Spagna

Rivedremo la coppa alla Conferenza Episcopale?

Ricordiamo la visita effettuata nel 2010 dall’allora commissario tecnico della nazionale spagnola, Vicente del Bosque, e dal presidente della Federazione calcistica spagnola (RFEF), Ángel María Villar, alla Conferenza episcopale spagnola dopo la vittoria ai Mondiali contro l’Olanda.

Teresa Aguado Peña-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Nel novembre 2010, la Coppa del Mondo che la nazionale spagnola aveva conquistato in Sudafrica ha fatto una tappa davvero speciale. L’allora commissario tecnico della nazionale, Vicente del Bosque, e il presidente della Federazione calcistica spagnola (RFEF), Ángel María Villar, portarono il trofeo presso la sede della Conferenza Episcopale Spagnola (CEE), dove furono accolti dal cardinale Antonio María Rouco Varela, all’epoca arcivescovo di Madrid e presidente della CEE.

I pregi della selezione

Villar ha chiesto al cardinale Rouco di intercedere presso Papa Benedetto XVI affinché la nazionale potesse portargli la Coppa del Mondo e ha affermato che «il calcio e la fede vanno di pari passo». Il presidente della Federazione ha inoltre difeso le radici cristiane della Spagna e ha sottolineato che il trionfo di quella squadra era stato ottenuto grazie a «molte qualità» che, a suo avviso, i vescovi «insegnano e mettono in pratica», quali «il sacrificio, il lavoro di squadra, la solidarietà, il superamento dei propri limiti e, soprattutto, l’umiltà». Ha così sottolineato che il calcio è «al servizio della società» e che è «uno strumento meraviglioso per la formazione equilibrata dell’essere umano».

Da parte sua, Rouco Varela ha sottolineato le «virtù umane e cristiane» che, a suo avviso, erano emerse in quella squadra. Il cardinale ha sottolineato in particolare lo spirito di squadra, la collaborazione e l’umiltà con cui i giocatori avevano accolto la vittoria. Ha inoltre ricordato ai campioni che, se avevano chiesto ai vescovi di pregare per loro, anche loro stessi dovevano pregare. «Non solo quando fanno il segno della croce entrando in campo», ha aggiunto, pur riconoscendo che ai vescovi piaceva che lo facessero.

Da parte sua, Vicente del Bosque ha sottolineato che, a suo avviso, il calcio non è solo una questione di vittorie, ma serve anche a trasmettere «l’etica e la condotta personale».

L'incontro si è concluso inoltre con un riferimento alla Vergine dell'Almudena. Rouco Varela ha ricordato ai responsabili della nazionale che non erano passati con la Coppa dalla cattedrale di Madrid e li ha avvertiti: «Se non vanno a trovare la Vergine, sono nei guai».

La Coppa, di nuovo davanti ai vescovi spagnoli

Ora, sedici anni dopo, la Spagna è di nuovo campione del mondo. La nuova nazionale, guidata da Luis de la Fuente, ha conquistato ancora una volta il trofeo più importante del calcio internazionale. Rimane quindi una domanda aperta: rivedremo la Coppa del Mondo nella Conferenza Episcopale Spagnola? Regaleranno a Luis Argüello la maglia della nazionale come fecero allora con il cardinale Rouco Varela?

Cultura

“La svolta cattolica è reale e sorprendente”

La presenza dei credenti nella società è stata il tema centrale dei corsi estivi del CEU.

José María Navalpotro-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“La svolta cattolica è reale e sorprendente, e ci sono dati che lo dimostrano”, affermava qualche giorno fa a El Escorial il giornalista e storico José Francisco Serrano Oceja. Dopo l’apoteosi rappresentata dalla visita del Papa, questa realtà sembrava ormai un dato di fatto, ma si potrebbe pensare che forse ci sia un po“ di eccessivo ottimismo in tale affermazione. Tuttavia, sono sempre più numerosi i dati che attestano la cosiddetta ”rinascita religiosa».

Questo tema, insieme alla presenza dei cattolici nella società, è stato al centro di diversi corsi estivi organizzati dall’Università CEU San Pablo a El Escorial. “Abbiamo vissuto un periodo storico in cui ci siamo allontanati da Dio, ma sembra che le cose stiano cambiando”, ha confermato Teresa Herranz, amministratrice delegata di “El Adelantado de Segovia”.

Jose Francisco Serrano, nel corso di una tavola rotonda sul tema “Fede e vita pubblica, una questione di coerenza”, ha spiegato che tale svolta cattolica trova riscontro nei dati di uno studio condotto quest’anno dalla Fondazione Pluralismo e Convivenza, che fa capo al Ministero della Presidenza. Il cambiamento verso il cattolicesimo, secondo i sondaggi, si registra soprattutto nella fascia degli uomini tra i 18 e i 32 anni. “Si tratta di una novità storica”, ha sottolineato Serrano, poiché finora erano solitamente le donne ad essere più vicine alla religione.

A questo proposito, è opportuno ricordare che nel Rapporto Giovani spagnoli 2026, la decima edizione dello studio generale sulla gioventù condotto dalla Fondazione SM, mostra che la religione sta guadagnando terreno come valore importante per i giovani. Da una posizione marginale, raggiunge il livello di importanza più alto mai registrato da quando vengono redatti questi rapporti: attualmente, il 38,4 % dei giovani considera la fede “abbastanza o molto importante” nella propria vita.

Inoltre, la percentuale di giovani che si identificano come cattolici — compresi i non praticanti — passa dal 31,6 % del 2020 al 45 % del 2025, mentre diminuiscono le posizioni esplicitamente non religiose (agnostici e non credenti).

Nel corso di un’altra tavola rotonda tenutasi nell’ambito del corso del CEU “Un progetto di bene comune per la Spagna‘, Pablo Sánchez Garrido, segretario per le cause di canonizzazione dell’Associazione Nazionale dei Propagandisti, ha fornito ulteriori precisazioni su tali dati. Ha avvertito che, sebbene si registri una rinascita della religiosità, altri dati continuano a destare preoccupazione, come quelli relativi al calo dei matrimoni canonici, alla pratica dei sacramenti e al numero di casi di aborto ed eutanasia. Tuttavia, ha aggiunto a titolo di osservazione: ’Il fatto che questa rinascita della fede preoccupi quotidiani come ”El País” non è una cosa negativa».

Contro il clericalismo

Serrano, docente di Giornalismo all’Università CEU San Pablo, storico e editorialista, ha sottolineato nel suo intervento la necessità di coerenza da parte dei cattolici. “Crediamo davvero nel Concilio Vaticano II? Esso parla dell’autonomia delle realtà temporali, della presenza del cristiano nella società, della sua vocazione all’apostolato, che nasce dalla sua condizione di battezzato”. Tuttavia, ha ammesso, “non so se questa consapevolezza sia davvero penetrata”. 

Ha spiegato che continua a esistere un clericalismo, che consiste in una situazione in cui “i fedeli sono stati ”espropriati“. In altre parole, vivevamo comodamente in un regime di cristianità, in cui la società era religiosa per inerzia. Ma quella situazione non esiste più”. Ha riconosciuto che la società spagnola continua ad avere radici cattoliche, «ma è giunto il momento dei laici, nell’ambito dell’autonomia dell’azione del laicato».

Serrano ha sottolineato due aspetti che ha imparato riguardo all’impegno nella vita pubblica in quanto credente: “In primo luogo, che la vita cristiana è un continuo ‘nunc coepi’, un ricominciare da capo”; e in secondo luogo, che l’importante è stringere amicizie. Innanzitutto, diventare amici di Dio. E creare un mondo di amicizia”.

Coerenza cristiana

In quell’occasione è intervenuto anche il giornalista e regista Borja Martínez-Echevarría, il quale ha affermato di sperare che il cosiddetto “momento cattolico” contribuisca a “liberarci dal clericalismo”.

Ha inoltre sottolineato che, quando si parla di scarsa pratica religiosa, occorre tenere conto di alcuni dati che sfumano tale affermazione, come ad esempio il fatto che solo nel comune di Madrid si celebrino più di mille messe la domenica.

Parlando della coerenza tra fede e vita pubblica, ha illustrato la sua esperienza personale. Dopo essersi dedicato al giornalismo, ora realizza film (è regista, ad esempio, di un documentario su Medjugorje e di un altro su Eugenia, una bambina affetta da paralisi cerebrale), spinto da una missione evangelizzatrice. Il suo ultimo film, infatti, è incentrato sulla guarigione dall’aborto. “Certamente come investimento è stato un disastro”, ha ammesso. Tuttavia, “ho ricevuto un messaggio su WhatsApp da una ragazza cattolica che era rimasta incinta e il film l’aveva aiutata a non abortire. Questo ripaga di tutto”, ha assicurato.

Teresa Herranz, amministratrice delegata di “El Adelantado de Segovia”, ha parlato delle difficoltà che si incontrano nell’ambiente per mantenere una coerenza cristiana. Nel suo caso, ha ricordato, quando ha assunto la guida del quotidiano, ha dovuto affrontare la resistenza di alcuni redattori, che sono arrivati al punto di denunciarla all’associazione della stampa, accusandola di censura, proprio per aver cercato di correggere il clima anticattolico che regnava. Afferma di aver portato avanti il suo progetto, senza curarsi dell’opposizione.

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Risorse

Legiferare nell'era moderna

Solo di fronte allo specchio della dignità umana sarà possibile legiferare in modo autenticamente giusto, sano e veramente libero.

Eloy Asenjo Carpintero-24 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

La visita del Papa Leone XIV in Spagna Il mese di giugno ci ha regalato un evento parlamentare che va oltre la semplice cronaca politica o il protocollo diplomatico. Il suo discorso alle Cortes spagnole, coronato da una standing ovation impressionante durata oltre sette minuti, richiede una riflessione approfondita.

In un panorama legislativo caratterizzato dall’urgenza del dibattito partitico, il Pontefice ha scelto di alzare l’asticella e di addentrarsi nel terreno dei fondamenti, incentrando il suo discorso su un trittico che costituisce la spina dorsale della civiltà occidentale: la Libertà, le Leggi e la Democrazia, sotto l’imperativo e imprescindibile ombrello della Dignità Umana. 

Il fulcro del suo monito ha puntato direttamente alle fondamenta di una convivenza pacifica e plurale. Per il Papa, la salute di una democrazia si misura dal modo in cui il potere politico si ferma davanti alla soglia dell’intimità del cittadino, sottolineando testualmente: “Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

Questa dichiarazione definisce il rispetto dell'interiorità non come una concessione di favore da parte dello Stato, bensì come un bene fondamentale che le istituzioni devono tutelare attivamente, e non solo tollerare con rassegnazione.

Paradossalmente, in una società ossessionata dalla protezione dei propri dati digitali, spesso trascuriamo il vero fondamento di ogni forma di privacy. Se proteggiamo con tanto zelo le nostre tracce sui social, dovremmo impegnarci infinitamente di più a salvaguardare la libertà di coscienza.

Il labirinto antropologico: la coscienza di fronte alle coscienze

Per comprendere appieno la portata del messaggio papale è indispensabile condurre uno studio antropologico serio che impedisca di cadere in un errore comune: confondere la «libertà di coscienza» con «la libertà delle coscienze». Anche se può sembrare una mera sottigliezza semantica, la distanza concettuale è abissale. 

La libertà di coscienza, intesa al singolare, opera come principio ontologico legato alla natura stessa dell’essere. Essa definisce la capacità intrinseca dell’essere umano di possedere un santuario interiore inviolabile. Il suo nucleo è la facoltà di discernere il bene e il male, consentendo all’individuo di aderire a una visione del mondo senza che alcun agente esterno possa imporre tale pensiero intimo. Da questa prospettiva, l’essere umano è un soggetto sovrano, dotato di ragione e di dignità radicale. Si tratta di una libertà «di diritto» che ogni essere umano possiede per il solo fatto di nascere, e che costituisce il motore della sua responsabilità morale.

Tuttavia, lo scenario cambia quando il linguaggio si incarna nella libertà delle coscienze. Qui l’antropologia abbandona l’astrazione e volge lo sguardo alle persone reali. Passiamo dalla teoria giuridica alla pratica quotidiana, caratterizzata dalla diversità culturale e dalla fragilità umana. A questo livello, il fulcro è il diritto di ogni singola coscienza — la tua, la mia, quella del vicino, … — di esistere, di sbagliare, di esprimersi e di convivere nello spazio comune.

Questa visione riconosce che la coscienza non nasce dal nulla; è condizionata dall’educazione, dalla lingua, dai traumi e dalla cultura. Implica quindi accettare che l’essere umano sia plurale e fallibile.

Entrambe le dimensioni sono indissolubilmente legate: dal punto di vista antropologico, la prima costituisce il fondamento della seconda. È impossibile difendere la libertà di coscienza senza credere prima nella dignità della coscienza individuale. Ma la prima si riduce a carta straccia se non si concretizza nella seconda: un rispetto attivo verso il modo in cui ogni singolo individuo vive la propria esistenza. È il passo etico che porta dall’applaudire un articolo astratto della Costituzione al difendere il diritto del proprio vicino di vivere secondo le proprie convinzioni, anche se non coincidono con le proprie.

La misura che va oltre la politica e la grandezza della legge 

Papa Leone XIV proseguì il suo discorso rivolgendosi al potere legislativo contro le visioni riduzionistiche dell’autonomia personale: “Senza confondere il piano giuridico con quello morale, è opportuno ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo essere liberi da costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo motivo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata”.

Questo grave appello invita gli onorevoli deputati a non desistere dalla ricerca della verità nell’attività legislativa. Lungi dall’essere dogmatico, il Pontefice li ha incoraggiati partendo dall’empatia di sapere che i legislatori e i gruppi parlamentari, in quanto esseri umani, sono soggetti fallibili che possono sbagliare. Guardando verso il lucernario che corona l’emiciclo del Congresso, ha lanciato un potente monito: “Quella luce che viene dall’alto può ricordarci che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera”.

Richiamando alla mente i dipinti sulla parete principale, raffiguranti il Decalogo e il Vangelo, e salvaguardando la laicità istituzionale, Leone XIV sostenne che: “…questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana”. In quella scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone dei limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto nel rispetto della sua dignità e che la vita umana non può mai essere trattata come una merce».

Questa premessa smonta il positivismo giuridico assoluto. Una legge non raggiunge la sua grandezza morale per il semplice fatto di essere stata approvata da una maggioranza aritmetica. La sua vera grandezza si dimostra quando, oltre ad essere valida nella forma, è in grado di presentarsi dinanzi alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi. 

Un imperativo etico: alzare lo sguardo

Il discorso si è concluso con l’invito che ha dato il titolo al suo viaggio: “Alzare lo sguardo”. Non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione e ogni voto parlamentare ha un impatto su esseri umani in carne e ossa, specialmente sui più vulnerabili che non hanno voce.

Avere una visione di ampio respiro significa guardare in profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo motivo, le risposte tecniche e le riforme legislative sono inutili senza un rinnovamento morale. La conseguenza pratica per gli onorevoli deputati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica, è l’esigenza etica di mantenere un atteggiamento aperto e disposto a correggere le leggi che lo richiedono. Solo allo specchio della dignità umana sarà possibile realizzare una società democratica autenticamente giusta, sana e veramente libera.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Il Vaticano risponde alle voci sulla presunta assoluzione di Rupnik

Il Vaticano ha smentito categoricamente le voci relative a un'assoluzione, definendole false, e ha ribadito che il processo canonico prosegue nella fase di revisione.

OSV / Omnes-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 8 minuti

Paulina Guzik, OSV News / Omnes

Il Vaticano ha smentito le notizie secondo cui l’ex padre gesuita Marko Rupnik sarebbe stato assolto nel processo penale vaticano a suo carico. In un comunicato del 22 luglio, il Vaticano ha dichiarato che le voci sull’assoluzione sono «del tutto infondate» e ha confermato che il processo canonico è ancora in corso. Le autorità hanno precisato che i giudici stanno ancora esaminando le prove fornite dalle diocesi, dai gesuiti, dalle presunte vittime e dai resoconti dei media. 

Il comunicato stampa è stato diffuso il giorno dopo che Laura Sgrò, avvocata civilista e canonista che rappresenta cinque donne che hanno accusato padre Rupnik di abusi, avesse rimproverato il Dicastero per la Dottrina della Fede della Santa Sede, affermando che né lei né le sue assistite disponevano di informazioni sul caso e che non era stato loro comunicato se il processo fosse addirittura iniziato.

L'esame del caso è ancora in corso

Il 20 luglio, il sito web italiano Messainlatino.it ha riferito che padre Rupnik, un noto artista di mosaici accusato di aver abusato di diverse donne, potrebbe essere stato assolto.

“INCREDIBILE! Abbiamo appreso da fonti attendibili e autorevoli che il processo penale in corso in Vaticano contro padre Marko Ivan Rupnik si è concluso a suo favore”, riportava il sito web. .

Il 22 luglio, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato ai giornalisti che “in merito ad alcune notizie apparse sui media negli ultimi giorni, ribadisco che le notizie relative a qualsiasi decisione dei giudici che presiedono il caso del reverendo Marko Ivan Rupnik sono del tutto infondate”, e che “l’esame del caso è ancora in corso, e la commissione sta esaminando la documentazione fornita dalle diocesi coinvolte, dai gesuiti, dalle parti interessate e dalla stampa”.

Il comunicato risponde non solo alle recenti richieste dei media — tra cui quella inviata da OSV News il 21 luglio al prefetto della DDF, il cardinale Víctor Manuel Fernández — ma anche alle domande sollevate nella lettera di Sgrò.

Il 21 luglio, Sgrò ha dichiarato a OSV News di non aver ricevuto alcuna conferma dal Vaticano in merito all’inizio del processo. Ha inviato una lettera, datata 21 luglio, al cardinale Fernández chiedendo questa o altre informazioni. Il comunicato stampa del Vaticano del 22 luglio ha confermato, sia a lei che ai suoi clienti, che il processo è in corso.

Nel suo comunicato stampa del 22 luglio, Bruni ha dichiarato che “Nel corso del procedimento, come in qualsiasi procedimento giudiziario, non sarà possibile divulgare alcuna informazione sull’indagine in corso per rispetto del procedimento stesso e per evitare di arrecare danno a tutte le parti coinvolte, come è avvenuto negli ultimi giorni. Se la commissione dovesse ritenere di aver bisogno di ulteriori informazioni, adotterà di propria iniziativa le misure necessarie per ottenerle”.

Diritto all'informazione

A seguito del vertice sulla protezione organizzato in Vaticano da Papa Francesco nel febbraio 2019, l’arcivescovo Charles Scicluna di Malta ha dichiarato al *National Catholic Reporter* che «le vittime che presentano una denuncia hanno il diritto di sapere come viene gestita».

“Abbiamo una legge e un sistema che consentono alle persone di denunciare abusi o comportamenti scorretti, ma esse hanno anche il diritto di sapere che fine fanno le loro denunce”, ha affermato. Dal 2018, l’arcivescovo Scicluna ricopre la carica di segretario aggiunto della DDF. 

Sette anni dopo il vertice, Papa Leone XIV, durante il primo concistoro straordinario tenutosi a Roma il 7 e l«8 gennaio, ha condannato con forza la mancanza di accoglienza da parte della Chiesa nei confronti delle vittime di abusi sessuali, definendola uno »scandalo» che aggrava la loro sofferenza.

La porta della Chiesa “era chiusa” e le vittime “non sono state accolte”, ha detto il Papa ai cardinali. L’abuso in sé “provoca una ferita profonda che forse durerà per tutta la vita”, ha detto il Papa, “ma spesso lo scandalo nella Chiesa è dovuto al fatto che la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte con la vicinanza di pastori autentici”. 

Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha affermato che i suoi clienti si sentono “abbandonati e traditi” e “vittime, ancora una volta, di un sistema che non li ha mai accolti, protetti né consolati”.

Sgrò ha affermato di non aver più avuto notizie dalla DDF dal luglio 2025, quando il Vaticano ha ufficialmente nominato i giudici incaricati del processo canonico contro padre Rupnik. Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha sostenuto che le vittime non sono state ascoltate dai giudici né hanno ricevuto alcuna comunicazione, e che l’avvocato aveva già scritto al prefetto «più volte, senza ottenere risposta».

Sotto pressione per ottenere delle risposte

Il sacerdote e artista sloveno, caduto in disgrazia, il cui laboratorio ha realizzato mosaici di grande rilievo per oltre 200 santuari e chiese in tutto il mondo, è accusato di aver abusato sessualmente, spiritualmente e psicologicamente di più di due dozzine di donne.

Il 21 luglio, OSV News ha inviato una richiesta di commento al cardinale Fernández e a Bruni, direttore dell’Ufficio Stampa della Santa Sede, chiedendo informazioni sullo stato del caso di padre Rupnik, su cosa sia successo dopo l’annuncio personale del cardinale Fernández relativo alla costituzione del tribunale dei giudici nel luglio 2025 e se il processo sia già iniziato.

OSV News ha inoltre chiesto alla DDF se l’abolizione del termine di prescrizione, concessa da Papa Francesco, si applichi a tutti i reati in questione o solo ai «delicta graviora», e se il processo a padre Rupnik sia un procedimento giudiziario o se si svolga esclusivamente per decreto extragiudiziale, ovvero attraverso canali amministrativi.

“Delicta graviora” (in latino, “reati più gravi” o “delitti più gravi”) è un termine tecnico del diritto canonico che indica una categoria specifica di reati canonici riservati alla competenza del Dicastero per la Dottrina della Fede a causa della loro eccezionale gravità. 

Tra questi delitti rientrano i crimini contro la fede (eresia, scisma e apostasia), alcune offese contro l’Eucaristia e il sacramento della penitenza, nonché i reati sessuali contro minori e persone che di norma sono prive dell’uso della ragione. I comportamenti sessuali inappropriati tra adulti nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali non vengono generalmente classificati come tali, a meno che non comportino un crimine contro il sacramento della penitenza, secondo quanto spiegato dai canonisti consultati da OSV News.

Sebbene né il prefetto della DDF né l’ufficio stampa della Santa Sede abbiano risposto direttamente alle domande di OSV News, la dichiarazione di Bruni del 22 luglio recitava: “Questo procedimento penale canonico è di natura giudiziaria e, come indicato in precedenza, non è soggetto a termini di prescrizione per alcun reato e può determinare la colpevolezza o l’innocenza in conformità con il Diritto Canonico”.

Il comunicato aggiunge che “il Diritto Canonico ha l’autorità di giudicare e di infliggere sanzioni nelle questioni interne alla Chiesa, mentre il reverendo Marko Ivan Rupnik ”rimane soggetto alle leggi dei paesi in cui potrebbero essere stati commessi dei reati, e il termine di prescrizione per tali reati è determinato dalla legislazione di ciascun paese, indipendentemente dall’autorità ecclesiastica”.

«Ancora violenza contro i miei clienti»

Nella sua lettera al cardinale Fernández, Sgrò ha affermato che ciò che ha percepito come una mancanza di comunicazione era “una nuova forma di violenza nei confronti dei miei clienti, le cui ferite sono ancora aperte e non si sono rimarginate nemmeno minimamente”.

“Come si può conciliare tutto questo con i concetti di legge, verità, giustizia ed equità? Con le parole che il Santo Padre usa continuamente a favore delle vittime di abusi?”, ha chiesto.

«Da ieri», scriveva nella sua lettera del 21 luglio al prefetto della DDF, «circolano voci secondo cui padre Rupnik sarebbe stato scagionato dall’accusa di violenza. Non c’è stata alcuna conferma da fonti attendibili, né tantomeno una smentita» fino a quel momento, e aggiungeva che le cinque donne che rappresenta «sono profondamente scoraggiate e rattristate».

“Non hanno mai ricevuto alcuna notizia, nemmeno da me, riguardo a questo processo, sul quale circolano solo voci e di cui, ovviamente, non si sa nulla”, ha aggiunto.

Nella lettera, Sgrò affermava che le sue domande erano «elementari e minime», trattandosi di «un processo penale che coinvolgeva vittime che avevano denunciato i fatti per la prima volta più di trent’anni fa».

“Il processo è iniziato? Se sì, qual è la situazione attuale? Chi sono i giudici? Che fine hanno fatto le richieste delle mie clienti di essere ammesse come parti lese nel processo? Perché queste donne non sono state ascoltate come testimoni?”, ha chiesto Sgrò il giorno prima del comunicato stampa del Vaticano.

Sebbene il comunicato stampa del Vaticano abbia risposto ad alcune delle sue domande, non ha indicato in modo esplicito se le presunte vittime sarebbero state ammesse come parti lese nel processo.

Ai sensi del Canone 1729, “Nel corso del procedimento penale stesso, la parte lesa può intentare un’azione contenziosa per ottenere il risarcimento dei danni subiti personalmente a causa dell’illecito”.

I gesuiti espulserol sacerdote nel 2023

Padre Rupnik è stato brevemente scomunicato dalla Chiesa nel 2020 per aver assolto, nel sacramento della riconciliazione, una novizia italiana con cui aveva avuto rapporti sessuali. La scomunica è stata revocata dopo che il sacerdote si è pentito.

Nel dicembre 2022, i gesuiti hanno reso noto di aver sospeso l’artista sloveno a seguito delle accuse di abuso. Nel giugno 2023, Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù per essersi rifiutato di rispettare le restrizioni imposte in relazione agli abusi sessuali, spirituali e psicologici subiti da circa due dozzine di donne e almeno un uomo nel corso di 30 anni.

Nonostante la fondatezza delle accuse e la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù, la diocesi di Koper, in Slovenia, paese natale del sacerdote, ha annunciato di aver incardinato padre Rupnik.

Dopo che la diocesi aveva confermato nell’ottobre 2023 che il sacerdote si trovava lì dall’agosto, il Vaticano ha annunciato che Papa Francesco aveva revocato il termine di prescrizione del caso, consentendo così al Dicastero per la Dottrina della Fede di proseguire le indagini.

In un comunicato pubblicato nell'ottobre 2023, il Vaticano ha affermato che la decisione è stata presa dopo che «la Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori aveva segnalato al Papa l'esistenza di gravi problemi nella gestione del caso di padre Marko Rupnik e la mancanza di sostegno alle vittime».

Nel frattempo, il vescovo emerito della diocesi di Koper, dove padre Rupnik è stato incardinato nell’agosto del 2023, ha dichiarato a OSV News nel febbraio del 2025 che il sacerdote «continua la sua opera in tutto il mondo».

All’inizio di giugno del 2025, con una mossa discreta ma significativa, Vatican News ha iniziato a rimuovere le opere d’arte di padre Rupnik dal proprio sito web. I suoi mosaici, a lungo utilizzati per commemorare online le principali festività, sono stati recentemente sostituiti o lasciati in bianco, un cambiamento che, secondo molti sopravvissuti, era necessario da tempo.

Novità nel diritto canonico

OSV News ha consultato diversi canonisti, che hanno preferito mantenere l’anonimato, in merito ai canoni in base ai quali potrebbe essere giudicato padre Rupnik. Il più probabile è il Canone 1395, che riguarda i reati sessuali commessi dal clero, in particolare le violazioni del Sesto Comandamento («Non commetterai adulterio»).

Un ecclesiastico «che persista in qualche altro peccato esterno contro il sesto comandamento del Decalogo e che causi scandalo, sarà punito con la sospensione. A questa possono essere aggiunte progressivamente altre pene se, dopo un ammonimento, persiste nella colpa, fino a quando potrà infine essere espulso dallo stato clericale», recita il canone.

Esperti di diritto canonico hanno spiegato a OSV News che uno degli aspetti più significativi della riforma del Libro VI del Codice di Diritto Canonico, attuata da Papa Francesco nel 2021 e che riguarda il diritto penale, è stato l’aggiornamento della normativa per qualificare come reato l’abuso sessuale su adulti commesso mediante coercizione o abuso di autorità. 

“Il sacerdote che, ricorrendo alla forza, alle minacce o all’abuso della propria autorità, commetta una violazione del sesto comandamento del Decalogo o costringa qualcuno a compiere o a sottoporsi ad atti sessuali, sarà punito con le giuste pene, senza escludere l’espulsione dallo stato clericale se il caso lo richiede”, recita il testo.

In base al principio fondamentale «lex retro non agit» —«la legge non ha effetto retroattivo»—, le nuove leggi e i nuovi regolamenti non devono essere applicati ad azioni, fatti o rapporti giuridici verificatisi prima della loro promulgazione. Esperti di diritto canonico hanno dichiarato a OSV News che, di conseguenza, padre Rupnik non può essere giudicato per «abuso di autorità», una disposizione aggiunta nella riforma di papa Francesco.

L'autoreOSV / Omnes

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Cinema

35 film cattolici da non perdere

Questi film ripercorrono la storia del cinema dal punto di vista della fede: dalle epopee bibliche ai drammi contemporanei sul martirio, il senso di colpa e la ricerca di Dio

Javier García Herrería-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Non ci sono tutte quelle che ci sono, ma ci sono tutte quelle che ci sono. Un elenco di film dal forte background religioso. La selezione mescola classici di Hollywood, drammi d’autore europei e produzioni confessionali recenti, e abbraccia quasi otto decenni di storia del cinema, a partire da La canzone di Bernadette (1943) fino a Vita nascosta (2019).

1. La vita di Cristo e le origini del cristianesimo

La Passione di Cristo (2004). Mel Gibson racconta le ultime dodici ore di vita di Gesù. Il film è diventato un fenomeno al botteghino mondiale nonostante la sua crudezza visiva. Rimane il punto di riferimento cinematografico sulla Passione per il pubblico cattolico.

Paolo, l'apostolo di Cristo (2018), Rinchiuso in una prigione romana, l’apostolo Paolo attende la sua esecuzione sotto Nerone. Il medico Luca rischia la vita per raccogliere la sua testimonianza e trascrivere le sue lettere. Un ritratto intimo degli ultimi giorni di un convertito perseguitato.

Risorto (2016). Un tribuno romano riceve l’incarico di indagare sulle voci riguardanti la resurrezione di Gesù. La sua ricerca di prove razionali lo porta, poco a poco, a confrontarsi con una fede che non si aspettava di trovare. Un approccio originale al racconto pasquale da una prospettiva esterna alla cerchia dei discepoli.

L'uomo che faceva miracoli (2000). Film d'animazione che racconta la vita di Gesù. Pensato per un pubblico di tutte le età, riassume gli episodi evangelici più noti. Costituisce una semplice introduzione al Vangelo.

Ben-Hur (1959). Il principe ebreo Giuda Ben-Hur viene tradito dal suo amico romano e condannato alle galere. La sua storia di vendetta e redenzione si svolge in parallelo alla vita pubblica di Gesù. Il film ha vinto undici Oscar e rimane un classico del cinema epico.

2. Antico Testamento ed epopee bibliche

I dieci comandamenti (1956). Cecil B. DeMille porta sullo schermo la vita di Mosè, dall’infanzia alla corte del faraone fino alla liberazione del popolo ebraico. Un capolavoro di riferimento del cinema biblico classico di Hollywood. La scena della separazione del Mar Rosso rimane ancora oggi iconica.

Il principe d'Egitto (1998). Versione animata della DreamWorks sulla storia di Mosè e dell’esodo dall’Egitto. Coniuga il rigore narrativo con una colonna sonora acclamata dalla critica. Un’introduzione accessibile alla storia dell’Esodo per un pubblico di tutta la famiglia.

3. Vite di santi, martiri e testimoni della fede

Vita nascosta (2019). Terrence Malick ricostruisce la storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che si rifiutò di giurare fedeltà a Hitler. La sua obiezione di coscienza gli costò la vita e il rifiuto della sua stessa gente. Una riflessione visiva sulla fedeltà alla propria coscienza di fronte al potere.

Un uomo per l'eternità (1966). Fred Zinnemann porta sul grande schermo il dilemma morale di Tommaso Moro, il cancelliere inglese che preferì il patibolo piuttosto che giurare fedeltà all’Atto di Supremazia di Enrico VIII. Il film costituisce una sobria testimonianza sull’integrità personale, sul primato della coscienza e sul prezzo inderogabile della verità.

Di dei e uomini (2010). Un gruppo di monaci trappisti in Algeria decide di restare al fianco della propria comunità nonostante la minaccia jihadista degli anni Novanta. Il film ricostruisce il processo di discernimento che li ha condotti al martirio. Ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes.

Sophie Scholl: gli ultimi giorni (2005). Basato su documenti ufficiali, il film racconta l’interrogatorio e il processo della giovane tedesca Sophie Scholl, membro del movimento di resistenza antinazista “La Rosa Bianca”. La sua fermezza morale di fronte al regime l’ha resa un simbolo della resistenza. Un esercizio di ricostruzione storica quasi documentaristica.

Becket (1964). Il film racconta l’amicizia e il successivo scontro tra il re Enrico II d’Inghilterra e il suo cancelliere, Thomas Becket, dopo la nomina di quest’ultimo ad arcivescovo di Canterbury. La fedeltà alla Chiesa finirà per costare la vita al protagonista. Un classico sulla tensione tra potere politico e autorità spirituale.

Rosso e nero (1983). Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di monsignor Hugh O’Flaherty, che dal Vaticano organizzò una rete per salvare migliaia di ebrei e perseguitati durante l’occupazione nazista di Roma. Gregory Peck interpreta questo sacerdote irlandese diventato un eroe silenzioso.

Cristiada (2012). Il film ricostruisce la Guerra Cristera in Messico, quando negli anni Venti migliaia di cattolici si ribellarono armati contro la persecuzione religiosa da parte dello Stato. Il film segue alcuni dei suoi protagonisti, tra cui veri martiri.

I sandali del pescatore (1968). Adattamento del celebre romanzo di Morris West su un vescovo ucraino che, dopo anni trascorsi nel Gulag, viene eletto Papa nel pieno della Guerra Fredda. Tra il peso del dogma e l’imminente crollo geopolitico, il film dipinge un dramma spirituale e umanista sull’audacia della leadership, la rinuncia al potere e il valore della pace.

La canzone di Bernadette (1943) Racconta le apparizioni mariane a Bernadette Soubirous a Lourdes e lo scetticismo che suscitarono tra le persone che la circondavano. Jennifer Jones ha vinto l’Oscar per la sua interpretazione.

Silenzio (2016) Martin Scorsese adatta il romanzo di Shūsaku Endō su due missionari gesuiti alla ricerca del loro mentore nel Giappone del XVII secolo, dove il cristianesimo è proibito e perseguitato. Il film approfondisce i temi dell’apostasia, del silenzio di Dio e del prezzo della testimonianza. Una delle opere più personali di Scorsese sul tema della fede.

La domenica (2025). Ainara, una brillante diciassettenne, annuncia alla sua famiglia di voler diventare suora di clausura invece di andare all’università. La sua decisione scatena lo sconcerto del padre vedovo e il rifiuto categorico della zia, non credente. Vincitrice della Concha de Oro a San Sebastián e del Goya come miglior film, l’opera ritrae il processo di discernimento vocazionale con uno sguardo raro nel cinema attuale.

4. Dramma spirituale e ricerca di Dio

L'albero della vita (2011). Terrence Malick intreccia la storia di una famiglia nel Texas degli anni Cinquanta con immagini dell’origine dell’universo. Il film esplora il dolore, la grazia e il senso dell’esistenza con uno sguardo quasi devoto. Ha vinto la Palma d’Oro a Cannes.

Calvario (2014). Un sacerdote irlandese riceve in confessione la minaccia di essere ucciso entro una settimana a causa degli abusi commessi da un altro sacerdote anni prima. Decide di non fuggire e di continuare il suo ministero nonostante il pericolo. Un dramma intenso sul senso di colpa collettivo e sulla dedizione sacerdotale.

Il banchetto di Babette (1987). In un paesino protestante danese, una rifugiata francese prepara un banchetto straordinario per i suoi austeri ospiti. Il pasto diventa una metafora della grazia, della generosità e dell’abbondanza divina. Ha vinto l’Oscar come miglior film straniero.

Gran Torino (2008). Un veterano di guerra, vedovo e scontroso, instaura un rapporto inaspettato con i suoi vicini immigrati di etnia Hmong. Clint Eastwood dirige e interpreta una storia di redenzione con un colpo di scena finale dal forte significato sacrificale.

Un Dio proibito (2014). Ambientato durante la Guerra Civile spagnola, il film racconta la persecuzione religiosa subita da una comunità di missionari clarettiani. Il film ricostruisce fatti storici di martirio poco conosciuti al di fuori della Spagna.

5. Conversione e apologetica

Il caso di Cristo (2017). Basato sulla storia vera di Lee Strobel, un giornalista ateo che indaga sulla risurrezione di Gesù per smontare la nuova fede di sua moglie. L'indagine finisce per cambiare la sua stessa vita.

La capanna (2017). Un padre devastato dalla morte della figlia riceve un misterioso invito alla baita dove è avvenuta la tragedia, e lì vive un incontro simbolico con la Trinità. Adattamento dell’omonimo best seller. Un’opera sul dolore, il perdono e l’immagine di Dio, discussa per la sua teologia non convenzionale.

6. Fantasia, soprannaturale e saga con sfondo cristiano

Il Signore degli Anelli: la trilogia (2001–2003). L'adattamento di Peter Jackson dell'opera di J. R. R. Tolkien, cattolico dichiarato, è permeato da temi quali il sacrificio, la provvidenza e la grazia. La lotta contro il male e la rinuncia al potere hanno echi morali cristiani, sebbene mai in modo esplicito. Una delle saghe più citate in chiave spirituale pur senza essere confessionale.

Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio (2005). Adattamento dell’opera di C. S. Lewis, in cui quattro fratelli scoprono un mondo magico in cui un leone si sacrifica per salvare un traditore. L’allegoria cristiana della morte e della resurrezione è esplicita nella struttura narrativa. Un racconto fantasy per famiglie con una chiara interpretazione teologica.

L'esorcismo di Emily Rose (2005). Liberamente ispirato a un caso reale tedesco, il film unisce il genere horror a un dramma giudiziario incentrato su un sacerdote accusato di negligenza in seguito alla morte di una ragazza durante un esorcismo. Il film lascia aperta la questione tra spiegazione medica e spirituale. Un insolito incrocio tra cinema horror e dibattito teologico.

Nefarious (2023). Uno psichiatra ateo deve valutare, nel braccio della morte, un serial killer che sostiene di essere posseduto da un demone di nome Nefarious. L'interrogatorio si trasforma in un duello verbale sull'esistenza di Dio, sul male e sull'aborto.

7. Classici per tutta la famiglia e incentrati sui valori cristiani

Che bello è vivere! (1946) Un uomo sul punto di suicidarsi riceve la visita di un angelo che gli mostra come sarebbe stato il mondo senza di lui. Frank Capra firma uno dei classici natalizi più amati del cinema statunitense. Una luminosa difesa del valore di ogni vita e della provvidenza.

Sorrisi e lacrime (1965) Una giovane novizia diventa governante dei sette figli di un vedovo austriaco prima dell'annessione nazista. La musica e la fede si intrecciano in uno dei film per famiglie più amati della storia. Ha vinto cinque Oscar, compreso quello per il miglior film.

I miserabili (2012) Adattamento musicale del romanzo di Victor Hugo su Jean Valjean, un ex detenuto che trova la redenzione grazie al perdono di un vescovo. La misericordia ricevuta trasforma tutta la sua vita futura. Un musical di grande impatto sulla grazia e sulla giustizia.

Fino all'ultimo uomo (2016) Ispirato alla storia vera di Desmond Doss, medico militare avventista che si rifiutò di portare le armi e salvò decine di vite nella battaglia di Okinawa per le sue convinzioni religiose. Mel Gibson dirige questo racconto sull’obiezione di coscienza e l’eroismo. Il film ha vinto due premi Oscar.

8. Sacerdozio, Chiesa e morale

Io confesso (1953) Alfred Hitchcock dirige la storia di un sacerdote che, durante la confessione, viene a conoscenza dell’identità del vero assassino in un caso per il quale lui stesso è accusato. Il segreto della confessione gli impedisce di difendersi. Un thriller morale sul segreto sacramentale.

Il cardinale (1963) Il film segue l’ascesa di un giovane sacerdote statunitense nel corso dei decenni, alle prese con dilemmi legati alla fede, alla famiglia e all’impegno sociale, fino al raggiungimento del titolo di cardinale. Otto Preminger ritrae le tensioni interne del clero del XX secolo. Un ampio affresco sulla vocazione sacerdotale.

Ritorno a Brideshead (1981). Serie televisiva tratta dal romanzo di Evelyn Waugh su un giovane agnostico che entra a far parte di un’aristocratica famiglia cattolica inglese. La fede dei Flyte, vissuta con contraddizioni, finisce per segnare la sua stessa vita. Un dramma d’epoca sulla grazia che opera anche nella debolezza.

La missione (1986) Un gesuita e un ex mercenario convertito uniscono le forze per proteggere una missione guaraní in Sudamerica dagli interessi coloniali e schiavisti del XVIII secolo. La colonna sonora di Ennio Morricone accompagna uno dei finali più memorabili del cinema religioso. Il film ha vinto la Palma d’Oro a Cannes.

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Educazione

Carlos Chiclana: «I genitori ne sanno molto più di quanto credano in materia di educazione sessuale»

Lo psichiatra e uno dei fondatori di TheFunSex, Carlos Chiclana Actis, sostiene l'importanza di ripristinare il dialogo in famiglia e di fornire alle famiglie gli strumenti necessari per educare alla sessualità con naturalezza, fiducia e rigore.

Teresa Aguado Peña-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Parlare di sessualità con i propri figli rimane, per molte famiglie, una questione ancora irrisolta. Molti genitori, secondo quanto riferisce lo psichiatra e psicoterapeuta Carlos Chiclana Actis, conoscono le risposte alle domande dei propri figli ma non dispongono degli strumenti necessari per affrontarle. Nel frattempo, i social media, la pornografia o gli amici occupano spesso quel ruolo educativo.

Da questa esigenza nasce TheFunSex, un programma che mira a formare genitori ed educatori affinché parlino di sessualità con chiarezza, rigore e naturalezza. Un’iniziativa che punta sull’accompagnamento anziché sul divieto e sulla costruzione di un rapporto di fiducia che consenta ai figli di rivolgersi ai propri genitori quando sorgono dei dubbi. A tal fine si avvale di 15 esperti provenienti da diversi ambiti — psichiatria, psicologia, sessuologia, medicina, antropologia e pedagogia — tra cui Rafael Lafuente, María Calvo, Alejandro Villena, Pep Borrell, Clara de Cendra o Nuria Ferrer, tra gli altri.

Abbiamo parlato con il dottor Carlos Chiclana Actis, figura di riferimento nel campo della salute mentale e della sessualità, delle sfide dell’educazione sessuale in famiglia e a scuola, dell’impatto degli schermi e dell’importanza di ripristinare il dialogo in casa. È uno dei fondatori di TheFunSex e direttore scientifico del progetto.

Qual è stata la necessità concreta che hai riscontrato e che ti ha portato a pensare che fosse necessario creare TheFunSex?

–Un’esigenza concreta è stata l’esperienza pratica di parlare con molti genitori durante conversazioni tra amici o incontri, in cui ti raccontavano e ti ponevano domande di base sulla sessualità e ti esponevano problemi riguardanti i propri figli, preoccupazioni e interessi per i quali non avevano una risposta o non sapevano come rispondere e che quindi evitavano di affrontare.

L'obiettivo era quello di fornire loro contenuti pratici, basati sull'esperienza e elaborati da esperti accademici (la maggior parte dei quali sono genitori), rispondendo così alle domande che i genitori si ponevano nella vita quotidiana, non in ambito clinico ma in modo naturale.

Il motto recita: «Non per vietare, ma per accompagnare». Cosa significa esattamente “accompagnare” nell’educazione sessuale?

–L’obiettivo è formare ed educare a una sessualità integrale fin dall’inizio della vita dei figli. Quando i genitori sono presenti sin dall’inizio, educando e formando anche in questa dimensione, si crea un accompagnamento, un modello pratico e un clima di fiducia. Ciò permette ai bambini e alle bambine di acquisire conoscenze e di sentirsi accompagnati nelle loro scoperte, durante la fase di grande cambiamento dell’adolescenza e, in seguito, nello sviluppo del proprio progetto di vita.

In questo modo, il padre non è semplicemente un sorvegliante, né la madre un’osservatrice che esercita un controllo, né l’educazione sessuale si riduce a un’educazione morale restrittiva o alla preoccupazione di evitare contagi o gravidanze. Si tratta di un accompagnamento molto più ampio, integrale e naturale, che si sviluppa in modo educativo, proprio come facciamo in tanti altri ambiti della vita.

Ciò che desideriamo è che la sessualità, in quanto dimensione fondamentale dell’essere umano, sia inclusa in modo naturale anche nell’educazione che una famiglia vuole impartire ai propri figli.

Qual è l'errore più comune che commettono i genitori quando cercano di affrontare questi argomenti?

– Il primo errore è non farlo. E non è solo una mia opinione, ma è quanto emerge dai dati: la maggior parte dei genitori non affronta il tema dell’educazione sessuale con i propri figli.

Il secondo errore è quello di non ascoltare. Non ascoltare i loro bisogni né le domande che hanno. Ciò può generare nei figli smarrimento e una certa diffidenza, non necessariamente negativa, ma piuttosto la sensazione che i genitori non siano la fonte a cui rivolgersi per imparare e risolvere i propri dubbi, per cui saranno costretti a cercare risposte altrove.

E il terzo è evitare di lasciarsi coinvolgere quando si danno delle risposte. Questi sarebbero, probabilmente, i tre errori principali.

Per quanto riguarda la pornografia, se dei genitori scoprissero che il proprio figlio ne fa uso, quale pensi che dovrebbe essere la loro prima reazione?

–La prima reazione dovrebbe essere quella di abbracciarlo e chiedergli di cosa ha bisogno, come è arrivato a quel punto, come si sente e come si può aiutarlo a uscire da quella situazione. Bisogna anche spiegargli che la pornografia non rappresenta il modo naturale di vivere la sessualità, ma offre una visione distorta e confusa, che può risultare dannosa sia per il suo sistema nervoso che per il suo sviluppo sessuale.

Il primo messaggio dovrebbe essere: «Figlio mio, hai un problema, ma possiamo aiutarti. Questa situazione non fa bene alla tua salute. Come possiamo aiutarti? Di cosa hai bisogno?».

In secondo luogo, è probabile che quel materiale pornografico sia stato visualizzato tramite un dispositivo fornito proprio dai genitori: uno smartphone, un tablet, un computer o una console con connessione a Internet. Per questo motivo, è anche il momento giusto affinché i genitori si chiedano come stanno organizzando il proprio ambiente digitale domestico.

Proprio come ci preoccupiamo che in casa nostra non entri troppo rumore o che la temperatura sia adeguata, e installiamo allarmi per proteggerla, vale anche la pena progettare una casa digitale in cui la «temperatura» etica, morale e di salute della famiglia sia ben regolata, e dove installiamo allarmi per impedire l’ingresso ai malintenzionati che vogliono rubarci l’innocenza, la sessualità e il denaro attraverso la pornografia.

Dite: “Quello che TikTok non insegnerà ai vostri figli”. Come competere con TikTok?

–La prima cosa da fare sarebbe non dare loro un cellulare né installare TikTok. Di fronte a questo, alcune persone potrebbero pensare: «Ma tu non vivi nel mondo, non sai cosa succede». Ma forse è proprio il contrario: proprio perché sono troppo immerso nel mondo, so cosa succede e conosco quali possono essere le sue conseguenze negative.

L'Associazione Spagnola di Pediatria raccomanda vivamente che i bambini non abbiano un cellulare personale e che, se ne utilizzano uno — perché non vogliamo certo che diventino analfabeti digitali —, lo facciano negli spazi comuni, fuori dalla camera da letto e dal bagno.

Quando parlo con i genitori, dico loro: l’Associazione Spagnola di Pediatria propone un calendario vaccinale. Siete voi a decidere se seguirlo o meno. Ebbene, propone anche delle linee guida relative all’educazione, alla formazione e all’uso dei cellulari per i vostri figli. Potete seguirle o meno, ma è importante sapere che queste raccomandazioni non riguardano la moralità dei figli, bensì la loro salute mentale, il loro sviluppo neurocognitivo, la loro capacità di controllare gli impulsi, il loro stato d’animo e l’ansia.

Ogni famiglia deve decidere come vuole educare i propri figli, ma non deve essere la mancanza di strumenti a impedirglielo. Per questo abbiamo creato un programma in cui i genitori possono imparare a farlo in modo semplice, naturale e sicuro, insieme ad altri genitori. Con brevi domande a cui è possibile consultare in qualsiasi momento, argomenti concreti che abbiamo testato in diversi gruppi di discussione per assicurarci che rispondano alle reali preoccupazioni dei genitori, dirette settimanali e una comunità in cui poter partecipare e porre nuove domande.

Quello che vogliamo è che i genitori possano dire: «Così sì che so come fare, così sì che ci riesco e così sì che ce la faccio».

Di cosa hanno bisogno i genitori per poter dire «così ce l’ho fatta»?

–I genitori ne sanno molto, e vogliamo rafforzare questa idea.

Qualche giorno fa, durante un’attività estiva, i bambini, di circa dieci anni, e i loro genitori sono stati divisi in due gruppi. Ai bambini è stato chiesto di scrivere le domande che avevano sul sesso da porre ai propri genitori. Ai genitori, invece, è stato chiesto di scrivere le domande che, secondo loro, i figli avrebbero voluto porre loro.

I genitori hanno formulato domande estremamente complesse, mentre quelle dei figli erano molto semplici e, in realtà, i genitori sapevano come rispondere. Quindi, spesso si tratta di fare il salto di fiducia: imparare ad ascoltare, sapere come inserirsi nella conversazione e saper aspettare. Perché, in effetti, molti genitori possiedono già gran parte delle conoscenze necessarie. Ciò di cui hanno bisogno sono piccoli strumenti di supporto, oltre a conoscere modalità e metodi per affrontare queste conversazioni.

Quale ruolo dovrebbe assumere la scuola in materia di educazione sessuale e quale spetta esclusivamente alla famiglia?

–Secondo l'ultima Indagine nazionale sulla salute sessuale, appena pubblicata dopo 19 anni di assenza di indagini di questo tipo, oltre il 90 % della popolazione ritiene che nelle scuole debba esserci educazione sessuale.

Questo aspetto ha un lato molto positivo: riflette una chiara consapevolezza sociale sulla necessità dell’educazione sessuale. Ma ha anche un lato che mi sembra un po’ negativo, perché sembra escludere i genitori. È vero che nel sondaggio non è stato chiesto se le persone ritenessero necessario che anche i genitori ricevessero una formazione in materia di sessualità. Forse quella domanda è stata tralasciata.

A me sembra che queste due realtà si completino molto bene a vicenda. Ad esempio, a scuola, quando un bambino ha cinque anni, gli si può spiegare che il suo corpo appartiene a lui, come dire di no e come chiedere aiuto in caso di pericolo. Ma, quando arriva quel momento, i suoi genitori dovrebbero averlo già educato per cinque anni in materia di sessualità e avergli spiegato molte cose.

Per questo motivo ritengo che l’educazione sessuale a scuola, in collaborazione con le famiglie, sia il modello migliore. Lo abbiamo verificato anche in uno studio accademico che abbiamo pubblicato quest’anno, nel quale abbiamo intervistato genitori, insegnanti e studenti per conoscere i loro punti di vista.

Questo progetto è pensato sia per i credenti che per i non credenti…

–Sì. Abbiamo progettato il corso in modo che chiunque possa seguirlo, indipendentemente dal fatto che abbia o meno credenze religiose o che pratichi o meno una fede. Lo abbiamo fatto consapevolmente, cercando di garantire che quanto viene spiegato sia fondato sulla verità, sull’esperienza e sulla scienza.

Per questo può essere utile a chiunque, che si tratti di un genitore o di una famiglia. È vero che molti dei relatori sono noti al grande pubblico per la loro fede, ma, in qualità di direttore accademico e scientifico del programma, ho prestato particolare attenzione affinché le risposte non fossero fondate né sulla fede né su una morale specifica, bensì sull’esperienza e sulla scienza. Il nostro obiettivo è che TheFunSex possa essere utilizzato da chiunque.

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Vangelo

Il miglior investimento: investire tutto. XVII domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XVII domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 26 luglio 2026.

Vitus Ntube-23 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La liturgia di oggi parla di investimenti. Gli esperti finanziari possono consigliare altro, ma chi comprende le dinamiche della vita spirituale sa che il miglior investimento è quello in cui diamo tutto noi stessi.

Nel Vangelo di oggi, Gesù paragona il Regno dei Cieli a un tesoro nascosto in un campo, a una perla di grande valore e, infine, a una rete gettata in mare. Le prime due parabole sono particolarmente simili, sia nel loro messaggio che nella risposta che richiedono. L’uomo che trova il tesoro e il mercante che scopre la perla giungono entrambi alla stessa conclusione: ciò che hanno trovato vale più di tutto il resto che possiedono. La stessa ordinaria prudenza umana li porterebbe a vendere tutto ciò che hanno per ottenere qualcosa di infinitamente più prezioso.

Queste parabole si rivolgono non solo alla nostra intelligenza, ma anche alla nostra libertà. Esigono una decisione. Una volta scoperto il tesoro, la neutralità non è più possibile. O ci si allontana da esso, oppure si rinuncia a tutto per possederlo. La domanda centrale della liturgia di oggi è, quindi, questa: qual è la nostra risposta all’incontro con Cristo? Siamo disposti a scommettere tutto su di Lui? Non possiamo possedere il tesoro del Regno finché ci aggrappiamo con forza a cose di poco conto. Per raggiungere il bene più grande, dobbiamo essere disposti a liberarci da false sicurezze, ambizioni egoistiche, ecc. 

Allo stesso tempo, Gesù è realista. Non tutti trovano il tesoro, e non tutti coloro che lo trovano sono disposti a pagare il prezzo necessario per possederlo. Per questo l’ultima parabola parla della rete che raccoglie pesci di ogni genere e della separazione che avrà luogo alla fine dei tempi. Il Vangelo ci ricorda che le nostre decisioni hanno conseguenze eterne. Per questo siamo esortati non solo a cercare attivamente il tesoro del Regno, ma anche ad avere il coraggio di acquisirlo a qualsiasi costo.

La figura di Salomone nella prima lettura è un bellissimo esempio di chi ha fatto l'investimento giusto. All'inizio del suo regno, il Signore gli diede quello che potremmo definire un assegno in bianco: “Chiedimi quello che vuoi che ti dia”. Salomone avrebbe potuto chiedere potere, lunga vita o la sconfitta dei suoi nemici. Tuttavia, chiese qualcosa di più grande: “Concedi dunque al tuo servo un cuore attento per giudicare il tuo popolo e distinguere tra il bene e il male".

Nella richiesta di Salomone vediamo la grandezza della sua anima. Egli riconobbe la vera perla di grande valore e si rifiutò di accontentarsi di cose di minore importanza. Salomone divenne famoso in tutto il mondo per la sua saggezza. Dio si compiace di un cuore magnanimo, un cuore che cerca l’eterno prima del transitorio. L’unico investimento che non fallisce mai è l’investimento totale in Dio. Il Regno costa tutto perché dona tutto.

America Latina

A un mese dai terremoti, la Chiesa in Venezuela continua a essere al servizio della popolazione

Dopo la doppia scossa sismica verificatasi in Venezuela lo scorso giugno, la Chiesa cattolica continua a fornire assistenza alle vittime in tutto il Paese.

Paloma López Campos-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

È passato quasi un mese da quando... terremoti verificatisi in Venezuela. La doppia scossa sismica si è verificata il 24 giugno 2026, rappresentando una delle più gravi catastrofi naturali dell'ultimo secolo nel Paese. A seguito degli eventi, si contano oltre cinquemila morti accertati, migliaia di feriti e altrettanti dispersi.

"Aiuto alla Chiesa che Soffre” si è recata in Venezuela per offrire tutto il sostegno della Chiesa cattolica. Per illustrare la situazione attuale del Paese, l’organizzazione vaticana ha convocato una conferenza stampa alla quale hanno partecipato la sua presidente esecutiva internazionale, Regina Lynch, e l’arcivescovo di Caracas, monsignor Raúl Biord.

L'amministratrice delegata ha descritto la situazione in Venezuela come “apocalittica”, ma ha affermato che la Chiesa è presente e sta fornendo un grande aiuto. Ha sottolineato che “non possiamo dimenticare il Venezuela”, lasciando che altri avvenimenti riportati dai media distolgano l'attenzione dalle persone bisognose che si trovano ancora in tutto il Paese.

Da parte sua, l’arcivescovo ha ricordato che ci sono ancora tra le 20.000 e le 30.000 persone disperse, le cui famiglie continuano a impegnarsi per ritrovarle. Inoltre, ci sono migliaia di morti e moltissimi edifici essenziali, come ospedali e scuole, sono stati completamente distrutti.

D'altra parte, molti sopravvissuti vivono “per strada, in ‘tende’ coperte da teli di plastica”. Inoltre, in Venezuela in questo periodo è inverno, il che aggrava la situazione poiché si tratta di una stagione caratterizzata da abbondanti piogge.

La presenza della Chiesa in Venezuela

A questa situazione si aggiunge la perdita del posto di lavoro da parte di migliaia di persone, il che rende difficile andare avanti. Per tutti questi motivi, l’arcivescovo ha affermato che “come Chiesa, sin dal primo giorno siamo stati presenti nelle strade”.

“La Chiesa è il popolo, ecco perché siamo in strada ad assistere le persone”, ha affermato dopo aver spiegato che molte chiese e parrocchie sono state distrutte. Ha inoltre confermato che Papa Leone XIV li ha contattati il giorno dei terremoti per informarsi sulla situazione e trasmettere loro le sue preghiere.

Monsignor Biord ha spiegato che una delle prime cose che hanno fatto è stata quella di fornire assistenza psicologica ai vari membri delle parrocchie che si stanno occupando delle persone colpite. “È importante prendersi cura di chi si prende cura degli altri”, ha sottolineato, aggiungendo che ci sono molti volontari delle parrocchie impegnati a offrire conforto, cibo e aiuto materiale e spirituale alle vittime, ma anche loro hanno bisogno di sostegno per affrontare il disastro.

Ora, a quasi un mese di distanza, “è il momento di ricostruire vite e persone”, ha affermato l’arcivescovo. In seguito arriverà il momento di ricostruire tutti gli edifici e le infrastrutture che sono stati distrutti.

Spagna

Un sondaggio condotto da GAD3 conferma il forte impatto spirituale che la visita del Papa ha avuto sugli spagnoli

Dei 5.027 intervistati, il 98% ha espresso un giudizio "positivo" o "molto positivo" sulla visita.

Redazione Omnes-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La visita di Papa Leone XIV in Spagna, svoltasi dal 6 al 12 giugno, ha lasciato un segno profondo in coloro che hanno partecipato alle varie manifestazioni. È quanto emerge da uno studio elaborato dalla società di consulenza GAD3 per l’organizzazione del viaggio, condotto tramite interviste a 5.027 persone al termine della visita, i cui risultati coincidono con quelli pubblicati dal Centro di Ricerche Sociologiche (CIS) nel suo barometro del luglio 2026.

Una valutazione estremamente positiva

Secondo lo studio, l«89% dei partecipanti ha valutato la propria esperienza e l'esito della visita come »positiva«, mentre un ulteriore 9% l'ha considerata »molto positiva», il che porta la valutazione complessiva al 98%.

La visita ha inoltre trasformato la percezione che i partecipanti avevano dello stesso Papa Leone XIV. Prima del viaggio, il 90% nutriva un’opinione favorevole sulla sua figura, la sua biografia e il suo messaggio; dopo averlo conosciuto da vicino, tale percentuale è salita al 98%, con un aumento di otto punti. Anche la scarsa conoscenza del Pontefice si è ridotta in modo significativo: se prima della visita il 57% degli intervistati dichiarava di conoscerlo poco, tale cifra è scesa al 14% al termine del viaggio.

Impatto spirituale ed emotivo

Lo studio di GAD3 approfondisce inoltre l’impatto personale e spirituale generato dalla presenza del Papa in Spagna. Tra gli obiettivi che i partecipanti si sono prefissati dopo la visita spiccano il desiderio di contribuire a migliorare il mondo (92%), rafforzare il rapporto personale con Dio (91%) e consolidare l’impegno nei confronti della Chiesa (87%).

Sul piano emotivo, i sentimenti più diffusi tra i partecipanti sono stati la gioia (99%), l'entusiasmo (97%), la speranza (97%), la pace (95%) e il senso di unione con gli altri (95%).

I messaggi che hanno colpito di più

Tra i messaggi del Papa che hanno suscitato maggiore risonanza tra i presenti spiccano l’importanza della preghiera e dell’incontro personale con Dio (19%) e l’invito a vivere la fede con gioia e speranza (17%). Seguono l’invito a servire e aiutare il prossimo (13%), la costruzione del dialogo, l’ascolto e la riconciliazione (12%) e l’accoglienza e l’integrazione dei migranti e delle persone vulnerabili (7%).

Come conseguenza diretta di questi messaggi, i partecipanti hanno espresso propositi personali molto concreti: vivere con più speranza o gioia (45%), curare la propria vita spirituale (41%) e aiutare di più gli altri (30%).

Valutazione positiva della copertura mediatica e del ruolo di primo piano di Instagram

Anche la copertura mediatica della visita ha ricevuto una valutazione positiva: il 91% dei partecipanti ritiene che la copertura dei media abbia rispecchiato molto o abbastanza quanto vissuto nei vari incontri.

Per quanto riguarda i social media, Instagram è stata la piattaforma più utilizzata per seguire e diffondere la notizia della visita, con 55% menzioni, seguita da YouTube (24%) e Facebook (20%). Il 26% dei partecipanti, tuttavia, ha dichiarato di non aver seguito né diffuso il viaggio attraverso i social network.

Alla domanda su quali parole riassumessero al meglio la loro esperienza, i partecipanti hanno concordato in particolare su cinque termini: gioia, meravigliosa, indimenticabile, amore e Chiesa, a testimonianza dell’impatto emotivo e spirituale lasciato dal passaggio di Papa Leone XIV in Spagna.

Mondo

La Chiesa in Tanzania: fede, povertà e speranza nel cuore dell’Africa

Un seminarista tanzaniano e una suora peruviana, missionaria in quel Paese, illustrano la situazione della Chiesa e il loro operato in loco.

Javier García Herrería-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 10 minuti

La Chiesa cattolica in Tanzania è, come spiega Godfrey Mgusi Makoro, seminarista tanzaniano che sta attualmente completando la sua formazione presso il Seminario Internazionale Bidasoa di Pamplona, «una Chiesa giovane che risale ad almeno un secolo fa, quando ebbe luogo la sua evangelizzazione, la seconda evangelizzazione, avvenuta alla fine del XIX secolo, negli anni »60 del XIX secolo«. Furono i Padri Bianchi, i Padri dello Spirito Santo e i Missionari d’Africa a seminare quella fede che oggi, grazie ai »loro sforzi e alla loro dedizione profondamente radicata nell’amore di Dio, in Cristo con il suo Vangelo e nella Chiesa», è diventata una realtà che conta milioni di fedeli.

Oggi almeno il 35% della popolazione tanzaniana è cattolica ed è distribuita in 37 diocesi, di cui 7 sono arcidiocesi. Una Chiesa numerosa e vivace, ma che —come ogni Chiesa giovane— presenta luci e ombre.

Il compito fondamentale: condurre le anime a Dio

Per Makoro, la missione della Chiesa in Tanzania non si esaurisce nelle sue opere sociali, per quanto importanti esse siano. «La Chiesa, in quanto popolo di Dio, ha come compito principale quello di condurre le anime a Dio», scrive. Ma mette in guardia da una tentazione che considera fondamentale: «C’è una profonda crisi nell’identità cristiana dei cristiani. E dico profonda perché riguarda la radice stessa dell’essere cristiani». Tale crisi consiste, secondo le sue parole, nel confondere la fede con uno scambio: «Innanzitutto, ciò che si cerca nella Chiesa non sono dei ‘favori di Dio’ in cambio delle nostre azioni pie, ma la Santità, la vita divina, il vivere con Dio».

Suor Lizmendy, religiosa peruviana della congregazione delle Custodi del Regno del Cuore di Gesù, che da poco più di un anno opera nella diocesi di Bunda, sull’isola di Ukerewe, concorda sul fatto che il compito principale della Chiesa sia «mantenere viva la fede e la formazione». Riconosce che «c’è un forte impegno pastorale da parte dei missionari e dei sacerdoti», anche se le condizioni non sempre lo facilitano: «Ci sono pochi missionari, pochi sacerdoti, le distanze sono piuttosto notevoli, la popolazione è numerosa e, nonostante tutto, si cerca di essere presenti, di accompagnare continuamente». E aggiunge un’immagine che riassume bene lo spirito missionario: «A volte bisogna fare viaggi un po» lunghi, ma nonostante ciò si è presenti, perché l’importante per ogni comunità è vedere e sentire la presenza dei sacerdoti e delle suore che stanno con loro».

Istruzione e sanità: l'eredità dei missionari

Fin dai primi tempi dell’evangelizzazione, la Chiesa in Tanzania ha compreso che annunciare il Vangelo significa anche prendersi cura del corpo e della mente. Makoro lo riassume con una formula che si è ripetuta in ogni missione: «Fin dai tempi dei missionari, la Chiesa in Tanzania si è concentrata su questi due aspetti: ovunque vivessero i missionari, lì c’era una parrocchia, una scuola e un ospedale». Lo constata lui stesso nella propria parrocchia, quella di Nostra Signora della Buona Speranza di Kagunguli, che vanta ormai 132 anni di storia e che, quando il Paese ottenne l’indipendenza, vide il governo assumere la gestione di gran parte delle sue scuole e dei suoi centri sanitari, anche se non di tutti: «Attualmente sono di proprietà del governo, ad eccezione della scuola secondaria che è stata restituita alla Chiesa».

Nonostante queste cessioni, la rete educativa cattolica rimane comunque vastissima. Secondo i dati di Makoro, la Chiesa conta oggi «quasi duemila scuole, sia primarie che secondarie», cinque università cattoliche — tra cui la Saint Augustine University of Tanzania (SAUT), la Catholic University of Health and Allied Sciences (CUHAS) di Bugando-Mwanza, la Ruaha Catholic University (RUCU), la Mwenge Catholic University (MWECAU) e il Jordan University College — e circa un centinaio di istituti di formazione di livello diploma in settori quali la sanità e l’istruzione. «Ciò dimostra che, sin dall’indipendenza, la maggior parte della popolazione ha ricevuto la propria istruzione nelle scuole cattoliche», conclude il seminarista.

Anche in ambito sanitario la presenza cattolica è molto estesa. «Ogni diocesi della Tanzania ha almeno un ospedale, e alcune ne hanno più di cinque», spiega Makoro, che cita il Bugando Hospital come punto di riferimento nazionale. Complessivamente, la Chiesa dispone di «94 centri sanitari e 338 dispensari», oltre a numerosi orfanotrofi e centri per le persone più emarginate, gestiti per lo più da suore.

Suor Lizmendy conferma questa vocazione assistenziale sulla base della sua esperienza concreta a Bunda: «In questa zona della Tanzania, la diocesi gestisce numerose scuole, dispensari e opere sociali grazie alla presenza dei missionari». E aggiunge un dettaglio che rivela fino a che punto la scuola colmi le carenze familiari di base: «Nelle scuole vengono offerti la colazione e il pranzo ai bambini, il che favorisce un migliore apprendimento e uno sviluppo nutrizionale». Sottolinea inoltre l’attenzione specifica rivolta a una categoria particolarmente vulnerabile nella regione: «Ci sono case di accoglienza, soprattutto per questa comunità di albini che in questa zona è piuttosto numerosa».

La povertà, la sfida che sta alla base di tutte le altre

Se c’è un filo conduttore tra le due testimonianze, è la povertà. Makoro la indica come la radice di molti altri mali: «Attualmente la maggior parte dei cittadini vive in condizioni di povertà, poiché le cause principali sono l’egoismo e la corruzione». Punta inoltre il dito contro la disoccupazione giovanile con una statistica eloquente: «Su dieci laureati, tre trovano lavoro, uno può avere un’occupazione autonoma, quindi i restanti sei rimangono senza lavoro».

Suor Lizmendy, dal campo, offre una testimonianza ancora più cruda della povertà quotidiana sull’isola di Ukerewe: «C’è un tasso di povertà altissimo tra le famiglie che non dispongono dei beni di prima necessità per sopravvivere giorno per giorno. Per fare un esempio, molte di loro non hanno nemmeno un euro al giorno, il che comporta che si mangi solo una o due volte al giorno». Questa precarietà, spiega, ha effetti a catena: «Ciò comporta anche problemi di malnutrizione e di apprendimento nei bambini». E per quanto riguarda l’istruzione, la scarsità di risorse spinge molte famiglie a interrompere gli studi dei propri figli appena terminata la scuola primaria, il che «porta molte ragazze, in particolare, a formare una famiglia in giovane età e ad avere figli in giovane età».

Riguardo al proprio stile di vita come missionaria, la suora confessa con semplicità: «Viviamo con lo stretto necessario, perché, sebbene non ci manchi nulla, non abbiamo nemmeno nulla in eccesso. E così impari a vivere in mezzo a loro con quella fede così bella, così crescente e così gioiosa».

Un popolo pacifico in tempi di tensione sociale

Makoro sottolinea un aspetto dell’identità tanzaniana che desidera mettere in evidenza a fronte degli stereotipi sull’Africa: la convivenza pacifica tra le sue oltre 120 tribù. «Grazie a Dio, in Tanzania abbiamo più di 120 tribù, ma non c’è tribalismo; in Tanzania chiunque può vivere dove vuole senza alcun problema». E aggiunge, con un tocco personale: «A dire il vero, non ricordo episodi di violenza tra i cittadini in Tanzania. Sono cresciuto in Tanzania, ma non ho mai sentito parlare di guerre tra noi cittadini. I tanzaniani sono un popolo pacifico al punto che questa caratteristica è diventata parte della nostra identità».

Le tensioni che invece riconosce sono di altro tipo: le proteste dei cittadini contro il potere politico. «La violenza a cui abbiamo assistito di recente è quella dei cittadini contro il governo, soprattutto quando si ribellano contro la corruzione, l’ingiustizia e i vari problemi che la gente sta affrontando», spiega, inquadrando il fenomeno in una prospettiva spirituale: «è una manifestazione della sete di giustizia e di cambiamento, come ha affermato Papa Leone XIV nella sua recente visita apostolica in alcuni paesi dell’Africa».

Le vocazioni: frutto della famiglia, della comunità e della liturgia

Una delle caratteristiche più sorprendenti della Chiesa tanzaniana, agli occhi di un europeo, è l’abbondanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Makoro offre tre chiavi di lettura per comprenderlo. La prima è la fede vissuta in comunità: «le vocazioni nascono in una comunità cristiana e sono per essa». La seconda è la famiglia, «come la Chiesa in casa», che trasmette il valore della vocazione fin dall’infanzia. Lo stesso seminarista condivide un ricordo affettuoso di sua madre: «Ricordo che quando ero bambino mia madre mi sculacciava se non pregavo a casa, specialmente la preghiera del pomeriggio e della sera, e mi costringeva a recitare la preghiera per le vocazioni, anche se la recitavo piangendo; oggi però sono un seminarista che sta completando la propria formazione presso il seminario internazionale Bidasoa a Pamplona. Che mia madre riposi in pace». La terza chiave, che attribuisce a un suo professore, è una liturgia curata con attenzione, «perché la vocazione richiede che i chiamati incontrino Colui che chiama».

Suor Lizmendy offre una lettura complementare, più incentrata sulla fede vissuta «a fior di pelle»: «Credo che molti giovani scelgano la vita religiosa e il sacerdozio grazie alla fede tangibile presente in ciascuna delle loro famiglie». E aggiunge una motivazione quasi missionaria nei candidati stessi: «Porterò un po» più di Dio alla mia famiglia, alla mia comunità; farò da tramite; diventerò sacerdote o suora perché voglio continuare a mantenere viva la fede in queste famiglie, in questa comunità».

Piccole comunità cristiane e gruppi di fede

Makoro descrive in dettaglio un elemento caratteristico del cattolicesimo tanzaniano: le piccole comunità cristiane, gruppi composti da cinque a dieci famiglie organizzate attorno a un santo patrono, che si riuniscono settimanalmente per leggere la Parola e condividere la vita di fede. A suo avviso, questa struttura «può rappresentare un valido rimedio all’individualismo che continua a rappresentare una minaccia in Europa».

Accanto a queste, esistono comunità di devozione popolare — il Rosario Vivo, il Sacro Cuore di Gesù, Santa Rita da Cascia, Regnum Christi — con pratiche di pietà molto concrete, come la recita quotidiana del rosario o le veglie mensili di adorazione. Makoro, cresciuta nella comunità del Sacro Cuore di Gesù, sostiene che questo tipo di esperienza religiosa intensa fin dall’infanzia faciliti il discernimento vocazionale: «Immagina un ragazzo di quindici anni che, dall’età di 10 anni fino ai 20, trascorre tutta la notte in preghiera: per lui è facile discernere la vocazione sacerdotale, o quella religiosa per le ragazze».

A ciò si aggiungono i grandi movimenti apostolici organizzati per età e sesso, dotati di una struttura nazionale, di un’uniforme e di uno statuto proprio: l’Unione degli Uomini Cattolici della Tanzania (UWAKA), l’Unione delle Donne Cattoliche della Tanzania (WAWATA), i Giovani Lavoratori Cattolici (VIWAWA), gli studenti cattolici delle scuole secondarie (TYCS) e universitari (TMCS), e la Congregazione dei Santi Bambini di Gesù per i più piccoli.

La famiglia, primo luogo della fede, e le minacce che la riguardano

Sia il seminarista che la suora concordano sul fatto che la famiglia continui a essere il primo luogo di trasmissione della fede. Makoro descrive una scena quotidiana: «Mangiano insieme a casa e la sera è molto comune pregare prima di andare a dormire. È lì che i bambini imparano a parlare con Dio, pregando con i propri genitori a casa». La partecipazione alla messa domenicale è praticamente obbligatoria in molte famiglie, al punto che «chi salta la messa, poi deve renderne conto».

Suor Lizmendy precisa che si tratta di una fede più vissuta che dottrinale: «Sebbene non si trasmetta una fede molto dottrinale, si trasmette una fede di testimonianza, una fede di tutti i giorni». Cita come esempio la portata delle celebrazioni sacramentali: «In Tanzania, in un’unica cerimonia vengono confermati 250 giovani o ricevono la comunione 300 bambini».

Ma Makoro non nasconde che l’istituzione familiare sta attraversando una crisi sempre più grave: «La famiglia in Tanzania è attualmente in pericolo. Ormai è diventato comune avere un figlio che non conosce il padre o la madre o che non vive con i genitori». Sottolinea inoltre un cambiamento di mentalità tra le giovani donne, che «considerano il non sposarsi come una forma di liberazione», e menziona l’omosessualità come una realtà che «socialmente continua a essere vista come un male» nel Paese.

Donne: povertà, maternità precoce e mancanza di opportunità

La condizione delle donne emerge in entrambe le testimonianze come una delle ferite più profonde della società tanzaniana. Makoro elenca diversi aspetti: la povertà materiale aggravata dal cambiamento climatico e dalla mancanza di lavoro; la responsabilità quasi esclusiva della cura dei figli, specialmente quando il marito muore o abbandona la famiglia; i matrimoni e le gravidanze adolescenziali, che stroncano i progetti di vita di molte giovani; il rischio, sebbene non frequente, di abusi sessuali; e la tentazione di rivolgersi ad altre religioni o alla superstizione «con l’idea di cercare miracoli e risolvere i propri problemi».

Suor Lizmendy lo conferma sulla base della sua esperienza diretta a Bunda: «Per quanto riguarda le donne e le ragazze, hanno davvero pochissime opportunità accademiche e lavorative. Molte di loro, a causa della mancanza di risorse, abbandonano la scuola in età molto precoce per dedicarsi alla famiglia o al lavoro nei campi, dove devono affrontare una vita molto dura». La Chiesa cerca di rispondere con formazione e accompagnamento, anche se la suora è onesta riguardo ai propri limiti: «Da parte della Chiesa cerchiamo di organizzare alcuni laboratori e di fornire accompagnamento per migliorare la loro situazione, ma i bisogni sono enormi e le nostre risorse molto limitate».

Makoro aggiunge un dato che sfuma questo quadro: nonostante le difficoltà, «se si va in Tanzania, si scoprirà che in molte istituzioni ecclesiastiche il numero delle donne che occupano posti di lavoro è superiore a quello degli uomini».

Convivenza interreligiosa e contributo sociale della Chiesa

Per quanto riguarda il rapporto con l’Islam, Makoro descrive un clima di «convivenza piuttosto pacifica» tra musulmani e cristiani, pur riconoscendo una certa complessità istituzionale dovuta all’assenza di un’autorità musulmana unificata: «al punto che, tra di loro, alcuni concordano con alcune affermazioni della Chiesa e altri no. Ma nella vita quotidiana tra la gente c’è molta pace».

In sintesi, il seminarista riassume così il contributo della Chiesa al suo Paese: «Come cittadino, posso dire che la Chiesa in Tanzania è la voce di chi non ha voce. La Chiesa è una delle poche istituzioni che ha contribuito e continua a contribuire allo sviluppo del Paese attraverso l’istruzione sin dalla sua fondazione».

Lo sguardo di una missionaria straniera: dalla paura iniziale alla gioia contagiosa

La testimonianza di suor Lizmendy offre il punto di vista di chi arriva dall’esterno e deve imparare, quasi da zero, a inserirsi in una cultura diversa. Confessa senza mezzi termini lo smarrimento dei suoi primi giorni: «Il fatto di non parlare la lingua mi faceva venire voglia di scappare. ‘Cosa ci faccio qui se non riesco a parlare, se non riesco a comunicare con le persone, se non capisco e non mi capiscono?’». Ammette che «si sentiva un po» inutile in Tanzania».

È riuscita a superare quel momento, racconta, grazie alla preghiera, alla lettura spirituale e all’accompagnamento, oltre che a una frase del nunzio apostolico che è diventata la sua bussola: «L’evangelizzazione non si fa solo con le parole, ma con l’amore». Oggi, a più di un anno di distanza, il suo bilancio è gioioso: «Sono molto felice, anche se capisco pochissimo lo swahili… questo non mi impedisce di vedere la gioia sui volti di chi mi circonda». E aggiunge una riflessione che illumina il senso ultimo della sua presenza lì: «Essere in Tanzania per me è qualcosa, un dono, è qualcosa di grande, è un dono di Dio che mi ha permesso di vivere e di condividere».

Alla domanda sulla differenza tra la fede tanzaniana e quella europea, offre una delle chiavi di lettura più illuminanti di tutto il servizio: «Un tanzaniano ti esprime ciò che prova, ti trasmette gioia, emozione, comunica ciò che ha dentro. Quella fede così grande, quell’amore per Dio, ti contagia. Credo che in Europa tutto questo venga vissuto in modo un po» più intimo«. E conclude con un invito: »Forse potremmo imparare dall’atteggiamento dei tanzaniani nel modo in cui esprimono e vivono la fede: dimostrano di essere cattolici e lo fanno con gioia, nonostante tutte le difficoltà e le privazioni che devono affrontare».

Dall’incontro di queste due testimonianze — quella di un giovane tanzaniano che si sta preparando al sacerdozio e quella di una missionaria peruviana che ha fatto della Tanzania la sua casa — emerge il ritratto di una Chiesa giovane, vigorosa nelle sue vocazioni e nella sua fede, ma che cammina al fianco di un popolo martoriato dalla povertà, dalla disoccupazione giovanile e dalle disuguaglianze di cui soffrono soprattutto le donne. Una Chiesa che, come sintetizza Makoro, continua a ritenere che la propria missione non separi l’annuncio del Vangelo dalla cura della scuola, dell’ospedale e della famiglia; e che, come testimonia suor Lizmendy, trova nella semplice gioia dei suoi fedeli una delle lezioni più profonde che la Tanzania possa offrire a un’Europa più silenziosa nel suo modo di vivere la fede.

Per saperne di più
Stati Uniti

Alcune suore fanno causa allo Stato di New York per una legge che le obbligherebbe a collaborare al suicidio dei pazienti

Quattro ordini religiosi impegnati nell'assistenza sanitaria hanno intentato una causa contro lo Stato di New York in merito a una legge sul suicidio assistito.

Agenzia di stampa OSV-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

– OSV News / Kate Scanlon

Il 17 luglio, quattro ordini religiosi e organizzazioni cattoliche attive nel settore sanitario hanno presentato una causa contro lo Stato di New York a causa di una nuova legge che consente ai medici di aiutare gli adulti affetti da malattie terminali a morire tramite suicidio.

In una causa intentata da Becket, uno studio legale specializzato in libertà di religione, le Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, le Suore Domenicane di Hawthorne, le Suore Missionarie di San Benedetto e le Piccole Suore dei Poveri hanno sostenuto che la legge le avrebbe obbligate a facilitare tali decessi, il che avrebbe costituito una violazione della loro fede.

Suor Mary Rose Heery, priora generale delle Suore Carmelitane per gli Anziani e i Malati, ha dichiarato il 20 luglio: “Nei nostri centri portiamo l’amore infinito di Cristo agli anziani newyorkesi di ogni origine e condizione sociale”.

“Ci impegniamo a trasmettere la Sua compassione a coloro che sono affidati alle nostre cure, assicurandoci che nessun residente debba morire da solo”, ha affermato. “Questa legge va contro l’essenza stessa di quella vocazione”.

L'ufficio del procuratore generale di New York, Letitia James, non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.

I sostenitori del suicidio assistito da un medico sostengono che questa pratica tuteli l'autonomia delle persone che soffrono nei loro ultimi giorni, ma i suoi detrattori sostengono che essa leda la dignità della vita umana ed esponga le persone malate o in fin di vita a forme di coercizione, tra le altre preoccupazioni.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica condanna esplicitamente la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito da un medico, ritenendoli “moralmente inaccettabili” e una violazione del quinto comandamento: “Non uccidere”.

La governatrice Kathy Hochul, democratica dello Stato di New York, ha firmato la legge a febbraio, sostenendo di aver “predisposto” misure di tutela durante l’iter legislativo che garantissero “l’integrità della decisione del paziente e la preparazione delle strutture sanitarie”. I vescovi cattolici dello Stato erano tra coloro che si sono opposti alla legge.

“Questo è al tempo stesso inaccettabile e incostituzionale”

Tuttavia, Mark Rienzi, presidente di Becket e avvocato principale delle organizzazioni sanitarie, ha affermato in un comunicato del 20 luglio: “New York sta costringendo le persone malate e in fin di vita a prendere in considerazione il suicidio nel momento più difficile della loro vita, indipendentemente dal fatto che lo richiedano o meno”.

“E quel che è peggio, sta reclutando le suore che si prendono cura di loro per la sua setta suicida, minacciandole di multe esorbitanti e di rovina professionale”, ha affermato Rienzi. “Questo è al tempo stesso inaccettabile e incostituzionale. Siamo certi che i tribunali federali porranno fine a questa situazione”.

Becket, che rappresenta gli ordini religiosi e il vescovo John O. Barres di Rockville Centre (New York), ha dichiarato che le istituzioni religiose intendono presentare nei prossimi giorni un ricorso per ottenere un provvedimento cautelare contro la legge.

In un comunicato, il vescovo Barres ha aggiunto: “Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York”.

“Il suicidio assistito è una grave mancanza morale che espone gli anziani, le persone con disabilità e coloro che soffrono di malattie mentali ed emotive al rischio di subire abusi e manipolazioni”, ha affermato il vescovo, la cui diocesi figura anch’essa tra i ricorrenti. “Cristo, il Medico Divino, ci chiama ad accompagnare i malati e i morenti con compassione, non ad abbandonarli alla morte. Il tribunale dovrebbe tutelare questa missione millenaria”.

Questa causa è l’ennesima di una serie di azioni legali intentate da suore cattoliche contro recenti leggi dello Stato di New York. All’inizio di quest’anno, le Suore Domenicane di Hawthorne, che gestiscono un programma di cure palliative con 42 posti letto per persone indigenti in fase terminale, hanno impugnato una legge che stabiliva requisiti in materia di adeguamenti relativi all’identità di genere per i residenti delle case di riposo.

New York è uno dei 13 stati, oltre al Distretto di Columbia, che hanno legalizzato il suicidio assistito.


Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese su OSV News. Lo riproduciamo qui con autorizzazione. È possibile leggere l'articolo originale QUI.

L'autoreAgenzia di stampa OSV

Educazione

Il potere delle parole: la letteratura per una vita migliore

La letteratura conferisce pienezza e senso all’esistenza umana, collegando la parola al mistero e alla trascendenza divina. Attraverso di essa, l’essere umano esplora un percorso che va dal vuoto dell’assurdo alla salvezza attraverso l’amore.

María del Pilar Saiz-Cerreda-22 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Sono molti gli autori che hanno cercato di dare una risposta all’eterna domanda su cosa sia la letteratura, e tra questi, quella del francese Charles du Bos, nel suo libro, è particolarmente stimolante e rivelatrice Approcci: “[La letteratura] non è altro che la vita stessa, quando […] ad essa si aggiunge la pienezza dell’espressione”. Intende chiarire, innanzitutto, lo stretto e indissolubile legame tra vita e letteratura, in modo tale che “Senza la vita, la letteratura sarebbe priva di contenuto; ma, senza la letteratura, la vita non sarebbe altro che una cascata, una cascata ininterrotta in cui ciascuno di noi sarebbe immerso, una cascata priva di senso”. 

Du Bos prosegue spiegando che “Se la letteratura deve alla vita il proprio contenuto, la vita deve alla letteratura la propria sopravvivenza; le deve quell’immortalità che si ferma solo sulla soglia dell’eterno, quell’immortalità oltre la quale ha inizio la vita eterna”. In altre parole, nella letteratura troveremo l’essenza della vita, ci imbatteremo sempre nei grandi temi dell’esistenza umana, nelle domande profonde che gli uomini di ogni epoca, dall’antichità ai giorni nostri, si sono posti e che Italo Calvino elenca così: “il modo di guardare il prossimo e se stessi, […] di attribuire valore alle cose grandi e a quelle piccole, […] di trovare le proporzioni della vita, il posto che in essa occupa l’amore, così come la sua forza e il suo ritmo, e il posto che spetta alla morte, il modo di pensarci o di non pensarci […], la durata, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo”. Ora, tra tutte le forme d’arte, la letteratura si caratterizza per la parola. È proprio lì che risiede il suo potere, la sua forza, nonché una funzione e una missione insostituibili, perché, come dice Calvino, la parola “unisce l’impronta visibile con la cosa invisibile”. 

Il potere misterioso della parola

La parola ci permette di accedere al mistero della vita, al mistero dell’essere. È la chiave di tutto. Le parole racchiudono questi “vibrazioni dell’originario”, di cui parlava Steiner e che ci fanno addentrare nell’ignoto, ci conducono fino a “oltre la linea delle ombre”, in fuga dal vuoto e dall’insensatezza, rimpiangendo un paradiso in cui l’uomo era in relazione con Dio, o un’epoca mitologica in cui dei e uomini, nel bene e nel male, convivevano e interagivano. Le parole nelle opere letterarie non sono casuali né scritte a caso; al contrario, sono trasformatrici, esplorano possibilità illimitate alla ricerca di una verità, quella verità che, nel profondo, cerca di dare pienezza alla vita, trasportandola in un ordine metafisico e, perché no, religioso. 

L'impronta digitale di Dio

Ma, quando si parla di parola, non possiamo dimenticare un elemento fondamentale, che funge da motore e da forza motrice che eleva la letteratura alle vette più alte. Mi riferisco al seguente versetto del primo capitolo del Vangelo di San Giovanni: “E il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi”. Questo rivoluziona il modo in cui ci rapportiamo alle parole. Il Verbo, la Parola, si fa carne, si fa uomo: Dio si incarna, Dio assume la natura umana fino alle estreme conseguenze. 

Nulla di umano è estraneo a Dio. D’ora in poi, le parole diventano, a maggior ragione, quelle tracce del divino che cercano il senso profondo della vita. Non è più possibile concepire alcuna manifestazione letteraria che prescinda da questa realtà. È logico affermare, con la bella espressione di Nicolás Gómez Dávila, che si è impressa la “l’impronta di Dio nell’argilla umana”. E, nonostante gli innumerevoli tentativi di cancellare quell’impronta, sono tutti destinati al fallimento.

Il vicolo cieco dell'assurdo

Infatti, quando Samuel Beckett, al termine della Seconda guerra mondiale, con la sua scia di distruzione, morte e disumanizzazione, scrive Aspettando Godot, si pone la grande domanda sul senso della vita. A essa risponderà mettendo in luce l’assurdità dell’esistenza umana, rappresentando e riflettendo il fallimento della Salvezza, la messa in discussione della bontà e della misericordia di Dio e l’angoscia esistenziale che ne deriva. Di fronte alla radicale assenza di Dio, Beckett propone di pensare al mondo senza di Lui. E in questa messa in scena, attraverso personaggi ridotti alla loro espressione minima, che non possiedono gli attributi necessari per essere considerati tali, né possiedono nomi che li umanizzino, mostra il vicolo cieco in cui è immersa un’umanità che ha sostituito la speranza con l’angosciante attesa che si dispiega in un tempo ciclico e immutabile. 

Grazie a una straordinaria perfezione tecnica, rompe con ogni convenzione. L’incompiuto, la ripetizione, la stanchezza esistenziale, generati dall’effetto opprimente della struttura e del ritmo binari, diventano caratteristiche di questo nuovo uomo a cui non resta altra alternativa che l’attesa vuota o il suicidio. Le parole riflettono il vuoto dell’esistenza; l’ordine grammaticale abbandona la propria funzione per mettere in luce il fallimento del linguaggio, che non serve più a comunicare, ma solo a riempire di suono un silenzio assordante. Pertanto, ogni sequenza grammaticale, ogni parola, diventa un motivo tematico, in cui predominano i riferimenti alla Crocifissione e al suo significato, così come all’immagine di Dio che si allontana dalla misericordia per diventare crudele e violento, fino alla più assoluta indifferenza. 

Il ritorno ai legami fondamentali

Al contrario, quando la Seconda guerra mondiale era ormai in fase avanzata, Antoine de Saint-Exupéry pubblicò Il Piccolo Principe, dove viene sollevata la stessa domanda sul senso dell’esistenza. Tuttavia, la risposta è radicalmente diversa, poiché parla di ascesa dopo la caduta, di relazione, di amore; di incontro e di ristabilimento dei legami con coloro che fanno parte del nostro nucleo vitale primario. Solo così si supera la solitudine e solo così è possibile l’amore. Recuperare l’unità perduta diventa la missione della sua vita. Con uno stile marcatamente poetico, attraverso i simboli, l’autore suggerisce il senso della trascendenza e la necessità di un amore, fonte di luce e di acqua che placa la sete, con evidenti risonanze evangeliche. 

In definitiva, la letteratura ci conduce nei misteri della vita e dell’essere e, così facendo, cerca di svelare e mettere in luce una verità sull’uomo. Le parole dispiegano significati suggestivi che rimandano a qualcosa che va oltre, la Parola, una Parola che è Verità e Vita. La vita è, quindi, infinitamente più ricca grazie alla letteratura e, senza dubbio, come afferma Tzvetan Todorov, “ci permette di rispondere tutti al meglio alla nostra vocazione di esseri umani”.

L'autoreMaría del Pilar Saiz-Cerreda

Docente del Master in Cristianesimo e Cultura Contemporanea presso l’Università di Navarra.

Spagna

José Gabriel Vera: “La migliore forma di comunicazione della Chiesa è quella della santità di vita”

L'ex direttore della comunicazione dei vescovi spagnoli ripercorre, in questa intervista, il lavoro svolto in oltre dieci anni e le sfide future della comunicazione della Chiesa

Maria José Atienza-21 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Lo scorso 24 giugno, durante la conferenza stampa di chiusura della 273ª riunione della Commissione Permanente dei vescovi spagnoli, José Gabriel Vera, –Josetxo ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di direttore della comunicazione della Conferenza Episcopale Spagnola.

Sono ormai dodici anni che questo sacerdote dell’arcidiocesi di Navarra – Tudela, dottore in Scienze dell’Informazione e laureato in Filosofia e Teologia presso l’Università di Navarra, è alla guida della comunicazione dei vescovi spagnoli.

In questo periodo, Vera ha vissuto momenti difficili, come la gestione della comunicazione dei casi di abusi in ambito ecclesiale o la messa in discussione del modello di finanziamento della Chiesa, ma anche momenti di gioia e di “successo”, se così si può dire: l’istituzione dei Galas della Memoria Annuale della Chiesa, l’elezione del Papa Leone XIV, e la visita papale in Spagna, con la quale ha concluso i suoi oltre due lustri in questo incarico. 

In questa intervista con Omnes, José Gabriel Vera analizza le sfide che si sono dovute affrontare in questi anni nell’ambito della comunicazione di un’istituzione così complessa come la Conferenza Episcopale Spagnola e sottolinea, soprattutto, l’importanza di un impegno concreto nella vita cristiana per poter trasmettere il messaggio di Cristo nella società odierna. 

Lei è stato per 12 anni a capo dell'ufficio stampa della CEE In un periodo in cui il cambiamento sociale, ecclesiale e, soprattutto, comunicativo – nei mezzi di comunicazione e nei linguaggi – è stato enorme, in che modo l’istituzione ha dovuto adattarsi a questi cambiamenti?

–Tutte le istituzioni stanno compiendo uno sforzo per adattarsi a un nuovo contesto che si è sviluppato negli ultimi anni, in parte a causa dell’avvento dei social media, che hanno trasformato ogni persona in un mezzo di comunicazione con un potere superiore persino a quello dei media tradizionali.

Noi istituzioni dobbiamo adattarci a questa realtà. Ogni persona è diventata un mezzo di comunicazione. Anche i membri della stessa istituzione. 

E, una volta diventato un mezzo di comunicazione, tutti pensano di avere le capacità sufficienti per comunicare. Questo rende la gestione più difficile o costringe le istituzioni ad adottare un nuovo approccio. Abbiamo vissuto la rivoluzione rappresentata da Internet già da diversi anni, ma proprio nel periodo in cui ho lavorato all’ufficio stampa, si è verificata la rivoluzione dei social media, con la comparsa dei smartphone e, allo stesso tempo e più recentemente, la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. 

Si tratta di un cambiamento davvero enorme, che tutte le istituzioni sono chiamate ad affrontare per offrire un servizio migliore. 

In fondo, la comunicazione mira a essere al servizio dell’istituzione, dei mezzi di comunicazione e a fungere da punto d’incontro: consentire alle persone dell’istituzione e a quelle dei mezzi di comunicazione di incontrarsi. 

Mi sembra che la Chiesa stia attraversando un periodo di adattamento che, a mio avviso, non cesserà mai di esistere. 

Dovremo sempre adattarci a nuovi mezzi, nuove forme, nuovi formati. 

Tutti i membri della Chiesa devono prendere coscienza della propria responsabilità nel comunicare che cos’è la Chiesa, cosa fa e qual è la sua missione

José Gabriel Vera

Cosa resta da migliorare nella comunicazione della Chiesa spagnola?

–Credo che un elemento molto importante – in linea con l’idea che ogni persona che riceve questo riconoscimento sia un mezzo di comunicazione – sia che tutti i membri della Chiesa debbano prendere coscienza della propria responsabilità nel comunicare che cos’è la Chiesa, cosa fa e qual è la sua missione. 

Dobbiamo tutti renderci conto che siamo responsabili dell’immagine che la Chiesa trasmette. Non si tratta solo di una dichiarazione, di un’intervista o di un titolo di giornale, ma ognuno di noi può chiedersi: “Cosa sto facendo personalmente con i miei amici, con la mia famiglia, con i miei colleghi di lavoro affinché abbiano un’immagine più completa e adeguata dell’identità e della missione della Chiesa?”. 

Credo che la comunicazione della Chiesa sia una responsabilità di tutti i suoi membri e che ciascuno debba rendere conto di chi è, cosa fa, come vive e cosa prova in quanto membro della Chiesa in Spagna. 

Mi sembra che ci sia un margine di miglioramento davvero notevole. 

Prendere coscienza del proprio senso di appartenenza e manifestarlo pubblicamente, ciascuno nel proprio contesto, nel proprio ambiente. 

 Qual è il suo bilancio di questo incarico, dopo più di due lustri, molto diversi tra loro? 

–Non saprei dire se sia positivo o negativo. Mi sembra che questo bilancio debba essere fatto dall’esterno. Dall’interno, abbiamo fatto cose giuste e cose sbagliate. Credo che abbiamo fatto bene ad affrontare alcuni temi e ritengo che ci siano aspetti in cui dobbiamo ancora migliorare e fare di meglio. 

Siamo entrati nel mondo dei social media, non senza difficoltà. 

Abbiamo reso più visibile la vita e la missione della Chiesa. Abbiamo risposto a tutte le richieste dei mezzi di comunicazione. Abbiamo svolto il lavoro proprio di un ufficio stampa, con aspetti positivi, negativi e neutri. 

Naturalmente, ha affrontato temi controversi: gli abusi all’interno della Chiesa, la proprietà degli edifici, il dialogo interreligioso, il finanziamento della Chiesa, i rapporti con i governi… alcuni dei quali continuano a essere al centro dell’attenzione dei media. La Chiesa è riuscita a trasmettere la propria posizione su questi temi? 

–A questo proposito mi vengono in mente due idee che ho già menzionato. Da un lato, la convinzione che la Chiesa siamo tutti noi e che la responsabilità della comunicazione della Chiesa ricada su ciascuno di noi.

Ogni persona deve poter parlare di come funziona il finanziamento della Chiesa, del dialogo interreligioso, delle immatricolazioni o degli abusi. Ma, ovviamente, per farlo bisogna conoscere bene cos’è la Chiesa e farne parte, con il cuore e con la mente. 

Non ha senso spiegare cos’è la Chiesa se non la si vive in prima persona, in modo profondo, se non la si vive con la radicalità del proprio essere, se non la si vive con amore. Con la gioia di appartenere a questo popolo di Dio e con la consapevolezza delle sue virtù e dei suoi difetti, di quelli di ciascuno di noi.

Se ognuno di noi conoscesse bene la Chiesa e la trasmettesse meglio, sarebbe una buona cosa. 

Il secondo aspetto di queste difficoltà riguarda quanto conosciamo della verità della Chiesa. Quante sono le persone che conoscono a fondo la vita della Chiesa? E inoltre, quale posizione assume ciascuno di noi rispetto alla Chiesa. In fondo, si tratta di chiedersi cosa abbia la precedenza: se la mia opinione politica o ciò che dice la Chiesa; la mia posizione su quei temi controversi o ciò che insegna la Chiesa. 

Ci saranno persone che hanno un proprio modo legittimo di vedere le cose, un modo di intendere il mondo, una posizione politica che le porterà ad assumere un atteggiamento più o meno vicino alla posizione della Chiesa.

In questi anni, alcuni documenti e comunicati della CEE o di alcune delle sue commissioni hanno suscitato reazioni negative tra gli stessi fedeli, dando adito a interpretazioni forse lontane dall’intenzione originaria. Ritiene che il significato fondamentale di questi documenti non sia stato trasmesso in modo chiaro, oppure che la reazione a tali documenti non sia stata valutata correttamente al momento della loro pubblicazione?

–In questo momento storico, la comunicazione deve tenere conto, in tutte le istituzioni, di tre elementi che sono stati recentemente introdotti e che non possono essere trascurati. 

In primo luogo, la dimensione dei social media, che in molti casi amplifica, ridicolizza, sminuisce o altera il significato di ciò che la Chiesa sta comunicando. 

In fondo, i social media trattano problemi complessi, o idee complesse, in modo molto semplice, molto lineare e talvolta molto semplificato. Questo, senza dubbio, dà adito a molti fraintendimenti. 

Attingendo ai social media, si può dare l’impressione che la Chiesa affermi il contrario di ciò che dice. Una fotografia scattata in un determinato momento, una piccola manipolazione tramite intelligenza artificiale, un tweet che cerca di riassumere una conferenza di due ore, evidentemente non sono gli elementi adeguati per comprendere ciò che afferma l’istituzione, qualunque essa sia. 

Il secondo elemento in gioco, che riguarda in modo particolare la Chiesa, è la commistione di stili, contenuti e formati, per così dire. In altre parole, una conferenza non è la stessa cosa di un’omelia, che non è la stessa cosa di una chiacchierata informale, che non è la stessa cosa di una conversazione tra amici, che non è la stessa cosa di una lezione in classe.

Tuttavia, a causa dei social media e del fatto stesso che tutto venga registrato praticamente in diretta e diffuso via Internet in tutto il mondo, spesso si perde il contesto. Quella che era un’omelia, pronunciata per i cattolici che vanno a messa la domenica, se estrapolata o frammentata e ascoltata da un politico ateo che non va a messa da 25 anni, difficilmente potrà essere compresa appieno. 

O ciò che viene detto in un contesto accademico, diffuso tramite un video su TikTok, è difficile da comprendere appieno. 

In questo senso, la Chiesa e tutte le istituzioni devono rendersi conto che oggi la comunicazione è globale, che si comunica continuamente. Non ti rivolgi più solo al pubblico che hai davanti, e in pratica nemmeno in primo luogo a quello, ma raggiungi il mondo intero. Ciò implica che devi esprimerti con maggiore prudenza o che devi considerare un contesto molto più ampio di quello che ti appare a prima vista. 

Il terzo elemento che entra in gioco è la variabile politica. In un’epoca in cui, per così dire, il posizionamento politico, inteso in senso lato, prevale su qualsiasi appartenenza e su qualsiasi identità.

La politica è riuscita ad affermarsi come l'asse interpretativo di riferimento per qualsiasi istituzione. Pertanto, una persona che si sente parte di una determinata ideologia politica interpreta ogni cosa alla luce di tale ideologia.

Questo è un po’ strano per la vita cristiana, perché noi pensiamo che sia proprio la vita cristiana a dare senso a tutto ciò che conosciamo; il punto di vista adeguato o la prospettiva giusta per affrontare la realtà è quella della nostra identità cristiana. Ma la realtà è che oggi una persona interpreta la realtà dalla propria prospettiva di parte, da una parte o dall’altra. Partendo da questo punto di vista, interpreta ciò che viene detto. 

Se la politica è diventata il quadro di riferimento per interpretare la realtà, credo che si tratti di un modo di vedere le cose un po’ riduttivo e sbagliato. 

La visita di Papa Leone XIV in Spagna ha rappresentato una magnifica conclusione del suo mandato alla CEE. Come valuta la gestione comunicativa di questa visita? 

–Da Visita del Papa, io sono stata semplicemente un piccolo strumento e un piccolo tassello di un puzzle molto complesso, molto vasto, composto da moltissimi pezzi, in cui ognuno ha dato tutto ciò che aveva. E in qualche modo, il risultato va quasi oltre il contributo di ciascuno dei tasselli che hanno contribuito al meccanismo di quel viaggio del Papa.

Vorrei dire che il viaggio, visto dall’esterno, è stato un successo totale. Sono state coinvolte moltissime persone, moltissime persone che hanno fatto un ottimo lavoro. Ci sono stati moltissimi professionisti che hanno lavorato come volontari: con tutta la loro saggezza e tutte le loro conoscenze, hanno messo a disposizione dell’organizzazione le loro competenze a titolo gratuito. Allo stesso tempo, ci sono stati molti volontari che hanno lavorato come professionisti, dedicando le ore di un professionista, l’impegno di un professionista e la dedizione di un professionista.

Tra i volontari che hanno lavorato come professionisti e i professionisti che hanno lavorato come volontari, si impara un modo di essere nella Chiesa che Papa Leone riconosceva con grande forza, come il valore della gratuità, l’essere in un luogo non per ricevere ma per dare. È una forma molto concreta di servizio nella Chiesa e mi sembra che sia una delle chiavi di volta non solo della comunicazione, ma di tutti gli aspetti di questa visita del Papa. 

La comunicazione ha presentato alcune difficoltà, ma, allo stesso tempo, la qualità dei team di comunicazione di ciascuna delle diocesi coinvolte ha fatto sì che l'iniziativa nel suo complesso fosse un successo. 

Mi sembra che nel complesso il risultato sia molto, molto positivo. 

 Cosa le è rimasto di questa visita? 

-–Senza dubbio, grazie ai messaggi di Papa Leone. Credo che ci sarà da rifletterci a lungo, perché hanno messo in luce che la Chiesa ha una parola per tutti e che per ciascuno ha una parola specifica. 

La Chiesa è l’unica istituzione in grado di dialogare con tutti. Può dialogare con il mondo dell’arte, con quello della danza, con i sindacati, con i politici, con i vescovi, con i fedeli laici, con i giovani, con i poveri, con i migranti e con le persone assistite dalla Caritas.

È in grado di parlare con tutti e per ciascuno di loro ha un messaggio, un messaggio impegnato. È questo che mi rimane di questa visita del Papa, oltre alle infinite ore di lavoro che ho visto dedicare dalle persone intorno a me affinché tutto andasse per il meglio. 

Negli ultimi anni, abbiamo constatato che le comunicazioni “non istituzionali” hanno un impatto maggiore rispetto a quelle aziendali Siamo di fronte a un nuovo paradigma di comunicazione nella Chiesa? Cosa può imparare un’istituzione da questo nuovo linguaggio? 

–Più che di un nuovo paradigma di comunicazione nella Chiesa, ci troviamo in un ambito radicalmente nuovo in cui il cambiamento è la norma. Un terreno in cui ci troveremo costantemente di fronte a nuove reti di comunicazione, a nuovi stili di comunicazione, dove tutto si mescolerà continuamente, dove l’Intelligenza Artificiale ha appena fatto la sua comparsa e questo cambierà nuovamente tutto nel giro di pochissimi anni. 

In effetti, è davvero una nuova era nella vita della Chiesa, nel campo della comunicazione, non solo per noi, ma per tutte le istituzioni. 

In questo momento mi sembra che occorra rafforzare i messaggi mirati che mettano in evidenza l’identità della Chiesa. Che rendano evidente che cerchiamo di essere il popolo di Dio, che siamo un popolo di salvati, che siamo persone che il Signore ha redento, ha salvato.

Credo che questa sia oggi la maggiore forza di attrazione della Chiesa: rendere visibile che la morte è stata vinta, che il peccato non ha l’ultima parola e che, di conseguenza, dobbiamo integrare tutto ciò nel nostro modo di essere e nel nostro modo di agire. Questa sarà la migliore forma di comunicazione della Chiesa. 

La migliore forma di comunicazione della Chiesa è quella della santità di vita. È un elemento che è sempre presente nel tessuto della crescita della Chiesa ed è inoltre alla portata di tutti i cristiani. È sempre possibile essere santi, e il miglior servizio che si possa rendere alla comunicazione della Chiesa è proprio la santità di vita. 

Si tratta quindi di una missione alla portata di tutti. Nonostante le numerose tecnologie, le molte difficoltà e i tanti problemi, saranno comunque i santi a riempire le chiese di fedeli. È qualcosa che dipende da noi, ma che dobbiamo dimostrare agli altri con l’esempio delle nostre vite.

«Everything Hallelujah»: Quando il più grande spettacolo del calcio è diventato un inno di fede

Si conclude il Campionato mondiale di calcio 2026. Un mondiale in cui si è dimostrata una grande fede in vari modi, ma in cui è mancato il rispetto per le persone, lasciandoci un ricordo che va ben oltre i gol.

21 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

I Mondiali di calcio del 2026 sono stati ricchi di temi di grande risonanza mediatica: razzismo, polemiche arbitrali, leggende che si ritirano e fede, tanta fede. Fede non solo nel fatto che la migliore nazionale avrebbe conquistato la coppa, ma anche fede in Dio, dichiarata in modo più o meno esplicito da diverse persone.

Luis de la Fuente, ad esempio, non ha avuto alcuna difficoltà a ribadire il proprio impegno nella vita cristiana. Anche Ferrán Torres, il nuovo eroe del calcio spagnolo, ha voluto dichiarare davanti al mondo intero che la sua forza proviene da Dio. Ma durante lo spettacolo dell’intervallo della finale (nel più puro stile americano), Justin Bieber è salito sul palco per cantare un brano dalla scelta piuttosto curiosa.

Ringraziare

Il repertorio dell'artista canadese è molto vasto. Comprende brani famosi in tutto il mondo, alcuni molto ritmati, perfetti per animare l'intervallo della finale di un evento sportivo. Ma Justin Bieber ha scelto uno dei suoi brani più intimi: “Everything Hallelujah".

La canzone non è altro che un ringraziamento a Dio per tutto, dal nuovo giorno alla moglie e al figlio. Chi dovesse dare un’occhiata al testo potrebbe pensare che sia un po“ ”banale”, tuttavia Justin Bieber non è certo uno che ringrazia per nulla. La sua vita, trascorsa per lo più sotto i riflettori, non è stata facile. Ha attraversato crisi, rotture e momenti difficili sotto lo sguardo del mondo intero, che non è certo un giudice compassionevole.

A distanza di anni da quel periodo, Justin Bieber torna con «Everything Hallelujah», una canzone che testimonia un cambiamento di mentalità: tutto nella vita è motivo di gratitudine, poiché i doni di Dio si manifestano in ogni ambito. Persino lavarsi i denti, come ci ricorda la canzone, è un momento per rendere grazie.

Un campionato mondiale all'insegna della fede

Ed ecco che è apparso Justin Bieber, nel cuore di New York, durante uno degli eventi sportivi più seguiti dell’anno, a cantare per rendere grazie a Dio. Con una chitarra e dal vivo, nel più puro stile dei suoi esordi.

Si conclude così il Campionato del Mondo di calcio del 2026. Un mondiale in cui si è dimostrata una grande fede in vari modi, ma in cui è mancato il rispetto per l’essere umano, lasciandoci un ricordo che va ben oltre i gol.

L'autorePaloma López Campos

Direttore di Omnes

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Evangelizzazione

J. Carlos Martín de la Hoz: «Tomás e Paquita sapevano che il modo per amarsi ogni giorno di più era amare Dio»

Questo mese di luglio è stata presentata la "Positio" relativa alla causa di canonizzazione dei coniugi Alvira, dando così inizio all’esame da parte del Vaticano.

Javier García Herrería-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Il processo di beatificazione e canonizzazione della coppia formata da Tomás Alvira (1906–1992) e Paquita Domínguez (1912–1994), si è svolto nell’arcidiocesi di Madrid e ha ottenuto il decreto di validità dal Dicastero nel 2016. Si tratta di una delle cause di canonizzazione più diffuse nel mondo per quanto riguarda la devozione nei loro confronti. Entrambi hanno cercato la santità nella vita quotidiana e nell’amore coniugale e familiare all’interno della Chiesa cattolica contemporanea. Entrambi, di origine aragonese, hanno dedicato la loro vita all’insegnamento e alla loro numerosa famiglia (hanno avuto nove figli); oltre ad essere stati tra i primi soprannumerari dell’Opus Dei – Tomás vi entrò nel 1947 e Paquita nel 1952 –,.

Di recente (nel luglio del 2026), è stata consegnata in Vaticano la Positio della loro causa di canonizzazione, il che li avvicina di un ulteriore passo alla dichiarazione di venerabilità. José Carlos Martín de la Hoz, che è stato il postulatore diocesano della causa – attualmente nella fase romana – conosce da vicino la vita della coppia e ci fornisce alcuni spunti significativi sulla loro esistenza.

Con la recente consegna della Positio A Roma, quali sono i prossimi passi giuridici e teologici da compiere presso il Dicastero delle Cause dei Santi affinché possano essere dichiarati beati?

–La notizia della consegna della *Positio* al Dicastero, ovvero la stesura della sintesi della vita, delle virtù, della fama di santità e dei favori di ciascuno dei due (la santità è personale) affinché venga esaminata dai consultori – storici, teologi, canonisti, vescovi e cardinali – significa che la voce del popolo di Dio, che è il processo diocesano, sarà studiata dal Dicastero e giungerà a conclusione, quando Dio vorrà. La voce della Chiesa, se positiva, indicherà questa coppia come modelli e intercessori del popolo di Dio e li definirà Venerabili Servi di Dio.

Affinché si possa procedere alla beatificazione, è necessario un miracolo attribuito alla sua intercessione. Che tipo di favori o grazie chiedono e raccontano solitamente le persone che oggi si affidano alla coppia Alvira?

–In effetti, in un processo di beatificazione e canonizzazione è necessario ascoltare la voce del Popolo di Dio; sia attraverso la raccolta dei suoi scritti e dei documenti, sia attraverso le testimonianze di coloro che hanno conosciuto e frequentato i Servi di Dio. Lo studio di tale documentazione da parte del Dicastero esprimerebbe in modo evidente la voce della Chiesa con la nomina a Venerabili Servi di Dio. Ma mancherebbe ancora l’ultima voce: la voce di Dio.

Il miracolo è la voce di Dio, che indicherebbe che quella persona potrebbe essere beatificata e darebbe inizio al culto pubblico limitato a una diocesi o a una comunità ecclesiale, a un ambiente, ecc. Un secondo miracolo indicherebbe la canonizzazione e l’estensione mondiale del culto pubblico.

Logicamente, il verificarsi di un miracolo rappresenterebbe il culmine di anni di diffusione della devozione privata, in questo caso, verso una coppia cristiana, che starebbe ottenendo favori da Dio in qualità di intercessori per il popolo cristiano e, al contempo, fungerebbe da modello e da punto di riferimento per molti cristiani di tutto il mondo che hanno riposto in loro la propria fiducia come amici di Dio e intercessori.

Quale aneddoto sul matrimonio degli Alvira ritiene che illustri bene la loro santità?

–Il fatto che entrambi, marito e moglie, siano in corso di beatificazione e canonizzazione implica che ci troviamo di fronte a una causa matrimoniale, vale a dire che entrambi hanno presumibilmente raggiunto, con l’aiuto dello Spirito Santo, la pienezza della vita cristiana e hanno praticato le virtù in grado eroico attraverso l’amore coniugale. Pertanto, possono essere proposti come modelli al Popolo di Dio

Questa sarebbe la grande storia vissuta da questa coppia: innamorarsi ogni giorno di più, tanto che quell’immenso amore che provavano l’uno per l’altra finiva per contagiare i figli, i parenti, gli amici e i colleghi di lavoro. In questo modo, come diceva Papa Francesco in “Fratelli Tutti”, hanno contribuito alla rivoluzione d’amore che è il cristianesimo.

San Josemaría Escrivá era solito dire che dovevano rendere la loro casa un «focolare luminoso e gioioso». Nella vita quotidiana, con le difficoltà economiche che hanno dovuto affrontare all’inizio, come riuscivano a mantenere quell’atmosfera positiva in casa?

–Tomás e Paquita erano consapevoli che l’unico modo per amarsi ogni giorno di più era semplicemente cercare di amare Dio sopra ogni cosa. In questo modo, fondando le loro vite sull’amore per Dio, hanno saputo amarsi l’un l’altro e trasmettere quell’amore, per effetto contagioso, a coloro che li circondavano.

I figli li vedevano pregare molte volte durante il giorno, partecipare alla Santa Messa, recitare il rosario in famiglia, guardare un’immagine della Vergine appesa alla parete o pregare al risveglio e prima di andare a dormire. Li vedevano sempre sorridenti e fiduciosi nell’amore di Dio che sostiene tutti gli amori della terra e, soprattutto, li vedevano guardarsi con amore e guardare loro con infinita tenerezza.

Uno dei pilastri dell'educazione degli Alvira era il rispetto della libertà dei propri figli. Come conciliare la disciplina e la trasmissione dei valori cristiani con la promozione dell'autonomia personale di ciascun figlio?

–Il segreto dell’educazione dei figli risiedeva nell’immenso affetto e nella fiducia con cui li trattavano. A poco a poco concedevano loro sempre più libertà, fino ad arrivare a fidarsi pienamente della loro parola, più di quanto avrebbero fatto se cento notai avessero affermato il contrario.

Certamente, dovevano rimproverarli come fanno tutti i genitori, ma sapevano sempre aspettare il momento giusto per farlo, senza prendersela troppo, così da affrontare le cose una alla volta, infondendo sempre incoraggiamento e speranza, poiché era chiaro che avrebbero superato quella situazione con la grazia di Dio e con l’amore e la fiducia con cui si stavano impegnando.

Tomás Alvira non era un insegnante convenzionale; introdusse concetti rivoluzionari per l’epoca all’Istituto Ramiro de Maeztu e al Collegio degli Orfani della Guardia Civil. In cosa consisteva il suo metodo dell«»Aula viva» e perché è considerato un pioniere della pedagogia attiva?

–Ricordo che Tomás Alvira era il mio insegnante di Scienze Naturali al quinto anno di liceo all’Istituto Ramiro de Maeztu. Era un caro amico di mio padre e mi trattava con grande affetto, come se fossi suo figlio. Un giorno, mentre osservavo al microscopio una roccia di olivina, mi disse: “Se dobbiamo lodare Dio per la bellezza macroscopica della Natura, ancora di più dobbiamo lodarlo per la sua bellezza microscopica”.  Un giorno mi resi conto che faceva lo stesso con tutti gli altri studenti: il segreto della pedagogia di Tomás e Paquita era amare le anime e aprire loro nuovi orizzonti nella vita.

Mentre Tomás si distingueva in ambito accademico pubblico, Paquita svolgeva un’enorme opera sociale e formativa, soprattutto con le collaboratrici domestiche e le donne del suo entourage. In che cosa consisteva questo apostolato e quale impatto ebbe su quelle donne?

–Paquita aveva fatto la maestra in alcuni paesi della provincia di Huesca prima di sposarsi e dedicarsi completamente a mandare avanti una famiglia numerosa, praticamente senza alcun aiuto per molti anni della sua vita. Proprio come dedicava amore e dedizione a quei bambini e a quelle bambine e alle loro famiglie al Bureau, così faceva con le collaboratrici domestiche o con i giovani che le stavano accanto. Da Paquita si impara una verità molto semplice: un’insegnante non smette mai di esserlo.

Verso la fine della loro vita, entrambi hanno affrontato percorsi patologici molto difficili (Tomás un tumore e Paquita una malattia cerebrale). Come hanno vissuto quest’ultima fase di sofferenza fisica e quali testimonianze hanno lasciato a chi si prendeva cura di loro?.

–Quando si ama profondamente e si crea una famiglia così bella e unita come quella che loro sono riusciti a costruire, allora quella “scuola d’amore” serve per imparare tutte le lezioni della vita: quelle apparentemente piacevoli, così come quelle apparentemente spiacevoli; i colpi della vita, infatti, non fanno altro che farci maturare nell’amore.

La scuola del dolore, della santificazione dei limiti fisici, della fatica, della sordità, dell’incapacità di cavarcela da soli, ci rende più umili, obbedienti e semplici: la santità è un dono di Dio che si esprime nel dono delle virtù, dove Dio si riversa su di noi attraverso quel piccolo sforzo che compiamo, che è la libertà.

Quale particolarità teologica e pastorale comporta il fatto che la Chiesa consideri la santità di Tommaso e Paquita congiuntamente, come coppia sposata, anziché singolarmente?

–Dio vuole insegnarci che lo scopo del matrimonio è essenzialmente l’amore tra i coniugi. Un amore di tale portata che, quando giunge il giorno delle nozze e si riceve il sacramento del matrimonio, quell’amore naturale si trasforma, con la grazia di Dio, in amore soprannaturale che dura in eterno.

La santità è un dono di Dio, così come lo è l’amore che Dio suscita in ciascuno di noi e negli sposi cristiani. Scoprire la fecondità di quell’amore è la chiave della felicità. Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha espresso molto bene nella sua prima enciclica “Deus caritas est”.

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Vaticano

Monsignor Pennacchio: “La diplomazia della Santa Sede non rappresenta interessi, ma persone”

Nel 2026, la Pontificia Accademia Ecclesiastica celebra il 325° anniversario della sua fondazione. Il suo presidente, l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, riflette sul significato di una tradizione che, dopo secoli, continua a essere un autentico segno della missione della Chiesa.

Giovanni Tridente-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

Tre secoli e un quarto di storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro. La Accademia Pontificia Ecclesiastica quest'anno celebra il 325° anniversario della sua fondazione, in un periodo caratterizzato dal rinnovamento avviato da Papa Francesco e dalla recente visita di Papa Leone XIV.

Per l’arcivescovo Salvatore Pennacchio, presidente dell’istituzione e diplomatico della Santa Sede da oltre quarant’anni, il giubileo non è una semplice commemorazione, ma l’occasione per trasmettere alle nuove generazioni un’eredità viva: quella di una diplomazia che è al tempo stesso pastorale e profetica. 

Ricorda, inoltre, che la missione dei rappresentanti pontifici non è quella di difendere gli interessi nazionali, ma di servire la pace, la giustizia e la dignità della persona, in un mondo segnato da conflitti, migrazioni e nuove fratture culturali. Da questo punto di vista, il futuro nunzio dovrà essere innanzitutto un sacerdote capace di ascoltare, di stare vicino e di discernere, fedele a quel compito che Papa Leone XIV ha ricordato all’Accademia in occasione della sua recente visita personale: essere uomini di comunione, costruttori di fiducia e autentici messaggeri della pace di Cristo.

Eccellenza, la Pontificia Accademia Ecclesiastica compie 325 anni. Cosa significa oggi custodire una tradizione così lunga senza ridurla a un semplice ricordo commemorativo?

—La storia dell“”Alma Mater» dei diplomatici pontifici continua a sostenere l’opera instancabile di tanti che, ieri come oggi, svolgono con coraggio e dedizione la missione di rappresentare il Santo Padre dinanzi alle nazioni e alle Chiese locali. Il giubileo che la nostra istituzione celebra quest’anno non è, quindi, una celebrazione servile di anni memorabili ormai passati, ma l’occasione per raccogliere il testimone di ciò che è stato, per consegnarlo nelle mani di coloro che verranno. È una vera traditio che si inserisce nel contesto più ampio di quella Tradizione viva che, come insegna il Concilio Vaticano II, esprime la vita della Chiesa: percorrere le vie del tempo annunciando sempre il Vangelo della salvezza. 

Papa Leone XIV ha visitato di recente l’Accademia, proprio come aveva fatto Papa Francesco. Quale continuità vede in questi gesti di attenzione? 

—In virtù del particolare servizio che svolge l’Accademia Ecclesiastica, sin dalla sua fondazione i Pontefici le hanno sempre dimostrato e riservato un’attenzione speciale per la salvaguardia della sua missione. Le riforme strutturali ed educative che l’hanno interessata, soprattutto a partire dal pontificato di Pio IX fino a quelle di Papa Pio XII — grazie al quale ha acquisito la sua configurazione praticamente immutata —, le hanno permesso di rimanere costantemente al passo con i tempi e di offrire una formazione più adeguata alle esigenze del presente. La considerazione riservata all’istituzione, tuttavia, è sempre stata l’attenzione alla persona, vale a dire alle generazioni di rappresentanti pontifici che qui si sono formati. È in questa prospettiva che interpreto i gesti dei Pontefici nei confronti di questa casa sacerdotale. Nel periodo a noi più vicino, ciò vale, in modo particolare, per Papa Leone XIV, che già da cardinale visitò l’Accademia, e anche per Papa Francesco, di venerata memoria, che al suo interno istituì un Istituto con lo stesso status di una facoltà, in quanto centro di formazione superiore per le scienze diplomatiche. La continuità nel corso delle diverse epoche storiche, di cui la recente riforma è espressione, si inserisce quindi nella linea della missione originaria dell’Istituzione, di cui essa continua ad essere oggi fedele interprete: servire la causa di Cristo e della Chiesa. 

Quale concezione della diplomazia ecclesiale cercate di trasmettere agli studenti fin dai primi anni? 

—Il servizio diplomatico della Santa Sede è un impegno che scaturisce direttamente dal Vangelo: non può esistere se non è radicato in questa fonte e animato dalla forza divina. È, innanzitutto, una responsabilità che il rappresentante pontificio matura spiritualmente in un rapporto sincero e quotidiano con il Signore. Papa Francesco, in un discorso che ci ha rivolto alcuni anni fa, ha spiegato bene questa dinamica, esortandoci a essere pastori dotati di capacità interiore, per poter rendere testimonianza al Signore Gesù prima di chiunque altro. Senza una solida dimensione umana e spirituale non è possibile essere pastori né, tanto meno, diplomatici. Il nucleo concreto della nostra missione è continuare ad essere pastori a immagine del Buon Pastore, con l’aiuto che ci giunge dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’ascolto della Parola di Dio. La formazione presso l’Accademia, che si fonda quindi su due pilastri fondamentali – quello umano e quello spirituale – ha come obiettivo che il punto di riferimento di ciascuno continui ad essere sempre il Buon Pastore, che insegna ad accompagnare, a sostenere e a restituire la speranza. 

“La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito: quello pastorale e quello politico-diplomatico”.

Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

In che cosa si differenzia la missione del nunzio apostolico da quella di un rappresentante diplomatico di uno Stato?

—La diplomazia pontificia opera in un duplice ambito, quello pastorale e quello politico-diplomatico, che non ha eguali nelle diplomazie degli Stati. I miei colleghi nunzi non rappresentano interessi nazionali né logiche di potere: sono sacerdoti, espressione del ministero petrino, al servizio della pace, della giustizia e della dignità umana. Mi piace ricordare la formula di Fabio Chigi —futuro Papa Alessandro VII— il quale, nei negoziati di Münster del 1648, descrisse il compito del diplomatico con parole sobrie e profonde: “fare molto, dire poco”. Ciò che la Santa Sede offre alla comunità internazionale non è solo una soluzione tecnica ai conflitti, come spesso accade, ma anche una visione della pace fondata sulla dignità di ogni persona, sulla giustizia e sulla fratellanza. I nostri diplomatici si fanno portavoce dei poveri, dei migranti, delle vittime delle guerre, proprio là dove spesso nessun’altra diplomazia è chiamata a intervenire.

In quest’ottica, come si prepara un futuro rappresentante pontificio ad ascoltare realtà ecclesiali, culturali e sociali molto diverse tra loro?

—L’incontro con contesti così diversi, come quelli con cui il rappresentante pontificio è chiamato a confrontarsi durante il suo servizio, rivela la bellezza di una realtà ricca e multiforme. E ciò si constata ogni volta che il nunzio, nel corso della sua missione, visita le diverse Chiese locali, ascolta i vescovi, accoglie i sacerdoti e rafforza nell’annuncio i fedeli che sperano sempre di sentire vicina la presenza del Papa. È un compito certamente delicato, che richiede capacità umana e sensibilità spirituale. Prepararsi a un compito del genere richiede innanzitutto una formazione che non sia solo accademica, ma profondamente umana, spirituale e pastorale; per questo dicevo prima che si tratta di pilastri fondamentali per ogni sacerdote, prima ancora che per un diplomatico. Solo così si riesce a maturare una profondità e una sottigliezza di sguardo capaci di leggere e interpretare la complessità della storia senza perdere di vista l’essenziale. 

Papa Francesco ha voluto che nel percorso formativo fosse incluso anche un anno di esperienza missionaria. Che contributo ha dato questa decisione alla vita dell’Accademia? 

—Con questa proposta, il Papa intendeva, innanzitutto, arricchire il programma di studi proposto dalla “Alma Mater”, ma soprattutto offrire a coloro che collaboreranno con i rappresentanti pontifici un’esperienza missionaria di attività evangelizzatrice. La scelta è significativa perché aiuta il futuro diplomatico a non allontanarsi dalla realtà concreta della vita ministeriale e dall’incontro reale con le persone, specialmente con quelle più provate e ferite dalla vita. L’invito che Papa Francesco ha rivolto, in ripetute occasioni, a raggiungere le periferie umane ed esistenziali, vale anche per quei giovani che si preparano a servire il Papa nelle Nunziature e nelle Organizzazioni Internazionali. Non c’è dubbio che questa esperienza abbia conferito all’Accademia uno stile improntato a maggiore vicinanza, ascolto e servizio, spesso in contesti di povertà, fragilità e minoranza ecclesiale. 

Alla luce dell’instabilità della situazione internazionale, quale contributo concreto può dare la diplomazia della Santa Sede?

—In questo contesto, la missione della Chiesa, e quindi dei rappresentanti pontifici, non si limita alla mediazione diplomatica in senso stretto o alla ricerca di accordi immediati, ma si nutre di un’opera più profonda, volta a superare diffidenze e barriere culturali, politiche e religiose, creando le condizioni per un dialogo autentico e duraturo. Ciò che la Santa Sede può offrire, infatti, alla comunità internazionale è una prospettiva che non è guidata da interessi economici o geopolitici, ma dalla centralità della persona umana, dalla difesa della dignità di ogni vita e dalla promozione della fratellanza tra i popoli. E un ambito privilegiato è proprio il settore multilaterale, luogo in cui tali principi possono tradursi in azioni concrete di pace, di tutela dei diritti fondamentali e di cooperazione. 

“Ciò che la Santa Sede può offrire alla comunità internazionale è la centralità della persona umana”.

Monsignor PennacchioPresidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica

È possibile essere profetici nonostante un lavoro che richiede discrezione, prudenza e continuità?

—Sono convinto che non esista diplomazia senza visione. Il ruolo dei rappresentanti pontifici richiede, oggi più che mai, una capacità che non può limitarsi alla dialettica formale, ma che esige uno sforzo propulsivo volto a immaginare e costruire un futuro più sostenibile dal punto di vista umano e spirituale. La profezia, come dono dello Spirito Santo, è l’intelligenza del credente che, con ingegnosità e perizia, sa mantenere vivo uno sguardo morale e spirituale sulla storia. Non si tratta di un atteggiamento ideologico, né si realizza attraverso prese di posizione sensazionalistiche, ma con la capacità di ricordare costantemente la centralità della dignità umana, della pace, della giustizia e del bene comune, anche quando ciò sembra andare controcorrente. Ciò richiede, da parte nostra, la forza di parlare con un linguaggio rispettoso e prudente, ma che, allo stesso tempo, richiami chiaramente l’attenzione su questioni decisive come la pace, il rifiuto del fondamentalismo, l’accoglienza dei migranti, la tutela della dignità di ogni persona, l’abolizione della pena di morte e la responsabilità verso i più poveri.

Lei ha prestato servizio in paesi e contesti molto diversi. Quale esperienza ritiene oggi più utile per accompagnare la formazione dei giovani sacerdoti dell’Accademia? 

—Ho viaggiato per il mondo, senza interruzioni, per quarantaquattro anni, prima come collaboratore e poi come nunzio apostolico. Nei diversi contesti sociali e politici in cui sono stato chiamato a svolgere la mia missione, ho sempre potuto apprezzare la ricchezza di esperienze internazionali molto diverse tra loro. A Panama, la mia prima missione, ho conosciuto l’impegno della Chiesa latinoamericana degli anni Ottanta di fronte alle molteplici sfide sociali. In Etiopia ho conosciuto l’impegno umanitario a favore di centinaia di migliaia di persone colpite dalla carestia e dalla mancanza d’acqua. In Australia ho avuto la grande opportunità di far parte della delegazione per la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II. In Turchia, invece, ho avuto l’opportunità di collaborare con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Mi trovavo in Egitto durante la prima Guerra del Golfo, nel contesto dell’intervento contro il regime iracheno di Saddam Hussein. A Belgrado sono stato testimone degli albori della disgregazione dei paesi dell’ex Jugoslavia. L’elenco dei paesi è davvero lungo: Irlanda, Ruanda, Thailandia, Delhi, Polonia… È stata un’esperienza indescrivibile e oggi, da Roma, contemplo con gratitudine un percorso ricco e fecondo. 

Quali qualità umane e sacerdotali ritiene necessarie affinché un futuro nunzio possa affrontare le sfide dei prossimi anni? 

—Credo che la qualità più necessaria sia la capacità di coniugare la profondità spirituale con un’autentica vicinanza umana; è proprio in questa prospettiva, infatti, che si sta rinnovando la formazione presso l’Accademia. A questo proposito, mi sembra utile ricordare il discorso che Papa Leone ci ha rivolto nel recente incontro tenutosi presso la nostra Istituzione. Ci ha ricordato che la riforma più importante consiste in un costante esercizio di conversione, volto a coltivare la vicinanza, l’ascolto attento, la testimonianza, l’approccio fraterno e il dialogo, vissuti con umiltà e mitezza. Sono virtù indispensabili per il diplomatico pontificio, che sarà chiamato ad agire in contesti culturali, ecclesiali e politici diversi, nei quali sarà fondamentale possedere uno stile capace di generare fiducia, mantenere aperti i canali di comunicazione e favorire i percorsi di riconciliazione. Il Papa ci ha esortato a mantenere vivo in noi il dono pasquale, per essere veri messaggeri del Risorto, capaci di portare al mondo la pace di Cristo, di diventare un ponte di dialogo tra persone, Chiese e popoli. Ciò significa abitare il mondo senza lasciarsi assorbire dalle sue logiche di scontro, ma conservando sempre uno sguardo evangelico sull’uomo e sulla storia.

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Cultura

L'Incarnazione di Gil de Siloé, Polittico di Miraflores

La scena dell'Annunciazione, nella pala d'altare maggiore della Certosa di Miraflores, unisce arte, simbolismo e catechesi visiva. Opera di Gil de Siloé e Diego de la Cruz, rappresenta uno dei capolavori della scultura policroma ispano-fiamminga del XV secolo.

Eva Sierra e Antonio de la Torre-20 luglio 2026-Tempo di lettura: 7 minuti

COMMENTO ARTISTICO

Nella parte inferiore della pala d'altare maggiore della chiesa della Cartuja de Miraflores (Burgos) si trova una delle scene più raffigurate nell'arte religiosa: l'Annunciazione.

Le figure sono disposte in uno spazio semicircolare racchiuso dalla presenza di quattro angeli. In alto a destra compare una stella a sei punte, che allude alla luce che in seguito avrebbe guidato i pastori e i Re Magi. La Vergine Maria è raffigurata in una stanza immaginaria, distesa davanti a un libro aperto, simbolo della meditazione sulle Scritture. Ai suoi piedi, un vaso con fiori bianchi allude alla sua purezza.

Sebbene i Vangeli non menzionino che Maria fosse in preghiera al momento dell’Annunciazione, la tradizione cristiana e molti autori spirituali hanno interpretato il suo atteggiamento come raccoglimento e apertura alla volontà di Dio, in linea con l’espressione “piena di grazia”. L’angelo Gabriele, messaggero divino, si presenta accompagnato da altri due angeli e comunica a Maria il mistero dell’Incarnazione. Dopo il “fiat”, il “sia fatta la tua volontà in me, secondo la tua parola”, lo Spirito Santo discende sulla Vergine mentre dal Padre sgorgano raggi lungo i quali il Bambino viaggia verso l’orecchio della Madre; un modo plastico e profondamente simbolico di rappresentare l’Incarnazione del Verbo.

La pala d’altare come Bibbia visiva 

Va ricordato che questa pala d’altare fu realizzata nel XV secolo, in un’epoca in cui gran parte dei fedeli era analfabeta. La Messa veniva celebrata in latino, lingua che molti non capivano. La pala d’altare, quindi, svolgeva una funzione catechistica essenziale: era la “Bibbia dei poveri”, uno strumento visivo per contemplare e comprendere i misteri della fede. La scena dell’Annunciazione, inoltre, serviva a ricordare l’inizio della Redenzione, collegando la nascita di Cristo con la consacrazione eucaristica rappresentata nella scena centrale.

Si può apprezzare la ricchezza degli abiti della Vergine e degli angeli, così come l’uso abbondante dell’oro. Questo linguaggio pittorico mirava ad avvicinare il fedele alla sfera celeste attraverso i materiali più preziosi. Il modo di rappresentare gli eventi divini consisteva nell’utilizzare i pigmenti e i materiali più costosi, come il lapislazzuli, importato dall’Afghanistan, per il colore blu (di solito il mantello della Vergine appare in questo blu intenso) o l’oro, come evocazione della luce celeste. Le figure sono raffigurate con abiti contemporanei all’epoca di realizzazione, espediente abituale per avvicinare le scene sacre allo spettatore del tardo Medioevo. I fedeli non solo contemplavano un episodio biblico, ma anche un modello di virtù e devozione, presentato con il massimo realismo possibile.

Un'opera del gotico ispano-fiammingo

La pala d’altare è una monumentale struttura in legno situata nel presbiterio, organizzata in sezioni con scene che raffigurano la storia della salvezza. La scena centrale esalta l’Eucaristia attraverso la figura di Cristo crocifisso, circondato da episodi della Passione, della Natività e di altri momenti chiave, nonché da raffigurazioni di santi, evangelisti e personaggi di rilievo.

L'intaglio e il disegno di questa originale pala d'altare furono realizzati dal maestro Gil de Siloé e dalla sua bottega. Un'opera di tale portata richiese la collaborazione di numerosi artigiani sotto la supervisione del maestro, il che spiega le differenze stilistiche nell'esecuzione di alcune scene. Una volta terminata l’intaglio, il pittore Diego de la Cruz si occupò della policromia e dell’abbellimento, applicando tecniche complesse e costose.

Tra queste spiccano la tecnica dello “estofado”, che consiste nell’applicare foglia d’oro sul legno e ricoprirla con pittura a tempera, per poi raschiarla e far emergere l’oro formando disegni che imitano broccati, ricami o tessuti pregiati; e il pastillage, che consiste nell’aggiungere rilievi in pasta per simulare aureole, orli di vesti, gioielli, fiori e altri ornamenti che venivano poi dorati e policromati. Gli artisti spagnoli del tardo gotico erano veri e propri maestri nella padronanza di queste tecniche, che conferivano lusso e spiritualità alle sculture.

La pala d'altare maggiore della Certosa di Miraflores fu realizzata tra il 1496 e il 1499 su commissione dei Re Cattolici, in particolare su iniziativa di Isabella la Cattolica. È considerato uno dei capolavori della scultura policroma ispano-fiamminga e un esempio eccezionale dell’unione tra arte, teologia e catechesi visiva nella Spagna del XV secolo.

COMMENTO CATECHETICO

Al centro della pala d’altare della Certosa di Miraflores si trova anche ciò che costituisce il fulcro della fede cristiana: l’Incarnazione del Figlio di Dio nell’umanità di Gesù di Nazaret per donarsi in sacrificio per la redenzione e la salvezza dell’umanità. Questo evento meraviglioso, decisione che esiste nell’eternità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (le tre persone divine che segnano l’asse orizzontale della pala d’altare) si realizza nel momento dell’Annunciazione, quando il Verbo si incarna nel seno verginale di Maria per dedicarsi al piano salvifico di Dio (la Croce e l’esaltazione, situate sull’asse verticale). 

Fin dagli inizi, l’Incarnazione è stata il fulcro della fede cristiana, il grande mistero della pietà: Dio si è fatto carne. Per questo motivo, per onorare adeguatamente questo mistero, la cui complessa profondità trova espressione nella grande catechesi della pala d’altare di Miraflores, la regina Isabella ricorse non solo alla migliore bottega artistica, ma anche ai migliori materiali, tecniche e pigmenti. In definitiva, l’Incarnazione è il mistero di fede che sta al centro stesso del Credo: “per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal Cielo e, per opera dello Spirito Santo, si è incarnato dalla Vergine Maria".

Lo scopo dell'Incarnazione

Comprendere lo scopo di questo decreto eterno della Santissima Trinità significa, quindi, comprendere alla radice il senso e lo scopo di tutta la rivelazione cristiana. Lo scopo non è unico, ma possiamo considerarlo in un ampio sviluppo articolato in tre fasi, nelle quali andiamo scoprendo l’immensa ricchezza di questo mistero centrale della fede.

Il primo passo che Dio intende compiere è la salvezza dell’umanità. Per donare la salvezza, innanzitutto, opera la liberazione dal peccato, riconciliando l’umanità con sé. In secondo luogo, sempre per salvarci, ci rivela l’immensità dell’amore che nutre per noi (1 Gv 4, 9-14). Entrambe queste cose, la riconciliazione dal peccato e la testimonianza dell’amore divino, risplendono nella Croce, prima tappa di quest’opera salvifica e protagonista principale della pala d’altare di Miraflores. 

Il secondo passo consiste nell’istruire l’umanità, poiché Cristo risorto si offre a noi come via e modello dell’umanità perfetta e della santità. Non a caso, il cerchio centrale della pala d’altare, che racchiude i misteri divini, è circondato dai quattro tondi dei dottori della Chiesa, incaricati di istruire la Chiesa nell’insegnamento del Verbo incarnato. Infatti, Cristo si presenta nei Vangeli come Maestro dal quale imparare (Mt 11, 29), Via da seguire (Gv 14, 6), Voce divina da ascoltare (Mc 9, 7) e Modello supremo di Amore (15, 12), che si esprime nella donazione di sé.

Il terzo passo consiste nel condurre l’umanità, redenta dal peccato e istruita dal Verbo, a partecipare alla natura divina. L’Incarnazione è la via aperta all’umanità per partecipare alla natura divina del Verbo (2 Pietro 1, 4). Ogni essere umano che entra in comunione con il Figlio incarnato diventa figlio di Dio, ricevendo dal Padre l’adozione filiale ed entrando nel cammino della divinizzazione attraverso il dono dello Spirito Santo. L’intera pala d’altare è una sintesi di ciò che Dio offre all’umanità attraverso l’Incarnazione del suo Figlio.

La fede nel Verbo incarnato

In definitiva, la fede nell’Incarnazione riconosce che il Figlio di Dio ha assunto una natura umana per realizzare, attraverso di essa, il piano stabilito dalla Trinità per la nostra salvezza. Accetta inoltre la vera realtà del Verbo Incarnato, senza ridurlo a una somma di parti (parte divina e parte umana) o a una confusa mescolanza tra il divino e l’umano. Il Verbo Incarnato è vero Dio e vero uomo, ma la difficoltà di accettare razionalmente questa fede ha dato origine fin dall’inizio a numerose eresie, che alteravano la fede nel Verbo Incarnato.

Dottrine eretiche come il docetismo (l’umanità di Cristo è solo apparente), l’arianesimo (l’umanità di Cristo è reale ma unita a un dio creato, non al Figlio consustanziale al Padre), il nestorianesimo (in Cristo vi è una persona umana e una divina) o il monofisismo (la natura umana viene assorbita e praticamente scompare nella divina). Di fronte a esse, la Chiesa va precisando la vera fede nel Verbo Incarnato, attraverso una serie di formulazioni dogmatiche di cui il miglior esempio è quella formulata nel Concilio di Calcedonia (V secolo): “Si deve riconoscere un unico e medesimo Cristo Signore, Figlio unico in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione".

Per questo occorre affermare che l’umanità di Cristo, Verbo Incarnato, non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio, che l’ha assunta e fatta propria fin dall’Incarnazione nel seno di Maria, come illustra la scena della pala d’altare qui rappresentata in modo più dettagliato. Tutto ciò che riguarda l’umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua persona divina, comprese le sofferenze e la morte, non solo i miracoli e l’insegnamento impartito con autorità. Veramente Dio, la persona del Figlio, è morto nell’offerta del Verbo Incarnato sulla Croce. Questa è la verità profonda e sconvolgente dell’Incarnazione, che colpisce con forza quando si contempla l’insieme della pala d’altare.

Il Verbo Incarnato, d’altra parte, non solo assume un corpo, ma anche un’anima e un cuore umani, una natura umana completa. L’anima di Cristo possiede realmente una conoscenza umana, che in quanto tale ammetteva e necessitava di uno sviluppo (Lc 2, 52), e allo stesso tempo, essendo unita al Verbo, conosceva tutto, anche il divino. Qui entra in gioco l’intima conoscenza che Gesù Cristo ha del Padre suo Dio (Mc 14, 36; Mt 11, 27), così come dei suoi disegni salvifici. L’anima di Cristo possiede anche una vera volontà umana, sempre cooperante con la volontà del Padre, mostrando così la perfetta realizzazione della volontà di un essere umano. Il Figlio obbedisce nell’eternità al decreto del Padre incarnandosi per opera dello Spirito Santo, mentre il Verbo Incarnato obbedisce a questo decreto fino alla morte sulla croce.

Il cuore umano di Gesù Cristo è rappresentato dal Pellicano Eucaristico che corona la pala d’altare, mentre si squarta per nutrire i propri piccoli con il proprio sangue. Nel cuore di Cristo, durante la sua vita e la sua passione, è presente la consapevolezza e l’amore verso ogni creatura umana. Per questo è anche il cuore dell’Incarnazione e il simbolo principale di quell’amore che dà senso e scopo all’Incarnazione, l’amore con cui il Redentore ama il Padre e ciascuno degli uomini.

Titolo dell'opera: L'Annunciazione
Autore: Gil di Siloé e Diego de la Cruz
Secolo: XV
Materiale: Scultura in legno + policromia e doratura
Posizione: Certosa di Miraflores, Burgos (Spagna)
L'autoreEva Sierra e Antonio de la Torre

Storica dell'arte e dottoressa in Teologia

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Evangelizzazione

Scopri la storia dei 10 ordini religiosi più influenti in soli 12 minuti

Il canale YouTube "Entiende La Fe" ha pubblicato un video che presenta una mappa dei principali ordini religiosi cattolici.

Redazione Omnes-19 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Il canale YouTube Comprendere la fede ha pubblicato un video semplice e interessante intitolato «I 10 ordini cattolici spiegati in 12 minuti», che offre una sintesi degli ordini religiosi che hanno plasmato la storia della Chiesa occidentale. A partire dal distacco radicale da San Francesco d'Assisi, fino alla disciplina intellettuale dei Domenicani e al rigoroso silenzio dei monaci trappisti. Inoltre, svela curiosità sorprendenti che collegano il passato al presente, spiegando dettagli come l’origine scientifica della genetica moderna grazie a un monaco agostiniano o il motivo per cui la famosa bevanda del cappuccino deve il suo nome all’abito di un ordine religioso.

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Spagna

José Masip, nuovo presidente dell'Associazione Cattolica dei Propagandisti 

Masip subentra ad Alfonso Bullón De Mendoza, che ha guidato questa Associazione dal 2018.

Maria José Atienza-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

José Masip Marzá è stato eletto nuovo presidente della Associazione Cattolica dei Propagandisti. Il candidato che più si colloca sulla linea di Alfonso Bullón de Mendoza è stato approvato dalla V Assemblea Generale Straordinaria tenutasi il 18 luglio a Madrid.

Masip era, fino ad oggi, vicepresidente dell’ACdP e direttore, insieme a María San Gil, del Congresso Cattolici e vita pubblica, uno dei fiori all'occhiello dell'Associazione.

Con questa nomina, Masip diventa presidente dei lavori dell’Associazione, «come quella della Fondazione Universitaria San Pablo CEU, oltre alla Fondazione Abat Oliba, la Fondazione San Pablo Andalucía CEU, il Collegio Universitario San Pablo, la Fondazione culturale Ángel Herrera Oria, oppure il giornale Il dibattito«, come sottolinea il comunicato stampa con cui è stata resa nota la sua nomina.

Un candidato che punta sulla continuità

Si tratta di uno stretto e fidato collaboratore di Alfonso Bullón de Mendoza, che ha svolto un ruolo fondamentale nella nuova fase dell’Associazione, durante la quale essa si è affermata come punto di riferimento sociale della cultura cattolica grazie a iniziative quali il quotidiano *El Debate*, il Concerto della Resurrezione o la sua partecipazione attiva alla vita sociale spagnola, come dimostra ad esempio la sua carrozza di ispirazione cristiana alla sfilata dei Re Magi a Madrid.

Sotto la guida di questo gruppo, inoltre, l’attività universitaria dell’ACdP si è consolidata e ampliata, rendendo il CEU, tra le altre cose, l’istituto di istruzione privato che concede il maggior numero di borse di studio in Spagna, con oltre 95 milioni di euro erogati negli ultimi 6 anni accademici.

Con questa nomina si garantisce quindi la continuità delle iniziative portate avanti dall'associazione negli ultimi anni.

José Masip Marzá

Masip ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università Complutense di Madrid e attualmente esercita la professione di avvocato a Castellón. È titolare delle qualifiche di agente e broker assicurativo, agente immobiliare e amministratore. Inoltre, è membro del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo della Fondazione Independiente.

Masip è stato vicepresidente e, successivamente, segretario generale dell’Organizzazione dei Professionisti e dei Lavoratori Autonomi (OPA); nonché fondatore dell’Associazione Spagnola di Amicizia e Cooperazione con la Guinea Equatoriale, di cui è stato anche primo segretario. 

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Confermandi universitari

Quest'anno, per la prima volta presso “Totus Tuus”, sono state riservate alcune aule della biblioteca per tenere corsi di catechismo agli studenti che desideravano ricevere la cresima.

18 luglio 2026-Tempo di lettura: < 1 minuto

Non finirà mai in nessun telegiornale, ma un paio di domeniche fa diciotto studenti della Università Carlos III di Madrid hanno ricevuto il sacramento della Cresima.

In questa università esiste un’associazione, “Totus Tuus”, gestita dagli stessi studenti, che organizza l’apostolato all’interno dell’università e aiuta gli studenti ad avvicinarsi alla fede. Contesto: all’UC3M è istituzionalmente vietato avere una cappella.

Di nascosto, come i primi cristiani nelle catacombe romane, si è iniziato a celebrare messe nelle aule, per poi riempire le parrocchie più vicine ai campus di Leganés e Getafe. Con un’attività sempre più intensa anche a Colmenarejo e persino a Puerta de Toledo, l’associazione organizza messe e momenti di adorazione, oltre a conferenze, viaggi, giornate sportive, attività di volontariato, pellegrinaggi…

E quest’anno, per la prima volta a “Totus Tuus”, si è iniziato a riservare alcune aule della biblioteca per tenere corsi di catechesi agli studenti che desideravano ricevere il sacramento della Cresima. Con altri studenti universitari nel ruolo di catechisti e una ventina di persone che hanno frequentato regolarmente gli incontri settimanali, questa iniziativa si è conclusa l’altro giorno con le cresime nella parrocchia di Nostra Signora di Butarque, a Leganés.

È finito, per così dire. In realtà, è solo l’inizio. Perché quando soffia lo Spirito Santo, la nostra anima spicca il volo. Quanto ci fa bene il rapporto con lo Spirito Santo: Lui non vede l’ora di renderci felici.

Ora sorrido dalla spiaggia, perché un bambino sta giocando con il suo aquilone. E mentre soffia il vento, l’aquilone vola.

L'autoreGabriel Pérez-Miranda

Gabriel Pérez-Miranda Mata (Madrid, 2004) è il terzo dei sei figli di Juan e Cristina. Studente universitario, appassionato di sport e lettura, ha pubblicato un libro di poesie ("Envïdár", Loto Azul, 2025).

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Ecologia integrale

Guerra e pace

La polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo rispetto alla pace invocata da Papa Leone XIV alle Cortes spagnole nel giugno del 2026.

Eloy Asenjo Carpintero-18 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Accolto da un'ovazione travolgente, Papa Leone XIV lasciò le Cortes spagnole, affidando ai membri di quelle Assemblee compiti importanti e gravosi, in un clima di discussione cordiale, lontano da parole paralizzanti e paralizzanti. Di fronte a un'aula in trepidante attesa, il Santo Padre ha pronunciato un discorso di profondo significato politico e morale, diagnosticando con precisione i mali che soffocano la convivenza globale contemporanea. Il Pontefice è stato categorico nell'affermare:

“Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e sfiducia reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civica e il rispetto reciproco anche in presenza di divergenze”.

Il dibattito sulla memoria

Il Papa ha dato prova di coraggio menzionando apertamente la Memoria storica proprio nell’aula del Parlamento: “Una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione… un compito arduo quando esiste una polarizzazione così forte”. Sebbene la riflessione vada oltre i nostri confini e riguardi qualsiasi parte del pianeta, la sua dichiarazione nella sede del Potere Legislativo spagnolo invita inevitabilmente a riflettere su una serie di realtà che caratterizzano l’attuale panorama storiografico: 

  • La triste “leggenda nera” della Spagna. Sono già intervenuti alcuni storici – curiosamente per lo più stranieri – per confutare questo fatto deplorevole, dal quale ci stiamo ancora riprendendo e sul quale attualmente si basano discorsi populisti ben lontani dalla realtà del ruolo della Spagna nell’America iberoamericana.
  • Molti giovani oggi non sanno collocare, dal punto di vista storico, personaggi di grande rilievo nella storia dello Stato spagnolo nel corso del XX secolo.
  • L'indipendenza degli attuali Stati dell'America Latina nel corso del XIX secolo, ottenuta attraverso programmi estremamente personalistici e di ispirazione fortemente anticattolica, dai cui “fanghi, questi fango” in cui si osserva una forte polarizzazione volta a sciogliere i legami che uniscono la Spagna a tutti i paesi del Sudamerica e dell’America Centrale.
  • Il regime della Seconda Repubblica viene presentato come un modello da seguire, (…) mentre storici di grande prestigio lo denigrano e lo ritengono responsabile della guerra civile che ha devastato il Paese.

Il valore della parola di fronte al riarmo

Ecco che è già scoppiata la polemica! Tuttavia, lo scopo di queste righe non è quello di concentrare l’attenzione sulla disputa, bensì di trovare il modo di parlare con serenità di questi temi senza ricorrere, come sottolineava il Papa nel suo discorso, a “parole (che) possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.

Questo incontro si rivela indispensabile se vogliamo una società libera, giusta e veramente democratica. Come ha ricordato il Pontefice, “da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a questa sfera interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone”.

Il messaggio papale ha inoltre analizzato senza mezzi termini l’attuale scenario geopolitico, ammonendo che ogni guerra è un fallimento, poiché “costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce i legami di giustizia tra le nazioni”.

Inoltre, risuona la denuncia di Leone XIV sul “riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”. Di fronte a tale inerzia bellica, il Papa concludeva con fermezza: “La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra”.

Questa denuncia non ci è estranea: alla base dei conflitti armati si celano interessi estremamente personali, spesso di natura economica, che li rendono moralmente deplorevoli, ignorando le voci che invocano una pace difficile da raggiungere. Da qui l’attualità dell’appello di Leone XIV a riscoprire il valore del “dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza”.

Coesione nella diversità

Il Santo Padre ha portato in primo piano il motto dell’Unione Europea: “In varietate concordia». Attribuendogli un significato attuale, ci ha ricordato che “la vera unità non uniforma, ma crea coesione nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni un’occasione di arricchimento reciproco. Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente costruire una cultura della reciprocità. La pluralità politica non dovrebbe degenerare in una continua screditazione dell’avversario”.

Questa polarizzazione, evidente sia in Spagna che in numerosi conflitti internazionali — molti dei quali ormai dimenticati, fuori dal mirino della stampa —, rappresenta un fallimento collettivo. In questo preoccupante contesto globale, risulta “importante ribadire la teoria della guerra giusta, invocata troppo spesso per giustificare qualsiasi guerra, fatto salvo il diritto alla legittima difesa, intesa nel senso più stretto” (cfr. Francesco, Lettera enc. “Fratelli Tutti”, 258, 3 ottobre 2020)”.

La realtà è innegabile: “L’umanità dispone di strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia e il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose per le popolazioni civili” (Lettera enc. “Magnifica Humanitas” 192, 15 maggio 2026). 

In definitiva, il Santo Padre ha lanciato un severo monito, un appello al dialogo! Un richiamo insistente al fatto che “le parole possono aprire o chiudere strade; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro”.

Questo appello non è rivolto solo agli onorevoli deputati che affollavano l’emiciclo, ma a tutte le persone di buona volontà e, in modo particolare, ai giornalisti, sui quali grava un’enorme responsabilità nell’esercizio della loro professione. In questo nuovo ecosistema comunicativo, il rigore etico e il comportamento nell’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale determineranno se i media diventeranno ponti di incontro o amplificatori delle divisioni.

L'autoreEloy Asenjo Carpintero

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Vaticano

Tra Babele e Gerusalemme: il futuro dell’intelligenza artificiale si decide a Castel Gandolfo

Mentre l’intelligenza artificiale avanza più rapidamente delle norme in grado di regolamentarla, oltre duecento leader mondiali, premi Nobel ed esperti si sono riuniti in occasione della Global Nobel Laureates Assembly sull’intelligenza artificiale e la guerra nucleare per porre una domanda fondamentale: chi guiderà il futuro e secondo quali principi?.

Almudena Lago-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Alle prime ore del mattino, quando la luce comincia a diffondersi sul Lago Albano e gli ulivi delle ville pontificie proiettano ombre ancora lunghe, il Borgo Laudato Si -un laboratorio in cui i giovani imparano a prendersi cura della casa comune mentre si preparano a un mestiere- risulta un luogo troppo sereno per parlare di guerra nucleare. 

Ci sono orti, galline, pony e serre. Ragazzi che danno da mangiare agli animali, si prendono cura delle piante e imparano che la realtà richiede un’attenzione quotidiana. Tutto parla del presente, della cura e delle piccole cose che dipendono da noi. Eppure è proprio qui che si è sviluppato un importante – storico? – dibattito sul futuro della civiltà, sull’intelligenza artificiale e sulle armi nucleari. Sul rischio che la tecnologia sia al servizio dell’umanità o finisca per condizionarla.

Oltre duecento persone provenienti da diversi continenti, tra cui premi Nobel, ex capi di Stato, scienziati ed esperti di intelligenza artificiale, si sono riunite in questo laboratorio di ecologia integrale promosso dal Vaticano per discutere di due forze che stanno ridefinendo la nostra epoca: il ritorno del rischio nucleare e la crescita accelerata dell’intelligenza artificiale.

Non capita spesso di vedere riuniti sotto lo stesso tetto premi Nobel come David Gross, Maria Ressa e Muhammad Yunus, leader politici come Juan Manuel Santos e Romano Prodi, e ricercatori come Tristan Harris, legati a OpenAI, Anthropic o Google DeepMind. Questo mix è il segno dei tempi.

Il intelligenza artificiale ha reso di dominio pubblico domande che per molto tempo sembravano riservate a una minoranza di esperti: chi decide?, chi controlla?, chi se ne assume la responsabilità? Sono questioni che non riguardano più solo i governanti o gli ingegneri. Riguardano tutti noi.

Più che l'assenza di guerra

Nella sessione inaugurale, il cardinale Fabio Baggio, viceprefetto del Dicastero per il Servizio per lo Sviluppo Umano Integrale e direttore generale del Centro di Formazione Avanzata del Borgo Laudato Si, ha ricordato che la pace non può essere ridotta alla semplice assenza di conflitti: “È un ordine fondato sulla giustizia, sulla fiducia reciproca, sul rispetto del diritto e sulla dignità inviolabile di ogni essere umano”, ha affermato.

In un’epoca caratterizzata da guerre aperte, minacce nucleari e una corsa tecnologica il cui ritmo sembra superare la capacità di riflessione politica ed etica, ha sottolineato la necessità di principi condivisi in grado di orientare il progresso verso fini autenticamente umani.

Tra Babele e Gerusalemme

Se c’è stata un’immagine in grado di sintetizzare lo spirito dell’incontro, è stata quella proposta dal cardinale Silvano Maria Tomasi. Il cardinale di lunga data ha descritto un’umanità che si trova di fronte a un bivio: costruire una nuova ‘Babel tecnologica’, dove il potere, i dati e il controllo diventino idoli, oppure lavorare per una ‘nuova Gerusalemme’, dove la tecnologia sia al servizio della fraternità. “Il linguaggio della dissuasione è tornato a dominare le relazioni internazionali”, ha ammonito.

Nel corso dei dibattiti è stata ribadita la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti in cui l'intelligenza artificiale e le armi nucleari potrebbero rafforzarsi a vicenda.

Gestire l'intelligenza artificiale

Uno dei discorsi più attesi è stato quello di Juan Manuel Santos. Il premio Nobel per la pace ed ex presidente colombiano ha affermato che sarà impossibile garantire che l’intelligenza artificiale sia al servizio del bene comune senza una governance efficace basata sulla responsabilità, la trasparenza e lo Stato di diritto.

Muhammad Yunus è andato ancora oltre. Ha affermato che stiamo vivendo contemporaneamente la fine di una civiltà e la nascita di un’altra, e ha ricordato che le decisioni odierne determineranno il mondo che i giovani erediteranno.

È intervenuto anche Romano Prodi. In un mondo sempre più frammentato, ha avvertito, nessuna nazione potrà affrontare da sola sfide quali l’intelligenza artificiale, la sicurezza globale o il controllo di tecnologie sempre più potenti.

Da parte sua, Kerry Kennedy, che attualmente presiede l’organizzazione Robert F. Kennedy Human Rights, dedicata alla difesa dei diritti umani, figlia di Robert F. Kennedy, senatore ed ex procuratore generale degli Stati Uniti assassinato a Los Angeles il 5 giugno 1968, mentre era in campagna elettorale per la presidenza, ha chiesto “che nessun sistema automatizzato possa decidere in merito all’uso delle armi nucleari”, un’idea che è stata incorporata nella Dichiarazione di Roma attraverso la richiesta di un controllo umano effettivo su tali sistemi.

Una conversazione che risale a molto tempo fa

L'interesse del Vaticano per queste tematiche, ovviamente, non è nato questa settimana. Nel luglio dello scorso anno ha gettato le basi per questo incontro convocando una tavola rotonda internazionale sull'intelligenza artificiale, le cui riflessioni hanno portato alla stesura del documento La fratellanza nell'era dell'intelligenza artificiale, con la partecipazione di alcune delle voci più autorevoli del settore. Tra queste figurano Yoshua Bengio, Stuart Russell, Max Tegmark, Geoffrey Hinton, Yuval Noah Harari, Maria Ressa e altri esperti internazionali. 

Il punto di partenza è prendere coscienza del fatto che l’intelligenza artificiale può diventare un attore istituzionale: partecipare ai mercati, redigere contratti, influenzare le decisioni collettive e gestire sistemi complessi senza una comprensione umana completa. Proprio Harari, che in questi giorni è al centro dell’attenzione, sostiene che l’IA abbia iniziato a «hackerare il codice della civiltà umana» padroneggiando il linguaggio, il principale sistema operativo delle società umane. Insiste inoltre sul fatto che l’IA sia molto intelligente, ma non cosciente: «l’intelligenza non è la stessa cosa della coscienza». La domanda era essenzialmente la stessa che ha aleggiato in questi giorni a Castel Gandolfo: come garantire che l’intelligenza artificiale contribuisca a creare società più umane, più giuste e più inclusive.

Da Borgo al Campidoglio: la pace, una forma di intelligenza

La mattina del 16 luglio la situazione è cambiata. I dibattiti hanno lasciato la tranquillità degli uliveti per trasferirsi nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio, cuore politico di Roma. Lì è stato firmato il Dichiarazione di Roma per una pace disarmata e disarmante nell'era dell'intelligenza artificiale, delle armi nucleari e dei sistemi autonomi, a conclusione dell'Assemblea tenutasi a Castel Gandolfo.

Il cardinale Baldassare Reina ha presentato la Dichiarazione come un appello alla responsabilità. Ha parlato della necessità di educare le nuove generazioni al pensiero critico, all’etica e alla responsabilità scientifica perché, come ha affermato, “la pace ha bisogno tanto della scienza quanto della coscienza”. Ha inoltre ricordato che ogni decisione tecnologica, politica o economica deve porre al centro la dignità della persona umana.

La Dichiarazione vuole essere un appello a favore della vita, della ragione, della fratellanza e della corresponsabilità. In un momento in cui la sicurezza sembra tornare a basarsi sulla minaccia e sulla deterrenza, Reina ha sostenuto che “la pace è una forma di intelligenza”.

Il premio Nobel per la Fisica David Gross ha lanciato un monito altrettanto chiaro: “È in gioco la nostra sopravvivenza”. E Sharon Stone, ambasciatrice del marchio – e strizzatina d’occhio alle richieste dei media – ha sintetizzato lo spirito della giornata affermando che “la dignità umana non è un algoritmo”, come conclusione finale dell’incontro.

Durante la conferenza stampa che è seguita, Omnes Ha chiesto come si potrà valutare, tra cinque anni, se abbiamo davvero compiuto progressi verso il futuro, se i principi proclamati a Roma si siano tradotti in fatti concreti; in definitiva: quali tre indicatori specifici utilizzerebbero per capire se l’IA sta rafforzando la dignità umana e non solo la produttività economica. Maria Ressa ha risposto che il criterio risiederà nelle persone: verificare se i cittadini ricevono informazioni più affidabili, se le democrazie ne escono rafforzate e se gli esseri umani conservano una reale capacità decisionale di fronte a sistemi sempre più influenti. Ha inoltre messo in guardia sul ruolo crescente dei chatbot e degli assistenti conversazionali. La questione, ha affermato, non sarà quanto sanno le macchine, ma se aiutano a pensare meglio o finiscono per pensare al posto nostro.

Nessuno si è recato al Borgo Laudato Si’ per parlare esclusivamente di algoritmi. Si è parlato di libertà, responsabilità, potere e futuro. Alla fine, l’immagine che rimane non è quella degli esperti né quella dei documenti firmati. È quella di menti brillanti riunite tra galline, pony, orti e ulivi per discutere del futuro della civiltà, pur riconoscendo che tutto inizia dalla cura di piccole realtà concrete.

Le macchine diventano sempre più intelligenti. Ma il futuro continuerà a dipendere da qualcosa di molto più antico di qualsiasi algoritmo: la capacità umana di discernere ciò che merita di essere protetto e messo al servizio del bene comune. Dopotutto, la grande domanda non è più cosa possa fare l’intelligenza artificiale. La domanda è un’altra: in che mani siamo?

L'autoreAlmudena Lago

Mondo

I vescovi francesi denunciano il voto che legalizza la «morte assistita» definendolo un «punto di svolta» nella storia del Paese.

I vescovi francesi criticano aspramente la “decisione radicale” presa dai legislatori francesi per legalizzare la “morte assistita”".

OSV / Omnes-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Con una votazione storica tenutasi il 15 luglio, l'Assemblea Nazionale ha legalizzato la morte assistita, comprese l'eutanasia e il suicidio assistito in determinati casi.

Il cardinale Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente della conferenza L'episcopato ha deplorato il fatto che “i membri del Parlamento abbiano sancito nella legislazione francese la possibilità di causare la morte”.

“Questa decisione rompe con la lunga tradizione di assistenza volta ad alleviare la sofferenza e ad accompagnare ogni persona fino al naturale termine della propria vita”, ha affermato a nome dei vescovi.

Il comunicato, firmato dall’arcivescovo Vincent Jordy di Tours e dal vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidenti della Conferenza episcopale francese, ha esortato le istituzioni sanitarie cattoliche ad «astenersi da comportamenti chiaramente riprovevoli dal punto di vista morale, in contrasto con la dignità di ogni vita umana».

Per i vescovi francesi, “il 15 luglio 2026 segna una svolta importante nella storia del nostro Paese”.

L'Assemblea nazionale francese legalizza l'eutanasia con un voto

È la quarta volta, dal maggio 2025, che i deputati francesi votano a favore del disegno di legge che legalizza la «morte assistita». I senatori lo hanno respinto a larga maggioranza in tre occasioni e la percentuale di deputati che sostengono il disegno di legge è diminuita in modo significativo rispetto alla prima votazione, ma tale calo non è stato sufficiente a impedirne l’approvazione.

Il 15 luglio, 291 membri dell'Assemblea nazionale hanno votato a favore, mentre 241 hanno votato contro, con 29 assenti.

La legge autorizza il suicidio assistito e, in determinati casi, consente a un medico o a un infermiere di somministrare la sostanza letale, legalizzando così l'eutanasia in Francia. La normativa dovrà essere esaminata dal Consiglio costituzionale francese prima di entrare in vigore.

Il presidente Emmanuel Macron festeggia il risultato del voto

Il presidente francese ha accolto con grande entusiasmo il voto dell’Assemblea Nazionale, presentato come definitivo, in un post su X subito dopo la votazione. Emmanuel Macron aveva apertamente sostenuto questa legge. Infatti, aveva promesso di legalizzare l’eutanasia prima della fine del suo secondo mandato quinquennale.

“Nel 2022 mi sono impegnato a spianare questa strada insieme al popolo francese”, ha dichiarato il 15 luglio. “Quell’impegno è stato mantenuto”.

I vescovi hanno apertamente deplorato il fatto che il presidente Macron si sia schierato arbitrariamente a favore della decisione dell’Assemblea nazionale, nonostante le numerose polemiche che circondano questo disegno di legge.

“Il Presidente della Repubblica aveva annunciato un dibattito sereno, informato e rispettoso, ma è chiaro che considerazioni politiche, ideologiche e indubbiamente anche economiche, mascherate da retorica ingannevole, hanno vanificato questa aspirazione”, hanno affermato i vescovi.

“Una questione così fondamentale per il nostro contratto sociale meritava che si tenesse pienamente conto delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell’eutanasia e del suicidio assistito.”

I vescovi francesi mettono in guardia sulle conseguenze etiche e sociali

Per i vescovi, uno dei maggiori pericoli della legge risiede nel fatto che il principio secondo cui la morte può costituire una risposta medica alla sofferenza è entrato a far parte del patrimonio giuridico del Paese. La scelta di morire può quindi essere rivendicata come un diritto che potrebbe estendersi anche ad altri.

“L’esperienza di altri paesi dimostra che i criteri di accesso al suicidio assistito tendono sempre ad ampliarsi, a scapito delle cure palliative”, hanno sottolineato.

Nel frattempo, “gli effetti di tale legislazione non sono ancora stati valutati appieno, ma si stanno già facendo sentire”, hanno avvertito i vescovi. “Il nostro rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà”, hanno aggiunto.

“I più poveri sono probabilmente i primi a subirne le conseguenze: per non diventare un peso per i propri figli o nipoti, gli anziani che vivono in condizioni precarie possono sentirsi costretti a morire”, hanno avvertito i prelati.

Gli operatori sanitari cattolici potrebbero trovarsi ad affrontare problemi legali

Per i vescovi, la preoccupazione più immediata e concreta al giorno d’oggi è che, se la legge entrasse in vigore, le strutture di assistenza — soprattutto quelle cattoliche — potrebbero trovarsi a dover affrontare azioni legali qualora si rifiutassero di consentire l’eutanasia o il suicidio assistito all’interno delle proprie strutture. Così come è formulata, la legge richiederà che il direttore del centro o del reparto autorizzi professionisti esterni a eseguire la procedura letale.

Pertanto, i vescovi hanno annunciato che «seguiranno da vicino i ricorsi al Consiglio costituzionale» annunciati prima della votazione.

Il Consiglio costituzionale francese riesaminerà la legge

Il 14 luglio, mentre la Francia celebrava il Giorno della Bastiglia — la festa nazionale più importante del Paese —, il primo ministro Sébastien Lecornu ha sorpreso molti annunciando che avrebbe fatto ricorso al Consiglio costituzionale affinché sottoponesse a revisione il testo di questa legge, alla quale si oppone personalmente. Ha giustificato questa ultima mossa adducendo come motivo la mancanza di accordo tra le due camere, l’Assemblea nazionale e il Senato. Alcuni giorni prima, il presidente del Senato, Gérard Larcher, aveva annunciato la sua intenzione di adottare la stessa misura.

Il Consiglio costituzionale può approvare il disegno di legge nella sua interezza, annullare alcune disposizioni o formulare riserve interpretative prima che Macron promulghi la legge. La consultazione richiesta dal primo ministro verterà, in particolare, sull’assenza di una clausola di obiezione di coscienza che consenta alle strutture sanitarie — come le residenze cattoliche gestite dalle Piccole Sorelle dei Poveri — di essere legalmente autorizzate a rifiutarsi di fornire servizi di «morte assistita» presso le proprie strutture.

In attesa dell’esito del ricorso in appello, i vescovi francesi hanno ribadito il loro appello ai cattolici francesi affinché «testimonino che esiste un’altra via: quella della presenza fedele e dell’attenzione che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza abbandonare mai nessuno».

Caroline de Sury scrive per OSV News da Parigi.

L'autoreOSV / Omnes

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Mondo

Il cardinale Sarah denuncia al Parlamento europeo la «colonizzazione ideologica» dell’Africa

Il cardinale ha spiegato come funziona il sistema di pressioni esercitate affinché i paesi africani accettino politiche contrarie alle loro culture.

Javier García Herrería-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Il cardinale Robert Sarah, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, ha tenuto il 15 luglio nella Sala SPAAK del Parlamento europeo una «Lectio magistralis» sui rapporti tra Europa e Africa, su invito del gruppo ECR (Conservatori e Riformisti Europei), in collaborazione con Sos Chrétiens d’Orient e Pro Vita e Famiglia.

In un discorso dal forte contenuto teologico e politico, il cardinale guineano ha posto una domanda che, ha affermato, è «decisiva per il futuro dei nostri due continenti»: «Riusciamo ancora a capirci?».

Una crisi del linguaggio e della ragione

Il fulcro dell’intervento è stata la denuncia di un progressivo svuotamento del vocabolario condiviso tra Europa e Africa. Sarah si è chiesta se parole come «diritti umani», «dignità», «sviluppo», «libertà», «salute», «genere» o «famiglia» «significhino ancora la stessa cosa per chi le pronuncia a Bruxelles, a Strasburgo, a Kampala o a Conakry».

Il cardinale ha preso come chiave di lettura una frase pronunciata da Papa Leone XIV a gennaio, davanti al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivocabile realtà certe. Solo così potrà riprendere un dialogo autentico e privo di malintesi». Partendo da questa citazione, Sarah ha sostenuto che la crisi attuale — geopolitica, dei diritti, del multilateralismo — è «alla radice, al di là del linguaggio: una crisi del logos, della ragione».

Secondo il cardinale, il dossier preparato per l’incontro mostra «con documentata chiarezza» come, nelle relazioni tra l’Unione Europea e l’Africa, «le parole siano oggi utilizzate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per capovolgerla». Ha citato diversi esempi: si parla di «salute sessuale e riproduttiva» e si intende, ha detto, «l’accesso all’aborto»; si parla di «parità di genere» e si intende «la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna insita nel corpo dell’essere umano»; si parla di «diritti umani» per i paesi africani e si intende «l’imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica».

Per Sarah questo non è «un problema di semantica accademica», bensì «un problema politico, un problema di verità, di onestà nei rapporti umani». Un vocabolario ambiguo nei trattati e nelle risoluzioni, ha affermato, si trasforma in «strumenti di perversione e di potere silenzioso, di neocolonialismo culturale ed economico», poiché «chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l’esito della negoziazione, senza che l’altra parte se ne renda conto». Il cardinale ha annunciato che avrebbe cercato di «fare luce» su questo fenomeno «alla luce del Vangelo e della ragione».

Il magistero di Benedetto XVI sul Logos

Sarah ha ricordato tre discorsi di Benedetto XVI — a Ratisbona (2006), al Collège des Bernardins di Parigi (2008) e al Bundestag tedesco (2011) — come una sorta di diagnosi preliminare di questa crisi. A Ratisbona, Benedetto XVI sottolineò che Dio agisce «con il logos», ovvero con la ragione e la parola al tempo stesso, e avvertì che una ragione «sorda» al divino «diventa incapace di inserirsi nel dialogo tra le culture». A Parigi, propose la via del cercare Dio e ha avvertito che «una cultura meramente positivista […] equivarrebbe alla capitolazione della ragione». Al Bundestag ha chiesto: «Come può la ragione ritrovare la propria grandezza senza scivolare nell’irrazionale?».

Colonizzazione ideologica, aborto, genere e autodeterminazione dei popoli

Nel prosieguo del suo intervento, il cardinale ha approfondito queste idee su diversi fronti specifici:

  • La «colonizzazione ideologica». Citando Papa Francesco —che coniò l’espressione a Manila nel 2015 («Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche […] che si insinuano in un popolo con un’idea che non ha nulla a che vedere con quel popolo»)—, Sarah ha sostenuto che categorie come SOGI (Orientamento sessuale e identità di genere) o CSRHE (educazione sessuale e riproduttiva inclusiva), ricorrono sistematicamente nei trattati e nei piani d’azione europei fino a costituire «un vero e proprio sistema».
  • Aborto e diritti riproduttivi. Il cardinale ha criticato le risoluzioni del Parlamento europeo del 2022 che chiedono di «dare priorità all’accesso universale all’aborto sicuro e legale» e ha citato le costituzioni del Kenya e dell’Uganda, che tutelano la vita fin dal concepimento, come esempio di «autodeterminazione dei popoli».
  • Genere e istruzione. Ha criticato l’Accordo di Samoa e il «Gender Action Plan III» dell’UE per aver imposto, secondo quanto da lui affermato, un«»educazione sessuale e riproduttiva inclusiva« e un approccio »gender-transformative« senza »una reale consultazione delle popolazioni interessate».
  • Il sistema di condizionalità europeo. Sarah ha descritto un meccanismo «a tre livelli» —normativo, giuridico-convenzionale e finanziario-commerciale— che, a suo avviso, elude il principio di autodeterminazione, citando come esempio la pressione esercitata sull’Uganda nel 2023 a seguito della sua legislazione penale.
  • Voci africane. Ha citato le testimonianze di funzionari africani che parlano di un «fatto compiuto» nei negoziati («Se non firmi, ci saranno delle conseguenze») e ha ricordato le parole del presidente ugandese Museveni alla conferenza di Entebbe (maggio 2025): «dovremo ritirarci da quell’assurdità e dire all’Unione Europea che non possiamo far parte di quell’iniquità».
  • Bilancio e appello finale. Il cardinale ha ribadito che la sua intenzione non è quella di rifiutare la cooperazione con l’Africa, ma di chiedere che «la cultura del potere» si trasformi in «civiltà dell’amore». Ha inoltre ricordato la sua ormai celebre immagine, formulata durante il Sinodo del 2015, in cui definiva l’ideologia di genere e il fondamentalismo islamico come due «bestie apocalittiche». Ha concluso chiedendo al Parlamento europeo «un atto di ragione»: verificare se le parole che pronuncia «onorino veramente la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli», avvertendo che, se non lo farà, «nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le ‘parole tradite’ avranno scavato» tra Europa e Africa.
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Evangelizzazione

Rafael Aita: «C'erano Inca che erano cattolici, parlavano spagnolo e latino ed erano alleati del re»

L'autore sfata i miti della "leggenda nera" in America, valorizzando l'eredità cattolica e le alleanze tra gli Inca e la Corona spagnola.

P. Manuel Tamayo-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ingegnere di professione ma storico per vocazione, lo scrittore peruviano Rafael Aita —noto sui social come Capitano Perù— è diventato una delle voci più autorevoli e innovative nel campo della divulgazione storica in America ispanica. Attraverso opere di grande impatto come Gli Inca ispanici e di Gli Inca cattolici, Aita combatte la politicizzazione delle aule scolastiche e il radicamento della «leggenda nera», riportando alla luce le alleanze con le popolazioni indigene e il profondo processo di evangelizzazione che ha unito la Spagna e l’America.

In questa intervista, il collaboratore dell'acclamato documentario America spagnola ci invita a riscoprire un passato comune libero da pregiudizi ideologici, in cui figure come Santo Toribio de Mogrovejo hanno gettato le basi spirituali di mezzo continente.

Sei un ingegnere industriale e hai conseguito un master in gestione aziendale: perché ti sei dedicato, con grande impegno, alla scrittura di libri di storia??

–A causa del modo inadeguato in cui viene insegnata la storia nei nostri paesi. Chiunque ami il proprio paese, indipendentemente dalla propria professione, dovrebbe conoscerne la storia e la cultura; quando ho iniziato a farlo, ho riscontrato così tante incongruenze tra la storia riportata nei libri e quella che veniva insegnata, che mi è stato impossibile non affrontare l’argomento.

La storia del Perù è strettamente legata a quella della Spagna, che siamo soliti chiamare la “Madre Patria”. È alla Spagna che dobbiamo la religione e la cultura. Nei libri di storia viene dato questo riconoscimento??

–In molti libri sì, ad esempio c’è il grande storico peruviano José Antonio del Busto, che si è espresso pubblicamente contro la rimozione della statua di Francisco Pizarro dalla Plaza de Armas di Lima. Purtroppo, questi testi non vengono inseriti nel programma scolastico, che è estremamente politicizzato.

Da dove hanno origine le correnti anti-ispaniste? Sono contro la Spagna o contro la religione?

–All’inizio andavano di pari passo: la “leggenda nera” diffusa dall’Inghilterra o dai Paesi Bassi era accompagnata dalla guerra politica contro la Spagna, così come dallo scisma con la Chiesa cattolica. Oggi, invece, non è necessariamente così, e molti cattolici hanno fatto propria la “leggenda nera” contro la Spagna.

In cosa consistono quelle che vengono chiamate “leggende nere”?

–Si definisce come l’insieme di esagerazioni, manipolazioni, omissioni, travisamenti e distorsioni storiche volte a mettere in cattiva luce una sola parte, in questo caso quella spagnola e cattolica.

Vedo che hai scritto diversi libri, tra cui: “Gli Incas ispanici” e “Gli Incas cattolici”. Cosa intendi dire con questi libri?

–Già il titolo è di per sé dirompente, poiché molti ritengono che la cultura inca sia opposta a quella ispanica e incompatibile con quella cattolica, proprio perché non ci è mai stato spiegato che esistevano Inca che erano cattolici, parlavano spagnolo e latino ed erano alleati del re. L’intento di entrambi i libri è quello di sfatare questo pregiudizio.

Ho visto che sei apparso nel documentario “Hispanoamérica” di José Luis López Linares: qual è l’intento di quel documentario? È in linea con i tuoi libri?

–Non solo è sulla stessa linea, ma José Luis López Linares ha acquistato il mio libro *Los Incas Hispanos* per realizzare la parte dedicata al Perù. Ho avuto l’opportunità di girare a Cusco parte del documentario insieme a lui: è stata una delle esperienze di cui conservo i ricordi più belli.

Pensi che la storia che ci hanno raccontato in Perù non corrisponda alla verità?

–Durante la mia ultima conferenza in una parrocchia ho posto ai fedeli la seguente domanda: quanti indigeni furono giustiziati dal tribunale dell’Inquisizione? Le risposte variavano da centinaia a migliaia. Non riuscivano a crederci quando ho fornito loro il dato secondo cui furono giustiziate solo 32 persone e nessuna di loro era indigena. Stiamo parlando di un pubblico cattolico, assiduo frequentatore della parrocchia e che ha ricevuto incontri di formazione per decenni; ora immaginiamo cosa sia stato insegnato agli altri.

Mi sembra che la storia dei rapporti tra la Spagna e il Perù non dovrebbe essere definita “conquista”, né tantomeno “colonialismo”, ma piuttosto la storia dell’evangelizzazione?

–Esatto, e come ha detto Ramón Mujica Pinilla, la conquista del Perù avvenne più grazie alle alleanze che con la forza.

A che punto sono i progetti relativi a un nuovo gemellaggio tra la Spagna e l'America ispanica?

–Sebbene politicamente lontano, vedo che ogni giorno crolla un po’ di più l’impalcatura della leggenda nera, cosa necessaria prima di qualsiasi forma di unità. Dobbiamo prima essere uniti nel pensiero, e poi il resto ne sarà una conseguenza.

Papa Leone, durante la sua visita in Spagna, ha citato per tre volte San Toribio de Mogrovejo come uno dei suoi santi preferiti. Ritieni che San Toribio, in qualità di arcivescovo di Lima, sia stato la figura di riferimento o una figura di grande importanza per l’evangelizzazione dell’America ispanica?

–Naturalmente, Santo Toribio organizzò la struttura ecclesiale in Perù ed evangelizzò la popolazione, battezzando e conferendo la cresima a circa mezzo milione di persone. Ricordiamo che a quell’epoca il Perù si estendeva da Panama alla Patagonia, per cui possiamo tranquillamente affermare che metà del continente americano è cattolica grazie all’opera di San Toribio.


Intervista a Rafael Aita in televisione

L'autoreP. Manuel Tamayo

Sacerdote peruviano

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Cultura

Scienziati cattolici: Ricardo Cirera e Salse

Ricardo Cirera y Salse fu un astronomo gesuita che entrò nella Compagnia di Gesù nel 1880 e fondò l'Osservatorio dell'Ebro a Tarragona.

Ignacio del Villar-17 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ricardo Cirera y Salse (Os de Balaguer, 1864 – Barcellona, 1932) fu un astronomo gesuita che entrò nella Compagnia di Gesù nel 1880. Sette anni dopo si trasferì nelle Filippine per lavorare come scienziato presso l’Osservatorio Meteorologico di Manila (Filippine), fondato dai gesuiti nel 1865. Lì, tra il 1888 e il 1894, assunse la direzione della sezione di geomagnetismo, riuscendo a realizzare la prima mappa magnetica delle Filippine e delle coste della Cina e del Vietnam.

Al termine di questo periodo tornò in Spagna per completare i suoi studi di teologia. Successivamente, nel 1899, fondò l’Osservatorio dell’Ebro a Roquetas, nella provincia di Tarragona (la stessa località in cui il collega gesuita Eduardo Vitoria avrebbe fondato il Laboratorio Chimico dell’Ebro).

Tuttavia, l’inaugurazione dell’Osservatorio fu rinviata fino al 1904 perché, tra il 1900 e il 1903, decise di visitare i principali osservatori d’Europa per poter decidere la linea di ricerca da seguire, che alla fine fu il rapporto tra l’attività solare e i fenomeni elettrici e magnetici sulla Terra, un argomento molto all’avanguardia per l’epoca. Un buon esempio di questa linea di ricerca furono le osservazioni sul magnetismo e sull’elettricità terrestri coordinate da Cirera nel 1905 in diversi punti della Spagna durante l’eclissi totale che ebbe luogo quell’anno.

Nel 1914 fondò inoltre la rivista Iberica, che è diventata una pubblicazione di riferimento nel mondo scientifico in Spagna e in Sudamerica.

Ma la sua attività scientifica si interruppe nel 1921, quando fu nominato procuratore generale della missione dei gesuiti a Bombay, carica che ricoprì fino al 1923. Contribuì inoltre alla promozione della Compagnia di Gesù, promuovendo nel 1925 il Padiglione delle Missioni dell’Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929.

Infine, va sottolineato che Ricardo Cirera fu membro dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Barcellona dal 1904, oltre che di altre istituzioni scientifiche europee, e che nel 1914 ricevette la Gran Croce dell’Ordine di Alfonso XII.

L'autoreIgnacio del Villar

Università pubblica di Navarra.

Società degli scienziati cattolici di Spagna

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Evangelizzazione

Luis de la Fuente, l'allenatore della nazionale che smentisce Marx e Nietzsche

Il commissario tecnico spagnolo è diventato un cattolico di cui – perdonatemi l’audacia – è un piacere vantarsi.

Javier García Herrería-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

C’è sempre un rischio quando un personaggio pubblico parla della propria fede: quello di trasformarlo, quasi involontariamente, in un’icona da canonizzare, in un modello idealizzato che applaudiamo più per la sua fama che per il suo esempio concreto. È bene essere prudenti al riguardo. Ma nel caso di Luis de la Fuente, si può tranquillamente togliersi il cappello, perché ciò che sostiene l’applauso non è solo l’aneddoto mediatico, bensì una triade piuttosto rara: una dottrina ben compresa, solide virtù umane e un prestigio professionale conquistato con il duro lavoro.

Questa settimana, durante una conferenza stampa, ha chiarito che la sua vita di preghiera non dipende dal calendario sportivo: «Prego ogni giorno, ma non perché sto partecipando ai Mondiali», ha spiegato, precisando che non si aspetta nemmeno che ciò gli garantisca alcun risultato. 

«Rendo grazie ogni giorno, ogni volta che mi alzo», ha detto, per il semplice fatto di stare bene e di avere, secondo le sue parole, un giorno in più per godersi la vita. È una teologia senza pretese, quella di chi ringrazia prima di chiedere e che intende la fede come riconoscimento e non come transazione.

Alla domanda su cosa chiedesse a Dio prima di una partita decisiva, ha risposto che «sarebbe ingiusto chiedere a Dio di aiutare me e non l’avversario». In uno sport in cui è normale implorare la propria vittoria come se il cielo avesse i colori della maglia, quella frase è, semplicemente, una buona dottrina: Dio non è il dodicesimo giocatore di nessuno. L’unica cosa che De la Fuente chiede per sé è più discreta — «chiedo soprattutto la salute e che mi dia la possibilità di continuare a lottare» — perché il resto si capisce che si conquista sul campo.

È proprio qui che il discorso di De la Fuente si distanzia, senza volerlo, dallo scetticismo con cui Marx e Nietzsche guardavano ai credenti. Per il primo, la religione era soprattutto un conforto di convenienza, un analgesico che i deboli si somministravano per sopportare l’ingiustizia terrena senza cambiarla; per il secondo, la fede dell’uomo comune nascondeva un modo per ottenere una compensazione di fronte alla propria debolezza. 

In entrambi i casi, credere si riduceva a un’utilità mascherata: si prega perché conviene, perché dà sollievo o perché è una forma di vendetta. De la Fuente fa esattamente il contrario quando spiega che sarebbe ingiusto chiedere un vantaggio sul rivale e che la sua preghiera non cerca alcun risultato in cambio. La sua fede non funziona come uno strumento che gli procuri un beneficio, ma come gratitudine che non ha bisogno di ricompensa, il che smonta, almeno nel suo caso, la caricatura utilitaristica che entrambi i pensatori hanno proiettato sul credente medio.

Non c’è bisogno di canonizzare nessuno per riconoscere ciò che è evidente: ecco un cattolico coerente, laborioso e semplice, che non teme di rendere testimonianza di ciò in cui crede. Un cattolico di cui è un piacere vantarsi. E questo, indipendentemente dal fatto che la Spagna vinca o perda la finale, è già un esempio che vale la pena sottolineare.

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Autori invitatiLuis Miguel Bravo Álvarez

Gli occhi di Elena, un modo di comprendere il Battesimo

Il fatto che un bambino pianga mentre nella sua anima si sta compiendo un miracolo mi fa pensare che, forse, Gesù pianga di gioia ogni volta che si celebra un battesimo.

16 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Era un’oscurità nuova, penetrante. Era come affacciarsi a una notte inesplorata, come visitare un luogo conosciuto ma con la sensazione di farlo per la prima volta. Era come tornare a casa, ma senza esserci mai stati prima. Era come guardare uno specchio che non riflette, ma in cui ci si immerge.

È stata, senza dubbio, un’esperienza coinvolgente. Sono stati solo pochi secondi, ma sono successe tante cose. Era come vedere il mondo per la prima volta attraverso gli occhi di quella bambina che mi guardava per la prima volta.

Erano gli occhi grigi di Elena, che non so se rimarranno grigi con il passare degli anni. Ma quel grigio è già mio, è già impresso nella mia memoria, indimenticabile.

Se dovessi descriverli, direi che sono occhi abissali. Non solo perché sono grandi, ma perché evocano un abisso. Ti affacci e ti risucchiano: esercitano un fascino pieno di mistero.

Sorpresa, ammirazione, curiosità, trepidazione: un’immensa scala di grigi, un turbinio di sensazioni già provate in passato, ma mai come questa volta.

Misteri meditati

In pochi secondi ho riscoperto migliaia di cose, sorpreso dalla forza di grazia è stato guardare per la prima volta negli occhi la mia prima nipotina. Dico che ho reimparato perché, come dice il libro dei salmi, “un abisso chiama un altro abisso”: quegli occhi abissali mi hanno fatto pensare a tanti misteri già meditati, ma così ineffabili che non smetteremo mai di tornarci.

Ho pensato all’abisso di bellezza che è il Creatore, ho pensato a come sarebbero stati a quell’età − cinque mesi − gli occhi del Redentore, ho pensato che probabilmente il Regno dei Cieli appartiene a coloro che sono come bambini, perché sono la prova vivente che Dio fa nuove tutte le cose, e gli bastano due occhi di bambina per rinfrescare un cuore.

Figlia di Dio

Poche ore dopo, non ebbi altra scelta che svegliare Elena in modo brusco: versandole dell’acqua sulla testa. Aveva resistito molto bene alla Messa del suo battesimo, ma l’omelia di suo zio, che era sacerdote, probabilmente aveva contribuito ad anticipare il suo pisolino. Quando giunse il momento di battezzarla nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Elena dormiva profondamente.

Fu l’unico momento di tutta la cerimonia in cui pianse: proprio nel momento in cui Dio la rese sua, in cui la trasformò in figlia di Dio. La poverina non poté fare altro che piangere, colta di sorpresa da quel risveglio così improvviso. E io, commosso nel vederla singhiozzare, un po’ contrito per aver contribuito al suo pianto, ma soprattutto grato a Dio, esultavo di gioia dentro di me al pensiero che il suo Battesimo fosse, letteralmente, una nuova nascita, lacrime incluse, come è normale quando si nasce.

Le lacrime di Cristo

E ora penso che l’acqua del Battesimo non solo evochi quella che sgorgò dal costato di Cristo, come ha interpretato per secoli la Chiesa, ma che forse, chissà, quell’acqua possa anche ricordarci le lacrime di Gesù, menzionate più volte nel Vangelo.

Riflettere sul paradosso che lei pianga mentre nella sua anima si sta compiendo un miracolo mi fa pensare che, forse, Gesù pianga di gioia ogni volta che si celebra un battesimo. E che siano proprio quelle lacrime di Cristo a purificare l’anima.

Una grazia divina

Per questo, guardare gli occhi grigi di Elena, quegli occhi abissali, è stata una grazia che difficilmente dimenticherò. Dio l’ha rinnovata attraverso l’acqua, e ha rinnovato me attraverso l’infinita scala di grigi di quel misterioso pozzo che era il suo sguardo. 

Sarà uno di quei ricordi che affioreranno all’improvviso e, senza preavviso, mi costringeranno a abbozzare un sorriso.

L'autoreLuis Miguel Bravo Álvarez

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Vaticano

La nuova voce della Santa Sede

La nomina di Montserrat Alvarado alla guida del Dicastero per la Comunicazione segna una pietra miliare storica per la Santa Sede e offre, al contempo, l’occasione per riflettere sul vero significato della comunicazione nella Chiesa: fare della comunione l’anima di ogni parola.

José María Díaz-Dorronsoro-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Ho saputo della nomina tramite un gruppo WhatsApp, che è il canale attraverso il quale qui a Roma arrivano immediatamente le notizie dalla Santa Sede. “Donna, messicana, sotto i quarant’anni e grande esperta di comunicazione ecclesiale”, riassumeva l’inviato. Montserrat Alvarado dirigerà a partire da novembre il Dicastero per la Comunicazione: la prima laica a capo di un “ministero” vaticano e la prefetta più giovane fino ad oggi. Mi sono ricordato che Joaquín Navarro-Valls All'epoca propose di essere sostituito da una donna laica. 

Raccontava lui stesso che, nel 1993, un giornalista inglese aveva scritto che a Giovanni Paolo II restavano, al massimo, quattro anni di vita. Il portavoce intervenne e disse, con quella sua eleganza da schermidore: “”A volte vengono pubblicate notizie che rispecchiano più i desideri di chi le scrive che la realtà». E la realtà, che non lesina sull’ironia, ha voluto che quel profeta morisse due anni dopo e che il malato terminale vivesse ancora per altri dodici anni. Comunicare la fede significa anche questo: correggere i desideri con i fatti, e sempre con il sorriso sulle labbra. 

Ora il desiderio di Navarro-Valls si trasforma fatto. Il Vaticano affida la propria voce a una laica, nata in Messico e con un nome che richiama una devozione mariana catalana. A me sembra una straordinaria incarnazione della cattolicità. La Chiesa non cerca propaganda; cerca una traduzione simultanea del Vangelo, e per questo è opportuno che ci sia qualcuno che parli, oltre a diverse lingue, quella lingua che permetta di ascoltare il suo messaggio.

Il resto lo spiega l’etimologia, che è la teologia degli umili: la comunicazione appartiene alla famiglia della comunione. Quando manca la seconda, la prima si trasforma in rumore. La sfida di Alvarado è formidabile, ma il compito è sempre lo stesso: che la migliore notizia della storia continui ad arrivare al momento giusto, anche in un gruppo WhatsApp.

L'autoreJosé María Díaz-Dorronsoro

Docente presso la Facoltà di Comunicazione Ecclesiastica della Pontificia Università della Santa Croce.

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Vangelo

La potenza di Dio è la misericordia. XVI domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XVI domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 19 luglio 2026.

Vitus Ntube-16 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Questa domenica proseguiamo con il metodo di insegnamento di Gesù su cui abbiamo riflettuto la settimana scorsa. Gesù continua a insegnare attraverso le parabole; infatti, come ci dice il Vangelo, “senza parabole non riusciva a comunicare loro nulla”. Attraverso questo metodo, il Signore invita i suoi ascoltatori a partecipare attivamente all’accoglienza della verità. 

Oggi, tuttavia, la nostra attenzione si concentra non solo sul metodo di insegnamento di Gesù, ma anche sul suo contenuto. Le letture ci rivelano la vera natura del potere divino. Gesù, che è il Signore, ci mostra com’è il vero potere. In un mondo che spesso associa il potere al dominio, alla forza o al controllo, Dio rivela che il vero potere si esprime, prima di tutto, nella misericordia.

Questo tema ricorre in tutte le letture di oggi. Nella prima lettura, tratta dal Libro della Sapienza, sentiamo queste parole suggestive: “E la tua maestà, più di ogni altra cosa, ti rende indulgente verso tutti. Ma tu, detentore del potere, giudichi con moderazione e ci governi con grande indulgenza”. Queste parole rivelano qualcosa di profondo sulla natura di Dio. L’onnipotenza divina non è dura né opprimente. Il suo potere si manifesta proprio nella sua pazienza, nella sua compassione e nella sua disponibilità a perdonare. 

La preghiera colletta della XXVI Domenica del Tempo Ordinario esprime magnificamente proprio questa verità: “O Dio, che manifesti la tua potenza soprattutto attraverso il perdono e la misericordia…” Il Vangelo ci presenta tre parabole sul Regno: il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito. Tuttavia, i discepoli tornano da Gesù particolarmente preoccupati per la parabola della zizzania tra il grano. Forse li inquietava la presenza del male, o forse erano sconcertati dalla pazienza del padrone del campo. I servi chiedono se debbano strappare immediatamente la zizzania. Ma il padrone risponde: “No, perché raccogliendo la zizzania potreste strappare anche il grano. Lasciateli crescere insieme fino al momento del raccolto".

Qui vediamo la saggezza e la pazienza di Dio. Il Signore non agisce con precipitazione. Nella sua misericordia, concede tempo per il pentimento. Offre spazio per la conversione. La pazienza di Dio non è indifferenza di fronte al male; è piuttosto il suo desiderio amorevole che i peccatori tornino a Lui e vivano.

San Josemaría Escrivá una volta utilizzò una bellissima immagine durante un viaggio in Argentina. Diceva che Dio non è come un cacciatore alla ricerca di una preda. È come un giardiniere che si prende amorevolmente cura dei propri fiori: li innaffia, li protegge e li cura con pazienza. E solo quando il fiore raggiunge la sua pienezza e bellezza, il giardiniere lo raccoglie. Allo stesso modo, Dio opera con pazienza nelle nostre anime finché non sono pronte per la vita eterna.

Vaticano

L’IOR, ovvero la «Banca Vaticana», avrà un nuovo direttore generale: Giovanni Boscia

Boscia subentra a Gian Franco Mammì, che va in pensione per raggiunti limiti di età dopo undici anni alla guida dell’Istituto per le Opere di Religione.

Redazione Omnes-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il Istituto per le Opere di Religione (IOR) ha annunciato la nomina di Giovanni Boscia, finora vicedirettore generale, a prossimo direttore generale. Boscia assumerà l'incarico il 1° ottobre.

Tale nomina è stata decisa dal Consiglio di vigilanza dell’Istituto e approvata dalla Commissione dei Cardinali supervisori dello IOR.

Giovani Boscia, un profilo professionale «dall’interno»

Boscia non è nuovo alla cosiddetta «banca vaticana», di cui faceva parte già dal 2019. All’IOR, Boscia ha ricoperto i ruoli di direttore finanziario e CFO; nel 2021 ha assunto anche la responsabilità della gestione patrimoniale in qualità di direttore degli investimenti; e, dal 2023, ricopriva la carica di vicedirettore generale.

Secondo il comunicato diffuso dal IOR e resa nota dai media vaticani, la nomina di Giovanni Boscia «riflette una solida struttura di governo basata su una chiara distinzione tra gli organi di vigilanza, di governo e di gestione, e concepita per garantire trasparenza e stabilità».

Oltre al suo lavoro nel IOR; Boscia vanta trent'anni di esperienza nei mercati finanziari internazionali presso istituzioni quali Salomon Brothers, Citigroup, RBS e Credit Suisse First Boston. La sua carriera si è svolta principalmente a Londra, presso importanti banche d'investimento e in qualità di gestore senior di portafogli di fondi alternativi.

Prima di entrare a far parte dell’IOR, Boscia è stato direttore del settore Titoli a reddito fisso e Credito presso Quaestio Capital SGR. Si è laureato con lode presso l’Università Bocconi e ha conseguito un master in Finanza e un MBA Executive presso la London Business School.

Uno IOR «rinnovato e trasparente»

L’ex direttore generale dell’IOR, Gian Franco Mammì, ha auspicato che il suo successore «prosegua il percorso che abbiamo condiviso finora con unità, prudenza e lungimiranza, rimanendo fedele alla missione dell’Istituto».

Un percorso, secondo Mammí, in cui spicca «l’intenso ed esigente processo di rinnovamento e adeguamento alle normative internazionali del settore finanziario».

Il direttore uscente ha sottolineato di lasciare un «Istituto solido e trasparente, pienamente riconosciuto a livello internazionale» e ha voluto ringraziare i pontefici per la fiducia riposta nella sua gestione.

L'IOR

Denominato «banca vaticana», sebbene presenti alcune differenze operative rispetto alle istituzioni finanziarie tradizionali, l’IOR è l’unica istituzione autorizzata a svolgere attività finanziarie professionali nello Stato della Città del Vaticano.

A tal proposito, «offre ai propri clienti servizi bancari e di investimento, gestendo il patrimonio che le viene affidato in conformità con la Dottrina sociale della Chiesa cattolica e con i più elevati standard internazionali».

Attualmente conta oltre 12.000 clienti che appartengono alla Chiesa cattolica o lavorano al suo servizio, in più di 110 paesi in tutto il mondo.

Risorse

La «Critica della ragione pratica» di Immanuel Kant

Proseguimento della serie di articoli dedicati alle opere principali dei più importanti autori moderni e contemporanei, dopo le analisi su Cartesio, Locke e Hume.
 

Ignacio Sols-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Una versione più estesa di questo articolo è disponibile trovarsi qui.


A) Esposizione

Fu Alfred North Whitehead ad affermare che la filosofia occidentale non è altro che una serie di note a piè di pagina dei Dialoghi di Platone. Forse è un’esagerazione, ma credo che ai Dialoghi mancasse solo l’idea della Critica della Ragione Pratica, e che se mi fosse permesso di salvare solo due libri di filosofia in caso di naufragio, salverei i *Dialoghi* e la *Critica*.

Nella precedente Critica della Ragione Pura, La realtà di Dio non è stata esclusa, ma rimane una possibilità, poiché l’idea di Dio viene considerata come un apriorismo o un’idea pura della nostra ragione speculativa. Forse l’autore era consapevole che non avrebbe avuto vita abbastanza lunga per scrivere questa seconda critica, che controbatte l’apparente agnosticismo della prima, poiché annuncia la sua tesi nell’osservazione, verso la fine, secondo cui non è che questo sia il mio dovere perché Dio me lo comanda, ma piuttosto, poiché so che questo è il mio dovere, so che esiste un Dio e che me lo comanda.

Iniziamo questa seconda Critica partendo dall’ovvio, ovvero da ciò su cui tutte le scuole etiche concordano: la volontà tende al bene, ovvero chiunque agisca, lo fa per un bene, poiché persino un omicidio viene commesso perché la ragione, nel suo uso pratico, ha determinato la volontà dell’assassino presentandogli il possibile crimine come un bene.

Queste decisioni della nostra volontà nella ragione pratica possono essere massime personali – che non consideriamo un obbligo per tutti –, come ad esempio il proposito di fare ginnastica di prima mattina, oppure massime universali o norme morali, quelle che riteniamo vincolanti per tutti. Si tratta di una ragione pratica che è pura, cioè a priori e quindi universale, poiché fa parte della natura umana, dove “a priori” significa che è anteriore a qualsiasi disposizione concreta della nostra ragione pratica, come il proposito di fare ginnastica. E quando diciamo che è pura volontà, intendiamo dire che è presente come norma di tutte le nostre volontà concrete. 

I dettami della ragione pratica pura non sono dimostrabili, non possono essere dedotti da altre conoscenze precedenti, poiché, al contrario, ci servono come punto di partenza per dimostrare la moralità delle nostre azioni concrete.

Il più universale di questi dettami è l’imperativo categorico, quello che riassume la legge morale nella nostra coscienza come forma a priori delle nostre azioni, quella norma morale di cui tutte le altre sono concretizzazioni:

 "”Agisci in modo tale che il massimo della tua volontà possa valere sempre allo stesso tempo, come principio di una legislazione universale» 

In altre parole, fa“ che il tuo comportamento sia la norma universale. È la regola d’oro di Gesù, in cui sono racchiusi la legge e i profeti, ma in una versione filosofica che ne sottolinea l’universalità, poiché il ”come vorresti che gli altri agissero con te“ di Gesù equivale al ”come ritieni che tutti dovrebbero agire» nell’espressione kantiana.

Ad esempio, riguardo all’inganno: “ognuno sa che se si concede segretamente di ingannare, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve subito avere tutti contro di sé con lo stesso atteggiamento. Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune, poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più banali”.

La domanda che sorge immediatamente dopo è: perché la legge morale è vincolante? Ogni uomo lo sa: perché è il mio dovere. La sua forza coercitiva si basa sul sentimento: un inesorabile sentimento di disprezzo verso se stessi se si agisce contrariamente al proprio dovere, e un sentimento altrettanto inesorabile di rispetto verso gli altri quando adempiono al loro: “Di fronte a un uomo di condizione umile e ordinaria in cui percepisco una rettitudine di carattere in misura di cui non ho coscienza in me stesso, inclinerò il mio spirito, che lo voglia o no, e questo anche se tenessi alta la testa per ricordargli la mia superiorità (…) Il rispetto è il tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no”. Quest’ultima precisazione – “che lo vogliamo o no” – è proprio la ragione per cui si tratta di un apriorismo della volontà.

Si ripropone la questione che storicamente ha contraddistinto i sistemi etici in filosofia: quale sia il Bene Supremo, ovvero quale sia l’obiettivo finale delle azioni degli uomini, se la ricerca della virtù o la ricerca della felicità. Epicuro, tre secoli prima di Cristo, rispose che l’uomo tende o deve tendere alla felicità, ma non per questo sminuì l’importanza della virtù, poiché riteneva che la vita virtuosa fosse il modo per raggiungere la felicità. Subito dopo, gli stoici videro nella virtù il fine ultimo, il Bene Supremo a cui l’uomo deve tendere, mentre la felicità rimaneva una conseguenza – una sorta di ricompensa della natura – di una vita virtuosa.

Immanuel si opporrà con forza a entrambe le scuole di pensiero, negando l’equazione da esse sostenuta secondo cui “vita virtuosa = vita felice”, e a tal fine cita l’esempio di un cortigiano di Enrico VIII. Il re gli chiese di testimoniare falsamente contro Anna Bolena, per poterla così condannare al patibolo e sposare Jane Seymour. Il cortigiano non acconsentì, e il re si vendicò trovando persone che testimoniarono falsamente contro di lui con prove di tale realismo che persino i suoi stessi familiari le credettero. Salendo i gradini del patibolo, quel cortigiano avrebbe ritenuto di aver agito con virtù? Sì, senza dubbio. Avrebbe considerato felice la propria vita? Senza dubbio no, e questo dimostra che la virtù non porta sempre alla felicità. Ma avrebbe salito i gradini “soddisfatto di sé stesso”, e avrebbe ripetuto la sua azione. (Emily Dickinson: “La mia anima – mi accusava – ed era un tormento / come se lingue di diamante mi insultassero. / Tutti gli altri mi accusavano – e io sorridevo – / La mia anima – quella mattina – era mia amica –“)

È così che Kant ritiene che sia gli epicurei che gli stoici, equiparando virtù e felicità, abbiano perso la consapevolezza di Dio e dell’immortalità dell’anima, quella che l’uomo riceve nella sua coscienza del dovere e nel suo intimo desiderio di felicità. È così che, nella ragione pratica, Kant recupera la consapevolezza intima della realtà di Dio, di un Dio che stabilisce le leggi e ricompensa il nostro libero agire, nei confronti del quale siamo moralmente responsabili: il Dio della religione. Questo spiega perché Dio, la libertà (causalità) e l’immortalità rimangano solo come possibilità quando, nella precedente critica, trattò della ragione speculativa: “Non posso, infatti, accettare Dio, la libertà e l’immortalità a sostegno del necessario uso pratico della mia ragione senza privare, al contempo, la ragione speculativa della sua pretesa di conoscenze esagerate (…) Ho dovuto quindi eliminare il sar per fare spazio alla fede” (il sottolineato è dello stesso Kant).

 “Lasciare spazio alla fede”: ecco perché Dio è apparso solo come idea a priori nella nostra mente, in una Critica della ragion pura in cui non è stato detto nulla sulla sua realtà, né nulla in suo sfavore; è rimasta solo come una possibilità. Lo stesso vale per le nozioni di Io e Mondo, e per quell’interazione tra entrambi che è la causalità: il mondo provoca le impressioni che danno inizio alla mia conoscenza di esso, e io sono la vera causa, e quindi responsabile della mia azione sul mondo, e di conseguenza moralmente responsabile. Pertanto, anche la libertà era rimasta una mera possibilità nella precedente Recensione e viene ora recuperata nella Critica della ragione pratica. 

E giunto a questo punto, il pio prussiano si chiede se la natura non abbia agito da matrigna nel presentarci la realtà di Dio e dell’immortalità dell’anima solo nell’azione, lasciandole fuori dalla portata della nostra ragione speculativa. Risponde in modo approfondito che essa ha agito piuttosto come una madre provvidente, poiché altrimenti il motore delle nostre azioni sarebbe stato il desiderio della ricompensa, anziché il nobile e disinteressato senso del dovere. 

Questa etica del tutto nuova e prodigiosa, che ha caratterizzato il meglio dello spirito tedesco – non certo promotore del nazionalsocialismo, ma lo spirito che ha dovuto subirlo – si conclude con una “metodologia della ragione pratica” estremamente stimolante per il nostro lavoro di educatori. Essa osserva che tutti noi nutriamo un innato interesse per la morale (ci addormentiamo durante un discorso sull’etica, ma non appena viene citato un caso pratico ci risvegliamo, poiché questo sì che interessa a tutti). La metodologia, quindi, per educare la ragione pratica, non deve consistere nell’insegnare cosa è morale e cosa non lo è – poiché questo il giovane lo sa già – ma in racconti dal contenuto morale. Così, ad esempio, quel racconto su re Enrico, Anna Bolena e il cortigiano, in cui il giovane che lo ascolta scopre – senza che nessuno debba dirglielo – dove sta il bene e dove il male, dove l’eroismo e dove l’ignominia, e lo imprimerà fin da subito nel proprio cuore.

L'opera giunge al termine. Al lettore che ha letto quella Critica della Ragione Pura dove è stata valutata la sua conoscenza del mondo esterno e delle sue leggi, e che ora ha letto questo Critica della Ragione Pratica È proprio a questo mondo interiore e alla comprensione delle sue leggi che Immanuel Kant rivolge le sue indimenticabili parole conclusive: 

“Due realtà riempiono l’animo di un’ammirazione e di un rispetto sempre nuovi e crescenti, tanto più quanto più spesso e attentamente la riflessione si sofferma su di esse: sopra di me, il cielo stellato; dentro di me, la legge morale”.

B) Critica

È difficile criticare l’unico libro di filosofia sulle cui pagine si sono versate le proprie lacrime, ma, come Socrate in quel discorso sull’Amore alla fine del Simposio, non tralascerò ciò che trovo di negativo in essa – ciò equivarrebbe a elogiarla, mentre qui si cerca solo la verità –, né tralascerò gli aspetti positivi, come se volessi prendere le distanze dall’onestà del filosofo tedesco.

Per cominciare, diciamo che la proposta avanzata da Kant di accedere alla divinità, all’immortalità dell’anima e a quella libertà per la quale siamo moralmente responsabili, attraverso un nuovo percorso filosofico essenzialmente diverso da quelli considerati nel pensiero antico e nella Scolastica. Al di là dell’accesso a Dio attraverso l’essere e l’ordine che troviamo in natura, ci troviamo di fronte alla conoscenza che abbiamo di Lui nell’ordine morale. La via seguita fin dall’antichità era stata la versione filosofica di Romani 1, 20: ”Quando i pagani, privi della Legge, adempiono naturalmente i precetti della Legge, questi uomini, pur non possedendo la Legge, rimangono nella legge”. Essi dimostrano la realtà di questa legge inscritta nel cuore, confermata dalla testimonianza della loro coscienza, così come dai giudizi interiori di approvazione o di lode che gli uni esprimono verso gli altri” La via che ora Immanuel Kant introduce nella filosofia sarà invece un’eco di Romani 2, 14-16: ”Quando i pagani, privi della Legge, osservano naturalmente i precetti della Legge, questi uomini, pur non possedendo la Legge, rimangono nella legge. Essi dimostrano la realtà di questa legge scritta nel cuore, confermata dalla testimonianza della loro coscienza, nonché dai giudizi interiori di approvazione o di lode che gli uni esprimono sugli altri, e così sarà nel giorno in cui, secondo il mio Vangelo, Dio giudicherà le cose segrete degli uomini, per mezzo di Gesù Cristo».

Ma non posso tacere che per la filosofia si è rivelato devastante il fatto che Kant – con un evidente orientamento luterano – abbia dichiarato che le realtà di Dio, del mondo e di sé stessi come inaccessibili alla ragione speculativa, apparendo in essa come idee pure o preconcette della ragione, non come qualcosa di cui ci dia notizia la realtà esterna. Si potrebbe obiettare che ciò non sia importante, poiché Kant recupera queste realtà nella ragione pratica, ma non si tratta di un gioco a somma zero tra positivo e negativo: ciò che rimane alla fine del suo percorso filosofico è che l’essere appare sul terreno della volontà, per cui la volontà finisce per occupare il posto dell’essere. Questo sarà il gesto implicito nei filosofi contemporanei che lo seguiranno, quando Schopenhauer vedrà il mondo come volontà – essendo la volontà ciò che si rappresenta nella conoscenza –, quando Marx dirà che il mondo non va spiegato ma trasformato, e quando Nietzsche si libererà della filosofia per abbracciare la volontà di potenza.

Intorno alla concezione kantiana della legge morale come apriorismo della volontà – la legge inscritta nei nostri cuori, secondo la citazione paolina – è emersa una divisione tra gli attuali interpreti del tomismo, a seconda che considerino l’Aquinate più vicino all’antico Aristotele o al moderno Kant. I tomisti più aristotelici sostengono che la legge naturale risieda nell’essere – da cui il suo nome, poiché è nella natura – e che noi la riconosciamo quando conosciamo l’essere, come ciò che conviene all’ordine naturale delle cose, essendo questa la guida del nostro discorso morale. I più vicini a Kant, invece – in genere i tomisti di origine tedesca – considerano tale posizione pagana e lontana dallo spirito del passo di Romani 2, 14-16. Per loro, Tommaso parla di legge naturale perché essa è insita nella natura umana come una luce che illumina ciò che conosciamo, per farci vedere la sua ragione o specie morale (così come l’intelletto agente illumina ciò che percepiamo per renderlo “specie intelligibile”). A sostegno di ciò citano la Somma Teologica, 1-2, questione 94, articolo 2:

“Molti dicono: “Chi ci mostrerà il bene?“” E in risposta a questa domanda, [il Salmo 4,6] dice: «La luce del tuo volto, Signore, è rimasta impressa nelle nostre menti», come se la luce della ragione naturale, grazie alla quale distinguiamo il bene dal male – tale è lo scopo della legge naturale –, non fosse altro che l’impronta della luce divina in noi. È quindi evidente che la legge naturale non è altro che la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale.  

La commissione teologica internazionale è intervenuta sulla questione dando ragione in parte a entrambe le interpretazioni del tomismo: ricorda la distinzione tra norme morali primarie e secondarie, ovvero tra i dettami generali della coscienza e quelli più particolari in cui la coscienza deve determinare la ragione morale di situazioni concrete. Le prime sarebbero, sì, l’innato della legge morale impressa nei nostri cuori, ma per le seconde dovremmo ragionare sulle applicazioni concrete di tali dettami generali, poiché non esiste un Jiminy Cricket nella nostra coscienza che ci dica in ogni momento cosa dobbiamo fare, senza che dobbiamo fermarci a riflettere. 

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Che sfacciataggine!

"La sfacciataggine è ormai diventata una professione. Il successo dell'individualismo è dimostrato dal fatto che ormai nessun atto, per quanto vergognoso possa essere, ti mette in pericolo, perché ci sarà sempre un gruppo pronto a sostenerti incondizionatamente e persino a pagarti per questo".

15 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Non so se scrivere questo articolo o meno. Mi vergogno di fare una gaffe, mi vergogno di avere torto e di espormi pubblicamente, mi vergogno di non esprimermi bene o di non farmi capire. Mi vergogno di parlare della vergogna e di dire che non ne rimane più traccia.

Sembrerò un vecchio se parlo di un sentimento che, per molti, è servito solo alla repressione e al controllo della morale pubblica? O sarà necessario superare l’imbarazzo di parlare di un argomento di cui ormai nessuno parla più per vergogna, anche solo affinché lo storico che mi leggerà nel secolo a venire sappia che c’era una cerchia che credeva ancora nella sua funzione sociale?

Gli antropologi sostengono che la vergogna abbia una chiara origine evolutiva e che, grazie ad essa, la specie sia sopravvissuta per centinaia di migliaia di anni. Il motivo è semplice: l’essere umano è un essere sociale e, al di fuori del gruppo, la sua sopravvivenza è molto complicata, le possibilità di sopravvivere diminuiscono drasticamente. Pertanto, un comportamento antisociale, come un affronto al gruppo, un inganno o una mancanza di rispetto, comporterebbe l’esilio e la morte quasi certa dell’individuo, che non potrebbe più contare sulle risorse e sulla protezione del gruppo. I più adatti sarebbero coloro che, in modo naturale, quasi istintivo, saprebbero non esporsi al giudizio negativo del gruppo, mantenendone così l’unità e aumentando il suo tasso di sopravvivenza. Che ciò faccia parte della natura umana lo vediamo nei bambini piccoli. Non appena raggiungono l’età per rendersi conto di non essere gli unici esseri nell’universo, ma di vivere in comunità, si rifugiano tra le braccia dei genitori e abbassano la testa quando si sentono al centro dell’attenzione di fronte a un gruppo di adulti che non conoscono. Piuttosto che esporsi al giudizio negativo del gruppo, è meglio fuggire o nascondersi.

La vergogna è sgradevole per le persone normali. Tanto che – sicuramente vi sarà capitato – dopo una caduta accidentale in pubblico, ci preoccupa di più l’aver fatto brutta figura che la gravità della ferita che potremmo aver riportato. Tutti minimizziamo esageratamente la caduta mentre cerchiamo di ricomporci nel modo più dignitoso possibile, con un sorriso sulle labbra, e scappiamo via di corsa mentre nascondiamo con eleganza la momentanea zoppia. 

Ma quel senso di vergogna che provavano le persone normali, se ci fate caso, si è perso poco a poco in Occidente. Non so se sia iniziato con quei programmi di video amatoriali in cui la gente inviava senza vergogna le proprie cadute e i propri incidenti, ma il fatto è che i social sono ormai pieni di sfide assurde in cui la gente si espone a ogni genere di cadute o torture al solo scopo di far ridere la gente. C’è anche chi trae profitto dall’esibire sui social le proprie vergogne di ogni tipo (fisiche o sentimentali) con totale disinibizione. Possiamo affermare con certezza che la sfacciataggine è ormai diventata una professione. Il successo dell’individualismo è dimostrato dal fatto che ormai nessun atto, per quanto vergognoso possa essere, ti mette in pericolo, perché ci sarà sempre un gruppo pronto a sostenerti incondizionatamente e persino a pagarti per questo.

Una società frammentata come la nostra perde la capacità di reagire, di protestare collettivamente, e ormai accettiamo tutto senza battere ciglio. 

Di questo approfittano i governanti che ormai mettono in mostra, senza alcun pudore, i loro intrighi e le loro corruzioni, sapendo bene che nessuno li caccerà via perché hanno il loro «gruppo» che copre le loro vergogne. Il massimo esponente di questa «nuova politica» è il presidente degli Stati Uniti che, tra le tante altre cose, ha raccontato, con grande sfacciataggine, come è riuscito a barare ai Mondiali. Non c’è più nemmeno bisogno di nascondersi quando si fa qualcosa di indegno, ce lo raccontano in conferenza stampa. E che dire della situazione del governo spagnolo, circondato da casi di corruzione ai livelli più alti? Vedete facce preoccupate? Che espressione avreste voi se foste colti in quella stessa situazione? Non direste forse «che la terra mi inghiottisca»? Persino tra i cristiani c’è chi ostenta la propria superbia ideologica, per nulla evangelica, senza curarsi minimamente di essere espulsi dalla famiglia e dello scandalo contro cui Gesù ci ha messo in guardia con tanta serietà. E lo fanno in modo pubblico e provocatorio. Bisogna proprio avere una bella faccia tosta!

Io, tuttavia, resto dalla parte di coloro che provano ancora un senso di vergogna. Con coloro che, con umiltà, riconoscono di poter sbagliare, riconoscono l’autorità del gruppo a cui appartengono e chiedono perdono quando loro o chi dipende da loro commette un errore. Anche quando le colpe sono state commesse molti anni o secoli fa. Lo hanno fatto gli ultimi papi di fronte ai casi di abusi di ogni tipo. Con il loro atteggiamento coraggioso sottolineano ciò che conta: che il bene comune è superiore a quello dell’individuo (senza annullarlo) e che non siamo figli unici, ma fratelli, figli dello stesso Padre che vede ogni nostra azione. Sono loro a farmi perdere il timore di dirlo forte e chiaro: che vergogna!

L'autoreAntonio Moreno

Giornalista. Laurea in Scienze della Comunicazione e laurea in Scienze Religiose. Lavora nella Delegazione diocesana dei media di Malaga. I suoi numerosi "thread" su Twitter sulla fede e sulla vita quotidiana sono molto popolari.

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La «Critica della ragione pratica» di Kant

Prosegue la serie di articoli dedicati alle opere principali dei più importanti autori moderni e contemporanei, dopo quelle dedicate a Cartesio, Locke e Hume.

Ignacio Sols-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 28 minuti

Una versione più breve di questo articolo può trovarsi qui.


«La mia anima» – mi rimproverò – «E io mi scoraggiai» –

Come le «Lingue di diamante» avevano inveito

Tutti mi accusavano – e io sorridevo –

La mia anima – quella mattina – era mia amica –

Il suo favore — è il miglior disprezzo

Verso l’artificio del tempo – o degli uomini —

Ma il suo disprezzo… sarebbe più facile da sopportare

Un dito di fuoco smaltato—

Emily Dickinson

(La mia anima — mi accusò — ed era un tormento —

come se lingue di diamante si fossero ribellate.

Tutti gli altri mi accusavano — e io sorridevo —

La mia anima —quella mattina— era mia amica—

Il suo favore — è il miglior disprezzo

verso l'artificio del tempo — o degli uomini —

Ma il suo disprezzo — preferirei sopportare

un dito di ferro incandescente— )

“Agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa valere in ogni momento anche come principio di una legislazione universale”. Immanuel Kant

(Agisci in modo tale che le massime della tua volontà fungano al tempo stesso da principio di una legge generale)


A) Esposizione 

È un luogo comune in filosofia che chiunque agisca, anche chi commette il crimine più grave, lo faccia per un bene, cioè per qualcosa che, in qualche modo, ha inteso – a torto o a ragione – come un bene per sé.  La questione morale non è, quindi, se tendiamo o meno al bene – cosa indubbia – ma a cosa attribuiamo la ragione del bene, cioè a cosa la nostra ragione, nel suo uso pratico, presenta alla volontà come un bene proprio (l’uso pratico della ragione si contrappone al suo uso speculativo, cioè all’uso mediante il quale ci limitiamo a conoscere la verità delle cose, senza alcun riferimento a come dobbiamo agire su di esse. La sottile distinzione tra ragione pratica e volontà è piuttosto tomista. In vari passaggi del libro di Kant risulta chiaro che per questo filosofo “ragione pratica” è sinonimo di “volontà”)

Le determinazioni della nostra ragione, nel suo uso pratico sulla nostra volontà, sono di due tipi: possono essere massime personali, cioè risoluzioni che adottiamo come nostri modi di agire (Kant cita come esempio la massima di lavorare e risparmiare in gioventù per non soffrire la miseria nella vecchiaia); oppure possono essere norme morali che possiamo anche chiamare leggi morali, poiché sono universali: sono quei modi di comportarsi con cui la nostra ragione pratica ritiene che ogni persona debba agire. Queste sono, quindi, astratte e a priori, vale a dire che non si tratta del desiderio di qualcosa di concreto e conosciuto nella nostra esperienza, ma di una determinazione con cui la ragione pratica orienta la nostra volontà verso un modo di agire in generale. La loro stessa forma, grazie alla quale possono essere proposte come principio di una legislazione universale, le rende, di per sé, leggi pratiche, e la libertà di questa volontà pura risiede nella sua indipendenza dalle condizioni materiali che differenziano gli individui tra loro. Si tratta quindi di ragione pratica pura, ovvero precedente a qualsiasi ordinamento concreto della nostra ragione pratica. È una volontà pura in noi, nel senso che è una norma che deve ordinare le nostre volizioni concrete. I dettami di questa ragione pratica pura non sono dimostrabili, nel senso che non possiamo dedurli da altre conoscenze precedenti, ma, al contrario, ci servono come punto di partenza per dimostrare la moralità di azioni concrete.  

Il più universale di questi precetti è quello che Kant definisce “Legge fondamentale della ragione pratica pura”, ovvero la prima legge morale che la nostra coscienza ci impone come imperativo categorico, cioè senza alcuna dimostrazione, ma, al contrario, da essa si possono dedurre tutte le altre leggi morali, al punto che essa può essere considerata la forma di qualsiasi legge morale:

“Agisci in modo tale che il massimo della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale»

In altre parole, agisci in modo che il tuo comportamento possa essere proposto come norma universale, o, in parole povere: come ritieni che tutti dovrebbero comportarsi. Per renderci l’idea, osserviamo che non è altro che un altro modo di formulare quella regola d’oro nella quale, secondo Gesù, si riassumono la Legge e i Profeti: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”. Infatti, questa regola d’oro si ritrova, tale e quale, nell’insegnamento morale di tutte le grandi religioni, tanto da essere considerata la forma di ogni norma morale. San Girolamo lo spiega molto bene: “La giustizia è il giudizio di Dio che scrive nel cuore del genere umano: ciò che non vorresti ti fosse fatto, non farlo tu agli altri”.  Chi non sa che l’omicidio, l’adulterio, i furti e ogni sorta di cupidigia sono il male che non vorremmo ci fosse inflitto? Se non sapessimo tutti che queste cose sono cattive, nessuno si lamenterebbe quando gliele fanno»

Tuttavia, Kant, ovviamente, espone questo principio in modo tale da riflettere il più possibile l’universalità della norma, poiché l’universalità è un tema fondamentale in tutto il pensiero kantiano. Infatti, quando mi chiedo se vorrei che quel modo concreto di agire fosse il modo in cui gli altri agissero sempre nei miei confronti, ciò che in realtà mi sto chiedendo è se vorrei che tutti gli uomini, e sempre in generale, agissero in quel modo. La risposta che diamo a questa domanda costituisce la moralità di tale azione.

Riguardo al modo in cui questa legge morale prima e generale funge da modello per tutte le altre, Kant afferma che, quando ci chiediamo se una norma di comportamento sia universalizzabile, ciò che in realtà ci chiediamo è se il fatto che tutti agissero in quel modo distruggerebbe la natura stessa dell’agire umano, ad esempio il fatto che tutti mentissero sistematicamente. Non c’è dubbio che ciò distruggerebbe le nostre relazioni. La società stessa degli uomini sarebbe impossibile. La menzogna è, quindi, immorale.

“Come! Ma sì...» ognuno se si permettesse di ingannare quando ritiene di trarne un vantaggio, o si ritenesse autorizzato ad abbreviare la propria vita non appena ne prova un totale disgusto, o guardasse alla miseria altrui con totale indifferenza e tu facessi parte di una società del genere, ti troveresti in essa di tua spontanea volontà?  Ora, ognuno sa che se si concede segretamente di ingannare, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve avere subito tutti contro di sé in quella stessa disposizione… Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune; poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più ordinari…” 

Pertanto, non è che la legge morale ci dica cosa è bene o cosa è male, né che tenda verso il bene o verso il male, ma piuttosto che è bene o male ciò che la coscienza, nel suo giudizio morale, ci impone o ci ordina di rifiutare, ordinando così la nostra molteplicità di desideri.  

E qual è il motivo per cui la legge morale mi obbliga? Ogni uomo lo sa: perché è mio dovere. La sua forza coercitiva consiste nel fatto che, se agissi diversamente, non potrei evitare in me stesso il sentimento di disprezzo verso me stesso. Il dovere costringe la ragione come un’approvazione o una disapprovazione di noi stessi, a seconda di come agiamo; come un sentimento, sì, ma non di piacere, bensì un sentimento di rispetto di fronte a un certo modo di comportarsi, di fronte a un esempio che ha carattere universale e umilia l’egoismo particolaristico di altri comportamenti. È il comportamento che, visto negli altri, anche nelle persone di condizione più umile, forse nei propri subordinati, suscita persino nel più potente un sentimento, forse inconfessato, di rispetto. È l’inevitabile rispetto che ci merita l’universalità che cogliamo in quel modo concreto di agire: è così che tutti, e anch’io, dovremmo agire.  È il rispetto innato verso quell’universalità che i nostri comportamenti meschini e interessati non riescono a raggiungere, comportamenti che osiamo sì mettere in atto, ma che non oseremmo mai proporre come universali, né proporre che gli altri facessero lo stesso con noi. È l’intima umiliazione del potente che non può fare a meno di riconoscere, nel profondo del suo cuore, e forse suo grande dispiacere, la superiorità di un’azione che non può fare a meno di ammirare, mentre allo stesso tempo disprezza se stesso. 

In effetti, non tutti riusciamo a raggiungere la felicità, ma tutti possiamo adempiere al nostro dovere: “Soddisfare il precetto categorico della moralità è alla portata di chiunque; soddisfare invece il precetto empirico e condizionato della felicità è raramente possibile, e anche in tal caso solo per quanto riguarda un unico intento” 

Kant esprime tutto ciò anche in termini più filosofici – e chi lo capisce lo capisca – ma senza aggiungere molto di più a quanto già espresso in questi termini semplici. Ricordiamo che egli aveva precedentemente affermato, nella sua Critica della ragione speculativa, che la nostra conoscenza speculativa si realizza attraverso forme a priori della nostra stessa facoltà di conoscere, forme che sono quindi universali, valide per tutti, poiché tutti possediamo la stessa facoltà di conoscere.  Sono “a priori” perché non sono ottenute da alcuna esperienza, ma sono innate in noi, e sono “forme” perché costituiscono in qualche modo la forma – o meglio “danno forma” – di ogni esperienza. Nell’ambito della conoscenza sensibile, ovvero della conoscenza tramite immagini o intuizioni, queste forme a priori, che devono quindi essere chiamate intuizioni pure, sono lo spazio e il tempo;  nell’ambito dell’intelletto, cioè della conoscenza per concetti, le forme a priori di tale facoltà, o concetti puri, sono ciò che la filosofia aveva finora chiamato categorie, ovvero modi di predicare (kategorein = accusare, dire qualcosa di qualcuno o di qualcosa);  tra queste vi era la categoria filosoficamente principale della causalità, baluardo della filosofia classica abbattuto nella filosofia immediatamente precedente a Kant da David Hume; e infine, in quel conoscere speculativo superiore che è la nostra ragione – il nostro conoscere tramite idee – si presentano anche tre apriorismi o idee pure: Il Mondo, vale a dire l’unità o l’armonia in tutto ciò che è esterno a me, l’unità che presuppongo e la cui ricerca costituisce il mio tentativo di comprensione. Io, cioè la mia unità, quella che si realizza in me, poiché sono uno, non sono centocinquanta. E Dio, il garante dell’unità tra il Mondo e me, cioè il garante del fatto che la facoltà di conoscenza che mi è stata data non sia stata ingannevole – il tema preferito di Cartesio.  Ebbene, l’argomento del libro che stiamo ora commentando, la seconda Critica di Kant, è che l’apriorismo si manifesta anche nella ragione pratica, cioè nella volontà umana. Quell’apriorismo o volontà pura che si manifesta in noi senza essere diretta verso alcun oggetto concreto ma in generale, è la legge morale.  

Si tratta dell’imperativo categorico che è in noi, che non deriva da nulla né è subordinato a nulla, ma che, al contrario, comanda alla volontà attraverso il senso del dovere innato nell’uomo, senso del dovere dal quale l’uomo non può distaccarsi (e talvolta, anche suo malgrado); è un apriorismo della ragione pratica, che trova qui anche la ragione della sua universalità; ed è la forma di ogni determinazione concreta della nostra volontà.  Proseguendo con questo parallelismo, Kant osserva che il ruolo di tale apriorismo era passivo nella ragione speculativa, nel senso che ci serviva per quell’osservazione passiva della realtà che è la conoscenza di ciò che ci giunge attraverso i sensi.  Al contrario, il ruolo dell’apriorismo ora, nell’ambito della ragione pratica, è attivo, poiché determina la volontà in quella creazione di realtà che sono le nostre azioni.   

Kant affronta quindi la questione che ha contraddistinto i principali sistemi etici proposti in filosofia. In linea generale, vi è consenso sul fatto che l’oggetto della volontà sia il Bene, per la definizione stessa di questo concetto. In questo senso, l’oggetto primario della volontà deve essere definito Bene Supremo, ovvero colui la cui perseguimento come fine ultimo è il motore primo di ogni agire umano, è ciò la cui ricerca determina la volontà in ogni azione concreta. Ma le diverse scuole morali si sono differenziate nella loro concezione della natura di questo Bene Supremo.

Kant ricorda che gli epicurei individuavano il Bene Supremo della volontà nella Felicità.  La felicità è, per loro, ciò che ogni uomo cerca in ultima analisi con le proprie azioni, e ciò non deve essere interpretato in un senso slegato dalla ricerca della virtù, poiché è attraverso una vita virtuosa che si giunge a raggiungere la felicità. 

Gli stoici, invece, individuavano il Bene Supremo nella Virtù, giungendo a posizioni simili a quelle degli epicurei, poiché anche loro equiparavano la vita virtuosa alla vita felice, considerando la felicità come la conseguenza inevitabile della virtù. 

Entrambi, infatti, concordavano nel equiparare la Felicità alla Virtù, considerando la prima come una conseguenza della seconda; ma gli epicurei individuavano il Bene Supremo nella Felicità, e affermavano che per raggiungerla dobbiamo agire con Virtù; mentre gli stoici individuarono il Bene Supremo nella Felicità, intendendo la Virtù come sua necessaria conseguenza. Vi è quindi maggiore nobiltà nella filosofia morale stoica che in quella epicurea. 

Ma in ogni caso, e considerando entrambe le scuole morali, Kant ritiene che entrambe abbiano sbagliato, poiché non è vero che una vita felice derivi necessariamente, in questa vita, da una vita virtuosa: chi ha vissuto con assoluta rettitudine può alla fine ritrovarsi privato di tutto e persino essere condotto al patibolo. Kant ritiene che la sua lingua madre, il tedesco, gli sia d’aiuto in quanto il «Bene» si dice «Gute», in contrapposizione al «Böse», il male, e in modo tale da distinguere con precisione il «Gute» dal «Whol», parola che significa benessere. Il fatto è che, per Kant, il Bene Supremo che la nostra coscienza morale propone alla volontà è l’Adempimento del Dovere, e se si vuole chiamare «vita virtuosa» l’adempimento del dovere, allora diciamo pure che il bene supremo è la vita virtuosa, ma in modo disinteressato e puro, senza aspettarsi in cambio nulla, senza aspettarci che ci conduca alla felicità in questa vita. 

Ci porta, tuttavia, a una sorta di analogo della felicità, e Kant è lieto di trovarne l’espressione nella propria lingua: ci porta a “essere contenti di sé stessi”.  Kant porta l’esempio di colui che non cedette alla corruzione da parte di un re (Enrico VIII), il quale voleva che testimoniasse il falso per poter così giustiziare qualcuno (Anna Bolena), e, di fronte al suo rifiuto, lo privò della carica, della ricchezza, della fama e infine persino della vita, poiché fu condannato a morte mentre veniva disprezzato da amici e familiari, poiché tutti credettero ai testimoni che egli stesso aveva chiamato contro di sé per vendicarsi. Non si può dire che la sua rettitudine sia stata ricompensata con la felicità, ma ciò che è certo è che, nel profondo del suo cuore, fosse soddisfatto di sé stesso. Salendo i gradini del patibolo, avrebbe pensato che avrebbe fatto di nuovo la stessa cosa.

Infatti, Kant sottolinea che questa concezione etica è in accordo con l’insegnamento del cristianesimo, dove il Bene Supremo della volontà, motore di tutte le sue azioni, è l’Amore per Dio sopra ogni cosa, e dove ogni virtù è tale solo se è orientata verso quel fine disinteressato che è l’amore. Per farci comprendere la coincidenza con la sua concezione etica, ci ricorda che l’amore di Dio non consiste in un’esperienza sensibile, come può avvenire nell’amore umano, ma in un movimento radicale e profondo della volontà: secondo la predicazione letterale di Gesù stesso, non ama Dio chi dice “Signore, Signore”, ma chi osserva i suoi comandamenti. Si tratta quindi dell’adempimento del nostro dovere.

Infatti, già alla fine della “Critica della ragione speculativa”, quando la nostra idea di Dio era apparsa come un mero apriorismo della ragione speculativa, era già stato accennato questo modo di recuperare la realtà di Dio nella “Ragione pratica”: non è che io sappia che questo è il mio dovere perché so che Dio me lo ha comandato. È piuttosto che so che c’è un Dio che me lo comanda, perché so che è il mio dovere. 

Nella “Critica della ragione pratica”, tuttavia, egli pone maggiormente l’accento, rispetto ad altri sistemi etici, sul tema innegabile dell’aspirazione universale alla felicità. Kant ritiene che l’errore degli epicurei e degli stoici sia stato quello di equiparare una vita felice a una vita virtuosa, cosa che, come già osservato, non avviene necessariamente in questa vita. In questo modo gli antichi persero la possibilità di risalire, proprio per questo motivo, all’esistenza di Dio, e persero anche la possibilità di dimostrare, proprio per questo motivo, l’immortalità dell’anima, come unica garanzia del compimento di quell’anelito di felicità presente in ogni uomo.  La felicità dell’anima al di là di questa vita è la ricompensa di una vita virtuosa in cui regna la coscienza. Si identificano così, sebbene solo alla fine, l’adempimento del dovere e la felicità. E così nel cristianesimo, dove las Le Beatitudini, la grande promessa di felicità di Gesù Cristo, non sono qualcosa che si realizzerà qui sulla terra, ma una speranza di eternità. Il cristianesimo, infatti, come ogni morale correttamente intesa, non è una dottrina su come essere felici, ma su come diventare degni di essere felici. E il fine ultimo dell’uomo, per i cristiani, non è in primo luogo la propria felicità, né tantomeno la propria beatitudine finale, ma è, come il fine di tutta la creazione, la gloria di Dio. 

Anche nell’ambito della ragione speculativa riprendiamo l’idea di libertà, che era stata oggetto di un’antinomia nella Critica della ragione speculativa, ovvero di una situazione di perplessità che in quella sede era stata risolta abbandonando la causalità, e quindi la nostra libertà, come una forma a priori della nostra conoscenza, piuttosto che come una realtà. Nella Critica della ragione pratica viene recuperata la causalità – che nella Critica della ragione pura era rimasta come mera possibilità – in tutta la sua realtà, poiché senza di essa non ci sarebbe responsabilità morale e non si potrebbe parlare di atti buoni o cattivi, ma tutto avrebbe lo stesso valore: Non ci sarebbe quindi alcun merito nella virtù, e di conseguenza non ci sarebbe alcuna ragione per cui la vita virtuosa venisse ricompensata con la felicità, in questa vita o nell’altra.  Immanuel Kant, in qualità di analista della propria filosofia, osserva quindi che nell’ambito della ragione pratica vengono recuperate come realtà le tre idee di Io, Mondo e Dio, nonché la categoria principale della causalità. Tutte queste erano rimaste, nella critica della ragione speculativa, come mere realtà “possibili”, ma non conoscibili nell’ambito speculativo, dove appaiono solo come forme a priori del nostro stesso conoscere. (In questo modo Kant ritiene di aver dato ragione a Hume, sottraendo la categoria della causalità alla ragione speculativa, ma allo stesso tempo di averlo superato, avendola recuperata nella ragione pratica).

Ma raccomanda di procedere con cautela: non è che ora, nell’ambito della ragione speculativa, questi vengano ridefiniti come “noumeni”, cioè come qualcosa conosciuto nell’esperienza sensibile, poiché Dio, l’anima e la causalità continueranno sempre ad essere, per così dire, qualcosa che ci è sottratto da essa, qualcosa che non vediamo. 

Giunto a questo punto del suo discorso, Kant si chiede se la natura non abbia agito con noi come una matrigna, nascondendo alla nostra facoltà di conoscere quelle realtà – Dio e l’immortalità dell’anima – che garantirebbero un lieto fine a chi adempie al proprio dovere. Ma aggiunge subito che, a ben vedere, è stato meglio così, perché in tal caso sarebbe stato il desiderio della ricompensa a muoverci, e non il nobile e disinteressato senso del dovere. 

L'ultima parte di quest'opera riguarda la metodologia della ragione pratica (non l'ho inclusa nei testi, già molto lunghi). Si tratta di un'appendice molto breve, con interessanti raccomandazioni sulla corretta educazione della nostra coscienza morale. Nessuna predica sul nostro dovere morale avrebbe alcuna influenza su di noi, se tale predica non fosse già presente dentro di noi. Infatti, l’interesse per il giudizio morale è qualcosa di innato in tutti gli uomini. Ciò diventa evidente quando, ad esempio, in una riunione sociale si parla di argomenti speculativi: la maggior parte delle persone di solito non se ne interessa più di tanto. Ma se, all’improvviso, la conversazione prende una svolta e si tratta di giudicare un’azione di una persona specifica, anche i più disinteressati vengono attirati da ciò di cui si sta parlando e tutti sentono il bisogno di esprimere un’opinione. Su questi temi si esprimono i giovani, e spesso con acume, anche se non si sono precedentemente procurati una formazione approfondita. E persino i bambini – se sono in età di ragionare – distinguono facilmente un comportamento nobile da uno meschino. Ma la questione speculativa su cosa consistano il bene e il male è problematica solo per i filosofi, poiché per l’uomo comune tali nozioni risultano naturali quanto la distinzione tra mano sinistra e mano destra. Torniamo all’esempio della storia del tentativo di corruzione per indurre qualcuno a diffamare Anna Bolena, affinché potesse essere condannata a morte dai tribunali e Enrico VIII potesse così sbarazzarsi di lei. Non riuscendo a farlo cedere, lo spogliarono di tutti i suoi beni e fecero in modo che i suoi amici e, alla fine, i suoi stessi familiari lo vituperassero e lo abbandonassero, fino a condurlo al patibolo. Non si tratta quindi di una situazione proprio piacevole e felice, e non offre, di conseguenza, né al bambino né al giovane alcuna morale sdolcinata e lusinghiera su come la vita ricompensi chi adempie al proprio dovere. Ma non c’è dubbio che il giovane che la ascolta capisca subito da che parte sta il dovere e da che parte sta ciò che è meschino e ignobile, e si riempia di profonda ammirazione e rispetto di fronte a quell’esempio ammirevole – rispetto e ammirazione che sono innati nell’uomo. 

Il metodo per una buona educazione morale consisterebbe, quindi, nel raccontare azioni concrete e nel giudicarle. E nel valutare poi le intenzioni che hanno spinto coloro che hanno agito in quel modo. Si libererebbe così il cuore da quei fardelli che segretamente lo rendono schiavo e lo opprimono, e lo si eleverebbe al di sopra della facile sentimentalismo della ricompensa che la vita offre allo sforzo e alla virtù. Si lascerebbe il cuore umano, ormai libero e senza più fatica, di fronte a nessun altro motivo se non l’adempimento del proprio dovere. 

Conclude quindi le sue due “Critiche”, quella della ragione speculativa e quella della ragione pratica, con quelle celebri e indimenticabili parole:

“Due cose riempiono l’animo di una meraviglia e di un timore reverenziale sempre nuovi e crescenti, quanto più spesso e a lungo la riflessione vi si sofferma: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" 

(Due cose riempiono l'animo di ammirazione e rispetto sempre nuovi e crescenti, e tanto più quanto più spesso e attentamente vi si sofferma la riflessione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me)

Nota: Ho sistematicamente definito “Critica della ragione speculativa” l’opera precedente, che egli intitolò “Critica della ragione pura”, e l’ho fatto per semplificare le cose. Lo stesso autore riconosce, all’inizio della seconda opera, che avrebbero dovuto chiamarsi così. L’argomentazione che egli fornisce per mantenere la sua confusa titolazione risulta debole. Il fatto è che in entrambi gli ambiti della ragione, speculativo e pratico, Kant ritiene che si dia la ragione pura, cioè l’apriorismo (anche se la mia critica a entrambe le critiche consisterà nel sostenere che solo nella ragione pratica si dà l’apriorismo: la coscienza morale)          

B) Testi

La ragione pratica, di per sé e senza aversi conciliata con quella speculativa, conferisce realtà a un oggetto soprasensibile della categoria della causalità, vale a dire la libertà.

I principi pratici sono proposizioni che racchiudono una determinazione universale della volontà, determinazione alla quale si subordinano diverse regole pratiche. Sono soggettivi o massime quando la condizione è considerata dal soggetto valida solo per la propria volontà; sono invece oggettivi o leggi pratiche quando la condizione è riconosciuta come oggettiva, cioè valida per la volontà di ogni essere razionale.

Questa regola pratica, per un essere in cui la ragione non è l’unico fondamento della determinazione della volontà, è un imperativo, ovvero una regola designata da un «dovere essere» che esprime la coercizione (Nötigung) oggettiva dell’azione… Le massime sono principi, ma non imperativi… La regola è oggettiva e universalmente valida solo quando vale indipendentemente dalle condizioni soggettive e contingenti che distinguono un essere razionale da un altro.

Se da una legge si separa ogni materia, cioè ogni oggetto della volontà (in quanto fondamento della determinazione), di quella legge non rimane altro che la mera forma di una legislazione universale.

Quale forma sia più adatta alla legislazione universale e quale no, è qualcosa che anche l’intelletto più comune, senza alcuna istruzione, è in grado di distinguere. 

Pertanto, la legge morale, di cui proprio noi abbiamo immediatamente coscienza (non appena formuliamo massime della volontà), è quella che ci si presenta in primo luogo, e la ragione la rappresenta come un fondamento di determinazione che nessuna condizione sensibile può prevalere, anzi, del tutto indipendente da tali condizioni sensibili, il che conduce proprio al concetto di libertà… Ma come è possibile anche la coscienza di quella legge morale? Abbiamo coscienza delle leggi pratiche pure allo stesso modo in cui abbiamo coscienza dei principi teorici puri, osservando la necessità con cui la ragione ce li prescrive e la separazione da tutte le condizioni empiriche, separazione che la ragione ci indica. Il concetto di una volontà pura scaturisce dalle prime, così come la coscienza di un intelletto puro scaturisce dalle seconde.

Legge fondamentale della ragione pura pratica: agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale

La regola pratica è quindi incondizionata e, di conseguenza, rappresentata come proposizione categoricamente pratica a priori, in virtù della quale la volontà è determinata, oggettiva, assoluta e immediata (dalla regola pratica stessa che qui, di conseguenza, è legge)

La ragione, incorruttibile e vincolata a se stessa, confronta sempre, in un’azione, il principio della volontà con la volontà pura, cioè con se stessa, considerandosi come pratica a priori.

L’indipendenza da ogni oggetto della legge (vale a dire, da un oggetto desiderato) e, al tempo stesso, la determinazione dell’albedrio attraverso la mera forma legislativa universale… costituiscono l’unico principio della moralità. Tale indipendenza, tuttavia, è la libertà. 

Un precetto pratico che comporti una condizione materiale (e quindi empirica) non deve mai essere considerato una legge pratica. 

L’esatto contrario del principio della moralità è che il principio della propria felicità venga assunto come fondamento della determinazione della volontà.

La moralità, la voce della ragione, in relazione alla volontà, verrebbe completamente distrutta se non fosse così chiara, così difficile da soffocare, così percepibile persino agli uomini più mediocri. 

I confini tra la moralità e l’amor proprio sono tracciati in modo così netto e evidente che persino l’occhio più comune non può fare a meno di distinguere se una cosa appartenga all’una o all’altra. 

Il principio della felicità, pur potendo fornire massime, non può mai formularle in modo tale che siano conformi alle leggi della volontà, anche se si prendesse come obiettivo la felicità universale.

Soddisfare il precetto categorico della moralità è sempre alla portata di ciascuno; soddisfare invece il precetto empirico e condizionato della felicità è possibile per ciascuno solo molto raramente, e anche in tal caso solo in relazione a un unico fine.

Chi ha perso al gioco può arrabbiarsi con se stesso e con la propria imprudenza, ma se è consapevole di aver barato (anche se proprio per questo ha vinto), non può che disprezzarsi non appena si confronta con i principi morali. 

Ancora più raffinata, sebbene altrettanto falsa, è la posizione di coloro che ammettono l’esistenza di un senso morale… secondo cui la coscienza della virtù sarebbe direttamente legata alla serenità e al piacere, mentre quella del vizio sarebbe legata all’inquietudine d’animo e al dolore. 

Pertanto, tale serenità o inquietudine d’animo non possono essere provate prima di aver preso coscienza dell’obbligo, e tale stato d’animo non può costituire il fondamento di quest’ultimo.

La mera forma di una legislazione universale, resa possibile dal nostro principio, deve costituire il fondamento supremo e immediato della determinazione della volontà.

Alla ragione speculativa fu negata ogni conoscenza al di là degli oggetti dell’esperienza, e quindi la conoscenza delle cose in quanto noumeni. Tuttavia, essa ha salvaguardato il concetto dei noumeni, vale a dire la possibilità e persino la necessità di pensarli, e… così, ad esempio, la libertà è del tutto compatibile con i principi e i limiti della ragione pura teorica. [La libertà è rimasta possibile nella Critica della Ragione Pura]

Mi chiedo sempre come sarebbe [una massima particolare] se valesse come legge universale della natura… [Ad esempio:] È evidente che, in questo modo, tutti sarebbero obbligati a essere sinceri… [Un altro esempio, considerando la possibilità del suicidio:]La massima che adotto, in considerazione della libera disposizione della mia vita, si determina immediatamente se mi chiedo come dovrebbe essere affinché una natura si conservasse seguendo la legge di quella massima… Nessuno potrebbe porre fine alla propria vita in modo arbitrario, poiché una tale costituzione non costituirebbe un ordine naturale duraturo, e così in tutti gli altri casi. 

Pertanto, la differenza tra le leggi di una natura alla quale è soggetta la volontà e quelle di una natura che è soggetta a una volontà (in relazione alle sue azioni libere) risiede nel fatto che, nella prima, gli oggetti devono essere causa delle rappresentazioni che determinano la volontà, mentre in queste ultime la volontà deve essere causa degli oggetti, in modo tale che la causalità di questa causa abbia il proprio fondamento di determinazione esclusivamente nella facoltà pura della ragione, che per questo può essere chiamata anche ragione pura pratica. 

Si lascia alla valutazione dei principi teorici della ragione stabilire se la causalità della volontà sia o meno sufficiente a determinare la realtà degli oggetti 

La ragione ha la sua causa in un essere razionale; in altre parole, la ragione pura può essere considerata come una facoltà che determina immediatamente la volontà. 

La legge morale ci viene data, per così dire, come un dato della ragione pura, di cui noi, a priori, abbiamo coscienza

La legge morale è, in realtà, una legge di causalità fondata sulla libertà e, pertanto, sulla possibilità di una natura soprasensibile

La ragione teorica è stata costretta ad accettare almeno la possibilità di una libertà

Abbiamo quindi ampliato la nostra conoscenza oltre i limiti del mondo sensibile, un’ambizione che la critica della ragione pura aveva dichiarato vana nella speculazione

La realtà oggettiva di una volontà pura, ovvero, in altre parole, di una ragione pratica pura, è data a priori nella legge morale.

Non pretendo di conoscere teoricamente la costituzione di un essere, in quanto dotato di pura volontà; mi basta designarlo semplicemente come tale e, di conseguenza, limitarmi a unire il concetto di causalità con quello di libertà (e, cosa che ne è inscindibile, con la legge morale, in quanto motivo della sua determinazione)

Whol [piacevole] o Übel [cattivo, sgradevole] indicano sempre un rapporto con il nostro stato di piacere o di dispiacere… Il bene (Gute) o il male (Böse), invece, indicano sempre un rapporto con la volontà, in quanto la volontà è determinata dalla legge della ragione a fare di qualcosa il proprio oggetto. … Il bene (Gute) o il male (Böse) si riferiscono quindi propriamente alle azioni, non allo stato sensoriale della persona. 

Ciò che dobbiamo definire “buono” (gut) deve essere, secondo il giudizio di ogni uomo ragionevole, un oggetto del desiderio, mentre il “male” (das Böse) deve essere un oggetto di orrore agli occhi di tutti; pertanto, per formulare questo giudizio, oltre ai sensi, è necessaria anche la ragione.

Il fatto di possedere la ragione non lo eleva al di sopra della mera animalità, se questa gli serve solo per ciò che negli animali è compito dell’istinto

I concetti di bene e di male sono, per così dire, le conseguenze della determinazione a priori della volontà 

I concetti pratici a priori relativi al principio supremo della libertà possono trasformarsi immediatamente in conoscenze, senza bisogno di attendere intuizioni per acquisire significato, e ciò per questo motivo degno di nota: essi stessi producono la realtà di ciò a cui si riferiscono

Come! Se ognuno... se si permettesse di ingannare quando ritiene di trarne vantaggio, o si ritenesse autorizzato ad abbreviare la propria vita non appena ne prova un totale disgusto, o guardasse alla miseria altrui con totale indifferenza e tu facessi parte di una società del genere, ti troveresti lì di tua spontanea volontà?  Ora, ognuno sa che se si concede segretamente l’inganno, ciò non significa che permetta a tutti di ingannare, o che se si comporta senza affetto, senza che ciò si noti, non per questo deve subito avere tutti contro di sé con lo stesso atteggiamento… Se la massima dell’azione non è di natura tale da reggere la prova di poter essere una legge della natura in generale, è moralmente insostenibile. Così giudica anche l’intelletto più comune; poiché la legge della natura sta sempre alla base di tutti i suoi giudizi, anche dei più ordinari… 

Il motore della volontà umana (e dell’essere razionale creato da Dio) non può mai essere altro che la legge morale e, di conseguenza, il fondamento oggettivo della determinazione deve sempre essere il fondamento soggettivo sufficiente della determinazione dell’azione

La legge morale umilia inevitabilmente ogni uomo, quando questi confronta la tendenza sensibile della propria natura con quella legge

Dice Fontenelle: «Di fronte a un grande signore mi inchino; ma il mio spirito non si piega». Io posso aggiungere: Di fronte a un uomo di condizione umile e ordinaria in cui percepisco una rettitudine di carattere in misura di cui io stesso non ho coscienza, inclinerò il mio spirito, che lo voglia o no, e questo anche se tenessi alta la testa per ricordargli la mia superiorità… Molto lontano dal sentimento di piacere si trova il sentimento di rispetto… Il rispetto è il tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no; possiamo, sì, non manifestarlo esternamente, ma non possiamo, tuttavia, smettere di provarlo interiormente.

Il rispetto è un tributo che non possiamo negare al merito, che lo vogliamo o no. 

Il rispetto che nutriamo per una persona del genere (più precisamente per il principio che il suo esempio incarna) non è quindi mera ammirazione. 

L'azione che è oggettivamente pratica secondo tale legge, ad esclusione di ogni motivazione dettata dall'inclinazione, è detta dovere, il quale, proprio per tale esclusione, racchiude nel proprio concetto la coercizione (Nötigung) pratica

È proprio il rispetto della legge, inteso come unico modo per determinare la volontà, che fa sì che la coscienza agisca in conformità con il dovere. 

Dovere! Nome sublime e grandioso. Tu che non racchiudi nulla di amabile che porti con sé lusinghe insinuanti, ma che esigi sottomissione, pur senza nulla che susciti nell’animo un’avversione naturale o lo spaventi… Qual è la tua nobile origine?Dove si trova la radice della tua nobile discendenza, che rifiuta con orgoglio ogni parentela con le inclinazioni?… Può essere solo ciò che eleva l’uomo al di sopra di se stesso (come parte del mondo dei sensi) a legarlo a un ordine di cose che solo l’intelletto può concepire.

Ogni uomo, anche solo mediamente onesto, non ha forse notato a volte che, se si è astenuto dal dire una bugia – per il resto innocua e che lo avrebbe tirato fuori da una situazione spiacevole… – lo ha fatto solo per poter guardare se stesso nel profondo senza disprezzarsi?… Vivere senza poter tollerare di essere, ai propri occhi, indegno della vita… Tale è la natura del vero motore della ragione pura pratica. 

La distinzione tra il principio della felicità e quello della moralità non implica che i due siano in opposizione tra loro, e la ragione pratica pura non pretende che si debba rinunciare alle aspirazioni alla felicità, ma solo che, nella questione del dovere, non se ne tenga conto. 

La ragione ricerca la totalità incondizionata dell’oggetto della ragione pura pratica, sotto il nome del bene supremo. Determinare tale idea è la dottrina della saggezza, e questa a sua volta è la filosofia, nel significato che gli antichi attribuivano a questa parola

Di conseguenza, sebbene il bene supremo sia l’oggetto unico di una ragione puramente pratica, vale a dire di una volontà pura, non per questo può essere considerato il fondamento della determinazione di quest’ultima, ma solo la legge morale deve essere considerata come fondamento.

Lo stoico sosteneva che la virtù fosse il bene supremo assoluto e che la felicità fosse solo la consapevolezza di possederla… L’epicureo sosteneva che la felicità fosse il bene supremo assoluto e che la virtù fosse solo il modo per raggiungerla…. 

Ma i principi della virtù e della felicità stessa sono, per quanto riguarda il loro principio superiore pratico, del tutto eterogenei. 

La felicità e la moralità sono due elementi del bene supremo, distinti tra loro… È moralmente necessario, a priori, realizzare il bene supremo attraverso la libertà di volontà. 

Bisogna stare attenti a non sminuire e snaturare, con un falso elogio, il fondamento morale della determinazione: una sorta di falsa follia che pone come fondamento della determinazione i sentimenti di gioia particolare. Il vero e proprio motore è la legge stessa.

Ma non esiste forse una parola che indichi, non tanto un piacere come quello espresso dal termine “felicità”, quanto piuttosto una soddisfazione nell’esistenza stessa, un analogo della felicità che debba necessariamente accompagnare la consapevolezza della virtù? Sì, esiste, e quella parola è “contentezza di sé”. 

Quel godimento non può essere definito felicità perché non dipende dal verificarsi positivo di un evento, né può essere definito, a rigor di termini, beatitudine.

I principi della ricerca della felicità non possono in alcun modo generare moralità. Pertanto, il bene più elevato (in quanto prima condizione del bene supremo) è costituito dalla moralità, mentre la felicità, pur essendo un secondo elemento di esso, è la conseguenza moralmente condizionata ma necessaria della prima. 

L’immortalità dell’anima come postulato della ragione pura pratica… La completa adeguazione della volontà alla legge morale è la santità, perfezione di cui nessun essere razionale nel mondo sensibile è capace in alcun momento della propria esistenza. Ma poiché essa è tuttavia richiesta come praticamente necessaria, non può essere trovata se non in un progresso che tende all’infinito verso quella completa adeguazione… Progresso infinito che è possibile solo nell’ipotesi di un’esistenza personale duratura nell’infinito

L’esistenza di Dio come postulato della ragione pura pratica … Quella stessa legge deve condurre anche alla possibilità del secondo elemento del bene supremo, vale a dire la felicità adeguata a quella moralità… ovvero a postulare l’esistenza di Dio come necessariamente inerente alla possibilità del bene supremo. 

Nella legge morale non vi è il minimo fondamento per un nesso necessario tra moralità e felicità

Si ipotizza inoltre l'esistenza di una causa di tutta la natura, distinta dalla natura stessa e che racchiude il fondamento di tale connessione, vale a dire dell'esatta concordanza tra felicità e moralità

La causa suprema della natura, in quanto deve essere presupposta per il bene supremo, è un essere che, per ragione e volontà, è la causa (e quindi l’autore) della natura, vale a dire Dio.

Coloro che attribuiscono allo scopo della creazione l’onore di Dio (ammesso che non si intenda questo in senso antropomorfico, come la tendenza a essere esaltato), hanno raggiunto la massima espressione. Infatti, nulla onora Dio più di ciò che c’è di più prezioso in questo mondo: il rispetto per il suo comando. 

I postulati della ragione pratica pura in generale. Questi postulati sono quelli dell’immortalità, della libertà… e dell’esistenza di Dio. 

Ora, si tratta di idee della ragione che non possono essere ricavate da alcuna esperienza, e che dovrei quindi considerare per categorie per poterle comprendere. 

Tra i concetti attraverso i quali concepiamo un essere puro dell’intelletto non rimane altro che ciò che è manifestabile per la possibilità di concepire una legge morale… sebbene la conoscenza di Dio avvenga solo nella relazione pratica. 

È tuttavia impossibile giungere, attraverso la metafisica, al concetto di Dio e alla dimostrazione della sua esistenza come conclusione certa partendo dalla conoscenza di questo mondo, poiché per farlo dovremmo conoscere questo mondo come il tutto più perfetto possibile. 

Vedo davanti a me ordine e finalità nella natura, e non ho bisogno di ricorrere alla speculazione per essere certo della loro realtà; piuttosto, solo per spiegarla devo presupporre una divinità come sua causa. 

Ora, la nostra conoscenza viene davvero ampliata in questo modo dalla ragione puramente pratica, così che ciò che nella ragione speculativa era trascendente, è ora, nella pratica, immanente? Senza dubbio, ma solo in senso pratico. Infatti, in realtà, non conosciamo per questo né la natura della nostra anima, né il mondo intelligibile, né l’Essere Supremo, per come essi sono in sé stessi, ma abbiamo sintetizzato i loro concetti nel concetto pratico del bene supremo, come oggetto della nostra speranza, completamente a priori mediante la ragione pura, solo per mezzo della legge morale, e anche solo in relazione a essa stessa, in considerazione dell’oggetto che essa ordina.

[Se Dio si fosse manifestato alla nostra ragione speculativa, come qualsiasi altra realtà, se si fosse lasciato vedere], la maggior parte delle azioni conformi alla legge avverrebbe per timore, poche per speranza, e nessuna per senso del dovere, e non esisterebbe il valore morale delle azioni, dal quale dipende esclusivamente il valore della persona e persino quello del mondo agli occhi della suprema saggezza.

[Nella ragione speculativa], il governatore del mondo ci permette di ipotizzare la sua esistenza e la sua maestà, ma non di vederla né di dimostrarla chiaramente; al contrario, la legge morale che è in noi, senza prometterci né minacciarci nulla con certezza, esige da noi un rispetto disinteressato”

[Pertanto], la Saggezza imperscrutabile grazie alla quale esistiamo non è meno degna di venerazione per ciò che ci ha negato di quanto lo sia per ciò che ci ha concesso. 

c) Critica

La mia critica non sarà rivolta al contenuto dell’etica kantiana, saggio progetto di un uomo integro verso il quale non posso che nutrire elogi – un trattato davvero ammirevole –, bensì al suo fondamento, tema su cui mi discosterò. Concordo sul fatto che, una volta scritta la Critica della Ragione Pura, una volta che alla ragione speculativa è stata negata la possibilità di giungere a Dio e alla libertà umana, fondamenti della religione – il legame tra creatura e Creatore –, la cosa migliore che si possa fare sia scrivere la «Critica della Ragione Pratica», vale a dire recuperarli nell’ambito pratico. Per questo motivo presento la mia obiezione non a questa Critica, ma alle due opere nel loro insieme, cosa che, ovviamente, non ho potuto fare prima di aver esposto anche il contenuto della Critica della Ragione Pratica. È il gesto filosofico totale, quello descritto dai due libri, che ci interessa e al quale intendo rivolgere una critica, perché è proprio questo gesto che, a lungo termine, influenzerà la filosofia successiva, come vedremo tra poco. 

Diceva Aristotele che lo scettico non gli dia fastidio, perché non appena inizia a dire qualcosa si smentisce da solo, e se non dice nulla, non risulta fastidioso nemmeno così, dato che se ne sta lì accanto, silenzioso come una pianta. Ebbene, sebbene apprezzi questa vena umoristica dello Stagirita, non credo che abbia ragione, e di fatto la storia gli ha dato torto. Lo scettico può dire qualcosa senza smentirsi: può dire “farò questo”, così, senza alcuna giustificazione, poiché qualsiasi giustificazione che desse comporterebbe un’autosmentita. In una parola, la via d’uscita da ogni scetticismo è la pratica. La sostituzione della teoria con la prassi, della norma con ciò che sto per fare, della verità – fondata su ciò che le cose sono – con la mia volontà. In definitiva, la volontà occupa, come fondamento ultimo, il posto dell’essere. 

Ebbene, ritengo che l’approccio filosofico di Kant nel suo complesso sia quello di uno scettico: con la nostra conoscenza speculativa non possiamo giungere né all’esistenza di Dio, né all’immortalità dell’anima, né alla libertà. Non possiamo conoscere nulla così com’è, poiché ciò che conosciamo sono le forme a priori del nostro stesso conoscere, e anche se una di queste forme a priori fosse Dio, non si tratterebbe qui del Dio realmente esistente indipendentemente da noi. Poiché non possiamo conoscere altre forme se non quelle del nostro stesso conoscere, queste realtà fondamentali le recuperiamo nella nostra ragione pratica, cioè non le raggiungiamo sul terreno della conoscenza ma su quello della volontà. Questo in Kant avviene in modo meraviglioso: giungiamo a Dio perché cogliamo la norma morale come data nella nostra volontà. Ma ciò che rimarrà come eredità per la filosofia è il gesto: l’Essere, così com’è, è stato sottratto alla conoscenza ed è stato recuperato sul terreno della volontà, esattamente il gesto dello scettico. 

Lo vedremo nel suo principale seguace, Arthur Schopenhauer. Nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione Schopenhauer considera innanzitutto il mondo come una mera rappresentazione, come qualcosa che senza alcun dubbio appare nella nostra conoscenza. Ma poi si chiede: che cosa viene rappresentato? Che cosa occupa il posto della “cosa in sé” nell’opera di Kant? Che cosa occupa, in definitiva, il posto della realtà quando conosciamo? E la risposta è impressionante (seppur prevedibile per chi conosce il modo di ragionare dello scettico). La risposta è: ciò che viene rappresentato è la volontà. 

Ciò che viene rappresentato nella conoscenza non è l’essere, ma la volontà! La volontà, dunque, collocata esattamente al posto dell’essere! Ciò che era implicito in Kant, nel gesto filosofico delle due critiche nel loro insieme, risulta ora del tutto esplicito in Schopenhauer, il quale non solo ha ristabilito la coerenza in Kant – come egli stesso dichiara essere sua intenzione – ma l’ha resa esplicita, ne ha fatto il fulcro della sua filosofia e persino il titolo del suo libro. La via verso la filosofia della volontà in Nietzsche è ormai, quindi, aperta. 

Nietzsche, per il quale Schopenhauer era stato in gioventù il più grande dei filosofi, rinnegandolo in seguito si libera di ciò che ritiene superfluo – la rappresentazione –, poiché gli basta la volontà. Questa è l’essenza del mondo, la volontà di vivere, e per questo, nel conflitto delle volontà di vivere tra i diversi individui, la volontà di sopravvivere imponendosi sugli altri. In questo modo gli individui migliori sopravviveranno a quelli inferiori e la specie migliorerà: Il tramonto degli idoli. Nietzsche si considerava un autore postumo. E, purtroppo, lo fu. 

Se uniamo questa critica della “Critica della ragione pratica” alla precedente critica della “Critica della ragione pura”, intravedremo che Kant è il preludio alla filosofia del XIX secolo, a sua volta preludio alla storia politica del XX secolo. Per chi conosce quella storia, questa non è certo la migliore lode che avremmo potuto rivolgere alle due critiche di Immanuel Kant.

L'autoreIgnacio Sols

Università Complutense di Madrid. SCS-Spagna.

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Mondo

Centenario dell'incoronazione della Vergine del Carmen, Patrona del Cile

La solenne incoronazione della Vergine del Carmen nel 1926 ha consacrato una devozione storica profondamente radicata, strettamente legata all’identità e all’indipendenza del Cile. Per commemorarne il centenario, da luglio a dicembre si terranno diverse attività e iniziative religiose e culturali.

Pablo Aguilera-15 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

La solenne incoronazione della Vergine del Carmen, avvenuta il 19 dicembre 1926 per mano del Delegato Papale, il Nunzio Apostolico in Cile, su mandato di Papa Pio XI, fu l’espressione visibile di una fede profondamente radicata nell’anima nazionale. Proclamando la Vergine Regina, Madre e Patrona, la Chiesa e il popolo cileno hanno riconosciuto una verità spirituale che nasce dal disegno stesso di Dio.  

Questa devozione giunse ben presto in Cile e mise radici profonde nella vita del popolo. Durante l’epoca coloniale, la Vergine del Carmen veniva invocata nelle case, nelle comunità religiose e nella vita sociale, plasmando un’identità cristiana che avrebbe segnato lo sviluppo del Cile. Da questa tradizione sono sbocciati frutti di santità, come Santa Teresa degli Andes, che incarnò la spiritualità carmelitana nella sua totale dedizione a Cristo. La presenza dei monasteri carmelitani in tutto il Paese, fin dai tempi più antichi, è un’espressione viva di questa spiritualità.  

La Vergine nella storia del Cile

Nel momento decisivo dell’indipendenza, la Vergine del Carmen occupò un posto centrale nella coscienza del popolo, degli uomini e delle donne che guidavano quel processo di emancipazione. Alla vigilia della battaglia di Maipú – nell’aprile del 1818 – i patrioti si affidarono a Lei per ottenere la vittoria, e il Liberatore Bernardo O’Higgins la proclamò Patrona e Generale delle forze armate cilene, promettendo di erigere un tempio in suo onore.

Oggi, a Maipú, sorge il Tempio Nazionale della Vergine del Carmen, centro della devozione mariana del Paese. Così, la nascita della Patria è stata suggellata da un atto di fiducia in Dio sotto la protezione della Vergine del Carmen.  

Celebrazione del centenario

In ogni diocesi il vescovo ha designato alcune chiese giubilari – principalmente la cattedrale, i santuari mariani e alcune chiese parrocchiali – nelle quali i fedeli potranno ricevere l’indulgenza plenaria attraverso un pellegrinaggio o una visita di devozione, vissuta con spirito di fede e di conversione.

Verranno effettuati varie iniziative dal 16 luglio, Solennità della Madonna del Carmen, fino a dicembre.

Il vescovo di San Bernardo, Juan Ignacio González, ha realizzato un bellissimo libro illustrato in occasione di questa ricorrenza: “Centenario dell’incoronazione della Vergine del Carmen. Immagini per una storia”, disponibile su Amazon.

Evangelizzazione

Cosa promette la Vergine del Carmen a chiunque indossi il suo scapolare?

In occasione della festa della Vergine del Carmen, che la Chiesa celebra giovedì prossimo, 16 luglio, ricordiamo l’origine dello scapolare e le promesse legate a questa storica devozione mariana.

Rafael Mosteyrín-14 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Lo scapolare trae origine da un'apparizione della Vergine a san Simone Stock.

Accadde a Londra nell’anno 1251. La Santissima Vergine, circondata da innumerevoli angeli, apparve a san Simone Stock, dell’Ordine dei Carmelitani, e gli promise una protezione speciale per detto Ordine, consegnandogli al contempo lo Scapolare del Carmelo con questa promessa: “Ricevi, amatissimo figlio, lo Scapolare del tuo Ordine, segno della mia fratellanza, privilegio per te e per tutti i carmelitani; chiunque morirà indossandolo sarà liberato dal fuoco eterno. Ecco il segno della salvezza, salvezza nei pericoli, alleanza di pace e patto eterno”.

In seguito, Papa Giovanni XXII confermò con la sua autorità lo Scapolare del Carmelo e il Privilegio Sabatino, riportando le seguenti parole della Vergine Maria: “Io, Madre delle grazie, scenderò, il sabato dopo la sua morte e libererò tutti coloro che si trovano in Purgatorio e li condurrò al monte santo della vita eterna”.

Le condizioni

I requisiti richiesti dalla Chiesa affinché possiamo beneficiare di tale promessa sono:

-Farsi imporre lo scapolare da un sacerdote autorizzato a farlo (è sufficiente una volta nella vita) e indossarlo abitualmente.

-Mantenere la castità secondo lo stato di ciascuno.

-Recitare tre Ave Maria ogni giorno.

La testimonianza del cardinale Tarancón

Sono molti gli eventi miracolosi che, nel corso della storia, testimoniano la fedeltà della Santissima Vergine alla sua promessa. Il cardinale Vicente Enrique y Tarancón raccontò ciò che accadde, quando era vescovo di Solsona, in una lettera pastorale sullo scapolare del Carmelo:

“Era il mese di giugno del 1938. Erano passati appena due mesi da quando le forze nazionali erano giunte nel Mediterraneo, liberando la parrocchia di Vinaroz, dove noi arrivammo sette giorni dopo la liberazione e dove esercitammo il ministero parrocchiale per più di cinque anni.

Una comunicazione delle autorità militari richiedeva la nostra collaborazione per fornire assistenza spirituale a dieci condannati a morte, che dovevano essere giustiziati all’alba. Alle undici di sera i condannati entrarono nella cappella e, da quel momento, noi tre sacerdoti che ci trovavamo allora a Vinaroz iniziammo a dialogare con loro, offrendo loro la vita eterna, poiché non potevano più salvare la loro vita terrena. Otto di loro si confessarono immediatamente, dando grandi e evidenti segni di pentimento e di fervore. Uno, che era stato commissario politico nell’Armata Rossa, ci permise a malapena di avvicinarci a lui. Tutti i nostri tentativi furono vani e non riuscimmo a convincerlo a confessarsi.

Un condannato che si rifiutava di confessarsi

Tra tutti ce n’era uno che attirava particolarmente l’attenzione. Era un uomo di circa sessant’anni, originario di La Galera, nella provincia di Tarragona, che indossava l’antico abito dei contadini catalani: calze bianche e pantaloni corti, ma con modi raffinati e distinti che sembravano contrastare con il suo abbigliamento rurale. Uno dei sacerdoti iniziò a scambiare qualche parola con lui, mentre noi altri ci occupavamo degli altri. 

Quando ne aveva già confessati otto e mentre stavo parlando con alcuni di loro, consolandoli in quel momento così terribile e raccogliendo le loro raccomandazioni e richieste da trasmettere alle rispettive famiglie, il coadiutore mi si avvicinò e mi disse all’orecchio:

-Padre: non sono riuscito a ottenere nulla da quell'uomo, perché non ci prova lei?

Mi sono recato da lui, mi ha accolto con grande cortesia; ho parlato con lui per un bel po’ e ho capito subito che era un uomo colto e che, inoltre, aveva una formazione cristiana fuori dal comune. Quei dettagli mi hanno incoraggiato e mi hanno fatto acquisire l’intima convinzione che non sarebbe stato difficile convincerlo a confessarsi.

Ma la mia delusione fu enorme quando, dopo aver parlato con lui per più di mezz’ora, mi disse testualmente queste parole:

-Senta, Padre, le sono sinceramente grato per quello che sta facendo per me. Capisco che sta passando una brutta notte per colpa mia, dato che non ne ricava alcun vantaggio dal fatto che io mi confessi. Le sono estremamente grato, ma la prego di non insistere; le posso assicurare fin da ora che non mi confesserò. Sono stato educato secondo i principi cristiani, ma ho perso la fede. 

Per un attimo rimasi sbalordito; quasi senza sapere cosa dire. Ma, ispirato senza dubbio dalla Santissima Vergine, osai proporgli:

-Potrebbe farmi un favore?

-Chi vuole lei – mi rispose –, purché non mi chieda di confessarmi.

-«Mi permetterebbe» – aggiunsi – «di metterle il Santo Scapolare?»

«Non ho nulla in contrario», mi disse. «Queste cose non mi dicono nulla; ma se così posso farle piacere, può farlo».

«La Madonna mi ha salvato»

Gli ho subito messo il Santo Scapolare del Carmelo e mi sono ritirata immediatamente per pregare la Santissima Vergine per lui. Lui è andato a sedersi in un angolo, all’estremità di una delle panche che c’erano in quella sala. Non erano ancora trascorsi cinque minuti quando udii una sorta di ruggito e dei singhiozzi forti e spezzati, che mi allarmarono. Entrai di nuovo nella stanza e vidi quell’uomo che mi si gettava addosso piangendo incessantemente e che mi diceva, tra le lacrime:

-Voglio confessarmi, voglio confessarmi. Non merito questa grazia di Dio. La Vergine mi ha salvato.

Di fronte all’ammirazione e allo stupore di tutti i presenti, si confessò, senza smettere un solo istante di versare lacrime, con una contrizione davvero straordinaria e commovente. E, all’ultimo momento, prima che li conducessero al luogo dell’esecuzione, quando mi congedai da loro, mi abbracciò e mi baciò, dicendomi:

-Grazie, Padre; grazie per l’immenso bene che mi ha fatto. In Paradiso pregherò per lei. Grazie e ci vediamo in Paradiso.

Confesso sinceramente che quella scena mi ha commosso e che le mie lacrime si sono unite alle sue, mentre rendevo grazie al Signore per quella meraviglia e ringraziavo la Santissima Vergine per avermi permesso di essere testimone di quella splendida manifestazione del suo amore materno e misericordioso.”

Evangelizzazione

Josef Pieper: «Il cristianesimo è essenzialmente realtà, non mera dottrina!»

Nel luglio del 1969, la rivista *Palabra* (n. 47) pubblicò un’intervista a Josef Pieper sull’antropologia cristiana della speranza. Ripubblichiamo qui di seguito tale intervista.

Jerónimo Martel-14 luglio 2026-Tempo di lettura: 9 minuti

Josef Pieper ha una scheda biografica tanto succinta quanto ampia è la sua bibliografia. È nato il 4 maggio 1904 a Elte, un paesino della Westfalia, e ha completato gli studi di Filosofia, Giurisprudenza e Sociologia presso le Università di Berlino e Münster. Attualmente è titolare della cattedra — nella terminologia tedesca, «professor ordinario» — di Antropologia filosofica presso l’Università di Münster e presso l’Accademia di Scienze dell’Educazione di Essen.

Molte delle sue opere sono state tradotte in spagnolo, in particolare in Spagna, e il presente riferimento si limita ai titoli di tali opere, poiché è rivolto al lettore di lingua spagnola. Tali opere sono: L'attualità del tomismo (1952), Catechismo del cristiano (che rispondeva al titolo tedesco Christenfibel, equivalente all'espressione «Silabario cristiano», e che scrisse in collaborazione con Heinrich Raskop, tradotto in Spagna nel 1954), *Sobre el fin de los tiempos* (1955) e *El ocio y la vida intelectual* (ultima versione spagnola, ampliata, del 1962), da un lato. D’altra parte, alle opere citate si aggiunge una serie di scritti molto caratteristici di Pieper, che trattano delle virtù cristiane e umane fondamentali, contrapposte all’angoscia dell’uomo moderno: Sulla speranza (1953), La prudenza (1957), La fede (1966).

A tutte le opere citate si sono aggiunte, nel secondo semestre dello scorso anno, due novità editoriali perfettamente in linea con esse, pubblicate rispettivamente da Ediciones Rialp, di Madrid, e da Sígueme, di Salamanca: *Giustizia e forza* e *Speranza e storia*. Di tutte le opere citate è stata indicata la data della prima edizione spagnola, sebbene alcune di esse siano già giunte alla terza edizione. Aggiungiamo che, al momento, Pieper ha venduto oltre mezzo milione di copie dei suoi libri nelle nazioni e nei blocchi linguistici più importanti, nonostante scriva necessariamente per un pubblico di nicchia.

Pieper iniziò la sua opera teologica nel 1934 con il suo studio sulla fortezza d’animo, da cui passò, l’anno successivo, al suo studio sulla speranza. Il suo lavoro è consistito, dalla sua chiara posizione di laico e filosofo, nell’adattare la teologia al pensiero moderno, nella sua espressione concettuale e letteraria, ma, ovviamente, con estrema cura nel non alterare il contenuto essenziale delle formule teologiche classiche. L’esistenzialismo o Hiroshima non sono stati per lui questioni bizantine sorte su un altro pianeta; ma sì motivi per condurre, a partire da quell’umanesimo che studia l’antropologia, l’uomo inquieto del nostro tempo all’incontro con se stesso, attraverso Dio.

Nella conversazione che segue — tenutasi nella sua abitazione di Münster —, Pieper, che ha saputo difendere così bene le radici esistenziali del tomismo, orientando la propria antropologia attraverso l’etica tomista, affronta questioni controverse dell’attualità, concetti quali la secolarizzazione o la spiritualizzazione, la sintesi tra l’umano e il divino nel cristiano in quanto uomo, il rapporto tra cultura tradizionale e cultura moderna, e persino su quell’ultimo baluardo della rivoluzione contro la tecnologia — contro l’assenza dell’umanesimo — che è e rappresenta la ribellione studentesca.

Come vede l’integrazione tra la cultura cristiana e quella cultura moderna che è stata definita «profana»?

–Non vedo il cristianesimo come un blocco unico. L’uomo cristiano, ogni uomo cristiano, è innanzitutto un uomo, e deve realizzare in se stesso quella sintesi: almeno deve provare a farlo. Proprio ciò che non è occidentale è una religione antisecolare come quella che si potrebbe trovare, ad esempio, nelle Chiese ortodosse russe o greche, che si dedicano esclusivamente alla contemplazione e alla liturgia, senza alcuna attività rivolta al mondo. Tuttavia esiste anche un altro pericolo all’estremo opposto, ed è quello della secolarizzazione. Entrambi i poli sono ugualmente pericolosi.

Nihilismo e secolarizzazione

Nelle posizioni nichiliste dei portabandiera della rivoluzione, di qualsiasi orientamento, vengono forse messe in discussione le relazioni tra la cultura moderna e quella tradizionale. Cosa potrebbe dire ai nostri lettori a proposito di tutta questa tematica?

– Ritengo che l’antica cultura occidentale sia sempre stata e sia tuttora in un processo di continua trasformazione, attraverso il quale si reinterpreta in ogni momento, il che — come è noto — implica la risoluzione continua di tensioni o conflitti polari. Qualcos’altro, qualcosa di diverso, accade ad esempio in India, dove la cultura tradizionale e quella moderna sono separate. Ma in Occidente non esiste questa dualità, che, come ho detto, si riscontra invece, da un lato, nella cultura religiosa del popolo indù e, dall’altro, nella moderna Università di Calcutta. In questo schema proprio dell’India, l’apertura alla cultura moderna implica l’abbandono della tradizione, poiché lì non si compie quello sforzo di continua interpretazione, di nuova interpretazione. Ciò distingue nettamente l’Oriente dall’Occidente, dalla cultura occidentale, basata, del resto, sulla Bibbia, sulla Parola di Dio che plasma l’uomo. Qui, in Occidente, la cultura tradizionale non viene declamata ripetendone ogni volta il contenuto parola per parola, ma si fonde, sotto forma di frase concettuale, con l’interpretazione dei teologi, che la contrappongono, ad esempio, all’evoluzionismo e alla paleontologia, ecc.

Da questo modo occidentale di intendere la storia emergono sempre nuovi apparenti conflitti; ma, proprio perché è pronta ad affrontarli, è questa la forza che salva la cultura occidentale. Credo che se un giorno questa differenza tra la cultura orientale e quella occidentale venisse meno, ci troveremmo di fronte alla fine della cultura occidentale.

E per questo motivo, direi anche che oggi persino le stesse ribellioni studentesche costituiscono una componente della cultura occidentale, sebbene non si possa ridurre al mondo degli studenti la possibilità che sorgano i conflitti a cui ho fatto riferimento, i quali derivano da dinamiche sociali più ampie e complesse.

In ogni caso, se un giorno in Occidente esistesse solo una cultura profana —cioè slegata da qualsiasi fondamento religioso—, essa non farebbe più parte dello spirito occidentale.

In concreto, cosa ne pensa di quella presunta «secolarizzazione» della vita cristiana che alcuni sostengono?

– Direi che nella teologia cattolica, e di conseguenza all’interno della Chiesa, esiste un gruppo o una corrente che sostiene tale secolarizzazione, ma poiché questa non è la mia opinione, non posso aderirvi.

In un libro, tradotto nel suo paese, avvertiva che occorre superare un ostacolo che dà molto da fare proprio all’uomo del nostro tempo. Non si tratta di qualcosa di cui «sia responsabile» l’uomo dei nostri giorni; cioè, di una difficoltà provocata con presunzione da lui stesso. Si tratta, piuttosto, di qualcosa che è inevitabilmente legato al cambiamento dell’immagine del mondo naturale e delle sue dimensioni; un cambiamento che significa semplicemente che la nostra conoscenza della realtà creata è stata notevolmente corretta e arricchita rispetto alle rappresentazioni antiche e medievali. Vox facta est de caelo —Si è udita una voce dal cielo—: per Dante e i suoi contemporanei questo era qualcosa di intuitivamente immaginabile, in un atto che poteva essere compiuto senza discussioni.

Tale indiscutibilità non è più concessa ai contemporanei di Einstein, ora che persino la realtà materiale del mondo è diventata sempre meno intuitiva. «Non possiamo percepire la presenza di Dio nel nostro mondo con la stessa ingenuità delle epoche precedenti», affermava Rahner. D’altra parte, bisogna ammettere, che ci piaccia o no, che la teologia contemporanea ha fornito pochi strumenti concettuali per superare questa difficoltà, emersa legittimamente. Ma non ritengo legittima la desacralizzazione della vita.

La via di mezzo tra i due poli pericolosi dello spiritualismo estremo e della secolarizzazione è forse quella che riconosce la legittima autonomia relativa del temporale?

–Senza dubbio, tale autonomia relativa si inserisce nella grande tradizione rappresentata da San Tommaso. Ma una cosa è questa autonomia relativa e un’altra è quella che persegue la cosiddetta secolarizzazione, che consiste nel recidere la tensione polare, confondendola con una separazione tra il cristiano e l’umano, cosa impossibile.

Intellettuali cattolici?

Ciò che emerge dalle sue risposte a queste domande ci porta al tema del laico. Che cos’è, o chi è, per lei il laico?

–Il laico è il cristiano battezzato, che non è separato dalla Chiesa, ma si trova in quella sana tensione polare. Non è facile trovare una formula per descrivere tale situazione, ma non si può nemmeno parlare di separazione. Se il laico, che è cristiano, si allinea alla secolarizzazione, cessa per questo fatto di essere cristiano. D’altra parte, però, deve confrontarsi con quella relativa autonomia responsabile, e questa tensione non avrà mai fine.

Anni fa ho scritto che ciò che caratterizza il cristiano è la fede cristiana e la vita cristiana. Entrambe, fede e vita, sono legate tra loro come il sapere e l’agire. La fede cristiana è il presupposto della vita cristiana, e la vita cristiana è il frutto e la piena realizzazione della fede. La vita cristiana non può esistere senza la fede cristiana, e la fede cristiana senza la vita cristiana è sterile. Certamente, al giorno d’oggi sembra che la vita cristiana possa esistere senza la fede cristiana; sembra che si possa avere un orientamento cristiano della vita senza una fede viva in Cristo.

Ma, in realtà, i cristiani che vivono questa vita cristiana solo in modo esteriore non fanno altro che godere e consumare l’eredità che i loro antenati hanno loro lasciato: la fede viva sulla quale essi hanno fondato le loro vite e modellato gli usi e i costumi della società. Ma questa eredità rischia di essere completamente annullata se non viene rinnovata da una fede nuovamente vivificata. Per questo, essere cristiani in questo tempo e nel nostro popolo implica rivivere la vita cristiana partendo dalle sue fondamenta, sotto la guida e lo slancio di una fede viva e personale. Il cristiano «vive di fede».

Cosa ne pensa di una figura che ricorre nel contesto di questa intervista, quella dell’intellettuale cattolico?

– A proposito dell’attività intellettuale, ho scritto: «Se si dice che qualcuno è cristiano nel suo modo di filosofare, ciò non può significare semplicemente che la sua visione del mondo coincida con il cristianesimo inteso come dottrina. Il cristianesimo, infatti, è essenzialmente realtà, non mera dottrina!

Il problema di una filosofia cristiana non consiste solo nel fatto che si debbano collegare, e in che modo, la conoscenza naturale del mondo e la fede soprannaturale, ma nel fatto che il fare filosofia si trasformi in un fare filosofia cristiano attraverso il radicamento di chi filosofa nella realtà cristiana e nel sapere in che modo si realizza tale trasformazione.

È quindi un arricchimento, in termini di conoscenza del mondo, quello che riceve la filosofia cristiana, proprio perché è legata al precedente contrappunto della verità di Cristo. A condizione, ovviamente, che non solo il suo carattere cristiano sia forte e vero, ma anche quello filosofico (bisogna ripeterlo costantemente, tanto è poco evidente!).

Un famoso libro sulla storia della filosofia medievale, quello di Maurice de Wulf, si conclude con queste parole: «La scolastica è decaduta non per mancanza di idee, ma di menti».

Credo che esistano innanzitutto degli intellettuali, e tra questi ce ne sono alcuni che sono cattolici. A parte questo, la mia opinione è decisamente contraria a quel concetto di «intellettuale cattolico». Penso che l’intellettuale sia un uomo che partecipa alla vita politica e giornalistica di una società, mentre un cattolico è un uomo che riflette in modo globale su ogni cosa. In realtà, il termine «intellettuale cattolico» è stato coniato dalla politica e per una specifica orientazione politica, quella di un partito politico.

Rivolta studentesca

In qualità di docente e intellettuale, potrà sicuramente esprimere un parere sulla rivolta studentesca, alla quale ha accennato di sfuggita rispondendo a una domanda precedente. Quale ritiene che sia la causa? È dovuta a ragioni propriamente umanistiche?

–In realtà, si potrebbe discutere a lungo di quel movimento studentesco, poiché è difficile analizzarne le cause. Tuttavia, ritengo che la sua origine ultima, qui in Germania, risieda nel fatto che l’università tedesca non è più veramente un’università, bensì un insieme di istituti tecnici, con l’unico e semplice scopo di formare professionisti. In ogni caso, questo fatto costituisce almeno una delle cause che hanno dato origine al movimento.

Ciò che io intendo per Università comprende necessariamente un aspetto teologico e filosofico, che opera all’interno di una società. È così che si è costituita l’Università nel Medioevo. All’Università, alle sue origini, la discussione delle questioni controverse era una realtà. In questo ambito, quello della controversia intellettuale, è implicita l’universalità che ha costituito l’Università stessa, dandogli origine. Grazie a tale contributo, gli studenti di allora potevano orientarsi in modo universale, ovvero senza perdere di vista la prospettiva universitaria. Oggi, quando all’interno dell’Università non esiste più quella possibilità di discussione e di controversia sui temi universali, il conseguente danno non riguarda solo lo studente, ma anche lo stesso docente.

A proposito, di recente è stata inaugurata una delle università più giovani della Germania, quella di Bochum. E ha voluto farlo rispondendo a ciò che ho definito l«»offenheit für das Ganze«, il senso —di apertura— verso il tutto. In tale università, questo senso universale, al di là dell’aspetto tecnico, è addirittura concretizzato come elemento accademico. A proposito di quell’esperienza, ho scritto: »Il dibattito accademico che si estende tra le facoltà e le discipline è integrato nell’organizzazione dell’università. Esistono tuttavia molte difficoltà; ad esempio, quella della lingua comune che non è più condivisa tra le facoltà; e anche il fatto che i professori temono di esprimere le loro opinioni più personali, in quanto non possono essere scientifiche in senso stretto».

L’Università dovrebbe essere aperta a tutto. Deve infatti essere un’istituzione al servizio del libero pensiero, uno spazio libero all’interno della società, un rifugio della libertà intellettuale. In altre parole, in quel luogo che è o dovrebbe essere l’Università, gli atteggiamenti diretti e le prese di posizione concrete devono rimanere in sospeso, in secondo piano. Ed è proprio in questo senso che la libertà accademica affonda le sue radici. Tale libertà non esiste più nelle università tedesche, e ancor meno in quelle americane.

Pertanto, la causa ultima della rivolta studentesca potrebbe risiedere nella volontà di difendere l’Università come roccaforte istituzionale del libero pensiero?

–A mio avviso, gli studenti non si ribellano solo per questo motivo. Insisto sul fatto che la loro ribellione sia dettata da una motivazione molto complessa. Una delle cause risiede nella reazione nei confronti di quelli che gli studenti qui chiamano «gli specialisti idioti»; ovvero, nei confronti dei docenti che si limitano a coltivare e proporre la propria specializzazione tecnica. Questo l’avevo già detto, perché era quello che pensavo.

Ho sottolineato che l’Università non può separarsi dall’idea filosofica generale che ne costituisce l’essenza. D'altra parte, tuttavia, quando gli studenti, che sono un'incarnazione del mondo del lavoro nel suo complesso, si dedicano a quella che definiscono la «politicizzazione» dell’Università, compromettono proprio quello spazio intellettuale libero che costituisce l’essenza stessa dell’esperienza universitaria.

È quindi negativo che gli studenti si interessino alla politica?

–A mio avviso, gli studenti non dovrebbero dedicarsi alla politica, né a livello teorico né pratico. Un’altra cosa è che parlino di politica all’università, ma solo a livello teorico.

In sintesi, gli studenti non devono rifiutare questo dibattito teorico, come fanno invece i gruppi studenteschi che vogliono introdurre una politica di parte all’interno dell’Università. Una cosa è discutere all’interno dell’Università delle argomentazioni avanzate dai partiti, un’altra è trasformare l’Università in una arena politica e di parte.

L'autoreJerónimo Martel

Vaticano

Papa Leone XIV durante l’Angelus: «La generosità di Dio non è ingenua, ma saggia e crede in noi»

Da Castel Gandolfo, Leone XIV ha riflettuto sulla parabola del seminatore e ha invitato i fedeli a approfittare dei giorni di vacanza per coltivare il silenzio, la preghiera e la meditazione, oltre al riposo estivo.

Paloma López Campos-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Domenica 12 luglio 2026, Papa Leone XIV ha presieduto la recita dell’Angelus da Castel Gandolfo insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti davanti al Palazzo Apostolico. Nel suo discorso, il Santo Padre ha incentrato il proprio messaggio sulla parabola del seminatore, sottolineando la pazienza, la fiducia e l’amore incondizionato di Dio verso l’umanità.

La fiducia in Dio di fronte alla debolezza umana

Il Pontefice ha spiegato che Gesù è il seme che il Padre continua a spargere nel mondo, anche se a volte trova nelle persone un terreno «duro e insensibile» o «distratto», simile al suolo calpestato delle strade o ai cespugli spinosi.

Tuttavia, il Papa ha assicurato che Dio conosce il cuore umano meglio di chiunque altro e non smette mai di seminare, perché la forza del suo amore è più forte delle nostre debolezze: «La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma saggia, e sa scoprire in noi la possibilità di un bene di cui, a volte, nemmeno noi stessi siamo consapevoli».

Trasformazione dei cuori

Nel corso della sua riflessione, il Santo Padre ha citato un passo di san Giovanni Crisostomo per illustrare come la grazia divina abbia il potere di trasformare i terreni più difficili in campi fertili.

È proprio questa apertura e umiltà nel ricevere il seme divino che, secondo il Papa, permette di raccogliere i frutti dello Spirito Santo nella società. Elencando virtù quali «amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, bontà, fedeltà, modestia, autocontrollo», Leone XIV esclamò: «Quanto ha bisogno il nostro mondo di questi frutti, di essere colmato e trasformato da essi!»

Una vacanza estiva che abbia un senso

Approfittando del periodo di vacanze, il Pontefice ha lanciato un appello diretto ai fedeli affinché non trascurino la loro vita spirituale durante i giorni di riposo. Li ha incoraggiati a ritagliarsi del tempo per ascoltare, leggere e meditare la Parola, nonché a dedicarsi al riposo e al “sano divertimento”, riservando anche “momenti significativi di silenzio e di preghiera”.

Al termine del suo discorso, il Papa ha espresso l’auspicio che questo periodo di pausa permetta ai fedeli di tornare alle loro normali attività «rinnovati nel corpo e nello spirito», pronti a collaborare alla crescita del Regno di Dio, affidando questa intenzione alla Vergine Maria.

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Evangelizzazione

Manu, il ragazzo che ha chiesto al Papa: «Dio mi mette sempre sul gradino più alto»

Un mese dopo la visita del Papa in Spagna, abbiamo parlato con Manu, un giovane che ha avuto l’opportunità di porre una domanda al Papa, facendosi portavoce di tutti i giovani spagnoli. Ci racconta la sua testimonianza e come questa esperienza continui ad aiutarlo nel suo cammino di fede.

Teresa Aguado Peña-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

“Oggi ci sono molti giovani assetati di Dio, altri a cui piacerebbe credere e altri ancora che non vogliono parlare di Dio, ma spesso non sappiamo come aiutarli. Come possiamo noi, che siamo anch’io alla ricerca, accompagnarli nel loro percorso alla scoperta della bellezza della fede?”. Questa è stata la domanda che Manu, un giovane di 25 anni, ha posto al Papa durante la veglia dei giovani lo scorso 6 giugno.

Il Papa gli rispose forte e chiaro: “¡»Non siamo soli!”. Quella sera, Leone XIV ha ricordato a Manu e a tutti i giovani che abbiamo Dio e una grande comunità al nostro fianco. Ha inoltre sottolineato che è attraverso la nostra esperienza e la nostra testimonianza che dobbiamo insegnare la bellezza della fede a coloro che non conoscono il Signore.

Al di là delle teorie o dei moralismi, il Papa ha sottolineato ai giovani l’importanza della testimonianza. Le sue parole sono rimaste impresse nella mente di Manu, che in un’intervista con Omnes ci racconta proprio la sua esperienza.

Giovani irrequieti

Manu ha potuto vedere con i propri occhi e testimoniare quel “non siamo soli” del Papa. Racconta che, come molti altri, è rimasto colpito dalle 600.000 persone che durante la veglia si sono inginocchiate e hanno osservato un minuto di silenzio davanti all“”unico re».

Infatti, durante la veglia è emerso chiaramente che i giovani si mobilitano alla ricerca di risposte: «Vedo moltissime inquietudini, sia tra i giovani cattolici che tra coloro che non credono. Tutti ci interroghiamo sul nostro futuro, sulla nostra vocazione, sul senso della vita. Ed è proprio per questo che molte persone finiscono per avvicinarsi alla Chiesa.»

Per lui, il cristianesimo offre una risposta diversa alla logica dominante: «Viviamo in una società in cui sembra che tutto ruoti attorno al lavoro o al successo. La Chiesa ti ricorda che la tua vocazione è molto più profonda. Nel mio caso, ad esempio, la mia vocazione non è la mia professione, ma mettere su famiglia. Il lavoro è un mezzo, non il fine.»

Come spiegare le «rinunce» che comporta l’essere cristiano?

Durante la conversazione emerge una questione ricorrente: come spiegare a chi è lontano dalla fede aspetti quali la castità o le esigenze del Vangelo.

La sua risposta sorprende per la sua semplicità. «Spesso cerchiamo di convincere con la ragione. Spieghiamo perché facciamo certi sacrifici e la gente capisce persino la nostra logica, ma non se la beve».

Ma per Manu deve essere il contrario: «Prima bisogna sperimentare l’amore di Dio. Solo dopo tutto il resto acquista senso. Se si parte dalle regole, sembra che il cristianesimo sia solo un insieme di divieti. Ma quando si scopre l’amore di Dio, quelle stesse cose smettono di essere vissute come sacrifici e diventano una conseguenza naturale».

Poter fare domande al Papa

Manu racconta come l'esperienza di trovarsi al cospetto del Papa abbia rappresentato per lui un chiaro segno dell'amore di Dio: «Quando mi hanno detto che avrei fatto la domanda, stavo attraversando un periodo piuttosto difficile. Avevo pochissima autostima e pensavo di non meritare di essere lì».

«Per me è stata una dimostrazione del fatto che, anche se mi abbasso fino a terra perché sono un peccatore e penso di fare le cose molto male, il Signore mi mostra quanto mi ama. Anche se credo di trovarmi nel momento peggiore della mia vita, Lui mi pone sempre sul gradino più alto perché è così che mi vede.

Questo è ciò che mi rimane: cercare di guardarmi con gli occhi di Dio e guardare anche gli altri in questo modo, sia gli amici che coloro che ci costa amare, perché se Lui ci pone sempre al primo posto anche nei nostri momenti peggiori, anche noi dovremmo cercare di mettere gli altri allo stesso posto».

Una semplice conversione

Sebbene sia sempre stato cattolico, Manu ammette che per molti anni la sua fede è stata semplicemente un retaggio: «Sono sempre andato a messa perché i miei genitori mi hanno educato così, ma in realtà non conoscevo Dio personalmente».

Il suo modo di vivere la fede è cambiato quando ha iniziato a impegnarsi nella sua parrocchia (Nostra Signora del Buon Esito) nel 2022: «Non è stata una conversione spettacolare, ma sì una maturazione molto profonda. Ho smesso di vivere la fede per abitudine per scoprire che Dio voleva far parte della mia vita».

Da allora coordina gruppi di giovani, partecipa alla formazione diocesana e dal prossimo anno inizierà anche a tenere corsi di catechismo.

Lo slancio della veglia permane

A distanza di alcune settimane dalla visita papale, ammette che l’entusiasmo iniziale non è svanito: «È un momento a cui torno continuamente con la mente. Quando sento che sto per crollare, ripenso alla veglia, ripenso a tutto ciò che ho vissuto e ritrovo le forze».

Spera inoltre di aver suscitato delle domande in coloro che hanno osservato da lontano la folla di giovani riuniti attorno al Papa: «Credo che molte persone si chiederanno cosa spinga tanti giovani. Cosa spinga centinaia di migliaia di persone a voler essere lì, a vivere tutto questo con tanta gioia, tanto silenzio e tanta pace. Spero che questa domanda sia un punto di partenza».

Perché, come ha imparato in quei giorni, l’evangelizzazione non inizia con grandi discorsi, ma con la testimonianza di una vita trasformata dall’amore di Dio.

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Cultura

«Sogni di treni». La ricerca di un senso

La giornalista e filosofa Rocío Montuenga ha scelto questo film come uno dei più importanti dell’anno scorso. È un film meraviglioso, dal ritmo lento, ricco di dettagli, che invita a riflettere sul senso della vita e, in particolare, sulla sofferenza.

Rocío Montuenga / Jaime Nubiola-13 luglio 2026-Tempo di lettura: 4 minuti

Sebbene fosse stato candidato a quattro Oscar, l’acclamato film Sogni di treni Il film di Netflix non ha vinto alcun premio alla cerimonia di premiazione dello scorso 15 marzo. Tuttavia, ho chiesto alla professoressa Rocío Montuenga di condividere con noi le sue riflessioni su questo magnifico film. Ecco cosa scrive:

“Durante gli anni dell’università, nelle lezioni di Filosofia del linguaggio tenute da Jaime Nubiola, ho acquisito un’intuizione che il tempo non ha fatto altro che confermare: esistono realtà che vanno oltre ciò che è verificabile. Se dovessimo dividere il mondo tra ciò che può essere verificato e ciò che sfugge all’esperienza sensoriale, da una parte ci sarebbero la scienza, il tangibile e tutto ciò che può essere spiegato; dall’altra, l’universo dell’ineffabile. Quell’ambito di cui, come scrisse Ludwig Wittgenstein nel suo Trattato logico-filosofico, ‘Di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere’.

Eppure è proprio lì che risiedono alcune delle domande più decisive dell’esistenza. L’amore, la sofferenza, la bellezza, Dio, la speranza o il senso della vita difficilmente possono essere ridotti a formule o verifiche empiriche. Sono realtà che ci superano e, proprio per questo, ci costituiscono.

Domande come ‘Che senso ha la mia vita?’, ‘Esiste uno scopo in grado di dare un senso alle mie decisioni, alle mie perdite e ai miei desideri?’ o ‘Perché sono qui?’ affiorano inevitabilmente. Prima o poi, l’essere umano si trova a confrontarsi con esse, non perché si aspetti risposte definitive, ma perché vivere significa imparare a convivere con il mistero.

La fragilità della vita

Queste questioni pulsano silenziosamente nel protagonista di Sogni di treni (Sogni di treni, 2025), un uomo la cui esistenza sembra segnata dalla perdita e dalla ricerca di una coesione che dia unità alla sua storia. 

Il film, diretto da Clint Bentley e tratto dal romanzo di Denis Johnson, si muove tra il occidentale e il dramma rurale, con il ritmo lento del slow cinema. Più che un racconto di genere, è una riflessione sul mistero dell’insensatezza e sull’incessante — e radicalmente umana — ricerca di senso.

Fin dalle prime battute, Sogni di treni pone lo spettatore accanto alla voce in spento di un narratore che accompagna la storia di Robert Grainier, un operaio del West americano che, all’inizio del XX secolo, partecipa alla costruzione della ferrovia. Orfano fin da bambino, impara troppo presto che la vita può spezzarsi senza preavviso.

Sulla ferrovia, la morte ingiusta di un compagno immigrato — sfruttato e disprezzato perché non apparteneva al mondo degli uomini bianchi americani — lascia in lui un segno silenzioso difficile da cancellare. 

Il dolore si insinua allora come un interrogativo, anche sotto forma di sogni ricorrenti in cui viene assalito dalla presenza del suo amico. Da allora, Robert sembra convivere con una domanda ricorrente: perché la vita ferisce in modi così difficili da comprendere?.

Tuttavia, il film mostra anche che il senso della vita raramente si presenta come un’idea astratta o come qualcosa che organizza linearmente la biografia; piuttosto irrompe incarnato in persone concrete, negli sguardi e nei gesti. Nel caso di Robert, quel primo punto di riferimento arriva attraverso Gladys, la cui compagnia gli restituisce una forma di riconciliazione con la vita. 

L'amore, la prospettiva di una casa e l'arrivo di sua figlia portano con sé un'inaspettata sensazione di pienezza nel mezzo di un'esistenza difficile. La felicità non sta tanto nel dove, nel quando o nel come, quanto piuttosto nel con chi. 

Senso e perdita

A questo punto è inevitabile pensare alla riflessione fondamentale di Viktor Frankl in La ricerca di senso dell'uomo. Frankl sostiene che l’essere umano trovi un senso in tre modi: attraverso un’opera o un compito, attraverso l’amore e la bellezza — il ‘dono ricevuto’ — e, infine, nella sofferenza accettata. 

Il percorso di Robert sembra attraversare, quasi inconsapevolmente, questi tre percorsi: il lavoro nella costruzione della ferrovia e come boscaiolo, l’amore di Gladys e di sua figlia, e più avanti l’esperienza devastante della perdita. Lì dove sembra aprirsi un abisso di assurdità, la trama suggerisce, con una delicatezza che ricorda il cinema di Terrence Malick, che anche il dolore possa trasformarsi lentamente in un luogo sacro e ricco di significato.

Per raccontare questo percorso di un cuore spezzato — segnato dal lutto, dalla fragilità e dalla fugacità della vita — Bentley ricorre alla natura come specchio e continuità. La vita di Robert si intreccia con immagini di legno, asce, tronchi che cadono e foreste aperte dall’intervento umano. Ma anche con fiumi che scorrono, uccelli che sorvolano il paesaggio, fiori che sbocciano all’aperto, falò notturni e tramonti che tingono di calma le montagne dell’America profonda. 

La natura qui non è un semplice sfondo, ma una presenza viva che suggerisce trasformazione, ciclo e permanenza nel mutamento.

Il pianto di Robert Grainier di fronte al vuoto lasciato dalle sue perdite non lo chiude in se stesso, ma lo apre, paradossalmente, a una comprensione più profonda della vita nella sua incertezza. Anche nel mezzo della sofferenza, la sua esistenza non si riduce a ciò che ha perso, ma rimane permeata da ciò che ha ricevuto e da ciò che ha potuto offrire: il suo lavoro, la sua presenza, la sua amicizia, il suo amore silenzioso e la sua capacità di sostenere la vita degli altri con gesti discreti.

Imparare a ricevere

Forse qui si intravede un’intuizione decisiva: che non tutto il senso va costruito, ma va anche accolto. La vita non si esaurisce in ciò che facciamo o otteniamo, ma anche in ciò che riceviamo e nel modo in cui lo riceviamo. Ed è proprio in questa accoglienza — di ciò che è luminoso e di ciò che è ferito — che si apre una forma più profonda di senso.

In questo senso, spesso l’essere umano non riesce a trovare un senso alla propria vita perché la riduce a ciò che fa, a ciò che possiede o a ciò che produce. Tuttavia, l’esistenza sembra andare oltre questi limiti: non si spiega solo attraverso l’azione, ma anche attraverso la ricezione.

Gli alberi che compaiono in Sogni di treni qui fungono da metafora particolarmente eloquente. Il tronco abbattuto e quello ancora in piedi convivono nello stesso paesaggio, ricordandoci che la vita integra contemporaneamente ciò che nasce, ciò che cade e ciò che rimane. In questa convivenza di opposti si intravede una comprensione più profonda dell’esistenza: non come dominio, ma come accettazione del suo ritmo proprio.

Da questo punto di vista, la vita non si giustifica solo per ciò che ci accade o per ciò che realizziamo, ma anche per ciò che riceviamo e per ciò che siamo in grado di restituire senza calcoli, partendo dal nostro essere nel presente. In questo scambio gratuito si apre una forma più profonda di significato. E forse è proprio lì, in una serena gratitudine per ciò che è stato vissuto, che l’essere umano trova la forza per continuare ad abitare il mistero dell’esistenza”.

L'autoreRocío Montuenga / Jaime Nubiola

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Cultura

Saydnaya e Maaloula: dove ancora si parla la lingua di Gesù

Due luoghi emblematici del cristianesimo orientale, Saydnaya e Maaloula, conservano ancora oggi tradizioni millenarie, tra cui una variante dell’aramaico, la lingua associata a Gesù.

Gerardo Ferrara-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Ho già scritto in queste pagine riguardo alla Siria che era: un paese crocevia di civiltà e imperi, lingue, religioni e alfabeti, un mondo perduto di popoli e comunità che una guerra terribile e prolungata ha distrutto e di cui non si sa se potrà riprendersi. 

Oggi voglio continuare a parlarne, con nostalgia e desiderio di tornarvi, per condividere un viaggio che, nell’agosto 2008, mi portò a visitare due luoghi che custodiscono il cuore più antico del cristianesimo d’Oriente: il monastero di Saydnaya e il villaggio di Maaloula, dove si parla ancora una forma di aramaico, lingua di Gesù.

Il deserto e la frontiera

Immaginate di trovarvi in Libano. Tre stupende settimane a girare per il Paese in lungo e in largo, tra montagne, mare, monasteri antichi e moderni, città meravigliose, cibo incredibile e un popolo accogliente come raramente capita d’incontrare. 

Ma mancava qualcosa: il deserto! Da sempre sognavo di vederlo, di posarci i piedi su quella distesa color ocra che avevo visto solo in fotografia. E così convinsi gli amici a contattare un’agenzia per un’escursione oltre frontiera: Saydnaya, Maaloula e, infine, Damasco. Era l’inizio di agosto. Faceva caldo, sì, ma nulla che si potesse paragonare alle ondate di calore che soffriamo in questi ultimi tempi. E, al mattino presto, siamo saliti su un minivan, io e due amici cristiani libanesi, con un autista druso, libanese anche lui, che ci avrebbe fatto anche da guida.

Ricordo ancora la nonchalance mediorientale con cui il nostro autista guidava per le strade che si arrampicano sulla catena del Libano, costeggiando i carri armati abbandonati ai bordi della carreggiata: vestigia silenziose della lunga occupazione siriana, terminata nel 2005 dopo trent’anni di presenza militare.

Scendendo verso valle, ormai in vista dell’Antilibano e della vicina frontiera, la strada si faceva più dritta e, al confine, io, italiano, passai con facilità: una stretta di mano cordiale, qualche dollaro per il visto e tanti saluti, mentre libanesi e siriani attendevano in fila sotto il sole. Un paradosso, per molti versi inaccettabile, lo stesso che si incontra tra Israele e Cisgiordania.

E poi, superata la frontiera, la prima, folgorante visione. I miei amici libanesi, abituati alle montagne verdeggianti, alle terrazze coltivate, ai cedri, non si capacitavano di come potessi restare così rapito dal deserto. Eppure, era così: quella distesa immensa, dal colore ocra bruciato dalla luce abbacinante del sole d’agosto, l’orizzonte piatto che si stendeva infinito davanti al minivan, mi conquistarono subito. Vi è qualcosa di mistico nei deserti di quella parte del mondo: non per nulla le tre religioni abramitiche sono nate lì. Evidentemente, laggiù l’uomo ha maggiore propensione all’ascolto di Dio.

Saydnaya: la Madonna sulla roccia

La prima tappa fu Saydnaya (dall’aramaico Saidnāyā: “nostra Signora”), monastero greco-ortodosso fondato, secondo la tradizione, dall’imperatore Giustiniano nel VI secolo, su una roccia a circa 30 km a nord di Damasco, che custodisce una delle icone mariane più antiche e venerate dell’intera cristianità orientale.

L’arrivo al monastero fu un’ascesa verso il cielo: la salita ripida, il sole di agosto che picchiava forte sulla struttura che si ergeva sulla roccia, quasi tutt’una con essa. Le mura esterne, spesse, in pietra chiara, proteggevano discrete ciò che era custodito all’interno: né il cortile fiorito, né i sentieri silenziosi che collegavano i vari ambienti del monastero, un piccolo mondo a sé stante.

Dentro la chiesa principale, l’iconostasi dorata si alzava come una muraglia a guardia del sancta sanctorumi e i candelabri con la loro luce tremolante sulle icone antichissime, creavano un’atmosfera rarefatta. Eravamo in pochissimi e il silenzio, con la frescura e il riparo offerti dalla chiesa, faceva venir voglia di star lì per sempre.

Al centro, in un reliquiario, l’icona della Madonna di Saydnaya, dipinta, secondo la tradizione, dall’evangelista Luca e portata qui da Bisanzio. 

I miei amici libanesi richiamarono la mia attenzione su un gruppetto di musulmani che mostravano grande rispetto e venerazione per quel luogo sacro anche per loro.

Una volta fuori, contemplai la vallata che si apriva ai piedi del monastero, la distesa color ocra che abbracciava l’orizzonte mentre i raggi del sole si riflettevano impietosi sulle mura bianche del convento. 

A pensarci ora, mi commuovo sapendo che quel Paese così bello avrebbe subito una tragedia immane solo un paio d’anni dopo.

Maaloula: la lingua di Gesù

Maaloula mi ha segnato ancora di più di Saydnaya, se possibile.

Continuavo a guardare estasiato il paesaggio dal finestrino, mentre uno degli amici libanesi soffriva da morire il mal d’auto (ma non m’importava più di tanto!): ma come non essere rapiti dalla bellezza di quel deserto piatto che, improvvisamente, diveniva frastagliato e poi roccioso, aprendosi in una gola sovrastata da Maaloula?

Così mi apparve il villaggio aggrappato alla roccia, uno dei pochi posti al mondo dove si parla ancora l’aramaico occidentale: la lingua parlata da Gesù. 

Va precisato che esistono diverse varianti moderne dell’aramaico antico, che si è evoluto, come il latino, originando lingue come il siriaco, l’aramaico giudaico palestinese (parlato all’epoca di Gesù) o i dialetti caldei (in Iraq).

A Maaloula questa lingua risuona ancora per strada, nelle preghiere delle chiese, nelle voci dei bambini.

Per prima cosa visitammo il monastero dei Santi Sergio e Bacco (Mār Sarkīs wa-Bakhūs), uno dei luoghi di culto cristiano più antichi del mondo (IV secolo), costruito su un tempio pagano precedente. La fontana nel cortile, le porte in legno scuro, il silenzio del chiostro: ogni cosa trasmetteva la sensazione di trovarsi fuori dal tempo.

Nella chiesa greco-cattolica, la guida, una ragazza del posto, ci riunì attorno all’altare di forma quadrata (di epoca precristiana) per recitare per noi il Padre nostro in aramaico. L’emozione provata allora si unisce al dolore di aver visto, nei reportage in TV, quello stesso altare poi spaccato a martellate da integralisti islamici durante la guerra civile. Duemila anni di convivenza tra pagani e cristiani e poi tra musulmani e cristiani spazzati via a colpi di martello!

Usciti dalla chiesa, ci inoltrammo tra le gole e le rocce che portano al santuario di Santa Tecla, una delle prime martiri cristiane, discepola dell’apostolo Paolo. La tradizione vuole che, essendo Tecla inseguita dai suoi persecutori, la roccia si sia aperta miracolosamente per darle riparo. La fenditura non molto diversa da quella che si percorre per giungere a Petra, in Giordania, e in certi punti, dove diventa più angusta, si è letteralmente stretti tra l’ocra della pietra e su, su in alto, l’azzurro intenso del cielo terso.  

Quel che rimane

Certamente quel viaggio, conclusosi poi a Damasco, presso la casa di Anania, è impresso in modo indelebile nella mia memoria e nel mio cuore. Sulla strada di ritorno verso Beirut, sul far della sera, ci lasciammo alle spalle l’immensa periferia della capitale siriana, con i giganteschi manifesti di Bashar al-Asad che ancora troneggiavano ovunque, e il deserto che cangiava i suoi colori verso l’arancio e il marrone.

Forse non rivedrò mai più quei luoghi come li ho lasciati. 

Nel settembre del 2013, infatti, Maaloula fu uno dei primi villaggi cristiani di Siria ad essere occupato dai ribelli di Jabhat al-Nusra (legati ad al-Qaeda), il cui fondatore e leader era l’attuale presidente siriano tanto caro a Trump, Ahmed al-Sharaa Al-Jawlani!

Gli scontri provocarono danni ingenti al patrimonio storico e artistico: il monastero dei Santi Sergio e Bacco saccheggiato, alcune delle sue antichissime icone trafugate o distrutte. Fu il convento di Santa Tecla, tuttavia, a diventare il simbolo più doloroso di quella stagione: le dodici suore che vi abitavano furono rapite dai miliziani e tenute in ostaggio per quasi tre mesi, tra il dicembre 2013 e il marzo 2014, poi liberate dopo una lunga e complessa trattativa con la mediazione del Qatar.

Anche Saydnaya fu travolta dalla guerra. Nel famigerato carcere nei pressi del monastero, difatti, il regime di Asad rinchiuse, secondo i rapporti di Amnesty International, migliaia di persone. Moltissime furono torturate e uccise, tante non hanno fatto più ritorno, svanendo tra le piaghe e le cicatrici di un conflitto che ha distrutto un Paese.

La speranza è che, come avvenuto in tante epoche della storia, la Siria, e quei luoghi di incantevole bellezza e incommensurabile valore culturale, ad essere un faro di civiltà, tolleranza e buon vivere.

L'autore, Gerardo Ferrara, nel monastero di Nostra Signora di Saydnaya
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Cinema

“Cose che non dimenticherò mai”, uno sguardo intenso sull’Alzheimer

Edoardo Leo, protagonista e produttore del film “Cose che non dimenticherò”, spiega come la realtà dell’Alzheimer venga affrontata con senso dell’umorismo e senza drammatismi.

José María Navalpotro-12 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Paolo ha 40 anni e gli viene diagnosticato l’Alzheimer precoce. Comincia a perdere la memoria e decide di vivere il momento e godersi la compagnia di sua moglie Michela e di suo figlio Mattia, di 11 anni. Questa è la storia che racconta in “Cose che non dimenticherò mai”, appena uscito nelle sale in Spagna.

La storia si basa sulla vita reale dello stesso Paolo Piccoli e di suo figlio Mattia, che sono stati premiati dal presidente di Italia. Edoardo Leo, protagonista del film e produttore, è stato in Spagna e spiega cosa lo abbia spinto a dedicarsi a questo dramma profondamente umano che parla di famiglia, di malattia e del senso della vita.

In 115 minuti, il film ci trasporta con umanità e umorismo nel mondo di Paolo, che sta iniziando a svanire a causa dell’Alzheimer. E decide di vivere momenti degni di essere considerati “cose da non dimenticare”, che lo aiutano a godersi di più la sua vita sempre più offuscata. Non è un film strappalacrime, nonostante la gravità del tema. Il regista e sceneggiatore è Alessandro Aronadio, che lavora con un cast di attori sensazionale, in particolare Edoardo (Paolo nel film) e il giovane Javier Francesco (suo figlio). È prodotto da Bosco Films, e il sito web dove è possibile verificare in quali cinema è in programmazione è cosasquenoolvidare.com.

Da dove è nata l'idea di realizzare il film?

– È una cosa che capita nella vita, purtroppo. Perché il presidente Mattarella, presidente della Repubblica, ha consegnato un premio a questo bambino (Mattia) per il modo in cui si è preso cura di suo padre.

Abbiamo scoperto questa storia grazie a questa notizia sulla consegna del premio. Poi abbiamo scoperto che la moglie di Paolo aveva scritto un libro in cui raccontava la storia di Paolo. A quel punto abbiamo acquistato i diritti e abbiamo deciso di scrivere la sceneggiatura. Questa storia ci ha profondamente commosso. Perché abbiamo visto l’emozione di questo ragazzo, di questo ragazzino, premiato dal presidente della Repubblica: una cosa incredibile. 

Era davvero necessario un film del genere? L’Alzheimer non è un tema che viene spesso affrontato al cinema.

– Per me, alla mia età, girare un’altra commedia e basta, solo per il gusto di farlo, non aveva senso. Così, insieme ad Alessandro (il regista e sceneggiatore), abbiamo accettato questa sfida: far sorridere le persone e commuoverle con un tema così drammatico. Forse ci stavamo sbagliando, ma dovevamo farlo nel rispetto del dolore della famiglia. Era una grande responsabilità. Ma per me questo è il compito fondamentale della commedia. 

Qual è stata la cosa più difficile nell'affrontare questo ruolo?

– La cosa più difficile è trasmettere quella sensazione. Quello che sto per dire può sembrare paradossale, ma è più facile interpretare la malattia. La difficoltà sta nel dare corpo a qualcosa che solo l’Alzheimer provoca. Sapere di essere malati, ma non averne la consapevolezza, né la percezione.

Quella fase è la più difficile da interpretare. È qualcosa che ha a che fare con la coscienza, la memoria. È molto complicato. Così come è complicato rendere le sfumature, il grigio rende più difficile raccontare una storia. 

Com'è stato il rapporto con la famiglia reale? 

– Non ho voluto incontrarli prima. Né vedere Paolo prima, perché stava troppo male.

Prima della proiezione del film, ho conosciuto Michela e Mattia. E ho detto loro: «Non cercate vostro padre nel film. Il cinema deve ingannare o tradire le storie affinché diventino cinematografiche». Non cercate la biografia di vostro padre, ma l’essenza della storia di vostro padre. Perché avrebbe potuto essere una delusione. E la cosa più bella è stato l’abbraccio alla fine della proiezione. Mi hanno detto che in quell’abbraccio avevo lo stesso sorriso di Paolo.

Lo scopo del film era quello di toccare il cuore del pubblico? O di sensibilizzare sul tema dell’Alzheimer?

– Sì, perché i film non insegnano nulla, non c’è nulla che il cinema possa insegnare. Non credo nel cinema che trasmette messaggi, non credo nel cinema didattico, perché altrimenti diventa moralista.

Il cinema, invece, si basa su se stesso, racconta storie. E se quella storia tocca il cuore delle persone, le motiva. Insegna qualcosa di diverso a ciascuno, non c’è un unico messaggio.

Forse il messaggio che trasmette è che per essere un eroe non è necessario essere qualcuno di speciale. Anche essendo una persona normale, si possono compiere azioni eroiche nella vita di tutti i giorni.

– È proprio così. Qui, un bambino diventa un eroe perché fa da padre a suo padre. È incredibile: un bambino non dovrebbe mai avere una responsabilità del genere, mai; ma è meraviglioso. È una specie di supereroe dei sentimenti.

Questa scena commovente è una delle cose più belle del film. 

È già uscito in Italia: che riscontro ha avuto?

– È stato un successo, è incredibile. Perché è un film sull’Alzheimer, non è una commedia divertente come il viaggio di un gruppo di amici. È un film che avrebbe potuto suscitare un certo rispetto nei confronti delle persone. Ma non è andata così.

A livello personale, la cosa più straordinaria è la quantità di messaggi, lettere e commenti sui social network da parte di persone che hanno vissuto o stanno vivendo questo momento con un malato di Alzheimer in casa. Mi hanno ringraziato perché cerchiamo di mettere in luce l’unico aspetto positivo di questa malattia: il ricordo dei legami affettivi.

Come siete riusciti a gestire il senso dell’umorismo nel film? È molto difficile trovare il giusto equilibrio nel fare battute su un tema così drammatico.

– È questo il compito della commedia. La cosa più difficile è ridere di fronte al dolore e alla malattia. Ma il punto è che non si ride di loro, bensì con loro, insieme a loro.

È la parte più complicata, ma è anche quella che ci ha stimolato di più. Ogni giorno, durante le riprese, Alessandro e io ci chiedevamo: “Possiamo dirlo? Dove sta il limite?”. Ci interrogavamo su quale potesse essere il limite per non offendere la famiglia.

Quando abbiamo scritto la sceneggiatura, l’abbiamo fatta leggere alla famiglia. Abbiamo proposto loro di usare i loro veri nomi solo se fossero stati d’accordo, se avessero accettato questa sceneggiatura. Altrimenti, avremmo usato nomi di fantasia. E loro, dopo averla letta, hanno detto: “Va bene”.

Non volevamo realizzare un film triste sulla storia del padre. Volevamo realizzare un film divertente ed emozionante. Paradossalmente, sarebbe stato più facile realizzare un film sulla malattia, una sorta di ricatto emotivo. 

A livello personale, in che modo il film l'ha colpita?

– Questo film ha rafforzato alcune convinzioni che tutti condividiamo ma che non mettiamo in pratica. Vale a dire, concentrarsi sulla profondità dei ricordi, non sulla loro quantità. Non dobbiamo aspettare che arrivino dall’esterno momenti speciali per la vita di ciascuno. A volte i momenti più speciali sono molto, molto piccoli. Ma bisogna andare a cercarli, non bisogna aspettare che arrivino.

In fondo, il film è un invito a valorizzare la dignità di ogni persona, anche di chi è malato.

– Oggi Paolo, pur essendo molto malato, continua a essere una fonte incredibile di emozione e amore per la sua famiglia.

Guardo dei video privati che lo ritraggono e, anche se ormai non riconosce più i figli, continua a essere fonte di emozione per quella famiglia. È una questione di come si guardano le cose: decidere di abbandonarsi alla tristezza di una storia, oppure cercare un modo per andare avanti. E un modo è cogliere quel briciolo di bellezza che c’è per tenere unita la famiglia, con l’amore come sentimento molto potente, molto forte.

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Iniziative

Dal quartiere di Kibera alla Facoltà di Giurisprudenza: il successo di Valary spezza il circolo vizioso della povertà

Otieno Valary Akinyi, una ragazza di 18 anni proveniente dall’insediamento informale di Kibera in Kenya, riesce ad accedere all’Università di Strathmore grazie al suo impegno scolastico e alla borsa di studio MACHEO PLUS dell’ONG Harambee.

Paloma López Campos-11 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Otieno Valary Akinyi, una ragazza di 18 anni nata e cresciuta nel villaggio di Raila, all’interno dell’insediamento informale di Kibera (Nairobi, Kenya), ha smentito le statistiche relative al suo contesto sociale iscrivendosi questo mese di giugno all’Università di Strathmore per frequentare il corso di laurea in Giurisprudenza. Questo traguardo, irraggiungibile per molti giovani che subiscono l’esclusione sociale nel quartiere, è stato reso possibile grazie alla borsa di studio MACHEO PLUS di Harambee ONGD, finanziata da un donatore che coprirà interamente i costi dei quattro anni del suo percorso accademico.

Il percorso verso l’università è iniziato con un grande impegno da parte di Valary. Durante il suo secondo anno di scuola superiore alla Kibera Girls Soccer Academy — una scuola che offre istruzione gratuita —, la ragazza ha aderito al programma Macheo dell’Università di Strathmore, incentrato sulla preparazione degli studenti delle scuole superiori all’accesso all’istruzione superiore. Frequentando lezioni e sessioni di tutoraggio ogni sabato, la sua costanza ha dato i suoi frutti: è stata proclamata la migliore studentessa della classe del 2025 dopo aver ottenuto una media di B+ (con lode) all’esame nazionale KCSE.

Una borsa di studio che significa tutto

Tuttavia, le difficoltà economiche minacciavano di compromettere il suo futuro. Con sei figli in famiglia, il reddito dei suoi genitori non era sufficiente per sostenere le tasse universitarie. Sua madre, che lavora in un negozio di cereali, guadagna circa 54 euro al mese, mentre suo padre si guadagna da vivere come venditore ambulante.

L’arrivo della borsa di studio finanziata dalla Spagna ha rappresentato un «ancora di salvezza» per la famiglia. In una lettera indirizzata alla sede di Harambee ONGD a Madrid, la giovane ha ringraziato per il sostegno economico che le eviterà di dover affrontare l’onere finanziario e le consentirà di concentrarsi sui propri obiettivi. «Mi dedicherò con impegno e diligenza ai miei studi per essere all’altezza di questo privilegio e laurearmi entro quattro anni», ha affermato Valary, il cui obiettivo è diventare avvocato per servire la propria comunità e garantire giustizia.

La notizia ha cambiato anche la sua famiglia. Sua madre, Esther Apin, ha raccontato l’angoscia che provava nel non sapere come avrebbero pagato gli studi di Valary, che sognava di diventare avvocato fin dagli ultimi anni delle elementari, e ha confessato di provare ora un grande sollievo e speranza. Suo padre, John Otieno, ha espresso profonda gratitudine per la generosità del benefattore spagnolo anonimo.

Effetto contagio

Questo successo sta inoltre avendo un importante «effetto contagio» nel suo contesto, un luogo in cui i giovani devono affrontare una grave carenza di posti scolastici. Claris Omondi, direttrice dell’ex istituto di Valary, sottolinea che questo risultato rappresenta una «grande motivazione» per le altre studentesse, che vedono così che è possibile accedere a un’università prestigiosa.

Attraverso borse di studio come questa, che prevedono relazioni annuali di monitoraggio per i donatori, Harambee ONGD punta a ottenere un impatto strutturale. Facilitando l’accesso all’università a giovani di talento, l’organizzazione mira ad accendere il motore dello sviluppo, consentendo a studenti come Valary, che sta già vivendo i suoi primi giorni di interazione e vita nel campus, di prendere in mano il proprio destino e migliorare il futuro delle loro comunità.

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Il potere dell'immaginazione

Dobbiamo fare in modo che l’immaginazione smetta di distrarci e di essere complice delle nostre paure, e che ci aiuti invece a vivere il presente con maggiore gioia.

11 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Santa Teresa d’Avila diceva che l’immaginazione è la pazza di casa e che nessuno riesce a tenerla a freno. Forse questa è una delle idee più note delle “Dimore del Castello Interiore” e di tutta la sua opera. Tuttavia, santa Teresa riconosceva che, sebbene la immaginazione può distrarci, ma può anche aiutarci nella preghiera. Se ben utilizzata, l’immaginazione può diventare una via verso la contemplazione, l’empatia e l’amore. Nel “Cammino di perfezione” scriveva: “Rappresentate il Signore stesso insieme a voi” e anche, in una delle sue poesie: “Io guardo il mio Amato e il mio Amato guarda me; Egli si prende cura delle mie cose e io delle sue”, compiti che evidentemente richiedono immaginazione.

L'importanza dell'immaginazione

Alcuni filosofi hanno sottolineato l’importanza di quella capacità cognitiva che non solo genera fantasie, ma funge da mediatore tra la sensibilità e l’intelligenza. Leonardo Polo affermava, ad esempio, che ciò che ci distingue dagli animali non è solo l’intelligenza, ma anche l’immaginazione, che ci permette di ricordare, anticipare, dare continuità all’esperienza e preparare l’astrazione intellettuale. Non solo, ma l’immaginazione può anche essere allenata e possiamo quindi orientarla verso cose positive, come l’arte o la scienza.

Come affermava il filosofo statunitense Charles S. Peirce, non esiste scienza alcuna che non sia preceduta da un “gioco piuttosto sfrenato dell’immaginazione”. In generale, non possiamo progredire nella conoscenza senza l’immaginazione, che è proprio ciò che ci presenta possibili ipotesi innovative. “Il ragionamento completo e tutto ciò che ci rende esseri intellettuali si svolge nell’immaginazione”, afferma Peirce.

Ma c'è molto di più. L'immaginazione è fondamentale anche per le nostre relazioni sociali: ci aiuta a metterci nei panni degli altri, a cercare la verità, a ideare possibili soluzioni, a esplorare diversi modi di agire, a dare un senso a ciò che facciamo e a sviluppare nuove abitudini.

Saper orientare la nostra mente

L’immaginazione, quindi, non va né repressa né denigrata. Bisogna semplicemente indirizzarla nel modo giusto affinché smetta di presentarci tutte le disgrazie e le calamità che incombono su di noi, affinché non continui a girare in tondo in modo estenuante, chiedendosi: «Cosa succederà se mi ammalo e non posso andare, se il mio ragazzo mi lascia o se semplicemente perdo l’aereo che devo prendere all’alba?».

Dobbiamo fare in modo che l’immaginazione smetta di distrarci e di essere alleata delle nostre paure, e che ci aiuti invece a vivere il presente in modo più gioioso. Perché è vero che la vita quotidiana può diventare difficile: dobbiamo destreggiarci tra mille impegni e adempiere al meglio ai nostri ruoli di madri o padri, figli, lavoratori, studenti, amici, cittadini e a tante, tantissime faccende, alcune controcorrente, altre piacevoli, ma spesso faticose.

Le piccole cose potrebbero non essere poi così piccole. Sopravvivere a una giornata qualsiasi a volte può rivelarsi più difficile che sbarcare sulla spiaggia di Omaha o scalare l’Everest. Ed è qui che entra in gioco la nostra immaginazione. Insegniamole che, invece di dirci «non ce la posso fare», ci aiuti a impugnare il fucile, il piccone e la piccozza.

Resistere in trincea

Quanto mi ha fatto bene quel sacerdote che mi diceva quando ero giovane: “Sei una valchiria, una guerriera cinese, un’autentica samurai, ce la farai con tutto”. Da lui ho imparato a risvegliare la mia immaginazione, perché è proprio lei che ci aiuta a resistere nelle trincee, mentre gli aerei nemici ci sorvolano. Ci sostiene per resistere meglio di un marine finché le onde non si placano. Tagli la testa al drago. Resisti nella città assediata. Cadi e ti rialzi. Ti adatti alle steppe siberiane con un po’ di vodka.

La vita spesso è così: non è certo una passeggiata tra i girasoli. Ci sono molti giorni grigi e situazioni che apparentemente ci travolgono, ma questo non significa che bisogna lamentarsi e tanto meno arrendersi.

A volte la vita assomiglia piuttosto a una spedizione in Antartide con i piedi congelati, vestiti con pelli che non riescono a scacciare il freddo dalle ossa, tra crepacci, valanghe, notti perpetue o che almeno così sembrano, con la nave intrappolata tra i ghiacci, con cibo ormai avariato e carne di foca come unico sostentamento, con bufere di neve e cumuli di ghiaccio e con un inverno così profondo che nemmeno i pinguini vengono a trovarti. All’improvviso, però, ci sono piccole tregue e il tuo cuore stanco trova conforto. Per qualche istante spicchi il volo, leggero, e vedi l’Antartide dall’alto, a volo d’uccello, tra i ghiacci.

Si tratta di andare avanti. Tutto qui. Nessuno ha detto che fosse facile. A volte non senti più i piedi, ma il cuore batte ancora e pompa. La vita, senza dubbio, non è fatta per i codardi e l’immaginazione ce lo ricorda. Ci permette di anticipare, interpretare e scoprire nuovi significati nell’esperienza. Grazie a lei, vedremo che si può fare e festeggeremo. Scenderemo in strada perché, in qualche modo, ogni giorno sarà il giorno della vittoria. Sopravviveremo. E salveremo anche il mondo.

L'autoreSara Barrena

Mondo

In autunno avrà inizio il processo di beatificazione della scrittrice Sigrid Undset

Sigrid Unset, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1928, era costantemente preoccupata per i poveri e per il benessere di sua figlia.

OSV / Omnes-10 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

In Norvegia sono in corso i preparativi per avviare il processo di canonizzazione della scrittrice Sigrid Undset, vincitrice del Premio Nobel, come annunciato l'8 luglio dal vescovo Fredrik Hansen di Oslo.

«Lei è molto più di una scrittrice e di una vincitrice del Premio Nobel. Per noi è un modello di fede cristiana, di una vita vissuta nella virtù e nella ricerca della santità», ha affermato il vescovo Hansen parlando di Undset durante una messa in cui ha dato l’annuncio.

«Ha dimostrato una preoccupazione costante e concreta per i poveri. Si è dedicata completamente alla cura di sua figlia, al suo impegno per la vita e alla santità della stessa. Attraverso i suoi numerosi libri, ha influenzato innumerevoli credenti, ispirandoli a vivere in Cristo e rendendo testimonianza dei nostri santi medievali», ha affermato, secondo un comunicato stampa.

Biografia

Nata in Danimarca nel 1882 e cresciuta in Norvegia, Undset è nota soprattutto per il suo romanzo «Kristin Lavransdatter», una trilogia che racconta la vita della protagonista nel Medioevo. Quest’opera valse a Undset il Premio Nobel per la Letteratura nel 1928, «soprattutto per le sue potenti descrizioni della vita nell’Europa settentrionale durante il Medioevo», secondo la commissione del Premio Nobel.

Le sue ricerche sul cattolicesimo medievale la portarono a convertirsi al cattolicesimo nel 1924 e nel 1928 entrò a far parte del Terzo Ordine Domenicano. Durante la Seconda Guerra Mondiale fuggì a New York, dove sostenne pubblicamente la resistenza norvegese al nazismo. Tornò in Norvegia dopo la fine della guerra nel 1945 e morì nel 1949 a Lillehammer.

L'impulso del vescovo Hansen

Prima di rendere nota l'iniziativa, il vescovo Hansen L'ha presentata alla Conferenza Episcopale Nordica, composta dai vescovi di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, nonché da esperti della vita di Undset. La causa di canonizzazione sarà avviata formalmente in autunno, come ha indicato.

Il vescovo Hansen ha dato la notizia durante una messa in onore di Santa Sunniva tra le rovine del monastero benedettino di Selja, un’isola considerata la culla del cristianesimo norvegese e sede della sua prima diocesi. Secondo la leggenda, la regina cristiana del X secolo, Santa Sunniva, fuggì dall’Irlanda per sfuggire a un matrimonio con un tiranno e morì infine a Selja, dopodiché a quel luogo furono attribuiti dei miracoli.

«Proprio come Santa Sunniva e le sue compagne, anche Sigrid Undset deve essere per noi un modello di vita in Cristo», ha affermato il vescovo Hansen. Ha esortato i fedeli a pregare per l’impegno della diocesi a favore della sua causa.

Dopo l’apertura formale della sua causa, Undset riceverà il titolo di «serva di Dio». Se la causa procederà, il Papa le conferirà il titolo di «venerabile» in riconoscimento della sua vita di eroica virtù cristiana. Normalmente, per la sua beatificazione sarebbe necessario un miracolo approvato attribuito alla sua intercessione, mentre per la sua canonizzazione sarebbe necessario un secondo miracolo approvato.

L'autoreOSV / Omnes

I nostri figli non hanno bisogno di un’infanzia agiata

In una cultura dominata dagli schermi e dalla gratificazione immediata, educare i figli alla diligenza significa aiutarli a ritrovare il gusto per l’impegno, il servizio e la vera gioia.

10 luglio 2026-Tempo di lettura: 3 minuti

Ci sono scene semplici che lasciano un insegnamento profondo. Qualche giorno fa ne ho vista una che mi ha commosso. Una nonnina, di oltre ottant’anni, si è seduta accanto al nipotino di otto anni, che era completamente assorto davanti allo schermo del suo iPad.

«Che stai facendo?» chiese con tenerezza.

—Qui… a passare il tempo.

—E perché non vai a giocare con gli altri bambini che sono in giardino?

—Oh, no! Che pigrizia!

La nonna sorrise. Invece di rimproverarlo, decise di parlargli. Gli chiese cosa significasse la pigrizia e, a poco a poco, iniziò una bellissima spiegazione sulle virtù. Gli parlò dei peccati capitali e delle virtù che aiutano a superarli. “Contro la pigrizia, la diligenza”, gli disse con la serenità di chi sa che educare significa seminare per il futuro.

Ho pensato allora all’enorme tesoro che rappresentano i nostri nonni. Con pazienza, esperienza e affetto riescono a trasmettere ciò che nessuno schermo sarà mai in grado di insegnare.

La parola diligenza deriva dal latino diligentia, che significa cura, attenzione e dedizione. È correlata al verbo diligere: scegliere con attenzione, apprezzare, amare. Una persona diligente non si limita a fare le cose; le fa bene, con responsabilità, costanza ed entusiasmo. Nella tradizione cristiana, questa virtù è strettamente legata alla carità, perché chi ama non rimane passivo: agisce, serve, lavora per il proprio bene e per quello degli altri.

Oggi questa virtù risulta particolarmente urgente.

Stiamo assistendo a una vera e propria epidemia di sedentarietà infantile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che la maggior parte dei bambini e degli adolescenti nel mondo non raggiunge i 60 minuti giornalieri di attività fisica moderata o vigorosa raccomandati per la loro età. Allo stesso tempo, il tempo trascorso davanti agli schermi continua ad aumentare ed è spesso accompagnato dal consumo frequente di alimenti ultra-trasformati e bevande zuccherate. Questa combinazione favorisce il sovrappeso, l’obesità, il diabete di tipo 2, l’ipertensione e altri disturbi metabolici a età sempre più precoci. È inoltre associata a difficoltà nel dormire, a una minore capacità di concentrazione, a sintomi di ansia e depressione, nonché a un rendimento scolastico inferiore.

Ma c'è un'altra conseguenza, meno evidente e forse più preoccupante: la perdita del gusto per l'impegno.

La cultura del clic offre una gratificazione immediata. Sembra che tutto si possa ottenere con un semplice tocco sullo schermo. Senza che ce ne rendiamo conto, alcuni bambini iniziano a rifiutare qualsiasi attività che implichi aspettare, esercitarsi o perseverare. Leggere un libro, imparare a suonare uno strumento, riordinare la stanza, dare una mano in casa o semplicemente uscire a fare una passeggiata sembra loro troppo faticoso.

Ecco perché noi genitori dobbiamo riprendere con serenità il nostro ruolo di autorità e di guida. Educare non significa solo proteggere i figli o garantire loro il benessere. Educare significa formare il carattere. Significa insegnare loro che la felicità duratura non nasce dal fare sempre ciò che si desidera, ma dallo sviluppare abitudini che rafforzino la volontà.

Abbiamo bisogno di bambini diligenti. Bambini che si alzino per dare una mano prima ancora che qualcuno glielo chieda. Che scoprano la gioia di servire. Che provino la soddisfazione di portare a termine un compito difficile. Che giochino all’aria aperta, corrano, saltino, esplorino, stiano insieme agli altri e imparino a lavorare in squadra. Un bambino attivo non solo rafforza i muscoli e il cuore, ma sviluppa anche disciplina, autostima, resilienza e abilità sociali.

Forse è giunto il momento che noi famiglie riprendiamo un vero e proprio progetto di formazione alle virtù. Anziché passare la giornata a correggere comportamenti isolati, potremmo proporci di coltivare, in modo consapevole, le cosiddette sette virtù capitali: umiltà, generosità, castità, pazienza, temperanza, carità e diligenza.

Cosa stiamo facendo per rafforzare il lato positivo della personalità dei nostri figli?

Sarebbe meraviglioso scegliere una virtù ogni mese e metterla in pratica in famiglia. Se l’obiettivo è crescere nella generosità, possiamo organizzare visite a una casa di riposo, condividere il cibo con chi è nel bisogno o donare vestiti in buono stato. Se vogliamo rafforzare la pazienza, possiamo impegnarci a urlare meno in casa, imparare a risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza e perseverare insieme in attività che richiedono tempo, come imparare a suonare uno strumento, praticare uno sport o sviluppare un’abilità artistica.

Quando i bambini vedono i propri genitori mettere in pratica queste virtù, scoprono che non si tratta di semplici teorie, ma di uno stile di vita.

E se questo mese decidiamo di concentrarci sulla diligenza, possiamo iniziare con azioni molto concrete:

  • Limitare in modo ragionevole il tempo trascorso davanti agli schermi.
  • Ricordiamo che riposarsi significa anche cambiare attività, non solo rimanere immobili.
  • Coinvolgere tutti nelle faccende domestiche, in base alla loro età.
  • Quando possibile, percorrere brevi tragitti a piedi o in bicicletta.
  • Essere attenti alle esigenze degli altri e offrire aiuto senza aspettare che ce lo chiedano.
  • Cercare di dedicare ogni giorno un po’ di tempo al gioco libero all’aria aperta, al movimento e alla socializzazione.
  • Riconoscere e lodare l'impegno molto più che i risultati.

I nostri figli non hanno bisogno di un’infanzia agiata; hanno bisogno di un’infanzia che li prepari alla vita. L’impegno non li priva della gioia; al contrario, permette loro di scoprire la soddisfazione di raggiungere gli obiettivi, di aiutare gli altri e di diventare persone forti, responsabili e generose.

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Famiglia

Leigh Fitzpatrick Snead: “Noi coppie sposate siamo chiamati a dare frutti che vanno oltre i figli”

Leigh Fitpatrick Snead parla dell’infertilità nel matrimonio con totale apertura e sincerità, sottolineando che i matrimoni sono chiamati a dare frutti al di là dei figli che possono concepire.

Paloma López Campos-10 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Leigh Fitzpatrick Snead ha pubblicato qualche mese fa il libro “Sterile ma fecondo” (Sterili ma fecondi, in inglese). Da anni gira gli Stati Uniti parlando di matrimonio, famiglia e Chiesa cattolica. Con il suo nuovo libro cerca di illustrare la realtà di molte coppie che non possono avere bambini, le sfide che devono affrontare e il sostegno offerto dalla Chiesa.

In questa intervista, parla con Omnes di come queste coppie possano scoprire di essere comunque chiamate a dare frutto nelle loro vite.

In un mondo in cui ci sono coppie con culle vuote che non possono avere figli, lei sostiene che possano comunque dare frutto. In che modo queste coppie senza figli riescono a scoprire questa fecondità spirituale nella loro vita quotidiana?

– È molto difficile da realizzare. Anche se è facile a dirsi, bisogna portare quella sofferenza ai piedi della Croce, bisogna trasformarla e capire che in quel dolore c’è qualcosa di più. In quei momenti di rivelazione ci si rende conto che siamo chiamati a essere fecondi e che ci sono altri frutti oltre ai bambini.

Ma credo che sia davvero molto, molto difficile quando si vive un matrimonio felice e si aspetta davanti a quella culla vuota. È molto difficile capire perché non accada, uscire da quella situazione e rendersene conto.

Spesso non te ne rendi conto perché, a differenza del cancro o di altre malattie che causano dolore e disagio, l’infertilità spesso non provoca dolore fisico, quindi non ti senti malato, ma hai solo la sensazione che qualcosa non stia andando per il verso giusto. Credo che tendiamo sempre ad equiparare la sofferenza al dolore.

I nostri corpi sono fatti per avere figli; siamo chiamati alla vocazione della maternità o della paternità. E tutte le cose belle che questo comporta creano in realtà delle barriere che ci impediscono di renderci conto che in un matrimonio ci sono frutti che vanno oltre la nascita di un bambino.

Il modo per scoprire questa diversa fecondità è rimanere in contatto. Impariamo dalla comunione dei santi che a volte bisogna semplicemente resistere e non voltare le spalle, sapendo che Gesù non ti ha voltato le spalle. E forse non vedrai né conoscerai i frutti, o forse il frutto non deve essere un fine in sé. Credo che più avanti si possa vedere quali frutti darai.

Finché rimarrai fedele a Gesù, al tuo coniuge, alla tua vocazione matrimoniale e sarai aperto alla vita e alla paternità, credo che, beh, sia una promessa, vero? È la buona notizia che tutto andrà bene. È molto difficile, e non vorrei mai dirti «basta fare questo, è facilissimo», perché ci sono passato anch’io e so che è davvero dura.

Spesso, quando si verifica un problema di infertilità, pensiamo che la colpa sia della donna. In che modo le coppie possono avere conversazioni aperte? Come comunicare e affrontare il problema insieme, senza attribuire la colpa all’uno o all’altro?

– Credo che sia molto difficile, e non a caso il tasso di divorzio è relativamente alto tra chi soffre di infertilità. Come cattolici, spesso non ci si rende conto di questi problemi finché non ci si sposa, quindi è solo una volta che si è insieme che vengono alla luce. E per il modo in cui la nostra Chiesa ci insegna il matrimonio, l’amore, la sessualità e il mettere al mondo dei figli, non si può vedere la questione se non come un problema che riguarda «noi». Perché non importa se lei fosse con un altro uomo o lui con un’altra donna e potessero avere un bambino; è proprio questo matrimonio in particolare ad avere un problema di infertilità. Pensare al proprio piccolo ecosistema e all’unione in una sola carne significa che è qualcosa che devono affrontare insieme.

Ma la realtà è che riceveranno diagnosi mediche, risultati di analisi e scopriranno se c’è qualcosa che non va in una persona, nell’altra o in entrambi. E anche se ovviamente rimane un problema comune, sei tu ad avere il basso numero di spermatozoi, l’ovaio difettoso o qualsiasi altra cosa, e ti sentirai in colpa e finirai per sprofondare in pensieri cupi.

È fondamentale ricordare fin dall’inizio che siete una coppia sposata. È facile evitare di parlarne nella speranza di andare dal medico e che questi vi prescriva semplicemente una pillola per risolvere il problema, ma non è così che funziona. Quindi, come al solito, la cura per molti mali è semplicemente continuare a parlarne. Credo che gli insegnamenti della nostra Chiesa siano pensati proprio per offrire questo tipo di sostegno alla coppia, perché si tratta di un problema che riguarda entrambi.

A proposito degli insegnamenti della Chiesa, come può una coppia cattolica mantenere questo equilibrio tra il proprio legittimo desiderio di avere figli e la fedeltà a quanto insegnato dalla Chiesa, ovvero di non ricorrere alla fecondazione in vitro e ad altre tecniche moderne di riproduzione assistita?

– Questa è davvero la parte più difficile in questo momento per la maggior parte delle persone, perché la fecondazione in vitro è molto diffusa e viene pubblicizzata come un prodotto che sembra garantire il successo. È davvero allettante.

Nel mio libro racconto che io e mio marito siamo andati da un medico specializzato in fecondazione in vitro pensando: «Oh, ma noi non lo faremo», eppure era come riservare un posto a tavola al diavolo per cenare: «Non ti ho invitato, ma ti ho riservato un posto e siamo pronti».

Credo che ricevere un’assistenza medica cattolica davvero solida sia d’aiuto, con qualcuno che ti tratti come una coppia cattolica o che almeno rispetti tali desideri, e poter rivolgersi a uno specialista in fertilità che non pratichi la fecondazione in vitro. Questi sono modi per proteggerti, perché la tentazione sarà forte; quando arrivi a quella fase, ci hai provato per molto tempo, sei triste e vuoi solo un bambino, ed è proprio questo che ti promettono.

Ma se ripensi alle ragioni per cui riserviamo il sesso al matrimonio, per cui ricorriamo alla pianificazione familiare naturale o alla medicina riproduttiva riparativa, credo che ciò che apprezziamo in queste cose dovrebbe anche ricordarci perché non ricorriamo alla fecondazione in vitro. Separa deliberatamente l’aspetto procreativo da quello unitivo, invitando molte altre persone nell’atto più intimo, oltre a comportare ogni sorta di altri problemi.

Una delle principali obiezioni era solitamente il numero di embrioni impiantati e gli aborti per riduzione selettiva; e sebbene a quanto pare ora le cliniche dispongano di tecniche di individuazione degli embrioni molto più avanzate (il che è comunque terribile) e trasferiscano solo uno o due embrioni, l’orrore della fecondazione in vitro continua a esistere.

Inoltre, devi circondarti della tua famiglia; forse la tua famiglia è cattolica ma non ha mai pensato all’infertilità o alla fecondazione in vitro e potrebbe non esserne a conoscenza. Devono sapere perché è sbagliato e perché non lo stai facendo, per poterti sostenere, dato che sei molto sensibile e ti trovi nel momento in cui sei più vulnerabile. È molto facile cedere, e statisticamente parlando, ci sono molte persone tra i fedeli della Chiesa che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro.

Qual è, secondo lei, il principale divario che esiste oggi tra la comunità che ci circonda, la Chiesa e i sacerdoti, quando parlano con coppie cattoliche che non possono avere figli?

– Questo è stato uno dei motivi per cui ho scritto il libro: non solo per altre donne o coppie come me, ma anche per sacerdoti e seminaristi, affinché potessero farsi un’idea di come stanno realmente le cose. Ho cercato di essere davvero onesta senza esagerare, condividendo dettagli su ciò che si deve affrontare.

I sacerdoti devono conoscere questo aspetto della vita terrena; se li inviti a cena, vedono com’è la vita con i bambini, ma ovviamente non hanno molte occasioni di capire com’è la vita quando si è affetti da infertilità. Spero che il libro possa essere loro d’aiuto. Credo che ne abbiano bisogno, e i giovani sacerdoti si stanno impegnando per informarsi su questo genere di cose, specialmente se sono al corrente delle questioni di attualità, perché la fecondazione in vitro è sempre nei notiziari ed è difficile ignorarla. Finché tutti vorranno imparare e manterranno un atteggiamento aperto, credo che questo sarà di grande aiuto.

Ma, ancora una volta, si tratta di un argomento talmente privato che, anche se ci sono gruppi di sostegno e sacerdoti comprensivi, è molto facile isolarsi. Ecco perché credo anche che sia più facile approfondire l’argomento leggendo in privato il libro di qualcuno che magari non conosci. Alcune delle mie lettere preferite sono di persone sconosciute che mi dicono: «Mi vergognavo tantissimo di provare queste cose, di provare gelosia verso altre donne, o non sapevo che qualcun altro si sentisse così; anch’io mi sono sentita così». È molto più facile trovare queste parole su una pagina, elaborarle un po« e poi magari voler parlarne con tua sorella, tua madre, una cara amica o il tuo sacerdote. E che poi il tuo sacerdote ti dica: »Oh, ho un’idea di come sia, raccontami di più», e possa farti le domande giuste per comprenderne tutta la complessità.

Credo che si dovrebbe fare uno sforzo maggiore affinché le persone imparino semplicemente il vocabolario e sappiano cosa è opportuno o inopportuno dire. Le persone hanno sempre buone intenzioni, ma si può commettere un passo falso in qualsiasi momento cercando di essere gentili. Il tema delle gravidanze e simili è molto delicato, perché non si sa chi stia attraversando un momento difficile. Quando ho iniziato a scrivere sull’infertilità, ho scoperto che persone che non avrei mai immaginato stavano soffrendo per questo. Pensavo fossero semplicemente ragazze concentrate sulla carriera o su altro, e poi ti confessano che ci stanno provando da sei anni e nessuno lo sa. È un argomento di cui si parla pochissimo.

Evangelizzazione

Il famoso podcaster Padre Mike Schmitz parla della fede della Generazione X, dell'angoscia adolescenziale e dell'intelligenza artificiale

Mike Schmitz ha fatto il tutto esaurito al Broward Center for the Arts di Fort Lauderdale durante il suo tour "Parábolas", in un incontro caratterizzato dal calore e dall’intesa con le nuove generazioni.

OSV / Omnes-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 5 minuti

Di Tom Tracy / Florida Catholic, OSV News

Padre Mike Schmitz è entrato nel camerino del Broward Center for the Performing Arts di Fort Lauderdale con il suo caratteristico sorriso caloroso e un passo più leggero.

Il sacerdote del Midwest e il suo team di supporto per l’attuale tour di conferenze erano appena tornati da quello che avevano descritto come un incontro affollato e vivace tenutosi a Clearwater la sera precedente.

Avrebbe trovato un pubblico altrettanto numeroso e il tutto esaurito nella sala principale della sinfonica del Broward Center prima del suo ultimo impegno in Florida, a Jacksonville.

Padre Schmitz, uno dei sacerdoti più popolari e influenti sui social media, è stato recentemente in Florida nell’ambito del suo tour «Parabole», durante il quale ha analizzato le parabole del Vangelo di Cristo e ha offerto nuove prospettive.

Padre Schmitz, sacerdote della diocesi di Duluth, nel Minnesota, è il responsabile del Ministero per i giovani e i giovani adulti della diocesi, nonché cappellano del Centro Newman presso l’Università del Minnesota a Duluth.

Successo strepitoso per il tour «Parábolas»

Il tour «Parábolas» ha fatto tappa in quasi due dozzine di città statunitensi in Arizona, California, Louisiana e Florida negli ultimi mesi. L'ultima data in programma per questa serie di concerti è internazionale, prevista per il 20 luglio a Dublino, anche se il sito web indica che a breve saranno annunciate altre date in città degli Stati Uniti e di altri paesi.

«In un certo senso, i giovani cercano l’autenticità; che una persona o un gruppo sia davvero ciò che dice di essere è una cosa importantissima, e questo vale per tutti noi, vero?», ha chiesto il sacerdote durante il suo evento a Fort Lauderdale.

«Non tolleriamo l’ipocrisia; in realtà, è così da generazioni, anzi, da sempre, nel corso di tutta la storia dell’umanità», ha affermato. «Persino Gesù criticava gli ipocriti perché dicevano una cosa e poi non erano disposti a metterla in pratica».

Il Sinodo dei Vescovi del 2018 sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» si è tenuto in un momento in cui la Chiesa ha iniziato a riconoscere che i giovani cattolici statunitensi considerano sempre più l’integrità e l’autenticità come una coerenza vissuta e non solo come una conformità istituzionale.

Chiarezza ed empatia nella dottrina

Il documento di lavoro per il sinodo, basato in gran parte su consultazioni dirette con i giovani, afferma che i giovani desiderano una Chiesa «autentica» e «credibile», i cui leader «parlino in termini concreti di temi controversi». «Per questo credo che dobbiamo dare prova di integrità, essere ciò che diciamo di essere», ha affermato padre Schmitz durante l’evento.

Ma oltre all’integrità, la chiarezza e la veridicità della dottrina cattolica sono altri temi ricorrenti per padre Schmitz, sia online che di persona. La mente umana è fatta per la verità e il cuore umano per la bontà, afferma, ma «a volte il modo in cui presentiamo le cose e il modo in cui le diciamo influisce molto».

Per quanto riguarda le difficoltà che devono affrontare in particolare gli adolescenti maschi e i giovani adulti, padre Schmitz ha affermato che l’indifferenza è il problema di fondo o l’ostacolo a una vita di fede meno cinica durante l’adolescenza e la giovinezza.

«Si nota quando si lavora con i giovani», ha detto, soprattutto quando si tratta di invitare i giovani a partecipare maggiormente alla vita della chiesa.

La mancanza di una missione e l'indifferenza

«Una delle cose che ho notato sempre più spesso, soprattutto nelle persone stanche di sentirsi dire che devono soddisfare determinate aspettative, che devono fare assolutamente tutto, è che si manifesta un rifiuto nei confronti di tutto ciò.»

Sebbene entrambi i sessi abbiano molto in comune, ha aggiunto il sacerdote, gli uomini sono stati forse creati per affrontare una battaglia, nel senso di una missione da perseguire o da vivere; mentre le donne sono più orientate verso le relazioni.

«Quando non ci viene affidata una missione, o quando non vale la pena lottare per essa, è proprio questo – come afferma (il professore di Harvard) Arthur C. Brooks – che genera un senso di vuoto», ha affermato padre Schmitz, aggiungendo che questa è la crisi principale individuata da Brooks e che è necessario superarla per colmare il vuoto della società moderna e raggiungere la vera gioia.

La speranza cristiana contro l'ansia

I problemi legati alla fiducia, alla solitudine e all'ansia tra i giovani continuano a rappresentare una crisi preoccupante tra gli studenti di oggi.

«Negli ultimi dieci anni, nei campus universitari l’ansia ha superato la depressione come principale problema di salute mentale che affligge i giovani; l’ansia è paura del futuro e affonda le sue radici nell’incertezza», ha affermato padre Schmitz.

La soluzione, ha aggiunto, è un sentimento diffuso di speranza cristiana. «La speranza cristiana non consiste solo nel desiderare un risultato, ma nel sapere che posso confidare in Dio e proiettare questa fiducia verso il futuro; credo che questa sia la risposta all’ansia», ha affermato padre Schmitz.

Il rifugio nel mistero della tradizione

Il ritorno alla tradizione cattolica e all’autentica riverenza tra i giovani è stato un altro antidoto contro l’angoscia dei nostri tempi. «C’è qualcosa di veramente commovente nel mistero e nel senso ancestrale della Messa, o nelle pratiche che svolgiamo come cattolici, che trascende l’individuo», ha affermato padre Schmitz.

Ha affrontato anche il tema dell’intelligenza artificiale, che Papa Leone XIV tratta nella sua storica enciclica «Magnifica Humanitas», pubblicata il 25 maggio. Il Papa paragona il tentativo di costruire un futuro con l’IA che escluda Dio alla «Torre di Babele» e sottolinea la necessità di salvaguardare la dignità umana, poiché essa è «minacciata da nuove forme di disumanizzazione».

L'umanità di fronte all'intelligenza artificiale

«Circa un anno fa, ho parlato con alcune persone del McGrath Institute for the Life of the Church dell’Università di Notre Dame», ha detto padre Schmitz, «e una delle cose che hanno sottolineato è che ogni volta che inventiamo un qualche tipo di tecnologia, questa rappresenta un’estensione di una nostra capacità umana, come la nostra capacità di spostarci in automobile. E ogni volta, abbiamo limitato la nostra capacità di utilizzarla».

Ad esempio, nell’odierna società ipermobile, le persone non camminano più tanto quanto un tempo. L’intelligenza artificiale offre uno scenario simile a quello dell’ampliamento delle capacità mentali umane per affrontare problemi tanto complicati quanto complessi, ha affermato padre Schmitz.

«L’intelligenza artificiale è molto efficace nel risolvere problemi complicati, ma non è in grado di risolvere (tutti) i problemi complessi», ha affermato il sacerdote.

«Nel futuro immediato, spero che riusciremo a conservare la nostra umanità, riconoscendo che ci sono alcune domande a cui un computer non può rispondere, per quanto avanzato possa essere il programma», ha affermato padre Schmitz.

L'evento di Fort Lauderdale ha attirato un pubblico eterogeneo composto da giovani, giovani adulti e persino anziani che probabilmente conoscono il sacerdote grazie ai suoi popolari video su YouTube e al suo podcast «La Bibbia in un anno». Prodotto da Ascension Press, il podcast è composto da 365 episodi giornalieri in cui viene letta l'intera Bibbia. In ogni episodio, padre Schmitz legge e commenta brani biblici, aggiungendo anche le sue riflessioni e le sue preghiere.

Il tour «Parábolas» si inserisce nell’ambito di un’iniziativa di raccolta fondi a sostegno del Centro Newman dell’Università del Minnesota Duluth. Circa 700 studenti e docenti si riuniscono per partecipare alla funzione religiosa guidata da padre Schmitz.

Tutti i fondi raccolti in occasione di ogni evento vengono destinati al finanziamento della costruzione di una chiesa completamente nuova e di uno spazio dedicato esclusivamente agli studenti, dove possano riunirsi, pregare, studiare e crescere nella fede all’interno del campus.

L'autoreOSV / Omnes

Libri

J. Aurell: «Ogni epoca ha proiettato le proprie ossessioni sull’Opus Dei»

Secondo Jaume Aurell, l’immagine pubblica dell’Opera si fonda su tre grandi narrazioni che si sono sviluppate nel corso della sua storia.

Javier García Herrería-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 6 minuti

Alla vigilia del suo centenario, l’Opus Dei continua a essere oggetto di una percezione distorta da parte dell’opinione pubblica. Quali sono le ragioni di questa percezione? È forse il frutto di una “leggenda nera” alimentata dall’esterno? Cogliendo l’occasione di questo centenario, lo storico Jaume Aurell è coautore di Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia, un'analisi che mira a far luce su diverse questioni da un punto di vista storico.

Abbiamo parlato con Aurell per risalire alle origini storiche di questi pregiudizi e capire perché, a distanza di un secolo, l’istituzione continui ad affrontare la sfida di spiegare la propria identità e la propria storia alla società.

A quasi tutti i membri dell’Opus Dei è stato chiesto, almeno una volta, perché l’immagine dell’istituzione sia così diversa dalla realtà che si percepisce quando si conosce una persona dell’Opera. Perché succede questo?

–Perché l’immagine pubblica dell’Opus Dei non si è costruita osservando ciò che l’istituzione è realmente, ma proiettando su di essa le paure e le ossessioni di ogni epoca. Ho studiato questo fenomeno ricorrendo alla teoria dei metaracconti: si tratta di narrazioni che fungono da specchio, in cui ogni generazione vede riflesso ciò che la ossessiona, proiettandolo sull’organizzazione.

Cosa intendi esattamente quando dici che quelle narrazioni sono «presentiste»?

–Il fatto che giudichiamo il passato con i criteri del presente, invece di comprenderlo nel suo contesto specifico. È un fenomeno che osserviamo in molti altri ambiti: oggi si censurano autori come Shakespeare, Mark Twain o Agatha Christie perché contengono espressioni o stereotipi che ora consideriamo offensivi, ma che ai loro tempi rientravano nelle convenzioni sociali. Con l’Opus Dei è accaduto qualcosa di simile, ma nel corso di cento anni e con tre versioni diverse e persino contraddittorie tra loro.

Parliamo di quei racconti. Qual è stato il primo?

–Quella dell’Opus Dei come eresia religiosa, tra il 1940 e il 1957. Ed ecco la cosa curiosa: non nacque tra gli anticlericali, ma all’interno della Chiesa stessa. Alcuni padri gesuiti, come Ángel Carrillo de Albornoz o Manuel María Vergés, legati alle Congregazioni mariane, iniziarono a definire la dottrina dell’istituzione come un’eresia pericolosa, che andava sradicata prima che si consolidasse.

Perché una Chiesa così gerarchica vedeva una minaccia in qualcosa di così semplice come vivere la fede nel lavoro quotidiano?

–Perché nella Chiesa preconciliare i laici erano fedeli di seconda categoria. Il fatto che dei giovani comuni, in giacca e cravatta, senza abito né alcun distintivo, affermassero di poter raggiungere la santità nel loro lavoro quotidiano, risultava strano e persino sospetto. Furono definiti «illuministi» e accusati di sottrarre vocazioni religiose.

E quasi contemporaneamente sorsero i primi sospetti di natura politica, con la Falange coinvolta.

–Esatto. La Falange, che voleva mantenere la propria posizione di partito unico, vide nell’Opus Dei una minaccia. Nel 1941 fu persino presentata una denuncia formale dinanzi al Tribunale Speciale per la Repressione della Massoneria e del Comunismo, in cui si accusavano Escrivá e i suoi seguaci di tramare qualcosa di «giudeo-massonico». 

Ci furono altre accuse contro l’Opera prima che Escrivá si trasferisse a Roma?

–Sì, sono stati anche accusati di «assalto alle cattedre universitarie». Tra il 1940 e il 1945 in Spagna furono assegnati 179 posti di professore ordinario. Di questi, solo 23 andarono a membri dell’Opus Dei: il 6%. Lontano dalla conquista massiccia suggerita dalla leggenda.

La storia subì una svolta radicale nel 1957: cosa accadde?

–Sì, una svolta drammatica. Franco, costretto ad abbandonare l’autarchia economica falangista, coinvolse tecnici come Mariano Navarro Rubio e Alberto Ullastres, entrambi membri dell’Opus Dei, che elaborarono il Piano di Stabilizzazione del 1959 e il successivo «miracolo economico» spagnolo. I settori falangisti, risentiti per la perdita di potere, coniarono allora l’etichetta di «tecnocrati dell’Opus Dei» e li accusarono di aver preso il potere

Da eretici a potenti alleati della dittatura.

–Esatto, e quell’immagine si è diffusa in tutto il mondo grazie a riviste come The Economist o Tempo, e fu rafforzata da libri scritti da autori antifranchisti come Daniel Artigues o Jesús Ynfante, che coniò l’espressione «Santa Mafia». Ancora una volta, politica e religione si intrecciarono. Allo stesso tempo, all’interno della Chiesa, il Concilio Vaticano II politicizzò i dibattiti tra «progressisti» e «conservatori», e l’istituzione fu bollata come «integrista», quando in origine era stata considerata troppo “innovatrice”.

Ci sono state pressioni anche da parte dello stesso Vaticano?

–Sì, tra il 1967 e il 1973 personalità come Giovanni Benelli e Jean Villot fecero pressione su Escrivá affinché l’Opus Dei agisse come blocco politico allineato alla Democrazia Cristiana europea. Egli si rifiutò, difendendo la libertà politica individuale di ogni laico, e questo gli costò sei anni di allontanamento e sfiducia da parte della Curia.

Siamo giunti alla terza ondata, quella della setta e degli scandali finanziari.

–A partire dal 1980, in società sempre più secolarizzate e individualiste, valori come il celibato laico o la mortificazione cominciarono ad essere interpretati alla luce di una crescente fobia mediatica nei confronti del cattolicesimo. In questo contesto, l’Opus Dei era visto come una forza reazionaria e immobilista.

L'istituzione come Prelatura Personale nel 1982 e la beatificazione del fondatore nel 1992 hanno dato il via a un nuovo fronte di attacco, con testimonianze di ex membri critici.

E qui compare anche la parola «setta».

–Esatto, la stampa internazionale, con Il Times alla guida, abbandonò il modello del potere politico e adottò il paradigma del settarismo. In Germania e in Italia circolarono teorie sul «lavaggio del cervello» promosse da associazioni antisette, al punto da dare origine a un tentativo di inchiesta da parte del Parlamento italiano nel 1986, che alla fine non ebbe seguito perché si rivelò una calunnia priva di fondamento.

E gli scandali finanziari che gli vengono attribuiti?

–Si tratta di tre casi distinti che l’opinione pubblica ha vagamente collegato tra loro: il caso Matesa del 1969, il caso Calvi e il Banco Ambrosiano del 1982, e il caso Ruiz-Mateos del 1983. Si tratta di episodi molto diversi tra loro, ma la narrazione popolare li ha collegati come se formassero un’unica trama legata all’Opus Dei. Quando si studiano questi casi con un minimo di serietà, ci si rende conto che si tratta di casi che rispondono a contesti economici e attori politici completamente diversi. 

Allora perché hanno funzionato?

–Per un fenomeno che si verifica molto spesso nell’Opus Dei: la gente confonde l’operato professionale dei suoi membri, come se ciascuno di essi seguisse gli ordini dell’istituzione. Ovviamente questo non accade alla maggior parte dei membri, che svolgono lavori normali e privi di particolare rilevanza pubblica. Tuttavia, se una persona ricopre una posizione di alta responsabilità in politica, nel settore bancario, nella professione legale o in ambito culturale, allora le sue azioni finiscono sotto la lente del sospetto. Anche se può sembrare difficile da ammettere, in molte di queste interpretazioni permane un fondo clericale.

E tutto questo culmina con Dan Brown.

-Con Il Codice Da Vinci, nel 2003, e la sua versione cinematografica nel 2006. Qui tutti i miti accumulati nel corso di decenni si fondono in una caricatura pop, il monaco albino assassino, che ottiene un enorme successo commerciale a scapito del consolidamento della leggenda nera.

L'aspetto più sorprendente della tua analisi è che l'Opus Dei è stato accusato di cose del tutto opposte a seconda del periodo storico.

–È la prova che questi racconti sono costruzioni artificiali. Negli anni Quaranta veniva accusato di innovazione eretica per aver difeso la santità dei laici senza abiti religiosi né voti; dagli anni Sessanta ad oggi viene accusato del contrario, ovvero di essere ultraconservatore e reazionario. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni denunciavano Escrivá come filotedesco agli alleati, mentre altri lo denunciavano come filobritannico ai tedeschi e agli italiani, contemporaneamente. 

In Spagna gli fu attribuito il ruolo di pilastro ideologico del franchismo, quando in realtà fu perseguitato dalla stessa Falange e alcuni dei suoi figli dovettero andare in esilio per opporsi al regime. 

E dal punto di vista sociologico, è stato descritto sia come un «calvinismo cattolico» modernizzatore sia, oggi, come un baluardo oscurantista contrario all’autonomia individuale.

L'analisi del tuo testo si ferma al 2010. Perché non analizzi gli ultimi quindici anni, includendo anche tutte le recenti polemiche?

–Perché sono uno storico, non un giornalista né un analista di attualità. Il mestiere dello storico richiede distanza temporale e prospettiva: è necessario che gli archivi vengano resi accessibili, che le testimonianze vengano confrontate tra loro e che le passioni del presente si placino prima di poter giudicare con rigore. 

Scrivere di ciò che è accaduto negli ultimi anni senza questa prospettiva significherebbe ripetere lo stesso errore che denuncio nel libro: lasciarsi trascinare dalla narrazione dominante del momento – per quanto ben contestualizzata – invece di analizzare i fatti con il tempo necessario per separare il mito dalla realtà. Tra venti o trent’anni, un altro storico potrà fare con quest’ultima fase ciò che io ho cercato di fare con il secolo precedente.

Per concludere, cosa speri che il lettore tragga da questo viaggio attraverso cento anni di racconti?

–Che impari a diffidare delle etichette semplicistiche. Quando un’istituzione non rientra nelle categorie ideologiche dominanti del proprio tempo, la società tende a distorcerla per poterla classificare. Comprendere questi meccanismi non è utile solo per giudicare l’Opus Dei, ma anche per leggere con maggiore spirito critico qualsiasi racconto storico che ci venga presentato come definitivo, contestualizzandolo adeguatamente. Nel testo lo illustro con l’aberrazione che comporta la divisione della guerra civile spagnola tra fascisti e comunisti, come molti tentano di fare oggi: questo significa manipolare il passato, semplificandolo, per usarlo nelle contese politiche attuali e generare una polarizzazione imprudentemente inutile.


Storia dell'Opus Dei. Cento anni di vita attraverso la sua storiografia

Autore: Federico Requena (a cura di)
Editoriale: Almuzara
Anno: 2026
Numero di pagine: 242
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Vangelo

Il metodo di Gesù: le parabole. XV domenica del tempo ordinario (A)

Vitus Ntube ci illustra le letture della XV domenica del tempo ordinario (A), corrispondente al 12 luglio 2026.

Vitus Ntube-9 luglio 2026-Tempo di lettura: 2 minuti

Il tema della Parola di Dio è al centro della liturgia odierna. Nella prima lettura, la Parola viene paragonata alla pioggia e alla neve che scendono dal cielo per irrigare la terra e renderla feconda. Nel Vangelo, viene assimilata al seme sparso su diversi tipi di terreno. Il fulcro delle letture non è solo la Parola in sé, ma anche il modo in cui viene proclamata e accolta.

Il Vangelo ci presenta la famosa parabola del seminatore. Tuttavia, questa parabola è molto più di un semplice racconto con una morale. Come osserva Papa Benedetto XVI, essa è sotto molti aspetti “autobiografica”, perché rispecchia la stessa esperienza di Gesù e della sua predicazione. Cristo si presenta come il seminatore che sparge il buon seme della Parola di Dio, mostrando al contempo che la sua fecondità dipende dalla disponibilità di chi la accoglie.

Oggi si presta particolare attenzione al metodo di insegnamento di Gesù. Dopo aver ascoltato la parabola, i discepoli si avvicinano a Lui e gli chiedono: ““Perché parli loro per parabole??” Gesù risponde: “A voi sono stati rivelati i segreti del regno dei cieli, a loro no".

Perché Gesù sceglie di insegnare per parabole? Nel corso del Vangelo lo vediamo insegnare in vari modi. Pronuncia il Discorso della Montagna in modo diretto e chiaro. Ora, però, adotta un altro stile di insegnamento. Questo cambiamento sorprende persino i discepoli, ed è per questo che gli chiedono spiegazioni. 

L’uso delle parabole ci insegna che la Parola di Dio richiede impegno, riflessione e interpretazione. Essa interpella non solo l’intelletto, ma anche il cuore e la volontà. La Parola non può essere accolta in modo passivo o indifferente. Affinché porti frutto nella nostra vita, dobbiamo impegnarci personalmente con essa. Dobbiamo permettere che ci interpelli e ci trasformi.

Chi ascolta la parabola è chiamato a diventare terra fertile: aperta, ricettiva e disposta a riflettere profondamente per cogliere il significato del messaggio. L’umiltà e l’apertura sono, quindi, essenziali. Coloro che si avvicinano alla Parola come i discepoli che si avvicinarono a Gesù per chiedergli una spiegazione, ricevono una comprensione più profonda dei misteri del regno.

La liturgia di oggi ci insegna come accogliere e diffondere la Parola di Dio. La parabola ci esorta a impegnarci profondamente con la Sacra Scrittura affinché la Parola porti frutto in noi — trenta, sessanta e persino cento per uno. Quando condividiamo la Parola con gli altri, dobbiamo farlo in modo tale da fare appello alla loro libertà e coinvolgere la loro intelligenza.