Vaticano

La Biblioteca Vaticana, testimonianza dell’apertura culturale della Chiesa

L’aumento del patrimonio bibliografico e della produzione documentaria ha spinto Leone XIV a disporre la costruzione di un nuovo edificio per l’Archivio e la Biblioteca Vaticana, a testimonianza dell’apertura culturale della Chiesa. Il Papa ha inaugurato la mostra “AQVA. Catastrofe e meraviglia” proprio in quella Biblioteca.

Francisco Otamendi-15 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La decisione di destinare nuovi spazi all’Archivio e alla Biblioteca Vaticana è stata presa da Papa Francesco, il quale ha individuato nella zona extraterritoriale del Laterano il luogo ideale.

Tuttavia, un Chirografo del Pontefice, firmato il 14 settembre, rivela che negli ultimi mesi sono emerse nuove opportunità per creare nuovi spazi all’interno dello Stato della Città del Vaticano, e l’area scelta dal Papa è stata quella denominata «Fonte dell’Autoparco» e i suoi dintorni.

Pertanto, la costruzione di un nuovo edificio destinato all’Archivio Vaticano e alla Biblioteca Vaticana avverrà in quella sede, con una ripartizione equa dello spazio tra le due istituzioni e riservando una parte ad altri servizi dello Stato della Città del Vaticano.

A tal fine, secondo quanto disposto dal Santo Padre, l’Archivio Apostolico Vaticano e la Biblioteca Apostolica Vaticana, in qualità di enti fondatori e promotori, costituiranno una fondazione strumentale vaticana. Nel frattempo, la Biblioteca Vaticana continuerà a utilizzare gli spazi di deposito che attualmente occupa presso il Pontificio Seminario Maggiore Romano.

Una sala di lettura della Biblioteca Vaticana in Vaticano, il 14 settembre 2026. (Foto di CNS/Lola Gómez).

Antica e nuova apertura culturale

D’altra parte, lunedì Papa Leone XIV ha visitato la Biblioteca Apostolica Vaticana in occasione dell’inaugurazione della mostra ‘AQVA. Catastrofe e meraviglia’. Nel suo Discorso, il Pontefice ha incoraggiato i membri della Biblioteca Apostolica per testimoniare “l'antica e nuova apertura culturale della Chiesa”, ha riferito la Santa Sede.

“Per la prima volta come Pontefice, visito la Biblioteca Vaticana, seguendo le orme dei miei predecessori”, ha affermato il Pontefice. “Questo vuole essere un segno della vicinanza e dell’apprezzamento del Papa per la missione dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica, al servizio dello sviluppo e della diffusione della cultura, a beneficio della Chiesa e di tutta l’umanità”.

Papa Leone XIV spegne una candela nella Biblioteca Vaticana, in occasione della cerimonia tenutasi nel giorno del suo 71° compleanno (@VATICAN MEDIA).

Il Papa e La Provvidenza: “Mia madre era bibliotecaria, ed eccomi qui oggi”

All’inizio del suo discorso, il Papa ha affermato che “Dio, nella sua provvidenza e talvolta con un certo senso dell’umorismo, ci ricorda sempre che è con noi. Molti di voi forse non sanno che mia madre (Mildred) era bibliotecaria, e oggi sono qui, nel giorno del mio compleanno, proprio per salutarvi tutti”.

Il Santo Padre ha poi salutato le autorità e il personale che lavora in queste due istituzioni vaticane, nonché alcuni ospiti e benefattori, ai quali ha espresso la sua profonda gratitudine, secondo quanto ha riportato Vatican News. Successivamente, seguendo le orme dei suoi predecessori che avevano visitato la Biblioteca Vaticana, il Pontefice ha sottolineato che questa visita intende essere una dimostrazione della vicinanza e dell’apprezzamento del Papa per la missione dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica, al servizio dello sviluppo e della diffusione della cultura, a beneficio della Chiesa e di tutta l’umanità.

La Biblioteca del Papa: un cuore, con sistole e diastole

“Come descrivere la Biblioteca del Papa?», proseguì il Papa. «Userò una metafora: la Biblioteca Apostolica è un cuore. Il battito simboleggia la vita e deriva da due movimenti opposti, la sistole e la diastole: contrazione e rilassamento, un movimento verso il centro e uno verso la periferia. Anche la Biblioteca Apostolica rimane viva nella misura in cui conserva la propria sistole e diastole.

La sistole: “Che la Biblioteca Apostolica continui a essere un luogo di grande intimità, tranquillità, rispetto e cura”. (…)

La diastole: “L’apertura e l’ampiezza di vedute di questa Biblioteca traspaiono dalle sue origini umanistiche: non solo opere di teologia, ma anche di letteratura, filosofia, astronomia, fisica, matematica, geografia, botanica, zoologia, medicina, storia, diritto, arte ed economia”.

“Opere scritte in altri contesti religiosi”

“Non solo libri europei e cristiani, ma anche opere scritte in altri contesti religiosi, provenienti da ogni angolo del mondo. E questo avvenne molti secoli prima che questa sensibilità diventasse universalmente condivisa”. 

Con questo approccio, ha concluso Leone XIV, “la Biblioteca Apostolica testimonia l’antica e nuova apertura culturale della Chiesa. Lo conferma anche la serie di mostre che inizia oggi”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Risorse

La bellezza come via verso Dio

Il piacere estetico non si esaurisce nella semplice contemplazione disinteressata, ma funge da soglia che accende nell’essere umano il desiderio di una pienezza maggiore. A differenza delle forme finite dell’arte o della natura, questo dinamismo trova il suo senso ultimo nel trasformarsi nell’incontro con una Bellezza viva che trascende l’effimera soddisfazione dell’istante.

Rafael Ramonet-15 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Esiste un tipo di piacere che si distingue da tutti gli altri per la sua strana purezza: quello che deriva dalla contemplazione del bello. Non promette nulla, non esige nulla, non lascia alcun retrogusto. A differenza del piacere di possedere o di consumare, il godimento estetico si esaurisce nel puro guardare, ascoltare o contemplare, senza alcun desiderio di appropriazione. È, potremmo dire, un piacere «sano» anche in senso letterale: chi contempla un tramonto, una sinfonia o il volto di una persona cara non esce danneggiato da quell’esperienza, ma sereno, più consapevole, grato. Ma proprio questa gratuità solleva una domanda che non è solo estetica, ma esistenziale: la bellezza si esaurisce nell’istante dell’estasi, o quell’istante è la porta verso un nuovo cammino da percorrere?

Un piacere senza una ragione apparente

Kant definì questa esperienza «piacere disinteressato»: un piacere che non dipende dall’utilità dell’oggetto né dal suo possesso, ma dalla pura contemplazione della sua forma.

Questa caratteristica – l’assenza di interesse, di avidità, di finalità pratica – è ciò che rende il piacere estetico qualcosa di qualitativamente diverso dal piacere sensuale o dal benessere materiale. Non cerchiamo nulla nel tramonto che contempliamo; ci basta semplicemente che esista. Eppure, quel «basta» è ingannevole, perché chi ha davvero percepito l’intensità di un momento bello sa che, paradossalmente, non basta mai del tutto: si desidera che duri, si vorrebbe «entrare» nella musica, rimanere per sempre davanti al quadro, davanti al gruppo scultoreo che strappa lacrime di una gioia così intensa che nessuna ragione riesce a spiegarla.

Nell’esperienza più completa della bellezza c’è uno strano senso di inquietudine misto alla pienezza.

Cammino o punto finale? Da Platone ad Agostino

L'intuizione secondo cui il bello sensibile non è un punto di arrivo, bensì il primo gradino di un percorso ascendente, trova già una formulazione classica in Platone. Nel Banchetto, nel discorso che Socrate attribuisce alla sacerdotessa Diotima di Mantinea, viene descritta la celebre «scala dell’amore»: l’anima che ama inizia amando un corpo bello, ma se il suo amore è ben orientato, ascende poi alla bellezza di tutti i corpi, quindi alla bellezza delle anime e delle azioni giuste, più tardi alla bellezza delle leggi e della conoscenza, fino a raggiungere infine la contemplazione della Bellezza in sé: qualcosa che non nasce né perisce, che non è bello in un momento e brutto in un altro, ma bello sempre e di per sé, di cui partecipano tutte le cose belle senza che tale partecipazione lo accresca né lo diminuisca. Diotima arriva a descriverla come «qualcosa di meravigliosamente bello per natura». Già in Platone, quindi, la bellezza sensibile funge da gradino, non da meta: ogni corpo o anima bella è un gradino necessario, ma fermarsi su di esso significherebbe vanificare il movimento stesso che la bellezza avvia.

Questa stessa struttura – la bellezza finita come percorso, non come meta – riappare secoli dopo, in una chiave molto diversa, in Sant'Agostino di Ippona. Proprio all'inizio dei suoi Confessioni, Agostino formula quella che è forse una delle frasi più citate di tutta la letteratura spirituale occidentale: «Ci hai creati per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Questa inquietudine non è un difetto dell’anima, ma la sua stessa struttura: siamo fatti con una capacità di desiderare che nessun bene finito – per quanto bello possa essere – riesce a saziare del tutto.

Agostino, che per anni aveva cercato la bellezza nell’arte, nella retorica, nel piacere dei sensi, descrive quel percorso con un’immagine celebre, rivolta a Dio come Bellezza stessa: «Ti ho amato tardi, bellezza così antica e così nuova, ti ho amato tardi». E aggiunge che cercava la bellezza all’esterno, nelle cose create, senza rendersi conto che la vera Bellezza era dentro di lui e al di sopra di lui: «Tu eri dentro di me, e io ero fuori, e lì ti cercavo».

Per Agostino, ogni bellezza particolare – un volto, una melodia, un paesaggio – è bella per partecipazione, in quanto riflesso di una Bellezza prima dalla quale ogni altra bellezza deriva la propria capacità di piacere. Ecco perché nessuna bellezza finita può soddisfare pienamente chi la contempla: non perché sia imperfetta, ma perché la sua funzione non è quella di placare il desiderio, bensì di alimentarlo e orientarlo.

Tra Platone e Agostino vi è, tuttavia, una differenza: la Bellezza in sé platonica è una Forma impersonale, un oggetto di contemplazione intellettuale; la Bellezza agostiniana è un Tu, un Dio personale che si ama e che va incontro all’anima che lo cerca. L’ascesa platonica culmina in una visione senza nessuno; quella agostiniana, in un incontro.

Dall’opera d’arte alla Bellezza che è Qualcuno

Di fronte a un’opera d’arte, ciò che accade – per quanto sublime possa essere l’esperienza – è sempre, in fondo, un piacere: contempliamo qualcosa, lasciamo che agisca su di noi, ci lascia un segno, ma il quadro non ci ricambia lo sguardo, la sinfonia non risponde al nostro stupore, la poesia non sa che la stiamo leggendo. È una bellezza passiva nel senso preciso che la sua azione su di noi non deriva né da una volontà né da una libertà: è forma, ordine, armonia, che la nostra sensibilità accoglie e di cui gode, ma che non può ricambiare l’amore che suscita. Ecco perché il piacere estetico, con tutta la sua profondità, ha un limite naturale: può commuoverci, elevarci, persino rapirci, ma non può ricambiare il nostro amore.

Quando si parla di Dio come via e meta della bellezza, occorre andare oltre questa analogia artistica, perché in Dio la bellezza non è una qualità che si contempla dall’esterno, ma una Bellezza attiva al massimo grado, e attiva proprio senza bisogno di alcuna parola: non è necessario che Dio «dica» nulla affinché la sua sola realtà, intravista anche se in modo fugace e imperfetto attraverso il creato, produca quella stessa gioia disinteressata che produce un’opera d’arte e qualcosa di più, perché chi viene qui contemplato non è un oggetto inerte, ma Qualcuno che a sua volta guarda, ama e viene incontro. La differenza non sta, quindi, nell’intensità del godimento estetico (che può essere paragonabile, o addirittura maggiore, di fronte a una grande opera umana), ma in ciò che quel godimento permette in seguito: di fronte al quadro, il godimento si esaurisce in se stesso, per quanto profondo possa essere, perché non c’è nessuno dall’altra parte a cui rispondere; davanti a Dio, lo stesso tipo di godimento – piacere disinteressato, gratuito, «sano» – è anche la porta d’accesso a una relazione personale, perché chi produce quel godimento non è una forma bella, ma Qualcuno bello senza limiti – la Bellezza stessa –, che ama e attende.

Ciò permette di formulare con maggiore precisione l’intuizione agostiniana citata in precedenza. Quando Agostino scrive «ti ho amato tardi, bellezza così antica e così nuova», non sta descrivendo la contemplazione di un oggetto sublime, ma il riconoscimento di una Persona che, senza saperlo, cercava da tempo attraverso tutte le bellezze create. L’itinerario estetico – godere del bello nell’arte, nella natura, nel volto umano – sarebbe quindi la prima metà del cammino, comune a ogni essere umano sensibile; ma quel cammino, se percorso fino in fondo, non sfocia in una Forma più perfetta da contemplare, bensì in un Tu con cui è possibile relazionarsi. E quella relazione, a differenza di qualsiasi opera d’arte, è desiderata da Lui stesso: una relazione che permane, ormai radicata al di fuori del tempo e dello spazio.

L'obiezione dell'assurdo

Di fronte a questa interpretazione si erge, con tutta la sua forza, l’obiezione esistenzialista. Per Sartre, l’essere umano è «una passione inutile»: un desiderio di pienezza e di fondamento che non trova mai soddisfazione perché, semplicemente, non c’è nulla che possa soddisfarlo. Camus, dal canto suo, definisce l’assurdo come lo scontro tra la ricerca umana di senso e il silenzio indifferente dell’universo. Da questa prospettiva, il piacere del bello non indicherebbe nulla al di là di sé stesso: sarebbe un dato grezzo, bello ma muto, che non promette né rimanda a nulla. Provare un’emozione travolgente di fronte a un’opera d’arte sarebbe, in questa lettura, un fatto gratuito nel senso più radicale: bello, sì, ma senza destinatario né promessa.

È un'obiezione seria. Ma è opportuno porre una domanda, presa in prestito da un metodo ben diverso da quello filosofico: quello matematico. Quando una dimostrazione porta a un risultato assurdo – una contraddizione, un infinito ingestibile –, il matematico non conclude che la matematica stessa sia assurda, ma riesamina le ipotesi di partenza: non può accettare il risultato assurdo, ma conclude che deve esserci un errore in qualche premessa mal formulata. Potremmo applicare lo stesso procedimento anche in questo caso. Se l’ipotesi di partenza — che non esista un fondamento ultimo, che il desiderio umano di senso sia solo un caso evolutivo senza corrispondenza reale — porta a qualcosa di così sconcertante come l’idea che l’esperienza più intensa, più gratuita e più «bella» che un essere umano possa avere non significhi assolutamente nulla, forse il problema non sta nell’esperienza estetica, ma nell’ipotesi che la inquadra. Non si tratta di una dimostrazione – l’argomentazione non impone logicamente la conclusione opposta –, ma è certamente un legittimo invito a «ricominciare da capo con altre ipotesi», come si fa in matematica, invece di forzare l’esperienza affinché si adatti a un quadro che la svuota di significato. In altre parole, ragiono logicamente in modo corretto, giungo a un assurdo, lo accetto e lo propongo come fondamento vitale. Rispettabile, ma non sembra che si possa condividere facilmente, anche se alcuni lo hanno fatto.

La bellezza come soglia

La domanda con cui abbiamo esordito – la bellezza finisce nell’istante dell’estasi? – non ha una risposta che possa essere dimostrata al di fuori dell’esperienza stessa. Ciò che si può affermare è che la struttura stessa di quell’esperienza – la sua gratuità, il suo carattere «sano» e disinteressato, e soprattutto quell’inquietudine che sopravvive anche al momento di massima pienezza – risulta più coerente con l’interpretazione di Platone e Agostino che con la conclusione sartriana — logicamente ineccepibile all’interno del proprio sistema, ma che il più elementare buon senso giudica assurda e inaccettabile — secondo cui l’uomo è una passione inutile. Un cuore che, dopo l’istante di massima pienezza, rimane «inquieto», non si concilia bene con l’idea che quell’istante fosse già la fine del cammino. Si adatta meglio all’intuizione condivisa da entrambi: che ogni bellezza finita — anche quella dell’opera d’arte più riuscita — è un cammino e non una meta, un godimento che può trasformarsi in incontro; e che percorrerlo fino in fondo non significa giungere a una forma più perfetta da ammirare dall’esterno, ma passare dal contemplare il bello all’essere amati dalla Bellezza stessa; è un percorso che raccomando vivamente.

L'autoreRafael Ramonet

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Vaticano

Il Papa aumenta gli stipendi della Curia annullando i tagli legati al Covid

Revocando ilA seguito dei tagli salariali stabiliti nel 2021 durante la pandemia di Covid per cardinali, capi e segretari dei dicasteri, sacerdoti e religiosi della Curia romana, Papa Leone XIV ha aumentato le retribuzioni degli alti funzionari vaticani.

Redazione Omnes-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Le misure di contenimento salariale adottate da Papa Francesco con la Lettera apostolica «Un futuro sostenibile» del 23 marzo 2021, che si erano rese necessarie per affrontare la sfida della pandemia, sono state abrogate da un'altra Lettera apostolica, datata 1° settembre, del Papa Leone XIV.

Di conseguenza, vengono aggiornati gli stipendi di cardinali, capi e segretari dei dicasteri, membri del clero e religiosi del Vaticano, nelle stesse percentuali in cui sono state ridotte. In sintesi, il 10 per cento per i cardinali, l’8 per cento per gli altri superiori e il 3 per cento per i membri del clero e i religiosi.

Impegno a garantire la sostenibilità economica

Il Papa aggiunge nel suo Motu Proprio che le misure sono già state parzialmente modificate, mediante l’abrogazione dell’articolo 3, con il “Rescriptum ex Audientia” del 16 giugno 2025. Ed è “certo che le istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano continueranno, con diversi strumenti, a impegnarsi per garantire la sostenibilità economica”.

La decisione è stata presa dal Santo Padre dopo aver consultato il Segretariato per l’Economia e “aver esaminato attentamente ogni aspetto”. Il Pontefice abroga la norma, pur non annullando le disposizioni applicate mentre la legge era in vigore, compreso il congelamento degli aumenti biennali di anzianità.

Ministero dell'Economia

Per questo motivo, è stato ascoltato “il parere competente del Ministero dell’Economia”, il cui prefetto è il laico spagnolo Maximino Caballero, “dopo aver esaminato attentamente ogni aspetto”.

La misura è stabilita fatti salvi gli effetti prodotti durante il suo periodo di validità. Sono inclusi gli effetti derivanti dalla sospensione dell'accumulo degli aumenti biennali di anzianità di cui all'articolo 5, che rimane definitivamente acquisito.

Revocate le restrizioni imposte da Papa Francesco 

Le restrizioni adottate da Papa Francesco sono state rigorose e sono state determinate in particolare dalle conseguenze della pandemia. Quest’ultima aveva aggravato “il deficit che ha caratterizzato la gestione economica della Santa Sede nel corso di diversi anni, il quale ha avuto un impatto negativo su tutte le fonti di reddito della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano”, come indicato nel Motu Proprio ‘Un Futuro Sostenibile’ del 2021.

Papa Francesco ha inoltre fatto un appello a rivedere la spesa, per evitare misure ancora più drastiche, come il licenziamento di dipendenti laici, padri e madri di famiglia, come riferisce l'agenzia vaticana.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Papa Leone XIV compie 71 anni!

Il primo Papa nordamericano della storia, Leone XIV, compie 71 anni nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, questo 14 settembre. Gli episcopati, come quelli del Perù e della Spagna, gli agostiniani di tutto il mondo – ad esempio quelli filippini – e il prefetto mons. Luis Marín OSA sono stati tra i primi a fargli gli auguri.

Francisco Otamendi-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Il nostro caro Papa Leone XIV compie 71 anni. Tanti auguri, Santo Padre. Che il Signore lo protegga, gli conceda lunga vita, lo renda santo in terra e non lo consegni alla volontà dei suoi nemici”, ha scritto poche ore fa sul social network X il Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, l’arcivescovo Luis Marín de San Martín OSA, che ha raccontato il periodo trascorso insieme a padre Robert Prevost, prima che questi fosse eletto Papa.

Sebbene Leone XIV non abbia fatto alcun accenno né ieri durante l’Angelus né in questi giorni, il mondo cattolico sapeva che oggi è il suo compleanno, tra l’altro perché già l’anno scorso aveva festeggiato il suo primo compleanno da Papa. 

La profonda impronta del Perù

La Conferenza Episcopale Peruviana, che attende il Papa dall“11 al 16 novembre, gli ha inviato un affettuoso saluto: ”Buon compleanno, Papa Leone XIV! Il Perù lo attende con gioia, affetto e preghiera».

Tra le altre feste peruviane spicca quella di Monsefú, con una celebrazione popolare: la località di Lambayeque, a Chiclayo, dove l'allora monsignor Robert Prevost ha vissuto per anni. Lì stanno preparando un omaggio con la "marinera" e alcuni dei suoi piatti preferiti. La stampa peruviana lo presenta come una dimostrazione dell'affetto che la località nutre ancora nei confronti di colui che fu il suo vescovo.

Nel giugno dello scorso anno, il Vaticano ha presentato il documentario Leone del Perù, sui vent’anni di attività del missionario agostiniano Robert Prevost, oggi Leone XIV, in Perù. Si tratta di 45 minuti di testimonianze curate dalla direzione editoriale del Dicastero per la Comunicazione del Vaticano, che ripercorrono le tappe della sua missione in Perù. ’Da Chicago a Chulucanas, da Chiclayo al Vaticano‘, recita uno dei brani in sottofondo, dei Los Bachiches.

Dalle Filippine, dalla Spagna, dal Messico, pubblicazioni…

Gli agostiniani filippini si sono congratulati con Leone XIV chiamandolo “brother”, fratello, in occasione del suo 71° compleanno. La cosa è particolarmente interessante perché si tratta dei suoi confratelli dell’Ordine e riflette un tono più familiare. La notizia è stata riportata oggi dal Philippine Daily Inquirer.

Sempre dalle Filippine, il Papa ha ricevuto gli auguri da GMA News (Filippine). L’emittente filippina ha pubblicato oggi un’immagine di auguri: “Buon 71° compleanno, Papa Leone XIV!”, accompagnata da un messaggio di preghiera e di ringraziamento.

Il Papa ha visitato la Spagna a giugno, lasciando un segno indelebile, e anche da qui sono giunte al Santo Padre congratulazioni da parte, tra gli altri, della Conferenza Episcopale Spagnola, della Caritas Diocesana di Madrid e di altre istituzioni.

Per il resto, stanno arrivando numerose congratulazioni personali, soprattutto sui social media. Ad esempio, quella di Samuel García, governatore di Nuevo León (Messico), che ha pubblicato su X: “Buon compleanno, Papa Leone XIV @Pontifex_es. Con grande rispetto e ammirazione le auguro salute, lunga vita e tanta saggezza…”.

Il primo Papa nordamericano

Leone XIV è il primo papa nordamericano nella storia della Chiesa, e da lì gli augurano ‘Buon compleanno’, a cominciare dai suoi fratelli.

Di recente, il professor Rafael Navarro Valls ha scritto una riflessione su ‘Un Papa americano: l’impronta degli Stati Uniti in Leone XIV’. In essa scrive che Il fatto che Leone XIV sia il primo Papa nato negli Stati Uniti costituisce un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo lungo operato in America Latina abbiano dato forma a una leadership chiaramente universale.

Il dono della vita. Una vita dedicata agli altri

Quando la Chiesa si congratula con il Papa per i suoi 71 anni, non sta semplicemente celebrando il fatto che Robert Francis Prevost sia nato il 14 settembre 1955, osservano le fonti consultate. “Sta rendendo grazie per una vita che, con il passare degli anni, ha assunto una missione ben precisa: agostiniano, sacerdote, missionario in Perù, vescovo, cardinale e infine successore di Pietro”.

“In altre parole, festeggiare un compleanno significa celebrare il fatto che una persona abbia ricevuto il dono della vita e che tale dono, con il passare degli anni, sia diventato anche un dono per gli altri”.

Un altro teologo afferma: San Giovanni Paolo II scrisse nella sua ‘Lettera alle famiglie’ del 1994 che il neonato è un dono. Dice: ‘La sua esistenza è già un dono, il primo dono del Creatore alla creatura’. Vale a dire: ‘La sua esistenza è già un dono, il primo dono del Creatore alla creatura’.

E sviluppa l’idea: ”Un bambino diventa un dono per i suoi genitori, i suoi fratelli, la sua famiglia e, infine, per la società. L’esistenza di una persona non è indifferente: ogni nascita cambia il mondo perché appare qualcuno che prima non c’era». Lo stesso vale per ogni essere umano, conclude.

Papa Leone XIV, nel suo Discorso al Corpo diplomatico di quest’anno, ha affermato tra l’altro: “La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di una relazione impegnata, fondata sulla dedizione reciproca e sul servizio. Alla luce di questa profonda visione della vita come dono da apprezzare e della famiglia come sua custode responsabile”, “respingiamo categoricamente qualsiasi pratica che neghi o sfrutti l’origine della vita e il suo sviluppo”.

L'autoreFrancisco Otamendi

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Cinema

Sabrina e Steven Gunnell: “Il Sacro Cuore non è una devozione del passato”

I francesi Sabrina e Steven Gunnell, registi di Sacro Cuore, parlano di un film che sta battendo ogni record.

Virginia Gil-Nogués-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

La devozione al Sacro Cuore di Gesù è una delle più diffuse nella Chiesa e raggiunge ogni angolo del pianeta. L'11 è uscito in Spagna un documentario con questo titolo, Sacro Cuore, che combina ricostruzioni storiche e testimonianze contemporanee per avvicinare il pubblico alla figura di Santa Margherita Maria Alacoque e al messaggio del Sacro Cuore di Gesù. I registi, Sabrina e Steven Gunnell, di origine francese, hanno riversato nel film parte della propria esperienza di fede. Entrambi rilasciano un’intervista a Omnes a Madrid, in occasione della presentazione del documentario. 

Qual è l'origine di questo film? 

-SABRINA: È la storia di un incontro. Nell’agosto del 1923 ci trovavamo al Santuario di Notre-Dame du Laus, nelle Alpi francesi, e io andai ad ascoltare la testimonianza di padre Marot, ex rettore dei santuari di Paray-le-Monial, e di Alicia Beauvisage. Per tutto il tempo il mio cuore batteva forte, vedevo molte somiglianze tra la loro storia e la nostra (quella di Steven e la mia), e capii che il Sacro Cuore di Gesù era davvero la nostra vita fin dall’inizio.

Al termine, ho raccontato ad Alicia che da diversi anni giravo film con mio marito. Mi ha preso la mano e mi ha detto: “Ho pregato per poter incontrare registi cristiani”. In quel momento ho capito cosa volesse Dio. Quel pomeriggio, in famiglia, abbiamo scoperto che potevamo consacrarci al Sacro Cuore, cosa che, pur essendo cattolici, non conoscevamo. In seguito, a Parigi, per due mesi, abbiamo ricevuto segni concreti del Sacro Cuore, sia nella vita quotidiana che entrando in un negozio, mentre prima non li notavamo in quel modo. Steven non mi raccontava ciò che vedeva, ma, dopo un mese e mezzo, mi disse: “Credo di vedere molti Sacri Cuori”. 

Come hanno accolto i suoi familiari e le persone a lei vicine la notizia di questo progetto? 

-SABRINA: Molti amici ritenevano che il Sacro Cuore fosse un tema antiquato, di cui nessuno parlava e che fosse ricoperto di polvere, che appartenesse al passato. Ma a noi ha colpito nel profondo e sentivamo che il Signore ci chiamava ad affrontarlo. Anche se non sapevamo come raccontare in 90 minuti tutta la sua spiritualità, che è il cuore della fede, sentivamo una sorta di grido interiore che ci spingeva a farlo. Allora Steven ha avuto l’idea del film.

Si riferisce al cartellone? 

-STEVEN: Sì. Di fronte ai manifesti di film horror o satanici che vedevo negli aeroporti e nelle stazioni, ho immaginato di mostrare Gesù in tutto il Suo Amore e ho provato una gioia immensa. E gli abbiamo detto di sì. Da quel momento in poi, Lui ci ha fatto capire cosa avremmo fatto. 

Questo è il suo nono documentario; il film ha già superato il milione di spettatori in tutto il mondo ed è stato distribuito in diversi paesi. Vi aspettavate che riscuotesse un successo così grande?

-STEVEN: Ci è voluto più di un anno per realizzare il film. E, quando l’abbiamo finito, il nostro distributore in Francia ci ha detto che l’obiettivo era raggiungere ventimila biglietti venduti, dato che si tratta di un documentario cristiano, cattolico, rivolto a una nicchia specifica, non destinato al grande pubblico. Cominciarono a sorgere polemiche sul film e ci rendemmo conto che la televisione francese non voleva i manifesti, poiché c’era una croce e il tutto risultava troppo confessionale, motivo per cui non gradivano. Ciononostante, abbiamo esposto i manifesti, e così molte persone hanno scoperto che il film era nelle sale e hanno iniziato ad andare a vederlo, per curiosità.  

Una storia personale

Steven, lei è passato dalla fama di un gruppo pop a un periodo molto buio, e da lì alla realizzazione di film sulla fede. C’è qualcosa di quella caduta che continua a riaffiorare, in qualche modo, nelle storie che scegliete di raccontare?

—STEVEN: Ho fatto parte della Boy band Alliage E, da un giorno all’altro, sono passato dall’anonimato alla ricchezza e alla fama. Quando tutto è finito, ho perso tutto. In quel periodo della mia giovinezza avevo provato la peggiore delle droghe: la fama, perché porta con sé il potere e la sensazione che durerà per sempre. 

Non riuscivo a trovare una via d’uscita per la mia carriera artistica, così sono partito per l’Inghilterra, dove ho iniziato a scavarmi la fossa con le mie stesse mani. Non dormivo bene ed ero psicologicamente a pezzi. Avevo paura. Disperato, chiamai mia madre al telefono, la quale mi chiese di andare a riposarmi in una chiesa prima di fare qualche sciocchezza. E, per la prima volta in vita mia, le diedi ascolto. 

Sono andato in una cappella a Londra e lì mi sono addormentato su una panca. Fino ad allora non ero riuscito a prendere sonno, nemmeno di notte. Al mio ritorno a casa, a Nizza, mia madre mi portò in una chiesa affollata e, contemplando quello spettacolo, provai una sensazione di presenza interiore, di scoperta. “È Te che sto cercando da sempre”, pensai. 

Avete avuto molte difficoltà a capire cosa Dio vi stesse chiedendo attraverso il film? 

—STEVEN: I primi anni di matrimonio sono stati difficili, perché il Signore ci stava preparando alla missione. Nel 2012 abbiamo ricevuto la nostra prima chiamata e abbiamo scoperto un’enorme gioia dietro l’obiettivo, nel poter raccontare come Dio possa trasformare le vite. Da quel momento in poi, tutto ha preso il via e non abbiamo mai smesso di crescere. 

Dopo la mia esperienza nel mondo della musica, in cui tutti mi hanno abbandonato, il dono della saggezza mi è apparso davvero singolare e impressionante. È la misericordia, ancora una volta. Nel film c’è una scena in cui appare Gesù Cristo crocifisso e, quando il soldato gli conficca una lancia nel costato, dal corpo inerte di Cristo sgorga acqua, a simboleggiare la fonte inesauribile di vita divina e di misericordia di Dio. Quel cuore da cui sgorga l’acqua è davvero la chiave, la soluzione per poter rinnovare costantemente il cuore. 

La Francia è un Paese fortemente caratterizzato dalla secolarizzazione; ritenete che questo contesto sia, paradossalmente, uno dei fattori che hanno contribuito al successo del film?

—STEVEN: San Girolamo diceva: “Chi ignora la storia, la riscrive”. Duemila anni fa, il Signore veniva respinto in molti luoghi, ma veniva accolto in quei luoghi dove poteva compiere miracoli. Secoli dopo, ci ritroviamo di fronte alle stesse storie. In Francia e in altri paesi ci sono forze che negano questa trascendenza, ma io sono tra coloro che credono che l’essere umano sia profondamente spirituale, per cui trova sempre il ritorno alla fonte, poiché si tratta di una ricerca costante. Non credo che l’uomo possa salvare un altro uomo, ecco perché sono cattolico: è Dio che mi salva. 

Pensate che il film possa suscitare interesse e, magari, portare alla conversione di qualche spettatore che non conosca questa devozione?

—SABRINA: Siamo i primi spettatori dei nostri film; realizziamo film che ci sarebbero piaciuti, da adolescenti, in quel periodo. Riceviamo molte testimonianze di persone commosse dalla proiezione, che trovano un percorso di fede dove non se lo aspettavano e si pongono domande sincere che le riportano alla fede della loro infanzia. Avevano la sensazione che Gesù Cristo li chiamasse e chiedesse loro: “Hai dimenticato quella fede?”. È molto commovente leggere le loro storie e constatare che, dopo il film, non vivono più la Messa allo stesso modo. Ora sentono i battiti di quel cuore. 

Noi siamo qui per mostrare la Grazia di Dio, e poi sarà Lui a tracciare il cammino che deve percorrere nei cuori delle persone. Il Sacro Cuore non è, tutt’altro, una devozione del passato.

L'autoreVirginia Gil-Nogués

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Autori invitatiVictor Torre de Silva

Influencer santi

Internet e i social media stanno trasformando anche i santi in nuovi influencer, avvicinando la loro vita e il loro esempio a milioni di cristiani.

14 settembre 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

La facilità di comunicazione offerta da Internet influisce su molti ambiti della Chiesa, dalla comunicazione istituzionale alla diffusione delle devozioni in modo più universale. Lasciando da parte gli usi negativi che talvolta osserviamo, i suoi aspetti positivi sono innegabili: basti pensare a quante persone possono ascoltare il Papa grazie a questi mezzi.

In particolare, ciò ha influito in modo molto positivo sullo svolgimento dei processi di canonizzazione. Oggi è molto più facile far conoscere la figura di un cristiano il cui processo è stato avviato. Video, testi e interviste consentono di far conoscere la sua vita e la sua devozione in tutto il mondo. Recentemente ho ricevuto notizie sui progressi compiuti in diverse cause, come l’annuncio della beatificazione di Fulton Sheen o gli ultimi sviluppi della causa di Pedro Ballester.

In questi giorni stavo pensando che ciò presenti un parallelismo con quanto sta accadendo su Instagram, TikTok e altre reti con i influencer: persone che condividono la propria vita, le proprie amicizie e i propri “trucchi” con milioni di follower che li prendono come modello. I santi sono il grande modello di santità per i cristiani, e ora possiamo averli molto vicini anche attraverso i social.

Credo che sarebbe un’ottima idea promuovere sui social media account che raccontino la vita dei santi in prima persona, magari con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Si potrebbero adattare i loro diari, aneddoti o consigli in modo che ci “parlassero” da pari a pari, come se fossero post di oggi. Queste iniziative, alcune delle quali già in corso, possono aiutare i cristiani che utilizzano i social a trovare tra gli influencer che seguono anche i santi. Un buon consiglio nella routine quotidiana o l’esempio di fronte a una difficoltà può essere la spinta perfetta per avvicinarci di più a Cristo.

L'autoreVictor Torre de Silva

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Ecologia integrale

Aiutare le madri dopo il parto: una questione a favore della vita

Nicole Kristensen ricorda di aver affrontato parti difficili e difficoltà nel periodo post-parto come madre. Oggi attinge alla sua esperienza per aiutare altre donne prima, durante e dopo il parto. Kristensen, titolare di Holystic Maternity Care, e altre esperte parlano dell'accompagnamento post-parto.

OSV / Omnes-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

– Katie Yoder, OSV News

“Sebbene abbia incontrato delle difficoltà, poter contare su una comunità è stata la cosa più importante, ed è proprio questo un aspetto fondamentale di ciò che cerco di realizzare oggi come doula”, ha affermato la doula e coach cattolica Nicole Kristensen, che offre i propri servizi alle comunità di New York e del Connecticut.

(Nota del redattore: la doula è una figura che non svolge funzioni sanitarie e che accompagna le donne dal punto di vista emotivo e pratico durante la gravidanza, il parto e il periodo post-parto, senza sostituirsi all’assistenza fornita da medici o ostetriche). 

Kristensenproprietario di Assistenza olistica alla maternità , e altri esperti in materia di post-parto e leader cattolici hanno parlato con OSV News del ruolo della Chiesa nel sostegno post-parto e nell’accompagnamento delle neomamme che stanno attraversando momenti di difficoltà.

Le sue osservazioni giungono in un momento in cui le madri stanno parlando apertamente delle difficoltà del periodo post-parto, sulla scia del processo mediatico a Lindsay Clancy nel Massachusetts, conclusosi con un verdetto di non luogo a procedere il 4 settembre. Il caso ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla psicosi post-parto, un grave disturbo della salute mentale materna.

Il sostegno post-parto è una questione a favore della vita

Questi esperti hanno convenuto sul fatto che la Chiesa e i cattolici abbiano la responsabilità di impegnarsi nel sostegno post-parto come questione a favore della vita. La Chiesa è già presente in questo ambito, hanno affermato, ma i cattolici possono fare di più. Molti di loro hanno sottolineato l’importanza del coinvolgimento delle parrocchie.

Sebbene questi esperti provenissero da diversi ambiti e ministeri, volevano che le neomamme in difficoltà sapessero di non essere sole.

“La Chiesa svolge un ruolo importante nel sostegno post-parto perché Gesù ci comanda di prenderci cura dei più vulnerabili, e le donne dopo il parto e i loro bambini rientrano proprio in questa categoria”, ha affermato Kat Talalas, vicedirettrice delle comunicazioni pro-vita presso il Segretariato per le Attività Pro-vita della Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti.

Il quadro dell'assistenza post-parto

Attualmente esistono diverse risorse nazionali a disposizione delle donne che affrontano difficoltà nel periodo post-parto. Le donne con problemi di salute mentale materna possono contattare la Linea di assistenza per il suicidio e le crisi (988) o la Linea nazionale per la salute mentale materna. Altre organizzazioni senza scopo di lucro che sostengono le madri nel periodo post-parto includono Postpartum Support International e il Policy Center for Maternal Health.

I disturbi di salute mentale materna, noti anche come disturbi di salute mentale perinatali, sono frequenti e colpiscono fino a una famiglia su cinque negli Stati Uniti ogni anno, secondo il centro di ricerca. Il centro sottolinea che l’ansia e la depressione sono le complicanze più comuni del parto. Tuttavia, questo tipo di disturbi non viene universalmente individuato né trattato in modo adeguato.

Secondo il centro, i sintomi della depressione post-parto comprendono tristezza, difficoltà a concentrarsi, difficoltà a trarre piacere dalle proprie attività preferite e difficoltà a instaurare un legame con il bambino. I sintomi dell’ansia materna comprendono paura estrema, preoccupazione e nervosismo.

Tempo di recupero, con squilibri

Gli esperti hanno convenuto che la Chiesa debba stare accanto alle neomamme, in particolare a quelle che stanno attraversando un momento difficile.

“Nei mesi successivi al parto, tutte le donne impiegano mesi, a volte persino anni, per riprendersi completamente”, ha affermato Caroline Hartley, infermiera specializzata in assistenza familiare e fondatrice di Fiat Salute Integrativa, una clinica che offre assistenza medica e servizi di salute mentale a Franklin, nel Tennessee. “Si verifica uno squilibrio ormonale, il sonno viene alterato e l’isolamento è frequente. Circa una donna su sette soffre di depressione post-parto e quasi la metà non riceve mai una diagnosi”.

La madre di sette figli ha aggiunto: “Se i cattolici scomparissero in quel momento, la nostra testimonianza a favore della vita sarebbe incompleta”. Molti di questi esperti e leader hanno identificato il sostegno post-parto come una questione a favore della vita.

“È assolutamente indispensabile, e direi addirittura obbligatorio, che il corpo di Cristo sia presente per sostenere le madri e le famiglie nel periodo post-parto”, ha affermato Mary Haseltine, doula cattolica e madre di sette figli. 

Qualcosa di essenziale

Haseltine è anche la fondatrice di Made for This, che offre risorse sulla gravidanza, il parto e il periodo post-parto, e autrice di “Made for This: La guida al parto per la mamma cattolica". 

“Questo non fa solo parte del mandato generale del Vangelo di prendersi cura dei bisognosi”, ha affermato. “Se come Chiesa chiediamo alle famiglie di promettere di essere aperte alla vita, così come facciamo nei nostri voti matrimoniali, e pretendiamo di essere un popolo che valorizza la dignità e la bellezza di ogni vita e costruisce una cultura della vita, ciò è essenziale”.

Un impegno che cresce

Questi esperti hanno riconosciuto il ruolo della Chiesa nel sostegno post-parto, citando in particolare gli ospedali cattolici, i centri per la gravidanza e le doule. 

Hanno citato anche organizzazioni come l’Elizabeth Ministry International, un apostolato cattolico che sostiene le donne e le famiglie nelle gioie e nelle difficoltà della maternità, e Walking with Moms in Need, un’iniziativa parrocchiale promossa dai vescovi statunitensi a sostegno delle donne incinte e delle madri in situazione di vulnerabilità.

“Sebbene il programma ”Caminando con las Madres” sia rivolto principalmente alle donne a basso reddito, le risorse disponibili e il sostegno offerto dalla parrocchia potrebbero essere messi a disposizione di qualsiasi madre che si trovi in difficoltà», ha affermato Talalas, in rappresentanza dei vescovi statunitensi.

Nelle diocesi statunitensi, nelle parrocchie

Secondo Talalas, almeno un terzo delle diocesi statunitensi partecipa all’iniziativa “Walking with Moms in Need” e vi sono anche parrocchie che vi aderiscono, sebbene abbia aggiunto che probabilmente la cifra sia più alta.

Le parrocchie che dispongono di servizi di sostegno alle madri in difficoltà svolgono un ruolo attivo nell’accompagnamento delle madri nel periodo post-parto. Il servizio di la parrocchia di San Filippo e Santiago a Exton, in Pennsylvania, ha recentemente donato prodotti per la cura personale post-parto a La mamma del quarto trimestre, un’organizzazione senza scopo di lucro impegnata nella salute materna.

Preghiere, sostegno tra compagne, tutoraggio

Elizabeth Ministry International, Con sede nel Wisconsin, conta attualmente oltre 800 sedi registrate. I suoi membri offrono preghiere, sostegno reciproco, tutoraggio, materiale didattico, nutrimento spirituale e risorse fonte di ispirazione. 

Krys Crawley, direttrice esecutiva dell’Elizabeth Ministry Internazionale, ha affermato che la sua organizzazione spera di aprire sedi in tutte le parrocchie del mondo. 

“La nostra concezione cattolica della dignità umana ci insegna che sia la madre che il bambino hanno un valore infinito”, ha affermato Crawley, che è anche fondatrice e direttrice esecutiva di Life’s Connection, un centro comunitario dedicato alla salute e all'istruzione che offre sostegno durante la gravidanza e il periodo post-parto.

Assistenza al neonato e alla madre

Hartley ha affermato che Fiat e organizzazioni simili adottano un modello olistico in cui si prendono cura sia del bambino che della madre. Anche le doule cattoliche, come Haseltine e Kristensen, offrono sostegno alle donne prima, durante e dopo il parto. Entrambe mettono a disposizione risorse online gratuite per il periodo post-parto. 

Haseltine offre anche un programma di riposo post-parto basato sulla Bibbia e un elenco di professionisti cristiani specializzati nel parto, per mettere in contatto le donne con il sostegno necessario. Kristensen mette a disposizione un e-book per prepararsi a un periodo post-parto sereno ed elenca articoli utili per questa fase.

Una soluzione incentrata sulla parrocchia

Tuttavia, questi esperti hanno affermato che la Chiesa può fare di più. Molti hanno incoraggiato le parrocchie a partecipare attivamente. Hanno raccomandato alle parrocchie di avviare gruppi di sostegno per le madri in difficoltà e per il Ministero Elisabetta, oppure di ampliare quelli già esistenti. Altri hanno suggerito di creare spazi in cui le madri possano entrare in contatto, costruire una comunità e aiutarsi a vicenda.

Molti hanno consigliato di organizzare sistemi di distribuzione dei pasti e di offrire servizi di assistenza all’infanzia per le neomamme e le famiglie in crescita. Hanno suggerito di mantenere contatti regolari con le madri e di tenere un elenco delle risorse che potrebbero essere loro utili.

“Uno dei cambiamenti più importanti che la Chiesa possa apportare è quello di non considerare le difficoltà post-parto come un problema privato, ma di sostenere in modo proattivo le madri”, ha affermato Hartley. 

“Non stai venendo meno al dono che ti è stato concesso”

Questi esperti hanno anche condiviso alcuni consigli per le madri che si trovano in difficoltà. Hanno raccomandato alle madri di rivolgersi ai propri familiari, agli amici e alle parrocchie. Alcuni hanno consigliato la preghiera. Molti hanno incoraggiato le madri a non avere paura né vergogna di chiedere aiuto. Volevano far loro sapere che la Chiesa e i ministeri cattolici desiderano stare al loro fianco.

“Se sei una neomamma e stai attraversando un momento difficile, ascolta bene: non sei una cattiva madre e non stai venendo meno al dono che ti è stato fatto”, ha detto Hartley. 

“Amare il proprio bambino e provare confusione, paura, rabbia, vuoto o mancanza di legame possono coesistere”, ha aggiunto. “Questo non significa che tu sia ingrata. Significa che il tuo corpo e la tua mente hanno vissuto un’esperienza enorme e non si sono ancora ripresi”.

“Non avresti mai dovuto affrontare tutto questo da sola”.

Hartley e altri hanno esortato le donne a stanno attraversando un periodo difficile che lo raccontino ai loro mariti, amici, sacerdoti, ostetriche, consulenti e medici.

“Hai detto ”sì“ alla vita, e quel ”sì” include ancora te e i tuoi bisogni», disse. «Non avresti mai dovuto sopportare tutto questo da sola».

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– Katie Yoder è corrispondente di OSV News. Scrive dal Maryland.

– Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

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L'autoreOSV / Omnes

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Cultura

Scienziati cattolici: Carlos de Sigüenza y Góngora

Carlos de Sigüenza y Góngora è una delle figure più rappresentative del connubio tra fede cattolica e scienza moderna nel mondo ispanico.

Ignacio del Villar-14 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Carlos de Sigüenza y Góngora (Città del Messico, 1645 – 1700) è una delle figure più rappresentative del connubio tra fede cattolica e scienza moderna nel mondo ispanico.

Proveniente da una famiglia in cui suo padre era stato tutore della famiglia reale a Madrid, studiò presso i gesuiti a Tepotzotlán e a Puebla, anche se nel 1667 fu espulso per indisciplina. Tuttavia, non si allontanò mai dalla spiritualità ignaziana e dalla fede cattolica. Nel 1668 pubblicò la sua prima opera, Primavera indiana, dedicata alla Vergine di Guadalupe, e nel 1673 sarebbe stato ordinato sacerdote secolare.

Prima di essere ordinato sacerdote aveva già studiato presso la Reale e Pontificia Università del Messico, dove si distinse al punto da ottenere la cattedra di matematica e astrologia (1672), incarico che ricoprì per vent’anni.

Fu inoltre cappellano dell’Ospedale dell’Amor di Dio e cosmografo reale di Carlo II, per il quale elaborò la prima mappa generale di Città del Messico e diverse piantine e progetti idraulici relativi alla laguna e alla valle, destinati a prevenire le inondazioni. Partecipò inoltre a spedizioni scientifiche, come quella del 1693 nel Golfo del Messico e in Florida, dove redasse le carte nautiche di Pensacola e del Mississippi.

Sigüenza y Góngora si distinse anche per il suo impegno nel separare la superstizione dalla scienza. Di fronte alla comparsa di una grande cometa nel 1680, scrisse il suo Manifesto filosofico contro le comete (1681), opera in cui cercava di placare i timori della popolazione e di spiegarlo scientificamente. Successivamente scrisse la sua opera migliore: La Libra astronomica e filosofica (1690), che contribuì a distinguere l'astronomia dall'astrologia e a consolidare la scienza nel mondo ispanico.

Nel 1675 diresse inoltre i primi scavi documentati a Teotihuacán e fondò il primo giornale della Nuova Spagna, Mercurio Volante, e scrisse diversi testi letterari. Per di più, divenne un eroe durante la rivolta popolare di Città del Messico del 1692, quando rischiò la vita per salvare gli archivi del Cabildo da un incendio. Negli ultimi anni della sua vita raccolse materiale per una storia del Messico antico, nell’ottica di rivendicare il passato indigeno della regione, anche se la sua morte interruppe il progetto.

L'autoreIgnacio del Villar

Università pubblica di Navarra. SCS-Spagna.

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Vaticano

«Solo il perdono libera», afferma Leone XIV mentre prega per le vittime dell’11 settembre e per la pace

Il perdono è indispensabile: senza di esso non si può vivere in pace. Solo il perdono libera e restituisce la luce, ha affermato il Papa questa domenica. Dopo la recita dell’Angelus, Leone XIV ha rinnovato le sue preghiere per i defunti e i feriti negli attentati dell’11 settembre e ha chiesto il nostro impegno per la pace.

Francisco Otamendi-13 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo aver commentato un Vangelo che tratta di un valore fondamentale della vita cristiana: il perdono, il Santo Padre ha ricordato nel Angelus due giorni fa si è commemorato il 25° anniversario degli attentati terroristici dell'11 settembre negli Stati Uniti d'America.

“Rinnovo le mie preghiere per coloro che hanno perso la vita e per coloro che continuano a piangere le ferite di quel tragico giorno”, ha affermato il Pontefice. “In un momento in cui la violenza e i conflitti affliggono tanti fratelli e sorelle, invito tutti a pregare affinché il Signore porti la pace nel mondo intero”. 

“Il ricordo del tragico evento avvenuto 25 anni fa ci spinge a rinnovare il nostro impegno per la pace, che affidiamo all’intercessione della Vergine Maria”, ha affermato il Successore di Pietro.

Valore fondamentale della vita cristiana: il perdono

Dalla finestra del Palazzo Apostolico, in una giornata soleggiata a Roma, il Papa ha incentrato il suo commento, come di consueto, sulle letture di questa XXIV Domenica del Tempo Ordinario.

Gesù insegnò e testimoniò il perdono persino sulla croce, dove pregò il Padre per i suoi persecutori con le parole che tutti conosciamo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. È un valore fondamentale della vita cristiana.

È così che Papa Leone XIV ha esordito nella sua catechesi che ha preceduto l’Angelus di questa domenica.

Gesù a Pietro: perdonare “fino a settanta volte sette”

Nel brano del Vangelo di oggi, Pietro interroga il Maestro proprio su questo tema: “Signore — gli chiede —, quante volte dovrò perdonare a mio fratello le offese che mi farà? Fino a sette volte?” Le sue parole rivelano un cuore generoso: il numero sette, infatti, simboleggia nella Bibbia la pienezza, e “perdonare sette volte” significa perdonare con grande generosità, ha affermato il Papa.

La risposta di Gesù, tuttavia, va oltre: “Non ti dico fino a sette volte — afferma —, ma fino a settanta volte sette”, ovvero “oltre ogni limite, senza misura”

Il perdono è “indispensabile”

Il Papa ha poi sottolineato che “il perdono è indispensabile, senza di esso non si può vivere in pace”, ha aggiunto. “Prima o poi, nel cuore e tra le persone, sorgono conflitti, accuse, rancori e vendette che distruggono i rapporti, dividono le famiglie e scatenano guerre”. 

Solo il perdono libera e restituisce la luce, anche là dove la povertà materiale e morale dell’uomo, per un istante, ha oscurato l’orizzonte e reso incerto il cammino, ha affermato Leone XIV.

Come un vento favorevole 

Nella sua riflessione, il Papa ha paragonato il perdono a “un vento favorevole”, che “dissipa anche le nuvole più dense, fino a farci rivedere il sole‘. Lo stesso san Pietro ne ha fatto esperienza in diverse occasioni nel corso della sua vita; in particolare quando, dopo aver rinnegato e abbandonato Gesù durante la Passione, incontrando il Risorto sulle rive del lago, udì un’unica domanda: ’Simone […], mi ami?‘, accompagnata da un invito: ’Seguimi”. 

Esattamente come all’inizio, il giorno del loro primo incontro, come se nulla fosse accaduto. Questa carità, che perdona e guarisce, rappresenterà per il primo degli apostoli la conferma della sua missione, ha concluso il Santo Padre.

Pregare la Madre della Misericordia

“Chiediamo dunque alla Vergine Maria, Madre della Misericordia”, ha esortato il Papa ai romani e ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro, “che ci aiuti a «perdonare sempre, anche quando è difficile fare il primo passo, e a diffondere, con coraggio e costanza, la luce serena e risanatrice dell’amore che vince l’odio e disarma ogni rancore».

L'autoreFrancisco Otamendi

Libri

«Luce dalla Luce»: la fede di Nicea che continua a risuonare ancora oggi

Un volume curato da mons. Jesús Rico Pavés riunisce sei esperti per approfondire il Credo di Nicea e l’identità di Gesù Cristo come vero Dio e vero uomo.

José Carlos Martín de la Hoz-13 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Mons. Jesús Rico Pavés, vescovo di Jerez, è attualmente presidente della Commissione per l’evangelizzazione, la catechesi e il catecumenato della Conferenza Episcopale Spagnola e, al contempo, ha trovato il tempo per preparare e portare a termine questo lavoro di squadra che ora presentiamo e che sicuramente farà molto parlare di sé nei prossimi mesi, poiché affronta un tema così centrale nella Chiesa come l’indimenticabile figura di Gesù Cristo, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, e, inoltre, gli autori lo fanno in modo innovativo e accattivante.

Certamente, celebriamo sempre gli anniversari tondi — come i recenti del V centenario delle tesi di Lutero a Wittenberg, il V centenario della Scuola di Salamanca, il V centenario della nascita di Filippo II e così via — con grande entusiasmo, propaganda, richieste agli esperti, ecc.

Il problema è che i congressi che si tengono in occasione di questi centenari tondi – tavole rotonde di esperti, conferenze, ecc. – non vengono pubblicati o vengono raccolti nelle pagine di numeri monografici di riviste specializzate che raggiungono solo una ristretta cerchia di persone già molto esperte in materia.

Nicea, 1700 anni dopo

Il professor Rico Pavés ha raccolto in questo magnifico volume le opinioni di sei grandi esperti del panorama teologico spagnolo, nel trattato di Trinitate e cristologia che hanno redatto i propri capitoli in perfetta sintonia, tanto che ora disponiamo di un’opera di sintesi tra teologia storica e storia della teologia dal titolo ambizioso “Dalla Confessione di fede di Nicea alla Chiesa del XXI secolo”.

Certamente, quando furono indette le celebrazioni commemorative del 1700° anniversario del Concilio di Nicea del 325, tutti avevamo in mente gli immensi frutti ottenuti nel 1951, quando si tennero i congressi dedicati al grande Concilio di Calcedonia del 451. Tant’è che in questi ultimi 75 anni siamo riusciti a distinguere due grandi cristologie: quella precalcedoniana e quella calcedoniana. Una distinzione che ha aiutato enormemente i ricercatori in questo periodo.

Quando ho visto il titolo del libro che intende commemorare il Concilio di Nicea e, al tempo stesso, approfondire la dottrina del “Figlio di Dio”, dell’unità e della Santissima Trinità, sono rimasto commosso dal titolo scelto: “Luce dalla Luce”.

Certamente, per affrontare il Concilio di Nicea e studiarne la ricezione da parte dei teologi odierni, non esiste un’espressione più sintetica e azzeccata di quella utilizzata dallo stesso concilio e che è stata riportata nel Credo niceno-costantinopolitano, recitato ogni domenica durante le messe in tutto il mondo cattolico: “Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa natura del Padre, per mezzo del quale tutto è stato fatto”.

La professione di fede in Cristo

Nelle righe che seguono presenteremo questa opera coordinata da mons. Rico Pavés e invitiamo il lettore ad acquistare al più presto questo magnifico volume, a leggerlo e a trarne spunti per le proprie linee di ricerca e, soprattutto, materia di meditazione e riflessione sulla Seconda Persona della Santissima Trinità, sulla scia di sant’Atanasio, di sant’Alessandro di Alessandria e, soprattutto, di sant’Ilario di Poitiers, poiché al Concilio di Nicea intervenne certamente lo Spirito Santo e, inoltre, vi partecipò la più ampia rappresentanza di vescovi nell’aula conciliare di tutta la storia della Chiesa. Sembrava quasi che la “comunione dei santi” avesse voluto chiudere definitivamente la questione: né monofisiti, né doceti, né nestoriani, né subordinazionisti: “Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato”.  

Come affermava san Paolo in una delle sue lettere alla Chiesa primitiva: “La parola di Dio non è incatenata” (2 Tim 2, 9) e, al tempo stesso, occorreva rispettare l’armonia tra fede e ragione, nonché l’unità della Chiesa sotto un unico Pastore, in un unico credo.

La controversia di Arrio

Certamente, questa discussione teologica sulla combinazione tra l’unità della Santissima Trinità e la diversità delle tre persone divine avrebbe dovuto essere lasciata agli specialisti, mentre il popolo cristiano continuava a credere e ad affermare nel “Simbolo degli Apostoli” l’unità di natura e le tre persone (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 185).

Come ricordiamo, la figura del sacerdote alessandrino Arrio riuscì a ottenere ciò che quattro secoli di terribili persecuzioni non erano riusciti a fare: la rottura dell’unità della Chiesa. Arrio, con i suoi insegnamenti e i suoi canti orecchiabili, portò la discussione in strada, al mercato, per diffondere un insegnamento ingannevole, ma “razionalista”, ovvero secondo cui: “Gesù sarebbe il più perfetto, meraviglioso, pieno di tutte le immense qualità e virtù e, per i meriti della Passione e della morte, meriterebbe di essere chiamato Dio, ma in realtà non era Dio poiché era ontologicamente inferiore al Padre”.

Purtroppo, gli ariani non accettavano né la redenzione operata da Cristo, né il valore sacrificale della messa, né la forza soprannaturale della grazia che sarebbe giunta ai cristiani. Inoltre, affermando che Gesù fosse un grande profeta, ma non Dio, essi entravano in connivenza con l’Islam, che finì per assimilare al proprio interno gli ariani rimasti nel VIII secolo, quando i musulmani invasero la Spagna ponendo fine al regno visigoto.

Il Concilio di Nicea servì a trovare un termine con cui esprimere che Gesù Cristo era della stessa natura del Padre. Il termine “homoousios” era adeguato (258) e l’accordo fu unanime. Nel Concilio fu oggetto di discussione e di ponderazione sia prima che dopo il Concilio stesso. Rimaneva ancora da dimostrare, nella pratica, che un termine non presente nella Sacra Scrittura potesse funzionare. Certamente, ha funzionato fino ai giorni nostri e, inoltre, si è dimostrato che altri termini possono sostituire quelli di cui disponiamo ora, poiché la “Parola di Dio non è incatenata”, ma era necessario verificarlo. Ad esempio, l’espressione “Chiesa di comunione” ha potuto coesistere con il termine “Chiesa, popolo di Dio in cammino”, e persino superarlo. Infine, il concetto di uomo “come relazione” si è praticamente affermato nell’antropologia teologica.

Jesús Rico Pavés (a cura di), Luz de Luz. Dal Credo di Nicea alla Chiesa del XXI secolo, PPC, Madrid 2026, 690 pp.

Luce dalla Luce. Dal Credo di Nicea alla Chiesa del XXI secolo

Autore: Jesús Rico Pavés (Coord.)
Editoriale: PPC
Anno di pubblicazione: 2026
Pagine: 690
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Evangelizzazione

Le 5 virtù che hanno fatto di Fulton Sheen un maestro di santità

L’imminente beatificazione di Fulton Sheen rappresenta un ulteriore passo avanti nel riconoscimento di una vita dedicata a Cristo e al servizio della Chiesa.

OSV / Omnes-13 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

- Jude Andrew Link, responsabile della programmazione per la beatificazione di Fulton Sheen a San Luis.

«Quali virtù pensi che Sheen incarni?» Questa domanda me l’ha posta una mia consorella che stava preparando la sua aula per l’inizio dell’anno scolastico. Qui a Peoria, nell’Illinois, le lezioni sono già iniziate da diverse settimane. Ma in altre parti del Paese, studenti e insegnanti hanno appena trascorso i loro primi giorni di scuola questa settimana. Questa suora stava preparando un murale sui santi e sulle virtù.

Non ho smesso di pensare a quella domanda. La sua beatificazione ci indica che la Chiesa considera Sheen un uomo di virtù eroica. Fulton Sheen, che presto sarebbe stato beatificato, era senza dubbio un uomo di fede. La sua profonda e personale devozione a Gesù Cristo si manifestava nella sua famosa dedizione all’Ora Santa quotidiana.

«Se vuoi conoscere Dio», disse, «inginocchiati». Il giorno della sua ordinazione, Sheen promise di dedicare ogni giorno un’ora santa, e la sua fedeltà a quella promessa lo preparò a cogliere i frutti della fede teologica.

La luce della fede illuminò la sua mente e gli donò una profonda comprensione dei misteri di Cristo, che in seguito influenzò il suo insegnamento, la sua predicazione e i suoi scritti, conferendo loro una forza che scaturiva dallo Spirito.

Il suo punto di forza: la preghiera

Conosceva Cristo grazie ai suoi studi, ma lo ha conosciuto attraverso la preghiera.

Quella fedeltà a volte comportava un prezzo elevato. In «Tesoro in argilla» racconta delle estreme misure a cui ricorreva per rispettare il suo appuntamento quotidiano con Nostro Signore, anche durante i periodi di aridità spirituale e distrazione, o di quella volta in cui, per caso, rimase chiuso in una chiesa di Chicago, uscì da una finestra e cadde nel deposito del carbone.

Il Signore Benedetto ricompensò la sua fedeltà nel modo più commovente, venendo a incontrare Sheen per l’ultima volta durante la sua Ora Santa del 9 dicembre 1979 per condurre il suo fedele discepolo alla casa del Padre.

L’Ora Santa era il pilastro della vita di Fulton Sheen, il luogo in cui trovava la propria identità, traeva ispirazione per il suo insegnamento e raccoglieva le forze per il compito che lo attendeva. Era la fonte della sua ammirevole integrità. Era sempre la stessa persona, indipendentemente dalla situazione o dal pubblico; si sentiva a proprio agio tanto tra i ricchi e famosi quanto tra la donna delle pulizie e lo spazzino.

L'amore per il prossimo

Tuttavia, i suoi racconti rivelano che si sentiva più a suo agio tra i poveri e la gente semplice. Raccontò la storia dello spazzino di Roma, che non si lasciò impressionare dai cardinali e dai vescovi riuniti per il Concilio Vaticano II, e che gli ricordò che l’uomo semplice che svolgeva il proprio lavoro per amore di Dio faceva qualcosa di più utile di qualsiasi compito «importante» svolto per altri motivi.

Questa visione spirituale ha alimentato un profondo rispetto per ogni individuo e per la saggezza e l’onestà dell’uomo comune. Questo rispetto nasceva dal suo amore per Dio, che gli permetteva di vedere ogni persona come un fratello o una sorella, con un amore profondo e concreto per il prossimo, un amore che animava il suo zelo per le anime e sosteneva la sua predicazione e la sua attività missionaria.

Sheen, un gran lavoratore

Fulton Sheen era noto per la sua grande dedizione al lavoro. Come docente universitario, alla fine di ogni trimestre strappava gli appunti delle lezioni e li riscriveva ogni semestre per poter affrontare il programma con la mente libera da preconcetti.

Dedicava più di 30 ore alla preparazione di ogni episodio televisivo, esercitandosi nella recitazione in diverse lingue. Sarebbe facile etichettare Sheen come un maniaco del lavoro, ma forse si trattava di una forma di ascetismo, una sorta di disciplina spirituale e di dedizione al dovere, rifiutandosi di cadere nell’autocompiacimento che può accompagnare il successo e nella presunzione che giustifica la negligenza sul lavoro con l’argomentazione che «so già come farlo».

Obbedienza

Tutte le sue attività — la predicazione, l’insegnamento, la scrittura, le apparizioni alla radio e in televisione, l’opera missionaria — erano al servizio della Chiesa, espressione della sua incrollabile obbedienza a Cristo e alla Chiesa, come testimoniavano i suoi superiori gerarchici.

In questa obbedienza, la sua visione era chiara, e si oppose da pari a pari al cardinale Francis Spellman quando ritenne che fosse la cosa giusta da fare. Questa obbedienza fu, come ogni obbedienza lo è prima o poi, una prova del fuoco nei suoi ultimi anni, una prova che egli accettò e abbracciò per amore di Cristo e del suo corpo, la Chiesa.

Negli anni '60 e '70, un periodo turbolento e confuso, Sheen, pur avendo a disposizione una tribuna e un pubblico, scelse la discrezione, evitando intenzionalmente di rendere pubbliche le sue divergenze con la Chiesa. Nella sua autobiografia, se ne accenna solo vagamente.

Pazienza

La sua fede in Cristo, presente nella sua Chiesa, e la sua obbedienza anche di fronte alla caduta dei suoi membri e dei suoi leader, hanno conferito al suo amore quel carattere di perseveranza e sacrificio che contraddistingue la virtù, a volte considerata antiquata, della pazienza. Le prove e le sofferenze fisiche subite nell’ultimo decennio della sua vita lo hanno trasformato in Cristo vittima, rendendolo testimone della realtà duratura della speranza cristiana.

Non c’è da stupirsi, quindi, che San Giovanni Paolo II abbia detto a Sheen, appena due mesi prima della sua morte nel 1979: «Sei un figlio fedele della Chiesa». Il pontefice polacco vide in quel fragile vescovo un uomo la cui vita e identità erano state interamente consacrate a Cristo e messe al servizio della Chiesa.

Il 24 settembre, il successore di San Giovanni Paolo II, tramite il suo rappresentante, il cardinale Luis Antonio Tagle, proclamerà beato Fulton Sheen. Con questo atto, la Chiesa, nostra Madre, ci offre il dono di un maestro e di una guida, indicandoci che gli insegnamenti e gli scritti di Sheen possono formarci nella fede e che la sua vita è un modello di santità attraverso l’imitazione della sua pratica della virtù eroica. Mentre questo settembre gli studenti riempiono le aule di tutti gli Stati Uniti, i cattolici sono invitati a conoscere un nuovo maestro nella scuola della santità: l’arcivescovo Fulton Sheen.

Suor Jude Andrew Link, dell’ordine delle Suore Domenicane di Maria, Madre dell’Eucaristia, insegna teologia alla scuola secondaria Peoria Notre Dame ed è responsabile dell’organizzazione della beatificazione di Fulton Sheen a St. Louis.

L'autoreOSV / Omnes

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FirmeEloy Asenjo Carpintero

Il coraggio di discernere

Leone XIV esorta i giovani a non avere paura della vocazione e a cercare nel silenzio la voce di Dio, in contrasto con il frastuono del mondo.

13 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Richiamando lo storico e intramontabile «Non abbiate paura!» con cui San Giovanni Paolo II inaugurò il suo pontificato, Papa Leone XIV ha lasciato un segno profondo durante la sua recente visita a Madrid. Quelle parole, che invitavano ad aprire spalancate le porte a Cristo, sembravano aver acquisito una nuova e vibrante vita in Plaza de Lima, sintetizzando alla perfezione lo spirito di una Veglia di preghiera che ha sfidato le tendenze della società odierna.

Fin dal primo istante, il messaggio del Pontefice è stato diretto, privo di esitazioni o mezze misure. Rivolgendosi all’impressionante folla di oltre 500.000 giovani che inondava la Castellana, Leone XIV ha posto l’accento sull’urgenza dell’impegno personale. «Non abbiate mai paura di pensare a una vocazione», ha affermato con fermezza rispondendo alla domanda della giovane Marina. Un appello al coraggio che ha immediatamente integrato la risposta data a Fernando, ricordando a tutto il pubblico che il matrimonio e la costruzione di una famiglia costituiscono, di per sé, una vocazione di cui non bisogna aver paura.

Per guidare questo impegnativo processo di discernimento, il Papa ha condiviso i propri punti di riferimento, gettando un ponte tra la modernità e la Tradizione viva della Chiesa attraverso i santi che, nonostante il passare dei secoli, continuano a interpellare l’uomo di oggi. Ha così ricordato come la figura di sant’Agostino, nel V secolo, e la sua onestà esistenziale lo abbiano portato in gioventù a chiedersi: «Se loro ne sono stati capaci, perché io no?». Accanto al santo di Ippona, ha esaltato l’audacia di San Giovanni Crisostomo, gigante del IV secolo la cui eloquenza scaturiva dalla coerenza assoluta tra ciò che predicava e ciò che viveva; un pastore che non temette di alzare la voce davanti allo stesso Imperatore in difesa della giustizia.

Lo sguardo del Pontefice si è soffermato anche sulle radici ispaniche, caratterizzate da una carità e da un impegno sociale straordinari. Ha menzionato San Tommaso da Villanueva, l’agostiniano riformatore del XVI secolo noto come «il Vescovo dei poveri», che esortava con forza i suoi confratelli nel clero «alla perseveranza nella preghiera, nella vita di castità e nell’obbedienza». Sulla stessa linea ha collocato San Toribio de Mogrovejo, il missionario che, sempre nel XVI secolo, combatté con zelo gli abusi e la corruzione del suo tempo in terra peruviana. Figure, tutte quante, che dimostrano che la santità non è un concetto astratto da vetrina, ma un modello attraente e controcorrente. Sono esempi, come quelli di tante persone buone che vivono oggi, che ci invitano a guardare oltre le prime pagine dei giornali e a scoprire ciò che Papa Francesco chiama «i santi della porta accanto».

Tuttavia, la grande domanda che aleggiava sulla Castellana era: come sintonizzarsi sulla frequenza di Dio in un mondo saturo di stimoli e iperconnesso? La risposta di Leone XIV alla profonda inquietudine sollevata dal giovane Manu è stata chiara: il silenzio interiore. Il Santo Padre ha messo in guardia dal «frastuono di mille voci» e dagli inganni dei social network che trafficano in menzogne e ideologie effimere, contrapponendoli a una sincera ricerca della verità. Nelle sue stesse parole, è nell’esperienza del silenzio che decidiamo quali rumori ignorare e dove la verità rimane immutabile.

Quel silenzio teorico è diventato sorprendentemente tangibile e concreto quando l’immensa folla, nella sua stragrande maggioranza, si è inginocchiata per adorare Gesù nella Custodia. In una scena quasi impensabile per il ritmo abituale di una grande capitale, la Piazza di Lima si è trasformata in una nuova Betania. In mezzo alla folla si è creato uno spazio di assoluta intimità — come quello che Marta, Maria e Lazzaro condividevano con il Maestro — ideale per confidare preoccupazioni, sofferenze e progetti. Un’esperienza intima e profonda che, lungi dall’essere un’oasi isolata, si ripete mille volte in tantissime parrocchie in cui l’Adorazione Eucaristica costituisce una parte essenziale della loro pastorale.

È proprio in quell’oasi di pace che acquista senso la domanda più seria e coraggiosa che un giovane possa porre: «Signore, cosa vuoi da me?». Dio, proprio come le madri e i padri con i propri figli, ha in serbo una storia meravigliosa per ciascuno di noi. In definitiva, l’appello del Papa è un invito al coraggio esistenziale, lo stesso che un sacerdote ricordava mentre spiegava la cappella del Santissimo e il Cristo che ne costituisce la pala d’altare ad alcuni giovani incerti. Una lezione che, a mio avviso, è di grande importanza sia per tutti coloro che erano presenti sulla Castellana sia per chi l’ha seguita attraverso i mezzi di comunicazione, e la cui raccomandazione finale continua a risuonare con forza nella mia memoria:

«Fatti coraggio! Entra lì dentro, guardalo e digli che non lo ami».

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

Attualità

Mons. Arellano: “Nel cuore della Chiesa di Barbastro-Monzón, Torreciudad si erge come un vero faro di speranza”

La spianata di Torreciudad si è riempita di famiglie, bambini e volontari giunti da tutta la Spagna per celebrare la 34ª Giornata Mariana della Famiglia all’insegna del motto “Incontro delle famiglie attorno alla Madre”.

Maria José Atienza-12 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Il decano del Tribunale della Rota Romana e commissario plenipotenziario per Torreciudad, mons. Alejandro Arellano Cedillo, ha presieduto la Giornata mariana delle famiglie a Torreciudad, la 34ª edizione, alla quale hanno partecipato circa 7.000 persone. 

L’evento si inserisce, inoltre, nel complicato processo che, dal 2023, vede coinvolto questo complesso mariano con la diocesi di Barbastro-Monzón e che ha dato luogo a diversi disaccordi nel corso di questo periodo. L’ultimo di questi, appena 24 ore prima dello svolgimento di questa giornata. Tuttavia, la tensione che traspariva dall’ultimo comunicato della diocesi di Barbastro non si è manifestata nel corso di una giornata in cui i presenti hanno persino applaudito quando Mons. Arellano Cedillo ha nominato Monzón vescovo di Barbastro. 

Una giornata simile alle precedenti 

La giornata è iniziata a mezzogiorno con la preghiera e le tradizionali offerte delle famiglie e di varie realtà locali. Nella sua omelia, mons. Arellano ha menzionato la presenza del Vicario regionale della Prelatura in Spagna, Ignacio Barrera, “la cui presenza ci onora e rafforza i legami della nostra comunione ecclesiale” e ha salutato “i Rettori di questo Tempio, don Ángel Lasheras e don José Mairal”, compiendo un gesto di unione tra coloro che sono stati nominati dalla Prelatura e dal Vescovo, origine della situazione attuale a Torreciudad.

“La fede non è un’esperienza isolata”

Arellano ha pronunciato un’omelia “ponte”, in cui ha inserito l’opera e lo spirito di Torreciudad nell’ambito dell’opera della Chiesa universale e locale. In questo senso, ha ricordato “i pastori che hanno guidato la diocesi di Barbastro-Monzón” e ha espresso gratitudine per l’esempio di “san Josemaría Escrivá, figlio di questa terra, che ha saputo scoprire nella vita quotidiana il luogo in cui Dio viene incontro a noi e trasforma, con la sua grazia, l’esistenza di ogni giorno”.

La famiglia e il suo ruolo nella vita della Chiesa sono stati al centro dell’omelia del Decano del Tribunale della Rota, il quale ha ricordato che “la fede non è mai un’esperienza isolata né un’avventura che intraprendiamo da soli: ognuno riceve una storia, dei legami, una famiglia e una chiamata che fanno parte di una Storia più grande, quella che Dio guida con infinita saggezza e misericordia”. 

Così, ha sottolineato, “le famiglie cristiane fanno parte di una catena viva di fede e di grazia, in cui ciò che si riceve diventa dono per chi viene dopo: genitori che insegnano ai propri figli a pregare; coniugi che coltivano, con pazienza, l’arte di perdonare e ricominciare; nonni che sostengono con la loro preghiera la vita della famiglia; giovani che cercano con sincerità la volontà di Dio. Tutti voi state edificando la Chiesa”. 

Mons. Arellano ha inoltre sottolineato che “a Nazareth, l’amore divino ha assunto le sembianze di una casa. Ma Nazareth è stata anche la casa in cui l’amore ha imparato il linguaggio di una fede messa alla prova. È proprio nella prova che si rivela la verità di quell’amore che rimane”. 

In questo senso, ha proseguito, “la famiglia sta attraversando un vero e proprio cambiamento epocale” e ha fatto riferimento ai problemi più comuni delle famiglie odierne: “la solitudine che si insinua in tanti cuori, la difficoltà a costruire un amore indissolubile, le ferite che tante volte si subiscono in silenzio e la tentazione di vivere come se Dio non fosse necessario”. “In questo contesto”, ha sottolineato, “risuona con particolare forza l’invito di Papa Leone XIV a dedicare una speciale attenzione pastorale alle famiglie, accompagnandole nelle loro gioie e nelle loro difficoltà”. 

Un punto di riferimento per le famiglie 

Mons. Arellano ha messo in risalto l’operato di Torreciudad, sottolineando che “nel cuore di questa Chiesa di Barbastro-Monzón, Torreciudad si erge come un vero e proprio faro di speranza per le famiglie”. 

Ha inoltre fatto riferimento alle migliaia di persone che, ogni anno, vanno in pellegrinaggio alla Vergine nel nuovo santuario di Torreciudad: “In questo santuario, Maria accoglie i suoi figli con la tenerezza di una Madre che comprende, consola e rimane vicina. Qui ogni famiglia può imparare da Lei a custodire la fede nelle difficoltà, ad avere fiducia quando il cammino si fa arduo e a rimanere sotto lo sguardo misericordioso di Cristo”. 

Infine, il commissario plenipotenziario per Torreciudad ha chiesto “a Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad di concederci la grazia di comprendere che la santità non è un’eredità riservata al passato, ma una chiamata viva che Dio rivolge oggi a ciascuno di noi, qui e ora”.

«Aspettiamo il Papa a Torreciudad»

Al termine della messa, il rettore Ángel Lasheras ha ringraziato espressamente mons. Arellano per la sua presenza in questa giornata e gli ha affidato un messaggio per il Papa Leone XIV: «Gli vogliamo molto bene e lo aspettiamo al Santuario affinché possa conoscerlo».

Da parte sua, Papa Leone XIV ha inviato la sua benedizione apostolica ai partecipanti a questa giornata.

I 50 anni di Torreciudad, così come vengono intesi oggi

Con questa giornata, il complesso mariano celebra il mezzo secolo di vita del nuovo santuario, promosso da san Josemaría Escrivá e inaugurato il 7 luglio 1975 con una messa in suffragio per l’anima del fondatore dell’Opus Dei, scomparso pochi giorni prima a Roma. 

Quest'anno, in qualità di relatori del convegno, la coppia di influencer Quique Mira e María Lorenzo, fondatori di Aute e Proyecto Caná, dialogheranno con i presenti su tematiche quali la famiglia, i giovani, l'amore e il matrimonio al giorno d'oggi. 

Nel corso della giornata sono stati inoltre raccolti prodotti per l’igiene di base, destinati alle famiglie in difficoltà, che saranno distribuiti in collaborazione con la Caritas diocesana di Barbastro-Monzón. 

Testimonianze di fede: Quique Mira e María Lorenzo

Dopo la Messa, le famiglie si sono distribuite sul prato antistante il Santuario per pranzare. Successivamente, proprio lì, Quique Mira e María Lorenzo, creatori di contenuti per la famiglia e fondatori di Aute e del Proyecto Caná, un’iniziativa di evangelizzazione digitale, hanno offerto la loro testimonianza di fede in una conversazione sul fidanzamento, il matrimonio e la famiglia. La giovane coppia ha parlato davanti ai circa settemila partecipanti alla Giornata Mariana della Famiglia, presso il Santuario di Torreciudad, dove ha esposto la propria esperienza di fede e ha raccontato il proprio percorso di conversione. 

“Ero delusa da me stessa perché mi ero allontanata così tanto da non essere più la María di un tempo. Guardando il film di Il Passione di Cristo, e grazie al Suo sacrificio, il mio cuore si è risvegliato e ho compreso l’Amore di Dio”, ha affermato María Lorenzo, sottolineando che “vivere la fede significa instaurare un rapporto concreto con una persona concreta, che è Gesù Cristo”. 

Quique, dal canto suo, ha confessato: “Nel momento in cui ho iniziato a fare silenzio nella mia vita e ho lasciato che il Signore vi entrasse, è allora che ha trovato spazio la nuova definizione di Amore”. 

Sia per lui che per María, la chiave del successo nel matrimonio risiede in un “rapporto di coppia a tre”. Quique lo ha spiegato con una frase che gli ha detto il suo direttore spirituale: “Mery può essere la donna della tua vita, ma Dio è l’Amore della tua vita”. Il giovane catalano ha affermato che la sua missione è quella di condurre sua moglie in Paradiso e che “solo accogliendo il Signore nella nostra vita possiamo vivere un matrimonio a tre, con Dio, perché è Lui che ci rende capaci di amare”.

Con la loro testimonianza, Quique e María intendono rivolgersi soprattutto alle generazioni più giovani, un obiettivo che si persegue ormai da due anni nell’ambito di questa Giornata, come ha sottolineato il direttore della Comunicazione di Torreciudad, José Alfonso Arregui: “Cerchiamo di dare un tocco più fresco alla Giornata, poiché questa è la linea che vogliamo seguire, quella della famiglia”.

Una grande famiglia

Arregui ha precisato che il numero di visitatori del Santuario, in questo periodo, oscilla solitamente tra i seimila e gli ottomila, e che quest’anno si contano circa settemila persone. Alcuni di loro si recano a Torreciudad per la prima volta, ma ci sono famiglie per le quali riservare un fine settimana di settembre a questo scopo è ormai una tradizione. Quella di Mercedes Valdecantos, proveniente da Madrid, è una di queste: “Sono venuta a tutte le 34 Giornate, non ne ho saltata nemmeno una”, ha assicurato. La principale differenza che ha notato quest’anno, rispetto agli anni precedenti, è che l’atmosfera è “più tranquilla, più serena, piena di devozione”. Ha aggiunto: «Mi sento a casa”.

Come la famiglia di Mercedes, anche quella di Pablo Fraile partecipa alla Giornata da diversi anni consecutivi. “Come sempre, adoro l’atmosfera così familiare che si respira qui e la devozione verso la Vergine”, ha commentato. Sebbene sia venuto con sua moglie e i suoi cinque figli, di solito si riuniscono con le altre famiglie delle scuole Montealto ed El Prado di Madrid.

Il lavoro dei volontari

Fraile ha sottolineato, inoltre, l’attento lavoro degli oltre duecento volontari che si impegnano affinché tutto fili liscio. Oriol Saló, studente universitario catalano e volontario, ha notato in particolare un dettaglio: “La gente è molto allegra, cerca di creare una bella atmosfera e di mostrare la propria gratitudine”. Ha spiegato: “Siamo il braccio operativo di chi ha dedicato un intero anno alla preparazione di questo evento”. Sia lui che i suoi compagni si sono dedicati a sorvegliare gli accessi al Santuario, a organizzare le offerte portate dai fedeli e a svolgere compiti pratici. 

Ci sono anche molti volontari e volontarie di lunga data. È il caso di Marcela Ruiz, una venezuelana venuta appositamente da Barcellona, convinta che sia sempre una buona scelta: “Fare volontariato è fantastico, è bellissimo vedere sia tutto ciò che c’è dietro l’evento sia le famiglie che se lo godono. Si percepisce che siamo vicini alla Madonna. Sei qui a lavorare, ma ricevi tantissimo dalle persone”. 

Cristina Gracia, anch’essa volontaria, ha sottolineato il carattere più apostolico della Giornata: “È un’occasione per trasmettere il carisma dell’Opera vivendo il nostro lavoro con la massima gioia possibile, cercando di guadagnarci il Paradiso”.

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Vaticano

I nuovi martiri del XXI secolo sono più di 1.700, rivela il Vaticano

La Commissione vaticana per i Nuovi Martiri - Testimoni della Fede conta ormai più di 1.700 martiri del XXI secolo. Per quanto riguarda l’eventuale avvio dei processi di beatificazione, il cardinale Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, ha dichiarato che “La santità non è solo quella ufficialmente canonizzata”.

Francisco Otamendi-12 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La Commissione per i Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, istituita presso il Dicastero per le Cause dei Santi, continua a raccogliere informazioni sui cristiani che hanno dato la vita per il Vangelo in tutto il mondo in questo XXI secolo. 

Se il 14 settembre (data di compleanno di Papa Leone XIV: quest’anno ne compie 71) del 2025, la Commissione vaticana ha parlato di quasi 1.700 “nuovi martiri e testimoni della fede”, la stessa Commissione stima che nel 2026 il numero di testimonianze documentate superi i 1.700.

La Commissione è presieduta dall’arcivescovo Fabio Fabene, segretario del Dicastero per le Cause dei Santi, e dal professor Andrea Riccardi, vicepresidente, che questa settimana, insieme al cardinale Semeraro, prefetto del Dicastero, hanno presentato un incontro speciale in programma martedì prossimo, 15 settembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma, sul tema “Il XXI secolo: una nuova era di martiri?”.

L’arcivescovo Fabio Fabene, segretario del Dicastero per le Cause dei Santi e presidente della Commissione sui “Nuovi Martiri”, e lo storico Andrea Riccardi, vicepresidente della Commissione, in Vaticano l’8 settembre 2025 (Foto CNS/Pablo Esparza).

Cardinale Semeraro: “Non tutti i santi vengono canonizzati”

Una domanda che spesso sorge a questo proposito è se tutti i nuovi martiri che figurano nel Catalogo, attualmente in fase di elaborazione e documentazione presso la Commissione, saranno canonizzati.

“La grazia della santità nella Chiesa si manifesta, pur senza esaurirsi, nelle canonizzazioni”, ha affermato il cardinale Marcelo Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, nel suo Discorso.

Mettere in risalto la ‘misura elevata della vita cristiana quotidiana’

“Ovviamente, non è da escludere”, ha aggiunto il cardinale, “che per alcuni di coloro che figurano nel Catalogo vengano avviati i procedimenti di beatificazione e canonizzazione, purché sussistano i requisiti necessari. Tuttavia, ciò che si intende sottolineare è l‘’alto livello della vita cristiana ordinaria», come sottolinea san Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte», n. 30, e la santità ‘a portata di mano’ ricordata da Papa Francesco in *Gaudete et Exsultate*, n. 6-8”.

“Il valore antropologico della santità cristiana”: la capacità di soffrire per la verità

Il cardinale prefetto Marcello Semeraro ha fatto riferimento anche al “valore antropologico della santità cristiana”, sintetizzato nella “capacità di soffrire per la verità”.

Lo ha fatto citando ampiamente Benedetto XVI: “Soffrire con gli altri, per gli altri; soffrire per la verità e la giustizia; soffrire per amore e per diventare una persona che ama veramente: questi sono elementi fondamentali dell’umanità, il cui abbandono distruggerebbe l’uomo stesso. Ma sorge nuovamente la domanda: ne siamo capaci?…”

“Per questo abbiamo bisogno anche di testimoni, di martiri, che si siano donati totalmente, affinché ce lo dimostrino giorno dopo giorno” (prosegue la citazione di Benedetto XVI). “Abbiamo bisogno di loro affinché, anche nelle piccole scelte della vita quotidiana, preferiscano il bene alla comodità, sapendo che è proprio così che si vive veramente la vita. Ripetiamolo: la capacità di soffrire per la verità è la misura dell’umanità» (Spe Salvi, n. 39)”.

Valore ecumenico 

Infine, il cardinale ha concluso sottolineando il valore ecumenico dell’iniziativa, auspicata fin dall’inizio da san Giovanni Paolo II per la Commissione. Già nella sua enciclica Ut unum sint (1995), egli scriveva: ‘In una visione teocentrica, noi cristiani abbiamo già un martirologio comune. Questo mostra come, a un livello profondo, Dio mantenga la comunione tra i battezzati nell’esigenza suprema della fede, manifestata dal sacrificio della vita’ (n. 84)”.

Il cardinale prefetto ha citato nuovamente, a questo proposito, Papa Francesco, il quale, nell’istituire la Commissione all’interno del Dicastero per le Cause dei Santi, ha sottolineato che il suo operato “permetterà ai martiri, riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, si affianchino alle testimonianze documentate — e sono molte — di questi nostri fratelli e sorelle, all’interno di un vasto panorama in cui risuona l’unica voce del martirio cristiano”.

Conferenza la prossima settimana

La conferenza citata all’inizio si terrà presso il Pontificio Ateneo Augustinianum il 15 settembre 2026, in due sessioni; il programma è consultabile all’indirizzo qui.

Il giorno 16, i relatori e i partecipanti saranno ricevuti in udienza speciale da Papa Leone XIV, il quale ha affermato: “[…] non possiamo, non vogliamo dimenticare. Vogliamo ricordare. Lo facciamo con la certezza che, come nei primi secoli, anche nel terzo millennio, “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” (Tertulliano)”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Sicurezza digitale degli adolescenti. Basta togliere loro il cellulare?

Il benessere digitale dei minori non è più considerato solo una questione di responsabilità individuale, ma inizia ad essere visto come una responsabilità sociale.

12 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Qualche mese fa, un adolescente ha iniziato ad avere attacchi di panico. Non riusciva più a dormire bene, era irritabile e trovava sempre più motivi per non andare a scuola. I suoi genitori pensavano che si trattasse di una fase difficile, finché non hanno scoperto cosa stava succedendo.

In un gruppo online di compagni di scuola avevano iniziato a prenderlo in giro. Poi sono arrivati i meme, i commenti offensivi, le foto ritoccate e i messaggi privati. Quello che prima finiva all’uscita da scuola, ora continuava nella sua stanza, sul cellulare, durante la notte. Non c’era un posto in cui potesse sentirsi completamente al sicuro.

Il bullismo era entrato in casa sua.

Questo caso, sebbene qui presentato in forma sintetica, riflette una realtà con cui molte famiglie si trovano a confrontarsi. I social media possono essere spazi di comunicazione, creatività e incontro, ma possono anche amplificare il senso di confronto, l’umiliazione, la pressione sociale e l’isolamento.

La scienza ci invita a prestare attenzione. L'Associazione Americana di Psicologia avverte che determinate esperienze negative sui social network — come la discriminazione, l'odio e il cyberbullismo — possono essere correlate a un aumento dei sintomi di ansia e depressione negli adolescenti. 

Per questo motivo risulta particolarmente significativa una recente notizia proveniente dagli Stati Uniti: Meta ha raggiunto un accordo giudiziario con le autorità di numerosi Stati per introdurre nuove misure di protezione dei minori su Facebook e Instagram. Tra queste figurano un limite predefinito di due ore al giorno, restrizioni notturne tra mezzanotte e le sei del mattino, la disattivazione delle notifiche durante l’orario scolastico, l’occultamento dei “Mi piace”, una maggiore verifica dell’età e controlli parentali più estesi. 

Al di là dei dettagli giuridici, c’è un messaggio che non dovremmo ignorare: il benessere digitale dei minori non è più considerato solo una questione di responsabilità individuale, ma comincia ad essere visto come una responsabilità sociale.

Ma qui sorge una domanda scomoda: è sufficiente che le piattaforme stabiliscano dei limiti?

No.

Dobbiamo anche recuperare qualcosa di molto più antico di qualsiasi social network: la vita familiare.

Il cellulare non deve diventare il membro più presente della nostra famiglia.

La casa deve tornare ad essere quel luogo dove possiamo parlare con calma, guardarci negli occhi, confidarci le nostre preoccupazioni, ridere insieme, discutere e riconciliarci. Abbiamo bisogno di tornare a chiacchierare.

Perché un adolescente che sa di potersi rivolgere ai propri genitori quando qualcosa lo turba dispone di una risorsa protettiva di straordinario valore: il rapporto con loro.

La soluzione non consiste semplicemente nel togliere loro il telefono. Si tratta di insegnare loro a vivere in libertà e con responsabilità in un mondo digitale. E questo richiede la presenza di un adulto.

Possiamo stabilire degli orari senza schermi, soprattutto durante i pasti e prima di andare a dormire. Possiamo evitare che il telefono rimanga in camera durante la notte. Possiamo informarci sulle app che utilizzano i nostri figli, accompagnarli nelle loro prime esperienze digitali e parlare apertamente di cyberbullismo, pornografia, confronto sociale, privacy e pressione del gruppo.

Ma, soprattutto, possiamo chiedere loro:

“Qual è stata la parte più bella della tua giornata?”

“C’è stato qualcosa che ti ha fatto stare male?”

“Qualcuno ti ha fatto sentire inferiore?”

“C’è qualcosa che ti preoccupa e non sai come dirmelo?”

A volte, una conversazione di dieci minuti può evitare una sofferenza di cui non sapremo mai nulla se ci limitiamo a chiedere: “Hai già fatto i compiti?”

Anche la scienza conferma l’importanza della famiglia. Lo stesso Surgeon General degli Stati Uniti ha sottolineato che la salute mentale dei genitori e la qualità dei rapporti familiari sono strettamente legate al benessere dei figli. 

E la nostra fede ha qualcosa di prezioso da offrire.

Il libro del Deuteronomio presenta un'immagine profondamente familiare della trasmissione della fede: “Le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai quando sarai in casa e quando sarai in viaggio” (cfr. Dt 6,6-7).

Quanto è attuale questo testo!

“A casa e lungo il cammino”. Non si tratta di un’educazione occasionale, ma di una presenza quotidiana. La formazione avviene attraverso la conversazione, l’esempio, le piccole esperienze condivise.

Anche Gesù ci ricorda l’importanza di essere presenti nella vita degli altri. Quando i discepoli di Emmaus camminavano confusi, Egli si avvicinò, camminò con loro e chiese loro cosa fosse successo (cfr. Lc 24,17).

Forse è proprio questo che dobbiamo fare oggi con i nostri adolescenti: camminare al loro fianco.

Non basta tenere d’occhio i loro schermi. Dobbiamo conoscere i loro cuori.

La tecnologia continuerà a progredire. Sorgeranno nuove piattaforme, nuovi algoritmi e nuovi modi di relazionarci. Non possiamo educare i nostri figli per un mondo senza tecnologia. Dobbiamo educarli a usarla senza permettere che la tecnologia li privi di ciò che nessuno schermo può sostituire: l’amicizia vera, il contatto umano, il riposo, il silenzio, il gioco, la conversazione e l’amore di una famiglia presente.

I limiti digitali sono necessari. Ma c’è un limite ancora più importante: che nessun social network prenda il posto della famiglia.

Forse la migliore protezione digitale che possiamo offrire ai nostri adolescenti consiste proprio nello spegnere insieme il cellulare e riaccendere il dialogo.

Dobbiamo parlare di nuovo.

Spagna

Torreciudad: la diocesi di Barbastro ritiene non validi gli accordi con l’Opus Dei relativi all’immagine 

Un giorno prima della celebrazione della 34ª Giornata delle Famiglie, che sarà presieduta dal commissario plenipotenziario, Mons. Alejandro Arellano, la diocesi di Barbastro-Monzón ha diffuso un comunicato in cui mette in dubbio l'esistenza del documento che avalla l'autorizzazione al trasferimento della statua della Madonna degli Angeli di Torreciudad nella chiesa costruita nel 1975.

Maria José Atienza-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La diocesi di Barbastro Monzón ha diffuso un comunicato che si aggiunge alle recenti iniziative intraprese da entrambe le parti in merito a questo conflitto. Lo scorso agosto, il vescovo di Barbastro ha accusato l’Opus Dei di una “conservazione” dell’immagine della Vergine, la la prelatura ha risposto con alcune precisazioni sugli accordi con la diocesi.

Ora, alla vigilia della visita a Torreciudad di mons. Arellano, commissario designato dalla Santa Sede per questa questione e massima autorità in tutto ciò che riguarda Torreciudad, la diocesi ha pubblicato un comunicato che, lungi dal favorire un avvicinamento, non fa che aggravare questa dolorosa situazione. 

Gli accordi del 1962 e del 1966

Il comunicato diffuso dalla diocesi sottolinea che “nell’atto pubblico di costituzione del contratto di enfiteusi, stipulato il 24 settembre 1962 (…) tra gli obblighi assunti è stato espressamente stabilito quello di ‘non rimuovere l’immagine dalla cappella’” e si fa riferimento alla constatazione di tale fatto nei verbali del Capitolo della Cattedrale. 

Questo è stato, in effetti, il primo contratto tra la diocesi e la prelatura; tuttavia, quest’ultima, nei suoi vari dichiarazioni, ha fatto riferimento a un accordo successivo, firmato nel 1966, consultabile online. Si tratta di un atto notarile che attesta un accordo tra l’allora vescovo diocesano, mons. Jaime Flores, e Florencio Sánchez Bella, consigliere dell’Opus Dei in quegli anni, in cui si riporta, come secondo punto dell’accordo – che amplia il censimento enfiteutico del 1962 –, che “Il patronato di Torreciudad si assume la responsabilità della costruzione e del finanziamento del nuovo santuario, a condizione espressa che in esso venga oggetto di culto e venerazione l’immagine di Nostra Signora di Torreciudad, impegnandosi al contempo a costruirlo su terreni situati nelle vicinanze dell’attuale cappella”. 

Il motivo di questo trasferimento era da ricercarsi nell“”impossibilità che l’attuale eremo potesse accogliere i pellegrini che, soprattutto da quando, grazie all’aiuto del Patronato, è stato aperto il traffico veicolare fino a Torreciudad, accorrono in numero sempre maggiore per pregare davanti alla venerata immagine». 

Inoltre, l’Opus Dei, in Spagna, si impegnava affinché “nel nuovo santuario l’immagine della Madonna di Torreciudad fosse custodita con tutte le garanzie necessarie e vi fosse oggetto di culto con dignità e decoro”. 

Tuttavia, questo punto non è accettabile per la diocesi, che in questo comunicato afferma che “la costruzione di un grande tempio accanto all’eremo originario, se da un lato può contribuire a diffondere la devozione mariana, dall’altro non può giustificare il trasferimento, senza la dovuta autorizzazione, di un’immagine della Vergine che appartiene alla popolazione di Barbastro-Monzón” 

Un documento “che non figura” nella diocesi

L'esistenza e la validità dell'accordo registrato l'8 settembre 1966 Ciò viene tuttavia messo in dubbio dalla Diocesi di Barbastro, la quale afferma che tale documento “non è stato presentato a questa Diocesi, nonostante le ripetute richieste”, né “figura nei verbali del Capitolo della Cattedrale né nella documentazione conservata negli archivi diocesani alcuna autorizzazione a rimuovere l’immagine dall’eremo e a trasferirla in via definitiva nel nuovo tempio, né alcun accordo che preveda una cessione della sua proprietà o del suo uso a titolo permanente”. 

La proprietà non è in discussione

In effetti, la proprietà dell’immagine, né quella della cappella, è mai stata messa in discussione in nessuna fase di questo procedimento, bensì la validità della cessione del diritto di godimento dell'edicola (e quindi l'assunzione degli oneri di manutenzione) e “i diritti di esposizione e conservazione dell’immagine»” riportati ai punti 4 e 5 del censo enfiteutico firmato da entrambe le parti nel 1962.

In questo nuovo comunicato, la diocesi rimette nuovamente in discussione la legittimità di tali accordi e chiede che la scultura venga riportata all’eremo originario e che sia la diocesi ad “autorizzarne il trasferimento temporaneo al tempio di Torreciudad e in altri luoghi, qualora vi siano ragioni pastorali che lo rendano opportuno, con il dovuto coordinamento e le necessarie garanzie”. Ciò significa dichiarare nullo l’accordo originario in base al quale l’esposizione e la conservazione dell’immagine erano state affidate all’Opus Dei. 

Ancora una volta, e con un tono molto simile a quello del comunicato diffuso dal vescovo di Barbastro Monzón il 31 agosto 2026, la diocesi parla di “un diritto sottratto”: “questa diocesi – piccola e umile nei mezzi – non chiede alcun privilegio né alcun nuovo diritto, né può accettare fatti compiuti di fronte a qualcosa di così caro che le è appartenuto per più di mille anni, fino a quando le è stato strappato via cinquant’anni fa”. Inoltre, fa riferimento a una presunta impossibilità per i fedeli della zona di recarsi in visita alla Vergine nel nuovo tempio, quando lascia intendere che “i figli di Barbastro-Monzón non vogliono la loro Madre in visita, la vogliono a casa”. 

Il commissario, domani a Torreciudad

L’Opus Dei non ha voluto rispondere a questo nuovo comunicato, che arriva 24 ore prima della celebrazione di una delle giornate più significative nel calendario del santuario pirenaico: la Giornata delle Famiglie che, quest’anno, sarà presieduta dal commissario plenipotenziario per Torreciudad, mons. Arellano Cedillo. 

La presenza di questo esperto di diritto canonico non è irrilevante, vista l’attuale situazione di Torreciudad. Il decano del Tribunale della Rota Romana è stato nominato nel 2024 da Papa Francesco come commissario plenipotenziario per Torreciudad, il che conferiva al canonista pieni poteri e l’ultima parola su tutto ciò che riguarda il santuario. 

Arellano ha preso visione e ha esaminato entrambe le posizioni e la documentazione presentata dalle due parti in una triste vicenda che si protrae ormai da tre anni. 

Per saperne di più
Stati Uniti

‘La croce di Ground Zero’ e altre storie dell“11 settembre: ”La fede ci ha sostenuto”

L‘11 settembre 2001, data del peggior attacco terroristico nella storia degli Stati Uniti, non sono mancate squadre di soccorso eroiche che hanno affrontato il pericolo, né sacerdoti e religiosi che si sono recati a Ground Zero. Uno di loro si imbatté in una croce, ’la Croce di Ground Zero»

OSV / Omnes-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

- Kimberley Heatherington, Notizie OSV

Alcune delle storie raccontate dai vigili del fuoco, dalle squadre di soccorso, dai sacerdoti e dai religiosi e religiose che si sono recati a Ground Zero l’11 settembre 2001, dopo il terribile attacco terroristico, sono ben note, ma altre lo sono meno. 

L’aiuto e il conforto che hanno offerto a coloro che hanno subito perdite devastanti in termini di vite umane, feriti e dispersi meritano di essere ricordati in occasione di questo 25° anniversario.

Padre Brian Jordan ha preso dell'acqua santa e si è recato sul luogo del disastro

“Me lo ricordo come se fosse ieri”, ha dichiarato padre Brian Jordan a OSV News.

Frate francescano della Provincia di Nostra Signora di Guadalupe del suo ordine, il sacerdote è attualmente parroco della chiesa di San Francesco d'Assisi, situata sulla West 31st Street, a New York.

Quella mattina, padre Jordan si trovava al Presbyterian Hospital di New York. Appena venne a sapere dell’attacco, tornò al convento francescano sulla 31ª strada, annesso alla parrocchia di San Francesco d’Assisi, dove viveva, deciso a recarsi sul luogo della tragedia.

Senza sapere con certezza cosa avrebbe trovato – anche se si aspettava di trovare sia le vittime che i responsabili dell'attacco – prese dell'acqua santa e un paio di nocche di bronzo. “Ho detto: ‘Li benedirò con una mano e, nel caso ci fossero dei malintenzionati, li benedirò con l'altra’”.

Prima di partire, un altro frate gli diede una notizia devastante: il suo confratello francescano, padre Mychal Judge, era morto. Ciononostante, padre Jordan sapeva cosa padre Judge avrebbe voluto che facesse: andare ad aiutare.

Il 5 ottobre 2006, alcuni operai edili hanno rimosso una croce alta sei metri, formata da travi d’acciaio, recuperata dalle macerie in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 che hanno distrutto il World Trade Center di New York. (Foto di OSV News/Chip East, Reuters).

“C’erano corpi e parti di corpi ovunque: li ho benedetti tutti”

Dopo essersi fermato all’ospedale St. Vincent di Manhattan – dove gli unici pazienti erano persone in cura per aver inalato polvere in seguito al crollo delle Torri Gemelle – padre Jordan si è recato a Ground Zero, dove ha incontrato un capitano di polizia che conosceva.

“Mi ha dato una mascherina e un paio di guanti. Mi ha detto: ‘Padre, si metta la mascherina, si metta i guanti e vada a lavorare’. E così ho percorso su e giù diversi isolati, e c’erano corpi e parti di corpi. Li ho semplicemente benedetti tutti”.

Il 16 settembre, padre Jordan ha celebrato la sua prima Messa a Ground Zero; avrebbe continuato a celebrare la Messa in quel luogo per quasi 10 mesi.

La “croce di Ground Zero”, nell’edificio 6 del World Trade Center 

Poi, il 23 settembre, è successo qualcosa di inaspettato.

“Un operaio edile alto e corpulento, iscritto al sindacato Local 731, mi si avvicinò e mi disse: ‘Ehi, padre, vuole vedere la casa di Dio?’”.

“A quel punto siamo entrati tra le macerie dell’edificio 6 del World Trade Center”, ha ricordato padre Jordan. “Avevo circa 25 vigili del fuoco al mio fianco, e un operaio edile mi ha chiesto: ‘Cosa vede lì, Padre, proprio al centro?’. Gli risposi: ‘Non riesco a crederci… vedo una croce’”.

Due travi d'acciaio che si incrociavano erano state spezzate in modo tale da formare un crocifisso, dopo che l'edificio 6 del World Trade Center era stato colpito dalle macerie del crollo della Torre Nord.

È stata scavata, posata su una base di calcestruzzo e benedetta

Questo straordinario ritrovamento è diventato noto come la “croce di Ground Zero” e, col tempo, è entrato a far parte della collezione del Memoriale e Museo dell’11 settembre. È stata recuperata dagli scavi, collocata su una base di cemento e benedetta. Il 7 ottobre è stata celebrata una messa nelle sue vicinanze, all’angolo tra Vesey Street e West Street.

“Quel momento ha infuso speranza e coraggio alla gente”, ha spiegato padre Jordan, autore delle sue memorie – “The Ground Zero Cross” (Xlibris) – e insignito del titolo di suo custode non ufficiale.

Un pompiere di New York partecipa a una messa nella Concattedrale di San Giuseppe a Brooklyn, New York, in occasione del 21° anniversario degli attacchi terroristici, l’11 settembre 2022. I vescovi cattolici statunitensi celebrano messe, recitano preghiere e propongono riflessioni mentre la nazione commemora il 25° anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2026. (Foto di OSV News/Gregory A. Shemitz).

Suor Margaret O’Brien

L’11 settembre, suor Margaret O’Brien, una suora della Carità che lavorava presso il Sistema sanitario delle Suore della Carità, si trovava nel suo ufficio al Bayley Seton Hospital, a Staten Island, e stava aggiornando una collega appena tornata dalle vacanze.

“La sua segretaria entrò e disse: ‘Ho appena ricevuto una telefonata. Un aereo si è schiantato contro il World Trade Center’”, ha ricordato suor Margaret. “Ci siamo dirette lungo il corridoio verso una finestra da cui potevamo vedere, e ci siamo rese conto della gravità della situazione”.

Le suore si prepararono in fretta per recarsi all’ospedale St. Vincent “per organizzare la risposta all’emergenza e l’assistenza ai feriti”, ha spiegato suor Margaret. ”E i medici erano lì, le barelle erano lì, tutti aspettavano all’ingresso, ma dopo poco tempo non è arrivato nessuno».

Al telefono, con persone che cercavano i propri cari

Suor Margaret ha gestito la linea telefonica di emergenza presso la centrale operativa dell’ospedale delle suore, rispondendo alle chiamate di persone che cercavano i propri cari.

“Il telefono era davvero una sfida”, rifletté. “Perché le persone ti dicevano un nome e tu controllavi la tua lista, ma non riuscivi a trovarle. … È stato tutto molto, molto emozionante, e nei primi giorni il telefono non smetteva mai di squillare”.

“Ricordo di essere stata molto grata di avere qualcosa a cui poter contribuire, di poter dare una mano”, ha affermato suor Margaret, attualmente assistente della presidente delle Suore della Carità di New York.

La torre sud del World Trade Center va in fiamme dopo essere stata colpita dal volo 175 della United Airlines a New York, come mostra questa foto d’archivio dell’11 settembre 2001. Venticinque anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, che hanno causato la morte di quasi 3.000 persone, i familiari cattolici che hanno perso i propri cari quel giorno hanno riconosciuto che la loro fede li ha aiutati a superare il lutto. (Foto di OSV News/Sean Adair, Reuters). 

I numeri

È opportuno ricordare che, in totale, gli attentati hanno causato la morte immediata di 2.977 persone, tra cui 441 soccorritori. Secondo il Programma federale per la salute del World Trade Center, al 30 giugno erano decedute più di 9.000 persone da allora.

Finora, secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, a oltre 57.000 soccorritori e sopravvissuti è stato diagnosticato un tumore correlato all’attacco.

Il trauma, la forma più comune

Il trauma è stato una costante durante i turni delle suore, in particolare per una collega che assisteva le squadre di primo intervento inviate a ricevere cure dopo aver partecipato alle operazioni di recupero a Ground Zero.

“A volte le persone parlavano, ma il più delle volte semplicemente non ci riuscivano²“, ha spiegato suor O’Brien. La sua collega ‘ricordava una persona: era molto silenziosa e poi ha detto: ”Riesco ad alzare le braccia e le gambe”. Ma quando ho sollevato una pietra e ho visto un volto, solo una testa, schiacciata contro il terreno…».

“È crollato», ha aggiunto suor O’Brien.

Padre Stephen McGraw: un aereo che sorvola le nostre auto

Anche padre Stephen McGraw – all’epoca sacerdote della diocesi di Arlington, in Virginia, alle porte di Washington – fu testimone di scene indescrivibili.

La mattina dell'11 settembre, al termine di una messa scolastica, si stava recando al Cimitero Nazionale di Arlington per partecipare a un funerale quando ha sbagliato strada e non ha preso l'uscita giusta.

“Ricordo che, verso le 9:35, ero semplicemente bloccato nel traffico, proprio di fronte al Pentagono”.

Temeva che ormai, quasi sicuramente, sarebbe arrivato in ritardo al funerale.

“E poi, senza preavviso, l’aereo è passato rombando proprio sopra le nostre auto, molto, molto basso”, ha raccontato padre McGraw. “Non saprei dire quale dei miei sensi ne sia rimasto più colpito: c’erano la vibrazione e il rombo dell’aereo, e un lampione è stato colpito ed è caduto sull’auto di un tassista che si trovava a pochi veicoli di distanza”.

Guardando alla sua destra, vide il volo 77 dell’American Airlines schiantarsi contro il Pentagono.

«L'ho visto schiantarsi e scomparire, mentre un'enorme palla di fuoco usciva dall'edificio nell'istante successivo all'impatto».

Assistenza alle vittime nei pressi del Pentagono

Dato che la sua radio non era accesa e non aveva sentito cosa stesse succedendo a New York, «ho semplicemente pensato che si trattasse di un terribile e tragico incidente». 

I viaggiatori rimasero paralizzati e padre McGraw scese dalla sua auto – con la stola, gli oli per l’unzione e un libro di preghiere tra le mani – superò la barriera di sicurezza dell’autostrada e si diresse verso il prato del Pentagono per raggiungere le vittime.

“Il mio messaggio era: ‘Gesù è con voi’”

“In sostanza, il mio messaggio per loro era: ‘Gesù è con voi’. Era questo che ripetevo alle varie vittime che ho assistito», ha dichiarato padre McGraw.

A una delle vittime, che si è dichiarata cattolica – Juan Cruz, responsabile della divisione contabilità civile dell’Ufficio dell’Assistente Amministrativo del Segretario dell’Esercito – sono stati amministrati i sacramenti.

Un’altra vittima – Antoinette Sherman, analista di bilancio dell’Esercito, che in seguito è deceduta – giaceva a pancia in giù sul prato, con gravi ustioni sulla schiena e una sola scarpa a un piede. Padre McGraw gliel’aveva lasciata con delicatezza, su sua richiesta.

“Allora ha semplicemente aggiunto, forse rivolgendosi a chiunque potesse sentirla: ‘Dite a mia madre e a mio padre che li amo’. E io le ho assicurato che l’avrei fatto”.

L'evento annuale “Tributo di Luce” illumina il cielo sopra l'orizzonte di Lower Manhattan a New York il 10 settembre, alla vigilia del 18° anniversario degli attentati dell'11 settembre. Ogni anno, per commemorare l’anniversario degli attacchi che hanno provocato il crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center, due fasci di luce illuminano il cielo dal tramonto all’alba. Quasi 3.000 persone hanno perso la vita a New York, Washington e Shanksville, in Pennsylvania, negli attentati del 2001. (Foto di OSV News/Andrew Kelly, Reuters).

“Abbiamo visto la malvagità nella sua massima espressione, ma anche la bontà”

Padre McGraw – attualmente sacerdote missionario e parroco della Missione di Bánica, nella diocesi di Arlington, nella Repubblica Dominicana – non ritiene che il suo destino inaspettato sia stato una coincidenza.

“Ho provato una forte sensazione della Provvidenza divina”, ha dichiarato a OSV Noticias. “Ero destinato a trovarmi lì”.

“Abbiamo visto la malvagità nella sua peggiore espressione», ha affermato padre Jordan. «Ma abbiamo visto anche la bontà nella sua massima pienezza. New York si è unita. Il Paese si è unito. Il mondo si è unito».

Messe e riflessioni dei vescovi in questi giorni

Mentre la nazione commemora il 25° anniversario degli attacchi terroristici dell’11 settembre, i vescovi cattolici statunitensi celebrano messe, recitano preghiere e propongono riflessioni, sottolineando al contempo la necessità di cercare la pace in un panorama globale frammentato.

“Sono trascorsi venticinque anni da quel giorno e, tuttavia, quelle immagini agghiaccianti rimangono impresse nelle nostre menti”, hanno affermato i vescovi cattolici ucraini degli Stati Uniti, guidati dall’arcivescovo metropolita Borys A. Gudziak di Filadelfia, in una lettera pastorale In occasione di tale evento, pubblicato il 4 settembre, si comunica che Gina Christian.

“La fede ci ha elevati e ci ha sostenuti”

L'arcivescovo Paul S. Coakley di Oklahoma City, presidente della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, ha affermato in un comunicato del 9 settembre, secondo cui “la fede ci ha dato forza e ci ha sostenuto” durante l’attacco e nelle sue conseguenze.

“Mentre i conflitti si intensificano in tutto il mondo, rinnoviamo il nostro impegno a essere strumenti di pace di Cristo in un mondo sempre più frammentato e diviso”, ha affermato.

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– Kimberley Heatherington è corrispondente, e Gina Christian è una giornalista multimediale, entrambe di OSV News.

– Queste notizie sono state pubblicate nei giorni scorsi su OSV News. È possibile consultarle, ad esempio, qui.

L'autoreOSV / Omnes

Mondo

Lorenzo Fazzini: “La particolarità dell’editoria cattolica dovrebbe essere l’universalità”

In occasione del centenario della Libreria Editrice Vaticana, il suo responsabile editoriale, Lorenzo Fazzini, spiega a Omnes cosa significhi essere “la casa editrice del Papa”: custodire il Magistero e, al tempo stesso, diffonderlo nel mondo attraverso traduzioni, collaborazioni internazionali e nuovi autori.

Giovanni Tridente-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

La Libreria Editrice Vaticana (LEV) compie cento anni. Fondata come ente autonomo nel 1926, ma erede della Tipografia Vaticana istituita da Sisto V nel 1587, ha accompagnato nove Pontefici e diffuso nel mondo i loro testi e il Magistero della Chiesa. Un anniversario che invita a ripercorrere il passato e, al tempo stesso, a interrogarsi sul futuro del libro e sulla presenza della cultura cattolica nel dibattito contemporaneo.

A guidare questo percorso è Lorenzo Fazzini, responsabile editoriale della LEV dal 2021, dopo aver diretto per quasi un decennio la Editrice Missionaria Italiana. Giornalista, traduttore e scrittore, Fazzini ha dedicato molti dei suoi libri all’incontro tra fede, letteratura e cultura contemporanea, a partire dalle storie raccolte in Nuovi cristiani d'Europa fino ai dialoghi tra credenti e non credenti. Un percorso che lo ha portato anche a indagare le tracce dell’infinito nella narrativa contemporanea.

Ha inoltre pubblicato alcuni volumi insieme al cardinale Luis Antonio Tagle e al cardinale Matteo Maria Zuppi. L’esperienza maturata presso la casa editrice missionaria aiuta inoltre a comprendere l’attenzione che Fazzini dedica agli autori, alle esperienze e alle sensibilità provenienti dalle diverse Chiese del mondo, che vorrebbe vedere sempre più presenti nel catalogo della Libreria Editrice Vaticana.

Il centenario si è già concretizzato quest’anno in una serie di appuntamenti specifici. Il 7 maggio, Papa Leone XIV ha ricevuto nella Sala del Concistoro i dirigenti e il personale della LEV, ricordando l’esortazione che Paolo VI aveva rivolto ai suoi predecessori nel 1976, in occasione del cinquantesimo anniversario, a “guardare avanti, per mettere a punto idee e programmi per il futuro”.

Una settimana dopo, la Libreria ha organizzato al Salone Internazionale del Libro di Torino quattro incontri tra personalità ecclesiastiche e esponenti del mondo della cultura, tra cui il dibattito sulla fraternità tra il cardinale algerino Jean-Paul Vesco e lo storico dell’arte Tommaso Montanari. Il 24 giugno, il Pontefice ha ricevuto in udienza un gruppo di scrittori provenienti da tutto il mondo, tra cui il premio Nobel Jon Fosse, Marilynne Robinson, Elizabeth Strout ed Éric-Emmanuel Schmitt, insieme ad autori legati alla stessa Libreria come Adrien Candiard.

In questa intervista con Omnes, Fazzini spiega che essere “la casa editrice del Papa” significa svolgere un duplice compito: tutelare i testi pontifici da distorsioni e strumentalizzazioni e, al contempo, favorirne la più ampia diffusione attraverso traduzioni, accordi editoriali e collaborazioni internazionali.

Da questa responsabilità nasce una riflessione sull’identità dell’editoria cattolica, chiamata a presenziare nell’agorà culturale e a confrontarsi, al di là della cerchia ristretta dei credenti, con le domande sulla vita, la morte, il male, il perdono e la speranza.

L’intervista affronta inoltre le trasformazioni del mercato editoriale e le nuove occasioni di incontro tra autori e lettori, sottolineando la necessità di superare i linguaggi autoreferenziali. Emerge così il profilo di una casa editrice che vorrebbe riunire nel cuore della cristianità le voci e le testimonianze delle diverse Chiese del mondo e, attraverso i libri, rimetterle in circolazione nella Chiesa universale.

La Libreria Editrice Vaticana compie cento anni, ma le sue radici affondano nella Tipografia Vaticana fondata da Sisto V nel 1587. Qual è il filo conduttore che unisce quella storia alla LEV di oggi?

—Credo che ci sia un filo conduttore legato alla comunicazione della fede e del Vangelo. La Chiesa è sempre stata all’avanguardia quando si tratta di annunciare Cristo. Da san Paolo, che si reca all’Areopago di Atene, fino a Radio Vaticana di Guglielmo Marconi, la Chiesa sa che l’azione di comunicare e annunciare Cristo deve avvenire attraverso tutti i mezzi disponibili. Pertanto, una volta avvenuta l’invenzione della stampa a caratteri mobili, non tardò a sorgere la Tipografia Vaticana, dalla quale la LEV si rese indipendente nel 1926, esattamente cento anni fa, per diventare uno strumento di maggiore diffusione editoriale nel momento in cui un più ampio livello di alfabetizzazione consentiva una più ampia diffusione del libro come oggetto.

Di recente, Papa Leone XIV ha ricevuto i dirigenti e il personale della LEV, ricordando che, nel corso di cento anni, hanno affiancato nove Pontefici. Cosa significa, concretamente, essere “la casa editrice del Papa”?

—In concreto, ciò significa che la diffusione editoriale di tutti i testi di tutti i Papi dipende dalla casa editrice, che a sua volta fa parte del Dicastero per la Comunicazione. E che, pertanto, rispondiamo quotidianamente alle diverse richieste di traduzione e pubblicazione dei testi dei Pontefici, nonché di quelli degli organismi della Curia Romana. Ciò implica, da un lato, favorirne la massima diffusione e, dall’altro, vigilare in modo creativo sulla diffusione dei testi papali affinché avvenga in modo corretto e rispettoso.

Ad esempio: il libro Liberi grazie alla grazia, di Robert F. Prevost – ovvero i testi di Papa Leone quando era priore generale degli Agostiniani –, sarà pubblicato negli Stati Uniti da una delle più grandi case editrici statunitensi, Penguin Random House. D'altra parte, in occasione della pubblicazione di Magnifica humanitas, l'ultima enciclica di Papa Leone, stiamo ricevendo decine e decine di richieste da ogni parte del mondo per la sua traduzione e pubblicazione.

“La particolarità dell’editoria cattolica dovrebbe essere l’universalità. Ovvero, rivolgersi a tutti”.

Lorenzo FazziniResponsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana

Qual è la responsabilità principale quando si tratta di custodire e diffondere i testi del Pontefice e il Magistero della Chiesa?

—Come dicevo, si tratta di svolgere questa funzione in modo creativo e proattivo. Vale a dire, tutelando i testi pontifici ed evitando qualsiasi strumentalizzazione, anche di natura economica. Ma, allo stesso tempo, facendo in modo che le parole del Papa, che sono al servizio della diffusione del Vangelo, possano raggiungere il maggior numero possibile di persone.

Faccio un paio di esempi: la Lettera sul ruolo della letteratura nell'educazione e nella formazione, di Papa Francesco, è il primo documento papale pubblicato da una casa editrice francese così importante come Gallimard ha pubblicato nel corso della sua storia ultracentenaria. D’altra parte, la partecipazione ad alcune fiere internazionali, come quelle di Francoforte, Varsavia, Torino e in altre occasioni, ci permette di entrare in contatto e instaurare rapporti con nuove case editrici di tutto il mondo, con le quali stringere legami e avviare collaborazioni finalizzate a una diffusione sempre maggiore dei testi della LEV.

Hanno scelto di celebrare il centenario puntando fortemente sull’apertura internazionale. Cosa vogliono raccontare oggi al mondo riguardo alla LEV?

—Lungi da noi l’idea di essere autoreferenziali nel voler raccontare la LEV al mondo; ciò che si è voluto ottenere con questa proiezione internazionale è proprio mettere in evidenza il fatto che il lavoro della casa editrice della Santa Sede è al servizio di tutta la Chiesa, che per sua natura è universale, cioè cattolica. E che parla le lingue di ogni popolo, rimandando all’unica lingua che è quella del Vangelo. La LEV è solo uno strumento di quella grande famiglia di popoli che è la Chiesa, che è al servizio del Vangelo e della sua diffusione nel mondo. Per questo motivo, essere presenti in diversi contesti internazionali significa mettersi a disposizione per garantire che il messaggio del Papa, della Curia Romana e degli autori e delle autrici che pubblichiamo sia alla portata di chiunque nel mondo.

Lei ha sostenuto in diverse occasioni che il punto di vista religioso debba trovare spazio senza complessi nell’agorà contemporanea. Quale ruolo può svolgere oggi una casa editrice cattolica nel dibattito culturale?

—Rispondo con un aneddoto di circa vent’anni fa. In un breve incontro, l’unico che ho avuto, con Cesare De Michelis, fondatore della casa editrice Marsilio, l'ho sentito che mi diceva: “‘Sa, non sono cattolico né credente, ma credo che ogni tanto sia necessario ascoltare la voce di chi è ’fuori dal mondo”, ad esempio vescovi e sacerdoti, perché il loro sguardo sulle cose umane, provenendo dall’esterno, risulta certamente interessante». Ebbene, io mi spingerei ancora oltre con questa affermazione, sostenendo che, se non ci occupiamo delle cose importanti (la vita, la morte, il senso dell’esistenza, la possibilità di una speranza di fronte al male del mondo, il perdono, la riconciliazione…), di cosa dovremmo occuparci?

Divertirsi fino alla morte è il titolo di un famoso saggio del sociologo Neil Postman. Nella società dello spettacolo sembra che l’unico imperativo sia trovare nuove occasioni di intrattenimento, il che, come insegnava don Lorenzo Milani, significa di-vertere, ovvero allontanarsi dal percorso ordinario. Un percorso che, al contrario, è fatto di impegno, di domande, di significato, di legami, di dubbi. A questo proposito, un editore cattolico, proprio come dovrebbe fare un semplice cattolico, dovrebbe far sentire la propria voce, non per un senso di superiorità, ma perché ha ricevuto una Parola di rivelazione dall’Alto che, guarda caso, perdura da duemila anni. Quindi sicuramente ha qualcosa da dire anche oggi!

Chi sono oggi i lettori della LEV e quanto sono cambiati rispetto al passato? Quando pubblicano, pensano ancora ai credenti o anche ad altri lettori?

—Ah, se solo lo sapessi! I lettori dei nostri libri sono prevalentemente persone interessate ad approfondire la fede attraverso la lettura. Ma sta crescendo anche il numero di lettori “occasionali” che trovano in alcuni dei nostri saggi delle opportunità per conoscere proposte di una visione di fede su determinate situazioni, eventi o problematiche.

Penso, ad esempio, alla testimonianza di suor Azezet Kidane, una suora comboniana la cui vita meriterebbe un film: l’avventura di un’esistenza dedicata ai più poveri in nome del Vangelo interessa molte persone, al di là della loro appartenenza religiosa. Oppure penso a una biografia come quella di Mercè Prats dedicata a un genio del nostro tempo, Teilhard de Chardin: un libro che ha suscitato grande interesse nella stampa, soprattutto in quella non cattolica.

In un mercato in cui le vendite sono in calo e molte librerie religiose versano in difficoltà, qual è oggi il senso del libro cartaceo?

—Come ha affermato Papa Leone durante l’incontro con noi, il libro è un’occasione per incontrarsi. Si moltiplicano a grande velocità le occasioni in cui gli autori si trovano faccia a faccia con i lettori o con i potenziali lettori. Festival, eventi, presentazioni, incontri pubblici… oggi il calendario si è trasformato in una successione infinita di occasioni. Questa è una delle nuove frontiere in cui un editore cattolico deve essere presente, per non rimanere confinato in un’autoreferenzialità cattolica che rappresenterebbe la morte stessa dell’annuncio cattolico.

“Mi piacerebbe trovare una casa editrice in grado di far conoscere nuove voci provenienti da ogni parte del mondo”.

Lorenzo Fazzini Responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana

In linea con quanto detto, esiste ancora una specificità dell’editoria cattolica che valga la pena preservare?

—Beh, la particolarità dovrebbe essere proprio l’universalità. Cioè, rivolgersi a tutti. Invece, mi sembra – riprendendo una riflessione assolutamente politicamente scorretta del teologo Giuliano Zanchi – che quando i non credenti sentono i credenti parlare delle “loro cose”, sentono una lingua straniera che non dice loro nulla. Mentre Gesù parlava di sale, lievito, lampade, tesori, campi, padri, madri… Questo dovrebbe essere il tratto distintivo: non essere settoriali. Né autoreferenziali. Ma non è facile. Tuttavia, deve essere il nostro impegno quotidiano.

Che tipo di rapporto hanno con altre case editrici? Esistono forme di collaborazione, scambio o sostegno reciproco?

—Abbiamo avuto diverse occasioni di collaborazione con varie case editrici, sia cattoliche che laiche, per la realizzazione di coedizioni di alcuni testi, sia di Papi che di autori. Penso ad alcuni libri realizzati insieme a Solferino Editrice, la casa editrice del Corriere della Sera in Italia, oppure con Edizioni e/o per la pubblicazione di un libro di uno dei suoi autori di punta, Éric-Emmanuel Schmitt, oppure di un prossimo libro per ragazzi di Adrien Candiard, nostro autore da anni, che pubblicheremo con la casa editrice San Paolo, che ha più esperienza di noi in questo settore specifico.

Se dovesse immaginare come sarà la LEV tra dieci anni, come vorrebbe che fosse? E quale caratteristica non dovrebbe mai perdere?

—Dieci anni nel mondo frenetico di oggi equivalgono quasi a due generazioni! Mi piacerebbe una casa editrice sempre più proattiva in termini di temi, argomenti e autori, soprattutto capace di far conoscere nuove voci provenienti da ogni parte del mondo, in grado di portare la propria sensibilità, esperienza e vita ecclesiale al centro della Chiesa, a Roma, per poi diffonderle in ogni angolo della Chiesa universale.

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Ecologia integrale

Conversione ecologica: un modo per rendere grazie a Dio creatore

«Prenderci cura della nostra Casa comune», è un’analisi teologica della Commissione Teologica Internazionale che affronta la crisi ambientale da una prospettiva trinitaria e propone di combattere il «peccato ecologico» attraverso una conversione spirituale e uno stile di vita diverso.

Emilio Chuvieco-11 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

All’inizio di settembre, il Vaticano ha pubblicato un interessante documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato «Prendersi cura della nostra Casa comune: una risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario". 

Nella sua presentazione, il segretario della Commissione, mons. Piero Coda, ha sottolineato che questo testo intendeva offrire una riflessione che stimolasse a riscoprire e valorizzare «il fondamento teologico della cura della Casa comune al di là della situazione di estrema gravità in cui ci troviamo» (n. 6). 

La struttura del documento 

Il documento è suddiviso in tre capitoli: il primo analizza le radici teologiche del tutela dell'ambiente, con particolare riferimento al carattere trinitario della Creazione; il secondo riflette sulla posizione dell’essere umano rispetto agli altri esseri creati, sottolineando l’importanza di recuperare la triplice relazione esistenziale con Dio, con gli altri uomini e con il resto delle creature; il terzo offre alcuni spunti in cui si manifesta con maggiore chiarezza l’importanza della «cura della casa comune». 

Come non poteva essere altrimenti, il documento fa ampio riferimento all’insegnamento di Papa Francesco su questa questione, ma anche a quello di altri pontifici recenti. Il testo include oltre 200 citazioni, che comprendono anche alcuni documenti di altre confessioni cristiane e di altre tradizioni religiose, quali l’ebraismo, l’islam, l’induismo, il buddismo, il confucianesimo e le religioni indigene.

Gli elementi chiave per la comprensione del documento

In questo articolo commento alcune citazioni che mi sembrano particolarmente interessanti in questo documento:

Per quanto riguarda il destino finale delle creature non umane, offre un’interessante riflessione sulla comunione tra tutti gli esseri creati, orientata al loro destino escatologico, in cui tutti parteciperanno, secondo le proprie caratteristiche, alla nuova creazione: «Con l’incarnazione del Figlio di Dio, questo futuro non si limiterà alla cittadinanza escatologica degli esseri umani, ma avrà una dimensione e una portata cosmiche» n. 14. E in un altro paragrafo: «Dio Padre ha creato tutto in Cristo per realizzare in lui e attraverso di lui la pienezza escatologica. Di conseguenza, il destino della creazione è la realizzazione in Dio e la sua ricapitolazione finale, per opera dello Spirito, in Cristo morto e risorto» n. 36

Riafferma la visione cristiana tradizionale che considera la creazione come la prima rivelazione di Dio, citando san Bonaventura: «Quando il credente riconosce nuovamente le creature come segni e doni, come intelligibili e buone, allora «la conoscenza delle creature conduce alla conoscenza del Creatore», accompagnata da stupore, gratitudine e gioia» n. 28. 

Dimensione trinitaria della Creazione

A questo proposito, si sofferma sull’analisi della dimensione trinitaria della Creazione, basandosi su quattro dottori della Chiesa: Sant'Agostino, Santa Ildegarda, San Bonaventura e di San Tommaso. Questa sezione si conclude affermando che «L’intera creazione porta l’impronta della Trinità, attraverso la quale Dio si rende presente nella sua opera. Pertanto, il rapporto con la creazione implica sempre un rapporto con il Creatore. Ogni azione sulla creazione, intrinsecamente, anche se spesso non in modo esplicito, ha una dimensione religiosa». n. 42

In questa prospettiva trinitaria, egli ricorda la triplice relazione fondamentale degli esseri umani: con Dio, con gli altri uomini e con il resto del creato, per evidenziare anche una triplice crisi contemporanea: «ecologica (relazione con il creato), sociale (relazione con gli altri) e religiosa (relazione con Dio)».

Superare questa crisi «passa attraverso l’attivazione di relazioni regolate dalla dinamica dell’amore, del dono e della gratuità nei tre ambiti fondamentali della nostra esistenza (cfr. Laudato si’ 10): la gratuità filiale verso Dio e l’offerta personale della propria vita in Cristo per la sua gloria (Rm 12,1); la solidarietà e la misericordia verso il prossimo (Lc 10,25-37; Mt 25,31-46); la cura del giardino, la casa comune, in cui Dio ha posto l’umanità (Gn 2,15)». n. 39 

Ricordando che la creazione non ha come unico scopo il nostro servizio, come hanno ripetutamente affermato gli ultimi pontefici, il documento sottolinea che «la nostra casa comune non nasce dalle mani di Dio con l’unico scopo di offrire il sostentamento necessario affinché gli esseri umani sviluppino appieno il proprio potenziale nel gestire e godere senza limiti delle risorse del creato (…) In tutto il creato vi è un orientamento verso la pienezza in Dio attraverso Cristo (1 Cor 15,24-28) e nello Spirito Santo, dove finalmente avrà luogo la piena e gloriosa manifestazione del Creatore trino» n. 43. 

Creati a immagine e somiglianza di Dio, «il modello normativo e ispiratore dell’azione umana sul creato si trova in Dio stesso, il quale esercita il proprio potere non in modo dispotico, arbitrario ed egoista, ma promuovendo la vita delle creature (Sal 36,7; cfr. Sal 145,9; Gn 7,1-3; Dn 4,11; Sir 18,13; Sap 11,24), e sostenendo l’intera creazione con la sua cura» n. 78

Una delle idee innovative del documento è il suo approccio riguardo al peccato ecologico, proposto inizialmente, con una terminologia diversa, dal Patriarca Bartolomeo, e ripreso da Papa Francesco negli ultimi anni del suo pontificato. 

Il documento propone ora di «definire il peccato ecologico come un’azione o un’omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia ambientale, in violazioni dei principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 340-344) e contro la virtù della giustizia». n. 94.

E offre alcuni suggerimenti per superarlo: «Poiché il peccato ecologico riguarda le tre relazioni – Dio, uomo, natura – anche la conversione ecologica dovrebbe sanarle tutte e tre: La conversione secondo la fede cristiana parte dall’incontro con Gesù Cristo (LS 217), dal quale impariamo: a relazionarci con Dio come unico Signore (cfr. Mt 4,3-4), con gli altri esseri umani come nostri prossimi (cfr. Lc 10,25-37), e con il creato come un’opera in cui riconosciamo l’espressione di un linguaggio divino (cfr. Mt 6,26-30)». n. 110. 

Il documento critica due approcci antropologici estremi: da un lato, considerare l’essere umano come l’unico essere di valore nel creato; dall’altro, ritenere che non abbia più valore di qualsiasi altra creatura, rifiutando in egual misura sia l’antropocentrismo predatorio sia il biocentrismo radicale.

Come punti cardine della conversione ecologica, invita a riflettere sul significato del giubileo, sulla spiritualità e sullo stile di vita. «Una spiritualità sana è attenta ai consumi personali e familiari; si impegna a renderli sostenibili. Si preoccupa di ridurre al minimo il consumo di energia in casa e nei trasporti. Cerca un’alimentazione sana e rispettosa dell’ambiente. Ci aiuta a discernere ciò che acquistiamo, consapevoli che ogni atto d’acquisto è un atto morale (CV 66; LS 206). Ci invita a praticare un autocontrollo riflessivo del nostro ritmo di vita e dei nostri consumi, promuovendo la scelta di rinunciare a determinati prodotti e pratiche dannose per l’ambiente», n. 117

Dopo aver esaminato la diversa percezione delle grandi tradizioni religiose riguardo alla triplice relazione sopra menzionata, riassume l’atteggiamento positivo che ogni cristiano dovrebbe adottare nei confronti della questione ambientale, collocata nel quadro di queste coordinate: «Questa consapevolezza implica il riconoscimento della sovranità divina, della bontà del creato e del posto unico che l’essere umano occupa nel cosmo come interlocutore e rappresentante di Dio stesso. Comporta inoltre il riconoscimento delle strutture del peccato contro il creato e il Creatore, nonché la necessità di una conversione verso un’ecologia integrale» n. 146

L'autoreEmilio Chuvieco

Professore di geografia presso l'Università di Alcalá.

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FirmeAlberto Sánchez León

Amare e amore. Alla luce del pensiero di Leonardo Polo

Accettare se stessi come creature, ringraziare per il dono ricevuto e donarsi agli altri sono i passi che rivelano la persona come un essere chiamato ad amare, a convivere e a rendere il mondo un luogo più umano

11 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

L’uomo è un essere che esiste grazie agli altri. Nessuno si dà l’esistenza da sé. Questo è il primo passo per accettarsi come essere dipendente, non autonomo.

La prima reazione di fronte alla consapevolezza di essere dipendenti dovrebbe essere la gratitudine. Si accetta un dono. Per questo la gratitudine richiede, da un lato, una conoscenza radicale di sé, cioè la conoscenza della radice del nostro stesso essere, e, dall’altro, la libertà di accettarsi. E io mi accetto come dono creato. La gratitudine è quindi, come diceva G. K. Chesterton, la forma di pensiero più elevata. E oserei dire che non è solo un modo di pensare, ma, soprattutto, un modo di essere. Sono grato (o non lo sono).

In quanto essere creato che accetta e si accetta, anche dona e si dona. Il donare è la risposta dell’essere personale creato. Donare è accettare l’essere. Donare è un modo per ringraziare del dono che si è. Offro la mia accettazione. Accettarsi è l’atto radicale più libero. Accettarsi è libertà personale. Accettarsi prima per poi donarsi; perché per dare è necessario accettare, e per donarsi è condizione indispensabile essersi accettati.

Siamo accettazione e donazione. Se la persona è un essere che dona perché si accetta, allora la capacità di donare manifesta l’amare. Se il vertice della persona è il donare (donare se stessi), ciò mette in luce ciò che siamo: amare. E l’amare si differenzia dall’amore. Amare è un verbo, amore è un sostantivo. L’amare riguarda l’essere personale, l’amore la sua essenza. Amare è trascendentale, l’amore è essenziale. Pertanto, si può dire che l’amore non è personale, perché l’amore è opera, è contributo, ma non è essere. 

Accettare il dono che siamo significa accettare se stessi come creature, accettarsi come persone. È in questo che consiste la libertà originaria, innata. 

Cosa può dare una persona? Una persona può dare il proprio tempo, i propri consigli, la propria vita, il proprio lavoro, ecc. Ciò che la persona dà è il proprio amore, ciò che è. Ma il suo amore non è il suo amare. L’amore, ciò che può essere dato, rientra nell’ambito delle opere. L’amore dell’uomo consiste nel dare una risposta a ciò che siamo, è responsabilità: una risposta che è, al tempo stesso, corrispondere. L’uomo non è il pastore dell’essere, come diceva Heidegger, ma colui che dà una risposta al mondo, colui che perfeziona il mondo (o lo peggiora).

E come rispondiamo? Con le azioni. È qui che nasce l’etica, come un monitoraggio dall’io alla persona. Le opere non sono personali, ma essenziali. L’etica non è antropologia, bensì continua di essa. L’amore appartiene all’ordine dell’etica, dell’agire umano; non appartiene all’ordine antropologico, personale. Amare dà senso all’agire. L’essere viene prima. L’agire viene dopo. Per questo la cultura, ciò che l’uomo apporta, non può venire prima. Amare crea cultura. Amare rende possibile l’amore. Solo chi ama dona, solo chi ama apporta qualcosa. L’amore non è la prima cosa. La prima cosa è amare. L’infinito è atto. E l’atto è la prima cosa, è verbo, infinito.

Ma la persona non è un verbo, bensì un avverbio. Dio è verbo, è amore (in Dio l’amare e l’amore si confondono, nell’uomo no). Dio è amore (1 Gv 4, 8).

Cosa significa che la persona umana sia un avverbio? Significa che la persona umana è inoltre. Inoltre, è un avverbio di affermazione. Spesso viene classificato anche come avverbio di aggiunta o di quantità. Si usa per aggiungere informazioni a quanto già detto, con un significato simile a «anche» o «oltre a ciò». In altre parole, «inoltre» accompagna altre informazioni. Per questo possiamo dire: Inoltre di pensare, inoltre di avere, inoltre da fare, inoltre di provare, inoltre delle operazioni e inoltre di Dio. Essere inoltre significa che la persona è insaziabile, insoddisfatta, che non si ferma mai, che va sempre oltre. Per questo ha in sé qualcosa dell’infinito, perché si può sempre crescere di più, e ciò è reso possibile dall’amore personale.

L’amore ha bisogno di un altro. Non esiste un amore solitario o in solitudine. Per questo amare e coesistere significano la stessa cosa. L’uomo non esiste. Esiste il mondo, l’universo, ma non l’uomo. L’uomo coesiste. E coesiste rispetto a Dio, agli altri uomini e rispetto all’universo. Si apre a tutti gli esseri, entra in relazione con essi misurandosi ai loro rispettivi livelli di essere. In questo modo il inoltre rispetto a Dio significa essere figlio, rapporto di filiazione e filiazione divina.

Il inoltre rispetto agli altri uomini è fraternità, rapporto di amore fraterno. Il inoltre rispetto al mondo è perfezionamento, personalizzazione o, in termini più precisi, iperteleologizzazione. Quest’ultimo rapporto del inoltre Il rapporto con il mondo riguarda la missione dell’uomo di abbellirlo, renderlo migliore, più umano, più personale. L’iperteologizzazione è l’azione personale di attribuire una finalità superiore al mondo e all’essere umano stesso, elevandoli al di sopra dei propri limiti naturali. Questa nozione implica il superamento della mera teleologia o virtù (iperformalizzazione) per destinare le capacità umane all’atto di donarsi e umanizzare il cosmo. In definitiva, si tratta di rendere il mondo una dimora in cui la fratellanza e la filiazione possano regnare libere.

L'autoreAlberto Sánchez León

Vaticano

Leone XIV: “Il vescovo è un servitore, chiamato a servire la fede del popolo”

Il Papa ha sottolineato questa mattina di giovedì, durante un’udienza con circa 200 nuovi vescovi, che “il vescovo è un servitore, chiamato a servire la fede del popolo”, e che deve ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo.

Francisco Otamendi-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Il Santo Padre ha sottolineato questa mattina in Vaticano il concetto di “servizio” nel suo ministero, rivolgendosi ai nuovi vescovi dei cinque continenti che partecipano a un corso di formazione a Roma. Si tratta di 147 vescovi provenienti da paesi quali India, Congo, Papua Nuova Guinea, Zimbabwe, Kirghizistan e Thailandia, anche se nel suo discorso il Papa ha portato il numero a 200.

Dopo aver invitato i presenti a cantare il ”Veni Creator” – “Credo che ne abbiate tutti una copia. Spero che qualcuno abbia una voce migliore della mia stamattina… Cominciamo a cappella” –, il Papa ha voluto ricordare nel suo Discorso l'idea centrale delle sue parole: il servizio alla fede e alla Chiesa.

“Il vescovo è un servitore” 

“Innanzitutto, una cosa così semplice ma spesso trascurata: il dono che avete ricevuto non è per voi stessi, ma per servire la causa del Vangelo. Siete stati scelti e chiamati per essere inviati, come apostoli del Signore e come servitori della fede”, ha affermato Leone XIV.

Prima di avviare con voi un dialogo fraterno, vorrei soffermarmi brevemente su questo punto, ha aggiunto: “Il vescovo è un servitore, il vescovo è chiamato a servire la fede del popolo. È qualcosa che riguarda la nostra identità”.

«Perché sono stato scelto? Me lo chiedo anch’io», ha rivelato il Papa. 

“Il servizio non è una caratteristica esteriore né un modo di svolgere un ruolo. Al contrario, a coloro che Gesù chiama come discepoli e annunciatori del Vangelo, in particolare ai Dodici, viene richiesta la libertà interiore, la povertà di spirito e la disponibilità al servizio che nasce dall’amore, per incarnare la stessa scelta di Gesù, che si è fatto povero per arricchirci (cfr. 2 Cor 8,9). 

Egli ci ha rivelato lo stile di Dio, che non si manifesta nella potenza, ma nell’amore di un Padre che ci chiama alla comunione con Lui, ha aggiunto, ricordando alcune parole di sant’Agostino: “A proposito dell’ordinazione episcopale, Agostino afferma: ‘In primo luogo, chi presiede il popolo deve comprendere di essere servitore di molti’ (Discorso 340/A, 1)”.

“Una certa brama di grandezza” degli apostoli: Gesù dovette intervenire

Poco dopo, il Santo Padre ha ricordato che negli Apostoli si era manifestata “una certa brama di grandezza” (ibid.), di fronte alla quale Gesù dovette intervenire come medico per guarirli. 

Ricordiamo infatti l’ammonimento del Signore quando vede il gruppo dei Dodici discutere su chi fosse il più grande: “Chi vorrà diventare grande tra voi, sarà vostro servitore; e chi vorrà essere il primo tra voi, sarà schiavo di tutti” (Mc 10,43-44). 

Cosa significa essere servitori 

Allo stesso tempo, ha proseguito il Papa, “oggi dobbiamo chiederci cosa significhi essere servitori della fede del popolo. Per quanto importante e necessario sia, non basta essere consapevoli che il nostro ministero è radicato nello spirito di servizio, a immagine di Cristo”.

Infatti, ciò deve tradursi anche nello stile dell’apostolato, nelle diverse forme di cura e di governo pastorale, nell’anelito all’annuncio, in modi così diversi e creativi a seconda delle situazioni concrete che si presentano”.

«Un servizio umile», diceva Papa Francesco

Il Pontefice ha citato qui Papa Francesco, che ha affermato più volte: «L’unica autorità che abbiamo è il servizio, e un servizio umile!». È davvero importante che meditiamo su queste parole e cerchiamo di metterle in pratica.

«Per questo vi chiedo di vegliare sempre e di camminare nell’umiltà e nella preghiera, per diventare servitori del popolo al quale il Signore vi invia», ha proseguito Leone XIV.

“La vicinanza al popolo che ci è stato affidato non è una strategia opportunistica, ma la nostra condizione essenziale”, affermava Papa Francesco (Discorso rivolto ai vescovi partecipanti al corso di formazione, 12 settembre 2019).

Passione e coraggio nell’annunciare il Vangelo

Nel concludere, il Papa ha menzionato le difficoltà e ha esortato alla passione. “La crisi della fede e della sua trasmissione, insieme alle difficoltà che riguardano l’appartenenza e la vita ecclesiale, ci invitano a ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo”.

Non dobbiamo dimenticare, ha aggiunto il Successore di Pietro, “le altre sfide, di carattere più culturale e sociale, che riguardano tutti noi e che, in particolare, interessano alcuni territori: il dramma della guerra e della violenza, la sofferenza dei poveri, l’aspirazione di molti a un mondo più fraterno e solidale, le sfide etiche che ci interpellano sul valore della vita e della libertà, e l’elenco sarebbe certamente più lungo”.

“Come pastori attenti” 

In questo contesto, “la Chiesa vi invia come pastori attenti, capaci di condividere il cammino, le domande, le ansie e le speranze della gente; pastori che desiderano essere guide, padri e fratelli per i sacerdoti e per le sorelle e i fratelli nella fede”.

Infine, Leone XIV ha affermato di pregare per loro, “affinché non manchi mai loro il soffio dello Spirito e affinché la gioia del loro Ordinamento, come un profumo delicato, possa diffondersi anche su coloro che andranno a servire. Grazie!”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Vangelo

Quante volte devo chiedere perdono? XXIV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXIV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 13 settembre 2026.

Vitus Ntube-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

San Pietro è uno dei personaggi più vicini e affascinanti dei Vangeli. Formula le domande che molti di noi vorrebbero porre, ma che forse non osiamo esprimere. Come l’allievo coraggioso che parla a nome di tutta la classe, Pietro dà voce alle nostre domande. 

Le letture di oggi ruotano attorno al tema del perdono: ricevere il perdono di Dio e offrire quello stesso perdono agli altri. Nel Vangelo di oggi, Pietro si avvicina a Gesù e gli chiede: “Signore, se mio fratello mi offende, quante volte devo perdonarlo? Fino a sette volte?".

È anche la nostra domanda, anche se spesso la formuliamo in altro modo. Ci ritroviamo di fronte a una persona che credevamo di aver perdonato e, all’improvviso, scopriamo che la ferita è ancora lì. Il ricordo ritorna, il dolore riaffiora e sentiamo di dover perdonare di nuovo. Allora ci chiediamo: quante volte devo perdonare per poter dire di aver davvero perdonato?

Potrebbe capitare di dover rinnovare più volte la nostra decisione di perdonare la stessa persona o la stessa situazione dolorosa. Ciò non significa che il nostro perdono precedente fosse falso o poco sincero; significa semplicemente che il cuore, spesso, ha bisogno di più tempo per arrivare alla decisione della volontà.

La parabola ci rivela il motivo più profondo per cui perdoniamo. Perdoniamo perché prima siamo stati perdonati. Dio fa sempre il primo passo. La sua misericordia precede la nostra. Ogni atto di perdono cristiano è una risposta al perdono che abbiamo già ricevuto.

Imparare a chiedere perdono è ancora più importante che imparare a perdonare. Chi non riconosce mai il proprio bisogno di misericordia avrà difficoltà a mostrare misericordia verso gli altri. Chi invece si inginocchia spesso davanti a Dio, consapevole dell’immenso debito che gli è stato perdonato, impara poco a poco a guardare gli altri con la stessa compassione. Solo chi sa di essere stato perdonato sa veramente perdonare.

Per questo, possiamo anche ribaltare la domanda di Pietro: “Quante volte devo chiedere perdono? Fino a sette volte?» La risposta di Gesù vale anche in questo caso: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè senza tenerne conto. Non dovremmo mai stancarci di chiedere la misericordia di Dio, perché Dio non si stanca mai di perdonarci.

Spagna

‘Journey to Redemption’, un percorso per i giovani verso il Giubileo del 2033

L’iniziativa propone un percorso di nove anni per accompagnare i giovani fino a Gerusalemme, con Roma e Santiago come tappe preliminari.

Inmaculada Sancho-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel 2033 si celebrerà il Grande Giubileo della Redenzione. La Chiesa sta lavorando all’iniziativa ‘Journey to Redemption’ (J2R2033), che propone un itinerario per accompagnare e rinvigorire i giovani in questo percorso con tre tappe fondamentali: Roma (2025), Santiago (2027) e Gerusalemme (2033). Il 7 settembre l’iniziativa è stata presentata a Palencia, nel corso di una conferenza stampa.

Alla presentazione hanno partecipato, insieme a mons. Garciandía, il vicepresidente della Fondazione J2R, Fernando Moscardó; la membro della Commissione per la Missione della Fondazione, Mónica Marín; e il vicario episcopale per l’Annunzio della Parola e responsabile dell’Area Pastorale Giovanile della diocesi, Pedro Brouilhet.

Un percorso di nove anni verso il 2033

J2R2033 non è un evento isolato, ma un percorso di nove anni che mira a trasformare quella che viene definita la “generazione ferita” nella “generazione della redenzione”, e che si riassume in “pellegrare, evangelizzare e guarire”. L’itinerario prevede inoltre una tappa intermedia nel 2030, incentrata sulla figura di Sant’Agostino, in occasione del suo 1600° anniversario.

Il progetto ha già superato la sua prima fase. Dopo una serie di pellegrinaggi locali in tutta Europa nel giugno del 2025, un gruppo di giovani provenienti da quattordici paesi ha proclamato il 1° agosto di quell’anno, nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere, il Manifesto dei Giovani Cristiani d’Europa. Il documento ha già raccolto oltre 250.000 firme, tra cui quella dello stesso Leone XIV, che ha voluto aderire personalmente all’iniziativa. 

Un’iniziativa che sta già raccogliendo consensi

‘Journey to Redemption’ ha iniziato a prendere forma più di due anni fa attorno alla Rete dei Santuari di San Michele d’Europa, di cui Mons. Garciandía era rettore del santuario navarrese, e ha raccolto sempre più adesioni: la Sottocommissione Episcopale per i Giovani e l’Infanzia della Conferenza Episcopale Spagnola, l’arcidiocesi di Santiago de Compostela e la Chiesa di Gerusalemme, dove si concluderà il percorso. Il patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha assicurato che anche i giovani della Terra Santa desiderano partecipare al progetto.

Il prossimo obiettivo sarà l’Anno Santo di Compostela del 2027, che mons. Garciandía concepisce come una mobilitazione dei giovani lungo i percorsi di pellegrinaggio di tutta Europa, senza la necessità di convergere fisicamente a Santiago.

L'autoreInmaculada Sancho

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Educazione

Il tempo è un business: la scuola può fare qualcosa per evitarlo?

Il Papa invita le famiglie e gli educatori a ripensare la scuola alla luce dell’intelligenza artificiale e del cambiamento tecnologico, senza rinunciare alle relazioni umane.

Álvaro Gil Ruiz-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Inizia un nuovo anno scolastico e alcune immagini si ripetono. La preparazione del materiale scolastico, le riunioni di inizio anno, il ricongiungimento con i compagni, la ripresa delle attività extrascolastiche… Sono tanti i sentimenti, gli insegnamenti e le abitudini assimilate che, anno dopo anno, fanno sì che questa realtà sociale e scolastica influenzi così profondamente, per tutta la vita, i nostri figli. Ma questo impatto è reale? I tempi non sono forse cambiati? Non stiamo forse parlando di un sistema obsoleto?

L’istruzione e la società di un secolo, mezzo secolo o un decennio fa, o anche meno, non hanno nulla a che vedere con quelle di oggi. I cambiamenti sono sempre stati inevitabili, ma al giorno d’oggi il ritmo è vertiginoso. Tutto cambia a una velocità fuori dal normale. Ciò che ieri aveva valore, oggi non ne ha più. Cosa non cambia mai? Ciò che rimane immutabile, senza dubbio, è l’impatto sociale, emotivo e accademico che la scuola ha sulle nostre vite, e tutto ciò che ci accade al suo interno. È uno degli elementi che più influenza il nostro futuro; per questo, se vogliamo tutelare il futuro delle nostre famiglie e della nostra società, dobbiamo prestare attenzione all’educazione infantile delle nuove generazioni e tenere conto dei cambiamenti che stiamo vivendo. 

Il Papa visiterà l'UNESCO

Leone XIV, il Papa che è stato accolto con grande entusiasmo durante la sua visita in Spagna, è ben consapevole del ruolo fondamentale dell’istruzione e della scuola. Ne è prova la sua prossima visita all’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura). Infatti, nell’ambito del suo viaggio apostolico in Gallia, la Chiesa francese, il governo francese e la stessa istituzione hanno invitato il Pontefice a visitare questa organizzazione internazionale.

L'incontro con Khaled El-Enany, direttore generale dell'organizzazione (con cui aveva già avuto un altro incontro lo scorso giugno), si terrà il 25 settembre a Parigi, presso la sede centrale, per esaminare le sfide attuali relative all'intelligenza artificiale, all'integrità delle informazioni, all'istruzione e alla creazione artistica nell'era digitale. Il programma prevede inoltre tavole rotonde e un discorso del Pontefice.

Cosa dice Leone XIV al riguardo?

Ma la massima autorità della Chiesa cattolica ha già esposto le proprie riflessioni su questi temi nella sua ultima enciclica, Magnifica Humanitas. E fa bene, perché affronta temi che stanno a cuore alle famiglie, alla scuola e, in generale, alla società. 

Per cominciare, lo preoccupa ciò che Papa Francesco definiva in Laudato Si', il “paradigma tecnocratico». Una logica il cui algoritmo è costituito dall’efficienza, dal controllo e dal profitto delle imprese, che sviluppano modelli di business che monetizzano l’attenzione e il tempo, dove il business siamo noi, uomini e donne. In questo modello, i più giovani e con un livello di istruzione e formazione inferiore sono i più deboli e fragili, e quindi i più esposti al rischio di cadere nelle dipendenze e nelle forme di schiavitù. Di fronte a questa realtà, Leone XIV propone un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie. Ne sono un esempio le proposte di legge pionieristiche della Francia e della Spagna, volte a limitare l’uso dei social network da parte dei minori di sedici anni, affinché il peso non ricada esclusivamente sulle famiglie. 

Il Papa è convinto che il grande alleato dei genitori nell’educazione dei figli sia la scuola. I genitori hanno il diritto primario e inalienabile di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai propri figli, in base alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose. 

Anche per quanto riguarda la scuola parla di “sfide che non possono essere rimandate”, come il superamento degli ostacoli per accedere all’istruzione di base e agli studi superiori. 

Educare al pensiero nell'era dell'intelligenza artificiale

Un’altra di queste sfide è la capacità della scuola di adattarsi al ritmo vertiginoso dei cambiamenti della nostra società, che richiede, quasi inevitabilmente, di stare al passo con i tempi. Di fronte all’intelligenza artificiale e ad altre realtà, il Papa propone un’educazione integrale, che abbracci tutte le dimensioni della persona, una formazione continua del corpo docente e un dialogo positivo con le tecnologie, facendone un uso responsabile, critico e creativo. 

Di fronte al flusso costante di informazioni che la tecnologia ci fornisce, ci invita alla ricerca, alla riflessione e al discernimento. Per non cadere in una conoscenza frammentaria e non globale. E propone un autentico pensiero critico e creativo. Infatti, come afferma il Pontefice, sono molti gli educatori che parlano sempre più spesso di disumanizzazione, perché gli studenti “sanno molte cose” ma hanno difficoltà a dare un senso alla propria vita. 

Recuperare ciò che la tecnologia non può offrire

In definitiva, “la scuola non è chiamata a stare al passo con la rapidità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per imparare e relazioni affidabili”.”

Per questo motivo, la riflessione delle famiglie, della comunità educativa e della società deve concentrarsi su queste questioni. Come garantire un vero apprendimento ai miei figli o ai miei studenti? Come favorire amicizie profonde? Come promuovere il rispetto e la vicinanza verso tutti? 

Le risposte a queste e ad altre domande sono molto ampie, ma è necessario affrontarle. Per questo motivo, noi responsabili dell’educazione – in primo luogo i genitori, poi gli insegnanti e gli educatori e, in quanto responsabili del bene comune, i politici – siamo invitati a una riflessione approfondita su questi temi e a lanciare e portare avanti proposte di progresso. E quale modo migliore per iniziare questo processo se non leggere con calma e trarre spunti dall’enciclica di Leone XIV, prestando attenzione al suo discorso all’UNESCO alla fine di settembre? In questo modo inizieremo a prepararci per aiutare l’infanzia.  

Cinema

Carles Prats: «A Montserrat ho imparato un altro modo di concepire il tempo»

Dopo quattro anni trascorsi a contatto con i monaci di Montserrat, Carles Prats mette in luce il loro modo particolare di vivere il tempo, in un documentario che mira a mostrare la realtà della comunità senza filtri né giudizi: "El temps de Montserrat".

Teresa Aguado Peña-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Quattro anni di riprese per avvicinarsi alla vita quotidiana dei monaci di Montserrat. È questo il tempo che il regista Carles Prats ha trascorso entrando e uscendo dal monastero per dare forma a Il tempo a Montserrat («Il tempo di Montserrat»), un documentario che, in occasione delle celebrazioni per il millenario del monastero, cerca di mostrare, senza giudizi né voce fuori campo, la vita quotidiana della comunità benedettina. Il progetto è iniziato prima della pandemia e ha permesso alla troupe di ammirare un Montserrat insolito, praticamente privo di visitatori, nonché di accedere a luoghi e momenti che solitamente sfuggono allo sguardo dei turisti.

Prats, abituato a lavorare a documentari su cultura, cinema e musica («Peret e le origini della rumba catalana», «Dracula Barcelona» ), riconosce che questa esperienza è stata particolarmente arricchente. Il risultato è uno sguardo approfondito su una comunità che vive la propria giornata all’insegna della preghiera, del lavoro e di una particolare concezione del tempo. Presentato al BCN Film Fest, il film uscirà il 10 settembre in una proiezione speciale a cura di A Contracorriente Films.

Dietro al progetto c’è anche una storia personale. Nuria Casaldáliga, compagna di scuola di Prats e nipote del vescovo Pere Casaldáliga, è stata colei che ha promosso e portato avanti la realizzazione del documentario insieme a lui. La sua scomparsa, avvenuta lo scorso gennaio, rende inoltre Il tempo a Montserrat in un progetto per il quale il regista nutre una gratitudine particolare.

In questa intervista, il regista parla della sua esperienza a fianco dei monaci e di ciò che ha scoperto sulla vita monastica, sulla ripetizione e su un altro modo di concepire il tempo.

Perché realizzare un documentario sui monaci di Montserrat?

–Montserrat è sempre stato per me un luogo molto interessante e fonte di ispirazione. Qualche anno fa ho letto un saggio di Neil Postman in cui parlava di come le comunità benedettine gestissero il tempo. Arrivava addirittura ad affermare che sembrava quasi che i benedettini avessero inventato l’orologio.

D’altra parte, realizzare un documentario sulla vita quotidiana di un monastero è davvero complicato, perché implica che ti aprano le porte. Spinti dal fascino esercitato dal monastero, dall’organizzazione del tempo e dalla possibilità di mostrare la sua vita quotidiana, Nuria Casaldáliga, che ha curato la produzione, e io ci siamo messi al lavoro.

Il documentario pone particolare enfasi sul tempo. Cosa si può imparare dal modo in cui questi monaci gestiscono il proprio tempo?

–Arriva un momento nella vita in cui, almeno nel mio caso, si tende a diventare più ripetitivi. È quello che diceva Jorge Luis Borges: “C’è un momento nella tua vita in cui smetti di leggere e ti limiti a rileggere”

Nel documentario, l’abate afferma che la ripetizione porta a comprendere chi sei e come è il mondo. Credo di trovarmi anch’io in quella fase della ripetizione, in un momento di contemplazione. Per me è stata un’esperienza arricchente.

La comunità di Montserrat è davvero speciale. È composta da circa 50 monaci, la maggior parte dei quali ha una formazione universitaria, il che la rende una comunità colta sotto molti aspetti diversi.

Quando vedi i monaci cantare nella basilica, ti fai un’idea che poi ha ben poco a che vedere con la loro vita quotidiana. Ognuno ha i propri compiti: c’è chi si occupa della biblioteca, chi gestisce l’ostello e chi accoglie i pellegrini.

Inoltre, la comunità è cambiata molto. Si regola secondo la Regola di San Benedetto, un testo del VI secolo, ma l’abate la adatta ai tempi. Oggi, ad esempio, tutti i monaci hanno un cellulare e si scambiano WhatsApp, cosa che 200 anni fa non sarebbe stata così.

Si potrebbe pensare che, visto il modo in cui gestiscono il proprio tempo, la vita dei monaci sembri monotona. Come risponderebbe a questo pregiudizio?

–La vita dipende da ciò che ti piace o non ti piace. Ad esempio, si raccontava che il filosofo Kant facesse ogni giorno esattamente le stesse cose. Forse negli ultimi decenni si è dato molto valore al tempo libero, alle vacanze, al turismo, al cinema o ai videogiochi. Da lì nasce questa idea.

Ma non credo che la ripetizione sia un male; al contrario. Dal punto di vista della meditazione e dell’approfondimento di sé stessi, può apportare aspetti positivi.

Ci sono persone molto irrequiete che non riescono a stare lì. Ad altri, invece, questo dà soddisfazione. Quello che ho notato è che ai monaci piace. Questo tipo di giornata, molto scandita, permette loro di condurre una vita appagante.

Dopo aver convissuto per anni con questa comunità, cosa ritiene che la vita monastica possa offrire oggi a una società che vive a un ritmo sempre più frenetico?

– Credo che viviamo in una società che, sotto certi aspetti, è superficiale. Tutto va molto veloce e ci siamo abituati a messaggi brevi e a contenuti molto frammentati.

Credo che questa gestione del tempo e lo scopo per cui lo utilizzi apportino aspetti positivi. Infatti, storicamente ci sono sempre state persone che hanno voluto vivere in comunità, in luoghi appartati. 

La comunità di Montserrat non è una comunità chiusa. È molto legata al mondo esterno: ci sono monaci che tengono lezioni fuori dal monastero e svolgono diverse attività, pur seguendo il ritmo della vita benedettina. 

Ma, allo stesso tempo, esiste questo modello di vita monastica, più introspettivo e meditativo, che ritengo molto positivo, soprattutto in un mondo sempre più frivolo.

In un punto del documentario, uno dei monaci afferma che si ha l’immagine di un monaco che legge in giardino e che si tratta di un’immagine distorta. Ritiene che le persone abbiano un’immagine della vita monastica che non corrisponde alla realtà?

–Sì. Sotto molti aspetti, la realtà di questi monaci è sorprendente. Quel monaco è il responsabile della biblioteca ed è molto discreto (è apparso nel documentario solo su insistenza, perché non aveva alcuna voglia di mettersi in mostra). Mi ha fatto molto ridere la sua riflessione su quell’immagine idealizzata del monaco seduto sotto un albero a leggere un libro.

Anche le origini dei vari monaci sono sorprendenti. Quello che ora è direttore del museo era stato responsabile della sicurezza informatica in un’azienda americana. Quello che gestisce il santuario era stato direttore di un Burger King. Un altro era stato giardiniere e un altro ancora insegnava all’università.

È un mondo davvero variegato, che non riesci nemmeno a immaginare prima di arrivarci. E sì, quei luoghi comuni esistono davvero.

Inoltre, quando inizi a convivere con loro, scopri un rapporto molto diverso. Alla fine della giornata possono ritrovarsi per leggere i giornali, commentare una partita di calcio o giocare a Parchís. I monaci sono simpatici. Come in ogni ambiente, ci sono persone più socievoli e altre più riservate, ma per me è stata un’esperienza molto interessante e arricchente.

È stato difficile convincere i monaci a esporsi in questo modo?

–Ci è voluto un po’ prima che ci aprissero le porte. Uno dei documentari monastici di riferimento, Il grande silenzio, ha dovuto aspettare 18 anni prima che gli permettessero di entrare per girare. Noi abbiamo dovuto aspettare otto mesi.

Questo lo capisci una volta che sei dentro il monastero, perché per i monaci è più importante la loro vita quotidiana, il loro ritmo di preghiere e di funzioni religiose che occuparsi di qualcuno che viene a girare un documentario.

Anche a me ha sorpreso il fatto che tutti i monaci indossino un orologio. Mi hanno spiegato che, quando entrano nella comunità, l’abate raccoglie i loro orologi e li distribuisce a caso, così che probabilmente ognuno finisce per averne uno diverso da quello che aveva al suo arrivo.

I monaci raccontano perché hanno abbandonato la loro vita precedente per entrare in monastero. C’è stata qualche testimonianza o storia personale che l’ha colpita in modo particolare?

–Mi ha colpito molto il racconto di un monaco che ha conosciuto Montserrat quando era ancora molto giovane, durante un’escursione. Ha visto i monaci e ha deciso che voleva entrare a far parte della comunità.

Per assicurarsi che la sua vocazione fosse davvero la vita monastica, chiese di poter trascorrere un anno fuori dal monastero. Gli fu concessa un’abitazione in un piccolo paese dei Pirenei.

Gli abitanti del paese diffidavano di lui perché aveva i capelli lunghi e pensavano che fosse un hippie. Quando scoprirono che era un monaco di Montserrat, cominciarono a trattarlo in modo diverso. Alla fine rimase in quel paese per 19 anni, lavorando nei campi.

In seguito si è dedicato alla cura della madre malata e, successivamente, del padre. Sono trascorsi altri 12 anni. In altre parole, aveva pensato di stare via un anno e alla fine ne sono passati 31 prima che decidesse di tornare al monastero.

Tornò, bussò alla porta e disse: «Senta, me ne sono andato 31 anni fa». E tornò a fare il monaco. Questa storia mi ha colpito molto.

Qual è l’aspetto più ammirevole della vita di questi monaci?

– Ammiro il fatto che siano giunti alla conclusione di voler diventare monaci. Per un certo periodo molti fanno qualche tentativo e alcuni poi rinunciano perché capiscono che la vita monastica non fa per loro.

Mi colpisce anche il fatto di vivere in una comunità in un modo così diverso. Noi pensiamo molto alla proprietà: «Ho comprato questo, voglio questo, voglio quell’altro». Lì la mentalità è molto diversa. È come una liberazione mentale dagli obblighi che il consumo crea.

Credo che, se lo si affronta nel modo giusto, sia un’esperienza che arricchisce. A Montserrat ci sono stati intellettuali straordinari e le pubblicazioni dell’Abbazia di Montserrat sono meravigliose. Si vede che le persone che hanno vissuto lì, all’interno del monastero, sono riuscite a realizzare opere assolutamente ammirevoli.

Un monaco mi diceva che pubblicavano una rivista trimestrale. Ma aggiungeva: “Se esce ogni sei mesi, non è un problema”, perché per loro l’importante è rispettare la routine quotidiana. Credo che sia una lezione positiva: dare la priorità alle cose che contano davvero. Il resto verrà da sé.

Per saperne di più
Evangelizzazione

100 anni del Domund: nasce un sito web in omaggio a un secolo di attività missionaria

La Domenica Mondiale delle Missioni (DOMUND) compie 100 anni. Dal 1926, questa giornata ha permeato la società spagnola e ha dato un importante impulso all’evangelizzazione nei territori di missione. In occasione del centenario, le Opere Missionarie Pontificie (OMP) rendono omaggio a questo secolo missionario con un nuovo sito web interattivo e visivo.

Redazione Omnes-10 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Quest'anno, il 2026, ricorre il centenario del Domund, e i festeggiamenti sono già iniziati. Le Pontificie Opere Missionarie stanno preparando la campagna di quest'anno, che si terrà per la centesima volta il prossimo 18 ottobre. Il Papa ha scelto come motto di questa Giornata “Uno in Cristo, uniti nella missione”, come potete vedere nel suo Messaggio Nel corso dei mesi di settembre e ottobre, OMP fornirà informazioni sulle diverse iniziative proposte per celebrare questa ricorrenza in tutta la Spagna.

Per il momento, l’OMP rende omaggio a questo secolo missionario (1926-2026), in questa sito web innovativo con un percorso interattivo e molto visivo attraverso i cento anni del Domund in Spagna (fotografie, video, salvadanai…) e attraverso i territori di missione (dati statistici comparativi, infografiche…).

Sebbene ne parleremo più nel dettaglio tra poco, questa giornata del Domund ha dato un notevole impulso all’evangelizzazione, alla missione della Chiesa: in ciascuno dei 36.500 giorni di questo secolo sono stati battezzati in media 9.000 cattolici, sono state costruite tre scuole e una parrocchia… e sono state realizzate molte altre iniziative. 

A sinistra, José María Calderón, direttore dell’OMP Spagna, e a destra Serafín Suárez, missionario in Africa (Flickr / OMP Spagna).

Leader in generosità, in donazioni e in missionari

“Si ricorda quando da bambino usciva a raccogliere fondi per le missioni?”, si chiede l’OMP Spagna. Ricorda i salvadanai, i cartelloni, gli incontri, i film?… Fu nel 1926 che Papa Pio XI volle che tutta la Chiesa dedicasse la penultima domenica di ottobre a pregare per le missioni che la Chiesa svolgeva nei territori di missione e a collaborare con essa, attraverso Pontificie Opere Missionarie (OMP). 

L'obiettivo era quello di ricordare ogni anno a tutti i battezzati la chiamata a sostenere l'evangelizzazione fino ai confini della Terra.

In Spagna, l’invito del Papa è stato accolto con grande entusiasmo, ricordano, e ogni anno venivano organizzate conferenze, testimonianze nelle scuole, video… “Tutto ciò ha suscitato nel nostro Paese uno spirito missionario che ha fatto sì che oggi noi spagnoli siamo leader ”in termini di generosità, sia in denaro che in missionari”.

(@web www.domund100.es).

Un sito web speciale

In occasione del centenario del Domund, come già indicato in precedenza, le Opere Missionarie Pontificie hanno attinto ai propri archivi storici e ne condividono il contenuto sul sito web dedicato domund100.es

Il sito web è suddiviso in tre parti e mira a offrire, in modo interattivo, un percorso attraverso questa giornata missionaria. 

La prima parte, “100 anni con te”, punta i riflettori sul Domund in Spagna e raccoglie fotografie storiche delle varie iniziative di questa giornata che risveglieranno la nostalgia in molti. 

Viene fornita una spiegazione sulle origini di questa giornata, vengono presentati i manifesti storici suddivisi per anno, vengono ricordati gli iconici salvadanai del Domund… Tra i tanti altri contenuti, sul sito web sarà possibile scoprire i film missionari promossi dall’OMP con attori come Fernando Fernán Gómez o Sara Montiel.

I frutti del Domund: 9.000 cattolici, 3 scuole, 2 sacerdoti… ogni giorno, per 100 anni

Con la Giornata del Domund, Papa Pio XI coinvolgeva tutti i cattolici nel sostegno all’evangelizzazione nei territori di missione, ovvero quelle diocesi che dipendevano dalla storica Propaganda Fide (oggi Dicastero per l'Evangelizzazione). 

Nella seconda parte dello speciale online “100 anni per loro”, l’OMP condivide i frutti dell’opera missionaria.

A seguito di un'attenta analisi dei dati contenuti negli Annuari Pontifici del 1925, 1950, 1975, 2000 e 2025, vengono presentate mappe e infografiche interattive che consentono di comprendere la portata dell'evangelizzazione nell'ultimo secolo, nel corso del quale le diocesi missionarie si sono quadruplicate e, in media giornaliera, da 100 anni a questa parte, sono stati battezzati 9.000 nuovi cattolici, sono stati ordinati 2 sacerdoti e consacrate 5 religiose, e sono state costruite 1 parrocchia e 3 scuole.

Immagine della mappa del mondo interattiva che permette di scoprire l‘’esplosione missionaria” di questi ultimi 100 anni grazie a Domund (@web www.domund100.es).

Una mappa del mondo interattiva

Sul sito web è possibile vedere come, 100 anni fa, l’evangelizzazione fosse affidata a istituti e congregazioni religiose; e come negli anni successivi la Chiesa si sia radicata, dando origine alle attuali 1.132 diocesi che, pur essendo state fondate dai missionari, continuano ad aver bisogno del sostegno di tutta la Chiesa. Su una mappa del mondo interattiva è possibile constatare l‘’esplosione» missionaria dell’ultimo secolo, con una crescita esponenziale delle diocesi e dei cattolici.

Evangelizzazione a Nakuru (Kenya) (@web www.domund100.es).

Un esempio: l'evoluzione di Nakuru (Kenya)

Il sito web cita una di queste diocesi come esempio di ciò che accade, al tempo stesso, in tutti i territori di missione. In particolare, viene illustrata l’evoluzione di Nakuru (Kenya), dove il sostegno di Domund ha permesso, anno dopo anno, di costruire la Chiesa locale (conventi, parrocchie, formazione di catechisti e vocazioni, scuole…). Inoltre vengono offerte immagini inedite in bianco e nero di missionari che portavano il Vangelo nei cinque continenti in condizioni molto più difficili di quelle attuali.

Giovani in Corea del Sud, con María Matos (@web www.domund100.es).

I missionari commemorano il Domund

Nell'ultima sezione del sito, “100 anni per Lui”, come riferisce l’OMP Spagna, i missionari spagnoli ricordano con affetto come questa giornata li abbia accompagnati nel corso degli anni. Molti di loro hanno scoperto la propria vocazione grazie al Domund, oppure hanno trovato nel sostegno economico e nella preghiera la forza per andare avanti nella loro missione. E si conclude con la preghiera del Domund, proposta da Papa Leone XIV.

L'autoreRedazione Omnes

Vaticano

Il Papa esorta a impegnarsi per promuovere la dignità dei figli di Dio

“Siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità dei figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo”, ha esortato Papa Leone XIV durante l’udienza di questo mercoledì, nella sua catechesi sulla Costituzione Gaudium et Spes.

Francisco Otamendi-9 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Con un saluto speciale in lingua croata rivolto a un folto gruppo di fedeli dell’Ordinariato militare della Croazia, presenti oggi in gran numero in Piazza San Pietro, e un benvenuto particolare alle diocesi e alle parrocchie italiane, nonché agli assistenti ecclesiastici della Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre, il Santo Padre Leone XIV ha proseguito il commento alla Costituzione conciliare Gaudium et Spes (GS), il cui primo capitolo è dedicato alla dignità della persona umana.

La Costituzione *Gaudium et Spes* del Concilio Vaticano II sottolinea che la dignità umana è “fondamento e condizione” di quei “valori che oggi godono della massima considerazione”, ma che devono mantenere il legame con la ‘loro fonte divina’, per sottrarsi alle possibili distorsioni dovute alla ‘corruzione del cuore umano’ (GS, 11)”.

Il percorso che ha permesso di mettere in luce i tratti distintivi e i diritti fondamentali della dignità della persona rappresenta una delle pagine più significative della storia dell’umanità, ha sottolineato il Pontefice.

Tuttavia, il Papa ha lanciato un monito nella Pubblico generale che il cammino che resta da percorrere “non è ancora terminato e deve affrontare le contraddizioni, vecchie e nuove, che ne impediscono la piena realizzazione”.

La dignità umana, un dono che proviene dall’amore di Dio

‘La Chiesa ricorda che la dignità umana scaturisce dall’essenza stessa della persona, e ho avuto modo di ribadirlo anche nella recente enciclica ’Magnifica humanitas”», ha sottolineato il Papa: 

“Ogni persona, creata per sua natura per vivere in relazione con gli altri, è pensata e amata da Dio affinché entri in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato.

”La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, né dalle decisioni giuste o sbagliate che prende, ma è un dono che la precede e la supera, concesso da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (n. 50).

La dignità infinita dell’essere umano, ha quindi affermato Papa Leone XIV, affonda le sue radici nella sua identità di creatura fatta “‘a immagine di Dio’, capace di conoscere e amare il proprio Creatore”, progetto e dono d’amore che trascende le altre realtà create, le quali sono affidate alla sua cura «per governarle e utilizzarle a gloria di Dio”.

Il fondamento ultimo della fede

Nella fede possiamo comprendere il fondamento ultimo della dignità della persona, poiché il Figlio, “nella stessa rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli svela la sublimità della sua vocazione» (n. 22).

Papa Leone XIV saluta la folla davanti alla Basilica Santuario di Nostra Signora del Buon Consiglio a Genazzano, in Italia, a sud-est di Roma, il 7 settembre 2026, alla vigilia della festa della Natività della Santissima Vergine Maria. (Foto di OSV News/Simone Risoluti, Vatican Media).

Essere persona, il rapporto con Dio e con gli altri, un dono da condividere

Successivamente, il Santo Padre ha approfondito il tema della relazione e del dono. “La persona implica sempre relazione, comunione e partecipazione nei confronti di Dio e degli altri; quindi, una relazione filiale con Dio Padre e una relazione fraterna con Cristo e con tutti gli esseri umani. Esclude ogni chiusura autoreferenziale. Essere persona significa percepire se stessi come un dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità e nel servizio.

Questa dignità, ha ricordato il Papa, è affidata alla responsabilità di ciascuno; e allo stesso tempo, “richiede anche solidarietà e cura reciproca, superando le numerose falsificazioni e manipolazioni che ancora oggi ne sfigurano la percezione e ne ostacolano la realizzazione”.

Tre concetti: intelligenza, coscienza e libertà

In conclusione, Leone XIV ha sottolineato le tre espressioni più significative della dignità della persona evidenziate dalla *Gaudium et spes*: l’intelligenza, che rende l’essere umano un instancabile ricercatore della verità; la coscienza, attraverso la quale conferisce unità e senso alla propria vita; e la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni.

Si tratta di dimensioni strettamente legate tra loro: è nella coscienza che la verità viene riconosciuta come tale e dove la libertà può sperimentarla come proprio fondamento e possibilità, ha affermato il Pontefice.

Infine, il Papa ha affermato che “lo Spirito Santo, che dona la vita in Cristo, ci rende liberi e ci rassicura costantemente sulla nostra dignità di figli di Dio, liberandoci dalla paura e guidandoci verso la meta ultima (…).».

Messaggio conclusivo: promuovere e difendere la dignità umana

“Siamo stati creati a immagine di Dio: impegniamoci a promuovere e difendere la dignità dei figli di Dio, con la luce e la forza del Vangelo”, ha esortato il Successore di Pietro, ricordando la festa di ieri.

Ieri abbiamo celebrato la festa liturgica della Natività della Santissima Vergine Maria; che il suo esempio e la sua materna intercessione vi ispirino e vi accompagnino nella vostra vita, ha detto il Papa prima di impartire la benedizione ai pellegrini e ai fedeli in Piazza San Pietro.

L'autoreFrancisco Otamendi

Attualità

Leone XIV in Francia. Affinché il mondo abbia vita

La Francia attende il pontefice per una visita di quattro giorni articolata in cinque tappe, durante la quale visiterà Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz. Leone XIV prende il testimone da Benedetto XVI, l’ultimo Papa ad aver calpestato il suolo francese nel 2008.

Gonzalo Meza-9 settembre 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

La Conferenza Episcopale Francese (CEF) si è riunita martedì nella sua sede parigina per presentare il viaggio apostolico del Papa Leone XIV in Francia, dal 25 al 28 settembre. Alla conferenza stampa hanno partecipato il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza Episcopale Francese (CEF); mons. Benoît Bertrand, vescovo di Pontoise e presidente del Comitato Organizzatore del viaggio; nonché l’arcivescovo di Parigi, Laurent Ulrich; il vescovo di Tarbes e Lourdes, Jean-Marc Micas; e l’arcivescovo-vescovo di Metz, Philippe Ballot, oltre ai coordinatori logistici della visita papale.

Saranno quattro giorni e cinque tappe: la sede dell’UNESCO, Parigi, Saint-Denis, Lourdes e Metz. Leone XIV sarà il decimo Papa a recarsi a Parigi. L’ultima visita di un pontefice risale al 2008, quando vi si recò Benedetto XVI.

Il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della CEF, ha affermato che la preparazione di questo viaggio non è solo di natura materiale. È opportuno prepararsi ad ascoltare il Papa e a vivere questo evento come un dono che ci viene offerto, ha detto.

Il cardinale non ha voluto anticipare il contenuto dei messaggi, ma ne ha indicato il tema centrale: la difesa della dignità umana, alla luce della sua enciclica “Magnifica humanitas”. 

Monsignor Benoît Bertrand, vescovo di Pontoise, vicepresidente della CEF e presidente del comitato organizzatore, ha riassunto i preparativi in tre parole: gioia, diversità e aspettativa. La diversità, ha precisato, spazia dalle grandi folle alle assemblee di circa cinquecento persone, fino agli incontri che non riuniranno più di dieci partecipanti. 

Riguardo alle aspettative dei francesi, che egli ritiene numerose e non limitate ai soli cristiani, ha parlato di essere rafforzati nella fede, di essere guidati lungo i sentieri della missione, del fatto che la Chiesa sia al servizio degli ultimi e dei poveri, e di coloro che cercano Dio. 

“Il Santo Padre viene anche in Francia per alimentare la nostra speranza, perché ne abbiamo davvero tanto bisogno”, ha affermato. “Senza dubbio, questo viaggio sarà storico”.

Affinché il mondo abbia vita: uno slogan nato in una strada di Roma

Il motto ufficiale del viaggio è “Affinché il mondo abbia vita”. È tratto dal sesto capitolo del Vangelo di San Giovanni, il discorso sul Pane della Vita.

La proposta partì dal cardinale Aveline e fu approvata personalmente dallo stesso Leone XIV. Aveline ha raccontato come è nata: “Una mattina, mentre tornavamo al Seminario Francese lungo la via degli antiquari, a Roma, camminando con i due vicepresidenti, stavamo riflettendo. Allora mi venne in mente l’idea: “Affinché il mondo abbia la vita”. Quella stessa notte scrissi una breve lettera al Papa. La mattina seguente, il Pontefice mi rispose: “Sì, questa è buona”».

Il cardinale ha spiegato perché lo ritiene significativo: “Perché esprime, in poche parole, una realtà fondamentale: una parola di Cristo: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. E anche perché definisce, per la fede cristiana, chi è Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Il “diritto all’assistenza al suicidio” in Francia

Lo slogan non è banale. Il 15 luglio l’Assemblea nazionale ha approvato in lettura definitiva la legge che istituisce il “diritto all’aiuto a morire”, con 291 voti a favore, 241 contrari e 29 astensioni, dopo che il Senato l’aveva respinta per tre volte.

Il primo ministro, Sébastien Lecornu, e il presidente del Senato l’hanno deferita al Consiglio costituzionale, che il 14 agosto l’ha dichiarata conforme alla Costituzione con tre riserve interpretative, tra cui una clausola di coscienza per i farmacisti e per le strutture sanitarie. Emmanuel Macron l’ha promulgata il 18 agosto e il testo è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il giorno successivo.

La legge consente l'accesso, a determinate condizioni, alle persone maggiorenni affette da una patologia grave e incurabile che compromette le loro prospettive di sopravvivenza. Si prevede che sarà proprio a Lourdes che il Papa insisterà sull'importanza di tutelare la vita. 

I catecumeni, la sorpresa francese

Il secondo contesto è un fenomeno che la stessa Chiesa francese non si aspettava: il costante aumento del numero di adulti e adolescenti che chiedono di essere battezzati.

Secondo l’indagine annuale della CEF pubblicata il 25 marzo, nella Veglia pasquale del 2026 sono stati battezzati 21.386 catecumeni: 13.234 adulti e 8.152 adolescenti. Si tratta di un aumento del 28% per gli adulti e del 10% per gli adolescenti rispetto al 2025.

In dieci anni il numero di adulti è triplicato, passando da 4.124 nel 2016 a 13.234 quest'anno.

I giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni costituiscono il gruppo più numeroso, con il 42 %, seguiti da quelli di età compresa tra i 26 e i 40 anni.

Parigi è un caso a sé stante. La diocesi concentra circa il 10 % dei catecumeni del Paese e sostiene settanta cappellanie studentesche, sessantacinque seminaristi e sedici nuovi sacerdoti ordinati nel 2025. Nell’insieme della provincia ecclesiastica di Parigi, che raggruppa le otto diocesi dell’Île-de-France, gli adulti che chiedono il battesimo sono passati da 1.249 nel 2021 a 3.158 nel 2026, con un aumento del 153 %.

Di fronte a ciò, nell’aprile del 2025 i vescovi dell’Île-de-France convocarono quello che avrebbe dovuto essere un concilio provinciale sul tema “Catecumeni e neofiti, nuove prospettive per la vita della nostra Chiesa nelle nostre diocesi”. Si è reso necessario modificare la denominazione di «concilio» poiché il numero degli invitati superava quanto previsto dal diritto canonico, e l’evento è stato quindi ribattezzato Assemblea ecclesiale provinciale. È stata inaugurata solennemente il 31 maggio a Notre-Dame di Parigi e si articolerà in tre sessioni: ottobre 2026, gennaio 2027 e maggio 2027. 

È per questo che sabato 26 mattina, Leone XIV si riunirà all’Istituto Cattolico di Parigi con i membri dell’assemblea, i catecumeni e i neofiti. Lì pregherà anche davanti alle immagini di vari santi e beati che un tempo vivevano nell’antico convento “des Carmes”.

Parigi: sei sequenze in un giorno e mezzo

La tappa parigina è la più complessa. Il Papa atterrerà a Orly venerdì 25 alle dieci del mattino. Successivamente si recherà all’Eliseo per incontrare il presidente della Repubblica e rivolgersi alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Alle tre del pomeriggio visiterà la sede dell’UNESCO, dove ha voluto recarsi espressamente per parlare alla comunità internazionale in materia di istruzione.

Successivamente percorrerà a bordo della papamobile un itinerario di 2,5 chilometri che va dalla chiesa di Notre-Dame des Champs a piazza Saint-Michel, passando per il viale di Montparnasse e il viale Saint-Michel.   

Alle 17.15 il pontefice presiederà i vespri a Notre-Dame insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, consacrati e seminaristi.  Quella stessa sera presiederà una veglia allo Stade de France, a Saint-Denis, davanti a oltre 80.000 giovani di età compresa tra i 17 e i 35 anni. I posti disponibili sono andati esauriti in poche ore dall’apertura delle iscrizioni e c’è una lista d’attesa. 

Sabato 26, dopo la visita alla Casa Bakhita, avrà luogo la celebrazione più affollata: la messa in piazza della Concordia e sul viale degli Champs-Élysées. Sono attesi oltre 500 mila partecipanti. Gli organizzatori ritengono che la folla potrebbe riversarsi oltre l’Arco di Trionfo.

“Possiamo sperare che la celebrazione dell’Eucaristia sia un segno forte nella vita della Chiesa e che tale segno possa essere condiviso dal popolo francese come segno di unità», ha affermato l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich. Questi momenti, ha aggiunto, manifestano al tempo stesso unità, interiorità, intimità e il desiderio di un incontro che ha un significato che va ben oltre la Chiesa.

Lourdes: pellegrino e pastore

La visita di Leone XIV a Lourdes Si inserisce dopo le due di San Giovanni Paolo II, nel 1983 e nel 2004, e quella di Benedetto XVI nel 2008, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni.

Papa Leone XIV arriverà all’aeroporto di Tarbes-Lourdes alle 19.05 di sabato 26 e si recherà poi alla grotta di Massabielle. 

Monsignor Jean-Marc Micas, vescovo di Tarbes e Lourdes, afferma che sarà un pellegrino tra i pellegrini: toccherà la roccia della grotta, berrà l’acqua, accenderà un cero, si inginocchierà e pregherà in silenzio, come fanno i pellegrini. 

In qualità di pastore universale, presiederà la messa di domenica mattina sul prato del santuario e guiderà la processione mariana con le fiaccole di domenica sera.

L'affluenza prevista è notevole per una città di poco più di 12.000 abitanti: 50.000 persone sabato sera, 150.000 domenica mattina e 25.000 domenica sera.

A Lourdes si terrà inoltre l’incontro più delicato del viaggio. Leone XIV riceverà in privato sette vittime di abusi sessuali. 

Monsignor Pierre-Antoine Bozo, vescovo coadiutore di La Rochelle e portavoce della CEF, ha spiegato che il gruppo è stato composto cercando il massimo equilibrio possibile.

Metz: l'altro regime

L’ultima giornata, lunedì 28, si svolgerà a Metz, al confine tra Francia, Lussemburgo e Germania. Non è una scelta casuale. In Francia coesistono due regimi in materia di culto. Quello generale è quello previsto dalla legge del 9 dicembre 1905, che ha sancito la separazione tra Chiesa e Stato. 

Gli edifici di culto antecedenti a tale data, già nazionalizzati dal 1789, rimasero di proprietà pubblica: le cattedrali appartengono allo Stato e le chiese parrocchiali ai comuni.

L’altro regime, meno noto, è quello concordato in vigore in Alsazia e nella Mosella. Lì la legge del 1905 non fu mai applicata, poiché a quella data quei dipartimenti facevano parte dell’Impero tedesco. Quando tornarono alla Francia nel 1918, fu mantenuto in vigore il diritto vigente, compreso il Concordato firmato nel 1801 tra Napoleone e Pio VII. La legge del 1° giugno 1924 confermò tale eccezione e il Consiglio costituzionale la avallò nel 2013.

In pratica, il regime concordato riconosce quattro confessioni religiose: cattolica, protestante luterana, protestante riformata ed ebraica. I loro ministri sono retribuiti dallo Stato e nelle scuole pubbliche si impartisce l’insegnamento religioso. Metz e Strasburgo sono le due diocesi soggette al concordato e i loro vescovi continuano a essere nominati con decreto del presidente della Repubblica.

La procedura è particolare: la Santa Sede propone un candidato, il presidente lo accetta con un primo decreto che rimane segreto, il Papa concede poi l’investitura canonica tramite una bolla e un secondo decreto, previo esame del Consiglio di Stato, viene pubblicato contemporaneamente sul Diario Oficial francese e su «L’Osservatore Romano». 

Monsignor Philippe Ballot, arcivescovo-vescovo di Metz, sottolinea il significato di questo luogo: «La Mosella è il luogo ideale per un messaggio di pace. È una terra che ha vissuto tre guerre e due annessioni, e dove i nemici di ieri sono diventati amici», afferma. «Quindi è possibile ovunque ci sia la guerra». Parla anche della forza del perdono attraverso la riconciliazione franco-tedesca e sottolinea che la giornata avrà una dimensione europea e internazionale.

A Metz, alle dieci del mattino, il Papa presiederà un incontro interreligioso presso il centro congressi Robert Schuman. Sei rappresentanti delle diverse confessioni leggeranno e firmeranno insieme a lui una dichiarazione comune: il cardinale Aveline per i cattolici, Christian Krieger per i protestanti, il gran rabbino Haïm Korsia per gli ebrei, Chems-Eddine Hafiz per i musulmani, monsignor Dimitrios per gli ortodossi e Antony Boussemart per i buddisti. Un’ora dopo parteciperà alla manifestazione «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità».

L'omaggio a Robert Schuman si protrarrà per l'intera giornata. Nato a Clausen, alle porte della città di Lussemburgo, figlio di padre mosellano e madre lussemburghese, Schuman è stato deputato della Mosella per oltre quattro decenni, ha vissuto e è morto a Scy-Chazelles, sulle alture di Metz, dove è sepolto. Papa Francesco lo ha dichiarato venerabile.

Nel pomeriggio il pontefice percorrerà le strade di Metz a bordo della papamobile e alle quattro celebrerà la messa nella cattedrale di Santo Stefano. L'addio è previsto per le 18.30 all'aeroporto di Metz-Nancy-Lorena.

La sfida logistica ed economica

Le cifre generali danno un'idea della portata dell'operazione. Il viaggio costerà 27 milioni di euro, finanziati in gran parte con donazioni; alla data della conferenza stampa erano stati raccolti 5,5 milioni. 

Il 25 e il 26 saranno schierati 15.000 agenti di polizia, gendarmi, forze mobili e militari dell’operazione Sentinelle. La sola tappa parigina mobilita 15.000 volontari. 

Sebbene lo Stato francese non sovvenzionerà l’organizzazione, si farà carico della sicurezza degli eventi, del Papa e del suo seguito

Come vive la Francia questo momento

L’atmosfera descritta dagli organizzatori è di entusiasmo e gioia. In molte chiese di Francia si stanno organizzando giornate di preghiera e di preparazione spirituale, uno di questi luoghi è la basilica del Sacro Cuore di Montmartre, sede di adorazione perpetua dal 1885 e santuario nazionale della Misericordia, che organizza una novena e giornate di preghiera in preparazione alla visita papale.

Aveline ha parlato della propria emozione di fronte all'entusiasmo suscitato dalla visita, una gioia che percepisce diffusa in tutto il Paese e su tutti i social media e che, a suo avviso, rivela una grande sete spirituale dei francesi. 

La Francia interessa al Papa, ha ammesso il cardinale. Grazie al nuovo slancio dato dai neofiti e dai catecumeni, ha affermato, il Paese dimostra di resistere alla secolarizzazione. Ha anche raccontato che Leone XIV sta imparando il francese per esprimersi con maggiore disinvoltura.

Il vescovo di Pontoise ha concluso la conferenza stampa con un invito aperto: che tutti i francesi, cattolici e non, credenti e non, vengano ad accogliere e ad ascoltare Papa Leone XIV a Parigi, a Saint-Denis, a Lourdes o a Metz. 

Come ha sottolineato l’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich: il Papa viene «per custodire la nostra speranza, perché ne abbiamo certamente molto bisogno».

Sono una ribelle… e i miei figli non indossano abiti nuovi all’inizio dell’anno scolastico

"Vi svelerò un grande segreto, ma che l’algoritmo non lo venga a sapere (credo che il mondo non sia pronto per questo…). Beh, ecco qui: il modo migliore per risparmiare è... educare"

9 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Alzi la mano la mamma o il papà che l’algoritmo non ha “messo in difficoltà” con l’offerta 3×2 sul materiale scolastico, l’assegno che ti restituisce il 10000% di quanto spendi e i minipunti che ti permettono di risparmiare più di quanto avresti mai immaginato. Vi svelerò un grande segreto, ma che l’algoritmo non lo venga a sapere (credo che il mondo non sia pronto per questo…). Beh, ecco qui: il modo migliore per risparmiare è non spendere, e ancora meglio, educare i bambini alla sobrietà. 

Le matite colorate di uno dei miei figli sono tutte diverse e ognuna ha un suo uso. Ognuna ha una storia. Il righello è graffiato. Il temperamatite custodisce ormai tante storie: ha visto scrivere una matita che ha concluso la sua vita quando era ancora molto piccola. Mi rifiuto di comprare tutto nuovo ogni anno, visto che ci sono cose che possono ancora essere utilizzate a lungo. Alla fine dell’anno scolastico svuoto gli astucci in una scatola e insieme osserviamo, puliamo, ordiniamo e buttiamo via ciò che non serve. Le scuole forniscono l’elenco del materiale necessario per ogni bambino. E il mio più grande atto di ribellione in questo momento è acquistare nuovo solo l’indispensabile e le scarpe (una mia fissazione: non voglio che calpestino le orme di qualcun altro, nel senso più letterale del termine). 

Quando qualcosa finisce, la rifornisco. Quando la perdono, gliela “vendo” per pochi centesimi. Ne ho sempre un po’ in magazzino, ma voglio che capiscano quanto costano le cose. 

Potreste pensare che forse siano troppo piccoli per cogliere questo importante messaggio. Anch’io pensavo che non servisse a nulla, che forse sarebbe stato utile solo quando avessero avuto i propri soldi. Ma non è così. Questo è il momento giusto. 

A giugno ho avuto una di quelle sorprese che ti riempiono di soddisfazione materna al 100 %. Devo comprare io i quaderni nuovi a due dei miei figli. Agli altri li danno a scuola, con la copertina con il logo dell’istituto. Una di quelle che li usa (di 11 anni) è venuta da me mentre stiravo con due quaderni interi ancora bianchi. E mi dice: “Mamma, ho raccolto i fogli che non ho usato da tutti i miei quaderni e ne ho ricavati due nuovi, li ho rilegati io stessa: prendili, magari possono servire a qualcuno”. Avete provato la stessa emozione che ho provato io? Una bambina ha dedicato il suo tempo a togliere tutti i segni di ruggine, a raccogliere fogli non utilizzati e a creare due quaderni. Ovviamente li userà suo fratello, così ho potuto comprargli due quaderni in meno. E la cosa più bella è che non mi ha chiesto nulla in cambio: non mi ha detto “con quello che risparmi mi compri qualcosa?”. 

Quest’estate sono stata l’argomento di conversazione principale in piscina: oltre alle solite cose che porta con sé una mamma di 7 figli – la merenda, il mio telo, il bebè… scendevo con una borsa piena di calzini spaiati, con dei buchetini… e mi sono passata il tempo a rammendare e ad accoppiarli. Se il corpo del calzino è ancora in condizioni decenti, la punta e il tallone vengono rammendati fino a renderli a maglie fitte. I calzini sono argomento per un nuovo articolo, mi fanno riflettere troppo. Indossare calzini nuovi è un grande piacere della vita, ma lo è anche pensare che, usando le cose per tutto il tempo che mi consentono, possiedo un tesoro più grande di quello che ci vende il consumismo. 

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Iniziative

Le Conferenze Episcopali dell’Africa occidentale celebrano la loro prima Giornata della Gioventù

In un videomessaggio inviato alla prima edizione delle Giornate della Gioventù dell’Africa occidentale (West Africa Youth Days), che riunisce 16 paesi e si svolge ad Accra, capitale del Ghana, il Papa Leone ha esortato i giovani a essere “costruttori di ponti tra i popoli, le culture e le religioni”.

Francisco Otamendi-9 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La Giornata della Gioventù, che si terrà dal 7 all’11 settembre 2026 ad Accra (Ghana), è un evento storico promosso dalle Conferenze Episcopali dell’Africa Occidentale (RECOWA/CERAO), che riprende lo spirito delle Giornate Mondiali della Gioventù.

Nella sua messaggio video, in francese e in inglese, Leone XIV celebra “questa bella iniziativa” delle Conferenze Episcopali dei paesi dell’Africa occidentale, “che hanno posto i giovani al centro delle loro priorità pastorali”.

Sono convinto che questi preziosi momenti condivisi, dice loro il Santo Padre, “vi aiuteranno a crescere nella fede e ad arricchirvi sempre di più con valori come l’incontro e l’apertura verso gli altri”.

“Promuovere un cambiamento positivo nelle nostre società”

Uno dei messaggi principali del Pontefice, che nell’aprile di quest’anno ha tenuto un lungo viaggio pastorale a quattro paesi africani (Algeria, terra di sant’Agostino, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale), è il suo appello a “camminare insieme per promuovere un cambiamento positivo nelle nostre società. Camminare insieme significa garantire che nessuno sia emarginato, isolato, escluso o respinto”. 

In questo senso, Leone XIV incoraggia i giovani a “diventare costruttori di ponti tra popoli, culture e religioni”. Dobbiamo impegnarci a vivere come ha fatto Gesù, nostro Maestro e Signore, che non ha escluso nessuno dal suo cammino. Egli ha riconosciuto la presenza di Dio in coloro che vivevano ai margini della società, anche in coloro che non appartenevano al suo popolo».

Logo della Prima Giornata della Gioventù dell’Africa occidentale ad Accra, capitale del Ghana, dal 7 all’11 settembre 2026 (Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Santa Sede).

“Voi siete il dono di Dio, il dono della Chiesa”

All’inizio, il Papa li incoraggia ad andare avanti con speranza. “In questi tempi in cui tante crisi sembrano oscurare l’orizzonte, voglio incoraggiarvi ad andare avanti senza perdere la speranza. So bene quanto il dubbio, l’incertezza e, a volte, l’insicurezza possano gravare sulle vostre spalle e sconvolgere i vostri progetti per il futuro”.

Tuttavia, aggiunge il Santo Padre, “non siete giovani sacrificati, come molti potrebbero pensare. Nella Chiesa-Famiglia di Dio, siete il presente di Dio, il presente della Chiesa. Come ha detto Papa Benedetto XVI: “Siete ricchi di qualità, energia, sogni e speranze: risorse che possedete in abbondanza! La vostra giovinezza costituisce una grande ricchezza non solo per voi, ma anche per gli altri, per la Chiesa e per il mondo” (Messaggio per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù, 22 febbraio 2010)”.

“Conto su di voi e ho fiducia in voi”

Il Papa Leone rassicura poi i giovani dell’Africa occidentale: “Cari giovani, conto su di voi e ho fiducia in voi; la Chiesa ha fiducia in voi. Con le vostre parole e le vostre azioni, inviate un messaggio forte al nostro mondo, lacerato da guerre e conflitti di ogni genere”.

Abbandonate “i piaceri fittizi e la superficialità”

Siate testimoni di amore, giustizia e pace, aggiunge il Pontefice. “Non sacrificate la vostra preziosa giovinezza sull’altare di piaceri fittizi e della superficialità. Infatti, “le nostre domande più profonde non trovano né ascolto né risposta nel continuo scorrere dei nostri telefoni cellulari, che catturano la nostra attenzione ma lasciano le nostre menti stanche e i nostri cuori vuoti. Non ci porteranno lontano se le teniamo rinchiuse dentro di noi o in circoli troppo ristretti. La realizzazione dei nostri autentici desideri richiede sempre di andare oltre noi stessi” (Messaggio per la 40ª Giornata Mondiale della Gioventù, 7 ottobre 2025)”.

Papa Leone XIV al suo arrivo all’università di Yaoundé, in Camerun, nell’aprile del 2026 @CNS photo/Lola Gomez.

Affida alla Vergine Maria lo sviluppo umano integrale dei paesi

In conclusione, Leone XIV affida i giovani alla Vergine Maria, Regina della Pace, “pensando in particolare a coloro che, nei vostri paesi, a volte si trovano ad affrontare crisi complesse”.

“Che lei interceda presso suo Figlio, Gesù Cristo”, prega il Papa, «per lo sviluppo umano integrale delle vostre amate nazioni. Su di voi, membri del clero, e su tutti coloro che lavorano con i giovani, invoco un’abbondanza di grazie divine».

Un’iniziativa dei vescovi della regione

L'iniziativa di questa giornata, sottolinea il Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale (DSDHI), “nasce dal desiderio dei vescovi della regione con l’obiettivo di offrire ai giovani cattolici uno spazio comune di fede, incontro e formazione”.

Il tema scelto, “Abbiate coraggio” (Gv 16,33), è il filo conduttore dei cinque giorni che riuniscono numerose delegazioni giovanili dell’Africa occidentale, insieme ai vescovi della regione, agli ospiti internazionali e alle delegazioni ufficiali.

Il Burkina Faso ha proposto l'incontro

L'idea di un incontro della gioventù cattolica dell'Africa occidentale è nata su richiesta degli stessi giovani: è stato il Burkina Faso a proporre l'iniziativa già nel 2019, e i vescovi hanno dato la loro approvazione l'anno successivo, ma l'evento ha dovuto essere rinviato a causa della pandemia, spiega il Dicastero

Padre Vincent de Paul Boro, primo segretario aggiunto della CERAO, spiegato che la riunione vuole essere un “segno profetico” per la regione, in grado di convertire i giovani provenienti da 16 paesi e di culture e lingue diverse, “protagonisti di una pastorale giovanile rinnovata e testimoni di unità in un continente segnato dalle tensioni”.

In rappresentanza del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (DSDHI), sono presenti ad Accra P. Avelino Chico SJ, che presenta un videomessaggio della nuova Prefetta, suor Alessandra Smerilli, F.M.A., e del Prefetto emerito, il cardinale Michael Czerny SJ.

L'autoreFrancisco Otamendi

Risorse

Qual è l'origine dell'Angelus?

Nato al suono delle campane medievali, l’Angelus ha preso forma nel corso dei secoli fino a diventare una delle preghiere mariane più diffuse nella Chiesa.

Teresa Aguado Peña-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni domenica, a mezzogiorno, il Papa si affaccia alla finestra del Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus con i fedeli riuniti in Piazza San Pietro. È una scena che è diventata una delle immagini più riconoscibili della vita della Chiesa. Ma da dove proviene questa preghiera che, nel corso dei secoli, ha scandito il ritmo della giornata dei cristiani? La sua storia ha inizio nel Medioevo, al rintocco delle campane di monasteri e conventi, e ha preso forma poco a poco fino a diventare la preghiera che conosciamo oggi.

L’Angelus è una devozione cattolica che commemora l’Annunciazione e l’Incarnazione di Gesù Cristo, ricordando in particolare il momento descritto nel brano evangelico in cui l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria la Buona Novella. Il suo nome deriva quindi dalle prime parole con cui inizia la preghiera in latino, L'Angelus Domini fu annunciato a Maria («L’angelo del Signore annunciò a Maria»).

Origini monastiche e il fascino del tramonto

Il primo precedente si riscontra nelle comunità monastiche dell’Alto Medioevo, dove le campane suonavano per recitare la seconda preghiera, dopo le Compiete (parte della Liturgia delle Ore). Nel XIII secolo iniziò a diffondersi l’usanza di recitare tre Ave Maria al rintocco della campana del pomeriggio. I francescani ebbero un ruolo importante nella diffusione di questa pratica. Intorno all’epoca di san Bonaventura, il Capitolo Generale dell’ordine, tenutosi nel 1269, raccomandò questa preghiera al suono della campana serale.

Questa devozione era legata al mistero dell’Incarnazione, poiché le tre Ave Maria invitavano a ricordare l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria. Questa pratica serale si diffuse progressivamente in Europa nel corso del XIII e XIV secolo. La documentazione permette di affermare che nella prima metà del XIV secolo era già un’usanza ampiamente diffusa.

Dal pomeriggio alla mattina e a mezzogiorno

Ben presto questa usanza si estese anche ad altri momenti della giornata. Nel corso del XIV secolo iniziò a diffondersi anche il rintocco della campana al mattino, accompagnato da tre Ave Maria. Uno dei primi riferimenti si trova in una cronaca di Parma del 1318. In questo modo, la preghiera acquisì progressivamente quel ritmo che scandiva l’inizio e la fine della giornata.

Il mezzogiorno fu introdotto in un secondo momento. Nel XV secolo iniziò a diffondersi in Francia il rintocco delle campane a quest’ora, legato sia alla memoria della Passione di Cristo sia alla richiesta di pace e protezione. Nel 1456, di fronte alla minaccia dell'invasione ottomana, papa Callisto III emanò una bolla con cui incoraggiava i cristiani a pregare a mezzogiorno al suono delle campane, implorando così la pace e la protezione divina. L'usanza si diffuse in seguito in diverse località d'Europa.

In questo modo i tre momenti della giornata furono associati alla preghiera mariana: mattina, mezzogiorno e pomeriggio. Tuttavia, l’Angelus non aveva ancora la struttura esatta che conosciamo oggi.

La preghiera assume la sua forma attuale

Anche la forma definitiva è stata il risultato di un processo graduale. Il primo documento conosciuto che riporta la struttura dell’Angelus così come viene recitato oggi compare in un catechismo veneziano del 1560, con i tre versetti biblici, le relative risposte, le Ave Maria e la preghiera finale.

Nel 1571, Papa San Pio V inserì l’Angelus nel “Piccolo Ufficio di Nostra Signora” (devozione liturgica alla Vergine Maria). Successivamente, Benedetto XIII, nel 1724, contribuì in modo decisivo alla sua diffusione universale concedendo indulgenze a coloro che lo recitavano, con la pubblicazione del documento “Iniunctae nobis”.

La pratica continuò ad evolversi. Nel 1742, Benedetto XIV stabilì che durante il periodo pasquale l’Angelus fosse sostituito dal Regina coeli, mantenendo gli stessi momenti tradizionali di preghiera. Infine, nel 1815, Papa Pio VII aggiunse la recita di tre Gloria alla fine del Angelus in segno di ringraziamento per i doni che la Santissima Trinità ha concesso alla Vergine. Quest’ultima usanza è più diffusa in Italia.

L'Angelus di oggi

L'Angelus veniva recitato tre volte al giorno: al mattino, a mezzogiorno e nel pomeriggio. Attualmente l'usanza più diffusa tra i fedeli è quella di recitarlo a mezzogiorno.

Come diceva Giovanni Paolo II, questa preghiera «invita a meditare sul mistero dell’Incarnazione, incoraggiando il cristiano a prendere Maria come punto di riferimento nei vari momenti della sua giornata per imitarla nella sua disponibilità a realizzare il piano divino di salvezza».

Anche san Josemaría seguiva questa usanza. Così lo raccontava Álvaro del Portillo in Intervista sul fondatore dell’Opus Dei: “Finita la lettura dell’e-mail, recitava l’Angelus a mezzogiorno. Era un momento importante della sua giornata, perché oltre a essere un colloquio filiale con la Vergine, segnava il momento in cui la sua devozione eucaristica cambiava di segno: fino a quel momento aveva trascorso la mattinata rendendo grazie a Dio per la Messa che aveva celebrato; a partire dall’Angelus cominciava a prepararsi per la Messa che avrebbe celebrato il giorno seguente».

Perché i cristiani recitano l’Angelus?

L’Angelus conduce il cristiano al momento centrale dell’Annunciazione, quando Maria accoglie l’annuncio dell’arcangelo Gabriele e risponde con il suo «sì» al piano di salvezza di Dio. Grazie alla sua obbedienza, il Figlio di Dio si incarna e ha inizio l’opera della Redenzione.

Recitare l’Angelus significa, quindi, ricordare il mistero dell’Incarnazione e unirsi al «sì» di Maria, imparando da lei ad accogliere con fiducia la volontà di Dio. È anche un’occasione per ricorrere alla sua intercessione e vivere la comunione dei santi con tanti cristiani che elevano questa preghiera ogni giorno.

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Vaticano

Il Papa ai seminaristi: “La bellezza di dare la vita per Lui e per la Chiesa”

Ai seminaristi che affrontano anni di studio e disciplina nel loro percorso di formazione al sacerdozio, Leone XIV ha ricordato che la chiave della loro preparazione al ministero sacerdotale sta nel concentrarsi sul “loro rapporto con Colui che li ha chiamati”. Il Papa vede in loro “La bellezza di dare la vita per Lui e per la Chiesa”.

OSV / Omnes-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– Courtney Mares, OSV News

Papa Leone XIV ha esortato i futuri sacerdoti a sfruttare gli anni trascorsi in seminario per fondare ogni aspetto della loro formazione su un profondo rapporto personale con Dio.

“Il cuore dell’esperienza del seminario sta nell«”imparare a stare con il Maestro, il Signore Gesù”, ha affermato il Papa in un pubblico con i seminaristi italiani nell'Aula Clementina in Vaticano.

“Ogni vocazione nasce da un dialogo intimo con Dio, coltivato nel silenzio e nella preghiera, che spesso si instaura nonostante il rumore, a volte assordante, del mondo”, ha affermato il Papa.

Dio “ha scelto chi ha voluto”

Il Papa ha incontrato i seminaristi di due seminari del Sud Italia: il Seminario regionale Pio XI in Puglia e il Seminario vescovile di Aversa in Campania.

“In un mondo così desideroso di celebrare l’autorealizzazione, è davvero importante ribadire che nessuno di voi né nessuno di noi è qui perché lo merita. Ma solo per una libera scelta compiuta da Dio Padre, un segno e una promessa di un amore gratuito che ci precede sempre e non delude mai”, ha detto Papa Leone ai giovani.

“Non c’è competizione, né classifica, né è scritto da nessuna parte che abbia scelto i migliori: ha scelto chi voleva”, ha aggiunto.

Indispensabile in un mondo che vive di fretta

Il Papa ha sottolineato che il tempo dedicato al seminario è oggi più necessario come mai prima d’ora, “in un mondo che vive di fretta”.

Proprio perché viviamo in tempi frenetici e caotici, “abbiamo bisogno di uno spazio e di un momento nella vita in cui possiamo imparare a essere presenti, a discernere e a permetterci di formarci senza scorciatoie”, ha affermato. “Il seminario non è un rinvio della missione, ma un prerequisito per essa”.

Speranza per tutta la Chiesa e la bellezza di dare la vita per Lui

“Cari seminaristi, la vostra sola presenza nel seminario è un segno di speranza per tutta la Chiesa”, ha detto loro il Santo Padre. “Non di un vago ottimismo, ma della certezza che il Signore chiama sempre, in ogni epoca della storia e in ogni luogo”.

“Guardando ciascuno di voi, contemplo la meraviglia di Dio, che non si stanca mai di sussurrare nei cuori di giovani ”la bellezza di dare la vita per Lui e per la Chiesa».

Un ringraziamento per il loro “sì”, e anche alle famiglie

Papa Leone XIV ha ringraziato i giovani per aver risposto con un “sì” alla chiamata di Dio e ha ribadito che la loro presenza nel seminario è “un segno di speranza per tutta la Chiesa”.

Il Santo Padre ha inoltre espresso la sua “più sincera gratitudine alle famiglie qui presenti. Una vocazione non nasce mai senza un ambiente favorevole e spesso ha bisogno di una casa, di genitori che preghino e sappiano lasciar andare i propri figli. A voi, care famiglie, va la mia gratitudine e quella di tutta la Chiesa”.

Prepararsi per essere inviati

Ai seminaristi ha raccomandato di ricordare che vengono preparati per essere inviati ad annunciare al mondo la novità della vita in Cristo: “A quelle famiglie che riescono a malapena ad arrivare a fine mese, ai giovani ventenni che fanno le valigie per cercare lavoro, agli anziani che vivono da soli, agli emarginati e a coloro che hanno perso il senso della propria esistenza”.

“Il sacerdote è inviato a tutte le persone affinché proclami a tutti la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona novella della nostra salvezza”, ha affermato il Successore di Pietro.

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– Courtney Mares è la redattrice che si occupa di notizie dal Vaticano per OSV News. Seguila su X @catholiccourtney.

– Queste informazioni sono state originariamente pubblicate su OSV News e sono consultabili qui.

L'autoreOSV / Omnes

Cinema

Il Sacro Cuore, una devozione del XVII secolo, sul grande schermo

Sabrina e Steven J. Gunnell presenteranno un documentario l’11 settembre, in occasione del Giubileo delle apparizioni a Paray-le-Monial.

Inmaculada Sancho-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

350 anni fa, a Paray-le-Monial, Gesù rivelò il proprio cuore a una suora della Visitazione, santa Margherita Maria Alacoque. Da quelle apparizioni nacque una delle devozioni più diffuse della tradizione cattolica. Sacro Cuore, un documentario della casa di produzione francese Krea Film-Makers, prende spunto da quell’episodio del XVII secolo per chiedersi se questa devozione abbia ancora senso oggi.

Il progetto non è nato in uno studio di produzione, ma durante un pellegrinaggio. Nell’estate del 2023, durante una visita a Notre-Dame-du-Laus, Sabrina e Steven J. Gunnell hanno ascoltato le testimonianze di persone consacrate al Cuore di Gesù. “Lì il mio cuore ardeva”, ricorda Sabrina Gunnell.

Poco dopo hanno contattato il parroco di Paray-le-Monial e hanno scoperto che il Giubileo dei 350 anni delle apparizioni stava per iniziare. Per loro, quella coincidenza aveva un significato particolare: “Ci siamo detti: ‘Ok… il Sacro Cuore vuole il suo film’”, racconta Sabrina Gunnell.

Steven Gunnell riassume l’intento di fondo con un riferimento biblico: “Pensavamo ai pellegrini di Emmaus, che camminano accanto a uno sconosciuto e, dopo averlo ascoltato, si dicono l’uno all’altro: ‘Non ardeva forse il nostro cuore?’”. Questa, dice, è la sfida del film: permettere a ogni spettatore di provare quello stesso amore, indipendentemente dal fatto che condivida o meno, fin dall’inizio, la fede di coloro che parlano.

 “Molti pensavano che parlare delle apparizioni del XVII secolo fosse un argomento lontano o superato. Ma proprio per questo volevamo dimostrare che questo messaggio è ancora attuale”, ricorda Sabrina.

Una devozione che continua a vivere

Tra il 1673 e il 1675, Gesù apparve per tre volte a Margherita Maria, una suora della Visitazione a Paray-le-Monial, in Borgogna. Secondo la tradizione, le mostrò un cuore ardente d’amore per l’umanità, ferito dall’indifferenza degli uomini. Da quelle apparizioni nacque una delle devozioni più diffuse della tradizione cristiana.

Il documentario articola questo messaggio in tre parti, che emergono nel corso del film senza apparire come uno schema prestabilito: un amore che si manifesta senza condizioni, il dolore di un amore che spesso non viene accolto; e l’invito a rispondere a esso, non solo a contemplarlo. Il film dedica gran parte del suo tempo a questo terzo aspetto: mostrare, attraverso le testimonianze, cosa significhi quella risposta nella vita di una persona concreta.

Lo stesso cuore, secoli dopo

Il documentario alterna due livelli narrativi. Uno storico, con attori che ricostruiscono le apparizioni di Margherita Maria nel XVII secolo, l’iniziale incomprensione da parte di chi la circondava e il processo attraverso il quale quell’esperienza personale si è trasformata in una devozione pubblica. 

E un altro libro contemporaneo, con una ventina di testimonianze di persone dai profili molto diversi — un sacerdote, una suora, un missionario, diversi giovani — che raccontano cosa significhi oggi, nelle loro vite, proprio quel cuore ferito e quell’amore che non si impone.

Venti voci, un solo cuore

Il passaggio tra le ricostruzioni del XVII secolo e le testimonianze contemporanee risulta fluido: non ci sono strappi né la sensazione di stare guardando due film diversi. Le scene storiche — Margherita Maria, Gesù, i dintorni di Paray-le-Monial — sono girate con una dignità sorprendente per un documentario di questo tipo, senza cadere nella ricostruzione da manuale che così spesso appesantisce questo genere di produzioni.

Le testimonianze funzionano proprio perché sono tutte diverse tra loro. Non ci sono due storie uguali, ed è proprio questa varietà a dare forza al documentario. Nessuna è superflua.

È vero che, affrontando così tanti aspetti — quello storico, quello teologico, quello personale —, il film lascia alcune porte socchiuse, senza spazio per approfondire tutte le tematiche. Ciononostante, non dà mai l’impressione di rimanere a metà: ciò che perde in termini di dettagli specifici lo guadagna in intimità, ed è proprio questa intimità che rimane con lo spettatore una volta uscito dalla sala.

Sacro Cuore, prodotta dalla società francese Krea Film-Makers e distribuita in Spagna da Bosco Films —che si occupa anche di Gratuito (2023)—, uscirà nelle sale di tutta la Spagna l’11 settembre. Trecentocinquanta anni dopo quelle apparizioni in Borgogna, la domanda che solleva rimane la stessa: cosa fare di un amore che non si è cercato e che, nonostante tutto, continua ad aspettare?.

L'autoreInmaculada Sancho

Evangelizzazione

Alpha: un’evangelizzazione «light» che sta avvicinando migliaia di persone alla fede

Alpha punta sull’accoglienza e sull’incontro personale come primo passo, prima di presentare la dottrina, confidando nell’azione dello Spirito Santo per avvicinare le persone a Cristo.

Fernando Emilio Mignone-8 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In un momento in cui molte parrocchie cercano nuovi modi per avvicinarsi a chi si è allontanato dalla fede, i corsi Alpha sono diventati una delle iniziative di evangelizzazione più diffuse in diversi paesi. La loro formula unisce il dialogo, l’accoglienza e una riflessione aperta sulle grandi domande della vita e della fede cristiana. 

Sebbene abbia origini anglicane, il programma Alpha si è diffuso in numerose confessioni cristiane e oggi vanta una significativa presenza cattolica. Negli ultimi decenni, diocesi, parrocchie e movimenti cattolici di diversi paesi hanno adottato questo metodo come strumento di primo annuncio.

In Canada, uno dei principali promotori di questa iniziativa in ambito cattolico è Ed Zadeiks, che da otto anni promuove Alpha “in un contesto cattolico”. Zadeiks ha lasciato una carriera imprenditoriale di successo per dedicarsi a tempo pieno a questa iniziativa evangelizzatrice. È stata sua moglie Shawna a fargli conoscere i corsi. Entrambi spiegano come un’iniziativa nata nell’ambito anglicano abbia trovato un proprio spazio nella Chiesa cattolica.

L'origine di Alpha

I coniugi Zadeik spiegano che lo Spirito Santo soffia dove vuole: in questo caso, nell’anima del reverendo Nicky Gumbel. Nato a Londra nel 1955, figlio di padre ebreo e madre cristiana – nessuno dei due praticante – si è convertito dall’ateismo all’anglicanesimo durante il suo primo anno all’Università di Cambridge. Avvocato, sposato con Pippa, padre di tre figli, è stato ordinato sacerdote anglicano nel 1987. Nel 1990 ha assunto la guida dei corsi Alpha. Ha “riposizionato” quei corsi che già si tenevano nella chiesa anglicana Holy Trinity Brompton (HTB) di Londra: ha deciso di offrire i corsi a persone al di fuori della Chiesa. Visto il grande successo ottenuto, nel 1993 organizzò una prima conferenza internazionale presso la HTB… alla quale parteciparono mille leader cristiani. Le conferenze internazionali sono proseguite anno dopo anno. 

È proprio lì che Zadeiks ha trascorso più tempo a contatto con Gumbel. Mi dice che “nutre grande amore e ammirazione per i cattolici”. Zadeiks aggiunge che Papa Francesco ha inviato un messaggio registrato in video per l’inizio della Leadership Conferenza il 6 maggio 2024. Il video è stato presentato durante la sessione di apertura da Gumbel e da sua moglie. Francesco ha affermato che il leader cristiano deve imitare Gesù, con la sua vita di servizio, la sua vicinanza e indicando la via verso il Padre. Ha incoraggiato i 5.000 delegati provenienti da 30 denominazioni cristiane a essere portatori della tenerezza e del perdono di Dio. E ha chiesto di camminare insieme con lo sguardo rivolto al 2033, il bimillenario della Resurrezione.

Di cosa tratta Alpha?

Proclamazione della verità cristiana, incontro con Gesù, comunità. Perché non invertire l’ordine di questi tre passaggi? Questo è il modus operandi di Gumbel e di Alpha: 1. incontro personale con gli altri, 2. incontro personale con Cristo, 3. dottrina. E questa inversione ha dato un risultato miracoloso.

La ricetta del successo è semplice: una serie di incontri strutturati per conoscere la fede cristiana e un’occasione per riflettere sul senso della vita. I corsi si tengono nelle chiese, nelle case, nelle carceri, nelle università, negli uffici, nelle fabbriche, nei bar… ovunque. 

I corsi veri e propri si svolgono solitamente nell’arco di dieci settimane, un giorno alla settimana e un fine settimana. Ogni incontro può iniziare con un pranzo o una cena, seguiti da una conferenza o dalla proiezione di un video e da discussioni in piccoli gruppi. Le conferenze vertono sui fondamenti della fede cristiana.

I dieci incontri settimanali e il fine settimana di ritiro affrontano questi temi: Chi è Gesù? Perché è morto Gesù? Come possiamo credere? Perché e come pregare? Perché e come leggere la Bibbia? Come ci guida Dio? Lo Spirito Santo (molto importante nel corso Alpha). Come resistere al male? Perché e come raccontarlo agli altri? Dio guarisce ancora oggi? La Chiesa. 

In illo uno unum. Ecumenismo Alpha

Gumbel afferma di amare i cattolici, tutti i cristiani, che, dice, “appartengono a una Chiesa di 2,4 miliardi di anime”. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo emerito di Vienna, elogia i corsi Alpha. Sono molti i vescovi in tutto il mondo che sostengono Alpha.

Il primo corso Alpha è stato tenuto nel 1977 (presso l’HTB). Nel 1990 Nicky Gumbel, subentrando alla guida e dando un forte impulso all’iniziativa, ha supervisionato la revisione del corso. Negli anni Novanta i corsi hanno conosciuto una rapida diffusione in Gran Bretagna. Oggi vengono tenuti in un centinaio di paesi e in 110 lingue, e più di 25 milioni di persone li hanno seguiti. Vi partecipano fedeli provenienti da chiese cristiane non cattoliche e cattoliche (il 25% del totale), con alcune variazioni nel materiale del corso. Per questo articolo ho chiesto a tre sacerdoti cattolici canadesi la loro opinione sul corso. Uno lo ha elogiato, un altro ha avuto un’esperienza positiva, il terzo ha preferito trarre ispirazione dal metodo per creare corsi propri con un maggiore contenuto dottrinale.

Al di là dei numeri, alcuni sacerdoti ritengono che il vero impatto di Alpha si manifesti nel rinnovamento delle comunità locali. È il caso di padre Michael Leclerc, parroco di St. Ignatius of Loyola a Montreal, dove i corsi Alpha sono attivi da nove anni. Come riportato dal Catholic Register di Toronto il 10 maggio 2026, l’iniziativa ha contribuito a cambiare il volto della parrocchia.

Mettendo in pratica quei corsi con le loro quattro «R» – qualcosa di reale, di cui ci si possa identificare, ospitalità radicale e fiducia (reliance) nello Spirito Santo – Leclerc ha trasformato la sua parrocchia. Sono soprattutto i giovani non praticanti e persino i non credenti ad esserne attratti. L’età media dei parrocchiani è scesa a 40 anni. E se prima c’erano 30 volontari parrocchiali, ora ce ne sono tra i 150 e i 200. A partire da settembre aggiungeranno una Messa domenicale. Leclerc mette in pratica questi corsi insieme al programma di Rinnovamento parrocchiale creato da un altro sacerdote canadese, padre James Mallon di Halifax, autore di «Un rinnovamento divino: Da una parrocchia di mantenimento a una parrocchia missionaria» e fondatore del Divine Renovation Ministry, attivo nei paesi di lingua inglese e tedesca.

Sul sito web spagnolo di Alpha si legge: “Alpha è una cena divertente, una chiacchierata fantastica e un dibattito aperto. Senza pressioni, gratuita e allettante.” Per l’America ispanica, consultare provaalpha.org (e un breve video di padre Sebastián Achcar di Buenos Aires: pruebaalpha.org/historias-alpha).

L'autoreFernando Emilio Mignone

Montreal / Toronto

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FirmeAntonio Ruiz Valverde

Ma con lei

"Ci sembra ragionevole cambiare città per una promozione, ma avventato farlo per la persona amata. Ammiriamo chi sacrifica dieci anni per la propria carriera e guardiamo con una certa compassione chi rinuncia a un’opportunità per mantenere la propria famiglia".

7 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Qualche giorno fa, durante una cena, la conversazione è caduta sul futuro. Un ragazzo ha raccontato che la sua ragazza si stava preparando per un concorso pubblico e che il destino avrebbe potuto portarla lontano. Qualcuno gli ha chiesto cosa avrebbe fatto lui.

—Quando la sua situazione sarà chiara, ovunque lei vada, ci andrò anch’io. Mi arrangerò, ma insieme a lei.

Lo disse con assoluta naturalezza. Poi arrivarono altre portate, la conversazione prese un’altra piega e quella frase passò in secondo piano. Io, però, non riuscii a lasciarla lì.

In quelle parole c’era una decisione capace di stravolgere una carriera e una città. Non sapeva dove avrebbe lavorato, ma aveva accettato che il futuro della persona che amava entrasse davvero a far parte della costruzione del proprio.

«Me la caverò da sola». Non si aspettava che fosse lei a risolvere la situazione. Non aveva intenzione né di abbandonare la propria vocazione né di vivere all’ombra di qualcuno. In quella frase c’erano iniziativa e senso di responsabilità. Se fosse stato necessario, avrebbe ricominciato da capo. Avrebbe trovato il suo posto.

«Ma con lei». Ecco il punto cruciale. Il suo progetto continuava a esistere, solo che ormai non era più scritto esclusivamente al singolare.

Viviamo circondati da messaggi che presentano i legami duraturi come una perdita. Bisogna viaggiare, sperimentare, crescere, realizzarsi e, soprattutto, «vivere prima di tutto». Più avanti, quando si sarà sfruttata appieno la giovinezza e si saranno messe ordine nelle proprie aspirazioni, si potrà pensare di sposarsi o di avere figli, purché ciò non stravolga troppo il piano.

Ogni volta che sento dire «prima devo vivere», mi chiedo cosa significhi. Noi che abbiamo superato i quarant’anni, siamo sposati e abbiamo quattro figli, siamo forse morti? Non abbiamo saputo goderci la vita? I nostri figli sono la prova che abbiamo rinunciato troppo presto?

Le mie figlie mi hanno privato del sonno, dei soldi, delle comodità, della spontaneità e di alcune opportunità. Amare non rende il sacrificio meno doloroso. Ma loro non mi hanno allontanato dalla vita. Mi hanno fatto entrare in essa fino in fondo. Mi hanno costretto a uscire da me stesso, mi hanno regalato una storia che non avrei potuto costruire da solo e hanno ampliato ciò che chiamavo il mio futuro.

Forse l’illusione sta nel confondere il vivere con il poter fare sempre ciò che si desidera. Come se un’esistenza valesse tanto più quanto meno si dovesse a qualcuno, quanto meno si dovessero modificare i propri piani e quanto più si mantenessero aperte le possibilità. Secondo questa logica, il matrimonio limita, i figli frenano e la fedeltà imprigiona. Una vita piena sarebbe una vita senza troppi legami: disponibile, reversibile e per sempre propria.

Ma una libertà che non sceglie mai, per paura di perdere qualche possibilità, finisce per non sapere più per cosa volesse essere libera. Impegnarsi non significa smettere di scegliere, ma portare una scelta fino alle sue conseguenze. Ed è proprio qui che sta la differenza decisiva tra la rinuncia imposta e la dedizione: da chi nasce e da quale libertà. Quel giovane non era intrappolato da un’altra persona; aveva deciso che lei avrebbe avuto un posto reale — e non solo decorativo — tra le sue priorità.

San Josemaría lo ha espresso così: «Non c’è nulla di più falso che contrapporre la libertà alla dedizione, perché la dedizione è una conseguenza della libertà» (Amici di Dio, 30).

È curioso: ci sembra ragionevole cambiare città per una promozione, ma avventato farlo per la persona amata. Ammiriamo chi sacrifica dieci anni per la propria carriera e guardiamo con una certa compassione chi rinuncia a un’opportunità per mantenere la propria famiglia. Abbiamo accettato che sia il lavoro a scandire la nostra vita; ciò che ci turba è che sia l’amore a farlo.

Non si tratta di imporre a tutti lo stesso calendario né di misurare una vita in base al matrimonio o al numero di figli. Ci sono desideri irrealizzati, circostanze dolorose e percorsi diversi. Si tratta piuttosto di smascherare una menzogna più sottile: che amare veramente equivalga a vivere meno; che ogni dipendenza reciproca sia schiavitù; che solo chi non ha dato la propria parola a nessuno appartenga a se stesso.

L'impegno non elimina la libertà: le dà una direzione. Il sacrificio non è sempre la negazione della felicità; spesso ne è il prezzo, perché quasi tutto ciò che vale la pena conservare richiede di lasciarsi qualcosa alle spalle. Mettere su famiglia non significa mettere in pausa la propria vita per prendersi cura degli altri. Significa scoprire che la vita può diventare più grande quando smettiamo di considerare noi stessi come l'unico punto di riferimento.

Quel ragazzo non parlò di tutto questo. Si limitò a dire che, una volta chiarita la situazione di lei, sarebbe andato dove fosse andata lei e si sarebbe arrangiato lì. Non disse «per colpa sua». Non si presentò come una vittima. Era stata una sua scelta.

Forse è per questo che quella frase aveva così tanta forza. Di fronte a un’epoca che consiglia di vivere prima e di impegnarsi dopo, lui sembrava aver capito che l’impegno non inizia quando si è già finito di vivere. È un modo di vivere. Uno dei più esigenti, ma anche uno di quelli che possono renderci più liberi, perché ci libera dalla prigione di dover sempre scegliere noi stessi.

Non sapeva come si sarebbe guadagnata da vivere, ma sapeva con chi voleva condividerla. Non aveva smesso di scegliere. Stava decidendo come voleva che fosse il suo futuro.

L'autoreAntonio Ruiz Valverde

Famiglia

Perché il futuro della società si decide attorno al tavolo di casa?

Con questo articolo diamo il via a una serie dedicata al  riflessione sulla casa e sulla sua importanza nella società odierna, con la collaborazione di Fondazione Home Renaissance, un think tank internazionale incentrato sulla casa e sulla famiglia.

Sir Bryan K. Sanderson CBE-7 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

La prima volta che mi sono reso conto dell’importanza fondamentale che la casa riveste per i bambini, per la famiglia in generale e, di conseguenza, per le società nel loro insieme, è stato 60 anni fa a Ica, una piccola città costiera del Perù situata a sud di Chiclayo, dove in seguito Papa Leone XIV avrebbe trascorso molti anni. 

Neolaureato presso la London School of Economics, ho deciso di dedicare 18 mesi a un programma di collaborazione delle Nazioni Unite per contribuire alla fondazione di una nuova università in quella che all’epoca era una zona povera del Paese. 

Lezioni di vita a Ica

Parte dell'accordo prevedeva che io vivessi in un quartiere insieme alla comunità indigena locale; avevo una piccola capanna spartana con acqua ed elettricità solo per poche ore al giorno. 

C’erano numerose capanne simili che, a differenza della mia, erano piene zeppe di bambini. Di norma si aveva un figlio all’anno, ma la mancanza di strutture sanitarie, di misure di controllo delle nascite e i problemi igienici causavano un tasso di mortalità infantile molto elevato: quasi il 50 % dei bambini moriva prima dei 5 anni.

Nonostante tutte queste privazioni, c’era abbastanza da mangiare (riso, fagioli e papaya quasi ogni giorno) e sono stato accolto in una comunità molto unita; ho persino giocato a calcio nella squadra locale; tutto ruotava attorno alla casa e alla famiglia. 

Ho imparato ad apprezzare l’importanza non solo della famiglia stretta, ma anche di quella più ampia e intergenerazionale che tutti loro vivevano. Nessun bambino si sentiva escluso o rifiutato, e gli anziani continuavano a far parte della famiglia, cosa che, purtroppo, non accade in molte delle nostre società odierne. 

L'equilibrio tra successo e famiglia

La vita è andata avanti e ho avuto una carriera di successo che mi ha portato ai vertici di un’importante compagnia petrolifera; inoltre, ormai 59 anni fa, ho sposato una donna svedese, dalla quale ho avuto due figli e cinque nipoti. 

Visitare e vivere in molte parti del mondo, come l’Italia, Singapore, la Svizzera e la Scandinavia, ha contribuito alla mia crescita personale. 

Non è stato facile conciliare la vita familiare con le esigenze di una carriera professionale molto competitiva in un’epoca in cui non si riconosceva ancora l’importanza dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, ma io e mia moglie abbiamo sempre messo la vita familiare al centro, perché rappresentava il fulcro essenziale delle nostre vite, dandoci sicurezza e felicità. 

Ed è proprio per questo che esiste Fondazione Home Renaissance Da 20 anni, per convincere i governi e le organizzazioni internazionali a favorire questo processo in ogni modo possibile. Magari non ce ne sarebbe bisogno.  

Nuove sfide in materia di alloggi

A Home Rinascimento Cerchiamo di approfondire e affrontare l'impatto del contesto familiare sullo sviluppo della persona e le sfide della vita familiare che tutti noi dobbiamo affrontare. 

Ad esempio, la sfida costante di far convivere in armonia generazioni diverse, soprattutto ora che l’invecchiamento della popolazione rappresenta un onere sempre maggiore per le risorse destinate all’alloggio e all’assistenza sanitaria. 

In molti paesi sviluppati i giovani vanno a vivere da soli più tardi a causa dei costi proibitivi degli alloggi, ma permane una certa riluttanza a progettare soluzioni abitative sufficientemente flessibili da soddisfare le esigenze delle diverse fasce d’età. 

Potremmo prendere esempio dalla Malesia, ad esempio, dove le famiglie vivono tradizionalmente vicine le une alle altre in unità abitative indipendenti e cambiano alloggio in base alle esigenze delle famiglie in crescita; i nonni spesso aiutano con i bambini i cui genitori lavorano, poiché le famiglie faticano a soddisfare le crescenti esigenze e aspettative della vita moderna. 

Dobbiamo trovare nuovi modi di utilizzare la tecnologia odierna per ricreare quel senso di comunità e sicurezza che, fino a poco tempo fa, era comune a molti. 

L'impatto del divario digitale

Un’altra sfida sempre più pressante e in rapida evoluzione consiste nel trovare il modo di adattarsi alle nuove e mutevoli pressioni esercitate dai social media e alla vulnerabilità dei giovani di fronte alla loro onnipresenza. 

Siamo così lontani dalla società semplice, regolata e stratificata del villaggio minerario nel nord-est dell’Inghilterra dove ho iniziato la mia vita nel dopoguerra, che ora sembra storia antica. Per le persone della mia generazione, spesso è spaventoso perché la tecnologia ha fatto passi da gigante al punto che non ci sono più esperienze da trasmettere ai bambini. Uno dei compiti di Fondazione Home Renaissance, con l'aiuto di studiosi ed esperti, è quello di fornire consigli su come la famiglia possa adattarsi per affrontare queste sfide. 

Non è un compito facile e richiede un’attenzione costante per stare al passo con i cambiamenti sempre più rapidi della tecnologia.

Senza dubbio, la qualità della vita è migliorata notevolmente nella maggior parte del mondo, con la possibile eccezione dell’Africa subsahariana; la malnutrizione in Cina e in India, ad esempio, è stata praticamente debellata; i diritti delle donne sono stati riconosciuti in molte delle nostre società. 

Ora dobbiamo imparare a mettere a frutto questi progressi a beneficio delle famiglie di tutto il mondo e, in particolare, dei bambini che ne fanno parte. Una missione enorme, ma di enorme importanza per Fondazione Home Renaissance.

L'autoreSir Bryan K. Sanderson CBE

Presidente della Home Renaissance Foundation ed ex amministratore delegato della British Petroleum.

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Esperienze

Gli educatori cattolici descrivono l'uso dell'intelligenza artificiale e concordano: manca la preparazione

L'intelligenza artificiale nelle aule: quale ruolo riveste nel nuovo anno scolastico? Gli educatori cattolici hanno raccontato come utilizzano l'IA e come affrontano le sfide che essa comporta. “Ci concentriamo sempre sull'essere umano” e “siamo poco preparati”, ammettono.

OSV / Omnes-7 settembre 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Corregge automaticamente le tue e-mail. Consente a Siri e Alexa di rispondere alle tue domande o ai tuoi comandi. Ti suggerisce cosa guardare dopo sul tuo servizio di streaming. Ti aiuta a orientarti grazie alle app di navigazione. È in grado di generare immagini, video, tesine e persino romanzi.

Si tratta dell’IA (Intelligenza artificiale), e la sua rapida diffusione nella vita quotidiana riguarda anche il settore dell’educazione cattolica.

Pertanto, in occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, OSV News ha intervistato educatori e opinion leader che hanno discusso di come l’intelligenza artificiale funzioni – o non funzioni – nelle aule cattoliche.

 Come si configura la formazione umana in un mondo dominato dall'intelligenza artificiale?

“Qualche anno fa, la maggior parte delle discussioni verteva sulle frodi accademiche, sulle politiche istituzionali e sull’opportunità di consentire agli studenti di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale”, afferma Meaghan Crowley-Sullivan a OSV News. È responsabile dello sviluppo dei programmi di studio e della formazione professionale presso l’Istituto per l’Innovazione nell’Educazione Digitale e nella Leadership della Loyola Marymount University di Los Angeles, noto come iDEAL.

“Quelle domande non sono scomparse; sono maturate”, ha spiegato. “Stiamo vedendo che sempre più scuole si chiedono: com’è un buon insegnamento in questa nuova era digitale? Cosa devono imparare gli studenti? Cosa dovremmo proteggere non solo nel nostro insegnamento, ma anche nel modo in cui affrontiamo l’insegnamento? E, in definitiva, come si configura la formazione umana in un mondo plasmato dall’intelligenza artificiale?”.

Vantaggi e sostegno per i genitori

Crowley-Sullivan ha affermato che è emersa anche una maggiore attenzione all'inclusione, mentre allo stesso tempo è diventato evidente che i genitori potrebbero trarre beneficio dall'aiuto delle scuole.

“Stanno aiutando i genitori a capire cosa sono queste tecnologie e con cosa si trovano a confrontarsi i loro figli”, ha aggiunto Crowley-Sullivan. “E come possono stabilire regole sane e avere conversazioni più significative sull’IA in famiglia”.

È necessario formare gli insegnanti all'uso dell'IA

Non sono solo gli studenti e i genitori ad aver bisogno di orientamento. “Quando insegniamo agli insegnanti a utilizzare questo strumento e a riflettere su come integrarlo nelle loro classi, ci basiamo molto su quel concetto di ‘essere umano nel ciclo’”, ha affermato da parte sua Shannon Tabaldo, direttrice di iDEAL.

“L’intelligenza artificiale incentrata sull’essere umano è solo uno strumento: serve a fornirti risorse e capacità aggiuntive che prima non avevi”, ha proseguito. “Ma sei tu a rimanere l’esperto. Nelle scuole cattoliche mettiamo sempre al centro la persona. Ci chiediamo sempre: ”Cosa stiamo davvero cercando di fare con questo strumento?’”.

Connor Nguyen e Jasper Zhao, alunni di prima elementare, partecipano a un programma di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) presso la scuola Assumption of the Virgin Mary di Pasadena, in California, il 15 gennaio 2025. (Foto di OSV News/Bob Roller).

L'intelligenza artificiale: un'opportunità per l'apprendimento personalizzato

Crowley-Sullivan e Tabaldo – che sono anche madri – hanno constatato un uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale nell’apprendimento personalizzato.

Gli studenti possono criticare un lavoro o un'immagine generata dall'IA, oppure chiederle di trasformare i propri tentativi di poesia in un perfetto pentametro giambico; l'IA può generare facilmente materiali adattati a un livello specifico per il corso e la lettura o simulare una «conversazione» con un personaggio storico; gli insegnanti possono utilizzarla per valutare i modelli di apprendimento degli studenti e personalizzare l’insegnamento in piccoli gruppi e in altre modalità didattiche.

“L’approccio cattolico non consiste nel temere la tecnologia né nel rifiutarsi di innovare», ha sottolineato Crowley-Sullivan. «Si tratta soprattutto di discernimento, di riconoscere le possibilità e di chiedersi se possiamo utilizzarle in modi che promuovano i nostri valori”.

Non siamo abbastanza preparati

Crowley-Sullivan riflette ampiamente l’opinione di Papa Leone XIV sul ruolo dell’intelligenza artificiale nell’istruzione, espressa di recente nella sua enciclica emblematica ‘Magnifica humanitas: ’Sulla tutela della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale".

“Le rapide trasformazioni tecnologiche rivelano quanto poco siamo preparati dal punto di vista educativo. Educare le persone all’uso dell’IA, quindi, significa insegnare loro a decidere quando e per quale scopo non debba essere utilizzata», ha scritto il Pontefice. «La rapidità e la facilità con cui è possibile ottenere risposte o sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande”.

“Le scuole non sono chiamate a stare al passo con il mondo digitale», ha affermato il Papa, “ma a offrire ciò che il mondo digitale da solo non può offrire, ovvero un momento condiviso per imparare e instaurare rapporti di fiducia”.

È necessario un quadro di riferimento cattolico per affrontare le nuove tecnologie

In risposta a queste preoccupazioni, Crowley-Sullivan ha sviluppato il “Catholic Companion Framework for Technology and Innovation” (“Quadro di riferimento cattolico complementare per la tecnologia e l’innovazione”), per aiutare educatori, leader e famiglie a orientarsi tra le tecnologie emergenti. 

Utilizzato dalle diocesi di tutto il Paese e scaricato in tutto il mondo, lo presenterà presto nella diocesi di Arlington, in Virginia – proprio alle porte di Washington –, per favorire l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle sue 51 scuole, che contano quasi 13.000 studenti.

Leslie Lipovski — vice sovrintendente per l’apprendimento degli studenti e l’eccellenza didattica nella diocesi — ha dichiarato a OSV News che la diocesi ha istituito un gruppo di lavoro per contribuire all’elaborazione di una politica in materia di intelligenza artificiale.

“Dalla scuola dell’infanzia fino alla terza media parliamo solo di alfabetizzazione all’IA: gli studenti non accedono a ChatGPT né lo utilizzano”, ha affermato Lipovski. “Ma anche i bambini della scuola dell’infanzia conoscono l’IA. Quindi ci chiediamo: cos’è l’IA? Come può essere utilizzata, nel bene o nel male?”.

Alcuni insegnanti dicono: “Torniamo alla carta e alla matita”. Altri invece la adottano

Alle scuole medie, ha aggiunto Lipovski, gli insegnanti sono «molto attenti al modo in cui la utilizzano. ‘Ho alcuni insegnanti che dicono: ’Torniamo alla carta e alla matita, è così che stiamo scrivendo i saggi in questo momento». Ma abbiamo anche insegnanti che la stanno adottando e stanno insegnando ai ragazzi come usarla in modo responsabile».

La diocesi di Arlington utilizza PowerSchool, un sistema informativo scolastico basato sul cloud che gestisce dati, voti, presenze e comunicazioni tra insegnanti, studenti e famiglie, nonché LUMA, un assistente intelligente per la classe sviluppato dal cyber-educatore Michael Hargadon, che supporta sia gli insegnanti che gli studenti.

La consapevolezza riguardo all'IA si è evoluta

Secondo Lily Abadal, socia della società di consulenza per le scuole cattoliche Partners in Mission, docente presso la University of South Florida e ricercatrice associata di un progetto dell’Università di Notre Dame denominato DELTA (Formazione umana nell’era dell’IA), la consapevolezza riguardo all’intelligenza artificiale si è evoluta nel tempo. 

“Nei primi due anni successivi al lancio di ChatGPT, a molti sembrava che potesse trattarsi solo di una moda passeggera”, ha affermato Abadal. 

“Non erano nemmeno necessariamente consapevoli di come funzionasse realmente, né di fino a che punto gli studenti avessero accesso a esso e che tipo di cose fossero in grado di realizzare con esso”.

“Ci sono situazioni in cui la soluzione più veloce e facile non è né buona né formativa”

“Ovviamente è qualcosa che può rendere le cose più veloci e semplici”, ha proseguito Abadal. “Ma ci sono contesti in cui ciò che è più veloce e semplice non è positivo, né formativo in termini di come plasma gli studenti”. 

“Impariamo che spesso le cose non sono facili, e dobbiamo essere in grado di affrontare le difficoltà per apprendere le virtù cattoliche che vogliamo che gli studenti acquisiscano durante tutto il loro percorso di istruzione cattolica”.

“Uno dei regali migliori che possiamo fare agli studenti riguardo al modo di interagire con l’IA”, ha concluso la consulente Abadal, “è mostrare loro dove questa tecnologia trova spazio nelle loro vite e dove invece no”. 

Parliamo di materiale riflettente

Stephen Eschenfelder, responsabile della pastorale universitaria della scuola secondaria cattolica Bishop McLaughlin di Spring Hill, in Florida, appartenente alla diocesi di San Pietroburgo, intende invitare Abadal a intervenire in occasione di una futura conferenza sull’intelligenza artificiale.

E, in qualità di ex seminarista laureato in filosofia morale, che tiene corsi di leadership e sui sacramenti, ha idee molto precise sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’istruzione.

“Ci deve essere un limite all’IA, e credo che rivolgersi a Dio nella preghiera debba essere quel limite”, ha sottolineato. “Non posso usare questo strumento come mezzo per vivere una vita di preghiera e per entrare in contatto con Dio. Durante le nostre lezioni di teologia, quando facciamo delle riflessioni, molti studenti ricorrono all’IA. Dobbiamo quindi cambiare le cose e il modo in cui assegniamo i compiti, perché si tratta di materiale che richiede riflessione. Una parte consiste nel raccogliere dati, ma gran parte si concentra su: ”Cosa ne pensi di questo?’, ‘Come ti senti riguardo a quello?’».

La vita professionale degli studenti di oggi potrebbe risentirne

Anche Eschenfelder è preoccupato per il potenziale “enorme iceberg di cambiamenti” che si profila all’orizzonte professionale dei suoi studenti, sottolineando che «tra qualche anno il loro lavoro potrebbe cambiare radicalmente a causa dell’intelligenza artificiale».

Uno studente ha persino confessato timidamente a Eschenfelder che la sua presentazione con diapositive era stata generata dall’intelligenza artificiale.

«Si sono privati della possibilità di imparare qualcosa», ha osservato Eschenfelder, il quale ha anche notato che gli studenti erano stupiti dal fatto che lui avesse scritto un romanzo da solo, invece di limitarsi a chiedere all’IA di scriverlo. «Non riusciva a capirlo», ha aggiunto, con una punta di esasperazione.

L'intelligenza artificiale è arrivata per restare. “Il nostro obiettivo: preservare quell'umanità”

“Dovremo adattare le scuole, l’insegnamento e l’apprendimento. Sarà tutto completamente diverso”, ha osservato Lipovski. “Il nostro obiettivo, come scuole cattoliche, è mantenere quell’umanità, perché l’insegnante è la parte più importante; l’insegnante è necessario per guidare gli studenti su quando è opportuno utilizzare l’IA e quando non lo è”.

«Hanno bisogno di quell’umanità», ha concluso. «Non possiamo semplicemente affidare tutto questo alle macchine».

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– Kimberley Heatherington è corrispondente di OSV News. Scrive dalla Virginia.

– Questo articolo è stato originariamente pubblicato su OSV News ed è consultabile qui.

L'autoreOSV / Omnes

Vaticano

Il Papa esorta a “trovare un accordo” come forma di amore e lancia un appello per l’Ucraina

Oltre alla correzione fraterna, esiste un altro modo fraterno di amare, ovvero “mettersi d’accordo”, ha sottolineato Papa Leone XIV durante l’Angelus di questa domenica. Ha inoltre esortato a fermare e porre fine alla violenza in Ucraina.

Francisco Otamendi-6 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Durante l’Angelus di questa domenica, 6 settembre, il Santo Padre Leone XIV ha lanciato in Piazza San Pietro un nuovo appello affinché si ponga fine alla violenza e alla distruzione in Ucraina e si aprano i cuori al dialogo e alla pace.

Inoltre, commentando le letture della liturgia domenicale, ha ricordato quanto afferma San Paolo nella Lettera ai Romani, ovvero che tutti i comandamenti “si riassumono in questo: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’” (Rm 13,9). 

San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive: “Che l’unico debito verso gli altri sia quello dell’amore reciproco”, ha sottolineato il Papa.

Il debito di un amore reciproco

Gesù ci ha insegnato a invocare e a praticare il perdono dei debiti. Tuttavia, c’è un debito che ci dobbiamo gli uni agli altri, senza lasciarci intrappolare da esso: è il debito dell’amore reciproco, ha sottolineato il Pontefice nella meditazione del Angelus.

E Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana “almeno due modi per mettere in pratica l’amore reciproco. Il primo è essere capaci di esercitare la correzione fraterna. Si tratta di un’arte delicata e spesso dimenticata, che richiede franchezza e gradualità”. 

Parlare con sincerità — prima a tu per tu; poi, se necessario, tra due o tre persone; infine, quando serve, con tutta la comunità — significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passi verso la crescita. I lamenti e le maldicenze sono più facili, ma non portano a nulla e bloccano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà nella carità: questo è stato il messaggio del Papa su questo tema.

Trovare un accordo, non solo quando c'è un conflitto 

Inoltre, “esiste un secondo modo di amare fraternalmente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non solo quando c’è un conflitto, ma anche per chiedere a Dio qualsiasi dono”, ha affermato il Successore di Pietro.

Il Signore dice: “Se due di voi sulla terra si uniscono per chiedere qualcosa, il Padre mio che è nei cieli glielo concederà» (Mt 18,19). Questa promessa suggerisce che possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni e, attraverso la preghiera, crescere nell’unità”.”

Senza la fede, chiunque potrebbe sentirsi solo e diffidare degli altri, vedendoli come estranei e nemici, ha proseguito Leone XIV. “Tuttavia, per grazia, siamo fratelli e sorelle in grado di trovare un accordo: incontrandoci, perdonandoci e ascoltandoci nel Signore”.

“Chiediamo a Maria”, ha esortato il Papa prima della preghiera mariana dell’Angelus, “che, dopo l’annuncio dell’angelo, si recò in fretta incontro alla cugina Elisabetta per condividere con lei la gioia e la fatica della gravidanza, affinché insegni anche a noi la gioiosa debito d'amore fraterno".

Solidarietà con il popolo ucraino

Il Papa ha poi aperto il suo cuore addolorato per esprimere la sua vicinanza all’Ucraina.

“È con grande rammarico che ho seguito le notizie relative ai violenti attacchi che hanno recentemente colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, causando la morte di persone innocenti. Il mio cuore è vicino alla sofferenza di un popolo che da anni vive nell’angoscia e nella paura”.

“Lancio un nuovo appello affinché si ponga fine alla violenza, si arresti la distruzione e si aprano i cuori al dialogo e alla pace”, ha implorato. “Spero che gli sforzi compiuti in questi giorni per riprendere i negoziati diano risultati concreti e aprano uno spazio alla diplomazia”.

«Eleviamo la nostra preghiera al Signore, affinché la concordia prevalga in tutti i conflitti del mondo», ha affermato Leone XIV.

Ritorno alle normali attività

In conclusione, il Papa ha esortato a chiedere al Signore, mentre riprendiamo le nostre attività quotidiane dopo le vacanze, di accompagnarci e sostenerci con la sua luce.

Si ricorda che alla fine di agosto il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, monsignor Paul Richard Gallagher, e il ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, hanno espresso alcuni punti di convergenza su questioni internazionali e hanno concordato sull’importanza di proseguire il dialogo tra la Federazione Russa e la Santa Sede.

Il segretario Gallagher disse allora: “Questa guerra deve finire”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Libri

Il V centenario di Filippo II, «il Prudente»

La storia di Filippo II, il monarca che concepiva il potere come un servizio al bene comune e alla Chiesa, ben lontana dall’immagine di crudeltà e fanatismo diffusa dalla “leggenda nera”.

José Carlos Martín de la Hoz-6 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il 27 maggio 2027 celebreremo il V centenario della nascita di uno dei monarchi più universali della storia della Spagna. Tutti ricordiamo la celebre frase secondo cui «il sole non tramontava mai sui suoi vasti territori», poiché durante il suo regno vi fu un periodo in cui le corone di Castiglia e del Portogallo si unirono, tanto che entrambi questi immensi imperi coprivano gran parte del mondo conosciuto.

In ogni caso, sin dagli albori del suo immenso potere e della sua vasta influenza, Filippo II tenne sempre presente un’affermazione di Francesco de Vitoria, fondatore della Scuola di Salamanca e del diritto internazionale, il quale gli ricordò sempre, sia a voce che per iscritto, che era opportuno che l’intero mondo spirituale fosse governato dal Pontefice Romano, poiché era importante che fossimo un unico popolo sotto un unico Pastore: Gesù Cristo, re universale dei cieli e della terra.

I limiti del potere universale

Allo stesso modo, nelle sue “Riflessioni sul potere politico e i suoi limiti” affermò per iscritto che, a causa del peccato originale e, in particolare, dell’egoismo e dell’invidia, non fosse opportuno che esistesse un unico impero universale che governasse materialmente il mondo. Come abbiamo effettivamente constatato dopo di lui, e anche dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo apparentemente globalizzato è diviso in grandi blocchi che competono per lo sviluppo e il progresso della scienza, della tecnica e della conseguente antropologia.

Certamente non esiste un solo monarca che, con le proprie leggi e i propri strumenti di governo, unifichi leggi e direttive in modo da garantire un unico comando politico. D'altra parte, abbiamo realizzato il sogno di Vitoria: che la dignità della persona umana fosse alla base di un diritto internazionale di gran lunga superiore al diritto delle genti del suo tempo e che, al contempo, rispettasse l’autonomia locale e provinciale, dove gli uomini possano vivere in fiducia e secondo le proprie tradizioni, il che garantisce vicinanza e sicurezza ai più deboli e una vera carità tra pari.

Felipe II, un re al servizio di Dio

Il fatto è che nel prossimo anno celebreremo il V centenario di Filippo II, il re cattolico per eccellenza che fu attaccato da tutti e da tutto perché non si fece mai scrupoli ad affermare di voler essere un buon figlio di Dio e della Chiesa.

Infatti, mise in pratica alla lettera ciò che già Alfonso X il Saggio aveva stabilito come “le leggi del regno”: nella prima parte, nel primo titolo e nella prima legge si affermava che lo scopo del monarca era che i suoi sudditi andassero in paradiso. Pertanto, Filippo II antepose gli interessi della Chiesa ai propri.

Governare per il bene comune

Allo stesso modo, cercò per le alte cariche della magistratura dello Stato le persone migliori, le più dotate intellettualmente, le più sagge e prudenti, anche se molti di loro erano religiosi, vescovi o cardinali. Ad esempio, non esitò a proporre al Santo Padre un uomo di Stato per ricoprire la carica di viceré della Nuova Spagna e, al contempo, quella di arcivescovo della prima diocesi americana del Messico.

Certamente non si trattava di clericalismo, ma della ricerca dell’onestà, della dedizione ai cittadini e del bene comune. Ne è un esempio una lettera di Filippo II a Diego de Covarrubias, che aveva appena nominato presidente del Consiglio di Castiglia, presidente del Consiglio di Stato e che era vescovo di Segovia. In quella lettera gli parlava di ciò che aveva nel cuore. Innanzitutto, gli chiedeva di impegnarsi al massimo per portare a termine la costruzione degli ospedali che erano stati decisi in seno al Consiglio di Stato e di sbloccare i fondi necessari per attuare il piano senza indugi.

In secondo luogo, lo esortava a stare attento a uno degli alti funzionari del Consiglio di Stato, poiché sottolineava: “tende ad accollarsi più lavoro di quanto ne possa gestire”. Questo dettaglio è interessante perché descrive un re che segue da vicino gli affari affinché vengano portati a termine e che sa chiedere ai propri uomini di fiducia ciò che possono dare e non di più. In realtà, quell’immenso impero poteva essere governato solo grazie a una generazione di uomini ben preparati nei Collegi maggiori, soprattutto a Salamanca, che seppero prendere le redini dello Stato e guidare il governo dei viceré e delle Cortes generali di ogni parte dell’impero.

La leggenda nera contro il re cattolico

Non possiamo tralasciare di menzionare la “leggenda nera” su Filippo II, che in realtà mirava ad attaccare la Chiesa, poiché egli era certamente il monarca cattolico più importante dell’epoca e i suoi territori rimasero fedeli alla Chiesa cattolica, mentre altrove prevaleva lo slogan “cuius regio, eius religio”, ovvero che attaccare la Chiesa significava attaccare Filippo II. 

D'altra parte, dobbiamo ricordare che Filippo II distingueva fin troppo bene tra la Chiesa cattolica, governata dal Santo Padre e guidata dallo Spirito Santo, e il papa in quanto signore temporale e sovrano degli estesi Stati Pontifici, una questione che portò ad alleanze tanto rocambolesche quanto l’unione tra la Francia e i turchi contro Filippo II per attaccare gli Stati Vaticani.

Uno sguardo nuovo su Filippo II

Certamente, le nuove generazioni hanno già potuto conoscere Filippo II molto meglio di noi, grazie alle opere dei grandi storici modernisti americani o europei come, ad esempio, Kamen, Parker, ecc., i quali hanno sviluppato una nuova interpretazione delle fonti e hanno messo in luce molti aspetti poco conosciuti, come la tenerezza paterna verso le figlie, l’educazione accurata che impartiva loro, la sua preoccupazione di adempiere ai desideri del Santo Padre nella preparazione della battaglia di Lepanto contro i turchi, difendendo al contempo, tramite l’agente delle preghiere romano, i diritti della corona spagnola in materia di regalie

Certamente, è cambiata la falsa immagine di un monarca “martello degli eretici”, “luce di Trento”, ovvero è stata eliminata la falsa immagine di un re austero, sempre vestito a lutto, crudele e pomposo (come riflette la copertina di quest’opera che ora presentiamo), clericale e più papista del Papa. 

Concludiamo raccomandando la lettura della recente opera di Manuel Rivero Rodríguez su Filippo II, per prepararci a questo centenario, sperando che produca tanti frutti quanti ne ha prodotti il centenario della sua morte.

Felipe II

Autore: Manuel Rivero Rodríguez
EditorialeAlianza editoriale
Pagine: 347
Anno di pubblicazione: 2026, Madrid
TribunaLucas Buch

La vocazione divina e la libertà

L'apparente contraddizione tra il piano di Dio e la libertà umana si risolve quando si comprende che la vocazione non è un'imposizione esterna, ma un progetto di vita che si scopre e si abbraccia liberamente attraverso un rapporto intimo di amore e amicizia personale con Lui.

6 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Di recente mi sono imbattuto in una frase di Giovanni Paolo II che ha nuovamente attirato la mia attenzione: “Nella vocazione risplendono al tempo stesso l’amore gratuito di Dio e l’esaltazione della libertà dell’uomo”. Come è possibile conciliare l’esistenza di un piano divino (la vocazione) con la libertà – l’esaltazione della libertà! – dell’uomo?

Una corrente di pensiero, che negli ultimi anni ha registrato una certa diffusione, sostiene che la volontà di Dio consista nell’aver creato l’essere umano libero. Dio ti ama e ti vuole libero: la tua vocazione si riassume nel modo in cui decidi di rispondere liberamente all’amore di Dio. In questo processo, l’unica determinazione è quella che deriva dai talenti personali e dalle condizioni di ciascuno, cosa che è, in ultima analisi, accidentale. Per il resto, è la creatività generosa a plasmare la chiamata. 

Questa visione è incoraggiante e aiuta a mettere in luce le potenzialità della nostra libertà, ma presenta anche alcune difficoltà. Me ne sono reso conto leggendo il libro Nelle tue mani, Padre, del carmelitano belga Wilfrid Stinissen. Il libro si articola in tre fasi: “Accettare la volontà di Dio”, “Obbedire alla volontà di Dio” e “Essere strumento di Dio”. Nella seconda, l’autore riprende l’idea che “La volontà di Dio non è scritta da nessuna parte in cielo. Poiché Dio ci ha dato il libero arbitrio, vuole anche che lo usiamo. Purché non violiamo espressamente la volontà manifesta di Dio e le leggi della Chiesa, possiamo decidere da soli cosa vogliamo fare”.

Era il modo in cui un professore di filosofia spiegava il disegno di Dio per ciascuno di noi. Anni dopo, lo stesso autore chiese “A un caro amico chiesi se Dio volesse qualcosa in ogni momento, anche nelle cose più piccole. La risposta fu immediata: ‘Certo, altrimenti l’obbedienza non avrebbe senso’”. Sembra una affermazione forte, ma è facile da comprendere: se non c’è una volontà determinata, non è possibile parlare di obbedienza. E, in effetti, se Dio non avesse avuto un disegno per Maria, difficilmente lei avrebbe deciso di diventare Madre del Messia (e tanto meno ci sarebbe riuscita solo grazie alla sua generosità…). Anche Gesù aveva ben chiaro ciò che il Padre gli chiedeva in ogni momento – e proprio nel farlo consisteva il suo nutrimento. 

Se Dio ha un piano prestabilito, la libertà si riduce a dire "sì" a ciò che Dio stabilisce? Il Sinodo dei Vescovi del 2018, dedicato ai giovani e alla vocazione, sottolineava la necessità di riflettere su tale relazione evitando ogni determinismo e tutto il resto estrinsecismo: “La vocazione non è né un copione già scritto che l’essere umano dovrebbe semplicemente recitare, né un’improvvisazione teatrale senza schema”. 

Ciò che Stinissen ci aiuta a comprendere è che è possibile percorrere la via della volontà di Dio – una volontà ben precisa – partendo da un’esperienza di profonda libertà. È così che la vivono i santi e le sante di ogni epoca. Forse è proprio questo il punto decisivo: per chi si concepisce ancora come un individuo distinto da Dio, è impossibile che la Sua volontà non appaia come un’imposizione, per quanto lieve possa essere. Lo si può incoraggiare a confidare in Dio, che lo ha creato libero; e gli si può far capire che la volontà divina non è altro che la sua stessa felicità, e che Dio lo ha creato libero per mettere in gioco quella capacità radicale… Ma tutto ciò non basta a convincere qualcuno che vede Dio come un estraneo. 

La vocazione divina si comprende e si vive in piena libertà solo attraverso il rapporto personale con Dio. La Sua volontà può essere un cammino di libertà, nella misura in cui la propria vita si concepisce a partire dalla comunione con Lui. In questo modo, l’amore vissuto illumina la realtà: l'amore è conoscenza in sé, secondo la famosa frase di San Gregorio Magno, l'amore stesso è conoscenza. L’amore vissuto permette di comprendere la vocazione in un modo che prima risultava incomprensibile. Riccardo di San Vittore lo espresse così: ubi amor, ibi oculus -«Dove c’è amore», si potrebbe tradurre-, si apre la capacità di vedere ciò che prima era nascosto. 

Così, chi è unito a Dio dall’amore vive la vocazione come un invito alla piena libertà. Chi invece non vive quell’amore non è in grado di comprenderla. In poche parole, il fenomeno della vocazione si comprende appieno solo dall’unione con Dio, nell’unione con Lui. 

Se è così, piuttosto che cercare di spiegare il fenomeno vocazionale partendo dal rapporto tra obbedienza e libertà, bisognerebbe farlo partendo dalla coppia comunione-chiamata. Leone XIV lo ha sottolineato di recente, rispondendo alle domande del piccolo Renzo a Barcellona: “Più che chiedersi se si diventerà sacerdote, medico, insegnante, padre di famiglia o qualsiasi altra cosa, è importante chiedersi se si vuole essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dona gioia, ci rende liberi e ci aiuta a scoprire, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno di noi»”. Per chi è amico di qualcuno, l’idea di condividere un progetto con lui non rappresenta un’esigenza estrinseca, ma qualcosa che è proprio come la vita stessa. Per chi vive l’amicizia con Cristo, le sue proposte sono più proprie dei suoi stessi desideri. E nel rispondere a quella chiamata, metterà in gioco tutta la sua libertà, al tempo stesso obbediente e creativa.

L'autoreLucas Buch

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Evangelizzazione

9 frasi di Santa Teresa di Calcutta rivolte al mondo

Il 5 settembre la Chiesa celebra santa Teresa di Calcutta, che tanti chiamavano Madre Teresa e che era così amata. Qui sono raccolti 9 messaggi che ci ha lasciato durante il suo cammino terreno, e un aneddoto alla fine che spiega i suoi inizi in India.

Francisco Otamendi-5 settembre 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Chi non ha conosciuto, o non ha un parente o un amico, che ha trascorso qualche settimana, o un anno, in India con le Missionarie della Carità, dando una mano nell'intenso lavoro svolto dalle figlie spirituali di Madre Teresa di Calcutta?

“Oggi la Chiesa cattolica celebra la memoria di santa Teresa di Calcutta, suora di origine albanese che, con il suo ”sì” ai disegni del Signore, è stata capace di portare l’Amore di Dio ai più poveri tra i poveri in oltre 130 paesi. Ovvero, in ogni angolo del pianeta. Ciò che è impossibile per l’uomo è possibile per Dio», scritto L'anno scorso su Omnes, proprio in questa stessa data, Fernando Gutiérrez, missionario laico e fondatore della Mary's Children Mission.

E aggiungeva: “Durante i quindici mesi in cui ho vissuto a Calcutta, c’è stata una cosa che ha attirato fortemente la mia attenzione. Il luogo in cui ebbe inizio questa grande opera di carità, che Dio ha compiuto per mezzo di Madre Teresa nell’umile quartiere di Motijheel, è ancora oggi una zona a maggioranza musulmana in cui persiste, inoltre, molta povertà, sia materiale che spirituale. E spesso, passeggiando per le sue strade, pensavo: se fossi cresciuto a Calcutta con una santa così vicina a me, mi sarei convertito già da tempo e la mia fede sarebbe ormai grande quasi quanto quel granello di senape”.

Il carisma di Madre Teresa: dedizione totale, anima e corpo

Le Missionarie della Carità hanno pubblicato sul loro sito web il carisma della sua fondatrice, che sono state riportate, in tono quasi colloquiale, anche in questo modo:

“L’obiettivo delle Suore Missionarie della Carità è quello di dedicarsi anima e corpo, ed esclusivamente, al benessere materiale e spirituale di tutte le persone indifese, dei poveri indifesi, dei bambini abbandonati, dei malati senza assistenza, dei lebbrosi e dei mendicanti bisognosi; in sintesi, tutti quegli sfortunati che, sia per propria negligenza sia per mancanza di interesse pubblico, sono costretti a vagare per la vita senza aiuto né speranza”.

Alcuni dei suoi messaggi

Ecco alcuni dei messaggi della santa, necessariamente in forma di estratti, che in questa ricorrenza possono essere adatti alla meditazione davanti al Signore. In sintesi, la santa diceva questo:

“Il frutto del silenzio è la preghiera. Il frutto della preghiera è la fede. Il frutto della fede è l’amore. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace”.

“La religione è un’opera d’amore, non deve dividerci né distruggere la pace e l’unità”

1.- ”La religione deve essere un’opera d’amore. Pertanto, non deve dividerci né distruggere la pace e l’unità. Usiamo la religione per aiutarci a essere un unico cuore pieno d’amore nel cuore di Dio. Amandoci gli uni gli altri, realizzeremo lo scopo della nostra creazione: amare ed essere amati».

2.- “Tutti siamo capaci di fare il bene e il male. Non nasciamo cattivi. Tutti abbiamo qualcosa di buono dentro di noi. Alcuni lo nascondono, altri lo trascurano, ma c’è. Dio ci ha creati per amare ed essere amati… siamo tutti suoi figli, che siamo indù, musulmani o cristiani”.

Santa Teresa di Calcutta @OSV.

“Siamo figli di Dio, creati per amare ed essere amati”

3.- “Siamo tutti figli di Dio e siamo stati creati per grandi cose: amare ed essere amati. Dio ama ciascuno di noi con un amore eterno; siamo preziosi per Lui. Pertanto, nulla dovrebbe separarci. La religione è un dono di Dio e ha lo scopo di aiutarci a essere un unico cuore pieno d’amore. Dio è nostro Padre e siamo tutti suoi figli; siamo tutti fratelli e sorelle. Che non vi sia alcuna distinzione di razza, colore o credo”.

4.- “Siamo stati inviati per unire sotto un unico Spirito tutte le persone, indipendentemente dalla loro nazione, razza o cultura. Sotto quale spirito? Lo spirito dell’amore! Siamo stati inviati a unire tutti sotto lo spirito dell’amore: a unire tutti gli uomini di diverse religioni: indù, musulmani e persone di diverse caste, colori o culture. Siamo stati chiamati a testimoniare la realtà della fratellanza di tutti i popoli, in cui la pienezza della legge è l’amore».

“Non usiamo la religione per dividerci”

5.- Non usiamo la religione per dividerci. In tutti i libri sacri vediamo come Dio ci chiami all’amore. Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri, lo facciamo per Lui, perché Dio è nostro Padre. La religione è un’opera d’amore, non serve a distruggere la pace e l’unità.

6.- “Alcuni lo chiamano Ishwar, altri Allah, altri semplicemente Dio, ma tutti dobbiamo riconoscere che Lui ci ha creati per grandi cose: per amare ed essere amati. Ciò che conta è che amiamo. Non possiamo amare senza pregare, quindi, qualunque sia la nostra religione, dobbiamo pregare…”

“Il nostro lavoro non mira alla conversione, ma ad avvicinare le persone a Dio attraverso le nostre opere di carità”

7.- “Il nostro lavoro in India e altrove non ha come obiettivo la conversione, ma avvicinare le persone, specialmente quelle più bisognose, a Dio attraverso le nostre opere di carità”. “Se, trovandoci faccia a faccia con Dio, lo accogliamo nella nostra vita, allora ci stiamo convertendo”. “La conversione migliore è far sì che le persone si amino le une le altre. Quando si amano, si avvicinano di più a Dio”. E da dove si comincia? Pregando insieme. Preghiamo per portare la preghiera nella nostra famiglia. 

“Un sorriso è l’inizio dell’amore”

8.- “Incontriamoci sempre con un sorriso… perché un sorriso è l’inizio dell’amore”. Siate gentili e misericordiosi. Che nessuno vi si avvicini senza andarsene migliore, più felice. Siate l’espressione viva della bontà di Dio: bontà sul vostro volto, bontà nei vostri occhi, bontà nel vostro sorriso, bontà nel vostro caloroso saluto.

9.- “Sorelle e fratelli di tutto il mondo, in ogni paese, cerchiamo di offrire lo stesso amore e la stessa cura, a prescindere dalla religione, dalla casta o dal colore della pelle. Cerchiamo di essere al servizio dei figli di Dio, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. E credo che questo sia stato un altro meraviglioso dono di Dio, che ci ha dato l’opportunità di servirLo”.

Fotografia inclusa nel servizio ‘La Misericordia e Madre Teresa’, a firma di Brian Kolodiejchuk, pubblicato sulla rivista *Palabra* nel 2016.

Un aneddoto decisivo: la prima donna che raccolse

Santa Teresa di Calcutta racconta che “la prima donna che ho visto l’ho raccolta io stesso dalla strada. Era quasi divorata dai topi e dalle formiche. L’ho portata in ospedale, ma non hanno potuto fare nulla per lei. L’hanno ricoverata solo perché mi sono rifiutato di andarmene finché non l’avessero accolta». 

Da lì mi sono recato al municipio e ho chiesto loro un posto dove poter portare queste persone, perché proprio quel giorno ne avevo trovate altre che stavano morendo per strada”.

“Il funzionario sanitario del Comune mi portò al tempio, il Tempio di Kali, e mi mostrò il Darmashalah, dove la gente era solita riposarsi dopo aver pregato la dea Kali. Era un edificio vuoto; mi chiese se fossi disposto ad accettarlo. Ero davvero felice di poter avere quel luogo per molte ragioni, ma soprattutto sapendo che era un centro di culto e devozione per gli indù. 

Nel giro di ventiquattro ore avevamo già portato lì i nostri pazienti e abbiamo iniziato a lavorare nella casa di cura per malati e moribondi indigenti. Da allora, abbiamo raccolto più di ventitremila persone dalle strade di Calcutta, delle quali circa il cinquanta per cento è deceduto”.

Assoluzione in un tribunale indiano

Quest'anno la congregazione ha vissuto un momento di grande gioia. In un sentenza storica che pone fine a una battaglia legale durata otto anni, il Tribunale civile di Ranchi (capitale dello Jharkhand) ha assolto una suora delle Missionarie della Carità, rimasta in carcere per oltre un anno, e altre due persone, accusate di traffico di minori nel 2018. Suor Mary Prema, all’epoca superiora, ha denunciato i “miti diffusi, le informazioni distorte e le notizie false” che sono state pubblicate.

Monsignor Theodore Mascarenhas, ex segretario generale della Conferenza Episcopale Cattolica dell’India (CBCI) e vescovo di Daltonganj, ha definito la sentenza “un trionfo della verità, della perseveranza e della fede”.

L'autoreFrancisco Otamendi

Cinema

Un rapimento sotto gli occhi di un bambino

In un Messico segnato dalla povertà, un bambino scopre l’oscuro segreto che gli adulti che lo circondano nascondono e dovrà affrontare il risveglio del male senza perdere la propria innocenza.

Pablo Úrbez-5 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Messico, 1986. Durante i mondiali di calcio, il piccolo Miguel e sua sorella María giocano con i bambini di altre famiglie nella tenuta Esmeralda, una piantagione di caffè un tempo fiorente. Gli adulti, che vedono litigare continuamente, si sforzano di risollevare le sorti economiche della famiglia e di strappare i propri figli alla miseria. Un giorno, Miguel scopre Felipe, un bambino rapito, nascosto nel ripostiglio di una casa abbandonata.

Miniserie in sei episodi prodotta da Netflix, tratta dal romanzo Io non ho paura dello scrittore italiano Niccolò Ammaniti. Nel 2003 era già stata trasposta sul grande schermo con lo stesso titolo, in un film diretto da Gabriele Salvatore. Se sia nel romanzo che in quel lungometraggio la trama era ambientata nell’Italia del 1978, l’adattamento al Messico del 1986 è davvero meritevole. I registi mantengono una netta distinzione tra il mondo infantile, caratterizzato da innocenza, onestà e sincerità, e il mondo degli adulti, pieno di egoismo e meschinità. La miniserie descrive il risveglio di questi bambini alla malvagità, ai quale reagiscono in modo davvero virtuoso.

Non ho paura ha molto in comune con i classici per ragazzi come I Goonies, E.T. o la recente Stranger Things, che racconta avventure in cui vengono esaltati l’eroismo e il valore dell’amicizia. Ma, al contempo, descrive anche situazioni cupe che sfiorano il terrore, con un tono di thriller sia nelle indagini sul caso che nell’angoscia vissuta dal bambino rapito. La piantagione di caffè ormai in declino, circondata da vaste foreste nebbiosose e dove è facile perdersi, offre una cornice ideale per lo svolgersi dell’azione, ed è proprio qui che risiede lo sforzo dell’adattamento. Inoltre, lo svolgimento della vicenda durante i Mondiali di calcio mette in luce i sogni e l’innocenza infantile nel seguire con emozione le partite, mentre anche il Paese intero è con gli occhi puntati sull’evento, e i rapitori mettono in atto il loro piano malvagio.

I sei episodi sono strutturati molto bene, con salti temporali ben definiti che offrono allo spettatore una visione d’insieme completa del rapimento. Le interpretazioni, specialmente quelle dei bambini, risultano molto convincenti. Tuttavia, come nota negativa, forse avrebbe potuto chiarire tutti i punti in sospeso nel finale, invece di lasciare così tante domande in sospeso, oltre a mostrare in che situazione si ritrovi ciascun personaggio alla fine.

Serie

Titolo: Non ho paura
Indirizzo: Ernesto Contreras, Alba Gil, Alejandro Zuno
Distribuzione: Luis Alberti, Fátima Molina, Humberto Busto
Piattaforma: Netflix
Paese: Messico

L'autorePablo Úrbez

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Magia

Vogliamo ciò che dovremmo voler; studiamo la facoltà che dovremmo studiare, e così passano i nostri giorni.

5 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Una delle mie canzoni preferite si intitola “Una vita meravigliosa”, di Black, e dice che c’è magia ovunque si guardi. Ci sono persone che vivono senza rendersene conto.

Facevo volontariato in un ospedale. Una mattina mi trovavo accanto al letto di una signora di circa settant’anni che si lamentava della propria vita, non di quella presente, ma di quella passata. Costretta a letto, ripercorreva i propri ricordi e, senza rendersene conto, esprimeva le proprie lamentele ad alta voce, in modo che tutti potessero sentirle.

Mi ha colpito profondamente e, allo stesso tempo, mi ha pervaso un grande senso di tristezza, poiché nulla di ciò che rimpiangeva aveva una soluzione. Diceva di aver trascorso tutta la sua vita in piedi, dietro il bancone di una tabaccheria, lavorando più del dovuto.

La donna aveva la sensazione di aver vissuto poco o di non aver preso certe decisioni (come diceva santa Teresa d’Avila). Un giorno se ne rese conto: si svegliò, vide, capì che la vita è una sola, ma, trascinata dall’inerzia, aveva fatto ciò che doveva fare, lasciandosi trasportare dalla corrente. Perché non se ne era resa conto prima?

Nel nostro vita Non sempre ci sono grandi drammi o crisi; a volte è solo la sensazione di esserci, ma senza esserci del tutto. Vogliamo ciò che dovremmo voler; studiamo la facoltà che dovremmo studiare, e così passano i nostri giorni.

Seguiamo il ritmo della vita, che ci trascina perché è ciò che ci si aspetta da noi. Questa inerzia ci porta a rimandare ciò che ci sta davvero a cuore, perché crediamo che non sia il momento giusto per affrontarlo.

È un’esistenza inautentica, inadeguata, in cui ci si dimentica di sé stessi. Non perché sia necessariamente sbagliata, ma perché non ci siamo fermati a riflettere se vorremmo qualcosa di più dalla nostra vita. Quando viviamo così, non viviamo la nostra vita: semplicemente la trascorriamo, perdendo i momenti di magia.

Attualità

È venuto a mancare Pedro Rodríguez García, fondatore e primo direttore della rivista “Palabra”

Teologo e docente presso l'Università di Navarra, fondò Parola nel 1965 e ha intrapreso una lunga carriera accademica e di ricerca legata alla Chiesa e al Concilio Vaticano II. Ha curato le edizioni critico-storiche di Camino e di Santo Rosario, di san Josemaría Escrivá, al quale nel 1967 rilasciò una storica intervista.

Redazione Omnes-4 settembre 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Pedro Rodríguez García, sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, teologo e professore ordinario emerito dell’Università di Navarra, è deceduto all’età di 93 anni. Rodríguez è stato il fondatore e primo direttore della rivista Parola, pubblicazione che è all’origine della l'attuale rivista Omnes e della casa editrice Ediciones Palabra.

Nato a Cartagena nel 1933, Pedro Rodríguez ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e ha frequentato i corsi di dottorato presso l’Università Complutense di Madrid. Tra il 1956 e il 1959 risiedette a Roma, dove conseguì la laurea e il dottorato in Sacra Teologia presso l’Università Lateranense. In quegli anni conviveva quotidianamente con san Josemaría Escrivá. Fu ordinato sacerdote nel 1958 e incardinato nella Prelatura dell’Opus Dei.

Al suo ritorno a Madrid, nel 1959, si dedicò all’insegnamento della teologia presso il «Studium Generale» dell’Opus Dei e all’opera pastorale negli ambienti universitari. In quegli anni partecipò anche, insieme ai professori Alfredo García Suárez e José María Casciaro, all’avvio della Biblioteca di teologia grazie all’Università di Navarra, che intendeva promuovere il rinnovamento teologico nel contesto del Concilio Vaticano II.

Fondatore di Palabra

Nel settembre del 1965, all’inizio dell’ultima sessione del Concilio Vaticano II, Pedro Rodríguez fondò e assunse la direzione della rivista Parola per quattro anni. La rivista nacque come periodico mensile di analisi pastorale e teologica rivolto in particolare ai sacerdoti della Spagna e dell’America iberoamericana, con l’obiettivo di favorire l’accoglienza e l’applicazione degli insegnamenti del Concilio.

Con il passare degli anni, Parola ha ampliato i propri orizzonti fino a diventare un’importante rivista di informazione cristiana. La pubblicazione è stata inoltre all’origine della casa editrice Ediciones Palabra, che da allora ha svolto un’ampia attività di diffusione di libri di contenuto cristiano.

L'intervista a san Josemaría

Uno degli episodi più significativi del suo mandato alla guida di Parola è stata la Intervista a san Josemaría Escrivá pubblicata nell'ottobre del 1967. Pedro Rodríguez ha partecipato alla stesura del questionario, composto alla fine da 21 domande, riguardanti la Chiesa, il Concilio Vaticano II, il laicato e la vita cristiana.

L'intervista, con san Josemaría in copertina, fu presentata dallo stesso Rodríguez e in seguito costituì il primo capitolo di Conversazioni con monsignor Escrivá de Balaguer.

Un'ampia opera teologica

Dottore in Teologia e in Giurisprudenza, l’attività didattica e di ricerca di Pedro Rodríguez si è concentrata in particolare sull’ecclesiologia, con un’attenzione speciale alla sua dimensione ecumenica e spirituale. Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi lavori di ricerca e edizioni di fonti.

Tra le sue opere spiccano Chiesa ed ecumenismo, Ecclesiologia. 30 anni dopo la «Lumen Gentium», in cui propone una riflessione sull’evoluzione dell’ecclesiologia a partire da una delle costituzioni fondamentali del Concilio Vaticano II, e Il Catechismo Romano di fronte a Filippo II e all’Inquisizione spagnola. Ha inoltre curato le edizioni critico-storiche di Camino e di Santo Rosario, di san Josemaría Escrivá, in cui ha svolto un rigoroso lavoro di studio e di contestualizzazione storica su due delle sue opere più note.

Una lunga carriera accademica

Pedro Rodríguez è stato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra dal 1974 e professore emerito dal 2003. Nel corso della sua carriera accademica ha ricoperto, tra le altre cariche, quelle di decano della Facoltà di Teologia, direttore degli Studi, direttore della Ricerca e direttore del Dipartimento di Ecclesiologia. Ha inoltre diretto Scripta Theologica, rivista di ricerca teologica dell'Università di Navarra.

La sua attività didattica e di ricerca si è concentrata in particolare sull’ecclesiologia, la teologia ecumenica, la storia della teologia e la ricezione del Concilio Vaticano II, nonché sulla teologia e la spiritualità di san Josemaría Escrivá. È stato inoltre nominato esperto da san Giovanni Paolo II per il Sinodo dei Vescovi per l’Europa del 1999 e ha presieduto la delegazione della Prelatura dell’Opus Dei alla III Assemblea Ecumenica Europea, tenutasi a Sibiu (Romania) nel 2007.

Tra i riconoscimenti ricevuti figurano l’appartenenza alla Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, alla quale è stato ammesso nel 1980, e la nomina a membro effettivo della Reale Accademia dei Dottori di Spagna nel 2006. Giovanni Paolo II gli ha inoltre conferito il titolo di Prelato d’Onore di Sua Santità.

Cultura

La vita di fede di Dolly Parton

Le quasi 1000 canzoni che Dolly Parton ha registrato nel corso della sua lunga carriera hanno abbracciato una vasta gamma di temi. Scomparsa all’età di 80 anni a causa di un tumore il 25 agosto nella sua casa di Nashville, nel Tennessee, ha dedicato la sua vita all’approfondimento degli insegnamenti biblici, e la sua fede è stata fonte di ispirazione per milioni di persone.

OSV / Omnes-4 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

– Kurt Jensen, OSV News

Nelle sue mille canzoni, Dolly Parton (1946-2026) non solo ha affrontato l’umiliazione della povertà, le vessazioni in un lavoro senza prospettive e le rivalità amorose, ma si è anche sentita a proprio agio con brani esplicitamente cristiani come “He’s Alive” del 1989 e “There Was Jesus”, pubblicato 30 anni dopo.

In effetti, la fede di Parton si è manifestata in modi concreti che hanno portato benefici a milioni di persone in tutto il mondo.

Sfacciata e stravagante sul palco, nella vita privata era discreta e equilibrata, e mai moralista. Preferiva dare l’esempio, investendo la sua ricchezza e la sua fama in opere filantropiche, con particolare attenzione ai più vulnerabili.

Amore per il prossimo fin dai primi anni di vita

Già da bambina, Parton — la quarta di dodici fratelli — sapeva per esperienza diretta come l’analfabetismo potesse far sprofondare le persone nella miseria. Poiché suo padre, Robert, un contadino del Tennessee orientale, non sapeva né leggere né scrivere, le sue opportunità lavorative erano molto limitate.

Ma Parton sapeva anche che il problema dell’analfabetismo poteva essere mitigato fin dalla più tenera età. Con questo obiettivo in mente, nel 1995 ha fondato Imagination Library, un’organizzazione che invia libri gratuiti e adatti all’età dei bambini di età inferiore ai 5 anni. Con un successo clamoroso sin dal suo esordio, Imagination Library aiuta attualmente 3 milioni di bambini ogni mese.

Un’altra difficoltà che ha segnato la giovinezza di Parton è stata la paura diffusa di contrarre la poliomielite. Nel 2020, quando la pandemia di COVID-19 ha iniziato a seminare un terrore simile in tutto il mondo, le è stato chiesto aiuto e, con discrezione, si è messa all’opera.

Senza fare troppo clamore, la Parton ha donato un milione di dollari alla ricerca sui vaccini presso il Centro medico dell’Università di Vanderbilt. Il suo amico, il dottor Naji Abumrad, le ha detto che un vaccino potrebbe essere ormai vicino. Il suo contributo ha dato vita al Fondo di ricerca Covid-19 Dolly Parton, che è stato fondamentale per lo sviluppo del vaccino Moderna.

Successo unanime

Parton stava già consolidando da tempo la sua carriera nella musica country quando, nel 1977, fece un grande balzo in avanti con “Here You Come Again”, che divenne il suo primo successo pop. Grazie a questo, divenne una figura di rilievo nazionale e la sua fama non è mai venuta meno.

Tre anni dopo, Parton fece il salto sul grande schermo recitando al fianco di Jane Fonda e Lily Tomlin nella popolare commedia ambientata in ufficio “9 to 5”. Il trio interpretava delle segretarie oppresse dalla tirannia di un capo lascivo (Dabney Coleman). Parton compose e incise la colonna sonora del film, che riscosse anch’essa un grande successo.

Dollywood, un parco a tema situato a Pigeon Forge, la sua città natale, è stato un altro dei progetti di successo di Parton. Ha dato un notevole impulso all’economia locale in una zona che molti avrebbero considerato troppo remota per ospitare una struttura ricreativa di tale portata.

Lezioni spirituali

La predilezione di Parton per i temi spirituali, così come la sua tendenza a prendere direzioni inaspettate, è stata una costante. 

Nel 2012 ha recitato al fianco di Queen Latifah nel film ‘Joyful Noise’, che racconta la rivalità tra due membri del coro di una chiesa in un piccolo paese della Georgia.

Nove anni dopo, la Parton ha ricevuto un premio Christopher per il suo speciale natalizio del 2020, ‘Christmas on the Square’, un adattamento moderno del racconto breve di Charles Dickens del 1843, «A Christmas Carol». In quella che sarebbe stata la sua ultima interpretazione, Parton ha interpretato, come c’era da aspettarsi, un angelo adornato di strass.

In un articolo pubblicato a gennaio in occasione dell‘80° compleanno di Parton, Rita Buettner, editorialista della Catholic Review — l’organo di stampa dell’Arcidiocesi di Baltimora —, ha descritto la sua reazione alla recente nuova registrazione della canzone di Parton del 1977, ’Light of a Clear Blue Morning».

“Sono rimasta colpita dalla bellezza di questo regalo di Dolly. È una canzone di speranza, conforto e forza in un momento in cui tutti ne abbiamo particolarmente bisogno. È anche una canzone di fede”.

Fede nell'umanità, fede in Dio

Buettner ha continuato elogiando il modo in cui Parton “vive e dimostra chiaramente la propria fede. Ha fede nell’umanità, fede in uno scopo superiore, fede in Dio, fede nel futuro. So che Dolly non è cattolica. Ma siamo cristiani, siamo credenti e entrambi cerchiamo di vivere ogni giorno facendo un passo in più verso il cielo, o almeno così speriamo”.

“Non sempre lo dice apertamente”, ha proseguito Buettner. “Non ha bisogno di farlo. Lo trasmette attraverso la sua musica, utilizzando i doni che Dio gli ha concesso per regalare al mondo un po” più di luce, un po’ più di bellezza, un po’ più di gioia».

“Le canzoni di Dolly aiutano gli altri a sentirsi meno soli”, ha concluso Buettner. “Ci accompagnano nel viaggio della vita, per farci capire che non siamo gli unici a provare tristezza, difficoltà, momenti bui o amore”.

Oltre 50 anni di matrimonio

Molti ricordano, a questo proposito, “Islands In the Stream” (con Kenny Rogers), il cui messaggio centrale è l’amore come legame profondo, con la convinzione che insieme si possa superare qualsiasi cosa. Dolly Rebecca Parton sposò Carl Thomas Dean nel 1966 e una volta disse scherzosamente che Dean l’aveva vista esibirsi solo una volta. Alludeva al suo lato romantico, raccontando che lui faceva cose spontanee per sorprenderla, come scriverle poesie. 

Parton ha dichiarato nel 2011: “Siamo davvero molto orgogliosi di il nostro matrimonio. ”È il primo per entrambi. E l’ultimo». Il 6 maggio 2016, Parton ha annunciato che lei e Dean avrebbero rinnovato i voti nuziali in occasione del loro 50° anniversario di matrimonio. Il 3 marzo 2025, Parton ha annunciato sui social media che Dean era morto nella sua casa di Nashville all’età di 82 anni.

“I Will Always Love You”

Un fatto forse meno noto è che Dolly Parton scrisse “I Will Always Love You” nel 1973 e la registrò originariamente nel 1974. Successivamente, la versione che la rese famosa fu quella di Whitney Houston, pubblicata nel 1992 per la colonna sonora del film ‘La guardia del corpo’, in cui Houston ha recitato al fianco di Kevin Costner.

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– Kurt Jensen è un critico ospite di OSV News.

– Questo articolo è stato pubblicato originariamente su OSV News ed è disponibile qui qui.

L'autoreOSV / Omnes

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Vuoi diventare Papa? 

Leone XIV ricorda che la vita cristiana consiste nel scoprire la chiamata di Dio e nel rispondervi liberamente, accogliendo il sogno che il Signore ha per ogni persona.

4 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

“Mi chiedi se da bambino volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma una cosa te la posso dire: fin da piccolo ho sentito il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora bene come né dove mi avrebbe condotto il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quella strada passava attraverso l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio”. Queste parole di Leone XIV si inseriscono in uno dei momenti più emozionanti vissuti durante il viaggio apostolico del Pontefice in Spagna lo scorso giugno. 

La domanda innocente e tenera di Renzo, quel bambino proveniente da una famiglia in difficoltà, nascondeva nella semplicità con cui era formulata la questione fondamentale per ogni cristiano. 

Dio non chiede a ciascuno di noi se vogliamo diventare Papa (meno male!), ma c’è una domanda che pone a tutti noi, ogni giorno della nostra vita: “Vuoi diventare un santo?” 

E, giorno dopo giorno, reagiamo, con più o meno successo. 

Questa è la vita cristiana. 

Di recente ho letto che il discepolo è colui che cambia le proprie abitudini, i propri orari… per stare più vicino a Cristo. 

Il discepolo lascia le reti; non perché le abbandoni, condannandole all’oblio e ai topi, ma perché mette quelle reti al servizio della missione. 

Pietro non abbandonò la barca. Abbandonò la sua decisione riguardo ad essa, la sua dipendenza da essa e, affidandola nelle mani di Cristo, ne fece la Chiesa. 

No, Dio non ci chiede se vogliamo conoscere il fine ultimo della nostra vita, né le vicissitudini che dovremo affrontare nel corso di essa – forse perché conosce le conseguenze degli infarti miocardici. Ci chiede se vogliamo collaborare, liberamente, al suo progetto, per realizzare il sogno di Dio di cui parlava Leone XIV a Renzo, quello che il Creatore nutre e custodisce per ciascuno di noi. 

Dare vita alla risposta positiva a quella chiamata è ciò che definisce la nostra felicità, che è sempre condivisa. 

Un pensatore e scrittore spagnolo sostiene che l’essere umano abbia un unico momento cruciale nella propria vita: quello in cui si rende conto di chi è. Non di cosa è o di cosa fa. Ma di chi è.

Che chi è è il contenuto di quella “piccola pietra bianca” in cui si trova “un nome nuovo, che nessuno conosce tranne colui che lo riceve” (Apocalisse 2, 17). 

Il nome-pensiero di Dio, il sogno divino che ci ha dato la vita e che racchiude tutta la nostra felicità.

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Spagna

L’Opus Dei prende posizione sul caso Torreciudad: «Una divergenza giuridica non può trasformarsi in un’accusa offensiva»

La prelatura deplora l’accusa di "trattenimento" della Vergine di Torreciudad e ribadisce la propria fiducia nell’operato del commissario pontificio.

Maria José Atienza-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

In occasione dell’ultima puntata della «serie» su Torreciudad, con il comunicato diffuso il 31 agosto scorso dal vescovo della diocesi di Barbastro Monzón, Ángel Pérez Pueyo, il L'Opus Dei ha reso nota la propria posizione in merito a questa controversia e ricorda alcuni punti chiave per comprendere un processo difficile in cui si scontrano due posizioni che sembrano non riuscire a trovare un accordo.

Infatti, nel comunicato in occasione della celebrazione della 47ªPellegrinaggio delle Vergini di Ribagorza e Sobrarbe presso l’eremo-santuario di Torreciudad, mons. Ángel Pérez Pueyo ha definito illegittima una «presunta» trattenuta dell’immagine originale di Nostra Signora degli Angeli di Torreciudad da parte dell’Opus Dei; ha messo in discussione l’operato del commissario pontificio e ha minacciato di dimettersi qualora la scultura non fosse stata restituita all’eremo-santuario originario (situato a pochi metri dal nuovo tempio).

La Vergine non è stata «portata via», né «separata dai suoi figli»

Il comunicato lascia intendere che la Vergine sia rimasta lontana dal suo popolo da quando, nel 1966, l’allora vescovo diocesano, mons. Jaime Flores, acconsentì al trasferimento della sede dell’immagine della Vergine (la cessione a titolo perpetuo era avvenuta nel 1962).

Questo punto è uno dei primi ad essere menzionato nel comunicato della Prelatura, in cui si sottolinea che «non è mai stato messo in discussione il fatto che la proprietà dell’immagine spetti alla diocesi. La controversia riguarda la portata e la validità dei diritti di utilizzo, custodia e collocazione stabiliti tramite accordi tra le parti».

Il comunicato è chiaro anche nel sottolineare, in particolare, la legalità, la trasparenza e la normalità dell’atto di trasferimento: «L’immagine non è stata trasferita in un altro centro abitato né allontanata da Torreciudad: è stata collocata, con autorizzazione documentata della diocesi, nella nuova chiesa costruita a pochi metri dall’eremo e all’interno dello stesso complesso devozionale.

La scultura non è mai stata sottratta clandestinamente. Sempre con l’autorizzazione del vescovo, è stata restaurata nel 1964 e nuovamente intorno al 1970, e dal 1975 presiede la pala d’altare di questo nuovo tempio, esposta pubblicamente alla venerazione di tutti i fedeli». Un punto che smentisce la versione del vescovo secondo cui l’immagine sarebbe stata «nascosta» ai fedeli della sua diocesi.

Il comunicato si mostra categorico di fronte a quella che definisce un’accusa offensiva e infondata. L’Opus Dei afferma che «è legittimo che attualmente esistano interpretazioni diverse riguardo agli effetti giuridici degli accordi. Spetta all’autorità competente risolverle. Ma una divergenza giuridica non può trasformarsi in un’accusa offensiva e infondata». 

Il ruolo dell’Opus Dei nella conoscenza e nella devozione a Torreciudad

Uno degli aspetti che il comunicato mette in evidenza è la diffusione che la devozione alla Vergine di Torreciudad ha avuto grazie all’opera svolta dall’Opus Dei con il rinnovamento del complesso, il restauro della statua della Vergine e le iniziative di promozione della devozione organizzate dal Santuario.

A questo proposito, la prelatura ricorda i lavori di restauro, adeguamento e manutenzione del complesso, che comprendono anche l’eremo-santuario originario (di proprietà della Diocesi ma ceduto in perpetuo). Tra le altre cose, si sottolinea come «il nuovo tempio consenta alle persone anziane e alle persone con disabilità di avvicinarsi alla Vergine» e si ricorda che l’eremo originario è aperto e restaurato. Infatti, si sottolinea, «le fotografie storiche mostrano lo stato materiale dell’eremo e dei suoi annessi prima dei lavori. Le immagini attuali consentono di verificare il risultato dello sforzo di restauro, conservazione e accoglienza compiuto da molte persone, compresi i fedeli della diocesi».

L'antica cappella prima del restauro e della realizzazione dell'accesso

Il commissario plenipotenziario è stato richiesto dalla diocesi

Il 9 ottobre 2024, il bollettino quotidiano della Santa Sede riportava la nomina di Mons. Alejandro Arellano Cedillo, Decano del Tribunale della Rota Romana, come «commissario pontificio plenipotenziario» per Torreciudad, ovvero un delegato del Papa che ha l’autorità di agire in suo nome in questioni specifiche.

In questo tipo di casi, il commissario dispone di pieni poteri per prendere decisioni e intraprendere azioni in ambito ecclesiastico e amministrativo. Questo tipo di commissario è nominato dal Papa e la sua funzione può comprendere sia aspetti giudiziari che esecutivi all’interno della Chiesa.

In quel momento, la diocesi non solo manifestò, insieme alla prelatura dell’Opus Dei, la propria totale fiducia nell’operato del commissario, ma, in alcune dichiarazioni rilasciate a un organo di stampa locale, Pérez Pueyo sottolineava che tale intervento della Santa Sede era avvenuto su richiesta della diocesi di Barbastra, non essendo stato possibile raggiungere un accordo soddisfacente negli incontri tenuti da entrambe le parti da quando, nel luglio 2023, erano iniziate le divergenze. Tuttavia, nell’ultimo comunicato diocesano, il vescovo manifesta il proprio disaccordo con l’operato di Arellano Cedillo.

Torreciudad si appresta ad affrontare una settimana ricca di eventi: il 5 settembre si terrà la citata processione, mentre il 12 il commissario plenipotenziario presiederà la Giornata Mariana della Famiglia, alla quale, da 33 anni, partecipano migliaia di persone provenienti da tutta la Spagna. Nel frattempo, l’Opus Dei continua ad auspicare che l’autorità competente risolva una controversia che non fa altro che generare una situazione spiacevole e triste.

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FirmeRafael Navarro-Valls

Un Papa americano: l’impronta degli Stati Uniti su Leone XIV

Il fatto che Leone XIV sia il primo Papa nato negli Stati Uniti rappresenta un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo prolungato impegno in America Latina abbiano dato forma a una leadership chiaramente universale.

3 settembre 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Qualche giorno fa, al termine del suo soggiorno estivo a Castel Gandolfo e prima di recarsi a San Marino, Leone XIV ha concesso un’importante intervista alla NBC. Gli argomenti trattati sono stati molti, anche se il Papa ha sottolineato come tratti particolarmente positivi degli Stati Uniti questi due: l’amore per la libertà e la capacità di accogliere persone di ogni provenienza ed etnia. Ma più che gli argomenti trattati, forse l’importanza particolare dell’intervista è stata quella di mettere in primo piano, per la prima volta, il Papa nordamericano. In questo senso sembra necessario cercare di spiegare cosa aggiunga al Papa il fatto di essere nato negli Stati Uniti, e cosa aggiunga agli Stati Uniti l’esistenza, per la prima volta nella storia, di un Papa con radici statunitensi. 

L’influenza americana nel pontificato di Leone XIV

Il fatto di essere nato negli Stati Uniti ha influenzato il pontificato di Leone XIV sotto diversi aspetti.

Innanzitutto, possiede una conoscenza diretta del funzionamento delle istituzioni democratiche statunitensi, della cultura politica del Paese e del ruolo che la religione riveste all’interno di una società pluralistica.

Gli Stati Uniti ospitano una delle comunità cattoliche più numerose al mondo, sebbene caratterizzate da alcune divisioni sia su questioni dottrinali che politiche. Negli ultimi anni, i cattolici statunitensi si sono trovati coinvolti in dibattiti relativi all’aborto, all’immigrazione, alla libertà religiosa, all’identità di genere, alla giustizia sociale e alla polarizzazione partitica. In questo contesto, Leone XIV ha cercato di trasmettere un'immagine di unità, ricordando che la Chiesa non può diventare uno strumento al servizio di alcuna ideologia politica. Proprio uno dei principali effetti della sua elezione è stato il rafforzamento della visibilità internazionale della Chiesa cattolica statunitense. L’elezione di Leone XIV è stata interpretata da molti fedeli statunitensi come il riconoscimento della maturità raggiunta dal cattolicesimo nel Paese. 

Tuttavia, lo stesso Papa ha sottolineato fin dall’inizio del suo pontificato che la sua responsabilità va oltre qualsiasi identità nazionale. In diverse occasioni ha precisato che il Vescovo di Roma non rappresenta gli interessi di uno Stato specifico, ma esercita un ministero universale rivolto a tutta la Chiesa cattolica.

Per quanto riguarda l’influenza esercitata sugli Stati Uniti, Leone XIV ha cercato di diventare un punto di riferimento morale piuttosto che un attore politico. I suoi interventi hanno mirato a ricordare che la democrazia richiede dialogo, rispetto delle istituzioni e ricerca del bene comune, evitando di alimentare la crescente polarizzazione che caratterizza la politica statunitense.

Il Papa e Donald Trump

Uno degli aspetti più analizzati dai media è stato il rapporto tra Leone XIV e il presidente Donald Trump. Fin dall’inizio del suo pontificato, Leone XIV ha mantenuto un atteggiamento di rispetto istituzionale nei confronti del governo statunitense, seguendo la tradizione diplomatica del Vaticano di collaborare con tutti i governi legittimamente costituiti. Tuttavia, ciò non ha impedito che sussistessero divergenze su alcune questioni di natura etica e sociale.

Le differenze più evidenti si sono manifestate in materia di politiche migratorie. Leone XIV ha ripetutamente sostenuto che i migranti debbano essere trattati con dignità e che gli Stati abbiano l'obbligo di conciliare la protezione dei propri confini con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.  

Questa posizione è pienamente in linea con la dottrina sociale della Chiesa ed è stata interpretata da numerosi analisti come una critica indiretta ad alcune delle politiche migratorie promosse da Donald Trump. Tuttavia, le divergenze tra i due non comportano una rottura istituzionale. La Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche stabili con gli Stati Uniti e continua a collaborare su questioni relative alla libertà religiosa, agli aiuti umanitari, alla difesa delle minoranze cristiane perseguitate e alla ricerca di soluzioni pacifiche a diversi conflitti internazionali.

Un Papa al di là delle etichette politiche

Per quanto riguarda i principali partiti politici statunitensi, Leone XIV ha evitato qualsiasi identificazione ideologica. Sebbene alcuni settori conservatori ritenessero che un Papa nato negli Stati Uniti potesse mostrarsi particolarmente vicino al Partito Repubblicano a causa della difesa della vita, della famiglia o della libertà religiosa, le sue prime azioni hanno dimostrato una posizione molto più complessa. Pur mantenendo la dottrina tradizionale della Chiesa sulle questioni morali, ha anche difeso con fermezza la giustizia sociale, la tutela dei lavoratori, l’accoglienza degli immigrati, la tutela dell’ambiente e la lotta alla povertà, temi che solitamente ricevono maggiore attenzione da parte del Partito Democratico. 

Da un punto di vista internazionale, l’elezione di un Papa statunitense ha avuto anche importanti ripercussioni diplomatiche. Numerosi osservatori hanno sottolineato che la sua nazionalità potrebbe rafforzare la capacità di dialogo tra il Vaticano e Washington. Tuttavia, il primo anno di pontificato dimostra che Leone XIV ha scelto di mantenere una politica estera basata sulla neutralità attiva, sulla mediazione internazionale e sulla ricerca del dialogo tra gli Stati. Il suo operato conferma che l’origine nazionale del pontefice non determina automaticamente le priorità diplomatiche della Santa Sede. 

In definitiva, Leone XIV rappresenta una figura singolare nella storia contemporanea della Chiesa cattolica. Il fatto che sia il primo Papa nato negli Stati Uniti costituisce un evento storico di enorme importanza, sebbene la sua esperienza pastorale internazionale e il suo lungo operato in America Latina abbiano plasmato una leadership chiaramente universale. Piuttosto che agire come rappresentante degli interessi statunitensi, Leone XIV ha cercato di consolidare un papato orientato al dialogo, alla pace, alla giustizia sociale e alla promozione della dignità umana, riaffermando il carattere globale del ministero petrino in un contesto internazionale caratterizzato dalla polarizzazione politica e da profonde sfide sociali.

L'autoreRafael Navarro-Valls

Professore emerito dell’Università Complutense e presidente onorario dell’Unione Internazionale Iberoamericana di Giurisprudenza.

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Vangelo

Il debito dell’amore: la correzione fraterna. XXIII domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XXIII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 6 settembre 2026.

Vitus Ntube-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La seconda lettura ci offre la chiave per comprendere sia la prima lettura che il Vangelo. È come il dorso di un libro, che tiene unite le diverse pagine della liturgia odierna in un unico messaggio. San Paolo scrive: “Non dovete nulla a nessuno, se non l'amore reciproco; perché chi ama ha adempiuto al resto della legge".

Abbiamo tutti il dovere di amarci gli uni gli altri. L’amore assume molte forme, e le letture di oggi ci invitano ad abbracciare una delle sue espressioni più impegnative e belle: la correzione fraterna. Amiamo gli altri non solo incoraggiandoli e servendoli, ma anche aiutandoli a crescere nella santità, a superare i propri difetti e a lasciarsi alle spalle tutto ciò che li separa da Dio.

La vita cristiana non è fatta per essere vissuta in isolamento. Dio ci ha resi responsabili gli uni degli altri. Ognuno di noi ha delle debolezze e dei punti ciechi che spesso ci risulta difficile riconoscere da soli. Per autentica carità, Dio mette nella nostra vita altre persone per aiutarci a perseverare sulla via della virtù.

Questo è il messaggio del profeta Ezechiele nella prima lettura: “A te, figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella nella casa d’Israele; quando sentirai una parola dalla mia bocca, li avvertirai da parte mia”. Una sentinella che vede avvicinarsi il pericolo e rimane in silenzio non sta adempiendo alla propria missione. Allo stesso modo, l’amore cristiano a volte ci impone di dire una verità difficile.

Il Vangelo ci rivela lo scopo di tale correzione. Gesù dice: “Se tuo fratello pecca contro di te, rimproveralo quando siete soli. Se ti ascolta, hai salvato tuo fratello”. L’obiettivo non è dimostrare che abbiamo ragione, ostentare una presunta superiorità morale né umiliare un’altra persona. L’obiettivo è salvare un fratello o una sorella. La vera correzione fraterna cerca sempre il vero bene dell’altro.

Ma il dovere di correggere gli altri implica anche il dovere di lasciarci correggere. Chi è disposto a praticare la correzione fraterna deve essere altrettanto disposto a riceverla. Infatti, la nostra resistenza a correggere gli altri può essere dovuta, a volte, alla nostra stessa mancanza di disponibilità ad accettare la correzione. Esitiamo a segnalare i difetti altrui perché noi stessi ci opponiamo al fatto che ci vengano segnalati i nostri.

Argomenti

Amy-Jill Levine, studiosa ebrea della Bibbia: “Potremo non essere d’accordo, ma possiamo collaborare con i cristiani”

La studiosa biblica Amy-Jill Levine, di fede ebraica, è stata eletta presidente dell’Associazione Biblica Cattolica, che promuove il dialogo tra studiosi biblici cristiani ed ebrei. “Avremo divergenze su questioni teologiche fondamentali, ma possiamo collaborare”, afferma Levine. Inoltre, “la demonizzazione non si basa su dati concreti, né è la norma”.

OSV / Omnes-3 settembre 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

- Gina Christian, Notizie OSV

Amy-Jill Levine è la prima persona di fede ebraica a dirigere l'Associazione Biblica Cattolica, che in precedenza era stata presieduta da diversi accademici di fede cattolica romana e protestante.

Levine, esperta di Nuovo Testamento e riconosciuta a livello internazionale, è la illustre titolare della cattedra “Rabbi Stanley M. Kessler” di Nuovo Testamento e Studi ebraici presso l’Università Internazionale di Hartford per la Religione e la Pace, nonché professoressa emerita di Nuovo Testamento e Studi ebraici presso l’Università di Vanderbilt. 

Il vescovo Joseph C. Bambera, presidente del comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha espresso il suo fermo sostegno alla studiosa della Bibbia Amy-Jill Levine di fronte alle reazioni antisemite. Ora, Amy-Jill Levine ha rilasciato un’intervista a OSV News.

Qual è la sua visione per l’Associazione Biblica Cattolica e in che modo spera di contribuire a guidarla e a plasmarla nel suo ruolo di presidente?

– Levine: Durante il mio mandato di un anno, collaborerò con il consiglio direttivo e i soci per portare avanti gli obiettivi dell'associazione, tra cui la promozione dell'eccellenza negli studi biblici.

Vorrei inoltre continuare la mia collaborazione con il clero cattolico e di altre confessioni, nonché con gli educatori religiosi, per contribuire a sradicare l’insegnamento antisemita che deriva da un insieme di ignoranza e mancanza di sensibilità. 

Vorrei collaborare con la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti per contribuire a garantire che i libri di testo utilizzati nelle scuole parrocchiali, nella catechesi e nella predicazione non diffondano messaggi antisemiti.

Che significato assume questa storica nomina nel contesto più ampio delle relazioni tra cattolici ed ebrei dopo 'Nostra Aetate' la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sul rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane?

– Levine: È una prova inequivocabile del ravvicinamento tra la Chiesa cattolica e gli ebrei negli ultimi 60 anni. Papa Benedetto XVI ha scritto (nel suo libro del 2011, “Gesù di Nazaret, Parte Seconda”) che “dopo secoli di antagonismo, ora vediamo che il nostro compito è quello di mettere in dialogo i nostri due modi di rileggere i testi biblici —quello cristiano e quello ebraico— se vogliamo comprendere correttamente la volontà di Dio e la sua parola”. 

Nella ‘Evangelli gaudium’, Papa Francesco ha scritto che “Dio continua ad agire tra i popoli dell’Antica Alleanza e a far sgorgare tesori di saggezza che nascono dal loro incontro con la sua Parola. Per questo motivo, anche la Chiesa si arricchisce accogliendo i valori dell’ebraismo”.

La mia nomina, quindi, è in linea con gli insegnamenti della Chiesa. È un segno della fiducia e del rispetto che mi vengono dimostrati, così come alla CBA. 

Forse questo incarico mi consentirà di lavorare maggiormente con il clero cattolico e gli educatori religiosi per dimostrare che comprendere Gesù e Paolo richiede la conoscenza delle pratiche e delle credenze ebraiche del I secolo. E che non è necessario screditare l’ebraismo né utilizzarlo come contrappunto negativo per far apparire Gesù sotto una luce positiva. 

Il vescovo Joseph C. Bambera di Scranton, in Pennsylvania, presidente del Comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, e la studiosa della Bibbia Amy-Jill Levine, in una foto insieme. (Foto di OSV News/Per gentile concessione di Tyler Orsburn/Daniel DuBois).


Potrebbe dirci qualcosa in più su qualche altro obiettivo? Ad esempio, riguardo alla collaborazione tra cristiani ed ebrei?

- Levine: Forse questo incoraggerà la Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti (USCCB), i seminari e le case editrici a mettere a disposizione dei lettori cattolici informazioni più complete sull'interpretazione biblica ebraica, sul contesto ebraico dei Vangeli e di Paolo, e la storia delle relazioni ebraico-cattoliche.

Forse potrà servire a informare gli ebrei, molti dei quali ignorano i cambiamenti intervenuti nella dottrina della Chiesa a partire dalla “Nostra Aetate”, degli enormi progressi che sono stati compiuti.

In questo dialogo, non rinunciamo alle peculiarità delle nostre tradizioni in nome della sensibilità interreligiosa. Avremo divergenze su questioni teologiche fondamentali, che non troveranno soluzione fino all’avvento completo dell’era messianica. 

Ma nel frattempo possiamo collaborare imparare gli uni dagli altri e sostenerci a vicenda quando si manifesta l'odio. 

Come riassumerebbe, per il fedele medio della chiesa e della sinagoga, l’importanza della collaborazione tra studiosi cattolici, cristiani ed ebrei nella ricerca biblica?

– Levine: Siamo più forti quando svolgiamo questo lavoro insieme, quando riusciamo a individuare le lacune nella conoscenza e quando possiamo arricchire il testo con diverse domande che nascono dalle nostre tradizioni.

Dal punto di vista ebraico, la lettura del Nuovo Testamento fa parte della storia ebraica. Maria e Gesù erano ebrei; lo sono anche Paolo, Pietro e Giacomo, che non hanno mai perso, negato né rifiutato tale identità. Il mio lavoro può colmare alcuni aspetti della mia storia personale che la sinagoga non ha conservato.

Per quanto riguarda la posizione cristiana, il documento della Pontificia Commissione Biblica del 2002, ‘Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana’, afferma: “Il dialogo è possibile, poiché ebrei e cristiani condividono un ricco patrimonio comune che li unisce. È estremamente auspicabile che i pregiudizi e le incomprensioni vengano gradualmente eliminati da entrambe le parti, a favore di una migliore comprensione del patrimonio che condividono e per rafforzare i legami che li uniscono”.

“Riscoprire la nostra storia comune, comprendere meglio perché e in che modo le nostre opinioni divergono”

- Levine: Leggendo insieme, possiamo scoprire quali significati avessero i testi nei loro contesti originali, come siano stati interpretati nel corso del tempo e come ebrei e cristiani siano giunti a trarre messaggi diversi dalle Scritture condivise. Questo lavoro è illustrato nel libro che ho scritto insieme a Marc Z. Brettler, *La Bibbia con e senza Gesù: come ebrei e cristiani leggono le stesse storie in modo diverso*. 

Siamo inoltre coeditori del ‘Nuovo Testamento annotato ebraico’ (attualmente alla terza edizione, pubblicata nel 2026 dalla Oxford University Press). Le note e i saggi contenuti in questo volume dimostrano la profonda influenza delle origini cristiane sulle fonti e sulle pratiche ebraiche. Studiando i testi insieme, impariamo di più sui nostri vicini e anche su noi stessi.

Possiamo riscoprire la nostra storia comune, comprendere meglio perché e in che modo le nostre opinioni divergono, osservare come sono cambiati i nostri rapporti nel corso dei secoli e riconoscere che la demonizzazione non si basa su dati concreti, né rappresenta la norma.

Quali ambiti degli studi biblici offrono attualmente prospettive di ricerca significative?

– Levine: Gli studiosi del Nuovo Testamento stanno riconoscendo l'importanza di considerare Gesù e Paolo come ebrei del I secolo. 

Ci rendiamo conto che Gesù non sta abolendo la Torah, ma, anzi, la sta rendendo più rigorosa. Al comandamento contro l’omicidio aggiunge un comandamento contro la collera; al comandamento contro l’adulterio aggiunge un comandamento contro la lussuria. Questi versetti del Discorso della Montagna non sono antitesi, ma intensificazioni.

Per quanto riguarda la questione del ‘occhio per occhio’ contrapposta al ‘porgere l’altra guancia’, sappiamo che gli ebrei non si dedicano a cavare gli occhi alla gente. Piuttosto, l’ebraismo rabbinico chiarisce che, in caso di lesioni fisiche, la vittima deve essere risarcita. Pertanto, i rabbini si riferiscono alla responsabilità dell’aggressore. 

Gesù cita il principio ‘occhio per occhio’ e poi cambia argomento, parlando di uno schiaffo sulla guancia destra, un colpo dato con il dorso della mano inteso a rimproverare, non a ferire. Successivamente, dà istruzioni non all’aggressore, ma alla vittima.

San Paolo e la Torah

Per quanto riguarda la purezza rituale, oggi riconosciamo che Gesù non disdegna le leggi sulla purezza, ma riporta le persone a uno stato di purezza. Inoltre, grazie all’archeologia, comprendiamo meglio l’importanza che la purezza e altre pratiche ebraiche rivestivano per gli ebrei del I secolo. Tali pratiche riaffermavano l’identità ebraica nonostante la pressione romana e trasformavano l’ebraismo in uno stile di vita, più che in un semplice sistema di credenze.

Prendiamo sul serio Paolo come ‘Apostolo dei Gentili’ e, pertanto, comprendiamo che i suoi commenti sulla Torah non sono rivolti agli ebrei. Il suo interesse risiede nel convincere i gentili ad adorare il Dio d’Israele, ma non come convertiti al giudaismo — poiché in tal caso solo gli ebrei adorerebbero Dio, e gli ebrei in generale si aspettavano che nell’era messianica le nazioni si rivolgessero al Dio d’Israele senza convertirsi — bensì come gentili in Cristo.

Come risponderebbe alle reazioni antisemite, soprattutto sui social media, in merito alla sua nomina?

– Levine: Da quando le mie scelte sono state rese pubbliche, sono stata accusata di essere la figlia di Satana, una cannibale, una che cerca di distruggere la Chiesa, una sostenitrice del genocidio palestinese, una nemica di Gesù e della Chiesa, ecc. Alcune persone hanno contattato l’ufficio della CBA per chiedere la mia destituzione. 

Fin da bambina, non solo ho studiato, ma ho anche apprezzato la bellezza del culto e delle tradizioni cattoliche. In qualità di persona che ha dedicato la propria vita a promuovere migliori relazioni tra ebrei e cristiani, con particolare attenzione al cattolicesimo, trovo tutto ciò triste e un chiaro segno del potere persistente del antisemitismo.

I lettori che si chiedono come un ebreo che non riconosce Gesù come il Messia possa presiedere un’associazione dedicata agli studi biblici cattolici non sono antisemiti. È una domanda legittima. L’associazione ha avuto presidenti protestanti e non ricordo che le loro nomine abbiano suscitato reazioni violente. (Nota dell’editore: gli ex presidenti della CBA, Paul J. Achtemeier e Charles H. Talbert, appartenevano a denominazioni protestanti; Talbert era un pastore battista).

Sono membro della CBA da decenni, ho fatto parte di numerosi comitati della CBA, ho tenuto corsi presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, ho sviluppato numerosi programmi per scuole primarie e secondarie cattoliche (soprattutto in Australia) e ho difeso la dottrina cattolica davanti a ebrei, protestanti e persone senza affiliazione religiosa che non conoscevano la fede. Il mio lavoro ha rafforzato la fede cristiana e migliorato le relazioni tra ebrei e cristiani.

Lei rispetta i principi fondamentali della tradizione cattolica.

- Levine: Non metto in discussione i fondamenti della tradizione cattolica, come l’Incarnazione, la Resurrezione, ecc. Pur non condividendo queste credenze, posso onorarle, rispettarle e persino attribuir loro un significato aggiuntivo collocandole nel loro contesto storico.

Per quanto riguarda l’Incarnazione, mi interessano i racconti ebraici sulle nascite miracolose, la descrizione del Logos fornita dal filosofo ebreo Filone, il modo in cui le storie della Natività sarebbero state recepite dai primi destinatari e il loro rapporto con le Scritture di Israele.

Mi interessa molto anche Maria: com’era la vita delle donne ebree in Galilea, come la sua storia venga presentata in modo diverso nei Vangeli, come i testi del II e III secolo raccontassero le vicende della sua infanzia e della sua morte.

La Resurrezione

Per quanto riguarda la Resurrezione, mi interessa collocare i racconti ad essa relativi nel contesto delle diverse visioni ebraiche sulla resurrezione o sulla vita dopo la morte, e su come tali visioni siano cambiate nel corso del tempo. A partire dai disaccordi tra farisei e sadducei, passando per l’insistenza rabbinica sulla resurrezione del corpo, fino alla messa in discussione di questa idea da parte del movimento riformista nel XIX secolo e alle diverse opinioni ebraiche attuali. 

Mi interessa anche capire in che modo la fede nella resurrezione di Gesù abbia cambiato il modo di agire delle persone, sia all’epoca che in seguito.

Non è necessario credere nella dottrina cattolica (la cui formulazione è in parte post-biblica, come nel caso dei credi) per interpretare, ad esempio, il Vangelo secondo Matteo come un testo che proclama la signoria di Gesù.

Bisogna sempre leggere le Scritture altrui con generosità e benevolenza. In questo processo, mi considero un’alleata della tradizione cattolica.

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Gina Christian è una giornalista multimediale di OSV News. Potete seguirla su X @GinaJesseReina.

Questa intervista è stata originariamente pubblicata su OSV News ed è possibile consultarla qui. 

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L'autoreOSV / Omnes