Si bien sus historias son complejas, merecen la pena. Un libro muy útil es «Understanding Flannery O’Connor» de Margaret Earley Whitt, que desvela el significado de cada relato y de ambas novelas para profundizar en su comprensión.

    L'autoreOSV / Omnes

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    Iniziative

    “Dio mi chiama a mandare tutto a rotoli”: così è nato Vivir Abrazando. 

    El joven sevillano de 22 años, Javier Torres, cuenta cómo nació el proyecto Vivir Abrazando, una iniciativa que busca acercar a los jóvenes una fe viva a través de la comunicación y la solidaridad.

    Teresa Aguado Peña-5 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    En el corazón de Javier Torres hay un profundo deseo de dar la vida por los demás. Por eso quiso poner su don: la comunicación, al servicio de Cristo. Así, en diciembre de 2024, nació Vivir Abrazando, un proyecto que hoy reúne un pódcast, una revista impresa, una línea de productos solidarios y una comunidad activa en redes sociales. Su propósito es sencillo: “llevar el amor de Dios a los más pobres, a los pobres de espíritu (Mt 5, 3). El mismo Dios -hecho Hostia y custodiado en el vientre de su madre- es el centro y motor de todo lo que ocurre aquí”.

    Tras la buena acogida del pódcast y de sus iniciativas solidarias, Vivir Abrazando dio un nuevo paso, el Miércoles de Ceniza de 2026, con el lanzamiento de su primera revista impresa, de la que solo se publicaron 100 ejemplares, numerados y sellados.

    En esta entrevista, Javier Torres explica cómo nació el proyecto, qué busca ofrecer a los jóvenes y por qué considera necesario recuperar una fe viva, capaz de transformar la realidad y de comunicar Vida.

    ¿Cómo nació Vivir Abrazando?

    -Vivir Abrazando se hizo realidad en diciembre de 2024. En un contexto donde muchos jóvenes buscan un sentido a la vida, pero se sienten lejos del lenguaje tradicional de la Iglesia, surge la necesidad de crear un espacio donde puedan encontrarse con Dios. 

    Da polvo (Génesis 2, 7) nació el Podcast Concept, inspirado en el libro Santos de Copas, de José Pedro Manglano. Se trata de un formato propio, con una duración algo más corta que los pódcast habituales. En cada episodio contamos con la participación de un invitado perteneciente a las diferentes realidades de nuestra enorme Iglesia. 

    Tras la gran acogida, hicimos una preventa de nuestra propia línea de polares solidarios de Effetá y Bartimeo, cuyos beneficios se destinan a becas para personas que no se puedan permitir pagar estos retiros.

    El Miércoles de Ceniza de 2026 lanzamos nuestra primera revista impresa, y la firma continúa creciendo y explorando nuevas formas de comunicar la fe. Recientemente, organizamos un Market en Sevilla, en el que recreamos la experiencia de visitar al  Santísimo. También tuvimos el regalo de realizar la cobertura periodística del viaje apostólico del Papa León XIV a España.

    ¿Por qué el nombre de Vivir Abrazando? 

    –Es mi lema de vida; es la forma más bonita que tengo de entender mi carisma. “Cuando das un abrazo, lo que haces es poner tu corazón frente al corazón de la otra persona”. Eso es lo que quiero hacer con Cristo.

    ¿Qué puede encontrar un joven en las páginas de la revista de Vivir Abrazando?

    –A lo largo de las páginas de este primer número uno encuentra personas -con un corazón enorme- que se han volcado por entero en esta idea, que no sabíamos cómo saldría. Álvaro Quesada, conocido por @talvezteayude, nos abrió por completo su corazón en esta entrevista que escribió un Jueves Santo de madrugada en el Santo Sepulcro de Jerusalén. Bea Cuevas nos cuenta -a través de su ilustración- la humildad de la Madre Teresa -santa a la que le tenemos un cariño especial dentro del proyecto-. Lucía y Carlos, fundadores de OLD’S, nos muestran su ilusión y generosidad regalando un colgante Bom Jesus con cada revista. Inés y Luis nos hablan, a través de su vida, de lo agradecidos que están por Aute e di Shema. Y muchísimas más personas que han confiado y se han dado sin esperar nada a cambio. 

    Aún no puedo adelantar mucho del segundo número -que estamos ya preparando y que tratará sobre el fenómeno que numerosos medios de comunicación vienen señalando en los últimos años: un verdadero “Boom espiritual”-, pero sí que haremos un salto considerable.

    ¿Por qué hacer solo 100 ejemplares?

    –En los retiros de Effetá y Bartimeo he aprendido el arte de hacer las cosas con mucho mimo. De cuidar hasta el más pequeño detalle, como si para entregárselo a Dios se tratase. 

    Se trata de un proyecto muy cuidado. 100 ejemplares, numerados y sellados, en oración por cada lector. La idea es sacar algunos ejemplares más, ya que sería egoísta guardar este número solo para los 100 que lo tenemos. Pero sí es cierto que vamos a priorizar el seguir preparándolo todo con mucho mimo y por ello no queremos sacar nada en masa.

    También se destina parte de los beneficios a becas para retiros espirituales ¿Por qué es importante que el proyecto tenga una parte solidaria?

    –Es muy sencillo: “Dad gratis lo que gratis habéis recibido” (Mt 10, 8). Hace ya varios años, tuve el inmenso regalo de encontrarme con Cristo en uno de estos retiros. Gracias a este primer encuentro, he podido continuar profundizando en mi fe y cuidando mi relación e intimidad con el Señor. 

    En mi corazón hay un deseo muy grande de que otras personas puedan vivir lo que a mí me fue regalado aquel fin de semana.

    ¿Qué es lo que más le gustaría conseguir con este proyecto?

    –Solo espero que cada lector se pueda sentir profundamente amado por ese Amor que no se cansa de amarnos.

    Dice que hay iglesias que han perdido su capacidad transformadora y que muchos parecen seguir a un “Dios muerto”… ¿Qué es una fe viva? ¿Cómo recuperarla?

    –Nos quejamos de un Dios muerto. Y no me refiero a que a Dios lo haya matado nadie. No me refiero a que hace dos mil años murió en una cruz. Hablo de un Dios muerto porque, aunque la sociedad continúe practicando el cristianismo con sus liturgias, las iglesias han perdido la capacidad transformadora. Hemos apagado esa vida. Hemos convertido la religión en un producto de consumo.

    Dios me llama a liarla, a “hacer lío”, como decía el Papa Francisco. He conocido una fe muy viva y es eso lo que quiero transmitir a cada uno. La clave está en hacer que todo sea verdad. Mirar a los ojos cuando tratemos con otra persona. Que el abrazo sea, de verdad, un abrazo. Sencillamente, comunicar Vida.

    ¿Por qué santa Teresa de Calcuta tiene tanta importancia en el proyecto?

    –Para nosotros, santa Teresa de Calcuta es un ejemplo de cómo llevar el amor de Dios a los más pobres (“Pobres de espíritu”. (Mt 5, 3) de entre los pobres, de desprendernos de todo y de no dejar nunca de pensar en los demás.

    Teresa nos ayuda a hacer del mundo cotidiano que nos rodea nuestro Calcuta. Y llevar a Dios a cada persona en nuestras vidas. No hace falta ir de misión. Basta con vivir atentos a las necesidades de quienes encontramos cada día.

    Me encanta cómo Bea Cuevas la dibujó con la mayor sencillez posible. Cuando me presentó la propuesta, me estuvo explicando que le había puesto el aro que representa a los santos en cartón dorado, porque ella era muy humilde. 

    Per saperne di più

    Lentamente e con attenzione.

    Creo que debemos tomarnos la vida con calma, evitar las prisas y dedicar tiempo a hacer las cosas bien. Despacito y buena letra, porque, como escribió Machado, “el hacer las cosas bien importa más que el hacerlas”.

    5 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

    Tengo grabada en mi mente una imagen que nunca he olvidado. Al echar la vista atrás, han pasado ya 20 años. Estaba en un centro comercial que tenía unas puertas de cristal en la entrada. Los cristales debían estar muy limpios, pues una persona que caminaba rápidamente no se dio cuenta de su presencia y se chocó violentamente, haciéndose mucho daño.

    Me impactó sobremanera, porque el choque fue violento, y me pregunté cómo era posible que aquel señor no hubiera visto el cristal que separaba el interior del centro comercial del exterior. Si hubiera ido caminando tranquilamente (seguí pensando), en cierto momento lo habría visto o, al menos, el choque no habría sido tan fuerte.

    Creo que debemos tomarnos la vida con calma, evitar las prisas y dedicar tiempo a hacer las cosas bien. Despacito y buena letra, porque, como escribió Machado, “el hacer las cosas bien importa más que el hacerlas”.

    Vaticano

    «"Dio non rifiuta mai la nostra vita!": Leone XIV nell'Angelus

    León XIV ha subrayado que Dios transforma lo que parece rechazado en fundamento de salvación y ha presentado a san Francisco como ejemplo de reparación de la Iglesia mediante la fe, la fraternidad y el amor.

    Redazione Omnes-4 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Nell'Angelus di questa domenica, il Papa ha riflettuto sul rifiuto di Cristo e su come Dio trasforma il male in redenzione. In occasione dell'ottavo centenario della morte di San Francesco d'Assisi, ha anche sottolineato la sua opera di "restauro" della Chiesa attraverso la fede, la fraternità e l'amore.

    «Dio non rifiuta mai la nostra vita». Questa è stata una delle affermazioni centrali pronunciate da Leone XIV durante la preghiera dell'Angelus di questa domenica, commentando il brano del Vangelo che presenta Gesù come il Figlio di Dio rifiutato proprio da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo.

    Il Papa ha sottolineato che Cristo «è venuto a portare la salvezza» ma riceve la condanna, e che «chiunque voglia dare la propria vita è condannato a morte». Questo paradosso, ha spiegato, ci invita anche a riflettere sulle «molte crudeltà che devastano il mondo e la storia delle nazioni», ma al tempo stesso rivela «l'infinita misericordia» del Padre.

    Leone XIV ricordò le parole del salmo che Gesù aveva applicato a se stesso: «La pietra che i costruttori hanno rigettato è diventata la pietra angolare». Spiegò che «è proprio ciò che è stato rigettato che diventa il fondamento su cui tutto poggia». Così, affermò, Dio guida la storia: «aiutandoci in tutte le nostre cadute».

    San Francesco e la riparazione della Chiesa

    Il Papa ha poi applicato alla Chiesa l'immagine evangelica della vigna, che «costruiamo o distruggiamo con le nostre decisioni». In questo contesto, ha voluto ricordare san Francesco d'Assisi, proprio nell'ottavo centenario della sua morte e durante l'Anno Giubilare Francescano.

    Leone XIV presentò il santo come "un operaio che si è dedicato con grande frutto nella vigna del Signore" e ricordò che Gesù stesso aveva chiesto a Francesco di "riparare la sua Chiesa".

    Ispirato da Cristo Crocifisso, Francesco «ha costruito la propria vita soprattutto sul fondamento di Cristo», condividendo «la sua povertà, la sua gioia e le sue sofferenze», arrivando persino a ricevere le stimmate. Il Papa ha inoltre sottolineato la sua «preghiera ardente» e la sua «carità verso tutti», nonché la testimonianza dei primi frati che hanno condiviso la sua vita ascetica nell'ambito della riforma della Chiesa.

    «San Francesco l'ha risanata in virtù della sua fede nel Signore Gesù», disse Leone XIV, sottolineando che lo fece «sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell'amore fraterno».

    Per il Papa, il carisma francescano «porta ancora frutto oggi, dopo otto secoli». Ciò è dimostrato sia dalla «grande e dinamica famiglia francescana» sia dai «numerosi doni che la sua eredità spirituale elargisce al Popolo di Dio».

    «"Costruire l'armonia tra i popoli"»

    Nel quadro dell'Anno Giubilare Francescano, Leone XIV ha invitato i fedeli a chiedere "con perseveranza il dono della pace" e a impegnarsi "sinceramente per costruire la concordia tra i popoli".

    Il Papa ha concluso la sua riflessione affidando questo compito all'intercessione della Vergine Maria. Prima della preghiera dell'Angelus, ha inoltre ricordato ai fedeli riuniti nel Santuario di Pompei di offrire la "Supplica alla Madonna del Santo Rosario".

    L'amore cristiano per gli animali

    A veces se plantea una falsa disyuntiva: o amas a las personas o amas a los animales. Pero el Evangelio no conoce esa rivalidad. La ternura que aprendemos hacia toda criatura —como enseñaron Jesús de Nazaret y Francesco d'Assisi— ensancha el corazón y nos hace más humanos, no menos.

    4 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    Non è raro sentire alcuni cattolici criticare duramente coloro che professano un tenero amore per i loro animali. L'argomento è che «"Ci sono troppi bambini che soffrono la fame per poter spendere soldi per i veterinari.". Tuttavia, questa dialettica di esclusione – o si amano gli uomini o si amano gli animali – è estranea all'armonia del Creato e dimentica la delicatezza con cui Dio stesso si rapporta alla sua opera.

    È una verità di fede che l'umanità sia il culmine del creato. Ma il primato dell'umanità non deriva dal disprezzo per il creato, bensì dalla sua responsabilità di custode. San Francesco d'Assisi, il Poverello, non lo chiamò «"fratello"» Non vide il lupo per sentimentalismo, ma perché riconobbe in esso lo stesso «"respiro"» dal Padre:

    «"Se ci sono uomini che escludono qualsiasi creatura di Dio dal rifugio della compassione e della misericordia, ci saranno uomini che tratteranno i loro fratelli allo stesso modo."» (San Francesco d'Assisi).

    La dottrina della Chiesa cattolica insegna che gli animali sono creature amate da Dio che manifestano la Sua gloria attraverso la loro stessa esistenza. Secondo la Catechismo della Chiesa Cattolica, Il Creatore ha affidato all'umanità un dominio sugli animali che non è né assoluto né tirannico, ma morale e responsabile. Per questo motivo, il Magistero ritiene legittimo utilizzare gli animali per il sostentamento, il riparo, la ricerca scientifica moderata e la compagnia. Tuttavia, proibisce esplicitamente di infliggere loro sofferenze inutili o di sacrificare le loro vite invano, avvertendo al contempo che l'affetto per loro non deve mai distogliere o sostituire l'amore dovuto principalmente agli esseri umani.

    Per quanto riguarda la questione se abbiano un'anima e vadano in Paradiso, la teologia cattolica, fondata da San Tommaso d'Aquino, spiega che gli animali possiedono un'anima senziente, che dà loro la vita, le emozioni di base e gli istinti. Un'altra questione è se abbiano un'anima immortale. La Chiesa non chiude completamente le porte dell'eternità alla creazione materiale. Nel 2014, Papa Francesco ha spiegato la dottrina dell'escatologia cristiana in un'udienza: la promessa biblica di «"Nuovi cieli e una nuova terra.". Ciò significa che, alla fine dei tempi, Dio trasformerà e restaurerà l'intero universo materiale. I teologi della Chiesa suggeriscono che in questo Regno finale ci sarà una presenza di natura e animali in perfetta armonia, che rifletterà la bellezza divina, sebbene probabilmente non nello stesso modo in cui gli esseri umani sperimenteranno la visione beatifica di Dio.

    Riguardo alle mosche e ad altri insetti fastidiosi, gli antichi Israeliti modificarono beffardamente il nome del dio filisteo di Ekron, Baal Zebul (Signore della Dimora Celeste), in Baal Zebub (Signore delle Mosche). Più tardi, nel Nuovo Testamento, l'insulto si è evoluto tra gli ebrei nella parola Belzebù, che tradotto letteralmente come «"Signore dello sterco,", alludendo al luogo dove si radunano le mosche. Nell'antico Vicino Oriente, le mosche non erano solo un fastidio, ma anche il simbolo inconfondibile di decadenza, sporcizia e morte. Associando questo dio alle mosche, gli Ebrei trasmettevano il messaggio teologico che i falsi idoli portavano solo corruzione spirituale. Secoli dopo, San Francesco chiamò «"Fratello Mosca"» (Fratello MoscaAi frati pigri, oziosi e fonte di disturbo all'interno del monastero, San Francesco di Sales spiegò che mosche e zanzare sono ottimi allenatori di pazienza quotidiana. La ribellione dell'uomo contro Dio, con il peccato originale, fece sì che gli insetti, che un tempo svolgevano invisibili funzioni ecologiche, diventassero un costante promemoria della perdita del Paradiso, attraverso le loro punture, il loro ronzio e la diffusione di malattie.

    A volte dimentichiamo che Gesù non era un teorico astratto, ma qualcuno che contemplava la natura con profondo amore. Ci ha insegnato a leggere l'amore del Padre attraverso gli animali: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono... eppure il Padre vostro celeste li nutre”.” (Mt 6, 26).

    Cristo usa l'immagine della gallina che protegge i suoi pulcini (Mt 23,37) per spiegare il Suo desiderio di proteggere Gerusalemme. A Suo avviso, gli animali non sono «"oggetti", ma testimoni della divina provvidenza. Anche nell'Antico Testamento, il libro di Tobia ci offre una bellissima immagine: l'angelo Raffaele e il giovane Tobia intraprendono un viaggio, e il testo lo spiega in modo semplice: «"E il cane li seguì"» (Tb 6, 1). Dio permette che la fedeltà degli animali sia una compagna sul cammino della salvezza.

    Spesso, la critica del «"amante degli animali"» Ignora una dolorosa realtà umana: la solitudine. Papa Francesco, nella Laudato si', ci mette in guardia:

    «"Un sentimento di intima unione con gli altri esseri viventi in natura non può essere reale se al tempo stesso non vi sono tenerezza, compassione e premura per gli esseri umani nel cuore. [...] Tutto è connesso.". (Laudato si', n. 91)

    Partendo da questo presupposto, l'affetto per un animale può rappresentare l'ultimo ponte che mantiene una persona connessa alla capacità di dare e ricevere tenerezza. Søren Kierkegaard, il grande pensatore cristiano, ha esplorato questa idea nelle sue riflessioni sulla purezza di cuore. Per lui, gli animali hanno un vantaggio rispetto all'umanità decaduta: la loro assenza di doppiezza. Gli animali amano senza secondi fini e, in questa semplicità, l'umanità ferita trova rifugio dove può riscoprire se stessa. Come direbbe il filosofo danese, nel silenzio di una creatura si impara ad ascoltare Dio più chiaramente che nel frastuono delle dispute umane.

    A quei cattolici che guardano con sospetto all'affetto per gli animali domestici, bisognerebbe ricordare che la fede ci chiama alla mitezza. Se vediamo qualcuno dedicare la propria vita alla cura di una creatura, forse dovremmo chiederci quale solitudine provi quella persona o quale conforto trovi in quella silenziosa devozione che noi, come fratelli e sorelle, potremmo non essere stati in grado di offrirle.

    Dio si serve del piccolo per guarire il grande. E nella leccata di un cane, nella compagnia di un gatto o nel canto di un canarino, spesso si cela una carezza di Dio per chi forse non ha nessun altro che accarezzi la propria anima. O forse la bellezza degli animali, come la bellezza di tutta la Creazione, è un primo contatto con la Bontà del Creatore, che ha creato ogni cosa per Amore, affinché noi potessimo godere della Creazione. Amiamo le persone sopra ogni altra cosa, certo, ma permettiamo che l'amore per gli animali sia quel luogo in cui gli esseri umani imparano, ancora una volta, ad essere profondamente umani.

    Ecologia integrale

    Il bambino nato da maternità surrogata

    Ero curiosa di sapere come il settore della maternità surrogata affrontasse la questione dell'aborto, quindi ho iniziato a fare ricerche su diverse agenzie che si occupano di questo argomento. In questo contesto, ho osservato che l'aborto si verifica in genere quando il bambino – o la situazione – non si conforma a ciò che la società considererebbe "normale" o "perfetto".

    Redazione Omnes-4 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    – Katie Yoder, OSV News

    Osservavo con attenzione la neonata della mia cara amica. Mentre si accoccolava tra le mie braccia, il suo viso si imprimeva nella mia memoria: le guance paffute, i capelli fluenti, le labbra rosee e il nasino delicato. La stavo appena iniziando a conoscere. Eppure, quando i suoi occhi luminosi incontrarono i miei, capii che era perfetta. Era perfetta semplicemente per il fatto di essere se stessa.

    Ho ripensato a quel momento dello scorso fine settimana e al significato di perfezione mentre leggevo storie di madri surrogate – donne che portano in grembo e partoriscono bambini per conto di altre persone – che si sono rifiutate di abortire contro la volontà dei genitori biologici del bambino. 

    Più recentemente, in un caso portato alla luce dai leader nazionali del movimento pro-vita, una madre surrogata dell'Alaska si è rifiutata di interrompere la gravidanza dopo aver ricevuto una diagnosi di grave cardiopatia congenita.

    Uno sguardo al settore

    In che modo il settore della maternità surrogata affronta la questione dell'aborto? Una ricerca condotta presso diverse agenzie di maternità surrogata ha concluso che l'aborto si verifica solitamente quando il bambino – o la situazione – non rientrano in ciò che la società considererebbe "normale" o "perfetto".

    Secondo un'agenzia di maternità surrogata di Fairfield, nel Connecticut, la ragione più comune per l'interruzione selettiva o la riduzione della gravidanza si verifica quando una madre surrogata rimane incinta di più bambini o quando ai bambini vengono diagnosticate anomalie genetiche o mediche.

    Un'altra importante agenzia di maternità surrogata con sede a Los Angeles concorda sul fatto che l'aborto venga spesso preso in considerazione per motivi medici. L'agenzia afferma di aver riscontrato casi di aborto praticato per ragioni quali un numero ridotto di bambini in una gravidanza, grave restrizione della crescita intrauterina, diagnosi di sindrome di Down o altre condizioni genetiche e diagnosi di malformazioni congenite.

    A volte per altri motivi

    In altri casi, il motivo di un aborto potrebbe non avere nulla a che fare con il bambino. Un'agenzia di maternità surrogata di Des Moines, Iowa, aggiunge che le coppie che cercano una madre surrogata potrebbero voler ricorrere all'aborto a causa del proprio divorzio, della separazione, di una diagnosi terminale o del decesso.

    Il riconoscimento da parte della Chiesa della dignità del bambino e della donna

    La Chiesa prevede questa mercificazione della persona umana e condanna la maternità surrogata nel suo complesso, riconoscendo qualcosa di superiore: la dignità del bambino e della donna coinvolti.

    “Trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, si verifica una violazione dignità ‘Sia il bambino, ridotto a un ’prodotto”, sia la madre, che sfrutta il proprio corpo e il processo generativo, distorcendo la vocazione relazionale originaria della famiglia», ha affermato Papa Leone XIV a proposito della maternità surrogata all'inizio di quest'anno.

    Le sue parole facevano eco a quelle di Papa Francesco, che in un discorso del 2024 aveva affermato: “Considero deplorevole la pratica della cosiddetta maternità surrogata, in quanto rappresenta una grave violazione della dignità della donna e del bambino, basata sullo sfruttamento dei bisogni materiali della madre. Un bambino è sempre un dono e mai l'oggetto di un contratto commerciale”.

    La vita è un dono

    Altri documenti della Chiesa, dall'istruzione vaticana del 1987 sul rispetto della vita umana, "Donum Vitae", alla dichiarazione vaticana del 2024 sulla dignità umana, "Dignitas Infinita", denunciano la maternità surrogata, sottolineando al contempo che la vita è un dono.

    Il Catechismo della Chiesa Cattolica, che cita “Donum vitae”“, dichiara, ”un figlio non è qualcosa che si deve, ma un dono».

    “Un bambino non può essere considerato una proprietà, un'idea a cui condurrebbe un presunto "diritto al bambino"‘, si legge più avanti. ’In questo ambito, solo il bambino possiede diritti autentici: il diritto di essere il frutto dello specifico atto d'amore coniugale dei suoi genitori e il diritto di essere rispettato come persona fin dal momento del concepimento”.

    Un'espressione di "amore incrollabile"‘

    Forse possiamo comprendere come le madri surrogate possano sentire di aiutare altre donne a costruire le proprie famiglie. Possiamo riconoscere il nobile desiderio delle coppie di avere figli. Possiamo – e dovremmo – amare i bambini nati tramite maternità surrogata come individui dotati di dignità e valore intrinseci. 

    Ma questo non significa che non possiamo interrogarci sul costo umano. Non significa che non possiamo condannare la pratica della maternità surrogata e il suo legame con l'aborto, dove le persone possono decidere come e quando iniziare e porre fine alla vita di una persona innocente e vulnerabile. Dove possono determinare il valore di qualcuno in base alla perfezione, così come definita dal mondo.

    La dignità umana precede e trascende ogni persona

    Come scrisse Papa Leone XIV nella sua nuova enciclica, "“Magnifica humanitas”La dignità umana non dipende dalle capacità, dalla ricchezza o dalla posizione sociale di una persona, né dalle decisioni giuste o sbagliate che ha preso; è piuttosto un dono che precede e trascende ogni persona, elargito da Dio come espressione del suo amore inesauribile.“.

    La nostra vita, la nostra dignità, la nostra umanità non sono mai state incentrate sull'essere privi di difetti. Sono incentrate sull'essere amati e sull'amare a nostra volta.

    ———————-

    – Katie Yoder scrive per OSV News dal Maryland.

    Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News. Puoi consultarle. qui.

    Mondo

    Malta, l'isola dove in Europa si parla arabo

    A cavallo tra Europa e Africa, Malta ha forgiato un’identità unica grazie alla sua lingua semitica, al suo passato britannico, all’impronta lasciata dai Cavalieri di San Giovanni e a una profonda tradizione cattolica.

    Gerardo Ferrara-4 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

    Stavolta scriverò un pezzo su un posto che evoca, fatte ovviamente le debite differenze, le stesse sensazioni di una famosa canzone di Madonna, La isla bonita. Si tratta, infatti, proprio di una piccola isla bonita, situata a 93 km a sud della Sicilia e a circa 290 dalle coste africane. 

    Immagino soffiarvi la brezza marina, non tropicale ma mediterranea, il sole alto nel cielo, i bei volti dei locali con occhi che richiamano sia il vicino deserto del Sahara che le nordiche pianure dell’Europa. 

    E immagino, quando è tempo di siesta, la vita fermarsi per poi riesplodere nelle feste animate da canti popolari in una lingua che mischia parole italiane e arabe e che è, di fatto, l’unica lingua semitica scritta con caratteri latini.

     Questa isla bonita della realtà non si chiama San Pedro, come quella della canzone, bensì Malta, e ha più a che fare con San Paolo che con San Pietro.

    Memorie tunisine

    Ho attraversato il Mediterraneo diverse volte, ma non sono mai stato a Malta. E gli unici maltesi che ho incontrato di persona sono alcuni compagni di classe che hanno studiato arabo con me a [unclear - forse "unclear" o "unclear"]. Tunisia . Ciò che mi colpì di quei ragazzi all'epoca fu il loro italiano perfetto, il loro inglese fluente e la loro dimestichezza con l'arabo; o, più precisamente, con il "dialetto" tunisino. Erano ambasciatori ideali per il loro paese, che, in poco più di 316 km², distribuito su sole tre piccole isole – Malta, Gozo e Comino – ha accumulato un'incredibile ricchezza storica. 

    Un punto nevralgico al centro del Mediterraneo

    La posizione cruciale dell’arcipelago ne ha fatto uno snodo naturale negli scambi ma anche nei contrasti tra Europa, Africa e Asia. Malta è infatti europea, cattolica, simile all’Italia del sud nelle tradizioni, nella cucina, nel carattere degli abitanti, ma ha una lingua propria, semitica (simile al dialetto arabo tunisino), ed è stata territorio britannico per oltre un secolo.

    Una storia antichissima anche nella lingua

    Gli albori della storia maltese sono avvolti nel mistero. Una popolazione su cui non si hanno molte notizie vi costruì dei templi megalitici (famosi quelli di Ġgantija, Ħaġar Qim, Mnajdra e Tarxien) tra il IV e il III millennio a. C. (prima di Stonehenge e delle piramidi egizie). Le rovine di queste costruzioni gigantesche sono state inserite dall’UNESCO nel Patrimonio mondiale dell’umanità. 

    Dal 1000 a.C. in poi, Malta fu una colonia fenicia. Il suo nome, secondo la tradizione, deriva dai grandi navigatori semitici: “Malìt” o “Malat” (in fenicio e in ebraico o antico: «rifugio sicuro»). I Greci, dal canto loro, la chiamavano “Melite” (da cui deriva il latino “Melita”), per via del suo famoso miele. Dopo i Fenici, fu la volta dei Cartaginesi, dei Romani, dei Bizantini e del dominio musulmano. Nell'870 d.C., l'isola entrò a far parte dell'Emirato arabo di Sicilia, la cui lingua (una varietà di arabo maghrebino) si diffuse anche a Malta e, paradossalmente, sopravvisse solo lì, dando origine al maltese moderno. La conquista normanna (1090) e l'espulsione dei musulmani nel XIII secolo portarono alla completa latinizzazione della Sicilia, ma a Malta la popolazione, pur convertendosi in massa al cristianesimo, conservò l'antica lingua semitica, che col tempo, grazie all'isolamento geografico, acquisì caratteristiche peculiari e fu successivamente arricchita da vocaboli siciliani, italiani e inglesi. Il risultato è il maltese moderno, una lingua con grammatica e sintassi semitiche, ma con un lessico decisamente europeo e che, caso unico per una lingua semitica di origine araba, si scrive con caratteri latini.

    Pane, ad esempio, si dice ħobż, come in arabo (khubz); sole xemx, come shams; libro ktieb, come kitab. E, cosa ancor più curiosa, Dio, per i maltesi cattolici, è Alla.

    Da italiano che ha studiato l’arabo, il maltese ha un suono curiosissimo, metà arabo e metà siciliano, con prestiti dall’inglese. Oggi è anche l’unica lingua semitica ufficiale dell’Unione Europea e, insieme all’inglese, lingua ufficiale dello Stato.

    Un pezzo d’Italia o d’Inghilterra?

    Né l’una né l’altra cosa. Possiamo, semmai, dire che Malta ha conservato e stratificato nella propria identità pezzi ed eredità dei dominatori che vi si sono susseguiti nel tempo, con la capacità di creare un’identità unica nel suo genere.

    Per secoli, infatti, l’italiano fu lingua di cultura, di diritto e di Chiesa sull’isola, e rimase ufficiale accanto all’inglese fino al 1934, quando fu sostituito dal maltese. I britannici, infatti, volevano sopprimere qualunque forma di irredentismo italiano facendo crescere negli isolani la consapevolezza di essere diversi dai loro vicini. 

    Molti maltesi capiscono e parlano ancora perfettamente l’italiano, spesso a causa dei programmi televisivi e, ovviamente, della prossimità geografica e culturale.

    Malta entrò nell’Impero britannico nel 1814 e ne uscì con l’indipendenza del 1964, per diventare repubblica nel 1974: un’isola che è un piccolo mondo che mescola lo spirito italiano meridionale, siciliano soprattutto, con quello magrebino e quello britannico. Case di pietra giallastra, villaggi arroccati come nel sud Italia; mare, luce e paesaggio quasi africani; guida a sinistra, lingua inglese e cabine telefoniche rosse come in Gran Bretagna.

    La fede cristiana cattolica: identità nazionale

    Malta è uno dei Paesi più intensamente cattolici d’Europa. Le chiese, numerosissime e sparse per tutto l’arcipelago, sono un tratto distintivo di città e villaggi, spesso così imponenti, con le loro cupole, i campanili e le facciate barocche, da sembrare quasi di troppo per gli insediamenti umani non certo grandissimi in cui sono costruite.

    Non si contano le processioni, le bande musicali, le feste patronali che manifestano una fede che qui è parte fondamentale dell’identità nazionale, profondamente radicata nella storia dell’isola, a partire dal più celebre naufrago approdato a Malta: l’apostolo Paolo, nel 60 d.C. circa (come leggiamo negli Atti degli Apostoli). Non dimentichiamo ovviamente i Cavalieri di Malta (o Cavalieri di San Giovanni), i quali, nel XVI secolo, fecero di questo arcipelago una fortezza cristiana, nonché uno dei centri politici, militari e ospedalieri del Mediterraneo, in particolare la sua capitale, La Valletta. Questa cittadina fu costruita dopo il Grande Assedio del 1565 e la sontuosità dei suoi bastioni, delle sue chiese, dei palazzi, degli ospedali appare già nelle foto quasi spropositata rispetto al numero degli abitanti (circa 5000), che ne fanno una delle capitali più piccole e meno popolate d’Europa.

    L'abitato principale della Repubblica, invece, è San Pawl il-Baħar (Baia di San Paolo, il luogo in cui naufragò l’Apostolo), che ha circa 40 mila abitanti.

    Una vita politica in fermento

    Come in Gran Bretagna, anche a Malta la vita politica è dominata da due grandi partiti, il Laburista e il Nazionalista, e da un’affluenza alle urne altissima. Dal 2004, la nazione è membro dell’Unione Europea e, se a livello internazionale se ne conosce poco, è comunque caratterizzata da un vivace dibattito politico che, in tempi più recenti, vista anche la posizione al centro delle rotte e dei traffici di migranti, si è particolarmente infiammato. 

    In tale contesto, il 16 ottobre 2017 la giornalista Daphne Caruana Galizia, celebre per le sue inchieste su corruzione e società offshore legate al potere, fu uccisa da un’autobomba quasi sulla porta di casa. Questo brutale omicidio scosse l’Europa, con migliaia di persone scese in piazza a protestare e il premier Joseph Muscat che rassegnò le dimissioni nel gennaio 2020. Le indagini, infatti, portarono alla luce presunti legami tra l’imprenditore Yorgen Fenech (accusato di essere il mandante dell’omicidio) e figure chiave del governo laburista di Muscat. 

    Un’inchiesta pubblica concluse nel 2021 che lo Stato doveva assumersi la responsabilità del clima di impunità e cinque persone furono condannate come esecutrici materiali dell’attentato, ma il presunto mandante, Fenech, è stato assolto da una giuria proprio a settembre 2026, scatenando una nuova crisi istituzionale.

     L’attuale premier laburista Robert Abela è sottoposto a una forte pressione politica e di piazza, mentre il giovane leader del Partito Nazionalista maltese, Alex Borg, ha puntato il dito contro il governo e il partito al potere e ha invocato l’approvazione d’urgenza di un pacchetto di leggi antimafia.

     Per capire come un’isola così piccola sia arrivata fin qui, bisogna tornare a due approdi fondamentali: il naufrago di nome Paolo e i Cavalieri di San Giovanni. Lo faremo nel prossimo articolo.

    Per saperne di più
    Vaticano

    Dieci anni dopo il Vaticano valuterà l'accoglienza riservata ad “Amoris Laetitia”.

    El encuentro reunirá a 115 presidentes de conferencias episcopales y 15 líderes de Iglesias Orientales del 7 al 14 de octubre

    José María Navalpotro-3 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    L'Aula Paolo VI in Vaticano ospiterà l'incontro "Dieci anni dopo Amoris laetitiaIl ciclo di incontri ”Annunciare il Vangelo alle famiglie oggi“, che si terrà dal 7 al 14 ottobre, sarà presieduto da Leone XIV, che parteciperà a diverse sessioni. Il desiderio del Papa è “di progredire, attraverso l’ascolto reciproco, verso un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di…”. Amoris laetitia".

    All'incontro parteciperanno i 15 capi delle Chiese orientali e i 115 presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo (alcuni dei quali rappresentati da un delegato). Saranno presenti anche 22 ospiti personali del Papa, tra cui, unico spagnolo, il cardinale José Cobo.

    Complessivamente, parteciperanno circa 248 vescovi, insieme ad alcune famiglie ed esperti. Questa presenza testimonia l'importanza che il Santo Padre ha attribuito all'incontro, che analizzerà, a distanza di dieci anni, l'evoluzione della situazione. Amoris laetitia. Questa esortazione apostolica di Papa Francesco Ha suscitato notevoli controversie su alcuni punti, in particolare quando si parlava di coppie divorziate.

    L'incontro è stato presentato in una conferenza stampa in Vaticano con la partecipazione di tre dei coordinatori: la professoressa Gabriella Gambino, sottosegretaria del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; Orietta Rachele Grazioli, professoressa di Diritto Canonico e Diritto Comparato della Famiglia presso l'Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia; e padre Giacomo Costa, SJ, consulente della Segreteria Generale del Sinodo.

    Gambrino ha sottolineato che oggi “la realtà della pastorale familiare nei cinque continenti è più complessa che mai e si confronta con situazioni e problematiche diverse riguardanti il matrimonio e la famiglia”. Ha spiegato che “il decimo anniversario dell'esortazione è il punto di partenza per la riflessione, ma al centro dell'incontro c'è” l'annuncio del Vangelo alle famiglie oggi, ovvero come rinnovare con vigore la cura pastorale e garantire una partecipazione più piena delle famiglie alla vita e alla missione della Chiesa.

    Egli ha ammonito che, “in molti contesti ecclesiali, la famiglia corre ancora oggi il rischio di essere considerata un destinatario passivo dell'azione pastorale: un mero settore della cura pastorale affidato a una commissione parrocchiale o diocesana”. Ha ricordato che Leone XIV esortava affinché “l'evangelizzazione diventi veramente un atto ecclesiale, in cui pastori e famiglie si sentano corresponsabili e partecipino insieme all'annuncio del Vangelo”.

    Cifre preoccupanti

    La professoressa ha fornito alcuni dati sulle trasformazioni culturali che riguardano la famiglia. Ad esempio, in Polonia, i matrimoni religiosi celebrati negli ultimi cinque anni sono diminuiti del 45%. In Australia, tra il 1970 e il 2024, sono calati dall'88% al 16%. "Questi sono segnali che, nella diversità dei contesti, evidenziano l'urgente necessità di accompagnare la decisione di sposarsi e di sostenere in modo più deciso la trasmissione della fede all'interno della famiglia", ha affermato.

    “Il punto di partenza per la pastorale familiare dovrebbe essere una riflessione sulla vocazione”, ha affermato, citando alcune parole di Leone XIV ai giovani in Spagna“Anche il matrimonio è una vocazione. Non abbiate paura di sposarvi e di creare una famiglia!”.

    L'incontro, ha spiegato, è rivolto unicamente ai capi delle Chiese orientali e ai presidenti delle conferenze episcopali, “perché sono responsabili della promozione e del sostegno dell'azione pastorale nei rispettivi Paesi e nelle Chiese locali. Pertanto, il Santo Padre desidera ascoltarli direttamente e dialogare con loro in un percorso di discernimento”.

    Famiglie invitate

    Insieme ai leader religiosi, saranno presenti diverse famiglie, a testimonianza della variegata provenienza geografica. Tre coppie provengono dall'America Latina: Brasile, Perù e Costa Rica. Tra i 26 esperti partecipanti, solo un cileno e un argentino sono di lingua spagnola.

    Padre Costa ha spiegato che “possiamo considerare questo incontro come una sorta di assemblea di valutazione” dell’ Amoris laetitia. L'obiettivo è esaminare quanto è stato implementato nella vita delle chiese e delle famiglie, "ciò che abbiamo imparato, le difficoltà incontrate e le nuove domande sorte". Ha spiegato che gli argomenti specifici che verranno affrontati in questo incontro non sono ancora noti, poiché saranno i vescovi stessi a determinarli.

    I frutti di questi cinque giorni saranno raccolti in una relazione riassuntiva – non un nuovo documento finale destinato a sostituire l'esortazione apostolica, ma una sintesi del lavoro svolto. Tale relazione sarà poi presentata al Papa e, sebbene si tratti solo di un documento di lavoro, sarà anche resa pubblica.

    Spagna

    Anno Santo di Compostela 2027: “una grande opportunità di evangelizzazione”

    La Archidiócesis de Santiago presentó hace unos días el Año Santo Compostelano 2027 en un acto celebrado en el monasterio de San Martín Pinario y presidido por el arzobispo, Mons. Francisco José Prieto, quien alentó a la Iglesia a aprovechar el Año Santo como “una gran oportunidad evangelizadora”.

    Francisco Otamendi-3 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

    È stato proprio il motto del Giubileo 2027 – ”Quando videro la stella, furono colmi di immensa gioia” (Mt 2,10) – a fare da filo conduttore a una serata che ha riunito rappresentanti della Chiesa, delle istituzioni e di diversi settori della società.

    La presentazione ha svelato l'Inno e la nuova identità visiva per l'Anno Santo. La stella del meccanismo del Botafumeiro, i simboli degli scalpellini della Cattedrale e la figura dell'apostolo Giacomo come guida verso Cristo sono serviti da riferimenti per esprimere il significato del Giubileo attraverso la musica, il design e le presentazioni audiovisive.

    Un tempo di incontro con Cristo, di perdono e di accoglienza dei pellegrini.

    L'arcivescovo monsignor Francisco José Prieto ha presentato il motto e ha invitato tutti a vivere l'Anno Santo come tempo di incontro con Cristo, di perdono e di accoglienza dei pellegrini.

    Ha auspicato comunità aperte all'ascolto e all'accompagnamento di coloro che percorrono il Cammino, e le ha esortate a preservare la propria identità cristiana attraverso un'ospitalità che accolga tutti.

    Numerosi partecipanti 

    A rappresentare l'Arcidiocesi erano presenti canonici del Capitolo della Cattedrale, vicari, arcipreti, parroci e membri del Consiglio Pastorale Diocesano, insieme a religiosi e religiose e laici. Era presente anche il Vescovo Mikel Garciandía di Palencia, presidente del Sottocomitato per la Pietà Popolare (Confraternite, Santuari e Pellegrinaggi).

    Autorità presenti alla presentazione dell'Anno Santo di Compostela 2027 (@Arcidiocesi di Santiago).

    Tra i rappresentanti istituzionali erano presenti il delegato del governo in Galizia; il ministro della Cultura; il sindaco di Santiago; i membri del Consiglio del Parlamento della Galizia e i deputati regionali, nonché altre autorità politiche, militari e di polizia, insieme a rappresentanti di associazioni, aziende, università, enti culturali, del patrimonio e sociali. 

    Prima proposta, videoclip dell'inno

    Dopo il discorso di benvenuto, la prima presentazione è stata il videoclip dell'inno nazionale. I presenti hanno ascoltato "Un campo cheo de estrellas" (Un campo pieno di stelle), una composizione del musicista galiziano Carlos Martínez Movilla, presentata in una produzione audiovisiva di Hugh McGinley..

    Video sull'identità dell'Anno Santo

    Successivamente è stato proiettato il video che annunciava l'identità dell'Anno Santo di Compostela. Entrambe le proiezioni sono state seguite da una tavola rotonda con Óscar Valado, direttore del Dipartimento di Musica della Diocesi e coordinatore delle opere musicali del giubileo; Fernando de Castro, ideatore del marchio; e Daniel Lorenzo, direttore della Fondazione della Cattedrale, intervenuto a nome dell'Arcidiocesi.

    Due inni, uno per uso liturgico 

    Durante la conversazione, Óscar Valado ha spiegato che l'Anno Santo di Compostela avrà due inni: uno per un uso liturgico specifico, composto per coro e organo, e un altro pensato per la diffusione dell'Anno Santo in altri contesti, sia nell'ambiente digitale che negli incontri pastorali.

    Un'immagine nata dalla Cattedrale e dalla memoria del Cammino

    Alla stessa tavola rotonda, Fernando de Castro ha spiegato i riferimenti che hanno plasmato la nuova identità visiva. Il suo simbolo principale era la stella a otto punte presente nel meccanismo del Botafumeiro, legata alla tradizione della stella che puntava a Compostela e all'apostolo Giacomo, come già accaduto prima della Tavola Rotonda. 

    Ospitalità espressa in un'accoglienza aperta a tutti

    Da parte sua, Daniel Lorenzo ha posto l'ospitalità tra le priorità nella preparazione dell'Anno Santo di Santiago 2027. Ha sottolineato il lavoro svolto negli ultimi anni per garantire che il Centro Internazionale di Accoglienza Pellegrini offrisse un servizio confortevole, in tempi ragionevoli e nelle lingue madri di coloro che arrivavano a Santiago, con la partecipazione di persone di diverse nazionalità che condividevano la loro cultura.

    Panoramica della presentazione (@Arcidiocesi di Santiago).

    Un invito a vivere un giubileo di speranza

    Il vescovo Francisco José Prieto Fernández ha posto al centro del suo discorso il motto dell'Anno Santo, nel quale ha delineato le principali convinzioni della sua lettera pastorale. Rifacendosi alla parabola dei Magi, ha spiegato che la stella non aveva eliminato le difficoltà del loro cammino, ma aveva permesso loro di comprendere il significato della loro ricerca e di progredire verso una meta.

    Tre convinzioni: pellegrinaggio, gioia ed evangelizzazione.

    Monsignor Prieto sviluppò tre convinzioni. La condizione di pellegrino dell'umanità. Descrisse la vita come una ricerca in cui ogni persona deve imparare a scegliere ciò che è essenziale, ad accettare i propri limiti e a lasciarsi aiutare. Il Cammino di Santiago rese visibile questa esperienza attraverso il silenzio, l'incontro e i gesti quotidiani di aiuto.

    La seconda convinzione era direttamente collegata al motto del Giubileo: la gioia può rinascere lungo il Cammino. L'arcivescovo ha spiegato che la gioia cristiana nasce dalla consapevolezza di essere amati, perdonati e accompagnati da Dio. Può coesistere con le lacrime e le difficoltà, aiutare a ricostruire i rapporti e a rinnovare il desiderio di vivere e di servire.

    Il terzo punto era rivolto alla Chiesa: cogliere l'Anno Santo come grande opportunità di evangelizzazione. Il Vescovo Prieto ha osservato che la sua fecondità dipenderà non tanto dal numero di eventi organizzati, quanto dalla capacità delle comunità di mostrare il volto di Cristo e rendere visibile il Vangelo. Ha auspicato una Chiesa vicina al suo popolo, disposta ad ascoltare senza pregiudizi, ad accogliere le domande e ad accompagnare ciascuno, rispettandone i tempi.

    Tradizione giacobina: sostegno materiale e spirituale per chi percorre il cammino

    L'ospitalità ha avuto un ruolo di primo piano nel suo discorso. Il vescovo Prieto ha ricordato che la tradizione giacobina aveva unito la cura materiale e spirituale per coloro che percorrevano il Cammino. Accogliere significava fare spazio all'altro, ascoltarlo e riconoscerne la dignità.

    Ha inoltre auspicato la preservazione delle origini cristiane, dell'orizzonte spirituale e della finalità apostolica del pellegrinaggio, per evitare di ridurlo a prodotto turistico o a una serie di esperienze. Ha sottolineato che salvaguardare tale identità è compatibile con l'accoglienza di tutti, a prescindere dalle motivazioni: da chi ha una fede salda a chi dubita, fino a chi giunge stanco o in cerca di un nuovo inizio.

    L'arcivescovo ha posto il significato dei gesti giubilari nell'incontro con Cristo. L'arrivo in cattedrale, l'abbraccio all'Apostolo, la preghiera presso la sua tomba e il passaggio attraverso la Porta Santa hanno espresso un cammino di conversione, riconciliazione e apertura a Dio. La meta poteva quindi diventare l'inizio di una vita rinnovata.

    L'autoreFrancisco Otamendi

    Evangelizzazione

    Gli organizzatori della visita del Papa in Spagna e Llamados 2026, Premi ReL

    Religión en Libertad (ReL) celebrará el jueves 8 de octubre la gala de entrega de sus IX Premios, que este año reconocerán 5 historias: al comité organizador del viaje del Papa León XIV a España, al encuentro Llamados 2026, a Puy du Fou España, la canción y grabación de ‘(Tú) El único Rey’, y al comunicador René ZZ.

    Redazione Omnes-3 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    La nona edizione dei Religion in Freedom Awards premierà quest'anno cinque storie. Durante un gala l'8 ottobre, ReL renderà omaggio al comitato organizzatore della visita di Papa Leone XIV in Spagna, all'evento Llamados 2026, al Puy du Fou España, al brano e alla registrazione di "(Tú) El único Rey" (Tu) The Only King, che il Papa e migliaia di persone hanno ascoltato a Madrid e Barcellona a giugno, e al conduttore radiofonico René ZZ.

    La cerimonia si svolgerà nell'Auditorium dell'Università CEU San Pablo (c/ Julián Romea, 23, Madrid) giovedì 8, alle ore 19:30, e riunirà rappresentanti della Chiesa, della cultura, della comunicazione e di diverse iniziative di evangelizzazione.

    I Premi Religione nella Libertà Sono promossi dalla Fondazione Nuova Evangelizzazione per il XXI Secolo, editrice del giornale digitale Religione in Libertà, con 19 anni di esperienza, in collaborazione con la Fondazione Culturale Ángel Herrera Oria. Sono stati creati per riconoscere pubblicamente individui, istituzioni e iniziative che contribuiscono in modo significativo all'evangelizzazione e alla presenza della fede cristiana nella società.

    Cinque premi, cinque storie

    Il premio speciale dell'anno Il premio sarà conferito al Comitato Organizzatore del viaggio di Leone XIV in Spagna, che ha portato il Pontefice, dal 6 al 12 giugno, a Madrid, Barcellona, Gran Canaria e Tenerife.

    Nell'arco di sei giorni, si sono svolti 21 eventi, con la partecipazione di oltre 2,5 milioni di persone, grazie alla collaborazione di oltre 25.000 volontari. Il riconoscimento è rivolto alle quattro diocesi che hanno ospitato il Papa e alla Conferenza Episcopale Spagnola.

    Il 12 gennaio di quest'anno, la Movistar Arena di Madrid ha vibrato grazie a Llamados 2026, in un pomeriggio di adorazione, lode, testimonianze e preghiera raramente visto in Spagna.

    Il Premio per la Nuova Evangelizzazione cade su Chiamate 2026, L'incontro, svoltosi il 12 gennaio, ha riunito oltre 6.000 persone alla Movistar Arena di Madrid. Musica, testimonianze e preghiere sono culminate con l'esposizione del Santissimo Sacramento e migliaia di persone in piedi in silenzio in uno dei principali luoghi di concerti della capitale.

    Anche Puy du Fou España, (You) The Only King e René ZZ

    Premio per le Arti dell'Immagine Il premio è stato assegnato a Puy du Fou España, che ha accolto oltre sei milioni di visitatori dalla sua apertura a Toledo nel 2021. La giuria ha riconosciuto in particolare la sua capacità di far conoscere la storia spagnola a un pubblico più ampio, mettendo in luce al contempo le sue radici cristiane.

    Il premio di musica cattolica Il progetto “(Tu) L'Unico Re” ha ottenuto un riconoscimento, un'iniziativa che ha riunito circa 120 voci e quasi venti gruppi musicali cattolici provenienti da tutta la Spagna. Il canto, presentato nella Solennità di Cristo Re del 2025, è stato eseguito da un folto pubblico anche durante la visita di Leone XIV a Barcellona.

    Infine, Il premio "Audacia davanti al mondo" Il premio verrà assegnato a René ZZ (René Ponte), creatore di contenuti e tatuatore che vanta quasi due milioni di follower sui social network e che negli ultimi anni ha iniziato a parlare pubblicamente della sua conversione e della sua fede cristiana a un pubblico perlopiù estraneo agli ambienti cattolici.

    La nona edizione dei premi Religione nella Libertà avrà luogo l'8 ottobre presso l'Auditorium dell'Università CEU San Pablo (c/ Julián Romea, 23, Madrid). 

    L'autoreRedazione Omnes

    Vaticano

    La liturgia ci dona la vita di Cristo. La catechesi di Leone XIV

    Continuando con su catequesis sobre los documentos del Concilio Vaticano II, León XIV ha dedicado siete miércoles a la constitución conciliar Sacrosanctum Concilium, sobre la liturgia.

    Ramiro Pellitero-3 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

    Che cosa significa la liturgia per molti? Sullo sfondo di questa catechesi si può scorgere il desiderio di contrastare certe tendenze, come quella di vivere la liturgia quasi come uno spettacolo socio-culturale o, al contrario, come una devozione puramente individuale, in qualche modo scollegata dalla vita quotidiana; senza valorizzare adeguatamente la Parola di Dio che ci interpella e la forza della preghiera pubblica della Chiesa, che si fa carico di tutto ciò che è nostro e ci istruisce, e chiede di essere adeguatamente preparata e vissuta… perché tutto questo è la liturgia.   

    La liturgia è la Chiesa in preghiera

    La costituzione sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium (SCQuesto fu il primo documento promulgato dal Concilio Vaticano II. Non si trattava semplicemente, come osservò Leone XIV, di riformare i riti, ma di aiutare le persone a contemplare e ad approfondire la comprensione del legame vivo che costituisce e unisce la Chiesa: il mistero di Cristo. Vale a dire, la comunione con lui e con la sua salvezza redentrice attraverso la Chiesa, secondo il piano di salvezza (cfr. Ef 3,3-6). 

    Nella liturgia Cristo esercita il suo sacerdozio. Come insegna il Concilio, si rende presente nella Parola proclamata, nei sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità riunita e, al grado più alto, nell'Eucaristia (cfr. SC, 7). E così sant'Agostino può affermare (cfr. Sermone, 277) che, nel celebrare l'Eucaristia, la Chiesa “Egli riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve.”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio nello Spirito” (Ef 2,22). Per tutte queste ragioni, è comprensibile che la liturgia sia “la vetta verso cui tende l'attività della Chiesa e al tempo stesso la sorgente da cui scaturisce tutta la sua forza." (SC, 10). 

    "Ciò significa –il Papa sottolinea in tale contesto durante la sua prima udienza sulla Sacrosanctum Concilium, 20 maggio che (la liturgia) è chiamata a svilupparsi concretamente in tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, affinché la liturgia celebrata si traduca in vita ed esige un'esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione: così la nostra vita diventa un ‘sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”, realizzando il nostro “culto spirituale’.’ (Romani 12:1).

    La riforma della liturgia, tra tradizione e sviluppo 

    Per facilitare l’accesso dei fedeli alla ricchezza dei doni di grazia dispensati dalla sacra liturgia, il Sacrosanctum Concilium Indica chiaramente la direzione da seguire:“Preservare la tradizione pur rimanendo aperti al progresso legittimo." (SC 23) A questo proposito, e toccando un tema delicato per molti, Leone XIV ha citato Benedetto XVI nella sua udienza generale del 27 maggio:

    “Tradizione e progresso vengono spesso goffamente contrapposti. In realtà, i due concetti sono integrati: la tradizione è una realtà viva e quindi racchiude in sé il principio di sviluppo, di progresso. È come dire che il fiume della tradizione porta con sé anche la sua sorgente e scorre verso la sua foce.»”(Benedetto XVI, Discorso del 5 giugno 2011). 

    Il Concilio, osserva Papa Prevost, ha confermato la legittimità di questo processo e la sua necessità per nutrire la vita dei fedeli e promuovere l'evangelizzazione. Questo è il contesto in cui si inserisce la riforma liturgica auspicata dal Concilio Vaticano II, intrapresa con la prudenza necessaria per non sviare i fedeli. Conclude rivolgendo un appello specifico ai sacerdoti affinché siano fedeli alle ordinanze liturgiche. 

    La scuola liturgica e il cammino della bellezza

    Il mercoledì seguente (cfr. Udienza generale, 3-VI-2026), si è concentrato su alcuni elementi della liturgia (riti, segni e simboli), per mostrare che non si tratta di cerimonie arbitrarie, bensì di una mediazione ecclesiale attraverso la quale giunge a noi il dono divino. 

    Il rito liturgico educa la nostra sensibilità spirituale, permettendoci di assaporare ciò che vi si manifesta. Per questo è necessario che partecipiamo con tutto il nostro essere – corpo, mente e cuore – alla celebrazione liturgica; e così scopriremo di essere comunione ecclesiale, uniti dalla stessa fede.

    In contrasto con le tendenze individualistiche alla spontaneità e all'attivismo frenetico tipici del nostro tempo,“Nel rituale sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo un riposo che rigenera il cuore, riconosciamo che la grazia divina ci precede, impariamo a vivere a un ritmo abitato dallo Spirito Santo".

    "Abbiamo bisogno di –propone Leone XIV– Lasciamoci educare dai riti della liturgia, curando con attenzione e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un'autentica mistagogia. L'esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da una tempestiva catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in ognuno quell'apertura all'incontro con Dio che, nella logica dell'Incarnazione, può realizzarsi solo coinvolgendo la persona nella sua interezza: spirito, anima e corpo.

    Il mistero eucaristico, centro della liturgia

    Ricevendo Cristo nella sua Parola e nell'Eucaristia – insegna Leone XIV – diventiamo ciò che riceviamo.“Noi diventiamo il Corpo il cui Capo è il Cristo risorto, seduto alla destra del Padre (cfr. Col 1, 18), che ci prepara un posto in cielo (cfr. Gv 14,3): l'Eucaristia è dunque il sacramento del Regno che verrà. È il Pane del cammino, che ci conduce alla Patria celeste, fino al giorno benedetto in cui “Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi 15:28)”(Per il pubblico generale, 24-VI-2026).

    Prosegue, unendoci così a Cristo, l'Eucaristia ci insegna ad adottare lo stile di vita di Gesù, segnato dal dono gratuito di sé stesso. Entriamo nella dinamica dell'unità, un potente antidoto ai fermenti di divisione che minacciano il nostro mondo, le nostre comunità, le nostre famiglie e i nostri cuori.

    Questo si dispiega nelle due parti intimamente legate della Messa: la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica. La Parola ci nutre e ci sostiene insieme al Pane Eucaristico.“e ci conduce dalla decadenza del peccato a una nuova vita in Cristo.". 

    La liturgia eucaristica, quindi, include l'istituzione dell'Eucaristia, in cui il sacrificio della Croce e la sua Risurrezione vengono perpetuati e resi presenti ("memoriali"). 

    La liturgia, la preghiera della Chiesa 

    L'Eucaristia, e la preghiera liturgica più in generale, ha un dimensione ecclesiastica (cfr. Udienza generale 5-VIII-2026). Ciò è dovuto all'azione dello Spirito Santo, che è il principio di unità e di vita nella Chiesa e nei cristiani. Per questo motivo san Paolo VI disse che“La liturgia è la prima fonte di vita divina che ci viene comunicata, la prima scuola della nostra vita spirituale.”(Discorso del 4-XII-1963). Leone XIV osserva che nella costituzione conciliare “La liturgia si presenta soprattutto come luogo d'incontro, di iniziativa di Dio nell'avvicinarsi all'umanità nel suo Figlio, “il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo” (SC, 5), al quale possiamo rispondere “per mezzo di Cristo, con Cristo e in Cristo, nell'unità dello Spirito Santo”, cioè grazie alla “preghiera di Cristo, con il suo Corpo, al Padre” (SC, 84).".

    Pertanto, aggiunge il Papa, “San Paolo VIDesideravo ardentemente che la Liturgia delle Ore,Vale a dire che la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall'Eucaristia, permeerà profondamente, ravviverà, guiderà ed esprimerà ogni preghiera cristiana e nutrirà efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio.”(cfr. Ap. Const. Laudis canticum). 

    L'anno liturgico, aggiornamento pedagogico del mistero di Cristo

    L'udienza generale del 12 agosto è stata dedicata all'anno liturgico. In essa, il Papa ha citato alcune parole di Pio XII:“L'anno liturgico non è una rappresentazione di eventi passati, ma piuttosto Cristo stesso, che desidera che partecipiamo ai suoi misteri, che sono perennemente presenti e attivi." (enc. Mediatore Dei, 205). Nella sintesi di Leone XIV, è “un aggiornamento dell'opera di salvezza che Cristo compie nella storia".

    Il suo fondamento è la domenica, il giorno del Signore, il giorno della Chiesa, il giorno dell'uomo e, infine, “il giorno dei giorni” (cfr. san Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica). Dies Domini, 1998). Una giornata che siamo chiamati a santificare con la celebrazione dell'Eucaristia, riuniti di persona in assemblea, attenti all'ascolto della Parola e partecipando alla comunione del Corpo di Cristo.

    L'anno liturgico, conclude il Vescovo di Roma, propone in modo sacramentale (attraverso segni consuetudinari) la pedagogia della storia della salvezza, permettendo ai credenti di partecipare sempre più profondamente al mistero di Cristo. Perciò, “L'anno liturgico costituisce il principio ispiratore e il quadro di riferimento essenziale per ogni azione pastorale.".

    Musica sacra

    La settimana successiva, il Papa si è concentrato sulla musica sacra (cfr. Udienza generale, 12-83-2026).

    Il Sacrosanctum Concilium Conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già evidenziata da San Pio X.“Infatti –Leone XIV sottolineaLa musica è parte integrante dell'azione liturgica, non un semplice abbellimento della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare musica significa preghiera, sintonizzare il proprio cuore con quello dei fratelli e delle sorelle e con quello di Dio, attraverso la partecipazione attiva al mistero che viene celebrato.". 

    Da qui l'esigenza che la musica sacra sia adeguata a ogni momento della celebrazione, la partecipazione del popolo di Dio e l'inculturazione, la qualità e la selezione sia della musica che dei testi, affinché possano aiutare la preghiera come “legge” della fede. Da qui anche l'importanza del canto gregoriano e la cura del coro.Schola Cantorum), della formazione liturgica nei seminari, nei noviziati e nelle scuole cattoliche, nonché delle persone che si dedicano a svolgere un servizio così prezioso.

    Le motivazioni della riforma liturgica

    Infine, il Papa ha concluso riflettendo sulle motivazioni della riforma liturgica (cfr. Udienza generale 26-VIII-2026). In primo luogo, la necessità di una partecipazione più consapevole e attiva dei fedeli alla liturgia (cfr. SC 48). Ciò implica una rinnovata consapevolezza del valore della liturgia per la relazione con Dio e per la vita cristiana. 

    La riforma conciliare cercò di far risplendere la liturgia come “la prima fonte di vita divina che ci viene comunicata”(San Paolo VI, Discorso 4-12-1963).“Di tale convinzione -Papa Leone osserva Si rese necessario rendere la ricchezza dei testi e delle preghiere bibliche più accessibile a tutti i fedeli e rendere l'ordine delle celebrazioni più lineare rispetto a quello previsto dai libri liturgici allora in vigore.”Un esempio concreto di tutto ciò fu la proposta di revisione dei libri liturgici allora in vigore, per meglio adattarli al presente, tenendo conto con il massimo rispetto delle tradizioni del passato.

    Una lezione importante:“La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II si colloca dunque all'interno della tradizione viva della Chiesa. La sua corretta interpretazione ci permette anche di respingere gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nel periodo post-conciliare, e che purtroppo a volte si verificano ancora oggi, per assolutizzazione o fraintendimento di alcuni dei principi che hanno ispirato la riforma stessa.".

    Il Papa conclude appellandosi alla responsabilità dei pastori di prendersi cura della liturgia, esprimendo il suo “nobile semplicità”. 

    "Una liturgia di questo tipo sarà anche un veicolo fondamentale di evangelizzazione, lo strumento di grazia attraverso il quale, come insegna il Concilio, possiamo imparare a offrire noi stessi e, per mediazione di Cristo, essere perfezionati nell'unità con Dio e con gli altri." (cfr. SC 48).

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    Fuoco, luce e vesti bianche

    Hoy se cumplen noventa y ocho años de la fundación del Opus Dei. Escrivá volvía siempre a dos imágenes para decir lo que le pasó aquella mañana, el fuego y la luz, y contó que había visto una multitud. Las dos imágenes están en el Apocalipsis, y a la multitud el libro la viste de blanco.

    2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Martedì 2 ottobre 1928, Josemaría Escrivá, A ventisei anni, svolgeva esercizi spirituali in una casa dei Vincenziani in via García de Paredes, a Madrid.

    Tra una conversazione e l'altra, rimase solo nella sua stanza, lesse alcuni fogli in cui aveva scritto cose per anni e vide l'illuminazione del Opera.

    Si inginocchiò, rese grazie e udì il suono delle campane di Nostra Signora degli Angeli. "Quelle campane non hanno mai smesso di risuonare nelle mie orecchie", avrebbe ripetuto per il resto della sua vita.

    Anni dopo riassunse il tutto in pochi verbi: iniziò a occuparsi delle persone, a formare gruppi, "pregando o facendo pregare gli altri".

    Di quella visione non rimane altro che quello. Ma vi ritornava senza nominarla, sempre con le stesse immagini.

    Fuoco

    Fuoco: per esprimere ciò che ardeva dentro di lui, ripeteva alcune parole di Cristo: «Io sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!»; su questa frase definì l'Opera come «partecipazione stretta e intima all'impaziente desiderio di Gesù di diffondere il fuoco che era venuto a portare sulla terra».

    Leggero

    Luce: chiamava i suoi seguaci "figli della luce, fratelli della luce", e nel 1931 descrisse l'intera Opera come una torcia che "si avvicinerà al suolo, vista da pochissimi, ma che accenderà tutte le anime".

    In una lettera li unì e menzionò il luogo da cui provenivano: "Dobbiamo essere luce e fuoco ardente, quel fuoco che arderà sempre sull'altare".

    Quell'altare si trova nell'ultimo libro del Nuovo Testamento. Lì, un angelo offre incenso insieme alle preghiere dei fedeli, poi riempie il suo turibolo con i carboni ardenti dello stesso altare e lo versa sulla terra (Apocalisse 8:3-5). Le preghiere si innalzano, il fuoco discende: pregate e incoraggiate gli altri a pregare. 

    Indumenti bianchi

    Il libro veste di bianco ciò che vide. Ciò che vide quella mattina era una moltitudine: "le vite di migliaia e migliaia di persone, attraverso i secoli".

    Nell'Apocalisse, quella moltitudine appare vestita: "Dopo di ciò apparve una moltitudine che nessuno poteva contare, proveniente da ogni nazione" (Ap 7,9), e sono "coloro che hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello" (Ap 7,14); "Gli eserciti del cielo, vestiti di lino candido, lo seguivano su cavalli bianchi" (Ap 19,14).

    Il libro ci dice chi dona questo indumento e di che cosa è fatto: «Gli diedero una veste di lino puro e finissimo, che si riferisce alle buone opere dei santi» (Apocalisse 19:8). Gli viene data in dono ed è tessuta dalle opere di colui che la indossa.

    La Sposa dell'Agnello indossa quella veste, e il libro la identifica con una città, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo (Ap 21,9-10). Il Concilio ha chiamato la Chiesa «la sposa immacolata dell'Agnello immacolato» (Lumen Gentium, 6).

    La veste, dunque, appartiene alla Chiesa ed è cucita dall'opera di innumerevoli santi, quasi tutti anonimi. Ognuno contribuisce con un filo.

    Al servizio della Chiesa

    Il Opus Dei Non è fuoco: si diffonde. Solleva la luce che riceve dal candelabro e dal vestito della Sposa fa sgorgare un filo.

    Il suo scopo è quello del Corpo Mistico a cui appartiene. Per questo il fondatore non desiderava altro per l'Opera che servire la Chiesa "come essa desidera essere servita". Non è una cortesia, è una missione.

    Novantotto anni sono pochi. L'abito è ancora in fase di cucitura.

    Di quella moltitudine vestita di bianco, il libro dice un'ultima cosa: «Colui che siede sul trono dimorerà in mezzo a loro» (Apocalisse 7:15). In mezzo al mondo, attorno al trono.

    Questo è ciò che predicava Escrivá.

    L'autoreRafael Domingo Oslé

    Professore di diritto all'Università di Navarra

    Per saperne di più
    Mondo

    L'Opus Dei dà inizio al conto alla rovescia per il suo centenario

    Il 2 ottobre segna l'inizio dei preparativi per il centenario dell'Opus Dei, che verrà celebrato nel 2028. Un nuovo sito web aiuterà a seguire l'evento.

    José María Navalpotro-2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Il nuovo sito web, all'interno del sito Da Opus Dei, riunisce tutto ciò che è legato alla celebrazione in un unico luogo. Include anche un video del prelato dell'Opus Dei, Mons. Fernando Ocáriz, nella quale ci invita a vivere questo tempo come un momento di ringraziamento a Dio insieme a tutta la Chiesa, con rinnovata fedeltà e gioia.

    Questo sito web offre materiali come messaggi e lettere del Prelato, testi da San Josemaría, video esplicativi e il progetto Sii premuroso, come punto di partenza per comprendere cosa si sta celebrando e perché. Offre inoltre risorse per la vita spirituale, storie di persone provenienti da tutto il mondo e informazioni su ciò che si sta preparando in ogni paese per il centenario.

    Tre anni, tre grandi temi

    Le celebrazioni del Centenario inizieranno il 2 ottobre 2028 e dureranno ben cinquecento giorni, fino al 14 febbraio 2030, data in cui si commemorerà il centenario dell'inizio dell'apostolato dell'Opus Dei tra le donne da parte di San Josemaría.

    Nella sua messaggio del 19 marzo, Il Prelato ha proposto tre temi per questa celebrazione: essere contemplativi in mezzo al mondo, essere amici di tutti e santificare il lavoro. Il punto di riferimento, ha indicato, era “l’esempio dei primi cristiani”. Ha ricordato alcune parole del fondatore, san Josemaría, che si trovano in Conversazioni“Se si vuole trovare un paragone, il modo più semplice per comprendere l'Opus Dei è pensare alla vita dei primi cristiani. Essi vissero pienamente la loro vocazione cristiana; ricercarono con fervore la perfezione alla quale erano chiamati dal semplice e sublime fatto del Battesimo. Non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini.”.

    Gli argomenti sono:  

    2026-2027: contemplativi in mezzo al mondo. Il primo anno propone di scoprire Dio nelle grandi e piccole cose di ogni giorno. Questa idea racchiude molti elementi dello spirito dell'Opus Dei, come il senso di filiazione divina, la Messa come centro e radice dell'esistenza, il valore della vita ordinaria e la bellezza di scoprire quel "qualcosa di divino" nascosto nelle realtà più comuni del lavoro, della famiglia e della vita civile.

    2027-2028: Amicizia. Il secondo anno si concentra sull'amicizia come luogo in cui la fede si condivide da persona a persona, da famiglia a famiglia, con la libertà di chi sa convivere con chi la pensa diversamente. Si tratta di essere, per ciascuno di noi, "Cristo che passa", per usare le parole di San Josemaría, e di scoprirlo anche negli altri.

    2028-2030: il lavoro. Durante i cinquecento giorni delle celebrazioni del Centenario, l'attenzione si concentrerà sul lavoro: santificare il lavoro, santificare se stessi nel lavoro e santificare gli altri attraverso il lavoro, con competenza professionale e per amore di Dio, a cominciare da coloro che ci sono più vicini, come delineato nel libro. Conversazioni.

    Monsignor Ocáriz ha riassunto l'intero itinerario con queste parole: "Questa è la mia speranza per gli anni a venire: che l'Opera sia una grande catechesi per contribuire a rendere la santità una realtà nella vita di tutti i giorni".

    Intenzioni per il 2026

    All'inizio dei preparativi per il Centenario, il Prelato ha anche annunciato la sua Intenzione Generale per il 2026 e il 2027, che propone ai fedeli e agli amici dell'Opus Dei: “Approfondiamo la nostra vocazione di contemplativi in mezzo al mondo, in preparazione al centenario dell'Opera. Riflettiamo su come lo spirito che abbiamo ricevuto tramite san Josemaría trasforma la nostra esistenza, vivendo tutti i momenti e le circostanze della nostra vita come figli amati di Dio in Gesù Cristo, e su come possiamo trasmettere questo spirito nei nostri rapporti con gli altri”.

    Mondo

    «"Il modo migliore per aiutare le famiglie è lasciarle in pace": affermano gli attivisti pro-vita di Vilnius.

    Más de 3.000 personas marchan en Vilna para defender la vida y reclamar un mayor apoyo a las madres y las familias ante el aborto y el invierno demográfico.

    Bryan Lawrence Gonsalves-2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

    Sabato, oltre 3.000 attivisti pro-vita si sono riuniti nella capitale lituana per la Marcia per la Vita di Vilnius, la manifestazione annuale che chiede maggiore sostegno per le madri e le famiglie, in un contesto di crescente dibattito nazionale su aborto, fecondazione in vitro e calo del tasso di natalità nel Paese.

    Questa è stata la seconda edizione consecutiva della Marcia per la Vita in Lituania, dopo la sua ripresa nel 2025 a seguito di una pausa di quasi 30 anni. Il suo ritorno avviene in un momento in cui la Lituania, come gran parte dell'Europa orientale, sta affrontando profondi cambiamenti demografici, con un calo dei matrimoni, delle nascite e una crescente preoccupazione per il futuro della vita familiare.

    Una testimonianza pubblica a favore della vita

    Nonostante la forte pioggia mattutina, il freddo e la nebbia, i partecipanti si sono riuniti presso la Biblioteca Nazionale Martynas Mažvydas prima di marciare verso Piazza della Cattedrale. Una volta giunti sul posto, l'evento è stato un mix di musica, testimonianze e momenti di silenzio e solidarietà per le vite dei bambini non ancora nati, perse a causa dell'aborto.

    Gli organizzatori hanno voluto chiarire che il movimento pro-vita non si definisce unicamente in base a ciò a cui si oppone, ma anche in base a ciò che celebra: la vita, la famiglia, la comunità e la responsabilità che le persone hanno le une verso le altre.

    Questo messaggio è stato ben illustrato dalla testimonianza di Saulius Karosas. Dopo la nascita della sua quarta figlia, Iva, affetta da sindrome di Down, la famiglia ha adottato Motiejus, un bambino con la stessa condizione. Karosas ha descritto come l'accoglienza di entrambi i bambini abbia trasformato il modo in cui la famiglia comprendeva il valore e la bellezza umana, insegnando loro a riconoscere il valore degli altri in modo più profondo.

    Queste testimonianze sono fondamentali per la visione degli organizzatori. Invece di presentare la difesa della vita esclusivamente come una questione politica o legislativa, la Marcia per la Vita di Vilnius ha cercato di dimostrare come una cultura che abbraccia la vita si costruisca attraverso relazioni concrete e decisioni quotidiane.

    Il movimento pro-vita in Lituania

    Attualmente, in Lituania l'aborto è legale fino alla dodicesima settimana di gravidanza, mentre l'eutanasia rimane illegale. Il movimento pro-vita del paese si inserisce in un più ampio dibattito pubblico sull'aborto e sul calo del tasso di natalità.
    In questo contesto, il ritorno della Marcia per la Vita offre una piattaforma pubblica visibile a coloro che credono che i bambini non ancora nati debbano essere protetti e che le donne e le famiglie che si trovano in situazioni difficili debbano ricevere maggiore sostegno.

    Per Simonas Streikus, uno degli organizzatori della Marcia per la Vita di Vilnius, il messaggio della marcia va ben oltre le strade della città. "Siamo responsabili gli uni degli altri", ha dichiarato a Omnes, sottolineando come le decisioni individuali possano influenzare gli altri e contribuire a una cultura che valorizzi la vita.

    Ha affermato che la marcia dovrebbe incoraggiare le donne che si trovano ad affrontare decisioni difficili durante la gravidanza a scegliere la vita, ricordando loro che non sono sole. Questa testimonianza, ha spiegato, inizia nella vita di tutti i giorni, quando le persone diventano apostole della bontà e della vita attraverso le loro famiglie, gli amici, i luoghi di lavoro e le comunità.
    Streikus auspica inoltre che la marcia rafforzi i partecipanti, donando loro "nuova forza, fede e coraggio" per vivere le proprie convinzioni anche al di là dell'evento stesso.

    Per lui, la testimonianza più potente forse non è "un discorso o una campagna politica", ma l'esempio di qualcuno che vive secondo le proprie convinzioni pro-vita "con gioia, coraggio e amore".

    Per questo motivo, gli organizzatori considerano la marcia più di una semplice manifestazione annuale. Vogliono che contribuisca a creare una cultura che sostenga le madri, valorizzi la famiglia e tratti le persone vulnerabili con dignità.

    Una regione che si trova ad affrontare un inverno demografico

    Questo messaggio a favore della vita giunge in un momento in cui la Lituania e i paesi limitrofi stanno affrontando un declino demografico.
    In tutta l'Europa orientale, i tassi di natalità sono scesi ben al di sotto del livello necessario per sostenere la popolazione a lungo termine. Le cause sono complesse. In seguito al crollo del comunismo e all'indipendenza di molti paesi della regione, un gran numero di persone è emigrato verso l'Europa occidentale e gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, l'aumento dei costi degli alloggi, l'incertezza economica e il cambiamento degli atteggiamenti culturali hanno reso il matrimonio e la genitorialità più difficili o meno attraenti per molti giovani adulti.

    Per Marcin Perłowski, attivista pro-vita polacco, la crisi demografica non può essere separata da questioni più ampie legate al matrimonio e al significato della genitorialità.

    Parlando con Omnes a Vilnius, Perłowski ha spiegato che una delle difficoltà che il movimento pro-vita si trova ad affrontare è il modo in cui il suo messaggio viene talvolta recepito nel discorso pubblico. Ha sottolineato, in particolare, le accuse di "incitamento all'odio" rivolte a coloro che difendono la vita dei nascituri. Ha affermato che dipingere i sostenitori del movimento pro-vita come persone che "odiano le donne" o che cercano di limitarne la libertà può ostacolare la capacità del movimento di raggiungere un nuovo pubblico, soprattutto sui social media.

    Inoltre, a suo parere, i media moderni spesso ritraggono il matrimonio come un'oppressione e la maternità come una minaccia alla libertà delle donne. Gli uomini, ha affermato, potrebbero imbattersi in un messaggio parallelo in cui la loro indipendenza viene dissociata dagli impegni o dalle responsabilità familiari.

    «Non direi che la crisi nelle famiglie derivi dalla debolezza degli uomini o dalla debolezza delle donne», ha affermato Perłowski. Piuttosto, ha indicato forze culturali più ampie che influenzano entrambi i sessi, spiegando che il movimento pro-vita dovrebbe affrontare le responsabilità e le esperienze specifiche di uomini e donne.

    Perłowski ha inoltre messo in dubbio che i soli incentivi economici potessero invertire il declino demografico. Basandosi sull'esperienza polacca, ha sostenuto che l'aumento dei benefici economici non aveva prodotto il boom demografico che alcuni si erano augurati.

    Al contrario, ha sostenuto che i governi dovrebbero concentrarsi sulla creazione di condizioni in cui le famiglie possano prosperare. "Il modo migliore per aiutare le famiglie è lasciarle in pace", ha affermato, spiegando che le famiglie hanno bisogno di maggiore libertà da un'eccessiva tassazione e da altri oneri, nonché di un maggiore riconoscimento sociale dell'importanza della vita familiare.

    Per Perłowski, quindi, la questione demografica non riguarda semplicemente il numero di figli nati. Riguarda anche la percezione, da parte dei giovani, che il matrimonio, la genitorialità e le responsabilità familiari siano aspetti realistici e validi della vita adulta.

    Costruire una cultura della vita

    La sfida più grande, ha spiegato Perłowski, è di natura culturale. In passato, le famiglie numerose erano viste negativamente in alcuni settori della società polacca, ma egli ritiene che questa percezione stia gradualmente cambiando. I governi e le istituzioni pubbliche, ha affermato, dovrebbero rafforzare questo cambiamento dimostrando che il matrimonio, la genitorialità e le famiglie numerose possono dare significato e appagamento alla vita umana.

    Questa prospettiva più ampia aiuta a spiegare perché la marcia di Vilnius sia importante per i suoi organizzatori, tra cui Streikus. Il loro messaggio non si limita all'opposizione all'aborto, ma collega la tutela della vita non ancora nata alle condizioni sociali, culturali e pratiche che determinano se le persone si sentono capaci e disposte a sposarsi, avere figli e costruire una vita familiare.

    Per i partecipanti alla marcia di Vilnius, si è trattato quindi sia di una dichiarazione pubblica sia di un tentativo di inserire più saldamente queste tematiche nel più ampio dibattito sul futuro delle famiglie e delle società in tutta la regione. Gli organizzatori affermano che il risultato di questa testimonianza dipenderà meno da un singolo evento e più dalla sua capacità di trovare espressione nelle decisioni quotidiane e nelle istituzioni che plasmano la vita familiare.

    Evangelizzazione

    Álvaro Moreno e Pep Borrell, tra gli 8 Premi Mission 2026

    La XIV Edición de los premios de la revista Misión galardona el 15 de octubre a ocho personas y entidades que destacan por su lucha por la verdad, la cultura cristiana, la familia y la vida. Entre ellos, Álvaro Moreno, Pep Borrell, José María Villalón o Fray Pablo María de la Cruz a título póstumo.

    Redazione Omnes-2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    L'imprenditore sivigliano Álvaro Moreno, il dentista Pep Borrell, la professoressa IESE Nuria Chinchilla, Frate Pablo María de la Cruz Postumo, l'applicazione mobile ePrex, il Dr. José Maria Villalón, l'8° Centenario della Cattedrale di Toledo e l'ospitalità di Lourdes saranno onorati il 15 ottobre dal Rivista Mission.

    Si tratta di otto persone ed enti che si sono distinti per la loro totale dedizione e l'instancabile lotta per la verità, la cultura cristiana, la famiglia e la vita, afferma la rivista, la pubblicazione gratuita in abbonamento più letta dalle famiglie cattoliche in Spagna.

    Breve riassunto dei vincitori del premio

    Álvaro Moreno È uno dei marchi di moda maschile meglio posizionati in Spagna e milioni di uomini indossano già i suoi vestiti. Álvaro ha vissuto una profonda conversione, portando Dio nel mondo degli affari e Omnes È stato l'unico organo di stampa ad intervistarlo finora. Riceve il premio. Missione per la coerenza con cui porta la sua fede nel suo lavoro e nel mondo degli affari.

    Pep Borrell, Con il suo buon umore e il suo carisma, rende questo mondo un posto migliore. Sebbene sia un dentista di professione, è anche un grande comunicatore: autore bestseller e con 300.000 follower sul suo account Instagram. Il suo grande lavoro ha aiutato molti matrimoni a rafforzarsi e molte coppie di fidanzati a discernere la propria vocazione, affermano gli organizzatori del Mission Award.

    Nuria Chinchilla. Pioniera in Spagna nello studio dell'equilibrio tra vita professionale e privata, la sua ricerca ha aperto la strada a molti dirigenti per comprendere la vera leadership. È stata la prima donna a ottenere il titolo di professoressa ordinaria presso la IESE Business School ed è un modello di riferimento per le donne che lavorano e per l'integrazione armoniosa tra vita professionale e familiare, come riconosciuto dai Premi Misión.

    Frate Pablo María de la Cruz postumo. Secondo i Mission Awards, egli rappresenta una generazione di giovani che cercano la santità con una fede autentica. Uno di questi è Pablo, scomparso a soli 21 anni nel 2023 a causa del sarcoma di Ewing, dopo aver offerto una straordinaria testimonianza di fede. Nel suo cammino spirituale, scoprì la sua vocazione carmelitana, tanto da pronunciare i voti pochi giorni prima della sua morte. in articulo mortis e divenne frate Pablo María de la Cruz.

    EPrex, Villalón, Cattedrale di Toledo, Ospitalità di Lourdes

    ePrex. L'app mobile ePrex riceve il premio Missione Per il loro lavoro di evangelizzazione nella sfera digitale. In un'epoca in cui le nuove tecnologie diventano un'estensione di noi stessi, un gruppo di giovani ha colto l'opportunità di utilizzare i dispositivi mobili per aiutare migliaia di persone a pregare e ad ascoltare quotidianamente la Parola di Dio. Con un semplice clic, offrono le letture e il santo del giorno, la Liturgia delle Ore, il Rosario, la Bibbia e il Catechismo.

    José María Villalón. Questo premiato è un modello da seguire nella sua vita familiare, professionale e sociale. Insieme alla moglie Mariola, è padre di 12 figli. Inoltre, ha ricoperto il ruolo di responsabile dei servizi medici dell'Atlético de Madrid per oltre 30 anni. Nonostante ciò, è riuscito a trovare il tempo per essere presidente della Federazione spagnola delle famiglie numerose, dove svolge un lavoro importante. Riceve il premio Missione per la sua dedizione allegra, esemplare e altruistica alla difesa e alla promozione della famiglia.

    Ottavo centenario della cattedrale di Toledo. Quattro secoli prima della fondazione di New York, a Toledo fu posata la prima pietra di quella che oggi è la Cattedrale Primaziale di Spagna. Sono trascorsi otto secoli dall'inizio della costruzione di questo capolavoro dell'architettura gotica spagnola, una delle chiese più belle della cristianità. L'ottocentesimo anniversario della Cattedrale di Toledo viene celebrato con un premio. Missione come omaggio a un tempio che rappresenta una storia vivente della Spagna e della Chiesa.

    L'ospitalità di Lourdes. Ogni anno milioni di pellegrini si recano al Santuario di Lourdes. Molti di loro si prostrano ai piedi della Vergine per chiedere guarigione fisica o spirituale. Ma molte persone malate non sarebbero mai in grado di compiere il pellegrinaggio se non fosse per l'ospitalità di Lourdes, come quella di Madrid, che ogni anno ne accoglie migliaia nella grotta di Massabielle. [Questo premio viene conferito a] Missione L'organizzazione Hospitality of Lourdes per l'inestimabile dedizione dei suoi volontari ai malati.

    Gala dei Mission Awards 2026 avrà luogo il 15 ottobre presso l'Università Francisco de Vitoria.

    L'autoreRedazione Omnes

    Per saperne di più
    Vaticano

    Il Papa prega il Rosario per la pace insieme a un milione di bambini

    León XIV rezó el Rosario por la paz ayer por la tarde junto a un millar de niños en la gruta vaticana de la Virgen de Lourdes. En realidad, lo hizo unido a un millón de niños de todo el mundo, en una jornada promovida por la fundación pontificia Ayuda a la Iglesia Necesitada (ACN).

    Redazione Omnes-2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Papa Leone ha subito sottolineato la richiesta per la quale si erano riuniti per recitare il Santo Rosario: "pace per tutti i bambini, specialmente per quelli che vivono dove c'è la guerra, in tanti paesi della terra".

    Erano i misteri luminosi, e c'erano centinaia di bambini con le loro famiglie nei Giardini Vaticani, nella Grotta di Lourdes.

    Grazie al cardinale Koch e all'ACN.

    “Ringrazio Sua Eminenza il Cardinale Koch (Presidente di ACN) per il suo saluto e la Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre per aver promosso questa iniziativa e per l'ottimo lavoro che svolge. Ringrazio tutti i presenti per la loro partecipazione, in particolare voi bambini, insieme ai vostri genitori e agli altri familiari, i sacerdoti e tutti coloro che vi accompagnano”, ha esordito il Santo Padre. Discorso.

    L'iniziativa “Un milione di bambini pregano il rosario” è nata dal cuore della fondazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACN) (@Vatican Media).

    “Sono così felice di essere con voi! E voi, ditemi: siete felici? Siete felici di essere qui?” “Sìììì”, risposero i bambini.

    “Sono felice”, ha continuato il Papa. “Soprattutto perché stasera abbiamo incontrato le due persone che ci amano più di chiunque altro. Sapete chi sono? [Rispondono: Gesù] Gesù, e chi altro? [Maria] E Maria. Il Signore Gesù e sua madre Maria, che non ci lasciano mai soli e che ci sono sempre vicini”.

    Un dono speciale: la pace per tutti i bambini del mondo.

    “Sì, vi amiamo, Gesù e Maria, e stasera vi chiediamo un dono speciale: Pace per tutti i bambini del mondo, ”Soprattutto per coloro che vivono dove c’è la guerra, in molti paesi del mondo”, ha aggiunto il Papa.

    Lo facciamo con la preghiera di Santo Rosario, “una preghiera semplice che tutti possono recitare. Abbiamo già offerto dei fiori, segno d’amore. Presto accenderemo delle candele e rifletteremo su Gesù nei momenti importanti della sua vita, quando ha portato luce e pace a tante persone”.

    Scene della vita del Signore

    Poi il Successore di Pietro ha rievocato episodi della vita di Gesù che vengono ricordati nel Rosario.

    “Quando fu battezzato nel fiume Giordano, quando trasformò l'acqua in vino alle nozze di Cana, quando proclamò il suo Regno, quando rivelò la sua gloria sul monte Tabor e quando, nel Cenacolo, durante l'Ultima Cena, ci donò l'Eucaristia. Questi sono momenti in cui ci ha fatto doni meravigliosi, che non dobbiamo dimenticare, e per questo vogliamo ringraziarlo. Facciamolo insieme, ancora una volta. Diciamo tutti insieme: Grazie, Gesù!” [ripetere]. “E chiediamogli con fiducia, tutti insieme: Donaci la pace!” [ripetere].

    Papa Leone XIV saluta una persona nella Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, dove hanno recitato il Rosario per la pace (@Vatican Media).

    “Non siamo soli: cinquanta milioni di Ave Maria si elevano al cielo”

    Voglio dirti un'ultima cosa, Papa Leone ha aggiunto, rivolgendosi alle 1.300 persone presenti: "Questa sera e in questi giorni, non siamo soli nella nostra preghiera. In tutto il mondo, un milione di bambini prega con noi. Un milione! Immaginate: cinquanta milioni di Ave Maria che si innalzano al Cielo da ogni angolo e in ogni lingua della Terra, chiedendo la pace e unendosi come in un unico, immenso rosario, per abbracciare e unire tutti i continenti, le razze e le nazioni del pianeta".

    “Ci impegniamo a essere buoni: è così che cresce la pace!”

    “Ecco, cari figli, oggi preghiamo con tutti questi amici. E così facendo, ci impegniamo anche a essere buoni e a comportarci bene”, ha concluso il Santo Padre. “A casa, a scuola, durante le lezioni di catechismo, con i nostri genitori, con tutti, anche quando giochiamo e pratichiamo sport, perché la preghiera deve essere sempre accompagnata dalle buone opere, dai gesti d'amore. E così cresce la pace!”.”

    “Grazie ancora a tutti per essere qui. E ora preghiamo”, ha esortato il Papa.

    L'autoreRedazione Omnes

    Mondo

    Papa Leone XIV chiede preghiere nel mese di ottobre per le persone che soffrono di problemi di salute mentale.

    El Papa dedica su intención de oración de octubre a quienes sufren enfermedades mentales y pide acompañarlos sin juzgar ni excluir, así como apoyar a sus familiares y a los profesionales que los atienden.

    Redazione Omnes-2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Papa Leone XIV invita tutti a pregare durante il mese di ottobre per la cura pastorale della salute mentale. Attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa, con la campagna Prega con il Papa—, il Papa chiede che la Chiesa sia una «casa aperta», capace di accompagnare coloro che soffrono di malattie mentali senza stigmatizzarli o escluderli.

    Uno su sette In tutto il mondo, molte persone convivono con un disturbo mentale. Di fronte a questa realtà, Leone XIV invita i fedeli e tutte le persone di buona volontà a pregare per coloro che vivono difficoltà legate alla salute mentale, spesso caratterizzate da silenzio, solitudine e incomprensione.

    Nella sua preghiera, il Santo Padre si rivolge al «Dio della vita», che conosce le profondità del cuore umano e le sue «ferite silenziose». Presenta a Dio coloro che soffrono di solitudine, ansia, depressione o altre malattie mentali, e ricorda che Dio li chiama per nome «con tenerezza».

    Il Papa chiede perdono anche per le volte in cui la comunità cristiana ha "distolto lo sguardo", contribuendo allo stigma e alla discriminazione. In risposta, auspica una Chiesa che ascolti senza giudicare e si avvicini senza timore, offrendo uno spazio sicuro a chi soffre.

    L'intenzione di preghiera include anche coloro che accompagnano e si prendono cura di queste persone: operatori sanitari, familiari e volontari. Leone XIV chiede forza e compassione per loro e invoca lo Spirito Santo affinché la comunità cristiana possa integrare la cura della salute mentale nella vita e nella missione della Chiesa come "segno vivente" della misericordia di Dio.

    Più di un miliardo di persone colpite

    La richiesta del Papa risponde a una realtà che riguarda più di un miliardo di persone in tutto il mondo. Secondo il Atlante della salute mentale 2024 Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) pubblicati nel settembre 2025, questo è il numero di persone che convivono con un qualche disturbo mentale.

    Il rapporto evidenzia anche le disuguaglianze nell'accesso alle cure. La spesa pubblica globale per la salute mentale rappresenta solo il 2,1% del bilancio sanitario, una percentuale rimasta invariata dal 2017. Inoltre, la media globale è di 13 professionisti della salute mentale ogni 100.000 abitanti, con differenze significative tra i vari Paesi.

    Mentre i paesi ad alto reddito investono circa 65 dollari a persona, nei paesi a basso reddito la cifra si riduce a pochi centesimi.

    «"Questo ministero consiste nell'amare e nell'accompagnare"»

    Il direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, il gesuita Cristóbal Fones, sottolinea che molte persone hanno sofferto o stanno soffrendo di malattie mentali senza poter esprimere il proprio dolore e sentendosi "giudicate, incomprese e senza speranza".

    Pertanto, egli ritiene necessario che la Chiesa apra il suo cuore a questa realtà e preghi sia per coloro che soffrono di queste malattie sia per le persone che li accompagnano.

    La dichiarazione rileva che diverse istituzioni della Chiesa stanno già lavorando in questo ambito, tra cui università cattoliche e ministeri della salute mentale, come ad esempio Associazione Internazionale dei Ministri Cattolici della Salute Mentale— gruppi di sostegno e recupero, parrocchie e comunità accoglienti.

    Degna di nota è anche l'esperienza della diocesi di Phoenix negli Stati Uniti, il cui vescovo, John Dolan, ha fondato un Ufficio diocesano per la pastorale della salute mentale nel dicembre 2022. "La pastorale cattolica per la salute mentale non si occupa di diagnosi, prescrizioni o trattamenti. Accompagniamo coloro che stanno attraversando un momento difficile e li aiutiamo a scoprire la dignità che Dio ha donato loro", spiega. "Questo ministero si basa sull'amore e sull'accompagnamento", aggiunge.

    Leone XIV: "Non possiamo farcela da soli"«

    Il Papa ha già fatto riferimento a questa questione durante la veglia di preghiera In un incontro con i giovani tenutosi a Barcellona il 9 giugno 2026, il Papa, rispondendo a una giovane donna che aveva condiviso la sua esperienza con la depressione, ha avvertito che la salute mentale è sempre più minacciata anche nelle società che si considerano avanzate.

    Leone XIV sottolineò all'epoca che questa situazione evidenziava i problemi di una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni capaci di compromettere gli "equilibri fondamentali".

    In quella stessa occasione, riflettendo sul dolore e sulla solitudine estrema, affermò: "Non possiamo farcela da soli".

    Papa Francesco ha inoltre dedicato un'intenzione di preghiera alle persone che soffrono di depressione. Il video del Papa Nel novembre 2021, ha chiesto di stare al fianco di coloro che sono esausti e disperati, e ha ricordato l'importanza dell'ascolto in silenzio, senza cercare di offrire soluzioni immediate: "Non esiste una ricetta".

    La Rete Mondiale di Preghiera del Papa, affidata alla Compagnia di Gesù, è presente in più di 90 Paesi e unisce una comunità spirituale di oltre 22 milioni di persone. Le sue intenzioni mensili ci invitano a pregare per le sfide che l'umanità si trova ad affrontare e per la missione della Chiesa.

    Compiamo 100 anni!

    Para una persona, cumplir 100 años es ¡un gran acontecimiento! Para una institución como la Iglesia, cien años es una peccata minuta. ¿Qué son 100 años dentro de una historia de 2026 años? Pero, a pesar de todo, es un regalo enorme, porque estamos hablando de la institución del Domingo Mundial de las Misiones.

    2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Questo ottobre ricorre il centenario della Giornata Missionaria Mondiale. Nel 1926, Pio XI istituì la penultima domenica di ottobre come domenica in cui tutti i battezzati avrebbero pregato per l'opera missionaria della Chiesa e sarebbe stato creato un fondo comune per aiutare i territori in cui il suo cammino stava iniziando. Da allora, senza interruzione, i cristiani sono diventati missionari con coloro che sono stati inviati ad evangelizzare il mondo, accompagnandoli con le nostre preghiere, l'offerta dei nostri sacrifici e il nostro sostegno finanziario… Ecco perché, nel Pontificie Opere Missionarie Da tutto il mondo, celebriamo il nostro compleanno: vogliamo condividere con tutti i credenti la gioia di sapere di essere missionari, collaborando all'opera di evangelizzazione che si sta svolgendo in tutto il mondo! 

    Ci sono alcuni fatti davvero sorprendenti, che difficilmente potremmo immaginare. Ad esempio, in questi cento anni di storia di DOMUND, La Chiesa è cresciuta così tanto nei luoghi in cui operano i nostri missionari che è come se, in ognuno di questi cento anni, ogni giorno venissero battezzate 9.000 persone, ogni giorno venisse costruita una nuova parrocchia, ogni giorno venissero ordinati due sacerdoti o consacrate cinque suore. Ecco come è cresciuta la Chiesa in quei luoghi. I cattolici sono passati dall'essere l'1,68% della popolazione all'8,60%. 

    Papa Pio XI istituì questa Giornata Mondiale con grande lungimiranza: voleva che tutti i battezzati comprendessero che la missione non è un compito affidato a pochi, ma a coloro che hanno ricevuto da Dio la vocazione missionaria. ad gentes, ma di tutti i battezzati, giovani e anziani, sani e malati, laici e religiosi. Ciascuno, secondo la propria vocazione, dovrebbe sentire la gioia di partecipare all'opera evangelizzatrice che la Chiesa compie in tutto il mondo. Alcuni, come Teresa di Lisieux, collaboreranno con la preghiera e il sacrificio; altri, come Francesco Saverio, con la disponibilità ad essere inviati dalla Chiesa in un luogo lontano; altri, come Guido Maria Conforti, promuovendo la vocazione missionaria dei giovani; altri, come Paolo Manna, incoraggiando i sacerdoti a promuovere la missione nelle loro parrocchie; e altri, come Paolina Jaricot, facendo conoscere la vita missionaria tra i cristiani e motivandoli ad assumersi questa responsabilità e a sostenere finanziariamente l'opera di evangelizzazione. 

    Pio XI desiderava un rinnovamento missionario all'interno della Chiesa. Potremmo dire, per usare le parole del compianto Papa Francesco, che sognava una Chiesa “che va avanti”:“Sogno un'opzione missionaria capace di trasformare ogni cosa, in modo che costumi, stili, orari, linguaggio e tutte le strutture ecclesiali diventino un canale adatto all'evangelizzazione del mondo di oggi, anziché all'autoconservazione." (Evangelii gaudium, 27).

    Anche in Spagna celebriamo un altro centenario. Nel 1926, il Papa nominò il primo Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie. Si trattava di un sacerdote della diocesi di Vitoria che non aveva mai svolto una missione, ma era profondamente colpito dall'inestimabile lavoro dei missionari: Ángel Sagarmínaga. Fu proprio lui, infatti, a coniare nel 1943 l'acronimo DOMUND, abbreviazione di Giornata Missionaria Mondiale. A lui dobbiamo gran parte dello spirito missionario che la Chiesa in Spagna ha vissuto in questi cento anni. Fu lui la forza trainante che spinse i sacerdoti diocesani spagnoli a diventare entusiasti ambasciatori della missione in tutto il mondo. 

    Per il centenario della Giornata Missionaria Mondiale, il Santo Padre Leone XIV ha scelto il motto: “Uniti in Cristo, uniti nella missione”Ed è proprio questo che desideriamo sperimentare: la Chiesa, come una grande famiglia unita dalla fede e dalla carità, porta il messaggio di Cristo a tutti gli uomini del mondo, per rendere possibile il loro incontro con il Salvatore. Il missionario non è semplicemente un riformatore di strutture e un promotore di sviluppo. È un uomo o una donna di Dio, innamorato/a del Signore, che desidera essere una cosa sola con Colui che lo/la ha chiamato/a e inviato/a ad annunciare la Buona Novella, il prezioso messaggio di salvezza. E lo fa unito/a a tutti noi che, dalle nostre vite ordinarie, ci sentiamo partecipi della sua missione, ne accogliamo il ministero e ci rallegriamo di essere parte dell'immensa opera evangelizzatrice della Chiesa.

    Ed è opportuno ricordare anche che “Questa missione è ancora nelle sue fasi iniziali e dobbiamo dedicarci con tutte le nostre energie al suo servizio." (Redemptoris Missio, 1) San Giovanni Paolo II lo disse nel 1990, più di trent'anni fa… e le sue parole sono ancora attuali! Non permettiamo che l'entusiasmo per la missione si perda in Spagna!

    Leone XIV continua a incoraggiarci ad essere missionari qui e ora, ma anche ad unirci a coloro che sono stati inviati in missione. Perciò ci invita a continuare “nutrire e formare la coscienza missionaria dei fedeli, dai più giovani ai più anziani, promuovendo una rete di preghiera e di carità che unisca tutte le comunità del mondo.”(Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale 2026).

    L'autoreJosé María Calderón

    Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Spagna.

    Il sussurratore umano

    La búsqueda de un progreso que pretende superar la condición humana nos ha alejado de la naturaleza, la familia y los vínculos sociales, hasta construir una sociedad que dificulta nuestra propia felicidad.

    2 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Tra le migliaia di canali che compaiono sulle moderne smart TV senza che si sappia bene da dove provengano, mi sono imbattuto di recente in uno interamente dedicato alla replica della famosa serie "L'uomo che sussurrava ai cani" 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Trovo il programma affascinante, anche se non ho mai avuto un cane in vita mia, ma è attraverso di esso che imparo qualcosa sulla condizione umana.

    Se non l'avete mai visto, ogni episodio ha come protagonista Cesar Millan, un esperto addestratore di cani che viene in aiuto di famiglie disperate a causa del comportamento dei loro animali domestici. Cani che per anni hanno morso i padroni, terrorizzato il vicinato, occupato il divano o fatto i loro bisogni dove non avrebbero dovuto, cambiano radicalmente comportamento non appena il "Dog Whisperer" fa la sua comparsa. Nel 99% dei casi, la diagnosi, espressa in un modo o nell'altro, è sempre la stessa: il problema non sono i cani, ma i padroni che non sanno come trattarli correttamente.

    Per loro stessa natura, e a seconda della razza, i cani hanno bisogno di esercizio fisico; disciplina e gerarchia, come se vivessero in un branco; affetto e gioco; un'alimentazione adeguata al loro livello di attività; e così via. Quando gli umani non lo capiscono e li scambiano per persone, i poveri animali impazziscono, poiché non è in loro potere cambiare la propria natura dall'oggi al domani: una natura plasmata goccia a goccia, come una stalattite, nel corso di decine di migliaia di anni di evoluzione. Trovare l'essenza canina e cercare di adattarsi ad essa è la chiave della loro felicità e di quella dei loro padroni.

    Il nostro mondo è piuttosto folle e, sebbene gran parte della colpa ricada sui nostri "padroni", coloro che gestiscono tutto, noi come individui abbiamo ancora sufficiente autonomia per liberarci dal sistema, prenderci cura della nostra salute mentale e raggiungere la felicità per noi stessi e per chi ci sta intorno. Abbiamo costruito una società disumana inseguendo un progresso che, a giudicare dall'aumento dei tassi di suicidio e dal consumo di ansiolitici, non ci porta la felicità, per quanto attraente possa sembrare nelle nostre menti il postumanesimo o il transumanesimo – in breve, la trascendenza della condizione umana. 

    Abbiamo perso il contatto con la natura, che è il nostro elemento. Milioni di persone non hanno mai visto un cielo stellato perché le luci delle nostre città ce lo nascondono; godersi una passeggiata quotidiana in campagna o in spiaggia è un lusso che non tutti possono permettersi; viviamo incollati a dispositivi che consumano tutta la nostra attenzione invece di trascorrere le serate all'aria aperta o intorno a un falò, chiacchierando con la nostra comunità e raccontando storie dei nostri antenati; abbiamo ridotto al minimo la componente spirituale, se non l'abbiamo completamente eliminata; e la famiglia composta da padre, madre e figli è solo un ricordo di ieri.

    I bambini imparano cos'è un fiume senza averne mai visto uno, studiano la storia senza sapere quanto sia rilevante per le loro vite e si preparano al lavoro senza aver mai mosso un dito, nemmeno a casa. Viviamo a lungo grazie alla medicina, ma poiché gli anziani sono considerati un peso, li convinciamo a chiedere l'eutanasia. Abbiamo idolatrato il lavoro stesso, smettendo di considerarlo un mezzo di sostentamento, e siamo finiti per vivere per lavorare invece di lavorare per vivere. Abbiamo distorto la sessualità che la natura ci ha donato per unirci e formare la comunità, trasformandola in un pozzo senza fondo di individualismo.

    Il numero di Dunbar, che stabilisce che il nostro cervello è programmato per interagire con 150 persone al secondo, è stato elevato all'infinito dai social media. Questo ha portato a una costante sensazione di inadeguatezza, con gli altri sempre più attraenti, intelligenti o forti di noi. Abbiamo nascosto il dolore, la malattia, la morte e la tristezza, così che quando arrivano naturalmente, non siamo in grado di affrontarli con la forza d'animo dei nostri genitori. I nostri frigoriferi sono pieni, il supermercato è proprio dietro l'angolo e non dobbiamo fare grandi sforzi per cacciare, pescare o raccogliere. Di conseguenza, dobbiamo iniettarci sostanze per sopprimere i nostri istinti naturali di fame ed evitare di diventare obesi.

    In tante altre circostanze, abbiamo creato un mondo su scala sovrumana che è alla base della mancanza di felicità che provi oggi. Se non hai un Cesar Millan carismatico a portata di mano, prova a chiederti: "Come risolvevano questo problema i miei antenati?". Scoprirai che, il più delle volte, la vita non è così difficile come sembra.

    L'autoreAntonio Moreno

    Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

    Educazione

    La Chiesa in Spagna vuole rendere visibile la sua “costellazione educativa”.”

    Luis de la Fuente, Francesc Torralba, los Salesianos o la Escolanía de Lluc figuran entre los diez galardonados de los premios “Stella” con los que el Consejo General de la Iglesia en la Educación (CGIE) quiere sacar a la luz la labor educativa de la Iglesia.

    Inmaculada Sancho-1 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

    Luis de la Fuente, Francesc TorralbI Salesiani e la Scuola Corale di Lluc sono tra i dieci vincitori dei premi “Stella” con cui il Consiglio generale della Chiesa per l'educazione (CGIE) vuole mettere in luce l'opera educativa della Chiesa, compresa quella che spesso passa inosservata.

    Il CGIE, creato un anno e mezzo fa dalla Conferenza Episcopale Spagnola, riunisce circa settanta rappresentanti di scuole, università, ordini religiosi e personale docente. Il presidente della Commissione Episcopale per l'Educazione e la Cultura, Monsignor Alfonso Carrasco Rouco, Il Vescovo di Lugo ha presentato questo Concilio come continuazione del Congresso Chiesa e Istruzione che si è tenuto nel 2024.

    Per il vescovo, l'esperienza della Chiesa in campo educativo rappresenta anche un contributo alla società: "Sarebbe irresponsabile non fare tutto il possibile per affrontare tutte le sfide che l'istruzione si trova ad affrontare in Spagna; non possiamo restare a guardare, l'istruzione è responsabilità di tutti e deve essere orientata al bene comune".

    Premi per riconoscere "il bene comune"«

    I nuovi Premi Stella riconoscono i risultati eccezionali in ciascuno dei nove settori in cui opera il Consiglio. Il Segretario Generale del Consiglio, Carlos Esteban, ha spiegato che questi premi mirano a riconoscere alcune delle personalità più brillanti che, quando brillano, contribuiscono al bene comune e il cui valore risiede nel loro impegno collettivo per aprire nuove strade.

    I vincitori del premio fanno parte di una costellazione educativa ricca di innumerevoli stelle: "Brillano tutti intensamente, anche se oggi non li abbiamo nominati". La cerimonia di premiazione si terrà il 28 ottobre presso la Pontificia Università di Salamanca.

    Oltre a Torralba, De la Fuente, i Salesiani e Lluc, i premi saranno conferiti al Colegio Nuestra Señora de los Infantes di Toledo, probabilmente il più antico di Spagna con quasi 1.500 anni di storia; alla Cattedra di Innovazione e Salute Mentale Digitale presso la Pontificia Università Comillas; alle Suore di Nostra Signora della Compassione, per il loro lavoro nell'ambito dell'educazione speciale da oltre due secoli; al progetto "Il teatro vive nella mia scuola", dell'insegnante di religione Patricia Mármol; e all'illustratore Fano. Un premio speciale sarà assegnato alla Scuola di Salamanca in occasione del suo 500° anniversario.

    Nuovo sito web

    Il Consiglio ha anche lanciato il sito web generalcouncilofchurchineducation.org, che il direttore della segreteria della Commissione, Antonio Roura, ha definito come "uno spazio di incontro, conoscenza e partecipazione", e il primo numero della collana CGIE Notebooks, intitolato Chiesa e istruzione. Una costellazione educativa al servizio della persona e del bene comune..

    Il passo successivo, previsto per il 2027 o il 2028, è un libro bianco che, secondo Carlos Esteban, affronterà “le questioni essenziali che definiscono, illuminano e ispirano la presenza della Chiesa nell'educazione” e sarà elaborato attraverso un processo partecipativo.

    Il Consiglio si propone inoltre di portare la propria visione umanistica dell'educazione al dibattito pubblico, senza limitarsi a reagire alle questioni politiche; in quest'ottica, la Commissione ha già incontrato il Ministro dell'Istruzione, della Formazione Professionale e dello Sport, Milagros Tolón.

    Il vescovo di Lugo ha fatto riferimento anche al recente Il viaggio di Leone XIV in Francia, dove il Papa ha invocato la libertà di istruzione nel bel mezzo della campagna pre-elettorale. Carrasco ha evocato il caso francese "nel caso in cui qualcuno riconosca qualcosa di simile accadere in Spagna quando si avvicinano le elezioni". Ha anche ricordato che in Magnifica humanitas, Nella sua enciclica sull'intelligenza artificiale, il Papa dedica diversi passaggi all'educazione e sottolinea l'importanza dell'accesso alla verità.

    La sua conclusione: "Abbiamo un Papa che comprende profondamente il significato dell'educazione".

    L'autoreInmaculada Sancho

    Spagna

    Tra le richieste dei vescovi spagnoli figurano un accordo nazionale sull'edilizia abitativa e il sostegno alle donne in gravidanza.

    Un pacto de Estado para afrontar el problema de la vivienda, y ayudas para las mujeres que deciden ser madres, han sido dos de las peticiones formuladas por los obispos españoles al concluir su Comisión permanente.

    Redazione Omnes-1 de Ottobre de 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

    Prima di affrontare le questioni discusse dal Comitato permanente della CEE, il Segretario generale, Monsignor Francisco César Garcia Magán, ha presentato la nuova Direttrice dell'Ufficio informazioni, nominata dai vescovi spagnoli, Carmen Ramírez, di cui era già stata Vicedirettrice dal 2023.

    Carmen Ramírez sostituisce nella posizione José Gabriel Vera Beorlegui, un sacerdote dell'arcidiocesi di Pamplona e Tudela, che ricopre questo incarico dal gennaio 2015.

    Richiesta di una politica statale

    I vescovi spagnoli non hanno discusso di alloggi o sfratti durante la riunione del Comitato permanente della Conferenza episcopale spagnola tenutasi di recente. Non era all'ordine del giorno. Tuttavia, il Segretario generale, Monsignor César García Magán, Ha dichiarato che "tutti vediamo la mancanza di alloggi, vengono fatte promesse su nuove abitazioni, ma poi queste non vengono mantenute, e ciò richiede un patto statale da parte di tutte le forze politiche".

    García Magán ha espresso preoccupazione per i decreti approvati dal Governo, sottolineando che non si tratta di attuare "una soluzione una tantum", bensì di avere "una visione a lungo termine" e di elaborare una politica statale che trascenda le divisioni partitiche, proponendo "una riflessione generale sulla politica abitativa".

    “Comprendere la causa sistemica”

    Per quanto riguarda lo sfratto, il Segretario Generale ha proposto di affrontarlo da una prospettiva nazionale, senza ridurlo a un caso specifico, come "il recente sfratto della signora Maricarmen" a Madrid: "Ci sono molti sfratti in altre comunità autonome, più che in questa in cui si è verificato".

    “Abbiamo reagito in una situazione di emergenza, ma dobbiamo esaminare le cause sistemiche”, ha aggiunto, citando le argomentazioni presentate da Papa Leone XIV ai giornalisti.

    Riguardo all'accampamento di Sol, ha riconosciuto la validità della richiesta di diritti, ma ha affermato che "è necessario conciliare le esigenze dei residenti e dei commercianti e, soprattutto, escludere la violenza".

    Sostegno alle donne che decidono di diventare madri

    Riguardo alla campagna pro-aborto promossa in una recente campagna (qualunque cosa tu faccia, andrà bene), anche in risposta alle domande dei giornalisti, Garcia Magán ha affermato che "Vorrei che fosse del tutto vero, perché se vuoi essere madre e portare avanti la gravidanza, dovrebbe essere giusto anche ricevere un sostegno (quella parte del budget che è stata destinata all'aborto), vorrei che almeno la stessa somma fosse stata stanziata anche per quelle donne che scelgono e decidono di essere madri, perché qualunque cosa tu faccia, va bene".

    Implicazioni dei messaggi di Papa Leone XIV in Spagna

    Il primo argomento che è stato affrontato da Commissione permanente È stato quello di raccogliere le implicazioni che i discorsi e le omelie di Papa Leone XIV possono avere in ogni ambito del suo visita in Spagna, che si sono svolte dal 6 al 12 giugno. Una volta incorporate, saranno presentate alla sessione plenaria di novembre.

    In questo senso, il testo delle Linee Guida Pastorali della CEE per il quadriennio 2026-2030 —”Iniziate il vostro cammino!”— si è aperto ad accogliere le parole del Santo Padre e le indicazioni che ha lasciato nel suo cammino apostolico nel nostro Paese. 

    Sinodalità nella CEE e commissioni 

    Il vescovo Francisco Conesa, rappresentante designato della Conferenza episcopale spagnola per il Sinodo, ha presentato diverse proposte al Comitato permanente per una revisione delle procedure sinodali all'interno della Conferenza. Questo lavoro culminerà nell'Assemblea sinodale della Conferenza episcopale, prevista per la seconda metà del 2027. 

    Ministero laicale al servizio della carità

    Tra gli altri temi di lavoro, la Commissione Episcopale per l'Evangelizzazione, la Catechesi e il Catecumenato, presieduta da Monsignor José Rico, ha presentato l'iniziativa di creare un ministero laicale istituito al servizio della carità. 

    I vescovi hanno inoltre esaminato diverse proposte provenienti dalla Commissione per l'Istruzione e la Cultura, dal Sottocomitato Episcopale per la Famiglia e la Difesa della Vita, dalla Commissione Episcopale per le Comunicazioni Sociali e dalla Commissione Episcopale per la Liturgia.

    Il Comitato permanente ha approvato lo stanziamento di aiuti finanziari per contribuire alla riabilitazione dei templi danneggiati a Granada dai terremoti dello scorso agosto e alla ricostruzione del seminario diocesano di Pereira, in Colombia. 

    La prossima Assemblea Plenaria si terrà dal 16 al 20 novembre. 

    Altre nomine

    Tra le altre nomine, i vescovi hanno approvato la nomina di Javier María Prades López a membro del comitato editoriale della Biblioteca degli Autori Cristiani (BAC) e hanno autorizzato la Commissione Episcopale per la Pastorale Sociale e la Promozione Umana a nominare Juan Manuel Bajo Llauradó, sacerdote della diocesi di Tortosa, direttore del Dipartimento di Pastorale Sanitaria. 

    Inoltre, Rosa María Murillo Fuentes è stata rieletta presidente nazionale dei “Cursillos de Cristiandad de España” e Javier Ramos Guardiola, presidente dell'associazione “Acción Católica General” (ACG).


    L'autoreRedazione Omnes